Se Karl Marx piace ai Capitalisti

PARLA ERIC HOBSBAWM a 150 anni dalla stesura dei famosi Grundrisse di Karl Marx, l’opera chiave che preparò Il Capitale: «La crisi globale rilancia le analisi del capostipite del socialismo scientifico. E i capitalisti lo sanno...»

Eric Hobsbawm, «italianista», studioso di Gramsci, profondamente legato al nostro paese e alla cultura politica di sinistra del nostro paese, è considerato uno dei più grandi storici viventi.

È presidente del Birkbeck College (università di Londra) e professore emerito presso la New School for Social Research (New York). Tra i suoi molti scritti la trilogia sul «lungo 19° secolo»: L’età della rivoluzione: 1789-1848 (1962), L’età dell’impero: 1875-1914 (1987) e Il secolo breve, 1914-1991 (1994).

M. M.: Professor Hobsbawm, a due decenni dal 1989 Karl Marx è tornato sotto le luci della ribalta. Nel corso di una conversazione con Jacques Attali lei ha detto che sono stati i capitalisti più degli altri a riscoprirlo e ha parlato della sua sorpresa quando l’uomo d’affari liberal George Soros le ha detto «ho appena letto Marx e c’è molto di vero in quello che dice». Quali sono le ragioni di questa riscoperta? 

E. H.: «Senza dubbio c’è una ripresa di interesse per Marx nel mondo capitalistico, ma il fenomeno non riguarda ancora i Paesi dell’est europeo che fanno parte dell’Unione Europea. Questa ripresa di interesse è stata probabilmente accelerata dal fatto che il 150° anniversario del Manifesto del Partito Comunista è coinciso con una crisi economica internazionale particolarmente drammatica nel bel mezzo di un processo di rapidissima globalizzazione dell’economia di mercato. Marx aveva previsto la natura dell’economia mondiale dell’inizio del 21° secolo, 150 anni prima in base alla sua analisi della “società borghese”. Non c’è da sorprendersi se i capitalisti intelligenti, in particolare il settore finanziario globalizzato, sono rimasti colpiti da Marx in quanto più consapevoli degli altri della natura e delle instabilità dell’economia capitalistica nella quale operavano. La maggior parte della sinistra intellettuale non sapeva più che farsene di Marx. Era uscita demoralizzata dal crollo del progetto social-democratico nel Paesi del nord Atlantico nel corso degli anni 80 e dalla conversione di massa dei governi nazionali all’ideologia del libero mercato nonché dal collasso dei sistemi politici ed economici che sostenevano di essersi ispirati a Marx e Lenin. I cosiddetti “nuovi movimenti sociali” come il femminismo non avevano alcun legame logico con l’anti-capitalismo (anche se i suoi membri presi individualmente erano schierati su queste posizioni) oppure non condividevano la fede nell’incessante progresso del controllo dell’uomo sulla natura che era stata condivisa sia dal capitalismo che dal socialismo tradizionale. Al tempo stesso il proletariato, diviso e indebolito, cessò di essere credibile come agente storico della trasformazione sociale. C’è da aggiungere che a partire dal 1968 i principali movimenti radicali avevano preferito l’azione diretta non necessariamente fondata su grandi letture o su una analisi teorica della realtà. Naturalmente ciò non vuol dire che Marx smetterà di essere considerato un grande pensatore classico, anche se per, ragioni politiche, specialmente in Paesi come la Francia e l’Italia che hanno avuto forti e influenti partiti comunisti, c’è stata una accesa offensiva intellettuale contro Marx e le analisi marxiste che ha toccato il momento di massima espansione negli anni 80 e 90. Ora secondo alcuni segnali questa offensiva dovrebbe aver esaurito il suo slancio». 

M. M.: Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla crisi finanziaria in Asia orientale, alla crisi economica in Argentina e alla crisi dei mutui subprime iniziata negli Stati Uniti e diventata la più grande crisi finanziaria del dopoguerra. È giusto dire che la ripresa di interesse per Marx si basa anche sulla crisi della società capitalistica e sulla capacità di Marx di spiegare le contraddizioni profonde del mondo contemporaneo? 

E. H.: «Se in futuro la politica della sinistra sarà ancora una volta ispirata dall’analisi di Marx, dipenderà dall’andamento del capitalismo mondiale. Ciò vale non solo per Marx, ma per la sinistra nel suo complesso intesa come progetto e come ideologia politica coerente. E dal momento che, come lei ha detto giustamente, il ritorno di Marx si basa in larga misura sull’attuale crisi della società capitalistica, le prospettive sono più promettenti di quanto non fossero negli anni 90. L’attuale crisi finanziaria mondiale, che negli Stati Uniti potrebbe diventare una grave depressione economica, drammatizza il fallimento della “teologia” del libero mercato globale e incontrollato e costringe persino il governo americano a prendere in considerazione interventi pubblici come non avveniva dagli anni 30. Le pressioni politiche stanno già indebolendo l’impegno dei governi neo-liberali nei confronti di una globalizzazione incontrollata, illimitata e senza regole. In alcuni casi (Cina) le enormi disuguaglianze e ingiustizie causate dalla transizione verso una economia di libero mercato causano già grossi problemi alla stabilità sociale e sollevano dubbi persino ai vertici del governo. È chiaro che qualsivoglia “ritorno a Marx” sarà essenzialmente un ritorno all’analisi del capitalismo fatta da Marx e alla sua collocazione nell’evoluzione storica dell’umanità. Ivi compresa la sua analisi della inevitabile instabilità dello sviluppo capitalistico che procede per periodiche crisi economiche auto-generate che si riflettono sulla condizione politica e sociale. Nessun marxista poteva credere nemmeno per un momento che, come sostennero nel 1989 gli ideologi del neo-liberalismo, il capitalismo liberale avvrebbe vinto per sempre, che la storia era finita o che qualsivoglia sistema di relazioni umane potesse essere definitivo e immutabile». 

M. M.: Non ritiene che se le forze politiche e intellettuali della sinistra internazionale rinunciassero le idee di Marx perderebbero una guida fondamentale per l’esame e la trasformazione della realtà contemporanea? 

E. H.: «Nessun socialista può rinunciare alle idee di Marx in quanto la sua convinzione che il capitalismo deve essere sostituito da un’altra forma di società si basa su una seria analisi dello sviluppo storico, in particolare nell’era capitalistica. La sua previsione che il capitalismo sarebbe stato sostituito da una sistema gestito o pianificato socialmente sembra ancora ragionevole anche se certamente Marx sottovalutò gli elementi di mercato destinati a sopravvivere in qualunque sistema post-capitalistico. Dal momento che si astenne deliberatamente dal fare previsioni sul futuro, non può essere ritenuto responsabile dei modi specifici in cui le economie “socialiste” furono organizzate nel socialismo reale. Per quanto riguarda gli obiettivi del socialismo, Marx non è stato solamente un pensatore che voleva una società senza sfruttamento e alienazione nella quale tutti gli uomini potessero realizzare appieno le loro potenzialità, ma espresse questa aspirazione con più forza di chiunque altro e le sue parole hanno ancora una notevole forza ispiratrice. Tuttavia Marx non potrà tornare ad essere di ispirazione politica alla sinistra fin quando non si comprenderà che i suoi scritti non vanno considerati programmi politici, autorevoli o meno, né descrizioni dell’attuale situazione del capitalismo mondiale, ma piuttosto guide per comprendere la natura dello sviluppo capitalistico. Né possiamo o dobbiamo dimenticare che Marx non arrivò ad esporre in maniera completa e sistematica le sue idee malgrado i tentativi di Engels ed altri di ricavare dai manoscritti di Marx un Capitale II e III. D’altro canto Marx non tornerà alla sinistra fin quando non verrà abbandonata l’attuale tendenza dei militanti radicali a trasformare l’anti-capitalismo in anti-globalizzazione. La globalizzazione esiste e, a meno di un collasso della società umana, è irreversibile. Tanto vero che Marx lo riconobbe come un dato di fatto e, da internazionalista, lo giudicò positivamente, almeno in linea di principio. Quello che egli criticò, e che anche noi dobbiamo criticare, era il tipo di globalizzazione prodotto dal capitalismo».