Created: Thursday, 01 January 2015 14:35 | Rate this article
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Al tempo dei Grundrisse

 

9.1 L’appuntamento con la rivoluzione

Nel 1848, l’Europa fu scossa dal succedersi di numerose insurrezioni popolari ispirate ai principi di libertà politica e giustizia sociale.

La debolezza di un movimento operaio appena nato, l’abbandono da parte della borghesia di quegli ideali inizialmente condivisi e la violenta repressione militare furono però all’origine, in poco tempo e dovunque, del ritorno al potere dei governi conservatori.

Marx appoggiò i moti rivoluzionari attraverso il quotidiano «Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie [Nuova gazzetta renana. Organo della democrazia]», di cui fu fondatore e redattore capo. Dalle colonne del giornale egli svolse un’intensa opera di agitazione, sostenendo le ragioni degli insorti e incitando il proletariato a promuovere «la rivoluzione sociale e repubblicana»1. Durante quel tempo, egli visse tra Bruxelles, Parigi e Colonia, soggiornò a Berlino, Vienna, Amburgo e in molte altre città tedesche, stabilendo in ogni luogo relazioni per rafforzare e sviluppare le lotte in corso. A causa di questa incessante attività militante, egli fu raggiunto, prima in Belgio e poi in Prussia, da decreti di espulsione, e quando, durante la presidenza di Napoleone III, il nuovo governo francese gli intimò di lasciare Parigi, egli decise di recarsi a Londra.

I primi anni dell’esilio inglese furono caratterizzati dalla miseria più profonda e dalle malattie, che provocarono anche la drammatica perdita di tre dei suoi bambini2. Sebbene l’esistenza di Marx non scorse mai agevolmente, questa fase rappresentò senza dubbio il suo momento peggiore. Dal dicembre del 1850 al settembre del 1856, egli visse con la famiglia in un alloggio di due sole stanze, al numero 28 di Dean Street, a Soho. Le eredità sopraggiunte dopo la morte dello zio e della madre di sua moglie, Jenny von Westphalen, aprirono inaspettatamente uno spiraglio, consentendo il pagamento dei tanti debiti contratti, il disimpegno dal monte di pietà di vestiti e oggetti personali e il trasferimento in una nuova abitazione.

Dall’autunno del 1856, infatti, i coniugi Marx, con le loro tre figlie, Jenny, Laura ed Eleanor, e la fedele governante Helene Demuth – che era parte integrante della famiglia –, si stabilirono nella periferia nord di Londra, al numero 9 di Grafton Terrace, dove gli affitti erano più convenienti. L’edificio, nel quale rimasero fino al 1864, si trovava in un’area di recente urbanizzazione, priva di strade battute che la collegassero al centro e avvolta nell’oscurità durante la notte. Tuttavia, essi abitavano finalmente in una vera casa, requisito minimo affinché la famiglia avesse «almeno l’apparenza della rispettabilità»3.

Nel corso del 1856 Marx aveva tralasciato del tutto gli studi di economia politica, ma l’avvento della crisi finanziaria internazionale mutò di colpo questa situazione. In un’atmosfera di grande incertezza, che si trasformò in panico diffuso e concorse a determinare fallimenti ovunque, Marx sentì che stava per ripresentarsi il momento dell’azione e, prevedendo i futuri sviluppi della recessione, scrisse a Friedrich Engels: «io non credo che noi potremo restare ancora a lungo qui a guardare»4. Questi, da parte sua, era già pervaso da grande ottimismo e delineava all’amico il futuro scenario: «stavolta ci sarà un giorno del giudizio senza precedenti, l’intera industria europea rovinata, tutti i mercati saturi […], tutte le classi abbienti trascinate nella rovina, bancarotta completa della borghesia, guerra e disordine al massimo grado. Credo anch’io che tutto si compierà nell’anno 1857»5.

Alla fine di un decennio contraddistinto dal rifluire del movimento rivoluzionario e nel corso del quale non avevano potuto esercitare un ruolo attivo nel contesto politico europeo, essi ripresero a scambiarsi messaggi fiduciosi sulle prospettive all’orizzonte. L’appuntamento con la rivoluzione, così a lungo atteso, sembrava ora molto vicino e ciò indicava a Marx una priorità su tutte: riavviare la stesura della sua Economia e portarla a termine il più in fretta possibile.

9.2 Nella povertà a Londra

Per dedicarsi con questo spirito alla sua opera, Marx avrebbe avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma la sua situazione personale, ancora estremamente precaria, non gli concesse alcuna tregua. Avendo impegnato le risorse di cui disponeva nella sistemazione della nuova abitazione, egli si ritrovò, fin dal primo mese, privo di soldi per poterne pagare l’affitto. Rivelò dunque a Engels, che al tempo viveva e lavorava a Manchester, tutte le difficoltà della propria condizione: «[sono] senza prospettiva e con le spese familiari in aumento. Non so assolutamente cosa devo fare e, in realtà, sono in una situazione più disperata di cinque anni fa. Credevo di essermi già sorbito la quintessenza di questa merda, ma non è così»6. Questa dichiarazione sorprese profondamente Engels, talmente convinto che in seguito al trasloco la posizione dell’amico si fosse alfine sistemata, da aver speso, nel gennaio del 1857, il denaro ricevuto dal padre per natale nell’acquisto di un cavallo da destinare alla sua grande passione: la caccia alla volpe. Engels, comunque, in questi anni come per l’intera sua vita, non fece mai mancare, a Marx ed alla sua famiglia, tutto il suo appoggio e, preoccupato per il difficile frangente, oltre a inviare a Marx 5 sterline ogni mese, gli raccomandò di rivolgersi sempre a lui in caso di ulteriori difficoltà.

Il ruolo di Engels non si limitò certo al solo sostegno finanziario. Nel profondo isolamento in cui Marx trascorse quegli anni, tramite il fitto carteggio intercorso tra i due, Engels fu l’unico punto di riferimento col quale ingaggiare un confronto intellettuale: «più di ogni altra cosa devo avere la tua opinione»7; il solo amico con cui confidarsi nei momenti di sconforto: «scrivi presto, perché ora le tue lettere mi sono necessarie per rifarmi coraggio. La situazione è schifosa»8; nonché il compagno col quale condividere il sarcasmo che gli accadimenti suggerivano: «invidio i tipi che sanno fare capriole. Deve essere un mezzo stupendo per levarsi di testa la rabbia e la sozzura borghese»9.

Molto presto, infatti, l’incertezza divenne ancora più pressante. L’unica entrata di Marx, accanto all’aiuto garantitogli da Engels, consisteva nei compensi percepiti dal quotidiano «New-York Tribune [La tribuna di New York]». Gli accordi circa la sua collaborazione, da cui ricavava due sterline per articolo, mutarono però con la crisi economica, che aveva investito, di riflesso, anche il giornale statunitense. Sebbene Marx fosse, assieme al viaggiatore e scrittore americano Bayard Taylor, l’unico corrispondente dall’Europa a non essere stato licenziato, il suo contributo fu ridotto da due a un articolo alla settimana e – «quantunque in tempi di prosperità non mi diano mai un centesimo di più»10 – la retribuzione dimezzata. Marx commentò la vicenda con tono umoristico: «c’è una certa ironia del destino nell’essere personalmente coinvolto in queste maledette crisi»11. In ogni caso, poter assistere al collasso finanziario fu per lui uno spettacolo assolutamente impareggiabile: «è bello che i capitalisti, che gridano così tanto contro il "diritto al lavoro", ora esigono dappertutto "pubblico appoggio" dai governi, e […] fanno insomma valere il "diritto al profitto" a spese della comunità»12 e, a dispetto della sua inquietudine, annunciò a Engels: «per quanto mi trovi io stesso in indigenza, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto a mio agio come con questo crollo»13.

La nascita di un nuovo progetto editoriale rese le circostanze meno disperate. Il direttore del «New-York Tribune», Charles Dana, lo invitò infatti a partecipare alla redazione dell’enciclopedia The New American Cyclopædia [La nuova enciclopedia americana]. La mancanza di denaro lo spinse ad accettare, ma per lasciarsi più tempo da dedicare agli studi, egli affidò ad Engels gran parte dell’attività. Nella divisione del lavoro, che i due svolsero dal luglio del 1857 al novembre del 1860, Engels redasse le voci di carattere militare – ossia la maggioranza di quelle previste –, mentre Marx compilò diversi schizzi biografici. Pur se il compenso offerto, solo due dollari per pagina, era molto basso, esso costituiva pur sempre un’integrazione al disastrato bilancio. Per questo motivo, Engels lo invitò a farsi assegnare da Dana quante più voci possibili: «tanta solida scienza possiamo facilmente fornire, finché ce ne derivi in compenso il solido oro californiano»14; mentre Marx, nella stesura dei suoi articoli, seguì spesso il principio: «essere il meno concisi possibile, finché si può farlo senza divenire insulsi»15.

Nonostante gli sforzi, lo stato delle sue finanze non migliorò affatto. Esso divenne, anzi, talmente insostenibile che, assalito da creditori paragonati a «lupi famelici»16 e in assenza finanche del carbone per riscaldarsi nel freddo inverno di quell’anno, nel gennaio del 1858 dichiarò a Engels: «se questa situazione dura, preferirei stare 100 tese sotto terra piuttosto che seguitare a vegetare così. Essere sempre fastidioso agli altri e, per di più, essere personalmente tormentato di continuo dalle più piccole miserie, è alla lunga insopportabile»17. In queste condizioni riservò le considerazioni più amare anche alla sfera degli affetti: «privatamente, penso, conduco la vita più agitata che si possa immaginare. […] Per la gente che abbia delle aspirazioni più vaste non c’è peggiore stupidaggine che sposarsi e consegnarsi così alle piccole miserie della vita domestica e privata»18.

La povertà non fu il solo spettro ad assillare Marx. Come per gran parte della sua travagliata esistenza, egli fu affetto, anche durante questo periodo, da diversi malanni. Nel marzo del 1857 l’eccessivo lavoro notturno gli causò un’infiammazione agli occhi; in aprile fu vittima di dolori ai denti; in maggio soffrì ripetutamente di disturbi al fegato, per debellare i quali venne «imbottito di farmaci». Fortemente debilitato, fu incapace di lavorare per tre settimane. Riferì allora a Engels: «per non perdere del tutto il tempo, mi sono impadronito, in mancanza di meglio, della lingua danese»; comunque «stando alle promesse del dottore, c’è la prospettiva di tornare ad essere un uomo per la settimana prossima. Per il momento, sono ancora giallo come una mela cotogna e molto più irritato»19.

Di lì a poco, un evento ben più grave occorse alla famiglia Marx. All’inizio di luglio, infatti, Jenny diede alla luce il loro ultimo figlio, ma il bimbo, nato troppo debole, morì subito dopo il parto. Provato dal nuovo lutto, Marx confessò di getto a Engels:

in sé e per sé questa non è una disgrazia. Tuttavia […] le circostanze che hanno provocato questo esito sono state tali da riportare il ricordo straziante [probabilmente la morte di Edgar (1847-55), l’altro figlio perso precedentemente]. Non è possibile trattare per lettera un simile argomento20.

Engels fu molto scosso da questa dichiarazione e rispose: «bisogna che ti vada assai male perché tu scriva così. Tu puoi accettare stoicamente la morte del piccolo, ma difficilmente lo potrà tua moglie»21.

Lo scenario si complicò ancor più quando anche Engels si ammalò e, colpito gravemente da una febbre ghiandolare, non poté lavorare per tutta l’estate. A quel punto, Marx fu in seria difficoltà. Venute a mancare le voci dell’amico da inviare all’enciclopedia, per guadagnare tempo, finse di avere spedito un gruppo di manoscritti a New York, sostenendo poi che essi fossero stati smarriti dalle poste. Malgrado ciò, la pressione cui era sottoposto non diminuì. Quando gli avvenimenti legati alla rivolta dei sepoy in India divennero sempre più eclatanti, il «New-York Tribune» si aspettava l’analisi dei fatti dal suo esperto22, ignorando che gli articoli riguardanti le questioni militari, in realtà, erano scritti da Engels. Marx, costretto dagli eventi ad assumere «l’interim del ministero della guerra»23, azzardò la tesi che gli inglesi avrebbero dovuto battere in ritirata all’inizio della stagione delle piogge. Informò Engels della sua scelta in questo modo: «è possibile che io faccia una figuraccia, ma potrò sempre aiutarmi con un po’ di dialettica. Naturalmente ho tenuto le mie enunciazioni in modo tale che avrò ragione anche in caso contrario»24. Marx, comunque, non sottovalutò affatto questo conflitto e, riflettendo sugli effetti che esso avrebbe causato, dichiarò: «col salasso di uomini e lingotti che costerà agli inglesi, l’India è il nostro migliore alleato»25.

9.3 Durante la stesura dei Grundrisse

Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, viceversa, l’opera di un autore che scrisse in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti.

Nel corso dell’autunno del 1857, Engels continuò ad esprimere valutazioni ottimistiche sul corso degli eventi: «il crash americano è stupendo e durerà ancora a lungo. […] Il commercio è di nuovo a terra per tre o quattro anni, adesso abbiamo una possibilità»26 e, dunque, a incoraggiare Marx: «nel 1848 dicevamo: ora viene il nostro momento, ed in un certo senso è venuto, ma questa volta viene in pieno, ora si tratta di vita o di morte»27. D’altra parte, senza nutrire alcun dubbio sullo scoppio della rivoluzione, entrambi si augurarono che essa non esplodesse prima che tutta l’Europa fosse contagiata dalla crisi e gli auspici per «l’anno del tumulto»28furono rimandati al 1858.

Come si legge in una lettera di Jenny von Westphalen all’amico di famiglia Conrad Schramm, il crollo generale produsse effetti positivi su Marx: «può immaginarsi come il Moro sia euforico. La capacità e la facilità di lavoro di un tempo sono tornate e così pure il buon umore e la serenità dello spirito»29. Egli, infatti, avviò una fase di intensa attività intellettuale, nella quale si divise tra gli articoli per il «New-York Tribune», il lavoro per The New American Cyclopædia, il progetto, rimasto poi incompiuto, di scrivere un pamphlet sulla crisi in corso e, naturalmente, i Grundrisse. Gli impegni intrapresi, però, si mostrarono eccessivi anche per le sue rinnovate energie e l’ausilio di Engels si rese nuovamente indispensabile. Al principio del 1858, quando questi si era completamente ristabilito dalla malattia di cui aveva sofferto, Marx gli chiese di tornare a redigere le voci per l’enciclopedia:

mi sembra a volte che se tu, ogni paio di giorni, ne sbrigassi piccole porzioni, potrebbe forse servire come ostacolo alle sbornie che, stando alla conoscenza che ho di Manchester, e coi tempi agitati che corrono, mi sembrano inevitabili e non ti sono affatto di giovamento. […] perché io debbo assolutamente finire gli altri lavori, e mi prendono tutto il tempo, mi dovesse crollare la casa in testa!30

Engels accettò l’energica esortazione di Marx e gli comunicò che, dopo le vacanze, era in lui «subentrato il bisogno di una vita più tranquilla e attiva»31. Tuttavia, il problema principale di Marx era ancora rappresentato dalla mancanza di tempo ed egli se ne lamentò ricorrentemente con l’amico: «ogni volta che sono al [British] Museum, ho un tale mucchio di cose da controllare che il tempo (ora solo fino alle 4) passa prima che io mi guardi intorno. Poi la strada per andarci. Ecco come si perde molto tempo»32. Inoltre, accanto ai problemi di ordine pratico, si aggiunsero quelli di natura teorica: «sono […] così maledettamente frenato da errori di calcolo che, per disperazione, mi sono rimesso a studiare l’algebra. L’aritmetica mi è sempre stata nemica, ma deviando con l’algebra mi rimetto di nuovo in sesto»33. Infine, al rallentamento della stesura dei Grundrisse contribuì la sua scrupolosità, che gli imponeva di ricercare sempre nuovi riscontri per verificare la validità delle proprie tesi. In febbraio, egli espose in questo modo a Ferdinand Lassalle lo stato dei suoi studi:

ti voglio dire come va con l’Economia. Il lavoro è scritto. Da alcuni mesi, infatti, ho il testo finale tra le mani. La cosa però procede molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto da molti anni l’oggetto principale dei propri studi, non appena si deve venire a una resa dei conti finale con loro, mostrano continuamente aspetti nuovi e sollecitano nuove riflessioni.

Nella stessa lettera, Marx si lamentò, ancora una volta, della condizione cui era condannato. Costretto a impiegare gran parte del giorno nella redazione degli articoli giornalistici, affermava: «io non sono padrone, bensì schiavo del mio tempo. Rimane per me soltanto la notte e, molto spesso, attacchi e ricadute di una malattia del fegato disturbano anche questi lavori notturni»34.

In effetti, le malattie erano tornate ad affliggerlo violentemente. Nel gennaio del 1858 rese noto a Engels di essere stato in cura per tre settimane: «avevo esagerato troppo nel lavorare di notte – sostenendomi invero solo con limonate, da una parte, e con un una immensa quantità di tabacco dall’altra»35. In marzo fu «di nuovo molto malandato» con il fegato: «il continuo lavoro notturno e i molti piccoli fastidi durante il giorno, derivanti dalle condizioni economiche della mia situazione domestica, mi causano spesso, in questi ultimi tempi, delle ricadute»36. Ancora in aprile dichiarò: «mi sento così male per la storia della mia bile che questa settimana non posso né pensare, né leggere, né scrivere, né fare qualsiasi cosa, eccetto gli articoli per il Tribune. Questi, naturalmente, non li devo saltare, perché, appena possibile, devo saldare i miei debiti per evitare la rovina»37.

In quel periodo, Marx aveva completamente rinunciato ai rapporti politici organizzati e alle relazioni private: ai pochi amici rimasti raccontava di vivere «come un eremita»38 o che «il paio di conoscenti li si vede di rado, e tutto sommato non è una gran perdita»39. Ad alimentare le sue speranze, e a svolgere una funzione di pungolo per il prosieguo del suo lavoro, restarono, accanto al continuo incoraggiamento di Engels, la recessione e la sua diffusione su scala mondiale: «tutto sommato, la crisi ha scavato come una brava vecchia talpa»40. Il carteggio con Engels documenta gli entusiasmi suscitati nel suo animo dal procedere degli avvenimenti. In gennaio, dopo aver letto le notizie del «Manchester Guardian [Il difensore di Manchester]» che giungevano da Parigi, esclamò: «pare che tutto vada meglio di quanto ci si aspettava»41 e, a fine marzo, commentando gli sviluppi dei fatti, aggiunse: «in Francia il fracasso va avanti nel miglior modo possibile. Sarà difficile che la calma duri oltre l’estate»42. E se pochi mesi prima aveva pessimisticamente affermato: «dopo le esperienze degli ultimi dieci anni, il disprezzo per le masse come per gli individui deve essere così cresciuto in ogni essere pensante che odi profanum vulgus at arceo è una regola di vita quasi imposta. Ciò nonostante, anche questi sono stati d’animo da filisteo, che verranno spazzati via dalla prima tempesta»43, in maggio sosteneva soddisfatto: «nell’insieme il periodo attuale è gradevole. A quanto pare la storia è in procinto di prendere ancora un nuovo inizio e i segni della dissoluzione ovunque sono deliziosi per ogni mente che non sia propensa alla conservazione dello stato di cose esistenti»44.

Anche Engels non fu da meno. Con grande fervore riferì a Marx che nel giorno dell’esecuzione di Felice Orsini, il democratico italiano autore del fallito attentato a Napoleone III, si era svolta a Parigi una grande manifestazione operaia di protesta: «in un periodo in cui il grande fracasso si avvicina, è bello assistere ad un appello del genere e sentire rispondere da centomila uomini: presente!»45. Egli, inoltre, in funzione dei possibili sviluppi rivoluzionari, studiò l’imponente consistenza delle truppe francesi e avvertì Marx che, per vincere, sarebbero state necessarie la formazione di società segrete nell’esercito oppure, come nel 1848, una presa di posizione anti-bonapartista della borghesia. Presagì, infine, che le secessioni dell’Ungheria e dell’Italia e le insurrezioni slave avrebbero duramente colpito l’Austria, vecchio bastione reazionario, e che a ciò si sarebbe aggiunto un contraccolpo generalizzato della crisi in tutte le grandi città e nei distretti industriali. Insomma, ne era convinto: «dopo tutto, ci sarà un violento fracasso»46. Guidato da questo ottimismo, Engels riprese i suoi esercizi di equitazione, ma stavolta con un obiettivo in più; scrisse infatti a Marx: «ieri ho saltato col mio cavallo un terrapieno e una siepe alti cinque piedi e qualche pollice: il salto più alto che abbia mai fatto […] quando torneremo di nuovo in Germania, avremo certamente qualcosa da insegnare alla cavalleria prussiana. Sarà difficile per quei signori starmi dietro»47. La risposta fu di ironico compiacimento: «mi congratulo con te per le tue prodezze equestri. Soltanto non fare salti troppo pericolosi, perché presto verrà un’occasione più importante per rischiare di rompersi il collo. Non credo sia la cavalleria la specialità in cui tu sei più necessario per la Germania»48.

La vita di Marx, invece, si complicò ulteriormente. In marzo, Lassalle gli comunicò che l’editore Franz Duncker di Berlino aveva accettato di pubblicarne l’opera in fascicoli, ma, paradossalmente, questa buona notizia si trasformò in un ulteriore fattore destabilizzante. Una nuova causa di turbamento andò ad aggiungersi alle altre: l’ansia. Come riportato nell’ennesimo bollettino medico indirizzato ad Engels, stilato nell’occasione da Jenny von Westphalen,

bile e fegato sono di nuovo in subbuglio. […] Al peggioramento delle sue condizioni contribuisce molto l’inquietudine morale e l’agitazione, che naturalmente ora, dopo la conclusione del contratto con l’editore, è ancora maggiore e cresce di giorno in giorno, perché gli è assolutamente impossibile portare a termine il lavoro49.

Durante l’intero mese di aprile Marx fu colpito dal più violento attacco di fegato di cui avesse mai sofferto e non poté lavorare affatto. Egli si concentrò esclusivamente sui pochi articoli da mandare al «New-York Tribune», indispensabili a garantire la sopravvivenza, e fu costretto, per giunta, a dettarli alla moglie, prestata al «servizio di segretaria»50. Non appena riuscì di nuovo a impugnare la penna, informò Engels che la causa del suo silenzio era stata semplicemente l’«incapacità di scrivere», manifestatasi «non solo letterariamente, ma nel senso letterale della parola». Affermò, inoltre, che «l’ansia continua di rimetter[si] al lavoro e poi, di nuovo, l’incapacità di farlo, avevano contribuito a peggiorare il male». Le sue condizioni restavano comunque pessime:

non sono in grado di lavorare. Se mi metto a scrivere per un paio di ore, devo stare sdraiato tutto dolorante un paio di giorni. Mi aspetto, per tutti i diavoli, che questo stato di cose finisca con la prossima settimana. Non poteva mai essermi più inopportuno di adesso. Evidentemente, durante l’inverno ho esagerato nel lavorare di notte. Hinc illae lacrimae51.

Provò, allora, a ribellarsi alla malattia, ma dopo aver assunto grandi dosi di farmaci, e senza averne tratto alcun beneficio, si arrese alle indicazioni terapeutiche del medico che gli impose di cambiare aria per una settimana e di «desistere, per un certo tempo, da ogni lavoro intellettuale»52. Decise così di raggiungere Engels, al quale annunciò: «ho appeso il dovere a un chiodo»53. Naturalmente, poi, nei venti giorni trascorsi a Manchester, egli continuò a lavorare al Capitolo sul capitale e scrisse le ultime pagine dei Grundrisse.

9.4 In lotta con la società borghese

Rientrato a Londra, Marx avrebbe dovuto redigere il testo da dare alle stampe. Tuttavia, nonostante fosse già in ritardo con l’editore, ne differì ancora la stesura. La sua natura ipercritica prevalse, anche in quella occasione, sulle esigenze pratiche. Comunicò infatti a Engels:

durante la mia assenza è uscito a Londra un libro di Maclaren su tutta la storia del denaro circolante che, secondo gli estratti dell’Economist, è di prim’ordine. Il libro non è ancora in biblioteca […]. Io devo naturalmente leggerlo prima di scrivere il mio. Perciò mandai mia moglie alla City dalla casa editrice, ma con spavento trovammo che esso costa nove scellini e sei pence, cioè più di quanto conteneva la nostra cassaforte. Mi faresti perciò un grande favore se potessi inviarmi un vaglia per l’ammontare di questa somma. È probabile che nel libro non ci sia nulla di nuovo per me, solo che, vista l’importanza datagli dall’Economist, e dopo gli estratti che io stesso ho letto, la mia coscienza teorica non mi permette di procedere senza conoscerlo54.

La “pericolosità” delle recensioni dell’«Economist [L’economista]» sulla già provata quiete familiare, la moglie Jenny spedita in centro per procurarsi l’origine dei nuovi dubbi teorici, i risparmi che non bastavano ad acquistare neanche un libro e le consuete richieste all’amico di Manchester che dovevano essere puntualmente esaudite: come meglio descrivere la vita di Marx durante quegli anni e, in particolare, di cosa fosse capace la sua «coscienza teorica»55?

Oltre alla sua complessa indole, le due “nemiche” di sempre, malattia e miseria, contribuirono a ritardare ancora il completamento del suo lavoro. Le sue condizioni di salute, come testimoniano i racconti a Engels, peggiorarono nuovamente: «il malessere di cui ho sofferto prima di partire per Manchester fu di nuovo – per tutta l’estate – cronico, sicché scrivere anche un po’ mi costa uno sforzo enorme»56. Inoltre, questi mesi furono segnati da insopportabili affanni economici che lo obbligarono a convivere, costantemente, con lo «spettro di un’inevitabile catastrofe finale»57. Di nuovo in preda alla disperazione, in luglio Marx spedì a Engels una lettera che documenta icasticamente la realtà in cui visse:

è necessario considerare in comune se, in qualche modo, si può trovare una via d’uscita all’attuale situazione, perché non è assolutamente più sostenibile. Il risultato immediato è stato che io sono già completamente incapace di lavorare, mentre in parte perdo il tempo migliore correndo qua e là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia forza di astrazione, forse in conseguenza del maggiore deperimento fisico, non resiste più agli strazi della casa. Mia moglie ha i nervi logorati per questa miseria […]. L’intera faccenda si riduce a questo: le esigue entrate non sono mai destinate al mese che viene, ma bastano sempre solo per i debiti […] così questa miseria non è rimandata che di quattro settimane, durante le quali bisogna pure, in una maniera o in un’altra, tirare avanti. […] neanche vendere all’asta i miei mobili basterebbe a placare i creditori di qui ed assicurarmi una ritirata senza ostacoli in un buco qualsiasi. Lo spettacolo di rispettabilità mantenuto finora è stato il solo mezzo per impedire un crollo. Io, per conto mio, me ne fregherei di vivere a Whitechapel [il quartiere orientale di Londra dove, all’epoca, abitava grande parte della popolazione operaia], se potessi finalmente trovare un’ora di tranquillità e dedicarmi ai miei lavori. Per mia moglie, però, nel suo stato di salute, una metamorfosi del genere potrebbe avere delle conseguenze pericolose; e anche per le ragazze, che attraversano l’adolescenza, non sarebbe proprio adatto. […] Non augurerei ai miei peggiori nemici di passare attraverso il pantano in cui mi trovo da otto settimane, con la più grande rabbia per giunta che il mio intelletto, attraverso le più grandi seccature, va in malora e la mia capacità di lavoro sarà spezzata58.

Malgrado lo stato di estrema indigenza, Marx non si lasciò sopraffare dalla precarietà della propria condizione e, riferendosi all’intento di completare la sua opera, dichiarò all’amico Joseph Weydemeyer: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una macchina per fare denaro»59.

Intanto, col trascorrere dei mesi, la crisi economica si affievolì e ben presto i mercati ripresero a funzionare regolarmente60. In agosto, infatti, Marx si rivolse scoraggiato a Engels: «nelle ultime settimane il mondo è ridiventato maledettamente ottimista»61; e questi, riflettendo sul modo in cui era stata assorbita la sovrapproduzione di merci, asserì: «non si era ancora mai visto un deflusso così rapido di una ondata tanto violenta»62. La certezza della rivoluzione alle porte, che aveva animato entrambi dall’autunno del 1856 e aveva stimolato Marx a scrivere i Grundrisse, lasciò il posto alla più cocente disillusione: «non c’è guerra. Tutto è borghese»63. E se Engels si scagliò contro il «sempre maggiore imborghesimento del proletariato inglese», fenomeno che, a suo giudizio, avrebbe portato la nazione sfruttatrice del mondo intero ad avere un «proletariato borghese accanto alla borghesia»64, Marx si aggrappò, fino all’ultimo, ad ogni episodio minimamente significativo: «nonostante la svolta ottimistica del commercio mondiale […] è almeno consolante che in Russia sia cominciata la rivoluzione, perché io considero la convocazione generale dei “notabili” a Pietroburgo quale suo inizio». Le sue speranze investirono anche la Germania – «in Prussia le cose stanno peggio che nel 1847» – nonché la sollevazione della borghesia ceca per l’indipendenza nazionale: «ci sono dei moti straordinari tra gli slavi, specialmente in Boemia, che invero sono controrivoluzionari, ma offrono fermento al movimento». Infine, causticamente, come se si sentisse tradito, affermò: «non farà per niente male ai francesi se vedranno che il mondo si è mosso anche senza di loro»65.

Tuttavia, Marx dovette arrendersi all’evidenza: la crisi non aveva provocato le conseguenze sociali e politiche previste con tanta sicurezza. Eppure, egli era ancora fermamente persuaso che la rivoluzione in Europa fosse solo questione di tempo e che il problema, semmai, si sarebbe posto rispetto ai nuovi scenari mondiali aperti dalle trasformazioni economiche. Così, in una sorta di bilancio politico degli avvenimenti più recenti e di riflessione sulle prospettive future, scrisse a Engels:

Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta, il suo XVI secolo – un XVI secolo che spero suonerà a morte per lei come il primo che l’adulò in vita. Il vero compito della società borghese è la creazione del mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggia sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, mi sembra che, con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura della Cina e del Giappone, questo compito sia stato portato a termine. La questione difficile per noi è: sul continente la rivoluzione è imminente e prenderà anche subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente soffocata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è ancora ascendente su un’area molto maggiore?66

Questi pensieri racchiudono due delle più significative previsioni di Marx: quella giusta, che lo portò a intuire, più di ogni altro suo contemporaneo, lo sviluppo su scala mondiale del capitalismo, e quella errata, legata alla convinzione dell’avvento ineluttabile della rivoluzione proletaria in Europa.

Le lettere ad Engels contengono, infine, le mordaci critiche che Marx rivolse a quanti, pur militando nel campo progressista, restavano pur sempre suoi avversari politici. Esse toccarono, oltre a uno dei suoi bersagli preferiti, Pierre Joseph Proudhon, principale esponente del socialismo al tempo egemone in Francia, che Marx considerò il «falso fratello»67 di cui il comunismo doveva sbarazzarsi, molti altri esponenti politici. Con Lassalle, ad esempio, Marx ebbe frequentemente un rapporto di rivalità e quando ricevette il suo ultimo libro, La filosofia di Eraclito, l’oscuro di Efeso, non si smentì e lo liquidò come «un insulso pasticcio»68. Nel settembre del 1858 Giuseppe Mazzini pubblicò il suo nuovo manifesto sulla rivista «Pensiero ed Azione», ma Marx, che non nutriva dubbi sul suo conto, profferì: «sempre il vecchio somaro»69, che invece di analizzare le ragioni della sconfitta del 1848-49, «ancora si affanna a propagandare panacee per la cura della […] paralisi politica»70 dell’emigrazione rivoluzionaria. Riferendosi invece a Julius Fröbel, deputato dell’assemblea di Francoforte del 1848-49 e tipico rappresentante dei democratici tedeschi rifugiatisi all’estero e poi allontanatisi dalla vita politica, inveì: «tutti questi individui appena hanno trovato il loro pane e formaggio, chiedono solo un pretesto qualsiasi per dire addio alla lotta»71. Infine, più ironico che mai, derise la “attività rivoluzionaria” di Karl Blind, uno dei capi dell’emigrazione tedesca a Londra:

attraverso un paio di conoscenti ad Amburgo, egli fa recapitare ai giornali inglesi lettere (da lui stesso redatte), nelle quali si parla dello scalpore che fanno i suoi libelli anonimi. In seguito, i suoi amici scrivono di nuovo sui giornali tedeschi quale gran conto [ne] abbiano dato quelli inglesi. Questo, vedi, significa essere un uomo d’azione72.

L’impegno politico di Marx fu di tutt’altra natura. Se egli non smise mai di lottare contro la società borghese, con eguale costanza conservò la consapevolezza che, in questa battaglia, il suo compito principale era quello di forgiare la critica del modo di produzione capitalistico, per assolvere il quale erano necessari uno studio rigorosissimo dell’economia politica e l’analisi costante degli avvenimenti economici. Per questa ragione, nelle fasi in cui la lotta di classe cedette il passo al riflusso, egli decise di utilizzare le proprie forze nel miglior modo possibile e si tenne lontano dai vani complotti e dagli intrighi personali cui si riducevano le contese politiche dell’epoca: «dal processo di Colonia [quello contro i comunisti del 1853], mi sono completamente ritirato nella mia stanza da studio. Il mio tempo mi era troppo prezioso per sciuparlo in fatiche inutili e litigi meschini»73. Infatti, nonostante lo stillicidio delle tante difficoltà, Marx proseguì nel suo lavoro e, nel giugno del 1859, pubblicò Per la critica dell’economia politica. Primo fascicolo, scritto di cui i Grundrisse erano stati il più ampio laboratorio iniziale.

Simili ai precedenti, per Marx volse al termine anche quell’anno, così riassunto da sua moglie Jenny: «[il] 1858 non fu per noi né buono né cattivo; fu un anno in cui i giorni si susseguirono, ciascuno completamente uguale all’altro. Mangiare e bere, scrivere articoli, leggere i giornali e andare a spasso: questa fu tutta la nostra vita»74. Giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, Marx continuò a lavorare alla sua opera per il resto della vita. A guidarlo nel gravoso lavoro di stesura dei Grundrisse e dei tanti altri voluminosi manoscritti preparatori di Il capitale, assieme alla grande determinazione della sua personalità, vi fu l’inestirpabile certezza che la sua esistenza apparteneva al socialismo, la causa dell’emancipazione di milioni di donne e uomini.

Bibliografia:

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Marx, Jenny, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977.

Marx, Karl, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976.

Marx, Karl, Il nuovo manifesto di Mazzini, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983.

Marx, Karl - Engels, Friedrich, Lettere 1856-1859, in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol. LX, Editori Riuniti, Roma 1973.

Marx, Karl - Engels, Friedrich, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982.

Orazio, Odi Epodi, Garzanti, Milano 2005.

Terenzio, Andria, Mondadori, Milano 1993.

1 K. Marx, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 176.

2 Alla loro morte si aggiunse, nel luglio del 1857, quella di un altro figlio morto poco dopo il parto.

3 J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 216. Secondo la moglie di Marx, quel cambiamento era divenuto assolutamente necessario: «poiché tutti diventavano filistei, non potevamo continuare a vivere come bohémiens», Ibid. Sulla vita di Marx nella capitale inglese cfr. A. Briggs – J. Callow, Marx in London, Lawrence and Wishart, London 2008.

4 Karl Marx a Friedrich Engels, 26 settembre 1856, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 76.

5 Friedrich Engels a Karl Marx, dopo il 26 settembre 1856, ivi, p. 78.

6 Karl Marx a Friedrich Engels, 20 gennaio 1857, ivi, p. 98.

7 Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 333.

8 Karl Marx a Friedrich Engels, 18 marzo 1857, ivi, p. 114.

9 Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1857, ivi, p. 103.

10 Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 599.

11 Karl Marx a Friedrich Engels, 31 ottobre 1857, ivi, p. 216.

12 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, ivi, p. 236.

13 Karl Marx a Friedrich Engels, 13 novembre 1857, ivi, p. 217.

14 Friedrich Engels a Karl Marx, 22 aprile 1857, ivi, p. 131.

15 Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299. Anche se contengono alcune riflessioni interessanti, gli articoli per l’enciclopedia furono bollati da Engels come «lavori a puro scopo di guadagno […] che possono tranquillamente restare sepolti», cfr. Friedrich Engels a Hermann Schlüter, 29 Gennaio 1891, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 18. Per l’edizione italiana di questi scritti, si rimanda al volume di recente pubblicazione K. Marx – F. Engels, Voci per The New American Cyclopædia, Lotta Comunista, Milano 2003.

16 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 234.

17 Karl Marx a Friedrich Engels, 28 gennaio 1858, ivi, p. 280.

18 Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299.

19 Karl Marx a Friedrich Engels, 22 maggio 1857, ivi, p. 141.

20 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 luglio 1857, ivi, p. 154.

21 Friedrich Engels a Karl Marx, 11 luglio 1857, ivi, p. 155.

22 Marx si era già occupato a lungo dell’India durante il 1853. Cfr. i saggi I. Habib, Marx’s Perception of India; e Prabhat Patnaik, Appreciation: The Other Marx, contenuti in K. Marx, India (a cura di Iqbal Husain), Tulika Books, New Delhi 2006, pp. xix-liv e lv-lxviii. In proposito cfr. anche A. Ahmad, In Theory: Classes, Nations, Literatures, Verso, London 1992, cap. 5: Marx on India: A Clarification.

23 Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 272.

24 Karl Marx a Friedrich Engels, 15 agosto 1857, ivi, p. 166.

25 Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 272.

26 Friedrich Engels a Karl Marx, 29 ottobre 1857, ivi, p. 214.

27 Friedrich Engels a Karl Marx, 15 novembre 1857, ivi, p. 223.

28 Friedrich Engels a Karl Marx, 31 dicembre 1857, ivi, p. 258.

29 Jenny Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 686.

30 Karl Marx a Friedrich Engels, 5 gennaio 1858, ivi, pp. 260-1.

31 Friedrich Engels a Karl Marx, 6 gennaio 1858, ivi, p. 262.

32 Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.

33 Karl Marx a Friedrich Engels, 11 gennaio 1858, ivi, p. 269.

34 Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 577.

35 Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 273.

36 Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, p. 326.

37 Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 329.

38 Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 21 dicembre 1857, ivi, p. 575.

39 Karl Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 573.

40 Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 300.

41 Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1858, ivi, p. 276.

42 Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, pp. 326-7

43 Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 579. La citazione latina «ho in odio la plebe ignorante e le sto lontano» è tratta da Orazio, Odi Epodi, libro III, 1, Garzanti, Milano 2005, p. 147 (traduzione modificata dall’autore).

44 Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 588.

45 Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 319.

46 Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 322.

47 Friedrich Engels a Karl Marx, 11 febbraio 1858, ivi, p. 293.

48 Karl Marx a Friedrich Engels, 14 febbraio 1858, ivi, pp. 294-95.

49 Jenny Marx a Friedrich Engels, 9 aprile 1858, ivi, p. 689.

50 Karl Marx a Friedrich Engels, 23 aprile 1857, ivi, p. 132.

51 Karl Marx a Friedrich Engels, 29 aprile 1858, ivi, p. 339. La citazione latina «ecco il motivo delle lacrime» è tratta da Terenzio, Andria, Atto 1 scena 1, Mondadori, Milano 1993, p. 19.

52 Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 587.

53 Karl Marx a Friedrich Engels, 1 maggio 1858, ivi, p. 342.

54 Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, pp. 343-4.

55 Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, p. 344.

56 Karl Marx a Friedrich Engels, 21 settembre 1858, ivi, p. 369.

57 Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, p. 354.

58 Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, pp. 354-7.

59 Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 600.

60 Sui principali eventi della crisi del 1857 si rimanda a: J. S. Gibbons, The Banks of New-York, Their Dealers, the Cleaning House, and the Panic of 1857, Appleton & Co., New York 1859, in particolare pp. 343-99; D. Morier Evans, The History of the Commercial Crisis, 1857-58, Burt Franklin, New York 1860; Charles W. Calomiris e Larry Schweikart, The Panic of 1857: Origins, Transmission, and Containment, in «Journal of Economic History», vol. 51 (1991), n. 4, pp. 807–34.

61 Karl Marx a Friedrich Engels, 13 agosto 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 367.

62 Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.

63 Karl Marx a Friedrich Engels, 11 dicembre 1858, ivi, p. 390.

64 Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.

65 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 376.

66 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, pp. 376-7.

67 Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 602.

68 Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.

69 Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 375.

70 K. Marx, Il nuovo manifesto di Mazzini, 13 Ottobre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 38.

71 Karl Marx a Friedrich Engels, 24 novembre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 386.

72 Karl Marx a Friedrich Engels, 2 novembre 1858, ivi, p. 382.

73 Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 601.

74 J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, op. cit., p. 217.