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Alfonso Berardinelli, La Repubblica

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Diego Gabutti, Italia Oggi

Dostoevskij indovinò le derive della rivoluzione. Marx invece era convinto che i terroristi russi avrebbero portato la democrazia

Per essere uno che non intendeva «prescrivere ricette […] per l’osteria dell’avvenire», come ci ricorda Marcello Musto in un saggio dedicato ai suoi ultimi anni, Karl Marx finì per prestare la sua zazzera (un Che Guevara molto in anticipo sui tempi) a chi, senza preoccuparsi delle controindicazioni, non fece che prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire a intere nazioni.

Chiunque abbia letto Marx senza passare attraverso gl’interpreti, ciascuno dei quali se lo è rigirato come voleva, sa benissimo che Marx, noto ai contemporanei come Red Terror Doctor, non somigliava granché all’immagine che, negli ultimi centocinquant’anni, ne è stata tramandata dai marxisti di tutte le scuole, molte delle quali si sono combattute (e spesso sterminate) a vicenda. Marx, che evidentemente sentiva arrivare la tempesta, avendola anticipata (nel suo piccolo) anche un po’, si dichiarò pubblicamente «non marxista». Ben detto, ma ci voleva altro. C’era la sua barba, dopotutto, per non parlare della sua redingote male in arnese da vecchio bohémien, sulle bandiere dei partiti socialisti e comunisti. C’era lui, Karl Marx in posa per la fotografia, nella galleria dei ritratti di maestri del proletariato che la peggior feccia ideologica del XX secolo portò spericolatamente in corteo dal 1917 fino all’altro ieri. Lui ed Engels, lui e Lenin, lui e Stalin, lui e il Presidente Mao. Era Marx – l’autore del Manifesto, della Questione ebraica e del Capitale – a controfirmare le ricette da osteria dell’avvenire che tutti quei Conducator e segretari generali prescrivevano ai popoli, altrettante medicine che giravano peggio dei vaccini secondo Beppe Grillo.

Negli ultimi, immerso in letture antropologiche, incapace di metter mano al secondo volume del Capitale, intorno al quale ormai si gingillava da tre lustri, a Marx toccarono onori e disgrazie. Era considerato un grand’uomo dalle opposizioni operaie sia in Europa che nelle Americhe; il Manifesto che lui ed Engels avevano scritto nel 1848 era diventato la Bibbia del proletariato militante; i capi dei nascenti partiti socialisti facevano la fila davanti alla porta della sua casa londinese, il cui affitto era pagato da Engels. Aveva anche parecchi nemici, naturalmente: gli anarchici (che erano passati dalla parte di Mikhail Bakunin, l’altra rock star del movimento operaio internazionale) e la polizia inglese (ma era simpatico, sembra, alla Regina Vittoria, dalla quale ebbe forse un invito per il tè). Insieme agli onori, le disgrazie: la morte della moglie, Jenny von Westphalen, e della figlia Jenny (che si chiamava come la madre e che, come lei, morì di tumore). Marx sopravvisse di poco all’una e all’altra. Nemmeno la matematica, con la quale si dilettava da quando gli studi economici non gli davano più la soddisfazione d’un tempo, potè consolarlo. Anche la sua salute declinava da tempo. Aveva cercato conforto e bel tempo in Algeria, ma invano. Col tempo, la sua fama si appannò, e allo scoppio della Grande guerra i «marxisti», tra i quali lui non si sarebbe annoverato, erano quasi scomparsi, a parte piccole minoranze, come i bolscevichi e i menscevichi russi. Marx e le sue teorie tornarono in hit parade con la rivoluzione russa, che trasformò il marxismo in una religione, e fece della sua guerra al modo di produzione capitalistico una jihad.

Gli ultimi anni di Marx furono anche quelli in cui questo campione del proletariato industriale s’incapricciò della proprietà comune agricola russa e del terrorismo populista. Definì le imprese dei terroristi russi «una fiaba». Erano gli stessi anni in cui Dostoesvskij metteva in guardia il mondo dal nichilismo di cui proprio il populismo armato dei terroristi russi era l’avanguardia. Dostoevskij indovinò le derive della rivoluzione; Marx, convinto che i terroristi avrebbero portato la democrazia in Russia, sbagliò anche questa previsione, come tutte le altre.

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William A. Pelz, Labor Studies Journal

In many parts of the industrialized world, workers have spent decades, if not longer, focused narrowly on their own unique situations.

Trade unions have encouraged or reflected this attitude concerning themselves with the threats to “their” members, with little concern for the rest of the working class. Solidarity has often been seen as a practice limited, at best, to those within the same nation. “Buy American” has superseded the old campaign to “look for the Union Label.” In short, nationalism has chipped away at worker solidarity and any vision of workers being part of a (united) class.

But as globalization and dramatic changes in the world economy make workers rethink the tactics and assumptions of the late twentieth century, the emphasis on national solidarity over class solidarity may be changing. Those with an awareness of the international dimension of class conflict might strengthen these insights by looking at the past. This book provides a wonderful collection of documents, many in English for the first time, from the International Working Men’s Association (IWMA), one of the first organizations to campaign for global labor solidarity. Usually portrayed as little more than a sounding board for Marx’s ideas, this organization lasted just over a decade from its formation in 1864. Despite a short life span, the ideas raised within the organization (not just by big names like Bakunin or Marx) helped provide an alternative worldview to the developing labor movement in Western Europe and the United States. While this expertly edited volume doubtlessly has appeal to historians, those in labor studies may be surprised to find that debates from a century and half ago can echo as if from last week.

Although this book contains many classic works by Karl Marx, such as writings on the Paris Commune, it is works from those authors commonly unknown to history that will most surprise the reader. Consider the 1872 demands of the “Central Section of Working Women of Geneva.” In these documents, the women ask that all future agreements within a trade give women the same wages and rights as men doing the same work. In a pre-Internet world, this organization not only advocated for the equal treatment of women workers but also served as a vital information center that circulated information on wage disputes and work actions with an eye to actively discouraging strike breaking and building cross-border solidarity.

Nor did the IWMA limit itself to only immediate “bread-and-butter” issues. It played an important role in organizing support for the North during the American Civil War and convinced labor support to tilt the balance against British intervention on behalf of the Confederacy. Issues like Polish independence and the oppression of the Irish people were also addressed while rejecting the racial stereotypes common in the nineteenth century. Numerous documents show the IWMA’s rejection of war, something most members saw as a tactic used by rulers without regard to the human cost paid by the common people.

Workers Unite! The International 150 Years Later is a valuable resource that does more than recount the past. It provides ideas that, although from the past, may and must be pondered for those worried about the future of labor. Although technology has changed, and with it workers’ lifestyles, the basic conflicts faced by the working class are the same as they were a century and half ago. This publication will give contemporary readers a fresh look at the issues facing workers of the past so that they may glean some insight into our future.

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Marx, la critica preveggente

Professor musto, partiamo dall’attualità di marx. perchè recuperare il suo pensiero, e soprattutto: di cosa parliamo quando ci rivolgiamo ancora alle sue opere per capire il presente, di un fantasma che ci inquieta, di una presenza ingombrante, di un tesoro da disseppellire.

Del ritorno a Marx per la sua attenta e preveggente analisi del modo di produzione capitalistico si è parlato molto, in seguito all’ultima crisi del capitalismo scoppiata nel 2008. É stato soprattutto per questa ragione che, in Nord America e in molti paesi europei, sono riapparsi corsi universitari e conferenze internazionali a lui dedicati o che i suoi testi sono rispuntati sugli scaffali delle librerie. Lo scenario politico, seguito all’implosione dell’Unione Sovietica, aveva precedentemente contribuito a liberare la figura di Marx dal simbolo di baluardo dell’apparato statale, affibbiatogli dai bolscevichi russi.

Anche la ricerca sulla sua opera, abbandonata dopo il 1989, è ripresa in modo significativo, producendo, talvolta, risultati rilevanti ed innovativi. In Germania, ad esempio, negli ultimi anni, sono stati pubblicati diversi manoscritti marxiani precedentemente inediti. Queste nuove acquisizioni testuali hanno contribuito a modificare il profilo di Marx, a renderlo più nitido e veritiero. Tutt’altro che eurocentrico, economicista e assorbito dal solo conflitto di classe – come è stato spesso, erroneamente, raffigurato.

Mettere in luce questo Marx, e mostrarne le significative differenze rispetto a tanti critici che non lo hanno mai letto o a diversi presunti seguaci, è stato l’obiettivo che ha animato il mio lavoro più recente, L’ultimo Marx 1881-1883 (Donzelli 2016), nel quale ho affrontato uno dei periodi meno esplorati della sua biografia intellettuale.

 

Cosa recuperare del suo pensiero?

Ritengo che il recupero del pensiero politico di Marx – non soltanto la sua critica del capitalismo, dunque – sia di enorme importanza. É vero che egli dichiarò che tra i suoi interessi non vi fu mai quello di “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire”, ovvero di enunciare dogmaticamente un sistema socialista. Tuttavia, esistono sue numerose e rilevanti considerazioni in proposito. Esse sono rintracciabili in tre ambiti: 1) nelle critiche alle idee ritenute teoricamente sbagliate, o politicamente fuorvianti, dei socialisti a lui contemporanei; 2) negli scritti dettati dalla necessità di fornire, alle organizzazioni della classe proletaria del suo tempo, indicazioni piu concrete sul profilo della società per la quale esse stavano lottando; e 3) in Il capitale e nei suoi numerosi manoscritti preparatori. Furono proprio le osservazioni critiche sul capitalismo, infatti, a generare le migliori riflessioni sulla società comunista.

Un attento studio delle considerazioni sul socialismo, presenti negli interventi menzionati, permette di distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, numerosi crimini ed efferatezze. In tal modo, è possibile ricollocare il progetto politico marxiano nell’orizzonte che gli spetta: la lotta per l’emancipazione di quella che Saint Simon definì “la classe più povera e laboriosa”.

Le osservazioni di Marx sul comunismo non vanno considerate come un modello al quale attenersi, né, tantomeno, quali le soluzioni che Marx avrebbe pensato di applicare, indifferentemente, in luoghi e tempi diversi. Tuttavia, esse costituiscono un cospicuo e preziosissimo tesoro teorico ancora utile per la sinistra, soprattutto se si considera l’assenza di serie analisi su cosa e perché non ha funzionato dei socialismi del XX secolo.

 

Marxismo e totalitarismo. Si gioca qui, forse, lo snodo che rende il pensiero di marx ancora per molti impopolare e “sorpassato”?

Credo che occorra distinguere con attenzione tra Marx e alcuni “marxismi”. Al primo non è imputabile alcuna contiguità con il totalitarismo. Se si leggono gli scritti di Marx si scoprirà il valore fondamentale che aveva, nella sua teoria, quello che egli definì in Il capitale il “principio fondamentale” del comunismo: il “pieno e libero sviluppo di ogni individuo”. Questo è Marx. É il pensatore dell’autogoverno della comunità, di un’associazione di donne e uomini che convivono, liberamente uniti, in società. Si tratta di un aspetto essenziale della sua concezione, che va riscattato al più presto dalla sinistra. Fin quando la bandiera della “libertà” rimarrà surrettiziamente nelle mani delle destre, le forze progressiste resteranno inchiodate alle sconfitte del passato.

Oltre Marx, vorrei dire che anche quando si parla del marxismo novecentesco, sarebbe errato assimilare questa imponente e variegata esperienza politica – come purtroppo è accaduto nel panorama culturale italiano degli ultimi 25 anni – con le pagine più buie del “socialismo reale”. Per caso Antonio Gramsci, Rosa Luxemburg o Walter Benjamin, per citare solo alcuni nomi, possono essere accusati di simpatie dittatoriali? In realtà sono stati rivoluzionari e pensatori che hanno combattuto il totalitarismo. Quante altre tradizioni politiche possono vantare figure di eguale prestigio?

 

è d’accordo sul fatto che, proprio sull’onda di macherey, marx sia attualissimo perchè svela che la “produttività” del soggetto non consiste solo nei rapporti di lavoro dentro la fabbrica ma in una più allargata economia delle forze, che lo vuole flessibile, colonizzato nei tempi di vita, assoggettato, orientato da norme che non distingue più come tali?

Si e sono diversi gli autori che sostengono che nei nostri giorni l’analisi di Marx sia addirittura più attuale che al suo tempo. Quando egli lavorava a Il capitale, il modo di produzione borghese era sviluppato in Inghilterra e in pochi altri centri industriali, mentre oggi è un vero sistema mondo, che si estende dalla Patagonia alla Cina. Inoltre, esso invade e condiziona, in senso negativo, tutti gli aspetti dell’esistenza umana, non solo le ore durante le quali era una volta confinata l’attività lavorativa. Infine, attraverso la sua voracità, sta rapidamente distruggendo l’ambiente (altro tema ampiamente trattato da Marx) e mettendo a rischio il pianeta. Il ritorno a Marx significa anche la necessità di interrogare il maggiore esponente del pensiero socialista sulle alternative di sistema alla società nella quale viviamo.

 

La “rivoluzione permanente” del capitalismo è la grande scoperta di marx. Chi è oggi il garante dell’emancipazione?

Utilizzando Marx, direi che vi è un unico vero garante dell’emancipazione: la partecipazione diretta delle masse. Non è, infatti, un caso che uno dei punti principali da lui inseriti negli statuti della Prima Internazionale reciti che “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi”. La storia ha mostrato che leader carismatici e politburo, che pretendono di agire in nome del popolo, si sono quasi sempre dimostrati scorciatoie molto pericolose.

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Carmine Castoro, L’Unità

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Antonio Carioti, Corriere della Sera (La Lettura)

La vena fatalista nelle idee di Marx

È un bel ritratto di un uomo eccezionale al tramonto della sua vita, quello che Marcello Musto ci offre nel libro L’ultimo Marx (Donzelli, pp. 148, e 24), apprezzabile soprattutto per l’intreccio fra l’attività intellettuale del protagonista e il versante umano, denso purtroppo di terribili dolori, in quel biennio 1881-83, per l’autore del Capitale.

Lascia tuttavia perplessi il modo in cui l’autore descrive un Marx del tutto immune dalla «trappola del determinismo economico», nella quale sarebbero invece caduti in pieno i suoi seguaci e «presunti continuatori», verso i quali Musto è assai aspro. Di certo il filosofo di Treviri mantenne desta fino all’ultimo la sua formidabile curiosità, che lo portò a studiare l’antropologia e le comunità agricole russe. Era lontano da ogni rigido schematismo e ben consapevole della necessità di valutare con attenzione le specificità storiche di ogni Paese. Ma proprio alcuni testi citati da Musto confermano che Marx riteneva di aver definito una «visione scientifica dell’inevitabile disgregazione dell’ordine sociale dominante», basata sull’idea che il capitalismo stesse creando «condizioni materiali di produzione, che esse soltanto possono costituire la base reale d’una forma superiore di società». Non troviamo qui una buona dose di determinismo? Più avanti Musto rimprovera a Marx di aver usato in un brano l’aggettivo «fatale», che però evidentemente rifletteva la sua valutazione dei fatti. Va poi considerato che l’autore del Capitale non volle mai essere un filosofo puro, ma l’ispiratore di un movimento politico. Ed è evidente che, per arrivare con efficacia alle masse, il suo pensiero doveva essere presentato in forma semplificata, con l’accento sulla certezza dell’avvento del socialismo. Del resto proprio il marxismo più segnato dal determinismo economico, la socialdemocrazia riformista, ha prodotto i frutti migliori per le classi lavoratrici, mentre quello più sbilanciato sul versante volontarista e rivoluzionario, il comunismo leninista, ha causato immani disastri.

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论马克思异化概念

本文对异化概念及其理论沿袭进行了梳理,从不同角度对异化概念及其理论的发展进行分析,其中既包括西方马克思主义流派对异化概念及其理论的继承与批判,也涉及一些西方非马克思主义流派特别是北美社会学对异化概念的应用和扩展。但是也指出这样一种理论上的变化实则反映出的是异化概念的理论枯竭,批判的维度已经让位给了中立的立场。最后作者提出了自己的观点,异化概念基本贯穿于马克思整个思想之中,不仅在其早期著作《1844年经济学哲学手稿》中集中体现出来,在后来的《政治经济学批判大纲》更是将异化的经济与政治分析密切结合,直至《资本论》中对”商品的拜物教及其秘密”的描述都显现出了这样一种理论事实。

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Antony Burlaud, Actuel Marx

C’est pour épargner au lecteur anglais une plongée dans les épais volumes publiés autrefois par l’Institut du marxisme-léninisme de l’URSS que Marcello Musto a réalisé cette anthologie de textes de l’Association internationale des travailleurs.

Il y a tout lieu de penser qu’il rend, du même coup, service au lecteur français. Car, si l’on peut trouver, en français, d’importants travaux de recherche et de bonnes synthèses sur la Première Internationale, il n’existe aucun recueil de documents récent qui donnerait un aperçu à la fois succinct et général des débats de l’AIT.

Marcello Musto propose en ouverture de son livre une introduction dense, qui retrace l’histoire de l’AIT. Il s’appuie sur des travaux relativement anciens, mais tout à fait solides (M. Molnar, G. Haupt, J. Rougerie, M. Rubel, G. M. Bravo…), ce qui lui permet de présenter une synthèse riche, honnête et convaincante, qui évite les principaux écueils d’un tel exercice. Musto évite d’abord le piège qui consisterait à prendre mécaniquement le parti de « Marx contre les proudhoniens », ou de « Bakounine contre Marx », et tâche d’examiner les positions des uns et des autres de manière nuancée. Il parvient à suivre à la fois le développement institutionnel de l’organisation et l’évolution de la ligne politique. Il s’intéresse aux positions du Conseil général, aux décisions des congrès, mais sans perdre de vue les différentes fédérations, sans dissimuler la diversité des profls qu’elles présentent, et sans oublier qu’elles se développent selon des rythmes et des modalités extrêmement contrastées. Enfn, il n’interrompt pas son récit avec l’éclatement du Congrès de La Haye (1872), mais consacre encore plusieurs pages à « l’après-Marx », aux années américaines de l’Internationale (« centraliste »), et à l’Internationale « antiautoritaire ».

Cette introduction historique est suivie d’un ample choix de textes, repartis en une douzaine de chapitres thématiques. Musto a choisi de présenter des textes relativement brefs, parfois découpés par ses soins, ce qui rend l’ensemble particuliè- rement accessible et maniable. Le parti pris pluraliste, sensible dès l’introduction, est respecté dans l’anthologie: Marx y est dûment représenté (environ un tiers des 80 textes reproduits sont de sa plume), mais une trentaine d’autres auteurs, célèbres (Bakounine, De Paepe, J. Guillaume…) ou inconnus, sont également présents. L’anthologie contient des textes classiques, comme l’Adresse inaugurale de 1864 ou des extraits de La Guerre civile en France, et aborde certains thèmes incontournables, comme la question du mutuellisme, le rôle du syndicalisme, la place de l’État, les formes d’organisation et d’action politiques, l’internationalisme. Mais elle porte aussi des sujets moins attendus, comme l’éducation, le problème de l’héritage, ou la question irlandaise. Il n’est pas question, évidemment, de donner à chaque fois un dossier complet et de restituer dans le détail l’ensemble des positions. Mais Musto s’efforce, sur les sujets les plus controversés (notamment sur l’organisation politique et le centralisme), de donner la parole aux différents protagonistes.

On peut certes regretter que le recueil ne prenne en compte que ce que Musto appelle lui-même les « textes ‘ofciels’ de l’Internationale ». Inclure d’autres sources – articles de journaux, correspondances, extraits de livres ou de mémoires – aurait sans doute permis de donner une image plus complète de ce que fut l’AIT. Une présentation synthétique au début de chaque chapitre thématique aurait également été bienvenue. Mais ces limites n’enlèvent pas grand-chose à cet ouvrage utile et bien fait, dont on ne peut que déplorer l’absence d’équivalent en langue française – alors même que beaucoup des textes qui y fgurent sont traduits du français.