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Gilberto Pierazzuoli, PerUnaltracitta.org

Karl Marx: 200 anni portati bene

Marcello Musto è professore associato di Sociologia teorica presso la York University di Toronto.

Tra le sue pubblicazioni, tradotte in oltre venti lingue, si segnalano la monografia Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011), l’antologia Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet, 2010) e i volumi collettanei Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (manifestolibri, 2005), Marx for Today (Routledge, 2012), The International After 150 Years (Routledge, 2015), I Grundrisse di Karl Marx (ETS, 2015), L’alienazione (Donzelli, 2010), Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! (Donzelli, 2014), L’ ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Donzelli, Roma 2016, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011, Karl Marx, Scritti sull’alienazione. Per la critica della società capitalistica, Testi scelti e introdotti da Marcello Musto, Donzelli, Roma 2018.
Un altro libro su Marx? Sì, ma niente di così scontato: da uno dei più preparati autori sull’argomento, una biografia centrata sul suo percorso intellettuale e politico. Una biografia che segue la nascita e lo sviluppo dei concetti che hanno condizionato la vita politica per quasi due secoli e che trovano un nuovo interesse da parte degli studiosi, al pari di quello che direttamente o indirettamente hanno continuato a significare per le classi popolari di tutto il mondo. Non si tratta di un’ulteriore esegesi dei testi “sacri” del pensatore di Treviri – al limite un aggiornamento basato sulle nuove pubblicazioni della MEGA2 –  ma di uno sforzo per portare alla luce il come l’autore sviluppava il suo ragionamento anche a partire da studi minuziosi e amplissimi che Marx faceva, annotandosi tutto in innumerevoli quaderni.
Questa massa di informazioni ci restituisce un autore assetato di conoscenza che, pur nelle difficoltà economiche e di salute, continua caparbiamente a lavorare alla sua opera principale a partire dalla pubblicazione del primo volume del 1867 che rimane in costante revisione insieme agli ulteriori volumi che usciranno postumi a cura dell’amico e sodale Friedrich Engels. Marx aggiornò più volte l’edizione tedesca in vista di nuove ristampe, mentre partecipava attivamente alle traduzioni inglese e francese della stessa, facendovi aggiunte e aggiornamenti da riversare successivamente nelle altre. Lavorando sui carteggi e sulle lettere, Musto ha raccolto una serie di informazioni che ci restituiscono un Marx che studia i modi di produzione pre capitalisti e le organizzazioni sociali di popolazioni “primitive”. Che fa studi di antropologia, scienze naturali e altre discipline. Che si interessa di evoluzionismo (spedì una copia della prima edizione del primo libro del Capitale a Darwin), proprio per escludere la rilevanza di un evoluzionismo sociale. Nell’ambito dei principi di economia politica, si interessò ai sistemi non capitalisti o pre capitalisti indagando anche il campo verso le comunità che praticavano un uso collettivo delle terre, non escludendo un loro impiego alternativo alla proprietà statale delle stesse. Musto riporta questa citazione: «il rapporto dell’essere umano con le condizioni oggettive del lavoro [era] mediato dalla sua esistenza come membro della comunità […] quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia, parte di un insieme più grande» (p. 14), intendendo inizialmente la famiglia, poi la tribù ed infine in quella comunità che è il frutto di una interrelazione (fusione o contrasto tra più tribù. Riflessione che conduce al fatto che il “libero lavoratore salariato” sarebbe comparso alla fine di un percorso storico essendo il prodotto di due contingenze: la dissoluzione delle forme sociali feudali e le nuove forme produttive che si erano formate a partire dal secolo XVI. Ad appartenere a tutte le epoche non era dunque il modo di produzione che prevede il lavoro salariato, ma due cose ben diverse: il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. «La circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione era il risultato di un processo, celato dal silenzio degli economisti» (p. 17)
Anche il pensiero di Marx era storicamente determinato: durante la crisi del ’57, a partire dalla convinzione che le crisi del capitalismo fossero intrinseche a quel modo di produzione, cicliche e quindi ricorrenti –  ma essendo spesso anche il punto nel quale le contraddizioni si accentuavano, aprendo una finestra entro la quale l’efficacia della lotta di classe e i rapporti di forza erano favorevoli al proletariato – tutto questo, faceva presagire a Marx l’imminenza della “rivoluzione”. Per poi osservare – a conflitti ormai rientrati – l’esistenza di un “proletariato borghese” accanto alla borghesia.
Musto riesce a seguire passo passo (carteggio, carteggio) il percorso intellettuale di Marx pescando tra dichiarazioni, lettere e quei magici quaderni dove Marx annotava e prendeva appunti in relazione alle sue letture. Ecco il mitico “capitolo VI inedito” che se non ci ha fornito nessuna nuova chiave interpretativa del mondo, ci riserva comunque qualche spunto interessante: «Mezzi di sussistenza e mezzi di produzione si ergono di fronte alla forza lavoro, spogliata di qualunque ricchezza materiale, come potenze autonome impersonate dai loro proprietari. Le condizioni necessarie alla realizzazione del lavoro sono estraniate all’operaio, gli appaiono come feticci dotati di volontà e di anima proprie» (p. 66) (per chi fosse interessato al suddetto capitolo, segnalo il libro di Jacques Camatte, Il capitale totale – Il “capitolo VI” inedito de “Il Capitale” e la critica dell’economia politica, Dedalo). Oppure un Marx puntiglioso che chiede a Engels di farsi dare da un suo conoscente alcune informazioni relative alla lavorazione del cotone, senza le quali non poteva “limare” il secondo capitolo del libro primo. O che dichiara di dover sottoporre a un attento esame i nuovi studi di chimica agraria realizzati in Germania, specialmente quelli di Liebig e di Schonbein che sarebbero, su questa materia, più importanti di tutti gli economisti presi insieme. E, se volete studiare sui suoi stessi testi eccone alcuni: “Storia dell’agricoltura, panorama storico dei progressi delle conoscenze agricole degli ultimi cento anni” – “La natura dell’agricoltura. Contributo a una teoria della stessa” – “Clima e regno vegetale nel tempo. Un contributo alla storia di entrambi”.
Dice Musto: «A impressionarlo molto positivamente furono, inoltre, le sue considerazioni di carattere ecologico, dalle quali traspariva la sua preoccupazione circa “la coltivazione [che], procedendo in modo naturale e non dominata consapevolmente, lascia dietro di sé dei deserti”» (p. 83). Eccovi anche una Jenny perfettamente consapevole delle discriminazioni di genere: “a noi donne tocca la parte più dura, perché più meschina. L’uomo si tempra nel combattimento contro il mondo esterno, si tempra faccia a faccia con i nemici, mentre noi – siano i nemici finanche una legione – dobbiamo stare chiuse in casa a rammendare i calzini. Questo non allontana le preoccupazioni e le piccole miserie quotidiane consumano, lentamente, ma in modo inesorabile, la forza e la gioia di vivere” (p. 86).
Il Marx che emerge dalle pagine di Musto è un personaggio per niente dogmatico, variegato e strategicamente preparato, pronto a mettere in atto anche mosse riformistiche; non disdegna perciò l’uso dello Stato, per esempio a proposito del lavoro giovanile: “non possiamo far ciò se non mediante leggi generali, che vengano attuate tramite il potere dello stato. Facendo introdurre tali leggi, la classe operaia non accrescerà la forza del potere governativo. Come ci sono leggi per difendere i privilegi della proprietà, perché non dovrebbero esistere per impedirne gli abusi? […] La classe operaia, allora, tramite una misura generale farà quanto essa tenterebbe invano di compiere con un numero altissimo di sforzi individuali” (p. 102)
C’è un Marx malato che, per questa causa, rimanda la pubblicazione dagli altri libri del Capitale e non riesce a rivedere neanche il primo, in vista di una seconda edizione o per la pubblicazione in altre lingue. Indebitato, costretto a cambiare casa o a chiedere aiuto all’amico di sempre. Ma anche uno studioso che per riposare il pensiero, si dà agli studi matematici che gli sono così connaturati da poterli utilizzare a fini distensivi. Una persona attenta anche alla condizione delle donne, forse anche perché pensa che grandi rivolgimenti storici non sono possibili senza il fermento femminile. Un Marx per niente settario: “la setta cerca la sua ragione d’essere e il suo punto d’onore non in ciò che essa ha in comune con il movimento di classe, ma nel segno di riconoscimento speciale che la distingue da tale movimento” (p. 111). Non era malato di protagonismo: “la cosa più importante[era] di insegnare [ai proletari] a camminare da soli” (p. 110).
Le citazioni di K. Marx sono tra virgolette e in corsivo. Quelle di M. Musto sono tra sergenti.
Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883), Einaudi, Torino 2018, pagine 330, € 30.00.
*Gilberto Pierazzuoli

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Lorenzo Zuppini, individualistaferoce.it

DOVREMMO RIVALUTARE MARX E MARXISMO? (SPOILER: NO)

Dicevamo del paese dei due pesi e delle due misure. In quest’orizzonte rientra il nuovo libro di Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica.[1]Lui, come molti altri fanno ogni giorno, si è chiesto se “la dottrina marxista non fosse salvifica e geniale e se non siano stati certi uomini nella storia ad averla mal interpretata se non addirittura usata come scudo dietro cui nascondere i propri progetti perversi e violenti”.

Lenin e Stalin sono stati due attenti discepoli di Marx oppure si è trattato solamente di due criminali che avrebbero potuto utilizzare le idee partorite anche da Tizio o Caio? “È doveroso distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze”.

L’operazione, sebbene intrigante, è già vista e rivista, e vuole in ogni modo operare arbitrariamente una scissione tra il marxismo e i circa cento milioni di morti che vengono addebitati ai regimi comunisti più noti. Sebbene il comunismo continui a mietere vittime, prosegua nel generare miseria, perpetui nell’annientamento dell’individuo: sembra essere oggi ancora in voga; non mancando di protoumani che, con le terga a mollo nelle acque occidentali, si sgolino nel tesserne le lodi.

Nonostante questo, il tentativo di edulcorarne i difetti, risulta del tutto velleitario: per ogni ideologia, l’unico giudizio possibile è quello riguardante la sua concreta applicazione nella realtà e sugli individui in un dato momento storico. Non esiste altra possibilità per giudicare le idee di qualcuno, altrimenti useremmo lo stesso criterio con cui si tende ad ignorare i risultati referendari: inaugurando nuovi referendum, sin quando non uscirà il risultato desiderato, come per la Brexit. Ecco, il marxismo ha generato i regimi comunisti, e questo è per adesso l’unico dato possibile cui dobbiamo attenerci.

La dottrina marxista è accentratrice, fortemente statalista e interventista nell’economia e, dunque, nelle vite dei cittadini. I prncipi fondamentali del Marxismo, ossia l’accentramento dei mezzi produzione nelle mani dello Stato e l’abolizione della proprietà privata, prevedono il ruolo preponderante dello Stato che sarà chiamato a regolamentare ciò che -nella società capitalistica- sorge spontaneo.

Il marxismo è difatti anti-mercatista, nega la libertà di scambio degli individui, e sopperisce a questa mancanza con l’interventismo dello Stato centrale, che dovrà pianificare la creazione dei beni e il loro successivo movimento nelle mani dei cittadini.

Inoltre, l’assunto “Il lavoro crea valore”, ossia “il mero lavoro conferisce valore ai beni prodotti” è errato, ed è evidente, poiché sono i movimenti insiti nel mercato ad aumentare o diminuire il valore di un bene, ossia la maggiore o la minore domanda da parte dei consumatori, i quali, fuori dalla logica marxista, potranno liberamente chiederne e acquistarne nelle quantità desiderate conferendogli inevitabilmente maggior valore.

In Unione Sovietica difatti è stata creata una quantità enorme di lavoro, ma chissà come mai la miseria rimaneva preponderante e invincibile. Il marxismo, e la sua mania accentratrice, va di pari passo col giacobinismo noto nella Rivoluzione francese, e chiediamoci come mai noi oggi viviamo in un Paese fondato su decentramento dei poteri alle autonomie locali.

Lenin, inStato e rivoluzione, scrisse che “il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo”.[2]E poi, da altri testi fondanti, ricordiamo che “la società va concepita come un grande ufficio e una grande fabbrica, dove vi sarà la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano”, cosicché lo Stato sia in grado di “tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico”, “giungendo in tal modo alla centralizzazione assoluta”.

E oggi dovremmo perder tempo nel ritenere che Stalin e i suoi colleghi non facessero riferimento a questa dottrina durante la creazione dei loro piani quinquennali? Si basavano forse sulla dottrina della favola di Cappuccetto rosso? Senza alcun tipo di rispetto per la realtà, e per ciò che quella realtà tragica racconta, Musto afferma che “molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora[3]“. Il suo auspicio, dunque, è questo: tocchiamo ferro, sperando che tutto ciò rimanga un mero vaneggiare.

L’aspetto divertente del tutto, riallacciandoci con la premessa iniziale dei due pesi e delle due misure, consiste in un esercizio mentale che tutti noi dovremmo fare: proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se un autore avesse scritto che il razzismo in sé è un valore da tenere in considerazione, e che la sua applicazione hitleriana fu un banale errore, se non una mistificazione della dottrina in sé. Beh, innanzitutto nessun editore lo avrebbe pubblicato. Se, poi, qualche coraggioso gli avesse concesso spazio avremmo assistito a uno stracciamento di vesti collettivo, con annessa discesa in campo di associazioni e politici in difesa della giustizia sociale.

Alcuni intellettuali, poi, ci avrebbero ammorbato, furoreggiando in diretta nelle tv nazionali, trovando inspiegabili nessi tra l’apologia del nazismo e la criminalità organizzata. Di Hitler sono innominabili anche i quadri (sì, disegnava e non era granché), altrimenti intervengono i guardiani sempre svegli del politicamente corretto, che sanzionano e puniscono; come alcuni insegnanti nelle scuole spesso già fanno, varcando i limiti della propria professione.

Perché, siamo chiari, anche Stalin era solo un incompreso.

Note: [1]Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

[2] Lenin, Stato e Rivoluzione.[3]Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

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Giampietro Berti, il Giornale

A volte purtroppo ritornano, la seconda carriera di Marx

Di fronte al fallimento catastrofico del comunismo persiste nell’area degli studiosi che si richiamano al marxismo l’incrollabile convinzione – la fede e la speranza sono le ultime a morire – secondo cui, all’originaria purezza benefica della dottrina elaborata da Marx, sarebbe seguita una prassi perversa che ha completamente stravolto il messaggio iniziale.

Rientra in questo orizzonte di pensiero Marcello Musto in Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagg. 329, euro 30), per il quale è doveroso distinguere «la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze».

Giudizi, questi, del tutto infondati, qualora si parta dalla premessa che per ogni ideologia vale solo la sua concreta possibilità costitutiva, nel senso che i risultati che essa consegue sono sempre ciò che, in circostanze storiche date, gli umani possono ottenere entro quel determinato spazio ed entro quel determinato tempo: politico, sociale, economico e culturale. Invocando l’autenticità delle aspirazioni e la volontà degli intenti genuini, resta preclusa la capacità di dar conto del weberiano «paradosso delle conseguenze» o, se vogliamo, del paradigma di Mandeville: «effetti inintenzionali di azioni intenzionali». Musto, che peraltro ha ricostruito in modo eccellente e con grande acribia filologica l’intreccio in Marx fra pensiero e azione, non sembra invece interessato a questo aspetto decisivo della storia delle idee.

La possibilità costitutiva del comunismo è inevitabilmente statalistica, accentratrice, e implica l’idea della pianificazione economica. I concetti cardinali del collettivismo pianificatore – accentramento «di tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato», «regolazione del tempo di lavoro», «ripartizione pianificata», «distribuzione del lavoro sociale», «produzione regolata in anticipo compiuta socialmente secondo un piano», « una sola forza-lavoro sociale», «esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni», «legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato ed estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare», «contabilità relativa» – vale a dire i concetti che troveranno il loro logico sviluppo nel regime statocratico e concentrazionario del «socialismo reale», sono le inequivocabili indicazioni che si ritrovano a più riprese nei testi fondamentali del pensatore di Treviri: Manifesto del partito comunista, Il capitale, Teorie sul plusvalore, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Critica del programma di Gotha.

La necessità della pianificazione economica è la logica conseguenza della natura stessa del comunismo, che pone come prioritaria per la sua realizzazione l’abolizione della proprietà privata e l’abolizione del mercato, duplice negazione che va imposta con una volontà politica rappresentata, per l’appunto, dalla pianificazione e dall’intervento dello Stato. E ciò perché la pianificazione – il momento volontaristico – deve portare dialetticamente a compimento il determinismo storico – vale a dire le oggettive «premesse socialiste» insite nel capitalismo -, il che è quanto dire che la dimensione politica deve inverare le chances di quella economica. La società comunista, infatti, non ha in sé la capacità autonoma di istituirsi da sola e quindi di realizzare liberamente i propri obiettivi. Questa strutturale insufficienza deriva dalla fantastica credenza che il lavoro sia, di per sé, sufficiente a produrre valore, per cui basta solo regolarlo. È certo che il lavoro produce valore, ma la sola erogazione del lavoro – del lavoro vivo, per usare i termini marxiani – non costituisce affatto la condizione esaustiva dello sviluppo economico e della successiva creazione della ricchezza (per settant’anni, nell’Unione Sovietica, è stata profusa una quantità incredibile di lavoro vivo, ma il solo risultato ottenuto è stato la miseria generalizzata).

Mentre nella società capitalistica la legge del valore-lavoro trova un ambito spontaneo nelle leggi del mercato, nella società socialista questa stessa legge, essendo privata del suo naturale sbocco mercantilistico, deve sottostare al persistere di un’azione cosciente volta a indirizzare e a piegare tutto l’economico a una visione politica predeterminata. La pianificazione rilancia, quindi, il giacobinismo, rendendolo del tutto necessario. Così Lenin: «il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo» (Stato e rivoluzione). La società va concepita come «un grande ufficio e una grande fabbrica», dove vi sarà «la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano» (Dieci tesi sul potere sovietico), affinché lo Stato-Partito sia in grado di «tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico» (Conferenza dell’istruzione politica), giungendo in tal modo alla «centralizzazione assoluta» (L’estremismo, malattia infantile del comunismo).

Quando Stalin e la classe dirigente sovietica ideavano e organizzavano i loro piani quinquennali, concepiti come forme sostitutive della logica mercantile, quali indicazioni seguivano, se non queste? C’è forse qualche matto che può sostenere che le direttive economiche staliniste del Gosplan erano desunte – che ne so? – dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, che fosse insomma quest’opera – o altre simili – il livre de chevet del dittatore georgiano? E d’altra parte, se si vuole abolire la proprietà privata e il mercato, quale altro sistema può esistere per regolare e gestire l’economia? Si istituisce così, per una necessità tutta interna al pensiero di Marx, quel completo rovesciamento delle parti tra l’economico e il politico che costituisce propriamente il codice genetico del totalitarismo comunista: il potere del denaro viene necessariamente sostituito dal potere statale, il senso della socialità determinata dalla libera e spontanea anomia del mercato si metamorfizza ineluttabilmente nella specifica produzione di senso elaborata dal partito.

Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo. Ciò spiega l’auspicio di Musto: «molti dei partititi e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora».

Per carità, lasciamo stare, non è il caso.

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Marx Tentang Perjuangan Melawan Perbudakan di Amerika Serikat

Pada musim semi 1861, politik dunia diguncang oleh pecahnya Perang Saudara di  Amerika Serikat
Perang itu meletus tak lama setelah Abraham Lincoln terpilih sebagai Presiden AS. Tujuh negara pemilik budak menyatakan pemisahan diri mereka dari Amerika Serikat: Carolina Selatan, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, dan Texas. Tak lama kemudian bergabung Virginia, Arkansas, Tennessee, Carolina Utara, lalu Missouri dan Kentucky (meskipun dua yang terakhir tidak secara resmi menyatakan pemisahan diri). Konflik berdarah yang terjadi kemudian merenggut sekitar 750.000 jiwa di antara Konfederasi/Confederation (yang lebih memilih mempertahankan dan memperluas perbudakan) dan Persatuan/Union (Amerika yang setia pada Lincoln, meskipun dalam beberapa kasus mempertimbangkan perbudakan legal).
Peristiwa itu segera memicu Karl Marx untuk mulai mempelajari situasi tersebut dan, pada awal Juli, menulis kepada kawannya Friedrich Engels: “Konflik antara Selatan dan Utara … akhirnya sampai ke pikiran (jika kita mengabaikan tuntutan baru ‘para pemberani’) oleh bobot perkembangan luar biasa dari Negara-Negara Barat-Utara yang semakin meningkat skalanya. “Dalam pandangan Marx, tidak ada komponen dari gerakan separatis yang memiliki legitimasi; mereka harus dilihat sebagai masalah “perebutan kekuasaan”, karena “tidak mengijinkan  orang banyak untuk memilih”. Bagaimanapun, apa yang dipermasalahkan tidak hanya “pemisahan diri dari Utara, tetapi juga mengonsolidasikan dan mengintensifkan oligarki dari 300.000 tuan budak (slave lords) di Selatan”. Beberapa hari kemudian, Marx mengamati bahwa “Tindakan pemisahan diri [telah] diwakili secara keliru di koran-koran Inggris”, karena di mana-mana, dengan perkecualian Carolina Selatan, “terdapat oposisi yang kuat melawan pemisahan diri ini”. Selain itu, di tempat-tempat di mana konsultasi pemilihan diizinkan – “hanya beberapa” dari Negara-negara di Teluk Meksiko mengadakan “pemungutan suara rakyat yang layak” – terjadi dalam kondisi tercela. Di Virginia, misalnya, “massa besar pasukan Konfederasi tiba-tiba diterjunkan ke wilayah itu” dan “di bawah perlindungan mereka (ini benar-benar Bonapartis), massa memilih pemisahan diri” – namun ada “50.000 suara” untuk Persatuan/Union,” terlepas dari terorisme sistematis”. Texas, yang, “setelah Carolina Selatan, [memiliki] barisan budak dan terorisme terbesar”, masih mencatat “11.000 suara untuk Union”. Di Alabama, “tidak ada pemilihan suara baik untuk pemisahan diri atau Konstitusi baru”, dan mayoritas 61-39 delegasi konvensi yang mendukung pemisahan diri hanya karena fakta bahwa di bawah Konstitusi “setiap pemilik budak juga memilih 3/5 budaknya”. Sedangkan untuk Louisiana, lebih banyak suara untuk Union ketimbang suara untuk pemisahan diri yang diberikan kepada “pemilihan delegasi untuk konvensi”, tetapi cukup banyak delegasi yang membelot untuk mengubah keseimbangan.
Pertimbangan-pertimbangan semacam itu, dalam surat-surat Marx kepada Engels, dilengkapi dengan argumen yang bahkan lebih penting dalam karya jurnalistiknya. Selain kontribusi sporadis ke koran New-York Tribune, Marx sejak Oktober 1861 juga menulis untuk harian liberal Wina Die Presse, yang jumlah pelanggannya mencapai 30.000. Wina Die Presse adalah koran yang paling banyak dibaca di Austria dan salah satu yang paling populer di negara-negara berbahasa Jerman. Tema utama artikel-artikel ini – yang juga termasuk laporan tentang invasi Prancis kedua ke Meksiko – adalah dampak ekonomi dari perang Amerika terhadap Inggris. Secara khusus, Marx fokus pada perkembangan perdagangan dan situasi keuangan, serta menilai kecenderungan-kecenderungan dalam opini publik. Dengan demikian, dalam “A London Workers ‘Meeting” (1862), ia menyatakan senang dengan demonstrasi yang dilakukan oleh kaum buruh Inggris, yang, meskipun “tidak diwakili di Parlemen”, sukses membawa “pengaruh politik” mereka untuk menanggung dan mencegah intervensi militer Inggris melawan Union.
Demikian pula, Marx menulis sebuah artikel yang berapi-api untuk New-York Tribune setelah Trent Affair, ketika Angkatan Laut AS secara ilegal menangkap dua diplomat Konfederasi di atas kapal Inggris. Amerika Serikat, tulisnya, tidak boleh melupakan “bahwa setidaknya kelas pekerja Inggris [tidak pernah] meninggalkan” kapal itu. Bagi kelas pekerja Inggris sikap itu dilakukan “meskipun stimulan beracun setiap hari di publikasi oleh pers yang kejam dan sembrono, tidak ada satu pun pertemuan publik untuk perang yang dapat diadakan di Inggris selama semua periode yang damai diguncang dalam keseimbangan”. “Sikap kelas pekerja Inggris” semakin dihargai ketika diletakkan berdampingan dengan “perilaku munafik, bodoh, dan pengecut John Bull yang resmi dan baik-baik saja”; keberanian dan konsistensi di satu sisi, inkoherensi dan kontradiksi-diri di sisi lain. Dalam sebuah suratnya kepada Ferdinand Lassalle pada Mei 1861, ia berkomentar: “Seluruh pers resmi di Inggris, tentu saja, mendukung para pemilik budak. Mereka adalah orang yang sama yang membuat dunia bosan dengan filantropi perdagangan anti perbudakan. Tapi kapas, kapas!”
Ketertarikan Marx pada Perang Sipil jauh melampaui konsekuensi-konsekuensinya bagi Inggris; dia ingin, di atas segalanya, menjelaskan sifat dari konflik tersebut. Artikel yang ditulisnya untuk New-York Tribune beberapa bulan setelah konflik pecah adalah contoh yang baik tentang ini: “Orang-orang Eropa tahu bahwa perjuangan untuk kelanjutan Union adalah perjuangan melawan kelanjutan slaveocracy (demokrasi-perbudakan) – yang dalam kontes ini adalah bentuk tertinggi dari pemerintahan sendiri oleh rakyat yang terealisasi dalam wujud perlawanan terhadap bentuk perbudakan manusia paling kejam dan tak tahu malu yang terekam dalam catatan sejarah.”
Dalam beberapa artikel untuk Die Presse, Marx menganalisis secara lebih mendalam argumen kedua pihak yang berseberangan. Dia memulai dengan menunjukkan kemunafikan kaum Liberal dan Konservatif Inggris. Dalam “Perang Sipil Amerika Utara” (25 Oktober 1861), ia mencemooh “penemuan brilian” The Times, harian Inggris terkemuka ketika itu, bahwa perang tersebut hanyalah “perang tarif belaka, perang antara sistem proteksionis dan sistem perdagangan bebas”, dan kesimpulannya bahwa Inggris tidak punya pilihan selain menyatakan dukungannya pada “perdagangan bebas” yang diwakili oleh Konfederasi Selatan. Beberapa mingguan, termasuk The Economist dan The Saturday Review, melangkah lebih jauh dan bersikeras bahwa “masalah perbudakan … sama sekali tidak ada hubungannya dengan perang ini”.
Melawan penafsiran-penafsiran ini, Marx memperhatikan motif-motif politik di balik konflik itu. Pada pemilik budak di Selatan, ia mengatakan bahwa tujuan utama mereka adalah untuk mempertahankan kontrol terhadap Senat dan karenanya “kontrol politik Amerika Serikat”. Untuk itu, adalah perlu menaklukkan daerah baru (seperti yang terjadi pada tahun 1845 dengan aneksasi Texas) atau mengubah wilayah-wilayah yang ada di AS menjadi “negara budak”. Para pendukung utama perbudakan di Amerika adalah “oligarki sempit yang [berhadapan] dengan berjuta-juta orang kulit putih miskin, yang jumlahnya terus meningkat melalui konsentrasi kepemilikan tanah dan yang kondisinya hanya bisa dibandingkan dengan masyarakat rendahan (plebeian) Romawi pada periode kemerosotan ekstrim Roma ”. Oleh karena itu, “akuisisi dan prospek akuisisi wilayah-wilayah baru” adalah satu-satunya cara yang mungkin untuk menyamakan kepentingan orang miskin dengan kepentingan para pemilik budak, “untuk memberikan kepada mereka yang haus akan tindakan sebuah arah yang tidak berbahaya dan menjinakkan mereka dengan harapan bahwa suatu hari kelak mereka bisa menjadi pemilik budak”. Di sisi lain, Lincoln mengejar tujuan “membatasi dengan ketat perbudakan di daerah lamanya”, yang “terikat pada hukum ekonomi untuk mengarah pada kepunahan bertahap” dan karenanya untuk melenyapkan “hegemoni” politik  dari “negara-negara budak”.
Marx menggunakan artikelnya untuk membantah yang sebaliknya: “Seluruh gerakan didasarkan dan, seperti yang kita lihat, pada masalah budak. Bukan dalam pengertian apakah budak di dalam negara budak yang ada harus dibebaskan secara langsung atau tidak, tetapi apakah 20 juta manusia bebas di Utara harus tunduk lebih lama lagi kepada oligarki 300 ribu pemilik budak. ”Apa yang dipertaruhkan – dan Marx mendasarkan ini pada wawasannya tentang mekanisme ekspansionis dari bentuk ekonomi – adalah “apakah Wilayah republik yang luas harus menjadi pembibitan bagi negara-negara bebas atau untuk perbudakan; [dan] apakah kebijakan nasional dari Union adalah penggunaan kekuatan bersenjata untuk menyebarkan perbudakan ke Meksiko, Amerika Tengah dan Selatan”.
Penilaian ini menyoroti jurang yang memisahkan Marx dari Giuseppe Garibaldi, yang telah menolak tawaran pos komando angkatan darat di Utara dengan alasan bahwa tawaran itu hanya soal perebutan kekuasaan yang tidak ada urusannya dengan emansipasi para  budak. Mengenai posisi Garibaldi dan upayanya yang gagal untuk memulihkan perdamaian antara kedua belah pihak, Marx berkomentar kepada Engels: “Garibaldi, si brengsek itu, telah membodohi dirinya sendiri dengan suratnya kepada Yankees yang mempromosikan kerukunan.” Sementara Garibaldi gagal memahami tujuan sebenarnya atau opsi-opsi dalam proses yang sedang berjalan, Marx – sebagai seorang non-maksimalis bersikap hati-hati dengan perkembangan sejarah yang mungkin – segera merasa bahwa hasil dari Perang Sipil Amerika akan menentukan pada skala dunia dan menetapkan jarum jam sejarah bergerak baik di lintasan perbudakan atau emansipasi.
Pada November 1864, dihadapkan dengan peristiwa yang berlangsung cepat dan dramatis, Marx meminta pamannya Philips untuk merefleksikan “bagaimana pada saat pemilihan Lincoln [pada tahun 1860] itu hanya masalah tidak membuat konsesi lebih lanjut kepada pemilik budak, sementara tujuan yang kini diakuinya, yang sebagian telah disadari, adalah penghapusan perbudakan”. Dan Marx menambahkan: “Kita harus mengakui bahwa revolusi besar tidak pernah terjadi dengan kecepatan yang sedemikian cepat. Revolusi ini akan memiliki pengaruh yang sangat bermanfaat bagi seluruh dunia.”
Pemilihan kembali Lincoln pada November 1864 memberikan kesempatan kepada Marx untuk mengekspresikan, atas nama Asosiasi Pekerja Internasional, ucapan selamat dengan signifikansi politik yang jelas: “Jika perlawanan terhadap Penguasa Budak adalah semboyan yang disediakan untuk pemilihan pertama Anda, maka kemenangan dari pemilihan ulang Anda adalah seruan Kematian untuk Perbudakan”.
Beberapa perwakilan dari kelas penguasa Selatan telah menyatakan bahwa “perbudakan [adalah] lembaga yang bermanfaat”, dan bahkan berkhotbah bahwa itu adalah “satu-satunya solusi dari masalah besar ‘hubungan buruh dengan kapital’.” Itulah kenapa Mars bersikeras meluruskannya:
Kelas-kelas pekerja Eropa mengerti seketika itu juga, bahkan sebelum keberpihakan fanatik kelas-kelas atas untuk bangsawan Konfederasi telah memberikan peringatan yang suram, bahwa pemberontakan para pemilik budak adalah lonceng peringatan bagi sebuah perang suci melawan pekerja, dan bahwa bagi para pekerja, dengan harapan mereka untuk masa depan, bahkan penaklukan-penaklukan di masa lalu mereka dipertaruhkan dalam konflik besar di sisi lain Atlantik tersebut.
Marx kemudian membahas masalah yang tidak kalah pentingnya:
Sementara kelas pekerja, kekuatan politik sejati di Utara, mengijinkan perbudakan untuk mengotori republik mereka sendiri; sementara di depan orang-orang Negro, yang dikuasai dan dijual tanpa persetujuannya, mereka (pekerja kulit putih ini) menyombongkan hak prerogatif tertinggi dari pekerja kulit putih untuk menjual dirinya sendiri dan memilih tuannya sendiri; mereka (para pekerja kulit putih ini) tidak akan bisa mencapai kebebasan kerja yang sejati atau mendukung saudara-saudara mereka di Eropa dalam perjuangannya untuk pembebasan.
Hal yang sangat mirip dikemukakan Marx dalam Capital Volume I, di mana ia dengan tegas menggarisbawahi bahwa “di Amerika Serikat, setiap gerakan buruh independen dilumpuhkan selagi perbudakan merusak sebagian dari republik. Buruh di dalam kulit  yang putih tidak bisa membebaskan dirinya sendiri ketika itu dilabeli di dalam kulit yang hitam.” Tetapi, “sebuah kehidupan baru segera muncul dari kematian perbudakan. Buah pertama dari Perang Saudara Amerika ini adalah agitasi” untuk delapan jam kerja sehari.
Marx sangat menyadari posisi politik Abraham Lincoln yang moderat, juga tidak menutupi prasangka rasial dari beberapa sekutunya. Tetapi dia selalu dengan jelas menekankan, tanpa sektarianisme, perbedaan antara sistem budak di Selatan dan sistem yang didasarkan pada upah buruh di Utara. Dia mengerti bahwa, di Amerika Serikat, kondisi-kondisinya sedang berkembang untuk menghancurkan salah satu institusi paling terkenal di dunia. Akhir dari perbudakan dan penindasan ras akan memungkinkan gerakan pekerja global untuk beroperasi dalam kerangka kerja yang lebih menguntungkan untuk pembangunan masyarakat tanpa kelas dan modus produksi komunis.
Dengan mengingat hal ini, Marx menyusun “Pidato dari Asosiasi Kelas Pekerja Internasional kepada Presiden Johnson”, yang menggantikan Lincoln setelah pembunuhannya pada 14 April 1865. Marx ingin mengingatkan Andrew Johnson bahwa, dengan jabatan presidennya, ia telah menerima “tugas untuk mencabut dengan hukum apa yang telah ditebas oleh pedang”: yaitu,” untuk memimpin pekerjaan rekonstruksi politik dan regenerasi sosial yang sulit …; untuk memulai era baru emansipasi buruh.”

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Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica

Questo Marx è diverso, sembra quasi un contemporaneo

Il titolo è Karl Marx il sottotitolo precisa Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagine 329 + XI, Euro 30).

Dunque, è un Marx già quarantenne (era nato nel 1818) che Marcello Musto, l’autore, racconta in questo saggio (Einaudi). Musto, che insegna Sociologia alla York University di Toronto (Canada), presenta un Marx notevolmente diverso rispetto all’abituale, un Marx si potrebbe dire che appartiene ai nostri giorni, e perfino un po’ al futuro, rispetto a quel passato finito nel 1989 sotto le macerie del Muro di Berlino che avevano un po’ travolto anche lui. Operazione resa possibile anche grazie alla pubblicazione di circa duecento quaderni d’appunti del filosofo che ampliano notevolmente il quadro dei suoi interessi e dell’evoluzione del suo pensiero. Scopo di Musto è individuare il pensiero marxiano autentico separandolo da quello marxista-leninista delle scuole di partito in Unione Sovietica e altrove; soprattutto dalle degenerazioni di quel regime che si diceva a lui ispirato, pudicamente chiamato “socialismo reale” per dissimulare che si trattava in sostanza di uno Stato di polizia. Risulta sorprendente, per esempio, scoprire un Marx “liberaleggiante”: «Il comunismo venne da lui definito – leggiamo – come un’associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni». Un Marx che, recatosi ad Algeri per curare i polmoni, critica il colonialismo sia come ideologia sia per i suoi effetti: «Egli attaccò con sdegno i violenti soprusi dei colonizzatori francesi; si schierò contro la spudorata arroganza di vendicarsi come Moloch di fronte ad ogni atto di ribellione della popolazione locale». Critico del capitalismo, com’è noto, Marx non mancò tuttavia di riconoscerne la potenza emancipatrice anche grazie all’impiego di nuove tecnologie. Può risultare sorprendente, date le non sempre esemplari vicissitudini familiari, leggere queste righe su un altro argomento fondamentale: «Sul tema della condizione delle donne all’interno della famiglia Marx prestò grande attenzione alle considerazioni sviluppate da Morgan sulla parità dei sessi». Lewis Morgan (antropologo americano) aveva scritto il saggio La società antica (1877) del quale il filosofo
di Treviri, tale il suo interesse, arrivò a redigere un compendio
di cento pagine. Morgan aveva osservato tra l’altro che le società antiche erano ben più progredite nei comportamenti verso le donne. La sua diletta e sacrificata moglie “Jenny” von Westphalen sarebbe stata d’accordo.

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La teoria dell’alienazione in Marx

I. I limiti del “giovane Marx”
L’alienazione è stata una delle teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx assunse un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. A favorire la diffusione di questa complessa tematica fu la pubblicazione, nel 1932, di un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx, i Manoscritti economico filosofici del 1844. In questo testo, che finì con l’assumere un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema, mediante l’introduzione della categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit), Marx non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima il presupposto fondamentale per comprendere e poter superare le prime . A differenza di molti dei suoi critici e presunti seguaci, Marx trattò l’alienazione sempre come un fenomeno storico e non naturale.

Tuttavia, le riflessioni contenute in questi appunti – scritti da un autore appena ventiseienne – sintetizzano un pensiero frammentario e ancora molto parziale, se rapportato al complesso della sua elaborazione teorica . Ciò nonostante, i Manoscritti economico filosofici del 1844 sono stati considerati, erroneamente, come il principale testo marxiano relativo alla teoria dell’alienazione ed è stato a partire da esso che numerosi autori hanno esteso oltremodo il significato di questo concetto, sino a renderlo generico e privo di quel potenziale critico e anticapitalista che gli era stato conferito da Marx.

Fu così per Herbert Marcuse che finì con identificare l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Nel saggio Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica, egli sostenne che il «carattere di peso del lavoro» non poteva essere ricondotto meramente a «determinate condizioni presenti nell’esecuzione del lavoro, alla sua organizzazione tecnico-sociale» , ma andava considerato come uno dei suoi tratti fondamentali. Per Marcuse esisteva una «negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana» . La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. Il superamento dell’alienazione fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva: «un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico» . In Eros e civiltà, Marcuse prese le distanze dalla concezione marxiana in modo netto. Egli affermò che l’emancipazione dell’uomo poteva realizzarsi solo mediante la liberazione dal lavoro (abolition of labor) e attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il concetto di alienazione approdò anche nell’ambito della psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione , deve necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta ad un mero fenomeno soggettivo.

Diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, Erich Fromm non separò mai le manifestazioni dell’alienazione dal contesto storico capitalistico e con i suoi scritti Psicoanalisi della società contemporanea e L’uomo secondo Marx si servì di questo concetto per tentare di costruire un ponte tra la psicoanalisi ed il marxismo. Tuttavia, Fromm affrontò questa problematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva e la sua concezione di alienazione, riassunta come «una forma di esperienza per la quale la persona conosce se stessa come un estraneo» , risultò troppo circoscritta al singolo. La sua interpretazione della concezione dell’alienazione presente in Marx si basò sui soli Manoscritti economico-filosofici del 1844 e si caratterizzò per una profonda incomprensione della specificità e della centralità del concetto di lavoro alienato nel pensiero di Marx.

A partire dagli anni Quaranta, in un periodo caratterizzato dagli orrori della guerra, dalla conseguente crisi delle coscienze e, nel panorama filosofico francese, dal neohegelismo di Alexandre Kojeve, il fenomeno dell’alienazione fu affrontato anche da Jean-Paul Sartre e dagli esistenzialisti francesi . Tuttavia, anche in questa circostanza, la nozione di alienazione assunse un profilo molto più vago di quello esposto da Marx. Essa fu identificata con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile. I filosofi esistenzialisti non fornirono una specifica origine sociale dell’alienazione, ma, tornando ad assimilarla con ogni fatticità (il fallimento dell’esperienza socialista in Unione sovietica favorì certamente l’affermazione di questa posizione), concepirono l’alienazione come un generico senso di alterità umana.

Se Marx aveva contribuito a sviluppare una critica della soggezione umana basata sull’opposizione ai rapporti di produzione capitalistici , gli esistenzialisti, invece, intrapresero una strada diversa, ovvero tentarono di riassorbire il pensiero di Marx, attraverso quelle parti della sua opera giovanile che potevano risultare più utili alle loro tesi, in una discussione priva di una specifica critica storica e, a tratti, meramente filosofica . Inoltre, alcune frasi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono estrapolate dal loro contesto e trasformate in citazioni sensazionali con lo scopo di dimostrare la presunta esistenza di un “nuovo Marx”, radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto, perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che alcuni suoi commentatori attribuivano ad Il capitale, testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti sostennero questa tesi. Anche rispetto al solo manoscritto del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), ovvero, il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto giovanile, ma sempre in relazione all’alienazione oggettiva.

Negli anni Sessanta, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo periodo venne concepita la distinzione tra due presunti Marx: il “giovane Marx” e il “Marx maturo” . Questa arbitraria ed artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche (ad esempio la gran parte degli esistenzialisti), sia da quanti (tra questi Louis Althusser e quasi tutti i marxisti sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello de Il capitale. Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria «fobia dell’alienazione»; tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come «un peccato di gioventù, un residuo di hegelismo» , successivamente abbandonato da Marx. I primi rimossero la circostanza che la concezione dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 era stata scritta da un autore appena agli albori dei suoi studi principali; i secondi, invece, non vollero riconoscere l’importanza della teoria dell’alienazione in Marx anche quando, con la pubblicazione di nuovi inediti, divenne evidente che egli non aveva mai smesso di occuparsene nel corso della sua esistenza e che essa, anche se mutata, aveva conservato un posto di rilievo nelle tappe principali dell’elaborazione del suo pensiero.

Sostenere, come affermarono in tanti, che la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 fosse il tema centrale del pensiero di Marx è un falso che denota soltanto la scarsa familiarità con la sua opera da parte di coloro che propesero per questa tesi. D’altro canto, quando Marx ritornò ad essere l’autore più discusso e citato nella letteratura filosofica mondiale proprio per le sue pagine inedite relative all’alienazione, il silenzio dell’Unione sovietica su questa tematica, e sulle controversie ad essa legate, fornisce uno dei tanti esempi di utilizzo strumentale dei suoi scritti in quel paese. Infatti, l’esistenza del fenomeno dell’alienazione in Unione sovietica, così come nei suoi paesi satelliti, fu semplicemente negata e tutti i testi che trattavano questa problematica vennero ritenuti sospetti. Secondo Henry Lefebvre: «nella società sovietica non poteva, non doveva più essere questione di alienazione. Il concetto doveva sparire, per ordine superiore, per la ragion di Stato» . E, così, fino agli anni Settanta, furono pochissimi gli autori che, nel cosiddetto “campo socialista”, scrissero opere in proposito.

II. La trasformazione del concetto
Nel frattempo, in Europa occidentale, la descrizione di una condizione di estraneazione generalizzata, prodotta da un controllo sociale invasivo e dalla manipolazione dei bisogni creata dalla capacità d’influenza dei mass-media, fu avanzata da Max Horkheimer e Theodor Adorno, i due esponenti di punta della scuola di Francoforte. In Dialettica dell’illuminismo, essi affermarono che «la razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto […] della società estraniata a se stessa» . In questo modo, essi avevano posto in evidenza come, nel capitalismo contemporaneo, persino la sfera del divertimento, un tempo libera ed alternativa al lavoro, fosse stata assorbita negli ingranaggi della riproduzione del consenso.

In ambito marxista, la riscoperta della teoria dell’alienazione si accompagnò al successo di Storia e coscienza di classe, il libro nel quale, già nel 1923, György Lukács aveva elaborato il concetto di reificazione (Verdinglichung o Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo ed indipendente e lo domina mediante leggi autonome ed a lui estranee. Nei tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács era ancora troppo simile a quella hegeliana, poiché anche egli aveva concepito la reificazione come un “fatto strutturale fondamentale” . Così, quando dopo la comparsa della traduzione francese, nel 1960, questo testo tornò ad esercitare una grande influenza tra gli studiosi ed i militanti di sinistra, Lukács decise di ripubblicare il suo scritto in una nuova edizione introdotta da una lunga prefazione autocritica, nella quale, per chiarire la sua posizione, egli affermò: “Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui, anche in questo libro, l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione” .

In questo periodo, il concetto di alienazione entrò anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come una problematica che riguardava il singolo essere umano anziché le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente, e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società.

Nell’opera dei sociologi statunitensi, quindi, l’alienazione venne concepita come una manifestazione relativa al sistema di produzione industriale, a prescindere se esso fosse capitalistico o socialista, e come una problematica inerente soprattutto la coscienza umana. Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa nozione, la quale, anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, fu assunta non più come una questione sociale, ma quale patologia individuale, e la cui cura riguardava i singoli individui . Ciò determinò un profondo mutamento della concezione dell’alienazione. Se nella tradizione marxista essa rappresentava uno dei concetti critici più incisivi del modo di produzione capitalistico, in sociologia subì un processo di istituzionalizzazione e finì con l’essere considerata come un fenomeno relativo al mancato adattamento degli individui alle norme sociali.

A partire dagli anni Sessanta, esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri e articoli sul tema. Fu il tempo dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, all’anomia, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifesta nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, e all’inquinamento ambientale.

Il concetto di alienazione sembrò riflettere alla perfezione lo spirito del tempo. La popolarità del termine e la sua applicazione indiscriminata diedero origine, però, ad una profonda ambiguità teorica . Così, nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo spropositato ampliamento della sua nozione generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno così tanto diffuso da apparire immodificabile.

Successivamente, la teoria dell’alienazione approdò anche alla critica della produzione immateriale. Con il libro La società dello spettacolo, divenuto dopo la sua uscita nel 1967 un vero e proprio manifesto di critica sociale per la generazione di studenti in rivolta contro il sistema, Guy Debord riprese alcune delle tesi già avanzate da Horkheimer e Adorno, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente. Debord affermò che, nelle circostanze date, il non-lavoro non poteva più essere considerato come una sfera differente dall’attività produttiva.

Anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi (1970), egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna, prendendo così le distanze dalla concezione marxiana ancorata alla centralità della produzione. Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche «l’era dell’alienazione radicale» . Le conclusioni politiche di questi autori furono, però, confuse e pessimistiche e, di certo, lontane da Marx e dalla sua individuazione della classe lavoratrice quale soggetto rivoluzionario di riferimento.

III. Alienazione e conflitto sociale
Gli scritti di Marx ebbero un ruolo fondamentale per coloro che tentarono di opporsi alle tendenze, manifestatesi nell’ambito delle scienze sociali, di mutare il senso del concetto di alienazione. L’attenzione rivolta alla teoria dell’alienazione in Marx, inizialmente incentrata sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, si spostò, dopo la pubblicazione di ulteriori inediti, su nuovi testi e con essi fu possibile ricostruire il percorso della sua elaborazione dagli scritti giovanili ad Il capitale. Quando nel 1857, dopo una lunga pausa, Marx riprese a scrivere di economia nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (i cosiddetti Grundrisse), egli tornò ad utilizzare il concetto di alienazione ripetutamente. La sua esposizione ricordava, per molti versi, quella dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche se, grazie agli studi condotti nel frattempo, la sua analisi risultò essere molto più approfondita:

“il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte dagli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto tra le cose; la capacità personale in una capacità delle cose” .

Nei Grundrisse, la descrizione dell’alienazione acquisì maggiore spessore rispetto a quella compiuta negli scritti giovanili, essendo stata arricchita, nel tempo, dalla comprensione di importanti categorie economiche e da una più rigorosa analisi sociale. Accanto al nesso tra alienazione e valore di scambio, tra i passaggi più brillanti che delinearono le caratteristiche di questo fenomeno della società moderna figurano anche quelli in cui l’alienazione venne messa in relazione con la contrapposizione tra capitale e «forza-lavoro viva»:

“le condizioni oggettive del lavoro vivo si presentano come valori separati, autonomizzati di fronte alla forza-lavoro viva quale esistenza soggettiva […], sono presupposte come un’esistenza autonoma di fronte ad essa, come l’oggettività di un soggetto che si distingue dalla forza-lavoro vivo e le si contrappone autonomamente; la riproduzione e la valorizzazione, ossia l’allargamento di queste condizioni oggettive è perciò al tempo stesso la riproduzione e la nuova produzione di esse in quanto ricchezza di un soggetto che è estraneo, indifferente e si contrappone autonomamente alla forza-lavoro. Ciò che viene riprodotto e nuovamente prodotto non è soltanto l’esistenza di queste condizioni oggettive del lavoro vivo, ma la loro esistenza di valori autonomi, ossia appartenenti ad un soggetto estraneo, opposto a questa forza-lavoro viva. Le condizioni oggettive del lavoro acquistano un’esistenza soggettiva di fronte alla forza-lavoro viva – dal capitale nasce il capitalista” .

I Grundrisse non furono l’unico testo della maturità di Marx in cui ricorre, con frequenza, la problematica dell’alienazione. Un lustro dopo la loro stesura, infatti, essa riapparve in Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, manoscritto nel quale l’analisi economica e quella politica dell’alienazione vennero messe in maggiore relazione tra loro: «il dominio dei capitalisti sugli operai non è se non dominio delle condizioni di lavoro autonomizzatesi contro e di fronte al lavoratore» . In queste bozze preparatorie de Il capitale, Marx pose in evidenza che nella società capitalistica, mediante «la trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale» , si realizza una vera e propria «personificazione delle cose e reificazione delle persone», ovvero si crea un’apparenza in forza della quale «non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro, appaiono sottomessi al lavoratore, ma egli ad essi» . In realtà, a suo giudizio:

“il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come nell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose. Senza salariato, dacché gli individui si fronteggiano come persone libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti! Capitale e lavoro salariato (come noi chiamiamo il lavoro dell’operaio che vende la propria capacità lavorativa) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte, il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in sé stesso; insomma, capitale” .

Nel modo di produzione capitalistico il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale, che «nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive […] diventa un mostro animato, e comincia ad agire come se avesse l’amore in corpo» . Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore, fino a che la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e l’impiego dei macchinari, ossia i progressi sociali generali creati dalla collettività, diventano forze del capitale che appaiono come proprietà da esso possedute per natura e si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico:

“le forze produttive […] sviluppate del lavoro sociale […] si rappresentano come forze produttive del capitale. […] L’unità collettiva nella cooperazione, la combinazione nella divisione del lavoro, l’impiego delle energie naturali e delle scienze, dei prodotti del lavoro come macchinario – tutto ciò si contrappone agli operai singoli, in modo autonomo, come qualcosa di straniero, di oggettivo, di preesistente, senza e spesso contro il loro contributo attivo, come pure forme di esistenza dei mezzi di lavoro da essi indipendenti e su di essi esercitanti il proprio dominio; e l’intelligenza e la volontà dell’officina collettiva incarnate nel capitalista o nei suoi subalterni, nella misura in cui l’officina collettiva si basa sulla loro combinazione, gli si contrappongono come funzioni del capitale che vive nel capitalista” .

È mediante questo processo, dunque, che, secondo Marx, il capitale diventa qualcosa di «terribilmente misterioso». Accade in questo modo che «le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali torreggianti di fronte all’operaio e, in questa forma, vengono capitalizzate» .

La diffusione, a partire dagli anni Sessanta, de Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito e, soprattutto, dei Grundrisse aprì la strada ad una concezione dell’alienazione differente rispetto a quella egemone in sociologia e in psicologia, la cui comprensione era finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. La pubblicazione di quella che, dopo i Manoscritti economico-filosofici del 1844 negli anni Trenta, può essere considerata la “seconda generazione” di scritti di Marx sull’alienazione fornì non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi, ma soprattutto una piattaforma ideologica anticapitalista allo straordinario movimento politico e sociale esploso nel mondo in quel periodo.

IV. Il feticismo della merce e l’alternativa della cooperazione
La più efficace descrizione dell’alienazione realizzata da Marx resta, comunque, quella contenuta nel celebre paragrafo Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano in Il capitale. Al suo interno egli mise in evidenza che, nella società capitalistica, gli uomini sono dominati dai prodotti che hanno creato e vivono in un mondo in cui le relazioni reciproche appaiono «non come rapporti immediatamente sociali tra persone [… ma come], rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose» . Più precisamente:

“l’arcano della forma di merce consiste […] nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, come sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così nel mondo delle merci fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci” .

Il feticismo, infatti, non venne concepito da Marx come una problematica individuale, ma fu sempre considerato un fenomeno sociale . Non una manifestazione dell’anima, ma un potere reale, una dominazione concreta, che si realizza, nell’economia di mercato, in seguito alla trasformazione dell’oggetto in soggetto. Per questo motivo, egli non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo essere umano, ma analizzò i processi sociali che ne stavano alla base, in primo luogo l’attività produttiva. Per Marx, inoltre, il feticismo si manifesta in una precisa realtà storica della produzione, quella del lavoro salariato, e non è legato al rapporto tra la cosa in generale e l’uomo, ma da quello che si verifica tra questo e un tipo determinato di oggettività: la merce.

Nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattava da quello delle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che hanno negato la presenza di riflessioni sull’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituta da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un suo aspetto particolare.

L’avanzamento teorico compiuto da Marx rispetto alla concezione dell’alienazione dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 a Il capitale non consiste, però, soltanto in una sua più precisa descrizione, ma anche in una diversa e più compiuta elaborazione delle misure ritenute necessarie per il suo superamento. Se, nel 1844, Marx aveva considerato che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, ne Il capitale, e nei suoi manoscritti preparatori, il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione divenne molto più complesso. Marx riteneva che il capitalismo fosse un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati dal capitale e dalle sue condizioni, ma egli era anche convinto del fatto che esso avesse creato le basi per una società più progredita e che l’umanità potesse proseguire il cammino dello sviluppo sociale generalizzando i benefici prodotti da questo nuovo modo di produzione. Secondo Marx, a un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e sfruttamento per la massa dei lavoratori, occorre sostituire «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» . Questo diverso tipo di produzione si differenzierebbe da quello basato sul lavoro salariato, poiché porrebbe i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assumendo un carattere immediatamente generale e trasformando il lavoro in una vera attività sociale. La sua creazione non è un processo meramente politico, ma investe necessariamente la trasformazione radicale della sfera della produzione. Come Marx scrisse in Il capitale. Libro III:

“di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi, per sua natura, oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” .

Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale. In essa, il lavoro coercitivo e alienato, imposto dal capitale e sussunto dalle sue leggi, viene progressivamente sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro . Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana dell’individuo sociale, descritto da Marx in alcune delle sue pagine più brillanti e, paradossalmente, più distanti dal cosiddetto “socialismo reale” eretto, arbitrariamente, in suo nome.

Con la diffusione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per divenire critica sociale e irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze. Il drammatico aumento di povertà, diseguaglianze e sfruttamento, prodotto su scala globale dal capitalismo degli ultimi decenni, impone che lì vi ritorni, il prima possibile, per non essere nuovamente confinata alle sole pagine dei libri.

References
1. Per una trattazione estesa di questo testo cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2011, pp. 308-12 e 51-4.
2. Per un’antologia completa dei testi marxiani sull’alienazione si rimanda a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx. Scritti sull’alienazione, Donzelli, Roma 2018.
3. Herbert Marcuse, Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica, in Id., Cultura e società, Einaudi, Torino 1969, p. 170.
4. Ivi, p. 171.
5. Ivi, p. 155.
6. Con questa espressione Marcuse si riferiva al lavoro fisico e al travaglio, non al lavoro tout court.
7. Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971, p. 250.
8. Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di comunità, Milano 1981, p. 121.
9. Sebbene i filosofi esistenzialisti si servirono spesso di questo concetto, nei loro testi esso non appare così diffusamente come, invece, generalmente si ritiene.
10. Cfr. George Lichtheim, Alienation, in David Sills (ed.), International Encyclopedia of the Social Sciences, vol. I, , Crowell – Macmillan Inc., New York 1968, pp. 264-8, che scrisse: «l’alienazione (che i pensatori romantici avevano attribuito all’aumentata razionalizzazione e specializzazione dell’esistenza) fu attribuita da Marx alla società e specificamente allo sfruttamento del lavoratore da parte del non-lavoratore, ovvero il capitalista. […] Diversamente dai pensatori romantici e dai loro predecessori illuministi del XVIII secolo, Marx attribuì questa disumanizzazione non alla divisione del lavoro per sé, ma alla forma storica che aveva preso sotto il capitalismo», p. 266.
11. Cfr. Ornella Pompeo Faracovi, Il marxismo francese contemporaneo, Feltrinelli, Milano 1972, p. 28; e István Mészáros, La teoria dell’alienazione in Marx, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 301-2.
12. Cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, op. cit., pp. 223-267.
13. Adam Schaff, L’alienazione come fenomeno sociale, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 27 e 53.
14. Eccezione di rilievo a questo atteggiamento fu lo studioso polacco Adam Schaff, che nel libro Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1965, mise in evidenza come l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non comportava la scomparsa automatica dell’alienazione, poiché anche nelle società “socialiste” il lavoro conservava il carattere di merce.
15. Henry Lefebvre, Critica della vita quotidiana, vol. I, Dedalo, Bari 1977, p. 62.
16. Max Horkheimer – Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010, p. 127.
17. György Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1971, p. 112
18. Ivi, p. XXV.
19. Per una critica delle conseguenze politiche di questa impostazione cfr. David Schweitzer – Felix Geyer, Introduction, in Id. (eds.), Alienation: Problems of Meaning, Theory and Method, Routledge, London 1981, che affermò «riallocando il problema dell’alienazione nell’individuo, anche la soluzione al problema tende a essere posto sull’individuo; ovvero, ci devono essere adattamenti e aggiustamenti individuali in conformità degli assetti e dei valori dominanti», p. 12. Eguale matrice culturale hanno tutte le presunte strategie di disalienazione, promosse dalle amministrazioni aziendali, che vanno sotto il nome di “relazioni umane”. Nel volume James W. Rinehart, The Tiranny of Work: Alienation and the Labour Process, Harcourt Brace Jovanovich, Toronto 1987, si ricorda come queste strategie, lungi dall’umanizzare l’attività lavorativa, sono funzionali alle esigenze padronali e mirano esclusivamente a intensificare il lavoro ed a ridurre i suoi costi per l’impresa.
20. Cfr. Richard Schacht, Alienation, Doubleday, Graden City 1970, il quale notò che «non c’era quasi alcuno aspetto della vita contemporanea che non sia stato discusso nei termini di “alienazione”», p. lix.
21. Cfr. David Schweitzer, Alienation, De-alienation, and Change: A critical overview of current perspectives in philosophy and the social sciences, in Giora Shoham (ed.), Alienation and Anomie Revisited, Ramot, Tel Aviv 1982, secondo cui «il vero significato di alienazione è spesso diluito fino al punto di un’assenza virtuale di significato», p. 57.
22. Cfr. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 70-1.
23. Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna 2010, p. 234.
24. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, pp. 97-8. Per un’analisi completa di questo testo si rimanda a Marcello Musto (a cura di), I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo, ETS, Pisa 2015.
25. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 22-3.
26. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 20.
27. Ivi, p. 94.
28. Ivi, p. 90.
29. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, op. cit., p. 37.
30. Ivi, p. 39.
31. Ivi, p. 90.
32. Ivi, p. 96.
33. Karl Marx, Il capitale, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 105.
34. Ivi, pp. 104-5.
35. Su queste tematiche il contributo di Alfonso Maurizio Iacono è imprescindibile. Cfr., in particolare, The History and Theory of Fetishism, Palgrave, New York 2015.
36. Cfr. Adam Schaff, op. cit., pp. 149-50.
37. Karl Marx, Il capitale, op. cit., p. 110.
38. Karl Marx, Il capitale, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 933.
39. Cf. Alfonso Maurizio Iacono, The Ambivalence of Cooperation, in Marcello Musto (Ed.), Marx’s Capital after 150 Years: Critique and Alternative to Capitalism, Routledge, London 2019, in press.

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Umberto Curi, Corriere della Sera

Marx libero dai pregiudizi dei marxismi
L’analisi di Musto (Einaudi)

Non accade spesso che la pubblicazione di un libro segni una svolta negli studi relativi ad un autore.

È più frequente il caso di saggi che, nella migliore delle ipotesi, si limitano ad aggiornare il quadro, o che sviluppano aspetti settoriali specifici, senza intraprendere una revisione complessiva. Prevale largamente, insomma, l’attitudine a lavorare all’interno di un paradigma già consolidato, piuttosto che proporre un approccio talora arrischiato, ma realmente innovativo.
Questo orientamento generale è ancora più nettamente riscontrabile negli scritti riguardanti il pensiero di Karl Marx. Dopo la vera e propria orgia ideologica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando i testi del filosofo furono utilizzati per legittimare le posizioni politiche più diverse e spesso più stravaganti, e dopo il quasi totale oblio conseguente alla cosiddetta «crisi del marxismo», i pochi libri dedicati all’autore del Capitale comparsi negli anni più recenti si sono segnalati per la riproposizione di stereotipi logori, senza alcun serio tentativo di leggere Marx come sarebbe stato giusto e doveroso, vale a dire come un grande protagonista della ricerca teorica contemporanea, degno di appartenere ad un’ideale galleria di pensatori classici.
Si può anzi rilevare un paradosso rivelatore. Fino a ieri (anzi, come si vedrà fra breve, letteralmente fino ad oggi) il Marx del quale si è ricominciato a parlare è il profeta della società comunista, l’acerrimo denigratore del capitalismo, il fautore di una filosofia del proletariato denominata «materialismo storico» — vale a dire un personaggio che, se ci si attiene rigorosamente ai suoi scritti, anziché avallare improbabili leggende fiorite all’ombra delle ideologie novecentesche, nulla in realtà ha a che vedere con la reale identità teorica del pensatore di Treviri. Fra i numerosi esempi che si potrebbero citare, per dimostrare le vere e proprie deformazioni che la sua opera ha dovuto subire, basti ricordare l’intransigenza con la quale egli aveva più volte sottolineato di non aver mai enunciato un «sistema socialista», ribadendo la sua totale refrattarietà a «prescrivere ricette per le osterie dell’avvenire».
Il grave e inescusabile ritardo nell’«essere giusti con Marx» (per parafrasare il titolo dell’opera nella quale Jacques Derrida fa i conti con Freud) è oggi finalmente colmato con la pubblicazione del libro di Marcello Musto Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857 -1883 (Einaudi, pagine XI-329, Euro 30). Il testo è costruito sulla base di un’opzione metodologica al tempo stesso semplice ed estremamente efficace: delineare il contributo teorico contenuto negli scritti marxiani redatti fra il 1857 (l’anno dei Grundrisse, per intendersi) e il 1883 (anno della morte di Marx), contestualmente alla descrizione dei principali eventi della sua vita. E con ciò reagendo alla tendenza ancor oggi persistente a separare la narrazione dell’esistenza di Marx dalla sua elaborazione teorica.
Ne risulta un’opera in ogni senso magistrale per l’acribia della documentazione filologica, il rigore della trattazione, la cristallina chiarezza espositiva, l’originalità dell’approccio interpretativo. Già autore di altri fondamentali contributi alla comprensione del pensiero marxiano — fra i quali, Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011) e L’ultimo Marx (Donzelli, 2016) — Musto ci consegna ora un testo che sconvolge il sonnolento scenario dell’esangue letteratura marxologica, per consegnarci la viva attualità del pensiero di un grande autore classico.

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Umberto Curi, Corriere della Sera (English translation).

It is unusual for the publication of a book to signal a new turn in the study of an author.

At best, it usually confines itself to updating the interpretive framework or developing particular areas, without undertaking a comprehensive revision. In short, the prevalent tendency is to work within an established paradigm, rather than take the risk of a truly innovative approach.
This general orientation may be found even more clearly in writings on the thought of Karl Marx. After a veritable ideological orgy in the 1960s and 1970s, when the philosopher’s texts were used to legitimize the most diverse, and sometimes most extravagant, political positions, and after the near-total oblivion following the so-called crisis of Marxism, the few books that have appeared in recent years on the author of Capital have done little more than repeat stereotypical formulas, making no serious attempt to do Marx justice by reading him in the way he deserves – as a great protagonist of theoretical research worthy of belonging to a gallery of outstanding classical thinkers.
In fact, we may speak of a revealing paradox in this connection. Until yesterday, indeed until this very day, the Marx about whom people have again begun to speak is the prophet of communist society, the bitter critic of   capitalism, the architect of a philosophy of the proletariat called “historical materialism”: that is, a figure who, if we stick rigorously to what he actually wrote, instead of swallowing the implausible legends that blossomed in the shadow of nineteenth-century ideologies, has nothing in common with the real theoretical identity of the thinker from Trier. Among the numerous examples that underline the real deformations that his work has suffered, it is enough to recall his repeated insistence that he never formulated a “socialist system” and his complete disinclination to “write recipes for the cook-shops of the future”.
The grave and inexcusable delay in “doing justice to Marx” (to paraphrase the title of the work in which Jacques Derrida settled his account with Freud) has today finally been redressed by Marcello Musto’s Karl Marx Biografia intellettuale e politica 1857-1883 (Einaudi, XI-329 pages, Euros 30). The book is structured on the basis of a methodological choice that is both simple and extremely effective: to delineate the theoretical contribution contained in Marx’s writings between 1857 (the year of the Grundrisse) and 1883 (the year of his death) in the context of the main events of his life. In this, the book stands opposed to the still persistent tendency to separate the existential narrative from Marx’s theoretical elaboration.
The result is a masterly work in every sense: in its accuracy of textual documentation, its crystal clarity of exposition, and its originality of interpretive approach. Musto is already the author of other fundamental contributions to the understanding of Marx’s thought – including Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011) and L’Ultimo Marx (Donzelli, 2016) – and now we have a book that shakes the torpid world of lifeless Marxological literature and presents the thought of a great classical thinker in all its vibrant topicality.

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Victor Wallis, New Political Science

The figure of Karl Marx is so bound up with what I have studied and reflected on, over the years, that I feel I have become quite well acquainted with him while only occasionally making his life story the direct object of my inquiry.

My experience of Marx is thus not that of a “Marx scholar.” I have not tried to monitor all the biographies of Marx, although to do so would no doubt reveal a lot about the changing fortunes of the Left. I have been alerted to aspects of Marx’s trajectory here and there while being drawn into varied political debates, all of which led me to focus more on what he said (and did) than on the process through which he arrived at his positions. Moreover, when I have turned directly to his writings, it has been primarily in order to apply his perspective – which I grew into in the way that one acquires one’s primary language – to the analysis of some particular issue or historical moment.
But the progression from Marx the person to Marx’s thought and practice as the inspiration of a global movement – the genesis of the approach to history that made Marxism more than just a sect – now claims our attention with ever increasing urgency as the forces of capital that he highlighted escalate their devastating worldwide impact, and it becomes ever more vital to draw people into the struggle for a socialist reorganization of society. What Marcello Musto calls the current “Marx revival” – in which Musto’s own studies and collections have played a leading part – reflects the extreme challenge of a juncture at which capitalist accumulation, if not halted, will push the human species, along with many others, into oblivion.33 A concise recent overview of the physical basis for this projection is Julia Adenay Thomas, “Why the Anthropocene Is Not ‘Climate Change’ – And Why That Matters,” (January 2019), available online at: https://climateandcapitalism.com/2019/01/31/why-the-anthropocene-is-not-climate-change-and-why-that-matters/.View all notes
What can we usefully learn, at this juncture, from Marx’s life? And how can Musto’s biographical study help us? Much of Marx’s story will be well known to readers of New Political Science. In Musto’s rendition, which juxtaposes textual analysis and historical markers with details of the personal hardships that Marx had to overcome, what comes through is the portrait of a man who, in the face of extraordinary obstacles in his daily life, drew strength from “the unshakeable certainty that his existence belonged to the movement for the emancipation of millions of men and women” (p. 116). This is a dramatic way of expressing the point that, for all the rough edges, sufferings, and defeats that have attended the global struggle for socialism, there is a vital force that perseveres; it lies in the capacity, embodied by Marx, to grasp the enormity – both the scope and the horror – of the overarching regime that has to be transcended. In the context of Musto’s treatment, the “other Marx” of his title is clearly the one whose teachings endure despite all the disappointments – and especially the ideological distortions – produced by first-epoch socialism.
Although these ideological distortions were widely debated on the Left even before the collapse of the regimes in question, their origins remain a matter of controversy among Marxists. Musto locates them, in part (following a tradition pioneered by Georg Lukács), in a formulation of Friedrich Engels according to which there exists a “parallelism between history and logic” (p. 104), an observation which, in Musto’s view, was not shared by Marx. Musto might usefully have elucidated this point in the main text. In what sense does the quote from Engels represent more than an incidental difference? Without an explanation of this, we might be thrown into the camp of those who see Engels more sweepingly as the progenitor of a vulgarized Marxism – an interpretation which has tended to discredit the application of Marxist method outside the realm of social relations, narrowly understood (that is, to the exclusion of the natural/ecological infrastructure).44 Marx and Engels shared a unified approach to society and nature. The wider scope that this implies for Marxism is highlighted in Richard Lewontin and Richard Levins, The Dialectical Biologist (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1985).View all notes
Musto makes clear that he is not offering a full biography; he states that “a complete intellectual biography of Marx still has to be written” (p. 4). What he presents is three major stages of Marx’s career: Part I of the book focuses on the genesis of Marx’s perspective; Part II, on the circumstances surrounding his writing of the Grundrisse(written in 1857 but not published until 1939) and of Capital Vol. I (1867); and Part III, on Marx’s participation in the International Workingmen’s Association (IWMA) (1864–1872).
What I find most useful about Musto’s narrative is the tight link it shows between Marx’s activities and the changing circumstances through which he lived. While the general awareness of such connections is not new,55 For a thorough exposition, see especially August H. Nimtz, Jr., Marx and Engels: Their Contribution to the Democratic Breakthrough (Albany, NY: SUNY Press, 2000). Hal Draper’s 4-volume work, Karl Marx’s Theory of Revolution (New York, NY: Monthly Review Press, 1977–1990), is also valuable.View all notes some of the specific juxtapositions that Musto highlights – for example, between the writing of the Grundrisse and the economic crisis of 1857 – are quite striking. More generally, what is remarkable about Marx’s life is the stark contrasts that appear among the various types of activity in which he either chose or was forced to involve himself, often shifting suddenly from one to another (and back) as a consequence of some unforeseeable conjuncture. From our present-day perspective of a society confronting extreme events – for many activists, from a position of economic insecurity – his experience offers a precedent that is at once alarming and hopeful: the hazards of revolutionary engagement offset by the prospect – not always easy to envisage – of eventual epic achievement (which for Marx meant comprehending and conveying to the whole world the historical dynamic of capital).
The most obvious flux and reflux – inherent in Marx’s calling – is between his theoretical labors and his organizational activity. Cutting across this central axis, however, was a wide spectrum of pressures and interests. Among the pressures were, first, the heavy hand of the bourgeois state, expelling him from three countries, and, later, the pain of living on the edge, at once economically and – partly because of this – in terms of both physical ailments and emotional turmoil, including the early deaths of three of his children. Added pressures arising from his work included ill-informed polemics by political adversaries. Musto gives particular attention to Marx’s year-long detour from the writing of Capital to compose Herr Vogt (1860), an often-overlooked work in which Marx, apprehensive of future misunderstandings, deploys against his critic the full battery of his theoretical arguments, seasoned with disdain for Vogt’s clumsiness of expression. The latter concern reflects in part Marx’s lifelong immersion in the classics of Western literature. Another great interest for Marx was the whole varied world of the natural sciences, with particular emphasis on evolutionary biology and agricultural chemistry – topics on which he avidly followed the latest developments, blending them seamlessly into his overall depiction of the scourges of capital.66 See Ian Angus, “Marx and Engels and Darwin,” in his A Redder Shade of Green: Intersections of Science and Socialism(New York, NY: Monthly Review Press, 2017), pp. 27–45, and Kohei Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy (New York, NY: Monthly Review Press, 2017).View all notes
Although Marx could at certain stages concentrate for months at a time on his theoretical work, there was no period of his life in which he was not on high alert to the openings for revolution. The period of relative quiescence in the 1850s was one in which his main outreach was through journalism, especially the articles on current politics that he – and sometimes also Engels – wrote for the New York Tribune. Both before and after that decade, however, his activism was more direct. Part III of Musto’s book, focusing on the IWMA or First International, reminds us that Marx in his political practice abjured personal projection, working instead outside the spotlight to make sure that the necessary strategic understanding was embraced and articulated by the workers themselves.77 See also Nimtz, Marx and Engels, p. 194.View all notes
The IWMA would ultimately collapse under the weight of sectarian struggles. At its height, however, it expressed in organizational form the class consciousness that Marx had been working to instill. That historical moment, embracing also the publication of Capital Vol. 1 and, only four years later, the Paris Commune (of which Marx’s contemporaneous analysis, The Civil War in France, became the most widely diffused interpretation), brought Marx’s work decisively into the position of global prominence, as revolutionary theory, that it has occupied ever since.
Musto’s book, which also includes a chronology of the publication history of Marx’s major works, as well as reference-information about many of Marx’s comrades, is part of a larger project that, given the current resurgence of mass discontent, should go beyond earlier projects in showing the relevance of Marx’s practice to a new generation of activists.

Notes
3 A concise recent overview of the physical basis for this projection is Julia Adenay Thomas, “Why the Anthropocene Is Not ‘Climate Change’ – And Why That Matters,” (January 2019), available online at: https://climateandcapitalism.com/2019/01/31/why-the-anthropocene-is-not-climate-change-and-why-that-matters/.
4 Marx and Engels shared a unified approach to society and nature. The wider scope that this implies for Marxism is highlighted in Richard Lewontin and Richard Levins, The Dialectical Biologist (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1985).
5 For a thorough exposition, see especially August H. Nimtz, Jr., Marx and Engels: Their Contribution to the Democratic Breakthrough (Albany, NY: SUNY Press, 2000). Hal Draper’s 4-volume work, Karl Marx’s Theory of Revolution (New York, NY: Monthly Review Press, 1977–1990), is also valuable.
6 See Ian Angus, “Marx and Engels and Darwin,” in his A Redder Shade of Green: Intersections of Science and Socialism (New York, NY: Monthly Review Press, 2017), pp. 27–45, and Kohei Saito, Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy (New York, NY: Monthly Review Press, 2017).
7 See also Nimtz, Marx and Engels, p. 194.

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日本でもマルクスをリバイバルさせよう!

二〇一八年はマルクス生誕二〇〇周年でした。近年、世界中でマルクス再読の動きが広がっています。なぜいまマルクスが再評価されているのか、そして、こうした世界的な流れのなか、日本で私たちがするべきことは何か。「マルクス・リバイバル」の旗手役として活躍されているマルチェロ・ムストさんにお話しいただきました。
※本記事は、二〇一九年一月一五日に開催された POSSE Cafe第二回「マルクスと現代の若者の労働」の抄録です。

マルクスのアプローチがいま求められている
マルチェロ・ムストです。一九七六年にイタリアで生まれ、高校生のときに活動家になりました。当時取り組んでいたのは、難民を支援する反差別運動です。大学で反資本主義や共産主義を勉強しました。大学に入って以降もずっと活動を続けていて、大学の先生になったのは偶然です。博士号を取得後は、六年のあいだにベルリン、アムステルダム、コペンハーゲン、オスロを転々としました。そして二〇〇九年にカナダで大学の教授としての仕事を得ることができました。
故郷の美味しいイタリア料理を捨ててまで(笑)マルクスを勉強しようと思った理由は、やはりマルクスが、この複雑な社会を一体として把握・説明することができている、ということに尽きます。

ここ三〇年間の流れを見てみると、いまこそマルクスを読むことが切実に求められている時代だといえます。マルクスの対極にあるのが、たとえばポストモダニズムと呼ばれる思想であり、これは基本的には社会の一部だけを取り出して説明するという性格が強いですね。

こういう一部分だけを扱うというアプローチは、学問の領域だけではなく、社会的な領域においても少なくありません。たとえば、ここ二〇年の社会運動の歴史を見ても、多くは社会問題の一部分しかアプローチしない。もちろん、私はこれらの社会運動を支援しますし、非常に重要な取り組みであることは認識していますが、でもそこには限界がある。なぜなら、それぞれが個々の問題の解決を図ろうとしても、それだけでは依然としてそれらの根本にある大きな問題は解決できないからです。その大きな問題というのが、マルクスが資本主義と呼んだものです。

この資本主義という言葉自体が、最近は使われなくなってきています。マルクス以前は、資本主義は普遍的なものであり、永遠に続く自然的なものだと捉えられていました。ここに、マルクスを踏まえて考える意義があるのです。

「資本主義は永遠で不変である」?
さて、現代のほうに目を向けていきましょう。現代の抱える大きな問題は、社会運動がなぜ、それほど広範に広がっていないのか、ということです。これは一九九一年にソビエト連邦が崩壊したことで、いわゆるマルクス・レーニン主義がダメだ、と考えられるようになったことが大きいですね。ただし、こういったマルクス・レーニン主義、あるいは社会主義国といわれるソ連などの国々というのは、マルクスの思想とはほとんど関係がありません。マルクスは、その国家体制を正当化するために都合のいいように利用されたにすぎません。マルクスのいうような市民や労働者が自由に個人を表現するということは禁じられおり、むしろ非常に抑圧的で非民主的な政治体制でした。

ソ連の崩壊に対する反応は二パターンあります。一つには、資本主義は永遠で不変であると捉えるようになり、人々が資本主義という言葉を使わなくなる。そして、「リベラリズムが問題をすべて解決するのだ」という言説が非常に強くなります。
もう一つは、いろいろな社会運動が現れてきたのですが、先ほども述べたように、一般的な社会全体の問題を解決しようとしていないのですね。

労働者側からの闘争なき階級闘争
それでは、このようななかで何を考えなければいけないか。今日お話しするのはマルクスの理論でももっとも使い古された話ですが、でも私は日本で一番重要な話だと思っています。それは、「階級闘争」です。
日本を外から見ていると、階級闘争は実に非常に多くの場面でおこなわれているんです。ただ日本に住んでいる人々にはそれがなかなか見えていないんですね。ここで、階級闘争とはもちろん労働者と資本家との闘いのことですが、相互に闘うわけですから、労働者の資本家に対する闘いだけではなく、資本家が労働者と闘うことも含まれる。ここ三〇年間では労働者が闘う機会がほとんどなくなってしまっていて、逆に、資本家の側が労働者に対してもっと苛烈に闘っています。
世界を見てみると、冷戦時代に、ソ連以外の国家は自国に社会主義が拡がることを恐れて、社会民主主義的な政策を非常に多くとりいれました。いわゆる階級妥協です。これは今日では福祉国家と呼ばれています。この福祉国家はこの三〇年で激しい攻撃にさらされてきました。これは世界的な現象ですが、こうした福祉国家に対する攻撃は、新自由主義と呼ばれていますね。労働者が資本家に負けているということです。

こうしたなかで進んでいるのが、雇用の不安定化です。グローバリゼーションによって一五〇年前のマルクスの時代よりも、マルクスが言ったことがかなりはっきりと現れてきています。利潤を最大化するために日本からの生産拠点の移転もかなりおおっぴらにおこなわれています。

あるいは富の格差の拡大という面から見れば、五~六〇年前よりも状況は圧倒的に悪化しています。ソ連が崩壊した時に、「これからは労働運動の妥協を踏まえなくても資本主義が全部調整してくれる」という話がかなり跋扈しましたが、その結果はどうでしょうか。南北間のグローバルな格差が拡がり、かつ環境破壊が爆発的にすすんでいます。利潤を最大化するために生産力をあげていけば、いずれ環境が生産力の発展の制約になるとマルクスは述べたわけですけれども、まさにいま起こっていることですね。

福祉国家そのものは資本主義の枠組みを超え出るものではないですから、究極の目標にはなりません。とはいえ、マルクスは資本主義を克服するために福祉国家を利用することは評価していると私は考えます。それは福祉国家が労働者の生活環境を向上させるからであり、とりわけ重要なのは労働時間の短縮です。実際、機械化やテクノロジーがこれだけ発展していますから、本来は労働にもっと余裕があってしかるべきなんです。なぜそれができないのかというと、自由時間をすべて資本家が掌握しているからですよね。

いまの社会体制と闘うための武器
ここで階級闘争に関してマルクスが言及していたことをお話しすると、マルクスは、労働運動などの闘争に参加することで、労働者の個人的な解放を目指していました。そこで一番重要なのは、誰かに任せていたら何も達成できない、ということです。労働者自身による解放が重要だということですね。
ギリシャ語でポリスという言葉があって、ポリティクス(政治)の原語であるわけですけれども、重要なのは参加のプロセスなのです。しかし、いま起こっていることはまさに真逆のことで、人々は何かがあってもそれを消極的に受け入れてしまっている。

日本においては、既存の社会機構や体制に対する批判が弱いのではないでしょうか。たとえば、二〇一八年はマルクス生誕二〇〇周年でしたが、国によっては「一九六八年」の五〇周年を祝った国もあります。一九六八年には学生たちが、たとえば女性の家庭内における抑圧や、あるいは既存の権威主義的な体制を批判する運動に取り組んでいました。このように現存の問題含みな体制と闘うことが、いまの日本ではさほどおこなわれていないのではないかと思います。
他方でヨーロッパの状況はどうかといえば、現在ヨーロッパの経済政策は基本的にIMFや国際通貨基金、欧州委員会といった組織の官僚が一方的に決めてしまっていて、個々の国家ではほとんど何もできないという状況になっています。そのなかで、労働者は以前に比べてより長く働かなければならなくなってきています。

とはいえ、ネガティヴな話ばかりではありません。近年ではこうした既存の社会体制に対する批判的な動きも出てきています。一番よく知られているのは、二〇〇八年の金融危機後に起こった運動ですよね。資本主義に対するオルタナティヴがたくさん議論されました。学問の世界にとどまらず、社会的な領域でもこういった動きが出てきています。
ただし、そうした動きは左右どちらからも出てきていて、もし極右の台頭をこのまま許すのであれば、いっそう悪い社会体制になる可能性もあります。排外主義が蔓延して軍隊が政権をとるような社会体制もありうる。

その一方で、左派の側からしたら革新的な体制を生みだしうる余地があるということです。ソ連はかなり抑圧的な体制でしたが、ソ連が崩壊した一九九一年の後には、「そうではない別のかたちでどうやったら社会を組織できるのか」という議論が起こっています。そのようにしていかないと、実際に格差がどんどん広がり、戦争が起こり、難民が大量に発生し、環境破壊がどんどん進んでしまうからです。こういったなかで新しいアイディアが次々に出てきている。
近年、マルクス・リバイバルが世界的な流れになっています。日本ではまだかもしれませんが、世界では各地でマルクスに関するシンポジウムがおこなわれていて、多いときには一〇〇〇人以上が参加して議論しています。

では、なぜマルクスはいま再評価されているのでしょうか。マルクスが言ったことは、マルクスが生きた一八五〇年代の社会にだけあてはまるわけでも、イングランドないしはヨーロッパにだけあてはまるわけでもなくて、もっと普遍的な資本主義の傾向や矛盾を捉えているからです。マルクスを教条主義的に捉えるのではなく、きちんと自分たちで考えていけば、必ずヒントが見つかるでしょうし、マルクス本来の意義を再発見できるだろうと思います。くり返しになりますが、資本主義は歴史的なものであって、永遠の自然的なものではありません。労働者個人の解放にとどまらず、資本主義的生産様式を変革し、どうやったら環境に負荷をかけずに生産ができるかを考えていくこともできるでしょう。

では、私たちはどうするか
会場からの質問:日本の現状に対して、私たちはどのように動いていけばいいのでしょうか。

フラストレーションが高まっているのはよくわかります。日本のように運動が困難な国では特にそうかもしれません。でも「こうやったらこうなる」という魔法のような何かがあるわけではない。私たちがこれから何をするかで変わってくるのです。
たとえば労働運動の歴史では、これまで「革命は自動的に起こる」「資本主義が行き詰まって労働者の生活環境が悪くなっていけば不満を持って自然と立ち上がるのだ」と言われてきましたが、私は違うと思います。重要なのは、研究をおこなうこと、そして仲間を組織することです。イタリアのグラムシという学者は「学ぶこと、そして組織すること、これらが重要だ」と説いています。社会について勉強し、どういう仕組みで社会が動いているかを理解する。そして、それにとどまらずに実際に人々を組織することです。

理論活動と実践をおこなっていく―これはまさにマルクスの人生でした。マルクスの理論はつねに労働者階級のための理論であって、実際にマルクス自身が第一インターナショナルで、労働者を組織したり労働者向けにいろいろなものを書いたり、という実践をしています。ですからたとえば、大学のなかで学生を組織してみたり、映画鑑賞会を開いてみたり、あるいはデモをおこなったり、あるいはPOSSEがおこなっているように雑誌を発行してみたり、こういった具体的な実践が非常に重要だと思います。

グラムシが言ったのは、文化、そして教育が果たす役割の重要性です。人々が階級意識を育むのには非常に時間がかかります。そして、歴史的にみても教育はほとんどの人々にとって、もともと与えられていたものではありませんでした。女性は基本的に教育から排除されていましたし、労働者は差別されていて、八歳くらいから現場で働いていたので教育を受ける機会がありませんでした。民族的な差別も非常に横行していました。そういった人たちが勉強したのは、労働組合の支部などといった場所だったのです。

こういった長いプロセスの積み重ねが福祉国家につながりましたし、そのなかでまともな仕事を求めたり普通に生活できる住居を確保できるようにしたりしていったのです。いまの状況を悲観的に捉える必要ありません。かといって楽観的に考えているだけでは社会はよくならないので、もっといまの社会を深く理解していくことが重要だと思います。