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Gramsci and the Emancipation of the Subaltern Classes

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Corporate Capitalism and the Integral State

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The Last Years of Karl Marx

On His Birthday, Let’s Celebrate the Old Man Karl Marx. Karl Marx’s final years of life are often overlooked as a period of intellectual and physical decline. But his thought remained vibrant to the end, as he addressed political questions that are still relevant to us today.

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Rosa Luxemburg

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As the West Goes to War, Crafting Peace Today

As Europe, broadly the West, goes to war and the media grimly predicts a third world war, this panel discussion asks pertinent questions about the meaning of this war for the working people of the world and in particular the rest of the world. The ‘third’ world or the ‘global south’ has historically been crucial in the construction of Europe as the dominant and civilized other. What are the geopolitical implications of the present war in Europe for the rest of the world? How does this war hinder the prospect of global peace and people’s security? What is the impact of the war on food security, energy security, and in general security of nations? Is there any necessity for the weaker and smaller nations and the working people to take side in the war? Must they support military alliances? Is this war, which includes weaponised policies of economic sanctions and discriminatory policies of protection of refugees, essential to save “democracy”? What, in fact, will be the definition of peace in this context? How can we articulate the politics of peace in this time?

The speakers of the panel discussion are :

Professor Marcello Musto, Professor of Sociological Theory, York University, Toronto.

Professor Sandro Mezzadra, Professor of Political Philosophy, University of Bologna, Italy.

Professor Ranabir Samaddar, Distinguished Chair in Migration and Forced Migration Studies, Calcutta Research Group, India.

Professor Paula Banerjee, Professor and Head in South and South-East Asian Studies, University of Calcutta & Calcutta Research Group, India will moderate the panel discussion.

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Socialism in Marx’s Capital

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Zhan Jiong, Lao Gong Yun Dong Yu She Hui Zhu Yi

战争的经济原因

当政治科学探究战争背后的意识形态、政治、经济甚至心理动机,社会主义理论则令人信服地强调资本主义发展与战争蔓延之间的关系。

 

在第一国际的内部辩论中,主要领导者之一的塞萨尔·德巴普(César de Paepe)阐述了后来成为工人运动在这个问题上的经典立场:在资本主义生产制度下,战争是不可避免的。在当代社会,战争不是由君主或其他个人的野心造成的,而是由占主导地位的社会经济模式造成的。对于工人运动来说,文明的教训来自这样一种信念:任何战争都应被视为“一场内战”,工人之间的激烈冲突剥夺了他们幸存所必需的手段。

 

马克思在他的所有著作中都没有发展他关于战争的观点,也没有提出对战争采取正确态度的指导。在《资本论》里,马克思认为暴力是一种经济力量,“是每一个孕育着新社会的旧社会的助产婆”。但他并不认为战争是社会革命转型的关键捷径,他政治活动的一个主要目标是让工人们忠于国际团结的原则。

对恩格斯来说,战争是一个如此重要的问题,以至于成为他晚年一部作品的主题。恩格斯在《欧洲能否裁军?》中指出,在过去的二十五年里,每个大国都试图在军事和战备上超过对手。这导致了空前未有的武装规模,并使旧大陆趋近于一场“世界上还没有见过的毁灭性的战争”。恩格斯说:“常备军制度在整个欧洲已发展到极端,只要常备军不及时改组为以普遍武装人民为基础的民兵,那么,不是这种制度使各国人民担负不起军费重担而在经济上破产,就是它必然导致一场毁灭性的大战。”恩格斯在其分析中不忘强调,常备军的维持既出于外部军事目的,也出于内部政治目的。他们“与其说是防御国外的敌人,不如说是防御国内的敌人”,加强镇压无产阶级和工人斗争的力量。由于大众阶层通过税收和向国家提供军队而为战争付出了更多,因此工人运动应该争取“通过国际协议逐步缩短服现役的期限”和裁军,这是唯一有效的“和平保障”。

检验与崩溃

和平时期的理论争议很快便成为当时最重要的政治议题,工人的代表们拒绝支持战争,这是工人运动不得不面对的现实。在1870年的普法冲突中,社会民主党议员威廉·李卜克内西和奥古斯特·倍倍尔谴责了俾斯麦领导下的德意志的吞并计划,并投票反对战争信贷。他们“拒绝了为继续战争提供额外资金的法案”,这使得他们以叛国罪被判两年监禁,但也帮助工人阶级找到了另一种利用危机的方式。

 

随着欧洲主要列强继续其帝国主义扩张,关于战争的争论在第二国际的辩论中变得愈发重要。成立大会通过的一项决议将和平奉为“任何工人解放的不可或缺的先决条件”。“世界政策(Weltpolitik)”——这是一项德意志帝国在国际舞台上扩大势力的侵略政策——改变了地缘政治环境,反军国主义原则在工人运动中扎得更深,并影响了对武装冲突的讨论。战争的作用不再仅仅被视为开启革命机遇和加速体制崩溃(左翼的这一观点可以追溯到罗伯斯庇尔的“没有革命的革命”)。战争现在被视为一种危险,因为它对无产阶级造成了严重的后果,即饥饿、贫困和失业。

1907年,第二国际在斯图加特大会上通过了《关于军国主义与国际冲突》的决议,其中概括了所有已成为工人运动共同遗产的要点,包括投票反对增加军事开支的预算、对常备军的反感以及对民兵制度的偏爱等。随着时间的流逝,第二国际对和平的承诺越来越少,欧洲大多数社会主义政党最终都支持第一次世界大战。这一过程产生了灾难性的后果。大家都认为“进步的好处”不应被资本家们垄断,工人运动开始与统治阶级的扩张主义目标一致,并被民族主义意识形态所淹没。第二国际在战争面前完全无能为力,未能实现其主要目标之一:维护和平。

 

罗莎·卢森堡和列宁是对于战争的两个最强烈的反对者。卢森堡拓展了左派的理论理解,表明军国主义是支撑国家的关键。和其他共产主义领导者相比,她表现出了少有的信念和力量,她认为“对战争的战争!”的口号应该成为“工人阶级政治的基石”。正如卢森堡在《社会民主党的危机》中所写的那样,第二国际之所以崩溃,是因为它未能“让所有国家的无产阶级达成一致的战术和行动”。因此,自那时起,“无论身处和平还是战乱”,无产阶级的“主要目标”都应是“反对帝国主义与防止战争”。

列宁在第一次世界大战期间所写的《社会主义与战争》及其他著作里指出了两个基本问题。第一是关于“历史的伪造”,每当资产阶级试图把“进步性的、民族解放性质的战争”归咎于实际上是“掠夺”的战争时,发动战争的唯一目的就是决定哪个交战国将压迫最多的外国人民,并增加资本主义的不平等。第二是社会改良派掩盖了阶级斗争的矛盾,他们声称“从‘自己’国家的资产阶级靠掠夺其他民族、靠它的大国优越地位等等而攫取的利润中分得一点油水”。这本小册子中最著名的论点——革命者应该寻求“把帝国主义战争变为国内战争”——暗示那些真正想要“持久的民主的和平”的人们必须发动“针对当局政府和资产阶级的内战”。列宁相信,在战争时期始终进行着的阶级斗争“必然”会在群众中产生革命的精神。

分界线

第一次世界大战不仅在第二国际内部造成分裂,而且在无政府主义运动中也造成分裂。在冲突爆发后不久发表的一篇文章中,克鲁泡特金写道:“任何珍视人类进步理念的人,其任务就是粉碎德国对西欧的入侵。”意大利无政府主义者恩里科·马拉泰斯塔(Enrico Malatesta)在回复克鲁瓦特金时表示,“德国的胜利肯定意味着军国主义的胜利,但盟军的胜利也意味着俄英实现了对欧洲和亚洲的统治。”

 

在《十六国宣言》中,克鲁泡特金坚持认为,我们需要“抵抗侵略者,因为他摧毁了我们所有的解放希望”。协约国对德国的胜利将是较小的罪恶,且不会破坏现有的自由。另一边,马拉泰斯塔和他在《无政府主义国际反战宣言》上的同盟者宣称:“进攻的战争和防御的战争是没有区别的。”此外,他们补充说:“任何交战方都没有任何权利要求文明,正如它们也没有权利要求合法自卫一样。”

对战争的态度也在女权运动中引起了争论。在长期以来由男性垄断的工作岗位上,女性需要取代应征入伍的男性,这鼓励了沙文主义意识形态在新生的妇女参政运动中传播甚广。揭露两面派政府(一面呼吁抵御外敌,一面利用战争来打压基本的社会改革)是罗莎·卢森堡和当时的共产主义女权主义者最重要的成就之一。她们是第一批清醒而勇敢地走上这条道路的人,这条道路将向后代表明,反对军国主义的斗争对于反对父权制的斗争而言是至关重要的。后来,拒绝战争成为国际妇女节的一个独特部分,而反对那些可能爆发新冲突的战争预算,也成为了许多国际女权运动纲领的突出特点。

波拿巴不是民主

1854年,马克思谈到克里米亚战争,他在反对那些鼓吹反俄联盟的自由民主派时写道:“把同俄国的战争说成是自由同专制的战争同样是错误的。在这种情况下,波拿巴目前就会成为自由的代表人物。撇开这一点不谈,公开宣布的进行战争的全部目的正是要保持强国均势和维也纳条约——恰恰是那些要消灭民族的自由和独立的条约。”如果我们把这里的“波拿巴”换成“美国”、把“维也纳条约”换成“北约”,那么这些观点似乎是为今天而写。

 

那些同时反对俄罗斯和乌克兰民族主义以及北约扩张的人的想法,并没有显示出政治上的优柔寡断或理论上的模棱两可。最近几周,一些专家解释了冲突的根源,而那些提议不结盟政策的人们的立场才是尽快结束战争和确保最小伤亡的最有效方式。有必要根据两个要点来不断进行外交活动:缓和紧张局势和独立的乌克兰保持中立。

 

套用克劳塞维茨的名言,对左翼来说,战争不能是“政治的延续”。实际上,它只是证明了政治的失败。如果左翼希望卷土重来,并显示自己有能力利用自身历史来完成当下的任务,那么他们就需要在其旗帜上写下“反军国主义”和“拒绝战争”。

 

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Reexamining Engels’s Legacy in the 21st Century

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Japanese Discourses on the Marxian Theory of Finance

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Non c’è spazio per la guerra nella cultura della sinistra

Le cause economiche della guerra
Nei dibattiti della Prima Internazionale, César de Paepe formulò quella che sarebbe divenuta la posizione classica del movimento operaio su questo tema, ovvero l’inevitabilità delle guerre nel regime di produzione capitalistico. Nella società contemporanea, esse non sono provocate dalle ambizioni dei monarchi o di singoli individui, bensì sono determinate dal modello economico-sociale dominante. Il movimento socialista mostrò anche quale era la parte di popolazione sulla quale si abbattevano, ineluttabilmente, le conseguenze più nefaste delle guerre. Nel congresso del 1868, i delegati della Prima Internazionale votarono una mozione che impegnava i lavoratori a perseguire “l’abolizione definitiva di ogni guerra”, dal momento che sarebbero stati soprattutto loro a pagare economicamente, quando non con il loro sangue – e senza alcuna distinzione tra vincitori e sconfitti –, le decisioni delle classi dominanti e dei governi che li rappresentavano.

Karl Marx non riassunse in alcuno scritto le sue concezioni – frammentarie e talvolta contraddittorie – sulla guerra, né formulò linee guida per indicare l’atteggiamento più corretto da adottare in proposito. Non concepì la guerra come una necessaria scorciatoia per la trasformazione rivoluzionaria e impiegò una parte consistente della sua militanza politica per vincolare la classe operaia al principio della solidarietà internazionale. In L’Europa può disarmare?, Friedrich Engels segnalò che la produzione di armamenti senza precedenti avvenuta in Europa rendeva possibile l’approssimarsi di “una guerra di distruzione che il mondo non aveva mai conosciuto”. Aggiunse che, “il sistema degli eserciti permanenti era stato spinto a un punto talmente estremo da essere condannato a rovinare economicamente i popoli, per via delle spese belliche, o a degenerare in una guerra di annientamento generale”.

Il fallimento alla prova dei fatti
Ben presto, da argomento teorico analizzato in tempi di pace, la lotta contro il militarismo divenne un problema politico preminente. Con l’espansione imperialista da parte delle principali potenze europee, la controversia sulla guerra assunse un peso sempre più rilevante nel dibattito della Seconda Internazionale. Nel congresso della sua fondazione, venne approvata una mozione che sanciva la pace quale “condizione prima indispensabile di ogni emancipazione operaia”. La mozione votata al Congresso di Stoccarda, del 1907, riassunse tutti i punti divenuti, fino ad allora, patrimonio comune del movimento operaio. Tra essi figuravano: la scelta di voto contrario a leggi di bilancio che proponevano l’aumento delle spese militari e l’avversione agli eserciti permanenti.

Con il passare degli anni, la Seconda Internazionale si impegnò sempre meno a promuovere una concreta politica d’azione in favore della pace. L’opposizione al riarmo e ai preparativi bellici in atto fu molto blanda e un’ala del Partito Socialdemocratico Tedesco, divenuto sempre più legalista e moderato, barattò il suo voto favorevole ai crediti militari – e poi finanche l’appoggio all’espansione coloniale –, in cambio della concessione di maggiori libertà politiche in patria. Le conseguenze di questa scelta furono disastrose. Il movimento operaio giunse a condividere gli obiettivi espansionistici delle classi dominanti e venne travolto dall’ideologia nazionalista. La Seconda Internazionale si rivelò del tutto impotente di fronte alla guerra, fallendo in uno dei suoi intenti principali: preservare la pace.

I due esponenti di punta del movimento operaio che si opposero con maggiore vigore alla guerra furono la Luxemburg e Lenin. La prima ammodernò il bagaglio teorico della sinistra sulla guerra e mostrò come il militarismo rappresentasse un nerbo vitale dello Stato. Per Lenin, invece, in Il socialismo e la guerra, Lenin ebbe il merito di mostrare la “falsificazione storica” operata dalla borghesia, ogni qual volta provava ad attribuire un significato “progressivo e di liberazione nazionale” a quelle che, in realtà, erano guerre “di rapina”, condotte con il solo obiettivo di decidere a quale delle parti belligeranti sarebbe toccato opprimere maggiormente popolazioni straniere. Per Lenin, i rivoluzionari dovevano “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, poiché quanti volevano una pace veramente “democratica e duratura” dovevano eliminare la borghesia e i governi colonialisti.

Il discrimine nell’opposizione alla guerra
La Prima Guerra Mondiale procurò divisioni non solo in seno alla Seconda Internazionale, ma anche nel movimento anarchico. Nel Manifesto dei Sedici, Kropotkin postulò la necessità di “resistere a un aggressore che rappresenta l’annientamento di tutte le nostre speranze di emancipazione”. La vittoria della Triplice Intesa contro la Germania costituiva il male minore per non compromettere il livello di libertà esistente. Al contrario, coloro che firmarono con Errico Malatesta il Manifesto internazionale anarchico sulla guerra espressero la convinzione che la responsabilità del conflitto non poteva ricadere su un singolo governo e che non andava “fatta nessuna distinzione tra guerra offensiva e difensiva”. Aggiunsero, inoltre, che “nessuno dei belligeranti aveva il diritto di parlare a nome della civilizzazione o di considerarsi in uno stato di legittima difesa”.

Come comportarsi dinanzi alla guerra accese anche il dibattito del movimento femminista. A partire dal primo conflitto mondiale, la necessità di sostituire gli uomini inviati al fronte, in impieghi precedentemente da loro monopolizzati, favorì il diffondersi di un’ideologia sciovinista anche in una fetta consistente del neonato movimento suffragista. Smascherare l’inganno dei governi del tempo – che, agitando lo spauracchio dell’aggressore alle porte, si servirono della guerra per derubricare fondamentali riforme di carattere sociale – rappresentò una delle conquiste più significative delle dirigenti comuniste del tempo. Clara Zetkin e la Luxemburg, furono tra le prime ad avviare, con lucidità e coraggio, il cammino che indicò, a molte generazioni successive, come la battaglia contro il militarismo fosse un elemento essenziale della lotta contro il patriarcato. Dopo di loro, l’ostracismo alla guerra divenne un elemento distintivo della Giornata internazionale delle donne e, all’insorgere di ogni nuovo conflitto bellico, l’opposizione all’aumento delle spese di guerra figurò tra i punti salienti di numerose piattaforme del movimento femminista mondiale.

Il fine non giustifica i mezzi e i mezzi sbagliati danneggiano il fine
Il crescendo di violenze perpetrate dal fronte nazi-fascista – nei confini nazionali così come in politica estera – e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale generarono uno scenario ancora più nefasto di quello della guerra del 1914-1918. L’Unione Sovietica venne attaccata dalle truppe di Hitler nel 1941 e fu impegnata in quella Grande Guerra Patriottica che fu decisiva al fine della sconfitta del nazismo e divenne, poi, un elemento così centrale dell’unità nazionale russa da essere sopravvissuta alla caduta del Muro di Berlino e da perdurare fino ai nostri giorni.

A partire dal 1961, sotto la presidenza di Nikita Chruščëv, l’Unione Sovietica inaugurò un nuovo ciclo politico che prese il nome di Coesistenza pacifica. Questa svolta fu intrapresa esclusivamente nei rapporti con gli Stati Uniti d’America e non con i paesi del “socialismo reale”. Dopo la repressione della rivolta ungherese, nel 1956, i sovietici invasero con mezzo milione di soldati e migliaia di carri armati la Cecoslovacchia che chiedeva democratizzazione e di decentramento economico, attraverso la “Primavera di Praga”. L’Unione Sovietica continuò a destinare una parte significativa delle sue risorse economiche alle spese militari e ciò contribuì all’affermazione di una cultura di guerra e autoritaria nella società. Così facendo, si alienò, definitivamente, le simpatie del movimento per la pace, divenuto ancora più vasto in occasione delle straordinarie mobilitazioni contro la guerra in Vietnam.

Nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan, l’Armata Rossa tornò a essere lo strumento principale della politica estera di Mosca, che continuava ad arrogarsi il diritto di intervenire in quella che riteneva essere la propria “zona di sicurezza”. L’insieme di questi interventi militari non solo sfavorì il processo di riduzione generale degli armamenti, ma concorse a screditare e a indebolire globalmente il socialismo. L’Unione Sovietica venne percepita, sempre più, come una potenza imperiale che agiva in forme non dissimili da quelle degli Stati Uniti d’America.

Se è sinistra, è contro la guerra
La Guerra Russo-Ucraina ha posto la sinistra nuovamente di fronte al dilemma del come comportarsi quando un paese vede minacciata la propria legittima sovranità. La mancata condanna dell’attacco della Russia all’Ucraina da parte del governo del Venezuela è un errore politico. In Risultati della discussione sull’autodecisione Lenin scrisse: “se vincesse la rivoluzione socialista a San Pietroburgo, a Berlino e a Varsavia, il governo socialista polacco, come quello russo e tedesco, rinuncerebbe a mantenere con la violenza gli ucraini entro le frontiere dello Stato polacco”. Perché, dunque, ipotizzare che qualcosa di diverso debba essere concesso al governo nazionalista guidato da Putin?

D’altra parte, quanti a sinistra hanno ceduto alla tentazione di diventare – direttamente o indirettamente – co-belligeranti, dando vita a una nuova union sacrée, contribuiscono a rendere sempre meno riconoscibile la distinzione tra atlantismo e pacifismo. La storia dimostra che, quando non si oppongono alla guerra, le forze progressiste smarriscono una parte essenziale della loro ragion d’essere e finiscono con l’essere inghiottite dall’ideologia del campo a loro avverso.

La tesi di quanti si oppongono sia al nazionalismo russo e ucraino che all’espansione della NATO non contiene alcuna indecisione politica o ambiguità teorica. Al di là delle spiegazioni – fornite, in queste settimane, da numerosi esperti – sulle radici del conflitto, la posizione di quanti suggeriscono una politica di “non allineamento” è la più efficace per far cessare la guerra al più presto e assicurare che in questo conflitto vi sia il minor numero possibile di vittime. Significa dare forza all’unico vero antidoto all’espansione della guerra su scala generale. A differenza delle tante voci che invocano un nuovo arruolamento, va perseguita un’incessante iniziativa diplomatica, basata su due punti fermi: la de-escalation e la neutralità dell’Ucraina indipendente.

Diversamente dal celebre detto di Carl von Clausewitz, per la sinistra, la guerra non può essere “la continuazione della politica con altri mezzi”. In realtà, essa non fa che certificare il suo fallimento. Se la sinistra vuole tornare a essere egemone e dimostrarsi capace di declinare la sua storia per i compiti dell’oggi, deve scrivere sulle proprie bandiere, in maniera indelebile, le parole “antimilitarismo” e “no alla guerra”.

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A New Introduction to Karl Marx

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The Rise and Fall of Communist Parties in France and Italy

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Raya Dunayevskaya’s Intersectional Marxism