Antonino Infranca, review of Ripensare Marx e i marxismi, Critica Marxista, 2012.

Ripensare Marx

Non c’è più alcun dubbio che l’attuale crisi del sistema capitalistico ha fatto tornare di grande attualità la “critica roditrice” del più radicale nemico del capitalismo, cioè Karl Marx.

Il ritorno di interesse, dopo la caduta dei regimi del socialismo reale, è adesso più libera e più oggettiva, perché la ricerca su Marx non è più legata alla obbligatoria difesa pregiudiziale e ad oltranza di quegli odiosi sistemi politici.

Anche in Italia l’interesse verso Marx è forte ed è coltivato da studiosi di grande merito. Uno di questi è Marcello Musto, che come tanti meritevoli ricercatori italiani è stato costretto ad emigrare, è infatti professore di Teoria Politica presso la York University di Toronto. Adesso ha raccolto parte dei suoi saggi sparsi tra riviste e volumi in un libro Ripensare Marx e i marxismi (Roma, Carocci, 2011, pp. 373) che anticipa una biografia intellettuale di Marx.

Come hanno sostenuto Lukács e Dussel, e come afferma lo stesso Musto «la ricerca su Marx present[a] ancora tanti sentieri inesplorati e che egli, diversamente da come è stato spesso affermato, non sia affatto un autore sul quale è stato già detto o scritto tutto» (p. 15), anche perché non tutto è stato pubblicato. Ci sono ancora centinaia di pagine di inediti, spesso censurate dal regime sovietico, che possono ancora riservare interessanti sorprese sia per gli studiosi di Marx, sia per i suoi critici. La nuova edizione della Marx Engels Gesamtausgabe, che è ancora lungi dall’essere terminata – sono apparsi 58 volumi dei 114 previsti - è uno degli argomenti del libro di Musto (cfr. pp. 189-224). Musto ricostruisce la storia delle pubblicazioni di Marx con rigore e precisione dettagliate, rendendola avvincente come una narrazione romanzata, rivelando doti di chiarezza stilistica non comuni in un filosofo.

Per motivi di spazio mi devo limitare a due soli argomenti dei tantissimi, e tutti interessanti, contenuti nel volume di Musto. Innanzitutto lo stile intellettuale di Marx appare chiaramente quello di uno studioso incapace di dare limiti definiti alla propria ricerca. Marx inseguiva continuamente la notizia più recente, la riflessione altrui più avanzata, senza essere capace di arrivare alla sintesi definitiva. A questa irrefrenabile ricerca si univa un perfezionismo dello stile, che Marx perseguiva come una chimera, nonostante fosse dotato di una chiarezza e brillantezza stilistica rara nella storia della filosofia. In pratica ha pubblicato pochissimo delle migliaia di pagine di appunti, riflessioni, teorie che era stato capace di raccogliere. Questo è motivo, insieme alla ponderosità dei suoi scritti, per cui la sua opera è ancora poco conosciuta, l’altro è la difformità delle sue riflessioni e previsioni rispetto a quanto aveva realizzato il regime sovietico, che ritenne più conveniente rallentare e, per qualche periodo, interrompere la pubblicazione delle sue opere inedite. Paradossalmente la caduta di quel regime e la crisi attuale ridanno slancio all’interesse verso Marx. Anche perché una delle caratteristiche del suo metodo di studio «aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo» (p. 143). Se il metodo di Marx, quindi, permette di cogliere nelle sue analisi gli sviluppi futuri del modo di produzione capitalistico, oggi si riesce ad intravedere in quelle stesse analisi i caratteri tipici della crisi attuale. Per fare un rapido esempio, le analisi marxiane della finanza mondiale e della, allora incipiente, globalizzazione sono oggi confermate.

Il metodo di Marx di impadronirsi delle idee altrui riscrivendole, facendole proprie con la penna, trasferendole sempre sul piano concreto della storia, gli permetteva di cogliere la complessità dei fenomeni sociali e, allo stesso tempo, la semplicità della loro struttura logica, diciamo che andava dal fenomeno ultimo al principio dominante, presente in tutta la dinamica socio-economica. Per dirla con le parole di Musto: «L’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti» (p. 142). Tale metodo è l’esatta inversione del metodo hegeliano, che possedendo una struttura logica, assumeva a questa tutti i rapporti storici concreti. In tal modo è mostrato quanto Marx abbia effettivamente rovesciato la dialettica hegeliana, dandole quel senso storico che in Hegel si intravedeva appena.

«Con l’utilizzo del concetto hegeliano di totalità, egli [Marx] aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali» (p. 129). In pratica era la filosofia a fornire a Marx maggiore comprensione della realtà economica rispetto agli stessi economisti. Questa conclusione di Musto permette di capire quanto occultante sia stata l’interpretazione del marxismo-leninismo sovietico che è stata imposta dalla morte di Lenin fino alla caduta del regime sovietico. Il danno consisteva nel fatto che «la teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori» (p. 195). Non fosse solo per questo aspetto devastante e sclerotizzante che possiamo rallegrarci della caduta del regime sovietico, c’è anche la buona novella che dagli archivi sovietici sono usciti i manoscritti di quel Marx del XXI secolo che ci riserva ancora tante sorprese.

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