Matteo Gargani, review of Ripensare Marx e i marxismi, Syzetesis, 2012.

Ripensare Marx e i marxismi raccoglie studi e saggi di Marcello Musto editi tra il 2005 e il 2010 su diverse riviste italiane e straniere.

Il libro consta di due parti, la prima analizza formazione e produzione intellettuale marxiana dal periodo scolastico sino al 1860, cfr. Parte prima. Per una nuova biografia intellettuale di Marx (1818-1860). La seconda è rivolta sia ad alcuni aspetti dell’esegesi novecentesca, sia alle tortuose vicende della pubblicazione e della ricezione delle opere marxiane, cfr. Parte seconda. Sulla diffusione e sulla recezione dell’opera di Marx.

Nella Premessa, l’autore indica la genesi e gli intenti che sono alla base degli undici saggi che compongono l’opera. Musto è mosso dalla convinzione che la nuova Marx-Engels-Gesamtausgabe, ossia la cosiddetta “Mega2” – inaugurata già nel 1975 e ripresa nel 1998 dopo un’interruzione di circa un decennio – ci ponga per la prima volta nella condizione d’instaurare un confronto con Marx sulla scorta di basi testuali complete. Il progetto della Mega2 (114 volumi previsti, 58 già editi) si divide in quattro sezioni: «la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia» (p. 205). La necessità di esaminare criticamente il nuovo materiale messo a disposizione dalla Mega2 è il punto di partenza, nonché l’elemento di legittimazione, dell’impresa storico-filologica di Musto. Difatti, questi è persuaso che «la ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati e che egli, diversamente da come è stato spesso affermato, non sia affatto un autore sul quale è stato già detto o scritto tutto» (p. 15). Tuttavia, con rara onestà intellettuale aggiunge: «i risultati che qui si presentano al lettore sono ancora modesti e incompleti» ( ibid.). La modestia dipende dall’impossibilità per lo studioso odierno di padroneggiare con piena competenza tutti quegli ambiti disciplinari di cui invece l’opera di Marx è pregna. L’incompletezza è motivata, invece, sia dal limitato arco temporale preso in esame, sia dall’ulteriore selezione operata all’interno di questo, la quale ha obbligato l’autore a tralasciare «due capitoli fondamentali della biografia di Marx: l’elaborazione e il lungo processo di stesura del suo magnum opus, Il capitale, e l’attività politica svolta in seno all’associazione internazionale dei lavoratori, meglio nota come Prima internazionale» (pp. 15-16).

I contenuti della Prima parte, nel loro insieme, sono accomunati da una ricchissima contestualizzazione storico-filologica. Di carattere biografico è il saggio Infanzia, adolescenza e studi di formazione (pp. 23-44), in esso si ripercorrono le tappe dell’evoluzione marxiana dall’età scolare sino alla fine dell’Università. Il saggio Manoscritti e quaderni di estratti del 1844 (pp. 45-67) fa luce sulla maturazione degli studi marxiani durante il suo primo soggiorno parigino (Ottobre 1843-Febbraio 1845). Difatti, è a Parigi che Marx entra in contatto per la prima volta con due elementi destinati ad assumere un ruolo centrale in tutta la sua successiva produzione teorica: l’economia politica e la realtà del proletariato metropolitano. Nella capitale francese – fedele a un metodo che lo accompagnerà per tutta la vita – Marx lavora attraverso la faticosa redazione di estratti, spesso commentati, delle opere via via lette. Nel complesso, possediamo più di duecento quaderni marxiani, moltissimi ancora inediti, ma la cui pubblicazione completa è prevista nella Mega2. I quaderni, nel loro insieme, testimoniano una connessione strettissima fra attività di compendio, commento e rielaborazione teorica autonoma. A tale dinamica non fa eccezione il lavoro depositato nei nove fascicoli parigini contenenti estratti – spesso commentati – dalle opere di, tra gli altri, A. Smith, J. Bentham, A. Destutt de Tracy, J.B. Say, D. Ricardo, J. Mill, J. C. L. Sismondi, J. R. MacCulloch, P.J. Proudhon. Alla luce dei molti inediti parigini resi disponibili dalla Mega2, Musto giunge a sostenere come «i Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a sé stante, ma una parte della produzione critica che in questo periodo si compone di estratti dai testi che [Marx] studiava, riflessioni critiche in merito a essi e di elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta. Separare questi manoscritti dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può facilmente indurre a errori interpretativi» (p. 56).

Gli studi di economia politica dal 1845 ai Grundrisse (pp. 69-105) esplorano, attraverso un costante riferimento al materiale reso disponibile dalla Mega2, il poco conosciuto periodo dell’evoluzione marxiana che va dalla metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’50. La necessità di completare quella che nel proprio epistolario definisce come la sua «Economia» è l’obiettivo che muove le tumultuose ricerche di questo periodo. Tuttavia, le condizioni di estrema indigenza che la famiglia Marx conosce soprattutto dall’arrivo a Londra nel 1849, inframezzate dalle turbolente vicende politiche del biennio rivoluzionario 1848-49, contribuiscono non poco a rallentare il progetto marxiano. Difatti, se si esclude la Miseria della filosofia (1847), bisognerà attendere diversi anni per vedere pubblicata una prima opera frutto delle ricerche economiche di Marx, ossia Per la critica dell’economia politica (1859). Nel saggio dedicato a Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857 (pp. 107-150), Musto si cimenta in un’esegesi critica dei non semplici contenuti dell’Einleitung del ’57.

I contributi conclusivi della Parte prima fanno luce sulla situazione complessiva entro cui Marx si muove tra il 1856 al 1860. Il saggio Al tempo dei Grundrisse (pp. 151-169) mostra, da un lato, l’iniziale entusiasmo manifestato da Marx nei confronti della crisi economica mondiale del 1857, dall’altro il progressivo acquietarsi delle speranze rivoluzionarie riposte in tale fase da parte dello stesso. Musto descrive bene la durezza degli anni londinesi, accompagnati così come sono dalla frustrazione nel non riuscire mai a venire a capo dei propri studi di economia politica: «Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, viceversa, l’opera di un autore che scrisse in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti» (pp. 157-158). La polemica del 1860 contro Carl Vogt (pp. 171-186) è testimonianza della vis polemica marxiana, capace di lasciare da parte occupazioni tanto assillanti e rispetto cui lamentava una cronica assenza di tempo, impiegando invece un intero anno nello scrivere un libro di oltre duecento pagine per difendersi dall’accusa mossagli da C. Vogt, ossia di essere «il capo di una banda che viveva ricattando quanti avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848, minacciando di svelarne i nomi se si fossero rifiutati di versargli il denaro» (p. 172).

La Parte seconda del libro di Musto raccoglie saggi che potremmo suddividere in due tipologie. Alla prima appartengono quelli dedicati a una puntuale ricognizione circa la storia dell’edizione e diffusione delle opere marxiane, alla seconda saggi dedicati ad alcuni aspetti del marxismo del XX secolo.

L’odissea della pubblicazione degli scritti di Marx (pp. 189-224) ripercorre la storia delle edizioni novecentesche delle opere di Marx ed Engels, passando anche in rassegna le più recenti acquisizioni filologiche della Mega2. Inoltre, si evidenzia il divario intercorrente tra il carattere “aperto”, perlopiù incompiuto, dell’opus marxiano, e l’immagine di pensatore monolitico che già sul finire del XIX secolo – non senza il pesante contributo di Engels – è stata a questi comunemente associata. Il Manifesto del partito comunista in Italia. Dalle origini al 1945 (pp. 273-292), innanzitutto, ci informa di come la prima traduzione italiana del testo – sostanzialmente sconosciuto all’epoca dei moti del 1848 e diffusosi solo più tardi - risalga addirittura al 1889. Difatti, la diffusione di Marx in Italia, cominciata dal 1870, è stata «inizialmente politica e solo successivamente di carattere teorico» (p. 274). In sostanza, è solo con Antonio Labriola e i suoi Saggi sulla concezione materialistica della storia (1895-97) che comincia a prendere piede nel nostro Paese un confronto con il pensiero di Marx su solide basi testuali. Il saggio sulla Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo (pp. 293-305) è dedicato alle vicende editoriali e alla successiva fama di tale inedito marxiano. Difatti, dimenticati per quasi cento anni (probabilmente neanche Engels li lesse), i Grundrisse ricevono solamente dalla seconda edizione del 1953 una sempre maggiore notorietà.

Il mito del “giovane Marx” nelle interpretazioni dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (pp. 225-272) descrive le tre principali forme di risposta che nel corso del XX secolo sono state date ai seguenti quesiti: «gli scritti del “giovane Marx” potevano considerarsi parte integrante del “marxismo”? Il loro autore aveva mantenuto, nell’ispirazione e nella realizzazione di tutta la sua opera, un’unitaria organicità? O in essi andavano riconosciuti due differenti Marx?» (p. 225). Il primo modo di rispondere a tali domande è quello di chi ha propeso per una presunta «superiorità» del giovane Marx rispetto al maturo, cercando così di offrire un’immagine «etico-umanistica» (p. 265) del suo pensiero. Inoltre, tale «ipotesi interpretativa» sembrerebbe ricercare una via terza rispetto alla rigida politicizzazione del pensiero marxiano operata dalla socialdemocrazia tedesca prima e dal comunismo sovietico poi. Capifila di tale indirizzo sono individuati nei primi editori tedeschi dei Manoscritti (1932), ossia S. Landshut e J.P. Meyer. Tale tradizione, esauritasi già sul finire degli anni ’50, annovera tra i suoi seguaci più noti anche M. Merleau-Ponty, K. Axelos e E. Fromm. Il secondo modo di dare soluzione al rapporto Marx giovane-Marx maturo è quello della «cesura», ossia della lettura dei Manoscritti quale tappa marginale e secondaria dell’evoluzione marxiana, rispetto agli autentici capolavori della maturità. Inauguratore di tale modello di risposta – da sempre dominante nei paesi del blocco sovietico – è V. Adoratskij, ossia il primo editore in lingua russa dei Manoscritti nel 1932. Esponenti europei occidentali ne sono invece P. Naville e L. Althusser. Il terzo gruppo è costituito invece da «coloro che considerarono le differenti opere di Marx legate da una sostanziale continuità» (p. 267). Tra di essi si annoverano H. Marcuse e G. Lukács in lingua tedesca, J. Hyppolite e M. Rubel in Francia, R. Tucker, D.McLellan e B. Ollman nel mondo anglosassone, «imponendosi poi, dalla fine degli anni Sessanta, un po’ in tutto il mondo» (Ibid.). Rispetto a tutte le posizioni sopra descritte, Musto propende per l’idea di considerare i Manoscritti quale «abbozzo giovanile» con «enormi limiti, (…) in cui egli [Marx] aveva appena cominciato ad assimilare i concetti basilari di economia politica e nel quale la sua concezione di comunismo era nient’altro che una confusa sintesi degli studi filosofici condotti sino ad allora» (p. 268).

Il saggio sopra trattato è intimamente collegato a Rivisitando la concezione dell’alienazione in Marx (pp. 307-341). Qui, dopo aver passato in rassegna le molte interpretazioni avute dall’argomento nel corso del XX secolo, Musto offre la “sua” esegesi della posizione dell’«alienazione» in Marx. Errata è ritenuta l’idea che nel Marx maturo scompaia la teoria dell’«alienazione»; al contrario è sostenuto come quest’ultima «non venne sostituita da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un aspetto particolare» (p. 339). Stante ciò, Musto individua due differenze tra la teoria dell’«alienazione» del giovane Marx e il problema del feticismo delle merci così come è descritto ne Il capitale. In primo luogo, l’«alienazione» dei Manoscritti è sostanzialmente tutta sbilanciata sul versante del rapporto tra persone: «La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo considerava dal punto di vista delle merci» (Ibid.). In secondo luogo, Musto individua rilevanti differenze circa i modi attraverso cui il Marx maturo rispetto al giovane individua le possibili forme di superamento dell’«alienazione». Da un lato, tale traguardo sarebbe per il primo Marx conseguito attraverso l’«abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro» (pp. 339-340). Dall’altro, Musto evidenzia correttamente come il Marx de Il capitale consideri l’oggettivo progresso delle forze produttive realizzato dal modo di produzione capitalistico mai come un’eredità di cui disfarsi, al contrario invece quale base privilegiata da cui muovere. Difatti, il libero sviluppo della personalità umana cui mira il comunismo ha come precondizione necessaria – in discontinuità da ciò che ne è l’autentico conseguimento – il fatto che gli uomini regolino «razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portino sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, a cura di M.L. Boggeri, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 933).

Un discorso a parte meriterebbe quella che l’autore definisce come la «Marx-renaissance» (p. 218) degli ultimi anni. Afferma Musto: «Se l’odierna Marx-renaissance ha una certezza, essa risiede proprio nella discontinuità rispetto al passato caratterizzato da ortodossie monolitiche che hanno dominato, e profondamente condizionato, l’interpretazione di questo filosofo» (Ibid.). Siamo d’accordo con l’autore nel ritenere difficile valutare con esattezza la direzione che essa è destinata a prendere. D’altronde, la storia della filosofia ha conosciuto moltissime «Renaissances». A nostro parere, ciascuna di esse è riuscita ad attecchire anche in ragione dell’oggettiva capacità esplicativa rispetto ai non casuali quesiti che l’ambiente storico ha posto loro. A riguardo, è esplicito il richiamo compiuto da Musto alla crisi economica cominciata nel 2007 quale fattore che rafforzerebbe le premesse oggettive per parlare di un’autentica «Marx-renaissance» oggi: «Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che l’attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989» (p. 217). Sebbene Musto rilevi i segnali di tale «Renaissance» soprattutto sul terreno della produzione accademica, si sente tuttavia di asserire come «anche se timidamente e in forme piuttosto confuse, dall’America Latina al movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico» (p. 218). Comunque si voglia giudicare la natura e l’indirizzo di tale rinascita d’interesse, l’autore sostiene come almeno due siano gli aspetti del pensiero marxiano «che continuano ad essere indispensabili» (p. 219). Da una parte, pone il Marx «critico del modo di produzione capitalistico», mentre l’altro è il Marx «teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di “socialismo di Stato”, al tempo già propugnata da Lassalle e Johann Karl Rodbertus. Il pensatore che intese il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società» (ibid.).

La raccolta di Musto risponde appieno agli obiettivi che si premette. La puntualità delle analisi filologiche dell’evoluzione intellettuale di Marx, così come la ricchezza dei riferimenti testuali e interpretativi la rendono uno strumento di estremo interesse per una riconsiderazione storico-filosofica di un classico del pensiero.

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