Alfio Neri, review of Ripensare Marx e i marxismi, Carmilla, January 26, 2013.

Ripensare Marx e i marxismi

Il modo di leggere Marx è cambiato negli ultimi anni. Gli scritti sono (quasi) sempre quelli ma sono intervenuti due fattori nuovi che hanno cambiato molte cose. Innanzitutto, i nuovi equilibri geopolitici hanno reso obsolete le letture legate agli schieramenti della guerra fredda.

Inoltre siamo molto vicini alla (speriamo) definitiva edizione delle opere complete di Marx ed Engels. In questo momento, l’intricata matassa dei testi pubblicati in vita (pochi) e delle opere rimaste manoscritte (tante) è ora, finalmente, disponibile. La fine della guerra fredda e la pubblicazione integrale di tutto (o quasi) quello che Marx ha scritto ci permettono di leggere in modo nuovo l’intera sua opera. Il punto di partenza è, comunque, un paradosso: in settanta anni il paese del socialismo scientifico non ha avuto il tempo di terminare un’edizione filologicamente scientifica delle opere complete del suo massimo ispiratore.

Negli ultimi anni è stato fatto molto per sbrogliare l’intricata matassa degli scritti di Marx e il lavoro filologico di Musto è uno dei più interessanti. Sulla base delle recenti acquisizioni ottenute con la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe, MEGA), Musto ricostruisce con rigore e acume tutta una serie di tappe della biografia intellettuale di Marx e della sua opera. Questo lavoro di attenta lettura mette in luce l’enorme distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi che, dalla fine Ottocento ad oggi, sono seguiti. Si tratta di un lavoro importante che sta aprendo nuove prospettive di notevole spessore teorico.

La chiave di volta della vicenda sta, probabilmente, nella straordinaria vicenda della pubblicazione dei suoi scritti. La storia edizione dell’opera omnia di Marx, su adeguati criteri filologici, è sconcertante. Il primo tentativo, assolutamente prometeico, si ebbe dopo la Rivoluzione Russa e terminò con la deportazione e la morte di Rjazanov, il suo principale curatore. Ripeto, nel paese della dittatura del proletariato, il filologo che curava la pubblicazione del suo massimo teorico, scomparve in un campo di concentramento verso la fine degli anni Trenta, dopo avere iniziato il suo lavoro. La pubblicazione delle opere complete di Marx ed Engels fu ritentata con l’apporto della Germania dell’Est negli anni Sessanta. Dopo una breve interruzione legata al crollo del sistema sovietico, l’edizione delle opere complete sta chiudendosi ora con la pubblicazione degli ultimissimi inediti (sulle vicissitudini della pubblicazione cfr. pp. 189-202, sulle ultime acquisizioni cfr. pp. 205-216).

Qualche problema era sorto fin dall’inizio. La contingenza storica è sicuramente presente. Chiaramente hanno influito lo stalinismo, il crollo dell’Urss ma anche le lotte ai vertici della socialdemocrazia tedesca. Però una parte importante di questo ritardo risiede, anche, nella profonda incompiutezza dell’opera. Marx aveva una prospettiva teorica titanica. Rispetto al lavoro svolto, le opere pubblicate in vita furono poche. Alla sua morte, gli scritti incompiuti erano molti, ma molti di più, di quelli pubblicati in vita. Vista nel suo insieme l’opera è immensa ma soprattutto è drammaticamente incompiuta, frammentaria e talvolta contraddittoria. Lo sforzo di comprensione di Marx terminò per la scomparsa dell’uomo empirico, non perché il suo pensiero avesse trovato la quiete.

Ripetiamolo, Marx aveva in mente un piano di ricerca colossale. Di questo progetto ne fu portata a termine solo un’esigua parte. Dopo la sua morte, Engels cercò di costruire, in modo redazionale, un’opera quanto più possibile organica. Per farlo provò a legare fra loro un’ampia serie di redazioni non definitive scritte in tempi diversi. Engels era in buona fede e anche per questo i suoi contemporanei diedero credito a questa lettura unitaria. Inoltre questi materiali erano in genere dei frammenti molto voluminosi con un elevato livello d’elaborazione teorica a cui mancava un’intelaiatura generale. Insomma quello che Engels diceva di Marx sembrava ragionevole.

Engels aveva in mente un approccio dialettico e positivista. Attorno a questa impostazione presentava e organizzava le opere del suo grande amico. Questo modello teorico, una forma non banale di materialismo dialettico, aveva il grande vantaggio di essere molto vicino alle scienze naturali dell’epoca. Aveva però anche il difetto di legare in un insieme falsamente omogeneo frammenti di epoche diverse fra loro in parziale contrasto. Di fatto il suo lavoro redazionale (e anche lo spirito della sua epoca) fecero leggere l’opera del suo amico dentro un’ottica positivista abbastanza lontana da molta parte della sua produzione.

Negli anni seguenti, il pensiero di Marx venne diffuso sulla base di opuscoli, sintesi e compendi che erano a loro volta il prodotto di riassunti di edizioni ampiamente rimaneggiate e censurate. Banalizzata per ottenere un effetto propagandistico, la forma manualistica utilizzata si traduceva in un grave impoverimento del patrimonio teorico originario. Il risultato fu una teoria schematica ed elementare, un evoluzionismo intriso di determinismo economico che, già ai primi del Novecento, era incapace di comprendere la propria epoca. Dopo molte vicende, il paradosso assoluto fu raggiunto in epoca staliniana. Le trasformazioni politiche e sociali e la lotta ai vertici del partito stabilizzarono una teoria dogmatica, assolutamente inflessibile. Questo monolite diceva di ispirarsi all’opera di un autore i cui scritti erano non pubblicati e che il regime, che a lui si ispirava in modo ferreo e indiscutibile, prudentemente non rendeva pubblici per evitare spiacevoli discussioni. In questi anni Marx cessò di essere una proficua guida per l’azione per diventare una sistematica giustificazione a posteriori dei satrapi di turno.

Oggi, l’edizione su adeguati criteri scientifici delle opere complete di Marx ci permette di rileggere tutta la storia del marxismo con occhi diversi. La distanza rende possibile vedere le stesse cose con un diverso punto di vista e formulare nuove questioni a vecchi problemi. Inoltre oggi, finalmente, abbiamo sotto gli occhi (quasi) tutto quello che Marx aveva scritto; gli scritti troppo rivoluzionari che i vertici della socialdemocrazia tedesca avevano occultato e quelli poco marxisti che l’URSS staliniano non aveva mai avuto il coraggio di pubblicare.

La tesi di fondo di Musto è che Marx non è un autore monolitico. Ci sono molti temi ricorrenti ma non c’è un’intuizione straordinaria molto precoce che si sviluppa in modo lineare nel corso del tempo. Al contrario, Marx è un autore plurale, dominato da vari interessi che si evolvono nel corso del tempo; un autore non dogmatico che in momenti diversi ha opinioni differenti su importanti questioni teoriche. Come studioso incontra l’economia politica dopo avere studiato la filosofia, la storia, il diritto. Come rivoluzionario vive vicende personali drammatiche fino a che si trova in esilio a Londra, nel punto nevralgico del capitalismo. Pensa di tornare appena possibile alle lotte, poi esaurito il ciclo del quarantotto, inizia a studiare il mondo nuovo che si sta formando. Marx nella disgrazia ha anche fortuna perché il caso lo ha portato nel centro del capitalismo mondiale. Poteva finire ucciso sulle barricate, prigioniero in carcere, dimenticato in un qualche lavoro impiegatizio negli Stati Uniti e invece diventa uno dei più importanti pensatori di tutti i tempi.

Anche teoricamente molte cose sono ancora da studiare. Fino a pochi decenni fa, il gigantesco lavoro di scavo fatto nei lunghi anni che precedono la pubblicazione del primo libro de Il capitale era ancora ignoto. In quegli anni oscuri Marx affrontava questioni e problemi e offriva soluzioni provvisorie in seguito ampiamente rielaborate. In questo senso, tutta l’opera è da considerarsi come una rete di riflessioni fra loro inter-comunicanti. L’idea di Engels, quella di una via a senso unico che termina in un’unica teoria monolitica, è in contrasto con storia del testo che mostra invece un’enorme varietà di analisi.

Sono importanti anche le acquisizioni filologiche che si sono accumulate negli ultimi decenni. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a sé stante ma solo una serie di quaderni di appunti parzialmente incompleta (ne manca uno). Questi scritti furono pubblicati congiuntamente nello stesso volume dando l’impressione di essere le bozze di un libro destinato alla pubblicazione dallo stesso Marx (cfr 45-77). L’edizione venne fatta all’inizio dell’era staliniana e precedette di qualche anno l’eliminazione fisica di Rjazanov, il curatore. Questo testo fittizio ebbe una storia molto importante perché la sua fortuna fu essenzialmente politica. Per decenni fu l’arma teorica usata dalla sinistra antistalinista per contrapporsi, in un’ottica rivoluzionaria, al Marx de Il capitale, all’epoca egemonizzato da una lettura determinista e sostanzialmente staliniana (cfr. pp. 225-272).

Qualcosa di simile si può dire anche de L’ideologia tedesca. Per prima cosa va detto che non è un testo unitario. Diede questa impressione perché fu pubblicato in un unico volume. In realtà si trattava di saggi separati che avevano delle importanti connessioni interne. Inoltre l’assenza di altre rielaborazioni filologiche contribuì molto a dare questa falsa impressione di unitarietà. Al contrario, il lavoro degli ultimi decenni ha evidenziato una serie di seri problemi testuali, ad esempio, come la presenza di alcuni brani che, probabilmente, non sono di Marx. Si tratta di fogli volanti inseriti nel manoscritto (potevano sembrare degli incisi) la cui provenienza era assolutamente incerta.

Complessivamente il lavoro filologico è andato molto avanti ma non è terminato. Anche quando i testi sono adeguatamente ricostruiti lo sforzo di interpretazione non è detto che abbia già dato tutti i risultati possibili. Per esempio è già venuto il momento di procedere ad una nuova edizione dei Grundrisse (un punto di partenza lo offre lo stesso Musto alle pp. 76-105 ma anche alle pp. 151-186). Un'altra questione da riprendere in mano è quella delle crisi periodiche del capitalismo visto che Marx non scrive mai esplicitamente che il capitalismo è destinato a crollare. La questione è importante perché la teoria del crollo, la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, fu proclamata dalla seconda internazionale l’essenza più intima del socialismo scientifico. «Le affermazioni di Marx volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne la tendenza di sviluppo, furono trasformate in leggi storiche universalmente valide, dalle quali fare discendere, sin nei minimi particolari, il corso stesso degli eventi» (p.193). Di fatto la fine del capitalismo, che per Marx era desiderabile, per i marxisti, diventa "scientificamente inevitabile". Rimanendo sempre sul terreno de Il capitale, occorre ancora esaminare nel dettaglio i cinquemila (5.000!) interventi che il vecchio Engels opera sul secondo libro del capitale. Molti interventi sono semplici correzioni ma la quantità è assolutamente enorme. Non voglio tediare. Dico solo che, altre volte, il lavoro di individuazione del testo ha permesso di mettere in evidenza che certe cose che sembravano scontate in realtà non lo erano.

Un capitolo interessante riguarda le traduzioni italiane del Manifesto del partito comunista. Per tutti gli anni Ottanta dell’Ottocento, Marx fu un autore quasi ignoto in Italia (in ogni caso il leader anarchico Carlo Cafiero pubblicò nel 1879 il Compendio del Capitale di Marx come strumento teorico di formazione politica). La prima traduzione fu de il Manifesto è del 1889. Si trattava di un lavoro di bassa qualità di Leonida Bissolati, una specie di popolarizzazione del testo di Marx con alcuni brani tradotti letteralmente. Nel 1891 l’importante leader anarchico Pietro Gori pubblicò presso Flaminio Fantuzzi, un editore anarchico, una traduzione in italiano di un’edizione francese del 1885. Solo l’anno dopo uscì la traduzione del Manifesto del partito comunista di Pompeo Bettini fatta su un edizione tedesca del 1883. Questa traduzione, più volte ristampata nei decenni seguenti, fu l’edizione di riferimento del marxismo italiano tanto da dare avvio al processo di formazione della terminologia marxista italiana. La vicinanza di queste date indica che fino alla fine dell’Ottocento la contrapposizione anarchici/marxisti era molto meno marcata di quanto non si creda oggi. Pietro Gori, uno dei massimi leader anarchici dell’epoca, traduceva il Manifesto per usarlo come strumento di propaganda anarchica. Anche qui non vorrei insistere troppo. Mi sembra evidente che lo stereotipo della contrapposizione frontale sia palesemente da abbandonare.

Di quel Marx a cui molti fra noi erano abituati, rimane molto. Il testo (meglio, i testi) sono ancora quasi tutti lì. La vera novità è che hanno preso la forma enigmatica del frammento. Gli spunti si moltiplicano. Le ipotesi di lavoro e le soluzioni prendono nuove forme. Non si è più di fronte al barbuto granitico personaggio delle piazze sovietiche che presidiava alla purezza di una dottrina inattaccabile, scientifica e assolutamente certa. Finito il dogmatismo rimane il Marx insuperato critico del capitalismo e anche, paradossalmente, il teorico del socialismo che ripudia anche l’idea di un "socialismo di Stato". La mia netta impressione è che il meglio delle prossime letture debba ancora venire. Il lavoro di Musto è un concreto passo in avanti in questa direzione.

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