Gianfranco Ragona, review of Karl Marx, Introduzione alla critica dell'economia politica, Commento storico critico di Marcello Musto, La società degli Individui, 2011.

L’Introduzione alla critica dell’economia politica, oggi ripubblicata in Italia in base a solidi criteri scientifici (Karl Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica.

Commento storico critico di Marcello Musto, Macerata, Quodlibet, 2010), apparve per la prima volta postuma nel 1903, dopo essere stata abbandonata per quasi mezzo secolo alla «rodente critica dei topi», seguendo in ciò il destino di altre opere marxiane: LIdeologia tedesca, per limitarsi a un solo celebre esempio.

Lo scritto era stato redatto alla fine dell’agosto 1857 e avrebbe dovuto accompagnare lo studio principale, Per la critica dell’economia politica, effettivamente stampato nel 1859. Qui, nella Prefazione elaborata ad hoc, poteva leggersi: «Sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere a salire dal particolare al generale» (Prefazione a Per la critica dell’economia politica [1859], Torino, Einaudi, 1975, p. 955). Si trattava di una giustificazione forse convincente agli occhi dei contemporanei, ma che i posteri non avrebbero accettato acriticamente, dedicando a queste poche pagine di natura epistemologica una gran messe di studi e commenti.

Il contesto storico nel quale s’inserisce l’Introduzione è opportunamente ricostruito dal curatore di questa edizione, autore nello stesso 2010 anche di una breve antologia di scritti marxiani intitolata L’alienazione (Roma, Donzelli). Egli pone al centro dell’attenzione la crisi finanziaria internazionale che promanò dagli Stati Uniti nei primi mesi del ’57 e sottolinea che, proprio osservando con attenzione i possibili effetti dell’evento sul piano politico e sociale, Marx si decise a riprendere gli studi economici provvisoriamente accantonati, lavorando intensamente lungo l’intero anno, uno tra i più prolifici della sua esistenza (p. 72).

Il testo dell’Introduzione (pp. 9-49) propone profonde riflessioni sul metodo che avrebbe accompagnato Marx nella sua opera incompiuta di critica dell’economia politica, ma vi si leggono anche acute dichiarazioni in tema di teoria della storia. L’Autore denuncia con decisione l’anacronismo degli economisti classici, tra essi Smith e lo stesso Ricardo, inclini a riconoscere le caratteristiche specifiche della loro epoca come eterne, sia guardando indietro sia in prospettiva futura. Considera quindi il concetto di “produzione in generale”, notando come in effetti esso sia un’astrazione accettabile, ma solo a patto di riconoscere la specificità del contesto in cui si presenta e che essa stessa modifica, trasformandosi a sua volta. Così, se il processo produttivo può considerarsi “in generale” sempre lavoro dell’uomo che modifica la natura, riferirsi al capitale – chiosa il curatore – «come se fosse sempre esistito, al modo degli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale “determinazione formale”» (p. 83). La produzione è vista da Marx in quanto «totalità», e in un paragrafo specifico del Commento storico critico (pp. 89-99) viene discusso il significato dell’espressione, rilevando l’importanza dei diversi momenti della distribuzione, dello scambio e del consumo contro ogni interpretazione che accentui unicamente la produzione in senso stretto, centrale ed «egemonica» sì, ma che non può essere osservata in maniera unilaterale e senza articolazione (pp. 96-98).

Su queste basi, dove economia e storia s’intrecciano continuamente, con l’esigenza di rapportare ogni astrazione concettuale alla storia reale, Marx afferma che «le categorie più astratte, sebbene siano valide [...] per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni» (pp. 40-41). Ed è precisamente in questo approccio teso a dimostrare la specificità del modo di produzione capitalistico che s’individua un punto decisivo dell’Introduzione: «Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere» (pp. 87-88). Si tratta, da parte di Marx, di una netta opzione teorica che si ripercuote evidentemente sul piano politico, perché dimostra il carattere transeunte della società fondata sul capitale e il lavoro salariato, senza bisogno di scomodare alcuna filosofia della storia dai tratti deterministici che veda nel presente una semplice premessa di un futuro predeterminato. Le possibilità obiettive del socialismo marxiano sono del resto contenute nel capitalismo stesso, ma come esito di una lotta tra le classi giocata sul terreno dell’azione concreta e organizzata di uomini in carne e ossa: non a caso Marx, accanto alle possibilità di una trasformazione sociale radicale, aveva precocemente paventato – e in un testo come il Manifesto comunista – la possibile rovina delle classi in lotta, ovvero il tramonto della civiltà.

Un Marx politico, dunque: la riflessione sul metodo, del resto, era immediatamente politica dal momento che individuava «nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta [...] mirante a trasformarlo» (pp. 113-114).

L’opera di Marx è risultata a posteriori, e a maggior ragione dopo la ripresa dell’edizione storico-critica (Mega2), un cantiere aperto, nel quale spiccano le tracce di sentieri inaugurati e presto accantonati, incertezze e fughe in avanti, non certo il sistema chiuso e concluso in se stesso che parte del marxismo novecentesco, pressato da urgenze politiche storicamente determinate, ha spesso preteso di avere a disposizione. In questo senso, Musto può serenamente affermare in diversi punti della sua lunga e convincente esegesi che l’ampia critica dell’economia politica pianificata da Marx sin dalla metà degli anni Quaranta è rimasta fondamentalmente incompiuta. Certamente a cagione del fatto che Marx era ampiamente sensibile e ricettivo di fronte agli stimoli sempre nuovi della realtà, disponibile ad aggiornarsi e a correggersi continuamente, giacché il materiale che scovava non andava inserito in un impianto sistematico già pronto e semplicemente da riempire, ma contribuiva all’elaborazione e alla rivisitazione continua della teoria stessa. Ma per l’autore del Capitale si trattava anche di un problema più profondo e, di nuovo, latamente politico, ossia della solidità di una teoria critica destinata in primo luogo alla «classe più numerosa e più povera» (Saint-Simon) quale strumento per la sua emancipazione: compito improbo si dirà oggi, e forse velleitario, ma che parla tanto delle motivazioni marxiane quanto della maturità di quella classe operaia europea sulla cui crescita intellettuale e politica egli basava le sue speranze nel futuro del socialismo.

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