Created: Monday, 01 January 2018 23:58 | Rate this article
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| Category: Reviews

Ubaldo Fadini, review of L'ultimo Marx. 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Antologia Vieusseux, 2018.

Da più parti si assiste a quello che può essere considerato un nuovo e importante ‘ritorno a Marx’, soprattutto da parte di coloro che si dispongono ad un confronto serio e articolato con le trasformazioni del lavoro all’interno del quadro di funzionamento del modo di produzione capitalista.

Si tratta in effetti di una presa di consapevolezza del carattere quanto mai urgente della ripresa di indagine critica, capace di collocarsi all’interno di processi che possono anche essere riferiti al cosiddetto «finanzcapitalismo», per riprendere Luciano Gallino. In questo senso, molte sono le tradizioni, in particolare eccentriche, del marxismo novecentesco che vengono riproposte per fornire un loro contributo agli sforzi di rinnovata lettura radicale delle modificazioni più significative del capitalismo: si va in effetti, volendo dare alcuni esempi, dalla riproposizione di affondi teorici legati in qualche modo alla Scuola di Fran- coforte alla rielaborazione fertile di alcune tematiche dell’operaismo italiano. Soprattutto importante, per chi non vuole restare sulle cattedre o rinchiuso in sempre più fantasmatiche sezioni (non si sa bene di che cosa...), è la ripropo- sta di un marxismo ‘ibridato’, in grado di combinarsi con altre spinte di ana- lisi, con l’intenzione di riuscire a qualificarsi ancora una volta e sorprenden- temente per il suo spirito ‘militante’. Sostiene tutto questo la nuova pubblicazione complessiva delle opere di Marx ed Engels, iniziata nel 1998 (la «Marx-Engels-Gesamtausgabe»), che ha il merito, con le sue acquisizioni testuali, di stimolare un rapporto più solido, maggiormente avvertito, con un autore incredibilmente versatile come lo studioso di Treviri.

È su questo sfondo, delineato dagli sviluppi della ricerca e dalle articola- zioni del quadro economico-finanziario (con le «nuove condizioni politiche» del presente), che va a proiettarsi un testo, come quello di Marcello Musto, che intercetta proprio il rinnovamento interpretativo dell’opera di Marx e punta, in definitiva, a sottolineare i molti motivi interesse che emergono soprattutto dal periodo conclusivo del suo lavoro, appunto quello che viene etichettato come l’«ultimo Marx». È cosi che si concretizza una sorta di biografia intel- lettuale, concentrata sugli ultimi anni della vita di Marx, nei quali si ricon- ferma, smentendo vecchi luoghi comuni sul loro carattere ‘minore’, una for- midabile capacità di tenuta analitico-concettuale e radicalità politica. È merito infatti di Musto, in questo suo libro assai incisivo, quello di restituire la grandezza teorica di Marx e la curiosità instancabile e l’apertura continua dello sguardo, sempre attento a cogliere tutto ciò che potesse rilanciare e arricchire la proposta politico-culturale, al servizio del progetto della emancipazione, della liberazione dal primato del lavoro ‘morto’ su quello ‘vivo’. Non è affatto vero che il Marx degli ultimi anni avesse in un certo qual modo cessato di fare ricerca: anzi, quest’ultima fu continuata con un’attenzione, sempre più arric- chita da supporti conoscitivi di notevole rilievo e ampiezza, agli sviluppi signi- ficativi di nuove discipline, come ad esempio l’antropologia.

A tale originale orientamento dell’indagine è da collegare anche l’interesse al tema della pro- prietà comune nelle società pre-capitaliste e a ciò che stava avvenendo in quegli anni nella Russia zarista. Oltre a tutto questo, è poi da rimarcare l’os- servazione dei più rilevanti avvenimenti politici internazionali, delle lotte di liberazione (nel caso dell’Irlanda), del dispiegarsi dell’oppressione coloniale in diversi continenti. Da qui si può arrivare a cogliere l’ampliamento del ‘pro- getto’ di critica dell’economia politica, a cui Marx si mantenne sempre fedele, riuscendo però a precisarlo proprio negli ultimi anni in virtù di una calibrata attenzione alle specificità dei singoli paesi, delle differenti aree geografiche. Si tratta in effetti di un potenziamento del “progetto”, concretizzato nel primo libro del Capitale, che può supportare la convinzione, ormai di molti studiosi, che si arrivi così anche ad una concezione dell’«approdo al socialismo» che presenta tratti di originalità rispetto a quella in precedenza delineata. Ma l’«ultimo Marx», nota Musto

è anche il Marx più intimo, quello che non nasconde la sua fragilità nei con- fronti della vita, ma continua, comunque, a combattere; che non si sottrae al dubbio e, anzi, lo sfida, scegliendo di proseguire nelle ricerche e di rischiare l’incompiutezza, anziché ripararsi nelle rassicuranti certezze del proprio sapere e adagiarsi sui giuramenti fideistici dei primi ‘marxisti’ (p. IX).

Si è dunque assai distanti, continua Musto, dalla «sfinge granitica» che indica un futuro certo, con presunzione dogmatica; ci si rapporta invece ad una figura politica di studioso «radicalmente sovversivo», ad un Marx ‘vivo’, costitutivamente (direi ‘antropologicamente’...) libero da schematismi dot- trinari, impegnato senza soste nel confronto con il capitalismo che aveva di fronte, in grado di coglierne tendenze di sviluppo, contraddizioni, avanza- menti e arretramenti: è un Marx che sa di lotte e non di accomodamenti cul- turali e di partito, il che non significa incapace di misura e, se si vuole, di mediazione. Colpisce qui, in primo luogo, la sensibilità di indagine che fa del- l’economia politica, dell’antropologia e di molto altro una composizione di materiali realizzata criticamente per la rivoluzione. È veramente instancabile Marx, su questo piano di elaborazione, ed è commovente vederlo all’opera, come riesce a restituircelo Musto, quando tra mille difficoltà, problemi seri di

salute, preoccupazioni costanti per le condizioni di vita dei propri cari e per la malattia dell’amatissima moglie, non smette di rispondere alle sollecitazioni, domande e questioni che gli provengono da tutto il mondo. A rendere possibile tutto questo, concorre sicuramente la ‘cura’ veramente amicale e lo stimolo intellettuale forniti incessantemente da Engels, presente in mille modi con una costanza tale che non può che suscitare una profonda ammirazione. Musto ricorda le seguenti parole di Engels a Friedrich Sorge:

Tutti gli eventi che accadono per necessità naturale recano in sé la pro- pria consolazione, per quanto possano essere terribili. È stato così anche in questo caso. Forse l’abilità dei medici gli avrebbe potuto assicurare ancora qualche anno di esistenza vegetativa; la vita di un essere impotente, il quale, per il trionfo della medicina, non muore di un sol colpo, ma soccombe a poco a poco. Tuttavia, il nostro Marx non lo avrebbe mai sopportato. Vivere con tutti quei lavori incompiuti davanti a sé, anelando, come Tantalo, a portarli a termine senza poterlo fare, sarebbe stato per lui mille volte più amaro della dolce morte che lo ha sorpreso. ‘La morte non è una disgrazia per colui che muore, ma per chi rimane’, egli soleva dire con Epicuro. E vedere que- st’uomo geniale vegetare come un rudere a maggior gloria della medicina e per lo scherno dei filistei che lui, quando era nel pieno delle sue forze, aveva tanto spesso stroncato..., no, mille volte meglio le cose così come sono andate. Mille volte meglio che dopodomani lo porteremo nella tomba dove riposa sua moglie (p. 131).

Tantissime altre figure si presentano e trascorrono negli ‘ultimi anni’ di Marx: il libro riesce a rappresentarle con efficacia, riprendendole in quelli che sono stati i loro ruoli e le loro funzioni. È una galleria di volti, di sensibilità politiche e culturali anche assai diverse tra loro, riguardo ai quali non si può che apprezzare la misura di relazione di Marx, la sua capacità di analisi e di interlocuzione sempre tagliata/indirizzata umanamente e politicamente. Accanto a ciò risulta ancora più importante l’attenzione di Marx per un quo- tidiano fatto anche di affetti, di amore vero per i propri cari, dalla moglie, alle figlie, ai nipotini. Affetti e studi, una relazionalità ricca, composita, capace di sostenere una politicità di proposta, su più piani, che non dimentica l’ob- biettivo polemico, il capitalismo come dominio del ‘morto’ sul ‘vivo’, e quindi l’urgenza/necessità della sua critica senza compromessi/opportunismi. Volendo individuare uno dei punti di maggiore interesse nel libro di Musto, risultano molto efficaci le pagine dedicate alla «controversia sullo sviluppo del capitali- smo in Russia» (il secondo capitolo), nelle quali l’analisi della comune rurale, favorita anche da preziose letture antropologiche (in particolare, gli scritti di Lewis Morgan), si dispone sempre criticamente, in modo tale però da non restare riferita ineluttabilmente alla sua riconfigurazione nel senso dell’avvento della proprietà privata (prevalente dunque sul suo elemento ‘collet- tivo’). Marx risulta infatti particolarmente attento a cogliere la possibilità, dovuta al mercato mondiale, di acquisire, da parte dei contadini russi, i risul- tati migliori del modo di produzione capitalista, potendo così rafforzare e trasformare, senza distruggerla, la comune rurale. In questa prospettiva salta l’idea di una ripetizione pedissequa, in Russia e in altri paesi extra-europei, di ciò che è successo in Inghilterra e nelle altre zone industrializzate. Motivo importante, quest’ultimo, che libera la storia dall’incantesimo prodotto da quella sua ‘destinazione’ secondo la quale il capitalismo si impone comunque come tappa irrinunciabile. Scrive Musto:

Marx non pensava affatto al modo ‘primitivo di produzione cooperativa o collettiva, [che era stato] il risultato dell’individuo isolato’, bensì a quello frutto della ‘socializzazione dei mezzi di produzione’. La stessa Obščina, come egli fece notare, costituiva ‘la forma più moderna del tipo arcaico’ di proprietà comunista che, a sua volta, aveva ‘attraversato una serie di evo- luzioni’ (p. 67).

Ed è qui, su questo punto e per concludere, che si può osservare il con- fronto serio e stimolante di Marx anche con alcune posizioni del populismo russo, più capaci di avvertire la problematicità delle comuni rurali rispetto a coloro che meccanicamente riproponevano parole di riduttiva messa in ordine, di carattere sciaguratamente dogmatico, per la realtà produttiva del grande impero zarista, magari presentandosi anche come portatori di un verbo ‘marxista’.