La sinistra è contro la guerra

Le cause economiche della guerra
Nei dibattiti della Prima Internazionale, César de Paepe formulò quella che sarebbe divenuta la posizione classica del movimento operaio su questo tema, ovvero l’inevitabilità delle guerre nel regime di produzione capitalistico. Nella società contemporanea, esse non sono provocate dalle ambizioni dei monarchi o di singoli individui, bensì sono determinate dal modello economico-sociale dominante. Il movimento socialista mostrò anche quale era la parte di popolazione sulla quale si abbattevano, ineluttabilmente, le conseguenze più nefaste delle guerre. Nel congresso del 1868, i delegati della Prima Internazionale votarono una mozione che impegnava i lavoratori a perseguire “l’abolizione definitiva di ogni guerra”, dal momento che sarebbero stati soprattutto loro a pagare economicamente, quando non con il loro sangue – e senza alcuna distinzione tra vincitori e sconfitti –, le decisioni delle classi dominanti e dei governi che li rappresentavano.

Tra i precursori del socialismo, Claude Henri de Saint Simon si era decisamente schierato non solo in opposizione alla guerra, ma anche al conflitto sociale, ritenuti entrambi colpevoli di ostacolare il fondamentale progresso della produzione industriale. Karl Marx non riassunse in alcuno scritto le sue concezioni – frammentarie e talvolta contraddittorie – sulla guerra, né formulò linee guida per indicare l’atteggiamento più corretto da adottare in proposito. Quando dovette scegliere tra campi opposti, la sua unica costante fu l’opposizione alla Russia zarista, ritenuta l’avamposto della controrivoluzione e uno dei principali ostacoli all’emancipazione della classe lavoratrice . Nel Capitale (1867) affermò che la violenza era una potenza economica, «la levatrice di ogni vecchia società che è gravida di una nuova». Tuttavia, non concepì la guerra come una necessaria scorciatoia per la trasformazione rivoluzionaria e impiegò una parte consistente della sua militanza politica per vincolare la classe operaia al principio della solidarietà internazionale. Come sostenne anche Friedrich Engels, questa agiva in modo determinante, nelle singole nazioni, contro il rischio di pacificazione del conflitto di classe che l’invenzione del nemico esterno, prodotto dalla propaganda bellica, generava ogni volta che scoppiava una guerra. In diverse lettere scambiate con dirigenti del movimento operaio, Engels pose l’accento sulla forza ideologica esercitata dall’inganno del patriottismo e sul ritardo che un’ondata sciovinistica avrebbe causato sull’inizio della rivoluzione proletaria. Inoltre, nell’Anti-Dühring (1878), dopo aver analizzato gli effetti della diffusione di armi sempre più letali, affermò che il socialismo aveva il compito di «fare saltare in aria il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti».

Il tema della guerra fu così importante per Engels che egli decise di dedicarvi uno dei suoi ultimi scritti. In L’Europa può disarmare? (1893), segnalò che, nel vecchio continente, durante i precedenti venticinque anni, ogni Stato aveva cercato di superare l’altro in potenza militare e in preparazione bellica. Ciò aveva generato una produzione di armamenti senza precedenti che rendeva possibile l’approssimarsi di «una guerra di distruzione che il mondo non aveva mai conosciuto». Secondo il co-autore del Manifesto del partito comunista (1848), «in tutta Europa, il sistema degli eserciti permanenti era stato spinto a un punto talmente estremo da essere condannato a rovinare economicamente i popoli, per via delle spese belliche, o a degenerare in una guerra di annientamento generale». Nella sua analisi, Engels non trascurò di sottolineare che gli eserciti venivano mantenuti non solo per motivi militari, ma anche per fini politici. Essi dovevano «proteggere non tanto dal nemico esterno, quanto da quello interno». Si trattava di accrescere le forze che dovevano reprimere il proletariato e le lotte operaie. Poiché erano i ceti popolari a pagare più di tutti i costi della guerra, attraverso la massa di soldati che fornivano allo Stato e le imposte, il movimento operaio doveva battersi per una «riduzione omogenea e progressiva del servizio militare» e per il disarmo, considerato l’unica, effettiva, «garanzia della pace».

Il fallimento alla prova dei fatti
Ben presto, da argomento teorico analizzato in tempi di pace, la lotta contro il militarismo divenne un problema politico preminente. Con l’espansione imperialista da parte delle principali potenze europee, la controversia sulla guerra assunse un peso sempre più rilevante nel dibattito della Seconda Internazionale. Nel congresso della sua fondazione, venne approvata una mozione che sanciva la pace quale “condizione prima indispensabile di ogni emancipazione operaia”. La mozione votata al Congresso di Stoccarda, del 1907, riassunse tutti i punti divenuti, fino ad allora, patrimonio comune del movimento operaio. Tra essi figuravano: la scelta di voto contrario a leggi di bilancio che proponevano l’aumento delle spese militari e l’avversione agli eserciti permanenti.

L’intensificarsi della concorrenza tra gli Stati capitalisti sul mercato mondiale e lo scoppio di diversi conflitti locali resero lo scenario generale ancora più allarmante. La pubblicazione del libro di Jaurès La nuova armata (1911) favorì la discussione di un altro tema al centro del dibattito di quel periodo: la distinzione tra guerra offensiva e guerra difensiva, nonché sulla condotta da assumere rispetto a quest’ultima, anche nel caso in cui un paese vedesse minacciata la propria indipendenza. Per Jaurès il compito esclusivo dell’esercito era quello di difendere l’autonomia di una nazione da ogni aggressione offensiva – ovvero tutte quelle che non accettavano la risoluzione di un conflitto mediante arbitrato. Tutte le azioni militari che ricadevano in questo ambito erano da considerarsi legittime. La perspicace critica della Luxemburg verso questa posizione evidenziò come i «fenomeni storici quali le guerre moderne non (potevano) essere misurati con il metro della ‘giustizia’, o mediante uno schema cartaceo di difesa e aggressione». Occorreva considerare, inoltre, la difficoltà di poter stabilire se una guerra fosse davvero offensiva o difensiva, ovvero se lo Stato che l’aveva iniziata avesse deliberatamente deciso di attaccare o era stato costretto a farlo a seguito degli stratagemmi adottati dalla nazione che gli si opponeva. Dunque, per la Luxemburg, tale distinzione andava scartata, così come andava criticata l’idea di «nazione armata» di Jaures, poiché tendeva, infine, ad accrescere la militarizzazione già esistente nella società.

Con il passare degli anni, la Seconda Internazionale si impegnò sempre meno a promuovere una concreta politica d’azione in favore della pace. L’opposizione al riarmo e ai preparativi bellici in atto fu molto blanda e un’ala del Partito Socialdemocratico Tedesco, divenuto sempre più legalista e moderato, barattò il suo voto favorevole ai crediti militari – e poi finanche l’appoggio all’espansione coloniale –, in cambio della concessione di maggiori libertà politiche in patria. Le conseguenze di questa scelta furono disastrose. Il movimento operaio giunse a condividere gli obiettivi espansionistici delle classi dominanti e venne travolto dall’ideologia nazionalista. La Seconda Internazionale si rivelò del tutto impotente di fronte alla guerra, fallendo in uno dei suoi intenti principali: preservare la pace.

I due esponenti di punta del movimento operaio che si opposero con maggiore vigore alla guerra furono la Luxemburg e Lenin. La prima ammodernò il bagaglio teorico della sinistra sulla guerra e mostrò come il militarismo rappresentasse un nerbo vitale dello Stato. Per Lenin, invece, in Il socialismo e la guerra, Lenin ebbe il merito di mostrare la “falsificazione storica” operata dalla borghesia, ogni qual volta provava ad attribuire un significato “progressivo e di liberazione nazionale” a quelle che, in realtà, erano guerre “di rapina”, condotte con il solo obiettivo di decidere a quale delle parti belligeranti sarebbe toccato opprimere maggiormente popolazioni straniere. Per Lenin, i rivoluzionari dovevano “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, poiché quanti volevano una pace veramente “democratica e duratura” dovevano eliminare la borghesia e i governi colonialisti.

Il discrimine nell’opposizione alla guerra
La Prima Guerra Mondiale procurò divisioni non solo in seno alla Seconda Internazionale, ma anche nel movimento anarchico. Nel Manifesto dei Sedici, Kropotkin postulò la necessità di “resistere a un aggressore che rappresenta l’annientamento di tutte le nostre speranze di emancipazione”. La vittoria della Triplice Intesa contro la Germania costituiva il male minore per non compromettere il livello di libertà esistente. Al contrario, coloro che firmarono con Errico Malatesta il Manifesto internazionale anarchico sulla guerra espressero la convinzione che la responsabilità del conflitto non poteva ricadere su un singolo governo e che non andava “fatta nessuna distinzione tra guerra offensiva e difensiva”. Aggiunsero, inoltre, che “nessuno dei belligeranti aveva il diritto di parlare a nome della civilizzazione o di considerarsi in uno stato di legittima difesa”. La Prima Guerra Mondiale era un ulteriore episodio del conflitto tra capitalisti di diversi stati imperialisti compiuta a spese della classe operaia. Malatesta, Emma Goldman, Ferdinand Nieuwenhuis e la stragrande maggioranza del movimento anarchico erano tutti convinti che sarebbe stato un errore imperdonabile appoggiare i governi borghesi e optarono, senza se e senza ma, in continuità con lo slogan «nessun uomo e neanche un centesimo per l’esercito», per un deciso rifiuto di partecipare – anche indirettamente – a qualsiasi ipotesi bellica.

Come comportarsi dinanzi alla guerra accese anche il dibattito del movimento femminista. A partire dal primo conflitto mondiale, la sostituzione degli uomini inviati al fronte – con un salario di gran lunga inferiore e, pertanto, in condizioni di sovrasfruttamento –, in impieghi precedentemente da loro monopolizzati, favorì il diffondersi di un’ideologia sciovinista anche in una fetta consistente del neonato movimento suffragista. Alcune sue dirigenti giunsero a promuovere petizioni per permettere alle donne di arruolarsi nell’esercito. Smascherare l’inganno dei governi del tempo – che, agitando lo spauracchio dell’aggressore alle porte, si servirono della guerra per derubricare fondamentali riforme di carattere sociale – rappresentò una delle conquiste più significative delle femministe comuniste del tempo. Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj, Silvia Pankhurst e, naturalmente, la Luxemburg, furono tra le prime ad avviare, con lucidità e coraggio, il cammino che indicò, a molte generazioni successive, come la battaglia contro il militarismo fosse un elemento essenziale della lotta contro il patriarcato. Dopo di loro, l’ostracismo alla guerra divenne un elemento distintivo della Giornata internazionale delle donne e, all’insorgere di ogni nuovo conflitto bellico, l’opposizione all’aumento delle spese di guerra figurò tra i punti salienti di numerose piattaforme del movimento femminista globale mondiale.

Il fine non giustifica i mezzi e i mezzi sbagliati danneggiano il fine
Il crescendo di violenze perpetrate dal fronte nazi-fascista – nei confini nazionali così come in politica estera – e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale generarono uno scenario ancora più nefasto di quello della guerra del 1914-1918. L’Unione Sovietica venne attaccata dalle truppe di Hitler nel 1941 e fu impegnata in quella Grande Guerra Patriottica che fu decisiva al fine della sconfitta del nazismo e divenne, poi, un elemento così centrale dell’unità nazionale russa da essere sopravvissuta alla caduta del Muro di Berlino e da perdurare fino ai nostri giorni.

A partire dal 1961, sotto la presidenza di Nikita Chruščëv, l’Unione Sovietica inaugurò un nuovo ciclo politico che prese il nome di Coesistenza pacifica. Questa svolta, contraddistinta dall’impegno di non ingerenza e di rispetto della sovranità dei singoli stati, nonché di cooperazione economica con alcuni paesi capitalisti, sarebbe dovuta servire a scongiurare il pericolo di un terzo conflitto mondiale (che anche la Crisi dei missili di Cuba, del 1962, aveva dimostrato possibile) e avrebbe dovuto suffragare la tesi della non inevitabilità della guerra. Tuttavia, questo tentativo di collaborazione costruttiva fu intrapreso esclusivamente nei rapporti con gli Stati Uniti d’America e non con i paesi del «socialismo reale». Nel 1956, infatti, l’Unione Sovietica aveva già represso nel sangue la rivolta ungherese. I partiti comunisti dell’Europa occidentale non condannarono, anzi giustificarono, l’intervento delle truppe sovietiche in nome della protezione del blocco socialista e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, dichiarò: «si sta con la propria parte anche quando sbaglia». La maggioranza di quanti condivisero questa posizione se ne pentì amaramente quando, anni dopo, compresero gli effetti devastanti prodotti dall’intervento sovietico.

Eventi analoghi accaddero in piena epoca di Coesistenza Pacifica, in Cecoslovacchia, nel 1968. Alle richieste di democratizzazione e di decentramento economico, fiorite con la «Primavera di Praga», il politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica rispose, con deliberazione unanime, inviando mezzo milione di soldati e migliaia di carri armati. Al congresso del Partito Operaio Unificato Polacco, del 1968, Leonid Brežnev spiegò di voler dare concreta attuazione a un principio che definì di «sovranità limitata». Egli affermò che «quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni paesi socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del paese coinvolto, ma un problema comune e una preoccupazione per tutti i paesi socialisti». Secondo questa logica antidemocratica, la scelta di stabilire cosa fosse o non fosse «socialismo» era, naturalmente, puro arbitrio dei dirigenti sovietici. Questa volta, le critiche a sinistra non mancarono e furono, anzi, prevalenti. La riprovazione nei confronti dell’Unione Sovietica non fu espressa soltanto dai neonati movimenti della nuova sinistra, ma dalla maggioranza dei partiti comunisti e anche dalla Cina. Ciò nonostante, i russi non fecero marcia indietro e portarono a compimento quello che definirono essere un processo di «normalizzazione». L’Unione Sovietica continuò a destinare una parte significativa delle sue risorse economiche alle spese militari e ciò contribuì all’affermazione di una cultura autoritaria e di guerra nella società. Così facendo, si alienò, definitivamente, le simpatie del movimento per la pace, divenuto ancora più vasto in occasione delle straordinarie mobilitazioni contro la guerra in Vietnam.

Uno dei principali avvenimenti bellici verificatisi nel decennio successivo fu l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel 1979, l’Armata Rossa tornò ad essere lo strumento principale della politica estera di Mosca, che continuava ad arrogarsi il diritto di intervenire in quella che riteneva essere la propria «zona di sicurezza». L’infausta decisione di occupare l’Afghanistan si trasformò in un estenuante stillicidio che si protrasse per oltre dieci anni, causando un numero ingente di morti e profughi. In questa occasione, le reticenze del movimento comunista internazionale furono molto minori rispetto a quelle palesatesi dinanzi agli attacchi sovietici in Ungheria e in Cecoslovacchia. Tuttavia, questa nuova guerra rese ancora più evidente, all’opinione pubblica mondiale, la frattura esistente tra il «socialismo reale» e una politica alternativa, fondata sull’opposizione al militarismo e sulla pace.

L’insieme di questi interventi militari non solo sfavorì il processo di riduzione generale degli armamenti, ma concorse a screditare e a indebolire globalmente il socialismo. L’Unione Sovietica venne percepita, sempre più, come una potenza imperiale che agiva in forme non dissimili da quelle degli Stati Uniti d’America che, parallelamente, dall’inizio della guerra fredda, si erano distinti per aver promosso, più o meno segretamente, colpi di stato e la sostituzione di governi democraticamente eletti in oltre 20 paesi del mondo. Infine, le «guerre socialiste» tra Cambogia e Vietnam e tra Cina e Vietnam, scoppiate nel biennio 1977-1979 e aventi come sfondo la crisi sino-sovietica, contribuirono a fare cadere l’ultima arma ancora nelle mani dell’ideologia «marxista-leninista» (che, in realtà, dell’impianto iniziale di Marx ed Engels aveva conservato ben poco ), secondo la quale la guerra era determinata esclusivamente dagli squilibri economici generati dal capitalismo.

Se è sinistra, è contro la guerra
La fine della Guerra Fredda non ha diminuito le ingerenze nella sovranità territoriale dei singoli paesi, né ha accresciuto il livello di libertà, di ogni popolo, quanto a poter scegliere il regime politico dal quale intende essere governato. Le tante guerre intraprese – anche senza il mandato dell’ONU e definite, per assurdo, «umanitarie» – dagli Stati Uniti d’America negli ultimi venticinque anni, alle quali si sono aggiunte nuove forme di conflitti, di sanzioni illegali, e di condizionamenti politici, economici e mediatici, testimoniano che al bipolarismo tra le due superpotenze mondiali, caratteristico del «secolo breve», non è seguita l’era di libertà e progresso tanto propagandata dal mantra neoliberale del «Nuovo Ordine Mondiale» post-1991. In questo contesto, numerose forze politiche che un tempo si richiamavano ai valori della sinistra sono state compartecipi di diversi conflitti bellici e, dal Kosovo, all’Afghanistan, all’Iraq – per citare soltanto le principali guerre dichiarate dalla NATO, dopo la caduta del Muro di Berlino –, hanno, di volta in volta, dato il loro sostegno all’intervento armato, rendendosi sempre meno distinguibili dalla destra.

La Guerra Russo-Ucraina ha posto la sinistra nuovamente di fronte al dilemma del come comportarsi quando un paese vede minacciata la propria legittima sovranità. Quanti a sinistra hanno ceduto alla tentazione di diventare – direttamente o indirettamente – co-belligeranti, dando vita a una nuova union sacrée, contribuiscono a rendere sempre meno riconoscibile la distinzione tra atlantismo e pacifismo. La storia dimostra che, quando non si oppongono alla guerra, le forze progressiste smarriscono una parte essenziale della loro ragion d’essere e finiscono con l’essere inghiottite dall’ideologia del campo a loro avverso.

La tesi di quanti si oppongono sia al nazionalismo russo e ucraino che all’espansione della NATO non contiene alcuna indecisione politica o ambiguità teorica. Al di là delle spiegazioni – fornite, in queste settimane, da numerosi esperti – sulle radici del conflitto, la posizione di quanti suggeriscono una politica di “non allineamento” è la più efficace per far cessare la guerra al più presto e assicurare che in questo conflitto vi sia il minor numero possibile di vittime. Significa dare forza all’unico vero antidoto all’espansione della guerra su scala generale. A differenza delle tante voci che invocano un nuovo arruolamento, va perseguita un’incessante iniziativa diplomatica.
Inoltre, nonostante essa appaia rafforzata a seguito delle mosse compiute dalla Russia, bisogna lavorare affinché l’opinione pubblica smetta di considerare la più grande e aggressiva macchina bellica del mondo – la NATO – come la soluzione ai problemi della sicurezza globale. Al contrario, va mostrato come questa sia un’organizzazione pericolosa e inefficace che, con la sua volontà di espansione e di dominio unipolare, contribuisce ad aumentare le tensioni belliche nel mondo.

In Il socialismo e la guerra, Lenin sostenne che i marxisti si distinguono dai pacifisti e dagli anarchici poiché riconoscono «la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx sic!) di ogni singola guerra». Continuando, affermò che «nella storia sono più volte avvenute guerre che, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie ed i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, sono state progressive e utili all’evoluzione dell’umanità». Se ciò è stato vero per il passato, sarebbe miope ipotizzare che possa ripetersi nel contesto di diffusione delle armi di distruzione di massa della nostra società contemporanea. Raramente le guerre – da non confondere con le rivoluzioni – hanno avuto l’effetto democratizzante auspicato dai teorici del socialismo. Al contrario, esse si sono spesso rivelate come il modo peggiore per realizzare la rivoluzione, sia per il costo di vite umane che per la distruzione delle forze produttive che esse comportano. Le guerre diffondono, infatti, un’ideologia di violenza che si unisce, spesso, a quei sentimenti nazionalistici che hanno più volte lacerato il movimento operaio. Di rado, esse rafforzano pratiche di autogestione e democrazia diretta, mentre accrescono il potere di istituzioni autoritarie. È una lezione che non andrebbe mai dimenticata anche dalle sinistre moderate.

Il monito più fecondo delle Riflessioni sulla guerra (1933) di Simone Weil discende dalla capacità di saper comprendere «come può una rivoluzione evitare la guerra». Secondo l’autrice francese, «è su questa labile possibilità che occorre puntare, o abbandonare ogni speranza». La guerra rivoluzionaria si trasforma spesso nella «tomba della rivoluzione», poiché essa non permette ai «cittadini armati, di fare la guerra senza apparato dirigente, senza pressione poliziesca, senza giurisdizione speciale, senza pene per i disertori». La guerra incrementa, come nessun altro fenomeno sociale, l’apparato militare, poliziesco e burocratico. Cancella «l’individuo di fronte alla burocrazia statale con il sostegno di un fanatismo esasperato», avvantaggiando la macchina statale e non i lavoratori. Pertanto, la Weil ne desunse che «se la guerra non termina al più presto e per sempre (…) si avranno solo quelle rivoluzioni che, anziché distruggere l’apparato statale lo perfezionano» o, detto ancor più chiaramente, «si finirebbe per estendere sotto altra forma il regime che ci vuole sopprimere». E per questo che, in caso di guerra, «bisogna scegliere tra l’intralciare il funzionamento della macchina bellica, della quale siamo un ingranaggio, e l’aiutare quella macchina a stritolare alla cieca le vite umane».

Diversamente dal celebre detto di Carl von Clausewitz, per la sinistra, la guerra non può essere “la continuazione della politica con altri mezzi”. In realtà, essa non fa che certificare il suo fallimento. Se la sinistra vuole tornare a essere egemone e dimostrarsi capace di declinare la sua storia per i compiti dell’oggi, deve scrivere sulle proprie bandiere, in maniera indelebile, le parole “antimilitarismo” e “no alla guerra”.

 

Riferimenti
1. Marx modificò la sua attitudine verso la Russia negli ultimi anni della sua vita. Cfr. Marcello Musto, L’ultimo Marx: 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, pp. 49-75.
2. Cfr. Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi, 2018, e Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, 2011.

Journal:

Alternative per il socialismo

Pub Info:

Vol. 2022, n. 65, 37-44

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