Created: Friday, 10 January 2020 12:52 | Rate this article
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Marco Veruggio, review of Marx revival Concetti essenziali e nuove letture, Gli Stati generali, 10 January 2020.

Il recente volume miscellaneo Marx Revival testimonia come il pensiero di Marx possa essere ancora utile per affrontare lo studio dell’economia e della società capitalistiche, inclusi temi di grande attualità come migrazioni e nazionalismo.

Il che forse spiega l’acredine con cui un autorevole filosofo liberale come Bedeschi su Il Foglio ha recensito la pubblicazione.
Il sottotitolo di questa ampia e varia miscellanea curata da Marcello Musto, docente di sociologia presso l’Università di Toronto, indica al lettore sin dall’inizio come di questo volume si possa fruire sia come introduzione all’opera di Marx per un pubblico neofita interessato ad acquisire familiarità con l’argomento prima di attaccare direttamente la lettura dei testi fondamentali, sia come testo di approfondimento e di aggiornamento per un pubblico già esperto, in chiave non esclusivamente accademica, ma con un’esplicita volontà di affrontare alcuni temi dell’odierna agenda politica riprendendo e attualizzando  le categorie del materialismo storico e senza concessioni e nostalgie all’era del ‘socialismo reale’, perché – annota Musto nella Prefazione al volume – il modello di socialismo di Marx era una ‘associazione di liberi esseri umani’ e ‘non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva e il soddisfacimento dei bisogni dei singoli’.
E così, nei 22 saggi raccolti da Musto, compreso uno suo sul comunismo, alcuni tra i più noti studiosi internazionali di Marx – citiamo tra i tanti Michael Löwy, Gilbert Achcar, Immanuel Wallerstein e gli italiani Sandro Mezzadra e Pietro Basso – prima analizzano in chiave critica alcuni cardini concettuali del pensiero marxiano – capitalismo, comunismo, democrazia, proletariato, lotta di classe, rivoluzione ecc. – poi aprono una finestra sugli strumenti analitici che il monumentale corpus marxiano ci ha lasciato per affrontare in chiave materialistica alcuni dei temi più dibattuti dalla politica contemporanea, anche attingendo ad alcune delle opere più periferiche al suo interno. Il tutto con l’indicazione preziosa, al termine di ogni saggio, di una bibliografia a cui attingere per approfondire ulteriormente ogni singolo argomento.
Concetti essenziali…
I saggi dedicati ai mattoni concettuali della teoria marxiana, oltre che costituire – come dicevamo – un’utile introduzione alla lettura dei testi marxiani, forniscono ai lettori più esperti riferimenti preziosi circa il modo in cui quei concetti vennero forgiati o ripresi da altri autori e rielaborati a partire dagli scritti giovanili e dall’epoca della ‘militanza’ nella sinistra hegeliana, fino all’invenzione del socialismo scientifico e agli anni in cui Marx si gettò a capofitto non solo nell’attività di teorico del comunismo, ma anche in quella di dirigente politico dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, più nota come Prima Internazionale.
La lettura di questi saggi è consigliata anche quale rimedio a una diffusa stereotipizzazione del pensiero marxiano e alla tendenza a condensarlo in formule comode quanto ineluttabilmente parziali se non addirittura fuorvianti. Nel saggio dedicato alla religione, ad esempio, Gilbert Achcar, mette in luce come nel pensiero marxiano convivano un elemento di critica radicale e ateista, radicato nella giovanile appartenenza alla sinistra hegeliana (e sintetizzato nella nota affermazione ‘la religione è l’oppio dei popoli’) e un approccio ‘secolare-liberale’ che, depennata la religione dall’ambito delle questioni di Stato, riconosce a ogni singolo individuo il diritto di credere in ciò che più gli piace. ‘Come lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato e abbandonando la religione a se stessa all’interno della società civile, così l’uomo singolo si emancipa dalla religione comportandosi verso di essa non più come verso un affare pubblico, ma come verso un affare privato’, scrivono Marx ed Engels nel 1845, polemizzando con Bruno Bauer e i ‘giovani hegeliani’, ne La Sacra Famiglia. E Achcar conclude che ‘L’atteggiamento di Marx ed Engels verso la religione è rimasto fondamentalmente duplice: la difesa della libertà religiosa individuale senza ostacoli contro le interferenze dello Stato è stata combinata con la lotta per l’emancipazione del partito dei lavoratori contro le credenze religiose’.
Allo stesso modo per quanto riguarda la critica marxiana alla democrazia – osserva la sociologa canadese Ellen Meiksins Wood – il contributo di Marx non si esaurisce nell’idea che la democrazia borghese è formale, in quanto non tutti i cittadini possiedono i mezzi materiali per rendere esigibili i diritti fissati sulla carta. L’autore del Capitale ebbe soprattutto il merito di intuire che mentre nelle società antiche libertà politica e libertà economica erano strettamente connesse, tanto che quando un soggetto si guadagnava i diritti politici si affrancava contemporaneamente dalla condizione di sfruttamento economico a cui era soggetto – schiavitù, servitù della gleba ecc. – la caratteristica peculiare della società borghese è invece che essa rappresenta il massimo grado di libertà politica nella storia, astraendo però i diritti politici dalle disuguaglianze e dalla sfera economica. ‘Per la prima volta nella storia, – annota l’autrice – il capitalismo aveva permesso di concepire i diritti politici come poco influenti sulla distribuzione del potere sociale ed economico; era inoltre possibile immaginare una sfera politica distinta in cui tutti i cittadini erano formalmente uguali, una sfera politica sottratta alle disuguaglianze della ricchezza e del potere economico’.
…e nuove letture
Nella seconda parte della miscellanea si concentrano i saggi/capitoli dedicati all’elaborazione marxiana su alcuni temi ancora al centro del dibattito politico e sulla rilettura di alcune opere stimolata dal dibattito contemporaneo. Nel saggio dedicato all’ecologia John Bellamy Foster ricapitola l’evoluzione degli studi sul pensiero di Marx in tema di ambiente, osservando come nei primi tre quarti del XX secolo il marxismo occidentale abbia in larga misura rigettato la metodologia introdotta da Engels nella Dialettica della Natura (ampiamente utilizzata dalle accademie scientifiche sovietiche), circoscrivendo l’utilizzo del metodo dialettico alla sfera sociale e rimandando invece alle scienze naturali per quanto riguarda lo studio dell’ambiente circostante. A partire dagli anni ’70 a questo tipo di approccio, che coincise con la nascita dell’ecosocialismo degli anni ’70-’80, critico nei confronti del ‘socialismo scientifico’, accusato di aver minimizzato il peso dei limiti naturali e dunque dei vincoli ecologici allo sviluppo, si affiancò una rilettura del corpus marxiano, da cui invece emerse l’idea che l’economia capitalistica è basata non soltanto sullo sfruttamento dell’uomo, ma anche sulla spoliazione della terra. Marx scrisse che nessun singolo individuo ma neanche interi Stati o società possono essere considerati proprietari di essa, bensì solamente ‘i suoi usufruttuari’, che ‘hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive’. Nel Libro terzo del Capitale Marx ne derivò che in una società socialista ‘i produttori associati regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura’ ed ‘essi eseguono il loro compito con il minor possibile impiego di energia’, un’affermazione che, riletta alla luce dell’attuale dibattito, mette in risalto come in realtà il fondatore del socialismo scientifico abbia anticipato il tema della crisi ecologica invece di negarlo.
Uno dei pregi della miscellanea curata da Musto è che ricostruendo le genesi e l’evoluzione del pensiero di Marx mostra come spesso esso si sia esercitato nell’analisi di fenomeni ricorrenti nella storia del capitalismo e ancor oggi controversi. Potrebbe apparire banale, ma nell’attuale dibattito politico, fondato sulla dittatura dell’oggi e sulla cancellazione della storia, si tratta di una riscoperta preziosa, perché schiude un ingente patrimonio di esperienze storiche e di insegnamenti, rendendolo disponibile a chi oggi voglia affrontare il riemergere di quei fenomeni facendo leva sul metodo scientifico piuttosto che una dialettica slegata dalla realtà materiale. Ci riferiamo, ad esempio, al tema delle migrazioni di massa e delle tensioni tra proletari immigrati e autoctoni oppure al riemergere di movimenti nazionalisti, oggetto rispettivamente dei saggi di Kevin B. Anderson, su ‘Nazionalismo e questione etnica’ e di quelli di Pietro Basso sulle migrazioni e di Sandro Mezzadra e Ranabir Samaddar sul colonialismo. Marx si occupò diffusamente di nazionalismo e migrazioni prendendo spunto da tre grandi filoni del dibattito contemporaneo: la questione nazionale polacca, la guerra civile negli Stati Uniti (strettamente intrecciata alla deportazione di massa degli schiavi dall’Africa), ma soprattutto la questione irlandese, considerata sia dal punto di vista della lotta per l’indipendenza da Londra sia da quello della concorrenza tra proletari inglesi ed emigrati irlandesi nelle fabbriche britanniche.
Scrive Marx in una comunicazione interna della Prima Internazionale: ‘La borghesia inglese non ha soltanto sfruttato la miseria irlandese per comprimere con l’emigrazione forzata degli irlandesi poveri le condizioni della classe operaia in Inghilterra, ma ha inoltre diviso il proletariato in due campi nemici. L’ardore rivoluzionario dell’operaio celtico non si è fuso con il temperamento vigoroso ma lento dell’anglosassone. Vi è al contrario in tutti i grandi centri industriali dell’Inghilterra un profondo antagonismo tra il proletariato irlandese e quello inglese. Il comune operaio inglese odia quello irlandese come un concorrente che comprime i salari e il livello di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose, lo considera su per giù come i bianchi poveri degli Stati Uniti del Sud considerano gli schiavi negri’. Posto di fronte a questa situazione, a smentire chi oggi cerca di utilizzare l’autore del Capitale per legittimare una versione ‘di sinistra’ del cosiddetto sovranismo, Marx non fa appello a bloccare i flussi migratori, bensì a ‘spingere avanti la rivoluzione sociale in Inghilterra’ e a battersi per mettere fine all’assoggettamento dell’Irlanda alla Gran Bretagna. E ancora, sottolinea Basso, egli indica come obiettivo della Prima Internazionale ‘l’emancipazione del lavoro e l’estirpazione delle lotte nazionali’, nella Critica al Programma di Gotha polemizza con chi assume ‘l’angusto punto di vista nazionale’ e nel programma del Partito Operaio francese, scritto a quattro mani con Jules Guesde, inserisce la richiesta della ‘proibizione legale, per i capitalisti, di impiegare lavoratori stranieri a salari inferiori a quelli pagati agli operai francesi’. Questo internazionalismo spinge Marx a occuparsi anche del colonialismo britannico in India (se ne occupano Mezzadra e Samaddar) e a formulare un interrogativo che oggi, alla luce dell’impetuosa crescita economica indiana e cinese e della conseguente marginalizzazione dell’Occidente, appare ancor più congrua di quando venne formulata: ‘può l’umanità adempiere al suo destino senza che avvenga una rivoluzione fondamentale nei rapporti sociali dell’Asia?’.
Le critiche
Giuseppe Bedeschi, autorevole storico della filosofia e critico liberale di Marx, in un articolo su Il Foglio intitolato ‘Eccesso di devozione per Marx’, ha attaccato frontalmente Marx Revival, accusandone gli autori di ‘un atteggiamento da sacrestani in costante adorazione del Maestro’, saltando a piè pari il fatto che in realtà la miscellanea contiene anche proposte di revisione abbastanza radicali della teoria marxiana, ad esempio nel saggio di Marcel van der Linden sul concetto di proletariato. Secondo Bedeschi, che pure riconosce a Marx il merito di essere entrato nel novero dei ‘classici’ della filosofia, la colpa di Musto e dei coautori sarebbe l’aver ignorato le critiche mosse a Marx da autori come Eduard Bernstein e Norberto Bobbio. Il primo – osserva Bedeschi – ha evidenziato l’errore commesso da Marx nel prevedere una polarizzazione della società capitalistica in due soli campi, borghesia e proletariato, invece della crescente stratificazione sociale e del fiorire delle classi intermedie. Mentre Bobbio avrebbe efficacemente criticato la teoria dello Stato di Marx cogliendo come in essa ‘il problema del buon governo non si risolveva con la sostituzione di una forma “buona” a una forma “cattiva”, ma con l’eliminazione di ogni forma di governo politico, cioè con l’estinzione dello stato e della politica: ma questa era una prospettiva gravemente irrealistica’.
Su quest’ultimo punto si potrebbe obiettare che in realtà Marx, che considerava lo Stato come uno strumento del dominio della borghesia sul proletariato, si era limitato ad affermare che ‘quando il dominio di classe scompare, non ci sarà uno Stato nel significato politico attuale’. E si potrebbe sottolineare quanto sarebbe stato estraneo al metodo di Marx, che proprio in questo volle distinguersi dal socialismo utopistico, disegnare un modello compiuto di organizzazione politica e sociale quale traduzione futura delle proprie  idee. Ma sarebbe un dibattito astratto per addetti ai lavori.
Per quanto invece attiene alla questione dei ‘ceti intermedi’ esiste un terreno di verifica concreto delle affermazioni di Bedeschi. Va detto preliminarmente che per Marx i confini delle classi sono delimitati non da semplici categorie di reddito né da criteri di carattere giuridico, bensì dalla funzione che esse svolgono nella produzione capitalistica. Da questo punto di vista gli anni che ci separano dalla morte di Marx hanno visto l’allora dominante tripartizione della società in capitalisti, classe operaia e contadini perdere la terza componente, sia perché l’agricoltura ha visto ridursi rapidamente il proprio peso nell’ambito dell’economia capitalistica, sia perché la progressiva cancellazione della piccola proprietà agricola ha finito per trasformare i contadini da padroncini in operai agricoli. Al contempo però abbiamo assistito a una massiccia offensiva ideologica tesa a sostituire l’idea di una società divisa in classi a quella di una società divisa in categorie di reddito o in base a distinzioni di carattere giuridico. E’ la concezione per cui in Italia, ad esempio, avere una partita IVA o, in Gran Bretagna, ritrovarsi nelle condizioni del padroncino protagonista dell’ultimo film di Ken Loach è sufficiente per essere considerati lavoratori autonomi o addirittura imprenditori, pur lavorando di fatto per un committente unico e senza alcun potere contrattuale nei suoi confronti. E’ sulla base di questa riclassificazione della stratificazione sociale che si è costruita l’idea di una classe media in crescita e che nel settembre del 2018 il Financial Times ha annunciato in  pompa magna che ‘metà della popolazione mondiale è classe media’.
Qui in Italia questa deformazione ideologica della realtà ha avuto un particolare successo per la presenza di uno strato ipersviluppato di piccole imprese che fanno del nostro paese una realtà sui generis. E tuttavia proprio nel decennio seguito all’ultima di quelle che Marx avrebbe definito ‘crisi cicliche’, quella innescata con l’esplosione della bolla speculativa dei subprime nel 2007-2008 negli USA, nei paesi a capitalismo avanzato, Italia inclusa, abbiamo visto confermata la tendenza per un verso a un massiccio processo di distruzione o assorbimento di piccole e medie imprese da parte dei grandi gruppi industriali e finanziari, per un altro a una brutale proletarizzazione della piccola borghesia, di cui l’ondata populista è stata in qualche modo una delle conseguenze sul piano politico. Inoltre, come dimostra un recente studio dell’OCSE intitolato Under Pressure. The Squeezed Middle Class, anche assumendo come unità di misura il reddito e non la collocazione produttiva, dal 1985 al 2015 nei paesi dell’OCSE la ‘classe media’ ha conosciuto un declino costante, mentre sono aumentate la parte più ricca e quella più povera della popolazione.
Il fatto che la realtà materiale sia più forte dei tentativi di deformarla ideologicamente è confermato anche da un significativo slittamento della percezione che la popolazione di molti paesi a capitalismo avanzato ha della propria appartenenza sociale. Uno studio del 2014 nell’ambito del progetto di ricerca Dynegal ha scoperto che due terzi dei francesi pensa che la società sia attraversata dalla lotta di classe e che il senso di appartenenza alla classe media è in netto calo. Per quanto riguarda l’Italia nel 2016 Ilvo Diamanti registrava come in un decennio, dal 2006 al 2015, la percentuale di italiani che si percepiscono come classe media è scesa addirittura dal 60% al 30% (per approfondimenti vedi ‘Il ceto medio non esiste’, Quaderni di ControCorrente 2/2019).
Dunque l’acrimonia con cui Bedeschi sul Foglio apostrofa i sostenitori del ‘classico’ Karl Marx facendo leva sulle critiche di chi invece classico non è diventato o è lungi dal diventarlo, potrebbe avere un’altra spiegazione, l’intuizione cioè che ciò che riemerge dalle pagine di Marx Revival sia l’immagine di una teoria ancora viva, che suscita interesse ed è a tutt’oggi foriera di minacce per un pensiero politico liberale prigioniero delle proprie contraddizioni. E’ il miglior riconoscimento che si possa tributare a questo testo.