Created: Wednesday, 02 September 2020 12:16 | Rate this article
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| Category: Interviews

“Quel femminista di Karl Marx”, la Repubblica, 2 September 2020.

 

Dopo la pandemia, si ripeteva, nulla sarà più come prima.

Poi ci si è accorti che i mutamenti in atto sono numerosi e profondi, sì, ma altrettanto lo sono le costanti. Oggi si preferisce dire che la pandemia rivela, anzi accelera, processi preesistenti. Uno di questi è la crescita delle diseguaglianze. Marx è ancora necessario per comprenderne fattori, forma, possibile contrasto? Ne parliamo con Marcello Musto, che insegna sociologia alla York University di Toronto ed è autorevole protagonista di un recente rinnovamento degli studi marxiani, cui ha contribuito, tra l’altro, come autore del brillante e fortunato Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883) (Einaudi, 2018) e come curatore di Marx revival. Concetti essenziali e nuove letture (Donzelli, 2019), una ricchissima guida che riunisce i massimi studiosi internazionali del “Moro”.
Professor Musto, che cosa possiamo apprendere da Marx in questo tempo di crisi pandemica?
«Dopo anni di mantra neoliberista, direi innanzitutto una cosa: che la dimensione cooperativa degli esseri umani è indispensabile per la sopravvivenza degli individui non meno di quanto la libertà dei singoli è imprescindibile per la conservazione della comunità».
La pandemia ha inasprito il conflitto tra Stati Uniti e Cina e, nella UE, tra i vari Stati membri. È uno scontro tra capitalismi?
«È una tendenza destinata a continuare e osservo che tra i paesi più colpiti dal Covid-19 ci sono, non a caso, Stati Uniti e Inghilterra, ovvero le nazioni che hanno guidato la crociata per le privatizzazioni e il cui modello di capitalismo ha impedito lo sviluppo dello stato sociale o lo ha ferocemente smantellato. Ma sotto la superficie c’è un conflitto ancora più importante: quello per bloccare la redistribuzione della ricchezza, che, negli ultimi decenni, è stato vinto dal capitale».
Marx non prevedeva l’immiserimento del proletariato, ma l’aumento delle disuguaglianze tra le classi. Su questo punto, la storia sembra dargli ragione.
«Sì, e in forma ancora più lampante se si analizza l’enorme divario, non solo economico, esistente su scala globale. Marx, ad esempio, comprese che il colonialismo britannico in India avrebbe comportato soprattutto la rapina delle risorse naturali e nuove forme di schiavitù, non il progresso annunciato dai suoi apologeti. Ha avuto torto, invece, sul ruolo rivoluzionario della classe operaia europea. Se ne rese conto negli ultimi anni di vita, quando affermò, amaramente, che i proletari inglesi avevano preferito diventare la “coda dei propri asservitori”».
Nei singoli paesi, l’impatto economico della pandemia è assai diversificato. Tante imprese sono crollate, i giganti del web no. I precari hanno perso il lavoro, i garantiti no. Alcuni commercianti hanno chiuso, altri no. Marx può aiutare a decifrare una realtà sempre più complessa e caotica?
«La sua analisi delle classi sociali va riaggiornata e la sua teoria della crisi, peraltro incompiuta, è figlia di un altro tempo. Marx non può dare risposta a molti dei problemi contemporanei, ma centra le questioni essenziali. Credo sia questo, oggi, il suo maggiore contributo: ci aiuta a porre le domande giuste, a individuare le contraddizioni principali. Non mi sembra poco».
La crisi attuale ha riaperto la questione della disuguaglianza di genere. Marx ha qualcosa da insegnarci in proposito?
«Credo che su questo tema oggi Marx sarebbe intento ad apprendere, in particolare dal nuovo movimento femminista in America Latina, protagonista di significative mobilitazioni sociali. Egli non fu certo indifferente al riguardo. Tra gli studi realizzati prima di morire, si soffermò proprio sull’importanza della parità di genere e nei suoi programmi politici ripeté più volte che la liberazione della classe produttiva era quella di “tutti gli esseri umani, senza distinzione di sesso e razza”. Aveva imparato da giovane, dai libri dei primi socialisti francesi, che il livello di emancipazione generale di una società dipende da quello di emancipazione delle donne».
Nel pieno della crisi sanitaria, negli Stati Uniti è scoppiata anche la battaglia per l’eguaglianza etnica. Una coincidenza fortuita?
«Si, ma utilissima e che mette a nudo un’altra terribile lacerazione esistente in quel paese. #BlackLivesMatter non è un fenomeno passeggero, ma un movimento che continuerà a lottare con risolutezza contro il razzismo e la violenza nelle istituzioni americane».
Donald Sassoon e Fausto Bertinotti, intervistati su questo giornale, hanno sollevato il tema del nesso tra lotte di classe e lotte ambientaliste. A suo avviso, sono alternative, complementari, gerarchicamente ordinate?
«Sono complementari e vicendevolmente indispensabili. La critica dello sfruttamento del lavoro e quella delle devastazioni ambientali sono ormai indissolubili. Ogni lotta che dimentichi uno di questi due termini è incompleta e meno efficace. Cosa, come e per chi si produce sono questioni strettamente legate alla discriminante della proprietà dei mezzi di produzione».
Come sottolinea nei suoi studi, Marx è il filosofo della rivoluzione comunista, ma anche il politico che dota il movimento operaio di un’organizzazione internazionale. Questa sua lezione parla ancora al presente?
«È un’idea senza la quale si è destinati alla sconfitta, tanto più in una fase di rigurgiti nazionalistici. Per Marx, che nella divisione della classe lavoratrice individuava il perno del dominio della borghesia, internazionalismo significava anche solidarietà tra lavoratori autoctoni e migranti. L’internazionalismo dovrebbe tornare tra i cardini della sinistra, se questa fosse in grado di condurre una battaglia delle idee di lungo corso e non solo in funzione dell’immediato».
Nel 2018 la Cina ha celebrato in pompa magna il bicentenario di Marx. In Occidente il filosofo di Treviri è destinato a sopravvivere come mero oggetto di studio oppure è ancora potenzialmente capace di muovere le masse?
«La Cina utilizza l’effige di Marx ignorando alcuni dei suoi moniti più rilevanti. In Occidente Marx è riapparso nelle aule universitarie, ma non ritornerà ad avere l’influenza politica che aveva ai tempi dei partiti “marxisti”. Le nuove soggettività politiche che in futuro avranno l’ambizione di ripensare una società alternativa non potranno, però, prescindere dalle sue teorie».
Oggi la sinistra italiana paga il prezzo di aver difeso il marxismo oltre tempo massimo oppure di averlo abbandonato?
«Paga entrambi gli errori. Prima è stata troppo lenta nell’individuare i mutamenti necessari per affrontare le metamorfosi del capitalismo e rispondere alle domande poste dai nuovi movimenti sociali. Poi è stata miope nell’abbandonare, invece di rivisitare criticamente e ammodernare, una chiave di lettura della società ancora validissima. Basti pensare a Gramsci, messo in soffitta proprio mentre nel mondo era al centro di una sorprendente riscoperta. Da tempo, però, le contraddizioni generate dal capitalismo non erano tanto drammatiche ed evidenti quanto lo sono oggi. La storia della sinistra non è finita qui».