Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857

4.I Storia e individuo sociale
Nel 1857, Marx era convinto che la crisi finanziaria, in corso a livello internazionale, avrebbe creato le condizioni per una nuova fase rivoluzionaria in tutta l’Europa. Dopo le insurrezioni popolari del 1848, egli aveva costantemente atteso questo momento e, ora che pareva finalmente giunto, non voleva farsi cogliere impreparato dagli eventi. Decise, dunque, di riprendere i suoi studi economici e di dare loro forma compiuta.
Da dove cominciare? In che modo intraprendere il progetto, così impegnativo e ambizioso, più volte avviato ed interrotto durante la sua esistenza, di critica dell’economia politica? Fu questa la prima questione che Marx si pose alla ripresa del lavoro. Due circostanze furono determinanti per orientare la sua scelta. Anzitutto, egli riteneva che la scienza economica, nonostante la validità di alcune teorie, fosse ancora priva di un procedimento conoscitivo che le permettesse di intendere ed illustrare correttamente la realtà . Inoltre, egli avvertiva l’esigenza di stabilire gli argomenti e l’ordine di esposizione della sua opera, prima di iniziarne la stesura. Queste ragioni lo indussero ad affrontare, in modo approfondito, il metodo che avrebbe dovuto adottare per la sua ricerca ed a formularne i principi guida. Il risultato di queste riflessioni fu uno dei manoscritti più dibattuti della sua opera: la cosiddetta [Introduzione] del 1857.
L’intento di Marx non fu certo quello di redigere un sofisticato trattato metodologico. Al contrario, egli volle mettere in chiaro, a se stesso prima che ai suoi lettori, come orientarsi prima di procedere lungo l’accidentato percorso critico che aveva davanti a sé. Inoltre, tale delucidazione gli era necessaria per rielaborare la grande mole di studi di economia accumulata sin dalla metà degli anni Quaranta. Così, accanto alle osservazioni incentrate sull’utilizzo e l’articolazione delle categorie teoriche, trovarono posto, in queste pagine, alcune formulazioni essenziali del suo pensiero che egli ritenne indispensabile riepilogare – in particolare quelle legate alla concezione della storia –, nonché un’elencazione, del tutto priva di sistematicità, di questioni la cui soluzione permaneva problematica.
Questa miscela di esigenze e proponimenti, il breve tempo nel quale furono redatte – appena una settimana – e, soprattutto, la loro provvisorietà, rendono queste note estremamente complesse e controverse. Ciò nonostante, poiché contiene il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx, l’[Introduzione] costituisce un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero e un snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei [Grundrisse].
Fedele al suo stile, Marx alternò l’esposizione delle proprie idee con la critica alle concezioni dei suoi avversari teorici anche nella [Introduzione], testo che suddivise in quattro differenti paragrafi:

I) La produzione in generale.
II) Il rapporto generale tra produzione, distribuzione, scambio e consumo.
III) Il metodo dell’economia politica.
IV) Mezzi (forze) di produzione e rapporti di produzione, rapporti di produzione e rapporti di circolazione, ecc. .

L’incipit del primo paragrafo è una dichiarazione d’intenti, volta, sin dal principio, a specificare il campo dell’indagine ed a connotarne i criteri storici: «l’oggetto in questione è anzitutto la produzione materiale. Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che producono in società – e perciò dalla produzione socialmente determinata degli individui» . Bersaglio polemico di Marx furono le «robinsonate del XVIII secolo» , il mito di Robinson Crusoe quale paradigma dell’Homo oeconomicus, ovvero l’estensione dei fenomeni tipici dell’era borghese a ogni altra società esistita, comprese quelle primitive. Queste rappresentazioni raffiguravano il carattere sociale della produzione come costante di ogni processo lavorativo e non quale particolarità dei rapporti capitalistici. Allo stesso modo, la società civile (bürgerlichen Gesellschaft), con la cui comparsa si erano create le condizioni affinché «il singolo si svincola dai legami naturali ecc., che fanno di lui, nelle precedenti epoche storiche, un accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano» , pareva essere sempre esistita, anziché, come effettivamente avvenuto, essersi sviluppata nel corso del Settecento.
In realtà, prima di questa epoca, l’individuo isolato, caratteristico dell’epoca capitalistica, semplicemente non esisteva. Come affermato in un altro brano dei [Grundrisse]: «originariamente, egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana (Gattungswesen), un essere tribale, un animale da branco» . Tale dimensione collettiva è condizione per l’appropriazione della terra, la quale rappresenta «il grande laboratorio, l’arsenale che dà i mezzi e il materiale di lavoro, e la sede che costituisce la base della comunità (Basis des Gemeinwesens)» . In presenza di questi rapporti originari, l’attività dell’uomo è legata direttamente alla terra; si realizza «l’unità naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali» , ed il singolo vive in simbiosi diretta con i suoi simili. Anche in tutte le successive forme economiche, aventi per scopo la creazione di valore d’uso e non ancora di scambio ed il cui l’ordinamento è basato sull’agricoltura , il rapporto dell’essere umano «con le condizioni oggettive del lavoro è mediato dalla sua esistenza come membro della comunità» . La singola persona è, in definitiva, soltanto un anello della catena. A tal proposito, Marx formulò nell’[Introduzione] questa convinzione:

quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia (unselbstständig), parte di un insieme più grande: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella tribù come famiglia allargata; più tardi nelle varie forme della comunità, sorta dal contrasto e dalla fusione delle tribù .

Analoghe considerazioni ricorrono nel primo libro de Il capitale. Infatti, a proposito del «tenebroso medioevo europeo», Marx sostenne che invece «dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate» . Anche quando prese in esame la genesi dello scambio dei prodotti, egli ricordò che esso era cominciato dal contatto tra differenti famiglie, tribù o comunità, «poiché agli inizi dell’incivilimento si affrontano autonomamente non le persone private, ma le famiglie, le tribù, ecc» . In definitiva, che l’orizzonte fosse il legame selvaggio di consanguineità o il vincolo medievale di signoria e servitù, entro «limitati rapporti di produzione» (bornirter Productionsverhältnisse), gli individui vissero in una condizione di correlazione reciproca .
Gli economisti classici, al contrario, sulla base di quelle che Marx considerava fantasie di ispirazione giusnaturalistica, avevano invertito questa realtà. In particolare, Adam Smith aveva descritto una condizione primitiva entro la quale non solo l’individuo isolato esisteva già, ma esso era anche capace di produrre al di fuori della società. Stando alla sua raffigurazione, nelle tribù di cacciatori e pastori esisteva una divisione del lavoro in grado di realizzare la specializzazione dei mestieri. La maggiore destrezza di una persona, rispetto alle altre, nel costruire archi e frecce, oppure capanne, faceva di lei una specie di armaiolo o carpentiere di case. La certezza di poter scambiare la parte del prodotto del proprio lavoro che non veniva consumata, con quella che eccedeva la produzione degli altri, «incoraggia[va] ciascuno a dedicarsi a un’occupazione particolare» . Di un simile anacronismo si era reso autore anche David Ricardo. Egli, infatti, aveva concepito il rapporto tra i cacciatori ed i pescatori degli stadi primitivi della società come uno scambio tra possessori di merci, che avveniva sulla base del tempo di lavoro in esse oggettivato .
Così facendo, Smith e Ricardo avevano rappresentato il prodotto più sviluppato della società nella quale vissero – l’individuo borghese isolato – quale manifestazione spontanea della natura. Dalle pagine delle loro opere emergeva un individuo mitologico senza tempo, «posto dalla natura stessa» , le cui relazioni sociali erano sempre le stesse, immutate, ed i cui comportamenti economici assumevano carattere antropologico. D’altronde, secondo Marx, gli interpreti di ogni nuova epoca storica si erano regolarmente illusi dell’idea che le caratteristiche più peculiari del loro tempo fossero state sempre presenti .
Viceversa, Marx affermò che «la produzione del singolo isolato al di fuori della società […] è una tale assurdità quanto lo sviluppo di una lingua senza individui che vivono insieme e che parlano insieme» . Inoltre, contro coloro che raffigurarono l’individuo isolato del XVIII secolo come l’archetipo della natura umana, «non come un risultato storico, ma come il punto di partenza della storia» , egli sostenne che esso compariva, invece, solo con i rapporti sociali più sviluppati. Marx non negò affatto che l’uomo fosse uno ζώον πολιτικόν (zoon politikon), un animale sociale, ma sottolineò che era «un animale che può isolarsi solo nella società» . Dunque, poiché la società civile era sorta soltanto con il mondo moderno, il libero lavoratore salariato dell’epoca capitalistica era comparso solo in seguito ad un lungo processo storico. Esso, infatti, «è il prodotto, da un lato, della dissoluzione delle forme sociali feudali, dall’altro, delle nuove forze produttive sviluppatesi a partire dal XVI secolo» . Del resto, Marx aveva sentito la necessità di ribadire una realtà che riteneva fin troppo evidente, solo perché essa era stata rimessa in discussione nelle opere di Henry Charles Carey, Frédéric Bastiat e Pierre-Joseph Proudhon, apparse durante i vent’anni precedenti.
Dopo aver abbozzato la genesi dell’individuo capitalistico ed aver dimostrato che la produzione moderna corrisponde solo ad un «determinato livello dello sviluppo sociale – [alla] produzione di individui sociali», Marx avvertì una seconda esigenza teorica: svelare la mistificazione compiuta dagli economisti intorno al concetto di «produzione in generale» (Production im Allgemeinen). Essa è un’astrazione, una categoria che non esiste in nessuno stadio concreto della realtà. Poiché, però, «tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, determinazioni comuni (gemeinsame Bestimmungen)», Marx riconobbe che «la produzione in generale è un’astrazione sensata, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune» e, fissandolo, risparmia allo studioso che si cimenta con l’impresa di riprodurre il reale attraverso il pensiero un’inutile ripetizione.
L’astrazione, quindi, acquisì per Marx una funzione positiva. Essa non era più, come affermato nella critica giovanile a Georg W. F. Hegel, sinonimo di filosofia idealistica che si sostituisce al reale e non venne più concepita, come lo era stata nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], quale espressione di generiche formule generali attraverso le quali gli economisti mascheravano la realtà , o, come ribadito nel 1847 in Miseria della filosofia, quale metafisica che trasforma ogni cosa in categorie logiche . Ora che la sua concezione materialistica della storia era stata saldamente elaborata e che il contesto in cui si muovevano le sue riflessioni critiche era profondamente mutato rispetto a quello dei primi anni Quaranta, caratterizzato dalla polemica anti-hegeliana, Marx poté riconsiderare l’astrazione senza i pregiudizi giovanili. Così, diversamente dai rappresentanti della Scuola storica, che proprio nello stesso periodo teorizzarono l’impossibilità di giungere a leggi astratte con valore universale , nei [Grundrisse] Marx riconobbe che l’astrazione poteva svolgere un ruolo fecondo per il processo conoscitivo .
Tuttavia, ciò si sarebbe reso possibile soltanto se l’analisi teorica si fosse mostrata capace di distinguere le determinazioni valide in tutte le fasi storiche da quelle valevoli, invece, solo in particolari epoche, e di conferire a queste ultime la rilevanza che avevano al fine di comprendere il reale. Se, infatti, l’astrazione è utile per rappresentare i fenomeni più estesi della produzione, essa non fornisce, però, la corretta rappresentazione dei suoi momenti specifici, che sono gli unici realmente storici . Se l’astrazione non è integrata dalle determinazioni caratteristiche di ogni realtà storica, la produzione, da fenomeno specifico e differenziato quale è, si trasforma in un processo sempre identico a se stesso, che cela la «diversità essenziale» (wesentliche Verschiedenheit) delle varie forme in cui esso si manifesta. Era proprio questo l’errore commesso dagli economisti che presumevano di mostrare «l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti» . Diversamente dal loro assunto, che estendeva le caratteristiche più singolari della società borghese a tutte le altre epoche storiche, Marx riteneva che fossero i tratti specifici di ogni formazione economico-sociale a rendere possibile la distinzione di queste dalle altre, a causarne lo sviluppo e a consentire allo studioso la comprensione dei reali mutamenti storici .
Nonostante la definizione degli elementi generali della produzione sia «qualcosa di molteplicemente articolato che diverge in differenti determinazioni» – alcune delle quali «appartengono a tutte le epoche, [mentre] altre sono comuni solo ad alcune» –, tra le sue componenti universali vi sono, certamente, il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. Senza un soggetto che produce e un oggetto lavorato, infatti, non può esservi produzione alcuna. Tuttavia, gli economisti facevano rientrare tra i requisiti generali della produzione anche un terzo elemento: «un fondo accumulato di prodotti del lavoro precedente» , ovvero il capitale. La critica di quest’ultimo elemento è essenziale per Marx, al fine di disvelare quello che riteneva un limite fondamentale degli economisti. È evidente anche a Marx che nessuna produzione è possibile senza uno strumento col quale si lavora, fosse questo anche solo la mano, e senza il lavoro passato accumulato, anche nella forma di mero esercizio ripetuto del selvaggio. Tuttavia, ciò che differenzia la sua analisi da quella di Smith, Ricardo e James Stuart Mill è che, seppure essa riconosce il capitale come strumento di produzione e lavoro passato, non ne fa per questo conseguire che esso sia sempre esistito.
In un’altra parte dei [Grundrisse], la questione è esposta più dettagliatamente. Secondo Marx, rappresentare il capitale come se fosse sempre esistito, al modo gli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale «determinazione formale» (Formbestimmung). In questo modo:

il capitale sarebbe esistito in tutte le forme della società, e sarebbe qualcosa di assolutamente astorico. […] Il braccio e soprattutto la mano sono capitale. Capitale sarebbe soltanto un nuovo nome per una cosa vecchia quanto il genere umano, giacché ogni genere di lavoro, anche il meno sviluppato, come la caccia, la pesca ecc., presuppone che il prodotto del lavoro passato sia trasformato come mezzo per il lavoro immediato, vivo […]. Una volta che si è fatta astrazione dalla forma determinata del capitale (der bestimmten Form des Capitals abstrahirt), accentuandone soltanto il contenuto, […] naturalmente nulla è più facile che dimostrare che il capitale è una condizione necessaria di ogni produzione umana. La dimostrazione viene appunto condotta attraverso l’astrazione (Abstraktion) dalle specifiche determinazioni che lo rendono un momento di un particolare livello di sviluppo storico della produzione umana (Moment einer besonders entwickelten historischen Stufe der menschlichen Production) .

In questi passaggi, Marx si riferisce all’astrazione in senso negativo. Astrarre significa prescindere dalle reali condizioni sociali, concepire il capitale come cosa e non come rapporto, ed operare, quindi, una grave falsificazione interpretativa. Nell’[Introduzione], egli assume l’uso delle categorie astratte, ma solo se l’analisi del momento generale non cancella quello particolare e non confonde il secondo nell’indistinto del primo. Per Marx, se si commette l’errore di «concepire il capitale soltanto dal suo lato materiale, come strumento di produzione, prescindendo del tutto dalla forma economica (ökonomischen Form) che fa dello strumento di produzione un capitale» , si cade nella «grossolana incapacità di cogliere le differenze reali» e si rappresenta «un unico rapporto economico che assume nomi diversi» . Ignorare le diversità espresse nel rapporto sociale significa astrarre dalla differenza specifica che è il punto fondamentale di tutto . Dunque, nell’[Introduzione], egli affermò che «il capitale è un rapporto naturale universale (allgemeines), eterno; [… ma] lo è se io trascuro proprio il fattore specifico che solo trasforma lo “strumento di produzione”, il “lavoro accumulato” in capitale» .
D’altronde, Marx aveva già criticato la mancanza di senso storico degli economisti nella Miseria della Filosofia, laddove aveva dichiarato:

gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle artificiali e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due sorta di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro religione è un’emanazione di Dio. Sostenendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali, indipendenti dall’influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma non ce n’è più .

Perché ciò fosse plausibile, gli economisti raffiguravano le circostanze storiche preliminari alla nascita del modo di produzione capitalistico con le sue medesime sembianze, «come risultati della sua esistenza». Infatti, Marx affermò nei [Grundrisse]:

gli economisti borghesi, che considerano il capitale come una forma di produzione eterna e naturale (non storica), cercano poi di giustificarlo presentando le condizioni del suo divenire come condizioni della sua attuale realizzazione, spacciando cioè i momenti in cui il capitalista ancora si appropria in veste di non-capitalista – perché sta soltanto diventandolo – come le vere condizioni in cui egli se ne appropria in veste di capitalista .

Dal punto di vista storico, ciò che divide profondamente Marx dagli economisti classici è che, a differenza delle rappresentazioni di questi ultimi, egli crede che «il capitale non ha cominciato il mondo dal principio, ma ha già trovato produzione e prodotti prima di assoggettarli al suo processo» . Secondo Marx: «le nuove forze produttive e i nuovi rapporti produttivi non si sviluppano dal nulla, né dall’aria, né dal grembo dell’idea che pone se stessa, ma nell’ambito e in antitesi allo sviluppo della produzione esistente e ai rapporti di proprietà tradizionali» . Allo stesso modo, la circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione, che permette al capitalista di trovare operai privi di proprietà e capaci di realizzare lavoro astratto, ovvero il presupposto per cui si realizza lo scambio tra capitale e lavoro vivo, è il risultato di un processo, celato dal silenzio dagli economisti, che «costituisce la storia genetica del capitale e del lavoro salariato» .
Nei [Grundrisse] vi sono diversi passaggi dedicati alla critica della trasfigurazione, operata dagli economisti, di realtà storiche in realtà naturali. Tra queste vi era, ad esempio, il denaro, ritenuto da Marx in tutta evidenza un prodotto storico: «essere denaro non è una proprietà naturale dell’oro e dell’argento» , ma soltanto la determinazione da loro acquisita a partire da un preciso momento dello sviluppo sociale. Lo stesso valeva per il credito. Secondo Marx, il dare e prendere in prestito fu un fenomeno comune a molte civiltà e altrettanto fu l’usura, «ma il dare ed o il prendere a prestito costituiscono tanto poco il credito, quanto lavorare costituisce il lavoro industriale o il lavoro salariato libero. Come rapporto di produzione essenziale sviluppato storicamente, il credito si presenta soltanto nella circolazione fondata sul capitale» . Anche i prezzi e lo scambio esistevano nelle società antiche, «ma sia la progressiva determinazione degli uni attraverso i costi di produzione, sia il predominio dell’altro su tutti i rapporti di produzione, acquisiscono pieno sviluppo soltanto […] nella società borghese, la società della libera concorrenza»; ovvero: «ciò che Adam Smith, alla maniera tipica del XVIII secolo, pone nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, è piuttosto il suo prodotto» . Inoltre, così come criticò gli economisti per la loro mancanza di senso storico, Marx irrise egualmente Proudohn e tutti quei socialisti che ritenevano possibile l’esistenza del lavoro che produce valore di scambio senza che esso si sviluppi in lavoro salariato, del valore di scambio senza che esso si trasformi in capitale o del capitale senza i capitalisti .
Obiettivo principale di Marx in queste pagine iniziali dell’[Introduzione] fu, dunque, quello di affermare la specificità storica del modo di produzione capitalistico. Dimostrare, come ribadì anche nei manoscritti del libro terzo de Il capitale, che esso «non costituisce un modo di produzione assoluto, ma semplicemente storico, corrispondente a una certa, limitata, epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione» .
L’assunzione di questo punto di vista implicava una differente concezione di molte questioni, tra cui quelle del processo lavorativo e delle sue qualità. Nei [Grundrisse], infatti, Marx dichiarò che «gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri delle concezioni di un determinato livello di sviluppo storico della società, che la necessità della oggettivazione delle forze sociali del lavoro appare loro inscindibile dalla necessità dell’estraneazione di queste stesse forze» . La rappresentazione delle forme specifiche del modo di produzione capitalistico come costanti del processo di produzione in quanto tale, perpetrata dagli economisti, fu costantemente contrastata da Marx. Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere.
Eludere la specificità della produzione capitalistica aveva, quindi, conseguenze di natura tanto epistemologica quanto politica. Se da un lato, infatti, risultava di impedimento alla comprensione dei concreti mutamenti storici della produzione, dall’altro, nel delineare le condizioni del presente come inalterate ed inalterabili, raffigurava la produzione capitalistica come la produzione in generale ed i rapporti sociali borghesi quali rapporti naturali dell’uomo. Allo stesso modo, anche la critica di Marx alle teorie degli economisti aveva una duplice valenza. Accanto alla necessità di sottolineare l’indispensabilità della caratterizzazione storica della produzione per comprendere il reale, essa aveva un preciso intento politico: quello di contrastare il dogma dell’immutabilità del modo di produzione capitalistico. La dimostrazione della storicità dell’ordine capitalistico costituiva, infatti, la prova della sua transitorietà e dimostrava il suo possibile superamento.
Eco delle concezioni espresse in questa prima parte dell’[Introduzione] si trova, infine, in una delle ultime pagine dei manoscritti del libro terzo de Il capitale. In essa, Marx affermò che la «identificazione del processo sociale di produzione con il processo lavorativo semplice, che deve compiere anche un uomo artificiosamente isolato, senza alcun aiuto sociale» è una «confusione». Infatti, poiché:

il processo lavorativo è soltanto un processo fra l’uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell’evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali. Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata .

Il capitalismo non è l’unico stadio della storia dell’umanità e non ne è nemmeno l’ultimo. A esso sarebbe succeduto, nelle previsioni di Marx, un’organizzazione della società basata sulla «produzione comune» (gemeinschaftliche Production), nella quale il prodotto del lavoro è «fin dal principio un prodotto comune, generale» .

4.2 La produzione come totalità
Nelle successive pagine dell’[Introduzione], Marx approfondì ulteriormente il discorso sulla produzione, delineandone, anzitutto, una definizione: «ogni produzione è un’appropriazione (Aneignung) della natura da parte dell’individuo entro e mediante una determinata forma di società (bestimmten Gesellschaftsform)» . Inoltre, egli mise meglio in evidenza il suo carattere, affermando che la produzione non andava considerata come «produzione generale» – dal momento che era divisa in agricoltura, allevamento, manifattura e altri rami –, né come «soltanto particolare». Essa consisteva, invece, in «un certo corpo sociale (Gesellschaftskörper), un soggetto sociale (gesellschaftliches Subject) che è attivo in una totalità di settori produttivi più o meno grandi».
Anche in questa circostanza, Marx sviluppò le sue argomentazioni attraverso il confronto critico con i principali esponenti del pensiero economico. Quelli a lui contemporanei avevano assunto l’abitudine di far precedere le proprie opere da una parte introduttiva, nella quale venivano trattate le condizioni universali di ogni produzione e le circostanze che favorivano, in misura maggiore o minore, la produttività nelle differenti società. Per Marx, però, queste introduzioni contenevano soltanto «piatte tautologie» e, nel caso di John Stuart Mill, avevano lo scopo di rappresentare la produzione «come racchiusa in leggi di natura eterne, indipendenti dalla storia» e i rapporti sociali borghesi «come immutabili leggi di natura della società in astratto» . Secondo John Stuart Mill, infatti: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche. Nulla vi è in esse di volontario o di arbitrario. (…) Non è così con la distribuzione della ricchezza. Questa è una questione solamente di istituzioni umane» . Marx considerò questa tesi una «grossolana separazione di produzione e distribuzione e del loro rapporto reale» , poiché ritenne, come affermò in un altro brano dei [Grundrisse], che «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza e le leggi della distribuzione della ricchezza sono le medesime leggi sotto forma diversa ed entrambe mutano, soggiacciono al medesimo processo storico; non sono altro che momenti di un processo storico» .
Dopo essersi così pronunciato, nel secondo paragrafo dell’[Introduzione] Marx prese a esaminare il rapporto generale della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo. La ripartizione dell’economia politica in queste differenti rubriche era stata compiuta da James Mill che, nel suo libro del 1821, Elementi di economia politica, aveva così intitolato i quattro capitoli che componevano l’opera e, prima di lui, nel 1803, da Jean-Baptiste Say, che aveva diviso il suo Trattato di economia politica in tre libri, rispettivamente dedicati alla produzione, alla distribuzione e al consumo della ricchezza .
Marx ricostruì questa articolazione in termini logici, cosicché le quattro rubriche adoperate dagli economisti furono da lui riordinate secondo lo schema hegeliano di universalità-particolarità-individualità : «produzione, distribuzione, scambio, consumo, formano un sillogismo in piena regola; la produzione è l’universale; la distribuzione e lo scambio il particolare; il consumo l’individuale in cui il tutto si conchiude». In altre parole, la produzione era il punto di partenza dell’attività dell’uomo, la distribuzione e lo scambio ne rappresentavano il duplice punto intermedio – il primo costituendo la mediazione operata dalla società, il secondo quella operata dall’individuo – ed il consumo ne diveniva il punto finale. Tuttavia, ritenendo che questa fosse soltanto la «connessione […] superficiale» , Marx volle analizzare, in maniera più approfondita, la correlazione tra le quattro sfere.
Il primo rapporto indagato fu quello tra produzione e consumo. Marx spiegò la loro connessione come identità immediata: «la produzione è consumo; il consumo è produzione» e, con l’ausilio del principio di Baruch Spinoza determinatio est negatio , evidenziò che la produzione era anche consumo, in quanto dispendio delle forze dell’individuo e utilizzo delle materie prime durante l’atto lavorativo. Questa concezione era stata già proposta dagli economisti, che avevano definito questo momento con il termine di «consumo produttivo» (productive Consumtion) e lo avevano distinto dalla «produzione consumatrice» (Consumtive Production) . Essa si verificava solo in seguito alla distribuzione del prodotto, rientrava nella sfera della riproduzione e costituiva «il consumo vero e proprio». Nel consumo produttivo «si reificava il produttore», mentre nella produzione consumatrice «si personifica[va] la cosa da lui creata» .
Un’altra caratteristica dell’identità di produzione e consumo era riconoscibile nel «movimento di mediazione» reciproca che si svolge tra loro. Il consumo dà al prodotto il suo ultimo «compimento» (finish) e, stimolando la propensione alla produzione, «crea il bisogno di una nuova produzione» . Allo stesso modo, la produzione fornisce non solo l’oggetto affinché possa esservi il consumo, ma anche il bisogno di consumare quel determinato oggetto. Secondo Marx, infatti, superato lo stadio naturale, il bisogno è generato dalla percezione dell’oggetto stesso e «la produzione produce perciò non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto» , ovvero il consumatore. Dunque: «la produzione produce […] il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) producendo come bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha precedentemente creato come oggetti. Essa produce perciò l’oggetto del consumo, il modo del consumo e l’impulso al consumo» .
Riepilogando: tra produzione e consumo si verifica un processo di identità immediata; essi, inoltre, si mediano a vicenda e, attraverso la loro realizzazione, creano l’uno l’altro. Tuttavia, considerare entrambi come se fossero la stessa cosa, come avevano fatto, ad esempio, Say e Proudhon, fu reputato da Marx un errore. Infatti, egli ritenne che, in ultima analisi: «il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all’attività produttiva» .
Procedendo nelle sue delucidazioni, Marx passò ad analizzare la relazione tra produzione e distribuzione. La distribuzione costituiva l’anello tra produzione e consumo e, «in base a leggi sociali» , determinava la quota dei prodotti spettante ai produttori. Gli economisti la rappresentavano come una sfera autonoma rispetto alla produzione e, nei loro trattati, le categorie economiche erano poste sempre in duplice modo. Terra, lavoro e capitale figuravano nella produzione come suoi agenti, e nella distribuzione, sotto forma di rendita, salario e profitto, quali fonti di reddito. Marx giudicò illusoria e sbagliata questa scissione, poiché, a suo avviso, la forma della distribuzione «non è un arrangiamento qualsiasi, tale da poter essere anche diverso; ma è posto, anzi, dalla forma della produzione stessa» . A tale riguardo, egli si espresse così nell’[Introduzione]:

un individuo che prende parte alla produzione nella forma del lavoro salariato, partecipa ai prodotti, ai risultati della produzione, nella forma del salario. L’articolazione della distribuzione è interamente determinata dall’articolazione della produzione. La distribuzione è essa stessa un prodotto della produzione, non solo per il suo oggetto, e cioè nel senso che solo i risultati della produzione possono essere distribuiti, ma anche per la forma, e cioè nel senso che il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione. È assolutamente illusorio porre la terra nella produzione, la rendita fondiaria nella distribuzione ecc .

Considerare la distribuzione autonoma dalla produzione aveva come conseguenza il concepire la prima quale mera distribuzione dei prodotti. In realtà, la distribuzione includeva due fenomeni di notevole importanza precedenti la stessa produzione: la distribuzione degli strumenti di produzione e la distribuzione dei membri della società tra i diversi generi di produzione, ovvero ciò che Marx definì la «sussunzione degli individui sotto rapporti di produzione determinati» . Questi due momenti facevano sì che, in alcune situazioni storiche – ad esempio quando un popolo conquistatore, trasformando i vinti in schiavi, impone il lavoro schiavistico o, creando una nuova ripartizione della proprietà fondiaria, determina un nuovo tipo di produzione –, «la distribuzione non appar[isse] strutturata e determinata dalla produzione, ma [fosse], al contrario, la produzione [ad] appar[ire] strutturata e determinata dalla distribuzione» . Le due branche erano profondamente interconnesse poiché, come ribadito da Marx in un’altra parte dei [Grundrisse]: «questi modi di distribuzione sono i rapporti di produzione stessi, solamente sub specie distributionis» . Risultava quindi chiaro, come affermato nell’[Introduzione], che «considerare la produzione prescindendo da questa distribuzione, in essa racchiusa, [era] evidentemente una vuota astrazione».
Il legame concepito da Marx tra produzione e distribuzione consente di intendere meglio non solo la sua avversione al modo in cui John Stuart Mill separava rigidamente i due momenti, ma anche il suo apprezzamento per Ricardo, al quale aveva dato atto di aver evidenziato la necessità di «capire la produzione moderna nella sua struttura sociale determinata» . L’economista inglese riteneva, infatti, che «determinare le leggi che reggono tale distribuzione […] [fosse] il problema principale dell’economia politica» e, dunque, fece della distribuzione uno degli oggetti principali dei suoi studi perché concepiva «le forme della distribuzione come l’espressione più determinata in cui si fissano gli agenti di produzione in una data società» . Anche per Marx, la distribuzione non era riducibile al solo atto mediante il quale le quote del prodotto complessivo venivano ripartite tra i membri della società, ma costituiva un momento decisivo dell’intero ciclo produttivo. Tuttavia, questa convinzione non ribaltò la tesi che, all’interno del processo produttivo nel suo complesso, la produzione rappresentava sempre il fattore primario:

stabilire quale rapporto esiste tra questa distribuzione e la produzione che essa determina, è evidentemente una questione che ricade all’interno della produzione stessa. […] la produzione ha in effetti le sue condizioni e i suoi presupposti, che ne costituiscono i momenti. Questi nella prima fase possono sembrare di origine naturale. Attraverso il processo di produzione stesso, essi vengono trasformati da fattori naturali in fattori storici, e se per un periodo essi appaiono come presupposto naturale della produzione, per un altro essi ne sono stati un risultato storico. All’interno della produzione stessa, essi vengono continuamente modificati .

In conclusione, per Marx, benché la distribuzione degli strumenti di produzione e dei membri della società nei vari settori produttivi «appaia come un presupposto per la nuova epoca della produzione, è essa stessa, a sua volta, un prodotto della produzione, non solo di quella storica in generale, bensì di una produzione storica determinata» .
Quando, infine, Marx prese in esame il rapporto tra produzione e scambio, considerò anche quest’ultimo una parte della prima. Infatti, non solo «lo scambio di attività e di capacità» tra gli operai e quello delle materie prime necessarie ad approntare il prodotto finito erano parte integrante della produzione, ma lo stesso scambio tra commercianti era interamente determinato dalla produzione e costituiva «un’attività produttiva». Lo scambio si rende autonomo, rispetto alla produzione, solo nello stadio in cui «il prodotto viene scambiato immediatamente per il consumo». Tuttavia, anche in quel caso, la sua intensità ed estensione e le sue caratteristiche sono determinate dallo sviluppo e dall’articolazione della produzione e, dunque, esso si presenta «in tutti i suoi momenti, o direttamente incluso nella produzione, o determinato da essa».
Al termine della sua analisi sul rapporto della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo, Marx giunse a due conclusioni: I) la produzione andava considerata come una totalità; II) all’interno della totalità la produzione come ramo particolare rappresentava l’elemento prioritario sugli altri.
Relativamente al primo punto, Marx aveva asserito: «il risultato al quale perveniamo non è che produzione, distribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentano tutti delle articolazioni di una totalità, differenze nell’ambito di una unità» . Utilizzando il concetto hegeliano di totalità , egli aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria, quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali. La sua definizione della produzione come totalità organica non corrispondeva, però, a un complesso ordinato e auto-regolantesi, all’interno del quale l’uniformità tra le sue differenti branche veniva sempre garantita. Al contrario, come egli scrisse in un brano dei [Grundrisse], che trattava lo stesso argomento: i singoli momenti della produzione «possono trovarsi oppure no, adeguarsi oppure no, corrispondersi oppure no. La loro interna necessità di organicità e il loro esistere come momenti autonomi reciprocamente indifferenti sono già fondamento di contraddizioni» . Inoltre, queste ultime dovevano essere sempre analizzate prendendo in considerazione la produzione capitalistica (non la produzione in generale) che, secondo Marx, non era affatto «la forma assoluta per lo sviluppo delle forze produttive» sbandierata dagli economisti, ma aveva nella sovrapproduzione la sua «contraddizione fondamentale» .
Il secondo risultato raggiunto da Marx fu quello di attribuire alla produzione, all’interno della «totalità della produzione» (Totalität der Production), «il momento egemonico (übergreifende Moment)» sulle restanti parti dell’insieme. La produzione era «l’effettivo punto di partenza» (Ausgangspunkt) , quello dal quale «il processo ricomincia sempre di nuovo» e, per Marx: «una determinata produzione determina quindi un consumo, una distribuzione, uno scambio determinati, nonché i determinati rapporti reciproci tra questi diversi momenti» . Il ruolo dominante della produzione non cancellava, però, la rilevanza degli altri momenti, né, tanto meno, la loro incidenza sulla produzione stessa. La dimensione del consumo, le trasformazioni della distribuzione e la grandezza della sfera dello scambio – ovvero del mercato – sono tutti fattori che concorrono a definirla e influiscono su di essa.
Ancora una volta, le acquisizioni di Marx assumevano una valenza al contempo teorica e politica. Egli si oppose, infatti, ai socialisti a lui contemporanei, che sostenevano la possibilità di rivoluzionare i rapporti produttivi allora vigenti mediante la trasformazione dello strumento di circolazione, affermando che la loro ipotesi era una palese dimostrazione del «fraintendimento della connessione interna dei rapporti di produzione, distribuzione e circolazione» . Per Marx, invece, modificare la forma del denaro avrebbe non solo lasciato inalterati i rapporti di produzione e le relazioni sociali da loro determinate, ma si sarebbe dimostrato un controsenso, poiché la stessa circolazione poteva mutare solo insieme con il cambiamento dei rapporti produttivi. Egli era convinto che: «ai mali della società borghese non si rimedia mediante ‘trasformazioni’ bancarie o creando un ‘sistema monetario’ razionale» , né attraverso blandi palliativi quali la concessione del credito gratuito o, ancora, con la chimera di tramutare gli operai in capitalisti. La questione centrale rimaneva il superamento del lavoro salariato ed essa riguardava innanzitutto la produzione.

4.3 Alla ricerca del metodo
A questo punto della sua analisi, Marx affrontò la questione metodologica più rilevante: in che modo riprodurre la realtà all’interno del pensiero? Come costruire un modello categoriale astratto in grado di comprendere e rappresentare la società?
Al «rapporto che l’esposizione scientifica ha con il movimento reale» , egli dedicò il terzo e più importante paragrafo della sua [Introduzione]. Esso non costituisce l’elaborazione conclusiva di tale rapporto, ma presenta problematiche non sufficientemente sviluppate e diversi punti appena abbozzati. Inoltre, in alcuni suoi passaggi sono contenute affermazioni poco chiare, talvolta in contraddizione tra di loro, ed il linguaggio adottato, che risente della terminologia hegeliana, aggiunge ambiguità al testo in più di un’occasione. Marx elaborò il suo metodo scrivendo queste pagine ed esse mostrano le tracce e i percorsi delle sue ricerche.
Come altri grandi pensatori prima di lui, anche Marx partì dalla questione del cominciamento, ovvero, nel suo caso, dell’interrogativo: da quale punto l’economia politica doveva iniziare la sua analisi? La prima ipotesi che egli prese in esame fu di «cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto», con «la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione» : la popolazione. Tale via analitica, già percorsa dai fondatori dell’economia politica William Petty e Pierre de Boisguillebert, fu però ritenuta da Marx inadeguata ed errata. Avviare l’indagine con un’entità così indeterminata, quale era la popolazione, avrebbe comportato, a suo giudizio, un’immagine troppo generica dell’insieme, incapace di mostrare la sua divisione attuale in tre classi (borghesia, proprietari fondiari e proletariato), le quali potevano essere distinte solo mediante la conoscenza dei loro presupposti fondanti: rispettivamente, il capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato. Inoltre, con questo procedimento empirico, elementi concreti come la popolazione e lo Stato si volatilizzavano in determinazioni astratte quali la divisione del lavoro, il denaro o il valore.
Sebbene tale metodo fosse inadeguato per interpretare la realtà, nondimeno, in un’altra parte dei [Grundrisse], Marx ne riconobbe i meriti, affermando che esso aveva avuto «un valore storico nei primi tentativi dell’economia politica, allorquando le forme della produzione venivano ancora faticosamente scrostate dal contenuto e ci si sforzava di fissarle come oggetti di considerazione autonomi» . Non appena gli economisti furono in grado di definire le categorie astratte e tale processo fu compiuto, «sorsero i sistemi economici che dal semplice – come il lavoro, la divisione del lavoro, bisogno, valore di scambio – salivano fino allo Stato, allo scambio tra le nazioni e al mercato mondiale». Questo secondo procedimento, adoperato da Smith e Ricardo in economia, così come da Hegel in filosofia, riassumibile nella tesi che «le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero», fu descritto da Marx «il metodo scientificamente corretto» (wissenschaftlich richtige Methode). Conseguite le categorie, infatti, era possibile «intraprendere il viaggio all’indietro, fino ad arrivare infine di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come a una caotica rappresentazione di un insieme, bensì come a una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni» . Hegel aveva scritto, infatti, nella Scienza della logica che il primo requisito di una conoscenza sintetica e sistematica risiedeva nel cominciare

con l’oggetto nella forma universale. […] Il primo deve essere il semplice, quel che è stato separato dal concreto, poiché solo in questa forma l’oggetto ha la forma dell’universale riferentesi a sé […]. Al conoscere è più facile di afferrare l’astratta semplice determinazione di pensiero che non il concreto, il quale è un nesso molteplice di coteste determinazioni e dei loro rapporti […]. In sé e per sé l’universale è il primo momento del concetto, essendo il semplice, e il particolare è soltanto quello che viene dopo, essendo il mediato; e viceversa il semplice è il più universale, e il concreto […] è quello che già presuppone il passaggio da un primo .

Tuttavia, la definizione di «metodo scientifico corretto» data da Marx, contrariamente a quanto hanno sostenuto alcuni commentatori dell’[Introduzione] , non significa affatto che questo sia stato il metodo da lui poi utilizzato. Anzitutto, egli non condivideva la convinzione degli economisti che la ricostruzione logico-ideale del concreto, compiuta mediante il loro pensiero, fosse la riproduzione fedele della realtà . Inoltre, il procedimento sintetizzato nell’[Introduzione] aveva sì mutuato diversi elementi da quello hegeliano, ma ne aveva evidenziato anche radicali distinzioni. Marx era convinto, come Hegel prima di lui, che «il metodo di salire dall’astratto al concreto (die Methode vom Abstrakten zum Concreten aufzusteigen) è il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto», che la ricomposizione della realtà nel pensiero doveva prendere avvio dalle determinazioni astratte più semplici e generali. Per entrambi il concreto era «sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice» e, per questo motivo, appariva nel pensiero in quanto «processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza», sebbene per Marx bisognasse tenere sempre presente che esso era «il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione».
Oltre questa base comune, vi era, però, una differenza fondamentale che Marx formulava nel modo seguente: «Hegel cade nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero», mentre secondo Marx «mai e poi mai esso è […] il processo di formazione del concreto» . Nell’[Introduzione] egli sosteneva che per l’idealismo hegeliano «il movimento delle categorie si presenta […] come l’effettivo atto di produzione […] il cui risultato è il mondo» e che «il pensiero pensante è l’uomo reale e quindi il mondo pensato è […] la sola realtà». Per Marx, insomma, la funzione del pensiero in Hegel non era solo quella di rappresentare idealmente la realtà, bensì di esserne anche il processo fondativo. Viceversa, per Marx, le categorie economiche esistono in quanto «relazion[i] astratt[e] […] di una totalità vivente e concreta già data» ; «esprimono modi d’essere, determinazioni d’esistenza» (Daseinsformen, Existenzbestimmungen) della moderna società borghese. Il valore di scambio, ad esempio, presuppone la popolazione e che essa produca entro rapporti determinati. In opposizione a Hegel, Marx sottolineò più volte che la «totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è effettivamente un prodotto del pensare», ma non è certo il «concetto che genera sé stesso». Infatti, «il soggetto reale rimane […] saldo nella sua autonomia fuori della mente […]. Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto» .
In realtà, però, l’interpretazione marxiana della filosofia di Hegel non rende giustizia al vero. Diversi passaggi dell’opera di quest’ultimo mostrano come il suo pensiero, a differenza dell’idealismo trascendentale di Johann Gottlieb Fichte e dell’idealismo oggettivo di Friedrich Schelling, non abbia confuso il movimento della conoscenza con quello dell’ordine della natura, il soggetto con l’oggetto. Nel secondo paragrafo dell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche, infatti, Hegel scrisse con chiarezza: «la filosofia può essere definita dapprima, in generale, la considerazione pensante degli oggetti. […] il contenuto umano della coscienza, operato dal pensiero, appare dapprima non in forma di pensiero, ma come sentimento, intuizione, rappresentazione, – forme, che son da distinguere dal pensiero come forma» .
Anche nella Filosofia del diritto, nell’aggiunta al paragrafo 32 inserita da Eduard Gans nella seconda edizione del 1827 , vi sono alcuni periodi che non solo confermano l’errata interpretazione del pensiero hegeliano da parte di Marx, ma mostrano di aver influenzato le sue stesse riflessioni :

non si può […] dire che la proprietà sia entrata nell’esserci (dagewesen) prima della famiglia, e tuttavia viene trattata prima di questa. Si potrebbe qui dunque sollevare la questione del perché noi non iniziamo con il momento supremo, cioè con il concretamente vero. La risposta sarà, perché noi appunto vogliamo vedere il vero in forma di un risultato, e a ciò essenzialmente pertiene in primo luogo di comprendere il concetto astratto stesso. Ciò che è reale, la figura del concetto, è per noi quindi primariamente il susseguente e ulteriore, quand’anche nella realtà stessa sia il primo. Il nostro avanzamento è che le forme astratte si mostrano non come sussistenti per sé, bensì come non-vere .

Proseguendo nelle sue considerazioni, Marx si chiese se le categorie semplici potessero esistere prima e indipendentemente da quelle più concrete. Nel prendere in esame la categoria di possesso, con la quale Hegel aveva cominciato la Filosofia del diritto, egli affermò che essa non avrebbe potuto esistere prima della comparsa di «rapporti più concreti» , quali ad esempio la famiglia, e che considerare un selvaggio isolato come un possessore sarebbe stato un’assurdità. La questione era, però, più complessa. Il denaro, infatti, era «storicamente esistito prima che esistessero il capitale, le banche, il lavoro salariato». Esso è comparso prima dello sviluppo delle realtà più complesse, a dimostrazione che, in alcuni casi, il percorso delle categorie logiche segue quello storico – ciò che è più sviluppato è anche più tardo – e «il cammino del pensiero astratto, che sale dal più semplice al più complesso, corrisponderebbe al processo storico reale» . Tuttavia, nell’antichità, il denaro svolse una funzione dominante solo presso le nazioni commerciali e, dunque, esso non comparve «storicamente nella sua piena intensità se non nelle condizioni più sviluppate della società». Marx ne concluse allora che: «benché la categoria più semplice possa essere esistita storicamente prima di quella più concreta, essa può appartenere nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo solo a una forma sociale complessa».
Tale deduzione si mostrò ancora più valida quando fu applicata alla categoria del lavoro. Sebbene il lavoro sia sorto con l’incivilimento dei primi esseri umani e sia, in apparenza, un processo molto semplice, Marx sottolineò che «dal punto di vista economico, il “lavoro” è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione» . Gli esponenti del bullionismo e del mercantilismo, infatti, avevano ritenuto che la fonte della ricchezza fosse depositata nel denaro, al quale, di conseguenza, attribuirono maggiore importanza rispetto al lavoro. Successivamente, i fisiocratici considerarono quest’ultimo creatore della ricchezza, ma nella sola forma determinata di agricoltura. Soltanto con l’opera di Smith venne rigettato «ogni carattere determinato dell’attività produttrice di ricchezza» e il lavoro non venne più considerato in una forma particolare, ma come «lavoro tout court: non lavoro manifatturiero, né commerciale, né agricolo, ma tanto l’uno quanto l’altro». In questo modo, fu trovata «l’espressione astratta per la più semplice e antica relazione in cui gli uomini compaiono come produttori, qualunque sia la forma della loro società». Così, come per il denaro, anche la categoria di lavoro poteva essere ricavata «solo dove si dà il più ricco sviluppo concreto», in una società dove «una sola caratteristica appare comune a un gran numero […] di elementi». Dunque, «l’indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalità molto sviluppata di generi reali di lavoro, nessuno dei quali domin[a] più sull’insieme» .
Nella produzione capitalistica, inoltre, il «lavoro in generale» non è soltanto una categoria, ma «corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro a un altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente». In tale realtà, il lavoro dell’operaio ha perduto il carattere artigianale e corporativo del passato ed è divenuto «lavoro in generale», «lavoro sans phrase», «non solo nella categoria, ma anche nella realtà» . Il lavoro salariato «non è questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determinatezza, ma capace di ogni determinatezza» . Si tratta, insomma, di «attività puramente meccanica […] indifferente alla sua forma particolare» .
Al termine del suo discorso sulla relazione tra le categorie più semplici e quelle più concrete, Marx era giunto alla conclusione che nelle forme più moderne della società borghese – egli aveva in mente gli Stati Uniti d’America – l’astrazione della categoria del «lavoro in generale» diviene «praticamente vera». Così: «l’astrazione più semplice che l’economia moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, si presenta tuttavia praticamente vera in questa astrazione solo come categoria della società moderna» . Ovvero, come egli ribadì anche in un’altra parte dei [Grundrisse], questa categoria «diventa vera solo con lo sviluppo di un particolare modo materiale di produzione e di un particolare livello di sviluppo delle forze produttive industriali» .
L’indifferenza verso un tipo particolare di lavoro era, però, un fenomeno comune a diverse realtà storiche. Anche in questo caso, allora, era necessario sottolineare le distinzioni: «c’è una maledetta differenza se dei barbari hanno disposizione ad essere utilizzati per tutto, o se degli esseri inciviliti si applicano essi stessi a tutto». Rapportando l’astrazione alla storia reale , ancora una volta, Marx trovò confermata la sua tesi:

questo esempio del lavoro mostra in modo evidente come anche le categorie più astratte, sebbene siano valide – proprio a causa della loro astrazione – per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni .

Chiarito questo punto, Marx rivolse la sua attenzione ad un’altra decisiva questione. In quale successione esporre le categorie nell’opera che si accingeva a scrivere? Alla domanda se fosse il complesso a fornire gli strumenti per comprendere il semplice o viceversa, egli fece prevalere decisamente la prima ipotesi. Nell’[Introduzione] dichiarò infatti:

la società borghese è la più sviluppata e multiforme organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e la comprensione della sua articolazione permettono di penetrare, allo stesso tempo, nell’articolazione e nei rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita e di cui si trascinano in essa ancora residui parzialmente non superati .

È il presente, quindi, a offrire le indicazioni per ricostruire il passato. «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia […] [e] ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è gia conosciuta». Questa nota affermazione di Marx non va letta, però, in termini evoluzionistici. Egli, infatti, criticò esplicitamente la concezione della «cosiddetta evoluzione storica», fondata sul banale presupposto che «l’ultima forma considera le precedenti come semplici gradini che portano a se stessa» . Diversamente dai teorici dell’evoluzionismo, che illustravano gli organismi più complessi partendo da quelli semplici seguendo un’ingenua traiettoria progressiva, Marx scelse di utilizzare un metodo logico opposto, molto più complesso, ed elaborò una concezione della storia scandita dalla successione dei differenti modi di produzione (antico, asiatico, feudale, capitalistico), dei quali venivano illustrate le diverse posizioni e funzioni che le categorie assumono al loro interno . Era, dunque, l’economia borghese a fornire gli indizi per comprendere le economie delle epoche storiche precedenti – indizi che, stante le profonde diversità tra le varie società, andavano, comunque, presi con cautela –, ma Marx ribadì con fermezza che ciò non poteva di certo essere fatto «al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le forme della società vedono la società borghese» .
Se questo ragionamento è in continuità con quelli precedentemente espressi in altre opere, nell’[Introduzione] il problema dell’ordine da assegnare alle categorie economiche fu affrontato differentemente. Marx aveva già trattato tale argomento nella Miseria della Filosofia, laddove, contro Proudhon, che aveva dichiarato di non voler seguire «una storia secondo l’ordine dei tempi, ma secondo la successione delle idee» , aveva criticato l’idea di «costruire il mondo col movimento del pensiero» . Nello scritto del 1847, in polemica con il metodo logico-dialettico utilizzato da Proudhon e da Hegel, aveva dunque preferito la sequenza rigorosamente storica. La posizione assunta dieci anni dopo nell’[Introduzione] era mutata. Il criterio della successione cronologica delle categorie scientifiche era stata respinto a favore di un metodo logico con riscontro storico-empirico. Poiché è il presente che aiuta a comprendere il passato, la struttura dell’uomo quella della scimmia, occorreva cominciare l’analisi dalla società più matura, quella capitalistica, e, in particolare, dall’elemento che prevale su tutti gli altri: il capitale. «Il capitale è la potenza economica della società borghese che domina tutto. Esso deve costituire il punto di partenza così come il punto d’arrivo» . Marx ne concluse che:

sarebbe inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, che è esattamente l’inverso di quella che sembra essere come loro relazione naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta della posizione che i rapporti economici assumono storicamente nel succedersi delle diverse forme di società. Men che meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon) (una confusa rappresentazione del movimento storico). Bensì della loro articolazione organica all’interno della moderna società borghese .

In sostanza, la disposizione delle categorie in un esatto ordine logico e il procedere della storia reale non sono affatto coincidenti e, d’altronde, come Marx scrisse anche nei manoscritti per il libro terzo de Il capitale: «ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente» .
Discostandosi, dunque, dall’empirismo dei primi economisti moderni, che produceva la volatilizzazione degli elementi concreti in determinazioni astratte; dal metodo degli economisti classici, che riduceva il pensiero del reale al reale stesso; dall’idealismo filosofico – secondo l’interpretazione di Marx anche quello hegeliano –, colpevole di attribuire al pensiero la capacità di generare il concreto; nonché da quelle concezioni gnoseologiche che contrapponevano rigidamente forme del pensiero e realtà oggettiva; dallo storicismo che dissolveva il momento logico in quello storico; e, infine, dalla personale convinzione, esposta nella Miseria della filosofia, di seguire essenzialmente il «movimento storico» , Marx approdò a una propria sintesi. La sua contrarietà a stabilire una corrispondenza biunivoca tra concreto e pensiero lo portò a separare i due momenti, assegnando al primo un’esistenza presupposta e indipendente rispetto al pensiero e riconoscendo a quest’ultimo la sua specificità, ovvero un diverso ordine nell’esposizione delle categorie rispetto a quello manifestatosi nel processo storico reale . Per evitare che il procedimento conoscitivo si limitasse semplicemente a ricalcare le tappe degli avvenimenti storici, era necessario utilizzare un processo astrattivo, e dunque delle determinazioni categoriali, che consentissero di interpretare la società nella sua complessità. D’altra parte, per divenire veramente utile a tale scopo, l’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti. In questo modo, la concezione marxiana della storia assumeva efficacia ed incisività: respinta la simmetria tra ordine logico e ordine storico-reale, il momento storico si presentava come tornante decisivo per comprendere la realtà, mentre quello logico consentiva di concepire la storia non come piatta cronologia di diversi accadimenti . Per Marx, infatti, non era necessario ricostruire la genesi storica di ogni rapporto economico per intendere e poi descrivere adeguatamente la società. Come affermò in un brano dei [Grundrisse]:

il nostro metodo mostra i punti in cui si deve inserire la considerazione storica, o in cui l’economia borghese come mera forma storica del processo di produzione rinvia, al di là di se stessa, a precedenti modi storici di produzione. Per sviluppare le leggi dell’economia borghese, non è necessario, quindi, scrivere la storia reale dei rapporti di produzione. Ma la giusta nozione e deduzione di tali rapporti, in quanto divenuti essi stessi storicamente, conduce sempre a prime equazioni […] che rinviano ad un passato che sta alle spalle di questo sistema. Queste indicazioni, unite all’esatta comprensione del presente, offrono poi anche la chiave per intendere il passato […]. Questa giusta osservazione porta d’altra parte a individuare anche dei punti nei quali si profila il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene. Se da una parte le fasi pre-borghesi si presentano come fasi soltanto storiche, cioè come presupposti superati, le attuali condizioni della produzione si presentano d’altra parte come condizioni che superano anche se stesse e perciò pongono i presupposti storici per una nuova situazione sociale .

Il metodo così elaborato aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta politica mirante a trasformarlo.
Infatti, Marx interruppe il paragrafo sul metodo proprio con un abbozzo riguardante l’ordine col quale egli intendeva scrivere la sua “Economia”. Si tratta del primo dei numerosi piani della sua opera, più volte elaborati nel corso dell’esistenza, che ricalca le riflessioni già esposte nelle precedenti pagine dell’[Introduzione]. Prima di intraprendere la stesura dei [Grundrisse], era suo intendimento trattare:

1) le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società […] [;] 2) le categorie che costituiscono l’articolazione interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali[:] capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria[;] 3) Sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerata in relazione a se stessa [;] 4) Rapporto internazionale della produzione. […] Scambio internazionale [; e] 5) Il mercato mondiale e le crisi .

Queste, almeno, era lo schema concepito da Marx nell’agosto del 1857, divenuto poi oggetto di tanti successivi mutamenti.

4.4 Il rapporto ineguale tra la produzione materiale e quella intellettuale
L’ultimo paragrafo dell’[Introduzione] è composto da un elenco brevissimo e frammentario di otto argomenti, che Marx aveva intenzione di trattare nel suo testo, e da alcune considerazioni sul rapporto tra l’arte greca e la società moderna. Degli otto punti, le principali questioni annotate riguardarono la convinzione che le caratteristiche del lavoro salariato si fossero manifestate nell’esercito ancor prima che nella società borghese; l’idea dell’esistenza di una dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione; e la constatazione di uno «sviluppo ineguale» (ungleiche Entwicklung) tra i rapporti di produzione e quelli giuridici, in particolare la derivazione del diritto della nascente società borghese dal diritto privato romano. Tutto ciò, però, fu scritto a mo’ di promemoria, senza ordine alcuno, e fornisce soltanto un’idea molto vaga di cosa Marx pensasse nel merito di queste tematiche.
Le riflessioni sull’arte, invece, furono sviluppate in modo più ampio e si concentrarono su «l’ineguale rapporto (unegale Verhältniß) dello sviluppo della produzione materiale con lo sviluppo (…) artistico» . Marx aveva già affrontato la relazione tra produzione e forme della coscienza in due lavori giovanili. Nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], egli aveva sostenuto che «la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale» , mentre, ne [L’ideologia tedesca], aveva dichiarato:

la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini […]. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta (direkter Ausfluß) del loro comportamento materiale .

Nell’[Introduzione], però, lungi dall’istituire un rigido parallelismo tra le due sfere, criterio in seguito erroneamente adottato da molti marxisti, Marx mise in evidenza che non vi era alcuna relazione diretta tra lo sviluppo economico-sociale e quello della produzione artistica. Rielaborando alcune riflessioni della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, letta e compendiata in uno dei suoi quaderni di estratti nel 1852 , egli scrisse infatti: «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale (materiellen Grundlage), con l’ossatura […] della sua organizzazione». Inoltre, egli rilevò che alcune forme d’arte, come ad esempio l’epica, «sono possibili solo in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società» . L’arte greca, infatti, presupponeva la mitologia greca, ovvero una rappresentazione «inconsapevolmente artistica» delle forme sociali. In una società progredita come quella moderna, nella quale la natura è concepita dagli uomini razionalmente e non più come potenza estranea che sta di fronte a essi, la mitologia ha perso la sua ragione d’essere e l’epica non è più ripetibile: «è possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade […] con la macchina tipografica? Con la pressa del tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe, la Musa, e quindi le condizioni necessarie della poesia epica?» .
Per Marx, dunque, l’arte e, più in generale, la produzione intellettuale degli uomini vanno indagate in relazione alle condizioni materiali, ma senza mai instaurare una rigida corrispondenza tra i due momenti. In questo modo, infatti, si ricadrebbe nell’errore commesso da Voltaire, ricordato da Marx nei manoscritti economici del 1861-63, di ritenere che poiché i moderni sono «più progrediti degli antichi nella meccanica […], dovre[bbero] saper comporre anche un poema epico» .
Terminate le considerazioni riferite all’artista in quanto soggetto che crea, la produzione artistica fu presa in esame rispetto al pubblico che ne traeva godimento. Questo tema presentava le maggiori difficoltà interpretative. Per Marx, infatti, il problema non stava «nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili». La complessità stava nel comprendere perché creazioni artistiche realizzate nell’antichità suscitino ancora godimento presso gli uomini moderni. Secondo Marx, essi si compiacerebbero del mondo greco perché rappresenta «la fanciullezza storica dell’umanità», un periodo che esercita un «fascino eterno come stadio che non ritorna più». Da qui la conclusione: «il fascino che la loro arte [quella dei greci] esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse, e solo poteva sorgere, non possono mai più ritornare» .
Il valore delle affermazioni sull’estetica contenute nell’[Introduzione] non sta, però, nelle soluzioni, appena abbozzate e talvolta poco convincenti, fornite da Marx, quanto, invece, nel suo approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello «sviluppo ineguale» , tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale. Anche la nota tesi della Prefazione a Per la critica dell’economia politica, pubblicata da Marx due anni dopo l’[Introduzione] – «il modo di produzione della vita materiale condiziona (bedingt) il processo sociale, politico e spirituale della vita in generale» – non va interpretata, dunque, in chiave deterministica e deve essere tenuta ben distinta dalla scontata e angusta lettura operata dal marxismo-leninismo, per la quale le manifestazioni sovra-strutturali della società non sono che un mero riflesso dell’esistenza materiale degli uomini .

4.5 Conclusione
Quando intraprese la stesura dei [Grundrisse], Marx aveva l’intenzione di anteporre alla sua opera una sezione introduttiva nella quale esporre la metodologia adottata nelle sue ricerche. L’[Introduzione] non fu scritta soltanto per autochiarificazione, ma avrebbe dovuto rappresentare, come accadeva negli scritti di altri economisti, il luogo in cui racchiudere le osservazioni preliminari sui criteri generali seguiti. Quando, però, nel giugno del 1859, diede alle stampe la prima parte dei suoi studi nel fascicolo Per la critica dell’economia politica, egli decise di omettere questa sezione fornendo questa motivazione: «sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere di salire dal particolare al generale (von dem Einzelnen zum Allgemeinen aufzusteigen)» . Dunque, il proponimento del 1857 – «salire dall’astratto al concreto» – mutò, nello scritto del 1859, in quello di «salire dal particolare al generale» . Il punto di partenza dell’[Introduzione], ovvero le determinazioni più astratte e universali, venne sostituito, senza che di questo cambiamento fosse fornita spiegazione, poiché lo scritto del 1857 era rimasto inedito, con la trattazione di una categoria concreta e storicamente determinata: la merce. Sin dall’ultimo brano dei [Grundrisse], infatti, al termine delle centinaia di pagine nelle quali aveva scrupolosamente analizzato il modo di produzione capitalistico e le nozioni dell’economia politica, Marx affermò che «la prima categoria in cui si manifesta la ricchezza borghese è quella della merce» . Alla sua indagine egli dedicò il capitolo iniziale di Per la critica dell’economia politica e de Il capitale, ove la merce venne definita la «forma elementare» della società capitalistica, quel «particolare» dalla cui analisi doveva cominciare la ricerca.
Al posto della prevista introduzione, Marx aprì l’opera del 1859 con una breve Prefazione nella quale espose, in forma molto concisa, la propria biografia intellettuale e sua la concezione materialistica della storia. Successivamente, egli non affrontò più il discorso sul metodo, se non in rarissimi casi, incidentalmente e con rapide osservazioni. Il più importante di essi fu, senz’altro, il Poscritto al libro primo de Il capitale del 1873, nel quale, sollecitato dalle recensioni che avevano accompagnato la sua opera, Marx non poté non esprimersi sul metodo d’indagine utilizzato e tornò a trattare alcuni temi presenti nell’[Introduzione]. Ciò avvenne anche a seguito dell’esigenza, che egli avvertì, di esplicitare la differenza esistente tra il metodo di esposizione e quello della ricerca. Se il primo poteva muovere dal generale, procedere dalla forma universale a quelle storicamente determinate e, dunque, confermando la formulazione del 1857, «salire dall’astratto al concreto», il secondo doveva partire dal reale immediato, andare, come affermato nel 1859, «dal particolare al generale»:

il modo di esporre (Darstellungsweise) un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine (Forschungsweise). L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’intero concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente .

Nelle opere successive all’[Introduzione], infine, Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione . Anche per questa ragione, le pagine dell’[Introduzione] sono straordinariamente rilevanti. In esse, mediante un serrato confronto con le idee di alcuni dei maggiori economisti e filosofi della storia, Marx ribadì profondi convincimenti ed approdò a significative acquisizioni teoriche. Anzitutto, egli volle insistere ancora sulla specificità storica del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti sociali. In secondo luogo, produzione, distribuzione, scambio e consumo furono considerati come una totalità, all’interno della quale la produzione costituiva l’elemento preminente sulle restanti parti dell’insieme. Inoltre, nel processo di riproduzione della realtà nel pensiero, Marx non ricorse a un metodo meramente storico, ma si avvalse dell’astrazione, della quale era giunto a riconoscere il valore ai fini della costruzione del percorso conoscitivo. Infine, egli evidenziò il rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo dei rapporti produttivi e quello delle forme della coscienza.
Queste riflessioni hanno reso l’[Introduzione], durante i 100 anni intercorsi dalla sua prima pubblicazione, un testo imprescindibile dal punto di vista teorico ed affascinante da quello letterario per tutti i seri interpreti e lettori di Marx. È prevedibile che essa rimarrà tale per quanti, nelle generazioni a venire, si avvicineranno ancora alla sua opera.

 

References
[1] Nella lettera a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, Marx affermò infatti: «l’economia come scienza in senso tedesco è ancora tutta da fare», in Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p.  595.
[2] La voluminosa letteratura critica a riguardo esemplifica l’importanza dell’Introduzione. Da quando fu pubblicata per la prima volta, nel 1903, tutte le principali interpretazioni critiche, le biografie intellettuali e le introduzioni al pensiero di Marx hanno dato conto di questo testo e numerosissimi sono stati gli articoli e i commentari a esso dedicati.
[3] Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1857/58, in MEGA², II/1.1, Dietz Verlag, Berlin 1976, p. 17. Nell’edizione italiana cui si rimanda nel testo (La Nuova Italia, Firenze 1997), questa suddivisione di Marx, che corrisponde all’indice del contenuto dell’[Introduzione], è stata utilizzata per intitolare i differenti paragrafi.
[4] Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, p. 3.
[5] Karl Marx, Ivi, p. 4.
[6] Cfr. Ian Watt, Robinson Crusoe as a Myth, in Essays in Criticism, vol. I nr. 2, April 1951, p. 112.
[7] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 4.
[8] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 123.
[9] Karl Marx, Ivi, p. 96.
[10] Karl Marx, Ivi, p. 95.
[11] Marx trattò approfonditamente questi temi nella sezione dei [Grundrisse] dedicata alle [Forme che precedono la produzione capitalistica].
[12] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 109.
[13] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 5. Questa concezione di matrice aristotelica – la famiglia che precede la nascita del villaggio – fu sostenuta da Marx anche nel libro primo de Il capitale. In seguito, però, egli mutò opinione in proposito. Come osservato da Engels in una nota aggiunta alla terza edizione tedesca del 1883: «studi posteriori, condotti molto a fondo, sulle condizioni primitive dell’uomo hanno condotto l’autore [Marx] al risultato che originariamente non è stata la famiglia a evolversi in tribù, ma viceversa: la tribù è stata la forma spontanea originaria della associazione fra gli uomini, basata sulla consanguineità, cosicché solo più tardi le forme numerose e diverse della famiglia si sono sviluppate dalla incipiente dissoluzione dei vincoli tribali», in Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 394-5. Engels si riferiva alle ricerche di storia antica condotte da Marx durante i suoi ultimi anni di vita. Tra i principali testi che Marx lesse o compendiò nei suoi quaderni di estratti vi furono le Researches into the Early History of Mankind and the Development of Civilization di Edward Burnett Tylor, Ancient Society di Lewis Henry Morgan, The Aryan Village in India and Ceylon di John Budd Phear, Lectures on the Early History of Institutions di Henry Summer Maine e The Origin of Civilization and the Primitive Condition of Man di John Lubbock.
[14] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 109.
[15] Karl Marx, Ivi, p. 395. Dieci anni prima, nell’Introduzione, Marx aveva già scritto in proposito che: «in generale è errato porre lo scambio all’interno delle comunità come l’elemento costitutivo originario. All’inizio esso comparve invece nelle relazioni delle diverse comunità tra di loro piuttosto che in quelle tra i membri di una sola e medesima comunità», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 30.
[16] Karl Marx, Ivi, p. 104.
[17] Questa mutua dipendenza non va confusa con quella che si instaura tra gli individui nel modo di produzione capitalistico. La prima è il prodotto della natura, la seconda della storia. Nel capitalismo l’indipendenza individuale è integrata da una dipendenza sociale che si esprime nella divisione del lavoro, cfr. Karl Marx, Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 78. In questo stadio della produzione, infatti, il carattere sociale dell’attività si presenta non come semplice relazione reciproca degli individui, «ma come loro subordinazione a rapporti che esistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto tra individui indifferenti gli uni agli altri. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, la loro connessione reciproca, si presenta ad essi estranea, indipendente, come una cosa», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 98.
[18] Adam Smith, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1965, p. 18.
[19] Cfr. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, UTET, Torino 1948, pp. 17-18. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 42.
[20] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5.
[21] Colui che per Marx aveva evitato questa ingenuità era stato James Steuart, dalla cui opera principale – An Inquiry into the principles of Political Economy – egli aveva annotato numerosi passaggi in un quaderno di estratti della primavera del 1851. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus James Steuart: An inquiry into the principles of political economy, in MEGA², IV/8, Dietz Verlag, Berlin 1986, pp. 304, 312-25, 332-49, 373-80, 400-1, 405-8, 429-45.
[22] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5. In altre parti dei Grundrisse, Marx asserì che: «un individuo isolato potrebbe avere tanto poco la proprietà della terra quanto poco potrebbe parlare», in vol. II, p. 109; e che «la lingua come prodotto di un singolo individuo è un’assurdità. Ma altrettanto lo è [la] proprietà», p. 115.
[23] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 4.
[24] Karl Marx, Ivi, p. 5.
[25] Karl Marx, Ivi, p. 4.
[26] Nel Commentary all’Introduzione incluso nel volume Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), Basil Blackwell, Oxford 1975, Carver ha osservato (pp. 93-5) che le considerazioni svolte da Marx sull’utilizzo di Robinson Crusoe da parte di Bastiat non corrispondono alle reali posizioni di quest’ultimo. Secondo il francese, infatti: «Daniel de Foe avrebbe tolto al romanzo persino l’ombra della verosimiglianza se […] non avesse fatto […] delle concessioni obbligate, [ovvero] ammettendo che il suo eroe avesse salvato dal naufragio alcuni oggetti indispensabili, delle provvigioni, della polvere, un fucile, un’accetta, un coltello, delle corde, delle tavole, del ferro ecc., prova decisiva che la società è la sfera necessaria dell’uomo, poiché fuori di essa nemmeno un romanziere ha potuto farlo sussistere. E notate che Robinson portava con sé nella solitudine un altro tesoro sociale, mille volte più prezioso […] intendo dire, le sue idee, le sue rimembranze, la sua esperienza, il suo stesso linguaggio», in Frédéric Bastiat, Armonie economiche, UTET, Torino, 1949, p. 197. Tuttavia, nonostante l’evidenza di questo brano, in altre parti della sua opera Bastiat dimostra mancanza di senso storico. Le azioni dell’individuo appaiono dettate sempre dal raziocinante calcolo economico e vengono rappresentate secondo le scissioni proprie della società capitalistica: «l’individuo, se potesse vivere qualche tempo isolato, sarebbe al tempo stesso capitalista, imprenditore, operaio, produttore e consumatore» (p. 291). Ed ecco, allora, che Robinson Crusoe torna a costituire il più piatto stereotipo degli economisti: «il nostro Robinson non si occuperà dunque di farsi lo strumento, se non quando egli vi scorgerà un’economia definitiva di sforzi con soddisfazione uguale o un accrescimento di soddisfazione con sforzi uguali» (p. 292). Queste affermazioni destarono molto probabilmente l’attenzione di Marx.
[27] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 6.
[28] Cfr. Karl Marx, Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 18 e 140.
[29] Cfr. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 296.
[30] Cfr. Karl Marx, Miseria della filosofia, in Marx-Engels Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973 [1847], p. 170.
[31] In particolare, si veda l’opera del suo principale rappresentante: Wilhelm Roscher, Die Grundlagen der Nationalökonomie, in System der Volkswirtschaft, Vol. I, Stuttgart, 1854, che Marx citò anche nel libro primo de Il capitale, op. cit., p. 124, irridendone il «metodo anatomico-fisiologico» adottato. Nel 1883, le questioni epistemologiche furono l’oggetto del Methodenstreit (la disputa del metodo), che vide contrapporsi il metodo deduttivo di Carl Menger e della Scuola austriaca, la quale, contro la tradizione moderna inaugurata da Francis Bacon, Isaac Newton e David Hume, riteneva impossibile giungere alla conoscenza scientifica generale per via empirica, e l’induttivismo della Scuola storica, secondo la quale l’oggetto della scienza economica era quello di studiare l’evoluzione storica delle nazioni e delle istituzioni per costruire delle leggi generali, ma non astratte. Questo dibattito, però, cominciò proprio l’anno della scomparsa di Marx ed egli non poté seguirlo o prendervi parte.
[32] Subito dopo la pubblicazione dell’Introduzione di Marx (1903), l’utilità di adoperare la «teoria economica astratta» per sintetizzare i fenomeni storici fu espressa, con diverse analogie rispetto alle formulazioni marxiane, da Max Weber nel saggio, del 1904, L’oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, in Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1997. Secondo l’autore tedesco, la definizione di un «concetto tipico-ideale […] non è una rappresentazione del reale, ma intende fornire alla rappresentazione un mezzo di espressione univoco». Nella sua «purezza concettuale», ciò che Weber definisce come «tipo ideale […] non  può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale», p. 108. Il tipo ideale astratto rappresenta «un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica […] ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere assunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico», p. 112.
[33] Un’idea simile era già stata espressa da Marx ne L’ideologia tedesca, nella quale insieme con Engels aveva dichiarato: «separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico, a indicare la successione dei suoi singoli strati. […] La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un epoca passata che del presente, a esporlo realmente», in Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 23.
[33] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
[34] Cfr. Karl Korsch, Karl Marx, Laterza, Bari, 1974, pp. 62-3.
[35] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
[36] L’esposizione più approfondita di questa concezione si trova in James Stuart Mill, Principî di economia politica, UTET, Torino, 1962, pp. 56 ss.
[37] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, pp. 232-3.
[38] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 249.
[39] Karl Marx, Ivi, p. 220.
[40] In proposito si vedano le critiche di Marx rivolte a Proudhon, Ivi, vol. I, p. 242.
[41] Karl Marx, Ivi, p. 7.
[42] Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit. p. 182.
[43] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 81.
[44] Karl Marx, Ivi, p. 365.
[45] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 259.
[46] Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 113-4.
[47] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 207.
[48] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 175.
[49] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 96.
[50] Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 219.
[51] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 313.
[52] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 576.
[53] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 1002.
[54] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 117.
[55] Karl Marx, Ivi, p. 10.
[56] Karl Marx, Ivi, p. 7.
[57] Karl Marx, Ivi, p. 8.
[58] Karl Marx, Ivi, p. 9.
[59] John Stuart Mill, Principî di economia politica, op. cit., p. 195-6. Queste affermazioni suscitarono l’interesse di Marx, che le annotò, nel settembre del 1850, in uno dei suoi quaderni di estratti. Cfr. MEGA² IV/7, Dietz Verlag, Berlin 1983, p. 36. Poche righe dopo, però, Stuart Mill smentì in parte la sua categorica asserzione, anche se non nel senso di una storicizzazione della produzione. Egli sostenne, infatti, che la distribuzione dipende «dalle leggi e dalle consuetudini della società» e poiché esse sono il prodotto delle «opinioni» e dei «sentimenti del genere umano» – che altro non sono se non le «conseguenze delle leggi fondamentali della natura umana» –, le leggi della distribuzione «sono altrettanto poco arbitrarie, e possiedono il carattere delle leggi fisiche, quanto le leggi della produzione», p. 196. Le Osservazioni preliminari poste all’inizio della sua opera contengono, forse, una possibile sintesi: «a differenza delle leggi della produzione, quelle della distribuzione sono in parte opera umana; giacché il modo in cui la ricchezza si distribuisce in una data società dipende dalla legislazione o dalle consuetudini ivi prevalenti», p. 22.
[60] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 9.
[61] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 577. Dunque, chi come Stuart Mill riteneva eterni i rapporti di produzione e storiche soltanto le loro forme di distribuzione, «rivela che […] non capisce né gli uni, né le altre», in Karl Marx, Ivi, p. 474.
[62] Marx conosceva molto bene entrambi i testi poiché erano stati tra i primi libri di economia politica studiati e dai quali aveva ricopiato molte parti nei suoi quaderni di appunti. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus Jean-Baptiste Say: Traité d’économie politique, in MEGA² IV/2, Dietz, Berlin 1981, pp. 301-27 e Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élemens d’économie politique, in Ivi, pp. 428-70; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 229-48.
[63] Cfr. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, Laterza, Bari 2001, vol. II, p. 677 ss.
[64] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 12.
[65] Karl Marx, Ivi, p. 17.
[66] Cfr. Baruch Spinoza a Jarig Jelles, in Baruch Spinoza, Epistolario, Einaudi, Torino 1951, p. 226.
[67] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 14.
[68] Karl Marx, Ivi, p. 17.
[69] Karl Marx, Ivi, p. 14.
[70] Karl Marx, Ivi, p. 15.
[71] Karl Marx, Ivi, p. 16.
[72] Karl Marx, Ivi, pp. 16-7.
[73] Karl Marx, Ivi, pp. 18-9.
[74] Karl Marx, Ivi, p. 19.
[75] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 254.
[76] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 20.
[77] Karl Marx, Ivi, pp. 21-2.
[78] Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 21.
[79] Karl Marx, Ibidem.
[80] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 576.
[81] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 22.
[82] David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, op. cit., p. 3.
[83] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 21.
[84] Karl Marx, Ivi, p. 22.
[85] Karl Marx, Ivi, p. 23.
[86] Karl Marx, Ivi, p. 25.
[87] «Il vero, come concreto, è solo in quanto si svolge in sé e si raccoglie e mantiene in unità, cioè come totalità, e solo mediante il differenziarsi e la determinazione delle sue differenze sono possibili la necessità di esse e la libertà del tutto». Georg W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari 2002, p. 22
[88] Cfr. Stuart Hall, ‘Marx’s notes on method: A «reading» of the «1857 Introduction»’, Cultural Studies, 2003, vol. 17 No. 2, p. 127.
[89] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 18.
[90] Karl Marx, Ivi, p. 19.
[91] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 8.
[92] Karl Marx, Ivi, p. 18.
[93] Karl Marx, Ivi, p. 25.
[94] Karl Marx, Ivi, pp. 25-6.
[95] Karl Marx, Ivi, p. 52.
[96] Karl Marx, Ivi, p. 67.
[97] Karl Marx, Ivi, p. 8.
[98] Karl Marx, Ivi, p. 26.
[100] Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 605.
[101] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 27.
[102] Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, op. cit., p. 910. Alla fine dell’ottobre del 1857, durante la stesura dei Grundrisse, Marx ricevette dall’amico Ferdinand Freiligrath alcuni libri di Hegel che rilesse con grande interesse. Il 14 gennaio del 1858 scrisse, infatti, a Engels: «Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo servizio il fatto che per puro caso (…) mi ero riveduto la Logica di Hegel. Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran voglia di render accessibile all’intelletto dell’uomo comune in poche pagine, quanto vi è di razionale nel metodo che Hegel ha scoperto ma allo stesso tempo mistificato», in Opere, vol. LX, op. cit., p. 273. Purtroppo, Marx non rivelò né in questa lettera, né in altre sue comunicazioni, in che modo la Logica di Hegel aveva «reso un grandissimo servizio» all’elaborazione del suo metodo. Tanto meno, egli ebbe mai il tempo per scrivere «quanto vi [era] di razionale nel metodo» hegeliano. In ogni caso, per quel che concerne l’Introduzione, è necessario ricordare che essa fu scritta in agosto, mentre Marx ricevette la Logica di Hegel solo in ottobre, cfr. Ferdinand Freiligrath a Karl Marx, 22 ottobre 1857, in MEGA², III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 497. Dunque, diversamente da quanto ritenuto da molti interpreti di Marx, la Logicanon ebbe alcun influsso diretto sull’Introduzione, sebbene reminiscenze delle opere di Hegel siano evidenti in diversi punti del testo marxiano.
[103] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
[104] Le interpretazioni di Althusser, Negri e Della Volpe, ad esempio, cadono tutte nell’errore di accomunare questo metodo a quello di Marx. Cfr. Louis Althusser, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 95; Antonio Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma 1998 [1979] p. 65; Galvano Della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 177. Per la critica a Della Volpe si rimanda a Cesare Luporini, Il circolo concreto-astratto-concreto, in Franco Cassano (a cura di), Marxismo e filosofia in Italia (1958-1971), De Donato, Bari 1973, pp. 226-39.
[105] Cfr. Mario Dal Pra, La dialettica in Marx, Laterza, Bari 1965, p. 461.
[106] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
[107] Karl Marx, Ivi, p. 28.
[108] Karl Marx, Ivi, p. 34.
[109] Karl Marx, Ivi, p. 28.
[110] Georg W. F. Hegel Enciclopedia delle scienze filosofiche, op. cit., p. 4.
[111] Le Aggiunte (Zusätze) di Gans, il cui scrupolo filologico è stato però messo in dubbio da più di un commentatore, si basano su alcuni manoscritti di Hegel e sulle trascrizioni dei suoi corsi sulla Filosofia del diritto successivi al 1821, data di pubblicazione della prima edizione.
[112] In proposito si veda Judith Jánoska, Martin Bondeli, Konrad Kindle, Marc Hofer, Das «Methodenkapitel» von Karl Marx, Schwabe & CO AG, Basel 1994, pp. 115-19.
[113] Georg W. F. Hegel Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 293-4.
[114] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 28.
[115] Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 218.
[116] Karl Marx, Ivi, p. 29. Riflettendo sulla società peruviana, Marx ricordò, però, anche il caso opposto, ovvero che erano esistite «società molto sviluppate, seppure storicamente immature, nelle quali alcune forme più avanzate dell’economia, quali ad esempio la cooperazione o una sviluppata divisione del lavoro, si manifestano senza che esista affatto denaro», in Karl Marx, Ibidem.
[117] Karl Marx, Ivi, p. 30.
[118] Karl Marx, Ivi, p. 31.
[119] Karl Marx, Ivi, p. 32.
[120] Karl Marx, Ivi, p. 280.
[121] Karl Marx, Ivi, p. 281. In un altro brano dei Grundrisse, infatti, Marx affermò che: «il principio sviluppato del capitale è appunto quello di rendere superflua l’abilità particolare […] è il principio di relegare l’abilità nelle forze naturali morte», in Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 245.
[122] Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 32.
[123] Karl Marx, Ivi, p. 281. Nei Grundrisse Marx mostrò come anche il «capitale in generale» non fosse una mera astrazione, ma una categoria che aveva nella società capitalistica «un’esistenza reale». Così come i capitali particolari appartengono ai singoli capitalisti, il capitale nella sua forma generale, ovvero quello che si accumula nelle banche, che diviene il capitale di una determinata nazione e che può essere dato in prestito per essere valorizzato, diventa «maledettamente reale. Mentre dunque l’elemento generale per un verso è soltanto una differentia specifica di natura logica, nello stesso tempo questa è una particolare forma reale accanto alla forma del particolare e dell’individuale», in Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 67.
[124] In proposito si veda quanto Marx scrisse a Engels in una lettera del 2 aprile 1858: «le più astratte determinazioni, esaminate attentamente, rimandano sempre a un’ulteriore base storica concreta e determinata. (Naturalmente, perché esse ne sono astratte in questa loro determinatezza)», in Marx Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 332.
[125] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 32.
[126] Karl Marx, Ivi, pp. 32-3.
[127] Karl Marx, Ivi, p. 33.
[128] Cfr. Stuart Hall, op. cit., p. 133. Questo autore ha giustamente notato che la teoria elaborata da Marx rappresenta una rottura con lo storicismo, pur non essendo una rottura con lo storico.
[129] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 33.
[130] Pierre Joseph Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della miseria, Edizioni della rivista «Anarchismo», Catania 1975, p. 121.
[131] Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 172.
[132] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 35.
[133] Karl Marx, Ivi, pp. 35-6.
[134] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 930.
[135] Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 169.
[136] Cfr. Louis Althusser, op. cit., pp. 48-9 e 93.
[137] La complessità del metodo sintetizzato da Marx è dimostrata dal fatto che esso fu travisato non solo da molti dei suoi studiosi, ma anche dallo stesso Friedrich Engels. Questi, infatti, che non aveva letto le tesi esposte nell’Introduzione, scrisse in una recensione del 1859 a Per la critica dell’economia politica che Marx, dopo aver elaborato il suo metodo, avrebbe potuto intraprendere la critica dell’economia politica «in due modi: storicamente o logicamente». Tuttavia, poiché «la storia procede spesso a salti e a zigzag e si sarebbe dovuto tenerle dietro dappertutto» […] il modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto». Egli, erroneamente, ne concluse però che questo non era altro che «il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso interiore non sarà altro che  il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia», in Friedrich Engels, Per la critica dell’economia politica (Recensione), in Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 208. Engels, insomma, sostenne il parallelismo tra storia e logica che Marx aveva decisamente respinto nell’Introduzione. Tale posizione fu così attribuita a quest’ultimo e divenne inseguito, con l’interpretazione marxista-leninista, ancora più schematica e infruttuosa dal punto di vista epistemologico.
[138] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 81-2.
[139] Karl Marx, Ivi, vol. I, pp. 36-7.
[140] Karl Marx, Ivi, p. 38.
[141] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968, p. 112.
[142] Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, op. cit., p. 21.
[143] Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi. Gli estratti di Marx dall’opera di Sismondi sono ancora inediti e saranno pubblicati nel volume IV/10 della MEGA². Sono grato a Klaus Pezold per le informazioni relative ai manoscritti marxiani.
[144] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 39.
[145] Karl Marx, Ivi, p. 40. Anche Friedrich Theodor Vischer, nella sua Ästhetik oder Wissenschaft des Schönen, Bd. I-III, Olms, Hildesheim 1975, trattò della forza dissolvitrice dei miti operata dal capitalismo. Marx lesse quest’opera traendone ispirazione, e ne riassunse alcune parti in uno dei suoi quaderni di estratti, appena tre mesi prima della redazione dell’Introduzione. L’impostazione dei due autori, però, non avrebbe potuto essere più distinta. Vischer deplorò in modo romantico l’impoverimento estetico della cultura causato dal capitalismo e considerò quest’ultimo come una realtà immodificabile. Marx, al contrario, pur battendosi costantemente per il superamento del capitalismo, sottolineò che esso rappresentava, sia materialmente che ideologicamente, una realtà più avanzata rispetto ai precedenti modi di produzione. Cfr. György Lukács, Contributi alla storia dell’estetica, Feltrinelli, Milano 1966, pp. 306-7.
[146] Karl Marx, Teorie sul plusvalore. I, in Marx-Engels Opere, volume XXXIV, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 295.
[147] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 40.
[148] Karl Marx, Ivi, p. 38.
[149] Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 5.
[150] A sostegno di questo ragionamento vi è una nota dell’edizione francese de Il capitale del 1872-75, in cui, citando questo brano della sua opera, Marx preferì tradurre la frase utilizzando il verbo dominer: «[l]e mode de production de la vie matérielle domine [domina] en général le développement de la vie sociale, politique et intellectuelle», in Karl Marx, Le capital, MEGA², II/7, Dietz Verlag, Berlin 1989, p. 62. Egli evitò, in questo modo, di presentare una relazione meccanica tra i due momenti. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Colibrì, Milano 2001, p. 283.
[151] La più diffusa volgarizzazione di tale interpretazione si deve a J. V. Stalin che in Del materialismo dialettico e del materialismo storico, in Opere Scelte, Edizioni movimento studentesco, Milano 1973,  sostenne che «il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva […] [e] la vita spirituale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva» (p. 927): «quale è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società» (p. 928).
[152] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 3.
[153] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
[154] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 3.
[155] Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 645.
[156] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67.
[157] Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione in Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67. Marx aggiunse che quando ciò si compie «può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori», ma, in realtà, il risultato raggiunto è la rappresentazione del concreto nel pensiero. In proposito si veda una sua importante affermazione contenuta in una lettera scritta a Engels il 1 febbraio 1858 nella quale, a proposito di Lassalle, dichiarò: «imparerà a sue spese che una cosa è arrivare a portare, per mezzo della critica, una scienza al punto da poterla esporre dialetticamente e altra è adoperare un sistema di logica astratto e preconfezionato», in Marx Engels Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 288.
[158] Cfr. Terrell Carver A Commentary on the text, in Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), op. cit., p. 135.

Published in:

Marcello Musto (Ed.), I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo

Publisher:

ETS

Pub Info:

2015, pp. 57-97

Available in:

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