Ripartiamo da Marx
Mi è stato chiesto più volte, non tornerei a Napoli. Non ci sono le condizioni». Lo dice con chiarezza Marcello Musto, tra i maggiori studiosi di Marx, che nella sua città si è laureato prima di andare all’estero giovanissimo ricercatore.
Il professore di 49 anni, studi all’Orientale, insegna a Toronto e le sue opere sull’attualità del filosofo tedesco sono tradotte in 25 lingue. «Torno spesso in Italia. Ci sono università come Pisa con una interessante apertura internazionale, purtroppo Napoli non è tra queste», dice il professore napoletano, ospite ieri pomeriggio della fondazione Premio Napoli a Palazzo Reale.
E così nel giorno in cui dall’Unione europea parte un appello al rientro dei cervelli in fuga all’estero, Musto risponde alla richiesta di Macron e von der Leyen che da Parigi si rivolgono ai ricercatori: «Preferite l’Europa all’America di Trump».
Il professore non ha dubbi: «L’Europa è un sistema in caduta, non è paragonabile al Nord America». Ma ieri per due ore sono tre ex allievi dell’università L’Orientale a confrontarsi. Chiara Ghidini e Diego Lazzarich studiano a Napoli negli stessi anni di Musto, poi diventano entrambi professori dello steso ateneo in cui hanno mosso i primi passi.
È Alfredo Guardiano, magistrato e coordinatore del premio Napoli, a spiegare perché si è scelto Marx: «Lo si cita ancora spesso, vogliamo approfondire». Tocca a Lazzarich, professore di Storia delle Dottrine politiche, raccontare di Musto. «Marcello ha fatto un percorso che l’ha portato lontano dall’Italia, nel 2011 già è in Canada. Ha avuto molti riconoscimenti. È il più competente biografo di Marx», ricostruisce Lazzarich. Quello che racconta Musto è un Marx ecologista, difensore dei diritti di stranieri e donne, quando «parla della necessità di non discriminare sui salari», ricorda.
Ma soprattutto Marx è per Musto un pensatore che rivede i suoi studi, ricerca fino alla fine e pone temi tra le priorità dell’agenda politica internazionale attuale, come appunto la parità dei diritti per donne e stranieri. E poi c’è l’ecologia, «pensare di avere la proprietà della natura equivale per Marx a ritenere che un uomo possa essere proprietario di un altro. I parchi devono restare pubblici. Le domande che pone ci aiutano quindi a capire perché questo mondo continua ad andare così male». Insomma ne esce un filosofo poliedrico e tradito dall’immagine dogmatica sposata dal socialismo reale. «Marx non è la statua che voi siete abituati a credere. È stato isolato inizialmente dal movimento operaio e dal socialismo. Viveva in uno scenario complesso e frammentato, simile a quello nostro di oggi. Rivedeva sempre le sue idee, cercando di migliorarle». Molte le domande a Musto, in città per presentare il suo libro più recente, L’ultimo Marx 1881-1883 edito da Donzelli. Il professore napoletano gira il mondo per dimostrare quanto i suoi testi parlino alla contemporaneità. «L’ultimo Marx – ragiona Musto – lavora a cose nuove, di grande attualità politica. Si occupa di India più che di Parigi, guarda a quello che ci sta accadendo oggi».
Passano i lustri e, sebbene sia stato descritto più volte come un testo antiquato, si ritorna a discutere del Capitale di Karl Marx (appena ripubblicato in una nuova edizione da Einaudi). Nonostante abbia compiuto 157 anni (fu pubblicato il 14 settembre del 1867), la «critica dell’economia politica» conferma di possedere tutte le virtù dei grandi classici: stimola nuovi pensieri a ogni rilettura ed è capace di illustrare aspetti fondamentali del passato quanto della contemporaneità. Simultaneamente, ha il pregio di circoscrivere la cronaca del presente – così come il peso dei suoi, spesso inadeguati, protagonisti – nella posizione relativa che le spetterebbe. Non a caso, il celebre scrittore italiano Italo Calvino affermò che un classico è tale anche perché ci aiuta a «relegare l’attualità al rango di rumore di fondo». I classici indicano le questioni essenziali e i punti ineludibili per poterle intendere a fondo e dirimerle. Per questo motivo essi conquistano perennemente l’interesse di nuove generazioni di lettori. Un classico rimane indispensabile nonostante il trascorrere del tempo e, anzi, nel caso del Capitale si può affermare che questo scritto assume tanto più efficacia quanto più il capitalismo si diffonde in ogni angolo del pianeta e si espande in tutte le sfere delle nostre esistenze.
Ritorni a Marx
In seguito allo scoppio della crisi economica del 2007-2008, la riscoperta del magnum opus di Marx fu una vera e propria necessità, quasi la risposta a un’emergenza: rimettere in circolazione il testo – da tutti dimenticato, dopo la caduta del Muro di Berlino – che forniva chiavi interpretative ancora valide per comprendere le vere cause della follia distruttiva del capitalismo. Fu così che, mentre gli indici delle borse mondiali bruciavano centinaia di miliardi di dollari e numerosi istituti finanziari dichiaravano bancarotta, in pochi mesi, Il capitale vendette più copie di tutte quelle date alle stampe nel corso del ventennio precedente. Peccato che il suo revival non incontrò ciò che rimaneva delle forze della sinistra. Esse si illusero di poter migliorare un sistema che mostrava, in modo crescente, la sua irriformabilità e, quando furono forze di governo, adottarono blandi palliativi che non scalfirono minimamente le sempre più drammatiche sperequazioni economico-sociali e la crisi ecologica in atto. I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti.
Il presente revival del Capitale risponde, invece, a un’altra esigenza: quella di definire, anche grazie alla rilevante mole di studi comparsi di recente, quale sia la versione più attendibile dello scritto al quale Marx dedicò la gran parte delle sue fatiche intellettuali. L’intenzione originaria del rivoluzionario tedesco – che accompagnò la stesura del primo manoscritto preparatorio dell’opera (i Grundrisse del 1857-58) – fu quella di dividere il suo lavoro in sei libri. I primi tre avrebbero dovuto essere dedicati a capitale, proprietà fondiaria e lavoro salariato; quelli successivi a Stato, commercio estero e mercato mondiale. La consapevolezza, acquisita con il passare degli anni, dell’impossibilità di intraprendere un piano così vasto costrinse Marx a sviluppare un progetto più concretizzabile. Pensò di tralasciare gli ultimi tre volumi e di integrare alcune parti dedicate alla proprietà fondiaria e al lavoro salariato nel libro sul capitale. Quest’ultimo venne concepito in tre parti: il Libro I sarebbe stato dedicato a Il processo di produzione del capitale, quello II a Il processo di circolazione del capitale e il III a Il processo complessivo della produzione capitalistica. A essi si sarebbe dovuto aggiungere un Libro IV – dedicato alla storia della teoria – che, però, non venne mai cominciato e viene spesso erroneamente confuso con le Teorie sul plusvalore.
Le cinque redazioni del Libro I
Com’è noto, rispetto a tali proponimenti, Marx riuscì a completare soltanto il Libro I. I libri II e III videro la luce soltanto dopo la sua morte, rispettivamente nel 1885 e nel 1894, grazie a un enorme lavoro editoriale svolto da Friedrich Engels. Se gli studiosi più rigorosi si sono più volte interrogati sull’attendibilità di questi due volumi, redatti sulla base di manoscritti incompiuti e frammentari, scritti a distanza di anni e che contenevano numerosi problemi teorici irrisolti, in pochi si sono dedicati a un’altra questione non meno spinosa: quella di stabilire se esisteva la versione definitiva del Libro I. La controversia è ritornata al centro dell’attenzione di traduttori e case editrici e, negli ultimi anni, sono apparse molte nuove importanti edizioni del Capitale. Nel 2024, alcune di esse sono uscite in Brasile, in Italia e anche negli Stati uniti, dove la prestigiosa Princeton University Press pubblica, proprio questa settimana, in una tiratura di ben 13.000 copie, la prima nuova traduzione in inglese dopo cinquant’anni (a cura di P. North e P. Reitter) – la quarta in questa lingua.
Pubblicato nel 1867, dopo oltre un ventennio di ricerche preparatorie, Marx non fu pienamente soddisfatto della struttura del volume. Aveva finito col dividerlo in soli sei lunghissimi capitoli e, soprattutto, era rimasto scontento per come aveva esposto la teoria del valore che era stato costretto a dividere in due parti: una nel primo capitolo, l’altra in un’appendice scritta, frettolosamente, dopo la consegna del manoscritto. Pertanto, lo scritto continuò ad assorbire una parte delle energie di Marx anche dopo la stampa. In vista della seconda edizione, venduta in fascicoli tra il 1872 e il 1873, Marx riscrisse la cruciale parte sulla teoria del valore, inserì diverse integrazioni riguardanti la differenza tra capitale costante e variabile, il plusvalore, nonché l’uso di macchine e tecnologia. Inoltre, rimodulò l’intera struttura del libro, dividendolo in sette sezioni, comprendenti 25 capitoli, a loro volta accuratamente suddivisi in paragrafi.
Marx accompagnò il più possibile il progresso della traduzione russa (1872) e dedicò ancora più energie alla preparazione della versione francese, apparsa – anch’essa in fascicoli – tra il 1872 e il 1875. Dovette, infatti, impiegare molto più tempo di quello preventivato per correggerne le bozze. Insoddisfatto del lavoro svolto dal traduttore, che aveva reso il testo troppo letteralmente, riscrisse intere pagine, al fine di rendere meno indigeste al pubblico francese le parti pregne di esposizione dialettica e per apportare modifiche ritenute imprescindibili. Esse vennero per lo più concentrate nella sezione finale, dedicata a «Il processo di accumulazione del capitale». Mutò anche la divisione dei capitoli che aumentarono dopo un’ulteriore revisione della redistribuzione della materia. Nel poscritto all’edizione francese, Marx non esitò ad attribuire alla versione francese «un valore scientifico indipendente dall’originale» e osservò che doveva «essere consultata anche dai lettori che conoscono la lingua tedesca». Non a caso, quando nel 1877 si profilò la possibilità di un’edizione in inglese, Marx precisò che il traduttore avrebbe dovuto «necessariamente confrontare la seconda edizione tedesca con quella francese», nella quale egli aveva «aggiunto qualcosa di nuovo e dove aveva descritto meglio molte cose». Non si trattava, dunque, di meri ritocchi stilistici. Le alterazioni da lui prodotte alle diverse edizioni racchiudono anche i risultati degli incessanti studi svolti e gli sviluppi di un pensiero critico in continua evoluzione. Marx ritornò sulla versione francese, evidenziandone aspetti positivi e negativi, anche l’anno successivo. Scrisse a Nikolai Danielson, il traduttore del Capitale in russo, che essa conteneva «molte varianti e aggiunte importanti», pur ammettendo di essere «stato anche costretto, soprattutto nel primo capitolo, ad ‘appiattire’ l’esposizione». Fu per questa ragione che egli avvertì l’esigenza di chiarire che i capitoli «Merce e denaro» e «La trasformazione del denaro in capitale» avrebbero dovuto essere «tradotti seguendo esclusivamente il testo tedesco». In ogni caso, si può affermare che la versione francese costituì molto di più che una traduzione.
Marx ed Engels ebbero idee diverse in proposito. Il primo, soddisfatto della nuova versione, la ritenne, in molte parti, un miglioramento rispetto a quelle precedenti. Il secondo, invece, pur complimentandosi per i miglioramenti teorici apportati in alcuni punti, fu molto scettico in merito allo stile letterario imposto dal francese e scrisse vigorosamente: «riterrei un grande errore prendere questa versione come base per la traduzione inglese». Consequenzialmente, quando gli venne chiesto, poco dopo la scomparsa dell’amico, di dare alle stampe la terza edizione tedesca (1883) del Libro I, Engels si limitò a modificare «solo le cose più necessarie». Nella prefazione informò il lettore che l’intenzione di Marx era quella di «rielaborare il testo in gran parte», ma che il cattivo stato di salute glielo aveva impedito. Engels si avvalse di un esemplare tedesco, corretto in vari punti da Marx, e di una copia della traduzione francese, nella quale questi aveva indicato i passaggi per lui irrinunciabili. Limitò il suo lavoro al minimo e poté dichiarare: «in questa terza edizione non è cambiata nessuna parola di cui io non sappia, con certezza, che l’autore stesso l’avrebbe cambiata». Tuttavia, egli non inserì tutte le variazioni segnalate da Marx.
La traduzione inglese (1887), interamente supervisionata da Engels, venne condotta sulla terza edizione tedesca. Egli affermò che quest’ultima, al pari della seconda edizione tedesca, era superiore alla traduzione francese – anche per la struttura dell’indice. Chiarì nella prefazione al testo inglese che si era fatto ricorso all’edizione francese soprattutto per verificare «quanto l’autore stesso era pronto a sacrificare, dovunque nel tradurre dovesse essere sacrificato qualcosa del significato completo dell’originale». Due anni prima, nell’articolo How not to Translate Marx, Engels aveva sagacemente criticato la pessima traduzione di alcune pagine del Capitale, a opera di John Broadhouse, affermando che «Per rendere un tedesco potente serve un inglese potente; i nuovi termini tedeschi coniati richiedono di coniare nuovi termini corrispondenti in inglese».
La quarta edizione tedesca uscì nel 1890; fu l’ultima preparata da Engels. Con più tempo a disposizione, egli poté incorporare, pur escludendone ancora diverse, altre correzioni apportate da Marx alla versione francese. Affermò nella prefazione: «ho confrontato di nuovo l’edizione francese con le note del manoscritto di Marx e ho accolto, nel testo tedesco, alcune altre aggiunte tratte da essa». Fu molto soddisfatto del suo risultato finale e solo l’edizione popolare preparata da Karl Kautsky, nel 1914, apportò miglioramenti ulteriori.
Alla ricerca della versione definitiva
L’edizione engelsiana del 1890 divenne la versione canonica del Capitale dalla quale vennero tradotte la gran parte delle traduzioni in tutto il mondo. A oggi, il Libro I è stato pubblicato in 66 lingue e in 59 di esse sono stati tradotti anche i libri II e III. A eccezione del Manifesto del partito comunista, redatto assieme a Engels e stampato, probabilmente, in oltre 500 milioni di copie, nonché del Libretto rosso di Mao Zedong – che conobbe ancora maggiore circolazione – nessun altro classico di politica, filosofia o economia ha avuto una diffusione paragonabile a quella del Libro I del Capitale.
Il dibattito in merito alla sua migliore versione non si è, però, mai esaurito. Quale tra queste cinque edizioni presenta la migliore struttura dell’opera? Quale versione include le acquisizioni teoriche dell’ultimo Marx? Anche se il Libro I non presenta le difficoltà editoriali dei libri II e III, che comprendono centinaia di modifiche apportate da Engels, è ugualmente un bel grattacapo. Alcuni traduttori hanno deciso di affidarsi alla versione del 1872-73 – l’ultima edizione tedesca rivista da Marx. Una recente nuova versione tedesca del 2017 (a cura di T. Kuczynski) ha proposto una variante che, avocando a sé maggiore fedeltà alla volontà di Marx, include ulteriori modifiche approntate per la traduzione francese e non tenute in conto da Engels. La prima scelta ha il difetto di trascurare parti della versione francese che sono certamente superiori a quella tedesca, mentre la seconda ha prodotto un testo confuso e di difficile lettura. Meglio, dunque, edizioni che accludano un’appendice con le varianti apportate da Marx ed Engels per ciascuna versione e anche alcuni importanti manoscritti preparatori di Marx, fino a questo momento pubblicati soltanto in tedesco e in poche altre lingue.
Tuttavia, non esiste una versione definitiva del Libro I e la comparazione sistematica delle revisioni fatte da Marx ed Engels è affidata alla ricerca a venire dei loro più attenti conoscitori. Nonostante Marx sia stato considerato antiquato e dato per sconfitto dagli oppositori del suo pensiero politico, ancora una volta, una nuova generazione di lettori, militanti e studiosi si avvicina alla sua critica del capitalismo. In tempi bui come quelli presenti, si tratta di un piccolo buon auspicio per il futuro.
Passano i lustri e, sebbene sia stato descritto più volte come un testo antiquato, si ritorna a discutere del Capitale di Karl Marx. Nonostante abbia compiuto 157 anni, la “critica dell’economia politica” conferma di possedere tutte le virtù dei grandi classici: stimola nuovi pensieri a ogni rilettura ed è capace di illustrare aspetti fondamentali del passato quanto della contemporaneità. Simultaneamente, ha il pregio di circoscrivere la cronaca del presente – così come il peso dei suoi, spesso inadeguati, protagonisti – nella posizione relativa che le spetterebbe. Non a caso, Italo Calvino affermò che un classico è tale anche perché ci aiuta a “relegare l’attualità al rango di rumore di fondo”. I classici indicano le questioni essenziali e i punti ineludibili per poterle intendere a fondo e dirimerle. Per questo motivo essi conquistano perennemente l’interesse di nuove generazioni di lettori. Un classico rimane indispensabile nonostante il trascorrere del tempo e, anzi, nel caso del Capitale si può affermare che questo scritto assume tanto più efficacia quanto più il capitalismo si diffonde in ogni angolo del pianeta e si espande in tutte le sfere delle nostre esistenze.
Ritorni a Marx
In seguito allo scoppio della crisi economica del 2007-2008, la riscoperta del magnum opus di Marx fu una vera e propria necessità, quasi la risposta a un’emergenza: rimettere in circolazione il testo – da tutti dimenticato, dopo la caduta del Muro di Berlino – che forniva chiavi interpretative ancora valide per comprendere le vere cause della follia distruttiva del capitalismo. Fu così che, mentre gli indici delle borse mondiali bruciavano centinaia di miliardi di euro e numerosi istituti finanziari dichiaravano bancarotta, in pochi mesi, Il capitale vendette più copie di tutte quelle date alle stampe nel corso del ventennio precedente.
Il presente revival del Capitale risponde, invece, a un’altra esigenza: quella di definire, anche grazie alla rilevante mole di studi comparsi di recente, quale sia la versione più attendibile dello scritto al quale Marx dedicò la gran parte delle sue fatiche intellettuali. L’intenzione originaria del rivoluzionario tedesco – che accompagnò la stesura del primo manoscritto preparatorio dell’opera (i Grundrisse del 1857-58) – fu quella di dividere il suo lavoro in sei libri. I primi tre avrebbero dovuto essere dedicati a capitale, proprietà fondiaria e lavoro salariato; quelli successivi a Stato, commercio estero e mercato mondiale. La consapevolezza, acquisita con il passare degli anni, dell’impossibilità di intraprendere un piano così vasto costrinse Marx a sviluppare un progetto più concretizzabile. Pensò di tralasciare gli ultimi tre volumi e di integrare alcune parti dedicate alla proprietà fondiaria e al lavoro salariato nel libro sul capitale. Quest’ultimo venne concepito in tre parti: il Libro I sarebbe stato dedicato a Il processo di produzione del capitale, quello II a Il processo di circolazione del capitale e il III a Il processo complessivo della produzione capitalistica. A essi si sarebbe dovuto aggiungere un Libro IV – dedicato alla storia della teoria – che, però, non venne mai cominciato e viene spesso erroneamente confuso con le Teorie sul plusvalore.
Le cinque redazioni del Libro I
Com’è noto, rispetto a tali proponimenti, Marx riuscì a completare soltanto il Libro I. I libri II e III videro la luce soltanto dopo la sua morte, rispettivamente nel 1885 e nel 1894, grazie a un enorme lavoro editoriale svolto da Friedrich Engels. Se gli studiosi più rigorosi si sono più volte interrogati sull’attendibilità di questi due volumi, redatti sulla base di manoscritti incompiuti e frammentari, scritti a distanza di anni e che contenevano numerosi problemi teorici irrisolti, in pochi si sono dedicati a un’altra questione non meno spinosa: quella di stabilire se esisteva la versione definitiva del Libro I. La controversia è ritornata al centro dell’attenzione di traduttori e case editrici e quest’anno sono apparse due nuove importanti versioni del Capitale. In Italia – il terzo paese al mondo, dopo Russia e Francia, dove venne tradotto lo scritto che si prefiggeva di essere una preziosa arma per la lotta dell’emancipazione del proletariato – il testo di Marx è uscito per l’Einaudi (a cura di R. Fineschi, 1287 pp., Є95). Si tratta dell’ottava traduzione in italiano; la prima vide la luce nel 1886. Negli Stati Uniti, la prestigiosa Princeton University Press pubblica, in una tiratura di 13,000 copie, la prima nuova traduzione in inglese dopo cinquant’anni (a cura di P. North e P. Reitter, 943 pp., $40) – la quarta in questa lingua.
Pubblicato nel 1867, dopo oltre un ventennio di ricerche preparatorie, Marx non fu pienamente soddisfatto della struttura del volume. Aveva finito col dividerlo in soli sei lunghissimi capitoli e, soprattutto, era rimasto scontento per come aveva esposto la teoria del valore che era stato costretto a dividere in due parti: una nel primo capitolo, l’altra in un’appendice scritta, frettolosamente, dopo la consegna del manoscritto. Pertanto, lo scritto continuò ad assorbire una parte delle energie di Marx anche dopo la stampa. In vista della seconda edizione, venduta in fascicoli tra il 1872 e il 1873, Marx riscrisse la cruciale parte sulla teoria del valore, inserì diverse integrazioni riguardanti la differenza tra capitale costante e variabile, il plusvalore, nonché l’uso di macchine e tecnologia. Inoltre, rimodulò l’intera struttura del libro, dividendolo in sette sezioni, comprendenti 25 capitoli, a loro volta accuratamente suddivisi in paragrafi.
Marx accompagnò il più possibile il progresso della traduzione russa (1872) e dedicò ancora più energie alla preparazione della versione francese, apparsa – anch’essa in fascicoli – tra il 1872 e il 1875. Dovette, infatti, impiegare molto più tempo di quello preventivato per correggerne le bozze. Insoddisfatto del lavoro svolto dal traduttore, che aveva reso il testo troppo letteralmente, riscrisse intere pagine, al fine di rendere meno indigeste al pubblico francese le parti pregne di esposizione dialettica e per apportare modifiche ritenute imprescindibili. Esse vennero per lo più concentrate nella sezione finale, dedicata a “Il processo di accumulazione del capitale”. Mutò anche la divisione dei capitoli che aumentarono dopo un’ulteriore revisione della redistribuzione della materia. Nel poscritto all’edizione francese, Marx non esitò ad attribuire alla versione francese “un valore scientifico indipendente dall’originale” e osservò che doveva “essere consultata anche dai lettori che conoscono la lingua tedesca”. Non a caso, quando nel 1877 si profilò la possibilità di una edizione in inglese, Marx precisò che il traduttore avrebbe dovuto “necessariamente confrontare la seconda edizione tedesca con quella francese”, nella quale egli aveva “aggiunto qualcosa di nuovo e dove aveva descritto meglio molte cose”. Non si trattava, dunque, di meri ritocchi stilistici. Le alterazioni da lui prodotte alle diverse edizioni racchiudono anche i risultati degli incessanti studi svolti e gli sviluppi di un pensiero critico in continua evoluzione. Marx ritornò sulla versione francese, evidenziandone aspetti positivi e negativi, anche l’anno successivo. Scrisse che conteneva “molte varianti e aggiunte importanti”, pur ammettendo di essere “stato anche costretto, soprattutto nel primo capitolo, ad ‘appiattire’ l’esposizione”. In ogni caso, si può affermare che costituiva molto di più che una traduzione.
Marx ed Engels divergevano. Il primo, soddisfatto della nuova versione, la ritenne, in molte parti, un miglioramento rispetto a quelle precedenti. Il secondo, invece, pur complimentandosi per i miglioramenti teorici apportati in alcuni punti, fu molto scettico in merito allo stile letterario imposto dal francese e scrisse vigorosamente: “riterrei un grande errore prendere questa versione come base per la traduzione inglese”. Consequenzialmente, quando gli venne chiesto, poco dopo la scomparsa dell’amico, di dare alle stampe la terza edizione tedesca (1883) del Libro I, Engels si limitò a modificare “solo le cose più necessarie”. Nella prefazione informò il lettore che l’intenzione di Marx era quella di “rielaborare il testo in gran parte”, ma che il cattivo stato di salute glielo aveva impedito. Engels si avvalse di un esemplare tedesco, corretto in vari punti da Marx, e di una copia della traduzione francese, nella quale questi aveva indicato i passaggi per lui irrinunciabili. Limitò il suo lavoro al minimo e poté dichiarare: “in questa terza edizione non è cambiata nessuna parola di cui io non sappia, con certezza, che l’autore stesso l’avrebbe cambiata”. Tuttavia, egli non inserì tutte le variazioni segnalate da Marx. La traduzione inglese (1887), interamente supervisionata da Engels, venne condotta sulla terza edizione tedesca. Egli affermò che quest’ultima, al pari della seconda edizione tedesca, era superiore alla traduzione francese – anche per la struttura dell’indice. La quarta edizione tedesca uscì nel 1890; fu l’ultima preparata da Engels. Con più tempo a disposizione, egli poté incorporare, pur escludendone ancora diverse, altre correzioni apportate da Marx alla versione francese.
Alla ricerca della versione definitiva
L’edizione engelsiana del 1890 divenne la versione canonica del Capitale dalla quale vennero tradotte la gran parte delle traduzioni in tutto il mondo. Il dibattito, però, non si è mai esaurito. Quale tra queste cinque versioni presenta la migliore struttura dell’opera? Quale edizione include le acquisizioni teoriche dell’ultimo Marx? Gli editori della nuova traduzione americana hanno deciso di affidarsi alla versione del 1872-73 – l’ultima edizione tedesca rivista da Marx. Una recente nuova versione tedesca (a cura di T. Kuczynski, VSA, 2017, 800 pp., Є20) ha proposto una variante che, avocando a sé maggiore fedeltà alla volontà di Marx, include ulteriori modifiche approntate per la traduzione francese. La prima ha il difetto di trascurare parti della versione francese che sono certamente superiori a quella tedesca, mentre la seconda ha prodotto un testo confuso e di difficile lettura. Meglio, dunque, la versione italiana che acclude anche 140 pagine con le varianti di ciascuna edizione, diversi manoscritti preparatori e 16 splendide illustrazioni raffiguranti il movimento operaio. Tuttavia, non esiste una versione definitiva del Libro I e la comparazione sistematica delle revisioni fatte da Marx ed Engels è affidata alla ricerca a venire dei loro studiosi.
«L’umanità ora possiede una mente in meno, quella più importante che poteva vantare oggi. Il movimento proletario prosegue il proprio cammino, ma è venuto a mancare il suo punto centrale, quello verso il quale francesi, russi, americani e tedeschi si volgevano automaticamente nei momenti decisivi, per ricevere quel chiaro e inconfutabile consiglio che solo il genio e la completa cognizione di causa potevano offrire loro. I parrucconi locali, i piccoli luminari e forse anche gli impostori si troveranno ad avere mano libera. La vittoria finale resta assicurata, ma i giri tortuosi, gli smarrimenti temporanei e locali – già prima inevitabili – aumenteranno adesso più che mai. Bene, dovremo cavarcela. Altrimenti che cosa ci stiamo a fare?» (F. Engels, lettera a F. Sorge, 15 marzo 1883 – 24 ore dopo la morte di Karl Marx)
Marcello Musto, professore di Sociologia presso la York University di Toronto, può essere considerato tra i maggiori, se non il maggiore tra gli stessi, studiosi contemporanei di Karl Marx. Le sue pubblicazioni sono state tradotte in venticinque lingue e annoverano, tra le più recenti, dallo stesso scritte o curate: Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (Einaudi 2018), Karl Marx. Scritti sull’alienazione (Donzelli 2018), Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture (Donzelli 2019), Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet 2023) e Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione (Carocci 2023 con M. Iacono).
L’attuale volume costituisce la riedizione ampliata di una ricerca già pubblicata nel 2016 dallo stesso editore che pone al centro dell’attenzione gli ultimi due anni di attività del Moro di Treviri prima della morte, giunta per lui alle 14,45 del 14 marzo 1883. Sono anni di sofferenza fisica e psicologica per Marx, segnati pesantemente, ancor più che dai malanni fisici che lo perseguitano, dalla morte della moglie (Jenny von Westphalen, 12 febbraio 1814 – 2 dicembre 1881) e della figlia maggiore Jenny (1° maggio 1844 – 11 gennaio 1883). Ancora nella stessa lettera citata in esergo, l’amico Engels avrebbe commentato:
Tutti gli eventi che accadono per necessità naturale recano in sé la propria consolazione, per quanto possano essere terribili. È stato così anche in questo caso. Forse, l’abilità dei medici gli avrebbe potuto assicurare ancora qualche anno di esistenza vegetativa; la vita di un essere impotente, il quale, per il trionfo della medicina, non muore d’un sol colpo, ma soccombe a poco a poco. Tuttavia, il nostro Marx non lo avrebbe mai sopportato. Vivere con tutti quei lavori incompiuti davanti a sé, anelando, come Tantalo, a portarli a termine senza poterlo fare, sarebbe stato per lui mille volte più amaro della dolce morte che lo ha sorpreso. «La morte non è una disgrazia per colui che muore, ma per chi rimane», egli soleva dire con Epicuro. E vedere quest’uomo geniale vegetare come un rudere a maggior gloria della medicina e per lo scherno dei filistei che lui, quando era nel pieno delle sue forze, aveva tanto spesso stroncato… no, mille volte meglio le cose così come sono andate. Mille volte meglio che dopodomani lo porteremo nella tomba dove riposa sua moglie. Dopo tutto quello che era successo precedentemente, di cui neanche i medici sono a conoscenza più di quanto lo sia io, secondo me non ci poteva essere che una scelta1.
Ma al di là delle considerazioni sulle afflizioni personali, è quell’annotazione engelsiana sui “lavori incompiuti” che ci proietta all’interno del lavoro condotto da Musto sugli ultimi anni del rivoluzionario tedesco, che, occorre qui subito dirlo, costituì, più che un’unica opera definitivamente compiuta, un gigantesco laboratorio di riflessioni, intuizioni e rielaborazioni che finiscono col costituire, ancora oggi, l’autentica eredità scientifica dello stesso Marx.
Una scienza definibile come tale non in virtù di dogmi, verità e affermazioni apodittiche espresse una volta per tutte, come molti seguaci e settari eredi ancora vorrebbero, ma proprio per la possibilità di falsificare tante affermazioni date per scontate, costringendo, così come l’autore del Capitale continuò a fare fino al momento della morte, lo scienziato a verificare e riverificare le proprie precedenti osservazioni e formulazioni. Non in nome del dubbio perenne, sempre insoddisfatto, ma della necessità di chiarire meglio concetti, problemi, sistemi di riferimento teorici che pur sempre nella concreta realtà materiale, sia che si trattasse della lotta di classe oppure delle trasformazione dei meccanismi di accumulazione e sfruttamento del capitalismo, dovevano piantare solidamente i piedi.
Una sfida che Marx accettò, e allo stesso si impose, durante l’intero corso del suo operato. Una sorta di gigantesco work in progress, condotto spesso in solitudine e talvolta nel confronto e con la collaborazione con Friedrich Engels, in cui è possibile inserire e verificare tutti i suoi scritti, dagli Annali Franco-tedeschi del 1844 fino agli ultimi scritti e lettere sulla Russia e le sue tradizioni comunalistiche in uso tra i contadini al servizio dei grandi proprietari terrieri ai tempi dello Zar.
Musto nel corso del suo lavoro, e non soltanto in questo caso, fa riferimento sia all’edizione delle opere di Marx-Engels già uscita in 50 volumi (più vecchia e dal travagliato percorso editoriale, soprattutto in Italia), sia a quella più recente, e tutt’ora i corso di pubblicazione, in 114 (che dovrebbe raccogliere tutti gli scritti e relative revisioni degli stessi, pubblicati e non, ad opera dell’autore). Mentre la prima iniziata ancora ai tempi dell’URSS doveva costituire una sorta di monumento all’opera dei due comunisti, trasformatosi, però, per carenza di materiali, rimozioni politiche e ideologiche e frettolose ricostruzioni in una sorta di fossile critico, l’attuale, pur di più difficile consultazione, finirà di fatto col costituire non tanto l’”opera definitiva” quanto piuttosto quella di riferimento filologico per tutti gli studi a venire.
Da questo punto di vista, all’interno del volume sugli ultimi anni di Marx, risultano importanti e utili le considerazioni contenute nella parte riguardante i motivi per cui Il capitale non fu mai davvero completato in vita dall’autore.
Tra il 1877 e l’inizio del 1881, Marx redasse nuove versioni di diverse parti del Libro Secondo del Capitale. Nel marzo del 1877, ripartì dalla compilazione di un indice, piuttosto esteso, dei materiali precedentemente raccolti. Si concentrò, poi, quasi esclusivamente sulla prima sezione, dedicata a «Le metamorfosi del capitale e il loro ciclo», eseguendo un’esposizione più avanzata del fenomeno della circolazione del capitale. In seguito, nonostante le cagionevoli condizioni di salute e seppure la necessità di effettuare ulteriori ricerche rendesse il lavoro molto saltuario, Marx continuò a occuparsi di diversi argomenti, tra i quali l’ultimo capitolo «Accumulazione e riproduzione allargata». Risale a questo periodo il cosiddetto «Manoscritto VIII» del Libro Secondo in cui, accanto alla ricapitolazione di testi precedenti, Marx preparò nuove bozze che riteneva utili per il proseguimento dell’opera. Egli comprese anche di avere commesso, e reiterato per lungo tempo, un errore di interpretazione, allorquando aveva ritenuto che le rappresentazioni monetarie fossero meramente un velo del contenuto reale delle relazioni economiche2.
Ma ciò che è stato appena qui riportato costituisce soltanto uno dei tanti ripensamenti che in qualche modo frenarono la definitiva stesura e pubblicazione di quella che avrebbe dovuto costituire l’opera definitiva del Moro di Treviri e che, invece, tale non fu e non avrebbe potuto essere. Ai problemi di carattere economico, politico, tecnologico, agrario e monetario che Marx si sforzò di comprendere per dare validità al proprio lavoro, si aggiunsero, oltre a quelli già segnalati di salute e gravi lutti famigliari, anche quelli legati alla traduzione in altre lingue del testo stesso. Fin dalla pubblicazione del primo volume dell’opera (l’unico comparso con l’autore ancora in vita).
Ecco allora che appare evidente la forzatura, iniziata già con Engels, di completare la pubblicazione del secondo e terzo volume basandosi (prima con il lavoro dello stesso amico e sodale tra il 1885 e il 1894 e poi per il quarto, noto anche come Teorie del plusvalore, pubblicato tra il 1905 e il 1910 a cura di Karl Kautsky, ex-segretario personale di Engels e all’epoca massimo esponente della socialdemocrazia tedesca e del marxismo cosiddetto ortodosso) sugli appunti sparsi e disordinatissimi, nonostante il rigore degli studi, dello stesso Marx. Errore che non è stato migliorato, e non poteva esserlo, nemmeno nell’edizione francese della Pléiade delle opere di Marx curata da Maximilien Rubel, in cui, grazie anche al contributo di Suzanne Voute, vecchia militante internazionalista di Marsiglia, sia il secondo che il terzo libro dell’opera stesso venivano, in qualche modo, risistemati sulla base di materiali tralasciati da Engels e Kautsky durante i precedenti lavori di sistemazione.
Riportare qui le vicende di quegli studi ripensati, sospesi e ripresi da Marx sarebbe troppo lungo nell’ambito di una recensione e per questo motivo non si può far altro che rinviare il lettore al teso pubblicato da Donzelli, in cui Musto sottolinea ancora come, ad ogni modo, «lo spirito problematico con il quale Marx scrisse e continuò a ripensare la sua opera palesa l’enorme distanza che lo separa dalla rappresentazione di autore dogmatico, proposta sia da molti avversari che da tanti presunti seguaci»3.
Ma questo carattere distintivo di Marx, questa sua estrema attenzione alla realtà delle cose e alla necessità di una spiegazione dei fatti sociali, economici e politici che fosse pienamente convincentte e utile ai fini dello sviluppo di un vittorioso confronto con l’avversario di classe, lo si può riscontrare anche nei confronti dell’”autonomia” della lotta di classe, del suo naturale svilupparsi a partire dall’azione dei lavoratori e delle loro lotte senza alcuna necessità di attori esterni che spingessero in tale direzione oppure, ancora,nei confronti sollevati dai socialisti rivoluzionari russi, quando questi si rivolsero a Marx e al suo giudizio proprio a proposito della comune contadina rssa e sulle sue potenzialità di sviluppo. Cui Marx rispose in maniera tale da demolire a priori qualsiasi tentativo di dare per scontati cicli storici di sviluppo sociale ed economici forzatamente uguali in ogni angolo del mondo.
Tanti, dopo la morte di Marx, avrebbero innalzato la sua o le sue bandiere, però, come ci ricorda in chiusura Marcello Musto:
Nel corso di questo lungo processo – durante il quale Marx è stato studiato a fondo, trasformato in icona, imbalsamato in manuali di regime, frainteso, censurato, dichiarato morto e, di volta in volta, sempre riscoperto – alcuni hanno completamente stravolto le sue idee con dottrine e prassi che, in vita, egli avrebbe irriducibilmente combattuto. Altri, invece, le hanno arricchite, aggiornate e ne hanno messo in evidenza problemi e contraddizioni, con spirito critico simile a quello da lui sempre adoperato e che egli avrebbe apprezzato.
Coloro che oggi ritornano a sfogliare le pagine dei suoi testi, o quanti si cimentano con essi per la prima volta, non possono che restare affascinati dalla capacità esplicativa dell’analisi economico-sociale di Marx e coinvolti dal messaggio che trapela, incessantemente, da tutta la sua opera: organizzare la lotta per porre fine al modo di produzione borghese e per la completa emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, di tutto il mondo, dal dominio del capitale4.
Ancora oggi, dunque, è utile tornare ai suoi testi e al suo metodo, anche attraverso le pagine di questo libro.
[1] F. Engels a F. Sorge, cit. ora in M. Musto, L’ultimo Marx. Biografia intellettuale (1881-1883), Donzelli editore, Roma 2023, pp. 252-253.
[2] M. Musto, op. cit. pp. 172-173.
[3] Ibidem, p. 190.
[4] Ibid, pp. 253-254.
Si adopera l’espressione «marxismo» non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx in persona, ma per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo «accompagna» in tutto il corso di una rivoluzione sociale e conserviamo il termine «marxismo» malgrado il vasto campo di speculazioni e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari. (Amadeo Bordiga – Riunione di Milano, 7 settembre 1952).
Occorre iniziare dalla perentoria e sintetica frase pronunciata da Amadeo Bordiga più di settant’anni fa per cogliere lo smarrimento che al giorno d’oggi può cogliere un certo numero di militanti antagonisti ogni qualvolta sentono usare il nome del filosofo di Treviri oppure il termine che ne indica l’opera e la sua interpretazione da parte di terzi.
Condizione che, spesso, trasmette un’idea di inutile deja vù o, ancor peggio, di opportunistica rivendicazione di una dottrina ridotta a fantasma di se stessa proprio ad opera di coloro che un tempo, ora sempre meno, a Marx ed Engels si richiamavano, magari insieme al nome di Lenin o di altri appartenenti al periodo dello stalinismo trionfante e dell’opposizione allo stesso.
Per far uscire l’opera di Marx da questa sorta di terra di nessuno in cui è stata relegata, grazie anche all’assenza di una significativa ripresa della lotta di classe, può risultare utile la lettura del volume collettivo appena pubblicato da Carocci editore che raccoglie i contributi di quattordici studiosi di fama mondiale, appartenenti a diversi ambiti disciplinari e provenienti da vari paesi, nei quali si prova ad offrire uno sguardo più moderno e attualizzato sulle idee del filosofo tedesco riguardo all’ecologia, ai processi migratori, alle questioni di genere, al modo di produzione e riproduzione capitalistico, alla composizione del movimento operaio, alla globalizzazione e alle possibili caratteristiche di un’alternativa allo stato di cose presente.
Marcello Musto il primo dei due curatori, che insegna Sociologia alla York University di Toronto in Canada, può essere considerato forse il principale marxologo del tempo presente, grazie anche alla pubblicazione di opere quali L’ultimo Marx (Donzelli, 2016), Karl Marx – Biografia intellettuale e politica (Einaudi, 2018) e, ancora con Carocci editore, Ripensare Marx e i marxismi (2011).
Mentre Alfonso Maurizio Iacono, l’altro curatore, insegna Teoria e storia dei sistemi filosofici all’Università di Pisa ed è autore di numerose opere, tra le quali vanno ricordate Teorie del feticismo (Giuffrè, 1985), Autonomia, potere, minorità (Feltrinelli, 2000), L’illusione e il sostituto (Bruno Mondadori, 2010) e Studi su Marx (ETS, 2018).
Dopo aver sottolineato il rinnovato interesse nei confronti di Marx a partire dalla crisi iniziatasi nel 2008, Musto, nella sua introduzione al testo, ci ricorda che Il capitale non fu l’unico progetto rimasto incompiuto del filosofo e rivoluzionario tedesco.
La spietata autocritica di Marx aumentò le difficoltà di più di una delle sue imprese e la grande quantità di tempo che dedicò a molti progetti che voleva pubblicare era dovuta all’estremo rigore a cui sottoponeva tutto il suo pensiero. Quando Marx era giovane, era noto tra i compagni di università per la meticolosità. Si racconta che si rifiutasse «di scrivere una frase se non era in grado di dimostrarla in dieci modi diversi». E’ per questo che il giovane studioso della sinistra hegeliana pubblicò ancor meno di molti altri. La convinzione di Marx che le sue informazioni fossero insufficienti e i suoi giudizi immaturi gli impediva di pubblicare scritti che rimanessero sotto forma di abbozzi o frammenti [1].
Già questo basterebbe a differenziarlo da tanti suoi successivi emulatori e seguaci, sia nella superficialità con cui tante volte hanno dato alle stampe testi poco rigorosi, ma molto ideologici, quanto da coloro che hanno fatto di ogni sua affermazione un’autentica e immutabile parola di veritas.
Alcuni dei testi pubblicati da Marx non devono essere considerati come la sua parola definitiva sui temi in questione. Ad esempio, il Manifesto del Partito comunista è stato considerato da Friedrich Engels e Marx come un documento storico della loro giovinezza e non come il testo definitivo in cui venivano enunciate le loro principali concezioni politiche. Inoltre, bisogna tener presente che gli scritti di propaganda politica e quelli scientifici spesso non sono combinabili. Questo tipo di errori è molto frequente nella letteratura secondaria su Marx [2].
Questa mancata contestualizzazione dell’opera spesso si accompagna a un timore reverenziale nell’interpretarla, fin dalla sua morte, a partire dalla quale forse anche lo stesso Engels fu responsabile di un eccesso di imbalsamazione cercando di fissare in una forma definitiva, ad esempio, sia il secondo che il terzo libro del Capitale di cui esistevano varie stesure in forma di appunti, nessuna delle quali aveva convinto del tutto l’autore.
Nasceva così, probabilmente, proprio dal lavoro comprensibilmente rispettoso di Engels, nei confronti dell’amico scomparso, un’interpretazione “dottrinaria” che spesso si è preoccupata più del “monumento Marx” che dell’effettiva utilizzazione della sua opera. Cosicché spesso l’interpretazione della sua opera è stata fin troppo spesso collegata alla mera dinamica di sviluppo delle forze produttive, mentre, in particolare, è stata in seguito dimostrata anche la rilevanza che Marx assegnò alla questione ecologica, a quella delle migrazioni e a quella coloniale.
E proprio a questi tre, attualissimi, temi sono rivolti numerosi saggi tra quelli contenuti in Ricostruire l’alternativa Marx, in particolare in quelli di Silvia Federici su Genere, razza e riproduzione sociale in Marx: una prospettiva femminista; quello di Kohei Saito su L’accumulazione originaria come causa del disastro economico ed ecologico e, ancora, quello di Pietro Basso su Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne.
Ci si accontenterà qui, per necessità di spazio espositivo, di prendere in esame il saggio di Pietro Basso che, senza nulla togliere all’importanza degli altri citati e non, ha il merito di occuparsi di una questione particolarmente sentita all’interno del dibattito politico contemporaneo e, allo stesso tempo, di rivelare l’abuso fatto, in nome di un “marxismo” superficiale e travisato, dell’opera del rivoluzionario (autentico) tedesco.
Nella rinnovata attenzione al suo pensiero, è toccato a Marx esser chiamato in causa, da sinistra e perfino da destra, in particolare in Italia e in Germania, per legittimare con la sua autorità le politiche di “chiusura delle frontiere” agli immigrati che impazzano in Europa, e spesso fuori dall’Europa. Si tratta di uno sfacciato abuso del pensiero di Marx, compiuto facendo riferimento alla sua analisi della funzione dell’esercito industriale di riserva e delle migrazioni nel capitalismo, ma falsificandola (in parte) e amputandola (del tutto) delle sue conclusioni politiche. Mi occuperò qui di tale abuso prendendo in considerazione la logica di alcuni falsari di successo (Diego Fusaro, Wolfang Streeck, Sahra Wagenknecht) [3].
Per poter fare ciò, Basso riprende l’originale riflessione di Marx sull’importante categoria, ai fini dell’analisi della struttura sociale ed economica capitalistica, “esercito industriale di riserva”, presentata fin dai Grundrisse tra le contraddizioni chiave insopprimibili del modo di espansione del capitale. Per dirla con le parole dello stesso Marx: « Il capitale tende sia ad aumentare la popolazione lavoratrice [questo aumento è il primo presupposto dell’aumento del plusvalore – N.d.A.], sia a porre incessantemente una sua parte come sovrappopolazione – popolazione inutile fino al momento in cui il capitale può valorizzarla» [4].
Anche se ai tempi di Marx, che prendeva in esame soprattutto lo sviluppo del capitalismo in Gran Bretagna, il problema migratorio era rappresentato soprattutto dalle relazioni e dalle rivalità che intercorrevano tra la manodopera inglese e quella irlandese, ciò non toglie che il fondatore del pensiero e dell’agire rivoluzionario moderno fosse sufficientemente attento alle dinamiche e all’evoluzione di quel rapporto e, in particolare, a ciò che la forzata emigrazione irlandese finisse con l’avere sugli irlandesi stessi e le loro lotte, sia che queste fossero a carattere nazionale che sindacale.
In tale contesto, in cui il capitale tende ad usare ogni arma ideologica e non soltanto per dividere al suo interno il proletariato, Marx si schierò sempre apertamente e risolutamente a favore della «collaborazione sistematica tra occupati e disoccupati per infrangere o indebolire le conseguenze rovinose sulla propria classe di quella legge naturale della produzione capitalistica […] ogni solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella legge» [5].
Per Marx, quindi, la produzione da parte del capitale di un esercito industriale di riserva è una legge, non un evento passeggero, un’occasionale disfunzione del capitalismo legata a questa o quella politica sociale, ovvero – per stare in tema – a questa o quella politica migratoria. E l’unica forza che può contrastarla è la lotta unitaria tra proletari occupati e disoccupati. Omettere tale doppia conclusione, storico-teorica e politica, è falsificare in modo impudente il pensiero marxiano e marxista in materia [6].
A più riprese, Marx, parlando dei vasti spostamenti forzati di popolazioni da un continente all’altro dovuti alle esigenze del colonialismo che alimentavano lo sviluppo del capitalismo, «sostiene a più riprese che il capitale si alimenta di una “doppia schiavitù”: la schiavitù salariata, indiretta, in Europa, e la schiavitù “pura e semplice”, diretta, degli sfruttati di colore nelle colonie» [7].
Veniamo ora gli utilizzatori/falsificatori del pensiero di Marx. Costoro si richiamano all’analisi marxiana dell’esercito di riserva e del suo inquadramento delle migrazioni come migrazioni forzate, distorcendoli e amputandoli delle loro conclusioni politiche, per tentare un’operazione impossibile: farne un argomento forte del loro nazionalismo “sociale”. […] Un fritto misto di verità e spudorate falsificazioni. La verità-confessione è che Fusaro e suoi sodali sognano l’avvento di uno Stato nazionale che sia capace di regolamentare l’anarchia del capitale e del mercato, e sia forte, italianissimo, fino al punto di essere sovrano rispetto alla “power-élite globalista” – un vuoto idealismo antistorico che ignora le barriere che si sono frapposte in passato, e ancor più si frappongono oggi, a un tale sogno retrogrado. A seguire un coacervo di mistificazioni sinistreggianti. Sfugge a questo “filosofo” (Diego Fusaro- N.d.R.) e ai suoi sodali rosso-bruni che nelle società occidentali è in atto una acutissima polarizzazione di classe, classe capitalistica versus classe-che-vive-del-proprio-lavoro, e la più radicale sussunzione di sempre del politico all’economico, anche nelle singole nazioni, non solo alla scala globale [8].
Il filo rosso del recupero moderno del pensiero e dell’opera di Karl Marx si svolge, tra le pagine e i saggi raccolti nel testo, attraverso queste e altre necessarie e importanti riflessioni che hanno, tutte, il merito di presentare un Marx svecchiato dalle antiche appropriazioni ideologiche e adattissimo, se interpretato conseguentemente e non “falsificato”, a funzionare ancora come metro di paragone per ciò che è rivoluzionario separandolo dalle vuote e, troppo spesso reazionarie, chiacchiere di maniera. Non resta dunque, a chi scrive, che lasciare ai lettori il piacere di scoprire, ancora una volta insieme a Marx, una possibile alternativa all’attuale modo di produzione e ai suoi flagelli ambientali, sociali, economici, militari, razziali e di genere.
[1] M. Musto, Introduzione a Marcello Musto, Alfonso Maurizio Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci editore, Roma 2023, pp.13-14.
[2] Ivi, p. 14.
[3] P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne in Ricostruire l’alternativa Marx, op. cit., p. 219.
[4] Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 414.
[5] Marx, Il capitale, Libro I, a cura di A. Macchioro e B. Maffi, UTET, Torino 1974, p. 815.
[6] P. Basso, op. cit., p. 222.
[7] Ivi, p. 223.
[8] Ivi, pp. 227-229.
In tarda età, Marx trascorse un po’ di tempo ad Algeri. Gli scritti e le annotazioni di quel periodo confermano il suo sostegno alle lotte contro l’oppressione coloniale
Nell’inverno del 1882, durante l’ultimo anno della sua vita, Karl Marx ebbe una grave bronchite e il suo medico gli consigliò un periodo di riposo in un luogo caldo. Gibilterra fu esclusa perché Marx aveva bisogno del passaporto per entrare nel territorio e, in quanto apolide, non ne era in possesso. L’impero tedesco di Otto Von Bismarck era coperto dalla neve e gli era proibito in ogni caso. L’Italia era fuori discussione poiché, come afferma Friedrich Engels, «la prima condizione per quanto riguarda i convalescenti è che non vi siano seccature da parte della polizia».
Engels e Paul Lafargue, genero di Marx, convinsero il paziente a recarsi ad Algeri. All’epoca, la capitale dell’Algeria francese godeva della reputazione di buona destinazione per sfuggire ai rigori dell’inverno europeo. Come ricordò in seguito la figlia di Marx, Eleanor Marx, ciò che realmente lo spinse a intraprendere questo viaggio insolito fu il suo obiettivo numero uno: completare Il Capitale.
Marx attraversò l’Inghilterra e la Francia in treno e poi il Mediterraneo in barca. Visse ad Algeri per settantadue giorni, l’unico periodo della sua vita che trascorse fuori dall’Europa. Con il passare dei giorni la sua salute non migliorò, ma la sua sofferenza non fu solo fisica. Si sentiva molto solo dopo la morte della moglie e scrisse a Engels che sentiva «profondi attacchi di malinconia, come il grande Don Chisciotte». A causa del peggioramento delle sue condizioni, Marx non si impegnò davvero nell’attività intellettuale.
L’introduzione della proprietà privata
A causa di alcuni eventi sfavorevoli avvenuti durante il suo soggiorno, Marx non riuscì neanche ad approfondire la realtà sociale algerina. Né gli fu possibile studiare le caratteristiche della proprietà comune tra gli arabi, tema che lo aveva interessato molto già qualche anno prima.
In precedenza, nel 1879, Marx aveva copiato, in uno dei suoi quaderni di studio, parti del libro del sociologo russo Maksim Kovalevskij, Proprietà terriera comune: cause, corso e conseguenze del suo declino. I passaggi erano dedicati all’importanza della proprietà comune in Algeria prima dell’arrivo dei colonizzatori francesi, nonché ai cambiamenti da essi introdotti. Marx trascrive da Kovalevskij: «La formazione della proprietà fondiaria privata – agli occhi della borghesia francese – è una condizione necessaria per ogni progresso nella sfera politica e sociale». L’ulteriore mantenimento della proprietà comune, «come forma che sostiene nelle menti le tendenze comuniste, è pericoloso sia per la colonia che per la patria».
Marx fu attratto anche dalle seguenti osservazioni di Kovalevskij: «Il trasferimento della proprietà fondiaria dalle mani degli indigeni a quelle dei coloni è stato perseguito dai francesi sotto tutti i regimi… Lo scopo è sempre lo stesso: la distruzione della proprietà collettiva indigena e la sua trasformazione in oggetto di libera compravendita, e con ciò facilitando il passaggio definitivo nelle mani dei coloni francesi».
Quanto alla legislazione sull’Algeria proposta dal repubblicano di sinistra Jules Warnier, Marx sostenne l’affermazione di Kovalevskij secondo cui il suo unico scopo era «l’espropriazione del suolo della popolazione nativa da parte dei coloni e degli speculatori europei». La sfrontatezza dei francesi arrivò fino alla «rapina diretta» o alla conversione in «proprietà statale» di tutte le terre incolte rimaste in comune per uso indigeno. Questo processo aveva lo scopo di produrre un altro importante risultato: l’eliminazione del pericolo di resistenza da parte della popolazione locale.
Ancora, attraverso le parole di Kovalevskij, Marx osservava: «L’istituzione della proprietà privata e l’insediamento dei coloni europei tra i clan arabi diventerebbero il mezzo più potente per accelerare il processo di dissoluzione delle unioni tra clan… L’esproprio degli arabi previsto dalla legge aveva due scopi: 1) fornire ai francesi quanta più terra possibile, e 2) strappare gli arabi dai loro legami naturali con la terra, per spezzare le ultime forze del clan. Le unioni vengono così sciolte, e quindi ogni pericolo di ribellione».
Marx notò che questo tipo di individualizzazione della proprietà terriera non solo aveva assicurato enormi benefici economici agli invasori, ma aveva anche raggiunto un «obiettivo politico: distruggere le fondamenta di questa società».
Riflessioni sul mondo arabo
Nel febbraio 1882, mentre Marx era ad Algeri, un articolo apparso su un quotidiano locale documentava le ingiustizie del nuovo sistema di proprietà. Secondo quanto riportato da The News, qualsiasi cittadino francese dell’epoca poteva acquisire in concessione più di 100 ettari di territorio algerino senza nemmeno lasciare la Francia; potevano anche rivenderlo a un indigeno per 40.000 franchi. In media, i coloni vendevano ogni appezzamento di terreno acquistato per 20-30 franchi al prezzo di 300 franchi.
Marx, a causa della sua cattiva salute, non poté studiare questo argomento. Tuttavia, nelle sedici lettere rinvenute scritte da Marx (le altre andarono perdute), egli fece diverse osservazioni interessanti dalla sponda meridionale del Mediterraneo. Risaltano molto quelle che trattano delle relazioni sociali tra i musulmani.
Marx rimase profondamente colpito da alcune caratteristiche della società araba. Per un «vero musulmano – commentò – la fortuna e la sfortuna non rendono i figli di Maometto gli uni diversi dagli altri. L’assoluta uguaglianza nei loro rapporti sociali non viene da ciò influenzata. Al contrario, essi se ne accorgono solo se sono stati corrotti. I loro politici considerano giustamente importante questo stesso sentimento e la pratica dell’assoluta uguaglianza. Tuttavia, senza un movimento rivoluzionario, andranno in malora».
Nelle sue lettere, Marx attaccava con disprezzo gli abusi violenti e le continue provocazioni degli europei, denunciando la loro «aperta arroganza e presunzione nei confronti delle ‘razze inferiori’, [e] la macabra ossessione di Moloch per l’espiazione» riguardo a qualsiasi atto di ribellione. Inoltre, sottolineava che, nella storia comparata dell’occupazione coloniale, «gli inglesi e gli olandesi superano i francesi».
Proprio ad Algeri, Marx riferì a Engels di un giudice progressista, Fermé, che gli parlò di «una forma di tortura… per estorcere ‘confessioni’ agli arabi, naturalmente (come gli inglesi in India) dalla polizia». Egli aveva riferito a Marx che «quando, ad esempio, una banda araba commette un omicidio, di solito con lo scopo di rapina, e i veri delinquenti vengono col tempo debitamente arrestati, processati e giustiziati, ciò non è considerata una sufficiente espiazione da parte della famiglia colona ferita. Chiedono anche il ‘fermo’ di almeno una mezza dozzina di arabi innocenti… Quando un colono europeo vive tra coloro che sono considerati ‘razze inferiori’, sia come colono che semplicemente per affari, generalmente si considera ancora più inviolabile del re».
Contro la presenza coloniale britannica
Allo stesso modo, pochi mesi dopo, Marx non si tirò indietro per quanto riguarda la presenza britannica in Egitto. La guerra del 1882, condotta dalle truppe britanniche, pose fine alla cosiddetta rivolta di Urabi iniziata nel 1879 e permise al Regno unito di stabilire un protettorato sull’Egitto. Marx era furioso con i progressisti che si dimostravano incapaci di mantenere una posizione di classe autonoma, avvertendo che era necessario che i lavoratori resistessero alla retorica nazionalista dello Stato.
Quando Joseph Cowen, deputato e presidente del Cooperative Congress – considerato da Marx «il migliore dei parlamentari inglesi» – giustificò l’invasione britannica dell’Egitto, Marx espresse la sua totale disapprovazione. Naturalmente si scagliò anche contro il governo britannico: «Molto carino! In effetti, non potrebbe esserci esempio più lampante di ipocrisia cristiana della ‘conquista’ dell’Egitto – una conquista in mezzo alla pace!».
Ma riservò critiche speciali al «radicale» Cowen. In un discorso dell’8 gennaio 1883 a Newcastle, Cowen aveva espresso la sua ammirazione per le «gesta eroiche» degli inglesi e per «lo splendore della nostra parata militare»; né poteva «trattenersi dal sorridere compiaciuto davanti alla prospettiva, piccola e affascinante, di tutte quelle posizioni offensive fortificate tra l’Atlantico e l’Oceano Indiano e, per giunta, di un ‘impero afro-britannico’ dal Delta al Capo».
Era, agli occhi di Cowen, un impero «in stile inglese», caratterizzato dalla «responsabilità» per l’«interesse interno». In politica estera, concludeva Marx, Cowen era un tipico esempio di «quei poveri borghesi britannici, che gemono assumendosi sempre più ‘responsabilità’ al servizio della loro missione storica, mentre protestano invano contro di essa».
Marx era eurocentrico?
In tarda età, Marx si impegnò in indagini approfondite sulle società al di fuori dell’Europa e si espresse in modo inequivocabile contro le devastazioni del colonialismo. È disonesto suggerire il contrario, nonostante quanto sia diventato di moda negli ambienti accademici liberali «riprendere Marx» per il suo eurocentrismo.
Nel corso della sua vita, Marx seguì da vicino i principali eventi della politica internazionale e, come possiamo vedere dai suoi scritti e dalle sue lettere negli anni Ottanta dell’Ottocento, espresse una ferma opposizione all’oppressione coloniale britannica in India ed Egitto, nonché al colonialismo francese in Algeria. Marx era tutt’altro che eurocentrico, né era «fissato» solo col conflitto di classe, come molti amano sostenere. Marx riteneva che lo studio dei nuovi conflitti politici e delle aree «periferiche» fosse fondamentale per la critica al sistema capitalista. Soprattutto, si è sempre schierato dalla parte degli oppressi contro gli oppressori.
*Marcello Musto è autore di Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi (Carocci, 2011), L’ultimo Marx, 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale (Donzelli, 2016), Another Marx: Early Manuscripts to the International (Bloomsbury 2018) e Karl Marx. Biografia intellettuale e politica, 1857-1883 (Einaudi, 2018). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
C’è una consequenzialità interessante nei due nuovi libri che l’editore Donzelli manda in libreria. Marcello Musto, che secondo il filosofo Etienne Balibar è il più grande conoscitore della vita di Marx, aggiorna un suo testo del 2016 sulle opere e la vita del filosofo di Treviri negli ultimi anni della sua vita. Musto ha l’obiettivo di strappare via Marx dalla ricostruzione dogmatica cui il comunismo realizzato, cioè lo Stalinismo, lo ha condannato. Da quel dogmatismo nacquero paradossi “impensabili”: “Il pensatore più risolutamente contrario a ‘prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire’ fu illegittimamente trasformato nel padre di un sistema sociale totalitario”. Gli scritti di Marx, il loro studio accurato, invece, dimostra la sua distanza dal “dottrinarismo” e questo secondo Musto lo dimostra lo stesso Capitale. Come dimostrano le testimonianze raccolte sulla cura che Marx aveva messo nella tradizione francese del suo capolavoro, pubblicato in fascicoli per renderlo disponibile alla classe operaia “valutazione per me più importante di qualsiasi altra cosa”. Il testo aiuta così a recuperare l’utilità, oltre che l’attualità, del pensiero di Marx nell’analisi del capitalismo e dei suoi limiti.
Ipotesi confermata dal testo di Pierluigi Ciocca, a lungo dirigente di Banca d’Italia. Per capire il capitalismo, Ciocca propone un’equazione curiosa quanto interessante: MSK. Mette cioè in successione Marx con Schumpeter e Keynes invitando a cogliere la forza dell’analisi della produzione del primo, l’importanza dell’innovazione tecnologica del secondo e la centralità della domanda globale offerta dal terzo. Il testo si colloca nella convinzione che il grande balzo progressivo compiuto dall’umanità sia frutto proprio del capitalismo, ma che questo deve essere valutato a partire da questo grande “pregio”, ma anche dai suoi “difetti” cioè iniquità, instabilità e inquinamento. Ne viene fuori un bell’affresco del capitalismo oggi su scala mondiale, con una conclusione che, forse, sa di illusione: i difetti andrebbero governati e smussati con politiche di raddrizzamento. Negli ultimi decenni però, non ci si è mai riuscito.