La riscoperta di Karl Marx

Introduzione
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama.
Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia.
Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati alla «New-York Tribune», all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente e all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» [1].
Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe. Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza. Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; e, infine, la consapevolezza acquisita con la piena maturità della difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze [2].
Tuttavia, nonostante la frammentarietà del Nachlass di Marx e la sua ferma contrarietà a erigere un’ulteriore dottrina sociale, l’opera incompiuta fu sovvertita e un nuovo sistema, il «marxismo», poté sorgere.

Marx e il Marxismo: incompiutezza versus sistematizzazione
Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il lascito dell’amico. Il suo lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.
Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle Tesi su Feurbach, edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della Critica al programma di Gotha, uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta» [3]. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il Capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti.
D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’ Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» [4], divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente. Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.
Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere a esse il neonato marxismo, divenuto precocemente ortodossia sulle pagine della rivista «Die Neue Zeit» diretta da Kautsky, assunse rapidamente medesima conformazione. Un fattore decisivo che contribuì a consolidare la trasformazione dell’opera di Marx in sistema è rintracciabile nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione. Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti. La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione fatale della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento teorico e volgarizzazione del patrimonio originario [5], fino a renderlo irriconoscibile trasfigurandolo da Kritik a Weltanschauung.
Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il marxismo del periodo della Seconda Internazionale (1889-1914). Guidata da una ferma quanto ingenua convinzione del procedere automatico della storia, e dunque dell’ineluttabile successione del socialismo al capitalismo, essa si mostrò incapace di comprendere l’andamento reale del presente e, rompendo il necessario legame con la prassi rivoluzionaria, produsse una sorta di quietismo fatalistico che si tramutò in fattore di stabilità per l’ordine esistente[6]. Si palesava in questo modo la profonda lontananza da Marx, che già nella sua prima opera aveva dichiarato: «la storia non fa niente (…) non è la ‘storia’ che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non èaltro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini» [7].
La teoria del crollo (Zusammenbruchstheorie), ovvero la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, che ebbe nella crisi economica della Grande Depressione, dispiegatasi lungo il ventennio successivo al 1873, il contesto più favorevole per esprimersi, fu proclamata come l’essenza più intima del socialismo scientifico. Le affermazioni di Marx, volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne una tendenza di sviluppo [8], furono trasformate in leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, sin nei particolari, il corso degli eventi.
L’idea di un capitalismo agonizzante, autonomamente destinato al tramonto, fu presente anche nell’impianto teorico della prima piattaforma interamente «marxista» di un partito politico, Il programma di Erfurt del 1891, e nel commento che ne fece Kautsky, che enunciava come «l’inarrestabile sviluppo economico porta alla bancarotta del modo di produzione capitalistico con necessità di legge naturale. La creazione di una nuova forma di società al posto di quella attuale non è più solo qualcosa di desiderabile ma è diventata inevitabile» [9]. Esso fu la rappresentazione, più significativa ed evidente, dei limiti intrinseci all’elaborazione dell’epoca, nonché dell’abissale distanza prodottasi da colui che ne era stato l’ispiratore.
Lo stesso Eduard Bernstein, che concependo il socialismo come possibilità e non come ineluttabilità aveva segnato una discontinuità con le interpretazioni in quel periodo dominanti, operò una lettura di Marx altrettanto artefatta, che non si discostava minimamente da quelle del tempo e contribuì a diffonderne, mediante la vasta risonanza che ebbe il Bernstein-Debatte, un’immagine egualmente alterata e strumentale.
Il marxismo russo, che nel corso del Novecento svolse un ruolo fondamentale nella divulgazione del pensiero di Marx, seguì questa traiettoria di sistematizzazione e volgarizzazione con un irrigidimento persino maggiore.
Per il suo più importante pioniere, Gheorghi Plekhanov, infatti, «il marxismo è una completa concezione del mondo» [10], improntata ad un semplicistico monismo in base al quale le trasformazioni sovrastrutturali della società procedono in maniera simultanea alle modificazioni economiche. In Materialismo ed empiriocriticismo del 1909, Lenin definisce il materialismo come «il riconoscimento della legge obiettiva della natura, e del riflesso approssimativamente fedele di questa legge nella testa dell’uomo» [11]. La volontà e la coscienza del genere umano devono «inevitabilmente e necessariamente» [12] adeguarsi alla necessità della natura. Ancora una volta a prevalere è l’impostazione positivistica.
Dunque, a dispetto dell’aspro scontro ideologico apertosi durante quegli anni, molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda Internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza Internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità» [13]. L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» [14].
A siffatta concezione si oppose Antonio Gramsci, per il quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici»[15]. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» [16], fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.
Con l’affermazione del «marxismo-leninismo», il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il «Diamat» (Dialekticeskij materializm), «la concezione del mondo del partito marxista-leninista» [17]. L’opuscolo di Stalin del 1938, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, che ebbe una straordinaria diffusione, ne fissava i tratti essenziali: i fenomeni della vita collettiva sono regolati da «leggi necessarie dello sviluppo sociale», «perfettamente conoscibili»; «la storia della società si presenta come uno sviluppo necessario della società, e lo studio della storia della società diventa una scienza». Ciò «vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la complessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di sviluppo della società per servirsene nella pratica» [18] e che, di conseguenza, compito del partito del proletariato è fondare la propria attività in base a queste leggi. È evidente come il fraintendimento intorno ai concetti di «scientifico» e «scienza» fosse giunto al suo culmine. La scientificità del metodo marxiano, fondata su criteri teorici scrupolosi e coerenti, fu sostituita con il modo di procedere delle scienze naturali che non contemperava contraddizione alcuna. Infine, s’affermò la superstizione dell’oggettività delle leggi storiche, secondo la quale queste ultime opererebbero, al pari di quelle della natura, indipendentemente dalla volontà degli uomini.
Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. L’ortodossia «marxista-leninista» impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione Sovietica il marxismo visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso. Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie «marxiste» su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.
In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico e volutamente non sistemico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo teoricamente, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso, a Marx non poté capitare di peggio.
Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici. Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette (…) per l’osteria dell’avvenire» [19], fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi» [20], venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Propugnatore dell’idea che la condizione fondamentale per la maturazione delle capacità umane fosse la riduzione della giornata lavorativa, fu assimilato al credo produttivistico dello stakhanovismo. Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» [21], è stato accomunato a una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione.
L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero sino a obliterarlo e a divenirne sua manifesta negazione.

L’odissea della pubblicazione delle opere di Marx ed Engels
«Gli scritti di Marx ed Engels (…) furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti (…) degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» si era propagato «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi, di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» [22]. In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una mito agiografico[23]. Al contrario, molti dei loro testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels», indicava un’ineludibile necessità. Per Labriola, non bisognava né compilare antologie, né redigere un testamentum juxta canonem receptum, bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori (…) perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» [24]. Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.
Accanto a queste valutazioni prevalentemente filologiche, Labriola ne avanzava altre di carattere teorico, di sorprendente lungimiranza in relazione all’epoca nella quale visse. Egli considerava tutti gli scritti e i lavori di Marx ed Engels, non portati a termine, come «i frammenti di una scienza e di una politica, che è in continuo divenire». Per evitare di cercare al loro interno «ciò che non c’è, e non ci ha da essere», ovvero «una specie di volgata o di precettistica per la interpretazione della storia di qualunque tempo e luogo», essi potevano essere pienamente compresi solo se ricollegati al momento ed al contesto della loro genesi. Diversamente, coloro i quali «non intendono il pensare ed il sapere come operosità che sono in fieri», ossia «i dottrinari e i presuntuosi d’ogni genere, che han bisogno degl’idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedie, cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno» [25]: una soluzione sommaria e fideistica ai quesiti della storia.
Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che il Sozialdemokratischen Partei Deutschlands, detentore del Nachlaß e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla socialdemocrazia non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica [26]. Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza [27]. Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori. Né, tanto meno, vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo molto utile come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti.
La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Borisovič Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche quest’impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale, che troppo spesso ostacolarono, anziché favorire, l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione [28], vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava a un autore la cui opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del marxismo e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi, la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx [29]. I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA – Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico nel 1927, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e L’ideologia tedesca nel 1932 – e, come già avvenuto con il secondo e il terzo libro de Il capitale, in edizioni nei quali essi apparivano come opere compiute, scelta mostratasi poi foriera di molti malintesi interpretativi. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori deIl capitale: nel 1933 il Capitolo VI inedito e tra il 1939 e il 1941 i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, meglio noti come Grundrisse. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in una seria ridiscussione complessiva dell’opera marxiana.
Sempre in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu completata la prima edizione in russo: la Sočinenija (opere complete). Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti, ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Sočinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi). Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) delle Marx Engels Werke (Mew). Tale edizione, però, tutt’altro che completa [30], era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del «marxismo-leninismo».
Il progetto di una «seconda» Mega, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito agli avvenimenti del 1989. Nel 1990, con lo scopo di continuare questa edizione, l’«Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis» di Amsterdam e la «Karl-Marx-Haus» di Treviri costituirono la «Internationale Marx-Engels-Stiftung» (IMES). Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella corso della quale sono stati approntati nuovi principi editoriali e la casa editrice Akademie Verlag è subentrata alla Dietz Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA².

MEGA²: la riscoperta di un autore misconosciuto
Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. Il valore del pensiero viene riproposto da più parti e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti sono rispolverati sempre più frequentemente. Uno degli esempi più significativi di questa riscoperta è costituito proprio dal proseguimento della MEGA². Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi delle più svariate competenze disciplinari e che operano in numerosi paesi, si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 53 (13 dalla ripresa del 1998), ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato critico, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive [31]. Questa impresa riveste grande importanza, se si considera che una parte ragguardevole dei manoscritti di Marx, della sua imponente corrispondenza e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è tuttora inedita.
Le acquisizioni editoriali della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo in ognuna delle quattro sezioni. Nella prima, Werke, Artikel und Entwürfe, le ricerche sono riprese con la pubblicazione di due nuovi volumi. Il primo, Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855 [32], include duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il «New-York Tribune» e la «Neue Oder-Zeitung» di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere altri ventuno testi, a loro precedentemente non attribuiti perché pubblicati in anonimato sul quotidiano americano. Il secondo, Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891 [33], invece, presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli. Tra questi ultimi, sono di particolare interesse Die auswärtige Politik des russischen Zarentums, la storia di due secoli di politica estera russa apparsa su «Die Neue Zeit» ma poi proibita da Stalin nel 1934, e Juristen-Sozialismus, scritto insieme con Kautsky, del quale viene ricostruita, per la prima, volta la paternità delle singole parti.
Di notevole interesse, inoltre, il primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch, la nuova serie edita dall’IMES, interamente dedicato a L’ideologia tedesca [34]. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², include le pagine che corrispondono ai manoscritti I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» [35] sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. L’ideologia tedesca, considerata finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà[36].
Le ricerche della seconda sezione della MEGA², “Das Kapital” und Vorarbeiten, si sono soffermate, negli ultimi anni, sul secondo e terzo libro de Il capitale. Il volume Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 [37], comprende il testo del secondo libro, scritto da Engels sulla base di sette manoscritti di diversa entità, redatti da Marx tra il 1865 e il 1881. Engels, infatti, in presenza di diverse stesure del secondo libro, non aveva ricevuto da Marx alcuna indicazione, alla quale riferirsi, per selezionare la versione da pubblicare. Anzi, egli si ritrovò con del materiale dallo «stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, definizioni tecniche inglesi e francesi, spesso intere frasi e anche pagine in inglese; pensieri buttati giù nella forma in cui man mano si sviluppavano nella mente dell’autore (…), chiusa dei capitoli con un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti» [38] e dovette così operare delle precise scelte editoriali. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels su questi manoscritti ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta. Le modifiche consistono in aggiunte e cancellazioni di passaggi di testo, modifiche della sua struttura, inserimento di titoli di paragrafi, sostituzioni di concetti, rielaborazioni di alcune formulazioni di Marx o traduzioni di parole adottate da altre lingue. Solo alla fine di questo lavoro emerse la copia da dare alle stampe. Questo volume, dunque, consente di ricostruire l’intero processo di selezione, composizione e correzione dei manoscritti marxiani e di stabilire dove Engels ha operato maggiormente le sue modifiche e dove ha potuto, invece, rispettare fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo ancora una volta, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca.
L’uscita del terzo libro de Il capitale, Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band [39], l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo «esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia» [40]. Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [41] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa.
Ciò traspare, con evidenza, dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“ [42]. Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875; nonché i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Proprio questi ultimi mostrano, con inequivocabile esattezza, il percorso compiuto sino alla versione pubblicata. A ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta. Il completamento della seconda sezione, ormai prossimo, consentirà finalmente la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e sui limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.
La terza sezione della MEGA², Briefwechsel, comprende il carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi, gran parte delle quali inedite prima della MEGA². Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. Ben quattro sono i nuovi volumi editi, che permettono ora di rileggere importanti fasi della biografia intellettuale di Marx, anche attraverso le missive di coloro con i quali fu in contatto.
Le lettere raccolte in Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859 [43] hanno come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario, dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa» [44]. Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del déluge»[45], tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi Grundrisse e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica. Sul piano personale, questa fase fu segnata dalla «miseria incancrenita» [46]: «non credo che mai nessuno abbia scritto su ‘il denaro’ con una tale mancanza di denaro» [47]. Marx lottò disperatamente perché la precarietà della propria condizione non gli impedisse di portare a termine la sua «Economia» e dichiarò: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una money-making machine» [48]. Tuttavia, il secondo fascicolo non vide mai la luce e per la successiva pubblicazione di economia bisognerà attendereil 1867, anno in cui fu dato alle stampe il primo libro de Il capitale.
I volumi Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel September 1859 bis Mai 1860 [49] e Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861 [50] contengono la corrispondenza relativa alle tortuose vicende della pubblicazione de Il signor Vogt e all’acceso scontro che vi fu tra questi e Marx. Nel 1859, infatti, Carl Vogt lo accusò di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Così, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a difendersi e ciò avvenne anche attraverso un fitto scambio di lettere indirizzate ai militanti con i quali aveva avuto rapporti politici durante e dopo il 1848, al fine di ottenere da loro tutti i documenti possibili su Vogt. Il risultato fu un opuscolo polemico di ben duecento pagine: Il signor Vogt. La confutazione delle accuse ricevute tenne impegnato Marx per un anno intero e lo costrinse a tralasciare del tutto i suoi studi economici. Inoltre, nonostante egli si aspettasse di suscitare grande scalpore, la stampa tedesca non concesse al suo libro alcuna attenzione. Anche le vicende private di questo periodo non trascorsero nel modo migliore. Accanto agli sconfortanti problemi di natura finanziaria – alla fine del 1861 Marx affermò: «se questo [anno] dovesse essere uguale al trascorso, per quel che mi riguarda, desidererei piuttosto l’inferno» [51] – si accompagnarono, puntualmente, quelli di salute, che i primi concorsero a determinare. Per alcune settimane, ad esempio, egli fu costretto a sospendere il lavoro: «la sola occupazione con la quale posso conservare la necessaria tranquillità d’animo è la matematica» [52], una delle più grandi passioni intellettuali della sua esistenza. Ancora, al principio del 1861, le sue condizioni si aggravarono a causa di una infiammazione al fegato ed egli scrisse a Engels: «sono tribolato come Giobbe, quantunque non altrettanto timorato di dio» [53]. Famelico di letture, si rifugiò ancora una volta nella cultura: «onde mitigare il profondo malumore causato dalla mia situazione incerta in ogni senso, leggo Tucidide. Almeno questi antichi rimangono sempre nuovi» [54]. Ad ogni modo, nell’agosto del 1861 riprese a lavorare alla sua opera con assiduità. Fino al giugno del 1863, redasse i 23 quaderni, di 1472 pagine in quarto, che comprendono le Teorie sul plusvalore. I primi cinque di questi, che trattano la trasformazione del denaro in capitale, sono stati ignorati per oltre cent’anni e furono pubblicati solo nel 1973 in russo e nel 1976 in lingua originale.
Tema principale di Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865 [55] è l’attività politica di Marx in seno alla International Working Men’s Association, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, e il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico. Tra le questioni dibattute: la funzione delle organizzazioni sindacali, delle quali sottolineò l’importanza schierandosi, al contempo, contro Lassalle e la sua proposta di formare cooperative finanziate dallo Stato prussiano: «la classe operaia è rivoluzionaria o non è niente» [56]; la polemica contro l’owenista Weston, che approdò nel ciclo di conferenze raccolte postume nel 1898 con il nome di Valore, prezzo e profitto; le considerazioni sulla guerra civile negli Stati Uniti; l’opuscolo di Engels La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco.
Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella quarta sezione, Exzerpte, Notizen, Marginalien, relativa a quei numerosi compendi e appunti di studio di Marx, che costituiscono una significativa testimonianza del suo lavoro ciclopico. Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue Books, in particolare i Reports of the inspectors of factories, le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la quarta sezione della MEGA², concepita in trentadue volumi, ne permette, per la prima volta, l’accesso.
I volumi dati alle stampe di recente sono quattro. Il libro Karl Marx, Exzerpte und Notizen Sommer 1844 bis Anfang 1847 [57] comprende otto quaderni di estratti, redatti da Marx tra l’estate del 1844 e il dicembre 1845. I primi due risalgono al periodo parigino e sono di poco successivi ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, gli altri sei furono scritti l’anno seguente a Bruxelles, dove egli riparò dopo essere stato espulso da Parigi, e in Inghilterra, dove soggiornò in luglio e agosto. In questi quaderni sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni di teoria economica. Ciò risulta chiaramente dagli estratti dai manuali di economia politica di Storch e Rossi, così come da quelli tratti da Boisguillebert, Lauderdale, Sismondi e, in relazione ai macchinari e alle tecniche della manifattura, da Baggage e Ure. Dal confronto di questi quaderni con gli scritti del periodo, editi e non, si evince inoppugnabilmente l’influsso delle letture nello sviluppo delle sue idee. L’insieme di queste note, con la ricostruzione storica della loro maturazione, mostra l’itinerario e la complessità del suo pensiero critico, durante questo intensissimo periodo di lavoro. Il testo, inoltre, contiene anche le celebri Tesi su Feuerbach.
Il libro Karl Marx-Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855 [58] contiene nove voluminosi quaderni di estratti, redatti da Marx essenzialmente durante il 1854. Essi furono scritti nello stesso periodo in cui egli pubblicò importanti gruppi di articoli sulla «New-York Tribune»: quelli su Lord Palmerston tra l’ottobre e il dicembre del 1853, le riflessioni su Revolutionary Spain tra il luglio e il dicembre del 1854, mentre i testi sulla guerra di Crimea, invero quasi tutti di Engels, apparvero fino al 1856. Quattro di questi quaderni raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia tratte, principalmente, dai testi degli storici Famin e Francis, del giurista e diplomatico tedesco von Martens, del politico tory Urquhart, così come dalle «Correspondence relative to the affairs of the Levant» e dai «Hansard’s parliamentary debates». Gli altri cinque, desunti da Chateaubriand, dallo scrittore spagnolo de Jovellanos, dal generale sempre spagnolo San Miguel, dal suo connazionale de Marliani e da molti altri autori, sono, invece, esclusivamente dedicati alla Spagna e mostrano con quale intensità Marx ne avesse esaminato la storia politica e sociale e la cultura. Suscitano, inoltre, particolare interesse gli appunti dallo Essai sur l’histoire de la formation et des progrès du Tiers État di Augustin Thierry. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui attinse Marx e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzasse queste letture per la stesura dei suoi articoli. Il volume comprende, infine, un gruppo di estratti sulla storia militare di Engels.
Il grande interesse di Marx per le scienze naturali, quasi del tutto sconosciuto, traspare dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883 [59]. In esso sono pubblicati gli appunti di chimica organica e inorganica, del periodo 1877-1883, che consentono di scoprire un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché queste ricerche contribuiscono a sfatare la falsa leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che, durante l’ultimo decennio di vita, rinunciò a proseguire i propri studi e avesse del tutto appagato la sua curiosità intellettuale. Le note pubblicate contengono composizioni chimiche, estratti dai libri dei chimici Meyer, Roscoe, Schorlemmer e anche notizie di fisica, fisiologia e geologia – discipline che videro fiorire, durante l’ultimo quarto dell’Ottocento, importanti sviluppi scientifici dei quali Marx volle sempre mantenersi aggiornato. Questi studi costituiscono uno dei campi meno esplorati della ricerca su Marx e, poiché non sono in diretta connessione con la prosecuzione de Il capitale, pongono interrogativi irrisolti circa il motivo di questo interesse. A completare il volume vi sono anche degli estratti, inerenti temi analoghi, redatti da Engels nello stesso periodo.
Se i manoscritti di Marx hanno conosciuto, prima di vedere la luce, le più diverse vicissitudini, sorte ancora peggiore è toccata ai libri appartenuti a lui ed Engels. Dopo la morte di quest’ultimo, le due biblioteche, contenenti i volumi da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, furono ignorate, in parte disperse e, solo in seguito, faticosamente ricostruite e catalogate. Il testo Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels [60] è, infatti, il frutto di settantacinque anni di ricerche. Esso consiste in un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascun volume su cui risultano essere state fatte delle annotazioni. Si tratta di una pubblicazione anticipata, che verrà integrata, quando la MEGA² sarà completata, dall’indice dei libri oggi mancanti (il numero totale di quelli ritrovati è di 2100 in 3200 tomi), con le indicazioni dei marginalia, compresi in 40.000 pagine da 830 testi, e la pubblicazione dei commenti alle letture annotati ai margini dei volumi. Come raccontato da quanti vissero a stretto contatto con Marx, egli non considerava i libri come oggetti di lusso, ma veri e propri strumenti di lavoro. Li maltrattava, ne ripiegava gli angoli, li sottolineava al fine di ritrovare, in futuro, i passaggi più significativi. «Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà» [61], così diceva dei suoi libri. D’altro canto, egli vi si concedeva con altrettanta dedizione, al punto di autodefinirsi «una macchina condannata a divorare i libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia» [62]. Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per decenni al «British Museum» di Londra –, così come dei suoi commenti in proposito, costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a smentire la fallace interpretazione agiografica «marxista-leninista», che ne ha spesso rappresentato il pensiero come il frutto di un’improvvisa fulminazione e non come, quale fu in realtà, un’elaborazione piena di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.
Resta infine da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Il tortuoso processo della diffusione degli scritti e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali di un grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione [63]. Al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava ad indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce, oggi, quello di un autore che ha lasciato incompleti gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi.
Dalla riscoperta della sua opera, riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e l’orizzonte lungo il quale la ricerca su Marx ha ancora tanti sentieri da percorrere.

Quel «Cane Morto» di Marx
A causa di conflitti teorici o di vicende politiche, l’interesse per l’opera di Marx non è mai stato costante e, sin dalle sue origini, ha vissuto indiscutibili momenti di declino. Dalla «crisi del marxismo» alla dissoluzione della «Seconda Internazionale», dalle discussioni sui limiti della teoria del plusvalore a quelle sulle tragedie del comunismo sovietico, le critiche alle idee di Marx sembrarono, ogni volta, superarne l’orizzonte concettuale. Sempre, però, vi fu un «ritorno a Marx». Costantemente, si sviluppò un nuovo bisogno di richiamarsi alla sua opera che, attraverso la critica dell’economia politica, le formulazioni sull’alienazione o le brillanti pagine dei pamphlet politici, continuò a esercitare un irresistibile fascino su seguaci e oppositori. Nonostante, col finir del secolo, ne fosse stato decretato all’unanimità l’oblio, del tutto inatteso, Marx si ripresenta sul palcoscenico della storia.
Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato fu destinata, e dalle catene del «marxismo-leninismo», dalle quali è definitivamente separata, la sua opera è stata riconsegnata ai liberi campi del sapere e torna a essere letta in tutto il mondo. Il pieno dispiegarsi della sua preziosa eredità teorica, sottratta a sedicenti proprietari e a costrittivi modi d’impiego, è reso nuovamente possibile. Tuttavia, se Marx non è identificabile con la sfinge scolpita dal grigio «socialismo reale» del Novecento, credere di poter relegare il suo patrimonio teorico e politico a un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato privo di interesse per l’oggi, o di rinchiuderlo in specialismi meramente accademici, sarebbe altrettanto sbagliato.
Il ritorno d’interesse nei riguardi di Marx va ben oltre i confini di ristrette cerchie di studiosi e delle pur significative ricerche filologiche, volte a mostrarne la diversità rispetto alla gran parte dei suoi interpreti. La riscoperta di Marx si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del presente, del quale egli rimane strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare.
Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che la attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Così, l’affermazione di Jacques Derrida: «sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx» [64], che soltanto pochi anni fa sembrava una provocazione isolata, è divenuta sempre più condivisa. Dalla fine degli anni Novanta, infatti, quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche non fanno che discutere del pensatore più attuale per i nostri tempi: Karl Marx [65]. Nel 1998, in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione, il Manifesto del partito comunista fu stampato in decine di nuove edizioni in ogni angolo del pianeta e celebrato non solo quale testo politico più letto della storia dell’umanità, ma anche come la più formidabile previsione delle tendenze del capitalismo [66]. Ancora, la letteratura su Marx, quasi del tutto tralasciata quindici anni fa, dà segnali di ripresa in molti paesi e, accanto al fiorire di nuovi studi [67], spuntano, in più lingue, opuscoli dal titolo Why read Marx today? Analogo consenso riscuotono le riviste aperte ai contributi riguardanti Marx e i marxismi [68], così come sono tornati di moda convegni internazionali, corsi e seminari universitari dedicati a questo autore. Infine, anche se timidamente o in forme piuttosto confuse, dall’America latina all’Europa, transitando per il movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico.
Cosa resti oggi di Marx, quanto il suo pensiero sia ancora utile alla lotta per la libertà del genere umano, quale parte della sua opera si riveli più feconda per stimolare la critica dei nostri tempi, in che modo andare «con Marx oltre Marx», sono i tanti interrogativi che ricevono reazioni tutt’altro che unanimi. Se l’odierna Marx-renaissance ha una certezza, essa risiede proprio nella discontinuità rispetto al passato caratterizzato da ortodossie monolitiche che hanno dominato, e profondamente condizionato, l’interpretazione di questo filosofo. Pur se contrassegnata da evidenti limiti e dal rischio di sincretismo, si è aperta una stagione contraddistinta dai molti Marx; dopo il tempo dei dogmatismi, non sarebbe potuto accadere altrimenti. Il compito di rispondere a questi quesiti, dunque, spetta alle ricerche, teoriche e pratiche, di una nuova generazione di studiosi e militanti politici.
Tra i Marx che continuano a essere indispensabili, se ne segnalano almeno due. Innanzitutto, quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che ne intuì e analizzò lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, ha descritto la società borghese. Colui che si rifiutò di concepire il capitalismo e il regime della proprietà privata come scenari immutabili e appartenenti alla natura umana e che ha ancora da offrire preziosi suggerimenti a chi aspira a realizzare alternative agli assetti economici, sociali e politici neoliberali. L’altro Marx, al quale bisognerebbe rivolgere grande attenzione, è quello teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di «Socialismo di Stato», al tempo già propugnata da Lassalle e Rodbertus. Il pensatore che intese il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società.
Senza Marx saremmo condannati a una vera e propria afasia critica e pare proprio che la causa dell’emancipazione umana dovrà ancora servirsi di lui. Il suo «spettro» è destinato ad aggirarsi per il mondo e a far agitare l’umanità ancora per molto.

 

References
[1] Karl Kautsky, Mein Erster Aufenthalt in London, in Benedikt Kautsky (a cura di), Friedrich Engels’ Briefwechsel mit Karl Kautsky, Danubia Verlag, Wien 1955, p. 32.
[2] Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot, Paris 2000 (1974), pp. 439-440.
[3] Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Zweiter Band, Marx Engels Werke, Band 24, Dietz Verlag, Berlin 1963, p. 7.
[4] Friedrich Engels, Vorworte zu den drei Auflagen de Herrn Eugen Dührings Umwälzung der Wissenschaft, MEGA² I/27, Dietz Verlag, Berlin 1988, p. 492.
[5] Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
[6] Cfr. Erich Matthias, Kautsky e il kautskismo, De Donato, Bari 1971, p. 124.
[7] Friedrich Engels-Karl Marx, Die heilige Familie, Marx Engels Werke, Band 2, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 98.
[8] Cfr. Paul M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Boringhieri, Torino 1970, pp. 22 e 225.
[9] Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 123.
[10] Gheorghi Plekhanov, Le questioni fondamentali del marxismo, in Gheorghi Plekhanov, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca 1985, p. 366.
[11] Vladimir Ilic Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Vladimir Ilic Lenin, Opere complete, vol. XIV, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 152.
[12] Ivi , p. 185.
[13] Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 16.
[14] Ivi , p. 252.
[15] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, (a cura di Valentino Gerratana) Einaudi, Torino 1975, p. 1403.
[16] Ivi , p. 1428.
[17] Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 919.
[18] Ivi , p. 926-927.
[19] Karl Marx, Nachwort a Das Kapital, Erster Band, MEGA² II/6, Dietz Verlag, Berlin 1987, p. 704.
[20] Karl Marx, Provisional Rules of the International Working Men’s Association, MEGA², I/20, Akademie Verlag, Berlin 2003 (1992), p. 13.
[21] Karl Marx, Kritik des Gothaer Programms, Marx Engels Werke, Band 19, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 21.
[22] Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, pp. 667-669.
[23] I biografi di Marx Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, affermarono a ragione, nella ‘Avvertenza’ alla loro opera: «su mille socialisti, forse uno solo ha letto un’opera economica di Marx, su mille antimarxisti, neppure uno ha letto Marx», cfr. Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 7.
[24] Antonio Labriola, op. cit., p. 672.
[25] Ivi , pp. 673-677.
[26] Cfr. Maximilien Rubel, Bibliographie des œuvres de Karl Marx, Rivière, Paris, 1956, p. 27.
[27] Cfr. David Rjazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, in «Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung», Hirschfeld, Leipzig, 1925, in particolare pp. 385-386.
[28] Rjazanov fu destituito e condannato alla deportazione nel 1931 e le pubblicazioni furono interrotte nel 1935. Dei 42 volumi inizialmente previsti ne furono dati alle stampe soltanto 12 (in 13 tomi). Cfr. Karl Marx, Friedrich Engels, Historisch-kritische Gesamtausgabe. Werke, Schriften, Briefe. Sotto la direzione del Marx-Engels-Institut [dal 1933 Marx-Engels-Lenin-Institut di Mosca] a cura di David Borisovič Rjazanov, [dal 1932 Vladimir Viktorovič Adoratskij], Frankfurt am Main, Berlin, Moskau-Leningrad, Moskau, Marx-Engels-Verlag, 1927–1935.
[29] Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, op. cit., p. 81.
[30] Le pubblicazioni non compresero, ad esempio, né i Manoscritti economico-filosofici del 1844 né i Grundrisse, testi che furono aggiunti solo in seguito. Ciò nonostante, le MEW costituirono la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue, tra cui anche le Opere italiane, apparse in 32 volumi tra il 1972 e il 1990. Si segnala inoltre che la ristampa della edizione MEW è ricominciata nel 2006.
[31] Dettagliate informazioni sulla MEGA² sono disponibili sul sito internet www.bbaw.de/vs/mega Si veda inoltre Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005).
[32] MEGA² I/14, a cura di H.-J. Bochinski e M. Hundt, Akademie Verlag, Berlin 2001.
[33] MEGA² I/31, a cura di R. Merkel-Melis, Akademie Verlag, Berlin 2002.
[34] Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in «Marx-Engels-Jahrbuch» 2003, Akademie Verlag, Berlin 2004.
[35] Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie. Erstes Hefte, MEGA² II/2, p. 102.
[36] In proposito cfr. Marcello Musto, Vicissitudini e nuovi studi de ‘L’ideologia tedesca’, in «Critica Marxista», 2004 n. 6, pp. 45-49.
[37] MEGA² II/12, a cura di I. Omura, K. Hayasaka, R. Hecker, A. Miyakawa, S. Ohno, S. Shibata e R. Yatuyanagi, Akademie-Verlag, Berlin 2005.
[38] Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Zweiter Band, op. cit., p. 7.
[39] MEGA² II/15, a cura di R. Roth, E. Kopf e C.-E. Vollgraf, Akademie Verlag, Berlin 2004.
[40] Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Dritter Band, MEGA² II/15, op. Cit. , p. 6.
[41] Ivi , p. 7.
[42] MEGA² II/14, a cura di C.-E. Vollgraf e R. Roth, Akademie Verlag, Berlin 2003.
[43] MEGA² III/9, a cura di V. Morozova, M. Uzar, E. Vashchenko e J. Rojahn, Akademie Verlag, Berlin 2003.
[44] Ivi , Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, Ivi, p. 75.
[45] Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, MEGA² III/8, Dietz Verlag, Berlin 1990, p. 210.
[46] Karl Marx a Friedrich Engels, 16 aprile 1859, MEGA² III/9, op. cit., p. 386.
[47] Karl Marx a Friedrich Engels, 21 gennaio 1859, Ivi, p. 277.
[48] Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, Ivi, p. 292.
[49] MEGA² III/10, a cura di G. Golovina, T. Gioeva, J. Vasin e R. Dlubek, Akademie Verlag, Berlin 2000.
[50] MEGA² III/11, a cura di R. Dlubek e V. Morozova, Akademie Verlag, Berlin 2005.
[51] Karl Marx a Friedrich Engels, 27 dicembre 1861, Ivi, p. 636.
[52] Karl Marx a Friedrich Engels, 23 novembre 1860, Ivi, p. 229.
[53] Karl Marx a Friedrich Engels, 18 gennaio 1861, Ivi, p. 319.
[54] Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 481.
[55] MEGA² III/13, a cura di S. Gavril’chenko, I. Osobova, O. Koroleva e R. Dlubek, Akademie Verlag, Berlin 2002.
[56] Karl Marx a Johann Baptist von Schweitzer, 13 febbraio 1865, Ivi, p. 236.
[57] MEGA² IV/3, a cura di G. Bagaturija, L. Čurbanov, O. Koroleva e L. Vasina, Akademie Verlag, Berlin 1998.
[58] MEGA² IV/12, a cura di M. Neuhaus e C. Reichel, Akademie Verlag, Berlin 2007.
[59] MEGA² IV/31, a cura di A. Griese, F. Fessen, P. Jäckel e G. Pawelzig, Akademie Verlag, Berlin 1999.
[60] MEGA² IV/32, a cura di H. P. Harstick, R. Sperl e H. Strauß, Akademie Verlag, Berlin 1999.
[61] Paul Lafargue, Karl Marx. Persönliche Erinnerungen, in Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 244.
[62] Karl Marx a Laura e Paul Lafargue, 11 Aprile 1868, Marx Engels Werke, Band 32, Dietz Verlag, Berlin 1965, p. 545.
[63] Accanto al misconoscimento «marxista», che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello «antimarxista» di parte liberale e conservatrice, altrettanto profondo perché carico di prevenuta ostilità.
[64] Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 22.
[65] Il primo articolo che produsse una certa eco in questa direzione fu quello di John Cassidy, “The return of Karl Marx”, apparso sulla rivista statunitense «The New Yorker», October 20/27 1997, pp. 248-259. Venne poi il turno della BBC, che nel 1999 conferiva a Marx lo scettro di più grande pensatore del millennio. Qualche anno più tardi, il settimanale del «Nouvel Observateur» fu dedicato al tema Karl Marx – le penseur du troisième millénaire?, cfr. «Nouvel Observateur», 1/10/2003, e poco dopo anche la Germania pagò il suo tributo a colui che aveva costretto all’esilio per quarant’anni: nel 2004, oltre 500.000 telespettatori della televisione nazionale ZDF indicarono Marx quale terza personalità tedesca di tutti i tempi (prima, invece, nella categoria ‘attualità’) e, durante le ultime elezioni politiche, la nota rivista «Der Spiegel» lo ritraeva in copertina, dal titolo Ein Gespenst kehrt zurück (Un fantasma è tornato), con le dita, in segno di vittoria, cfr. «Der Spiegel», 22/08/2005. A completare questa curiosa rassegna, vi è il sondaggio condotto nel 2005 del canale radiofonico BBC 4, che ha assegnato a Marx la palma di filosofo più amato dagli ascoltatori inglesi.
[66] In particolare cfr. Eric Hobsbawm, “Introduction” a Karl Marx-Friedrich Engels, The communist Manifesto, Verso, London 1998.
[67] Essendo impossibile, in questa sede, passare in rassegna i tanti libri pubblicati nel corso degli ultimi anni, si citano quelli che hanno avuto il maggior riscontro di pubblico e critica. Due nuove, vendutissime, biografie: Francis Wheen, Karl Marx, Fourth Estate, London 1999 e Jacques Attali, Karl Marx ou l’esprit du monde, Fayard, Paris 2005, hanno richiamato l’attenzione sulla vita del pensatore di Treviri. Il testo di Moishe Postone, Time, Labor, and social domination, Cambridge University Press, intempestivamente pubblicato nel 1993 e poi più volte ristampato; quelli di Terrell Carver, The postmodern Marx, Manchester University Press, Manchester 1998, e Michael A. Lebowitz, Beyond Capital, Palgrave, London 2003 (2nd ed.), si sono distinti per una innovativa interpretazione complessiva del pensiero di Marx. Sulle opere giovanili, invece, di grande rilievo è il recente David Leopold, The Young Karl Marx: German Philosophy, Modern Politics, and Human Flourishing, Cambridge University Press, 2007; mentre sui Grundrisse è in corso di stampa una raccolta di saggi inediti dei principali studiosi marxiani contemporanei su questo testo fondamentale: Marcello Musto (Ed.), Karl Marx’s Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy , Routledge (London and New-York, 2008). Altri ancora, è il caso di John Bellamy Foster, Marx’s ecology, Monthly Review Press, New York 2000, e Paul Burkett, Marxism and ecological economics, Brill, Boston 2006, si segnalano per aver accostato Marx alla questione ambientale. A conferma di un interesse diffuso in tutto il mondo, si indicano, infine, la traduzione inglese dei principali lavori sull’argomento del latinoamericano Enrique Dussel, Towards an unknown Marx, Routledge, London e New York 2001, quella di numerosi studi, provenienti dal Giappone, edita da Hiroshi Uchida, Marx for the 21st Century, Routledge, London and New York 2006 e i progressi teorici di una nuova generazione di ricercatori cinesi, sempre più familiare con le lingue occidentali e distante dalla tradizione del «marxismo» dogmatico.
[68] Tra le principali si ricordano «Monthly Review», «Science & Society», «Historical Materialism» e «Rethinking Marxism» nel mondo anglosassone; «Das Argument» e il «Marx-Engels-Jahrbuch» in Germania; «Actuel Marx» in Francia e «Herramienta» in Argentina.

Journal:

Il pensiero politico

Pub Info:

Vol. 2008, n. 1, 44-66

Reference:

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