La sinistra di fronte alla guerra

Le cause economiche della guerra
Se la scienza della politica ha fornito motivazioni ideologiche, politiche, economiche e persino psicologiche per spiegare le cause dei conflitti bellici, il pensiero socialista ha offerto il suo apporto più interessante alla comprensione di questo fenomeno evidenziando il forte nesso esistente tra lo sviluppo del capitalismo e la propagazione della guerra.
Nei dibattiti della Prima Internazionale (1864-1872), César de Paepe, uno dei suoi principali dirigenti, formulò quella che sarebbe divenuta la posizione classica del movimento operaio su questo tema, ovvero l’inevitabilità delle guerre nel regime di produzione capitalistico. Nella società moderna, esse non sono provocate dalle ambizioni dei monarchi o di singoli individui, bensì sono determinate dal modello economico-sociale dominante . Il movimento socialista indicò anche quale era la parte di popolazione sulla quale si abbattevano, ineluttabilmente, le conseguenze più nefaste delle guerre. Nel congresso del 1868, i delegati della Prima Internazionale votarono una mozione che impegnava i lavoratori a perseguire «l’abolizione definitiva di ogni guerra» , dal momento che sarebbero stati soprattutto loro a pagare economicamente, quando non con il loro sangue – e senza alcuna distinzione tra vincitori e sconfitti –, le decisioni delle classi dominanti e dei governi che li rappresentavano. La lezione di civiltà del movimento operaio nacque dal convincimento che ogni guerra andava considerata «come una guerra civile» , quale scontro feroce tra lavoratori che, al fine, non faceva altro che privarli dei mezzi necessari alla sopravvivenza. Contro la guerra occorreva agire alacremente, con la renitenza alla leva e attraverso lo sciopero. L’internazionalismo divenne, così, uno dei cardini ai quali ancorare la società dell’avvenire che, una volta superato il capitalismo e rimossa la concorrenza degli stati borghesi sul mercato mondiale, avrebbe eliminato anche le ragioni primarie alla base di ogni guerra.
Tra i precursori del socialismo, Claude Henri de Saint Simon si era decisamente schierato non solo in opposizione alla guerra, ma anche al conflitto sociale, ritenuti entrambi colpevoli di ostacolare il fondamentale progresso della produzione industriale. Karl Marx non riassunse in alcuno scritto le sue concezioni – frammentarie e talvolta contraddittorie – sulla guerra, né formulò linee guida per indicare l’atteggiamento più corretto da adottare in proposito. Quando dovette scegliere tra campi opposti, la sua unica costante fu l’opposizione alla Russia zarista, ritenuta l’avamposto della controrivoluzione e uno dei principali ostacoli all’emancipazione della classe lavoratrice . Nel Capitale (1867) affermò che la violenza era una potenza economica, «la levatrice di ogni vecchia società che è gravida di una nuova» . Tuttavia, non concepì la guerra come una necessaria scorciatoia per la trasformazione rivoluzionaria e impiegò una parte consistente della sua militanza politica per vincolare la classe operaia al principio della solidarietà internazionale. Come sostenne anche Friedrich Engels, questa agiva in modo determinante, nelle singole nazioni, contro il rischio di pacificazione del conflitto di classe che l’invenzione del nemico esterno, prodotto dalla propaganda bellica, generava ogni volta che scoppiava una guerra. In diverse lettere scambiate con dirigenti del movimento operaio, Engels pose l’accento sulla forza ideologica esercitata dall’inganno del patriottismo e sul ritardo che un’ondata sciovinistica avrebbe causato sull’inizio della rivoluzione proletaria. Inoltre, nell’Anti-Dühring (1878), dopo aver analizzato gli effetti della diffusione di armi sempre più letali, affermò che il socialismo aveva il compito di «fare saltare in aria il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti» .
Il tema della guerra fu così importante per Engels che egli decise di dedicarvi uno dei suoi ultimi scritti. In L’Europa può disarmare? (1893), segnalò che, nel vecchio continente, durante i precedenti venticinque anni, ogni Stato aveva cercato di superare l’altro in potenza militare e in preparazione bellica. Ciò aveva generato una produzione di armamenti senza precedenti che rendeva possibile l’approssimarsi di «una guerra di distruzione che il mondo non aveva mai conosciuto» . Secondo il co-autore del Manifesto del partito comunista (1848), «in tutta Europa, il sistema degli eserciti permanenti era stato spinto a un punto talmente estremo da essere condannato a rovinare economicamente i popoli, per via delle spese belliche, o a degenerare in una guerra di annientamento generale». Nella sua analisi, Engels non trascurò di sottolineare che gli eserciti venivano mantenuti non solo per motivi militari, ma anche per fini politici. Essi dovevano «proteggere non tanto dal nemico esterno, quanto da quello interno». Si trattava di accrescere le forze che dovevano reprimere il proletariato e le lotte operaie. Poiché erano i ceti popolari a pagare più di tutti i costi della guerra, attraverso la massa di soldati che fornivano allo Stato e le imposte, il movimento operaio doveva battersi per una «riduzione omogenea e progressiva del servizio militare» e per il disarmo, considerato l’unica, effettiva, «garanzia della pace» .

Il fallimento alla prova dei fatti
Ben presto, da argomento teorico analizzato in tempi di pace, la lotta contro il militarismo divenne un problema politico preminente. Il movimento operaio dovette confrontarsi con alcune questioni concrete di fronte alle quali l’iniziale posizione assunta dai suoi rappresentanti fu la netta contrarietà a qualsiasi modalità di sostegno alla guerra. Nel conflitto franco-prussiano del 1870 (quello che precedette la nascita della Comune di Parigi), i deputati socialdemocratici Wilhelm Liebknecht e August Bebel condannarono i fini annessionistici perseguiti dalla Germania di Bismark e votarono contro i crediti di guerra. La loro decisione di «respingere la proposta di legge per il finanziamento di fondi aggiuntivi per continuare la guerra» costò la loro condanna a due anni di prigione per alto tradimento, ma contribuì a mostrare alla classe lavoratrice una strada alternativa a quella di concorrere, comunque, a incrementare la spirale del conflitto.
Con l’espansione imperialista da parte delle principali potenze europee, la controversia sulla guerra assunse un peso sempre più rilevante nel dibattito della Seconda Internazionale (1889-1916). Nel congresso della sua fondazione, venne approvata una mozione che sanciva la pace quale «prima condizione indispensabile di ogni emancipazione operaia» . La presunta politica di pace della borghesia venne irrisa e definita con il termine di «pace armata». Jean Jaurès, leader del Partito Socialista Francese (SFIO), in un discorso al parlamento del 1895, condensò in una frase, divenuta poi celebre, i timori delle forze di sinistra di fronte alla situazione del tempo: «sempre la vostra società, violenta e caotica, persino quando vuole la pace, persino quando è in stato di quiete apparente, reca in sé la guerra, come la nube reca in sé l’uragano» .
La Weltpolitik – la strategia aggressiva adottata dall’Impero tedesco per estendere il potere della Germania sul piano internazionale – modificò lo scenario geopolitico e il rafforzamento dei principi antimilitaristi nel movimento operaio influenzò, sempre più, le discussioni sulla guerra. Da questo momento in poi, quest’ultima non venne considerata soltanto come un’occasione propizia per lo sviluppo di scenari rivoluzionari che avrebbero accelerato il crollo del sistema (una tesi presente a sinistra sin dai tempi della Guerra Rivoluzionaria del 1792 ). La guerra, invece, venne concepita dal movimento operaio come pericolo per le sciagurate conseguenze – quali carestia, miseria e disoccupazione – che arrecava al proletariato. Essa costituiva, dunque, una grave minaccia per le forze progressiste e, come scrisse Karl Kautsky in La rivoluzione sociale (1902), in caso di guerra, queste ultime sarebbero state «pesantemente gravate di ulteriori compiti» che avrebbero allontanato, non avvicinato, il traguardo della vittoria finale.
La mozione «Sul militarismo e sui conflitti internazionali», votata al congresso della Seconda Internazionale di Stoccarda, nel 1907, riassunse tutti i punti divenuti, fino ad allora, patrimonio comune del movimento operaio. Tra essi figuravano: la scelta di voto contrario a leggi di bilancio che proponevano l’aumento delle spese militari, l’avversione agli eserciti permanenti e la volontà di sostituirli con un sistema di milizie popolari e, infine, l’adesione al progetto di istituire organismi internazionali di arbitrato per la ricomposizione pacifica dei conflitti tra le nazioni. Venne escluso, invece, il ricorso allo sciopero generale da proclamarsi contro ogni sorta di guerra, sostenuto da Gustave Hervé, poiché ritenuto, dalla maggioranza dei presenti, una posizione troppo radicale e troppo manichea. La mozione terminava con un emendamento redatto da Rosa Luxemburg, Vladimir Lenin e Julij Martov, nel quale si affermava che «nel caso in cui la guerra scoppiasse, i socialisti (avevano) il dovere d’intervenire per farla cessare prontamente e di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e accelerare la caduta della dominazione capitalista» . Tale emendamento non obbligava il Partito Socialdemocratico Tedesco ad alcun mutamento della sua linea politica e, pertanto, anche i suoi rappresentanti lo approvarono. Questo testo fu l’ultimo documento inerente la guerra della Seconda Internazionale a riscuotere l’unanimità dei consensi.
L’intensificarsi della concorrenza tra gli Stati capitalisti sul mercato mondiale e lo scoppio di diversi conflitti locali resero lo scenario generale ancora più allarmante. La pubblicazione del libro di Jaurès La nuova armata (1911) favorì la discussione di un altro tema al centro del dibattito di quel periodo: la distinzione tra guerra offensiva e guerra difensiva, nonché sulla condotta da assumere rispetto a quest’ultima, anche nel caso in cui un paese vedesse minacciata la propria indipendenza. Per Jaurès il compito esclusivo dell’esercito era quello di difendere l’autonomia di una nazione da ogni aggressione offensiva – ovvero tutte quelle che non accettavano la risoluzione di un conflitto mediante arbitrato. Tutte le azioni militari che ricadevano in questo ambito erano da considerarsi legittime. La perspicace critica della Luxemburg verso questa posizione evidenziò come i «fenomeni storici quali le guerre moderne non (potevano) essere misurati con il metro della ‘giustizia’, o mediante uno schema cartaceo di difesa e aggressione» . Occorreva considerare, inoltre, la difficoltà di poter stabilire se una guerra fosse davvero offensiva o difensiva, ovvero se lo Stato che l’aveva iniziata avesse deliberatamente deciso di attaccare o era stato costretto a farlo a seguito degli stratagemmi adottati dalla nazione che gli si opponeva. Dunque, per la Luxemburg, tale distinzione andava scartata, così come andava criticata l’idea di «nazione armata» di Jaures, poiché tendeva, infine, ad accrescere la militarizzazione già esistente nella società.
Con il passare degli anni, la Seconda Internazionale si impegnò sempre meno a promuovere una concreta politica d’azione in favore della pace. L’opposizione al riarmo e ai preparativi bellici allora in atto fu molto blanda e un’ala del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), divenuto sempre più legalista e moderato, barattò il suo voto favorevole ai crediti militari – e poi finanche l’appoggio all’espansione coloniale –, in cambio della concessione di maggiori libertà politiche in patria. Dirigenti di rilievo e riconosciuti teorici, quali Gustav Noske, Henry Hyndman e Arturo Labriola, furono tra i primi ad approdare a queste posizioni. Successivamente, la maggior parte dei socialdemocratici tedeschi, dei socialisti francesi, dei laburisti inglesi e delle altre forze riformiste europee finì con l’appoggiare la Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Le conseguenze di questa scelta furono disastrose. Sostenendo la tesi che i «vantaggi del progresso» non dovessero essere monopolizzati dai capitalisti, il movimento operaio giunse a condividere gli obiettivi espansionistici delle classi dominanti e venne travolto dall’ideologia nazionalista. La Seconda Internazionale si rivelò del tutto impotente di fronte alla guerra, fallendo uno dei suoi intenti principali: preservare la pace.
Lenin e gli altri delegati al Congresso di Zimmerwald (1915), tra i quali Lev Trotsky che ne redasse il manifesto finale, prefigurarono che «per decine d’anni le spese della guerra avrebbero assorbito le migliori energie dei popoli, compromettendo la conquista di miglioramenti sociali e impedendo qualsiasi progresso». La guerra rivelava il «vero carattere del capitalismo moderno, che è incompatibile non solo con gli interessi delle classi operaie, ma anche con le condizioni elementari di esistenza della comunità umana» . Fu un monito che venne accolto solo da una minoranza del movimento operaio, al pari di quello indirizzato a tutti i lavoratori europei dal Congresso di Kienthal (1916): «i vostri governi e i loro giornali vi dicono che bisogna continuare la guerra per uccidere il militarismo. Essi vi ingannano! Mai la guerra ha ucciso la guerra. Anzi, essa suscita sentimenti e velleità di rivincita. In questo modo, i vostri padroni, votandovi al sacrificio, vi chiudono in un cerchio infernale» . Rompendo, infine, con l’approccio adottato al Congresso di Stoccarda, in favore degli organismi internazionali di arbitrato, nel documento finale di Kienthal si affermava che «le illusioni del pacifismo borghese» non sarebbero state in grado di interrompere la spirale della guerra e che, anzi, avrebbero concorso a preservare il sistema socioeconomico vigente. L’unico antidoto per impedire che insorgessero futuri conflitti bellici venne ravvisato nella conquista del potere politico e della proprietà capitalistica da parte delle masse popolari.
I due esponenti di punta del movimento operaio che si opposero con maggiore vigore alla guerra furono la Luxemburg e Lenin. La prima ammodernò il bagaglio teorico della sinistra sulla guerra e mostrò come il militarismo rappresentasse un nerbo vitale dello Stato . Sostenne, con convinzione ed efficacia paragonabile a quella di pochi altri dirigenti comunisti, che la parola d’ordine «guerra alla guerra!» doveva diventare «il punto cruciale della politica proletaria». Come scrisse nelle Tesi sui compiti della socialdemocrazia internazionale (1915), la Seconda Internazionale era implosa per non essere riuscita a «realizzare una tattica e un’azione comune del proletariato in tutti i paesi» . Pertanto, da quel momento in avanti, la classe lavoratrice doveva avere come «scopo principale», anche in tempo di pace, quello di «lottare contro l’imperialismo e di impedire le guerre» .
In Il socialismo e la guerra (1915) e in numerosi altri scritti composti durante la Prima Guerra Mondiale, Lenin ebbe il merito di enucleare due questioni fondamentali. La prima ineriva la «falsificazione storica» operata dalla borghesia, ogni qual volta aveva provato ad attribuire un significato «progressivo e di liberazione nazionale» a quelle che, in realtà, erano guerre «di rapina» , condotte con il solo obiettivo di decidere a quale delle parti belligeranti sarebbe toccato opprimere maggiormente popolazioni straniere e, al fine, accrescere le sperequazioni prodotte dal capitalismo. La seconda riguardò lo smascheramento delle contraddizioni dei socialisti riformisti – da Lenin definiti «socialsciovinisti» –, i quali finirono con il sostenere le ragioni della guerra, dopo averla descritta, nelle mozioni approvate dalla Seconda Internazionale, un’azione «delittuosa». Dietro la loro pretesa di «difendere la patria», si nascondeva il «diritto» che si arrogavano determinate grandi potenze di «depredare le colonie e di opprimere i popoli stranieri». Le guerre non venivano combattute per tutelare «l’esistenza delle nazioni», ma per la «difesa dei privilegi, del predominio, dei saccheggi, delle violenze» delle varie «borghesie imperialiste» . I socialisti che capitolarono davanti al patriottismo avevano barattato la lotta di classe con il «diritto alle briciole dei profitti ottenuti dalla loro borghesia nazionale, mediante il depredamento di altre nazioni» . Conseguentemente, Lenin si disse favorevole alle «guerre difensive», includendo in questa categoria non la difesa nazionale dei paesi europei indicata da Jaurès, ma le «guerre giuste» degli «Stati oppressi, assoggettati e privi di diritti» dalle «grandi potenze schiaviste che li opprimono e li depredano» . La tesi più celebre di questo scritto, ovvero la necessità per i rivoluzionari di «trasformare la guerra imperialista in guerra civile» indicò a quanti volevano una pace veramente «democratica e duratura» la necessità di condurre «la guerra civile contro i governi e la borghesia» . Lenin era convinto di ciò che la storia ha mostrato essere inesatto, ovvero che ogni lotta di classe condotta conseguentemente in tempo di guerra crea «inevitabilmente» stati d’animo rivoluzionari nelle masse.

Il discrimine nell’opposizione alla guerra
La Prima Guerra Mondiale procurò divisioni non solo in seno alla Seconda Internazionale, ma anche nel movimento anarchico. Poco dopo lo scoppio del conflitto, Kropotkin dichiarò, in un articolo che suscitò scalpore, «che il compito di ogni persona avente a cuore l’idea di progresso umano era quello di stroncare l’invasione dei tedeschi nell’Europa occidentale» . Questa affermazione, giudicata da molti come l’abbandono dei principi per i quali egli si era battuto per una vita intera, esprimeva il tentativo di andare oltre lo slogan dello «sciopero generale contro la guerra» – rimasto inascoltato dalle masse lavoratrici – e di evitare, nel caso di una vittoria tedesca del conflitto, l’arretramento generale dello scenario politico continentale. A suo giudizio, se gli antimilitaristi fossero rimasti inerti avrebbero indirettamente aiutato gli invasori nei loro piani di conquista e ciò, nel lungo termine, avrebbe rappresentato un ostacolo ancora più arduo da superare per quanti lottavano per la rivoluzione sociale.
Nella sua replica a Kropotkin, Errico Malatesta asserì che, pur non essendo un pacifista e nonostante ritenesse legittimo utilizzare le armi nell’evenienza di guerre di liberazione, il conflitto mondiale in corso non era – così come raccontava la propaganda borghese – una lotta della democrazia «per il benessere generale contro il nemico comune», ma un ennesimo esempio di sopraffazione della classe lavoratrice da parte dei poteri dominanti. Egli era consapevole che «la vittoria della Germania avrebbe certamente determinato il trionfo del militarismo, ma anche che il trionfo degli alleati avrebbe significato il dominio russo britannico in Europa e in Asia» .
Nel Manifesto dei Sedici (1916), Kropotkin postulò la necessità di «resistere a un aggressore che rappresenta l’annientamento di tutte le nostre speranze di emancipazione» . La vittoria della Triplice Intesa contro la Germania costituiva il male minore per non compromettere il livello di libertà esistente. Al contrario, coloro che firmarono con Malatesta il Manifesto internazionale anarchico sulla guerra (1915) espressero la convinzione che la responsabilità del conflitto non poteva ricadere su un singolo governo e che non andava «fatta nessuna distinzione tra guerra offensiva e difensiva». Aggiunsero, inoltre, che «nessuno dei belligeranti aveva il diritto di parlare a nome della civilizzazione o di considerarsi in uno stato di legittima difesa» . La Prima Guerra Mondiale era un ulteriore episodio del conflitto tra capitalisti di diversi stati imperialisti compiuta a spese della classe operaia. Malatesta, Emma Goldman, Ferdinand Nieuwenhuis e la stragrande maggioranza del movimento anarchico erano tutti convinti che sarebbe stato un errore imperdonabile appoggiare i governi borghesi e optarono, senza se e senza ma, in continuità con lo slogan «nessun uomo e neanche un centesimo per l’esercito», per un deciso rifiuto di partecipare – anche indirettamente – a qualsiasi ipotesi bellica.
Come comportarsi dinanzi alla guerra accese anche il dibattito del movimento femminista. A partire dal primo conflitto mondiale, la sostituzione degli uomini inviati al fronte – con un salario di gran lunga inferiore e, pertanto, in condizioni di sovrasfruttamento –, in impieghi precedentemente da loro monopolizzati, favorì il diffondersi di un’ideologia sciovinista anche in una fetta consistente del neonato movimento suffragista. Alcune sue dirigenti giunsero a promuovere petizioni per permettere alle donne di arruolarsi nell’esercito. Smascherare l’inganno dei governi del tempo – che, agitando lo spauracchio dell’aggressore alle porte, si servirono della guerra per derubricare fondamentali riforme di carattere sociale – rappresentò una delle conquiste più significative delle femministe comuniste del tempo. Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj, Silvia Pankhurst e, naturalmente, la Luxemburg, furono tra le prime ad avviare, con lucidità e coraggio, il cammino che indicò, a molte generazioni successive, come la battaglia contro il militarismo fosse un elemento essenziale della lotta contro il patriarcato. Dopo di loro, l’ostracismo alla guerra divenne un elemento distintivo della Giornata internazionale delle donne e, all’insorgere di ogni nuovo conflitto bellico, l’opposizione all’aumento delle spese di guerra figurò tra i punti salienti di numerose piattaforme del movimento femminista globale mondiale.

Il fine non giustifica i mezzi e i mezzi sbagliati danneggiano il fine
La profonda frattura politica consumatasi tra rivoluzionari e riformisti, le grandi distanze strategiche che separarono questi due campi dopo la nascita dell’Unione Sovietica e il dogmatico clima ideologico degli anni Venti e Trenta inficiarono la possibilità di un’alleanza contro il militarismo tra l’Internazionale Comunista (1919-1943) e i partiti socialisti e socialdemocratici europei . Dopo aver sostenuto la guerra, questi ultimi, riunitisi nell’Internazionale Operaia Socialista (1923-1940), si erano definitivamente screditati agli occhi dei primi. A Mosca, invece, resisteva la tesi leninista della “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile», per suscitare una nuova fase rivoluzionaria. Dirigenti politici e teorici di primo piano ritenevano pressoché inevitabile un «nuovo 1914». Così, da entrambi i versanti, più che agire per impedire lo scoppio di una nuova guerra, si discuteva sul cosa fare quando essa sarebbe iniziata. Gli slogan e le dichiarazioni di principio divergevano sostanzialmente da quanto ci si attendeva potesse accadere e da quanto si trasformava in azione politica. Tra le voci critiche nel campo comunista vi furono quelle di Nikolaj Bucharin, assertore della parola d’ordine «lotta per la pace» e uno dei dirigenti russi più convinti che quest’ultima fosse «una delle più importanti questioni del mondo contemporaneo», e di Georgi Dimitrov, sostenitore della tesi che non tutte le grandi potenze fossero egualmente corresponsabili del possibile insorgere di un conflitto e favorevole al riavvicinamento con i partiti riformisti per costruire un amplio fronte popolare contro la guerra. Entrambe queste interpretazioni contrastarono la litania dell’ortodossia sovietica che, lungi dall’aggiornare l’analisi teorica, ripeteva che il pericolo della guerra si annidava, senza alcuna distinzione e con uguale corresponsabilità, in tutte le potenze imperialistiche.
Di tutt’altro avviso fu Mao Zedong. Alla testa del movimento di liberazione contro l’invasione giapponese, sostenne in Sulla guerra di lunga durata (1938) che le «guerre giuste» , quelle alle quali i comunisti dovevano prendere parte attivamente, sprigionavano una «grandissima forza, potevano trasformare moltissime cose o aprire la strada alla loro trasformazione» . La strategia indicata da Mao fu, dunque, quella di «lottare contro la guerra mediante la guerra, contrapporre una guerra giusta a una guerra ingiusta» e, inoltre, «prolungare la guerra fino a quando essa non avesse conseguito il suo scopo politico». Tesi che richiamano alla «onnipotenza della guerra rivoluzionaria» si trovano anche in La guerra e i problemi della strategia (1938), testo nel quale Mao sostenne che «non è possibile trasformare il mondo se non con un fucile» e che «il compito centrale e la forma suprema della rivoluzione stanno nella conquista del potere mediante la lotta armata, nella soluzione del problema mediante la guerra» .
In Europa, il crescendo di violenze perpetrate dal fronte nazi-fascista – nei confini nazionali così come in politica estera – e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) generarono uno scenario ancora più nefasto di quello della guerra del 1914-1918. L’Unione Sovietica venne attaccata dalle truppe di Hitler nel 1941 e fu impegnata in quella Grande Guerra Patriottica che risultò decisiva al fine della sconfitta del nazismo e divenne, poi, un elemento così centrale dell’unità nazionale russa da essere sopravvissuta alla caduta del Muro di Berlino e da perdurare fino ai nostri giorni.
Con la successiva suddivisione del mondo in due blocchi, Iosif Stalin ritenne che il compito principale del movimento comunista internazionale continuasse a essere la salvaguardia dell’Unione Sovietica. La costituzione di una zona cuscinetto di otto paesi (sette dopo la fuoriuscita della Jugoslavia dalla sua orbita), in Europa dell’Est, rappresentò un elemento centrale di questa politica. Nel medesimo periodo, la Dottrina Truman segnò l’avvento di un nuovo tipo di guerra: la Guerra Fredda. Con il supporto alle forze anticomuniste in Grecia, attraverso il Piano Marshall (1948) e mediante la creazione della NATO (1949), gli Stati Uniti d’America scongiurarono la possibile avanzata delle forze progressiste nell’Europa occidentale. L’Unione Sovietica rispose con il Patto di Varsavia (1955). Questo scenario generò una spropositata corsa agli armamenti che riguardò, nonostante il ricordo, ancora vivissimo nell’opinione pubblica, dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, anche il proliferare delle testate nucleari.
A partire dal 1961, sotto la presidenza di Nikita Chruščëv, l’Unione Sovietica inaugurò un nuovo ciclo politico che prese il nome di Coesistenza pacifica. Questa svolta, contraddistinta dall’impegno di non ingerenza e di rispetto della sovranità dei singoli stati, nonché di cooperazione economica con alcuni paesi capitalisti, sarebbe dovuta servire a scongiurare il pericolo di un terzo conflitto mondiale (che anche la Crisi dei missili di Cuba, del 1962, aveva dimostrato possibile) e avrebbe dovuto suffragare la tesi della non inevitabilità della guerra. Tuttavia, questo tentativo di collaborazione costruttiva fu intrapreso esclusivamente nei rapporti con gli Stati Uniti d’America e non con i paesi del «socialismo reale». Nel 1956, infatti, l’Unione Sovietica aveva già represso nel sangue la rivolta ungherese. I partiti comunisti dell’Europa occidentale non condannarono, anzi giustificarono, l’intervento delle truppe sovietiche in nome della protezione del blocco socialista e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, dichiarò: «si sta con la propria parte anche quando sbaglia» . La maggioranza di quanti condivisero questa posizione se ne pentì amaramente quando, anni dopo, compresero gli effetti devastanti prodotti dall’intervento sovietico.
Eventi analoghi accaddero in piena epoca di Coesistenza Pacifica, in Cecoslovacchia, nel 1968. Alle richieste di democratizzazione e di decentramento economico, fiorite con la «Primavera di Praga», il politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica rispose, con deliberazione unanime, inviando mezzo milione di soldati e migliaia di carri armati. Al congresso del Partito Operaio Unificato Polacco, del 1968, Leonid Brežnev spiegò di voler dare concreta attuazione a un principio che definì di «sovranità limitata». Egli affermò che «quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni paesi socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del paese coinvolto, ma un problema comune e una preoccupazione per tutti i paesi socialisti». Secondo questa logica antidemocratica, la scelta di stabilire cosa fosse o non fosse «socialismo» era, naturalmente, puro arbitrio dei dirigenti sovietici. Questa volta, le critiche a sinistra non mancarono e furono, anzi, prevalenti. La riprovazione nei confronti dell’Unione Sovietica non fu espressa soltanto dai neonati movimenti della nuova sinistra, ma dalla maggioranza dei partiti comunisti e anche dalla Cina. Ciò nonostante, i russi non fecero marcia indietro e portarono a compimento quello che definirono essere un processo di «normalizzazione». L’Unione Sovietica continuò a destinare una parte significativa delle sue risorse economiche alle spese militari e ciò contribuì all’affermazione di una cultura autoritaria e di guerra nella società. Così facendo, si alienò, definitivamente, le simpatie del movimento per la pace, divenuto ancora più vasto in occasione delle straordinarie mobilitazioni contro la guerra in Vietnam.
Uno dei principali avvenimenti bellici verificatisi nel decennio successivo fu l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel 1979, l’Armata Rossa tornò ad essere lo strumento principale della politica estera di Mosca, che continuava ad arrogarsi il diritto di intervenire in quella che riteneva essere la propria «zona di sicurezza». L’infausta decisione di occupare l’Afghanistan si trasformò in un estenuante stillicidio che si protrasse per oltre dieci anni, causando un numero ingente di morti e profughi. In questa occasione, le reticenze del movimento comunista internazionale furono molto minori rispetto a quelle palesatesi dinanzi agli attacchi sovietici in Ungheria e in Cecoslovacchia. Tuttavia, questa nuova guerra rese ancora più evidente, all’opinione pubblica mondiale, la frattura esistente tra il «socialismo reale» e una politica alternativa, fondata sull’opposizione al militarismo e sulla pace.
L’insieme di questi interventi militari non solo sfavorì il processo di riduzione generale degli armamenti, ma concorse a screditare e a indebolire globalmente il socialismo. L’Unione Sovietica venne percepita, sempre più, come una potenza imperiale che agiva in forme non dissimili da quelle degli Stati Uniti d’America che, parallelamente, dall’inizio della guerra fredda, si erano distinti per aver promosso, più o meno segretamente, colpi di stato e la sostituzione di governi democraticamente eletti in oltre 20 paesi del mondo. Infine, le «guerre socialiste» tra Cambogia e Vietnam e tra Cina e Vietnam, scoppiate nel biennio 1977-1979 e aventi come sfondo la crisi sino-sovietica, contribuirono a fare cadere l’ultima arma ancora nelle mani dell’ideologia «marxista-leninista» (che, in realtà, dell’impianto iniziale di Marx ed Engels aveva conservato ben poco), secondo la quale la guerra era determinata esclusivamente dagli squilibri economici generati dal capitalismo.

Se è sinistra, è contro la guerra
La fine della Guerra Fredda non ha diminuito le ingerenze nella sovranità territoriale dei singoli paesi, né ha accresciuto il livello di libertà, di ogni popolo, quanto a poter scegliere il regime politico dal quale intende essere governato. Le tante guerre intraprese – anche senza il mandato dell’ONU e definite, per assurdo, «umanitarie» – dagli Stati Uniti d’America negli ultimi venticinque anni, alle quali si sono aggiunte nuove forme di conflitti, di sanzioni illegali, e di condizionamenti politici, economici e mediatici, testimoniano che al bipolarismo tra le due superpotenze mondiali, caratteristico del «secolo breve», non è seguita l’era di libertà e progresso tanto propagandata dal mantra neoliberale del «Nuovo Ordine Mondiale» post-1991. In questo contesto, numerose forze politiche che un tempo si richiamavano ai valori della sinistra sono state compartecipi di diversi conflitti bellici e, dal Kosovo, all’Afghanistan, all’Iraq – per citare soltanto le principali guerre dichiarate dalla NATO, dopo la caduta del Muro di Berlino –, hanno, di volta in volta, dato il loro sostegno all’intervento armato, rendendosi sempre meno distinguibili dalla destra.
La Guerra Russo-Ucraina ha posto la sinistra nuovamente di fronte al dilemma del come comportarsi quando un paese vede minacciata la propria legittima sovranità. La mancata condanna dell’attacco della Russia all’Ucraina da parte del governo del Venezuela è un errore politico. Non disapprovare oggi l’invasione russa compromette la credibilità di denuncia verso altre aggressioni che potrebbero essere condotte, in futuro, dagli Stati Uniti d’America. È vero, come scrisse Marx a Ferdinand Lassalle, in una lettera del 1860, che «in politica estera parole come ‘reazionario’ e ‘rivoluzionario’ non servono a nulla» e che quanto «è reazionario dal punto di vista soggettivo» può rivelarsi «oggettivamente rivoluzionario in politica estera» . Tuttavia, le forze di sinistra avrebbero dovuto apprendere dal Novecento che le alleanze con il «nemico del mio nemico» conducono, spesso, ad accordi controproducenti. Ciò è ancor più vero quando, come nel nostro tempo storico, il fronte progressista è politicamente debole, teoricamente confuso e, inoltre, non è incalzato dalla forza delle mobilitazioni di massa.
Rammentando il Lenin di La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (1916), «il fatto che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista può essere utilizzata, in certe condizioni, da un’altra grande potenza per i suoi scopi egualmente imperialisti, non può costringere la socialdemocrazia a rinunciare al riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni» . Al di là degli interessi geopolitici e delle trame che, solitamente, a essi si accompagnano, le forze di sinistra hanno storicamente sostenuto il principio dell’autodeterminazione dei popoli e hanno ugualmente difeso il diritto di ogni singolo Stato a stabilire le proprie frontiere sulla base della volontà espressa dalla sua popolazione. La sinistra si è battuta contro guerre e «annessioni», perché consapevole che queste generano drammatici conflitti tra il proletariato della nazione dominante e quello della nazione oppressa e creano le condizioni affinché quest’ultimo si unisca alla propria borghesia nel considerare nemico il proletariato della nazione dominante. In Risultati della discussione sull’autodecisione (1916) Lenin scrisse: «se vincesse la rivoluzione socialista a San Pietroburgo, a Berlino e a Varsavia, il governo socialista polacco, come quello russo e tedesco, rinuncerebbe a mantenere con la violenza gli ucraini entro le frontiere dello Stato polacco» . Perché, dunque, ipotizzare che qualcosa di diverso debba essere concesso al governo nazionalista guidato da Putin?
D’altra parte, quanti a sinistra hanno ceduto alla tentazione di diventare – direttamente o indirettamente – co-belligeranti, dando vita a una nuova union sacrée (espressione coniata nel 1914, proprio per salutare l’abiura delle forze della sinistra francese che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, decisero di avallare le scelte belliche del governo), contribuiscono a rendere sempre meno riconoscibile la distinzione tra atlantismo e pacifismo. La storia dimostra che, quando non si oppongono alla guerra, le forze progressiste smarriscono una parte essenziale della loro ragion d’essere e finiscono con l’essere inghiottite dall’ideologia del campo a loro avverso. Ciò succede ogni qual volta i partiti di sinistra fanno della loro presenza al governo la cifra fondamentale della loro azione politica – come nel caso dei comunisti italiani che appoggiarono gli interventi NATO in Kosovo e Afghanistan o, di quello odierno, della maggioranza di Unidas Podemos, che unisce la sua voce al coro unanime di tutto l’arco parlamentare spagnolo, in favore dell’invio di armi all’esercito ucraino. Già per il passato, in molti casi, questa subalternità è stata punita, anche elettoralmente, alla prima occasione possibile.

Bonaparte non è la democrazia
Quando Marx scrisse sulla Guerra di Crimea (1853-1856) per il New-York Daily Tribune compose una serie di brillanti articoli che contengono spunti di grande interesse utili per sviluppare parallelismi storici con l’oggi. Nel 1853, parlando del maggiore monarca moscovita del XV secolo – considerato colui che unificò la Russia e gettò le basi dell’autocrazia in quel paese – affermò: «basta sostituire una serie di date e nomi con degli altri e diventa chiaro che le politiche di Ivan III, e quelle della Russia di oggi, non sono semplicemente simili, ma identiche» . Purtroppo, questo esempio risuona ancora come attuale. L’anno seguente, invece, in opposizione ai democratici liberali che esaltavano la coalizione antirussa, Marx dichiarò: «è un errore definire la guerra contro la Russia come un conflitto tra libertà e dispotismo. A parte il fatto che, se ciò fosse vero, la libertà sarebbe attualmente rappresentata da un Bonaparte, l’obiettivo manifesto della guerra è il mantenimento dei trattati di Vienna, ossia di quegli stessi trattati che cancellano la libertà e l’indipendenza delle nazioni» . Se sostituissimo Bonaparte con gli Stati Uniti d’America e i trattati di Vienna con la NATO, queste osservazioni sembrano scritte per l’oggi.
La tesi di quanti si oppongono sia al nazionalismo russo e ucraino che all’espansione della NATO non contiene alcuna indecisione politica o ambiguità teorica. Al di là delle spiegazioni – fornite, in queste settimane, da numerosi esperti – sulle radici del conflitto (che non ridimensionano, in alcun modo, la barbarie dell’invasione russa), la posizione di quanti suggeriscono una politica di «non allineamento» è la più efficace per far cessare la guerra al più presto e assicurare che in questo conflitto vi sia il minor numero possibile di vittime. Non si tratta affatto di comportarsi come le «anime belle» imbevute di astratto idealismo che Georg Hegel riteneva incapaci di misurarsi con la realtà concreta delle contraddizioni terrene. Al contrario, significa dare forza all’unico vero antidoto all’espansione della guerra su scala generale. A differenza delle tante voci che invocano l’aumento delle spese militari e un nuovo arruolamento, o di chi, come il Commissario Europeo per le Relazioni Esterne, afferma che è compito dell’Europa fornire al governo ucraino «gli armamenti necessari per una guerra» , va perseguita un’incessante iniziativa diplomatica, basata su due punti fermi: la de-escalation e la neutralità dell’Ucraina indipendente.
Inoltre, nonostante essa appaia rafforzata a seguito delle mosse compiute dalla Russia, bisogna lavorare affinché l’opinione pubblica smetta di considerare la più grande e aggressiva macchina bellica del mondo – la NATO – come la soluzione ai problemi della sicurezza globale. Al contrario, va mostrato come questa sia un’organizzazione pericolosa e inefficace che, con la sua volontà di espansione e di dominio unipolare, contribuisce ad aumentare le tensioni belliche nel mondo.
In Il socialismo e la guerra, Lenin sostenne che i marxisti si distinguono dai pacifisti e dagli anarchici poiché riconoscono «la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx sic!) di ogni singola guerra» . Continuando, affermò che «nella storia sono più volte avvenute guerre che, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie ed i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, sono state progressive e utili all’evoluzione dell’umanità». Se ciò è stato vero per il passato, sarebbe miope ipotizzare che possa ripetersi nel contesto di diffusione delle armi di distruzione di massa della nostra società contemporanea. Raramente le guerre – da non confondere con le rivoluzioni – hanno avuto l’effetto democratizzante auspicato dai teorici del socialismo. Al contrario, esse si sono spesso rivelate come il modo peggiore per realizzare la rivoluzione, sia per il costo di vite umane che per la distruzione delle forze produttive che esse comportano. Le guerre diffondono, infatti, un’ideologia di violenza che si unisce, spesso, a quei sentimenti nazionalistici che hanno più volte lacerato il movimento operaio. Di rado, esse rafforzano pratiche di autogestione e democrazia diretta, mentre accrescono il potere di istituzioni autoritarie. È una lezione che non andrebbe mai dimenticata anche dalle sinistre moderate.
Il monito più fecondo delle Riflessioni sulla guerra (1933) di Simone Weil discende dalla capacità di saper comprendere «come può una rivoluzione evitare la guerra». Secondo l’autrice francese, «è su questa labile possibilità che occorre puntare, o abbandonare ogni speranza». La guerra rivoluzionaria si trasforma spesso nella «tomba della rivoluzione», poiché essa non permette ai «cittadini armati, di fare la guerra senza apparato dirigente, senza pressione poliziesca, senza giurisdizione speciale, senza pene per i disertori». La guerra incrementa, come nessun altro fenomeno sociale, l’apparato militare, poliziesco e burocratico. Cancella «l’individuo di fronte alla burocrazia statale con il sostegno di un fanatismo esasperato», avvantaggiando la macchina statale e non i lavoratori. Pertanto, la Weil ne desunse che «se la guerra non termina al più presto e per sempre (…) si avranno solo quelle rivoluzioni che, anziché distruggere l’apparato statale lo perfezionano» o, detto ancor più chiaramente, «si finirebbe per estendere sotto altra forma il regime che ci vuole sopprimere». E per questo che, in caso di guerra, «bisogna scegliere tra l’intralciare il funzionamento della macchina bellica, della quale siamo un ingranaggio, e l’aiutare quella macchina a stritolare alla cieca le vite umane» .
Per la sinistra, diversamente dal celebre detto di Carl von Clausewitz, la guerra non può essere «la continuazione della politica con altri mezzi». In realtà, essa altro non è se non la certificazione del suo fallimento. Se la sinistra vuole tornare a essere egemone e dimostrare di essere capace di declinare la sua storia per i compiti dell’oggi, deve scrivere sulle proprie bandiere, in maniera indelebile, le parole «antimilitarismo» e «no alla guerra!»

Journal:

Il mulino

Pub Info:

Vol. 78 (2022), n. 1, 151-170

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