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Luigi Candreva, Azioni Parallele. Quaderni D’aria

Marcello Musto, L’ultimo Marx

Il 30 marzo 1911, Giolitti dichiarava alla Camera che “Carlo Marx è stato mandato in soffitta”.

Da un secolo a questa parte, il vecchio Moro è stato mandato in soffitta più volte. Ultima, finora, in occasione della fine dell’Urss e dei paesi satelliti, tra il 1989 e il 1991, con la quale è stata dichiarata anche la fine del “comunismo”, oltre che, con una certa esagerazione, della storia.

Ma evidentemente in quella soffitta Marx non si sente a proprio agio, tanto da esserne ogni volta ridisceso. La recente crisi del capitalismo ha mostrato quanto le analisi del filosofo di Treviri siano necessarie alla comprensione del mondo presente. Il capitalismo del nuovo millennio, nonostante le sue mutazioni, presenta la stessa faccia feroce di quello ottocentesco: sfruttamento della forza lavoro, concorrenza spietata tra Stati, lotta per i mercati, crisi e guerre. Discesa dalla soffitta, la critica corrosiva e scientifica di Marx soffia ancora. Ce lo ricorda, in questo ultimo lavoro, anche Marcello Musto, professore di Sociologia teorica presso la York University di Toronto, studioso da oltre un decennio del pensiero marxista e collaboratore, tra gli altri, della Marx-Engels-Gesamtausgabe 2, l’edizione storico – critica delle opere complete di Marx ed Engels.

Il lavoro di Musto si concentra sull’ultimo periodo di vita di Marx, dal 1881 al 1883, apparentemente un Marx minore e fuori dagli schemi ai quali siamo abituati, soprattutto frutto della canonizzazione avvenuta in epoca staliniana. La biografia intellettuale si intreccia con gli avvenimenti politici di questi anni e con vicende personali drammatiche, dalla morte dell’adorata moglie Jenny von Westphalen, nel dicembre del 1881, a quella della figlia Jenny, avvenuta l’11 gennaio del 1883. Due anni contrassegnati da una salute malferma e difficoltà finanziarie, superate solo grazie all’aiuto dell’amico e compagno di lotte Engels; anni di studio e di approfondimento che in vari casi precisano e sviluppano ulteriormente le ricerche precedenti. E’ il caso, ad esempio, della ripresa dei lavori matematici o dei Quaderni antropologici, che mostrano l’interesse di Marx per le società precapitalistiche, e approfondiscono gli studi già delineati nei Grundrisse. I Quaderni servirono poi a Engels per il suo L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, come spiega l’amico di Marx nella prefazione alla prima edizione del 1884, parlandone di un “lascito ereditario” del compagno estinto.

In particolare l’interesse di Marx sulle forme di produzione non capitalistiche è il frutto dello scambio con i rivoluzionari russi, tra i quali Vera Zasulič, che ne chiedevano l’opinione sulle possibilità di passaggio in Russia al socialismo, in assenza delle condizioni che avevano permesso lo sviluppo del capitalismo in Occidente. Marx ribadisce il carattere metodologico del Capitale, nel quale non intendeva delineare una futura via univoca mondiale di sviluppo, ma affrontare esclusivamente l’evoluzione del capitalismo nell’Europa occidentale. Avendo ormai il capitalismo sorpassato la fase dello sviluppo nazionale, sarebbe stato impossibile pensare che tutti gli Stati dovessero pedissequamente ripercorrere le tappe che avevano condotto alla Rivoluzione industriale e alla Rivoluzione francese, con una borghesia autoctona in grado di compiere la propria rivoluzione democratico – borghese. Anzi, non escludeva che lo sviluppo del socialismo in Russia potesse basarsi su forme moderne del modello arcaico di proprietà collettiva, come l’Obščina. La novità di questo ragionamento consisteva nell’apertura alla possibilità teorica che il socialismo, in condizioni determinate, si sarebbe potuto realizzare seguendo itinerari inediti rispetto allo sviluppo dell’Europa occidentale, contrariamente a quello che ritenevano i marxisti russi, come Plechanov o i “marxisti legali”, mentre alcuni importanti esponenti del populismo, che attribuivano a Marx le posizioni dei suoi sostenitori in Russia, come Michajlovskij usavano quest’argomentazione in chiave polemica antimarxista. Le pagine del libro di Musto restituiscono dunque un Marx problematico, assolutamente scevro da ogni schematismo, che tra i tormenti della vita privata, delle malattie e degli stenti, non rinuncia a osservare la realtà: si aggiorna in permanenza e, se necessario, modifica o precisa i suoi precedenti punti di vista. Ma non fu solo la Russia oggetto dell’attenzione del Moro: pur nella malattia, che lo costringeva a volte settimane a letto, non cessò di studiare e appuntare scrupolosamente opere storiche, concentrando il suo interesse soprattutto sulle società precapitalistiche, sulle forme di transizione dall’antichità al feudalesimo e dal feudalesimo al capitalismo e sullo sviluppo ineguale e combinato che individuava nello sfruttamento coloniale dell’Asia e dell’Africa.

L’occasione per approfondire sul campo le sue ricerche gli è fornita dall’unico viaggio compiuto fuori d’Europa, allo scopo di curare i problemi respiratori che lo tormentavano ormai da anni. Consigliato da Engels, Paul Lafargue e dal dottor Donkin, Marx decise infine di trascorrere un periodo di convalescenza ad Algeri, dove giunse il 20 febbraio 1882. Tuttavia, a causa del clima umido e piovoso, ne trasse pochi benefici. Come osserva Musto, questo viaggio ha destato poca attenzione tra i biografi di Marx. Eppure i settantadue giorni africani, di cui ci restano 16 lettere, gli servirono per approfondire usi e costumi della popolazione musulmana in generale e algerina in particolare, alla cui questione aveva dedicato una certa attenzione un decennio prima.

Le ultime settimane della vita di Marx sono ricostruite grazie alla testimonianza dei famigliari e alla corrispondenza con Engels. Tormentato dalla pleurite e dalla tosse che non gli dava tregua, si spense serenamente il 14 marzo 1883 nella sua casa di Londra, poco dopo l’arrivo di Engels che ce ne riporta testimonianza in una lettera a Sorge.

Pur nella ricostruzione rigorosa degli ultimi due anni di ricerche e studi del fondatore del socialismo scientifico, che caratterizzano il suo lavoro, Marcello Musto, con una prosa piacevole e godibile, lontana dallo stile accademico, non nasconde l’empatia per la vicenda umana di Karl Marx e la solidarietà per la sua prospettiva politica: “la completa emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, di tutto il mondo, dal dominio del capitale” (p. 132).

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Annibale C. Raineri, PalermoGrad. La crisi vista dal Sud

L’ultimo Marx e noi

Nel 2016 Donzelli ha pubblicato il libro di Marcello Musto L’ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale. Vale la pena soffermarcisi.

Come chiarito dal sottotitolo, si tratta di un saggio di biografia intellettuale, che si avvale della gran mole di materiali che negli ultimi anni sono divenuti accessibili e che, secondo Musto, modificano l’immagine del vissuto e del pensiero di Marx fin ora consolidata.

Anzitutto biografia: Musto ci consegna l’immagine di Marx uomo negli ultimi tre anni della sua vita, alle prese con le sofferenze, i dolori e le (poche) gioie che quegli anni gli hanno concesso, ma che conserva la sua umanità nonostante il destino ostile, che lo perseguita financo con un’avversione climatica che fiacca il corpo malato. Marx affronta questo destino con lo spirito tenace di un combattente, che continua a tenere per le vicende più ampie della storia dell’umanità, nonostante viva, soggettivamente e non solo oggettivamente, una condizione di isolamento anche e specialmente nei confronti di quelli che dovrebbero essere i suoi più affini solidali, la frastagliata famiglia del movimento socialista nella penultima decade dell’Ottocento.

Resterebbe deluso chi cercasse in questo libro l’approfondimento teorico delle questioni irrisolte nell’ultima ricerca di Marx. Tuttavia il volume ci offre lo spunto per ridefinire la prospettiva nella quale dovrebbero collocarsi coloro che alle opere e alla vita di Marx continuano a fare riferimento, prendendo a testimone il lavorio cui lo stesso Marx sottopose il proprio pensiero, cercando nuovi orizzonti a partire dai quali superare l’impasse in cui si era trovata tanto la pratica che la teoria del “marxismo”.

Caratteristica di questo periodo è l’estremo ampliamento dell’ambito delle ricerche di Marx, nonostante il succedersi dei drammi familiari, l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, e l’urgenza interiore di completare l’opera cui aveva dedicato la sua vita, Il capitale, e alla quale assegnava un ruolo fondamentale («Emblematicamente, quando proprio nel 1881 Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa dei suoi testi, egli rispose causticamente: – Questi dovrebbero prima di tutto essere scritti.», p. 78)
Provo a indicare i punti che mi sembrano essenziali:
1. l’approfondimento delle scoperte in ambito antropologico, cui si dedica con intensità negli anni 1881-82;
2. la ripresa della ricerca storiografica di lunga durata;
3. la ferma opposizione all’oppressione coloniale in India, Egitto e Algeria ed il sostegno alla lotta di liberazione dell’Irlanda;
4. l’attenzione per la conoscenza delle forme di proprietà comune pre-capitalistica, non solo dal punto di vista storico, ma anche nei processi a lui contemporanei di esistenza/trasformazione delle forme di proprietà comune e di organizzazione politico-sociale non statuale (in particolare per le trasformazioni che vive la comune rurale in Russia, ma anche per le forme economiche e politiche non borghese-privatistiche né statuali del mondo islamico, con cui ha occasione di entrare in contatto grazie al suo viaggio in Algeria alla ricerca – fallita – di un clima più mite, secondo l’indicazione sanitaria).

Marx si era occupato delle formazioni sociali precapitalistiche sin dagli anni Cinquanta, tornandovi alla fine degli anni Settanta. Ma perché tornarvi, dedicando a tali studi non solo di storia economica, ma propriamente antropologici, un tale dispendio di tempo, in un’epoca in cui per ragioni di salute le sue energie erano ridotte? perché dedicarvi tanto tempo e tante energie in un periodo in cui sente così acutamente il peso del non essere riuscito a chiudere gli studi sul Capitale e a darne una versione completa e per lui appagante? La risposta di Marcello Musto, con cui mi sento di convenire, è che «questo gli serviva anche per dare delle fondamenta storiche più solide alla possibile trasformazione di tipo comunista della società» (p. 21). È questo un punto al quale sono particolarmente interessato: mentre Marx continua a cercare di descrivere la dinamica strutturale del modo di produzione capitalistico, e quindi la logica cui sono sottoposte le società in cui esso domina, si affaccia al suo pensiero l’ipotesi (certo non pienamente cosciente, ma tuttavia fortemente operante in lui) che il fondamento di una società comunistica deve in qualche modo essere connesso a un piano più di fondo dell’essere umano, per scorgere il quale è necessaria una visione più ampia e profonda, che abbracci l’insieme della storia del genere umano, e che comprenda le vicende storiche del capitalismo e del suo superamento con lo sguardo dell’antropologo, che cerca di individuare le logiche di funzionamento delle società in quanto umane (significativo è l’interesse di Marx per le strutture familiari), e, insieme, con lo sguardo dello storico di lunga durata, che descrive i molti modi in cui queste logiche si sono trasformate nel corso dei secoli e dei millenni. In questo modo la “rettifica” che Marx opera nel suo laboratorio intellettuale negli ultimi tre anni lo ricollega all’intera sua ricerca, e a quell’esordio così straordinario che fu il primo emergere del suo pensiero: i Manoscritti del ’44 e l’idea radicale di comunismo.

Musto, ripercorrendo i materiali di questi ultimi anni dell’opera di Marx, ed in particolare le lettere, che acquistano un ruolo decisivo per comprendere il profilo del Moro in questo squarcio di esistenza, conclude che il confronto con gli studiosi a lui contemporanei di antropologia, combinato con l’approfondimento delle sue ricerche storiche (fra l’autunno del 1881 e l’inverno del 1882 destinò gran parte delle sue energie intellettuali agli studi storici, ripercorrendo la storia mondiale a partire dal I secolo a. C.) portarono Marx a differenziarsi nettamente da una interpretazione della storia in senso evoluzionistico-darwinistico (prevalente fra gli antropologi dell’epoca), «conservando il suo caratteristico approccio: complesso, duttile e multiforme (…) non condivise i rigidi schemi sull’ineluttabile successione di determinati stadi della storia umana (e) respinse le rigide rappresentazioni che legavano i mutamenti sociali alle sole trasformazioni economiche. Marx difese, invece, la specificità delle condizioni storiche, le molteplici possibilità che il corso del tempo offriva e la centralità dell’intervento umano per modificare l’esistente e realizzare il cambiamento» (pp. 29-30). Dalla lettura del libro di Musso emerge come questo più articolato sguardo teorico alla storia umana, che incrina l’eurocentrismo della sua precedente elaborazione teorica, sia connesso ad un diverso approccio alla questione coloniale (complice l’attenzione ai fatti di attualità e le relazioni intrattenute con i soggetti che in esse promuovevano le lotte ai colonialismi): se negli anni Cinquanta l’accento di Marx era rivolto essenzialmente all’opera di “civilizzazione” che la dominazione coloniale realizzava, nei primi anni Ottanta prevale la consapevolezza di quanto il dominio coloniale con la sua opera abbia spinto i popoli indigeni non in avanti, ma indietro, in particolare attraverso la distruzione degli istituti comunitari (dalla distruzione della proprietà comune alle connesse forme sociali e politiche non statuali, tanto in riferimento alla politica coloniale inglese, p. 65, che francese, p. 109); senza peraltro con ciò mitizzare le società precapitalistiche.

Questo diverso modo di intendere lo sviluppo storico appare in tutta evidenza nella controversia sullo sviluppo del capitalismo in Russia, o, più esattamente, sul ruolo che la comune rurale russa (l’istituto tradizionale della obščina) avrebbe potuto avere nella prospettiva di un processo rivoluzionario in senso socialista. È forse il capitolo teoricamente più pregnante. Marcello Musso descrive la trasformazione della posizione di Marx sulla Russia, considerata per lungo tempo «uno dei principali ostacoli all’emancipazione della classe lavoratrice» e vista adesso come il luogo che presentava le condizioni più propizie per una rivoluzione. Musso sottolinea come la Russia era diventata progressivamente sempre più importante nello studio di Marx, portandolo ad imparare il russo per approfondire la conoscenza storica e l’attualità di quel paese. Tale centralità viene a coincidere, nel 1881, con i suoi studi antropologici, facendogli vedere con altri occhi la questione che divideva allora il movimento rivoluzionario russo: da un lato coloro che si consideravano (o tali si sarebbero definiti di lì a poco) “marxisti”, che ritenevano necessaria la rapida dissoluzione della comune rurale russa al fine di permettere il rapido sviluppo del capitalismo, ritenuto premessa necessaria per la successiva rivoluzione socialista; e dall’altro i populisti che al contrario vedevano nella permanenza della comune una possibile base su cui costruire la prospettiva socialista. Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare sulla base dei suoi scritti precedenti, Marx condivideva le posizioni di questi populisti “di sinistra”. Con molta nettezza Marx afferma, contraddicendo la lettera dei suoi scritti, che la storia del mondo non deve ripercorrere le strade che lui ha descritto nelle analisi storiche dedicate allo sviluppo capitalistico dell’Europa occidentale (ed in particolare dell’Inghilterra), e che sono possibili, e perfino auspicabili, percorsi alternativi, quali quelli che sarebbero potuti derivare dallo sviluppo dellaobščina come germe di una futura società comunista (p. 63).

Nel 2001, intervenendo nel dibattito sulla globalizzazione aperto da Luigi Cavallaro sul “manifesto”, avevo ripercorso la posizione marxiana in merito alla possibilità di un processo rivoluzionario che avesse nell’antichissimo istituto della obščina – insieme economico, politico e sociale – la propria base, sottolineando come quella posizione marxiana, ma non marxista, potesse essere per noi fonte di orientamento per l’oggi. Ne riporto qualche passaggio.

Di fronte al conflitto fra la potenza dissolutrice del denaro nella sua funzione di capitale – che irrompe sulla scena di un paese non ancora pienamente sviluppato – e le preesistenti formazioni sociali di tipo comunistico, quindi non ancora assoggettate agli “automatismi del mercato” e alla conseguente atomizzazione delle relazioni sociali, Marx riteneva possibile una pratica che né si attestasse su posizioni “reazionarie” di difesa dei vecchi istituti né accettasse come inevitabile pagare i “prezzi della modernizzazione capitalistica”. Anzi, riteneva Marx, proprio il carattere pubblico e comunitario di tali istituti li rendeva soggetti fondamentali nella lotta per il superamento della società borghese, avendo qualcosa da insegnare ai soggetti il cui orizzonte di vita è costituito dai “paesi ancora asserviti dal regime capitalistico” .

La possibilità di questo nuovo sviluppo storico si fondava, per Marx, sulla contemporaneità fra la esistenza di antichi istituti comunitari e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico sulla cui base si sono sviluppati tanto i processi di universalizzazione delle relazioni sociali quanto l’emergere del valore della individualità con la connessa idea moderna di libertà: «se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda, allora l’odierna proprietà comune della terra in Russia potrà servire come punto di partenza ad uno sviluppo in senso comunistico» (Prefazione alla edizione russa del Manifesto, del 21 gennaio 1882).

Se, come spesso ci ricorda Cavallaro, il nodo che abbiamo da sciogliere è quello di superare/sopprimere il dominio del denaro (capitale) nella determinazione del quanto, come e cosa produrre, è altrettanto vero che questo compito, che segna per le sue dimensioni una intera epoca storica, non può essere ridotto alla definizione di una autorità centrale a (livello planetario), ma ci riconsegna il problema della invenzione e costruzione di percorsi decisori pubblici e democratici, non (più) mutuabili dalle esperienze degli stati nazionali, senza ovviamente con ciò volere demonizzare le esperienze del Novecento, né darne una rappresentazione caricaturale, come troppo spesso capita di leggere. Questa invenzione storica, anche di articolazioni istituzionali, oltre che economiche e sociali, può essere solo il prodotto di un movimento in cui cooperino creativamente tutti i soggetti che già oggi fanno pratica (contraddittoria quanto si vuole) di relazioni sociali non mercantili e non autoritarie. [1]

Queste considerazioni ci fanno comprendere come l’affermazione del vecchio Marx: «Quel che è certo è che io non sono marxista», sia più di una semplice battuta, e sia invece il frutto di un ripensamento su questioni fondamentali, anche se spesso poste nella forma di una mera reinterpretazione dei propri testi piuttosto che di una loro smentita (mai fatta).

Sul cambio di prospettiva realizzatosi nel pensiero di Marx negli anni Ottanta aveva insistito molto Enrique Dussel ( El último Marx (1863-1882) y la liberacion latinoamericana [1990], ed. it. L’ultimo Marx, manifestolibri 2009), che nel capitolo finale, Dall’ultimo Marx all’America Latina, mostra come la concezione unilaterale della storia universale abbia dominato il pensiero di Marx fino alla pubblicazione del primo libro del Capitale, per essere poi abbandonata alla fine degli anni Sessanta anche in relazione ai rapporti sempre più significativi con i rivoluzionari russi di tendenza populista. Dussell legge il cambio di prospettiva dell’ultimo Marx – in opposizione alla continuità engelsiana – anche confrontandosi con Rosa Luxemburg, nella prospettiva della costruzione di un diverso orizzonte etico-politico dell’agire, che colga l’importanza della dimensione popolare e nazionale, cui Marx avrebbe iniziato a guardare proprio seguendo con partecipazione quanto accadeva in Irlanda e ripensando con diversi occhi la questione contadina. Da queste letture marxiane Enrique Dussel può quindi ricavare ispirazione per l’orientamento nell’azione politico-sociale in America Latina, dove il modello europeo di movimento socialista sarebbe privo di prospettive.

Rispetto al testo di Dussel, il recente volume di Marcello Musto (a parte diversità di accenti, che comunque non mi sembra modifichino l’essenziale, se non per uno sguardo accademico e museale all’opera di Marx) ci offre una visione più ampia della vita intellettuale dell’ultimo Marx. Da essa emerge con forza la testimonianza (quanto di più prezioso ci lasciano i suoi ultimi anni) di una ricostruzione unitaria dell’intero suo lavorio privo di attese dottrinarie. Ma soprattutto, confrontata con i compiti cui siamo oggi chiamati, ci impone la consapevolezza che l’unico orizzonte sensato dentro cui pensare la parola comunismo è quello che pone al centro della sua costituzione la dimensione antropologica, l’ essere umano in quanto tale, cogliendo le sue vicissitudini non solo nella lunga storia della modernità (sin dal suo esordio, vedi le interpretazioni radicali della riforma protestante), ma specialmente nella lunghissima storia della nostra umanità, che, per tempi cronologicamente maggioritari e antropologicamente costitutivi, ha visto nel comune l’ambito primario dello svolgersi della sua esistenza.

​[1] L’articolo, pubblicato l’11.9.2001, è ancora reperibile nel web col titoloLe comuni rurali: Marx censurato. L’attentato alle Torri gemelle interruppe il dibattito per ovvie ragioni politiche e giornalistiche. L’intero dibattito è stato poi pubblicato nel 2002 da Deriveapprodi in appendice a Karl Marx, Discorso sul libero scambio.

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Benedetto Vecchi, Il Manifesto

Una condivisione di pensiero critico

Cento anni separano il presente da un «evento» che ha cambiato il corso della Storia.

Un secolo dove la speranza di una trasformazione radicale del vivere in società si è nutrita dell’immaginario di uomini e donne senza voce che prendevano la parola e sovvertivano gli assetti di potere. Era il coronamento di quella rivoluzione che Karl Marx aveva inseguito per tutta la sua vita. Soltanto che il filosofo di Treviri l’aveva vista possibile in altri paesi da quella dove accadde. Soltanto in tempi recenti studi sull’Ultimo Marx (il titolo del volume di Marcello Musto per Donzelli) hanno messo in evidenza come, stanco e con il corpo segnato da anni di studio e condizione precarie, si interessasse alla formazione sociale russa, intravedendo anche in quell’immenso territorio possibilità di una rivoluzione.

La rivoluzione d’ottobre aveva comunque cambiato il corso della storia. Solo un giovane Antonio Gramsci diede un titolo «ambivalente» per qualificare la Rivoluzion. Era «La rivoluzione contro il Capitale», alludendo al fatto che la presa del Palazzo d’Inverno poteva essere letta sia come una rivoluzione contro il Capitale, ma anche come esito diverso da quello previsto dall’autore del Capitale. Una ambivalenza potente che apriva la strada a inedite opzioni politiche.

DI QUELL’ESPERIENZA rimane ormai ben poco. Da una parte c’è chi chi la demonizza come l’avvio di un progetto autoritario di imporre con la violenza un mutamento antropologico – l’uomo nuovo – contrario alla natura umana. Dall’altra una diffusa nostalgia di quell’ordine politico e sociale sovietico da contrapporre alla miseria del presente. Due atteggiamenti opposti, ma tuttavia speculari nel rifiuto di ogni possibile cambiamento dell’esistente. Crollato il Muro di Berlino rimaneva solo il capitalismo a plasmare la vita sociale. Per i «nostalgici», invece, ogni movimento, esperienza politica radicale del presente è niente rispetto alla grandiosità dell’Ottobre sovietico. Il nichilismo e l’antipolitica a sinistra hanno radici in questo rifiuto a vedere la ricchezza del possibile.

Il convegno e la mostra romane che si aprono a Roma la prossima settimana vogliono passare indenni nel passare tra la Scilla della demonizzazione e il Cariddi della nostalgia, forti di una platea di relatori – e di artisti – che in tutti questi anni hanno ripensato Marx e, in misura minore Lenin, senza nulla concedere a una lettura consolatoria e canonica. Ognuno lo ha fatto in solitudine oppure in sintonia con il movimenti sociali che hanno scandito la vita planetaria in questi anni che ci separano dal crollo del Muro di Berlino. Ma nessuno ha dato vita a una «scuola».

LA DECLINAZIONE plurale del marxismo e del comunismo consegna un corpus teorico articolato, differenziato, ma niente affatto crepuscolare. Tra i relatori invitati ci sono teorici che hanno messo Marx sottosopra per metterlo a verifica in un capitalismo divenuto mondiale. E come è cambiato il processo produttivo, intendendo con questo non solo il lavoro vivo, ma anche la circolazione delle merci e il ruolo preponderante della finanza, mutate sono anche le forme politiche. Insomma, gli appuntamenti romani possono essere considerati come una platea di chi in questi ultimi anni «del nostro scontento» ha continuato a produrre teoria. La condivisione del sapere non è solo propedeutica alla sua diffusione, ma può aprire nuovi percorsi di ricerca.

L’eterogeneità dei punti di vista può risultare un limite. Può infatti risultare un occasione dove più che una sinfonia, l’esito sia la declamazione di cose già lette e scritte. Ma come in ogni concerto, quel che conta è seguire la partitura. Quella che emerge dal nutrito programma di questo convegno è una partitura ambiziosa e niente affatto neutrale. La posta in gioco, infatti, è una rinnovata e pungente critica dell’economia politica. Per vedere se le basi di tale obiettivo saranno state gettate, ci sarà tempo e modo. Quel che è evidente è che da parte degli organizzatori non ci siano preclusioni e che la pratica scelta sia quella dell’ascolto. D’altronde che il marxismo e il comunismo dovessero essere declinati al plurale lo aveva già scritto, a mo’ di introduzione di un’opera dimenticata ma tuttavia ancora fertile, era stato lo storico inglese Eric Hobsbawmn, quando nel primo volume della Storia del marxismo pubblicata da Einaudi invitava ad abbandonare i lidi sicuri del già noto per inoltrarsi nel mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione. Ma anche questa è storia passata, anche se di un passato prossimo.

Nelle pagine che seguono ci sono solo frammenti di quanto verrà presentato a Roma. Ma interessanti sono le quaestiones che saranno affrontate e di come sono state affrontate da parte degli intervistati o di chi ha mandato il suo contributo per iscritto.

Il decalogo dei temi scelti è però chiaro.

GLOBALIZZAZIONE, nuova divisione internazionale del lavoro, mutamento della composizione sociale del lavoro vivo. La mobilità e il diritto di fuga esercitato dai migranti. Il conflitto tra i sessi, non rinchiudibile nella gabbia delle pari opportunità o di un emancipazionismo che taglierebbe fuori gran parte dell’altra metà del cielo. La Rete come «incarnazione» di una pervasiva società del controllo, ma anche come spazio pubblico attraversato dai conflitti sociali e di classe. Ma anche sinonimo di quello che in ambito anglosassone viene chiamato platform capitalism, cioè di tutte le società, imprese che puntano a valorizzare, capitalisticamente, la circolazione e distribuzione delle merci. Già questi primi elementi lasciano intravedere la matassa da sbrogliare. E se a questo si aggiunge le quaetiones inerenti il Politico il rischio di paralisi è massimo. Ma anche in questo caso, elementi, brandelli di sapere critico possono essere condivisi.

LA CRISI della rappresentanza ovviamente occupa un posto d’onore. Ma anche crisi delle forme di governance elaborate e messi in campo in questi anni com forme di governo mondiale. E dunque rapporto tra globale e locale, mentre le geografie dell’imperialismo vedono emergere nella scena mondiale paesi come l’India, la Cina, la Russia, il Brasile e il Sud Africa. Nei workshop ci sono inoltre appuntamenti dedicati al neomunicipalismo, alle tante forme di mutalismo autogestito, come obbligato campo di intervento politica da parte dei movimenti sociali variamente invitati a portare il loro contributo.

Un ampio carnet, quindi. L’interesse per questo di un giornale come «il manifesto» non è occasionale. Sono quaestuiones che nel fare un giornale politico hanno il sapore della contingenza e della cronaca quotidiana. Questo, per il momento, è il nostro contributo alla riuscita dell’appuntamento. Ci sarà tempo e luogo per verificare se la talpa del pensiero critico ha ben scavato.

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Alfio Neri, Carmilla. Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione

Da cinquant’anni mancava un’introduzione ai Grundrisse. Oggi finalmente abbiamo un testo che ci permette di affrontare iLineamenti fondamentali di critica dell’economia politica.

I Grundrisse sono un testo enormemente difficile sotto tutti punti di vista. Sono appunti non destinati alla pubblicazione che offrono problemi di lettura colossali. Tuttavia, dietro la loro forma contorta, essi percorrono vie analitiche molto originali non sempre sfruttate.

La storia dei Grundrisse è fortunosa. Rimasti nascosti per un secolo, pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale, divennero noti dopo la prima ristampa tedesca del 1953. Negli anni cinquanta non furono quasi letti e solo in seguito furono recepiti come possibile alternativa al dogmatismo dell’ortodossia sovietica. Assieme agli scritti di Gramsci e ai manoscritti economico-filosofici del 1844, i Grundrisse aprirono la via alla possibilità di un nuovo marxismo critico di cui vi era un enorme bisogno teorico.

Nonostante il loro importante apporto concettuale, i Grundrisse non furono recepiti subito. Una ragione stava nelle loro enormi difficoltà di comprensione. Il testo non era destinato alla pubblicazione e questo lo si vede ancora benissimo. Adesso, dopo cinquant’anni, finalmente abbiamo un’opera che ci permette un approccio critico. Di questo lavoro, così prezioso e così inattuale, dobbiamo ringraziare il curatore, Marcello Musto. La sua opera di analisi storico-filologico-concettuale è di un’utilità straordinaria.

Il lavoro si articola in tre parti: nella prima vi sono le interpretazioni critiche dei Grundrisse; nella seconda le vicende di Marx al tempo della loro stesura; nella terza c’è la storia straordinaria della loro diffusione e recezione.

I saggi della raccolta, che comprende i contributi di 32 autori, permettono di affrontare i testi marxiani a strati, procedendo per gradi. Il lavoro è pensato per affrontare percorsi concettuali differenti e per focalizzare tematiche analitiche differenziate. Per questi motivi, mi permetto di segnalare una serie di percorsi di lettura di questo libro. Ne rimangono comunque molti altri che, per brevità, non riporto ma che, non per questo, sono meno importanti.

La porta d’ingresso dei Grundrisse è l’ Introduzione del 1857 . In questo scritto Marx afferma chiaramente che la filiera Produzione/Distribuzione/Scambio/Consumo va intesa come una totalità. Non esistono individui isolati che lavorano separatamente, così come non esistono individui separati che parlano fra loro lingue private. Analogamente il processo di produzione va inteso come una totalità organica e storico-sociale. Questi concetti sono resi (più) comprensibili dall’attento saggio di Musto Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857 1 .

Un intervento centrale è quello di Carver sull’alienazione 2 . Lo segnalo perché dimostra la continuità fra il concetto di alienazione presente nel giovane Marx e il concetto di sfruttamento del Marx maturo. La dimostrazione di questa continuità di temi, fa tramontare definitivamente l’interpretazione di Althusser imperniata sull’ipotesi di una cesura epistemologica fra il giovane Marx e il Marx maturo 3 .

Un altro contributo rilevante riguarda le Forme che precedono la produzione capitalistica. Questa sezione, in passato pubblicata separatamente dagli Editori Riuniti, è illuminata dal saggio di Ellen Meiksins Wood 4 . L’autrice evidenzia i contributi storiografici degli ultimi decenni, rileva come Marx, mentre sviluppa la sua analisi storico-sociale, diventi sempre meno determinista, dimostra in modo convincente che la sequenza Modo di Produzione Asiatico-Classico-Feudale-Capitalistico non ha alcun valore teleologico.

Il cuore incandescente del dibattito teorico è però incentrato sulla teoria del Valore. Questo concetto è analizzato, ricostruito e riconfrontato con la tarda modernità nell’importante saggio di Postone 5 , forse il più importante dell’intera raccolta. Si tratta di un saggio che, per quanto sembri un commento esegetico, in realtà è l’abbozzo di un orizzonte marxiano di superamento dell’ortodossia marxista.

In questo momento, questo libro è il miglior approccio possibile alla lettura dei Grundrisse 6 . I saggi guardano al futuro e non hanno un’ottica antiquaria o nostalgica. Capiamoci, il passato si è ormai dileguato. Quello che conta è guardare al futuro.

Nota: Sono liberamente scaricabili qui l’indice del libro, il retro di copertina, la premessa di M. Musto, l’introduzione di Eric Hobsbawm e il saggio di M. Musto Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo.

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Alessandro Visalli, Nella fertilità cresce il tempo

Marcello Musto, “L’ultimo Marx”

Marcello Musto è di Marx in qualche modo uno specialista, attualmente visiting professor di sociologia teorica a Toronto, presso la York University, nel 2103 ha pubblicato “Ripensare Marx e i marxismi” (una presentazione qui), oltre ad una serie di antologie e volumi collettanei sullo stesso tema che sono stati tradotti in venti lingue.

In questo libro l’autore focalizza gli ultimi due anni di vita del grande tedesco. Per certi versi, come vedremo, anni sorprendenti.

Prima di entrare nella lettura del testo definiamo meglio il contesto. In questa intervista l’autore inquadra la sua visione (certamente militante) del momento nel quale i suoi studi sullo scrittore di Treviri si inquadrano.

Occorre anche dire che di Marx ci siamo occupati leggendo il saggio monografico di Nicolao Merker, un altro grande specialista recentemente scomparso, “Karl Marx”. Quella di Merker è una lettura sistematica per fasi della vita, della formazione, delle prime lotte ed esperienze nel contesto del liberalismo radicale ed il giornalismo politico, l’avvio della riflessione economica, l’incontro con i grandi momenti della cultura del suo tempo, Rousseau, Montesquieu, Machiavelli, Hamilton, Tocqueville, Beaumont ed il rovesciamento materialistico di Hegel (lo spacciare come essenza ciò che semplicemente è), e finalmente a partire dal 1843 l’incontro a Parigi con la riflessione socialista (ed anarchica), ma anche con la critica radicale della religione di Feuerbach e le riflessioni di Hess sulla natura del denaro. Ne la “Questione ebraica” Marx supera l’impostazione liberale per chiamare alla necessità di una emancipazione che non sia solo politica, e comincia ad emergere l’idea, al momento ancora confusa (ma in ultima istanza sempre poco definita) di una “emancipazione umana generale” per la quale serve una classe generale che non può essere identificata se non nel proletariato. Obiettivo deve essere l’emancipazione dell’uomo. Proudhon e Bakunin sono le sue frequentazioni di questo periodo, e le vicende storiche del turbolento periodo che precede il 1848 sono lo snodo nel quale si forma la sua concezione della lotta politica e della rivoluzione stessa (a partire dalla fallita rivolta dei tessitori slesiani del 1845). Come dell’idea (astratta riflessione che è altro dal concreto farsi dell’azione) del “comunismo” come “reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo” ( Manoscritti, 1844).

Nell’esilio, prima a Bruxelles e poi a Londra, muoiono a Marx tre figli (Edgar, otto anni, Guido e Franziska, di pochi mesi) per le difficoltà economiche e ambientali. Credo che nessuno passerebbe indenne una simile prova. Il suo pensiero si radicalizza, viene formulata (in alcune lettere e nel “Diciotto brumaio di Luigi Napoleone” la tesi che la classe operaia deve imporre una sua “dittatura”. E più in generale le tesi secondo le quali le classi sociali sono legate alle fasi di produzione, che la lotta tra queste porta alla dittatura della classe più generale (il proletariato), e che questa ultima fase apre alla dissoluzione di tutte le classi. È, in questi primi anni cinquanta, la tesi che prevarrà nella vulgata comunista.

I dieci anni successivi sono impegnati nella redazione del “Capitale”, la cui prima edizione è del 1867. L’antinomia centrale è che la produzione ha un carattere sociale, deriva dal lavoro complessivo della società, dell’accumulo della propria sapienza, e dal lavoro comune dell’umano, mentre il suo plusvalore viene catturato per sé, e reso privato, dal proprietario dei capitali che sono stati impiegati. Si ha qui uno scontro di diritti, tra i quali alla fine deve decidere la forza (M., p.112). Questa forza, sostiene viene coltivata dallo stesso capitale:

“la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalista, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso ” (corsivi di Marx, Il Capitale, p.826).

Attraverso l’analisi generale ed astratta della forma del valore, della merce quale in ultima analisi lavoro umano oggettivizzato (per cui solo la produzione con applicazione di lavoro umano, e non la circolazione crea realmente valore), Marx vede, in sostanza, all’opera costrizioni sistemiche che prendono i singoli lavoratori (o capitalisti), incarnate nella “libera concorrenza”, ovvero nelle leggi immanenti del mercato concorrenziale, e che agiscono come forze esterne sul singolo. Non è questione morale, non si tratta dunque di dire che “la proprietà è un furto” (Proudhon), ma di una morfologia storico-sociale concreta, derivante dal processo di autovalorizzazione intrinseco del capitale in quanto tale. Nel cap. VIII si legge quindi che qui si tratta di uno scontro non tra “buoni” e “cattivi”, o tra diritti contro furti, ma di “diritto contro diritto” (ivi, p.269). Entrambi i diritti (quello del lavoratore che cerca di appropriarsi del frutto oggettivato del suo lavoro, o nel caso di ridurre la propria giornata lavorativa) sia del datore di lavoro (che cerca di estrarne il più possibile, o nel caso di estenderla) si scontrano sul piano fattuale. Sono eguali, e deve decidere la forza. La forza delle due classi contrapposte. Lo scontro dipende interamente dalla situazione oggettiva delle classi sociali per come si configurano storicamente i rapporti di produzione (che, naturalmente, implicano dimensioni sia materiali sia spirituali).

“Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile. … Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza. Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa [o la sua remunerazione] si presenta come lotta per i limiti – lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia ” (Marx p.269).

Il vero limite nella produzione capitalistica è per Marx in qualche modo il capitale stesso, cioè il fatto che “ la produzione capitalistica è il capitale stesso”. Che, cioè, “la produzione è solo produzione per il capitale”, e non invece “ per la continua estensione del processo vitale per la società dei produttori” , per la quale cui i mezzi di produzione sono solo mezzi, e non scopo. Questo motivo attraversa l’intera critica di Marx, sin dagli scritti giovanili, il “fine ampio”, il pieno sviluppo delle forze produttive (ricordando l’accezione ampia del termine), nella pratica della società capitalista, va in conflitto con il “fine ristretto” che è la valorizzazione del capitale esistente. Ma questo “fine ristretto”, che è davanti agli occhi di ogni singolo capitalista, lo costringe con il suo potere sistemico.

Ci sono qui, come sostiene Honneth in “ L’idea di socialismo ” tre motivi strutturanti e divenuti problematici:

– Che per superare l’antinomia bisogna superare in effetti il meccanismo del mercato , cioè l’economia di mercato che critica per i suoi effetti disumanizzanti sin dagli anni giovanili;

– Che i moventi per ottenere questo effetto, contrapponendo forza a forza, siano in effetti già contenuti nei rapporti sociali esistenti ;

– Che quindi la trasformazione si compirà per necessità storica, attraverso una sorta di progressivo allargamento (idea già contenuta nel “ Manifesto del Partito comunista”) e quindi un miglioramento rettilineo della storia umana, effetto delle lotte di classe, e, forse soprattutto, attraverso lo sviluppo storico dei modi di produzione e della tecnica che va in direzione sia di un sempre maggiore padroneggiamento della natura, sia dello sviluppo sociale verso la società dell’abbondanza.

Queste idee le oggi troviamo, in forma fossile, dove sembrerebbe insospettato. In qualche modo ispirano oggi i più entusiasti cantori della mondializzazione e dei suoi destini progressivi. E buona parte dell’horror vacui che prende anche i critici , messi davanti alla prospettiva di un suo “ripiegamento” (come si trova a dire Bersani ) si riesce a spiegare in funzione di una mancata riflessione su questi presupposti. La storia sembra naturalmente diretta all’allargamento; l’entrata in campo da protagonisti dei paesi ex poveri (ammessi alla tavola dello sfruttamento capitalistico) sembra dunque un progresso indiscutibile. Un esito della razionalizzazione, con l’uscita di parte dell’umanità dalle tenebre delle forme produttive precapitaliste.

La mondializzazione stessa, nel momento in cui è connessa all’esito di dinamiche evolutive tecnologiche (cioè allo sviluppo di pacchetti di tecnologie abilitanti scambi ad un diverso livello di potenza, e dunque di capacità di costringere entro la propria logica) è presa per una tappa verso la società dell’abbondanza (e qui persino uno come Mason, nel suo interessante “Postcapitalismo ”, cammina su questo ambiguo crinale).

Ci sono, peraltro, tracce abbondanti di questo scivolamento nel Marx del “ Capitale”, in particolare nella parte curata da Engels (che contribuisce fortemente a rendere lineare un pensiero che non lo è affatto), nella quale sembra diventare indispensabile che il superamento derivi dalla piena estensione e sviluppo delle forze produttive. Un’idea contenuta già nel 1846 nell’”Ideologia Tedesca”, infatti che questo è “un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria, e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario, e tornerebbe per forza tutta la vecchia merda” (ivi., p.34). E’ contenuta, ma in forma “pratica”, non “teorica”.

Invece scrive lo stesso Marx nel quarantottesimo capitolo del Terzo Libro, che se “il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna” (p.933) esso, però, “si trova per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria”. Nella reciproca espansione di bisogni e capacità produttive, la libertà infatti può darsi solo se “l’uomo socializzato, cioè i produttori associati” regolano “razionalmente” il loro “ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca”. Ciò implica “ che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa ”. Insomma, a partire dalla riduzione della giornata lavorativa, che è “condizione fondamentale” di tutto ciò, sul vecchio “regno della necessità” quanto più ridotto ed efficiente possibile, sorge il “regno della libertà”, che è “lo sviluppo delle capacità umane, fine a se stesso”.

Questo è il problema più acuto che una riflessione sull’ultimo Marx può aiutare a definire: è necessario per giungere al “regno della libertà”, per l’uomo, distruggere nel fuoco della tecnica e sopravanzare seguendo la logica dell’autodispiegarsi della capacità produttiva le forme di vita che sono attualmente presenti, ed i rapporti sociali che le contraddistinguono?

Abbiamo visto che Axel Honneth propone un movimento alternativo, nel quale (anche in una originale rilettura del movimento dialettico hegeliano) si tratta invece di considerare le sfere delle relazioni personali, di quelle economiche e della sfera pubblica politica come internamente relazionate le une alle altre, rispettando le proprie specifiche norme e senza gerarchie predefinite, ma in qualche modo convergendo sulla terza per garantire la riproduzione ordinata della società. Il reciproco adattamento deve avvenire, cioè, intorno a sfere pubbliche nelle quali, in modo approfondito e attento alle specificità, le questioni bisognose di regolazione e le relative soggettività in cerca di riconoscimento possano essere poste e accolte. Il luogo dove questo accade, in prima battuta, è lo Stato-nazione.

Ma per vedere cosa avrebbe da dire il vecchio Marx su quest’intreccio di questioni leggiamo ora la ricostruzione che ne fa Musto. L’ultima riflessione del sofferente, vecchio, combattente si intreccia intorno a due temi che si intersecano: gli studi antropologici, che compie sul lavoro di Lewis Morgan , un etnologo ed antropologo americano che a lungo studiò e visse con le popolazioni indiane, che gli interessava per tentare di ricostruire non in astratto ma nel concreto degli studi empirici disponibili la sequenza di costruzione dei differenti modi di produzione.

Quindici anni dopo la pubblicazione del primo libro del Capitale, e mentre scrive le bozze del secondo e terzo, il problema era per lui aperto. Dalle annotazioni di Marx al libro di Morgan, dove questo giudicava la società borghese limitata e quelle primitive solidali e democratiche, si registra l’auspicio di “un tipo di società superiore”, che però recupera ad un altro livello le caratteristiche positive delle antiche collettività. Una nuova forma di produzione e di consumo, che non può sorgere in base ad una evoluzione meccanica, ma attraverso la lotta cosciente delle lavoratrici e dei lavoratori (Musto, p.27).

Mi pare interessante riportare il passo di Morgan annotato:

“la dissoluzione della società promette di essere l’unico possibile risultato di un corso storico in cui la proprietà e la ricchezza continuassero ad essere il fine e l’obiettivo dell’umanità; questo perché un cosiffatto corso storico contiene in sé gli elementi dell’autodistruzione. Democrazia nel governo, fratellanza nei rapporti sociali, eguaglianza dei diritti e privilegi, e istruzione per tutti senza discriminazioni: così ci dobbiamo prefigurare quella futura condizione della società verso cui ci spingono, costantemente, l’esperienza, l’intelligenza e le conoscenze finora accumulate. Sarà (un tipo di società superiore) un ritorno, in forma superiore, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes”.

Certo anche l’ultimo Marx, nella tessitura complessa dei molti interessi di ricerca che attraversano la sua opera, si dedica (anzi, con rinnovata lena) agli studi matematici (calcolo infinitesimale ed integrale) stendendo anche un trattatello, che lo portano ad arditi paralleli del tutto nello spirito del tempo. Se, infatti, “non è possibile risolvere un’equazione che non racchiuda nei suoi termini gli elementi della soluzione”, (risposta a Ferdinand Nieuwenhuis) anche “un governo socialista non giunge alla guida di un paese senza che le circostanze siano arrivate al punto che egli possa, prima di ogni altra cosa, prendere le misure atte a intimidire la massa dei borghesi e conseguire così, il primo obiettivo, il tempo per l’azione efficace”. Naturalmente quali siano dipende “in tutto e per tutto dalle reali condizioni storiche in cui bisognerà agire”. Non bisogna “distrarsi dalla lotta presente” anticipando dottrinariamente esiti futuri, e “fare riferimento alle condizioni immediate e reali di questa o quella nazione specifica”.

Mentre si occupava, come sempre, dell’attualità (ad esempio della crisi iniziata nel 1873 ed ancora in corso, o dell’esito del sovrainvestimento finanziario derivante dal ciclo ferroviario) pronostica una futura sollevazione in India, per uno sfruttamento coloniale che “grida vendetta”.

Ma una delle vicende più importanti la incontra quando la rivoluzionaria russa Vera Zasulic gli mandò nel 1881 una lettera sulla quale Marx lavorò a lungo. In essa veniva chiesto se la “comune rurale” sia una formazione sociale in grado di svilupparsi sulla strada del socialismo, ovvero di essere “la base di una produzione e distribuzione di prodotti su basi collettivistiche”, oppure se questa tradizionale formazione russa (creata a metà dell’ottocento dalla dissoluzione della forma sociale della servitù della gleba), che è anche nota anche come “Mir”, sia destinata ad essere soppiantata da “più avanzate” formazioni storico-sociali, passando per le quali, alla fine si arriverà al socialismo per via della maturazione delle relative condizioni.

La rivoluzionaria russa (che pure condannò la rivoluzione d’ottobre proprio giudicandola “prematura”) all’epoca faceva parte della formazione populista “ Ripartizione nera ” (cui aderivano Plechanovm Aksel’rod ed altri) che poi confluì nel marxismo spostando il focus dell’azione dai contadini agli operai (fondando “ Emancipazione del lavoro ”, fondato nel 1883) già da come pone la domanda chiaramente propende per la prima opzione. Ma c’è chi giudica la comune rurale una forma arcaica della storia, condannata in quanto tale a perire.

La domanda è, in altre parole, se le forme comunitarie precapitaliste, in quanto tali, dovessero essere considerate residui storici, condannati dalla sua logica inesorabile di progressiva efficientazione e messa in connessione.

Durante questa discussione Marx chiarisce un punto preliminare della massima importanza: nei numerosi punti in cui nella sua opera (dagli scritti giovanili al “Capitale”) aveva sempre sottolineato la funzione progressiva di liberazione delle energie condotta dalla borghesia, dal modo di produzione industriale e dello stesso capitalismo (Musto ne fa un breve riepilogo a pa. 57-60), egli stava in effetti descrivendo il caso storico concreto “del percorso seguito dall’ordine economico capitalista per uscire dal grembo dell’ordine economico feudale”. Dunque era riferito solo all’Europa occidentale. In essa lo sviluppo delle forze produttive, e la concentrazione del lavoro (con l’esproprio delle condizioni diffuse di produzione preesistenti che ne è il presupposto) in pochi luoghi, avviava la dinamica tante volte descritta che crea le condizioni della futura socializzazione. Ma questo era solo “uno schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale”, non “ una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli, indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano i posti ” (Karl Marx, alla redazione della Otecestevennye Zapiski, cit. p.61).

Una simile “teoria storico-filosofica” avrebbe infatti solo una “virtù suprema”, quella di essere “sovrastorica”.

Tre settimane di lavoro intenso portano a tre lunghe bozze ed una minuta della lettera finale, in francese, nelle quali, ribadisce la limitazione dei suoi precedenti abbozzi storici al caso dell’Europa occidentale ed afferma con forza che i casi non possono confrontarsi. La comune agricola russa è aperta due possibilità, o prevale “l’elemento della proprietà privata sull’elemento collettivo” o il contrario. Dipenderà dalle circostanze. Il fatto che la Russia sia nella possibilità di trarre esempio, ispirazione e sostegno dalla produzione capitalistica, che nel frattempo si è comunque sviluppata (al prezzo di grandissimi sofferenze) nell’Europa occidentale, rende possibile, anzi, che “ appropriandosi dei risultati positivi di questo modo di produzione, essa si trovi, dunque, in grado di sviluppare e trasformare, invece di distruggere, la forma ancora arcaica della sua comune rurale ” (p.66).

In questo caso, senza passare sotto le forche caudine del sistema capitalistico, i contadini ne potrebbero utilizzare ed integrare le acquisizioni positive. Così come non è necessario superare tutte le fasi tecnologiche (dal telaio meccanico, a quello a vapore, poi ai bastimenti a vapore, poi le ferrovie, e via dicendo) od organizzative (prima le fiere, poi le borse merci, poi le banche, le società per azioni, …) per impostare un sistema economico avendole davanti pronte tutte.

Dunque le comuni agricole in effetti rappresentavano il potenziale di “un primo raggruppamento sociale di uomini liberi, non strettamente vincolati da rapporti di parentela”. In altre parole, queste avrebbero potuto essere in qualche modo rivoluzionate (superando gli elementi individualisti e l’isolamento premoderno che le caratterizzava) non dal capitalismo ma dal socialismo. Ovvero essere meccanizzate (“soppiantare gradualmente l’agricoltura parcellizzata con l’agricoltura combinata con l’impiego delle macchine”) ed organizzare il lavoro cooperativo su larga scala, fondandosi sull’esistente proprietà comune della terra. Riprendendo temi presentati anche dal suo ex amico Bakunin (ed in seguiti ripresi venti anni dopo da Tolstoj) Marx immagina anche che si possa passare a forme di autogoverno.

La comune è, insomma, il possibile “fulcro della rivoluzione sociale in Russia”.

Nel resto del libro, in alcuni commoventi capitoli, Musto descrive i tormenti del “vecchio Nick”, che resosi conto dell’essere la rivoluzione un processo lungo e complesso, affronta l’ultima giostra della vita che gli destina dolori non redimibili. La morte della moglie ed il declino delle sue facoltà fisiche ormai inarrestabile.

Il 14 marzo 1883, alle 14.45, assistito dal suo amico Engles, Karl Marx muore.

Abbiamo visto che Michéa, in “ I misteri della sinistra ” qualifica come “zoccolo duro di tutte le concezioni borghesi del mondo”, quella metafisica del “progresso” che definisce la storia dal punto di una “teoria storico-filosofica” e non manca di avere profonde radici anche in buona parte del movimento socialista e in alcuni stessi scritti di Marx (ma soprattutto di Engels). Questo “operatore filosofico”, in seguito, si irrigidisce nelle opera di Plekhanov o di Kautsky e, rinforzando la matrice positivista e scientista, conduce a quegli esiti aporetici che sia Honneth come il Trentin che abbiamo già letto denunciano. Si tratta dell’idea che il “metodo di produzione capitalista” (cioè, nella versione novecentesca, il fordismo ed il taylorismo, oggi il postfordismo della flessibilizzazione e mobilitazione di ogni risorsa, quindi le forme della mondializzazione) sia sempre nella sostanza una forma della ragione, e dunque sia una “tappa storicamente necessaria” verso il pieno dispiegarsi di qualsiasi, futura, società liberata.

È la forma che prende oggi il mito della crescita illimitata, e della portata emancipante della tecnologia.

Passa in secondo piano allora la critica, pur così presente nel primo Marx, ed in diverse correnti proto socialiste, della reificazione dell’uomo nei processi produttivi. Si può ad esempio vedere alcuni brani del “Manoscritti Economico filosofici del 44”, sull’ estraneazione del lavoro , oppure della “Critica al programma di Gotha” in questo commento ad un post di Milanovic sul superamento del denaro per effetto della riduzione tendenziale dei costi marginali, o, ancora, su un tema vicino un commento al “frammento delle macchine” nei Grundisse.

Nascono infine così anche quelle visioni dell’emancipazione come rottura e liberazione da ogni vincolo, in primo luogo comunitario nelle quali ancora molti sono impegnati.

Sarebbe utile, almeno, non arruolare Marx in questa battaglia: lui era più complesso ed interessante di così.

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Alfio Neri, Carmilla. Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione

L’ultimo Marx

Non era solo un vecchio malandato. La salute di Marx era malferma ma il suo cervello funzionava. Avere problemi fisici non significa essere rincoglioniti.

La tradizione marxista lo descrive come un vecchio infermo, un santo laico che aveva appena fatto in tempo a finire la sua immane opera.
La verità è diversa. Il vecchio tabagista non mollò mai, anche dopo aver smesso di fumare.
Marx non fu mai la sfinge granitica dei monumenti sovietici e non ebbe mai la triste certezza dogmatica dei suoi peggiori seguaci.
Diffidò sempre delle dottrine tascabili sfornate dai suoi seguaci più ottusi. Non recitò mai la parte del profeta barbuto che indica il sol dell’avvenire.
Dalle lettere si vede molto bene che non si fidava di parecchia gente; spesso gli stessi che, più avanti, avrebbero fatto del marxismo il loro mestiere.
Di Kautsky pensava che fosse una “mediocrità”1. Il suo giudizio sul futuro massimo dirigente della socialdemocrazia tedesca mostra il suo enorme intuito.
La leggenda che, alla fine della sua vita, il vecchio ex-tabagista avesse soddisfatto la propria curiosità intellettuale è falsa. Marx continuò a studiare e a proporre soluzioni nuove fino alla fine dei suoi giorni.
Nelle opere complete stanno per essere pubblicati gli ultimi duecento quaderni.
Il lavoro filologico ha riportato alla luce gli appunti personali di questi anni. Da questi materiali emerge un autore diverso da quello consueto. Il profilo intellettuale appare completamente nuovo.
I nuovi documenti e l’implosione dell’URSS hanno liberato Marx dalla necessità di interpretarlo alla luce della ragion di stato e del dogmatismo dottrinario.
Il rinnovato interesse sulla sua figura e il nuovo materiale fanno pensare che la reinterpretazione della sua opera sia destinata a continuare. Il punto di svolta ermeneutico, per Marcello Musto, inizia con la rilettura della parte terminale della sua opera.
In questa sede non bisogna adagiarsi sull’elegia.
La dignità della sua morte ricorda le trame di un racconto ottocentesco in cui le tragedie personali si intrecciano nelle grandi tempeste della storia moderna.
Tuttavia, al di là della questione umana, leggere la storia dell’ultimo Marx come il racconto storico di un uomo dalla vita romanzesca, non ha molto senso.
Per quanto si possa perdonare chi legge l’ultimo Marx con le lenti dell’analitica della finitudine umana, non è lecito proporre la vicenda intellettuale del vecchio Marx nell’ottica di un’estetica del tramonto. Il materiale mostra che il vecchio scorbutico (era davvero molto scorbutico) continua a combattere e studiare.
Nei suoi ultimi due anni, Marx studia antropologia, non passa il tempo a leggere romanzetti rosa.
La nascita di un movimento socialista in Russia lo pone di fronte a nuove importanti questioni. Vera Zasulič (fuggita dopo aver tentato di assassinare lo Zar) gli chiede se, nella sua opinione, sia possibile arrivare al socialismo senza passare per una fase di egemonia borghese.
Per dare una risposta alla questione inizia a studiare in profondità l’argomento ed entra in campi di studio che fino ad allora aveva trascurato.
I manoscritti inediti e le bozze delle lettere (inviate e non inviate) indicano che non era per niente soddisfatto delle risposte teoriche che aveva già formulato. Si accorge che la comunità rurale slava poteva essere lo strumento adeguato per passare dal feudalesimo al socialismo senza passare per il capitalismo2.

Marx non pubblica nulla di rilevante ma lo svolgimento dei materiali che elabora è antitetico a quello del marxismo storico.
Il percorso dialettico del suo pensiero gli evita di avvicinarsi alla questione in modo dottrinario e gli fa vedere subito cose che i suoi futuri seguaci non sarebbero mai stati capaci di comprendere.
Del resto è evidente che non si fidava di quelli che dicevano di ispirarsi ai suoi scritti. Sconfessa Hyndman perché era riformista3, ma le sue parole per i sedicenti discepoli ‘ortodossi’ non erano poi tanto diverse.
Di fronte a chi si dichiarava suo seguace, rispondeva con ironia “quel che è certo è che io non sono marxista”4.
Il punto di partenza per rileggere Marx sono queste sue ultime parole.
Adesso è finalmente possibile fare un bilancio perché tutta la sua opera sta diventando finalmente accessibile5.
Le nuove interpretazioni di Marx non possono che iniziare da qui, dalle sue ultime ricerche.
Nessuna elegia funebre, nessun interesse antiquario, nessuna estetica del tramonto, la posta in gioco è sempre la trasformazione del mondo.

Cfr. p. 46. Nell’epistolario Marx definisce Kautsky saccente, sputasentenze e di vedute ristrette; per quanto diligente per Marx rimane un mediocre. Engels definisce Kautsky un pedante, un dottrinario e un cavillatore nato. Come lato positivo trova che abbia un gran talento nel bere.
Cfr. pp. 49-75.
Cfr. pp. 84-87.
Cfr. p. 25.
Fra le opere che possono essere un nuovo punto di partenza critico segnalo il notevole E. Dussel, L’ultimo Marx, manifestolibri, 2009 (dimostra come l’opera di Marx sia costitutivamente aperta) e il pionieristico M. Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, 1981.

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Loris Narda, Commonware

Marx ad Algeri

“Qual è la legge ultima dell’essere?”

“La lotta!”

(Risposta di Marx a John Swinton)

Un bel testo il libro di Marcello Musto “L’ultimo Marx” (Donzelli Editore, 2016), che intreccia un piano biografico con uno più strettamente politico di quelli che furono gli ultimi anni di vita del Moro di Treviri. In questi ultimi anni gli studi di Marx furono diretti principalmente all’antropologia e alla storia, ma anche al colonialismo inglese e alle questioni legate allo sviluppo capitalistico fuori dall’Europa occidentale. Un testo che fin da subito mette in evidenza la rottura marxiana con il determinismo storico, o meglio, con quelle “teorie del Progresso” egemoni nell’Ottocento, che postulavano che il corso degli eventi segua un percorso già dato, cosa che contribuì non poco a produrre una passività fatalistica in alcuni pezzi del movimento operaio.

Ad esempio alla domanda di Vera Zasulič se la comune rurale russa (obščina) era destinata a seguire lo stesso esito di realtà simili esistite in Europa nei secoli precedenti, dove era avvenuta la transizione dalla società basata sulla proprietà comune alla società basata sulla proprietà privata, la risposta di Marx fu “assolutamente no”. Ovviamente qui la questione era molto più grande della comune rurale russa, e aveva a che fare con il fatto che interi paesi come la Russia (ma per estensione anche l’India o la Cina) dovessero seguire pedissequamente quelle che erano state le tappe dello sviluppo dell’Europa occidentale nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo: anche a questa domanda Marx rispose negando il determinismo di questo passaggio, dicendo che “eventi di un’analogia sorprendente ma verificatosi in ambienti storici diversi producono risultati del tutto disparati”, e che dunque la Russia poteva prendere oppure no la direzione di una nazione capitalistica sul modello delle nazioni dell’Europa occidentale.

Dunque l’ultimo Marx prese a considerare la possibilità che le comuni russe avrebbero potuto essere rivoluzionate non dal capitalismo ma dal socialismo, aggiungendo che “se la rivoluzione sopraggiungerà al momento opportuno e se concentrerà tutte le sue forze per garantire il libero sviluppo della comune rurale russa, quest’ultima presto si svilupperà come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista”. Traducendo:non è l’obščina in sé ad avere i germi di cosa diventerà, ma è il contesto sociale (la rivoluzione) che potrà dare una spinta in una direzione oppure in un’altra.

Molto interessanti sono anche i suoi ragionamenti sul colonialismo, in particolare su quello inglese, che secondo una visione escatologica e deterministica della storia avrebbe dovuto avere sì da un lato una forza distruttrice, ma dall’altro sempre anche una forza “rigeneratrice” nel trasportare quella nazione all’interno del capitalismo globale; anche qui Marx ci dice che ad esempio la distruzione inglese dell’agricoltura indiana fu soltanto una pura distruzione senza generare alcunché, anzi raddoppiando il numero e l’intensità delle carestie.

Dunque Marx criticando il populista russo Mikhailovsky dice che “egli vuole trasformare a ogni costo il suo schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto tutti i popoli, indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano posti”. Infatti Marx sostiene che “ciò che si dovrà fare in un particolare momento del futuro dipenderà in tutto e per tutto dalle reali condizioni storiche in cui si dovrà agire”, allontanandosi già in vita da quanti avevano letto principalmente Il capitale, ma anche le sue altre opere di critica dell’economia politica, come uno studio che avesse trovato delle leggi universali per la storia. Una esemplificazione storica di ciò, prosegue il Moro, si può vedere nei contadini dell’antica Roma che dopo la loro separazione dei mezzi di produzione non divennero lavoratori salariati ma un “plebaglia nullafacente”, nello sviluppo di un nuovo modello di produzione schiavista e non capitalista.

Questo lavoro sugli ultimi anni di Marx mette ancora più in luce quella che è la questione del suo metodo d’analisi, ovvero dell’astrazione determinata, che parte dal reale, astrae e ritorna al reale, senza alcun elemento di una possibile ontologia a-temporale, ma lasciando da parte qualunque visione fatalistica e quindi lasciando lo spazio alle soggettività organizzate per rivoluzionare e cambiare il corso della storia, anche usando l’astrazione filosofica messa al servizio della lotta di classe.

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Chiara de Cosmo, Officine Filosofiche

Un grande pensiero rivoluzionario deve la sua forza al rigore della teoria che lo sostanzia, rigore che è in grado di portare a concretezza la generale percezione che «il mondo deve essere cambiato.

La lotta non è una ribellione che si scontra titanicamente con il mondo nel suo insieme, ma si innesta sulla comprensione delle sue dinamiche tendenziali e sull’individuazione delle sue contraddizioni. «Come il lavoro di un’artista, il movimento rivoluzionario è una intenzione che crea essa stessa i propri strumenti e i propri mezzi d’espressione. (…) Esso cessa di essere la decisione astratta di un pensatore e diviene una realtà storica solo se viene elaborato nelle relazioni interumane e nei rapporti fra l’uomo e il suo lavoro» (M. Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception, trad. it. Fenomenologia della percezione, a cura di A. Bonomi, Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 569). Con questa affermazione Merleau-Ponty esprime la sua visione della libertà, che si esplica nella lotta e nella critica di un mondo già di per sé costituito, ma mai completamente stabilito. Un progetto intellettuale rivoluzionario si intreccia con un progetto esistenziale che, in qualche modo, ne permette il sorgere, perché si svolge nel tempo e si scontra con il tempo.

Il merito del nuovo libro di Marcello Musto, L’ultimo Marx. Saggio di biografia intellettuale, è di riuscire a restituire la concretezza di questo rapporto: il legame tra un’inesausta critica delle forze esistenti, la lotta personale che ne è la matrice e il corpo stesso del filosofo.

Alla domanda di Swinton, un giornalista americano che si recò da Marx nell’estate del 1880, su quale fosse «la legge ultima dell’essere», la finalità della vita umana, il filosofo di Treviri rispose semplicemente: «La lotta!». Ed è, appunto, proprio la lotta che sostanzia le pagine di questo libro, la chiave per interpretare la vita e il pensiero dell’ultimo Marx. L’intenzione dell’autore, francamente confessata nella Prefazione, è di «sfatare la leggenda secondo la quale egli (Marx) avesse appagato la propria curiosità intellettuale e cessato di lavorare» negli ultimi anni della sua vita (p. VIII). Accanto a un testo di matrice esclusivamente teorica, di prossima pubblicazione, Musto ha scelto di inserirsi nella ripresa degli studi sugli ultimi anni di vita di Marx con un libro a carattere biografico, che attinge ampiamente al materiale messo a disposizione dalla pubblicazione della cosiddetta MEGA2 (Marx-Engels-Gesamtausgabe). L’immagine di Marx che ne risulta è quella di chi è ancora un combattente, che non smette di progredire nelle sue ricerche e che sceglie «di rischiare l’incompiutezza, anziché ripararsi nelle rassicuranti certezze del proprio sapere» (p. IX). In condizioni di salute malferme e in costante apprensione per lo stato di sua moglie Jenny, Marx si dedica ad approfondire i più svariati campi di interesse, dall’antropologia alla matematica, senza tralasciare mai l’attenzione alla propria contemporaneità. La genesi di questi interessi non è mai puramente speculativa, ma mescola assieme l’esigenza di approfondire le analisi svolte precedentemente e le motivazioni più quotidiane e vitali: a proposito della matematica, Musto osserva che essa «divenne per Marx quasi un luogo fisico; talvolta uno spazio ludico, ma, soprattutto, il rifugio dove ritirarsi nei momenti di maggiore difficoltà intellettuale» (p. 34).

Lo sforzo di questa biografia, restituire la tensione fra impegno intellettuale ed esperienza esistenziale, riesce soprattutto quando si riferisce ad alcuni nodi teorici rilevanti del pensiero marxiano. Gli scritti raccolti nei Quaderni antropologici, frutto di un’estensione e approfondimento delle ricerche sulla successione dei modi di produzione nella storia sono, ad esempio, l’immagine del continuo complicarsi di un pensiero in ricerca, che contro le sclerotizzazioni di se stesso, reagisce ampliando incessantemente i confini delle proprie scoperte. «Marx seppe opporsi», osserva Musto, «alle facili sirene che annunciavano il corso univoco della storia, conservando il suo caratteristico approccio: complesso, duttile, multiforme» (p. 29). Questi studi non furono il frutto di «una mera curiosità intellettuale», ma ebbero lo scopo di «dare delle fondamenta storiche più solide alla possibile trasformazione di tipo comunista della società» (p. 21). Essi sono innervati da una tensione, che attraversa tutto il suo pensiero, fra l’individuazione della specificità delle condizioni storiche dei singoli paesi, la peculiarità della forma di produzione capitalistica e la necessità di realizzare attivamente una modificazione dell’esistente. Nel dare rilievo alle spinte motivazionali e teoriche che spinsero Marx a portare avanti un lavoro così dispendioso di tempo, Musto sembra adoperarsi costantemente affinché il valore euristico di queste riflessioni venga riconosciuta.

Una concezione lineare e progressiva della storia è ancora presente nel nostro senso comune: dalle teorie del progresso sette-ottocentesche di Fontenelle, dei Tableau di Condorcet, fino a quelle di Comte o Darwin, l’idea che l’umanità proceda nel senso di una continuità di innovazioni, di un’evoluzione costante e inevitabile, è ancora radicata nella nostra percezione del tempo. E anche le interpretazioni marxiste che si sono fatte scudo dell’inevitabilità dell’implosione capitalistica, hanno finito per indebolire il ruolo politico dell’azione politica ai fini della rottura del sistema esistente. In altri termini, le dottrine del progresso hanno spossato lo spirito critico della lotta, ipostatizzando le strutture sociali e politiche vigenti. In questo senso il testo invita a riconoscere che «Marx difese (…) la specificità delle condizioni storiche, le molteplici possibilità che il corso del tempo offriva e la centralità dell’intervento umano per modificare l’esistente e realizzare il cambiamento.» (p. 30). L’instaurazione di un sistema socialista di produzione e di consumo è possibile soltanto dentro un equilibrio fragile, in cui le circostanze sociali siano favorevoli a un’azione rivoluzionaria efficace. L’insorgere nella storia di inversioni di rotta, di rotture rivoluzionarie è possibile soltanto se si innesta nel suo stesso corso: esse sono il frutto di «un processo lungo e complesso, non realizzabile di certo con la sola conquista del palazzo del potere» (p. 36). In altri termini, una società che produca nuovi rapporti economici e politici fra gli individui come il culmine della storia, né intrattiene con la temporalità un rapporto di lineare progressione, ma è piuttosto «[un tipo superiore di società] il ritorno, in forma superiore, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes” (K. Marx, Quaderni antropologici. Appunti da L. H. Morgan e da H. S. Maine, trad. it. a cura di Politta Foraboschi, Unicopli, Milano 2009, p. 90).

L’intreccio costante tra piano biografico e intellettuale connette a queste riflessioni l’importante controversia sulla possibilità di uno sviluppo capitalistico in Russia, in cui i primi germi del modo di produzione capitalistico si infiltravano accanto alle forme economiche dell’Obščina, la proprietà comune dei contadini russi. La lettera di Vera Zasulič fu il movente che spinse Marx a prendere in considerazione la questione. Musto crea qui un denso intreccio di piani, in cui le riflessioni teoriche non sono avulse dal loro ambiente esistenziale, ma vi si inseriscono attraverso uno stile letterario chiaro e coinvolgente. La descrizione dell’urgenza della lettera della Zasulič e l’affanno di numerosi abbozzi di risposta si accompagnano a serie considerazioni sul senso della proposta rivoluzionaria marxiana. L’avvento del comunismo, sostiene Marx nel Capitale, «richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che, a loro volta, sono il prodotto naturale originario di uno svolgimento lungo e tormentoso della storia» (p. 58) e, tuttavia, anche un’azione politica rivoluzionaria, che trascenda le mere dinamiche economiche. Tali premesse sono indispensabili, ma nella riflessione dell’ultimo Marx, tendono a diversificarsi: «gli elementi di novità, intervenuti rispetto al passato, riguardano l’apertura teorica grazie alla quale egli prese in considerazione altre strade possibili per il passaggio al socialismo, prima di allora o mai valutate o ritenute irrealizzabili» (p. 68). Nella Prefazione all’edizione russa del Manifesto nel 1882 Marx ed Engels scrissero che «se la rivoluzione russa servirà di segnale ad una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà russa potrà servire come punto di partenza per una evoluzione comunista» (K. Marx-F. Engels, Il manifesto del partito comunista, trad. dall’ed. critica del Marx-Engels-Lenin Institut di Mosca, introd. di E. Cantimori Mezzomonti, Einaudi, Torino 1948, p.311). Se la risposta di Marx ed Engels risulta rilevante di per sé, lo è anche perché esprime una nuova elasticità nella considerazione sia della successione dei modi di produzione nella storia, sia dei soggetti rivoluzionari. «Il futuro«, osserva Musto, viene ad essere per Marx «nelle mani della classe lavoratrice e della sua capacità di determinare profondi rivolgimenti sociali, attraverso le proprie organizzazioni e le proprie lotte» (p. 75).

Il complicarsi evidente della considerazione della storia e l’ampliamento degli orizzonti di ricerca ad altri spazi geografici convergono con l’intento più generale di questo libro, sottolineare la poliedricità dell’ultimo Marx. La maturità e l’invincibile curiosità intellettuale, tratti caratteristici dell’ultimo Marx di Musto, smentiscono le accuse di eurocentrismo e orientalismo di «chi ha fatto delle opere di Marx una lettura circoscritta e, talvolta, superficiale», avvalendosi spesso di riflessioni elaborate da «un giovane giornalista, al tempo appena trentacinquenne» (p. 65). L’approfondimento intellettuale degli studi sulle società antiche e le sue osservazioni attente della situazione e dei conflitti globali – «tutto il mondo (…) era contenuto nella sua stanza» (p. 47) – rappresentano una confutazione vivente di questi giudizi. Musto difende, forse con eccessivo calore, la maturità teorica degli studi del Marx degli anni ’80, ma indubbiamente riesce nell’intento di valorizzarne l’importanza ai fini di una ripresa del suo pensiero. La saggezza della fine non può sminuire la vivacità critica di un’acutissima mente giovane, né l’interesse filosofico che gli scritti giovanili, portatori di un messaggio di critica radicale, non cessano di suscitare. È chiaro, tuttavia, che questa rinnovata attenzione all’ultimo Marx potrà rivelarsi carica di nuovi significati preziosi nelle circostanze storiche attuali.

Al di là di queste poche suggestioni, il testo è ricco di riferimenti e, soprattutto, di elementi biografici dal forte colore emotivo, il cui intento peculiare è di scalfire l’immagine, troppo spesso monolitica, di un Marx completamente identificato con le sue teorie. Tuttavia, se fosse possibile ricercare un’unità concettuale in questa biografia intellettuale, nell’insieme delle ricerche che descrive, nella sofferenza di una vita costellata da perdite terribili, quest’unità sarebbe ancora una volta l’invito alla lotta: «organizzare la lotta per porre fine al modo di produzione borghese e per la completa emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, di tutto il mondo, dal dominio del capitale.» (p. 132).

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Felice Mometti, Communia Network

Segnalazioni marxiane

Sarebbe probabilmente esagerato dire che per la prima volta c’è la possibilità di leggere l’opera di Marx senza le supervisioni dei comitati centrali, le edizioni orientate dai gruppi dirigenti dei partiti comunisti, le incrostazioni dei marxismi ossificati e la ripetizione di formulette preconfezionate. Certamente esagerato ma con un qualche fondo di verità.

Guardando solo all’ultimo anno si deve registrare che anche in Italia qualcosa si muove. Giovanni Sgrò nel suo recente MEGA-Marx. Studi sulla edizione e sulla ricezione di Marx in Germania e in Italia traccia un quadro della seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), il progetto di pubblicazione e ripubblicazione delle opere, dei manoscritti, dei lavori preparatori, degli articoli, dei carteggi di Marx, seguendo i criteri della filologia contemporanea, a cura dell’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam. Un progetto internazionale nato agli inizi degli anni ’90 dopo l’interruzione violenta negli anni ’30 della prima MEGA, il cui direttore David Rjazanov era finito davanti a un plotone di esecuzione stalinista, e il fallimento dei Marx-Engels Werke gestiti dal partito comunista della DDR.

Ritrovare Marx

In Italia, a differenza della Germania dove sono già stati pubblicati parecchi volumi della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx, il progetto di pubblicazione delle Opere complete di Marx-Engels, avviato nel 1972, ha subito un’interruzione dal 1990 al 2007 per poi riprendere – lavorando sui materiali originari e in parte ritraducendoli – con la pubblicazione nel 2008 degli scritti, articoli, carteggi di Marx e Engels sulla Comune di Parigi e la guerra franco-prussiana.
Tuttavia è solo con la nuova edizione del primo libro de Il capitale nel 2012 a cura di Roberto Fineschi che si mettono a confronto le quattro edizioni tedesche e quella francese facendo emergere le differenze analitiche ed espositive, le varianti, le aggiunte e le riformulazioni fatte da Marx e, per quanto riguarda la quarta edizione tedesca, da Engels dopo la morte di Marx.
L’immagine che esce di questo primo libro de Il Capitale, il solo pubblicato con Marx in vita, è quella di un grande cantiere mobile i cui lavori sono durati alcuni decenni e non conclusi. Le varie edizioni del primo libro sono state occasioni per Marx di rivedere alcune categorie interpretative e precisarne altre. Ad esempio dopo due edizioni tedesche in quella francese Marx apporta importanti modifiche alla teoria dell’accumulazione capitalistica. La domanda, che si pone Fineschi, su quale sia l’edizione definitiva del primo libro de Il capitale rimane aperta. Non si tratta quindi di andare alla ricerca di un introvabile Marx “autentico” ma di continuare a tenere aperto un utile cantiere di analisi che sia all’altezza dei continui rivoluzionamenti del capitalismo contemporaneo.

Tra i Grundrisse e l’ultimo Marx

Nell’ultimo anno il lavoro di ricerca di Marcello Musto si è arricchito di due nuove pubblicazioni. La prima è l’edizione italiana, già curata in inglese sempre da Musto nel 2008, di I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo.
Una raccolta di saggi articolata in tre parti: le questioni che emergono dalla lettura dei Grundrisse (metodo, alienazione, plusvalore, materialismo storico, comparazione tra i Grundrisse e Il Capitale), la ricostruzione del contesto storico in cui Marx elaborò i Grundrisse e una panoramica completa della loro ricezione in tutte le lingue in cui sono stati tradotti integralmente. La prima pubblicazione integrale in lingua tedesca in un numero molto limitato di copie, precedentemente c’erano state pubblicazioni parziali in alcuni paesi, avviene in Unione Sovietica tra il 1939-41 – i manoscritti verranno pubblicati in russo, dopo vari divieti, solo nel 1969 – e a qualche burocrate stalinista viene la stupefacente idea di spedire al fronte le diverse centinaia di pagine dei Grundrisse come materiale di propaganda contro i soldati tedeschi. I risultati si possono immaginare.
Bisogna aspettare la seconda edizione tedesca del 1953, stampata a Berlino, per poter iniziare a parlare di diffusione dei Grundrisse di Marx. I vari saggi contenuti nel volume propongono interpretazioni diverse dei temi affrontati nel Grundrisse fornendo indicazioni e percorsi di lettura. Lo stesso Musto argomenta in maniera approfondita i concetti di storia, di produzione, di metodo e il rapporto ineguale tra produzione materiale e quella intellettuale contenuti nella Introduzione del 1857 ai Grundrisse .Un testo che fin dalla sua prima pubblicazione nel 1903 è considerato imprescindibile dal punto di vista teorico. Ellen Meksins Wood compie un’operazione analoga prendendo in considerazione lo sviluppo del materialismo storico dei Grundrisse, mostrando come Marx si allontani dalla concezione illuminista del progresso come processo lineare governato da principi di movimento trans-storici.

Il secondo testo pubblicato recentemente da Marcello Musto riguarda gli ultimi due anni di vita di Marx : L’ultimo Marx 1881-1883 dove emerge un autore molto diverso da quello rappresentato per lungo tempo da critici e sostenitori. È un Marx, nonostante la malattia, per nulla appagato politicamente e intellettualmente.
Con i materiali manoscritti messi a disposizione dalla MEGA², Musto ricostruisce come l’attività di Marx sia proseguita anche ripensando alcuni approdi precedenti del suo pensiero. E’ il caso degli studi di antropologia e, soprattutto, sullo sviluppo del capitalismo in Russia. Nel 1881 la rivoluzionaria populista Vera Zasulic inviò una lettera a Marx chiedendogli di intervenire nel dibattito che era nato a proposito della natura della comune rurale russa e se questa dovesse in qualche modo costituire un riferimento anche nella fase di superamento del capitalismo. Marx fu sempre restio a prefigurare in modo preciso le caratteristiche del sistema sociale che poteva venir dopo il capitalismo. Per rispondere a Zasulic, Marx intraprende una non semplice riflessione che lo porterà a scrivere tre bozze della risposta anche con differenti schemi di lettura del ruolo che poteva rivestire la comune rurale russa nello sviluppo e nel superamento del capitalismo russo. Alla fine la risposta che inviò fu molto più breve e sintetica delle bozze come a dimostrare gli aspetti problematici di un ripensamento non concluso sull’evoluzione del capitalismo e il passaggio al socialismo. Un Marx, quello degli ultimi anni, che cerca di andare a fondo dei dubbi che permangono nella sua elaborazione. Questo si vede anche nell’intensa corrispondenza intrattenuta con vari intellettuali ed esponenti delle organizzazioni operaie internazionali, mostrando quanto sia stata lontana quell’immagine di icona imbalsamata con cui è stato spesso rappresentato.

Il valore e la sua dialettica

Hans-Georg Backhaus è stato l’iniziatore e l’esponente di spicco di quella che in Germania è stata chiamata Neue Marx-Lektüre (Nuova lettura di Marx). La pubblicazione di una raccolta di suoi scritti, anche inediti, a cura di Bellofiore e Ridolfi Riva contribuisce a colmare un vuoto e mette a disposizione dei lettori italiani un programma di ricerca finalizzato alla ricostruzione della teoria del valore.
Tra il 1859 e il 1872 e cioè con la pubblicazione di Per la critica dell’economia politica e la seconda edizione de Il Capitale, Marx riformula per ben quattro volte la teoria del valore. Backhaus si pone nell’ottica di evitare i “conflitti di citazioni” e di affrontare i reali problemi teorici che Marx ha davanti. Quella del valore è una categoria che Marx declina in sostanza, grandezza e forma. È sulla forma di valore e sulla sua dialettica, cercando di farla interagire con il carattere di feticcio delle merci, che si concentra la riflessione di Backhaus. Un’impresa dagli esiti incerti ma d’altra parte la vulgata “marxista-leninista” con il suo portato di dogmi teologici e danni politici non può essere certo considerata un punto di riferimento. Il tentativo di Backhaus di mettere in relazione la forma sociale e il contenuto materiale delle categorie economiche può fornire il supporto alla critica dell’economia politica, cosa diversa dalla politica economica critica, per diventare teoria critica dell’intera società. Per dirla in altri termini il metodo di Backhaus è quello di “usare Marx contro Marx” per fare dei passi in avanti ed avere più strumenti per leggere le contraddizioni del capitalismo contemporaneo.

I quattro testi qui presi in considerazione non rappresentano certo un percorso unitario, le diversità sono molte e non chiedono di trovare un punto medio di condivisione. Un filo conduttore però li lega tra loro: per affrontare l’attuale crisi del modo di produzione capitalistico non basta fare un semplice update e passare a un Marx 2.0 aggiornando temi e contenuti. È necessario invece sviluppare quel grande cantiere, aperto da Marx quasi due secoli fa, di analisi, di riflessioni e di critica che guardano alla contemporaneità e alle sue specifiche contraddizioni.

Giovanni Sgrò, MEGA-Marx. Studi sulla edizione e recezione di Marx in Germania e in Italia, Orthotes Editrice, 2016.

Marcello Musto (a cura di), I Grundrisse di Karl Marx, Edizioni ETS, 2015.

Marcello Musto, L’ultimo Marx 1881-83, Donzelli Editore, 2016.

Hans-Georg Backhaus, Ricerche sulla critica marxiana dell’economia, con introduzione di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, Mimesis Edizioni, 2016.

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Intervento di Marcello Musto alla presentazione di “I Grundrisse di Karl Marx”

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Guido Liguori, Il Manifesto

Guido Liguori, review of L’ultimo Marx. 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Il Manifesto, October 12, 2016.

L’operosità del Moro negli ultimi anni della sua intensa vita

Karl Marx. Una biografia intellettuale in forma di saggio scritta da Marcello Musto per Donzelli.

In quel tempo, il filosofo di Treviri cominciò a osservare con occhi diversi anche la Russia. Prima era il bastione della reazione, ora ne studiava la lingua e seguiva l’evoluzione sociale del paese

Siamo alla vigilia del centenario della Rivoluzione russa e dell’ottantesimo anniversario della morte di Gramsci. La «rivoluzione contro il Capitale», la celebre espressione gramsciana che lega uno dei massimi eventi politici del Novecento alla interpretazione antideterministica e antieconomicistica del marxismo, torna alla mente leggendo il recente libro di Marcello Musto, L’ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale (Donzelli, pp. 148, euro 24).

Torna alla mente perché il Marx che esce dalle pagine di questo libro è lontano da quello della Seconda Internazionale, che condannavano la Rivoluzione russa in nome della sua «immaturità» e dalla sua lontananza dal modello stadiale, deterministico ed economicistico, che ravvisava nell’opera di Marx. Musto, profondo conoscitore della figura e dell’opera del Moro (così era soprannominato Marx), unisce con mano felice l’interesse per gli eventi e i fatti significativi della sua biografia con quello per l’evoluzione dei suoi studi negli ultimi tre anni di vita. Sono anni in cui Marx continua a essere operoso: pur malato e afflitto dalla malattia della moglie Jenny, che muore nel dicembre 1881, egli seguita a lavorare: non solo cerca, invano, di portare avanti e rendere pubblicabile il secondo libro del Capitale, la sua curiosità onnivora lo spinge ad affrontare campi nuovi o poco noti, riempiendo molti quaderni di estratti e appunti su materie come «matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, chimica e fisica».

Pur malandato, il Marx degli ultimi anni è intellettualmente vitale e acquisisce conoscenze che mutano in parte alcune coordinate importanti del suo pensiero. Intraprende per esempio uno studio approfondito dell’antropologia del tempo; si interessa alla proprietà comune nelle società precapitalistiche; segue gli avvenimenti politici, appoggia la lotta irlandese, condannando l’oppressione inglese di quel paese e dell’India e quella francese in Algeria, paese dove si reca per motivi di salute nel 1882, alla ricerca di un clima mite (che non trova) e dove osserva con interesse i costumi sociali dei musulmani. Anche grazie a tutto ciò – ci dice Musto – egli matura una «concezione più aperta alle specificità dei diversi paesi», concependo un «approdo al socialismo diverso» da quello precedentemente formulato.

Lo studio dell’antropologia in particolare è direttamente commesso al tema del succedersi dei modi di produzione. I suoi interessi spaziano dallo sviluppo dei vincoli famigliari alle pratiche comunitarie delle società precapitalitsiche, dalla formazione dello Stato al ruolo dell’individuo. Si forma, seguendo L.H. Morgan, la convinzione che la gens e non la famiglia sia l’unità sociale più antica, e che la famiglia monogamica sia collegata al sorgere della proprietà privata. Quando Engels scriverà il celebre libro su L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, nel 1884, un anno dopo la morte del Moro, ne parlerà, con l’onestà e la modestia che tutti gli riconoscono, come di «un modesto surrogato» dello studio che l’amico non aveva potuto portare a termine. Marx ribadisce anche in quegli anni, ad esempio scrivendo al socialdemocratico olandese Nieuwenhuis, di essere contrario ad anticipare le misure che avrebbe dovuto adottare un futuro governo rivoluzionario: non esistono soluzioni sempre valide, il da farsi «dipenderà in tutto e per tutto – scrive – dalle reali condizioni storiche in cui si dovrà agire».

L’instaurazione di un sistema socialista di produzione e consumo è per lui, chiosa Musto, un processo lungo e complesso, e la stessa Comune di Parigi non costituisce un modello poiché, specifica Marx in una lettera, si era trattato della «sollevazione di una sola città, in condizioni eccezionali», guidata da una maggioranza che «non fu in alcun modo socialista, né avrebbe potuto esserlo». Insomma, un caso particolare, non un prototipo di modello rivoluzionario.
Collegato a questa ottica è il fatto che negli ultimi anni di vita Marx inizia a guardare con occhi diversi alla Russia, a lungo considerata solo un bastione della reazione. Dagli anni ’70 aveva imparato a leggere il russo e seguiva direttamente l’evoluzione socioeconomica e politica del paese.
Nel febbraio 1881, come è noto, riceve la lettera della populista russa Vera Zasuli, che gli chiede un parere sulla tesi secondo cui la comune rurale russa (Obšcina) è in grado di «svilupparsi sulla strada socialista», di organizzare la sua produzione «su basi collettiviste».

Come si è detto, Marx rifiuta l’idea di un modello universale di società socialista. Già nel novembre 1877 egli aveva preparato una replica a un altro populista russo, il critico letterario e sociologo Nikolaj Michajlovskij, autore di un articolo sul futuro della comune agricola che chiamava direttamente in causa le teorie marxiste. Più volte rielaborata, la risposta non fu però mai inviata. Restano interessanti le argomentazioni preparate per replicare a Michajlovski: richiamando un passaggio aggiunto alla edizione francese del Capitale, Marx precisa che i suoi studi e le sue previsioni riguardano la sola Europa occidentale. La storia della nascita del capitalismo qui delineata, afferma Marx, non deve essere trasformata «in una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli». «Tutto dipende dal contesto storico», ripete il Moro. La Russia contemporanea era già collegata al mercato mondiale capitalistico, e anche per questo avrebbe potuto forse sviluppare positivamente la sua comune rurale. I suoi contadini, secondo Marx, avrebbero potuto usufruire dei progressi del capitalismo rifiutandone gli aspetti deleteri. La Russia non doveva per forza ripercorrere la via al capitalismo propria dell’Inghilterra.

L’alternativa prospettata dai populisti russi sembra a Marx possibile: teoricamente parlando l’ Obšcina può «assicurarsi i frutti coi quali la produzione capitalistica ha arricchito l’umanità, senza passare per il regime capitalistico». La «base comune della terra» gli sembra offrire «la base naturale» per una «appropriazione collettiva», mentre il capitalismo metteva a disposizione «le condizioni materiali del lavoro cooperativo».
Concetti ripresi anche nella Prefazione alla edizione russa del Manifesto del 1882, in cui scrive tra l’altro: «se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista».

Viene così negata in radice – chiosa Musto – quella «equiparazione fra socialismo e forze produttive» propria tanto della Seconda che della Terza Internazionale. È a partire da queste acquisizioni che tra le forze presenti nella Russia del tempo l’ultimo Marx dà maggiore attenzione ai populisti (ad esempio a quelli del gruppo Volontà del Popolo) piuttosto che ai marxisti (tra cui Plechanov) o sedicenti tali, che in una lettera a Friedrich Sorge del novembre 1880 aveva tacciato di essere affetti da «noioso dottrinarismo».

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Alfonso Berardinelli, La Repubblica

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Diego Gabutti, Italia Oggi

Dostoevskij indovinò le derive della rivoluzione. Marx invece era convinto che i terroristi russi avrebbero portato la democrazia

Per essere uno che non intendeva «prescrivere ricette […] per l’osteria dell’avvenire», come ci ricorda Marcello Musto in un saggio dedicato ai suoi ultimi anni, Karl Marx finì per prestare la sua zazzera (un Che Guevara molto in anticipo sui tempi) a chi, senza preoccuparsi delle controindicazioni, non fece che prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire a intere nazioni.

Chiunque abbia letto Marx senza passare attraverso gl’interpreti, ciascuno dei quali se lo è rigirato come voleva, sa benissimo che Marx, noto ai contemporanei come Red Terror Doctor, non somigliava granché all’immagine che, negli ultimi centocinquant’anni, ne è stata tramandata dai marxisti di tutte le scuole, molte delle quali si sono combattute (e spesso sterminate) a vicenda. Marx, che evidentemente sentiva arrivare la tempesta, avendola anticipata (nel suo piccolo) anche un po’, si dichiarò pubblicamente «non marxista». Ben detto, ma ci voleva altro. C’era la sua barba, dopotutto, per non parlare della sua redingote male in arnese da vecchio bohémien, sulle bandiere dei partiti socialisti e comunisti. C’era lui, Karl Marx in posa per la fotografia, nella galleria dei ritratti di maestri del proletariato che la peggior feccia ideologica del XX secolo portò spericolatamente in corteo dal 1917 fino all’altro ieri. Lui ed Engels, lui e Lenin, lui e Stalin, lui e il Presidente Mao. Era Marx – l’autore del Manifesto, della Questione ebraica e del Capitale – a controfirmare le ricette da osteria dell’avvenire che tutti quei Conducator e segretari generali prescrivevano ai popoli, altrettante medicine che giravano peggio dei vaccini secondo Beppe Grillo.

Negli ultimi, immerso in letture antropologiche, incapace di metter mano al secondo volume del Capitale, intorno al quale ormai si gingillava da tre lustri, a Marx toccarono onori e disgrazie. Era considerato un grand’uomo dalle opposizioni operaie sia in Europa che nelle Americhe; il Manifesto che lui ed Engels avevano scritto nel 1848 era diventato la Bibbia del proletariato militante; i capi dei nascenti partiti socialisti facevano la fila davanti alla porta della sua casa londinese, il cui affitto era pagato da Engels. Aveva anche parecchi nemici, naturalmente: gli anarchici (che erano passati dalla parte di Mikhail Bakunin, l’altra rock star del movimento operaio internazionale) e la polizia inglese (ma era simpatico, sembra, alla Regina Vittoria, dalla quale ebbe forse un invito per il tè). Insieme agli onori, le disgrazie: la morte della moglie, Jenny von Westphalen, e della figlia Jenny (che si chiamava come la madre e che, come lei, morì di tumore). Marx sopravvisse di poco all’una e all’altra. Nemmeno la matematica, con la quale si dilettava da quando gli studi economici non gli davano più la soddisfazione d’un tempo, potè consolarlo. Anche la sua salute declinava da tempo. Aveva cercato conforto e bel tempo in Algeria, ma invano. Col tempo, la sua fama si appannò, e allo scoppio della Grande guerra i «marxisti», tra i quali lui non si sarebbe annoverato, erano quasi scomparsi, a parte piccole minoranze, come i bolscevichi e i menscevichi russi. Marx e le sue teorie tornarono in hit parade con la rivoluzione russa, che trasformò il marxismo in una religione, e fece della sua guerra al modo di produzione capitalistico una jihad.

Gli ultimi anni di Marx furono anche quelli in cui questo campione del proletariato industriale s’incapricciò della proprietà comune agricola russa e del terrorismo populista. Definì le imprese dei terroristi russi «una fiaba». Erano gli stessi anni in cui Dostoesvskij metteva in guardia il mondo dal nichilismo di cui proprio il populismo armato dei terroristi russi era l’avanguardia. Dostoevskij indovinò le derive della rivoluzione; Marx, convinto che i terroristi avrebbero portato la democrazia in Russia, sbagliò anche questa previsione, come tutte le altre.