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Mauretta Capuano, ANSA

A 200 anni dalla nascita di Karl Marx, il 5 maggio 1818, torna alla ribalta l’attualità del suo pensiero, che guardava proprio al futuro, e ci si interroga sul valore e sul destino dei suoi testi, a partire dal Manifesto scritto con Engels che si conclude con l’appello: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”.

Tra i tanti libri usciti, o che stanno arrivando in libreria, per l’anniversario è proprio la nuova e ricca edizione de ‘Il Manifesto Comunista’, pubblicato da Ponte alle Grazie, a porre interrogativi su che cosa è in grado di dirci oggi questo testo che viene anche criticato e rivalutato come “strumento politico futuro”. E colpisce per l’originalità il libro di Marcello Musto su ‘L’ultimo Marx’ proposto da Donzelli che dello studioso italiano – a cui è stato affidato in Canada il centro di Studi marxiani, considerato un’autorità mondiale in questo campo – pubblicherà, a fine estate 2018, l’antologia ‘Karl Marx, scritti sull’alienazione’. E sempre a cura di Musto arriverà in libreria in autunno per Einaudi una monografia su Marx che l’autore considera molto più attuale di quanto si voglia pensare e credere.

A cura del gruppo di ricercatori e militanti italiani C17, con una nuova traduzione, saggi e contributi di alcuni fra i più conosciuti pensatori di ispirazione marxista, femminista e postcoloniale tra i quali Toni Negri, Etienne Balibar, Slavoj Zizek e Veronica Gago, ‘Il Manifesto Comunista’ viene proposto qui, e forse per la prima volta in Italia, con il titolo dell’edizione del 1872, mentre quando uscì, a Londra nel 1848, si chiamava ‘Il Manifesto del Partito Comunista’ che Laterza ripropone in edizione economica. “Abbiamo fatto una lettura collettiva del Manifesto da settembre a gennaio scorso” spiega l’editor Vincenzo Ostuni. La sua attualità sta innanzitutto, aggiunge, “in quel bisogno di giustizia sociale ed eguaglianza, non nel senso di andare tutti in giro con la Trabant, ma di avere tutti uguale opportunità di sviluppare i propri talenti. E’ la spinta fondamentale che rende il manifesto così potente, universale. Come spiega il rapporto Oxfam la ricchezza in dollari accumulata dai miliardari in dodici mesi è 7 volte superiore alle risorse che servirebbero per far uscire dallo stato di povertà estrema milioni di persone”. Gli squilibri che abbiamo raggiunto “sono mostruosi: oggi in Italia un bambino su dieci è sotto la soglia di povertà assoluta” dice Ostuni. “Dal ’91 in poi nelle democrazie occidentali, chi più chi meno, sono state smantellate le conquiste – reddito, sanità, pensioni – del capitale fatte durante il trentennio glorioso dal 1945 al 1975”. ‘L’ultimo Marx’ di Musto racconta invece una zona poco esplorata della biografia dell’autore de ‘Il Capitale’, uscito 150 anni fa. Ci porta nel periodo dal 1881 al 1883, quando Marx era molto malato, aveva gravi problemi respiratori, sua moglie era morta, e i medici gli consigliarono di andare al Sud: prima in Costa Azzurra, dove invece il caldo peggiorò le sue condizioni e poi in Algeria, ma nonostante l’indebolimento fisico continuò a scrivere sui suoi taccuini.

“Lo sbocco africano – spiega l’editore Carmine Donzelli – lo porta a fare riflessioni sulle disuguaglianze territoriali che sono interessanti e innovative rispetto alla sua precedente elaborazione teorica”. Nell’antologia di scritti sull’alienazione, di prossima uscita, Musto ripercorre invece il nucleo teorico essenziale, dal giovane al vecchio Marx, su questo tema. “In Italia abbiamo una più flebile percezione dell’importanza del pensiero di Marx di quanto non avvenga nel mondo anglosassone che gli dedica più studi. C’è bisogno ancora di Marx che non è una sorta di aggeggio da mettere in bacheca, è un contributo vivo” dice Donzelli. E c’è anche il romanzo umoristico di Marx ‘Scorpione e felice’ (Elliot) e, in arrivo a fine maggio, “E Marx tacque nel giardino di Darwin’ (Neri Pozza) con cui esordisce nella narrativa Ilona Jerger, ex editor in chef del magazine tedesco Nature. “Dopo aver trovato una notizia sul fatto che Marx aveva spedito una copia con dedica de ‘Il Capitale’ a Darwin, ha immaginato un incontro tra i due grandi pensatori dell’Ottocento” spiega la editor di Neri Pozza, Sabine Schultz.

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Un europeo non eurocentrico

1. Gli effetti del colonialismo inglese in India
Negli ultimi decenni, in numerose università è andata sempre più diffondendosi un’interpretazione volta a rappresentare Marx come un autore colpevole di orientalismo, di economicismo e non in grado di decifrare le contraddizioni sociali se non attraverso la sola analisi del conflitto tra capitale e lavoro. In molti, tra teorici della scuola postmoderna, critici dell’eurocentrismo ed esponenti degli studi post-coloniali, hanno sostenuto queste tesi riscuotendo notevole eco e discreto successo. In realtà, una lettura non superficiale dell’opera di Marx – e la necessaria distinzione tra questa e il corpus dogmatico dei manuali di marxismo-leninismo, sui quali alcune di queste tesi sembrano basarsi – mostrano il profilo di un pensatore del tutto diverso dalle raffigurazioni oggi tanto in voga nell’accademia.

Moniti a leggere Marx con maggiore attenzione sono giunti anche dal fondatore della rivista Subaltern Studies. In Dominance without Hegemony: History and Power in Colonial India, Ranajit Guha ha espresso il suo biasimo per una posizione che, paradossalmente, è stata assunta anche da molti dei suoi epigoni: “alcuni degli scritti di Marx – ad esempio certi passaggi dei suoi così tanto conosciuti articoli sull’India – sono stati sicuramente letti senza contestualizzazione e in modo distorto, al punto da ridurre la sua valutazione circa le possibilità storiche del capitale ad adulazioni di un maniaco della tecnologia”. A suo giudizio, quella di Marx fu “una critica che si distingue[va] inequivocabilmente dal liberalismo”, tanto più valida se si considera che essa venne elaborata nell’epoca della “fase ascendente e ottimistica” di quest’ultimo, nel mentre “il capitale cresceva con forza e sembrava che non ci fossero limiti alla sua espansione e capacità di trasformare natura e società”. Insomma, quanto affermato da Partha Chatterjee in The Politics of the Governed: Popular Politics in Most of the World – ovvero che la gran parte dei “marxisti hanno, in generale, creduto che l’influsso del capitale sulla comunità tradizionale fosse il simbolo inevitabile del progresso storico” – è inconfutabile. Tuttavia, sarebbe errato estendere questa posizione anche a Marx e alla sua interpretazione della società.

La convinzione che l’espansione del modo di produzione capitalistico fosse un presupposto fondamentale per la nascita della società comunista attraversa l’intera opera di Marx. Nel Manifesto del partito comunista (1848), Marx ed Engels riconobbero più di un merito all’epoca borghese. Essa non solo aveva “distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache”, ma aveva anche sostituito allo “sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, (…) lo sfruttamento esplicito, senza pudori, diretto e brutale”. Essi non ebbero dubbi nel dichiarare che “la borghesia [aveva] avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”. Sfruttando le scoperte geografiche e la nascita del mercato mondiale, aveva “reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi”.

In I risultati futuri della dominazione britannica in India (1853), uno dei tanti articoli giornalistici di Marx apparsi sul New-York Tribune, egli scrisse che “l’Inghilterra deve assolvere una doppia missione in India, una distruggitrice, l’altra rigeneratrice: annientare la vecchia società asiatica e porre le fondamenta materiali della società occidentale in Asia”. Egli non nutrì alcuna illusione sulle caratteristiche di fondo del capitalismo, ben sapendo che la borghesia non aveva “mai dato impulso al progresso senza trascinare gli individui nel sangue e nel fango, nella miseria e nella degradazione”. Tuttavia, fu altresì convinto che lo scambio globale e lo sviluppo delle forze produttive degli esseri umani, mediante la trasformazione della produzione in un “dominio scientifico dei fattori naturali”, avrebbero creato le basi per una società diversa: “l’industria borghese e il commercio [avrebbero] crea[to … le] condizioni materiali per un mondo nuovo”.

Queste asserzioni valsero a Marx le accuse di Edward Said, il quale, in Orientalismo, non solo dichiarò che “le analisi economiche di Marx [erano] del tutto compatibili con la visione d’insieme dell’orientalismo”, ma insinuò anche che esse “dipend[evano] dal vecchio pregiudizio di ineguaglianza tra Est e Ovest”. Il primo a mettere in evidenza gli errori di questa interpretazione, troppo circoscritta e faziosa, fu Sadiq Jalal al-Azm che, nell’articolo Orientalism and Orientalism in Reverse, bollò il “resoconto [di Said] delle vedute e delle analisi di Marx, su processi storici e situazioni altamente complessi, come una farsa”. A suo avviso, non c’era “nulla di specifico, né con l’Asia né con l’Oriente, nell’ampia interpretazione teorica di Marx”. Rispetto a “capacità produttive, organizzazione sociale, ascendente storico, potere militare e sviluppi scientifici e tecnologici, (…) Marx, come chiunque altro, conosceva la superiorità dell’Europa moderna sull’Oriente. Tuttavia, accusarlo di (…) trasformare questo fatto contingente in una realtà necessaria per tutti i tempi era assurdo”. Anche Aijaz Ahmad, in In Theory: Classes, Nations, Literatures, ha ben mostrato come Said avesse “decontestualizz[ato] citazioni, con scarso senso di cosa [rappresentasse] il passaggio citato” nell’opera di Marx, semplicemente per “inserir[le] nel [suo] archivio orientalista”.

L’autore indiano ha correttamente osservato che “la denuncia di Marx della società pre-coloniale in India non è più stridente della sua denuncia del passato feudale dell’Europa”. A suo giudizio, “per Marx l’idea di un certo ruolo progressivo del colonialismo era legato all’idea di un ruolo progressivo del capitale in confronto a ciò che era esistito precedentemente, tanto all’interno dell’Europa quanto al fuori di essa”; “la distruzione della classe contadina europea nel corso dell’accumulazione originaria [venne] descritta in toni analoghi” alle mutazioni intervenute in India.

In ogni caso, gli articoli di Marx sull’India del 1853 offrono una visione ancora molto parziale e semplicistica del colonialismo, se confrontati con le riflessioni che, successivamente, egli elaborò sull’argomento. Le considerazioni sulla presenza britannica in India vennero emendate qualche anno dopo, quando, scrivendo sulla ribellione dei Sepoy del 1857 per lo stesso quotidiano americano, nell’articolo Investigazione sulle torture in India, Marx si schierò, con decisione, dalla parte di quanti tentarono di “espellere i conquistatori stranieri”. Analoghe prese di posizione sono molto frequenti, sia nelle sue opere che nei suoi interventi politici.

2. “Unicamente nell’Europa occidentale”
Una delle esposizioni più analitiche circa gli effetti positivi del processo produttivo capitalistico si trova nel primo libro di Il capitale (1867). Nonostante fosse divenuto molto più consapevole, rispetto al passato, del carattere distruttivo del capitalismo, nel suo magnum opus egli riassunse le sei condizioni generate dal capitale – in particolare dalla sua “centralizzazione” – che costituiscono i presupposti fondamentali per la possibile nascita della società comunista. Esse erano: 1) la cooperazione lavorativa; 2) l’apporto scientifico-tecnologico fornito alla produzione; 3) l’appropriazione delle forze della natura da parte della produzione; 4) la creazione di grandi macchinari adoperabili soltanto in comune dagli operai; 5) il risparmio dei mezzi di produzione; 6) la tendenza a creare il mercato mondiale.

Per Marx, il capitalismo avrebbe creato le condizioni per il superamento dei rapporti economico-sociali da esso stesso originati e, pertanto, il possibile trapasso a una società socialista. Così come nelle sue considerazioni sul profilo economico delle società extra-europee, il punto centrale della sua riflessione consisteva nello sviluppo del capitalismo in vista del suo rovesciamento. Marx riconobbe che questo modo di produzione, nonostante lo spietato sfruttamento degli esseri umani, presentava alcuni elementi potenzialmente progressivi, tali da consentire, molto più che in altre società del passato, la valorizzazione delle potenzialità dei singoli individui. Profondamente avverso al dettame produttivistico del capitalismo, ovvero al primato del valore di scambio e all’imperativo della produzione di pluslavoro, Marx valutò la questione dell’aumento delle capacità produttive in relazione all’incremento delle facoltà individuali. Come scrisse anche nei Grundrisse, egli considerò il capitalismo come “un necessario punto di passaggio”, affinché potessero dispiegarsi le condizioni che avrebbero permesso al proletariato di lottare, con speranze di successo, per l’instaurazione di un modo di produzione socialista.

Se Marx ritenne che il capitalismo fosse una transizione essenziale, affinché si venissero a determinare le condizioni storiche entro le quali il movimento operaio potesse lottare per una trasformazione comunista della società, viceversa, non pensò mai che questa idea andasse applicata in modo rigido e dogmatico. Al contrario, egli negò più volte – sia in testi pubblicati che in manoscritti non dati alle stampe – di avere concepito un’interpretazione unidirezionale della storia, in base alla quale gli esseri umani erano destinati a compiere ovunque il medesimo cammino e, per giunta, attraverso le stesse tappe.

Nel corso degli ultimi anni della sua esistenza, Marx confutò la tesi, a lui erroneamente attribuita, della inesorabilità storica del modo di produzione borghese. La sua totale estraneità a questa posizione si espresse nel dibattito sul possibile sviluppo del capitalismo in Russia. Allo scrittore e sociologo Nikolaj Michajlovskij, che lo aveva accusato di aver considerato il capitalismo quale tappa imprescindibile anche per l’emancipazione della Russia, Marx replicò che nel primo libro di Il capitale egli aveva “prete[so] unicamente di indicare la via mediante la quale, nell’Europa occidentale, l’ordine economico capitalistico [era] usc[ito] dal grembo dell’ordine economico feudale”. Marx rinviò alla lettura di un passaggio dell’edizione francese (1872-75) di Il capitale, nel quale aveva sostenuto che la base dell’intero percorso di separazione dei produttori dai loro mezzi di produzione era stata “l’espropriazione dei coltivatori”. Egli aveva aggiunto che questo processo si era “compiuto in modo radicale solo in Inghilterra, (…) [e che] tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale percorrevano lo stesso movimento”. Dunque, aveva preso in esame soltanto il ‘vecchio continente’, non il mondo intero.

È in questo orizzonte spaziale che va inquadrata l’affermazione presente nella prefazione al primo libro di Il capitale: “il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire”. Marx scrisse per il lettore tedesco, osservando che gli abitanti di quella nazione erano “tormentati, come tutto il resto dell’Europa occidentale continentale, non solo dallo sviluppo della produzione capitalistica, ma anche dalla mancanza di tale sviluppo”. A suo giudizio, accanto alle “miserie moderne” sopravviveva l’oppressione di “tutta una serie di miserie ereditarie che sorg[eva]no dal vegetare di modi di produzione antiquati e sorpassati che ci sono stati trasmessi con il loro seguito di rapporti sociali e politici anacronistici”.

In Provincializing Europe: Postcolonial Thought and Historical Difference, Dipesh Chakrabarty ha, invece, erroneamente interpretato questo passaggio come un tipico esempio di storicismo che segue il principio “prima in Europa e poi altrove”. Le “ambiguità nella prosa di Marx” sono state presentate come un prototipo di quanti considerano la “storia come una stanza d’attesa, un periodo che è necessario per la transizione al capitalismo in qualunque tempo e luogo particolare. Questo è il periodo al quale (…) è spesso consegnato il terzo mondo”. In ogni caso, nel saggio The Fetish of “the West” in Postcolonial Theory, Neil Lazarus ha giustamente osservato che “non tutte le narrative storiche sono teleologiche o storiciste”.

Quanto alla Russia, Marx condivise l’opinione di Michajlovskij secondo la quale essa avrebbe potuto “appropiar[si] di tutti frutti (…) [del] regime capitalistico (…), sviluppando i suoi presupposti storici, (…) senza sperimentare la tortura di questo regime”. Egli contestò a Michajlovskij di aver trasfigurato il suo “schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia universale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino”. Marx fece notare che la corretta interpretazione dei fenomeni storici non poteva essere affidata alla “chiave universale di una teoria storico-filosofica, la cui virtù suprema consiste nell’essere metastorica”.

La problematica sollevata da Michajlovskij – che ignorava la vera posizione di Marx – prefigurò, però, uno dei limiti fondamentali che avrebbe caratterizzato il marxismo novecentesco. Al tempo, inoltre, queste idee già serpeggiavano tra i seguaci di Marx, sia in Russia che altrove. La critica di Marx a tale concezione fu tanto più importante perché, oltre che a essere rivolta al presente, anticipò quanto sarebbe accaduto successivamente.

3. Il dibattito sul comunismo in Russia
Marx espresse gli stessi convincimenti nel 1881, quando la rivoluzionaria Vera Zasulič lo interpellò circa il futuro della comune [Obščina] agricola. La Zasulič gli chiese se quest’ultima avesse potuto svilupparsi in forma socialista, o se era destinata a perire, perché il capitalismo si sarebbe necessariamente imposto anche in Russia. Nella sua risposta, Marx ribadì che nel primo libro di Il capitale egli aveva “espressamente limitato [la] ‘fatalità storica'” dello sviluppo del capitalismo – che introduceva la “separazione radicale dei mezzi di produzione dal produttore” – solamente “ai paesi dell’Europa occidentale”.

Riflessioni ancora più circostanziate al riguardo sono reperibili nelle bozze preparatorie della lettera spedita alla Zasulič. In esse Marx evidenziò la peculiare caratteristica dovuta alla coesistenza tra l’Obščina e le forme economiche più avanzate. Egli osservò che la Russia era “contemporanea a una cultura superiore [ed era] legata al mercato mondiale, in cui predomina la produzione capitalistica. Appropriandosi dei risultati positivi di questo modo di produzione, essa [era …] in grado di sviluppare e trasformare, invece di distruggere, la forma ancora arcaica della sua comune rurale”. I contadini avrebbero potuto “integrare le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalistico, senza dover passare sotto le sue forche caudine”.

A quanti ritenevano che il capitalismo dovesse rappresentare una tappa irrinunciabile anche per la Russia, poiché sostenevano che era impossibile che la storia procedesse per balzi, Marx domandò, in modo ironico, se, conseguentemente, anche la Russia, così “come l’Occidente”, avrebbe dovuto “attraversare un lungo periodo d’incubazione dell’industria meccanica per potere arrivare alle macchine, ai bastimenti a vapore e alle ferrovie”. Egli sollevò, a sua volta, l’interrogativo sul come sarebbe stato possibile “introdurre nel loro paese, in un batter d’occhio, tutto il meccanismo dello scambio (banche, società per azioni, etc.), la cui elaborazione [era] costata secoli all’Occidente”. Era evidente che la storia della Russia, o di qualsiasi altro paese, non doveva per forza ripercorrere tutte le tappe che avevano segnato la storia dell’Inghilterra o di altre nazioni europee. Quindi, anche la trasformazione socialista dell’Obščina avrebbe potuto compiersi senza passare necessariamente attraverso il capitalismo.

Il modello di società comunista che aveva in mente Marx non era affatto un modo “primitivo di produzione cooperativa o collettiva, [che era] il risultato dell’individuo isolato”, bensì quello derivante dalla “socializzazione dei mezzi di produzione”. Negli ultimi anni di vita, egli non aveva mutato il suo giudizio, complessivamente critico, sulle comuni rurali in Russia e, nel procedere della sua analisi, lo sviluppo dell’individuo e della produzione sociale avevano conservato intatta la loro insostituibile centralità.

Nelle riflessioni sul caso russo non si palesa, dunque, alcun drammatico strappo rispetto alle sue precedenti convinzioni. Gli elementi di novità, intervenuti rispetto al passato, riguardano, invece, la maturazione della sua posizione teorico-politica che lo portò a considerare come possibili, per il passaggio al comunismo, altre strade – anche al di fuori dei paesi europei – mai valutate prima di allora o, fino ad allora, ritenute irrealizzabili.

Marx affermò che, “teoricamente parlando”, era possibile che l’Obščina potesse “conservarsi sviluppando la sua base, la proprietà comune della terra (…). Essa può diventare il primo punto di partenza del sistema economico al quale tende la società moderna; può cambiare di pelle senza incontrare il suicidio. Può assicurarsi i frutti con i quali la produzione capitalistica ha arricchito l’umanità, senza passare per il regime capitalistico”. La contemporaneità con la produzione capitalistica offriva alla comune agraria russa “già pronte le condizioni materiali del lavoro cooperativo, organizzato su vasta scala”.

Al di là della sua indisponibilità ad accettare l’idea che uno sviluppo storico predefinito potesse manifestarsi, in egual modo, in scenari economici e politici distinti, i progressi teorici di Marx furono dovuti anche all’evoluzione delle sue elaborazioni sugli effetti prodotti dal capitalismo nei paesi economicamente più arretrati. Egli non riteneva più, come aveva asserito nel 1853 sul New-York Tribune, a proposito dell’India, che “l’industria e il commercio borghesi [avrebbero] crea[to… le] condizioni materiali per un mondo nuovo”. Lustri di nuovi e dettagliati studi e di attenta osservazione dei mutamenti intervenuti nello scenario politico internazionale, avevano concorso a fargli maturare una visione del colonialismo britannico ben diversa da quella espressa quando era un giornalista di appena trentacinque anni. Gli effetti prodotti dal capitalismo nei paesi colonizzati furono valutati in tutt’altro modo. Riferendosi “alle Indie Orientali”, in una delle bozze della lettera alla Zasulič, Marx scrisse che “tutti sa[peva]no che lì la soppressione della proprietà comune del suolo non [era] stata che un atto di vandalismo degli inglesi; non [aveva] spinto il popolo indigeno avanti, ma indietro”. A suo avviso, i britannici erano stati capaci solo di “distruggere l’agricoltura indigena e [di] raddoppiare il numero e l’intensità delle carestie”. Il capitalismo non arrecava progresso ed emancipazione come millantavano i suoi apologeti, ma solo rapina delle risorse naturali, devastazioni ambientali e nuove forme di schiavitù e di dipendenza umana.

Infine, Marx ritornò sulla possibile concomitanza tra capitalismo e forme comunitarie del passato, conservate nei paesi extra-europei, anche nel 1882. Nella Prefazione a una nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista, redatta assieme a Engels, il destino dell’Obščina fu accomunato a quello delle lotte proletarie in Europa: “in Russia, accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e assieme alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, oltre la metà del suolo si trova sotto forma di proprietà comune dei contadini. Si presenta, quindi, il problema: la comunità rurale russa, questa forma – è vero – in gran parte già dissolta dell’originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera? Oppure essa dovrà attraversare, prima, lo stesso processo di dissoluzione che ha costituito lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista”.

La posizione dialettica raggiunta da Marx gli consentì di abbandonare l’idea secondo la quale il modo di produzione socialista poteva essere costruito solo attraverso determinate tappe. Inoltre, egli negò espressamente la necessità storica dello sviluppo del capitalismo in ogni parte del mondo. Nei suoi ragionamenti non vi è traccia di determinismo economico. Le considerazioni che svolse, con ricchezza di argomentazioni, sul futuro dell’Obščina sono agli antipodi dell’equiparazione fra socialismo e sviluppo delle forze produttive affermatasi, con accenti nazionalistici, tanto in seno ai partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale (presso i quali sorsero finanche simpatie verso il colonialismo), quanto, con richiami a un presunto ‘metodo scientifico’ dell’analisi sociale, nel movimento comunista internazionale del Novecento.

Marx non mutò le sue idee di base sul profilo che avrebbe assunto la società comunista. Guidato dall’ostilità verso gli schematismi del passato, così come verso i nuovi dogmatismi che stavano nascendo in suo nome, ritenne possibile lo scoppio della rivoluzione in luoghi e forme precedentemente poco considerati. Per Marx il futuro restava nelle mani della classe lavoratrice e nella sua capacità di determinare, con le sue lotte e attraverso le proprie organizzazioni di massa, rivolgimenti sociali e la nascita di un sistema economico-politico alternativo.

Bibliografia
Aijaz Ahmad, In Theory: Classes, Nations, Literatures, Verso, London 1992.
Dipesh Chakrabarty, Provincializing Europe: Postcolonial Thought and Historical Difference, Princeton University Press, Princeton 2000.
Partha Chatterjee, The Politics of the Governed: Popular Politics in Most of the World, Columbia University Press, New York 2004.
Ranajit Guha, Dominance without Hegemony: History and Power in Colonial India, Harvard University Press, Cambridge 1997.
Sadiq Jalal al-Azm, Orientalism and Orientalism in Reverse, in Khamsin, vol. 8 (1980).
Neil Lazarus, The Fetish of “the West” in Postcolonial Theory, in Crystal Bartolovich and Neil Lazarus (eds.), Marxism, Modernity and Postcolonial Studies, Cambridge University Press, Cambridge 2002.
Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, Roma 2008 [1978].

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Buon compleanno Marx, libertario letto molto male

Marx è vivo e lotta insieme a noi. Lo slogan è un po’ scontato e forse abusato. Ma sorprendentemente vero. Nel duecentenario della nascita l’autore de Il Capitale e de Il Manifesto del partito comunista mantiene una attualità e una vitalità innegabili.

La scorsa settimana il quotidiano francese Le Monde gli ha dedicato un grande servizio che racconta la diffusione del marxismo negli Stati Uniti. Il Corriere della Sera gli dedica uno dei primi libri della nuova casa editrice, Solferino, curato da Antonio Carioti e in cui, nella prefazione di Ernesto Galli della Loggia si legge che  “non bisogna sottovalutare la forza anche camaleontica delle idee, la loro capacità di adattarsi ai tempi, di trovare nuovi motivi per tornare prepotentemente sulla scena. Specie se si tratta di idee forti, forti in particolare nell’indicare quale sia il nemico da combattere (che poi sia quello giusto è tutt’altro discorso)”.
Quello che è stato “un rabbino mancato”, come scrive un rigoroso studioso di Marx, Marcello Musto, docente presso la York University di Toronto, si impone sulla scena più da morto che da vivo. Sicuramente grazie a uno studio talmente intenso da averlo fatto ammalare.
Marx studiò sempre e senza pausa, nonostante gli stenti, i figli che gli morivano in casa, nonostante “la quintessenza della merda” che dovette ingoiare. In vita pubblicò relativamente poco, accumulando appunti e quaderni, alla continua ricerca della perfezione con l’opera omnia, Il Capitale, completato solo nel capitolo primo e poi ricostruito da Engels dopo la morte dell’autore. Questa incompiutezza e la mole sterminata dei suoi scritti rende l’opera marxiana fresca e vitale nonostante il santino del socialismo reale che gli è stato cucito addosso.
A essere convinto che invece Marx faccia rima con libertà è lo stesso Musto che respinge l’idea di una linea di congiunzione tra il pensatore di Treviri e il totalitarismo (tesi coltivata, sia pure con prudenza, da Hannah Arendt): “Marx assegnò un valore fondamentale alla libertà individuale” dice Musto al Fatto quotidiano. “Il suo comunismo è radicalmente diverso dal livellamento delle classi auspicato da tanti suoi predecessori e dalla grigia uniformità politica ed economica realizzata da molti suoi seguaci. Marx fu contrario a ogni tipo di socialismo di Stato e considerò essenziale, per ogni processo rivoluzionario, l’autoemancipazione dei lavoratori. La sua idea di società è, dunque, agli antipodi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo. Marx fu il teorico dell’autogoverno dei produttori”.
Su questa ipotesi c’è un filone di pensiero che è rimasto minoritario nella storia del marxismo occidentale, battuto dal comunismo reale, ma che ha poi trovato nuovi spazi nella Marx Renaissance di inizio 2000 e che può essere sintetizzata nelle parole del filosofo francese Jacques Derrida: “Sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx”.
Come invitava Immanuel Wallerstein sulle pagine domenicali de La Lettura, leggere Marx significa leggere le sue opere. Da quali cominciare? “Partirei dai documenti più importanti redatti per l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, compresa La guerra civile in Francia, dice Musto, ai quali farei immediatamente seguire i capitoli più storici del Libro Primo de Il Capitale, che resta il testo principale per comprendere la teoria di Marx. La Critica del programma di Gotha è un testo breve quanto prezioso. Una buona selezione dai Grundrisse, soprattutto delle pagine sulla società post-capitalistica, potrebbe precedere alcuni articoli giornalistici pubblicati sul New York Tribune, in particolare quelli sulla crisi economica del 1857. Il Manifesto del Partito Comunista e i Manoscritti economico-filosofici del 1844 restano delle letture molto affascinanti, ma andrebbero affrontate con la consapevolezza che Marx sviluppò ulteriormente le proprie concezioni, dopo la loro stesura”.
Ma, al dunque, perché Marx resta attuale, cosa funziona di quel pensiero? Come scriveva il filosofo francese Daniel Bensaid “il rapporto tra capitale e lavoro resta un rapporto asimmetrico; il primo non potrà mai fare a meno del secondo, mentre il secondo può fare benissimo a meno del primo”.
Musto fa la stessa osservazione: “In un’epoca nella quale la classe capitalista torna ad appropriarsi, senza quasi alcuna opposizione, di enormi quantità di lavoro non pagato, Marx mostra, meglio di chiunque altro, che i lavoratori non ricevono l’equivalente di quello che producono. Ne Il Capitale, egli affermò che la ricchezza della borghesia è possibile solo mediate la ‘trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse’. Questa dinamica si manifesta ancora di più su scala globale”.
Nonostante il lavoro non sia più non solo quello dell’800 ma nemmeno quello del 900 e nonostante il camaleontismo del capitale, quel rapporto ineguale è tutt’ora vigente. Si può pensare che la soluzione risieda in un nuovo compromesso tra capitale e lavoro, ipotesi riformista forte, alla Sanders; oppure che il capitalismo vada abbattuto, ipotesi rivoluzionaria. Ma l’analisi di quella disparità resta tutt’ora in piedi. La storia recente ha dimostrato che non esiste “terza via”. Anche per questo Marx non sente il peso dei suoi duecento anni.

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Il capitalismo non è eterno E Marx è ancora necessario

Immanuel Wallerstein, Senior Research Scholar alla Yale University (New Haven, USA) è considerato uno dei più grandi sociologi viventi. I suoi scritti sono stati molto influenzati dalle opere di Marx ed egli è uno degli studiosi più adatti con il quale riflettere sul perché il pensiero di Marx sia ritornato, ancora una volta, di attualità.

MM: Professor Wallerstein, 30 anni dopo la fine del cosiddetto “socialismo reale”, in quasi tutto il globo tantissimi dibattiti, pubblicazioni e conferenze hanno a tema la persistente capacità da parte di Marx di spiegare le contraddizioni del presente. Lei ritiene che le idee di Marx continueranno ad avere rilevanza per quanti ritengono necessario ripensare un’alternativa al capitalismo?

IW: Esiste una vecchia storia su Marx che dice che ogni qual volta si cerca di buttarlo fuori dalla porta, lui rientra dalla finestra. È quanto sta accadendo anche in questi anni. Marx è ancora fondamentale per quanto scrisse a proposito del capitalismo. Le sue osservazioni furono molto originali e completamente diverse da ciò che affermarono in proposito altri autori. Oggi affrontiamo problemi rispetto ai quali egli ha ancora molto da insegnarci e tanti editorialisti e studiosi – non certo solo io – trovano il pensiero di Marx particolarmente utile in questa fase di crisi economica e sociale. Ecco perché, nonostante quanto era stato predetto nel 1989, assistiamo nuovamente alla sua rinnovata popolarità.

MM: La caduta del Muro di Berlino ha liberato Marx dalle catene degli apparati statali dei regimi dell’Est Europa e da un’ideologia sideralmente lontana dalla sua concezione di società. Qual è il motivo centrale che suscita ancora tanta attenzione per l’interpretazione del mondo di Marx?

IW: Io credo che, se chiedessimo a quanti conoscono Marx di riassumere in una sola idea la sua concezione del mondo, la maggior parte di essi risponderebbe “la lotta di classe”. Io leggo Marx alla luce del presente e per me “lotta di classe” significa il perenne conflitto tra quella che io chiamo la “Sinistra Globale” – che ritengo possa ambire a rappresentare l’80% più povero della popolazione mondiale – e la “Destra Globale” – che rappresenta il suo 1% più ricco. Per vincere questo scontro bisogna conquistare il restante 19%; bisogna cercare di portarlo nel proprio campo e sottrarlo a quello dell’avversario.
Viviamo in un’era di crisi strutturale del sistema mondo. Credo che il capitalismo non sopravviverà, anche se nessuno sa con certezza da cosa potrà essere sostituito. Io sono convinto che vi siano due possibilità. Una prima è rappresentata da quello che chiamo lo “Spirito di Davos”. L’obiettivo del Forum Economico Mondiale di Davos è quello di imporre un sistema sociale nel quale permangono le peggiori caratteristiche del capitalismo: le gerarchie sociali, lo sfruttamento e, soprattutto, il dominio incontrastato del mercato con la conseguente polarizzazione della ricchezza. L’alternativa è, invece, un sistema più democratico e più egualitario di quello esistente. Per tornare a Marx, dunque, la lotta di classe costituisce lo strumento fondamentale per influire sulla costruzione di ciò che, in futuro, sostituirà il capitalismo.

MM: Le sue riflessioni circa la contesa per ricevere il sostegno politico della classe media ricordano Gramsci e il suo concetto di egemonia. Tuttavia, credo che per le forze di sinistra la questione prioritaria sia come ritornare a parlare alle masse popolari, ovvero quell’80% a cui lei fa riferimento, e come rimotivarle alla lotta politica. Questo è particolarmente urgente nel “Sud globale”, dove è concentrata la maggioranza della popolazione mondiale e dove, negli ultimi tre decenni, a dispetto del drammatico aumento delle diseguaglianze prodotte dal capitalismo, partiti e movimenti progressisti si sono indeboliti. Lì l’opposizione alla globalizzazione neoliberista è spesso guidata dai fondamentalismi religiosi e da partiti xenofobi, un fenomeno in crescita anche in Europa.
La domanda è se Marx può aiutarci in questo nuovo scenario. Libri di recente pubblicazione offrono nuove interpretazioni della sua opera. Essi rivelano un autore che fu capace di esaminare le contraddizioni della società capitalista ben oltre il conflitto tra capitale e lavoro. Marx dedicò molte energie allo studio delle società extra-europee e al ruolo distruttivo del colonialismo nelle periferie del sistema. Allo stesso modo, smentendo le interpretazioni che assimilano la concezione marxiana della società comunista al mero sviluppo delle forze produttive, l’interesse per la questione ecologica presente nell’opera di Marx fu ampio e rilevante. Infine, egli si occupò approfonditamente di numerose tematiche che molti studiosi spesso sottovalutano o ignorano quando parlano di lui. Tra queste figurano le potenzialità emancipatrici della tecnologia, la critica dei nazionalismi, la ricerca di forme di proprietà collettive non controllate dallo Stato, o la centralità politica della libertà individuale nella sfera economica e politica: tutte questioni fondamentali dei nostri giorni.
Accanto a questi “nuovi profili” di Marx – che suggeriscono come il rinnovato interesse per il suo pensiero sia un fenomeno destinato a proseguire nei prossimi anni – potrebbe indicare tre delle idee più conosciute di Marx grazie alle quali questo autore non può essere accantonato?

IW: Innanzitutto, Marx ci ha insegnato meglio di chiunque altro che il capitalismo non corrisponde al modo naturale di organizzare la società. Già in La miseria della filosofia, pubblicato quando aveva solo 29 anni, egli schernì gli economisti che sostenevano che le relazioni capitalistiche si fondavano su “leggi naturali, indipendenti dall’influenza del tempo”. Marx scrisse che gli economisti avevano riconosciuto il ruolo svolto dagli esseri umani nella storia quando avevano analizzato le “istituzioni feudali, nelle quali si trovavano rapporti di produzione del tutto differenti da quelli della società borghese”. Tuttavia, essi mancarono di storicizzare il modo di produzione da loro difeso e presentarono il capitalismo come “naturale ed eterno”. Nel mio libro Il capitalismo storico ho tentato di chiarire che il capitalismo è un sistema sociale storicamente determinato, contrariamente a quanto impropriamente sostenuto da alcuni economisti. Ho più volte affermato che non esiste un capitalismo che non sia capitalismo storico e, a tal proposito, dobbiamo molto a Marx.
In secondo luogo, vorrei sottolineare l’importanza del concetto di “accumulazione originaria”, ossia l’espropriazione della terra dei contadini che fu alla base del capitalismo. Marx capì benissimo che si trattava di un processo fondamentale per la costituzione del dominio della borghesia. È un fenomeno che persiste ancora oggi.
Infine, inviterei a riflettere di nuovo sul tema “proprietà privata e comunismo”. In Unione Sovietica, in particolare durante il periodo staliniano, lo Stato deteneva la proprietà dei mezzi di produzione. Ciò non impedì, però, che le persone fossero sfruttate e oppresse. Tutt’altro. Ipotizzare la costruzione del “socialismo in un unico paese”, come fece Stalin, costituì una novità mai considerata in precedenza, men che mai da Marx. La proprietà pubblica dei beni di produzione rappresenta una delle alternative possibili, ma non è l’unica. Esiste anche l’opzione della proprietà cooperativa. Tuttavia, se vogliamo costruire una società migliore, è necessario sapere chi produce e chi riceve il “plusvalore” – altro pilastro fondamentale della teoria di Marx. È questo il tema centrale. Va completamente mutato quanto si viene a determinare nei rapporti capitalistici di produzione.

MM: Il 2018 coincide con il bicentenario della nascita di Marx e nuovi libri e film vengono dedicati alla sua vita. Quali sono gli episodi della biografia di Marx che lei considera più significativi?

IW: Marx trascorse una vita molto difficile, in perenne lotta contro una povertà terribile. Fu molto fortunato ad avere incontrato un compagno come Friedrich Engels che lo aiutò a sopravvivere. Marx non ebbe nemmeno una vita affettiva semplice e la sua tenacia nel portare a compimento la missione che aveva assegnato alla propria esistenza – ovvero la comprensione del meccanismo di funzionamento del capitalismo – è davvero ammirabile. Marx non pretese né di spiegare l’antichità, né di definire come avrebbe dovuto essere la futura società socialista. Volle comprendere il suo presente, il sistema capitalistico nel quale egli viveva.

MM: Nel corso della sua vita, Marx non fu soltanto lo studioso isolato dal mondo tra i libri del British Museum; fu un rivoluzionario sempre impegnato nelle lotte della sua epoca. Da giovane, a causa della sua militanza politica, egli venne espulso dalla Francia, dal Belgio e dalla Germania e, quando le rivoluzioni del 1848 vennero sconfitte, fu costretto all’esilio in Inghilterra. Egli fondò quotidiani e riviste e appoggiò, in tutti i modi che poté, le lotte del movimento operaio. Inoltre, dal 1864 al 1872 fu il principale animatore dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la prima organizzazione transnazionale della classe operaia, e, nel 1871, difese strenuamente la Comune di Parigi, il primo esperimento socialista della storia.

IW: Sì, è vero, è essenziale ricordare la militanza politica di Marx. Come lei ha messo in evidenza nel volume Lavoratori di tutto il mondo unitevi!, Marx ebbe un’influenza straordinaria nell’Internazionale, un’organizzazione composta da lavoratori fisicamente distanti tra loro, in un’epoca in cui non esistevano mezzi che potessero agevolare la comunicazione. Marx fece politica anche attraverso il giornalismo, impiego che svolse per tanta parte della sua vita. Certo, egli lavorò come corrispondente del New-York Tribune prima di tutto per avere un reddito, ma considerò i propri articoli – che raggiunsero un pubblico molto vasto – come parte della sua attività politica. Essere neutrale non aveva alcun senso ai suoi occhi – il che non vuol dire che mancò di rigore nelle sue analisi. Egli fu sempre un giornalista impegnato e critico.

MM: Lo scorso anno, in occasione del 100° anniversario della Rivoluzione Russa, alcuni studiosi sono ritornati a discutere sulle distanze esistenti tra Marx e alcuni dei suoi autoproclamatisi epigoni che sono stati al potere nel XX secolo. Qual è la maggiore differenza esistente tra loro e Marx?

IW: Gli scritti di Marx sono illuminanti e molto più sottili e raffinati di molte interpretazioni semplicistiche delle sue idee. È sempre bene ricordare che fu lo stesso Marx, con una famosa boutade, ad affermare dinanzi ad alcune interpretazioni del suo pensiero: “quel che è certo è che io non sono marxista”. Marx, a seguito dei suoi continui studi, non di rado, mutò idee e opinioni. Si concentrò sui problemi che esistevano nella società del suo tempo e, a differenza di tanti che si sono richiamati al suo pensiero, fu profondamente antidogmatico. Questa è una delle ragioni per le quali Marx è una guida ancora così valida e utile.

MM: Per concludere, che messaggio le piacerebbe trasmettere a quanti, nella nuova generazione, non hanno ancora letto Marx?

IW: La prima cosa che vorrei dire ai più giovani è di leggere direttamente gli scritti di Marx. Non leggete su Marx, ma leggete Marx. Solo in pochi – rispetto a tutti quelli che parlano di lui – hanno veramente letto le opere di Marx. È una considerazione che, peraltro, vale anche per Adam Smith. In genere, con la speranza di risparmiare tempo, molte persone preferiscono leggere a proposito dei classici del pensiero politico ed economico e, dunque, finiscono per conoscerli attraverso i resoconti di altri. È solo uno spreco di energie! Bisogna leggere direttamente i giganti del pensiero moderno e Marx è, senza dubbio, uno dei principali studiosi del XIX e XX secolo. Nessuno gli è pari, né per la molteplicità delle tematiche da lui trattate, né per la qualità della sua analisi. Alle giovani generazioni dico che è indispensabile conoscere Marx e che per farlo bisogna leggere, leggere e leggere direttamente i suoi scritti. Leggete Karl Marx!

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Roberto Ellero, ytali

Ciao Marx, buon compleanno vecchia talpa!

Duecento anni dopo, il rivoluzionario di Treviri fa il suo esordio al cinema con “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, da vedere alla prima occasione.

Ricorda Marcello Musto nel suo prezioso L’ultimo Marx 1881-1883 (Donzelli editore, 2016) che nell’agosto del 1880 il Moro, come lo chiamavano in famiglia, riceve la visita di un importante giornalista statunitense, John Swinton, giunto a Ramsgate, una località balneare del Kent, per conoscere di persona il grande pensatore rivoluzionario di cui già molto si parla anche in America. Marx è poco più che sessantenne, già afflitto da quei fastidiosi disturbi polmonari e respiratori che lo condurranno fra qualche anno all’estremo passo. A Ramsgate, come poi in Provenza e persino in Algeria, per respirare aria buona e rimettersi possibilmente in sesto. Conversazione piacevole, com’era sua abitudine.

Calata la sera, a tenere compagnia ai due rimasero Charles Longuet e Paul Lafargue, i generi di Marx: «si parlò del mondo, dell’uomo, del tempo e delle idee, mentre i bicchieri tintinnarono sullo sfondo del mare». Fu in uno di quei momenti che il giornalista americano, pensando «alle incertezze e ai tormenti dell’epoca presente e di quelle passate», colpito dalle parole udite e «immergendosi nella profondità del linguaggio ascoltato», decise di interrogare il grande uomo che aveva di fronte a sé, circa «la legge ultima dell’essere». Fu così che, durante un momento di silenzio, «interruppe il rivoluzionario e filosofo con questa fatidica domanda. “Qual è?”». Per un attimo ebbe la sensazione che la mente di Marx «si stesse rivoltando su se stessa, nel mentre ascoltava il ruggire del mare». “Qual è [la legge]? – gli aveva chiesto. Con tono profondo e solenne [Marx] rispose: “La lotta!”». Inizialmente Swinton credette di aver udito «l’eco della disperazione» in quella risposta. Poi, però, convenne che era davvero quella la finalità della vita, sulla quale l’umanità, così come lui stesso, andava da sempre interrogandosi.

Di quarant’anni prima il ritratto di cui ha voluto farci dono Raoul Peck con Il giovane Karl Marx (Le jeune Karl Marx, 2017), una produzione franco-tedesco-belga finalmente anche sui nostri schermi per iniziativa di Wanted, che del regista haitiano già aveva distribuito il notevole I Am not Your Negro, 2016, film-documento “testamentario” sullo scrittore James Baldwin. Peck sceneggia insieme a Pascal Bonitzer, un passato da critico di punta ai Cahiers e una fitta filmografia alle spalle, mentre fra i produttori, quasi in incognito, troviamo Robert Guédiguian.

Metà anni Quaranta di due secoli fa. Marx (nel film August Diehl) giunge a Parigi dalla Germania, in esilio o quasi, con una nomea rivoluzionaria che va già ben oltre i confini della cosiddetta “sinistra hegeliana”, maturata sulle pagine della Rheinische Zeitung e fra i circoli della sovversione berlinese. Con lui, sposa recente, la moglie Jenny (Vicky Krieps, la cameriera “salvifica” de Il filo nascosto), che è una Westphalen, nobildonna diseredata e votata alla causa. Così come, solo votato, lo stipendio bene o male è al sicuro, l’abbiente coetaneo Friedrich Engels (Stefan Konarske), che viene da una famiglia di industriali del tessile di Manchester, fattosi le ossa sul campo, uno che conosce bene “sia le miserie dei lavoratori che i privilegi della borghesia”.

Diffidenza, dapprima, da parte di Marx, poi una bella e solidale amicizia. Non fosse per l’amico “borghese”, la povertà della famiglia, prolifica oltretutto, finirebbe ben sotto la soglia di indigenza, perché l’intelligenza non basta.

Intellettuale e giornalista, Marx scrive molto ma realizza poco. E ha un caratteraccio. Sulla scena della sovversione europea, prossima a scoppiare nel 1848, c’è soprattutto Proudhon, che conosce e stima, ma non basta sostenere che “la proprietà è un furto” e annacquare poi tutto negli incerti destini della povertà alla riscossa. Quanto alla filosofia, deve smetterla di star lì ad interrogarsi sul mondo. Deve cominciare a cambiarlo. Come? Bella domanda.

Passando da una città all’altra, pressato dalle polizie di ogni paese e contrada, a quanti parlano di fratellanza il giovane Marx risponde con i rapporti di produzione. In nuce, ci sono già i prodromi del Capitale, l’analisi spietata del funzionamento onnivoro del capitalismo, ma è ancora presto per spiegare sino in fondo le armi di quella “critica della critica critica” che con fulminante battuta, quasi surrealista, Jenny così battezza, precorrendo inconsapevolmente le prodezze di un altro Marx di là da venire, Groucho.

E poi occorre essere pratici, come sa esserlo l’amico Freddy, che con un colpo di mano s’impossessa a Londra della Lega dei Giusti trasformandola d’incanto in Lega dei Comunisti. E per le masse (anagramma di messa) ci vuole un nuovo Verbo, parole semplici ma efficaci, comprensibili a tutti, tipo “un fantasma si aggira per l’Europa”… No, meglio “uno spettro”.

Lo spettro del comunismo, come ognuno sa, incipit del manifesto di un partito che ancora non c’è, un libro destinato alla storia e che presto sarà best seller mondiale, a lento ma inesorabile assorbimento. Figuratevi quando, un secolo e mezzo dopo, vengono a menarcela con il marketing e con il brand…

È davvero molto bella quella sequenza in cui, attorno a un tavolo zeppo di manoscritti, viene redatto a più mani il Manifesto del Partito Comunista. Come pure la sequenza finale sulla spiaggia di Ostenda, i due amici che tracciano un provvisorio bilancio e Marx, non ancora trentenne, che si sente già vecchio e stanco.

Gioventù bruciata di allora, ma i ribelli avevano ben trovato la loro causa. Si immaginano prossimamente borghesi, una vita borghese, ma intanto macinano nuovi capitoli.

Grandi le contraddizioni sotto il cielo, dirà qualcuno, parecchio tempo dopo.

Per Marx, che il prossimo 5 maggio compirà duecento anni, il film di Peck è una prima assoluta al cinema. In precedenza, qualche cameo (il testone che fa da prua alla barca che attraversa Parigi in Sweet Movie, 1974, di Dušan Makavejev; il pellegrinaggio alla tomba di Highgate dei giovani proletari di High Hopes, 1988, bellissima opera quasi prima di Mike Leigh), il proposito di Ėjzenštejn di portare sullo schermo Il capitale, con la lingua di Joyce e raccomandandosi di non spiare mai i “grandi” dal buco della serratura (s’è visto poi il beffardo servizietto resogli da Peter Greenaway nel biopic Eistenstein in Messico, 2015), il Kluge sperimentale ad oltranza – nove ore e mezza – di Nachrichten aus der ideologischen Antike – Marx Eisenstein Das Kapital, 2008, ovvero Notizie dall’antichità ideologica eccetera.

Timore reverenziale forse, scarsità di romanzesco, intraducibilità iconica di un pensiero talmente denso da far (cinematograficamente) paura.

Il film di Peck osa dove molti altri non hanno osato. E pazienza se qualcuno lo troverà didascalico, didattico, paratelevisivo. Ce ne fossero, come s’usa dire.

Per chi scrive, marxiano impenitente, è stato un bel vedere e un bel sentire: quel razionalista, pardon materialista, figlio del suo tempo (e di un ebreo convertito), ateo naturalmente, ben romantico e certamente scapigliato, intimamente rivoluzionario, persino acido nell’espressione del suo eterno disincanto, già qui precocemente maturo, beh, quel Marx lì suona incredibilmente attuale.

Giovani e non più giovani di buona volontà, andatevelo a vedere e baruffate pure con gli esercenti se non programmano il film, con tutte le bufale che girano di questi tempi per gli schermi, anche d’essai.

Il Marx di Peck sembra persino sul punto di dire all’amico Engels quel che in effetti qualche tempo dopo dirà: “Non permetto a nessuno di dirsi marxista”, altra freddura che sembra uscita dal cilindro di Groucho. Marx, ciò che è morto e ciò che è vivo, lasciamo ad altri il solito giochetto della torre, tanto per noi è sin troppo chiaro.

Piuttosto, per parafrasare un’altra delle sue, e in vista del bicentenario, di cui non sappiamo quanti vorranno e sapranno ricordarsi: “Buon compleanno, vecchia talpa!”.

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Il geniale Marx, il devoto Engels. Che amicizia

Karl Marx e Friedrich Engels si conobbero a Colonia, nel novembre del 1842, quando quest’ultimo visitò la redazione della Gazzetta Renana e incontrò il suo giovane direttore. L’inizio del loro sodalizio teorico avvenne, però, solo nel 1844, a Parigi.

A differenza di Marx, Engels, figlio di un proprietario di un’industria tessile, aveva già avuto la possibilità di viaggiare in Inghilterra, verificando di persona gli effetti dello sfruttamento capitalistico sul proletariato. Un suo articolo sulla critica dell’economia politica, stampato negli Annali Franco-Tedeschi, destò un forte interesse in Marx che, proprio in quel periodo, decise di destinare tutte le sue energie a questa disciplina. I due cominciarono così una collaborazione, teorica e politica, che durò per il resto delle loro esistenze.

Nel 1845, quando il governo francese espulse Marx a causa della sua militanza comunista, Engels lo seguì a Bruxelles. In quello stesso anno apparve anche una delle poche opere scritte in comune, una critica dell’idealismo dei giovani hegeliani, intitolata La sacra famiglia, e i due redassero un voluminoso manoscritto – L’ideologia tedesca – che venne poi lasciato alla “critica roditrice dei topi”. Successivamente, in concomitanza con i primi moti del 1848, Marx ed Engels pubblicarono quello che sarebbe diventato il testo politico più letto della storia dell’umanità: Il manifesto del partito comunista.

Nel 1849, in seguito alla sconfitta della rivoluzione, Marx fu costretto a trasferirsi in Inghilterra ed Engels lo raggiunse poco dopo. Il primo prese dimora a Londra, mentre il secondo andò a lavorare a 300 chilometri di distanza, a Manchester, dove iniziò a dirigere l’azienda di famiglia. Dal 1850 al 1870, anno nel quale Engels si ritirò dagli affari e poté finalmente ricongiungersi con l’amico nella capitale inglese, essi diedero vita al periodo più intenso del loro carteggio, confrontandosi, più volte a settimana, sui principali avvenimenti politici ed economici della loro epoca. Datano proprio a questo ventennio la gran parte delle 2.500 lettere scambiate tra i due, alle quali vanno aggiunte altre 1.500 da loro spedite a militanti e intellettuali di quasi venti paesi. Completano questa imponente corrispondenza ben 10.000 missive indirizzate a Marx ed Engels da terzi e altre 6.000 lettere delle quali, pur se non rintracciate, si ha comprovata certezza della loro esistenza. Si tratta di un tesoro prezioso, in cui sono racchiuse idee che, talvolta, essi non riuscirono a sviluppare compiutamente nei loro scritti.

Pochi carteggi dell’Ottocento possono vantare riferimenti così eruditi come quelli che emergono dalle missive dei due rivoluzionari comunisti. Marx leggeva in otto lingue ed Engels ne padroneggiava addirittura dodici; le loro lettere si contraddistinguono per l’alternarsi dei tanti idiomi usati e per le citazioni colte, incluse quelle in latino e greco antico. I due umanisti erano anche grandi appassionati di letteratura. Marx conosceva il teatro di Shakespeare a memoria e non si stancava mai di sfogliare i suoi volumi di Eschilo, Dante e Balzac. Engels fu a lungo il presidente dell’Istituto Schiller di Manchester e adorava Ariosto, Goethe e Lessing. Accanto al permanente dibattito sugli eventi internazionali e sulle possibilità rivoluzionarie, numerosi furono gli scambi inerenti le maggiori scoperte di tecnologia, geologia, chimica, fisica, matematica e antropologia. Per Marx, Engels costituì sempre un confronto imprescindibile e la voce critica che andava consultata ogni qualvolta occorreva prendere posizione su un tema controverso.

In alcuni periodi, vi fu tra loro una vera e propria divisione del lavoro. Dei 487 articoli firmati da Marx, tra il 1851 e il 1862, per il New-York Tribune, il giornale più diffuso degli Stati Uniti, quasi la metà furono, in realtà, scritti da Engels. Marx narrò al pubblico americano i più rilevanti accadimenti politici mondiali e le crisi economiche, mentre Engels raccontò le molte guerre in corso e i loro possibili esiti. Così facendo, egli permise all’amico di poter dedicare più tempo al completamento delle ricerche di economia.

Dal punto di vista umano, il loro rapporto fu ancora più straordinario di quello intellettuale. Marx confidò a Engels tutte le sue difficoltà personali, a cominciare dalla terribile povertà e dai tanti problemi di salute che lo tormentarono per decenni. Engels si prodigò con totale abnegazione per aiutare l’amico e la sua famiglia, facendo sempre tutto quanto era nelle sue possibilità per assicurare loro un’esistenza dignitosa e per agevolare il completamento di Il capitale. Marx gli fu costantemente grato per tale aiuto, come dimostra quanto gli scrisse in una notte dell’agosto del 1867, pochi minuti dopo aver finito la correzione delle bozze del libro I: “debbo soltanto a te se ciò fu possibile”.

A partire dal settembre 1864, la stesura del magnum opus di Marx era stata ritardata anche a causa della sua partecipazione all’attività dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Egli aveva assunto il grande onere della sua direzione fin dal principio, ma anche Engels, appena poté, mise le sue doti politiche al servizio degli operai. La notte del 18 marzo del 1871, quando ebbero notizia che “l’assalto al cielo” era riuscito e che a Parigi era nata la prima Comune socialista della storia dell’umanità, compresero che i tempi potevano mutare più velocemente di quanto essi stessi si aspettavano.
Anche dopo la morte della moglie di Marx nel 1881, quando i medici gli imposero diversi viaggi lontano da Londra, per tentare di curare meglio le sue malattie, i due non smisero mai di scriversi. Utilizzarono sovente gli affettuosi soprannomi con i quali erano chiamati dai reciproci compagni di lotta: il Moro e il Generale – Marx a causa del colore corvino di barba e capelli, Engels per la grande esperienza in materia di strategia militare.

Poco prima della sua morte, Marx chiese a sua figlia Eleanor di rammentare a Engels di “fare qualcosa” dei suoi manoscritti incompiuti. Egli rispettò la sua volontà e, subito dopo quel pomeriggio del marzo 1883, quando lo rivide per l’ultima volta, intraprese un lavoro ciclopico. Engels sopravvisse a Marx per 12 anni, buona parte dei quali furono impiegati per rendere pubblicabili gli appunti dei libri II e III di Il capitale che l’amico non era riuscito a completare.
In quel periodo della sua vita, gli mancarono molte cose di Marx e tra queste anche il loro costante scambio epistolare. Engels catalogò con cura le loro lettere, ricordandosi degli anni in cui, fumando la pipa, soleva redigerne una per notte. Le rilesse spesso, in alcune circostanze con un po’ di malinconia, ripensando ai tanti momenti della loro giovinezza durante i quali, sorridendo e burlandosi l’uno dell’altro, si erano sforzati di prevedere dove sarebbe potuta scoppiare la prossima rivoluzione. Mai, però, lo abbandonò la certezza che molti altri avrebbero proseguito il loro lavoro teorico e che in milioni, in ogni angolo del mondo, avrebbero continuato a lottare per l’emancipazione delle classi subalterne.

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Book chapter

Introduzione

1. Le origini del concetto.
L’alienazione può essere annoverata tra le teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx assunse un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. Tuttavia, diversamente da come si potrebbe immaginare, il percorso della sua affermazione non è stato affatto lineare e le pubblicazioni di alcuni inediti di Marx, contenenti riflessioni sull’alienazione, hanno rappresentato significativi punti di svolta per la trasformazione e la diffusione di questa teoria.

Nel corso dei secoli, il termine alienazione fu utilizzato più volte e con mutevoli significati. Nella riflessione teologica esso designò il distacco dell’uomo da dio; nelle teorie del contratto sociale servì a indicare la perdita della libertà originaria dell’individuo; mentre nell’economia politica inglese venne adoperato per descrivere la cessione della proprietà della terra e delle merci. La prima sistematica esposizione filosofica dell’alienazione avvenne solo all’inizio dell’Ottocento e fu opera di Georg W. F. Hegel (1770-1831). Nella Fenomenologia dello spirito (1807), infatti, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e adoperò i termini di Entäusserung (rinuncia) ed Entfremdung (estraneità, scissione) per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tale problematica ebbe grande importanza anche presso gli autori della Sinistra hegeliana e la concezione di alienazione religiosa elaborata da Ludwig Feuerbach (1804-1872) nell’Essenza del cristianesimo (1841), ovvero la critica del processo mediante il quale l’uomo si convince dell’esistenza di una divinità immaginaria e si sottomette a essa, contribuì in modo significativo allo sviluppo del concetto.

Successivamente, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori autori della seconda metà dell’Ottocento vi dedicò particolare attenzione. Lo stesso Marx impiegò il termine in rarissime occasioni nelle opere pubblicate nel corso della sua esistenza, e questo tema risultò del tutto assente anche nel marxismo della Seconda Internazionale (1889-1914) .

Tuttavia, a cavallo tra i due secoli, alcuni pensatori elaborarono alcuni concetti che, successivamente, furono associati a quello di alienazione. Nei libri La divisione del lavoro sociale (1893) e Il suicidio (1897), ad esempio, Émile Durkheim (1858-1917) formulò la nozione di «anomia», con la quale intese indicare quell’insieme di fenomeni che si manifestavano nelle società in cui le norme preposte a garantire la coesione sociale entravano in crisi in seguito al forte sviluppo della divisione del lavoro. I mutamenti sociali intervenuti nel XIX secolo, con le enormi trasformazioni del processo produttivo, costituirono anche lo sfondo delle riflessioni dei sociologi tedeschi. Nella Filosofia del denaro (1900), Georg Simmel (1858-1918) dedicò grande attenzione al predominio delle istituzioni sociali sugli individui e all’impersonalità dei rapporti umani, mentre in Economia e società (1922) Max Weber (1864-1920) si soffermò sui concetti di «burocratizzazione» e di «calcolo razionale» nelle relazioni umane, considerati l’essenza del capitalismo. Questi autori, però, reputarono tali fenomeni come eventi inevitabili e le loro considerazioni furono sempre guidate dalla volontà di rendere migliore l’ordine politico e sociale esistente, e non certo da quella di sovvertirlo con un altro.

2. La riscoperta dell’alienazione.
La riscoperta della teoria dell’alienazione avvenne grazie a György Lukács (1885-1971). In Storia e coscienza di classe (1923), riferendosi ad alcuni passaggi del libro I di Il capitale (1867) di Marx, in particolare al paragrafo dedicato al «carattere di feticcio della merce» (Der Fetischcharakter der Ware), egli elaborò il concetto di reificazione (Verdinglichung o Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo e indipendente e lo domina mediante leggi autonome e a lui estranee. Nei suoi tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács era ancora troppo simile a quella hegeliana, poiché anch’egli concepì la reificazione come un «fatto strutturale fondamentale» . Così, quando negli anni sessanta, soprattutto dopo la comparsa della traduzione francese del suo libro , questo testo tornò a esercitare una grande influenza tra gli studiosi e i militanti di sinistra, Lukács decise di ripubblicare il suo scritto in una nuova edizione introdotta da una lunga Prefazione autocritica, nella quale, per chiarire la sua posizione, affermò: «Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui […] l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione» .

Un altro autore che, nel corso degli anni venti, prestò grande attenzione a queste tematiche fu Isaak Ilijč Rubin (1886-1937). Nel suo scritto Saggi sulla teoria del valore di Marx (1924), egli sostenne che la teoria del feticismo costituiva «la base dell’intero sistema economico di Marx e, in particolare, della sua teoria del valore» . Per l’autore russo, la reificazione dei rapporti sociali rappresentava «un fatto reale del capitalismo» , ovvero consisteva in «una vera e propria “materializzazione” dei rapporti di produzione, e non di una semplice “mistificazione” o di un’illusione ideologica. Si tratta[va] di uno dei caratteri strutturali dell’economia nella società attuale. […] Il feticismo non [era] solo un fenomeno della coscienza sociale, ma dell’essere sociale stesso» . Nonostante queste intuizioni, lungimiranti se si considera il periodo in cui furono scritte, l’opera di Rubin non riuscì a favorire la conoscenza della teoria dell’alienazione, poiché, essendo stata tradotta in inglese soltanto nel 1972, conobbe una tarda ricezione in Occidente.

L’evento decisivo che intervenne a rivoluzionare in maniera definitiva la diffusione del concetto di alienazione fu la pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (1844), un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx. Da questo testo emerse il ruolo di primo piano conferito alla teoria dell’alienazione durante un’importante fase dello sviluppo della sua concezione: la scoperta dell’economia politica . Marx, infatti, mediante la categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit) non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima anche il presupposto per potere comprendere e superare le prime . Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, l’alienazione venne descritta come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro «sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente» . Per Marx, «l’espropriazione dell’operaio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’esistenza esterna, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica» .

Accanto a questa definizione generale, Marx elencò quattro differenti tipi di alienazione che indicavano come nella società borghese il lavoratore fosse alienato: a) dal prodotto del suo lavoro, che diviene un «oggetto estraneo e avente un dominio su di lui»; b) dall’attività lavorativa, che viene percepita come «rivolta contro lui stesso […] [e] a lui non appartenente»; c) dal genere umano, poiché la «essenza specifica dell’uomo» è trasformata in «un’essenza a lui estranea»; e d) dagli altri esseri umani, ovvero rispetto «al lavoro e all’oggetto del lavoro» realizzati dai suoi simili.

Per Marx, diversamente da Hegel, l’alienazione non coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, ma con una precisa realtà economica e con uno specifico fenomeno: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori. La diversità politica tra le due interpretazioni è enorme. Contrariamente a Hegel, che aveva rappresentato l’alienazione quale manifestazione ontologica del lavoro, Marx concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione, quella capitalistica, ritenendone possibile il superamento mediante «l’emancipazione della società dalla proprietà privata» . Considerazioni analoghe furono sviluppate nei quaderni di appunti contenenti gli estratti dall’opera Elementi di economia politica (1821) di James Mill (1773-1836):

il […] lavoro sarebbe libera manifestazione della vita e dunque godimento della vita. Ma nelle condizioni della proprietà privata esso è alienazione della vita; infatti io lavoro per vivere, per procurarmi mezzi per vivere. Il mio lavoro non è vita. In secondo luogo: nel lavoro sarebbe quindi affermata la peculiarità della mia individualità, poiché vi sarebbe affermata la mia vita individuale. Il lavoro sarebbe dunque vera e attiva proprietà. Ma nelle condizioni della proprietà privata la mia individualità è alienata al punto che questa attività mi è odiosa, è per me un tormento e solo la parvenza di un’attività, ed è pertanto anche soltanto un’attività estorta ed impostami soltanto da un accidentale bisogno esteriore, e non da un bisogno necessario interiore. Dunque, anche in queste frammentarie e, talvolta, esitanti formulazioni giovanili, Marx trattò l’alienazione sempre da un punto di vista storico e mai naturale.

3. Le altre concezioni dell’alienazione.
Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse affermarsi. La maggior parte degli autori che, nei primi decenni del Novecento, si occupò di questa problematica lo fece sempre considerandola un aspetto universale dell’esistenza umana. In Essere e tempo, Martin Heidegger (1889-1976) affrontò il problema dell’alienazione dal versante meramente filosofico e considerò questa realtà come una dimensione fondamentale della storia. La categoria da lui utilizzata per descrivere la fenomenologia dell’alienazione fu quella di «decadimento» (Verfallen) , cioè la tendenza dell’Esserci (Dasein) – che nella filosofia heideggeriana indica la costituzione ontologica della vita umana – a perdersi nell’inautenticità e nel conformismo del mondo che lo circonda. Per Heidegger, «questo stato presso il “mondo” significa l’immedesimazione nell’essere-assieme dominato dalla chiacchiera, dalla curiosità e dall’equivoco» . Un territorio, dunque, completamente diverso dalla fabbrica e dalla condizione operaia che furono al centro delle preoccupazioni e dell’elaborazione di Marx. Inoltre, questa condizione di «decadimento» non fu considerata da Heidegger come una condizione «negativa e deplorevole, che il progredire della civiltà umana avrebbe potuto un giorno annullare» , ma come una caratteristica ontologica, «un modo esistenziale dell’essere-nel-mondo» . Heidegger tentò anche di alterare lo stesso significato della concezione marxiana di alienazione. Nella Lettera sull’«umanismo» (1947) egli elogiò Marx, affermando che in lui la «alienazione raggiunge[va] una dimensione essenziale della storia» .

Tuttavia, questa posizione non corrisponde al vero poiché non è presente in nessuno degli scritti di Marx.
Anche Herbert Marcuse (1898-1979), che diversamente da Heidegger conosceva bene l’opera di Marx , identificò l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Nel saggio Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica (1932), egli sostenne che il «carattere di peso del lavoro» non poteva essere ricondotto meramente a «determinate condizioni presenti nell’esecuzione del lavoro, alla sua organizzazione tecnico-sociale», ma andava considerato come uno dei suoi tratti fondamentali:

quando è all’opera, il lavoratore è «presso la cosa», sia che stia dietro una macchina, o che progett[i] piani tecnici, o che prenda delle misure organizzative, o che studi problemi scientifici, o che istruisc[a] gli uomini, ecc. Nel suo fare si lascia guidare dalla cosa, si assoggetta e ubbidisce alle sue leggi, anche quando domina il suo oggetto […]. In ogni caso non è «presso di sé» […], è presso «l’altro da sé», anche quando questo fare dà compimento alla propria vita liberamente assunta. Questa alienazione ed estraneazione dell’esistenza […] è, per principio, ineliminabile.

Per Marcuse, quindi, esisteva una «negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana» . La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. Il superamento dell’alienazione fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva: «un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico» .

In Eros e civiltà (1955), Marcuse prese le distanze dalla concezione marxiana in modo netto. Affermò che l’emancipazione dell’uomo poteva realizzarsi solo mediante la liberazione dal lavoro (abolition of labor) e attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali. La possibilità di superare lo sfruttamento, mediante la nascita di una società basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, venne da lui accantonata, poiché il lavoro in generale, non solo quello salariato, venne considerato come

lavoro per un apparato che essi [la grande maggioranza della popolazione] non controllano, che opera come un potere indipendente. A questo potere gli individui, se vogliono vivere, devono sottomettersi, ed esso diventa tanto più estraneo quanto più si specializza la divisione del lavoro. […] Lavorano in uno stato di alienazione […] [in] assenza di soddisfazione [e] negazione del principio del piacere.

La norma cardine contro cui gli esseri umani avrebbero dovuto ribellarsi era il principio di prestazione (performance) imposto dalla società. Secondo Marcuse, infatti,

il conflitto tra sessualità e civiltà si acuisce con lo sviluppo del dominio. Sotto la legge del principio di prestazione, corpo e anima vengono ridotti a strumenti di lavoro alienato; come tali possono funzionare soltanto se rinunciano alla libertà di quel soggetto-oggetto libidico che originalmente l’organismo umano è, e desidera essere. […] L’uomo esiste come strumento di prestazione alienata .

Dunque, egli concluse che la produzione materiale, anche se organizzata in modo equo e razionale, «non potrà mai rappresentare un regno di civiltà e di soddisfazione […]. È la sfera al di fuori del lavoro che determina la libertà e la realizzazione» . L’alternativa proposta da Marcuse fu l’abbandono del mito prometeico caro al giovane Marx, per approdare a un orizzonte dionisiaco: la «liberazione dell’eros» . Diversamente da Sigmund Freud (1856-1939), il quale nel Disagio della civiltà (1930) aveva sostenuto che un’organizzazione non repressiva della società avrebbe comportato una pericolosa regressione del livello di civiltà raggiunto nei rapporti umani , Marcuse era convinto che se la liberazione degli istinti fosse avvenuta in una «società libera», altamente tecnologizzata e al servizio dell’uomo, essa avrebbe favorito non solo «uno sviluppo del progresso» , ma anche creato «nuovi e duraturi rapporti di lavoro» .

In questo evolversi del suo pensiero, una significativa influenza fu esercitata dalle idee di Charles Fourier (1772-1837) il quale, nella Teoria dei quattro movimenti (1808), si era opposto ai sostenitori del «sistema commerciale», verso i quali utilizzò in senso dispregiativo l’epiteto di «civilizzati», e aveva sostenuto che la società sarebbe stata libera solo nel momento in cui tutti i suoi componenti fossero ritornati a esprimere le loro passioni. Queste erano per lui ben più importanti della «ragione», in nome della quale erano stati compiuti «tutti i massacri di cui la storia ha trasmesso il ricordo» . Secondo Fourier, il principale errore per un regime politico consisteva, dunque, nella repressione della natura umana. L’«armonia» sarebbe stata possibile solo se gli individui avessero potuto sprigionare, come quando si trovavano allo stato naturale, tutti i loro istinti.

Quanto a Marcuse, giunto a perorare la necessità di opporsi al dominio tecnologico in generale, le indicazioni che egli fornì sul modo in cui una nuova società avrebbe potuto prendere corpo furono più che vaghe. La critica dell’alienazione non rispondeva più allo scopo di contrastare i rapporti di produzione capitalistici e Marcuse approdò, alla fine, a una riflessione così pessimistica sulle possibilità di un cambiamento sociale da includere persino la classe operaia tra i soggetti che operavano in difesa del sistema.

La prefigurazione di un’estraneazione generalizzata, prodotta da un controllo sociale invasivo e dalla manipolazione dei bisogni creata dalla capacità d’influenza dei mass-media , fu teorizzata anche da Max Horkheimer (1895-1973) e Theodor Adorno (1903-1969), altri due esponenti di punta della Scuola di Francoforte. In Dialettica dell’illuminismo (1947), essi affermarono che «la razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto […] della società estraniata a sé stessa» . Essi ponevano in evidenza come, nel capitalismo, persino la sfera del divertimento, un tempo libera e alternativa al lavoro, fosse stata assorbita negli ingranaggi della riproduzione del consenso.

Dopo la seconda guerra mondiale, il concetto di alienazione approdò anche alla psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella società borghese, gli esseri umani sono posti dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura. Per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione, essi dovevano necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni: «di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza» . Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta a un fenomeno meramente soggettivo.

L’esponente che più si occupò di alienazione, in questa disciplina, fu Erich Fromm (1900-1980). Diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, egli non separò mai le manifestazioni dell’alienazione dal contesto storico capitalistico e, con i suoi scritti Psicanalisi della società contemporanea (1955) e L’uomo secondo Marx (1961), si servì di questo concetto per tentare di costruire un ponte tra la psicoanalisi e il marxismo. Tuttavia, anche Fromm affrontò questa problematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva e la sua concezione di alienazione, che riassunse come «una forma di esperienza per la quale la persona conosce sé stessa come un estraneo» , rimase troppo circoscritta al singolo. Inoltre, la sua interpretazione della concezione dell’alienazione in Marx si basò sui soli Manoscritti economico-filosofici del 1844 e si caratterizzò per una profonda incomprensione della specificità e della centralità del concetto di lavoro alienato nel pensiero di Marx. Questa lacuna impedì a Fromm di conferire il dovuto risalto all’alienazione oggettiva, ovvero quella dell’operaio nell’attività lavorativa e rispetto al prodotto del suo lavoro, e lo portò a sostenere, proprio per aver trascurato l’importanza dei rapporti produttivi, tesi che appaiono persino ingenue:

Marx credeva che la classe operaia fosse la più estraniata […], non previde fino a che punto l’alienazione doveva diventare il destino della grande maggioranza della popolazione […]. L’impiegato, l’addetto alle vendite, il dirigente, sono oggi anche più alienati del lavoratore manuale specializzato. L’attività di quest’ultimo dipende ancora dall’espressione di certe qualità personali quali l’abilità specifica, l’attendibilità, ecc; ed egli non è costretto a vendere la sua «personalità», il suo sorriso, le sue opinioni in un affare.

Anche Jean-Paul Sartre (1905-1980) e gli esistenzialisti francesi si occuparono di alienazione . A partire dagli anni quaranta, in un periodo caratterizzato dagli orrori della guerra, dalla conseguente crisi delle coscienze e, nel panorama francese, dal neohegelismo di Alexandre Kojève (1902-1968) , il fenomeno dell’alienazione fu assunto come riferimento ricorrente sia in filosofia che in narrativa . Tuttavia, anche in questa fase, la nozione di alienazione assunse un profilo molto più generico rispetto a quello esposto da Marx. Essa fu identificata con un indistinto disagio dell’essere umano nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile. I filosofi esistenzialisti non fornirono una specifica origine sociale dell’alienazione, ma, tornando ad assimilarla con ogni fattualità, concepirono l’alienazione come un senso generico di alterità umana (il fallimento del «socialismo reale» in Unione Sovietica favorì certamente l’affermazione di questa posizione).

In una delle opere più significative di questa tendenza filosofica, i Saggi su Marx e Hegel (1955), Jean Hyppolite (1907-1968) espose questa posizione nel modo seguente:

[l’alienazione] non ci pare riducibile immediatamente al solo concetto di alienazione dell’uomo nel capitale, come lo intende Marx. Questo è solo un caso particolare di un problema più universale, che è quello dell’autocoscienza umana che, incapace di pensarsi come un «cogito» separato, si trova solamente nel mondo che edifica, negli altri io che riconosce e che, a volte, misconosce. Ma questo modo di ritrovarsi nell’altro, questa oggettivazione, è sempre più o meno una alienazione, una perdita di sé e nello stesso tempo un ritrovarsi. Così oggettivazione e alienazione sono inseparabili e la loro unità non può essere altro che l’espressione di una tensione dialettica che si vede nel movimento stesso della storia .

Marx aveva contribuito a sviluppare una critica della soggezione umana basata sull’opposizione ai rapporti di produzione capitalistici . Gli esistenzialisti, invece, intrapresero una strada diversa, ovvero tentarono di riassorbire il pensiero di Marx, attraverso quelle parti della sua opera giovanile che potevano risultare più utili alle loro tesi, in una discussione priva di una specifica critica storica e a tratti meramente filosofica.

4. Il dibattito sul concetto di alienazione negli scritti giovanili di Marx.
Nella discussione sull’alienazione che si sviluppò in Francia, il ricorso alle teorie di Marx fu molto frequente. Tuttavia, in questo dibattito, spesso furono esaminati soltanto i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e non vennero prese in considerazione neanche le parti del libro I di Il capitale in base alle quali Lukács aveva costruito la sua teoria della reificazione negli anni venti. Inoltre, alcune frasi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono completamente estrapolate dal contesto e vennero trasformate in citazioni sensazionali aventi lo scopo di dimostrare la presunta esistenza di un «nuovo Marx», radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto, perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che alcuni suoi commentatori attribuivano a Il capitale – testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti sostennero questa tesi. Anche rispetto al solo manoscritto del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), cioè il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto giovanile, ma sempre in relazione all’alienazione oggettiva.

Lo stesso clamoroso errore fu commesso da un esponente di primo piano del pensiero filosofico-politico del dopoguerra. Nell’opera Vita Activa (1958), infatti, Hannah Arendt (1906-1975) costruì la propria interpretazione del concetto di alienazione in Marx solo in base ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, e per giunta privilegiando, tra le tante tipologie di alienazione indicate da Marx, esclusivamente quella soggettiva:

l’espropriazione e l’alienazione del mondo coincidono; e l’età moderna, contro le stesse intenzioni dei suoi protagonisti, cominciò con l’alienare dal mondo certi strati della popolazione. […] L’alienazione del mondo, quindi, e non l’alienazione di sé, come pensava Marx, è stata la caratteristica distintiva dell’età moderna .

A dimostrazione della sua scarsa attenzione verso le opere della maturità di Marx, dovendo segnalare i passi dai quali si potesse evincere come Marx aveva «una certa consapevolezza delle indicazioni nel senso dell’alienazione mondana nella economia capitalistica», la Arendt rimandò all’articolo giornalistico giovanile Dibattiti sulla legge contro i furti di legna, e non alle decine di pagine in proposito, certamente ben più significative, contenute nel libro I di Il capitale e nei suoi manoscritti preparatori. La sua sorprendente conclusione fu che: «nell’insieme dell’opera di Marx queste considerazioni occasionali [avevano] un ruolo secondario, mentre una parte di primo piano [era] giocata dall’estremo soggettivismo moderno» . Dove e in che modo, nella sua analisi della società capitalistica, Marx avesse privilegiato «l’alienazione di sé» resta un mistero di cui la Arendt non fornì spiegazione nel suo scritto.

Negli anni sessanta, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo periodo venne concepita la distinzione tra due presunti Marx: il «giovane Marx» e il «Marx maturo». Questa arbitraria e artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche (ad esempio la gran parte degli esistenzialisti), sia da quanti (tra questi Louis Althusser, 1918-1990, e quasi tutti i marxisti sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello di Il capitale.

Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria «fobia dell’alienazione», tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come «un peccato di gioventù, un residuo di hegelismo» , successivamente abbandonato da Marx. I primi rimossero la circostanza che la concezione dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 era stata scritta da un autore ventiseienne e appena agli albori dei suoi studi principali; i secondi, invece, non vollero riconoscere l’importanza della teoria dell’alienazione in Marx anche quando, con la pubblicazione di nuovi inediti, divenne evidente che egli non aveva mai smesso di occuparsene nel corso della sua esistenza e che essa, anche se mutata, aveva conservato un posto di rilievo nelle tappe principali dell’elaborazione del suo pensiero.

Sostenere, come affermarono in tanti, che la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 fosse il tema centrale del pensiero di Marx è un falso che denota soltanto la scarsa familiarità con la sua opera da parte di coloro che propesero per questa tesi . D’altro canto, quando dopo la seconda guerra mondiale Marx diventò l’autore più discusso e citato nella letteratura filosofica mondiale proprio per le sue pagine inedite relative all’alienazione, il silenzio dell’Unione Sovietica su questa tematica, e sulle controversie a essa legate, fornì un esempio della strumentalizzazione dei suoi scritti in quel paese. L’esistenza dell’alienazione in Unione Sovietica, e nei suoi paesi satelliti, fu semplicemente negata e tutti i testi che trattavano questa problematica vennero ritenuti sospetti. Secondo Henri Lefebvre (1901-1991), «nella società sovietica non poteva, non doveva più essere questione di alienazione. Il concetto doveva sparire, per ordine superiore, per la ragion di Stato» . E, così, fino agli anni settanta, furono pochissimi gli autori che, nel «campo socialista», scrissero delle opere in proposito.

Infine, anche affermati autori europei sottovalutarono la complessità del fenomeno. Lucien Goldmann (1913-1970) si illuse circa il possibile superamento dell’alienazione nelle condizioni economico-sociali del tempo e dichiarò, nel suo libro Ricerche dialettiche (1958), che essa sarebbe scomparsa, o regredita, grazie al mero effetto della pianificazione. Secondo Goldmann, «la reificazione è invero un fenomeno strettamente legato alla assenza di pianificazione e alla produzione per il mercato». Il socialismo sovietico a Est e le politiche keynesiane in Occidente avrebbero portato «al risultato di una soppressione della reificazione nel primo caso, [e] di un affievolimento progressivo nel secondo» . La storia ha dimostrato la fallacia delle sue previsioni.

5. Il fascino irresistibile della teoria dell’alienazione.
A partire dagli anni sessanta esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri e articoli sul tema . Fu il tempo dell’alienazione tout court. Il periodo durante il quale numerosi autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, all’anomia, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifesta nel rapporto con le nuove tecnologie, e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, e all’inquinamento ambientale.

Il concetto di alienazione sembrò riflettere alla perfezione lo spirito del tempo e costituì anche il terreno d’incontro, nell’elaborazione della critica alla società capitalistica, tra il marxismo filosofico e anti-sovietico e il cattolicesimo più democratico e progressista. La popolarità del concetto e la sua applicazione indiscriminata, però, crearono una profonda ambiguità terminologica . Così, nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo spropositato ampliamento della sua nozione generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno tanto esteso da apparire immodificabile.

Con il libro La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord (1931-1994), divenuto poco dopo la sua uscita un vero e proprio manifesto di critica sociale per la generazione di studenti in rivolta contro il sistema, la teoria dell’alienazione approdò alla critica della produzione immateriale. Riprendendo le tesi già avanzate da Horkheimer e Adorno, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente, Debord affermò che il non-lavoro non poteva più essere considerato come una sfera differente dall’attività produttiva:

mentre nella fase primitiva dell’accumulazione capitalistica «l’economia politica non vede nel proletario che l’operaio», che deve ricevere il minimo indispensabile per la conservazione della sua forza-lavoro, senza mai considerarlo «nei suoi svaghi, nella sua umanità»; questa posizione delle idee della classe dominante si rovescia non appena il grado di abbondanza raggiunto nella produzione di merci esige un surplus di collaborazione dall’operaio. Questo operaio, improvvisamente lavato dal disprezzo totale che gli è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e di sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa trattato apparentemente come una persona grande, con una cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore. Allora l’umanesimo della merce prende a proprio carico «gli svaghi e l’umanità» del lavoratore, semplicemente perché l’economia politica può e deve ora dominare queste sfere .

Per Debord, se il dominio dell’economia sulla vita sociale si era inizialmente manifestato attraverso una «degradazione dell’essere in avere», nella «fase presente» si era verificato uno «slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire» . Tale riflessione lo spinse a porre al centro della sua analisi il mondo dello spettacolo: «nella società lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione concreta dell’alienazione» , il fenomeno mediante il quale «il principio del feticismo della merce […] si compie in grado assoluto» . In queste circostanze, l’alienazione si affermava a tal punto da diventare persino un’esperienza entusiasmante per gli individui. Spinti da questo nuovo oppio del popolo al consumo e a «riconoscersi nelle immagini dominanti» , essi si allontanavano sempre più dai propri desideri ed esistenze reali:

lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. […] La produzione economica moderna allarga la sua dittatura estensivamente e intensivamente. […] A questo punto della «seconda rivoluzione industriale», il consumo alienato diventa per le masse un dovere supplementare che si aggiunge a quello della produzione alienata.

Sulla scia di Debord, anche Jean Baudrillard (1929-2007) utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi (1970), egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna, prendendo così le distanze dalla concezione marxiana ancorata alla centralità della produzione. Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche «l’era dell’alienazione radicale»:

la logica della merce si è generalizzata, in quanto oggi non regola solamente i processi di lavoro e i prodotti materiali, ma anche l’intera cultura, la sessualità, le relazioni umane, fino ai fantasmi e alle pulsioni individuali. […] Tutto è spettacolarizzato, cioè evocato, provocato, orchestrato in immagini, segni e modelli consumabili.

Le sue conclusioni politiche, però, furono piuttosto confuse e pessimistiche. Dinanzi a una grande stagione di fermento sociale, egli accusò «i contestatori del maggio francese» di essere caduti nella trappola di «super-reificare gli oggetti e il consumo dando loro un valore diabolico»; e criticò «i discorsi sull’alienazione, tutta la derisione operata dalla Pop e dall’antiarte», per aver creato una «requisitoria [che] fa parte del gioco: è il miraggio critico, l’antifiaba che corona la favola» . Dunque, lontano dal marxismo, che vedeva nella classe operaia il soggetto sociale di riferimento per cambiare il mondo, Baudrillard chiuse il suo libro con un appello messianico, tanto generico quanto effimero: «attenderemo le irruzioni brutali e le disgregazioni improvvise che, in maniera tanto imprevedibile, ma certa, quanto il maggio del 1968, manderanno in frantumi questa messa bianca» .

6. La teoria dell’alienazione nella sociologia nord-americana.
Negli anni cinquanta, il concetto di alienazione era entrato anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come problematica inerente il singolo essere umano , non le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente, non nelle pratiche collettive volte a mutare la società.

Anche in questa disciplina regnò a lungo una profonda incertezza circa una chiara e condivisa definizione dell’alienazione. Alcuni autori valutarono questo fenomeno come un processo positivo, perché ritenuto un mezzo di espressione della creatività dell’uomo, e inerente la condizione umana in generale . Altra caratteristica diffusa tra i sociologi statunitensi fu quella di considerare l’alienazione come qualcosa che scaturiva dalla scissione tra l’individuo e la società . Seymour Melman (1917-2004), infatti, individuò l’alienazione nella separazione tra la formulazione e l’esecuzione delle decisioni e la considerò un fenomeno che colpiva tanto gli operai quanto i manager . Nell’articolo Una proposta per misurare l’alienazione (1957), che inaugurò un dibattito sul concetto di alienazione nella rivista «American Sociological Review», Gwynn Nettler (1913-2007) adoperò lo strumento dell’inchiesta nell’intento di stabilirne una definizione. Tuttavia, lontanissimo dalla tradizione delle rigorose indagini sulle condizioni lavorative condotte dalle organizzazioni del movimento operaio, il questionario da lui formulato sembrò ispirarsi più ai canoni del maccartismo del tempo che non a quelli della ricerca scientifica .

Nettler, infatti, rappresentando le persone alienate come soggetti guidati da «un coerente mantenimento di atteggiamenti ostili e impopolari nei confronti del familismo, dei mezzi di comunicazione di massa, dei gusti di massa, dell’attualità, dell’istruzione popolare, della religione convenzionale, della visione teleologica della vita, del nazionalismo e del sistema elettorale» , identificò l’alienazione con il rifiuto dei principi conservatori della società statunitense.

La pochezza concettuale presente nel panorama sociologico nord-americano mutò in seguito alla pubblicazione (1959) del saggio Sul significato dell’alienazione, di Melvin Seeman (1918-…). In questo breve articolo, divenuto rapidamente un riferimento obbligato per tutti gli studiosi dell’alienazione, egli catalogò quelle che riteneva fossero le sue cinque forme principali: la mancanza di potere; la mancanza di significato (cioè la difficoltà dell’individuo a comprendere gli eventi in cui è inserito); la mancanza di norme; l’isolamento; l’estraniazione da sé . Questo elenco mostra come anche Seeman considerasse l’alienazione sotto un profilo primariamente soggettivo.

Robert Blauner (1929-2016), nel libro Alienazione e libertà (1964), sposò il medesimo punto di vista. L’autore statunitense definì l’alienazione una «qualità dell’esperienza personale che risulta da specifici tipi di disposizioni sociali» , anche se lo sforzo profuso nella sua ricerca lo portò a rintracciarne le cause nel «processo di lavoro in organismi giganteschi e nelle burocrazie impersonali che saturano tutte le società industriali» .

Nell’ambito della sociologia nord-americana, quindi, l’alienazione venne concepita come una manifestazione relativa al sistema di produzione industriale, a prescindere se esso fosse capitalistico o socialista, e come una problematica inerente soprattutto la coscienza umana . Questo approccio finì col porre ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione di questa nozione. Essa venne assunta anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, non più come una questione sociale, ma quale una patologia individuale la cui cura riguardava i singoli individui.

Ciò determinò un profondo mutamento della concezione dell’alienazione. Se nella tradizione marxista essa rappresentava uno dei concetti critici più incisivi del modo di produzione capitalistico, in sociologia subì un processo di istituzionalizzazione e finì con l’essere considerata come un fenomeno relativo al mancato adattamento degli individui alle norme sociali. Allo stesso modo, smarrì il carattere normativo che aveva in filosofia (anche negli autori che ritenevano l’alienazione come un orizzonte insuperabile) e si trasformò in un concetto a-valutativo, dal quale era stato rimosso l’originario contenuto critico.

Altro effetto di questa metamorfosi della nozione di alienazione fu il suo impoverimento teorico. Da fenomeno complessivo, relativo alla condizione lavorativa, sociale e intellettuale dell’uomo, fu ridotto a una categoria limitata, parcellizzata in funzione delle indagini accademiche . I sociologi americani affermarono che questa scelta metodologica avrebbe consentito di liberare l’indagine sull’alienazione dalle sue connotazioni politiche e di conferire a essa obiettività scientifica. In realtà, questa presunta svolta apolitica ebbe forti ed evidenti implicazioni ideologiche, poiché dietro la bandiera della de-ideologizzazione e della presunta neutralità dei valori si celava il sostegno ai valori e all’ordine dominante.

La differenza tra la concezione marxista dell’alienazione e quella dei sociologi statunitensi non consisteva, quindi, nel fatto che la prima era politica e la seconda scientifica, quanto, invece, che i teorici marxisti erano portatori di valori completamente diversi da quelli egemoni, mentre i sociologi statunitensi sostenevano quelli dell’ordine sociale esistente, abilmente mascherati come i valori eterni del genere umano . In sociologia, dunque, il concetto di alienazione conobbe un vero e proprio stravolgimento e giunse a essere utilizzato proprio dai difensori di quelle classi sociali contro le quali era stato a lungo rivolto.

7. Il concetto di alienazione in Il capitale e nei suoi manoscritti preparatori.
Gli scritti di Marx ebbero, ovviamente, un ruolo fondamentale per coloro che tentarono di opporsi alle tendenze, manifestatesi nell’ambito delle scienze sociali, di mutare il senso del concetto di alienazione. L’attenzione rivolta alla teoria dell’alienazione in Marx, inizialmente incentrata sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, si spostò, dopo la pubblicazione di ulteriori inediti, su nuovi testi e con essi fu possibile ricostruire il percorso della sua elaborazione dagli scritti giovanili a Il capitale.

Nella seconda parte degli anni quaranta, Marx non aveva più adoperato frequentemente la parola alienazione. Le uniche eccezioni furono alcuni passaggi polemici, soprattutto nei confronti di esponenti della sinistra hegeliana, contenuti in La sacra famiglia (1845), L’ideologia tedesca (1845-46) e Il manifesto del partito comunista (1848), testi che furono scritti con la collaborazione di Engels.

In Lavoro salariato e capitale (1849), una raccolta di articoli redatti in base agli appunti utilizzati per una serie di conferenze tenute alla Lega operaia tedesca di Bruxelles nel 1847, Marx ripropose la teoria dell’alienazione. Tuttavia, non potendosi rivolgere al movimento operaio con una nozione che sarebbe parsa troppo astratta, evitò di utilizzare questa parola. Scrisse che il lavoro salariato non rientrava nell’«attività vitale» dell’operaio, ma rappresentava, piuttosto, un momento di «sacrificio della sua vita». La forza-lavoro era una merce che il lavoratore era costretto a vendere «per poter vivere» e «il prodotto della sua attività non [era] lo scopo della sua attività»:

l’operaio che per dodici ore tesse, fila, tornisce, trapana, costruisce, scava, spacca le pietre, le trasporta, ecc., considera egli forse questo tessere, filare, trapanare, tornire, costruire, scavare, spaccar pietre per dodici ore come manifestazione della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto. Il significato delle dodici ore di lavoro non sta per lui nel tessere, filare, trapanare, ecc., ma soltanto nel guadagnare ciò che gli permette di andare a tavola, al banco dell’osteria, a letto. Se il baco da seta dovesse tessere per campare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato.

Sino alla fine degli anni cinquanta, nell’opera di Marx non vi furono altri riferimenti alla teoria dell’alienazione. In seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del 1848, egli fu costretto all’esilio a Londra e durante questo periodo, per concentrare tutte le sue energie negli studi di economia politica, con l’eccezione di alcuni brevi lavori di carattere storico, non pubblicò alcun libro. Quando riprese a scrivere di economia, nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-58), meglio noti col nome di Grundrisse , tornò a utilizzare il concetto di alienazione ripetutamente. Esso ricordava, per molti versi, quello esposto nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche se, grazie agli studi condotti nel frattempo, la sua analisi risultò molto più approfondita:

il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra le cose; la capacità personale, in una capacità delle cose.

Nei Grundrisse, dunque, la descrizione dell’alienazione acquisì maggiore spessore rispetto a quella compiuta negli scritti giovanili, perché arricchita dalla comprensione di importanti categorie economiche e da una più rigorosa analisi sociale. Accanto al nesso tra alienazione e valore di scambio, tra i passaggi più brillanti che delinearono le caratteristiche di questo fenomeno della società moderna figurano anche quelli in cui l’alienazione viene messa in relazione con la contrapposizione tra capitale e «forza-lavoro viva»:

le condizioni oggettive del lavoro vivo si presentano come valori separati, autonomizzati di fronte alla forza-lavoro viva quale esistenza soggettiva […], sono presupposte come un’esistenza autonoma di fronte ad essa, come l’oggettività di un soggetto che si distingue dalla forza-lavoro viva e le si contrappone autonomamente; la riproduzione e la valorizzazione, ossia l’allargamento di queste condizioni oggettive è perciò al tempo stesso la riproduzione e la nuova produzione di esse in quanto ricchezza di un soggetto che è estraneo, indifferente e si contrappone autonomamente alla forza-lavoro. Ciò che viene riprodotto e nuovamente prodotto non è soltanto l’esistenza di queste condizioni oggettive del lavoro vivo, ma la loro esistenza di valori autonomi, ossia appartenenti ad un soggetto estraneo, opposto a questa forza-lavoro viva. Le condizioni oggettive del lavoro acquistano un’esistenza soggettiva di fronte alla forza-lavoro viva – dal capitale nasce il capitalista.

I Grundrisse non furono l’unico testo della maturità di Marx in cui la problematica dell’alienazione ricorre con frequenza. Un lustro dopo la loro stesura essa ritornò in Il capitale. Libro I, capitolo VI inedito, manoscritto nel quale l’analisi economica e quella politica dell’alienazione vennero messe in una più stretta relazione: «il dominio dei capitalisti sugli operai non è se non dominio delle condizioni di lavoro autonomizzatesi contro e di fronte al lavoratore» . In questa bozza preparatoria del libro I de Il capitale, Marx pose in evidenza che nella società capitalistica, mediante «la trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale» , si realizza una vera e propria «personificazione delle cose e reificazione delle persone», ovvero si crea un’apparenza in forza della quale «non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro, appaiono sottomessi al lavoratore, ma egli ad essi» . In realtà, a suo giudizio,

il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come nell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose. Senza salariato, dacché gli individui si fronteggiano come persone libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti! Capitale e lavoro salariato (come noi chiamiamo il lavoro dell’operaio che vende la propria capacità lavorativa) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte, il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in sé stesso; insomma, capitale.

Nel modo di produzione capitalistico il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale, che «nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive […] diventa […] un mostro animato, e comincia ad agire come se “avesse l’amore in corpo”» . Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore, fino a che la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e l’impiego dei macchinari, ossia i progressi sociali generali creati dalla collettività, diventano forze del capitale che appaiono come proprietà da esso possedute per natura e si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico:

le forze produttive […] sviluppate [X?] del lavoro sociale […] si rappresentano come forze produttive del capitale. […] l’unità collettiva nella cooperazione, la combinazione nella divisione del lavoro, l’impiego delle energie naturali e delle scienze, dei prodotti del lavoro come macchinario – tutto ciò si contrappone agli operai singoli, in modo autonomo, come qualcosa di straniero, di oggettivo, di preesistente, senza e spesso contro il loro contributo attivo, come pure forme di esistenza dei mezzi di lavoro da essi indipendenti e su di essi esercitanti il proprio dominio; e l’intelligenza e la volontà dell’officina collettiva incarnate nel capitalista o nei suoi subalterni, nella misura in cui l’officina collettiva si basa sulla loro combinazione, gli si contrappongono come funzioni del capitale che vive nel capitalista .

È mediante questo processo, dunque, che, secondo Marx, il capitale diventa qualcosa di «terribilmente misterioso». Accade in questo modo che «le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali torreggianti di fronte all’operaio e, in questa forma, vengono capitalizzate» .

La diffusione, a partire dagli anni sessanta, di Il capitale, libro I, capitolo VI inedito e, soprattutto, dei Grundrisse aprì la strada a una concezione dell’alienazione differente rispetto a quella egemone in sociologia e in psicologia, la cui comprensione era finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. La pubblicazione di quella che, dopo i Manoscritti economico-filosofici del 1844 negli anni trenta, può essere considerata la «seconda generazione» di scritti di Marx sull’alienazione fornì non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi sull’alienazione, ma soprattutto una piattaforma ideologica anticapitalistica al formidabile movimento politico e sociale esploso nel mondo in quel periodo. Con la diffusione di Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e diventare critica sociale.

8. Il feticismo delle merci.
Una delle migliori descrizioni dell’alienazione realizzate da Marx è quella contenuta nel celebre paragrafo del libro I del Capitale intitolato Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano. Al suo interno egli mise in evidenza che, nella società capitalistica, gli uomini sono dominati dai prodotti che hanno creato e vivono in un mondo in cui le relazioni reciproche appaiono «non come rapporti immediatamente sociali tra persone […] [ma come], rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose» . Più precisamente:

l’arcano della forma di merce consiste […] nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, come sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così nel mondo delle merci fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci .

Da questa definizione emergono delle precise caratteristiche che tracciano un chiaro spartiacque tra la concezione dell’alienazione in Marx e quella della gran parte degli autori che si occuparono di questa tematica. Il feticismo non venne concepito da Marx come una problematica individuale, ma fu sempre considerato un fenomeno sociale. Esso non è una manifestazione dell’anima, ma un potere reale, una dominazione concreta, che si realizza nell’economia di mercato, in seguito alla trasformazione dell’oggetto in soggetto. Per questo motivo, egli non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo essere umano, ma analizzò i processi sociali che ne stavano alla base, in primo luogo l’attività produttiva. Per Marx, inoltre, il feticismo si manifesta in una precisa realtà storica della produzione, quella del lavoro salariato, e non è legato al rapporto tra la cosa in generale e l’essere umano, ma da quello che si instaura tra questi e un tipo determinato di oggettività: la merce.

In conseguenza di questa peculiarità del capitalismo, gli individui hanno valore solo in quanto produttori e «l’esistenza dell’uomo» è asservita all’atto della «produ[zione] di merci» . Pertanto, è «il processo di produzione [a] padroneggia[re] gli uomini» , non viceversa. Il capitale «non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro» e non ritiene rilevante il miglioramento delle condizioni del proletariato. Quello che gli «interessa è unicamente […] il massimo [sfruttamento] di forza lavoro» .

Nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrò questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattò da quello delle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che hanno negato la presenza di riflessioni sull’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituita da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un aspetto particolare.

L’avanzamento teorico compiuto da Marx rispetto alla concezione dell’alienazione dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 a Il capitale non si limitò, però, soltanto a una sua più precisa descrizione. Esso riguardò anche una diversa e più compiuta elaborazione delle misure considerate necessarie per il suo superamento. Se nel 1844 Marx aveva considerato che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, in Il capitale, e nei suoi manoscritti preparatori, il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione divenne molto più complesso.

Marx riteneva che il capitalismo fosse un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati dal capitale e dalle sue condizioni, ma era anche convinto che esso avesse creato le basi per una società più progredita e che l’umanità potesse proseguire il cammino dello sviluppo sociale generalizzando i benefici prodotti da questo nuovo modo di produzione. Una delle esposizioni più analitiche, nell’opera di Marx, circa gli effetti positivi del processo produttivo capitalistico si trova nel libro I di Il capitale.

Nonostante egli fosse divenuto molto più consapevole, rispetto al passato, del carattere distruttivo del capitalismo, nel suo magnum opus riassunse le sei condizioni generate dal capitale – in particolare dalla sua «centralizzazione» (Koncentration) – che costituiscono i presupposti fondamentali per la possibile nascita della società comunista. Esse sono: 1) la cooperazione lavorativa; 2) l’apporto scientifico-tecnologico fornito alla produzione; 3) l’appropriazione delle forze della natura da parte della produzione; 4) la creazione di grandi macchinari adoperabili soltanto in comune dagli operai; 5) il risparmio dei mezzi di produzione; 6) la tendenza a creare il mercato mondiale. Per Marx,

con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, l’economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale e combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa, in misura sempre crescente, il carattere internazionale del regime capitalistico .

Marx sapeva bene che, con la concentrazione della produzione nelle mani di pochi padroni, per le classi lavoratrici sarebbero aumentati «la miseria, la vessazione, l’asservimento, la degenerazione, lo sfruttamento» , ma era altresì consapevole che la «cooperazione degli operai salariati [era] un […] effetto del capitale» . Egli era giunto alla convinzione che lo straordinario incremento delle forze produttive generato dal capitalismo, fenomeno che si manifestava in modo maggiore rispetto a tutti i modi di produzione precedentemente esistiti, avrebbe creato le condizioni per il superamento dei rapporti economico-sociali da esso stesso originati e, pertanto, il trapasso a una società socialista.

9. Comunismo, emancipazione e libertà.
Secondo Marx, a un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e alienazione per la massa dei lavoratori, occorre sostituire «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» . Nel libro I di Il capitale egli chiarì che il «principio fondamentale» di questa «forma superiore di società» sarebbe stato il «pieno e libero sviluppo di ogni individuo» .

Nei Grundrisse scrisse che nella società postcapitalista la produzione sarebbe stata «immediatamente sociale […], il risultato dell’associazione (the offspring of association) che ripartisce il lavoro al proprio interno». Essa sarebbe stata controllata dagli individui come «loro patrimonio comune» . Il «carattere sociale della produzione» («gesellschaftliche Charakter der Produktion») avrebbe fatto sì che l’oggetto del lavoro fosse stato, «fin dal principio, un prodotto sociale e generale». Il carattere associativo «è presupposto» e «il lavoro del singolo si pone, sin dalla sua origine, come lavoro sociale» . Come sottolineò nella Critica del programma di Gotha (1875), nella società postcapitalistica «i lavori individuali non [sarebbero] più diventa[ti] parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto» . In aggiunta, gli operai avrebbero potuto creare le condizioni per una «scomparsa [del]la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro» .

Nel libro I di Il capitale, Marx evidenziò che nel comunismo si sarebbero create le condizioni per una forma di «cooperazione pianificata», in virtù della quale «l’operaio si [sarebbe] spoglia[to] dei suoi limiti individuali e [avrebbe] sviluppa[to] la facoltà della sua specie» . Nel libro II, scrisse che nel comunismo la società sarebbe stata in grado di «calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e di sussistenza adoperare». Sarebbe stato un altro elemento di distinzione capitalismo, sistema nel quale «l’intelletto sociale si fa valere sempre soltanto post festum, [facendo] così intervenire, costantemente, grandi perturbamenti» . La produzione socialista si differenzierebbe da quella basata sul lavoro salariato, poiché porrebbe i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assumendo un carattere immediatamente generale e trasformando il lavoro in una vera attività sociale.

È una concezione di società agli antipodi della «guerra di tutti contro tutti» teorizzata da Thomas Hobbes (1588-1679). In riferimento al tema della cosiddetta libera concorrenza, ovvero l’apparente eguaglianza con la quale operai e capitalisti si trovano posti sul mercato nella società borghese, Marx dichiarò che essa era tutt’altro dalla libertà umana tanto esaltata dagli esegeti del capitalismo. Egli ritenne che questo sistema costituiva un grande impedimento per la democrazia e mostrò che i lavoratori non ricevono il corrispettivo di quello che producono. Nei Grundrisse, spiegò che quanto veniva rappresentato come uno «scambio di equivalenti» era, invece, «appropriazione di lavoro altrui senza scambio, ma sotto la parvenza dello scambio» . Le relazioni tra le persone erano «determinate soltanto dai loro interessi egoistici». Questa «collisione di individui» era stata spacciata come la «forma assoluta di esistenza della libera individualità nella sfera della produzione e dello scambio». Per Marx non vi era, in realtà, «niente di più falso», poiché, «nella libera concorrenza, non gli individui, ma il capitale è posto in condizioni di libertà» . Nei Manoscritti economici del 1861-1863 egli denunciò che era «il capitalista a incassare questo pluslavoro – [che era …] tempo libero [e …] la base materiale dello sviluppo e della cultura in generale […] – in nome della società» . Nel libro I di Il capitale, denunciò che la ricchezza della borghesia è possibile solo mediante la «trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse» .

Sempre nei Grundrisse, Marx osservò che nel capitalismo «gli individui sono sussunti dalla produzione sociale» , la quale esiste come qualcosa che è a «loro estraneo» . Essa viene realizzata solamente in funzione dell’attribuzione del valore di scambio conferito ai prodotti. Inoltre, «tutti i fattori sociali della produzione» , comprese le scoperte scientifiche che si palesano come «una scienza altrui, esterna all’operaio» , sono posti dal capitale. Lo stesso associarsi degli operai nei luoghi e nell’atto della produzione è «operato dal capitale» ed è, pertanto, «soltanto formale». L’uso dei beni creati da parte dei lavoratori «non è mediat[o] dallo scambio di lavori o di prodotti di lavoro reciprocamente indipendenti [, bensì …] dalle condizioni sociali della produzione entro le quali agisce l’individuo» . Marx sosteneva che l’attività produttiva nella fabbrica «riguarda solo il prodotto del lavoro, non il lavoro stesso» , dal momento che avviene «in un ambiente comune, sotto vigilanza, irreggimentazione, maggiore disciplina, immobilità e dipendenza» .

Per ribaltare questo stato di cose, contrariamente a quanto credevano molti socialisti contemporanei a Marx, non sarebbe bastato modificare la redistribuzione dei beni di consumo. Occorreva modificare alla radice gli assetti produttivi della società. Fu per questo che, nei Grundrisse, Marx annotò che «lasciare sussistere il lavoro salariato e, allo stesso tempo, sopprimere il capitale [era] una rivendicazione che si autocontraddice[va]» . Occorreva, viceversa, la «dissoluzione del modo di produzione e della forma di società fondati sul valore di scambio» . Nel discorso pubblicato con il titolo Salario, prezzo e profitto (1865), egli ammonì gli operai affinché sulle loro bandiere non apparisse «la parola d’ordine conservatrice “Equo salario per un’equa giornata di lavoro”», ma il «motto rivoluzionario “Soppressione del sistema del lavoro salariato”» .

Per di più, come dichiarato nella Critica del programma di Gotha, nel modo di produzione capitalistico «le condizioni materiali della produzione [erano] a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e di proprietà della terra, mentre la massa [era] soltanto proprietaria della [propria] forza lavoro» . Pertanto, era essenziale rovesciare i rapporti proprietari alla base del modo di produzione borghese. Nei Grundrisse, Marx ricordò che «le leggi della proprietà privata – ovvero la libertà, l’uguaglianza, la proprietà sul lavoro e la sua libera disposizione – si riversano nella mancanza di proprietà dell’operaio, nell’espropriazione del suo lavoro e nel suo riferirsi a esso come proprietà altrui» .

In un intervento pronunciato, nel 1869, al Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, Marx affermò che la «proprietà privata dei mezzi di produzione» serviva soltanto ad assicurare alla classe borghese il «potere con il quale essa [avrebbe] costr[etto] altri esseri umani a lavorare» per lei. Egli ribadì lo stesso concetto in un altro breve scritto politico, il Programma elettorale dei lavoratori socialisti (1880), aggiungendo che «i produttori possono essere liberi solo quando sono in possesso dei mezzi di produzione» e che l’obiettivo della lotta del proletariato deve essere la «restituzione alla comunità di tutti i mezzi di produzione» .

Nel libro III di Il capitale, Marx osservò che quando i lavoratori avrebbero instaurato un modo di produzione comunista «la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui [sarebbe] appar[sa] così assurda come la proprietà privata di un essere umano da parte di un altro essere umano». Egli manifestò la sua più radicale critica verso l’idea di possesso distruttivo insita nel capitalismo, ricordando che «anche un’intera società, una nazione, o anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra». Per Marx, gli esseri umani erano «soltanto […] i suoi usufruttuari» e, dunque, avevano «il dovere di tramandare alle generazioni successive [il mondo] migliorato, come boni patres familias» .

Un diverso assetto della proprietà dei mezzi di produzione avrebbe mutato alla radice anche i tempi di vita della società. Nel libro I di Il capitale, Marx disvelò, con inequivocabile chiarezza, le ragioni per le quali, nel capitalismo, «l’economia di lavoro mediante lo sviluppo della forza produttiva del lavoro non ha affatto lo scopo di accorciare la giornata lavorativa». Il tempo che il progredire della tecnica e della scienza renderebbe disponibile per i singoli viene, infatti, immediatamente convertito in pluslavoro. La classe dominante ha come unica ambizione quella di «ridurre il tempo di lavoro necessario per la produzione di una determinata quantità di merci» . Il suo unico scopo è quello di sviluppare la forza produttiva con il solo fine di «abbrevia[re] la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per sé stesso, per prolungare […] la parte […] nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista» . Questo sistema differisce dalla schiavitù o dalle corvée dovute al signore feudale, poiché «pluslavoro e lavoro necessario sfumano l’uno nell’altro» e rendono più difficilmente percettibile l’entità dello sfruttamento.

Nei Grundrisse, Marx mise bene in evidenza che è solo grazie a questo surplus del tempo di lavoro di tutti che si rende possibile il «tempo libero per alcuni» . La borghesia consegue l’accrescimento delle sue facoltà materiali e culturali solo grazie alla limitazione imposta a quello del proletariato. Lo stesso accade nelle nazioni capitalisticamente più avanzate, a discapito delle periferie del sistema. Nei Manoscritti del 1861-1863, Marx ribadì che il progresso della classe dominante è speculare alla «mancanza di sviluppo della massa lavoratrice» . Il tempo libero della prima «corrisponde al tempo asservito» dei lavoratori; «lo sviluppo sociale dell’una fa del lavoro di [questi] altr[i] la propria base naturale» . Questo tempo di pluslavoro degli operai non solo è il pilastro sul quale poggia la «esistenza materiale» della borghesia, ma crea la condizione anche per il suo «tempo libero, la sfera del [suo] sviluppo». Come meglio non avrebbe potuto dichiarare: «il tempo libero dell’una corrisponde al […] tempo soggiogato al lavoro […] dell’altra» .

Per Marx, al contrario, la società comunista sarebbe stata caratterizzata da una diminuzione generalizzata dei tempi di lavoro. Nel documento Istruzioni per i delegati del Consiglio Generale provvisorio. Le differenti questioni (1867), da lui predisposto per il primo congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori, enunciò che la riduzione della giornata lavorativa era la «condizione preliminare senza la quale [sarebbero] aborti[ti] tutti gli ulteriori tentativi di miglioramento e di emancipazione». Era necessario non solo «fare recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice», ma anche «fornire a essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di relazioni e attività sociali e politiche» . Nel libro I di Il capitale, Marx argomentò che il «tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per la libera espressione delle energie vitali, fisiche e mentali», considerati dai capitalisti «fronzoli puri e semplici» , sarebbe stato l’elemento fondativo della nuova società. Il decremento delle ore destinate al lavoro – non solo del tempo di lavoro necessario per creare nuovo pluslavoro in favore della classe capitalista – avrebbe favorito, così appuntò Marx nei Grundrisse, «il libero sviluppo delle individualità», ovvero «la formazione e lo sviluppo artistico e scientifico […] degli individui, grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro» .

Sulla base di queste convinzioni, egli ravvisò nella «economia di tempo, e [nella] ripartizione pianificata del tempo di lavoro nei diversi rami di produzione, la prima legge economica alla base della produzione sociale» . Nelle Teorie sul plusvalore (1862-63) precisò, ancor più, che «la ricchezza non è niente altro che tempo disponibile». Nella società comunista l’autogestione dei lavoratori avrebbe dovuto assicurare una maggiore quantità di tempo che non doveva essere «assorbito dal lavoro immediatamente produttivo[, ma] dar[e] luogo al godimento, all’ozio e, pertanto, alla libera attività e al libero sviluppo» .

In questo testo, così come nei Grundrisse, Marx citò un breve pamphlet intitolato La fonte e il rimedio delle difficoltà nazionali dedotte dai principi di economia politica in una lettera al signor John Russell (1821), del quale condivise pienamente la definizione di benessere formulata dall’anonimo autore: «una nazione si può dire veramente ricca, quando in essa invece di lavorare per 12 ore si lavora soltanto per sei. La ricchezza reale non è l’imposizione del tempo di lavoro supplementare, ma è il tempo [che viene reso] disponibile a ogni individuo e a tutta la società, fuori da quello usato nella produzione immediata» . La medesima idea si trova ribadita in un altro brano dei Grundrisse, nel quale Marx domandò retoricamente: «che cos’è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive degli individui? […] Che cos’è se non l’estrinsecazione assoluta delle [loro] doti creative?» . È evidente, dunque, che il modello socialista al quale egli guardava non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva.

Per Marx, vivere in una società non alienata significava costruire un’organizzazione sociale nella quale si conferiva un valore fondamentale alla libertà individuale. Il suo comunismo fu radicalmente diverso tanto dal livellamento delle classi, auspicato da diversi suoi predecessori, quanto dalla grigia uniformità politica ed economica, realizzata da molti suoi seguaci. Nell’Urtext (1858), però, pose l’accento anche sull’«errore di quei socialisti, specialmente francesi», che, considerando «il socialismo [quale] realizzazione delle idee borghesi», avevano cercato di «dimostrare che il valore di scambio [fosse], originariamente […], un sistema di libertà ed eguaglianza per tutti, […] falsificato […] [poi] dal capitale» . Nei Grundrisse Marx etichettò come «insulsaggine [quella] di considerare la libera concorrenza quale ultimo sviluppo della libertà umana».

Difatti, questa tesi «non significa[va] altro se non che il dominio della borghesia [era] il termine ultimo della libertà umana», idea che, ironicamente, Marx definì «allettante per i parvenus». Allo stesso modo, egli contestò l’ideologia liberale secondo la quale «la negazione della libera concorrenza equivale alla negazione della libertà individuale e della produzione sociale basata sulla libertà individuale». Nella società borghese si rendeva possibile soltanto un «libero sviluppo su base limitata, sulla base del dominio del capitale». A suo avviso, «questo genere di libertà individuale [era], al tempo stesso, la più completa soppressione di ogni libertà individuale e il più completo soggiogamento dell’individualità alle condizioni sociali, le quali assumono la forma di poteri oggettivi [… e] oggetti indipendenti […] dagli stessi individui e dalle loro relazioni» . Come scrisse nel libro III di Il capitale (1894):

di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi, per sua natura, oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa .

Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale, in cui il lavoro coercitivo e alienato, imposto dal capitale e sussunto dalle sue leggi, viene progressivamente sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità; e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro. Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana.

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Ubaldo Fadini, Antologia Vieusseux

Da più parti si assiste a quello che può essere considerato un nuovo e importante ‘ritorno a Marx’, soprattutto da parte di coloro che si dispongono ad un confronto serio e articolato con le trasformazioni del lavoro all’interno del quadro di funzionamento del modo di produzione capitalista.

Si tratta in effetti di una presa di consapevolezza del carattere quanto mai urgente della ripresa di indagine critica, capace di collocarsi all’interno di processi che possono anche essere riferiti al cosiddetto «finanzcapitalismo», per riprendere Luciano Gallino. In questo senso, molte sono le tradizioni, in particolare eccentriche, del marxismo novecentesco che vengono riproposte per fornire un loro contributo agli sforzi di rinnovata lettura radicale delle modificazioni più significative del capitalismo: si va in effetti, volendo dare alcuni esempi, dalla riproposizione di affondi teorici legati in qualche modo alla Scuola di Fran- coforte alla rielaborazione fertile di alcune tematiche dell’operaismo italiano. Soprattutto importante, per chi non vuole restare sulle cattedre o rinchiuso in sempre più fantasmatiche sezioni (non si sa bene di che cosa…), è la ripropo- sta di un marxismo ‘ibridato’, in grado di combinarsi con altre spinte di ana- lisi, con l’intenzione di riuscire a qualificarsi ancora una volta e sorprenden- temente per il suo spirito ‘militante’. Sostiene tutto questo la nuova pubblicazione complessiva delle opere di Marx ed Engels, iniziata nel 1998 (la «Marx-Engels-Gesamtausgabe»), che ha il merito, con le sue acquisizioni testuali, di stimolare un rapporto più solido, maggiormente avvertito, con un autore incredibilmente versatile come lo studioso di Treviri.

È su questo sfondo, delineato dagli sviluppi della ricerca e dalle articola- zioni del quadro economico-finanziario (con le «nuove condizioni politiche» del presente), che va a proiettarsi un testo, come quello di Marcello Musto, che intercetta proprio il rinnovamento interpretativo dell’opera di Marx e punta, in definitiva, a sottolineare i molti motivi interesse che emergono soprattutto dal periodo conclusivo del suo lavoro, appunto quello che viene etichettato come l’«ultimo Marx». È cosi che si concretizza una sorta di biografia intel- lettuale, concentrata sugli ultimi anni della vita di Marx, nei quali si ricon- ferma, smentendo vecchi luoghi comuni sul loro carattere ‘minore’, una for- midabile capacità di tenuta analitico-concettuale e radicalità politica. È merito infatti di Musto, in questo suo libro assai incisivo, quello di restituire la grandezza teorica di Marx e la curiosità instancabile e l’apertura continua dello sguardo, sempre attento a cogliere tutto ciò che potesse rilanciare e arricchire la proposta politico-culturale, al servizio del progetto della emancipazione, della liberazione dal primato del lavoro ‘morto’ su quello ‘vivo’. Non è affatto vero che il Marx degli ultimi anni avesse in un certo qual modo cessato di fare ricerca: anzi, quest’ultima fu continuata con un’attenzione, sempre più arric- chita da supporti conoscitivi di notevole rilievo e ampiezza, agli sviluppi signi- ficativi di nuove discipline, come ad esempio l’antropologia.

A tale originale orientamento dell’indagine è da collegare anche l’interesse al tema della pro- prietà comune nelle società pre-capitaliste e a ciò che stava avvenendo in quegli anni nella Russia zarista. Oltre a tutto questo, è poi da rimarcare l’os- servazione dei più rilevanti avvenimenti politici internazionali, delle lotte di liberazione (nel caso dell’Irlanda), del dispiegarsi dell’oppressione coloniale in diversi continenti. Da qui si può arrivare a cogliere l’ampliamento del ‘pro- getto’ di critica dell’economia politica, a cui Marx si mantenne sempre fedele, riuscendo però a precisarlo proprio negli ultimi anni in virtù di una calibrata attenzione alle specificità dei singoli paesi, delle differenti aree geografiche. Si tratta in effetti di un potenziamento del “progetto”, concretizzato nel primo libro del Capitale, che può supportare la convinzione, ormai di molti studiosi, che si arrivi così anche ad una concezione dell’«approdo al socialismo» che presenta tratti di originalità rispetto a quella in precedenza delineata. Ma l’«ultimo Marx», nota Musto

è anche il Marx più intimo, quello che non nasconde la sua fragilità nei con- fronti della vita, ma continua, comunque, a combattere; che non si sottrae al dubbio e, anzi, lo sfida, scegliendo di proseguire nelle ricerche e di rischiare l’incompiutezza, anziché ripararsi nelle rassicuranti certezze del proprio sapere e adagiarsi sui giuramenti fideistici dei primi ‘marxisti’ (p. IX).

Si è dunque assai distanti, continua Musto, dalla «sfinge granitica» che indica un futuro certo, con presunzione dogmatica; ci si rapporta invece ad una figura politica di studioso «radicalmente sovversivo», ad un Marx ‘vivo’, costitutivamente (direi ‘antropologicamente’…) libero da schematismi dot- trinari, impegnato senza soste nel confronto con il capitalismo che aveva di fronte, in grado di coglierne tendenze di sviluppo, contraddizioni, avanza- menti e arretramenti: è un Marx che sa di lotte e non di accomodamenti cul- turali e di partito, il che non significa incapace di misura e, se si vuole, di mediazione. Colpisce qui, in primo luogo, la sensibilità di indagine che fa del- l’economia politica, dell’antropologia e di molto altro una composizione di materiali realizzata criticamente per la rivoluzione. È veramente instancabile Marx, su questo piano di elaborazione, ed è commovente vederlo all’opera, come riesce a restituircelo Musto, quando tra mille difficoltà, problemi seri di

salute, preoccupazioni costanti per le condizioni di vita dei propri cari e per la malattia dell’amatissima moglie, non smette di rispondere alle sollecitazioni, domande e questioni che gli provengono da tutto il mondo. A rendere possibile tutto questo, concorre sicuramente la ‘cura’ veramente amicale e lo stimolo intellettuale forniti incessantemente da Engels, presente in mille modi con una costanza tale che non può che suscitare una profonda ammirazione. Musto ricorda le seguenti parole di Engels a Friedrich Sorge:

Tutti gli eventi che accadono per necessità naturale recano in sé la pro- pria consolazione, per quanto possano essere terribili. È stato così anche in questo caso. Forse l’abilità dei medici gli avrebbe potuto assicurare ancora qualche anno di esistenza vegetativa; la vita di un essere impotente, il quale, per il trionfo della medicina, non muore di un sol colpo, ma soccombe a poco a poco. Tuttavia, il nostro Marx non lo avrebbe mai sopportato. Vivere con tutti quei lavori incompiuti davanti a sé, anelando, come Tantalo, a portarli a termine senza poterlo fare, sarebbe stato per lui mille volte più amaro della dolce morte che lo ha sorpreso. ‘La morte non è una disgrazia per colui che muore, ma per chi rimane’, egli soleva dire con Epicuro. E vedere que- st’uomo geniale vegetare come un rudere a maggior gloria della medicina e per lo scherno dei filistei che lui, quando era nel pieno delle sue forze, aveva tanto spesso stroncato…, no, mille volte meglio le cose così come sono andate. Mille volte meglio che dopodomani lo porteremo nella tomba dove riposa sua moglie (p. 131).

Tantissime altre figure si presentano e trascorrono negli ‘ultimi anni’ di Marx: il libro riesce a rappresentarle con efficacia, riprendendole in quelli che sono stati i loro ruoli e le loro funzioni. È una galleria di volti, di sensibilità politiche e culturali anche assai diverse tra loro, riguardo ai quali non si può che apprezzare la misura di relazione di Marx, la sua capacità di analisi e di interlocuzione sempre tagliata/indirizzata umanamente e politicamente. Accanto a ciò risulta ancora più importante l’attenzione di Marx per un quo- tidiano fatto anche di affetti, di amore vero per i propri cari, dalla moglie, alle figlie, ai nipotini. Affetti e studi, una relazionalità ricca, composita, capace di sostenere una politicità di proposta, su più piani, che non dimentica l’ob- biettivo polemico, il capitalismo come dominio del ‘morto’ sul ‘vivo’, e quindi l’urgenza/necessità della sua critica senza compromessi/opportunismi. Volendo individuare uno dei punti di maggiore interesse nel libro di Musto, risultano molto efficaci le pagine dedicate alla «controversia sullo sviluppo del capitali- smo in Russia» (il secondo capitolo), nelle quali l’analisi della comune rurale, favorita anche da preziose letture antropologiche (in particolare, gli scritti di Lewis Morgan), si dispone sempre criticamente, in modo tale però da non restare riferita ineluttabilmente alla sua riconfigurazione nel senso dell’avvento della proprietà privata (prevalente dunque sul suo elemento ‘collet- tivo’). Marx risulta infatti particolarmente attento a cogliere la possibilità, dovuta al mercato mondiale, di acquisire, da parte dei contadini russi, i risul- tati migliori del modo di produzione capitalista, potendo così rafforzare e trasformare, senza distruggerla, la comune rurale. In questa prospettiva salta l’idea di una ripetizione pedissequa, in Russia e in altri paesi extra-europei, di ciò che è successo in Inghilterra e nelle altre zone industrializzate. Motivo importante, quest’ultimo, che libera la storia dall’incantesimo prodotto da quella sua ‘destinazione’ secondo la quale il capitalismo si impone comunque come tappa irrinunciabile. Scrive Musto:

Marx non pensava affatto al modo ‘primitivo di produzione cooperativa o collettiva, [che era stato] il risultato dell’individuo isolato’, bensì a quello frutto della ‘socializzazione dei mezzi di produzione’. La stessa Obščina, come egli fece notare, costituiva ‘la forma più moderna del tipo arcaico’ di proprietà comunista che, a sua volta, aveva ‘attraversato una serie di evo- luzioni’ (p. 67).

Ed è qui, su questo punto e per concludere, che si può osservare il con- fronto serio e stimolante di Marx anche con alcune posizioni del populismo russo, più capaci di avvertire la problematicità delle comuni rurali rispetto a coloro che meccanicamente riproponevano parole di riduttiva messa in ordine, di carattere sciaguratamente dogmatico, per la realtà produttiva del grande impero zarista, magari presentandosi anche come portatori di un verbo ‘marxista’.

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La Higuera, i giovani in cammino sulla rotta del Che

Per visitare Vallagrande, la località dove Ernesto Che Guevara trascorse le ultime settimane della sua esistenza, bisogna intraprendere un viaggio davvero lungo.

Innanzitutto, occorre arrivare a Santa Cruz, la città più popolosa della Bolivia e da lì prendere, poi, uno dei vecchi e malridotti autobus che percorrono una tratta di montagna tortuosa e in pessime condizioni.

Ciò nonostante, in questi giorni, Vallagrande è piena di militanti (soprattutto giovani), giunti da tante città boliviane, così come dalle più diverse nazioni, per commemorare il cinquantesimo anniversario della scomparsa del rivoluzionario latinoamericano. Quanti scendono dalla corriera sono circondati dagli sguardi incuriositi dei bambini. Essi sanno perché tutta quella gente si trova lì. Vogliono camminare anche loro su La ruta del Che.

Il teologo della liberazione

All’ingresso del paese c’è una grande statua di Gesù. Ai suoi piedi, salutando i compagni mentre aprono le bandiere rosse, c’è Anastasio Kohmann. Durante la dittatura di Alfredo Stroessner egli fu teologo della liberazione in Paraguay. Dopo esservi stato espulso, a causa del suo impegno sociale in favore delle comunità indigene guaranì, si trasferì in Bolivia e adesso è il coordinatore delle iniziative della Fondazione Che Guevara a Vallagrande. Chi conosce l’America latina sa bene che questa non è affatto una contraddizione.

In tanti si recano all’ospedale Nuestro Señor de Malta, nella cui lavanderia fu fotografato ed esposto al pubblico per l’ultima volta il corpo del Che, già privo di vita ma con gli occhi ancora aperti. Qui, come in altre province, operano oggi gruppi di medici cubani, che lavorano in Bolivia grazie a un progetto di solidarietà voluto da Fidel Castro dopo l’elezione di Evo Morales, volto a realizzare presidi sanitari per migliorare gli standard di cura e di assistenza della regione.

A qualche chilometro dal centro abitato si trova la fossa comune – recentemente trasformata in museo – dove, nella notte tra il 10 e l’11 di ottobre del 1967, il Che, al quale erano state amputate le mani, venne seppellito in segreto assieme ad altri sei guerriglieri della sua colonna. Questo luogo dista poche centinaia di metri dalla piccola pista di aviazione e dalla caserma militare presso le quali i rangers boliviani, coadiuvati da alcuni agenti della CIA, guidarono le operazioni di rastrellamento del territorio per catturare Guevara. I suoi resti riapparvero soltanto dopo trent’anni, grazie alle ricerche di un’équipe cubano-argentina. Oggi sono conservati in un mausoleo di Santa Clara, la città dove, nel dicembre del 1958, il Che guidò la battaglia decisiva che segnò la fine del regime di Fulgencio Batista e la vittoria della rivoluzione a Cuba.

Accanto alla visita di questi due luoghi, coloro che in questi giorni riempiranno le strade di Vallagrande parteciperanno a presentazioni di libri, dibattiti, mostre fotografiche e a un corteo finale, con la presenza di una folta delegazione cubana – incluso i familiari di Guevara (il programma della manifestazione è consultabile online: https://50aniversarioche.bo).

Cono Sur, un progetto sovranazionale

Per spostarsi da Vallagrande a La Higuera si impiegano tre ore. Ci si può arrivare solo in jeep poiché la strada che conduce a questo minuscolo villaggio, di appena una cinquantina di abitazioni e situato a oltre 2.000 metri di altitudine, non è asfaltata ed è piena di tornanti. È un luogo desolato, ancora oggi lontano dal mondo.

Lungo il percorso si incontrano alcuni campesinos. Attraversano la strada sconnessa, camminando a passo lento. Mesti, con i loro arnesi da lavoro in spalla e avvolti dalle tipiche coperte colorate di questi luoghi. Non sembra sia cambiato molto da quando il Che si accampò in queste valli, nel tentativo di nascondersi tra la folta vegetazione e tornare, appena possibile, a battersi per rovesciare la dittatura militare del generale René Barrientos.

Guevara scelse la Bolivia non perché fosse guidato, come talvolta gli è stato ingiustamente attribuito, dall’idea di riproporre meccanicamente le strategie politiche e militari attuate a Cuba. Egli era convinto, invece, della necessità di dover dare vita a un processo rivoluzionario in grado di investire tutto il Cono Sur. Un progetto sovranazionale, che dalla Bolivia si sarebbe poi potuto estendere anche a Perù e Argentina, per impedire agli Stati Uniti di intervenire e annientare i singoli, e perciò più deboli, focolai di resistenza locali. Al centro del continente e confinante con ben cinque paesi, la Bolivia gli sembrò il luogo più adatto dove poter avviare la formazione di un gruppo di quadri ai quali affidare, una volta addestrati, il compito di organizzare vari fronti di lotta in tutta l’America latina.

Pochi per un “compito gigantesco”

Il Che fondò l’Esercito di Liberazione Nazionale di Bolivia con appena 45 guerriglieri. Nell’introduzione al Diario in Bolivia Fidel Castro scrisse: “l’impresa di questo piccolo gruppo di rivoluzionari è impressionante. Già in lotta contro la natura ostile nella quale si svolgeva la loro azione, essa costituisce un’insuperabile pagina di eroismo. Mai nella storia si è visto un numero così ridotto di esseri umani intraprendere un compito tanto gigantesco”.

La morte colpì molti di loro all’improvviso, 11 mesi dopo l’inizio della guerriglia. L’otto di ottobre del 1967, infatti, il Che, sorpreso nella gola del Yuro assieme ad altri 16 compagni, fu ferito alla gamba sinistra e catturato dopo tre ore di combattimento. Trasportato nella vicina La Higuera, fu assassinato il giorno seguente, per ordine di Barrientos.

Nel suo zaino sequestrato

Dopo l’esecuzione, l’esercito boliviano sequestrò lo zaino del Che e tutti i documenti contenuti al suo interno. I due quaderni con il Diario in Bolivia riuscirono ad arrivare rapidamente a Cuba. Al contrario, un altro gruppo di testi più brevi riapparve molto tempo dopo e venne dato alle stampe, con il titolo Prima di morire: appunti e note di lettura, solo nel 1998. In queste pagine Guevara ricopiò i passi più significativi delle sue letture e riassunse alcuni degli studi che stava portando avanti, nonostante le proibitive condizioni nelle quali si trovava. Queste note furono scritte durante i rari momenti di pausa e costituiscono un’ulteriore prova della sua straordinaria determinazione.

Il Che lesse e compendiò I marxisti, del sociologo Charles Wright Mills. Ne criticò la scarsa profondità di analisi e lo definì un “chiaro esempio dell’intellettualità liberale della sinistra nordamericana”. György Lukács, al contrario, gli fu molto utile, poiché lo aiutò a comprendere la “complessa filosofia hegeliana”. Come guida ai suoi studi di filosofia il Che utilizzò il manuale curato dallo studioso sovietico Miguel Dynnik e l’ Antidüring di Engels, del quale apprezzò, più di ogni altra cosa, “i pensieri incompiuti riguardo la dialettica”. Diverse furono le parti dedicate alla Storia della rivoluzione russa di Trotsky, spesso criticata, ma da considerare, a suo giudizio, come “una fonte di primaria importanza” sulla nascita del potere sovietico. Infine, Guevara si dedicò anche allo studio di autori locali e, commentando un volume intitolato Sul problema nazionale e coloniale della Bolivia , affermò che in esso esposta la “tesi interessante” di considerare questo paese “come (uno) stato multinazionale”

Completano queste sue pagine di appunti l’indice di un progetto di studio sui differenti modi di produzione, da quelli precapitalistici al socialismo. In esso si trova affermato che “Marx aveva ragione” sulla pauperizzazione del proletariato, ma anche che egli “non vide il fenomeno imperialista. Adesso gli operai dei paesi imperialisti sono soci minori dell’impresa”.

La litania di Rubén Darío

Accanto agli studi teorici, nei suoi ultimi taccuini il Che ricopiò anche tre poemi dello scrittore nicaraguense Rubén Darío. Nelle strofe finali dell’ultimo di essi, Litania per nostro signore Don Chisciotte, viene descritto un personaggio che, per molti versi, gli somiglia: “Cavaliere errante dei cavalieri, (…) nobile pellegrino dei pellegrini, che santificasti tutti i sentieri con l’angusto passo del tuo eroismo, contro le certezze, contro le coscienze, e contro le leggi, e contro le scienze, contro la menzogna, contro la verità. (…) Dalla forza trai coraggio e di sogni ti vesti, cinto dall’aureo elmo dell’illusione; che nessuno ha potuto sconfiggere ancor, per lo scudo al braccio, tutta fantasia, e la lancia in resta, tutto cuore!”

È proprio ciò che di lui pensano i tanti giovani giunti questa settimana a La Higuera, per ricordare il Che e per imprimere nuove orme sulla lunga e difficile rotta da lui intrapresa.

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La durezza del Capitale

L’opera che, forse più di qualunque altra, ha contribuito a cambiare il mondo, negli ultimi centocinquant’anni, ebbe una lunga e difficilissima gestazione.

Marx cominciò a scrivere Il capitale solo molti anni dopo l’inizio dei suoi studi di economia politica. Se egli aveva criticato la proprietà privata e il lavoro alienato della società capitalistica già a partire dal 1844, fu solo in seguito al panico finanziario del 1857, iniziato negli Stati Uniti e poi diffusosi anche in Europa, che si sentì obbligato a mettere da parte le sue incessanti ricerche e iniziare a redigere quella che chiamava la sua “Economia”.

La crisi, i Grundrisse e la povertà
Con l’insorgere della crisi, Marx presagì la nascita di una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne che la cosa più urgente da fare fosse quella di fornire al proletariato la critica del modo di produzione capitalistico, presupposto essenziale per il suo superamento. Nacquero così i Grundrisse, otto corposi quaderni nei quali, tra le altre tematiche, egli prese in esame le formazioni economiche precapitalistiche e descrisse alcune caratteristiche della società comunista, sottolineando l’importanza della libertà e dello sviluppo dei singoli individui. Il movimento rivoluzionario, che egli credeva sarebbe sorto a causa della crisi, restò un’illusione e Marx non pubblicò i suoi manoscritti, consapevole di quanto fosse ancora lontano dalla piena padronanza degli argomenti affrontati. L’unica parte data alle stampe, dopo una profonda rielaborazione del “Capitolo sul denaro”, fu Per la critica dell’economia politica, testo che uscì nel 1859 e che venne recensito da una sola persona: Engels.

Il progetto di Marx era quello di dividere la sua opera in sei libri. Essi avrebbero dovuto essere dedicati a: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato, Stato, commercio estero, mercato mondiale. Quando, però, nel 1862, a causa della guerra di secessione americana, la New-York Tribune licenziò i suoi collaboratori europei, Marx – che aveva lavorato per il quotidiano americano per oltre un decennio – e la sua famiglia ritornarono a vivere in condizioni di terribile povertà, le stesse patite durante i primi anni del loro esilio londinese. Egli non aveva che l’aiuto di Engels, al quale scrisse: “ogni giorno mia moglie mi dice che vorrebbe essere nella tomba con le bambine e, in verità, non posso fargliene una colpa, poiché le umiliazioni e le pene che stiamo subendo sono davvero indescrivibili”. La sua condizione era così disperata che, nelle settimane più buie, vennero a mancare il cibo per le figlie e la carta per scrivere. Cercò anche di ottenere un impiego in un ufficio delle ferrovie inglesi. Il posto, però, gli venne negato a causa della sua pessima grafia. Pertanto, per poter fare fronte all’indigenza, il lavoro di Marx continuò a subire grandi ritardi.

La spiegazione del plusvalore e il carbonchio
Ciò nonostante, in questo periodo, in un lunghissimo manoscritto intitolato Teorie sul plusvalore, egli compì un’accuratissima disamina critica del modo in cui tutti i maggiori economisti avevano erroneamente trattato il plusvalore come profitto o rendita. Per Marx, invece, esso costituiva la forma specifica mediante la quale si manifesta lo sfruttamento nel capitalismo. Gli operai trascorrono una parte della loro giornata a lavorare gratuitamente per il capitalista. Quest’ultimo cerca in tutti i modi di generare plusvalore mediante il pluslavoro: “non basta più che l’operaio produca in generale, deve produrre plusvalore”, ovvero deve servire all’autovalorizzazione del capitale. Il furto di anche solo pochi minuti sottratti al pasto o al riposo di ogni lavoratore significa lo spostamento di un’immensa mole di ricchezza nelle tasche dei padroni. Lo sviluppo intellettuale, l’adempimento di funzioni sociali, il tempo festivo sono per il capitale “fronzoli puri e semplici”. ” Après moi le déluge!” era per Marx – anche in considerazione della questione ecologica (da lui presa in considerazione come pochi altri autori del suo tempo) – il motto dei capitalisti, anche se poi, ipocritamente, si opponevano alla legislazione sulle fabbriche in nome della “piena libertà del lavoro”. La riduzione dei tempi della giornata lavorativa, assieme all’aumento del valore della forza-lavoro, costituivano, dunque, il primo terreno sul quale andava combattuta la lotta di classe.

Nel 1862, Marx scelse il titolo per il suo libro: “Il capitale”. Egli credeva di poter dare subito inizio alla stesura in forma definitiva, ma alle già durissime vicissitudini finanziarie si aggiunsero i gravissimi problemi di salute. Comparve, infatti, quella che la moglie Jenny definì “la terribile malattia”, contro la quale Marx avrebbe dovuto lottare per molti anni della sua vita. Egli fu affetto dal carbonchio, un’orrenda infezione che si manifestava con l’insorgenza, in più parti del corpo, di una serie di ascessi cutanei e di estese, debilitanti foruncolosi. A causa di una profonda ulcera, seguita alla comparsa di un grande favo, Marx fu operato e “rimase, per parecchio tempo, in pericolo di vita”. La sua famiglia fu, più che mai, sull’orlo dell’abisso.

Il Moro (era questo il suo soprannome), però, si riprese e, fino al dicembre del 1865, realizzò la vera e propria stesura di quello che sarebbe diventato il suo magnum opus. Inoltre, a partire dall’autunno del 1864, partecipò assiduamente alle riunioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per la quale redasse, durante otto intensissimi anni, tutti i principali documenti politici. Studiare di giorno in biblioteca, per mettersi al passo con le nuove scoperte, e portare avanti il suo manoscritto nel corso della notte: fu questa la sfibrante routine alla quale si sottopose Marx fino all’esaurimento di ogni energia e allo sfinimento del suo corpo.

Un tutt’uno artistico
Anche se aveva ridotto il suo progetto iniziale di sei libri a tre volumi sul capitale, Marx non voleva abbandonare il proposito di pubblicarli tutti insieme. Scrisse, infatti, a Engels: “non posso decidermi a licenziare nulla prima che il tutto mi stia davanti. Quali che siano i difetti che possono avere, questo è il pregio dei miei libri: essi costituiscono un tutt’uno artistico, risultato raggiungibile soltanto grazie al mio sistema di non darli alle stampe prima che io li abbia interamente davanti a me”. Il dilemma di Marx – “ripulire una parte del manoscritto e consegnarla all’editore o finire di scrivere prima tutto completamente” – venne risolto dagli eventi. Marx fu colpito da un altro attacco di carbonchio, il più virulento di tutti, e fu in pericolo di vita. A Engels raccontò che ne era “andata della pelle”; i medici gli avevano detto che le cause della sua ricaduta erano stati l’eccesso di lavoro e le continue veglie notturne: “la malattia veniva dalla testa”. A seguito di questi avvenimenti, Marx decise di concentrarsi sul solo Libro Primo, quello inerente il “Processo di produzione del capitale”.

Tuttavia, i favi continuarono a tormentarlo e, per intere settimane, Marx non fu nemmeno in grado di stare seduto. Egli tentò persino di operarsi da solo. Si procurò un rasoio ben affilato e raccontò a Engels di essersi “estirpato lui stesso quella cosa dannata”. Stavolta, il completamento dell’opera non venne procrastinato a causa “della teoria”, ma per “ragioni fisiche e borghesi”.

Quando, nell’aprile del 1867, il manoscritto venne finalmente ultimato, Marx chiese all’amico di Manchester – che l’aveva aiutato incessantemente per un ventennio – di inviargli il denaro per poter disimpegnare “il vestiario e l’orologio che si trovano al Monte dei pegni”. Marx era sopravvissuto con il minimo indispensabile e senza quegli oggetti non poteva partire per la Germania, dove era atteso per la consegna del manoscritto da dare alle stampe.

Le correzioni delle bozze si protrassero per tutta l’estate e quando Engels fece notare a Marx che l’esposizione della forma del valore risultava troppo astratta e che “risentiva della persecuzione dei foruncoli”, questi gli rispose: “spero che la borghesia si ricorderà dei miei favi fino al giorno della sua morte”.

Il capitale venne messo in commercio l’11 Settembre del 1867. Un secolo e mezzo dopo la sua pubblicazione, esso è annoverato tra i libri più tradotti, venduti e discussi della storia dell’umanità. Per quanti vogliono comprendere cosa sia davvero il capitalismo, e anche perché i lavoratori devono lottare per una “forma superiore di società, il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo”, Il capitale è, oggi più che mai, una lettura semplicemente imprescindibile.

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La critica dell’alienazione come strumento di lotta anticapitalista

I. Limiti dei Manoscritti economico filosofici del 1844 e delle loro interpretazioni
L’alienazione è stata una delle teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx assunse un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. A favorire la diffusione di questa complessa tematica fu la pubblicazione, nel 1932, di un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx, i Manoscritti economico filosofici del 1844. In questo testo, che finì con l’assumere un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema, mediante l’introduzione della categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit), Marx non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima il presupposto fondamentale per comprendere e poter superare le prime [1].

A differenza di molti dei suoi critici e presunti seguaci, Marx trattò l’alienazione sempre come un fenomeno storico e non naturale. Tuttavia, le riflessioni contenute in questi appunti – scritti da un autore appena ventiseienne – sintetizzano un pensiero frammentario e ancora molto parziale, se rapportato al complesso della sua elaborazione teorica[2]. Ciò nonostante, i Manoscritti economico filosofici del 1844 sono stati considerati, erroneamente, come il principale testo marxiano relativo alla teoria dell’alienazione ed è stato a partire da esso che numerosi autori hanno esteso oltremodo il significato di questo concetto, sino a renderlo generico e privo di quel potenziale critico e anticapitalista che gli era stato conferito da Marx.

Fu così per Herbert Marcuse che finì con identificare l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Nel saggio Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica, egli sostenne che il «carattere di peso del lavoro» non poteva essere ricondotto meramente a «determinate condizioni presenti nell’esecuzione del lavoro, alla sua organizzazione tecnico-sociale» [3], ma andava considerato come uno dei suoi tratti fondamentali. Per Marcuse esisteva una «negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana» [4].

La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. Il superamento dell’alienazione fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva: «un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico»[5]. In Eros e civiltà, Marcuse prese le distanze dalla concezione marxiana in modo netto. Egli affermò che l’emancipazione dell’uomo poteva realizzarsi solo mediante la liberazione dal lavoro (abolition of labor) [6] e attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il concetto di alienazione approdò anche nell’ambito della psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione [7], deve necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta ad un mero fenomeno soggettivo.

Diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, Erich Fromm non separò mai le manifestazioni dell’alienazione dal contesto storico capitalistico e con i suoi scritti Psicoanalisi della società contemporanea e L’uomo secondo Marx si servì di questo concetto per tentare di costruire un ponte tra la psicoanalisi ed il marxismo. Tuttavia, Fromm affrontò questa problematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva e la sua concezione di alienazione, riassunta come «una forma di esperienza per la quale la persona conosce se stessa come un estraneo» [8], risultò troppo circoscritta al singolo. La sua interpretazione della concezione dell’alienazione presente in Marx si basò sui soli Manoscritti economico-filosofici del 1844 e si caratterizzò per una profonda incomprensione della specificità e della centralità del concetto di lavoro alienato nel pensiero di Marx.

A partire dagli anni Quaranta, in un periodo caratterizzato dagli orrori della guerra, dalla conseguente crisi delle coscienze e, nel panorama filosofico francese, dal neohegelismo di Alexandre Kojeve, il fenomeno dell’alienazione fu affrontato anche da Jean-Paul Sartre e dagli esistenzialisti francesi[9]. Tuttavia, anche in questa circostanza, la nozione di alienazione assunse un profilo molto più vago di quello esposto da Marx. Essa fu identificata con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile. I filosofi esistenzialisti non fornirono una specifica origine sociale dell’alienazione, ma, tornando ad assimilarla con ogni fatticità (il fallimento dell’esperienza socialista in Unione sovietica favorì certamente l’affermazione di questa posizione), concepirono l’alienazione come un generico senso di alterità umana.

Se Marx aveva contribuito a sviluppare una critica della soggezione umana basata sull’opposizione ai rapporti di produzione capitalistici [10], gli esistenzialisti, invece, intrapresero una strada diversa, ovvero tentarono di riassorbire il pensiero di Marx, attraverso quelle parti della sua opera giovanile che potevano risultare più utili alle loro tesi, in una discussione priva di una specifica critica storica e, a tratti, meramente filosofica [11]. Inoltre, alcune frasi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono estrapolate dal loro contesto e trasformate in citazioni sensazionali con lo scopo di dimostrare la presunta esistenza di un “nuovo Marx”, radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto, perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che alcuni suoi commentatori attribuivano ad Il capitale, testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti sostennero questa tesi. Anche rispetto al solo manoscritto del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), ovvero, il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto giovanile, ma sempre in relazione all’alienazione oggettiva.

Negli anni Sessanta, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo periodo venne concepita la distinzione tra due presunti Marx: il “giovane Marx” e il “Marx maturo”[12]. Questa arbitraria ed artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche (ad esempio la gran parte degli esistenzialisti), sia da quanti (tra questi Louis Althusser e quasi tutti i marxisti sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello de Il capitale. Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria «fobia dell’alienazione»; tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come «un peccato di gioventù, un residuo di hegelismo» [13], successivamente abbandonato da Marx. I primi rimossero la circostanza che la concezione dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 era stata scritta da un autore appena agli albori dei suoi studi principali; i secondi, invece, non vollero riconoscere l’importanza della teoria dell’alienazione in Marx anche quando, con la pubblicazione di nuovi inediti, divenne evidente che egli non aveva mai smesso di occuparsene nel corso della sua esistenza e che essa, anche se mutata, aveva conservato un posto di rilievo nelle tappe principali dell’elaborazione del suo pensiero.

Sostenere, come affermarono in tanti, che la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 fosse il tema centrale del pensiero di Marx è un falso che denota soltanto la scarsa familiarità con la sua opera da parte di coloro che propesero per questa tesi. D’altro canto, quando Marx ritornò ad essere l’autore più discusso e citato nella letteratura filosofica mondiale proprio per le sue pagine inedite relative all’alienazione, il silenzio dell’Unione sovietica su questa tematica, e sulle controversie ad essa legate, fornisce uno dei tanti esempi di utilizzo strumentale dei suoi scritti in quel paese. Infatti, l’esistenza del fenomeno dell’alienazione in Unione sovietica, così come nei suoi paesi satelliti, fu semplicemente negata [14] e tutti i testi che trattavano questa problematica vennero ritenuti sospetti. Secondo Henry Lefebvre: «nella società sovietica non poteva, non doveva più essere questione di alienazione. Il concetto doveva sparire, per ordine superiore, per la ragion di Stato»[15] . E, così, fino agli anni Settanta, furono pochissimi gli autori che, nel cosiddetto “campo socialista”, scrissero opere in proposito.

II. L’addomesticamento della teoria dell’alienazione
Nel frattempo, in Europa occidentale, la descrizione di una condizione di estraneazione generalizzata, prodotta da un controllo sociale invasivo e dalla manipolazione dei bisogni creata dalla capacità d’influenza dei mass-media, fu avanzata da Max Horkheimer e Theodor Adorno, i due esponenti di punta della scuola di Francoforte. In Dialettica dell’illuminismo, essi affermarono che «la razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto […] della società estraniata a se stessa» [16]. In questo modo, essi avevano posto in evidenza come, nel capitalismo contemporaneo, persino la sfera del divertimento, un tempo libera ed alternativa al lavoro, fosse stata assorbita negli ingranaggi della riproduzione del consenso.

In ambito marxista, la riscoperta della teoria dell’alienazione si accompagnò al successo di Storia e coscienza di classe, il libro nel quale, già nel 1923, György Lukács aveva elaborato il concetto di reificazione (Verdinglichung o Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo ed indipendente e lo domina mediante leggi autonome ed a lui estranee. Nei tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács era ancora troppo simile a quella hegeliana, poiché anche egli aveva concepito la reificazione come un “fatto strutturale fondamentale” [17]. Così, quando dopo la comparsa della traduzione francese, nel 1960, questo testo tornò ad esercitare una grande influenza tra gli studiosi ed i militanti di sinistra, Lukács decise di ripubblicare il suo scritto in una nuova edizione introdotta da una lunga prefazione autocritica, nella quale, per chiarire la sua posizione, egli affermò: “ Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui, anche in questo libro, l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione”[18].

In questo periodo, il concetto di alienazione entrò anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come una problematica che riguardava il singolo essere umano anziché le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente, e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società.

Nell’opera dei sociologi statunitensi, quindi, l’alienazione venne concepita come una manifestazione relativa al sistema di produzione industriale, a prescindere se esso fosse capitalistico o socialista, e come una problematica inerente soprattutto la coscienza umana. Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa nozione, la quale, anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, fu assunta non più come una questione sociale, ma quale patologia individuale, e la cui cura riguardava i singoli individui[19]. Ciò determinò un profondo mutamento della concezione dell’alienazione. Se nella tradizione marxista essa rappresentava uno dei concetti critici più incisivi del modo di produzione capitalistico, in sociologia subì un processo di istituzionalizzazione e finì con l’essere considerata come un fenomeno relativo al mancato adattamento degli individui alle norme sociali.

A partire dagli anni Sessanta, esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri e articoli sul tema. Fu il tempo dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, all’anomia, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifesta nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, e all’inquinamento ambientale.

Il concetto di alienazione sembrò riflettere alla perfezione lo spirito del tempo. La popolarità del termine e la sua applicazione indiscriminata diedero origine, però, ad una profonda ambiguità teorica [20]. Così, nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo spropositato ampliamento della sua nozione generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno così tanto diffuso da apparire immodificabile [21].

Successivamente, la teoria dell’alienazione approdò anche alla critica della produzione immateriale. Con il libro La società dello spettacolo, divenuto dopo la sua uscita nel 1967 un vero e proprio manifesto di critica sociale per la generazione di studenti in rivolta contro il sistema, Guy Debord riprese alcune delle tesi già avanzate da Horkheimer e Adorno, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente. Debord affermò che, nelle circostanze date, il non-lavoro non poteva più essere considerato come una sfera differente dall’attività produttiva [22].

Anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi (1970), egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna, prendendo così le distanze dalla concezione marxiana ancorata alla centralità della produzione. Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche «l’era dell’alienazione radicale» [23]. Le conclusioni politiche di questi autori furono, però, confuse e pessimistiche e, di certo, lontane da Marx e dalla sua individuazione della classe lavoratrice quale soggetto rivoluzionario di riferimento.

III. Critica dell’alienazione e conflitto sociale
Gli scritti di Marx ebbero un ruolo fondamentale per coloro che tentarono di opporsi alle tendenze, manifestatesi nell’ambito delle scienze sociali, di mutare il senso del concetto di alienazione. L’attenzione rivolta alla teoria dell’alienazione in Marx, inizialmente incentrata sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, si spostò, dopo la pubblicazione di ulteriori inediti, su nuovi testi e con essi fu possibile ricostruire il percorso della sua elaborazione dagli scritti giovanili ad Il capitale. Quando nel 1857, dopo una lunga pausa, Marx riprese a scrivere di economia nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (i cosiddetti Grundrisse), egli tornò ad utilizzare il concetto di alienazione ripetutamente. La sua esposizione ricordava, per molti versi, quella dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche se, grazie agli studi condotti nel frattempo, la sua analisi risultò essere molto più approfondita:

il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte dagli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto tra le cose; la capacità personale in una capacità delle cose[24].

Nei Grundrisse, la descrizione dell’alienazione acquisì maggiore spessore rispetto a quella compiuta negli scritti giovanili, essendo stata arricchita, nel tempo, dalla comprensione di importanti categorie economiche e da una più rigorosa analisi sociale. Accanto al nesso tra alienazione e valore di scambio, tra i passaggi più brillanti che delinearono le caratteristiche di questo fenomeno della società moderna figurano anche quelli in cui l’alienazione venne messa in relazione con la contrapposizione tra capitale e «forza-lavoro viva»:

le condizioni oggettive del lavoro vivo si presentano come valori separati, autonomizzati di fronte alla forza-lavoro viva quale esistenza soggettiva […], sono presupposte come un’esistenza autonoma di fronte ad essa, come l’oggettività di un soggetto che si distingue dalla forza-lavoro vivo e le si contrappone autonomamente; la riproduzione e la valorizzazione, ossia l’allargamento di queste condizioni oggettive è perciò al tempo stesso la riproduzione e la nuova produzione di esse in quanto ricchezza di un soggetto che è estraneo, indifferente e si contrappone autonomamente alla forza-lavoro. Ciò che viene riprodotto e nuovamente prodotto non è soltanto l’esistenza di queste condizioni oggettive del lavoro vivo, ma la loro esistenza di valori autonomi, ossia appartenenti ad un soggetto estraneo, opposto a questa forza-lavoro viva. Le condizioni oggettive del lavoro acquistano un’esistenza soggettiva di fronte alla forza-lavoro viva – dal capitale nasce il capitalista [25].

I Grundrisse non furono l’unico testo della maturità di Marx in cui ricorre, con frequenza, la problematica dell’alienazione. Un lustro dopo la loro stesura, infatti, essa riapparve in Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, manoscritto nel quale l’analisi economica e quella politica dell’alienazione vennero messe in maggiore relazione tra loro: «il dominio dei capitalisti sugli operai non è se non dominio delle condizioni di lavoro autonomizzatesi contro e di fronte al lavoratore»[26]. In queste bozze preparatorie de Il capitale, Marx pose in evidenza che nella società capitalistica, mediante «la trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale» [27], si realizza una vera e propria «personificazione delle cose e reificazione delle persone», ovvero si crea un’apparenza in forza della quale «non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro, appaiono sottomessi al lavoratore, ma egli ad essi» [28]. In realtà, a suo giudizio:

il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come nell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose. Senza salariato, dacché gli individui si fronteggiano come persone libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti! Capitale e lavoro salariato (come noi chiamiamo il lavoro dell’operaio che vende la propria capacità lavorativa) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte, il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in se stesso; insomma, capitale[29].

Nel modo di produzione capitalistico il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale, che «nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive […] diventa un mostro animato, e comincia ad agire come se avesse l’amore in corpo»[30]. Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore, fino a che la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e l’impiego dei macchinari, ossia i progressi sociali generali creati dalla collettività, diventano forze del capitale che appaiono come proprietà da esso possedute per natura e si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico:

le forze produttive […] sviluppate del lavoro sociale […] si rappresentano come forze produttive del capitale. […] L’unità collettiva nella cooperazione, la combinazione nella divisione del lavoro, l’impiego delle energie naturali e delle scienze, dei prodotti del lavoro come macchinario – tutto ciò si contrappone agli operai singoli, in modo autonomo, come qualcosa di straniero, di oggettivo, di preesistente, senza e spesso contro il loro contributo attivo, come pure forme di esistenza dei mezzi di lavoro da essi indipendenti e su di essi esercitanti il proprio dominio; e l’intelligenza e la volontà dell’officina collettiva incarnate nel capitalista o nei suoi subalterni, nella misura in cui l’officina collettiva si basa sulla loro combinazione, gli si contrappongono come funzioni del capitale che vive nel capitalista [31].
È mediante questo processo, dunque, che, secondo Marx, il capitale diventa qualcosa di «terribilmente misterioso». Accade in questo modo che «le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali torreggianti di fronte all’operaio e, in questa forma, vengono capitalizzate» [32].

La diffusione, a partire dagli anni Sessanta, deIl Capitale: Libro I, capitolo VI inedito e, soprattutto, dei Grundrisse aprì la strada ad una concezione dell’alienazione differente rispetto a quella egemone in sociologia e in psicologia, la cui comprensione era finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. La pubblicazione di quella che, dopo i Manoscritti economico-filosofici del 1844 negli anni Trenta, può essere considerata la “seconda generazione” di scritti di Marx sull’alienazione fornì non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi, ma soprattutto una piattaforma ideologica anticapitalista allo straordinario movimento politico e sociale esploso nel mondo in quel periodo.

IV. Modo di produzione associato versus feticismo della merce
La più efficace descrizione dell’alienazione realizzata da Marx resta, comunque, quella contenuta nel celebre paragrafoIl carattere di feticcio della merce e il suo arcano in Il capitale. Al suo interno egli mise in evidenza che, nella società capitalistica, gli uomini sono dominati dai prodotti che hanno creato e vivono in un mondo in cui le relazioni reciproche appaiono «non come rapporti immediatamente sociali tra persone [… ma come], rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose» [33]. Più precisamente:
l’arcano della forma di merce consiste […] nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, come sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così nel mondo delle merci fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci [34].

Il feticismo, infatti, non venne concepito da Marx come una problematica individuale, ma fu sempre considerato un fenomeno sociale. Non una manifestazione dell’anima, ma un potere reale, una dominazione concreta, che si realizza, nell’economia di mercato, in seguito alla trasformazione dell’oggetto in soggetto. Per questo motivo, egli non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo essere umano, ma analizzò i processi sociali che ne stavano alla base, in primo luogo l’attività produttiva. Per Marx, inoltre, il feticismo si manifesta in una precisa realtà storica della produzione, quella del lavoro salariato, e non è legato al rapporto tra la cosa in generale e l’uomo, ma da quello che si verifica tra questo e un tipo determinato di oggettività: la merce.

Nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattava da quello delle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che hanno negato la presenza di riflessioni sull’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituta da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un suo aspetto particolare [35].

L’avanzamento teorico compiuto da Marx rispetto alla concezione dell’alienazione dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 a Il capitale non consiste, però, soltanto in una sua più precisa descrizione, ma anche in una diversa e più compiuta elaborazione delle misure ritenute necessarie per il suo superamento. Se, nel 1844, Marx aveva considerato che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, ne Il capitale, e nei suoi manoscritti preparatori, il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione divenne molto più complesso. Marx riteneva che il capitalismo fosse un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati dal capitale e dalle sue condizioni, ma egli era anche convinto del fatto che esso avesse creato le basi per una società più progredita e che l’umanità potesse proseguire il cammino dello sviluppo sociale generalizzando i benefici prodotti da questo nuovo modo di produzione. Secondo Marx, a un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e sfruttamento per la massa dei lavoratori, occorre sostituire «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» [36]. Questo diverso tipo di produzione si differenzierebbe da quello basato sul lavoro salariato, poiché porrebbe i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assumendo un carattere immediatamente generale e trasformando il lavoro in una vera attività sociale. La sua creazione non è un processo meramente politico, ma investe necessariamente la trasformazione radicale della sfera della produzione. Come Marx scrisse in Il capitale. Libro III:

di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi, per sua natura, oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa[37].

Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale. In essa, il lavoro coercitivo e alienato, imposto dal capitale e sussunto dalle sue leggi, viene progressivamente sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro. Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana dell’individuo sociale, descritto da Marx in alcune delle sue pagine più brillanti e, paradossalmente, più distanti dal cosiddetto “socialismo reale” eretto, arbitrariamente, in suo nome.

Con la diffusione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per divenire critica sociale e irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze. Il drammatico aumento di povertà, diseguaglianze e sfruttamento, prodotto su scala globale dal capitalismo degli ultimi decenni, impone che lì vi ritorni, il prima possibile, per non essere nuovamente confinata alle sole pagine dei libri.

Riferimenti
1. Per una trattazione estesa di questo testo cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2011, pp. 308-12 e 51-4.
2. Per un’antologia completa dei testi marxiani sull’alienazione si rimanda a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx. L’alienazione, Donzelli, Roma 2010.
3. Herbert Marcuse, Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica , in Id., Cultura e società, Einaudi, Torino 1969, p. 170.
4. Ivi, p. 171.
5. Ivi, p. 155.
6. Con questa espressione Marcuse si riferiva al lavoro fisico e al travaglio, non al lavoro tout court.
7. Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971, p. 250.
8. Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di comunità, Milano 1981, p. 121.
9. Sebbene i filosofi esistenzialisti si servirono spesso di questo concetto, nei loro testi esso non appare così diffusamente come, invece, generalmente si ritiene.
10. Cfr. George Lichtheim, Alienation, in David Sills (ed.), International Encyclopedia of the Social Sciences, vol. I, , Crowell – Macmillan Inc, New York 1968, pp. 264-8, che scrisse: «[la] alienazione (che i pensatori romantici avevano attribuito all’aumentata razionalizzazione e specializzazione dell’esistenza) fu attribuita da Marx alla società e specificamente allo sfruttamento del lavoratore da parte del non-lavoratore, ovvero il capitalista. […] Diversamente dai pensatori romantici e dai loro predecessori illuministi del XVIII secolo, Marx attribuì questa disumanizzazione non alla divisione del lavoro per sé, ma alla forma storica che aveva preso sotto il capitalismo», p. 266.
11. Cfr. Ornella Pompeo Faracovi, Il marxismo francese contemporaneo, Feltrinelli, Milano 1972, p. 28; e István Mészáros, La teoria dell’alienazione in Marx, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 301-2.
12. Cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, op. cit., pp. 223-267.
13. Adam Schaff, L’alienazione come fenomeno sociale, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 27 e 53.
14. Eccezione di rilievo a questo atteggiamento fu lo studioso polacco Adam Schaff, che nel libro Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1965, mise in evidenza come l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non comportava la scomparsa automatica dell’alienazione, poiché anche nelle società “socialiste” il lavoro conservava il carattere di merce.
15. Henry Lefebvre, Critica della vita quotidiana, vol. I, Dedalo, Bari 1977, p. 62.
16. Max Horkheimer – Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010, p. 127.
17. György Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1971, p. 112
18. Ivi, p. XXV.
19. Per una critica delle conseguenze politiche di questa impostazione cfr. David Schweitzer – Felix Geyer, Introduction, in Id. (eds.), Alienation: Problems of Meaning, Theory and Method , Routledge, London 1981, che affermò «riallocando il problema dell’alienazione nell’individuo, anche la soluzione al problema tende a essere posto sull’individuo; ovvero, ci devono essere adattamenti e aggiustamenti individuali in conformità degli assetti e dei valori dominanti», p. 12. Eguale matrice culturale hanno tutte le presunte strategie di disalienazione, promosse dalle amministrazioni aziendali, che vanno sotto il nome di “relazioni umane”. Nel volume James W. Rinehart, The Tiranny of Work: Alienation and the Labour Process, Harcourt Brace Jovanovich, Toronto 1987, si ricorda come queste strategie, lungi dall’umanizzare l’attività lavorativa, sono funzionali alle esigenze padronali e mirano esclusivamente a intensificare il lavoro ed a ridurre i suoi costi per l’impresa.
20. Cfr. Richard Schacht, Alienation, Doubleday, Graden City 1970, il quale notò che «non c’era quasi alcuno aspetto della vita contemporanea che non sia stato discusso nei termini di “alienazione”», p. lix.
21. Cfr. David Schweitzer, Alienation, De-alienation, and Change: A critical overview of current perspectives in philosophy and the social sciences , in Giora Shoham (ed.), Alienation and Anomie Revisited, Ramot, Tel Aviv 1982, secondo cui «il vero significato di alienazione è spesso diluito fino al punto di un’assenza virtuale di significato», p. 57.
22. Cfr. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 70-1.
23. Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna 2010, p. 234.
24. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, pp. 97-8. Per un’analisi completa di questo testo si rimanda al recente Marcello Musto (a cura di), I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo , ETS, Pisa 2015.
25. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 22-3.
26. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 20.
27. Ivi, p. 94.
28. Ivi, p. 90.
29. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, op. cit., p. 37.
30. Ivi, p. 39.
31. Ivi, p. 90.
32. Ivi, p. 96.
33. Karl Marx, Il capitale, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 105.
34. Ivi, pp. 104-5.
35. Cfr. Adam Schaff, op. cit., pp. 149-50.
36. Karl Marx, Il capitale, op. cit., p. 110.
37. Karl Marx, Il capitale, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 933.

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Marie Gouze, Diciotto Brumaio

Al tempo stesso troppo onore e troppo torto

Sto leggendo un fitto volumetto di Marcello Musto, L’ultimo Marx (1881-1883), Donzelli, 2016. Dovrebbe essere letto soprattutto da coloro che – come scrivevo recentemente – Marx più che conoscerlo di prima mano preferiscono farselo raccontare.

A me viene utile perché in esso trovo riassunta una questione che avevo in mente di affrontare brevemente in un post a riguardo di una certa affermazione contenuta in un pamphlet di Luciano Canfora. Nulla di che.

All’inizio del libro di Musto trovo una considerazione: la scarsa attenzione dedicata dai maggiori editori italiani alla traduzione degli scritti marxiani. Soggiungo a mia volta l’ars topiaria, per così dire, alla quale è sottoposta la barba del grande vecchio da parte di gente che parla di Marx a vanvera, non si sa se più spesso in malafede o solo per ignoranza e insipienza. Scrive Musto che negli ultimi dieci anni in Italia, “nonostante la rilevante produzione teorica e l’ampia diffusione dei suoi testi avvenuta nel Novecento”, gli studi su Marx sono “stati alquanto marginali, se confrontati con lo scenario internazionale”. Non c’è dubbio.

Del lavoro di Musto m’interessa qui mettere a fuoco un argomento in particolare, ossia la controversia sullo sviluppo del capitalismo in Russia, per dimostrare, con un esempio conciso, a quale trattamento viene vergognosamente sottoposto abitualmente il pensiero e l’opera di Marx. Mi riferisco, nella fattispecie, ad alcune frasette contenute nel pamphlet di Luciano Canfora, laddove il professore della Magna Grecia scrive:

L’orizzonte di Marx ed Engels era essenzialmente europeo-occidentale. Già la Russia per loro era remota e poco nota: fu Vera Zasulič a far comprendere a Marx la peculiarità della comune contadina russa (La schiavitù del capitale, p. 80).

In risposta prendo a prestito, per comodità e precisione nell’esposizione, le parole di Marcello Musto:

[…] Marx non manifestò mai alcuna volontà di prefigurare come dovesse essere il socialismo […]. Ciò nonostante, egli si trovò a dover fare i conti con la tesi, erroneamente attribuitagli, della fatalità storica del modo di produzione borghese. La controversia sulla prospettiva dello sviluppo del capitalismo in Russia ne è un chiara testimonianza.

Nel novembre del 1877, Marx aveva preparato una lunga lettera per la redazione della Otečestvennye Zapiski [Annali Patrii], con la quale si era prefissato di replicare all’articolo (Karl Marx davanti al tribunale del signor Zukovskij) del critico letterario e sociologo Nikolaj Michajlovskij (1842-1904), sul futuro della comune (obščina) agricola. La missiva fu rielaborata un paio di volte, ma, alla fine, essa fu lasciata in minuta, con i segni di alcune cancellature. La lettera non fu mai spedita, ma conteneva interessanti anticipazioni delle argomentazioni che Marx usò, successivamente nella risposta a Vera Zasulič.

In una serie di saggi, Michajlovskij aveva sollevato una questione, seppure con sfumature diverse, molto simile a quella che, quattro anni più tardi avrebbe riproposto a Zasulič. Per quest’ultima il nodo da sciogliere era connesso alle ripercussioni che i possibili mutamenti della comune rurale avrebbero determinato sull’attività di propaganda del movimento socialista. Michajlovskij dibatteva, più teoricamente intorno alle differenti tesi esistenti sul futuro dell’obščina […].

Pertanto, poiché Marx detestava l’ambiguità teorica, con la lettera alla redazione della Otečestvennye Zapiski, volle “parlare senza giri di parole” ed esprimere le conclusioni alle quali era giunto dopo molti anni di studio. Iniziò con questa frase, poi cancellata nel manoscritto: “se la Russia continua sulla strada imboccata nel 1861, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerto a un popolo, per subire, invece, tutte le fatali peripezie del regime capitalista”.

Dunque, ben prima di ricevere la famosa lettera di Vera Zasulič, Marx ebbe ad occuparsi della questione dell’obščina, ed è anzi vero che la questione fu prospettata a Marx, nei suoi termini più pregnanti, da Michajlovskij. Rilevo tale fatto per mettere in luce con quanta nonchalance Canfora abbia liquidato tale argomento storiografico e scientifico.

Altre notizie e considerazioni assai pregevoli sono a tale riguardo offerte da Musco al cui lavoro rimando il lettore.

Quanto al fatto che Marx ed Engels ponessero attenzione ad “un orizzonte essenzialmente europeo-occidentale”, come sostiene Canfora, è il caso di rilevare che per Marx oggetto d’indagine è “il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”. A quell’epoca, l’Europa occidentale, in modo particolare l’Inghilterra, erano di tale oggetto d’indagine la “sede classica”. È pertanto ovvio che tale “orizzonte” storicamente sviluppato del capitalismo fosse posto da Marx al centro della sua analisi e della costruzione della sua teoria.

Se Canfora si fosse preso la briga di leggere la lettera di Marx alla redazione della Otečestvennye Zapiski, avrebbe rilevato parecchie cose davvero essenziali scritte da Marx ed egli non avrebbe potuto scrivere ciò che ha scritto nel suo pamphlet. Per esempio avrebbe letto questo passo, rivolto a Michajlovskij ma che s’attaglia anche allo stesso Canfora:

… deve ad ogni costo trasformare il mio schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli, indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano posti, per giungere alla fine alla formazione economica che assicura assieme al più grande impulso delle forze produttive del lavoro sociale lo sviluppo più integrale di ogni produttore individuale. Ma io gli chiedo scusa. È farmi al tempo stesso troppo onore e troppo torto (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ed. Lotta comunista, p. 235).