Categories
Book chapter

Prima dei Grundrisse

1. L’incontro con l’economia politica
L’economia politica non fu la prima passione intellettuale di Karl Marx. L’incontro con questa materia, che ai tempi della sua giovinezza era appena agli albori in Germania, avvenne, infatti, solo dopo quello con diverse altre discipline. Nato a Treviri nel 1818, in una famiglia di origini ebraiche, dal 1835 Marx studiò, dapprima, diritto alle università di Bonn e Berlino, per volgere, poi, il suo interesse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana al tempo dominante, e laurearsi all’università di Jena, nel 1841, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Completati gli studi, Marx avrebbe voluto intraprendere la carriera universitaria, ma, poiché dopo la salita al trono di Federico Guglielmo IV, la filosofia hegeliana non godeva più del favore del governo prussiano, egli, avendo aderito al movimento dei Giovani Hegeliani, dovette cambiare i propri progetti. Tra il 1842 e il 1843, si diede all’attività pubblicistica e collaborò con il quotidiano di Colonia, la «Rheinische Zeitung [Gazzetta renana]», del quale divenne rapidamente giovanissimo redattore capo. Tuttavia, poco tempo dopo l’inizio della sua direzione e la pubblicazione di alcuni suoi articoli, nei quali, seppure soltanto dal punto di vista giuridico e politico, aveva iniziato a occuparsi di questioni economiche , la censura colpì il giornale e Marx decise di interrompere questa esperienza «per ritirarsi dalla scena pubblica alla stanza da studio» . Si dedicò, così, agli studi sullo Stato e sulle relazioni giuridiche, dei quali Hegel era un’autorità, e in un manoscritto del 1843, pubblicato postumo con il titolo Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, avendo maturato la convinzione che la società civile fosse la base reale dello Stato politico, sviluppò le primissime formulazioni circa la rilevanza del fattore economico nell’insieme dei rapporti sociali.

Tuttavia, soltanto a Parigi, spinto dalla convinzione dell’incapacità del diritto e della politica di dare soluzione ai problemi sociali, e colpito in maniera decisiva dalle considerazioni contenute nei Lineamenti di una critica dell’economia politica, uno dei due articoli di Friedrich Engels pubblicati nel primo e unico volume dei «Deutsch-französische Jahrbücher [Annali franco-tedeschi]» (rivista da Marx stesso fondata e co-diretta), diede inizio a uno «scrupoloso studio critico dell’economia politica» . Da quel momento in poi, le sue indagini, fino ad allora di carattere preminentemente filosofico, politico e storico, si indirizzarono verso questa nuova disciplina che divenne il fulcro delle sue ricerche e preoccupazioni scientifiche, delimitando un nuovo orizzonte che non fu mai più abbandonato.

A Parigi, Marx avviò una grande mole di letture e da esse ricavò nove quaderni di estratti e appunti . Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta poi per tutta la vita, di compilare riassunti dalle opere che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano . I cosiddetti Quaderni di Parigi sono particolarmente interessanti perché tra i libri maggiormente compendiati figuravano il Trattato di economia politica di Jean-Baptiste Say e La ricchezza delle nazioni di Adam Smith , testi dai quali Marx assimilò le nozioni basilari di economia, così come i Principi di economia politica di David Ricardo e gli Elementi di economia politica di James Mill , che gli diedero, invece, la possibilità di sviluppare le prime valutazioni rispetto ai concetti di valore e prezzo e alla critica del denaro quale dominio della cosa estraniata sull’uomo.

Parallelamente a questi studi, Marx redasse altri tre quaderni, pubblicati postumi con il titolo di Manoscritti economico-filosofici del 1844, nei quali dedicò particolare attenzione al concetto di lavoro alienato [entäusserten Arbeit]. Differentemente dai principali economisti e da Georg W. F. Hegel, il fenomeno per il quale l’oggetto prodotto dall’operaio si contrappone a lui stesso «come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce» , venne considerato da Marx, non come una condizione naturale e, dunque, immutabile, ma quale caratteristica di una determinata struttura di rapporti produttivi e sociali: la moderna società borghese e il lavoro salariato.

L’intenso lavoro condotto da Marx durante questo periodo è comprovato anche dalle testimonianze di quanti lo frequentarono in quegli anni. Riferendosi all’attività da lui svolta verso la fine del 1844, il giornalista radicale Heinrich Bürgers sostenne che «Marx aveva avviato sin da allora approfondite ricerche nel campo dell’economia politica e accarezzava il progetto di scrivere un’opera critica in grado di formare una nuova costituzione della scienza economica» . Anche Engels, che aveva conosciuto Marx nell’estate del 1844 e stretto con lui un’amicizia e un sodalizio teorico e politico destinati a durare per il resto delle loro esistenze, nella speranza che una stagione di rivolgimenti sociali fosse alle porte, esortò Marx, sin dalla prima lettera del loro carteggio, a dare alla luce in fretta la sua opera: «fa ora in modo che il materiale che hai raccolto venga lanciato presto per il mondo. Il tempo stringe maledettamente» . Tuttavia, la consapevolezza dell’insufficienza delle sue conoscenze impedì a Marx di completare e pubblicare i suoi manoscritti. Inoltre, nell’autunno del 1844 egli si dedicò, proprio assieme a Engels , alla stesura di La sacra famiglia. Critica della critica critica contro Bruno Bauer e soci, uno scritto polemico, pubblicato nel 1845, nei confronti di Bauer e di altri esponenti della sinistra hegeliana, movimento dal quale Marx aveva preso le distanze già nel 1842, ritenendo che i suoi membri fossero dediti esclusivamente a sterili battaglie di concetti e rinchiusi nell’isolamento speculativo.

Concluso questo lavoro, all’inizio del 1845, Engels si rivolse nuovamente all’amico invitandolo a ultimare lo scritto in preparazione:

guarda di portare a termine il tuo libro di economia politica; anche se tu dovessi rimanere scontento di molte cose, non fa niente, gli animi sono maturi, e dobbiamo battere il ferro finché è caldo. […] Ora non c’è tempo da perdere. Fa perciò in modo di essere pronto prima dell’aprile; fa come faccio io, stabilisci un termine di tempo entro il quale sei effettivamente deciso a finire, e pensa a stampar presto.

Queste sollecitazioni servirono però a ben poco. L’ancora stentata conoscenza dell’economia politica indusse Marx a proseguire gli studi, anziché tentare di dare forma compiuta ai suoi abbozzi. Ad ogni modo, sorretto dalla convinzione di poter dare alla luce il suo scritto in breve tempo, il 1 febbraio del 1845, dopo che gli era stato intimato di lasciare la Francia a causa della sua collaborazione con il bisettimanale operaio di lingua tedesca «Vorwärts!», egli firmò un contratto con l’editore di Darmstadt Karl Wilhelm Leske, per la pubblicazione di un’opera in due volumi da intitolarsi Critica della politica e dell’economia politica.

2. Il proseguimento degli studi di economia
Nel febbraio del 1845 Marx lasciò Parigi per trasferirsi a Bruxelles, città nella quale gli fu consentito di risiedere a patto di non pubblicare «nessuno scritto sulla politica del giorno» e dove rimase, assieme alla moglie Jenny von Westphalen e alla prima figlia, Jenny, nata a Parigi nel 1844, fino al marzo del 1848. Durante questi tre anni, e in particolar modo nel 1845, egli proseguì produttivamente gli studi di economia politica.

Nel marzo di quell’anno lavorò, senza riuscire però a completarla, a una critica dell’opera Il sistema nazionale dell’economia politica dell’economista tedesco Friedrich List . Inoltre, dal febbraio al luglio redasse sei quaderni di estratti, i cosiddetti Quaderni di Bruxelles, riguardanti soprattutto lo studio dei concetti basilari dell’economia politica, all’interno dei quali riservò particolare spazio agli Studi sull’economia politica di Sismonde de Sismondi, al Corso di economia politica di Henri Storch e al Corso di economia politica di Pellegrino Rossi. Contemporaneamente, Marx si dedicò anche alle questioni legate ai macchinari e alla grande industria e ricopiò diverse pagine dell’opera Sull’economia delle macchine e delle manifatture di Charles Babbage . In questo periodo, egli progettò, insieme con Engels, di organizzare anche la traduzione in lingua tedesca di una «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri» . Tuttavia, non avendo trovato il sostegno finanziario di nessun editore e non disponendo di molto tempo libero, essendo entrambi impegnati innanzitutto con i propri lavori, Marx ed Engels dovettero abbandonare questo proposito.

Nei mesi di luglio e agosto, Marx soggiornò a Manchester, al fine di prendere in esame la vasta letteratura economica inglese, la cui consultazione riteneva indispensabile per scrivere l’opera che aveva in cantiere. Redasse così altri nove quaderni di estratti, i Quaderni di Manchester, e, di nuovo, tra i testi maggiormente compendiati vi furono manuali di economia politica e libri di storia economica, tra i quali le Lezioni sugli elementi di economia politica di Thomas Cooper, Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, la Letteratura di economia politica di John Ramsay McCulloch e i Saggi su alcuni problemi insoluti di economia politica di John Stuart Mill . Marx s’interessò molto anche alle questioni sociali e compilò estratti da alcuni dei principali volumi della letteratura socialista anglosassone, in particolare da I mali del lavoro e il rimedio del lavoro di John Francis Bray e dal Saggio sulla formazione del carattere umano e Il libro del nuovo mondo morale di Robert Owen . Dello stesso argomento trattava, inoltre, La situazione della classe operaia in Inghilterra, la prima opera di Engels, apparsa proprio nel giugno del 1845.

Nella capitale belga, oltre a proseguire gli studi economici, Marx lavorò anche a un altro progetto, che ritenne necessario realizzare a causa delle circostanze politiche che erano nel frattempo maturate. Nel novembre del 1845, infatti, pensò di scrivere con Engels, Joseph Weydemeyer e Moses Hess, una “critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti” . Il testo, che fu dato alle stampe postumo col titolo di L’ideologia tedesca, si prefiggeva, per una parte, di combattere le ultime forme di neohegelismo comparse in Germania (il libro L’unico e la sua proprietà di Max Stirner era stato dato alle stampe nell’ottobre del 1844) e, per un’altra, come Marx scrisse all’editore Leske, di «preparare il pubblico al punto di vista della [sua] Economia [Oekonomie], la quale si contrappone[va] risolutamente a tutta la scienza tedesca sviluppatasi sinora» . Questo scritto, la cui lavorazione si protrasse fino al giugno del 1846, non fu però mai portato a termine, anche se servì a Marx per elaborare, con maggiore chiarezza rispetto al passato, seppure non in modo definitivo, quella che Engels definì, quarant’anni dopo, «la concezione materialistica della storia».

Per avere notizie sul progresso della “Economia” durante l’anno 1846 occorre, ancora una volta, esaminare le lettere indirizzate a Leske. Nell’agosto di quell’anno, Marx aveva dichiarato all’editore che «il manoscritto quasi concluso del primo volume», ovvero quello che, secondo i suoi nuovi piani, avrebbe dovuto contenere la parte più teorica e politica, era già disponibile «da tanto tempo», ma che egli non l’avrebbe fatto «stampare senza sottoporlo ancora una volta a una revisione di contenuto e di stile. Si capisce che un autore, il quale continua a lavorare per sei mesi, non può lasciare stampare letteralmente ciò che ha scritto sei mesi prima». Ciò nonostante, egli s’impegnò a concludere presto il libro: «la revisione del primo volume sarà pronta per la stampa alla fine di novembre. Il secondo volume, che ha un carattere più storico, potrà seguire immediatamente» . Le notizie fornite non rispondevano, però, al reale stato del suo lavoro, poiché nessuno dei suoi manoscritti del tempo poteva essere definito come «quasi concluso» e, infatti, l’editore decise di rescindere il contratto quando non si vide consegnare nulla neanche al principio del 1847.

Questi continui ritardi non vanno però attribuiti a uno scarso impegno da parte di Marx. In quegli anni, egli non rinunciò mai all’attività politica e, nella primavera del 1846, fu promotore di un Comitato comunista di corrispondenza, nato per organizzare un collegamento tra le varie leghe operaie in Europa. Tuttavia, il lavoro teorico restò per lui sempre una priorità e a conferma di ciò vi sono le testimonianze di coloro che lo frequentarono. Il poeta tedesco Georg Weerth, ad esempio, scrisse nel novembre del 1846:

Marx è considerato, in un certo senso, il capo del partito comunista. Molti dei sedicenti comunisti e socialisti, però, si stupirebbero molto se sapessero con precisione cosa fa veramente quest’uomo. Marx lavora infatti giorno e notte per snebbiare la testa degli operai d’America, Francia, Germania, etc. dai sistemi balzani che ora la offuscano (…). Lavora come un pazzo alla sua storia dell’economia politica. Quest’uomo dorme da molti anni non più di quattro ore per notte.

Le prove del grande impegno di Marx sono documentate anche dagli appunti di studio e dagli scritti allora pubblicati. Dall’autunno del 1846 al settembre del 1847 egli compilò tre voluminosi quaderni di estratti, inerenti in gran parte la storia economica, dal testo Rappresentazione storica del commercio, dell’attività commerciale e dell’agricoltura dei più importanti Stati commerciali dei nostri tempi di Gustav von Gülich , uno dei principali economisti tedeschi del tempo. Inoltre, nel dicembre del 1846, dopo aver letto il libro Sistema delle contraddizioni economiche, o filosofia della miseria di Pierre-Joseph Proudhon e averlo trovato «cattivo, anzi pessimo» , Marx decise di scriverne una critica. Redatta direttamente in francese, affinché il suo antagonista, che non parlava tedesco, potesse intenderla, l’opera fu terminata nell’aprile del 1847 e stampata in luglio con il titolo Miseria della filosofia. Risposta a Pierre-Joseph Proudhon. Si trattò del primo scritto di economia politica pubblicato da Marx e nelle sue pagine vi furono esposte le sue convinzioni, in seguito soggette a cambiamenti, circa la teoria del valore, l’approccio metodologico più corretto da utilizzare per intendere la realtà sociale e la transitorietà storica dei modi di produzione.

Il motivo del mancato completamento dell’opera progettata – la critica dell’economia politica – non è attribuibile, dunque, alla mancanza di concentrazione da parte di Marx, bensì alla difficoltà del compito che egli si era assegnato. L’argomento che si era prefisso di sottoporre a esame critico era molto vasto e affrontarlo con la serietà e la scrupolosità di cui egli era dotato avrebbe significato lavorare duramente ancora per molti anni. Anche se non ne era consapevole, infatti, alla fine degli anni Quaranta Marx era appena all’inizio delle sue fatiche.

3. Il 1848 e lo scoppio della rivoluzione
Nella seconda metà del 1847 il fermento sociale s’intensificò e l’impegno politico di Marx divenne, conseguentemente, più gravoso. In giugno venne fondata a Londra la Lega dei Comunisti, associazione di operai e artigiani tedeschi con diramazioni internazionali; in agosto Marx ed Engels costituirono l’Associazione operaia tedesca, un centro che riuniva gli operai tedeschi di Bruxelles; in novembre, Marx divenne vicepresidente dell’Associazione democratica di Bruxelles, organizzazione che univa un’area rivoluzionaria a lui vicina e una componente democratica più moderata. Alla fine dell’anno, inoltre, la Lega dei Comunisti incaricò Marx ed Engels di redigere un programma politico e così, poco dopo, nel febbraio del 1848, fu dato alle stampe il Manifesto del Partito Comunista. Il suo incipit, «uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», divenne celebre quanto una delle sue tesi di fondo: «la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi».

La pubblicazione del Manifesto del partito comunista non avrebbe potuto essere più tempestiva. Immediatamente dopo la sua comparsa, infatti, uno straordinario movimento rivoluzionario, il più grande mai manifestatosi fino ad allora per espansione e intensità, si sviluppò in tutto il continente europeo, mettendo in crisi il suo ordine politico e sociale. I governi in carica adottarono tutte le contromisure possibili per porre fine alla situazione e, nel marzo del 1848, quello belga espulse Marx, che si recò in Francia, dove era stata da poco proclamata la repubblica. Date le circostanze, egli mise da parte gli studi di economia politica e si diede all’attività giornalistica per sostenere la rivoluzione e contribuire a tracciare la giusta linea politica da adottare. In aprile si spostò in Renania, la regione economicamente più sviluppata e politicamente più liberale della Germania e dal mese di giugno diresse il quotidiano «Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie [Nuova Gazzetta Renana.

Organo della democrazia]», che, nel frattempo, era riuscito a fondare a Colonia. Anche se la maggior parte dei suoi articoli si concentrò sulla cronaca degli avvenimenti politici, nell’aprile del 1849 egli pubblicò una serie di editoriali aventi per tema la critica dell’economia politica, poiché riteneva fosse giunto il «tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici sui quali si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo dominio di classe, quanto la schiavitù degli operai». Basati su alcuni appunti redatti per delle conferenze tenute, nel dicembre 1847, alla Associazione operaia tedesca di Bruxelles, apparvero, così, cinque articoli dal titolo Lavoro salariato e capitale, in cui Marx espose al pubblico, più estesamente che in passato e con un linguaggio il più vicino possibile alla comprensione degli operai, le sue concezioni circa lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.

Tuttavia, il movimento rivoluzionario sorto in Europa nel 1848 venne sconfitto in fretta. La ripresa economica, la debolezza della classe operaia, in alcuni paesi neanche minimamente strutturata, e la svolta moderata delle classi medie, che dopo aver sostenuto una politica di riforme si riavvicinarono all’aristocrazia per sventare la possibilità di un esito troppo radicale degli avvenimenti, permisero alle forze politiche reazionarie di riprendere saldamente le redini del governo degli Stati e furono tra le principali cause della conclusione autoritaria e conservatrice degli eventi.

A causa dell’intensa attività politica esercitata, nel maggio 1849 Marx ricevette un ordine di espulsione anche dalla Prussia e riparò, ancora una volta, in Francia. Quando, però, la rivoluzione fu definitivamente battuta anche a Parigi, le autorità francesi disposero per Marx l’obbligo di lasciare la capitale e di trasferirsi nel Morbihan, una regione desolata, paludosa e malsana della Bretagna. Davanti a questo «mascherato tentativo di omicidio», Marx decise di lasciare la Francia per Londra, dove riteneva di avere «concrete prospettive di fondare un giornale tedesco». Egli sarebbe rimasto in Inghilterra, esule e apolide, per tutto il resto della sua esistenza, ma la reazione europea non avrebbe potuto confinarlo in un posto migliore per scrivere la sua critica dell’economia politica. Al tempo, infatti, Londra era il centro economico e finanziario più importante del mondo, «il demiurgo del cosmo borghese» , e, quindi, il luogo più favorevole dove osservare gli sviluppi più recenti del capitalismo e riprendere, proficuamente, gli studi.

4. A Londra aspettando la crisi
Marx giunse in Inghilterra nell’estate del 1849, all’età di trentun anni. La sua vita a Londra non trascorse affatto serenamente. La famiglia Marx, divenuta di sei membri con la nascita di Laura nel 1845, di Edgar nel 1847 e di Guido poco dopo l’arrivo in città, nell’ottobre del 1849, visse a Soho, uno dei quartieri più poveri e malandati della capitale inglese, e dovette sopravvivere per lungo tempo in condizioni di profonda miseria. Accanto ai problemi familiari, egli fu impegnato anche in un comitato di soccorso per gli emigrati tedeschi, che promosse tramite la Lega dei Comunisti e il cui compito fu quello di aiutare i tanti profughi politici giunti a Londra in quel periodo.

Nonostante le circostanze avverse, Marx riuscì a realizzare il suo intento di mettere in piedi una nuova impresa editoriale. Dal marzo 1850 diresse la «Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue [Nuova Gazzetta Renana. Rivista di economia politica]», mensile che nei suoi progetti avrebbe dovuto essere il luogo dove «analizzare diffusamente e scientificamente i rapporti economici che sono alla base di tutta l’attività politica». Egli era convinto, infatti, che «un momento di apparente stasi come que[llo doveva] venire utilizzato per far luce sul trascorso periodo rivoluzionario, sul carattere dei partiti in lotta, sui rapporti sociali che determinano l’esistenza e la lotta di tali partiti» .

Allora, Marx era certo, seppure in errore, che la situazione del momento fosse solo un breve interludio tra la rivoluzione che si era appena conclusa e un’altra che sarebbe presto scoppiata. Nel dicembre del 1849 aveva scritto all’amico Weydemeyer: «non ho alcun dubbio che, dopo la pubblicazione di tre, forse due, quaderni mensili [della «Neue Rheinische Zeitung»], interverrà l’incendio mondiale e sarà sospesa l’occasione di concludere provvisoriamente con l’Economia». Egli era sicuro dell’imminente avvento di «un’enorme crisi industriale, agricola e commerciale» e dava per scontato un nuovo movimento rivoluzionario, che si augurava potesse sorgere soltanto dopo lo scoppio della crisi, poiché le condizioni di prosperità industriale e commerciale generalmente attenuavano la determinazione delle masse proletarie. In seguito, in Le lotte di classe in Francia, una serie di articoli comparsi sulla «Neue Rheinische Zeitung», Marx affermò che

una vera rivoluzione […] è possibile soltanto in periodi in cui […] le forze produttive moderne e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra loro. […] Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una, però, è altrettanto sicura quanto l’altra.

Egli non mutò parere neanche dinanzi alla fiorente prosperità economica che cominciò a diffondersi e, nel primo numero della «Neue Rheinische Zeitung», quello di gennaio-febbraio, scrisse che la ripresa avrebbe avuto vita breve poiché i mercati delle Indie Orientali erano «ormai praticamente saturi» e ben presto lo sarebbero stati anche quelli del Nord e del Sud America e quello australiano. Dunque:

al primo sentore di questo fatto si diffonderà il “panico” sia nella produzione che nella speculazione – forse già verso la fine della primavera, o al più tardi in luglio o agosto. Ma questa crisi, per il fatto che dovrà necessariamente coincidere con grandi collisioni sul continente, porterà frutti ben diversi da tutte quelle che l’hanno preceduta. Se, sino ad ora, ogni crisi ha rappresentato il segnale per un nuovo progresso, per una nuova vittoria della borghesia industriale sulla proprietà fondiaria e sulla borghesia finanziaria, questa segnerà l’inizio della rivoluzione inglese moderna.

Anche nel numero successivo, quello di marzo-aprile 1850, Marx sostenne che la positiva congiuntura economica in corso rappresentava solo un miglioramento temporaneo, mentre la sovrapproduzione e l’eccesso di speculazione prodottosi nel settore ferroviario stavano avvicinando l’avvento della crisi, i cui effetti sarebbero stati

più gravi di quelli di ogni crisi precedente. Essa si verifica, infatti, in coincidenza con la crisi agricola (…). Questa duplice crisi viene accelerata, resa più vasta e pericolosa dalle convulsioni che contemporaneamente incombono sul continente, e, sul continente, le rivoluzioni assumeranno per l’effetto che avrà la crisi inglese sul mercato mondiale, un carattere molto più marcatamente socialista.

Dunque, lo scenario prospettato da Marx era molto ottimistico per la causa del movimento operaio e riguardava non soltanto i mercati europei, ma anche quelli nord-americani. Egli riteneva, infatti, che «in seguito all’ingresso dell’America nel moto regressivo causato dalla sovrapproduzione, possiamo aspettarci che, nel giro di un mese, la crisi si sviluppi con rapidità ancora maggiore». Le sue conclusioni furono, quindi, entusiastiche: «la coincidenza di crisi commerciale e rivoluzione […] diviene sempre più inevitabile. Che il destino si compia!».

Durante l’estate, egli approfondì l’analisi economica degli anni antecedenti al 1848 e, nel numero della rivista di maggio-ottobre 1850, l’ultimo prima della chiusura causata dall’assenza di risorse finanziarie e dalle vessazioni della polizia prussiana, giunse all’importante conclusione che «la spinta data dalle crisi commerciali alle rivoluzioni del 1848 è stata infinitamente maggiore di quella data dalla rivoluzione alla crisi commerciale». Attraverso questi nuovi studi, la crisi economica acquisì definitivamente nel suo pensiero un’importanza fondamentale nel suo pensiero e non soltanto in termini economici, ma anche dal punto di vista sociologico e politico. Inoltre, analizzando i processi di sovraspeculazione e sovrapproduzione, azzardò una nuova previsione e dichiarò che «se il nuovo ciclo di sviluppo industriale, iniziato nel 1848, seguirà il corso di quello del 1843-47, la crisi scoppierà nel 1852». Infine, egli ribadì che la futura crisi sarebbe esplosa anche nelle campagne e «per la prima volta una crisi industriale e commerciale coinciderà con una crisi agricola».

Le previsioni coltivate da Marx per oltre un anno si mostrarono sbagliate. Tuttavia, anche nei momenti in cui egli fu più convinto dell’avvento di un’imminente ondata rivoluzionaria, le sue idee furono comunque molto diverse rispetto alle tesi degli altri leader politici europei esiliati a Londra. Seppure errò le previsioni in merito agli sviluppi della situazione economica del suo tempo, nondimeno Marx considerò indispensabile lo studio di tali rapporti ai fini dell’attività politica. Viceversa, la gran parte dei dirigenti democratici e comunisti a lui contemporanei, che egli definì «alchimisti della rivoluzione», riteneva che l’unica condizione affinché una rivoluzione potesse risultare vincente fosse sapere semplicemente «la loro congiura [era] sufficientemente organizzata» . Un esempio di tale concezione fu il manifesto Ai popoli del Comitato centrale democratico europeo, fondato a Londra nel 1850 da Giuseppe Mazzini, Alexandre Ledru-Rollin e Arnold Ruge. Secondo Marx, da esso si evinceva l’idea «che la rivoluzione [del 1848] fosse fallita per le ambizioni e le gelosie dei singoli capi e per le opinioni discordi dei vari indottrinatori del popolo». Inoltre, a suo giudizio, altrettanto «stupefacente» era il modo in cui gli estensori di questo scritto avevano esposto la loro idea di «organizzazione sociale: un correre insieme per le strade, un putiferio, una stretta di mano e il gioco è fatto. Per loro la rivoluzione consiste soprattutto nel rovesciare i governi esistenti: fatto questo si è raggiunta anche ‘la vittoria’».

Diversamente da quanti si aspettavano una nuova improvvisa rivoluzione, a partire dall’autunno del 1850 Marx si convinse che essa non sarebbe potuta maturare senza una nuova crisi economica mondiale . Da allora in poi, egli si allontanò definitivamente da quanti nutrivano la falsa speranza di un prossimo insorgere della rivoluzione e visse «in assoluto isolamento» . Ciò è confermato dalla testimonianza, del gennaio del 1851, del membro della Lega dei comunisti Wilhelm Pieper, che affermò: «Marx vive molto ritirato», aggiungendo poi, con ironia, «i suoi unici amici sono John Stuart Mill, Loyd, e, quando si va da lui, invece che da complimenti si è accolti con categorie economiche» . Negli anni seguenti, infatti, Marx frequentò pochissimi amici a Londra e mantenne un profondo legame solo con Engels, stabilitosi nel frattempo a Manchester, al quale scrisse nel febbraio 1851: «mi piace molto l’autentico isolamento pubblico in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi» . Questi, da parte sua, gli rispose: «nelle prossime vicende possiamo e dobbiamo assumere questa posizione […] critica spietata per tutti». A suo avviso «la cosa principale [era]: la possibilità di far stampare le nostre cose; o in una rivista trimestrale, in cui attaccare direttamente e consolidare la nostra posizione rispetto a quei personaggi; o in grossi volumi». Infine, concludeva con certo ottimismo: «che cosa ne sarà di tutte le stupide chiacchiere che la plebaglia degli emigrati può fare sul tuo conto, quando tu risponderai con l’Economia?» . Da quel momento in poi, dunque, la sfida si spostò sulla previsione dello scoppio della crisi e per Marx ritornò il tempo, stavolta con un movente politico in più, per dedicarsi di nuovo esclusivamente agli studi di economia politica.

5. Gli appunti di studio del 1850-1853
Nel corso dei tre anni nei quali aveva dovuto sospendere gli studi di economia politica si erano succeduti nuovi importanti eventi economici – dalla crisi del 1847 alla scoperta dell’oro in California e Australia – che, per la loro rilevanza, fecero ritenere indispensabile a Marx intraprendere nuove ricerche, anziché ritornare sui vecchi appunti e tentare di dare loro forma compiuta . Le ulteriori letture svolte furono sintetizzate in 26 quaderni di estratti, 24 dei quali, redatti tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853 e contenenti anche compendi di testi afferenti ad altre discipline, vennero da lui numerati nei cosiddetti Quaderni di Londra. Questi studi risultano di grande interesse, poiché documentano un periodo di notevole sviluppo dell’elaborazione di Marx, durante il quale egli non solo riepilogò le vecchie conoscenze, ma, attraverso lo studio approfondito di decine di nuovi volumi, soprattutto in lingua inglese, svolto presso la biblioteca del British Museum di Londra, acquisì altre significative nozioni per l’opera che intendeva scrivere.

I Quaderni di Londra possono essere suddivisi in tre gruppi. Nei primi sette quaderni (I-VII), redatti tra il settembre del 1850 e il marzo del 1851, tra le numerose opere consultate delle quali Marx eseguì compendi figurano Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, Una visione del sistema monetario di James Taylor, la Storia della moneta di Germani Gernier, le Opere complete sulle banche di Georg Büsch, Un’inchiesta sulla natura e gli effetti del credito cartaceo di Henry Thornton e la Ricchezza delle nazioni di Smith . In particolare, Marx si concentrò sulla storia e le teorie delle crisi economiche e dedicò grande attenzione al rapporto tra la forma di denaro, il credito e le crisi, al fine di comprendere le cause originarie di queste ultime. Diversamente da quei socialisti a lui contemporanei, ad esempio Proudhon, i quali erano certi che le crisi economiche potessero essere evitate mediante la riforma del sistema del denaro e del credito, Marx, viceversa, giunse alla conclusione che, per quanto il sistema creditizio fosse una loro condizione, le crisi potevano solo essere aggravate o migliorate da un uso sbagliato o corretto della circolazione monetaria, mentre le loro cause andavano ricercate nelle contraddizioni della produzione.

Al termine di questo primo gruppo di estratti, Marx riassunse le proprie conoscenze in due quaderni, cui non assegnò la numerazione della serie principale, che intitolò Oro monetario. Il sistema monetario perfetto. In questo manoscritto, redatto nella primavera del 1851, Marx ricopiò, e talvolta accompagnò con un proprio commento, quelli che, a suo avviso, erano i brani più significativi sulla teoria del denaro delle maggiori opere di economia politica. Diviso in 91 sezioni, una per ogni libro preso in esame, Oro monetario non fu, però, una mera raccolta di citazioni, ma può essere considerato come la prima elaborazione autonoma della teoria del denaro e della circolazione , da utilizzare per la stesura del libro che egli progettava di scrivere ormai già da molti anni.

Proprio in quel periodo, infatti, anche se dovette affrontare momenti terribili dal punto di vista personale, soprattutto per la morte del figlio Guido nel 1850, e sebbene visse in condizioni economiche talmente difficili da essere costretto persino ad affidare a balia Franziska, l’ultima figlia nata nel marzo del 1851, Marx non solo riuscì a proseguire il suo lavoro, ma continuò a nutrire la speranza della sua imminente conclusione. Nei primi giorni dell’aprile del 1851 scrisse, infatti, a Engels:

sono tanto avanti che entro cinque settimane sarò pronto con tutta la merda economica. E fatto ciò, porterò a termine a casa il lavoro sull’Economia e nel [British] Museum mi butterò su di un’altra scienza. Questa roba comincia ad annoiarmi. In fondo, da A. Smith e D. Ricardo in poi, questa scienza non ha più fatto progressi, per quanto molto si sia fatto anche mediante singole ricerche, spesso molto fini (…). Entro un tempo più o meno breve pubblicherò due volumi di 60 fogli di stampa.

Engels accolse la notizia con grande gioia: «sono contento che tu abbia finalmente finito con l’Economia. La cosa si è trascinata davvero troppo per le lunghe, e finché tu hai ancora da leggere un libro che ritieni importante, non ti metti mai a scrivere» . La lettera di Marx rifletteva, però, più il suo ottimismo circa la auspicata fine dell’opera che non il vero stato del lavoro. Ad eccezione dei tanti quaderni di estratti, infatti, e tranne Oro monetario, che non poteva certo essere considerato come una bozza pronta per la stampa, egli non redasse nessun altro manoscritto. Indubbiamente, Marx condusse le sue ricerche con grande intensità, ma in quegli anni non riusciva a dominare ancora in tutta la sua ampiezza la materia economica e la sua scrupolosità gli impedì, a dispetto della volontà e della convinzione di potervi riuscire, di andare oltre la stesura dei compendi e dei commenti critici dei testi che leggeva e di redigere, finalmente, il suo libro. L’assenza di un editore non lo spronò, inoltre, a portare a sintesi i suoi studi. Dunque, l’Economia era ben lungi dall’essere completata «entro un tempo più o meno breve».

Così, Marx tornò a studiare ancora una volta i classici dell’economia politica e, dall’aprile al novembre del 1851, redasse quello che può essere considerato come il secondo gruppo (VIII – XVI) dei Quaderni di Londra. Il quaderno VIII fu quasi interamente realizzato con estratti da Un’inchiesta sui principi di economia politica di Stuart, che egli aveva cominciato a studiare nel 1847, e dai Principi di economia politica di Ricardo. Proprio questi ultimi, redatti durante la composizione di Oro monetario, costituiscono la parte più importante dei Quaderni di Londra, poiché sono accompagnati da numerosi commenti critici e dalle riflessioni personali di Marx. Fino alla fine degli anni Quaranta, infatti, egli aveva essenzialmente accettato le teorie di Ricardo, mentre, da questo momento, attraverso un nuovo e approfondito studio delle sue tesi sulla rendita fondiaria e sul valore, ne maturò un parziale superamento . In questo modo, Marx riconsiderò alcune delle sue precedenti convinzioni relative a queste fondamentali tematiche e fu spinto ad ampliare ulteriormente il raggio delle sue conoscenze interrogando altri autori. Nei quaderni IX e X, redatti tra il maggio e il luglio del 1851, si concentrò sugli economisti che si erano occupati delle contraddizioni della teoria di Ricardo e che, su alcuni punti, erano andati oltre le sue concezioni. Così facendo, tra i tanti libri compendiati, realizzò un gran numero di estratti da Una storia dello stato passato e presente della popolazione lavoratrice di John Debell Tuckett, dalla Economia politica popolare di Thomas Hodgskin, da Sull’economia politica di Thomas Chalmers, da Un saggio sulla distribuzione della ricchezza di Richard Jones e dai Principi di economia politica di Henry Charles Carey.

Nonostante l’estensione delle sue ricerche e il crescendo delle questioni teoriche da risolvere, Marx restò ottimista sul completamento del suo scritto e, alla fine di giugno, scrisse all’amico Weydemeyer:

sono quasi sempre al British Museum dalle nove del mattino alle sette di sera. Il materiale a cui sto lavorando è così maledettamente ramificato che, nonostante tutto l’impegno, non riuscirò a concludere prima di 6-8 settimane. A ciò si aggiungono continui disturbi pratici, inevitabili data la situazione miserabile in cui qui si vegeta. Nonostante tutto la cosa si avvicina alla conclusione.

Evidentemente, Marx pensava di potere redigere il suo scritto nel giro di due mesi, consultando il vasto materiale di estratti e appunti critici che aveva raccolto. Tuttavia, anche in questa fase, egli non solo non pervenne alla tanto desiderata conclusione, ma non riuscì neppure a iniziare il manoscritto da dare alle stampe. Stavolta, la causa principale della mancata realizzazione dell’opera fu la drammatica situazione economica personale. In assenza di un’entrata fissa e stremato della propria condizione, alla fine di luglio scrisse infatti a Engels:

è impossibile seguitare a vivere così. (…) Avrei finito da tempo con la biblioteca [il lavoro al British Museum]. Ma le interruzioni e i disturbi sono troppo grandi e a casa, dove tutto è sempre in stato d’assedio e fiumi di lacrime mi infastidiscono e mi rendono furente per notti intere, naturalmente non posso fare molto.

In queste circostanze, per migliorare la personale situazione economica, Marx decise di ritornare all’attività giornalistica e si mise alla ricerca di un quotidiano per il quale scrivere. Dall’agosto del 1851, divenne corrispondente europeo del «New-York Tribune [La tribuna di New York]», il giornale più diffuso degli Stati Uniti d’America, e durante questa collaborazione, protrattasi fino al febbraio del 1862, scrisse centinaia di articoli. In essi, Marx si occupò dei principali eventi politici e diplomatici del tempo, così come di tutte le questioni economiche e finanziarie che si susseguirono, diventando, nel giro di pochi anni, uno stimato giornalista.

Nonostante la ripresa dell’attività giornalistica, gli studi di economia proseguirono anche durante l’estate del 1851. In agosto Marx lesse il libro di Proudhon L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo e accarezzò il progetto, messo successivamente da parte, di scriverne una critica assieme a Engels . Inoltre, egli continuò a realizzare estratti e si dedicò, nel quaderno XI, ad alcuni testi incentrati sulla condizione della classe operaia, per proseguire poi, nei quaderni XII e XIII, con delle ricerche di chimica agraria. Guidato dall’importante relazione che questa disciplina aveva con gli studi sulla rendita fondiaria, realizzò, infatti, molti compendi da La chimica organica nelle sue applicazioni in agricoltura e fisiologia di Justus Liebig e dalle Lezioni su chimica agraria e geologia di James F. W. Johnston. Nel quaderno XIV, Marx rivolse il suo interesse anche al dibattito sulla teoria della popolazione di Thomas Robert Malthus, in particolare con la lettura del libro I principi della popolazione del suo oppositore Archibald Alison; allo studio dei modi di produzione pre-capitalistici, come risulta dagli estratti dai testi Economia dei romani di Adolphe J. C. A. D. de la Malle e dai testi Storia della conquista del Messico e Storia della conquista del Perù di William H. Prescott; e al colonialismo, soprattutto attraverso il testo Lezioni sulla colonizzazione e sulle colonie di Herman Merivale . Infine, tra i mesi di settembre e novembre estese il campo delle sue ricerche anche alla tecnologia, dedicando grande spazio, nel quaderno XV, al libro Storia della tecnologia di Johann H. M. Poppe e, nel quaderno XVI, a diverse altre questioni di economia politica . Come testimonia la lettera a Engels della metà di ottobre, durante questo periodo egli stava «lavorando all’Economia», approfondendo principalmente gli studi «sulla tecnologia e la sua storia, e sulla agronomia, per avere almeno una specie di idea di queste porcherie».

Intanto, alla fine del 1851, la casa editrice Löwenthal di Francoforte si dichiarò interessata alla pubblicazione del lavoro di Marx che, nel frattempo, si era esteso. Dalla corrispondenza con Engels e Lassalle, infatti, si deduce che Marx stesse allora lavorando a un progetto in tre volumi: il primo avrebbe dovuto essere dedicato all’esposizione della propria concezione; il secondo alla critica degli altri socialismi; il terzo alla storia dell’economia politica . L’editore, però, si mostrò inizialmente interessato alla sola pubblicazione del terzo libro, riservandosi di dare alle stampe anche gli altri, in un successivo momento, se il progetto avesse riscosso successo. Engels tentò di persuadere Marx ad accettare il mutamento di piano e concludere un accordo – «[bisogna] battere il ferro finché è caldo […] è anche assolutamente necessario che sia rotto l’incantesimo della tua lunga assenza dal mercato librario tedesco e della conseguente grande paura degli editori» –, ma l’interesse della casa editrice si volatilizzò e non se ne fece più nulla. Dopo due mesi, infatti, Marx si rivolse all’amico Weydemeyer, negli Stati Uniti, chiedendogli di verificare la possibilità di «trovare lì un editore per la [sua] Economia».

Se la ricerca di una casa editrice interessata alla pubblicazione dell’«Economia» si rivelò sempre più problematica, Marx non perse invece l’ottimismo rispetto all’imminenza della crisi economica e, alla fine del 1851, scrisse a Ferdinand Freiligrath, celebre poeta tedesco e amico di vecchia data: «la crisi scoppierà al più tardi il prossimo autunno. E dopo gli ultimi avvenimenti sono più che mai convinto che non ci sarà rivoluzione seria senza crisi commerciale».

Nel frattempo, Marx si dedicò ad altri lavori. Dal dicembre 1851 al marzo 1852 scrisse il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte che, a causa della censura vigente in Prussia nei confronti dei suoi scritti, dovette uscire a New York, sulla rivista «Die Revolution [La rivoluzione]» diretta da Weydemeyer ed ebbe una scarsissima diffusione. A tal riguardo, alla fine del 1852, Marx commentò col conoscente Gustav Zerfii: «oggi in Germania non v’è editore che osi stampare roba mia» . Inoltre, tra il maggio e il giugno del 1852 Marx realizzò insieme con Engels I grandi uomini dell’esilio, un testo polemico contro alcuni degli esponenti prussiani più in vista (Johann Gottfried Kinkel, Ruge, Karl Heinzen e Gustav von Struve) della rivoluzione del 1848-49 che operavano nell’ambiente dell’immigrazione politica tedesca a Londra. Anche in questo caso, però, la ricerca della casa editrice si rivelò un insuccesso e rese vane le sue fatiche: affinché potesse arrivare in Germania, il manoscritto fu dato all’esule ungherese János Bangya, in realtà un agente segreto della polizia, che, invece di portare il testo all’editore, lo consegnò alle forze dell’ordine prussiane. Lo scritto rimase, pertanto, inedito durante la vita dei suoi due autori.

Dall’aprile del 1852 all’agosto del 1853, Marx riprese anche la compilazione degli estratti e redasse il terzo e ultimo gruppo (XVII – XXIV) dei Quaderni di Londra . In essi si occupò soprattutto delle diverse fasi di sviluppo della società, dedicando gran parte dei suoi studi ad argomenti storici, legati principalmente al medioevo europeo e alla storia della letteratura, della cultura e dei costumi. Inoltre, egli prestò un interesse particolare all’India, poiché, nello stesso periodo, scrisse diversi articoli su tale argomento per il «New-York Tribune».

Come dimostra l’ampio spettro delle ricerche effettuate, il detto quandoque bonus dormitat Homerus non faceva certo al caso di Marx. Gli ostacoli alla realizzazione dei suoi progetti derivarono, piuttosto, ancora una volta dalla miseria, contro la quale dovette combattere anche in quegli anni. Nonostante il costante aiuto di Engels, che dal 1851 aveva cominciato a inviargli cinque sterline al mese, e gli introiti ricavati dalla collaborazione con il «New-York Tribune», che gli pagava due sterline per articolo, Marx visse in condizioni davvero disperate. Oltre ad aver dovuto affrontare la perdita di un’altra figlia, Franziska, scomparsa nell’aprile 1852, la sua vita divenne una vera e propria battaglia quotidiana. Nel settembre del 1852 scrisse infatti a Engels:

da otto a dieci giorni ho nutrito la famiglia con pane e patate, ed è anche dubbio che io riesca a scovarne oggi […] La cosa migliore e più desiderabile che potrebbe accadere sarebbe che la padrona di casa mi cacciasse di casa. Perlomeno in tal caso mi libererei di un debito di 22 sterline. […] Inoltre il fornaio, il lattaio, quello del tè, il verduraio e ancora un vecchio debito col macellaio. Come devo fare a farla finita con tutta questa merda del diavolo? Finalmente negli ultimi otto o dieci giorni ho preso in prestito qualche scellino […] era necessario per non crepare.

Tale condizione incise profondamente sul lavoro di Marx e sui suoi tempi: «spesso debbo perdere l’intera giornata per avere uno scellino. Ti assicuro che, quando considero i dolori di mia moglie e la mia personale impotenza, manderei tutto al diavolo» . A volte la situazione raggiunse livelli insostenibili, ad esempio nell’ottobre del 1852, quando egli scrisse a Engels: «ieri ho impegnato il vestito che mi feci a Liverpool per comprare della carta da scrivere».

Comunque, a tenere alto il morale di Marx rimanevano sempre le tempeste dei mercati ed egli ne scrisse, infatti, nelle lettere indirizzate a tutti gli amici più vicini. Con grande autoironia, nel febbraio del 1852 aveva dichiarato a Lassalle: «la crisi finanziaria infine ha raggiunto un culmine paragonabile solo alla crisi commerciale che adesso si fa sentire a New York e a Londra. Purtroppo io, a differenza di dei signori commercianti, non ho neppure la risorsa della bancarotta» . Ancora, in aprile aveva detto a Weydemeyer che, a causa di circostanze straordinarie quali le scoperte dei nuovi giacimenti d’oro in California e Australia e la penetrazione commerciale degli inglesi in India, «può darsi che la crisi si faccia attendere fino al 1853. Ma poi l’esplosione sarà terribile. Fino a quel momento non c’è da pensare a convulsioni rivoluzionarie» . A Engels, infine, nell’agosto del 1852, subito dopo i fallimenti seguiti alla speculazione negli Stati Uniti, aveva trionfalmente comunicato: «non è questa la crisi imminente? La rivoluzione potrebbe venire prima di quanto desideriamo».

Del resto, Marx non si limitò a esprimere queste valutazioni solo nel suo carteggio, ma ne scrisse anche sul «New-York Tribune». Nell’articolo del novembre 1852 Pauperismo e libero scambio, infatti, commentando il grande flusso degli investimenti industriali in corso, aveva affermato: «la crisi assumerà un carattere assai più pericoloso che nel 1847, quando ha avuto un carattere commerciale e finanziario più che non industriale», poiché «quanto più il capitale eccedente si concentra nella produzione industriale, […] tanto più massiccia sarà la crisi e tanto più a lungo ricadrà sulla masse lavoratrici» . Insomma, forse bisognava attendere ancora un po’, ma egli era convinto, spesso guidato più dall’impazienza di vedere una nuova stagione di rivolgimenti sociali che da un’analisi rigorosa degli accadimenti economici, che, prima o poi, l’ora della riscossa sarebbe giunta.

6. Il processo contro i comunisti e gli stenti personali
Intanto, nell’ottobre del 1852, il governo prussiano avviò un processo nei confronti di alcuni membri della Lega dei comunisti messi agli arresti l’anno precedente. Gli imputati furono accusati di fare parte di un’organizzazione internazionale di cospiratori guidata da Marx contro la monarchia prussiana. Per dimostrare l’infondatezza delle accuse, dall’ottobre al dicembre del 1852, egli si mise a «lavorare per il partito contro le macchinazioni del governo» e scrisse le Rivelazioni sul processo contro i comunisti a Colonia. Pubblicato anonimo in Svizzera nel gennaio del 1853, l’opuscolo non sortì, però, l’effetto desiderato, poiché gran parte delle copie stampate furono sequestrate dalla polizia prussiana e la sua diffusione, in misura esigua, fu possibile solo negli Stati Uniti, dove comparve prima a puntate sulla «Neue-England-Zeitung [Il quotidiano del New England]» di Boston e poi come singolo opuscolo. A questo ennesimo fallimento editoriale Marx reagì con comprensibile scoraggiamento: «in queste condizioni non si deve perdere la voglia di scrivere? Lavorare sempre per il re di Prussia!».

In realtà, diversamente dalla ricostruzione orchestrata dai pubblici ministeri prussiani, in quel periodo Marx era molto isolato politicamente. Con lo scioglimento della Lega dei comunisti, ufficializzato alla fine del 1852, ma di fatto già avvenuto nel 1851, i suoi contatti politici si erano molto ridotti. Quello che le polizie internazionali e gli avversari politici definivano il «partito Marx» non era composto che da pochi militanti. In Inghilterra, oltre a Engels, potevano essere considerati «marxiani» soltanto Pieper, Wilhelm Wolff, Wilhelm Liebknecht, Peter Imandt, Ferdinand Wolff ed Ernst Dronke. Al di fuori della Gran Bretagna, ove si erano rifugiati la maggior parte degli esuli politici, Marx aveva rapporti stretti solo con Weydemeyer e Cluss negli Stati Uniti, Richard Reinhardt a Parigi e Lassalle in Prussia e sapeva bene che, se quelle relazioni consentivano di tenere comunque in piedi una rete in tempi assai difficili, «tutto ciò non era, però, un partito» . Inoltre, anche questa ristretta cerchia di militanti non solo faceva fatica a comprendere alcune posizioni politiche e teoriche di Marx, ma gli procurava, spesso, più svantaggi che benefici. In queste occasioni a Marx non restava altro se non lo sfogo con Engels: «fra le tante cose sgradevoli che io sopporto qui da anni, le peggiori mi sono state regolarmente procurate da cosiddetti compagni di partito. […] Ho intenzione di dichiarare pubblicamente alla prima occasione che io non ho niente a che fare con nessun partito» . Infine, diversamente dagli altri leader dell’immigrazione politica, Marx si era sempre rifiutato di aderire ai comitati internazionali esistenti, nei quali si trascorreva il tempo a fantasticare sul prossimo avvento della rivoluzione, e, tra i membri delle altre organizzazioni, aveva mantenuto rapporti soltanto con Ernest Charles Jones, il rappresentante più significativo della sinistra del movimento cartista.

Il reclutamento di nuovi militanti, e specialmente il coinvolgimento dei lavoratori alle sue concezioni, era, dunque, una questione tanto importante quanto complicata e l’opera che Marx aveva in cantiere sarebbe dovuta servire anche per questo fine. Era una necessità sia teorica che politica. Nel marzo del 1853, Engels gli scrisse infatti:

tu dovresti finire la tua Economia, poi, appena avremo un giornale, potremmo stamparla in numeri settimanali e quello che il popolo non capisce lo esporranno bene o male, ma ciò nonostante non senza effetto, i discepoli. Con ciò sarebbe data una base di discussione per tutte le nostre associazioni che si ricostruiranno poi.

Tuttavia, nonostante avesse preannunciato a Engels «in aprile verrò un po’ da te per parlare […] sugli attuali avvenimenti che secondo la mia opinione dovranno portarci presto a un terremoto» , in questo frangente non riuscì a dedicarsi al suo scritto a causa della miseria che lo attanagliava. Nel 1853, il quartiere di Soho fu l’epicentro della nuova epidemia di colera che colpì Londra e la condizione della famiglia Marx si fece sempre più disperata. In quell’estate, Marx comunicò a Engels: «vari creditori […] assaltano la casa» e, per questo motivo, «tre quarti della giornata passano alla caccia di un penny» . Per sopravvivere, egli e sua moglie Jenny furono costretti a recarsi spesso al monte di pietà, per impegnare i pochi vestiti o oggetti di valore rimasti in una casa dove mancavano «persino i mezzi per le cose più necessarie» . In queste circostanze, i guadagni derivanti dagli articoli giornalistici divennero sempre più indispensabili, seppure dedicarvisi sottraeva tempo prezioso a Marx, che, alla fine di quell’anno, si rammaricò con l’amico Cluss della situazione:

avevo sempre sperato di riuscire a ritirarmi in solitudine per un paio di mesi e poter lavorare a fondo alla mia Economia. Sembra che non ci riuscirò. Il continuo scrivere per i giornali mi infastidisce. Mi prende troppo tempo, mi fa disperdere le forze e, in fin dei conti, è un bel nulla. Indipendenti quanto si vuole, si è sempre legati al giornali e al pubblico, specialmente quando si riceve pagamento in contanti come me. Lavori puramente scientifici sono qualcosa di totalmente diverso. Anche quando dovette fare fronte a ogni costo alle necessità, il suo pensiero restò, dunque, fortemente ancorato alla «Economia».

7. Gli articoli sulla crisi per il «New-York Tribune»
Anche in quella fase, la crisi economica continuò a essere uno dei temi costanti degli interventi di Marx sul «New-York Tribune». Nell’articolo Rivoluzione in Cina e in Europa, del giugno 1853, mettendo in relazione la ribellione antifeudale cinese, cominciata nel 1851, con la situazione economica generale, Marx espresse, ancora una volta, la sua convinzione che presto sarebbe arrivato «il momento in cui l’espansione dei mercati non [avrebbe] pot[uto] tenere il passo con l’espansione delle manifatture inglesi e questa sfasatura [avrebbe] provoca[to] inevitabilmente una nuova crisi, come è già accaduto in passato» . A suo giudizio, infatti, in seguito alla ribellione antifeudale, nel grande mercato cinese si sarebbe verificata un’improvvisa contrazione che avrebbe fatto «scoccare la scintilla nella polveriera satura dell’attuale sistema industriale, provocando l’esplosione della crisi generale lungamente preparata, che si propagherà all’estero e sarà seguita a breve distanza da rivoluzioni politiche sul continente». Marx non guardava certo al processo rivoluzionario in modo deterministico, ma era ormai certo che la crisi fosse una condizione imprescindibile per il suo compimento:

dall’inizio del XVIII secolo, non c’è stata rivoluzione seria in Europa che non sia stata preceduta da una crisi commerciale e finanziaria. Ciò vale per la rivoluzione del 1789 non meno che per quella del 1848. […] Né guerre né rivoluzioni potranno sconvolgere l’Europa, se non come conseguenza di una crisi generale commerciale e industriale, il cui segnale, come al solito, dovrebbe essere dato dall’Inghilterra, che rappresenta l’industria europea sul mercato mondiale.

Tale convinzione fu ribadita, alla fine di settembre, nell’articolo Attività politica – In Europa scarseggia il pane:

né le declamazioni dei demagoghi, né le frottole dei diplomatici spingeranno gli eventi a una crisi, ma i disastri economici e i sommovimenti sociali che si stanno avvicinando sono sicuri segni premonitori della rivoluzione europea. A partire dal 1849 la prosperità industriale e commerciale ha rappresentato il divano su cui la controrivoluzione ha dormito indisturbata.

Tracce dell’ottimismo con cui Marx attendeva i futuri eventi si ritrovano anche nel carteggio con Engels, al quale, sempre in settembre, scrisse: «le cose marciano meravigliosamente. In Francia ci sarà un crac terribile quando tutto l’edificio di frodi finanziarie crollerà» . Tuttavia, neppure in quella circostanza la crisi scoppiò ed egli, per non rinunciare all’unica fonte di guadagno, concentrò le sue energie su altri lavori giornalistici.

Tra l’ottobre e il dicembre del 1853 scrisse, infatti, una serie di articoli intitolati Lord Palmerston, nei quali criticò la politica estera di Henry John Temple, per lungo tempo ministro degli esteri e futuro primo ministro inglese. Apparsi sul «New-York Tribune» negli Stati Uniti e sul periodico cartista «The People’s Paper [Il foglio del popolo]» in Inghilterra, essi furono pubblicati anche in forma di opuscolo ed ebbero una grande diffusione e risonanza. Inoltre, tra l’agosto e il novembre del 1854 Marx realizzò una serie di articoli su La rivoluzione in Spagna, nei quali, in seguito alla sollevazione civile e militare avvenuta in giugno, riassunse e commentò i principali avvenimenti della storia spagnola degli ultimi decenni. Egli si dedicò con grande serietà anche a questi lavori, per la cui preparazione redasse, tra il settembre del 1853 e il gennaio del 1855, nove voluminosi quaderni di estratti, dei quali i primi quattro, incentrati sulla storia diplomatica, furono alla base di Lord Palmerston, mentre gli altri cinque, dedicati alla storia politica, sociale e culturale spagnola, inclusero le ricerche condotte per la realizzazione della Rivoluzione in Spagna.

Finalmente, tra la fine del 1854 e l’inizio del 1855 Marx riprese gli studi di economia politica. Tuttavia, avendo sospeso le ricerche per tre anni, prima di proseguire il lavoro decise di rileggere i suoi vecchi manoscritti. Alla metà di febbraio del 1855, scrisse, infatti, a Engels:

per quattro o cinque giorni sono stato impossibilitato a scrivere per una forte infiammazione agli occhi. […] Mi sono preso questo male agli occhi rileggendomi tutti i miei appunti di economia politica, se non per dare l’ultima mano a tutta la faccenda, in ogni caso per essere padrone del materiale e averlo pronto per la stesura definitiva.

A questa rilettura seguirono venti pagine di nuove annotazioni, cui Marx diede il titolo di Citazioni. Essenza del denaro, essenza del credito, crisi. Si trattava di estratti dagli estratti già realizzati nel corso degli anni passati, nei quali, ritornando su testi già studiati (ad esempio quelli di Tooke, John Stuart Mill e Steuart) e su alcuni articoli dall’«Economist [L’Economista]», egli riepilogò ulteriormente le teorie dei principali economisti politici su denaro, credito e crisi, che aveva cominciato a studiare a partire dal 1850.

In questo stesso periodo, Marx ritornò a occuparsi anche della recessione economica per il «New-York Tribune». Nel gennaio del 1855, nell’articolo La crisi commerciale in Gran Bretagna, scrisse con tono soddisfatto: «la crisi commerciale inglese, dei cui sintomi premonitori è stata fatta la cronaca molto tempo fa nei nostri articoli, è ora un fatto fortemente proclamato dalle più alte autorità in questo campo» . E due mesi più tardi affermò nell’articolo La crisi in Inghilterra:

tra qualche mese la crisi sarà a un punto che non raggiungeva in Inghilterra dal 1846, forse dal 1842. Quando i suoi effetti cominceranno a farsi sentire appieno tra le classi lavoratrici, si risveglierà quel movimento politico che per sei anni ha sonnecchiato. […] Allora i due veri partiti antagonisti del paese si ritroveranno faccia a faccia: la classe media e le classi lavoratrici, la borghesia e il proletariato.

Eppure, proprio quando pareva essere nuovamente sul punto di riprendere la stesura della «Economia», ancora una volta le difficoltà personali alterarono i suoi piani. Nell’aprile del 1855 Marx dovette affrontare la morte del figlio Edgar di otto anni. Egli fu profondamente sconvolto da questa perdita e confidò a Engels:

ho già sofferto ogni sorta di guai, ma solo ora so che cosa è che cosa sia una vera sventura. […] Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di ragionevole, mi hanno tenuto su.

Anche durante tutto il 1855 la salute e le condizioni economiche di Marx e della sua famiglia, aumentata con la nascita di Eleanor in gennaio, rimasero disastrose. Di problemi alla vista, ai denti e di una terribile tosse si lamentò spesso con Engels, poiché «l’intorpidimento fisico [gli] istupidi[va] anche il cervello” . A complicare la situazione si aggiunse anche un processo giudiziario, intentatogli dal medico di famiglia, il dottor Freund, per il mancato pagamento delle sue prestazioni. Per sottrarsi ad esso, Marx fu costretto a soggiornare presso Engels a Manchester dalla metà di settembre agli inizi di dicembre e, al suo ritorno a Londra, a rimanere nascosto in casa per un paio di settimane. La situazione si risolse solo grazie a “un evento molto felice» : un’eredità di 100 sterline ricevuta in seguito alla morte di uno zio novantenne della moglie Jenny.

Dunque, Marx poté tornare a occuparsi di economia politica soltanto nel giugno del 1856, con alcuni articoli, apparsi su «The People’s Paper», dedicati al Crédit Mobilier, la prima banca d’affari francese, da lui considerata come «uno dei fenomeni economici più singolari della [sua] epoca» . Inoltre, essendo migliorate, almeno per un breve periodo, le condizioni economiche familiari, dopo aver lasciato l’alloggio di Soho per un appartamento migliore nella periferia nord di Londra, dall’autunno del 1856, Marx scrisse ancora sulla crisi per il «New-York Tribune». Nell’articolo La crisi monetaria in Europa, pubblicato nell’ottobre del 1856, egli affermò che era in atto «un movimento nel mercato monetario europeo analogo al panico del 1847» , mentre nell’articolo La crisi europea, apparso in novembre, diversamente da tutti quegli opinionisti che assicuravano il superamento del momento peggiore della crisi, Marx affermò:

le indicazioni che giungono dall’Europa […] sembrano posticipare a un giorno futuro il collasso finale della speculazione e delle intermediazioni di borsa, nel quale gli uomini delle due sponde dell’oceano anticiperanno istintivamente con uno sguardo impaurito l’inevitabile destino. Tuttavia, questo collasso è assicurato da questo rinvio. Il carattere cronico assunto dall’attuale crisi finanziaria presagisce per essa solo una fine più distruttiva e violenta. Più la crisi si protrae, peggiore sarà la resa dei conti finale. Gli eventi, poi, gli offrirono anche l’occasione per attaccare i suoi avversari politici e nel già citato La crisi monetaria in Europa scrisse:

se confrontiamo gli effetti di questo breve panico monetario e l’effetto dei proclami mazziniani e di quelli simili, l’intera storia delle delusioni dei rivoluzionari ufficiali dal 1849 è spogliata tutta in una volta dei suoi misteri. Essi non sanno nulla della vita economica della gente, essi non sanno nulla delle reali condizioni del movimento storico e quando la nuova rivoluzione esploderà, essi avranno un diritto migliore di quello di Pilato di lavare le loro mani e dichiarare che sono innocenti del sangue versato.

Nella prima metà del 1857 sui mercati internazionali regnò tuttavia la calma assoluta e, fino al mese di marzo, Marx si dedicò alla stesura delle Rivelazioni della storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un gruppo di articoli pubblicati sul giornale «The Free Press [La stampa libera]», diretto dal politico conservatore anti-Palmerston David Urquhart. Questi testi avrebbero dovuto essere solo la prima parte di un’opera sulla storia della diplomazia, pianificata all’inizio del 1856, durante la guerra di Crimea, ma poi mai più realizzata. Anche in questo caso egli condusse approfonditi studi sugli argomenti trattati e, tra il gennaio del 1856 e il marzo del 1857, compilò sette quaderni di estratti sulla politica internazionale del Settecento.

Infine, in luglio, Marx redasse delle brevi ma interessanti considerazioni critiche sull’opera Armonie economiche di Frédéric Bastiat e sui Principi di economia politica di Carey, che aveva già studiato e compendiato nel 1851. In queste annotazioni, pubblicate postume con il titolo di Bastiat e Carey, egli dimostrò l’ingenuità dei due economisti, liberoscambista il primo e protezionista il secondo, che, nei loro scritti, si erano affannati a voler dimostrare «l’armonia dei rapporti di produzione» e, quindi, dell’intera società borghese.

8. La crisi finanziaria del 1857 e i Grundrisse
Diversamente dalle crisi verificatesi nel passato, questa volta la tempesta economica non ebbe inizio in Europa, ma negli Stati Uniti. Durante i primi mesi del 1857 le banche di New York aumentarono il volume dei prestiti, nonostante la diminuzione dei depositi. L’incremento delle attività speculative, seguito a questa scelta, peggiorò ulteriormente le condizioni economiche generali e, dopo la chiusura per bancarotta della filiale di New York della banca Ohio Life Insurance and Trust Company, il panico prese il sopravvento causando numerosi fallimenti. La caduta di fiducia nel sistema bancario produsse, così, la riduzione del credito, l’estinzione dei depositi e, da ultimo, la sospensione dei pagamenti in moneta.

Intuendo la straordinarietà di questi avvenimenti, Marx si rimise subito al lavoro e il 23 agosto del 1857, esattamente il giorno prima del crack della Ohio Life Insurance and Trust Company, ovvero dell’evento che generò il panico nell’opinione pubblica, cominciò a scrivere l’Introduzione per la sua «Economia». Proprio l’esplosione della crisi, infatti, gli fornì quella motivazione in più che gli era mancata negli anni precedenti per realizzare il suo lavoro. Dopo la sconfitta del 1848, per un intero decennio Marx aveva dovuto affrontare insuccessi politici e un forte isolamento personale. Viceversa, con la crisi egli presagì la possibilità di prendere parte a una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne, dunque, che la cosa più urgente da fare fosse quella di dedicarsi all’analisi dei fenomeni economici, cioè di quei rapporti che avevano così tanta importanza ai fini dell’inizio di una rivoluzione. Ciò significava scrivere e pubblicare, il più in fretta possibile, l’opera programmata da così tanto tempo.

Da New York la crisi si diffuse rapidamente nel resto degli Stati Uniti e, in poche settimane, raggiunse anche tutti i centri del mercato mondiale in Europa, Sud America e Oriente, divenendo la prima crisi finanziaria internazionale della storia. Queste notizie generarono grande euforia in Marx e alimentarono in lui una straordinaria produttività intellettuale. Il periodo compreso tra l’estate del 1857 e la primavera del 1858 fu uno dei più prolifici della sua esistenza: in pochi mesi, riuscì a scrivere di economia politica più di quanto non avesse fatto negli anni precedenti. Nel dicembre del 1857 comunicò infatti a Engels: «lavoro come un pazzo le notti intere al riepilogo dei miei studi economici, per metterne in chiaro almeno le grandi linee [Grundrisse; da qui il titolo poi assegnato a questi manoscritti] prima del diluvio». Nella stessa lettera, egli colse anche l’occasione per sottolineare che le sue previsioni del passato, circa l’eventualità dell’esplosione di una crisi, non erano state poi tanto infondate, poiché: «l’“Economist” di sabato [aveva] dichiara[to] che negli ultimi mesi del 1853, per tutto il 1854, nell’autunno del 1855 e durante gli improvvisi cambiamenti del 1856, l’Europa [aveva] sempre trovato scampo per un pelo dal tracollo incombente».

Il lavoro realizzato da Marx fu notevole e ramificato. Dall’agosto del 1857 al maggio 1858 egli riempì gli otto quaderni conosciuti come Grundrisse . Nello stesso periodo, nelle corrispondenze per il «New-York Tribune», scrisse, tra i vari argomenti trattati, una dozzina di articoli riguardanti l’andamento della crisi in Europa e, spinto dal bisogno di migliorare le proprie condizioni economiche, accettò di stilare una serie di voci per The New American Cyclopædia [La nuova enciclopedia americana]. Infine, dall’ottobre del 1857 al febbraio del 1858 redasse anche tre quaderni di estratti, denominati I quaderni della crisi . Grazie ad essi, è possibile mutare l’immagine convenzionale di un Marx che studia la Scienza della logica di Hegel alla ricerca di ispirazione, durante la stesura dei manoscritti del 1857-58. A quel tempo, infatti, egli era molto più preoccupato degli eventi empirici legati a quella grande crisi a lungo prevista e auspicata. A differenza degli altri estratti sino ad allora realizzati, in questi taccuini Marx non eseguì i compendi dalle opere degli economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Insomma, come dimostra la lettera del dicembre del 1857 indirizzata a Engels, la sua attività fu intensissima:

lavoro moltissimo quasi sempre fino alle quattro del mattino. Perché si tratta di un doppio lavoro: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico e per me, personalmente, liberarmi da questo incubo); 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per la [New-York] Tribune, mi limito a prendere appunti, cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo di nuovo e ancora qui, sempre gli stessi.

Per quel che concerne i Grundrisse, dopo aver abbozzato durante l’ultima settimana di agosto, in un quaderno denominato M, un testo che sarebbe dovuto servire da Introduzione all’opera, alla metà di ottobre Marx proseguì il lavoro con altri sette quaderni (I –VII). Nel primo di essi e in parte del secondo egli scrisse il cosiddetto Capitolo sul denaro, nel quale si occupò di denaro e valore, mentre nei restanti redasse il cosiddetto Capitolo sul capitale, in cui riservò centinaia di pagine al processo di produzione e di circolazione del capitale e trattò alcune delle tematiche più rilevanti dell’intero manoscritto, quali l’elaborazione del concetto di plusvalore e le riflessioni sulle formazioni economiche che avevano preceduto il modo di produzione capitalistico. Questo straordinario impegno non gli consentì, comunque, di completare la sua opera e alla fine del febbraio del 1858 scrisse a Lassalle:

in effetti da alcuni mesi sto lavorando alla elaborazione finale. La cosa procede però molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto l’oggetto principale dei propri studi da molti anni, mostrano continuamente aspetti nuovi e suscitano nuovi dubbi non appena si deve venire a una resa dei conti finale. […] Il lavoro di cui si tratta in primo luogo è la Critica delle categorie economiche ovvero, se preferisci, la descrizione critica del sistema dell’economia borghese. È contemporaneamente descrizione del sistema e, attraverso la descrizione, critica del medesimo. […] Dopo tutto, ho il vago presentimento che proprio ora, nel momento in cui dopo 15 anni di studio sono arrivato al punto di por mano alla cosa, movimenti tempestosi dall’esterno probabilmente sopravverranno a interrompermi.

In realtà, però, del tanto atteso movimento rivoluzionario, che sarebbe dovuto nascere in concomitanza con la crisi, non vi fu alcun segno e la ragione del mancato completamento dello scritto fu, invece, anche questa volta, la consapevolezza di Marx di essere ancora lontano dalla piena padronanza critica degli argomenti affrontati. I Grundrisse rimasero, pertanto, solo una bozza, dalla quale, dopo un’accurata rielaborazione del Capitolo sul denaro, avvenuta tra l’agosto e l’ottobre del 1858 nel manoscritto Per la critica dell’economia politica. Testo originale (Urtext), egli pubblicò, nel 1859, un piccolo libro, che non ebbe alcuna risonanza, intitolato Per la critica dell’economia politica. Da quella data, prima della pubblicazione del libro primo di Il capitale, nel 1867, trascorsero altri otto anni di studi febbrili e di enormi fatiche intellettuali.

10. Appendice: Tabella cronologica dei quaderni di estratti, dei manoscritti, degli articoli e delle opere di economia politica del periodo 1843 – 1858

Anno Titolo Informazioni
1843-45 [Quaderni di Parigi] 9 quaderni di estratti che costituiscono i primi studi di Marx di economia politica.
1844 [Manoscritti economico-filosofici del 1844] Manoscritto incompiuto realizzato parallelamente ai [Quaderni di Parigi].
1845 [A proposito del libro di F. List “Il sistema nazionale dell’economia politica] Manoscritto incompiuto di un articolo contro l’economista tedesco List.
1845 [Quaderni di Bruxelles] 6 quaderni di estratti riguardanti lo studio dei concetti basilari dell’economia politica.
1845 [Quaderni di Manchester] 9 quaderni contenenti estratti relativi ai problemi economici, alla storia economia e alla letteratura socialista anglosassone.
1846-47 Estratti da Rappresentazione storica del commercio di von Gülich 3 quaderni di estratti inerenti la storia economica.
1847 Miseria della filosofia Scritto polemico contro il Sistema delle contraddizioni economiche di Proudhon.
1849 Lavoro salariato e capitale 5 articoli pubblicati sulla Neue Rheinische Zeitung, Organ der Demokratie.
1850 Articoli per la Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue“ Alcuni articoli riguardanti la situazione economica.
1850-53 [Quaderni di Londra] 24 quaderni di estratti incentrati soprattutto su ulteriori studi di economia politica (in particolare: storia e teorie della crisi, denaro, rilettura di alcuni classici dell’economia politica, condizione della classe operaia e tecnologia).
1851 [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto] 2 quaderni di estratti, redatti durante la stesura dei [Quaderni di Londra], comprendenti citazione delle più significative teorie del denaro e della circolazione.
1851-62 Articoli per il “New-York Tribune” Circa 70 articoli di economia politica sui 487 pubblicati su questo giornale.
1855 [Citazioni. Essenza del denaro, essenza del credito, crisi] 1 quaderno di estratti contenente un riepilogo delle teorie dei principali economisti su denaro, credito e crisi.
1857 [Introduzione] Manoscritto contenente le più estese considerazioni metodologiche redatte da Marx.
1857-58 [Quaderni della crisi] 3 quaderni contenenti notizie sulla crisi finanziaria del 1857.
1857-58 [Grundrisse] Manoscritto preparatorio dell’opuscolo Per la critica dell’economia politica (1859).

Riferimenti
1. Cfr. K. MARX, Le discussioni alla sesta dieta renana. Terzo articolo: Dibattiti sulla legge contro i furti di legna e Giustificazione di ††, corrispondente dalla Mosella, in Marx Engels, , vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 222-64 e pp. 344-75.
2. K. MARX, Per la critica dell’economia politica, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXX, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 298.
3. Duramente colpita dalla censura e dal dissidio tra Marx e Arnold Ruge, l’altro condirettore, questa pubblicazione apparve in un unico numero nel febbraio del 1844.
4. K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 251.
5. Cfr. M. RUBEL, Introduction, in K. Marx, OEuvres. Economie II, Gallimard, Paris 1968, pp. LIV-LV.
6. Cfr. M. MUSTO, Manoscritti e quaderni di estratti del 1844, in Id., Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2011, pp. 45-67.
7. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono le più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi.
8. Poiché nel 1844 Marx non conosceva ancora la lingua inglese, durante questo periodo i libri inglesi furono da lui letti in traduzione francese.
9. Questi estratti sono compresi nei volumi K. MARX, Exzerpte und Notizen. 1843 bis Januar 1845, MEGA2 IV/2, Dietz, Berlin 1981 e K. MARX, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA2 IV/3, Akademie, Berlin 1998; tr. it. parz. La scoperta dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1990.
10. K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 298.
11. H. BURGERS, autunno 1844 – inverno 1845, in H.M. Enzensberger (a cura di), Gespräche mit Marx und Engels, Insel, Frankfurt am Main 1973, p. 46; tr. it. Id., Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 41.
12. Friedrich Engels a Karl Marx, inizio ottobre 1844, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 7-8.
13. In realtà Engels contribuì allo scritto soltanto con una decina di pagine.
14. Friedrich Engels a Karl Marx, 20 gennaio 1845, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 17.
15. Cfr. K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 666, nota 319.
16. K. MARX, Karl Marx alla Pubblica sicurezza di Bruxelles, 22 marzo 1845, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 664.
17. Cfr. K. MARX, A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie», in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IV, op. cit., pp. 584-614.
18. Tutti questi estratti si trovano nel volume K. MARX, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA2 IV/3, op. cit.
19. K. MARX, Piano della «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri», K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IV, op. cit., p. 659.
20. Questi estratti sono compresi nel volume K. MARX – F. ENGELS, Exzerpte und Notizen. Juli bis August 1845, MEGA2 IV/4, Dietz, Berlin 1988, che include i primi Quaderni di Manchester. Si noti, inoltre, che da questo periodo Marx cominciò a leggere direttamente in inglese.
21. Questi estratti, compresi nei Quaderni di Manchester VI – IX, sono ancora inediti.
22. K. MARX, Dichiarazione contro Karl Grün, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 73.
23. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455.
24. F. ENGELS, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 13. In realtà Engels usò questa espressione già nel 1859, nella recensione al libro di Marx Per la critica dell’economia politica, ma questo articolo non ebbe alcuna risonanza e il termine cominciò a diffondersi solo in seguito alla pubblicazione dello scritto Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
25. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455-56.
26. Georg Weerth an Wilhelm Weerth, 18 novembre 1846, in H.M. Enzensberger (a cura di), op. cit., p. 68-9; tr. it. 27. Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, pp. 58-9.
28. Questi estratti costituiscono il volume K. MARX, Exzerpte und Notizen. September 1846 bis Dezember 1847, MEGA² IV/6, Dietz, Berlin 1983.
29. Karl Marx a Pawel Wassiljewitsch Annenkow, 28 dicembre 1846, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 458.
30. K. MARX – F. ENGELS, Manifesto del partito comunista, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 485-86.
31. K. MARX, Lavoro salariato e capitale, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IX, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 206.
Karl Marx a Friedrich Engels, 23 agosto 1849, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 155.
32. K. MARX, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. X, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 134.
33. K. MARX – F. ENGELS, Annuncio della «Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue», in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. X, op. cit., p. 5.
34. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 19 dicembre 1849, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., pp. 525-26.
35. K. MARX, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, op.cit., p. 135.
36. K. MARX – F. ENGELS, Rassegna (gennaio – febbraio 1850), ivi, pp. 263-4.
37. K. MARX – F. ENGELS, Rassegna (marzo – aprile 1850), ivi, p. 341.
38. Ivi, p. 342.
39. K. MARX – F. ENGELS, Rassegna (maggio-ottobre 1850), ivi, p. 509.
40. Ivi, p. 514-5.
41. K. MARX – F. ENGELS, Rezensionen aus Heft 4 der „Neuen Rheinischen Zeitung. Politisch-ökonomische Revue“, ivi, p. 319.
42. K. MARX – F. ENGELS, Rassegna (maggio-ottobre 1850), ivi, pp. 543-4.
43. In proposito si vedano le considerazioni postume di F. ENGELS in Introduzione a «Le lotte di classe in Francia», in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol. X, op. cit., p. 642-3: «Mentre nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo della «Nuova Gazzetta Renana») traspare ancora l’attesa di una prossima ripresa di energia rivoluzionaria, la rassegna storica fatta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio, apparso nell’autunno del 1850 (maggio-ottobre), rompe una volta per sempre con questa illusione». Una testimonianza ancora più significativa è contenuta nei verbali della Seduta del Comitato centrale della Lega dei comunisti del 15 settembre 1850. In quella sede, infatti, riferendosi alle posizioni comunisti tedeschi August Willich e Karl Schapper, Marx affermò: «si è dato rilievo, come fatto fondamentale nella rivoluzione, invece che ai rapporti reali, alla volontà. Mentre noi diciamo agli operai: dovete superare 15, 20, 50 anni di guerre civili, per cambiare i rapporti, per rendere voi stessi capaci di assumere il potere, da parte loro si è detto: dobbiamo andare al potere immediatamente, o possiamo metterci a dormire», in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol. X, op. cit., p. 627.
44. Cfr. F. ENGELS, Introduzione a «Le lotte di classe in Francia», cit., p. 645: «la democrazia volgare aspettava la nuova esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno del 1850 che almeno il primo capitolo del periodo rivoluzionario era chiuso e che non vi era da aspettarsi nulla sino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per questo fummo messi al bando come ‘traditori della rivoluzione’ da quegli stessi che, in seguito, fecero tutti, quasi senza eccezione, la pace con Bismarck».
45. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 febbraio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., p. 204.
46. Karl Marx a Friedrich Engels [Poscritto di Wilhelm Pieper], 27 gennaio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., p. 187.
47. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 febbraio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., p. 204.
48. Friedrich Engels a Karl Marx, 13 febbraio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 209-10.
49. Cfr. W. TUCHSCHEERER, Prima del «Capitale», La Nuova Italia, Firenze 1980, pp. 272-3.
50. Eccetto i compendi da Smith, inclusi nel volume K. MARX, Exzerpte und Notizen. März bis Juni 1851, MEGA2 IV/8, Dietz, Berlin 1986, tutti questi estratti si trovano nel volume K. MARX – F. ENGELS, Exzerpte und Notizen. September 1849 bis Februar 1851, Dietz, Berlin 1983, MEGA2 IV/7. Le opere Ricchezza delle nazioni di Smith (quaderno VII) e Principi di economia politica di Ricardo (quaderni IV, VII e VIII), già lette da Marx in lingua francese durante il suo soggiorno parigino del 1844, furono studiate ora nell’edizione in lingua inglese.
51. In proposito si veda la lettera di Karl Marx a Friedrich Engels, 3 febbraio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 191.
52. Cfr. K. MARX, Bullion. Das vollendete Geldsystem, MEGA2 IV/8, op. cit., pp. 3-85. Il secondo di questi quaderni non numerati contiene anche altri estratti, in particolare dall’opera Sulla regolazione della circolazione monetaria di John Fullarton.
53. Un’altra breve esposizione delle teorie di Marx su denaro, credito e crisi si trova all’interno del quaderno VII, nel breve frammento Karl Marx, Reflection, in MEGA2 IV/8, op. cit., pp. 227-34.
54. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., pp. 249-50.
55. Friedrich Engels a Karl Marx, 3 aprile 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., p. 255.
56. Cfr. K. MARX, Exzerpte aus David Ricardo: On the principles of political economy, MEGA2 IV/8, pp. 326-31, 350-72, 381-95, 402-4, 409-26. A dimostrazione della rilevanza di queste pagine vi è il fatto che questi estratti, insieme a quelli dallo stesso autore contenuti nei quaderni IV e VII, furono pubblicati nel 1941, nel secondo volume della prima edizione dei Grundrisse.
57. In questa importante fase di nuove acquisizioni teoriche, per Marx il confronto con Engels era della massima importanza, così, in alcune lettere a lui indirizzate, riassunse le sue vedute critiche sulle teorie ricardiane della rendita fondiaria (cfr. Karl Marx a Friedrich Engels, 7 gennaio 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, cit., p. 174-77) e della circolazione monetaria (cfr. Karl Marx a Friedrich Engels, 3 febbraio 1851, ivi, p. 191-96).
58. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 27 giugno 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 572.
59. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 luglio 1851, ivi, p. 318.
60. Al tempo, il «New-York Tribune» usciva in tre differenti edizioni («New-York Daily Tribune», «New-York Semi-Weekly Tribune» e «New-York Weekly Tribune») e in ognuna di esse apparvero molti articoli di Marx. Per la precisione, il «New-York Daily Tribune» ne pubblicò 487, oltre la metà di essi furono ristampati nel «New-York Semi-Weekly Tribune» e più di un quarto nel «New-York Weekly Tribune» (ad essi vanno aggiunti anche pochi articoli inviati al giornale, ma scartati dal direttore Charles Dana). Degli articoli pubblicati sul «New-York Daily Tribune», più di 200 apparvero come editoriale e, dunque, anonimi. Va infine ricordato che, per lasciare a Marx più tempo da dedicare agli studi di economia politica, in realtà quasi la metà di questi articoli furono scritti da Engels. Gli interventi inviati al «New-York Tribune» destarono sempre grande interesse, come mostra ad esempio la seguente affermazione contenuta nell’editoriale del 7 aprile del 1853, a cura della redazione del «New-York Tribune»: «il sig. Marx opinioni decisamente personali […], ma chi non legge le sue corrispondenze trascura una delle più istruttive fonti di informazione sulle grandi questioni dell’attuale politica europea», citato in Karl Marx a Friedrich Engels, 26 aprile 1853, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 249.
61. Cfr. F. ENGELS, Critica del libro di Proudhon «Idée générale de la révolution au XIX siècle», in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 565-601.
62. Gli estratti da questi testi sono inclusi nel volume K. MARX, Exzerpte und Notizen. Juli bis September 1851, MEGA2 vol. IV/9, Dietz, Berlin 1991.
63. Questi quaderni non sono stati ancora pubblicati nella MEGA2, ma il quaderno XV è stato invece dato alle stampe nel volume H.P. MÜLLER (a cura di), Karl Marx, Die technologisch-historischen Exzerpte, Ullstein, Frankfurt/M – Berlin – Wien 1982.
64. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 ottobre 1851, in K. Marx – F. Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 389.
65. Si vedano in particolare le lettere Ferdinand Lassalle a Karl Marx, 12 maggio 1851, di Karl Marx a Friedrich Engels, 24 novembre 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 403-5; Friedrich Engels a Karl Marx, 27 novembre, ivi, pp. 406-8.
66. Friedrich Engels a Karl Marx, 27 novembre 1851, Ivi, p. 407.
67. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 30 gennaio 1852, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXIX, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 514.
68. Karl Marx a Ferdinand Freiligrath, 27 dicembre 1851, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 610.
69. Karl Marx a Gustav Zerffi, 28 dicembre 1852, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 604.
70. Questi quaderni sono ancora inediti.
71. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 settembre 1852, in ivi, pp. 135-36.
72. Karl Marx a Friedrich Engels, 25 ottobre 1852, ivi, p. 169.
73. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 ottobre 1852, ivi, p. 175.
74. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 23 febbraio 1852, ivi, p. 525.
75. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 30 aprile 1852, ivi, p. 550.
76. Karl Marx a Friedrich Engels, 19 agosto 1852, ivi, p. 119.
77. K. MARX, Pauperismo e libero scambio, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 373.
78. Karl Marx a Adolf Cluss, 7 dicembre 1852, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 594.
79. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, in ivi, p. 235.
80. Questa espressione fu usata per la prima volta nel 1846 a proposito delle divergenze tra Marx e il comunista tedesco Wilhelm Weitling e fu impiegato successivamente anche nel dibattimento del processo di Colonia. Cfr. M. RUBEL, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, p. 82, nota 2.
81. Questo termine comparve per la prima volta nel 1854, cfr. G. HAUPT, L’internazionale socialista dalla comune a Lenin, Einaudi, Torino 1978, p. 140, nota 4.
82. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 237.
83. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1853, Ivi, p. 316.
84. Friedrich Engels a Karl Marx, 10 marzo 1853, ivi, pp. 239-40.
85. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, ivi, p. 236.
86. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 agosto 1853, ivi, p. 293.
87. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 luglio 1853, ivi, p. 287.
88. Karl Marx a Adolf Cluss, 15 settembre 1853, ivi, p. 629.
89. K. MARX, Rivoluzione in Cina e in Europa, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XII, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 100.
90. Ivi, p. 102.
91. Ivi, pp. 103-4.
92. K. MARX, Attività politica – In Europa scarseggia il pane, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XII, op. cit., p. 323.
93. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 settembre 1853, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XXXIX, p. 309.
94. Questi quaderni di estratti sono stati recentemente pubblicati nel volume K. MARX – F. ENGELS, Exzerpte und Notizen. September 1853 bis Januar 1855, Akademie, Berlin 2007.
95. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 febbraio 1855, Ivi, p. 453.
96. Cfr. F.E. SCHRADER, Restauration und Revolution, Gerstenberg, Hildesheim 1980, p. 99.
97. K. MARX, The commercial crisis in Britain, MECW vol. 13, Progress, Moscow 1980, p. 585.
98. K. MARX, La crisi in Inghilterra, K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XIV, op. cit., pp. 60-1.
99. Karl Marx a Friedrich Engels, 12 aprile 1855, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XXXIX, op. cit., p. 465.
100. Karl Marx a Friedrich Engels, 3 marzo 1855, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XXXIX, op. cit., p. 457.
101. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 marzo 1855, in ivi, p. 458.
102. K. MARX, Il Crédit Mobilier I, in K. Marx, Il socialismo imperiale, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 6.
103. K. MARX, Die Geldkrise in Europa, in K. Marx – F. Engels, Werke, vol. 12, Dietz, Berlin 1961, p. 53.
104. K. MARX, Die Krise in Europa, in ivi p. 80.
105. K. MARX, Die Geldkrise in Europa, cit., p. 55.
106. Questi quaderni di estratti sono ancora inediti.
107. K. Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. II, p. 648. Così come gli estratti da Ricardo, anche il frammento Bastiat e Carey fu inserito nel secondo volume della prima edizione dei Grundrisse.
108. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 237.
109. Eccetto i quaderni M e VII, conservati presso l’archivio dell’«Istituto Internazionale di Storia Sociale» di Amsterdam, la restante parte di essi si trova presso l’«Archivio di Stato Russo per la Storia Sociale e Politica» di Mosca. Rispetto alla datazione di questi quaderni, è importante sottolineare che la prima parte del quaderno I, quella contenente l’analisi critica del libro Della riforma delle banche di Alfred Darimon, fu realizzata da Marx nei mesi di gennaio e febbraio del 1857 e non, come ritenuto dagli editori dei Grundrisse in ottobre. Cfr. I. OSSOBOWA, Über einige Probleme der ökonomischen Studien von Marx im Jahre 1857 vom Standpunkt des Historikers, in Beiträge zur Marx-Engels-Forschung, no. 29, 1990, pp. 147–61.
110. Questi quaderni sono ancora inediti.
111. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XL, op. cit., p. 245. Qualche giorno dopo questa lettera, Marx comunicò i suoi piani anche a Lassalle: «l’attuale crisi commerciale mi ha spronato a dedicarmi seriamente all’elaborazione dei miei lineamenti fondamentali di economia e anche a preparare qualcosa sulla crisi attuale», in Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 21 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XL, op. cit., p. 575.
112. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere vol. XL, op. cit., p. 577-78.

Bibliografia
ENGELS, Friedrich, Critica del libro di Proudhon «Idée générale de la révolution au XIX siècle», in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma 1982.
ENGELS, Friedrich, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Editori Riuniti, Roma 1985.
ENZENSBERGER, H.M. (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977.
HAUPT, G., L’internazionale socialista dalla comune a Lenin, Einaudi, Torino 1978.
MARX, Karl, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976.
MARX, Karl, Rivoluzione in Cina e in Europa, in Marx Engels, Opere, vol. XII, Editori Riuniti, Roma 1978.
MARX, Karl, Le discussioni alla sesta dieta renana. Terzo articolo: Dibattiti sulla legge contro i furti di legna e Giustificazione di ††, corrispondente dalla Mosella, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980.
MARX, Karl, The commercial crisis in Britain, in MECW, vol. 13, Progress, Mosca 1980.
MARX, Karl, Exzerpte und Notizen. 1843 bis Januar 1845, MEGA2 IV/2, Dietz, Berlin 1981.
MARX, Karl, La crisi in Inghilterra, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XIV, Editori Riuniti, Roma 1982.
MARX, Karl, Exzerpte und Notizen. September 1846 bis Dezember 1847, MEGA² IV/6, Dietz, Berlin 1983.
MARX, Karl, Lavoro salariato e capitale, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IX, Editori Riuniti, Roma 1984.
MARX, Karl, Per la critica dell’economia politica, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XXX, Editori Riuniti, Roma 1986.
MARX, Karl, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA2 IV/3, Akademie, Berlino 1988; tr. it. parz. La scoperta dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1990.
MARX, Karl, Exzerpte und Notizen. Juli bis September 1851, MEGA2 vol. IV/9, Dietz, Berlin 1991.
MARX, Karl, Il socialismo imperiale, Editori Riuniti, Roma 1993.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Werke, vol. 12, Dietz, Berlin 1961.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. XXXIX, Editori Riuniti, Roma 1972.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Opere, vol. X, Editori Riuniti, Roma 1977.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Exzerpte und Notizen. September 1849 bis Februar 1851, Dietz, Berlin, MEGA2 IV/7 1983.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Exzerpte und Notizen. Juli bis August 1845, MEGA2 IV/4, Dietz, Berlin 1988.
MARX, Karl –ENGELS, Friedrich, Exzerpte und Notizen. September 1853 bis Januar 1855, Akademie, Berlin 2007.
MÜLLER, H.P. (a cura di), Karl Marx, Die technologisch-historischen Exzerpte, Ullstein, Frankfurt/M – Berlin – Wien 1982.
MUSTO, Marcello, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2011.
OSSOBOWA, I., Über einige Probleme der ökonomischen Studien von Marx im Jahre 1857 vom Standpunkt des Historikers, in «Beiträge zur Marx-Engels-Forschung», 1990, n. 29, pp. 147–61.
RUBEL, Maximilien, Introduction, in K. Marx, OEuvres. Economie II, Gallimard, Paris 1968.
RUBEL, Maximilien, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981.
SCHRADER, F.E., Restauration und Revolution, Gerstenberg, Hildesheim 1980.
TUCHSCHEERER, W., Prima del «Capitale», La Nuova Italia, Firenze 1980.

Categories
Book chapter

Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo

I. 1858-1953: Cent’anni di solitudine
Tralasciati nel maggio del 1858 per fare posto alla stesura di Per la critica dell’economia politica, dopo essere stati adoperati per la redazione di questo testo, i Grundrisse non furono quasi più riutilizzati da Marx. Nonostante fosse sua consuetudine richiamarsi agli studi precedentemente svolti, trascrivendone talvolta interi passaggi, ad eccezione di quelli del 1861-3, nessun manoscritto preparatorio de Il capitale contiene, infatti, alcun riferimento a essi. I Grundrisse giacquero tra le tante bozze provvisorie di Marx che, dopo averli redatti, sempre più assorbito dalla soluzione di questioni più specifiche di quelle che essi racchiudevano, non ebbe dunque più modo di servirsene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza in proposito, è probabile che i Grundrisse non siano stati letti dallo stesso Friedrich Engels. Com’è noto, alla morte, Marx era riuscito a completare soltanto il libro primo de Il capitale, e i manoscritti incompiuti dei libri secondo e terzo furono ricostruiti, selezionati e dati alle stampe da Engels. Nel corso della sua attività editoriale, quest’ultimo dovette prendere in esame decine di quaderni contenenti abbozzi de Il capitale ed è plausibile ipotizzare che quando, in fase di sistemazione della montagna di carte ereditate, sfogliò i Grundrisse, dovette ritenerli una versione troppo prematura dell’opera dell’amico – precedente persino alla pubblicazione di Per la critica dell’economia politica del 1859 – e, a ragione, inutilizzabile per il suo proposito. D’altronde, Engels non menzionò mai i Grundrisse, né nelle prefazioni ai due volumi de Il capitale che diede alle stampe, né in alcuna lettera del suo vasto carteggio.

Dopo la sua morte, gran parte degli originali di Marx venne custodita nell’archivio del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) di Berlino, ma fu trattata con la massima negligenza. I conflitti politici in seno alla Socialdemocrazia impedirono la pubblicazione dei rilevanti e voluminosi inediti di Marx e produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, così da compromettere, per lungo tempo, la possibilità di un’edizione completa delle sue opere. Nessuno, inoltre, si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale di Marx e i Grundrisse restarono sepolti assieme alle altre sue carte.

L’unico brano dato alle stampe durante quel periodo fu l’Introduzione. Essa fu pubblicata nel 1903, sulla rivista Die Neue Zeit, da Karl Kautsky, il quale nella breve nota che accompagnò il testo, la presentò come un “abbozzo frammentario” datato 23 agosto 1857. Kautsky sostenne che si trattava dell’introduzione dell’opera principale di Marx e, per questo motivo, le diede il titolo di Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie (Introduzione a una critica dell’economia politica). Aggiunse inoltre che: “nonostante il suo carattere frammentario, anche il presente lavoro offre una grande quantità di nuovi punti di vista” [1]. Intorno a essa, infatti, si manifestò un notevole interesse. Tradotta, inizialmente, in francese (1903) e inglese (1904), prese a circolare rapidamente dopo che Kautsky l’ebbe pubblicata, nel 1907, in appendice a Per la critica dell’economia politica e apparve anche in russo (1922), giapponese (1926), greco (1927), cinese (1930), fino a divenire poi uno degli scritti più commentati dell’intera produzione teorica di Marx.

Nonostante la fortuna dell’Introduzione, i Grundrisse rimasero ancora a lungo sconosciuti. È difficile credere che, insieme con l’Introduzione, Kautsky non abbia ritrovato anche l’intero manoscritto. Egli, comunque, non vi fece mai riferimento e, quando poco dopo decise di pubblicare alcuni inediti di Marx, si concentrò solo su quelli del 1861-3, che diede alle stampe parzialmente, dal 1905 al 1910, con il titolo di Teorie sul plusvalore.

La scoperta dei Grundrisse avvenne, invece, nel 1923 grazie a David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels (IME) di Mosca e promotore della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), l’edizione delle opere complete di Marx ed Engels. Dopo aver esaminato il Nachlaß di Berlino, egli rese pubblica l’esistenza dei Grundrisse in una comunicazione sul lascito letterario di Marx ed Engels, tenuta all’Accademia Socialista di Mosca nel 1923:

“ho ritrovato tra le carte di Marx altri otto quaderni di studi di economia. (…) Il manoscritto è databile alla metà degli anni Cinquanta e contiene la prima stesura dell’opera di Marx [Il capitale], della quale, al tempo, egli non aveva ancora stabilito il titolo, e che rappresenta [anche] la prima elaborazione del suo scritto Per la critica dell’economia politica” [2] .

In quella stessa sede affermò inoltre: “in uno di questi quaderni (…) Kautsky ha trovato l’Introduzione a Per la critica dell’economia politica” e riconobbe al complesso dei manoscritti preparatori de Il capitale “straordinario interesse per conoscere la storia dello sviluppo intellettuale di Marx, così come la peculiarità del suo metodo di lavoro e di ricerca” [3] .

Grazie all’accordo di collaborazione per la pubblicazione della MEGA, stipulato tra l’IME, l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e lo SPD, detentore del Nachlaß di Marx ed Engels, i Grundrisse furono fotografati assieme a molti altri inediti e gli specialisti di Mosca cominciarono a studiarli su esemplari in copia. Tra il 1925 e il 1927, Pavel Veller, collaboratore dell’IME, catalogò tutti i manoscritti preparatori de Il capitale, il primo dei quali erano proprio i Grundrisse. Sino al 1931, essi furono completamente decifrati e dattilografati e nel 1933 ne fu dato alle stampe, in lingua russa, il Capitolo sul denaro, cui fece seguito, due anni dopo, l’edizione tedesca. Nel 1936, infine, l’Istituto Marx-Engels-Lenin (IMEL), subentrato all’IME, riuscì ad acquistare sei degli otto quaderni dei Grundrisse, circostanza che rese possibile la soluzione dei problemi editoriali ancora irrisolti.

Poco dopo, dunque, i Grundrisse poterono essere finalmente pubblicati: furono l’ultimo importante manoscritto di Marx, per giunta molto esteso e risalente a una delle fasi più feconde della sua elaborazione, reso noto al pubblico. Essi apparvero a Mosca nel 1939, a cura di Veller, che ne scelse il titolo: Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858. Due anni dopo, seguì la stampa di un’appendice (Anhang), che comprese gli appunti di Marx del 1850-1 dai Principi di economia politica e dell’imposta di David Ricardo, le note su Bastiat e Carey , gli indici sul contenuto dei Grundrisse da lui stesso redatti e, infine, il materiale preparatorio (Urtext) a Per la critica dell’economia politica del 1859. La prefazione al libro del 1939, siglata dall’IMEL, evidenziò decisamente il valore del testo: “il manoscritto del 1857-1858, pubblicato per la prima volta e integralmente in questo volume, costituisce una tappa decisiva dell’opera economica di Marx” [4] .

Tuttavia, seppure principi editoriali e formato fossero analoghi, i Grundrisse non furono inclusi tra i volumi della MEGA, ma uscirono, invece, in edizione singola. Inoltre, la loro pubblicazione a ridosso della Seconda Guerra Mondiale fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Successivamente, i Grundrisse non furono inseriti nella Sočinenija (Opere Complete) (1928-47), la prima edizione russa degli scritti di Marx ed Engels e per la loro ristampa in tedesco si dovette attendere sino al 1953. Se desta grande stupore che un testo come i Grundrisse, sicuramente eretico rispetto agli allora indiscutibili cànoni del Diamat (Dialekticeskij Materializm – Materialismo Dialettico), sia stato pubblicato durante l’era staliniana, bisogna altresì considerare che essi costituivano lo scritto più rilevante di Marx non ancora diffuso in Germania. Così, in occasione della celebrazione del Karl-Marx-Jahr (Anno di Karl Marx), che coincideva con il settantesimo anniversario della sua morte e il centotrentacinquesimo della nascita, i Grundrisse furono dati alle stampe a Berlino in 30.000 copie. Redatti nel 1857-8, essi cominciarono a essere letti e scoperti in tutto il mondo soltanto nel 1953. Dopo cent’anni di solitudine.

II. La diffusione dei Grundrisse: 500.000 copie in giro per il modo
Nonostante la risonanza suscitata dalla pubblicazione di un nuovo e consistente manoscritto preparatorio de Il capitale e il valore teorico che a essi fu attribuito, i Grundrisse furono tradotti lentamente. Come già accaduto con l’Introduzione, fu un altro estratto dei Grundrisse a generare interesse prima dell’intero manoscritto: le Forme che precedono la produzione capitalistica. Esse furono infatti tradotte nel 1939 in russo e, nel 1947-8, dal russo in giapponese. Successivamente, l’edizione singola tedesca e la traduzione inglese ne favorirono un’ampia diffusione. Dalla prima, stampata nel 1952 nella serie Kleine Bücherei des Marxismus-Leninismus (Piccola biblioteca del marxismo-leninismo) furono eseguite la traduzione ungherese (1953) e italiana (1954). La seconda, pubblicata nel 1964, ne permise la circolazione nel mondo anglosassone e, tradotta in Argentina (1966) e Spagna (1967), in quello di lingua spagnola. La prefazione del curatore di questa edizione, Eric Hobsbawm, contribuì a evidenziare l’importanza del loro contenuto: le Forme che precedono la produzione capitalistica costituiscono “il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell’evoluzione storica” mai realizzato da Marx e “si può affermare, senza esitazione, che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di quest’opera (…) deve essere riesaminata alla luce di essa” [5] . Infatti, sempre più studiosi internazionali si occuparono di questo testo, che seguì a essere pubblicato in tanti altri paesi e a stimolare ovunque significative discussioni storiografiche.

Le traduzioni dei Grundrisse nel loro insieme cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. La diffusione dello scritto di Marx fu un processo lento ma inesorabile e, quando ultimato, rese possibile una più completa e, per alcuni aspetti, differente percezione dell’intera sua opera. I maggiori interpreti dei Grundrisse vi si cimentarono in lingua originale, ma la loro lettura estesa, quella compiuta dagli studiosi che non erano in grado di leggerli in tedesco, e, soprattutto, quella dei militanti politici e degli studenti, avvenne solo in seguito alle traduzioni nelle varie lingue.

Le prime di esse avvennero in oriente, dove i Grundrisse apparvero prima in Giappone (1958-65) e poi in Cina (1962-78). In Unione Sovietica uscirono in lingua russa soltanto nel 1968-9, quando dopo essere stati esclusi anche dalla seconda e ampliata edizione della Sočinenija (1955-66), vi furono incorporati quali volumi aggiuntivi. L’estromissione dalla Sočinenija fu tanto più grave perché determinò, a sua volta, quella dalla Marx Engels Werke (Opere) (MEW) (1956-68), che riprodusse la selezione sovietica. La MEW, ovvero l’edizione più utilizzata delle opere di Marx ed Engels, nonché la fonte delle loro traduzioni nella maggior parte delle lingue, fu dunque privata dei Grundrisse che vennero pubblicati come volume supplementare soltanto nel 1983.

Alla fine degli anni Sessanta, i Grundrisse cominciarono a circolare anche in Europa. La prima traduzione fu quella francese (1967-8), ma la sua qualità era scadente e una versione fedele dello scritto uscì solo nel 1980. Quella italiana apparve tra il 1968 e il 1970 e, così come quella francese, circostanza molto singolare, essa fu realizzata per iniziativa di una casa editrice indipendente dal Partito Comunista.

In lingua spagnola, il testo fu pubblicato negli anni Settanta. Se si esclude la versione stampata a Cuba nel 1970-1, di scarso pregio perché tradotta da quella francese e la cui circolazione rimase circoscritta nell’ambito di quel paese, la prima vera traduzione fu compiuta in Argentina tra il 1971 e il 1976. A essa seguirono ancora altre tre, effettuate tra Spagna, Argentina e Messico, che fecero dello spagnolo la lingua con il maggior numero di versioni dei Grundrisse.

La traduzione in lingua inglese fu anticipata, nel 1971, dalla pubblicazione di una scelta di alcuni suoi brani. L’introduzione del curatore di questo volume, David McLellan, aumentò le aspettative nei confronti dello scritto: “i Grundrisse sono molto più di una grezza stesura de Il capitale” [6] e, anzi, più di ogni altro suo testo, “contengono una sintesi dei vari lidi del pensiero di Marx. (…) In un certo senso, nessuna tra le opere di Marx è completa, ma tra loro la più completa sono i Grundrisse” [7] . La traduzione integrale giunse nel 1973, ovvero soltanto venti anni dopo l’edizione stampata in Germania. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “oltre al loro grande valore biografico e storico, essi [i Grundrisse] (…) sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx. (…) I Grundrisse mettono in discussione e alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita” [8] .

Gli anni Settanta furono il decennio decisivo anche per le traduzioni nell’Europa dell’est. Dopo l’edizione russa, infatti, non vi era più alcun ostacolo affinché il testo potesse circolare anche nei paesi ‘satelliti’ dell’Unione Sovietica e, così, esso comparve in Ungheria (1972), Cecoslovacchia (in ceco tra il 1971 e il 1977 e in slovacco tra il 1974 e il 1975), Romania (1972-4) e Jugoslavia (1979).

Nello stesso periodo, i Grundrisse giunsero anche in Danimarca, pubblicati contemporaneamente in due traduzioni tra loro contrastanti: una a cura della casa editrice legata al partito comunista (1974-8) e l’altra, invece, di una vicina alla nuova sinistra (1975-7).

Negli anni Ottanta, i Grundrisse furono tradotti anche in Iran (1985-7), ove rappresentarono la prima traduzione rigorosa di un’opera di Marx in persiano, e in altre lingue europee: l’edizione slovena è del 1985 e dell’anno successivo sono la polacca e quella finlandese, effettuata grazie al sostegno sovietico.

Col dissolversi dell’Unione Sovietica e la fine del cosiddetto ‘socialismo reale’, che invero del pensiero di Marx non avevano realizzato altro che la manifesta negazione, la stampa degli scritti di Marx subì una battuta d’arresto. Ciò nonostante, anche negli anni nei quali il silenzio intorno al loro autore fu interrotto soltanto da quanti ne decretavano con assoluta certezza l’oblio, i Grundrisse hanno continuato a essere tradotti in altre lingue. Pubblicati in Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000) e nel 2008, in Brasile, in lingua portoghese, essi sono stati l’opera di Marx che ha ricevuto il maggior numero di nuove traduzioni negli ultimi venti anni.

Complessivamente, i Grundrisse sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue [9] e tradotti in 32 differenti versioni. Senza fare riferimento alle tante traduzioni parziali, essi sono stati stampati in oltre 500.000 copie [10] : un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, per giunta in tutta fretta, gli studi di economia svolti fino al momento della lorostesura.

III. Lettori e interpreti
La storia della recezione dei Grundrisse, così come quella della loro diffusione, è stata caratterizzata da un avvio alquanto tardivo. Alle vicissitudini legate al ritrovamento del manoscritto, si aggiunse, e fu di certo determinante, la complessità del testo frammentario e appena abbozzato, tanto problematico da rendere in altre lingue, quanto difficile da interpretare.

In proposito, Roman Rosdolsky, autorevole studioso dei Grundrisse, affermò che:

“quando, nel 1948, (…) ebbe la fortuna di esaminar[ne] uno degli allora rarissimi esemplari (…), intuì subito che si trattava di un’opera fondamentale per la comprensione della teoria marxiana, che però a causa della sua forma particolare e del suo linguaggio spesso difficile, poco si addiceva ad un’ampia cerchia di lettori” [11] .

Queste motivazioni lo indussero a tentare di illustrarne meglio il testo e a esaminarne criticamente il contenuto. Il risultato di tale impresa fu l’opera Zur Entstehungsgeschichte des Marxschen ‘Kapital’. Der Rohentwurf des ‘Kapital’ 1857-58 (Genesi e struttura del Capitale di Marx) che, pubblicata nel 1968, fu la prima, e anche la principale mai scritta, monografia dedicata ai Grundrisse. Tradotta in molti paesi, favorì la loro divulgazione e circolazione ed ebbe un notevole influsso su tutti i loro successivi interpreti.

Il 1968 fu un anno significativo per i Grundrisse. Oltre al libro di Rosdolsky, infatti, apparve sulla New Left Review il primo saggio in lingua inglese ad essi interamente dedicato: The Unknown Marx (Il Marx sconosciuto), di Martin Nicolaus, che ebbe il merito di attirare l’attenzione sui Grundrisse anche nel mondo anglosassone e di segnalarne la necessità della traduzione. Intanto, in Germania e in Italia, i Grundrisse conquistarono i protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un irresistibile fascino tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

D’altronde, i tempi erano mutati anche a est. Dopo una prima fase nella quale i Grundrisse erano stati quasi del tutto ignorati o guardati con diffidenza, il libro di Vitalij Vygodskij, Istoriya odnogo velikogo otkruitiya Karla Marksa (Introduzione ai Grundrisse di Marx), pubblicata in Unione Sovietica nel 1965 e nella Repubblica Democratica Tedesca nel 1967, impresse una svolta di segno opposto. I Grundrisse furono definiti infatti un’opera “geniale”, che “ci guidano nel laboratorio creativo di Marx e ci danno l’occasione di seguire passo dopo passo il processo di elaborazione della sua teoria economica” [12] , alla quale era dunque necessario prestare la dovuta attenzione.

In pochi anni, i Grundrisse diventarono un testo fondamentale per tanti influenti marxisti. Accanto agli autori già menzionati, vi si dedicarono con particolare attenzione: Walter Tuchscheerer nella Repubblica Democratica Tedesca, Alfred Schmidt nella Repubblica Federale Tedesca, gli studiosi della Scuola di Budapest in Ungheria, Lucien Sève in Francia, Kiyoaki Hirata in Giappone, Gajo Petrovic in Jugoslavia, Antonio Negri in Italia, Adam Schaff in Polonia, Allen Oakley in Australia e divennero, in generale, uno scritto col quale ogni serio studioso dell’opera di Marx doveva misurarsi.

Pur con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo cui potere attribuire piena compiutezza concettuale e coloro che, invece, li giudicarono come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse – cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche – favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate e oggi risibili. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante le rilevanti parti per ricostruire il rapporto con Georg W. F. Hegel e i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx.

Accanto alle contrastanti letture dei Grundrisse, risaltano anche le non letture, il cui caso più eclatante è rappresentato da Louis Althusser. Impegnato finanche nel tentativo di far parlare i presunti silenzi di Marx e di leggere Il capitale “in modo da rendere visibile ciò che ancora in esso poteva sussistere di invisibile” [13] , egli si concesse però il lusso di trascurare la cospicua mole delle centinaia di pagine già scritte dei Gundrisse e realizzò la suddivisione del pensiero di Marx in opere giovanili e opere della maturità, poi così tanto dibattuta, senza conoscere il contenuto e la portata dei manoscritti del 1857-8 [14] .

Comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Accanto alla pubblicazione di due commentari, uno in giapponese del 1974 [15] e l’altro in tedesco del 1978 [16] , molti autori scrissero di questo testo. Diversi studiosi videro nei Grundrisse il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle enunciazioni quasi profetiche racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione e, anche in Giappone, i Grundrisse furono letti come un testo di grande attualità per comprendere la modernità. Negli anni Ottanta, inoltre, primi particolareggiati studi apparvero anche in Cina, ove i Grundrisse divennero oggetto di studio per meglio intendere la genesi de Il capitale, e in Unione Sovietica fu pubblicato un volume collettivo a essi esclusivamente dedicato [17] .

Nel corso degli ultimi anni, la persistente capacità esplicativa, e al contempo critica, del modo di produzione capitalistico contenuta nelle opere di Marx ha originato un ritorno d’interesse nei suoi riguardi da parte di numerosi studiosi internazionali [18] . Se tale fenomeno durerà e se sarà accompagnato da una nuova domanda di Marx anche dal versante politico, i Grundrisse si riproporranno di certo come uno dei suoi scritti in grado di attirare l’attenzione maggiore.

Intanto, nella speranza che “la teoria di Marx ridivenga una viva fonte di conoscenza e, sulla base di questa, di azione” [19] , la storia della diffusione e della recezione dei Grundrisse nel mondo, compiuta in questo volume, vuole essere un modesto riconoscimento al loro autore e il tentativo di ricostruire un capitolo ancora inedito della storia dei marxismi.

Appendice: Tabella cronologica delle traduzioni dei Grundrisse

1939-41 Prima edizione tedesca
1953 Seconda edizione tedesca
1958-65 Traduzione giapponese
1962-78 Traduzione cinese
1967-8 Traduzione francese
1968-9 Traduzione russa
1968-70 Traduzione italiana
1970-1 Traduzione spagnola
1971-7 Traduzione ceca
1972 Traduzione ungherese
1972-4 Traduzione rumena
1973 Traduzione inglese
1974-5 Traduzione slovacca
1974-8 Traduzione danese
1979 Traduzione serba/serbo-croata
1985 Traduzione slovena
1985-7 Traduzione in persiano
1986 Traduzione polacca
1986 Traduzione finlandese
1989-92 Traduzione greca
1999-2003 Traduzione turca
2000 Traduzione coreana
2008 Traduzione portoghese

References
1. Karl Marx, Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie, in Die Neue Zeit, Nr. 23, 21. Jahrgang, 1903, p. 710. L’affermazione di Karl Kautsky si trova all’interno della nota n. 1. Le traduzioni incluse nel testo sono a cura dell’autore.
2. David Rjazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, Elfter Jahrgang, 1925, pp. 393-4. Il testo di Rjazanov fu pubblicato in russo nel 1923, la traduzione è stata effettuata dalla versione tedesca del 1925 citata.
3. Ivi , p. 394.
4. Marx-Engels-Lenin-Institut, Vorwort a Karl Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858, Verlag für Fremdsprachige Literatur, Moskau 1939, p. VII.
5. Eric J. Hobsbawm, Prefazione a Karl Marx, Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 8.
6. David McLellan, Marx’s Grundrisse, Paladin, St. Albans 1973, p. 14.
7. David McLellan, Ivi, p. 25.
8. Martin Nicolaus, Introduzione ai Grundrisse, in Martin Nicolaus–Moishe Postone–Helmut Reinicke, Dialettica e proletariato. Dibattito sui «Grundrisse» di Marx, La Nuova Italia, Firenze, 1978.
9. Cfr. la tabella cronologica delle traduzioni dei Grundrisse nell’appendice I. Alle traduzioni indicate vanno inoltre aggiunti i compendi parziali realizzati in lingua svedese, Karl Marx, Grunddragen i kritiken av den politiska ekonomin, Lund, Stockholm 1971, e in macedone, Karl Marx, Osnovi na kritikata na političkata ekonomija (grub nafrlok): 1857-1858, Komunist, Skopje 1989, nonché le traduzioni dell’ Introduzione e delle Forme che precedono la produzione capitalistica, realizzate in moltissime lingue: dal vietnamita al norvegese, dall’arabo all’olandese e al bulgaro.
10. Questa cifra è stata calcolata sommando le tirature rinvenute nel corso delle ricerche svolte in tutti i paesi. Per maggiori informazioni si veda la sezione “Dissemination and reception of Grundrisse in the world” del volume Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, a cura di Marcello Musto, Routledge, London/New York 2008, pp. 177-280.
11. Roman Rosdolsky, Genesi e struttura del «Capitale» di Marx, Laterza, Bari 1971, p. 5.
12. Vitalij Vygodskij, Introduzione ai Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1974, p. 43.
13. Louis Althusser, Leggere il capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 34.
14. Cfr. Lucien Sève, Penser avec Marx aujourd’hui, La Dispute, Paris 2004, che ricostruisce come “con l’eccezione di qualche testo quale l’ Introduzione (…) Althusser non ha mai letto i Grundrisse, nel vero senso della parola leggere”, p. 29. Parafrasando l’espressione di Gaston Bachelard utilizzata da Althusser di coupure épistémologique (rottura epistemologica), Seve parla di una “artificiale rottura bibliografica(coupure bibliographique) tale da indurre le vedute più erronee sulla genesi e dunque anche sulla consistenza del pensiero marxiano pervenuto alla maturità”, p. 30.
15. Kiriro Morita – Toshio Yamada, Komentaru keizaigakuhihan’yoko (Commentario sui Grundrisse), Nihonhyoronsha, Tokyo 1974.
16. Projektgruppe Entwicklung des Marxschen Systems, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf). Kommentar, VSA, Hamburg 1978.
17. Aa. Vv., Pervonachal’nuy variant „Kapitala“ (Ekonomicheskie rukopisi K. Marksa 1857–1858 godov (La prima versione de Il capitale. I manoscritti economici di K. Marx del 1857-1858), Politizdat, Moskva 1987.
18. Cfr. Marcello Musto, The rediscovery of Karl Marx, in International Review of Social History, 2007/3, pp. 477-98.
19. Roman Rosdolsky, op. cit., p. 8.

Categories
Book chapter

Al tempo dei Grundrisse

9.1 L’appuntamento con la rivoluzione
Nel 1848, l’Europa fu scossa dal succedersi di numerose insurrezioni popolari ispirate ai principi di libertà politica e giustizia sociale. La debolezza di un movimento operaio appena nato, l’abbandono da parte della borghesia di quegli ideali inizialmente condivisi e la violenta repressione militare furono però all’origine, in poco tempo e dovunque, del ritorno al potere dei governi conservatori.

Marx appoggiò i moti rivoluzionari attraverso il quotidiano «Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie [Nuova gazzetta renana. Organo della democrazia]», di cui fu fondatore e redattore capo. Dalle colonne del giornale egli svolse un’intensa opera di agitazione, sostenendo le ragioni degli insorti e incitando il proletariato a promuovere «la rivoluzione sociale e repubblicana»1. Durante quel tempo, egli visse tra Bruxelles, Parigi e Colonia, soggiornò a Berlino, Vienna, Amburgo e in molte altre città tedesche, stabilendo in ogni luogo relazioni per rafforzare e sviluppare le lotte in corso. A causa di questa incessante attività militante, egli fu raggiunto, prima in Belgio e poi in Prussia, da decreti di espulsione, e quando, durante la presidenza di Napoleone III, il nuovo governo francese gli intimò di lasciare Parigi, egli decise di recarsi a Londra.

I primi anni dell’esilio inglese furono caratterizzati dalla miseria più profonda e dalle malattie, che provocarono anche la drammatica perdita di tre dei suoi bambini2. Sebbene l’esistenza di Marx non scorse mai agevolmente, questa fase rappresentò senza dubbio il suo momento peggiore. Dal dicembre del 1850 al settembre del 1856, egli visse con la famiglia in un alloggio di due sole stanze, al numero 28 di Dean Street, a Soho. Le eredità sopraggiunte dopo la morte dello zio e della madre di sua moglie, Jenny von Westphalen, aprirono inaspettatamente uno spiraglio, consentendo il pagamento dei tanti debiti contratti, il disimpegno dal monte di pietà di vestiti e oggetti personali e il trasferimento in una nuova abitazione.

Dall’autunno del 1856, infatti, i coniugi Marx, con le loro tre figlie, Jenny, Laura ed Eleanor, e la fedele governante Helene Demuth – che era parte integrante della famiglia –, si stabilirono nella periferia nord di Londra, al numero 9 di Grafton Terrace, dove gli affitti erano più convenienti. L’edificio, nel quale rimasero fino al 1864, si trovava in un’area di recente urbanizzazione, priva di strade battute che la collegassero al centro e avvolta nell’oscurità durante la notte. Tuttavia, essi abitavano finalmente in una vera casa, requisito minimo affinché la famiglia avesse «almeno l’apparenza della rispettabilità»3.

Nel corso del 1856 Marx aveva tralasciato del tutto gli studi di economia politica, ma l’avvento della crisi finanziaria internazionale mutò di colpo questa situazione. In un’atmosfera di grande incertezza, che si trasformò in panico diffuso e concorse a determinare fallimenti ovunque, Marx sentì che stava per ripresentarsi il momento dell’azione e, prevedendo i futuri sviluppi della recessione, scrisse a Friedrich Engels: «io non credo che noi potremo restare ancora a lungo qui a guardare»4. Questi, da parte sua, era già pervaso da grande ottimismo e delineava all’amico il futuro scenario: «stavolta ci sarà un giorno del giudizio senza precedenti, l’intera industria europea rovinata, tutti i mercati saturi […], tutte le classi abbienti trascinate nella rovina, bancarotta completa della borghesia, guerra e disordine al massimo grado. Credo anch’io che tutto si compierà nell’anno 1857»5.

Alla fine di un decennio contraddistinto dal rifluire del movimento rivoluzionario e nel corso del quale non avevano potuto esercitare un ruolo attivo nel contesto politico europeo, essi ripresero a scambiarsi messaggi fiduciosi sulle prospettive all’orizzonte. L’appuntamento con la rivoluzione, così a lungo atteso, sembrava ora molto vicino e ciò indicava a Marx una priorità su tutte: riavviare la stesura della sua Economia e portarla a termine il più in fretta possibile.

9.2 Nella povertà a Londra
Per dedicarsi con questo spirito alla sua opera, Marx avrebbe avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma la sua situazione personale, ancora estremamente precaria, non gli concesse alcuna tregua. Avendo impegnato le risorse di cui disponeva nella sistemazione della nuova abitazione, egli si ritrovò, fin dal primo mese, privo di soldi per poterne pagare l’affitto. Rivelò dunque a Engels, che al tempo viveva e lavorava a Manchester, tutte le difficoltà della propria condizione: «[sono] senza prospettiva e con le spese familiari in aumento. Non so assolutamente cosa devo fare e, in realtà, sono in una situazione più disperata di cinque anni fa. Credevo di essermi già sorbito la quintessenza di questa merda, ma non è così»6. Questa dichiarazione sorprese profondamente Engels, talmente convinto che in seguito al trasloco la posizione dell’amico si fosse alfine sistemata, da aver speso, nel gennaio del 1857, il denaro ricevuto dal padre per natale nell’acquisto di un cavallo da destinare alla sua grande passione: la caccia alla volpe. Engels, comunque, in questi anni come per l’intera sua vita, non fece mai mancare, a Marx ed alla sua famiglia, tutto il suo appoggio e, preoccupato per il difficile frangente, oltre a inviare a Marx 5 sterline ogni mese, gli raccomandò di rivolgersi sempre a lui in caso di ulteriori difficoltà.

Il ruolo di Engels non si limitò certo al solo sostegno finanziario. Nel profondo isolamento in cui Marx trascorse quegli anni, tramite il fitto carteggio intercorso tra i due, Engels fu l’unico punto di riferimento col quale ingaggiare un confronto intellettuale: «più di ogni altra cosa devo avere la tua opinione»7; il solo amico con cui confidarsi nei momenti di sconforto: «scrivi presto, perché ora le tue lettere mi sono necessarie per rifarmi coraggio. La situazione è schifosa»8; nonché il compagno col quale condividere il sarcasmo che gli accadimenti suggerivano: «invidio i tipi che sanno fare capriole. Deve essere un mezzo stupendo per levarsi di testa la rabbia e la sozzura borghese»9.

Molto presto, infatti, l’incertezza divenne ancora più pressante. L’unica entrata di Marx, accanto all’aiuto garantitogli da Engels, consisteva nei compensi percepiti dal quotidiano «New-York Tribune [La tribuna di New York]». Gli accordi circa la sua collaborazione, da cui ricavava due sterline per articolo, mutarono però con la crisi economica, che aveva investito, di riflesso, anche il giornale statunitense. Sebbene Marx fosse, assieme al viaggiatore e scrittore americano Bayard Taylor, l’unico corrispondente dall’Europa a non essere stato licenziato, il suo contributo fu ridotto da due a un articolo alla settimana e – «quantunque in tempi di prosperità non mi diano mai un centesimo di più»10 – la retribuzione dimezzata. Marx commentò la vicenda con tono umoristico: «c’è una certa ironia del destino nell’essere personalmente coinvolto in queste maledette crisi»11. In ogni caso, poter assistere al collasso finanziario fu per lui uno spettacolo assolutamente impareggiabile: «è bello che i capitalisti, che gridano così tanto contro il “diritto al lavoro”, ora esigono dappertutto “pubblico appoggio” dai governi, e […] fanno insomma valere il “diritto al profitto” a spese della comunità»12 e, a dispetto della sua inquietudine, annunciò a Engels: «per quanto mi trovi io stesso in indigenza, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto a mio agio come con questo crollo»13.

La nascita di un nuovo progetto editoriale rese le circostanze meno disperate. Il direttore del «New-York Tribune», Charles Dana, lo invitò infatti a partecipare alla redazione dell’enciclopedia The New American Cyclopædia [La nuova enciclopedia americana]. La mancanza di denaro lo spinse ad accettare, ma per lasciarsi più tempo da dedicare agli studi, egli affidò ad Engels gran parte dell’attività. Nella divisione del lavoro, che i due svolsero dal luglio del 1857 al novembre del 1860, Engels redasse le voci di carattere militare – ossia la maggioranza di quelle previste –, mentre Marx compilò diversi schizzi biografici. Pur se il compenso offerto, solo due dollari per pagina, era molto basso, esso costituiva pur sempre un’integrazione al disastrato bilancio. Per questo motivo, Engels lo invitò a farsi assegnare da Dana quante più voci possibili: «tanta solida scienza possiamo facilmente fornire, finché ce ne derivi in compenso il solido oro californiano»14; mentre Marx, nella stesura dei suoi articoli, seguì spesso il principio: «essere il meno concisi possibile, finché si può farlo senza divenire insulsi»15.

Nonostante gli sforzi, lo stato delle sue finanze non migliorò affatto. Esso divenne, anzi, talmente insostenibile che, assalito da creditori paragonati a «lupi famelici»16 e in assenza finanche del carbone per riscaldarsi nel freddo inverno di quell’anno, nel gennaio del 1858 dichiarò a Engels: «se questa situazione dura, preferirei stare 100 tese sotto terra piuttosto che seguitare a vegetare così. Essere sempre fastidioso agli altri e, per di più, essere personalmente tormentato di continuo dalle più piccole miserie, è alla lunga insopportabile»17. In queste condizioni riservò le considerazioni più amare anche alla sfera degli affetti: «privatamente, penso, conduco la vita più agitata che si possa immaginare. […] Per la gente che abbia delle aspirazioni più vaste non c’è peggiore stupidaggine che sposarsi e consegnarsi così alle piccole miserie della vita domestica e privata»18.

La povertà non fu il solo spettro ad assillare Marx. Come per gran parte della sua travagliata esistenza, egli fu affetto, anche durante questo periodo, da diversi malanni. Nel marzo del 1857 l’eccessivo lavoro notturno gli causò un’infiammazione agli occhi; in aprile fu vittima di dolori ai denti; in maggio soffrì ripetutamente di disturbi al fegato, per debellare i quali venne «imbottito di farmaci». Fortemente debilitato, fu incapace di lavorare per tre settimane. Riferì allora a Engels: «per non perdere del tutto il tempo, mi sono impadronito, in mancanza di meglio, della lingua danese»; comunque «stando alle promesse del dottore, c’è la prospettiva di tornare ad essere un uomo per la settimana prossima. Per il momento, sono ancora giallo come una mela cotogna e molto più irritato»19.

Di lì a poco, un evento ben più grave occorse alla famiglia Marx. All’inizio di luglio, infatti, Jenny diede alla luce il loro ultimo figlio, ma il bimbo, nato troppo debole, morì subito dopo il parto. Provato dal nuovo lutto, Marx confessò di getto a Engels:

in sé e per sé questa non è una disgrazia. Tuttavia […] le circostanze che hanno provocato questo esito sono state tali da riportare il ricordo straziante [probabilmente la morte di Edgar (1847-55), l’altro figlio perso precedentemente]. Non è possibile trattare per lettera un simile argomento20. Engels fu molto scosso da questa dichiarazione e rispose: «bisogna che ti vada assai male perché tu scriva così. Tu puoi accettare stoicamente la morte del piccolo, ma difficilmente lo potrà tua moglie»21.

Lo scenario si complicò ancor più quando anche Engels si ammalò e, colpito gravemente da una febbre ghiandolare, non poté lavorare per tutta l’estate. A quel punto, Marx fu in seria difficoltà. Venute a mancare le voci dell’amico da inviare all’enciclopedia, per guadagnare tempo, finse di avere spedito un gruppo di manoscritti a New York, sostenendo poi che essi fossero stati smarriti dalle poste. Malgrado ciò, la pressione cui era sottoposto non diminuì. Quando gli avvenimenti legati alla rivolta dei sepoy in India divennero sempre più eclatanti, il «New-York Tribune» si aspettava l’analisi dei fatti dal suo esperto22, ignorando che gli articoli riguardanti le questioni militari, in realtà, erano scritti da Engels. Marx, costretto dagli eventi ad assumere «l’interim del ministero della guerra»23, azzardò la tesi che gli inglesi avrebbero dovuto battere in ritirata all’inizio della stagione delle piogge. Informò Engels della sua scelta in questo modo: «è possibile che io faccia una figuraccia, ma potrò sempre aiutarmi con un po’ di dialettica. Naturalmente ho tenuto le mie enunciazioni in modo tale che avrò ragione anche in caso contrario»24. Marx, comunque, non sottovalutò affatto questo conflitto e, riflettendo sugli effetti che esso avrebbe causato, dichiarò: «col salasso di uomini e lingotti che costerà agli inglesi, l’India è il nostro migliore alleato»25.

9.3 Durante la stesura dei Grundrisse
Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, viceversa, l’opera di un autore che scrisse in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti.

Nel corso dell’autunno del 1857, Engels continuò ad esprimere valutazioni ottimistiche sul corso degli eventi: «il crash americano è stupendo e durerà ancora a lungo. […] Il commercio è di nuovo a terra per tre o quattro anni, adesso abbiamo una possibilità»26 e, dunque, a incoraggiare Marx: «nel 1848 dicevamo: ora viene il nostro momento, ed in un certo senso è venuto, ma questa volta viene in pieno, ora si tratta di vita o di morte»27. D’altra parte, senza nutrire alcun dubbio sullo scoppio della rivoluzione, entrambi si augurarono che essa non esplodesse prima che tutta l’Europa fosse contagiata dalla crisi e gli auspici per «l’anno del tumulto»28furono rimandati al 1858.

Come si legge in una lettera di Jenny von Westphalen all’amico di famiglia Conrad Schramm, il crollo generale produsse effetti positivi su Marx: «può immaginarsi come il Moro sia euforico. La capacità e la facilità di lavoro di un tempo sono tornate e così pure il buon umore e la serenità dello spirito»29. Egli, infatti, avviò una fase di intensa attività intellettuale, nella quale si divise tra gli articoli per il «New-York Tribune», il lavoro per The New American Cyclopædia, il progetto, rimasto poi incompiuto, di scrivere un pamphlet sulla crisi in corso e, naturalmente, i Grundrisse. Gli impegni intrapresi, però, si mostrarono eccessivi anche per le sue rinnovate energie e l’ausilio di Engels si rese nuovamente indispensabile. Al principio del 1858, quando questi si era completamente ristabilito dalla malattia di cui aveva sofferto, Marx gli chiese di tornare a redigere le voci per l’enciclopedia:

mi sembra a volte che se tu, ogni paio di giorni, ne sbrigassi piccole porzioni, potrebbe forse servire come ostacolo alle sbornie che, stando alla conoscenza che ho di Manchester, e coi tempi agitati che corrono, mi sembrano inevitabili e non ti sono affatto di giovamento. […] perché io debbo assolutamente finire gli altri lavori, e mi prendono tutto il tempo, mi dovesse crollare la casa in testa!30

Engels accettò l’energica esortazione di Marx e gli comunicò che, dopo le vacanze, era in lui «subentrato il bisogno di una vita più tranquilla e attiva»31. Tuttavia, il problema principale di Marx era ancora rappresentato dalla mancanza di tempo ed egli se ne lamentò ricorrentemente con l’amico: «ogni volta che sono al [British] Museum, ho un tale mucchio di cose da controllare che il tempo (ora solo fino alle 4) passa prima che io mi guardi intorno. Poi la strada per andarci. Ecco come si perde molto tempo»32. Inoltre, accanto ai problemi di ordine pratico, si aggiunsero quelli di natura teorica: «sono […] così maledettamente frenato da errori di calcolo che, per disperazione, mi sono rimesso a studiare l’algebra. L’aritmetica mi è sempre stata nemica, ma deviando con l’algebra mi rimetto di nuovo in sesto»33. Infine, al rallentamento della stesura dei Grundrisse contribuì la sua scrupolosità, che gli imponeva di ricercare sempre nuovi riscontri per verificare la validità delle proprie tesi. In febbraio, egli espose in questo modo a Ferdinand Lassalle lo stato dei suoi studi:

ti voglio dire come va con l’Economia. Il lavoro è scritto. Da alcuni mesi, infatti, ho il testo finale tra le mani. La cosa però procede molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto da molti anni l’oggetto principale dei propri studi, non appena si deve venire a una resa dei conti finale con loro, mostrano continuamente aspetti nuovi e sollecitano nuove riflessioni.

Nella stessa lettera, Marx si lamentò, ancora una volta, della condizione cui era condannato. Costretto a impiegare gran parte del giorno nella redazione degli articoli giornalistici, affermava: «io non sono padrone, bensì schiavo del mio tempo. Rimane per me soltanto la notte e, molto spesso, attacchi e ricadute di una malattia del fegato disturbano anche questi lavori notturni»34.

In effetti, le malattie erano tornate ad affliggerlo violentemente. Nel gennaio del 1858 rese noto a Engels di essere stato in cura per tre settimane: «avevo esagerato troppo nel lavorare di notte – sostenendomi invero solo con limonate, da una parte, e con un una immensa quantità di tabacco dall’altra»35. In marzo fu «di nuovo molto malandato» con il fegato: «il continuo lavoro notturno e i molti piccoli fastidi durante il giorno, derivanti dalle condizioni economiche della mia situazione domestica, mi causano spesso, in questi ultimi tempi, delle ricadute»36. Ancora in aprile dichiarò: «mi sento così male per la storia della mia bile che questa settimana non posso né pensare, né leggere, né scrivere, né fare qualsiasi cosa, eccetto gli articoli per il Tribune. Questi, naturalmente, non li devo saltare, perché, appena possibile, devo saldare i miei debiti per evitare la rovina»37.

In quel periodo, Marx aveva completamente rinunciato ai rapporti politici organizzati e alle relazioni private: ai pochi amici rimasti raccontava di vivere «come un eremita»38 o che «il paio di conoscenti li si vede di rado, e tutto sommato non è una gran perdita»39. Ad alimentare le sue speranze, e a svolgere una funzione di pungolo per il prosieguo del suo lavoro, restarono, accanto al continuo incoraggiamento di Engels, la recessione e la sua diffusione su scala mondiale: «tutto sommato, la crisi ha scavato come una brava vecchia talpa»40. Il carteggio con Engels documenta gli entusiasmi suscitati nel suo animo dal procedere degli avvenimenti. In gennaio, dopo aver letto le notizie del «Manchester Guardian [Il difensore di Manchester]» che giungevano da Parigi, esclamò: «pare che tutto vada meglio di quanto ci si aspettava»41 e, a fine marzo, commentando gli sviluppi dei fatti, aggiunse: «in Francia il fracasso va avanti nel miglior modo possibile. Sarà difficile che la calma duri oltre l’estate»42. E se pochi mesi prima aveva pessimisticamente affermato:

«dopo le esperienze degli ultimi dieci anni, il disprezzo per le masse come per gli individui deve essere così cresciuto in ogni essere pensante che odi profanum vulgus at arceo è una regola di vita quasi imposta. Ciò nonostante, anche questi sono stati d’animo da filisteo, che verranno spazzati via dalla prima tempesta»43, in maggio sosteneva soddisfatto: «nell’insieme il periodo attuale è gradevole. A quanto pare la storia è in procinto di prendere ancora un nuovo inizio e i segni della dissoluzione ovunque sono deliziosi per ogni mente che non sia propensa alla conservazione dello stato di cose esistenti»44.

Anche Engels non fu da meno. Con grande fervore riferì a Marx che nel giorno dell’esecuzione di Felice Orsini, il democratico italiano autore del fallito attentato a Napoleone III, si era svolta a Parigi una grande manifestazione operaia di protesta: «in un periodo in cui il grande fracasso si avvicina, è bello assistere ad un appello del genere e sentire rispondere da centomila uomini: presente!»45. Egli, inoltre, in funzione dei possibili sviluppi rivoluzionari, studiò l’imponente consistenza delle truppe francesi e avvertì Marx che, per vincere, sarebbero state necessarie la formazione di società segrete nell’esercito oppure, come nel 1848, una presa di posizione anti-bonapartista della borghesia. Presagì, infine, che le secessioni dell’Ungheria e dell’Italia e le insurrezioni slave avrebbero duramente colpito l’Austria, vecchio bastione reazionario, e che a ciò si sarebbe aggiunto un contraccolpo generalizzato della crisi in tutte le grandi città e nei distretti industriali. Insomma, ne era convinto: «dopo tutto, ci sarà un violento fracasso»46. Guidato da questo ottimismo, Engels riprese i suoi esercizi di equitazione, ma stavolta con un obiettivo in più; scrisse infatti a Marx: «ieri ho saltato col mio cavallo un terrapieno e una siepe alti cinque piedi e qualche pollice: il salto più alto che abbia mai fatto […] quando torneremo di nuovo in Germania, avremo certamente qualcosa da insegnare alla cavalleria prussiana. Sarà difficile per quei signori starmi dietro»47. La risposta fu di ironico compiacimento: «mi congratulo con te per le tue prodezze equestri. Soltanto non fare salti troppo pericolosi, perché presto verrà un’occasione più importante per rischiare di rompersi il collo. Non credo sia la cavalleria la specialità in cui tu sei più necessario per la Germania»48.

La vita di Marx, invece, si complicò ulteriormente. In marzo, Lassalle gli comunicò che l’editore Franz Duncker di Berlino aveva accettato di pubblicarne l’opera in fascicoli, ma, paradossalmente, questa buona notizia si trasformò in un ulteriore fattore destabilizzante. Una nuova causa di turbamento andò ad aggiungersi alle altre: l’ansia. Come riportato nell’ennesimo bollettino medico indirizzato ad Engels, stilato nell’occasione da Jenny von Westphalen,

bile e fegato sono di nuovo in subbuglio. […] Al peggioramento delle sue condizioni contribuisce molto l’inquietudine morale e l’agitazione, che naturalmente ora, dopo la conclusione del contratto con l’editore, è ancora maggiore e cresce di giorno in giorno, perché gli è assolutamente impossibile portare a termine il lavoro49.

Durante l’intero mese di aprile Marx fu colpito dal più violento attacco di fegato di cui avesse mai sofferto e non poté lavorare affatto. Egli si concentrò esclusivamente sui pochi articoli da mandare al «New-York Tribune», indispensabili a garantire la sopravvivenza, e fu costretto, per giunta, a dettarli alla moglie, prestata al «servizio di segretaria»50. Non appena riuscì di nuovo a impugnare la penna, informò Engels che la causa del suo silenzio era stata semplicemente l’«incapacità di scrivere», manifestatasi «non solo letterariamente, ma nel senso letterale della parola». Affermò, inoltre, che «l’ansia continua di rimetter[si] al lavoro e poi, di nuovo, l’incapacità di farlo, avevano contribuito a peggiorare il male». Le sue condizioni restavano comunque pessime:

non sono in grado di lavorare. Se mi metto a scrivere per un paio di ore, devo stare sdraiato tutto dolorante un paio di giorni. Mi aspetto, per tutti i diavoli, che questo stato di cose finisca con la prossima settimana. Non poteva mai essermi più inopportuno di adesso. Evidentemente, durante l’inverno ho esagerato nel lavorare di notte. Hinc illae lacrimae 51.

Provò, allora, a ribellarsi alla malattia, ma dopo aver assunto grandi dosi di farmaci, e senza averne tratto alcun beneficio, si arrese alle indicazioni terapeutiche del medico che gli impose di cambiare aria per una settimana e di «desistere, per un certo tempo, da ogni lavoro intellettuale»52. Decise così di raggiungere Engels, al quale annunciò: «ho appeso il dovere a un chiodo»53. Naturalmente, poi, nei venti giorni trascorsi a Manchester, egli continuò a lavorare al Capitolo sul capitale e scrisse le ultime pagine dei Grundrisse.

9.4 In lotta con la società borghese
Rientrato a Londra, Marx avrebbe dovuto redigere il testo da dare alle stampe. Tuttavia, nonostante fosse già in ritardo con l’editore, ne differì ancora la stesura. La sua natura ipercritica prevalse, anche in quella occasione, sulle esigenze pratiche. Comunicò infatti a Engels:

durante la mia assenza è uscito a Londra un libro di Maclaren su tutta la storia del denaro circolante che, secondo gli estratti dell’Economist, è di prim’ordine. Il libro non è ancora in biblioteca […]. Io devo naturalmente leggerlo prima di scrivere il mio. Perciò mandai mia moglie alla City dalla casa editrice, ma con spavento trovammo che esso costa nove scellini e sei pence, cioè più di quanto conteneva la nostra cassaforte. Mi faresti perciò un grande favore se potessi inviarmi un vaglia per l’ammontare di questa somma. È probabile che nel libro non ci sia nulla di nuovo per me, solo che, vista l’importanza datagli dall’Economist, e dopo gli estratti che io stesso ho letto, la mia coscienza teorica non mi permette di procedere senza conoscerlo54.

La “pericolosità” delle recensioni dell’«Economist [L’economista]» sulla già provata quiete familiare, la moglie Jenny spedita in centro per procurarsi l’origine dei nuovi dubbi teorici, i risparmi che non bastavano ad acquistare neanche un libro e le consuete richieste all’amico di Manchester che dovevano essere puntualmente esaudite: come meglio descrivere la vita di Marx durante quegli anni e, in particolare, di cosa fosse capace la sua «coscienza teorica»55?

Oltre alla sua complessa indole, le due “nemiche” di sempre, malattia e miseria, contribuirono a ritardare ancora il completamento del suo lavoro. Le sue condizioni di salute, come testimoniano i racconti a Engels, peggiorarono nuovamente: «il malessere di cui ho sofferto prima di partire per Manchester fu di nuovo – per tutta l’estate – cronico, sicché scrivere anche un po’ mi costa uno sforzo enorme»56. Inoltre, questi mesi furono segnati da insopportabili affanni economici che lo obbligarono a convivere, costantemente, con lo «spettro di un’inevitabile catastrofe finale»57. Di nuovo in preda alla disperazione, in luglio Marx spedì a Engels una lettera che documenta icasticamente la realtà in cui visse:

è necessario considerare in comune se, in qualche modo, si può trovare una via d’uscita all’attuale situazione, perché non è assolutamente più sostenibile. Il risultato immediato è stato che io sono già completamente incapace di lavorare, mentre in parte perdo il tempo migliore correndo qua e là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia forza di astrazione, forse in conseguenza del maggiore deperimento fisico, non resiste più agli strazi della casa. Mia moglie ha i nervi logorati per questa miseria […]. L’intera faccenda si riduce a questo: le esigue entrate non sono mai destinate al mese che viene, ma bastano sempre solo per i debiti […] così questa miseria non è rimandata che di quattro settimane, durante le quali bisogna pure, in una maniera o in un’altra, tirare avanti. […] neanche vendere all’asta i miei mobili basterebbe a placare i creditori di qui ed assicurarmi una ritirata senza ostacoli in un buco qualsiasi. Lo spettacolo di rispettabilità mantenuto finora è stato il solo mezzo per impedire un crollo. Io, per conto mio, me ne fregherei di vivere a Whitechapel [il quartiere orientale di Londra dove, all’epoca, abitava grande parte della popolazione operaia], se potessi finalmente trovare un’ora di tranquillità e dedicarmi ai miei lavori. Per mia moglie, però, nel suo stato di salute, una metamorfosi del genere potrebbe avere delle conseguenze pericolose; e anche per le ragazze, che attraversano l’adolescenza, non sarebbe proprio adatto. […] Non augurerei ai miei peggiori nemici di passare attraverso il pantano in cui mi trovo da otto settimane, con la più grande rabbia per giunta che il mio intelletto, attraverso le più grandi seccature, va in malora e la mia capacità di lavoro sarà spezzata 58.

Malgrado lo stato di estrema indigenza, Marx non si lasciò sopraffare dalla precarietà della propria condizione e, riferendosi all’intento di completare la sua opera, dichiarò all’amico Joseph Weydemeyer: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una macchina per fare denaro»59.

Intanto, col trascorrere dei mesi, la crisi economica si affievolì e ben presto i mercati ripresero a funzionare regolarmente60. In agosto, infatti, Marx si rivolse scoraggiato a Engels: «nelle ultime settimane il mondo è ridiventato maledettamente ottimista»61; e questi, riflettendo sul modo in cui era stata assorbita la sovrapproduzione di merci, asserì: «non si era ancora mai visto un deflusso così rapido di una ondata tanto violenta»62. La certezza della rivoluzione alle porte, che aveva animato entrambi dall’autunno del 1856 e aveva stimolato Marx a scrivere i Grundrisse, lasciò il posto alla più cocente disillusione: «non c’è guerra. Tutto è borghese»63. E se Engels si scagliò contro il «sempre maggiore imborghesimento del proletariato inglese», fenomeno che, a suo giudizio, avrebbe portato la nazione sfruttatrice del mondo intero ad avere un «proletariato borghese accanto alla borghesia»64, Marx si aggrappò, fino all’ultimo, ad ogni episodio minimamente significativo: «nonostante la svolta ottimistica del commercio mondiale […] è almeno consolante che in Russia sia cominciata la rivoluzione, perché io considero la convocazione generale dei “notabili” a Pietroburgo quale suo inizio». Le sue speranze investirono anche la Germania – «in Prussia le cose stanno peggio che nel 1847» – nonché la sollevazione della borghesia ceca per l’indipendenza nazionale: «ci sono dei moti straordinari tra gli slavi, specialmente in Boemia, che invero sono controrivoluzionari, ma offrono fermento al movimento». Infine, causticamente, come se si sentisse tradito, affermò: «non farà per niente male ai francesi se vedranno che il mondo si è mosso anche senza di loro»65.

Tuttavia, Marx dovette arrendersi all’evidenza: la crisi non aveva provocato le conseguenze sociali e politiche previste con tanta sicurezza. Eppure, egli era ancora fermamente persuaso che la rivoluzione in Europa fosse solo questione di tempo e che il problema, semmai, si sarebbe posto rispetto ai nuovi scenari mondiali aperti dalle trasformazioni economiche. Così, in una sorta di bilancio politico degli avvenimenti più recenti e di riflessione sulle prospettive future, scrisse a Engels:

Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta, il suo XVI secolo – un XVI secolo che spero suonerà a morte per lei come il primo che l’adulò in vita. Il vero compito della società borghese è la creazione del mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggia sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, mi sembra che, con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura della Cina e del Giappone, questo compito sia stato portato a termine. La questione difficile per noi è: sul continente la rivoluzione è imminente e prenderà anche subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente soffocata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è ancora ascendente su un’area molto maggiore?66

Questi pensieri racchiudono due delle più significative previsioni di Marx: quella giusta, che lo portò a intuire, più di ogni altro suo contemporaneo, lo sviluppo su scala mondiale del capitalismo, e quella errata, legata alla convinzione dell’avvento ineluttabile della rivoluzione proletaria in Europa. Le lettere ad Engels contengono, infine, le mordaci critiche che Marx rivolse a quanti, pur militando nel campo progressista, restavano pur sempre suoi avversari politici. Esse toccarono, oltre a uno dei suoi bersagli preferiti, Pierre Joseph Proudhon, principale esponente del socialismo al tempo egemone in Francia, che Marx considerò il «falso fratello»67 di cui il comunismo doveva sbarazzarsi, molti altri esponenti politici. Con Lassalle, ad esempio, Marx ebbe frequentemente un rapporto di rivalità e quando ricevette il suo ultimo libro, La filosofia di Eraclito, l’oscuro di Efeso, non si smentì e lo liquidò come «un insulso pasticcio»68. Nel settembre del 1858 Giuseppe Mazzini pubblicò il suo nuovo manifesto sulla rivista «Pensiero ed Azione», ma Marx, che non nutriva dubbi sul suo conto, profferì: «sempre il vecchio somaro»69, che invece di analizzare le ragioni della sconfitta del 1848-49, «ancora si affanna a propagandare panacee per la cura della […] paralisi politica»70 dell’emigrazione rivoluzionaria. Riferendosi invece a Julius Fröbel, deputato dell’assemblea di Francoforte del 1848-49 e tipico rappresentante dei democratici tedeschi rifugiatisi all’estero e poi allontanatisi dalla vita politica, inveì: «tutti questi individui appena hanno trovato il loro pane e formaggio, chiedono solo un pretesto qualsiasi per dire addio alla lotta»71. Infine, più ironico che mai, derise la “attività rivoluzionaria” di Karl Blind, uno dei capi dell’emigrazione tedesca a Londra:

attraverso un paio di conoscenti ad Amburgo, egli fa recapitare ai giornali inglesi lettere (da lui stesso redatte), nelle quali si parla dello scalpore che fanno i suoi libelli anonimi. In seguito, i suoi amici scrivono di nuovo sui giornali tedeschi quale gran conto [ne] abbiano dato quelli inglesi. Questo, vedi, significa essere un uomo d’azione 72.

L’impegno politico di Marx fu di tutt’altra natura. Se egli non smise mai di lottare contro la società borghese, con eguale costanza conservò la consapevolezza che, in questa battaglia, il suo compito principale era quello di forgiare la critica del modo di produzione capitalistico, per assolvere il quale erano necessari uno studio rigorosissimo dell’economia politica e l’analisi costante degli avvenimenti economici. Per questa ragione, nelle fasi in cui la lotta di classe cedette il passo al riflusso, egli decise di utilizzare le proprie forze nel miglior modo possibile e si tenne lontano dai vani complotti e dagli intrighi personali cui si riducevano le contese politiche dell’epoca: «dal processo di Colonia [quello contro i comunisti del 1853], mi sono completamente ritirato nella mia stanza da studio. Il mio tempo mi era troppo prezioso per sciuparlo in fatiche inutili e litigi meschini»73. Infatti, nonostante lo stillicidio delle tante difficoltà, Marx proseguì nel suo lavoro e, nel giugno del 1859, pubblicò Per la critica dell’economia politica. Primo fascicolo, scritto di cui i Grundrisse erano stati il più ampio laboratorio iniziale.

Simili ai precedenti, per Marx volse al termine anche quell’anno, così riassunto da sua moglie Jenny: «[il] 1858 non fu per noi né buono né cattivo; fu un anno in cui i giorni si susseguirono, ciascuno completamente uguale all’altro. Mangiare e bere, scrivere articoli, leggere i giornali e andare a spasso: questa fu tutta la nostra vita»74. Giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, Marx continuò a lavorare alla sua opera per il resto della vita. A guidarlo nel gravoso lavoro di stesura dei Grundrisse e dei tanti altri voluminosi manoscritti preparatori di Il capitale, assieme alla grande determinazione della sua personalità, vi fu l’inestirpabile certezza che la sua esistenza apparteneva al socialismo, la causa dell’emancipazione di milioni di donne e uomini.

References
1. K. Marx, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 176.
2. Alla loro morte si aggiunse, nel luglio del 1857, quella di un altro figlio morto poco dopo il parto.
3. J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 216. Secondo la moglie di Marx, quel cambiamento era divenuto assolutamente necessario: «poiché tutti diventavano filistei, non potevamo continuare a vivere come bohémiens», Ibid. Sulla vita di Marx nella capitale inglese cfr. A. Briggs – J. Callow, Marx in London, Lawrence and Wishart, London 2008.
4. Karl Marx a Friedrich Engels, 26 settembre 1856, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 76.
5. Friedrich Engels a Karl Marx, dopo il 26 settembre 1856, ivi, p. 78.
6. Karl Marx a Friedrich Engels, 20 gennaio 1857, ivi, p. 98.
7. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 333.
8. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 marzo 1857, ivi, p. 114.
9. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1857, ivi, p. 103.
10. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 599.
11. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 ottobre 1857, ivi, p. 216.
12. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, ivi, p. 236.
13. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 novembre 1857, ivi, p. 217.
14. Friedrich Engels a Karl Marx, 22 aprile 1857, ivi, p. 131.
15. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299. Anche se contengono alcune riflessioni interessanti, gli articoli per l’enciclopedia furono bollati da Engels come «lavori a puro scopo di guadagno […] che possono tranquillamente restare sepolti», cfr. Friedrich Engels a Hermann Schlüter, 29 Gennaio 1891, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 18. Per l’edizione italiana di questi scritti, si rimanda al volume di recente pubblicazione K. Marx – F. Engels, Voci per The New American Cyclopædia, Lotta Comunista, Milano 2003.
16. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 234.
17. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 gennaio 1858, ivi, p. 280.
18. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299.
19. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 maggio 1857, ivi, p. 141.
20. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 luglio 1857, ivi, p. 154.
21. Friedrich Engels a Karl Marx, 11 luglio 1857, ivi, p. 155.
22. Marx si era già occupato a lungo dell’India durante il 1853. Cfr. i saggi I. Habib, Marx’s Perception of India; e Prabhat Patnaik, Appreciation: The Other Marx, contenuti in K. Marx, India (a cura di Iqbal Husain), Tulika Books, New Delhi 2006, pp. xix-liv e lv-lxviii. In proposito cfr. anche A. Ahmad, In Theory: Classes, Nations, Literatures, Verso, London 1992, cap. 5: Marx on India: A Clarification.
23. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 272.
24. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 agosto 1857, ivi, p. 166.
25. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 272.
26. Friedrich Engels a Karl Marx, 29 ottobre 1857, ivi, p. 214.
27. Friedrich Engels a Karl Marx, 15 novembre 1857, ivi, p. 223.
28. Friedrich Engels a Karl Marx, 31 dicembre 1857, ivi, p. 258.
29. Jenny Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 686.
30. Karl Marx a Friedrich Engels, 5 gennaio 1858, ivi, pp. 260-1.
31. Friedrich Engels a Karl Marx, 6 gennaio 1858, ivi, p. 262.
32. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 gennaio 1858, ivi, p. 269.
34. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 577.
35. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 273.
36. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, p. 326.
37. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 329.
38. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 21 dicembre 1857, ivi, p. 575.
39. Karl Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 573.
40. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 300.
41. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1858, ivi, p. 276.
42. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, pp. 326-7
43. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 579. La citazione latina «ho in odio la plebe ignorante e le sto lontano» è tratta da Orazio, Odi Epodi, libro III, 1, Garzanti, Milano 2005, p. 147 (traduzione modificata dall’autore).
44. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 588.
45. Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 319.
46. Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 322.
47. Friedrich Engels a Karl Marx, 11 febbraio 1858, ivi, p. 293.
48. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 febbraio 1858, ivi, pp. 294-95.
49. Jenny Marx a Friedrich Engels, 9 aprile 1858, ivi, p. 689.
50. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 aprile 1857, ivi, p. 132.
51. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 aprile 1858, ivi, p. 339. La citazione latina «ecco il motivo delle lacrime» è tratta da Terenzio, Andria, Atto 1 scena 1, Mondadori, Milano 1993, p. 19.
52. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 587.
53. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 maggio 1858, ivi, p. 342.
54. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, pp. 343-4.
55. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, p. 344.
56. Karl Marx a Friedrich Engels, 21 settembre 1858, ivi, p. 369.
57. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, p. 354.
58. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, pp. 354-7.
59. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 600.
60. Sui principali eventi della crisi del 1857 si rimanda a: J. S. Gibbons, The Banks of New-York, Their Dealers, the Cleaning House, and the Panic of 1857, Appleton & Co., New York 1859, in particolare pp. 343-99; D. Morier Evans, The History of the Commercial Crisis, 1857-58, Burt Franklin, New York 1860; Charles W. Calomiris e Larry Schweikart, The Panic of 1857: Origins, Transmission, and Containment, in «Journal of Economic History», vol. 51 (1991), n. 4, pp. 807–34.
61. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 agosto 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 367.
62. Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.
63. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 dicembre 1858, ivi, p. 390.
64. Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.
65. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 376.
66. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, pp. 376-7.
67. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 602.
68. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.
69. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 375.
70. K. Marx, Il nuovo manifesto di Mazzini, 13 Ottobre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 38.
71. Karl Marx a Friedrich Engels, 24 novembre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 386.
72. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 novembre 1858, ivi, p. 382.
73. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 601.
74. J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, op. cit., p. 217.

Bibliografia
Engels, Friedrich, Marx and Engels Collected Works, vol. 49: Letters 1890-92, Lawrence and Wishart, Londra 2002.
Marx, Jenny, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977.
Marx, Karl, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976.
Marx, Karl, Il nuovo manifesto di Mazzini, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983.
Marx, Karl – Engels, Friedrich, Lettere 1856-1859, in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol. LX, Editori Riuniti, Roma 1973.
Marx, Karl – Engels, Friedrich, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982.
Orazio, Odi Epodi, Garzanti, Milano 2005.
Terenzio, Andria, Mondadori, Milano 1993.

Categories
Book chapter

Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857

4.I Storia e individuo sociale
Nel 1857, Marx era convinto che la crisi finanziaria, in corso a livello internazionale, avrebbe creato le condizioni per una nuova fase rivoluzionaria in tutta l’Europa. Dopo le insurrezioni popolari del 1848, egli aveva costantemente atteso questo momento e, ora che pareva finalmente giunto, non voleva farsi cogliere impreparato dagli eventi. Decise, dunque, di riprendere i suoi studi economici e di dare loro forma compiuta.

Da dove cominciare? In che modo intraprendere il progetto, così impegnativo e ambizioso, più volte avviato ed interrotto durante la sua esistenza, di critica dell’economia politica? Fu questa la prima questione che Marx si pose alla ripresa del lavoro. Due circostanze furono determinanti per orientare la sua scelta. Anzitutto, egli riteneva che la scienza economica, nonostante la validità di alcune teorie, fosse ancora priva di un procedimento conoscitivo che le permettesse di intendere ed illustrare correttamente la realtà . Inoltre, egli avvertiva l’esigenza di stabilire gli argomenti e l’ordine di esposizione della sua opera, prima di iniziarne la stesura. Queste ragioni lo indussero ad affrontare, in modo approfondito, il metodo che avrebbe dovuto adottare per la sua ricerca ed a formularne i principi guida. Il risultato di queste riflessioni fu uno dei manoscritti più dibattuti della sua opera: la cosiddetta [Introduzione] del 1857.

L’intento di Marx non fu certo quello di redigere un sofisticato trattato metodologico. Al contrario, egli volle mettere in chiaro, a se stesso prima che ai suoi lettori, come orientarsi prima di procedere lungo l’accidentato percorso critico che aveva davanti a sé. Inoltre, tale delucidazione gli era necessaria per rielaborare la grande mole di studi di economia accumulata sin dalla metà degli anni Quaranta. Così, accanto alle osservazioni incentrate sull’utilizzo e l’articolazione delle categorie teoriche, trovarono posto, in queste pagine, alcune formulazioni essenziali del suo pensiero che egli ritenne indispensabile riepilogare – in particolare quelle legate alla concezione della storia –, nonché un’elencazione, del tutto priva di sistematicità, di questioni la cui soluzione permaneva problematica.

Questa miscela di esigenze e proponimenti, il breve tempo nel quale furono redatte – appena una settimana – e, soprattutto, la loro provvisorietà, rendono queste note estremamente complesse e controverse. Ciò nonostante, poiché contiene il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx, l’[Introduzione] costituisce un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero e un snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei [Grundrisse].

Fedele al suo stile, Marx alternò l’esposizione delle proprie idee con la critica alle concezioni dei suoi avversari teorici anche nella [Introduzione], testo che suddivise in quattro differenti paragrafi:

I) La produzione in generale.
II) Il rapporto generale tra produzione, distribuzione, scambio e consumo.
III) Il metodo dell’economia politica.
IV) Mezzi (forze) di produzione e rapporti di produzione, rapporti di produzione e rapporti di circolazione, ecc. .

L’incipit del primo paragrafo è una dichiarazione d’intenti, volta, sin dal principio, a specificare il campo dell’indagine ed a connotarne i criteri storici: «l’oggetto in questione è anzitutto la produzione materiale. Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che producono in società – e perciò dalla produzione socialmente determinata degli individui» . Bersaglio polemico di Marx furono le «robinsonate del XVIII secolo» , il mito di Robinson Crusoe quale paradigma dell’Homo oeconomicus, ovvero l’estensione dei fenomeni tipici dell’era borghese a ogni altra società esistita, comprese quelle primitive. Queste rappresentazioni raffiguravano il carattere sociale della produzione come costante di ogni processo lavorativo e non quale particolarità dei rapporti capitalistici. Allo stesso modo, la società civile (bürgerlichen Gesellschaft), con la cui comparsa si erano create le condizioni affinché «il singolo si svincola dai legami naturali ecc., che fanno di lui, nelle precedenti epoche storiche, un accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano» , pareva essere sempre esistita, anziché, come effettivamente avvenuto, essersi sviluppata nel corso del Settecento. In realtà, prima di questa epoca, l’individuo isolato, caratteristico dell’epoca capitalistica, semplicemente non esisteva. Come affermato in un altro brano dei [Grundrisse]: «originariamente, egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana (Gattungswesen), un essere tribale, un animale da branco» .

Tale dimensione collettiva è condizione per l’appropriazione della terra, la quale rappresenta «il grande laboratorio, l’arsenale che dà i mezzi e il materiale di lavoro, e la sede che costituisce la base della comunità (Basis des Gemeinwesens)» . In presenza di questi rapporti originari, l’attività dell’uomo è legata direttamente alla terra; si realizza «l’unità naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali» , ed il singolo vive in simbiosi diretta con i suoi simili. Anche in tutte le successive forme economiche, aventi per scopo la creazione di valore d’uso e non ancora di scambio ed il cui l’ordinamento è basato sull’agricoltura , il rapporto dell’essere umano «con le condizioni oggettive del lavoro è mediato dalla sua esistenza come membro della comunità» . La singola persona è, in definitiva, soltanto un anello della catena. A tal proposito, Marx formulò nell’[Introduzione] questa convinzione:

quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia (unselbstständig), parte di un insieme più grande: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella tribù come famiglia allargata; più tardi nelle varie forme della comunità, sorta dal contrasto e dalla fusione delle tribù .

Analoghe considerazioni ricorrono nel primo libro de Il capitale. Infatti, a proposito del «tenebroso medioevo europeo», Marx sostenne che invece «dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate» . Anche quando prese in esame la genesi dello scambio dei prodotti, egli ricordò che esso era cominciato dal contatto tra differenti famiglie, tribù o comunità, «poiché agli inizi dell’incivilimento si affrontano autonomamente non le persone private, ma le famiglie, le tribù, ecc» . In definitiva, che l’orizzonte fosse il legame selvaggio di consanguineità o il vincolo medievale di signoria e servitù, entro «limitati rapporti di produzione» (bornirter Productionsverhältnisse), gli individui vissero in una condizione di correlazione reciproca .

Gli economisti classici, al contrario, sulla base di quelle che Marx considerava fantasie di ispirazione giusnaturalistica, avevano invertito questa realtà. In particolare, Adam Smith aveva descritto una condizione primitiva entro la quale non solo l’individuo isolato esisteva già, ma esso era anche capace di produrre al di fuori della società. Stando alla sua raffigurazione, nelle tribù di cacciatori e pastori esisteva una divisione del lavoro in grado di realizzare la specializzazione dei mestieri. La maggiore destrezza di una persona, rispetto alle altre, nel costruire archi e frecce, oppure capanne, faceva di lei una specie di armaiolo o carpentiere di case. La certezza di poter scambiare la parte del prodotto del proprio lavoro che non veniva consumata, con quella che eccedeva la produzione degli altri, «incoraggia[va] ciascuno a dedicarsi a un’occupazione particolare» . Di un simile anacronismo si era reso autore anche David Ricardo. Egli, infatti, aveva concepito il rapporto tra i cacciatori ed i pescatori degli stadi primitivi della società come uno scambio tra possessori di merci, che avveniva sulla base del tempo di lavoro in esse oggettivato .

Così facendo, Smith e Ricardo avevano rappresentato il prodotto più sviluppato della società nella quale vissero – l’individuo borghese isolato – quale manifestazione spontanea della natura. Dalle pagine delle loro opere emergeva un individuo mitologico senza tempo, «posto dalla natura stessa» , le cui relazioni sociali erano sempre le stesse, immutate, ed i cui comportamenti economici assumevano carattere antropologico. D’altronde, secondo Marx, gli interpreti di ogni nuova epoca storica si erano regolarmente illusi dell’idea che le caratteristiche più peculiari del loro tempo fossero state sempre presenti .

Viceversa, Marx affermò che «la produzione del singolo isolato al di fuori della società […] è una tale assurdità quanto lo sviluppo di una lingua senza individui che vivono insieme e che parlano insieme» . Inoltre, contro coloro che raffigurarono l’individuo isolato del XVIII secolo come l’archetipo della natura umana, «non come un risultato storico, ma come il punto di partenza della storia» , egli sostenne che esso compariva, invece, solo con i rapporti sociali più sviluppati. Marx non negò affatto che l’uomo fosse uno ζώον πολιτικόν (zoon politikon), un animale sociale, ma sottolineò che era «un animale che può isolarsi solo nella società» . Dunque, poiché la società civile era sorta soltanto con il mondo moderno, il libero lavoratore salariato dell’epoca capitalistica era comparso solo in seguito ad un lungo processo storico. Esso, infatti, «è il prodotto, da un lato, della dissoluzione delle forme sociali feudali, dall’altro, delle nuove forze produttive sviluppatesi a partire dal XVI secolo» . Del resto, Marx aveva sentito la necessità di ribadire una realtà che riteneva fin troppo evidente, solo perché essa era stata rimessa in discussione nelle opere di Henry Charles Carey, Frédéric Bastiat e Pierre-Joseph Proudhon, apparse durante i vent’anni precedenti.

Dopo aver abbozzato la genesi dell’individuo capitalistico ed aver dimostrato che la produzione moderna corrisponde solo ad un «determinato livello dello sviluppo sociale – [alla] produzione di individui sociali», Marx avvertì una seconda esigenza teorica: svelare la mistificazione compiuta dagli economisti intorno al concetto di «produzione in generale» (Production im Allgemeinen). Essa è un’astrazione, una categoria che non esiste in nessuno stadio concreto della realtà. Poiché, però, «tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, determinazioni comuni (gemeinsame Bestimmungen)», Marx riconobbe che «la produzione in generale è un’astrazione sensata, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune» e, fissandolo, risparmia allo studioso che si cimenta con l’impresa di riprodurre il reale attraverso il pensiero un’inutile ripetizione.

L’astrazione, quindi, acquisì per Marx una funzione positiva. Essa non era più, come affermato nella critica giovanile a Georg W. F. Hegel, sinonimo di filosofia idealistica che si sostituisce al reale e non venne più concepita, come lo era stata nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], quale espressione di generiche formule generali attraverso le quali gli economisti mascheravano la realtà , o, come ribadito nel 1847 in Miseria della filosofia, quale metafisica che trasforma ogni cosa in categorie logiche . Ora che la sua concezione materialistica della storia era stata saldamente elaborata e che il contesto in cui si muovevano le sue riflessioni critiche era profondamente mutato rispetto a quello dei primi anni Quaranta, caratterizzato dalla polemica anti-hegeliana, Marx poté riconsiderare l’astrazione senza i pregiudizi giovanili. Così, diversamente dai rappresentanti della Scuola storica, che proprio nello stesso periodo teorizzarono l’impossibilità di giungere a leggi astratte con valore universale , nei [Grundrisse] Marx riconobbe che l’astrazione poteva svolgere un ruolo fecondo per il processo conoscitivo .

Tuttavia, ciò si sarebbe reso possibile soltanto se l’analisi teorica si fosse mostrata capace di distinguere le determinazioni valide in tutte le fasi storiche da quelle valevoli, invece, solo in particolari epoche, e di conferire a queste ultime la rilevanza che avevano al fine di comprendere il reale. Se, infatti, l’astrazione è utile per rappresentare i fenomeni più estesi della produzione, essa non fornisce, però, la corretta rappresentazione dei suoi momenti specifici, che sono gli unici realmente storici . Se l’astrazione non è integrata dalle determinazioni caratteristiche di ogni realtà storica, la produzione, da fenomeno specifico e differenziato quale è, si trasforma in un processo sempre identico a se stesso, che cela la «diversità essenziale» (wesentliche Verschiedenheit) delle varie forme in cui esso si manifesta. Era proprio questo l’errore commesso dagli economisti che presumevano di mostrare «l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti» . Diversamente dal loro assunto, che estendeva le caratteristiche più singolari della società borghese a tutte le altre epoche storiche, Marx riteneva che fossero i tratti specifici di ogni formazione economico-sociale a rendere possibile la distinzione di queste dalle altre, a causarne lo sviluppo e a consentire allo studioso la comprensione dei reali mutamenti storici .

Nonostante la definizione degli elementi generali della produzione sia «qualcosa di molteplicemente articolato che diverge in differenti determinazioni» – alcune delle quali «appartengono a tutte le epoche, [mentre] altre sono comuni solo ad alcune» –, tra le sue componenti universali vi sono, certamente, il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. Senza un soggetto che produce e un oggetto lavorato, infatti, non può esservi produzione alcuna. Tuttavia, gli economisti facevano rientrare tra i requisiti generali della produzione anche un terzo elemento: «un fondo accumulato di prodotti del lavoro precedente» , ovvero il capitale. La critica di quest’ultimo elemento è essenziale per Marx, al fine di disvelare quello che riteneva un limite fondamentale degli economisti. È evidente anche a Marx che nessuna produzione è possibile senza uno strumento col quale si lavora, fosse questo anche solo la mano, e senza il lavoro passato accumulato, anche nella forma di mero esercizio ripetuto del selvaggio. Tuttavia, ciò che differenzia la sua analisi da quella di Smith, Ricardo e James Stuart Mill è che, seppure essa riconosce il capitale come strumento di produzione e lavoro passato, non ne fa per questo conseguire che esso sia sempre esistito.

In un’altra parte dei [Grundrisse], la questione è esposta più dettagliatamente. Secondo Marx, rappresentare il capitale come se fosse sempre esistito, al modo gli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale «determinazione formale» (Formbestimmung). In questo modo:

il capitale sarebbe esistito in tutte le forme della società, e sarebbe qualcosa di assolutamente astorico. […] Il braccio e soprattutto la mano sono capitale. Capitale sarebbe soltanto un nuovo nome per una cosa vecchia quanto il genere umano, giacché ogni genere di lavoro, anche il meno sviluppato, come la caccia, la pesca ecc., presuppone che il prodotto del lavoro passato sia trasformato come mezzo per il lavoro immediato, vivo […]. Una volta che si è fatta astrazione dalla forma determinata del capitale (der bestimmten Form des Capitals abstrahirt), accentuandone soltanto il contenuto, […] naturalmente nulla è più facile che dimostrare che il capitale è una condizione necessaria di ogni produzione umana. La dimostrazione viene appunto condotta attraverso l’astrazione (Abstraktion) dalle specifiche determinazioni che lo rendono un momento di un particolare livello di sviluppo storico della produzione umana (Moment einer besonders entwickelten historischen Stufe der menschlichen Production) .

In questi passaggi, Marx si riferisce all’astrazione in senso negativo. Astrarre significa prescindere dalle reali condizioni sociali, concepire il capitale come cosa e non come rapporto, ed operare, quindi, una grave falsificazione interpretativa. Nell’[Introduzione], egli assume l’uso delle categorie astratte, ma solo se l’analisi del momento generale non cancella quello particolare e non confonde il secondo nell’indistinto del primo. Per Marx, se si commette l’errore di «concepire il capitale soltanto dal suo lato materiale, come strumento di produzione, prescindendo del tutto dalla forma economica (ökonomischen Form) che fa dello strumento di produzione un capitale» , si cade nella «grossolana incapacità di cogliere le differenze reali» e si rappresenta «un unico rapporto economico che assume nomi diversi» . Ignorare le diversità espresse nel rapporto sociale significa astrarre dalla differenza specifica che è il punto fondamentale di tutto . Dunque, nell’[Introduzione], egli affermò che «il capitale è un rapporto naturale universale (allgemeines), eterno; [… ma] lo è se io trascuro proprio il fattore specifico che solo trasforma lo “strumento di produzione”, il “lavoro accumulato” in capitale» .

D’altronde, Marx aveva già criticato la mancanza di senso storico degli economisti nella Miseria della Filosofia, laddove aveva dichiarato:

gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle artificiali e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due sorta di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro religione è un’emanazione di Dio. Sostenendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali, indipendenti dall’influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma non ce n’è più .

Perché ciò fosse plausibile, gli economisti raffiguravano le circostanze storiche preliminari alla nascita del modo di produzione capitalistico con le sue medesime sembianze, «come risultati della sua esistenza». Infatti, Marx affermò nei [Grundrisse]:

gli economisti borghesi, che considerano il capitale come una forma di produzione eterna e naturale (non storica), cercano poi di giustificarlo presentando le condizioni del suo divenire come condizioni della sua attuale realizzazione, spacciando cioè i momenti in cui il capitalista ancora si appropria in veste di non-capitalista – perché sta soltanto diventandolo – come le vere condizioni in cui egli se ne appropria in veste di capitalista .

Dal punto di vista storico, ciò che divide profondamente Marx dagli economisti classici è che, a differenza delle rappresentazioni di questi ultimi, egli crede che «il capitale non ha cominciato il mondo dal principio, ma ha già trovato produzione e prodotti prima di assoggettarli al suo processo» . Secondo Marx: «le nuove forze produttive e i nuovi rapporti produttivi non si sviluppano dal nulla, né dall’aria, né dal grembo dell’idea che pone se stessa, ma nell’ambito e in antitesi allo sviluppo della produzione esistente e ai rapporti di proprietà tradizionali» . Allo stesso modo, la circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione, che permette al capitalista di trovare operai privi di proprietà e capaci di realizzare lavoro astratto, ovvero il presupposto per cui si realizza lo scambio tra capitale e lavoro vivo, è il risultato di un processo, celato dal silenzio dagli economisti, che «costituisce la storia genetica del capitale e del lavoro salariato» .

Nei [Grundrisse] vi sono diversi passaggi dedicati alla critica della trasfigurazione, operata dagli economisti, di realtà storiche in realtà naturali. Tra queste vi era, ad esempio, il denaro, ritenuto da Marx in tutta evidenza un prodotto storico: «essere denaro non è una proprietà naturale dell’oro e dell’argento» , ma soltanto la determinazione da loro acquisita a partire da un preciso momento dello sviluppo sociale. Lo stesso valeva per il credito. Secondo Marx, il dare e prendere in prestito fu un fenomeno comune a molte civiltà e altrettanto fu l’usura, «ma il dare ed o il prendere a prestito costituiscono tanto poco il credito, quanto lavorare costituisce il lavoro industriale o il lavoro salariato libero. Come rapporto di produzione essenziale sviluppato storicamente, il credito si presenta soltanto nella circolazione fondata sul capitale» . Anche i prezzi e lo scambio esistevano nelle società antiche, «ma sia la progressiva determinazione degli uni attraverso i costi di produzione, sia il predominio dell’altro su tutti i rapporti di produzione, acquisiscono pieno sviluppo soltanto […] nella società borghese, la società della libera concorrenza»; ovvero: «ciò che Adam Smith, alla maniera tipica del XVIII secolo, pone nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, è piuttosto il suo prodotto» . Inoltre, così come criticò gli economisti per la loro mancanza di senso storico, Marx irrise egualmente Proudohn e tutti quei socialisti che ritenevano possibile l’esistenza del lavoro che produce valore di scambio senza che esso si sviluppi in lavoro salariato, del valore di scambio senza che esso si trasformi in capitale o del capitale senza i capitalisti .

Obiettivo principale di Marx in queste pagine iniziali dell’[Introduzione] fu, dunque, quello di affermare la specificità storica del modo di produzione capitalistico. Dimostrare, come ribadì anche nei manoscritti del libro terzo de Il capitale, che esso «non costituisce un modo di produzione assoluto, ma semplicemente storico, corrispondente a una certa, limitata, epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione» .

L’assunzione di questo punto di vista implicava una differente concezione di molte questioni, tra cui quelle del processo lavorativo e delle sue qualità. Nei [Grundrisse], infatti, Marx dichiarò che «gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri delle concezioni di un determinato livello di sviluppo storico della società, che la necessità della oggettivazione delle forze sociali del lavoro appare loro inscindibile dalla necessità dell’estraneazione di queste stesse forze» . La rappresentazione delle forme specifiche del modo di produzione capitalistico come costanti del processo di produzione in quanto tale, perpetrata dagli economisti, fu costantemente contrastata da Marx. Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere.

Eludere la specificità della produzione capitalistica aveva, quindi, conseguenze di natura tanto epistemologica quanto politica. Se da un lato, infatti, risultava di impedimento alla comprensione dei concreti mutamenti storici della produzione, dall’altro, nel delineare le condizioni del presente come inalterate ed inalterabili, raffigurava la produzione capitalistica come la produzione in generale ed i rapporti sociali borghesi quali rapporti naturali dell’uomo. Allo stesso modo, anche la critica di Marx alle teorie degli economisti aveva una duplice valenza. Accanto alla necessità di sottolineare l’indispensabilità della caratterizzazione storica della produzione per comprendere il reale, essa aveva un preciso intento politico: quello di contrastare il dogma dell’immutabilità del modo di produzione capitalistico. La dimostrazione della storicità dell’ordine capitalistico costituiva, infatti, la prova della sua transitorietà e dimostrava il suo possibile superamento.

Eco delle concezioni espresse in questa prima parte dell’[Introduzione] si trova, infine, in una delle ultime pagine dei manoscritti del libro terzo de Il capitale. In essa, Marx affermò che la «identificazione del processo sociale di produzione con il processo lavorativo semplice, che deve compiere anche un uomo artificiosamente isolato, senza alcun aiuto sociale» è una «confusione». Infatti, poiché:

il processo lavorativo è soltanto un processo fra l’uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell’evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali. Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata .

Il capitalismo non è l’unico stadio della storia dell’umanità e non ne è nemmeno l’ultimo. A esso sarebbe succeduto, nelle previsioni di Marx, un’organizzazione della società basata sulla «produzione comune» (gemeinschaftliche Production), nella quale il prodotto del lavoro è «fin dal principio un prodotto comune, generale» .

4.2 La produzione come totalità
Nelle successive pagine dell’[Introduzione], Marx approfondì ulteriormente il discorso sulla produzione, delineandone, anzitutto, una definizione: «ogni produzione è un’appropriazione (Aneignung) della natura da parte dell’individuo entro e mediante una determinata forma di società (bestimmten Gesellschaftsform)» . Inoltre, egli mise meglio in evidenza il suo carattere, affermando che la produzione non andava considerata come «produzione generale» – dal momento che era divisa in agricoltura, allevamento, manifattura e altri rami –, né come «soltanto particolare». Essa consisteva, invece, in «un certo corpo sociale (Gesellschaftskörper), un soggetto sociale (gesellschaftliches Subject) che è attivo in una totalità di settori produttivi più o meno grandi».

Anche in questa circostanza, Marx sviluppò le sue argomentazioni attraverso il confronto critico con i principali esponenti del pensiero economico. Quelli a lui contemporanei avevano assunto l’abitudine di far precedere le proprie opere da una parte introduttiva, nella quale venivano trattate le condizioni universali di ogni produzione e le circostanze che favorivano, in misura maggiore o minore, la produttività nelle differenti società. Per Marx, però, queste introduzioni contenevano soltanto «piatte tautologie» e, nel caso di John Stuart Mill, avevano lo scopo di rappresentare la produzione «come racchiusa in leggi di natura eterne, indipendenti dalla storia» e i rapporti sociali borghesi «come immutabili leggi di natura della società in astratto» . Secondo John Stuart Mill, infatti: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche. Nulla vi è in esse di volontario o di arbitrario. (…) Non è così con la distribuzione della ricchezza. Questa è una questione solamente di istituzioni umane» . Marx considerò questa tesi una «grossolana separazione di produzione e distribuzione e del loro rapporto reale» , poiché ritenne, come affermò in un altro brano dei [Grundrisse], che «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza e le leggi della distribuzione della ricchezza sono le medesime leggi sotto forma diversa ed entrambe mutano, soggiacciono al medesimo processo storico; non sono altro che momenti di un processo storico» .

Dopo essersi così pronunciato, nel secondo paragrafo dell’[Introduzione] Marx prese a esaminare il rapporto generale della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo. La ripartizione dell’economia politica in queste differenti rubriche era stata compiuta da James Mill che, nel suo libro del 1821, Elementi di economia politica, aveva così intitolato i quattro capitoli che componevano l’opera e, prima di lui, nel 1803, da Jean-Baptiste Say, che aveva diviso il suo Trattato di economia politica in tre libri, rispettivamente dedicati alla produzione, alla distribuzione e al consumo della ricchezza .

Marx ricostruì questa articolazione in termini logici, cosicché le quattro rubriche adoperate dagli economisti furono da lui riordinate secondo lo schema hegeliano di universalità-particolarità-individualità : «produzione, distribuzione, scambio, consumo, formano un sillogismo in piena regola; la produzione è l’universale; la distribuzione e lo scambio il particolare; il consumo l’individuale in cui il tutto si conchiude». In altre parole, la produzione era il punto di partenza dell’attività dell’uomo, la distribuzione e lo scambio ne rappresentavano il duplice punto intermedio – il primo costituendo la mediazione operata dalla società, il secondo quella operata dall’individuo – ed il consumo ne diveniva il punto finale. Tuttavia, ritenendo che questa fosse soltanto la «connessione […] superficiale» , Marx volle analizzare, in maniera più approfondita, la correlazione tra le quattro sfere.

Il primo rapporto indagato fu quello tra produzione e consumo. Marx spiegò la loro connessione come identità immediata: «la produzione è consumo; il consumo è produzione» e, con l’ausilio del principio di Baruch Spinoza determinatio est negatio , evidenziò che la produzione era anche consumo, in quanto dispendio delle forze dell’individuo e utilizzo delle materie prime durante l’atto lavorativo. Questa concezione era stata già proposta dagli economisti, che avevano definito questo momento con il termine di «consumo produttivo» (productive Consumtion) e lo avevano distinto dalla «produzione consumatrice» (Consumtive Production) . Essa si verificava solo in seguito alla distribuzione del prodotto, rientrava nella sfera della riproduzione e costituiva «il consumo vero e proprio». Nel consumo produttivo «si reificava il produttore», mentre nella produzione consumatrice «si personifica[va] la cosa da lui creata» .

Un’altra caratteristica dell’identità di produzione e consumo era riconoscibile nel «movimento di mediazione» reciproca che si svolge tra loro. Il consumo dà al prodotto il suo ultimo «compimento» (finish) e, stimolando la propensione alla produzione, «crea il bisogno di una nuova produzione» . Allo stesso modo, la produzione fornisce non solo l’oggetto affinché possa esservi il consumo, ma anche il bisogno di consumare quel determinato oggetto. Secondo Marx, infatti, superato lo stadio naturale, il bisogno è generato dalla percezione dell’oggetto stesso e «la produzione produce perciò non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto» , ovvero il consumatore. Dunque: «la produzione produce […] il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) producendo come bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha precedentemente creato come oggetti. Essa produce perciò l’oggetto del consumo, il modo del consumo e l’impulso al consumo» .
Riepilogando: tra produzione e consumo si verifica un processo di identità immediata; essi, inoltre, si mediano a vicenda e, attraverso la loro realizzazione, creano l’uno l’altro. Tuttavia, considerare entrambi come se fossero la stessa cosa, come avevano fatto, ad esempio, Say e Proudhon, fu reputato da Marx un errore. Infatti, egli ritenne che, in ultima analisi: «il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all’attività produttiva» .

Procedendo nelle sue delucidazioni, Marx passò ad analizzare la relazione tra produzione e distribuzione. La distribuzione costituiva l’anello tra produzione e consumo e, «in base a leggi sociali» , determinava la quota dei prodotti spettante ai produttori. Gli economisti la rappresentavano come una sfera autonoma rispetto alla produzione e, nei loro trattati, le categorie economiche erano poste sempre in duplice modo. Terra, lavoro e capitale figuravano nella produzione come suoi agenti, e nella distribuzione, sotto forma di rendita, salario e profitto, quali fonti di reddito. Marx giudicò illusoria e sbagliata questa scissione, poiché, a suo avviso, la forma della distribuzione «non è un arrangiamento qualsiasi, tale da poter essere anche diverso; ma è posto, anzi, dalla forma della produzione stessa» . A tale riguardo, egli si espresse così nell’[Introduzione]:

un individuo che prende parte alla produzione nella forma del lavoro salariato, partecipa ai prodotti, ai risultati della produzione, nella forma del salario. L’articolazione della distribuzione è interamente determinata dall’articolazione della produzione. La distribuzione è essa stessa un prodotto della produzione, non solo per il suo oggetto, e cioè nel senso che solo i risultati della produzione possono essere distribuiti, ma anche per la forma, e cioè nel senso che il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione. È assolutamente illusorio porre la terra nella produzione, la rendita fondiaria nella distribuzione ecc .

Considerare la distribuzione autonoma dalla produzione aveva come conseguenza il concepire la prima quale mera distribuzione dei prodotti. In realtà, la distribuzione includeva due fenomeni di notevole importanza precedenti la stessa produzione: la distribuzione degli strumenti di produzione e la distribuzione dei membri della società tra i diversi generi di produzione, ovvero ciò che Marx definì la «sussunzione degli individui sotto rapporti di produzione determinati» . Questi due momenti facevano sì che, in alcune situazioni storiche – ad esempio quando un popolo conquistatore, trasformando i vinti in schiavi, impone il lavoro schiavistico o, creando una nuova ripartizione della proprietà fondiaria, determina un nuovo tipo di produzione –, «la distribuzione non appar[isse] strutturata e determinata dalla produzione, ma [fosse], al contrario, la produzione [ad] appar[ire] strutturata e determinata dalla distribuzione» . Le due branche erano profondamente interconnesse poiché, come ribadito da Marx in un’altra parte dei [Grundrisse]: «questi modi di distribuzione sono i rapporti di produzione stessi, solamente sub specie distributionis» . Risultava quindi chiaro, come affermato nell’[Introduzione], che «considerare la produzione prescindendo da questa distribuzione, in essa racchiusa, [era] evidentemente una vuota astrazione».

Il legame concepito da Marx tra produzione e distribuzione consente di intendere meglio non solo la sua avversione al modo in cui John Stuart Mill separava rigidamente i due momenti, ma anche il suo apprezzamento per Ricardo, al quale aveva dato atto di aver evidenziato la necessità di «capire la produzione moderna nella sua struttura sociale determinata» . L’economista inglese riteneva, infatti, che «determinare le leggi che reggono tale distribuzione […] [fosse] il problema principale dell’economia politica» e, dunque, fece della distribuzione uno degli oggetti principali dei suoi studi perché concepiva «le forme della distribuzione come l’espressione più determinata in cui si fissano gli agenti di produzione in una data società» . Anche per Marx, la distribuzione non era riducibile al solo atto mediante il quale le quote del prodotto complessivo venivano ripartite tra i membri della società, ma costituiva un momento decisivo dell’intero ciclo produttivo. Tuttavia, questa convinzione non ribaltò la tesi che, all’interno del processo produttivo nel suo complesso, la produzione rappresentava sempre il fattore primario:

stabilire quale rapporto esiste tra questa distribuzione e la produzione che essa determina, è evidentemente una questione che ricade all’interno della produzione stessa. […] la produzione ha in effetti le sue condizioni e i suoi presupposti, che ne costituiscono i momenti. Questi nella prima fase possono sembrare di origine naturale. Attraverso il processo di produzione stesso, essi vengono trasformati da fattori naturali in fattori storici, e se per un periodo essi appaiono come presupposto naturale della produzione, per un altro essi ne sono stati un risultato storico. All’interno della produzione stessa, essi vengono continuamente modificati .

In conclusione, per Marx, benché la distribuzione degli strumenti di produzione e dei membri della società nei vari settori produttivi «appaia come un presupposto per la nuova epoca della produzione, è essa stessa, a sua volta, un prodotto della produzione, non solo di quella storica in generale, bensì di una produzione storica determinata» .

Quando, infine, Marx prese in esame il rapporto tra produzione e scambio, considerò anche quest’ultimo una parte della prima. Infatti, non solo «lo scambio di attività e di capacità» tra gli operai e quello delle materie prime necessarie ad approntare il prodotto finito erano parte integrante della produzione, ma lo stesso scambio tra commercianti era interamente determinato dalla produzione e costituiva «un’attività produttiva». Lo scambio si rende autonomo, rispetto alla produzione, solo nello stadio in cui «il prodotto viene scambiato immediatamente per il consumo». Tuttavia, anche in quel caso, la sua intensità ed estensione e le sue caratteristiche sono determinate dallo sviluppo e dall’articolazione della produzione e, dunque, esso si presenta «in tutti i suoi momenti, o direttamente incluso nella produzione, o determinato da essa».

Al termine della sua analisi sul rapporto della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo, Marx giunse a due conclusioni: I) la produzione andava considerata come una totalità; II) all’interno della totalità la produzione come ramo particolare rappresentava l’elemento prioritario sugli altri.

Relativamente al primo punto, Marx aveva asserito: «il risultato al quale perveniamo non è che produzione, distribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentano tutti delle articolazioni di una totalità, differenze nell’ambito di una unità» . Utilizzando il concetto hegeliano di totalità , egli aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria, quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali. La sua definizione della produzione come totalità organica non corrispondeva, però, a un complesso ordinato e auto-regolantesi, all’interno del quale l’uniformità tra le sue differenti branche veniva sempre garantita.

Al contrario, come egli scrisse in un brano dei [Grundrisse], che trattava lo stesso argomento: i singoli momenti della produzione «possono trovarsi oppure no, adeguarsi oppure no, corrispondersi oppure no. La loro interna necessità di organicità e il loro esistere come momenti autonomi reciprocamente indifferenti sono già fondamento di contraddizioni» . Inoltre, queste ultime dovevano essere sempre analizzate prendendo in considerazione la produzione capitalistica (non la produzione in generale) che, secondo Marx, non era affatto «la forma assoluta per lo sviluppo delle forze produttive» sbandierata dagli economisti, ma aveva nella sovrapproduzione la sua «contraddizione fondamentale» .

Il secondo risultato raggiunto da Marx fu quello di attribuire alla produzione, all’interno della «totalità della produzione» (Totalität der Production), «il momento egemonico (übergreifende Moment)» sulle restanti parti dell’insieme. La produzione era «l’effettivo punto di partenza» (Ausgangspunkt) , quello dal quale «il processo ricomincia sempre di nuovo» e, per Marx: «una determinata produzione determina quindi un consumo, una distribuzione, uno scambio determinati, nonché i determinati rapporti reciproci tra questi diversi momenti» . Il ruolo dominante della produzione non cancellava, però, la rilevanza degli altri momenti, né, tanto meno, la loro incidenza sulla produzione stessa. La dimensione del consumo, le trasformazioni della distribuzione e la grandezza della sfera dello scambio – ovvero del mercato – sono tutti fattori che concorrono a definirla e influiscono su di essa.

Ancora una volta, le acquisizioni di Marx assumevano una valenza al contempo teorica e politica. Egli si oppose, infatti, ai socialisti a lui contemporanei, che sostenevano la possibilità di rivoluzionare i rapporti produttivi allora vigenti mediante la trasformazione dello strumento di circolazione, affermando che la loro ipotesi era una palese dimostrazione del «fraintendimento della connessione interna dei rapporti di produzione, distribuzione e circolazione» . Per Marx, invece, modificare la forma del denaro avrebbe non solo lasciato inalterati i rapporti di produzione e le relazioni sociali da loro determinate, ma si sarebbe dimostrato un controsenso, poiché la stessa circolazione poteva mutare solo insieme con il cambiamento dei rapporti produttivi. Egli era convinto che: «ai mali della società borghese non si rimedia mediante ‘trasformazioni’ bancarie o creando un ‘sistema monetario’ razionale» , né attraverso blandi palliativi quali la concessione del credito gratuito o, ancora, con la chimera di tramutare gli operai in capitalisti. La questione centrale rimaneva il superamento del lavoro salariato ed essa riguardava innanzitutto la produzione.

4.3 Alla ricerca del metodo
A questo punto della sua analisi, Marx affrontò la questione metodologica più rilevante: in che modo riprodurre la realtà all’interno del pensiero? Come costruire un modello categoriale astratto in grado di comprendere e rappresentare la società? Al «rapporto che l’esposizione scientifica ha con il movimento reale» , egli dedicò il terzo e più importante paragrafo della sua [Introduzione]. Esso non costituisce l’elaborazione conclusiva di tale rapporto, ma presenta problematiche non sufficientemente sviluppate e diversi punti appena abbozzati. Inoltre, in alcuni suoi passaggi sono contenute affermazioni poco chiare, talvolta in contraddizione tra di loro, ed il linguaggio adottato, che risente della terminologia hegeliana, aggiunge ambiguità al testo in più di un’occasione. Marx elaborò il suo metodo scrivendo queste pagine ed esse mostrano le tracce e i percorsi delle sue ricerche.

Come altri grandi pensatori prima di lui, anche Marx partì dalla questione del cominciamento, ovvero, nel suo caso, dell’interrogativo: da quale punto l’economia politica doveva iniziare la sua analisi? La prima ipotesi che egli prese in esame fu di «cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto», con «la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione» : la popolazione. Tale via analitica, già percorsa dai fondatori dell’economia politica William Petty e Pierre de Boisguillebert, fu però ritenuta da Marx inadeguata ed errata.

Avviare l’indagine con un’entità così indeterminata, quale era la popolazione, avrebbe comportato, a suo giudizio, un’immagine troppo generica dell’insieme, incapace di mostrare la sua divisione attuale in tre classi (borghesia, proprietari fondiari e proletariato), le quali potevano essere distinte solo mediante la conoscenza dei loro presupposti fondanti: rispettivamente, il capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato. Inoltre, con questo procedimento empirico, elementi concreti come la popolazione e lo Stato si volatilizzavano in determinazioni astratte quali la divisione del lavoro, il denaro o il valore.

Sebbene tale metodo fosse inadeguato per interpretare la realtà, nondimeno, in un’altra parte dei [Grundrisse], Marx ne riconobbe i meriti, affermando che esso aveva avuto «un valore storico nei primi tentativi dell’economia politica, allorquando le forme della produzione venivano ancora faticosamente scrostate dal contenuto e ci si sforzava di fissarle come oggetti di considerazione autonomi» . Non appena gli economisti furono in grado di definire le categorie astratte e tale processo fu compiuto, «sorsero i sistemi economici che dal semplice – come il lavoro, la divisione del lavoro, bisogno, valore di scambio – salivano fino allo Stato, allo scambio tra le nazioni e al mercato mondiale». Questo secondo procedimento, adoperato da Smith e Ricardo in economia, così come da Hegel in filosofia, riassumibile nella tesi che «le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero», fu descritto da Marx «il metodo scientificamente corretto» (wissenschaftlich richtige Methode). Conseguite le categorie, infatti, era possibile «intraprendere il viaggio all’indietro, fino ad arrivare infine di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come a una caotica rappresentazione di un insieme, bensì come a una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni» . Hegel aveva scritto, infatti, nella Scienza della logica che il primo requisito di una conoscenza sintetica e sistematica risiedeva nel cominciare

con l’oggetto nella forma universale. […] Il primo deve essere il semplice, quel che è stato separato dal concreto, poiché solo in questa forma l’oggetto ha la forma dell’universale riferentesi a sé […]. Al conoscere è più facile di afferrare l’astratta semplice determinazione di pensiero che non il concreto, il quale è un nesso molteplice di coteste determinazioni e dei loro rapporti […]. In sé e per sé l’universale è il primo momento del concetto, essendo il semplice, e il particolare è soltanto quello che viene dopo, essendo il mediato; e viceversa il semplice è il più universale, e il concreto […] è quello che già presuppone il passaggio da un primo .

Tuttavia, la definizione di «metodo scientifico corretto» data da Marx, contrariamente a quanto hanno sostenuto alcuni commentatori dell’[Introduzione] , non significa affatto che questo sia stato il metodo da lui poi utilizzato. Anzitutto, egli non condivideva la convinzione degli economisti che la ricostruzione logico-ideale del concreto, compiuta mediante il loro pensiero, fosse la riproduzione fedele della realtà . Inoltre, il procedimento sintetizzato nell’[Introduzione] aveva sì mutuato diversi elementi da quello hegeliano, ma ne aveva evidenziato anche radicali distinzioni. Marx era convinto, come Hegel prima di lui, che «il metodo di salire dall’astratto al concreto (die Methode vom Abstrakten zum Concreten aufzusteigen) è il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto», che la ricomposizione della realtà nel pensiero doveva prendere avvio dalle determinazioni astratte più semplici e generali. Per entrambi il concreto era «sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice» e, per questo motivo, appariva nel pensiero in quanto «processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza», sebbene per Marx bisognasse tenere sempre presente che esso era «il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione».

Oltre questa base comune, vi era, però, una differenza fondamentale che Marx formulava nel modo seguente: «Hegel cade nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero», mentre secondo Marx «mai e poi mai esso è […] il processo di formazione del concreto» . Nell’[Introduzione] egli sosteneva che per l’idealismo hegeliano «il movimento delle categorie si presenta […] come l’effettivo atto di produzione […] il cui risultato è il mondo» e che «il pensiero pensante è l’uomo reale e quindi il mondo pensato è […] la sola realtà». Per Marx, insomma, la funzione del pensiero in Hegel non era solo quella di rappresentare idealmente la realtà, bensì di esserne anche il processo fondativo. Viceversa, per Marx, le categorie economiche esistono in quanto «relazion[i] astratt[e] […] di una totalità vivente e concreta già data» ; «esprimono modi d’essere, determinazioni d’esistenza» (Daseinsformen, Existenzbestimmungen) della moderna società borghese. Il valore di scambio, ad esempio, presuppone la popolazione e che essa produca entro rapporti determinati. In opposizione a Hegel, Marx sottolineò più volte che la «totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è effettivamente un prodotto del pensare», ma non è certo il «concetto che genera sé stesso». Infatti, «il soggetto reale rimane […] saldo nella sua autonomia fuori della mente […]. Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto» .

In realtà, però, l’interpretazione marxiana della filosofia di Hegel non rende giustizia al vero. Diversi passaggi dell’opera di quest’ultimo mostrano come il suo pensiero, a differenza dell’idealismo trascendentale di Johann Gottlieb Fichte e dell’idealismo oggettivo di Friedrich Schelling, non abbia confuso il movimento della conoscenza con quello dell’ordine della natura, il soggetto con l’oggetto. Nel secondo paragrafo dell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche, infatti, Hegel scrisse con chiarezza: «la filosofia può essere definita dapprima, in generale, la considerazione pensante degli oggetti. […] il contenuto umano della coscienza, operato dal pensiero, appare dapprima non in forma di pensiero, ma come sentimento, intuizione, rappresentazione, – forme, che son da distinguere dal pensiero come forma» .

Anche nella Filosofia del diritto, nell’aggiunta al paragrafo 32 inserita da Eduard Gans nella seconda edizione del 1827 , vi sono alcuni periodi che non solo confermano l’errata interpretazione del pensiero hegeliano da parte di Marx, ma mostrano di aver influenzato le sue stesse riflessioni :

non si può […] dire che la proprietà sia entrata nell’esserci (dagewesen) prima della famiglia, e tuttavia viene trattata prima di questa. Si potrebbe qui dunque sollevare la questione del perché noi non iniziamo con il momento supremo, cioè con il concretamente vero. La risposta sarà, perché noi appunto vogliamo vedere il vero in forma di un risultato, e a ciò essenzialmente pertiene in primo luogo di comprendere il concetto astratto stesso. Ciò che è reale, la figura del concetto, è per noi quindi primariamente il susseguente e ulteriore, quand’anche nella realtà stessa sia il primo. Il nostro avanzamento è che le forme astratte si mostrano non come sussistenti per sé, bensì come non-vere .

Proseguendo nelle sue considerazioni, Marx si chiese se le categorie semplici potessero esistere prima e indipendentemente da quelle più concrete. Nel prendere in esame la categoria di possesso, con la quale Hegel aveva cominciato la Filosofia del diritto, egli affermò che essa non avrebbe potuto esistere prima della comparsa di «rapporti più concreti» , quali ad esempio la famiglia, e che considerare un selvaggio isolato come un possessore sarebbe stato un’assurdità. La questione era, però, più complessa. Il denaro, infatti, era «storicamente esistito prima che esistessero il capitale, le banche, il lavoro salariato». Esso è comparso prima dello sviluppo delle realtà più complesse, a dimostrazione che, in alcuni casi, il percorso delle categorie logiche segue quello storico – ciò che è più sviluppato è anche più tardo – e «il cammino del pensiero astratto, che sale dal più semplice al più complesso, corrisponderebbe al processo storico reale» . Tuttavia, nell’antichità, il denaro svolse una funzione dominante solo presso le nazioni commerciali e, dunque, esso non comparve «storicamente nella sua piena intensità se non nelle condizioni più sviluppate della società». Marx ne concluse allora che: «benché la categoria più semplice possa essere esistita storicamente prima di quella più concreta, essa può appartenere nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo solo a una forma sociale complessa».

Tale deduzione si mostrò ancora più valida quando fu applicata alla categoria del lavoro. Sebbene il lavoro sia sorto con l’incivilimento dei primi esseri umani e sia, in apparenza, un processo molto semplice, Marx sottolineò che «dal punto di vista economico, il “lavoro” è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione» . Gli esponenti del bullionismo e del mercantilismo, infatti, avevano ritenuto che la fonte della ricchezza fosse depositata nel denaro, al quale, di conseguenza, attribuirono maggiore importanza rispetto al lavoro. Successivamente, i fisiocratici considerarono quest’ultimo creatore della ricchezza, ma nella sola forma determinata di agricoltura. Soltanto con l’opera di Smith venne rigettato «ogni carattere determinato dell’attività produttrice di ricchezza» e il lavoro non venne più considerato in una forma particolare, ma come «lavoro tout court: non lavoro manifatturiero, né commerciale, né agricolo, ma tanto l’uno quanto l’altro». In questo modo, fu trovata «l’espressione astratta per la più semplice e antica relazione in cui gli uomini compaiono come produttori, qualunque sia la forma della loro società». Così, come per il denaro, anche la categoria di lavoro poteva essere ricavata «solo dove si dà il più ricco sviluppo concreto», in una società dove «una sola caratteristica appare comune a un gran numero […] di elementi». Dunque, «l’indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalità molto sviluppata di generi reali di lavoro, nessuno dei quali domin[a] più sull’insieme» .

Nella produzione capitalistica, inoltre, il «lavoro in generale» non è soltanto una categoria, ma «corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro a un altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente». In tale realtà, il lavoro dell’operaio ha perduto il carattere artigianale e corporativo del passato ed è divenuto «lavoro in generale», «lavoro sans phrase», «non solo nella categoria, ma anche nella realtà» . Il lavoro salariato «non è questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determinatezza, ma capace di ogni determinatezza» . Si tratta, insomma, di «attività puramente meccanica […] indifferente alla sua forma particolare» .

Al termine del suo discorso sulla relazione tra le categorie più semplici e quelle più concrete, Marx era giunto alla conclusione che nelle forme più moderne della società borghese – egli aveva in mente gli Stati Uniti d’America – l’astrazione della categoria del «lavoro in generale» diviene «praticamente vera». Così: «l’astrazione più semplice che l’economia moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, si presenta tuttavia praticamente vera in questa astrazione solo come categoria della società moderna» . Ovvero, come egli ribadì anche in un’altra parte dei [Grundrisse], questa categoria «diventa vera solo con lo sviluppo di un particolare modo materiale di produzione e di un particolare livello di sviluppo delle forze produttive industriali» .

L’indifferenza verso un tipo particolare di lavoro era, però, un fenomeno comune a diverse realtà storiche. Anche in questo caso, allora, era necessario sottolineare le distinzioni: «c’è una maledetta differenza se dei barbari hanno disposizione ad essere utilizzati per tutto, o se degli esseri inciviliti si applicano essi stessi a tutto». Rapportando l’astrazione alla storia reale , ancora una volta, Marx trovò confermata la sua tesi:

questo esempio del lavoro mostra in modo evidente come anche le categorie più astratte, sebbene siano valide – proprio a causa della loro astrazione – per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni .

Chiarito questo punto, Marx rivolse la sua attenzione ad un’altra decisiva questione. In quale successione esporre le categorie nell’opera che si accingeva a scrivere? Alla domanda se fosse il complesso a fornire gli strumenti per comprendere il semplice o viceversa, egli fece prevalere decisamente la prima ipotesi. Nell’[Introduzione] dichiarò infatti:

la società borghese è la più sviluppata e multiforme organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e la comprensione della sua articolazione permettono di penetrare, allo stesso tempo, nell’articolazione e nei rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita e di cui si trascinano in essa ancora residui parzialmente non superati .

È il presente, quindi, a offrire le indicazioni per ricostruire il passato. «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia […] [e] ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è gia conosciuta». Questa nota affermazione di Marx non va letta, però, in termini evoluzionistici. Egli, infatti, criticò esplicitamente la concezione della «cosiddetta evoluzione storica», fondata sul banale presupposto che «l’ultima forma considera le precedenti come semplici gradini che portano a se stessa» . Diversamente dai teorici dell’evoluzionismo, che illustravano gli organismi più complessi partendo da quelli semplici seguendo un’ingenua traiettoria progressiva, Marx scelse di utilizzare un metodo logico opposto, molto più complesso, ed elaborò una concezione della storia scandita dalla successione dei differenti modi di produzione (antico, asiatico, feudale, capitalistico), dei quali venivano illustrate le diverse posizioni e funzioni che le categorie assumono al loro interno . Era, dunque, l’economia borghese a fornire gli indizi per comprendere le economie delle epoche storiche precedenti – indizi che, stante le profonde diversità tra le varie società, andavano, comunque, presi con cautela –, ma Marx ribadì con fermezza che ciò non poteva di certo essere fatto «al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le forme della società vedono la società borghese» .

Se questo ragionamento è in continuità con quelli precedentemente espressi in altre opere, nell’[Introduzione] il problema dell’ordine da assegnare alle categorie economiche fu affrontato differentemente. Marx aveva già trattato tale argomento nella Miseria della Filosofia, laddove, contro Proudhon, che aveva dichiarato di non voler seguire «una storia secondo l’ordine dei tempi, ma secondo la successione delle idee» , aveva criticato l’idea di «costruire il mondo col movimento del pensiero» . Nello scritto del 1847, in polemica con il metodo logico-dialettico utilizzato da Proudhon e da Hegel, aveva dunque preferito la sequenza rigorosamente storica. La posizione assunta dieci anni dopo nell’[Introduzione] era mutata. Il criterio della successione cronologica delle categorie scientifiche era stata respinto a favore di un metodo logico con riscontro storico-empirico. Poiché è il presente che aiuta a comprendere il passato, la struttura dell’uomo quella della scimmia, occorreva cominciare l’analisi dalla società più matura, quella capitalistica, e, in particolare, dall’elemento che prevale su tutti gli altri: il capitale. «Il capitale è la potenza economica della società borghese che domina tutto. Esso deve costituire il punto di partenza così come il punto d’arrivo» . Marx ne concluse che:

sarebbe inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, che è esattamente l’inverso di quella che sembra essere come loro relazione naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta della posizione che i rapporti economici assumono storicamente nel succedersi delle diverse forme di società. Men che meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon) (una confusa rappresentazione del movimento storico). Bensì della loro articolazione organica all’interno della moderna società borghese .

In sostanza, la disposizione delle categorie in un esatto ordine logico e il procedere della storia reale non sono affatto coincidenti e, d’altronde, come Marx scrisse anche nei manoscritti per il libro terzo de Il capitale: «ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente» .

Discostandosi, dunque, dall’empirismo dei primi economisti moderni, che produceva la volatilizzazione degli elementi concreti in determinazioni astratte; dal metodo degli economisti classici, che riduceva il pensiero del reale al reale stesso; dall’idealismo filosofico – secondo l’interpretazione di Marx anche quello hegeliano –, colpevole di attribuire al pensiero la capacità di generare il concreto; nonché da quelle concezioni gnoseologiche che contrapponevano rigidamente forme del pensiero e realtà oggettiva; dallo storicismo che dissolveva il momento logico in quello storico; e, infine, dalla personale convinzione, esposta nella Miseria della filosofia, di seguire essenzialmente il «movimento storico» , Marx approdò a una propria sintesi. La sua contrarietà a stabilire una corrispondenza biunivoca tra concreto e pensiero lo portò a separare i due momenti, assegnando al primo un’esistenza presupposta e indipendente rispetto al pensiero e riconoscendo a quest’ultimo la sua specificità, ovvero un diverso ordine nell’esposizione delle categorie rispetto a quello manifestatosi nel processo storico reale . Per evitare che il procedimento conoscitivo si limitasse semplicemente a ricalcare le tappe degli avvenimenti storici, era necessario utilizzare un processo astrattivo, e dunque delle determinazioni categoriali, che consentissero di interpretare la società nella sua complessità. D’altra parte, per divenire veramente utile a tale scopo, l’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti. In questo modo, la concezione marxiana della storia assumeva efficacia ed incisività: respinta la simmetria tra ordine logico e ordine storico-reale, il momento storico si presentava come tornante decisivo per comprendere la realtà, mentre quello logico consentiva di concepire la storia non come piatta cronologia di diversi accadimenti . Per Marx, infatti, non era necessario ricostruire la genesi storica di ogni rapporto economico per intendere e poi descrivere adeguatamente la società. Come affermò in un brano dei [Grundrisse]:

il nostro metodo mostra i punti in cui si deve inserire la considerazione storica, o in cui l’economia borghese come mera forma storica del processo di produzione rinvia, al di là di se stessa, a precedenti modi storici di produzione. Per sviluppare le leggi dell’economia borghese, non è necessario, quindi, scrivere la storia reale dei rapporti di produzione. Ma la giusta nozione e deduzione di tali rapporti, in quanto divenuti essi stessi storicamente, conduce sempre a prime equazioni […] che rinviano ad un passato che sta alle spalle di questo sistema. Queste indicazioni, unite all’esatta comprensione del presente, offrono poi anche la chiave per intendere il passato […]. Questa giusta osservazione porta d’altra parte a individuare anche dei punti nei quali si profila il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene. Se da una parte le fasi pre-borghesi si presentano come fasi soltanto storiche, cioè come presupposti superati, le attuali condizioni della produzione si presentano d’altra parte come condizioni che superano anche se stesse e perciò pongono i presupposti storici per una nuova situazione sociale .

Il metodo così elaborato aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta politica mirante a trasformarlo.

Infatti, Marx interruppe il paragrafo sul metodo proprio con un abbozzo riguardante l’ordine col quale egli intendeva scrivere la sua “Economia”. Si tratta del primo dei numerosi piani della sua opera, più volte elaborati nel corso dell’esistenza, che ricalca le riflessioni già esposte nelle precedenti pagine dell’[Introduzione]. Prima di intraprendere la stesura dei [Grundrisse], era suo intendimento trattare:

1) le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società […] [;] 2) le categorie che costituiscono l’articolazione interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali[:] capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria[;] 3) Sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerata in relazione a se stessa [;] 4) Rapporto internazionale della produzione. […] Scambio internazionale [; e] 5) Il mercato mondiale e le crisi .

Queste, almeno, era lo schema concepito da Marx nell’agosto del 1857, divenuto poi oggetto di tanti successivi mutamenti.

4.4 Il rapporto ineguale tra la produzione materiale e quella intellettuale
L’ultimo paragrafo dell’[Introduzione] è composto da un elenco brevissimo e frammentario di otto argomenti, che Marx aveva intenzione di trattare nel suo testo, e da alcune considerazioni sul rapporto tra l’arte greca e la società moderna. Degli otto punti, le principali questioni annotate riguardarono la convinzione che le caratteristiche del lavoro salariato si fossero manifestate nell’esercito ancor prima che nella società borghese; l’idea dell’esistenza di una dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione; e la constatazione di uno «sviluppo ineguale» (ungleiche Entwicklung) tra i rapporti di produzione e quelli giuridici, in particolare la derivazione del diritto della nascente società borghese dal diritto privato romano. Tutto ciò, però, fu scritto a mo’ di promemoria, senza ordine alcuno, e fornisce soltanto un’idea molto vaga di cosa Marx pensasse nel merito di queste tematiche.

Le riflessioni sull’arte, invece, furono sviluppate in modo più ampio e si concentrarono su «l’ineguale rapporto (unegale Verhältniß) dello sviluppo della produzione materiale con lo sviluppo (…) artistico» . Marx aveva già affrontato la relazione tra produzione e forme della coscienza in due lavori giovanili. Nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], egli aveva sostenuto che «la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale» , mentre, ne [L’ideologia tedesca], aveva dichiarato:

la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini […]. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta (direkter Ausfluß) del loro comportamento materiale .

Nell’[Introduzione], però, lungi dall’istituire un rigido parallelismo tra le due sfere, criterio in seguito erroneamente adottato da molti marxisti, Marx mise in evidenza che non vi era alcuna relazione diretta tra lo sviluppo economico-sociale e quello della produzione artistica. Rielaborando alcune riflessioni della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, letta e compendiata in uno dei suoi quaderni di estratti nel 1852 , egli scrisse infatti: «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale (materiellen Grundlage), con l’ossatura […] della sua organizzazione». Inoltre, egli rilevò che alcune forme d’arte, come ad esempio l’epica, «sono possibili solo in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società» . L’arte greca, infatti, presupponeva la mitologia greca, ovvero una rappresentazione «inconsapevolmente artistica» delle forme sociali. In una società progredita come quella moderna, nella quale la natura è concepita dagli uomini razionalmente e non più come potenza estranea che sta di fronte a essi, la mitologia ha perso la sua ragione d’essere e l’epica non è più ripetibile: «è possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade […] con la macchina tipografica? Con la pressa del tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe, la Musa, e quindi le condizioni necessarie della poesia epica?» .

Per Marx, dunque, l’arte e, più in generale, la produzione intellettuale degli uomini vanno indagate in relazione alle condizioni materiali, ma senza mai instaurare una rigida corrispondenza tra i due momenti. In questo modo, infatti, si ricadrebbe nell’errore commesso da Voltaire, ricordato da Marx nei manoscritti economici del 1861-63, di ritenere che poiché i moderni sono «più progrediti degli antichi nella meccanica […], dovre[bbero] saper comporre anche un poema epico» .

Terminate le considerazioni riferite all’artista in quanto soggetto che crea, la produzione artistica fu presa in esame rispetto al pubblico che ne traeva godimento. Questo tema presentava le maggiori difficoltà interpretative. Per Marx, infatti, il problema non stava «nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili». La complessità stava nel comprendere perché creazioni artistiche realizzate nell’antichità suscitino ancora godimento presso gli uomini moderni. Secondo Marx, essi si compiacerebbero del mondo greco perché rappresenta «la fanciullezza storica dell’umanità», un periodo che esercita un «fascino eterno come stadio che non ritorna più». Da qui la conclusione: «il fascino che la loro arte [quella dei greci] esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse, e solo poteva sorgere, non possono mai più ritornare» .

Il valore delle affermazioni sull’estetica contenute nell’[Introduzione] non sta, però, nelle soluzioni, appena abbozzate e talvolta poco convincenti, fornite da Marx, quanto, invece, nel suo approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello «sviluppo ineguale» , tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale. Anche la nota tesi della Prefazione a Per la critica dell’economia politica, pubblicata da Marx due anni dopo l’[Introduzione] – «il modo di produzione della vita materiale condiziona (bedingt) il processo sociale, politico e spirituale della vita in generale» – non va interpretata, dunque, in chiave deterministica e deve essere tenuta ben distinta dalla scontata e angusta lettura operata dal marxismo-leninismo, per la quale le manifestazioni sovra-strutturali della società non sono che un mero riflesso dell’esistenza materiale degli uomini .

4.5 Conclusione
Quando intraprese la stesura dei [Grundrisse], Marx aveva l’intenzione di anteporre alla sua opera una sezione introduttiva nella quale esporre la metodologia adottata nelle sue ricerche. L’[Introduzione] non fu scritta soltanto per autochiarificazione, ma avrebbe dovuto rappresentare, come accadeva negli scritti di altri economisti, il luogo in cui racchiudere le osservazioni preliminari sui criteri generali seguiti. Quando, però, nel giugno del 1859, diede alle stampe la prima parte dei suoi studi nel fascicolo Per la critica dell’economia politica, egli decise di omettere questa sezione fornendo questa motivazione: «sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere di salire dal particolare al generale (von dem Einzelnen zum Allgemeinen aufzusteigen)» . Dunque, il proponimento del 1857 – «salire dall’astratto al concreto» – mutò, nello scritto del 1859, in quello di «salire dal particolare al generale» . Il punto di partenza dell’[Introduzione], ovvero le determinazioni più astratte e universali, venne sostituito, senza che di questo cambiamento fosse fornita spiegazione, poiché lo scritto del 1857 era rimasto inedito, con la trattazione di una categoria concreta e storicamente determinata: la merce. Sin dall’ultimo brano dei [Grundrisse], infatti, al termine delle centinaia di pagine nelle quali aveva scrupolosamente analizzato il modo di produzione capitalistico e le nozioni dell’economia politica, Marx affermò che «la prima categoria in cui si manifesta la ricchezza borghese è quella della merce» . Alla sua indagine egli dedicò il capitolo iniziale di Per la critica dell’economia politica e de Il capitale, ove la merce venne definita la «forma elementare» della società capitalistica, quel «particolare» dalla cui analisi doveva cominciare la ricerca.

Al posto della prevista introduzione, Marx aprì l’opera del 1859 con una breve Prefazione nella quale espose, in forma molto concisa, la propria biografia intellettuale e sua la concezione materialistica della storia. Successivamente, egli non affrontò più il discorso sul metodo, se non in rarissimi casi, incidentalmente e con rapide osservazioni. Il più importante di essi fu, senz’altro, il Poscritto al libro primo de Il capitale del 1873, nel quale, sollecitato dalle recensioni che avevano accompagnato la sua opera, Marx non poté non esprimersi sul metodo d’indagine utilizzato e tornò a trattare alcuni temi presenti nell’[Introduzione]. Ciò avvenne anche a seguito dell’esigenza, che egli avvertì, di esplicitare la differenza esistente tra il metodo di esposizione e quello della ricerca. Se il primo poteva muovere dal generale, procedere dalla forma universale a quelle storicamente determinate e, dunque, confermando la formulazione del 1857, «salire dall’astratto al concreto», il secondo doveva partire dal reale immediato, andare, come affermato nel 1859, «dal particolare al generale»:

il modo di esporre (Darstellungsweise) un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine (Forschungsweise). L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’intero concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente .

Nelle opere successive all’[Introduzione], infine, Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione . Anche per questa ragione, le pagine dell’[Introduzione] sono straordinariamente rilevanti. In esse, mediante un serrato confronto con le idee di alcuni dei maggiori economisti e filosofi della storia, Marx ribadì profondi convincimenti ed approdò a significative acquisizioni teoriche. Anzitutto, egli volle insistere ancora sulla specificità storica del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti sociali. In secondo luogo, produzione, distribuzione, scambio e consumo furono considerati come una totalità, all’interno della quale la produzione costituiva l’elemento preminente sulle restanti parti dell’insieme. Inoltre, nel processo di riproduzione della realtà nel pensiero, Marx non ricorse a un metodo meramente storico, ma si avvalse dell’astrazione, della quale era giunto a riconoscere il valore ai fini della costruzione del percorso conoscitivo. Infine, egli evidenziò il rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo dei rapporti produttivi e quello delle forme della coscienza.

Queste riflessioni hanno reso l’[Introduzione], durante i 100 anni intercorsi dalla sua prima pubblicazione, un testo imprescindibile dal punto di vista teorico ed affascinante da quello letterario per tutti i seri interpreti e lettori di Marx. È prevedibile che essa rimarrà tale per quanti, nelle generazioni a venire, si avvicineranno ancora alla sua opera.

References
1. Nella lettera a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, Marx affermò infatti: «l’economia come scienza in senso tedesco è ancora tutta da fare», in Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p.  595.
2. La voluminosa letteratura critica a riguardo esemplifica l’importanza dell’Introduzione. Da quando fu pubblicata per la prima volta, nel 1903, tutte le principali interpretazioni critiche, le biografie intellettuali e le introduzioni al pensiero di Marx hanno dato conto di questo testo e numerosissimi sono stati gli articoli e i commentari a esso dedicati.
3. Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1857/58, in MEGA², II/1.1, Dietz Verlag, Berlin 1976, p. 17. Nell’edizione italiana cui si rimanda nel testo (La Nuova Italia, Firenze 1997), questa suddivisione di Marx, che corrisponde all’indice del contenuto dell’[Introduzione], è stata utilizzata per intitolare i differenti paragrafi.
4. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, p. 3.
5. Karl Marx, Ivi, p. 4.
6. Cfr. Ian Watt, Robinson Crusoe as a Myth, in Essays in Criticism, vol. I nr. 2, April 1951, p. 112.
7. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 4.
8. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 123.
9. Karl Marx, Ivi, p. 96.
10. Karl Marx, Ivi, p. 95.
11. Marx trattò approfonditamente questi temi nella sezione dei [Grundrisse] dedicata alle [Forme che precedono la produzione capitalistica].
12. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 109.
13. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 5. Questa concezione di matrice aristotelica – la famiglia che precede la nascita del villaggio – fu sostenuta da Marx anche nel libro primo de Il capitale. In seguito, però, egli mutò opinione in proposito. Come osservato da Engels in una nota aggiunta alla terza edizione tedesca del 1883: «studi posteriori, condotti molto a fondo, sulle condizioni primitive dell’uomo hanno condotto l’autore [Marx] al risultato che originariamente non è stata la famiglia a evolversi in tribù, ma viceversa: la tribù è stata la forma spontanea originaria della associazione fra gli uomini, basata sulla consanguineità, cosicché solo più tardi le forme numerose e diverse della famiglia si sono sviluppate dalla incipiente dissoluzione dei vincoli tribali», in Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 394-5. Engels si riferiva alle ricerche di storia antica condotte da Marx durante i suoi ultimi anni di vita. Tra i principali testi che Marx lesse o compendiò nei suoi quaderni di estratti vi furono le Researches into the Early History of Mankind and the Development of Civilization di Edward Burnett Tylor, Ancient Society di Lewis Henry Morgan, The Aryan Village in India and Ceylon di John Budd Phear, Lectures on the Early History of Institutions di Henry Summer Maine e The Origin of Civilization and the Primitive Condition of Man di John Lubbock.
14. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 109.
15. Karl Marx, Ivi, p. 395. Dieci anni prima, nell’Introduzione, Marx aveva già scritto in proposito che: «in generale è errato porre lo scambio all’interno delle comunità come l’elemento costitutivo originario. All’inizio esso comparve invece nelle relazioni delle diverse comunità tra di loro piuttosto che in quelle tra i membri di una sola e medesima comunità», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 30.
16. Karl Marx, Ivi, p. 104.
17. Questa mutua dipendenza non va confusa con quella che si instaura tra gli individui nel modo di produzione capitalistico. La prima è il prodotto della natura, la seconda della storia. Nel capitalismo l’indipendenza individuale è integrata da una dipendenza sociale che si esprime nella divisione del lavoro, cfr. Karl Marx, Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 78. In questo stadio della produzione, infatti, il carattere sociale dell’attività si presenta non come semplice relazione reciproca degli individui, «ma come loro subordinazione a rapporti che esistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto tra individui indifferenti gli uni agli altri. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, la loro connessione reciproca, si presenta ad essi estranea, indipendente, come una cosa», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 98.
18. Adam Smith, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1965, p. 18.
19. Cfr. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, UTET, Torino 1948, pp. 17-18. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 42.
20. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5.
21. Colui che per Marx aveva evitato questa ingenuità era stato James Steuart, dalla cui opera principale – An Inquiry into the principles of Political Economy – egli aveva annotato numerosi passaggi in un quaderno di estratti della primavera del 1851. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus James Steuart: An inquiry into the principles of political economy, in MEGA², IV/8, Dietz Verlag, Berlin 1986, pp. 304, 312-25, 332-49, 373-80, 400-1, 405-8, 429-45.
22. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5. In altre parti dei Grundrisse, Marx asserì che: «un individuo isolato potrebbe avere tanto poco la proprietà della terra quanto poco potrebbe parlare», in vol. II, p. 109; e che «la lingua come prodotto di un singolo individuo è un’assurdità. Ma altrettanto lo è [la] proprietà», p. 115.
23. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 4.
24. Karl Marx, Ivi, p. 5.
25. Karl Marx, Ivi, p. 4.
26. Nel Commentary all’Introduzione incluso nel volume Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), Basil Blackwell, Oxford 1975, Carver ha osservato (pp. 93-5) che le considerazioni svolte da Marx sull’utilizzo di Robinson Crusoe da parte di Bastiat non corrispondono alle reali posizioni di quest’ultimo. Secondo il francese, infatti: «Daniel de Foe avrebbe tolto al romanzo persino l’ombra della verosimiglianza se […] non avesse fatto […] delle concessioni obbligate, [ovvero] ammettendo che il suo eroe avesse salvato dal naufragio alcuni oggetti indispensabili, delle provvigioni, della polvere, un fucile, un’accetta, un coltello, delle corde, delle tavole, del ferro ecc., prova decisiva che la società è la sfera necessaria dell’uomo, poiché fuori di essa nemmeno un romanziere ha potuto farlo sussistere. E notate che Robinson portava con sé nella solitudine un altro tesoro sociale, mille volte più prezioso […] intendo dire, le sue idee, le sue rimembranze, la sua esperienza, il suo stesso linguaggio», in Frédéric Bastiat, Armonie economiche, UTET, Torino, 1949, p. 197. Tuttavia, nonostante l’evidenza di questo brano, in altre parti della sua opera Bastiat dimostra mancanza di senso storico. Le azioni dell’individuo appaiono dettate sempre dal raziocinante calcolo economico e vengono rappresentate secondo le scissioni proprie della società capitalistica: «l’individuo, se potesse vivere qualche tempo isolato, sarebbe al tempo stesso capitalista, imprenditore, operaio, produttore e consumatore» (p. 291). Ed ecco, allora, che Robinson Crusoe torna a costituire il più piatto stereotipo degli economisti: «il nostro Robinson non si occuperà dunque di farsi lo strumento, se non quando egli vi scorgerà un’economia definitiva di sforzi con soddisfazione uguale o un accrescimento di soddisfazione con sforzi uguali» (p. 292). Queste affermazioni destarono molto probabilmente l’attenzione di Marx.
27. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 6.
28. Cfr. Karl Marx, Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 18 e 140.
29. Cfr. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 296.
30. Cfr. Karl Marx, Miseria della filosofia, in Marx-Engels Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973 [1847], p. 170.
31. In particolare, si veda l’opera del suo principale rappresentante: Wilhelm Roscher, Die Grundlagen der Nationalökonomie, in System der Volkswirtschaft, Vol. I, Stuttgart, 1854, che Marx citò anche nel libro primo de Il capitale, op. cit., p. 124, irridendone il «metodo anatomico-fisiologico» adottato. Nel 1883, le questioni epistemologiche furono l’oggetto del Methodenstreit (la disputa del metodo), che vide contrapporsi il metodo deduttivo di Carl Menger e della Scuola austriaca, la quale, contro la tradizione moderna inaugurata da Francis Bacon, Isaac Newton e David Hume, riteneva impossibile giungere alla conoscenza scientifica generale per via empirica, e l’induttivismo della Scuola storica, secondo la quale l’oggetto della scienza economica era quello di studiare l’evoluzione storica delle nazioni e delle istituzioni per costruire delle leggi generali, ma non astratte. Questo dibattito, però, cominciò proprio l’anno della scomparsa di Marx ed egli non poté seguirlo o prendervi parte.
32. Subito dopo la pubblicazione dell’Introduzione di Marx (1903), l’utilità di adoperare la «teoria economica astratta» per sintetizzare i fenomeni storici fu espressa, con diverse analogie rispetto alle formulazioni marxiane, da Max Weber nel saggio, del 1904, L’oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, in Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1997. Secondo l’autore tedesco, la definizione di un «concetto tipico-ideale […] non è una rappresentazione del reale, ma intende fornire alla rappresentazione un mezzo di espressione univoco». Nella sua «purezza concettuale», ciò che Weber definisce come «tipo ideale […] non  può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale», p. 108. Il tipo ideale astratto rappresenta «un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica […] ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere assunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico», p. 112.
33. Un’idea simile era già stata espressa da Marx ne L’ideologia tedesca, nella quale insieme con Engels aveva dichiarato: «separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico, a indicare la successione dei suoi singoli strati. […] La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un epoca passata che del presente, a esporlo realmente», in Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 23.
33. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
34. Cfr. Karl Korsch, Karl Marx, Laterza, Bari, 1974, pp. 62-3.
35. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
36. L’esposizione più approfondita di questa concezione si trova in James Stuart Mill, Principî di economia politica, UTET, Torino, 1962, pp. 56 ss.
37. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, pp. 232-3.
38. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 249.
39. Karl Marx, Ivi, p. 220.
40. In proposito si vedano le critiche di Marx rivolte a Proudhon, Ivi, vol. I, p. 242.
41. Karl Marx, Ivi, p. 7.
42. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit. p. 182.
43. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 81.
44. Karl Marx, Ivi, p. 365.
45. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 259.
46. Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 113-4.
47. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 207.
48. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 175.
49. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 96.
50. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 219.
51. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 313.
52. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 576.
53. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 1002.
54. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 117.
55. Karl Marx, Ivi, p. 10.
56. Karl Marx, Ivi, p. 7.
57. Karl Marx, Ivi, p. 8.
58. Karl Marx, Ivi, p. 9.
59. John Stuart Mill, Principî di economia politica, op. cit., p. 195-6. Queste affermazioni suscitarono l’interesse di Marx, che le annotò, nel settembre del 1850, in uno dei suoi quaderni di estratti. Cfr. MEGA² IV/7, Dietz Verlag, Berlin 1983, p. 36. Poche righe dopo, però, Stuart Mill smentì in parte la sua categorica asserzione, anche se non nel senso di una storicizzazione della produzione. Egli sostenne, infatti, che la distribuzione dipende «dalle leggi e dalle consuetudini della società» e poiché esse sono il prodotto delle «opinioni» e dei «sentimenti del genere umano» – che altro non sono se non le «conseguenze delle leggi fondamentali della natura umana» –, le leggi della distribuzione «sono altrettanto poco arbitrarie, e possiedono il carattere delle leggi fisiche, quanto le leggi della produzione», p. 196. Le Osservazioni preliminari poste all’inizio della sua opera contengono, forse, una possibile sintesi: «a differenza delle leggi della produzione, quelle della distribuzione sono in parte opera umana; giacché il modo in cui la ricchezza si distribuisce in una data società dipende dalla legislazione o dalle consuetudini ivi prevalenti», p. 22.
60. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 9.
61. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 577. Dunque, chi come Stuart Mill riteneva eterni i rapporti di produzione e storiche soltanto le loro forme di distribuzione, «rivela che […] non capisce né gli uni, né le altre», in Karl Marx, Ivi, p. 474.
62. Marx conosceva molto bene entrambi i testi poiché erano stati tra i primi libri di economia politica studiati e dai quali aveva ricopiato molte parti nei suoi quaderni di appunti. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus Jean-Baptiste Say: Traité d’économie politique, in MEGA² IV/2, Dietz, Berlin 1981, pp. 301-27 e Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élemens d’économie politique, in Ivi, pp. 428-70; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 229-48.
63. Cfr. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, Laterza, Bari 2001, vol. II, p. 677 ss.
64. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 12.
65. Karl Marx, Ivi, p. 17.
66. Cfr. Baruch Spinoza a Jarig Jelles, in Baruch Spinoza, Epistolario, Einaudi, Torino 1951, p. 226.
67. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 14.
68. Karl Marx, Ivi, p. 17.
69. Karl Marx, Ivi, p. 14.
70. Karl Marx, Ivi, p. 15.
71. Karl Marx, Ivi, p. 16.
72. Karl Marx, Ivi, pp. 16-7.
73. Karl Marx, Ivi, pp. 18-9.
74. Karl Marx, Ivi, p. 19.
75. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 254.
76. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 20.
77. Karl Marx, Ivi, pp. 21-2.
78. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 21.
79. Karl Marx, Ibidem.
80. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 576.
81. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 22.
82. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, op. cit., p. 3.
83. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 21.
84. Karl Marx, Ivi, p. 22.
85. Karl Marx, Ivi, p. 23.
86. Karl Marx, Ivi, p. 25.
87. «Il vero, come concreto, è solo in quanto si svolge in sé e si raccoglie e mantiene in unità, cioè come totalità, e solo mediante il differenziarsi e la determinazione delle sue differenze sono possibili la necessità di esse e la libertà del tutto». Georg W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari 2002, p. 22
88. Cfr. Stuart Hall, ‘Marx’s notes on method: A «reading» of the «1857 Introduction»’, Cultural Studies, 2003, vol. 17 No. 2, p. 127.
89. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 18.
90. Karl Marx, Ivi, p. 19.
91. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 8.
92. Karl Marx, Ivi, p. 18.
93. Karl Marx, Ivi, p. 25.
94. Karl Marx, Ivi, pp. 25-6.
95. Karl Marx, Ivi, p. 52.
96. Karl Marx, Ivi, p. 67.
97. Karl Marx, Ivi, p. 8.
98. Karl Marx, Ivi, p. 26.
100. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 605.
101. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 27.
102. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, op. cit., p. 910. Alla fine dell’ottobre del 1857, durante la stesura dei Grundrisse, Marx ricevette dall’amico Ferdinand Freiligrath alcuni libri di Hegel che rilesse con grande interesse. Il 14 gennaio del 1858 scrisse, infatti, a Engels: «Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo servizio il fatto che per puro caso (…) mi ero riveduto la Logica di Hegel. Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran voglia di render accessibile all’intelletto dell’uomo comune in poche pagine, quanto vi è di razionale nel metodo che Hegel ha scoperto ma allo stesso tempo mistificato», in Opere, vol. LX, op. cit., p. 273. Purtroppo, Marx non rivelò né in questa lettera, né in altre sue comunicazioni, in che modo la Logica di Hegel aveva «reso un grandissimo servizio» all’elaborazione del suo metodo. Tanto meno, egli ebbe mai il tempo per scrivere «quanto vi [era] di razionale nel metodo» hegeliano. In ogni caso, per quel che concerne l’Introduzione, è necessario ricordare che essa fu scritta in agosto, mentre Marx ricevette la Logica di Hegel solo in ottobre, cfr. Ferdinand Freiligrath a Karl Marx, 22 ottobre 1857, in MEGA², III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 497. Dunque, diversamente da quanto ritenuto da molti interpreti di Marx, la Logicanon ebbe alcun influsso diretto sull’Introduzione, sebbene reminiscenze delle opere di Hegel siano evidenti in diversi punti del testo marxiano.
103. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
104. Le interpretazioni di Althusser, Negri e Della Volpe, ad esempio, cadono tutte nell’errore di accomunare questo metodo a quello di Marx. Cfr. Louis Althusser, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 95; Antonio Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma 1998 [1979] p. 65; Galvano Della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 177. Per la critica a Della Volpe si rimanda a Cesare Luporini, Il circolo concreto-astratto-concreto, in Franco Cassano (a cura di), Marxismo e filosofia in Italia (1958-1971), De Donato, Bari 1973, pp. 226-39.
105. Cfr. Mario Dal Pra, La dialettica in Marx, Laterza, Bari 1965, p. 461.
106. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
107. Karl Marx, Ivi, p. 28.
108. Karl Marx, Ivi, p. 34.
109. Karl Marx, Ivi, p. 28.
110. Georg W. F. Hegel Enciclopedia delle scienze filosofiche, op. cit., p. 4.
111. Le Aggiunte (Zusätze) di Gans, il cui scrupolo filologico è stato però messo in dubbio da più di un commentatore, si basano su alcuni manoscritti di Hegel e sulle trascrizioni dei suoi corsi sulla Filosofia del diritto successivi al 1821, data di pubblicazione della prima edizione.
112. In proposito si veda Judith Jánoska, Martin Bondeli, Konrad Kindle, Marc Hofer, Das «Methodenkapitel» von Karl Marx, Schwabe & CO AG, Basel 1994, pp. 115-19.
113. Georg W. F. Hegel Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 293-4.
114. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 28.
115. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 218.
116. Karl Marx, Ivi, p. 29. Riflettendo sulla società peruviana, Marx ricordò, però, anche il caso opposto, ovvero che erano esistite «società molto sviluppate, seppure storicamente immature, nelle quali alcune forme più avanzate dell’economia, quali ad esempio la cooperazione o una sviluppata divisione del lavoro, si manifestano senza che esista affatto denaro», in Karl Marx, Ibidem.
117. Karl Marx, Ivi, p. 30.
118. Karl Marx, Ivi, p. 31.
119. Karl Marx, Ivi, p. 32.
120. Karl Marx, Ivi, p. 280.
121. Karl Marx, Ivi, p. 281. In un altro brano dei Grundrisse, infatti, Marx affermò che: «il principio sviluppato del capitale è appunto quello di rendere superflua l’abilità particolare […] è il principio di relegare l’abilità nelle forze naturali morte», in Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 245.
122. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 32.
123. Karl Marx, Ivi, p. 281. Nei Grundrisse Marx mostrò come anche il «capitale in generale» non fosse una mera astrazione, ma una categoria che aveva nella società capitalistica «un’esistenza reale». Così come i capitali particolari appartengono ai singoli capitalisti, il capitale nella sua forma generale, ovvero quello che si accumula nelle banche, che diviene il capitale di una determinata nazione e che può essere dato in prestito per essere valorizzato, diventa «maledettamente reale. Mentre dunque l’elemento generale per un verso è soltanto una differentia specifica di natura logica, nello stesso tempo questa è una particolare forma reale accanto alla forma del particolare e dell’individuale», in Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 67.
124. In proposito si veda quanto Marx scrisse a Engels in una lettera del 2 aprile 1858: «le più astratte determinazioni, esaminate attentamente, rimandano sempre a un’ulteriore base storica concreta e determinata. (Naturalmente, perché esse ne sono astratte in questa loro determinatezza)», in Marx Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 332.
125. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 32.
126. Karl Marx, Ivi, pp. 32-3.
127. Karl Marx, Ivi, p. 33.
128. Cfr. Stuart Hall, op. cit., p. 133. Questo autore ha giustamente notato che la teoria elaborata da Marx rappresenta una rottura con lo storicismo, pur non essendo una rottura con lo storico.
129. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 33.
130. Pierre Joseph Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della miseria, Edizioni della rivista «Anarchismo», Catania 1975, p. 121.
131. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 172.
132. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 35.
133. Karl Marx, Ivi, pp. 35-6.
134. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 930.
135. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 169.
136. Cfr. Louis Althusser, op. cit., pp. 48-9 e 93.
137. La complessità del metodo sintetizzato da Marx è dimostrata dal fatto che esso fu travisato non solo da molti dei suoi studiosi, ma anche dallo stesso Friedrich Engels. Questi, infatti, che non aveva letto le tesi esposte nell’Introduzione, scrisse in una recensione del 1859 a Per la critica dell’economia politica che Marx, dopo aver elaborato il suo metodo, avrebbe potuto intraprendere la critica dell’economia politica «in due modi: storicamente o logicamente». Tuttavia, poiché «la storia procede spesso a salti e a zigzag e si sarebbe dovuto tenerle dietro dappertutto» […] il modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto». Egli, erroneamente, ne concluse però che questo non era altro che «il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso interiore non sarà altro che  il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia», in Friedrich Engels, Per la critica dell’economia politica (Recensione), in Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 208. Engels, insomma, sostenne il parallelismo tra storia e logica che Marx aveva decisamente respinto nell’Introduzione. Tale posizione fu così attribuita a quest’ultimo e divenne inseguito, con l’interpretazione marxista-leninista, ancora più schematica e infruttuosa dal punto di vista epistemologico.
138. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 81-2.
139. Karl Marx, Ivi, vol. I, pp. 36-7.
140. Karl Marx, Ivi, p. 38.
141. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968, p. 112.
142. Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, op. cit., p. 21.
143. Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi. Gli estratti di Marx dall’opera di Sismondi sono ancora inediti e saranno pubblicati nel volume IV/10 della MEGA². Sono grato a Klaus Pezold per le informazioni relative ai manoscritti marxiani.
144. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 39.
145. Karl Marx, Ivi, p. 40. Anche Friedrich Theodor Vischer, nella sua Ästhetik oder Wissenschaft des Schönen, Bd. I-III, Olms, Hildesheim 1975, trattò della forza dissolvitrice dei miti operata dal capitalismo. Marx lesse quest’opera traendone ispirazione, e ne riassunse alcune parti in uno dei suoi quaderni di estratti, appena tre mesi prima della redazione dell’Introduzione. L’impostazione dei due autori, però, non avrebbe potuto essere più distinta. Vischer deplorò in modo romantico l’impoverimento estetico della cultura causato dal capitalismo e considerò quest’ultimo come una realtà immodificabile. Marx, al contrario, pur battendosi costantemente per il superamento del capitalismo, sottolineò che esso rappresentava, sia materialmente che ideologicamente, una realtà più avanzata rispetto ai precedenti modi di produzione. Cfr. György Lukács, Contributi alla storia dell’estetica, Feltrinelli, Milano 1966, pp. 306-7.
146. Karl Marx, Teorie sul plusvalore. I, in Marx-Engels Opere, volume XXXIV, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 295.
147. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 40.
148. Karl Marx, Ivi, p. 38.
149. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 5.
150. A sostegno di questo ragionamento vi è una nota dell’edizione francese de Il capitale del 1872-75, in cui, citando questo brano della sua opera, Marx preferì tradurre la frase utilizzando il verbo dominer: «[l]e mode de production de la vie matérielle domine [domina] en général le développement de la vie sociale, politique et intellectuelle», in Karl Marx, Le capital, MEGA², II/7, Dietz Verlag, Berlin 1989, p. 62. Egli evitò, in questo modo, di presentare una relazione meccanica tra i due momenti. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Colibrì, Milano 2001, p. 283.
151. La più diffusa volgarizzazione di tale interpretazione si deve a J. V. Stalin che in Del materialismo dialettico e del materialismo storico, in Opere Scelte, Edizioni movimento studentesco, Milano 1973,  sostenne che «il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva […] [e] la vita spirituale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva» (p. 927): «quale è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società» (p. 928).
152. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 3.
153. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
154. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 3.
155. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 645.
156. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67.
157. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione in Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67. Marx aggiunse che quando ciò si compie «può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori», ma, in realtà, il risultato raggiunto è la rappresentazione del concreto nel pensiero. In proposito si veda una sua importante affermazione contenuta in una lettera scritta a Engels il 1 febbraio 1858 nella quale, a proposito di Lassalle, dichiarò: «imparerà a sue spese che una cosa è arrivare a portare, per mezzo della critica, una scienza al punto da poterla esporre dialetticamente e altra è adoperare un sistema di logica astratto e preconfezionato», in Marx Engels Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 288.
158. Cfr. Terrell Carver A Commentary on the text, in Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), op. cit., p. 135.

Categories
Reviews

Alfonso M. Iacono, Il Tirreno

Categories
Reviews

Alfio Neri, Carmilla. Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione

Prima Internazionale

Negli anni Settanta questo libro avrebbe davvero spopolato. Sarebbe stata un’autentica bomba. Avrebbe creato un dibattito enorme.

Poteva fare davvero piazza pulita di molti luoghi comuni. Molte cose sarebbero apparse sotto una nuova luce. Non sto facendo affermazioni avventate. Gli anni Settanta erano abitati da militanti con una formazione culturale trascurata. Era un’epoca in cui premeva l’immediato, la grande svolta sembrava proprio dietro l’angolo.

La stessa fiducia riposta in tante organizzazioni politiche era legata più a una mitologia rivoluzionaria che alla realtà storica. Non la voglio fare lunga, dico solo che questa lettura avrebbe davvero fatto un gran bene.

Il libro curato da Marcello Musto è una raccolta di documenti della Prima Internazionale. I suoi meriti sono molti. Colpisce la correttezza espositiva. Qualche doverosa parola di introduzione viene giustamente fatta, ma i documenti non sono mai affogati da commenti che interrompono inutilmente il flusso argomentativo. L’intervento del filologo, che è presente, non nasconde i testi sotto un mare di parole. I documenti sono raggruppati per temi e seguono un ordine tendenzialmente cronologico. Il libro è leggibile tutto di un fiato, ma consente di focalizzare molte specifiche questioni.

Un’occhiata superficiale mostra che Marx non era solo. La Prima Internazionale era tutto un ribollire d’idee (talvolta confuse) portate avanti da personaggi assolutamente unici. Da un punto di vista teorico Marx era sicuramente preparatissimo ma, da un punto di vista politico, la sua presenza era valorizzata da molti altri personaggi di assoluto primordine. Marx non era il profeta del socialismo; nella Prima Internazionale i profeti del sole dell’avvenire erano davvero parecchi. Marx era solo un militante fra tanti che, per capacità e preparazione teorica, tendeva a risaltare.

Nella prima fase della storia dell’organizzazione, gli avversari di Marx erano i mutualisti francesi. Questi si rifacevano a Proudhon e sognavano una qualche strategia politica ed economica per affrontare l’incipiente proletarizzazione. Da un punto di vista operativo chiedevano che il lavoro avesse l’accesso al credito bancario. Questa posizione, oggettivamente poco dinamica (ricorda per impostazione le posizioni teoriche delle cooperative rosse), era avversata dalla segreteria londinese (fra cui Marx) e dall’incipiente corrente libertaria. La convergenza teorica fra la segreteria e le correnti autonomiste (che poi diventeranno anarchiche) è palese. Erano unite da diverse questioni centrali. Entrambe teorizzavano l’azione operaia come fattore strategico di emancipazione sociale. Entrambe avevano idee simili sullo stato borghese e sulla necessità storica di abbatterlo. Entrambe erano a favore dell’internazionalismo e dell’opposizione alla guerra. Erano divise dall’idea che vi potesse essere una rivoluzione a breve termine, non dalla questione se fosse auspicabile o meno una rivoluzione sociale. Per molti anni gli anarchici e la segreteria londinese furono oggettivamente alleati contro i mutualisti e contro i sindacati riformisti inglesi. Questi ultimi avevano promosso materialmente l’Internazionale per impedire le azioni di crumiraggio da parte del capitalismo inglese (per esempio lanciarono una mobilitazione per impedire il reclutamento di sarti belgi durante lo sciopero dei sarti londinesi). Di fatto però i sindacati inglesi, nel dibattito, espressero sempre una sconcertante debolezza teorica. Nelle riunioni londinesi la parola era spesso presa da altri gruppi più radicali. Legati da una comune sensibilità rivoluzionaria, Marx e gli anarchici belgi, svizzeri e francesi avevano posizioni teoriche sorprendentemente simili.

I documenti della Prima Internazionale mostrano sempre un’organizzazione aperta al dibattito. Sembra banale dirlo ma Marx non era leninista e la Prima Internazionale non era la centrale cospirativa di un oscuro partito di rivoluzionari di professione. Il dibattito novecentesco sul partito rivoluzionario come strumento strategico di presa del potere politico è completamente estraneo a queste pagine. Inoltre la sensibilità rivoluzionaria allontanava Marx anche dall’ortodossia scientista ed economicista della socialdemocrazia. Esistevano luoghi in cui si contava più di altri (ne sia prova la quantità di documenti editi a Londra) ma la presenza di vivace dibattito interno mostrava un’apertura mentale che farebbe invidia a molte organizzazioni rivoluzionarie contemporanee. Banalmente, la Prima Internazionale non era un’organizzazione settaria.

La raccolta dei testi focalizza anche la rottura con gli anarchici e la decisione di spostare la segreteria negli Stati Uniti. Mentre nell’Europa continentale la maggioranza delle federazioni si schierava con gli anarchici, Marx si opponeva con fermezza alla loro strategia politica. Tuttavia, malgrado lo scontro aperto, il tono della polemica rimaneva sempre molto più rispettoso di quanto si possa immaginare (e intendiamoci Marx quando si trattava di insultare e di satireggiare aveva una creatività linguistica assolutamente ragguardevole). La rottura non riguardava due visioni teoriche contrapposte ma piuttosto due diverse strategie politiche. Entrambi erano su posizioni rivoluzionarie. Entrambi auspicavano la fine dello stato. Entrambi volevano organizzazioni rivoluzionarie ma anche strutture di massa aperte e democratiche. Queste posizioni erano lontane anni luce dai deliri economicisti della socialdemocrazia e dalle pratiche manipolatrici dell’Internazionale Comunista. La documentazione, talvolta ingenua, non aveva nulla dei deliri gesuitici del Novecento. Certo, con il senno di poi, oggi gli anarchici dell’azione insurrezionalista sembrano proprio degli eroici sprovveduti; i mutualisti con l’idea del credito agli artigiani e alle cooperative sembrano degli illusi; anche Marx, quando redigeva il saluto dell’Internazionale per la rielezione di Lincoln nel 1864, sembra veramente un’anima bella. Però le cose importanti sono altre. Con tutti i loro limiti, i documenti erano lontani anni luce dalle paludi novecentesche fatte di citazioni strumentali che occultavano svolte inconfessabili.

Per queste ragioni, il paziente lavoro di Musto è importante. Da un punto di vista storiografico molta parte della storia nel Novecento è già tutta in queste pagine. Socialismo, Comunismo e Anarchismo nacquero nei dibattiti riportati da questi documenti. Il loro battesimo si svolse davvero in lunghe riunioni di militanti sconosciuti. Con il senno di poi possiamo anche sorridere delle loro facili speranze. Però le ragioni che vi stavano dietro ritornano ancora oggi con forza. Per questo i documenti della Prima Internazionale sono qualcosa di più di un importante capitolo di storia antiquaria. La loro rilettura ci permette di ripensare i possibili percorsi del nostro futuro. La storia della Prima Internazionale non è un capitolo chiuso di storia ottocentesca perché ci permette di affrontare meglio vecchi problemi. Per esempio il leninismo non è l’esito necessario del dibattito organizzativo della prima Internazionale. Anche in passato era chiaro che si poteva essere rivoluzionari senza essere leninisti. Tuttavia questi documenti, letti senza filtro ideologico, mostrano che lo spirito della Prima Internazionale era pluralista. L’organizzazione si divide su dibattiti razionali senza scomuniche e senza inutili deliri psichiatrici. Inoltre, letteralmente, Marx e gli anarchici erano su posizioni teoriche talvolta davvero molto vicine. Oggi il contesto politico e sociale è mutato profondamente. Per questo questa vecchia contrapposizione non ha ormai più nulla di attuale e di necessario. La Prima Internazionale era un’organizzazione pluralista, rivoluzionaria e democratica. Il minimo che si possa dire è che qualsiasi prassi rivoluzionaria non potrà prescindere da queste scelte strategiche. È evidente che il cammino da fare è ancora lungo.

Categories
Reviews

Luciano Canfora, Corriere della Sera

L’alba della Prima Internazionale Un’eredità che sembra smarrita

Escono, certo per caso, quasi contemporaneamente, due libri tra i quali non è fuor di luogo stabilire un collegamento.

Un volume che racconta e documenta l’atto di nascita della Prima Internazionale (Prima Internazionale. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! Indirizzi, risoluzioni, discorsi e documenti, a cura di Marcello Musto, Donzelli) e inoltre un libro di Domenico Losurdo significativamente intitolato La sinistra assente (Carocci).

Per fortuna l’editore Donzelli si è ricordato che, col 2014, sono 150 anni dalla nascita della Prima Internazionale, e così ha preso la saggia iniziativa di far raccogliere in traduzione italiana i documenti fondativi, a partire dall’indirizzo di saluto di Marx, nonché via via i successivi documenti (per lo meno i principali) della vivacissima vita di quella organizzazione. Dopo un secolo e mezzo si può guardare al cammino compiuto a partire da allora con mente sgombra dallo spirito di fazione e concludere che, senza quella grande impresa, la condizione operaia e più in generale del lavoro dipendente sarebbe stata di gran lunga peggiore. La vita tormentata, la fine prematura, la rinascita sotto altre forme (Seconda, Terza, Quarta Internazionale) nulla tolgono alla fecondità di quella iniziativa pionieristica attuata a Londra nel 1864, e grazie alla quale furono posti sul tappeto già tutti i problemi fondamentali di libertà e di giustizia che i liberali, già intorno a quegli anni, avevano ormai dimostrato di non essere in grado di risolvere, e forse non ne avevano ormai più la voglia.

L’altro volume, opera di uno studioso benemerito della storia politica euro-americana tra Secondo Impero francese e fine del «socialismo reale», affronta invece il vuoto determinatosi a seguito di tale tracollo. Il titolo, La sinistra assente , ben simboleggiato dalla sedia vuota che campeggia sulla copertina, dice molto meno di ciò che il libro contiene. Esso affronta alcuni temi fondamentali che caratterizzano gli attuali comportamenti dell’ex «mondo libero», di dullesiana memoria. In primo luogo la risorgente lotta di potenza contro Russia e Cina, nonché, strettamente connessa a ciò, la capacità degli Usa di tenere per lo più al guinzaglio la inconsistente politica estera della Ue, anche grazie all’apporto di fedeli «quinte colonne». Poco o nulla importa che il capitalismo sia stato restaurato sia in Russia che in Cina (e in Russia anche la ginnastica elettorale): anzi forse questo accentua la rivalità. Prova definitiva, se pur ve ne fosse bisogno, del fatto che lotta di potenza fu già a suo tempo, quando si favoleggiava di una inevitabile lotta contro l’impero del male, e lotta di potenza è adesso. Ammantata però da cangianti foglie di fico: un giorno l’integrità dell’Ucraina, un altro giorno i diritti di libertà dei terroristi islamici ceceni e così via mentendo.

Un altro tema forte del volume è la sistematica manipolazione dei fatti ad opera della macchina informativa, o meglio disinformativa: dalla esibizione dei cadaveri torturati delle vittime di Ceausescu, trafugati dagli obitori al fine di fabbricare la scena madre, alla grandinata di notizie sul conflitto interetnico jugoslavo. Il terzo punto, che dà il titolo al libro, è la autodistruzione della sinistra, ambito nel quale all’Italia spetta un posto d’onore. Non si riesce invero a capire perché mai i tedeschi o gli svedesi, o i belgi, o gli austriaci, abbiano diritto ad avere un partito socialdemocratico nei loro parlamenti, ma non gli italiani. Hanno impiegato oltre quindici anni, dalla «Bolognina» alla nascita del cosiddetto Pd, a demolire quanto ancora restava dell’insediamento sociale, culturale e umano del maggior partito riformista che l’Italia abbia avuto nella sua storia repubblicana, e che Togliatti chiamò «partito nuovo».

Le simpatie di Losurdo vanno a quella che ancora oggi si chiama «Repubblica popolare cinese». Imbarazzato dalla rinascita, in quel Paese, di un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana), Losurdo ricorre ad alcune autorità teoriche, da Trotsky, a Gramsci a Deng, per giustificare, appellandosi a formule quali «collettivismo della miseria», «eguaglianza della miseria comune», lo stato di cose che si è determinato in quel grande Paese, trasformatosi ormai nell’esatto contrario di ciò che si proponeva di essere alla metà del Novecento. Mi sembra uno sforzo ermeneutico mal riposto. Sarebbe molto più utile proporsi di comprendere quale inedita formazione economico-sociale e politica sia nata sotto i nostri occhi in quello che oggi è il punto nevralgico del pianeta.

Categories
Reviews

Giuseppe Bedeschi, Il Sole 24 Ore

Categories
Reviews

Stefania Miccolis, Rassegna Sindacale

Un anniversario che oggi, con la crisi economica e l’attacco ai diritti del lavoro, vale davvero la pena ricordare. Parliamo del centocinquantesimo della Prima Internazionale – l’Associazione Internazionale dei lavoratori -, fondata a Londra, nella sala del St. Martin’s Hall, il 28 settembre 1864. Ce lo rammenta offrendo molti spunti di riflessione Marcello Musto, professore di teoria politica presso la York University di Toronto, riunendo in un volume edito da Donzelli (e contemporaneamente in Inghilterra da Bloomsbury), Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! (pp. XVI-256, euro 25,00), ottanta testi ufficiali, ventisei dei quali inediti in lingua italiana, che riassumono il dibattito politico-teorico attraverso “indirizzi, risoluzioni, discorsi, documenti” di un’esperienza che, come disse Marx nel 1871, aveva apportato una novita decisiva: quella di un’associazione costituita per la prima volta “dagli operai per se stessi” (vedi il box a fianco, ndr).

Trenta i testi del filosofo di Treviri, sua la frase “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” (che, abbiamo visto, da il titolo al volume), diventata simbolo della lotta contro il capitalismo, della presa di coscienza della classe operaia, dell’emancipazione come conquista delle “classi lavoratrici stesse”, della realizzazione dei diritti sociali. La troviamo nell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione, nel 1864, testo in cui sono indicati i principi costitutivi della lotta per la liberazione dal dominio del capitale. “La conquista del potere e divenuto il grande dovere della classe operaia” scriveva Marx – che, ricorda Musto, fu dalla fondazione al 1872 la mente dell’Ail -. Era indispensabile che il lavoratore cominciasse a comprendere “i misteri della politica internazionale”, che vegliasse sugli atti dei rispettivi governi, per poi opporsi ad essi: era necessario “coalizzarsi e denunciarli simultaneamente, e rivendicare le semplici leggi della morale e della giustizia (…). La lotta per una tale politica estera fa parte della lotta generale per l’emancipazione della classe operaia”.

Il volume offre un’accurata scelta di testi va dalla fondazione alla frattura del 1872 sino allo scioglimento dell’Ail “centralista” nel 1876. Si toccano quindi i punti salienti: la nascita e il primo congresso a Ginevra (1866), in cui si discussero i fondamenti teorici; la rapida espansione nei paesi europei, innanzitutto Francia e Svizzera; la carica rivoluzionaria e la debacle della Comune di Parigi (1871); la crisi e la scissione con lo scontro prima fra collettivisti e mutualisti e poi tra centralisti e autonomisti, ovvero tra marxisti e anarchici.

Dei due momenti di questo scontro Marx fu protagonista. Nel primo, i mutualisti di Proudhon si dovettero arrendere alla rabbia di lavoratori e lavoratrici che conquistavano diritti e giustizia sociale con quello che sarebbe diventato lo strumento di lotta per eccellenza: lo sciopero, “la risposta immediata e necessaria per l’’emancipazione della classe operaia.
Importante fu la discussione sulle macchine e la loro funzione nella trasformazione delle relazioni capitalistiche. Marx la spiegava in L’utilizzo dei macchinari nelle mani dei capitalisti (1868) in una seduta del Consiglio generale: contrariamente a quanto si pensava, le macchine avevano aggravato la miseria dei lavoratori; invece di diminuire, le ore di lavoro erano infatti aumentate mentre si erano abbassati i salari.
“Le macchine dovranno cessare di essere monopolio esclusivo del capitale e dovranno passare nelle mani degli operai che si organizzeranno in associazioni”.
Cosi i padroni avrebbero avuto meno potere sui dipendenti. E poi ancora, interessantissimi, i dibattiti sulla difesa dell’istruzione, della salute, e la contestazione delle diseguaglianze di genere.
E appassionante, insomma, la storia della Prima Internazionale; una storia che “acquista oggi una grande rilevanza”, proprio in ragione dell’apatia, della rassegnazione, e della dilagante sfiducia nel futuro. Questo clima di “subalternita ideologica”, questa “barbarie della realta attuale” devono essere contrastati. Per farlo, scrive Musto, “bisogna conoscere le lotte del passato”, “le battaglie vinte fino ad oggi”.
L’antologia e pensata quindi come una guida, per “mostrare a una nuova e poco esperta generazione” la conquista della dignita e della coscienza sociale. L’obiettivo e che “l’eredita dell’Internazionale possa rivivere nella critica dell’oggi”.

Categories
Reviews

Lombardia Oggi

Categories
Reviews

Il Salvagente

Categories
Journalism

Lavoro e diritti: l’insegnamento dell’Internazionale

Il 28 settembre del 1864 la sala del St. Martin’s Hall, un edificio situato nel cuore di Londra, era affollatissima. A gremirla erano accorsi circa 2.000 lavoratrici e lavoratori, per ascoltare il comizio di alcuni sindacalisti inglesi e colleghi parigini. Grazie a questa iniziativa nacque il punto di riferimento di tutte le principali organizzazioni del movimento operaio: l’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

In pochi anni, l’Internazionale suscitò passioni in tutta l’Europa. Grazie a essa, il movimento operaio poté comprendere più chiaramente i meccanismi di funzionamento del modo di produzione capitalistico, acquisì maggiore coscienza della propria forza e inventò nuove forme di lotta. Viceversa, nelle classi dominanti, la notizia della fondazione dell’Internazionale provocò orrore. Il pensiero che gli operai reclamassero maggiori diritti e un ruolo attivo nella storia generò ripugnanza nelle classi agiate e furono numerosi i governi che la perseguitarono con tutti i mezzi disponibili.

Le organizzazioni che fondarono l’Internazionale erano molto differenti tra loro. Il suo centro motore iniziale furono le Trade Unions inglesi, che la considerarono come lo strumento più adatto per lottare contro l’importazione della mano d’opera dall’estero, durante gli scioperi.

Un altro significativo ramo dell’associazione fu quello dei mutualisti, la componente moderata fedele alle teorie di Proudhon, al tempo dominanti in Francia; mentre il terzo gruppo, per ordine d’importanza, furono i comunisti, riuniti attorno alla figura di Marx. Fecero inizialmente parte dell’Internazionale anche gruppi di lavoratori che si richiamavano a teorie utopistiche, nuclei di esuli ispirati da concezioni vagamente democratiche e sostenitori di idee interclassiste, come alcuni seguaci di Mazzini. L’impresa di riuscire a far convivere tutte queste anime nella stessa organizzazione fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di conciliare ciò che appariva non conciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale. Fu Marx a dare una chiara finalità all’Associazione e a realizzare un programma politico non preclusivo, eppure fermamente di classe, a garanzia di un movimento che ambiva a essere di massa e non settario. Fu sempre Marx, anima politica del Consiglio Generale di Londra, che redasse quasi tutte le principali risoluzioni dell’Internazionale. Tuttavia, diversamente da quanto propagandato dalla liturgia sovietica, l’Internazionale fu molto di più del solo Marx.

A partire dalla fine del 1866, gli scioperi si intensificarono in molti paesi europei e furono il cuore pulsante di una significativa stagione di lotte. La prima grande battaglia vinta grazie all’appoggio dell’Internazionale fu quella dei bronzisti di Parigi, nell’inverno del 1867. In questo periodo ebbero esito vittorioso anche gli scioperi dei lavoratori del ferro di Marchienne, degli operai del bacino minerario in Provenza, dei minatori di carbone di Charleroi e degli edili di Ginevra. In ognuna di queste vicende, il copione si ripeté identico: una raccolta di denaro in appoggio agli scioperanti, grazie ad appelli redatti e tradotti dal Consiglio Generale, poi inviati ai lavoratori di altri paesi, e l’intesa affinché questi ultimi non compissero azioni di crumiraggio. Tutto ciò costrinse i padroni a cercare un compromesso e ad accettare molte delle richieste degli operai. Si avviò, così , una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento dei lavoratori ottennè maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti se li erano già faticosamente conquistati. In seguito al successo di queste lotte, centinaia di nuovi iscritti aderirono all’Internazionale in tutte le città dove si erano tenuti gli scioperi.

Nonostante le complicazioni derivanti dall’eterogeneità di lingue, culture politiche e paesi coinvolti, l’Internazionale riuscì a riunire e coordinare più organizzazioni e numerose lotte nate spontaneamente. Il suo più grande merito fu quello di aver saputo indicare l’assoluta necessità della solidarietà di classe e della cooperazione transnazionale. Obiettivi e strategie del movimento operaio cambiarono irreversibilmente e tornano di grande attualità, anche oggi, 150 anni dopo.

La proliferazione degli scioperi mutò anche gli equilibri all’interno dell’organizzazione. Le componenti moderate furono arginate e, al Congresso di Bruxelles del 1868 venne votata la risoluzione sulla socializzazione dei mezzi di produzione. Tale atto rappresentò un decisivo passo in avanti nel percorso di definizione delle basi economiche del socialismo e, per la prima volta, uno dei capisaldi programmatici del movimento operaio venne inserito nella piattaforma politica di una grande organizzazione. Tuttavia, dopo aver sconfitto i seguaci di Proudhon, Marx dovette fronteggiare un nuovo rivale interno, il russo Bakunin, che aderì all’Internazionale nel 1869.

Il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta fu ricco di conflitti sociali. Molti dei lavoratori che presero parte alle proteste sorte in questo arco temporale chiesero il sostegno dell’Internazionale, la cui fama andava diffondendosi sempre più. Dal Belgio alla Germania e dalla Svizzera alla Spagna, l’Associazione aumentò il numero dei suoi militanti e sviluppò un’efficiente struttura organizzativa in quasi tutto il continente. Approdò, inoltre, anche oltreoceano, grazie all’iniziativa degli immigrati giunti negli Stati Uniti d’America.

Il momento più significativo della storia dell’Internazionale coincise con la Comune di Parigi. Nel marzo del 1871, dopo la conclusione della guerra franco-prussiana, gli operai cacciarono il governo Thiers e presero il potere. Ciò costituì il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo. Da quel momento, l’Internazionale fu nell’occhio del ciclone e acquisì grande notorietà. Sulle bocche della classe borghese il nome dell’organizzazione divenne sinonimo di minaccia all’ordine costituito, mentre su quella degli operai assunse il significato di speranza in un mondo senza sfruttamento e ingiustizie. La Comune di Parigi diede vitalità al movimento operaio e lo spinse ad assumere posizioni più radicali. Ancora una volta, la Francia aveva mostrato che la rivoluzione era possibile, che l’obiettivo poteva e doveva essere la costruzione di una società radicalmente diversa da quella capitalistica, ma anche che, per raggiungerlo, i lavoratori avrebbero dovuto dare vita a forme di associazioni politiche stabili e ben organizzate.

Per questa ragione, durante la Conferenza di Londra del 1871, Marx propose una risoluzione sulla necessità, per la classe operaia, di dedicarsi alla battaglia politica e di costruire, ovunque fosse possibile, un nuovo strumento di lotta ritenuto indispensabile per la rivoluzione: il partito (al tempo adoperato solo dagli operai della Confederazione Germanica). In molti, però, si opposero a questa decisione. Oltre al gruppo di Bakunin, contrario a qualsiasi politica che non fosse quella della distruzione immediata dello Stato, insofferenze e ribellioni rispetto alla proposta del Consiglio Generale giunsero da varie federazioni, che giudicarono la scelta di Londra un’ingerenza nell’autonomia delle federazioni locali. L’avversario principale della svolta avviata da Marx fu un ambiente non ancora pronto a recepire il salto di qualità proposto. Si sviluppò, così, uno scontro che rese la direzione dell’organizzazione, intanto espansasi in Italia e ramificatasi anche in Olanda, Danimarca, Portogallo e Irlanda, ancora più problematica.

Nel 1872, l’Internazionale era molto differente rispetto a ciò che era stata ai tempi della sua fondazione. Le componenti democratico-radicali avevano abbandonato l’Associazione, dopo essere state messe all’angolo. I mutualisti erano stati sconfitti e le loro forze drasticamente ridotte. I riformisti non costituivano più la parte prevalente dell’organizzazione (tranne che in Inghilterra) e l’anticapitalismo era diventato la linea politica di tutta l’Internazionale, anche delle nuove tendenze – come quella anarchica e quella blanquista – che si erano aggiunte nel corso degli anni. Lo scenario, d’altronde, era mutato radicalmente anche all’esterno dell’Associazione. L’unificazione della Germania, avvenuta nel 1871, sancì l’inizio di una nuova era in cui lo stato-nazione si affermò definitivamente come forma d’identità politica, giuridica e territoriale. Il nuovo contesto rendeva poco plausibile la continuità di un organismo sovranazionale al quale le organizzazioni dei vari paesi, anche se munite di indipendenza, dovevano cedere una parte consistente della direzione politica.

La configurazione iniziale dell’Internazionale era superata e la sua missione originaria si era conclusa. Non si trattava più di predisporre e coordinare iniziative di solidarietà su scala europea, a sostegno degli scioperi, né di indire congressi per discutere dell’utilità della lotta sindacale o della necessità di socializzare la terra e i mezzi di produzione. Questi temi erano divenuti patrimonio collettivo di tutte le componenti dell’organizzazione. Dopo la Comune di Parigi la vera sfida per il movimento operaio era la rivoluzione, ovvero come organizzarsi per porre fine al modo di produzione capitalistico e rovesciare le istituzioni del mondo borghese.

Nei decenni successivi, il movimento operaio adottò un programma socialista, si espanse prima in tutta Europa e poi in ogni angolo del mondo e costruì nuove forme di coordinamento sovranazionali che si richiamarono al nome e all’insegnamento dell’Internazionale. Essa impresse nelle coscienze dei proletari la convinzione che la liberazione del lavoro dal giogo del capitale non poteva essere conseguita all’interno dei confini di un singolo paese, ma era, invece, una questione globale. Egualmente, grazie all’Internazionale gli operai compresero che la loro emancipazione poteva essere conquistata soltanto da loro stessi, dalla loro capacità di organizzarsi, e che non andava delegata ad altri. Infine, l’Internazionale diffuse tra i lavoratori la consapevolezza che la loro schiavitù sarebbe cessata soltanto con il superamento del modo di produzione capitalistico e del lavoro salariato, poiché i miglioramenti all’interno del sistema vigente, che pure andavano perseguiti, non avrebbero mutato la loro condizione strutturale.

In un’epoca nella quale il mondo del lavoro è costretto, anche in Europa, a subire condizioni di sfruttamento e forme di legislazione simili a quelle dell’Ottocento e in cui vecchi e nuovi conservatori tentano, ancora una volta, di dividere chi lavora da chi è disoccupato, precario o migrante, l’eredità politica dell’organizzazione fondata a Londra nel 1864 riacquista una straordinaria rilevanza. In tutti i casi in cui è commessa un’ingiustizia sociale sul lavoro, ogni qualvolta viene calpestato un diritto, germoglia il seme della nuova Internazionale.

Categories
Reviews

Maria Grazia Meriggi, Il Manifesto

La parola all’Internazionale

Saggi. I discorsi e le soluzioni nei diversi mondi del lavoro, a partire dalla storia della più grande esperienza collettiva. In un libro pubblicato da Donzelli, a cura di Marcello Musto

Fra le iniziative assunte in occasione del 150° anniversario della fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, questo volume, Prima Internazionale, Indirizzi, Risoluzioni, Discorsi, Documenti, a cura di Marcello Musto (Donzelli, pp. XVI-256, euro 25) si distingue per due obbiettivi, entrambi raggiunti. Una messa a punto della ricerca attuale su questo fondamentale episodio della storia dei mondi del lavoro e una sua riproposizione come esperienza esemplare che ritrova nel presente una nuova attualità.
Tra gli anni ’50 e la fine dei ’70 infatti la storiografia aveva infatti raggiunto una compiuta conoscenza delle fonti della I e della II Internazionale, anche grazie agli archivi di fondazioni europee fondamentali quali l’International Institute of Social History di Amsterdam e la Fondazione Feltrinelli di Milano. A lungo questa conoscenza si è concentrata – come ricorda Musto – sulla centralità del marxismo, sull’adeguamento o l’allontanamento da una presunta o reale ortodossia con, sullo sfondo, un rapporto finalistico con la formazione dell’Internazionale comunista.

Oltre L’illegalità

Partendo dalla conoscenza approfondita di quella preziosa massa di ricerche, il lavoro di Musto mette in luce il ruolo dell’Internazionale come esperienza collettiva e sociale. Ed è significativo che anche la ripresa di interesse per la II Internazionale stia prendendo strade che non hanno a che fare con il «fallimento» o il «tradimento» del ’14 ma individuano sulla scorta del vasto e fondamentale cantiere aperto da Georges Haupt le continuità fra le cosiddette I e II Internazionale proprio come luogo di incontro di esperienze collettive. Musto è docente di sociologia teorica e questa conoscenza della densità sociale delle organizzazioni politiche e delle loro teorie è all’opera nel volume e nella sua bella introduzione.
L’Internazionale sorge in anni di grande espansione economica, ma in cui questa fiduciosa vitalità non si era ancora tradotta in conquiste stabili dei lavoratori. Molto lentamente le organizzazioni rivendicative usciranno dall’illegalità negli anni ’60-’80 con l’eccezione del Regno Unito (in cui esse erano legali dal 1824, ma in cui le pratiche di difesa degli scioperi erano ancora punite con carcere e deportazione). In molti paesi europei lo sviluppo della grande industria aveva reso satelliti e subalterne le manifatture e le piccole imprese creando le condizioni per l’affermazione di una vera e propria classe operaia moderna, ma la fonte delle sue capacità contrattuali restava il mestiere. Le sole organizzazioni quasi sempre legali erano le società di mutuo soccorso e le cooperative.

Le Lotte Sociali

Anche se Marx ed Engels semplificavano dicendo che nessun operaio era stato owenita o sansimoniano, certo non furono i circoli di studio e i fantasiosi progetti di riforma «socialista» a dare voce ai lavoratori, ma quelle organizzazioni mutualistiche e cooperative che molto spesso diventavano anche luoghi di finanziamento e organizzazione clandestina degli scioperi. L’intreccio di tutte queste pratiche che coesistevano nella vita quotidiana dei lavoratori insieme alla centralità dello sciopero caratterizza la vita dell’Internazionale e ne costituisce la ricchezza.
Fra i gruppi aderenti all’Internazionale ci sono, su un piano di parità, cooperanti, mutualisti, sindacalisti, gruppi di studio, e anche i nascenti partiti operai. Il volume ricostruisce l’intelligente opera di Marx nell’associare la radicalità nell’analisi della società e nelle prospettive ultime a una grande capacità di tenere insieme queste esperienze diverse a patto che rifiutassero le pratiche delle sette clandestine.
Negli anni «senza l’Internazionale», dopo il 1872, e nella stessa II Internazionale che pure nelle intenzioni dei suoi fondatori doveva formare dei dirigenti che sapessero distinguere le diverse funzioni (sindacato, cooperativa, partito, gruppo parlamentare di un partito socialista) i militanti continueranno a «sovrapporre» queste funzioni, fondando una cooperativa per finanziare uno sciopero, chiedendo al Bureau socialiste international di occuparsi di evitare le migrazioni in luoghi dove era in corso uno sciopero… le carte del Bureau attestano questa feconda continuità.
La raccolta di testi documenta proprio la vastità dell’impegno degli internazionalisti: il lavoro e le sue trasformazioni, il ruolo delle lotte sindacali, la cooperazione, la guerra, la questione irlandese e gli Usa, il ruolo dello stato e e quello dell’autorganizzazione politica per il presente e per la costruzione di un futuro di collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Come osserva Musto, non è (solo) la rigorosa critica di Marx ma gli operai stessi a mettere in scacco il proudhonismo con una tenace attività di organizzazione degli scioperi che sono il segno distintivo dell’Internazionale. Il volume segue le vicende dell’AIL dopo la Comune e la conclusione della sua storia organizzativa provocata più dalle trasformazioni oggettive, l’inizio della lunga depressione, il ruolo crescente dei partiti nazionali, che dalla volontà di Marx di contrastare l’affermazione di forme associative settarie e del bakunismo.

Vecchie e Nuove Storie

Ma il volume vuole anche suggerire un’attualità di quelle vicende. Secondo Marx il sindacalismo, essenziale perché gli operai imparassero ad autorganizzarsi, non avrebbe potuto migliorare stabilmente le loro condizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. Oggi dopo un secolo di compromessi avanzati i processi che semplificando chiamiamo di mondializzazione ci ripropongono – certo in forme nuove – l’identificazione della condizione di salariato con quella di povero e di precario.
Queste non sono dunque «vecchie storie» ma esempi di un percorso di emancipazione la cui attualità è indicata da Musto nella conclusione del volume – insieme e filologico e militante – con l’inno dell’Internazionale nella versione di Franco Fortini: «non vogliam sperare niente/il nostro sogno è la realtà».