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150 anni fa nasceva L’Internazionale

D. Hai appena pubblicato una raccolta di documenti sull’Internazionale (26 dei quali mai tradotti prima in italiano). Quale di questi scritti sceglieresti per commentarlo con le giovani generazioni?

Nel libro ho raggruppato gli 80 documenti che ho selezionato in 13 parti. Tra queste ci sono “Lavoro”, “Sindacato e Sciopero”, “Istruzione”, “Proprieta’ collettiva e Stato”, “Organizzazione politica” e tante altre.

I testi sono tutti attualissimi, anche se hanno gia’ 150 anni. I brani che consiglierei ai piu’ giovani sono quelli che descrivono la societa’ post-capitalistica. Ci sono pagine sull’importanza della riduzione dell’orario di lavoro o sull’uso dei macchinari e della tecnologia a favore dei lavoratori – e non della massimizzazione del profitto – che sembrano scritte per l’oggi. Credo siano i piu’ stimolanti, perche’ aiutano a interrompere il mantra degli ultimi anni, enunciato, con intonazioni differenti, sia destra che a sinistra, secondo il quale non c’e’ alternativa al capitalismo.

D. Quale domanda porresti alla Confindustria rispetto all’attuale situazione economica, alla luce di quanto ‘ereditato’ da questi scritti ?

Alla Confindustria nessuna. Mi pare difendano molto bene i loro interessi. Mi piacerebbe che la sinistra facesse lo stesso. Le domande, piuttosto, io le porrei a questo governo, che mi sembra abbia una posizione molto ideologica sul lavoro, ovvero difende la dogmatica ideologia neoliberale che ha imperato negli ultimi 25 anni e che ci ha portato esattamente dove siamo. Chiedo: quali cambiamenti hanno prodotto – oltre a privare di un futuro la mia generazione e a renderne ancora più difficile il presente, già molto prima della crisi – le varie “riforme” del mercato del lavoro che si sono susseguite dal pacchetto Treu (Governo Prodi) a oggi? Quale miglioramento produce per chi non ha lavoro, rendere più facili i licenziamenti (ovvero abolire l’Articolo 18)? L’insegnamento dell’Internazionale ci aiuta a guardare in direzione opposta. Grazie alla sua azione, i lavoratori avviarono una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento operaio ottenne maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti li avevano già faticosamente conquistati.

D. Qual e’ la pagina che ti ha più emozionato?

Credo che uno dei testi più belli del volume, precedentemente inedito, sia quello prodotto della Sezione Centrale delle Lavoratrici di Ginevra. Parla di femminismo e pluralismo, due temi ineludibili per una sinistra che voglia davvero ripensarsi dopo la sconfitta del Novecento, e recita così: “Gli accordi raggiunti dovranno riconoscere alle donne i medesimi diritti che hanno gli uomini. In secondo luogo, quanto più diversi gruppi d’opinione che hanno di mira il medesimo scopo (l’emancipazione del lavoro) esistono, tanto più semplice diviene generalizzare il movimento delle classi lavoratrici, senza disperdere nessuna delle forze (anche le più differenti) che concorrono al risultato finale”.

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La Regione Ticino

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Paolo Petroni, ANSA

I 150 anni della Prima Internazionale

Cadono il 28 settembre e un volume riunisce discorsi e documenti

Centocinquanta anni fa, il 28 settembre 1864, alla St. Martin’s Hall di Londra, gremita da oltre duemila lavoratori, si teneva la sessione inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori: l’atto fondativo della prima organizzazione internazionale del movimento operaio.

Ciò che oggi colpisce è il carattere profondamente radicale e libertario di quella esperienza, di cui ora, in occasione della ricorrenza, lo studioso di Marx e docente di Sociologia teorica alla York University di Toronto pubblica un volume che raccoglie indirizzi, risoluzioni, discorsi e documenti, con note esplicative e un finale indice dei nomi.

”Il mondo del lavoro oggi è ridotto a una profonda subalternità ideologica rispetto al sistema dominante”, per cui, scrive Musto, la ragione del libro è nella necessità ”di ricostruire pazientemente, dalle macerie, la conoscenza diretta delle elaborazioni originali del movimento operaio, che può costituire un contributo importante per invertire questa tendenza”. Le discussioni, anche accese, che animarono quella riunione oggi ci paiono ancora di una certa attualità, spaziando dal diritto al lavoro alla critica delle ingiustizie sociali, dalla contestazione del modo di produzione capitalistico alla denuncia delle sue contraddizioni, dalla difesa della salute, dell’istruzione, del welfare all’aspra contestazione delle diseguaglianze di genere, dalla polemica contro i nazionalismi e le discriminazioni razziali al progetto di una nuova dimensione internazionale per le classi lavoratrici, in vista della loro emancipazione. Senza negare l’imprescindibile contributo apportato da Karl Marx, autore o coautore di trenta degli ottanta documenti raccolti nel libro (26 dei quali tradotti per la prima volta in italiano) e che concluse il suo indirizzo inaugurale con l’esortazione ”Proletari di tutti i paesi unitevi”, l’elaborazione di tutti questi temi, ricorda il curatore, fu un processo collettivo. Il programma politico, la richiesta del lavoro ridotto a otto ore quotidiane, la protezione dei diritti dei fanciulli e il loro diritto alla scuola, intende, usando parole sempre di Marx, ”far recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice, che costituisce la gran massa di ogni nazione” e, non meno necessario, ”fornire a essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di reazioni sociali e di attività sociale e politica”. Si parla così di proprietà, di lavoro, di sindacato, di sciopero, di movimenti cooperativi, Quindi si aprono focus sulla Comune di Parigi, sulla Questione irlandese, sugli Stati Uniti.

L’ideologia iniziale era improntata comunque più a generici richiami etico-umanitari, come la fratellanza tra i popoli e la pace, che alla lotta di classe e a precisi obiettivi politici, e gli organizzatori non si immaginavano quel che da quella riunione sarebbe nato, suscitando reazioni e passioni tutta Europa: una vera e propria organizzazione internazionale capace di coordinare le iniziative sindacali e politiche della classe operaia, come ricostruisce Musto in un articolato saggio introduttivo sulle vicende dell’Internazionale, sino al suo ultimo congresso a Verviers nel settembre 1877, cui parteciparono però delegati tutti di provenienza anarchica, mentre tutti gli altri si riunirono a Gand in occasione del Congresso Socialista Universale, avvertendo ormai l’importanza di partecipare con organizzazioni partitiche alla lotta politica. ”Questo pugno che sale / questo canto che va / è l’Internazionale, un’altra umanità./ Questa lotta che eguale / l’uomo all’uomo farà / è l’Internazionale, fu vinta e vincerà”, come canta l’Internazionale di Eugene Potier, pubblicata in chiusura del volume, nella traduzione di Franco Fortini. (ANSA).

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Lavoratori di tutto il mondo unitevi!

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Rita Felerico, Positano News

Centocinquant’anni fa, il 28 settembre 1864, alla St. Martin’s Hall di Londra, si teneva la sessione inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori: l’atto fondativo della prima organizzazione internazionale del movimento operaio.

Visti a distanza di 150 anni, questi 80 testi (26 dei quali tradotti per la prima volta in italiano) – editi da Donzelli e curati con estremo rigore scientifico da Marcello Musto, vedono contemporaneamente la luce in inglese presso l’editore Bloomsbury.

Marcello Musto è assistant professor di Sociologia teorica presso la York University (Toronto). Tra le sue pubblicazioni, tradotte in più lingue, si segnalano i volumi collettanei e le antologie Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), Karl Marx’s «Grundrisse»: Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later (Routledge, 2008), Karl Marx. L’alienazione (Donzelli, 2010), Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet, 2010) e Marx for Today (Routledge, 2012); nonché le monografie Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011).

Una breve intervista al curatore

D. Hai appena pubblicato una raccolta di documenti sull’Internazionale (26 dei quali mai tradotti prima in italiano). Quale di questi scritti sceglieresti per commentarlo con le giovani generazioni?

Nel libro ho raggruppato gli 80 documenti che ho selezionato in 13 parti. Tra queste ci sono “Lavoro”, “Sindacato e Sciopero”, “Istruzione”, “Proprietà’ collettiva e Stato”, “Organizzazione politica” e tante altre. I testi sono tutti attualissimi, anche se hanno già 150 anni. I brani che consiglierei ai più giovani sono quelli che descrivono la società post-capitalistica. Ci sono pagine sull’importanza della riduzione dell’orario di lavoro o sull’uso dei macchinari e della tecnologia a favore dei lavoratori – e non della massimizzazione del profitto – che sembrano scritte per l’oggi. Credo siano i più stimolanti, perché aiutano a interrompere il mantra degli ultimi anni, enunciato, con intonazioni differenti, sia destra che a sinistra, secondo il quale non c’e’ alternativa al capitalismo.

D. Quale domanda porresti alla Confindustria rispetto all’attuale situazione economica, alla luce di quanto ‘ereditato’ da questi scritti?

Alla Confindustria nessuna. Mi pare difendano molto bene i loro interessi. Mi piacerebbe che la sinistra facesse lo stesso. Le domande, piuttosto, io le porrei a questo governo, che mi sembra abbia una posizione molto ideologica sul lavoro, ovvero difende la dogmatica ideologia neoliberale che ha imperato negli ultimi 25 anni e che ci ha portato esattamente dove siamo. Chiedo: quali cambiamenti hanno prodotto – oltre a privare di un futuro la mia generazione e a renderne ancora più difficile il presente, già molto prima della crisi – le varie “riforme” del mercato del lavoro che si sono susseguite dal pacchetto Treu (Governo Prodi) a oggi? Quale miglioramento produce per chi non ha lavoro, rendere più facili i licenziamenti (ovvero abolire l’Articolo 18)? L’insegnamento dell’Internazionale ci aiuta a guardare in direzione opposta. Grazie alla sua azione, i lavoratori avviarono una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento operaio ottenne maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti li avevano già faticosamente conquistati.

D. Qual è la pagina che ti ha più emozionato?

Credo che uno dei testi più belli del volume, precedentemente inedito, sia quello prodotto della Sezione Centrale delle Lavoratrici di Ginevra. Parla di femminismo e pluralismo, due temi ineludibili per una sinistra che voglia davvero ripensarsi dopo la sconfitta del Novecento, e recita così: “Gli accordi raggiunti dovranno riconoscere alle donne i medesimi diritti che hanno gli uomini. In secondo luogo, quanto più diversi gruppi d’opinione che hanno di mira il medesimo scopo (l’emancipazione del lavoro) esistono, tanto più semplice diviene generalizzare il movimento delle classi lavoratrici, senza disperdere nessuna delle forze (anche le più differenti) che concorrono al risultato finale”.

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Massimiliano Panarari, La Repubblica

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Silvia Baglini, Azioni Parallele

Ripensare Marx e i marxismi si presenta come titolo programmatico a partire dalla grande operazione editoriale e filologica costituita dalla Mega2, la nuova edizione critica delle opere complete di Marx e Engels avviata negli anni Settanta del secolo scorso.

Che non si disponesse ancora di un’edizione critica dei lavori di due pensatori di questo calibro può apparire sorprendente, ed è anche anzitutto in questo senso che questa raccolta di testi di Marcello Musto, finalmente riuniti in traduzione italiana, si presenta decisiva: perché mette ordine nelle vicende della pubblicazione degli scritti di Marx e Engels (del primo soprattutto) e della loro ricezione, fornendo un quadro complessivo certamente in parte già noto tra gli studiosi almeno, ma qui ricostruito con una chiarezza e un’esaustività che risultano proficue sia per chi voglia avvicinarsi a questi autori, sia per chi già sia avanzato nella loro conoscenza e non disdegni un’accessibile crono-cartografia di riferimento.

Questa ricostruzione bio e bibliografica accurata – oltre che decisamente accattivante alla lettura – chiarisce i motivi storici e culturali di una lacuna quasi sconcertante e insieme permette di seguire lo sviluppo dei “marxismi”, ovvero di quelle posizioni filosofiche che si collocano nel segno di Marx, pur andando spesso ben oltre la volontà di interpretazione o trasmissione. Nel rivolgersi al pensiero marxiano non è possibile ignorare la mole di parole e riflessioni che ad esso si sono richiamate, né d’altronde si può dimenticare l’importanza da esso assunta nella storia politica, economica, sociale del XX secolo. Benché si possano, anche agilmente, tracciare dei distinguo tra l’opera del Moro di Treviri e quelle interpretazioni, azioni, pratiche, rivoluzioni che hanno voluto vestirsi del suo nome, è non di meno velleitario rifiutare di riconoscere che i protagonisti, tutt’altro che per ignoranza o mero interesse, hanno scelto di rifarsi a Marx facendone in qualche modo il capostipite di una costellazione ereditaria, anche ribelle, anche “traditrice”, ramificata, unita da interrogativi comuni, problematiche filosofiche, esigenze etiche e politiche riconoscibili.

Il compito che Musto si pone è dunque duplice: guidarci a conoscere di nuovo Marx, alla luce di una ricostruzione accurata della storia della ricezione e delle nuove acquisizioni filologiche degli ultimi decenni; sollecitarci a ridiscutere il concetto di marxismo – non a caso fin dal titolo declinato al plurale – non sulla falsariga di idee come fedeltà o correttezza, bensì per riflettere ancora sulla vivacità dell’interrogare marxiano e sulla forza di concetti forgiati oltre un secolo fa, che devono la loro possibile validità contemporanea proprio alla perenne in-attualità di cui testimonia la storia di ritorni, sparizioni e fraintendimenti che fa parte, per noi oggi, del significato che ad essi attribuiamo.

Che il pensiero di Marx abbia molto da offrirci ancora oggi è la convinzione di partenza che sottende la costruzione del libro, scritto non per incontrare la moda del presunto ritorno di Marx (in un mondo in cui l’alternativa concettuale ai sistemi dominanti appare in realtà sempre più difficile da percepire e definire) ma con un’intenzione filosofico-politica precisa, quella di risvegliare uno stile di pensiero irriverente, lucido, inquieto, troppo spesso pacificato da una serie di letture che ne hanno voluto fare una ricetta sociale o una visione della storia univoche e schematizzabili.

Musto riparte dal modo di interrogare marxiano, dalle vicende della costruzione del pensiero, dal contesto, dalle strade aperte e lasciate incomplete da Marx stesso, per restituirci un pensatore instancabile, insaziabile curioso quanto critico e auto-critico, in perenne sviluppo intellettuale: non un genio calato nel XIX secolo a svelarcene la Verità, non un autore dalle fulminanti intuizioni e dalla produzione sicura e compiuta, ma un puntiglioso artigiano del lavoro filosofico e un uomo interessato al mondo che lo circonda, le cui domande nascono dalla volontà quasi compulsiva di comprenderlo.

In questa officina intellettuale fervente Musto ci trasporta risvegliando il Marx “incompiuto” e obbligandoci a tenere a mente, in qualunque sua lettura o interpretazione ci si voglia cimentare, lo stato redazionale delle opere con cui abbiamo a che fare, le vicende editoriali, la ricchezza degli inediti; sollecitandoci a considerare le diverse vie inaugurate, seguite, abbandonate, le false piste, le ricerche parallele e apparentemente disparate che hanno nutrito il pensiero del Nostro.

Non possiamo non ricordare che i cosiddetti Manoscritti del 1844 sono quaderni di appunti scritti sull’impatto della conoscenza con il mondo borghese, politicamente più vivace e economicamente più avanzato rispetto a quello prussiano, della Parigi dei primi anni Quaranta, e che pertanto piuttosto che una teoria – sia essa il culmine del pensiero marxiano, o un residuo di umanismo filosofico poi abbandonato – essi ci offrono una preziosa testimonianza di studio, di lavoro sul metodo, di precisazione di questioni centrali (ad esempio la scoperta della storicità delle categorie economiche borghesi).

Così, quando parliamo della cosiddetta Ideologia tedesca e da lì traiamo le nostre definizioni sul «materialismo storico», dobbiamo ricordare che essa fu abbandonata alla critica roditrice dei topi o premurarci di dedicare più attenzione alle parti, ben più corpose di quella intitolata alla critica di Feuerbach, che troppo spesso sono state trascurate. Così, soprattutto, se studiamo il capolavoro di Marx dobbiamo precisare che solo il Primo libro del Capitale fu pubblicato dall’autore; che il testo che conosciamo deve molto ai rimaneggiamenti, pur benintenzionati, di Engels, che gli studi per quest’opera monumentale e non finita iniziarono almeno nella seconda metà degli anni Cinquanta e proseguirono fino alla morte di Marx.

Il libro di Musto si divide in due parti: la prima dedicata alla “rilettura” di Marx e ad una interpretazione che colleghi il pensiero alle vicende materiali della sua produzione, collocando i testi – e dunque il loro significato – entro il contesto della loro scrittura e dello sviluppo intellettuale dell’autore; la seconda che segue più propriamente la storia della ricezione di Marx e della nascita e diffusione dei diversi marxismi, nel rapporto più o meno stretto che hanno intrecciato con l’opera originale del filosofo di Treviri.

Nonostante questa divisione vi è però un richiamo reciproco nei temi trattati e nei problemi analizzati, che consente di definire la prospettiva propriamente filosofica, e non solo storica o filologica, che caratterizza questo lavoro e permette di cogliere la linea originale del pensiero di Musto stesso. Vorremmo a questo proposito seguire lo sviluppo dell’analisi di due temi fondamentali, ai quali i testi qui raccolti dedicano ampio spazio e che meritano di essere ancora discussi oggi, nonostante la mole di lavori di critica che Marx ha già suscitato. Si tratta delle due questioni della storia e del metodo della storiografia materialistica, e del concetto di alienazione e del suo correlato, il feticismo delle merci.

Musto individua negli anni parigini – a cui risale la stesura dei testi apparsi quasi un secolo dopo come Manoscritti economico-filosofici – la scoperta marxiana della storicità delle categorie dell’economia politica (p. 49). Scoperta che non coincide semplicemente con quella della mutevolezza dei rapporti storico-sociali o del carattere processuale della realtà, ma si precisa come presupposto metodologico e critico: quei rapporti che consideriamo “naturali” – tra uomini e cose, tra uomini e uomini – sono interamente il prodotto di un processo storico, e dunque anche quando, in economia, pensiamo di avere a che fare con “oggetti” che ci si danno senza ulteriori determinazioni – le categorie degli economisti borghesi come denaro, scambio, proprietà, produzione – stiamo sempre parlando di concetti che definiscono i caratteri di una realtà sociale specifica.

Questa scoperta ha un duplice peso: da un lato, conduce alla necessità di sviluppare strumenti teorici che consentano di ricostruire nel pensiero la realtà sociale nella sua complessità e nei suoi nessi interni specifici; dall’altro, e in relazione a questo, porta al riconoscimento di una priorità dell’organizzazione dei rapporti materiali rispetto alle descrizioni ideali, in termini di diritto, di scienza, di filosofia, che di essi si possono dare.

Risulta evidente già da qui come questo materialismo non sia affatto riduzionismo economicista: al contrario in esso Marx denuncia la mistificazione che soggiace al tentativo di autonomizzare l’economia e i fenomeni ad essa propri rispetto ad ogni altro aspetto dell’organizzazione dei rapporti tra gli uomini, tra gli uomini e le donne, tra questi e la natura. Marx de-naturalizza i rapporti economici mostrandone la storicità, ovvero l’appartenenza a determinate forme di organizzazione dei rapporti sociali. D’altra parte è la società borghese a richiedere che ci si concentri sullo studio delle categorie economiche, se la si vuol comprendere: perché è proprio essa a trasformare, per la prima volta nella storia umana, i rapporti tra persone in «rapporti di cose tra uomini e rapporti sociali tra cose».

Marx ha necessità di elaborare uno strumento concettuale che superi le connessioni superficiali tra le categorie dell’economia borghese: Musto ricostruisce questo percorso intellettuale attraverso i Grundrisse e i testi che precedono la stesura del primo libro del Capitale, mostrando i riferimenti filosofici, gli interessi politici, lo studio dei processi sociali, le riflessioni di metodo e i risultati scientifici di volta in volta conseguiti, criticati, superati.

Marx giunge al «capitale» attraverso un lungo e talvolta concitato percorso di ricerca, nel quale si approfondisce la sua consapevolezza della necessità di un metodo della ricostruzione storica e dell’esposizione storiografica: l’Introduzione del ’57 rappresenta un momento cruciale di questo cammino, anche se, Musto sottolinea, non possiamo esagerare l’importanza di un testo scritto in una settimana, incompiuto, ma dobbiamo analizzare come poi Marx abbia proceduto nei Lineamenti prima, nella stesura del Capitale poi.

Musto affronta anche il tema del rapporto tra l’Introduzione e la Scienza della Logica: Marx, egli afferma, non andava in giro con il libro di Hegel sotto il braccio cercando ispirazione; era già troppo preso dall’analisi della grande crisi economica, la prima su scala realmente mondiale, dalla cronaca degli eventi e soprattutto dallo studio dei suoi processi al fine di chiarire la teoria della crisi e del superamento possibile del sistema capitalistico, per dedicarsi ad uno studio puramente filosofico. Ciò non significa che Hegel sia assente: il testo dei Grundrisse, sia sul piano terminologico sia su quello della riflessione epistemologica (e storica, nel senso che intendiamo qui chiarire), è ricco di testimonianze di quanto bene Marx avesse studiato, e compreso, il grande filosofo prussiano. Piuttosto si potrebbe forse affermare, senza discordare da Musto, che non sia stata una rilettura occasionale a determinare l’impostazione del lavoro di Marx, quanto una frequentazione assidua e il riconoscimento della potenza teoretica del concetto e dell’astrazione nella loro definizione hegeliana. Marx necessita di uno strumento teorico che gli consenta di definire il rapporto complesso e processuale dei diversi momenti in cui l’economia politica divide la propria analisi delle società come rete di relazioni intrinseche, non soltanto riflessive; ha bisogno di una forma di concettualizzazione dell’oggetto storico che insieme ne distingua le peculiarità e consenta di pensarne il legame con lo sviluppo del genere umano e le forme di esistenza precedenti e distinte; infine cerca un’esposizione che restituisca l’oggetto come organicamente connesso e al tempo stesso aperto alla trasformazione.

Musto sottolinea come l’operazione storiografica di Marx sia originale all’interno del contesto storico che l’ha vista nascere e anche sia rimasta incompresa nella maggior parte dei dibattiti successivi: tanto l’alternativa storicista tra Geisteswissenschaften e Naturwissenschaften, quanto le interpretazioni del materialismo storico in chiave evoluzionista o persino deterministica hanno perduto di vista la singolarità della prospettiva marxiana, che può essere compresa anche proprio rianalizzando il rapporto profondo con la filosofia hegeliana. L’Introduzione testimonia dello stretto confronto con la Logica per quanto attiene la costruzione dell’oggetto dello storico: rifiutata l’ipotesi di assumere come punto di partenza la “società”, il “dato” come si presenta all’osservatore, Marx afferma l’importanza di muoversi sul piano del concetto e della interna determinazione di quest’ultimo che, pur essendo costruito a partire dalle specificità di cui solo la storia concreta può esser fonte, trova la propria intima sostanza nella connessione intrinseca dei momenti e non in una “copia” dei dati empirici a disposizione.

Così Marx lavora al «capitale» che, come Musto spiega, non è una descrizione del capitalismo avanzato dell’Inghilterra contemporanea ma è, appunto, il concetto di capitale. Allo stesso modo da Hegel Marx desume il concetto di astrazione sensata che gli serve per la comprensione del processo storico entro il quale le diverse e specifiche forme sociali si producono e si determinano: strumento teorico che gli consente di evitare le rigidità di una considerazione della storia secondo leggi di natura ma anche la trappola di una definizione della scienza storica come occupantesi solo ed esclusivamente di particolari.

Tuttavia Marx non si limita ad applicare il metodo hegeliano alla propria ricerca bensì si rivolge ad Hegel in relazione ai propri interessi e agli sviluppi che già il suo pensiero ha compiuto: egli ha bisogno di una forma di pensiero che gli permetta al tempo stesso di isolare le linee fondamentali del sistema borghese (il «modo di produzione capitalistico») e di definirlo come oggetto storico, del quale sia possibile indagare le tendenze di sviluppo delle componenti nella loro connessione e individuare le linee di frattura e le possibilità di sviluppo o di trasformazione. Il modo di produzione così definito da Marx non appartiene ad una ricostruzione del cammino della storia umana “quale essa è stata” bensì costituisce un’operazione di costruzione dell’oggetto da parte del filosofo e storico materialista: i sistemi storico-sociali che Marx descrive non sono rappresentazioni “fedeli ai fatti” di epoche della storia umana, ma armature teoriche appositamente edificate per evidenziare le linee di sviluppo che all’autore interessano – benché naturalmente, come Marx precisa, una simile costruzione sia legittima solo a posteriori e non possa in alcun modo pretendere di descrivere ipotetiche leggi intrinseche del processo storico.

Il «rovesciamento» della dialettica si presenta così come una sorta di rivoluzione copernicana nella scienza storica (come l’avrebbe definita, acutamente, Walter Benjamin) che mette in discussione la natura stessa del suo “oggetto” rivelandone la natura di prodotto concettuale. Con ciò Marx non ricade nei limiti che egli stesso ha criticato alla filosofia idealistica e questo si vede chiaramente nella sua teoria della contraddizione e della crisi, concepita come elemento intrinseco a quell’organicità del concetto di cui si è detto e che tuttavia, come Musto sottolinea, contiene l’indicazione di tendenze ma nessuna predizione di sviluppo. Il concetto marxiano di concreto contiene la consapevolezza della non coincidenza di reale e ideale, non però come semplice postulato di un’ulteriorità di principio di un supposto reale indipendente rispetto ad un pensiero altrettanto indipendente.

La non coincidenza implica la consapevolezza del “posto dell’osservatore”: Marx capisce che il riconoscimento dell’armonia tra i diversi momenti del sillogismo – produzione, distribuzione, scambio, consumo – rappresenta una considerazione sensata ma esterna, perché ciascuno di essi non è agìto dalla società come un tutto unico e coeso, ma è un processo determinato dagli altri eppure al tempo stesso da essi distinto e indipendente (nel senso di non predeterminato né garantito) dai restanti. A differenza che in Hegel, scrive Musto, «la definizione [di Marx] della produzione come totalità organica non corrispondeva […] a un complesso ordinato e auto-regolantesi, all’interno del quale l’uniformità tra le diverse branche veniva sempre garantita» (p. 129). È necessario, sul piano teorico, presentare la connessione tra i momenti come organica, perché solo così se ne può comprendere il nesso concettuale; ma non è possibile invertire il punto di vista in modo da far precedere la considerazione del tutto a quella dei processi che lo compongono. La totalità può essere pensata come premessa e risultato solo al prezzo di assorbire sul piano teorico la dimensione della storia e della trasformazione, come già conosciute; ciò che Marx non vuol fare.

Al contrario egli si pone dal punto di vista delle linee di frattura, della crisi, che si presenta come momento storico e non semplicemente come elemento concettuale: è il concreto movimento storico delle lotte dei lavoratori a sostenere l’analisi teorica delle contraddizioni interne al modo di produzione, non viceversa; è l’esito delle lotte reali a determinare lo sviluppo effettivo delle contraddizioni. La filosofia di Marx può fornire gli elementi necessari affinché la classe in lotta comprenda il proprio percorso e obiettivo, indicare le direzioni lungo le quali il movimento rivoluzionario deve muoversi per cogliere più di un risultato provvisorio, più di un sommovimento generale che si spenga nella reazione: il filosofo che abbia compreso la natura del sistema può fornire le armi per il suo rovesciamento. Il suo compito è strategico (e non solo tattico, come quello a cui molti partiti socialisti si sono confinati).

Così concepito, al materialismo storico è preclusa ogni possibilità di pensarsi come una filosofia della storia universale: quella dimensione, che molti interpreti hanno letto come teleologica, si rivela integralmente politica, ovvero bisognosa di essere, ogni volta, misurata e pensata sulle lotte e le possibilità del (nuovo) presente.

A questo tipo di analisi si lega il secondo tema intorno a cui vogliamo concentrare questa breve presentazione delle prospettive filosofiche aperte dal libro di Musto, ovvero il concetto di alienazione. Esso torna con insistenza negli scritti raccolti in questo volume, non solo quando l’autore tratta dei Manoscritti del 1844 in cui, come è noto, il concetto fa la sua comparsa (capitoli 2 e 8), ma anche in riferimento ai Grundrisse e soprattutto nel saggio che conclude il libro (capitolo 11), dedicato alla storia filosofica del termine e alla ri-valutazione del tema alla luce delle domande filosofiche, sociali e politiche dell’attualità (il testo di questo articolo è comparso la prima volta nel numero della rivista «Socialism and Democracy» dal titolo Marx for Today).

Musto affronta la permanente rilevanza del concetto di alienazione per l’oggi (oggetto anche di suoi articoli pubblicati su quotidiani come l’«Unità») attraverso un’analisi che va a recuperarne il senso originario nel testo marxiano, nella convinzione che quella prima formulazione fosse più radicale, e potenzialmente più attuale, rispetto alle elaborazioni del concetto che si sono prodotte e in certe fasi sono persino state di moda nel Novecento. Così egli anzitutto chiarisce la pregnanza del concetto di alienazione lungo tutta l’opera di Marx, rifiutando entrambe le alternative “discontinuiste” presenti nelle interpretazioni secondo cui nella riflessione sull’alienazione del 1844 si troverebbe il più genuino Marx umanista o, viceversa, un pensiero solo giovanile e immaturo, in seguito abbandonato senza rimpianti insieme a questa idea ancorata ad una filosofia pre-scientifica.

Musto ci invita invece a considerare l’opera di Marx secondo una prospettiva di continuità che non implica, ovviamente, l’idea di un pensiero preformato o sempre uguale a se stesso: non si possono ricercare nei Manoscritti tutti gli elementi del pensiero che Marx svilupperà in seguito, né ha senso leggerli come prodromi delle opere successive; d’altra parte non ha neppure senso affermare che dopo il 1845 vi sia una cesura netta, ed è proprio la “pista” offertaci dalla presenza del concetto di alienazione a fornirci elementi a sostegno di questa interpretazione.

Basti pensare ai Grundrisse, che potrebbero essere considerati un maestoso (incompiuto) trattato sull’alienazione indagata nei suoi aspetti di processo storico “produttore” del capitalismo e di condizione fondamentale dei caratteri specifici dei fenomeni economici all’interno del modo di produzione tipico delle società borghesi.

In essi la trattazione giovanile, che poteva ancora prestare adito ad una lettura in chiave antropologica – benché Musto dissenta in fondo anche da questa concessione (p. 50) –, si trasforma in una riflessione che legge l’alienazione come «un importante concetto teorico per descrivere criticamente le caratteristiche del lavoro e dei rapporti sociali in una determinata realtà economico-produttiva: quella capitalista» (p. 252). L’alienazione non è anzitutto un fenomeno che riguarda il rapporto tra l’uomo e l’oggetto, tra l’uomo e il lavoro: essa è un processo socialmente determinato che produce a sua volta la possibilità di ogni tipo di rapporto tra gli uomini, tra essi e la loro produzione materiale e i prodotti di quest’ultima.

Questo è evidente già nel famoso manoscritto datato 1844 dedicato all’analisi del lavoro estraniato, nel quale, quasi en passant, Marx fa notare come non sia la proprietà privata a generare l’estraniazione, ma sia al contrario questa all’origine della proprietà privata: egli non ci dice da dove derivi allora a sua volta l’estraniazione, ma possiamo sentirci autorizzati ad ipotizzare che la priorità così riconosciuta non sia – almeno non ancora, non qui – l’affermazione di una precedenza storica, quanto un richiamo teorico e metodologico. Se gli economisti partono dal «fatto» della proprietà privata, occorre invece riconoscere come essa, nel profilo specifico che assume nelle società borghesi, sia in realtà la forma che assume a livello economico un tipo di struttura dei rapporti sociali che, con un vocabolo preso dalla filosofia a lui cara e in modo ancora non del tutto chiaro, Marx definisce «alienazione».

Sarà quest’ultima, lungi dall’essere abbandonata, a diventare oggetto della ricerca teorica in quei testi successivi in cui il Moro indagherà più da vicino la società borghese tentando di definire gli strumenti teorici che gli consentano di comprenderla nella sua totalità e nella sua specificità storica.

L’alienazione definisce un carattere unico delle società borghesi ovvero l’apparenza per cui in esse i rapporti sociali non sono relazioni tra persone, tra uomini e donne, ma anzitutto relazioni con «cose» e tra «cose». Il tema come è noto sarà ripreso nel XX secolo per la descrizione di una situazione umana sottomessa ad un mondo oggettivo, reificato e reificante, al quale i rapporti sociali sono assoggettati, al cui interno gli esseri umani tentano con difficoltà di realizzare il proprio sviluppo personale con risultati non di rado prossimi alla patologia mentale.

Musto compie un passo indietro rispetto a queste analisi tornando a concentrare la sua attenzione sull’alienazione come processo sociale storicamente specifico che determina l’instaurarsi di determinate relazioni di potere tra gli uomini, di un’organizzazione dei rapporti con i mezzi di produzione che definisce le possibilità di vita degli esseri umani e dunque la strutturazione in classi della società, di una forma del ricambio organico per cui la natura si erge di fronte a uomini e donne come estraneità dominante e da dominare.

L’alienazione non riguarda un generico rapporto tra gli uomini e le cose, né tra gli uomini e la tecnologia e tantomeno concerne la dimensione individuale o addirittura psicologica della persona. Essa è un processo di organizzazione del potere all’interno della società e determina le forme economiche in cui tale potere si incarna: perciò non ha senso lottare contro queste ultime se non si rovescia la prima, nei termini delle lotte cui Marx assiste e partecipa non ha senso tentare di riformare parti del sistema se non ci si impegna a superare la struttura del lavoro salariato stesso (pp. 130-131). Musto recupera la valenza politica e autenticamente rivoluzionaria del concetto di alienazione in Marx risvegliandone la carica oltre quanto le analisi novecentesche ne hanno fatto: liberandolo dalla sua funzione di indicatore generico per «tutte le manifestazioni dell’infelicità umana» (p. 324), riporta l’attenzione sull’attuale organizzazione classista – benché probabilmente diversa da quella ottocentesca – della società e sulle forme di dominio in essa attive.

All’interno di questa impostazione possiamo collocare le pagine dedicate al feticismo delle merci come fenomeno correlato dell’alienazione. Nel Capitale l’alienazione sembra scomparire; forse perché nella forma di esposizione che Marx ha scelto (e che non coincide, ad esempio, con quella dei Grundrisse) questo processo non può presentarsi in sé, ma soltanto attraverso i suoi “effetti permanenti” che sono la forma di merce dei prodotti del lavoro, il lavoro astratto, il capitale come organizzazione dei rapporti di produzione.

Ma la definizione che Marx dà del feticismo delle merci (pp. 338-339) rimanda chiaramente al concetto di alienazione come processo sociale immanente: esso si realizza, nella forma di merce, come potere oggettivo (non fenomeno psicologico) dei rapporti oggettuali, razionalizzati e calcolati sugli individui i quali ormai “liberati” dalla originaria appartenenza a rapporti sociali primari entrano reciprocamente in relazione tramite le figure economiche che incarnano e il mezzo di comunicazione universale che è il denaro. Il problema, come Musto sottolinea, non è in un ipotetico rovesciamento del rapporto generale tra uomini e cose (che peraltro proprio da Marx è presentato come in continua trasformazione lungo la storia del genere umano) quanto nell’individuazione dei caratteri specifici della forma di merce e del modo in cui in essa, sotto l’apparenza di categoria puramente economica, si definiscono condizioni, possibilità, limiti della vita umana individuale e sociale all’interno delle società in cui domina il modo di produzione capitalistico.

Il feticismo, come Marx lo intende, non è un universale fenomeno psicologico che riguarda sempre il nostro rapportarci agli oggetti, ma è un prodotto specifico di quell’organizzazione della produzione che si realizza in merci; perciò esso deve essere analizzato, piuttosto che sul piano psicologico, su quello sociale ed affrontato ad un livello propriamente politico. Le pagine finali che Musto gli dedica invitano quindi a separare almeno momentaneamente il concetto di feticismo nella sua concezione marxiana dall’accezione freudiana e da quella che la psicoanalisi gli ha conferito nel corso del Novecento, negando d’altra parte la possibilità di una “uscita” o un’emancipazione dalla condizione feticista per via psichica o nell’esperienza estetica, come alcuni interpreti hanno suggerito.

Come scrive Marx, vi è una forma di feticismo che è inscindibile dal modo di produzione capitalistico e che non si riduce ad un modo soggettivo di vivere i rapporti, che è espressione del loro strutturarsi oggettivo e insieme distoglimento dalla loro conflittualità. La possibilità di liberarsene, passaggio fondamentale per l’affermazione della dignità dell’essere umano non di contro alle «cose», ma in un rapporto pieno con esse e con i propri simili, passa per il risveglio di questa conflittualità e la rivoluzione dei rapporti sociali nella loro interezza.

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Angelo D’Orsi, La Stampa

Così si unirono i lavoratori di tutto il mondo

Il 28 settembre di 150 anni fa nasceva a Londra la Prima Internazionale: la sua vicenda in un’antologia di testi dell’epoca, da Marx a Bakunin, agli scritti degli operai.

Londra, 28 settembre 1864: la sala del St. Martin’s Hall, nel cuore di Londra, era affollata da duemila uomini e donne di umili condizioni, inglesi, ma anche tedeschi, francesi, spagnoli, russi, polacchi, italiani… Nessuno, quel giorno, sospettava che stava nascendo la prima organizzazione mondiale proletaria. Forse neppure Karl Marx, la testa pensante più celebre, autore (pur in collaborazione con Engels) del Manifesto del Partito comunista che a Londra aveva visto la luce nel 1848.

Una preziosa antologia, che il dinamico editore Donzelli manda ora in libreria, ci consente di ripercorrere la vicenda della Prima Internazionale, vissuta fino al 1876, quando le difficoltà organizzative, il contrasto con gli anarchici (e la nascita di una loro «Internazionale antiautoritaria»), oltre alle persecuzioni poliziesche, ne segnarono la fine. L’Associazione fu poi sostituita, nel 1889, dalla Seconda, naufragata nel 1914, nel fragoroso scoppio della Grande guerra, che vide i diversi partiti operai schierarsi con le rispettive classi dirigenti, facendo così crollare clamorosamente il mito dell’internazionalismo proletario. A firmare il lavoro è un esponente della giovane generazione di studiosi, Marcello Musto, uno dei tanti che il nostro bloccato sistema universitario costringe a rifugiarsi all’estero, esuli culturali che prendono il luogo degli esuli politici. Il libro si intitola con la frase stentorea che chiude il Manifesto: Lavoratori di tutto il mondo unitevi! (pp. 256, € 25).

Mentre la pionieristica opera di Gian Mario Bravo nel 1978 raccoglieva, accanto ai documenti ufficiali, tutta una serie di scritti collaterali, fornendo un panorama amplissimo (due volumi per un totale di 1300 pagine), il libro in questione si limita ai testi dell’Organizzazione, ed è diretto a un pubblico più ampio. Il curatore ne evidenzia il significato politico-culturale, in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori vengono messi in discussione.

Accanto ai comunisti, nell’Internazionale, v’erano socialisti, sindacalisti, anarchici, mazziniani, repubblicani, eterogenea platea di militanti, ai quali da allora fu affibbiata l’etichetta, che voleva essere infamante, di «internazionalisti», sinonimo di sovversivi dell’ordine costituito. In realtà, le proteste nascevano dalle insostenibili condizioni in cui vivevano e lavoravano i proletari. Il ruolo dell’Associazione fu raccogliere fondi e convincere i lavoratori a rinunciare al crumiraggio ai danni degli scioperanti di un altro Paese. Era la traduzione concreta dell’internazionalismo proletario, sotto forma di solidarietà e di cooperazione. Ma anche nelle battaglie apparentemente sindacali il lievito impresso dall’organizzazione fu politico. È evidente il contributo di Marx, al quale si devono più di un terzo dei documenti raccolti, anche se la costruzione teorico-politica fu collettiva, e lo testimoniano i testi qui raccolti, in gran parte di operai. Era la prova del passaggio della classe operaia «in sé», ossia non ancora cosciente della propria forza, a classe «per sé», cioè matura, e pronta alla lotta per il potere, come intanto stava teorizzando Marx.

Era per esempio il francese Eugène Tartaret a perorare la riduzione dell’orario, ma rivendicando la nobiltà del lavoro, che «non dev’essere più un castigo, una schiavitù, un marchio di indegnità, deve essere un dovere imposto a tutti i cittadini». Lo scopo fondamentale della riduzione dell’orario è tuttavia quello di consentire al lavoratore di essere un cittadino istruito e cosciente, invece che «un paria, uno schiavo indifferente al progresso…».

L’Internazionale, pur tra gli scontri interni (che videro l’allontanamento di mazziniani, anarchici ecc.), svolse un ruolo fondamentale nel processo di maturazione dei proletari. Per esempio, rispetto al luddismo, la risposta distruttiva all’introduzione delle macchine in fabbrica, si scriveva: «L’uomo privato del suo pane […] aveva torto nel maledire il macchinario: il suo odio e la sua collera dovevano condurre a risultati più alti. La causa dei mali è l’anarchia sociale: la giustizia sociale sarà il loro rimedio». Era una ventata di utopia, ma nel contempo era un progetto sociale di alto respiro.

Le parole più lucide erano sempre quelle di Marx, il quale peraltro sapeva comportarsi da leader, indirizzando a Lincoln un messaggio di congratulazioni per la rielezione alla Casa Bianca, ma rimaneva un rivoluzionario conseguente, e invitava a diffidare di ogni accordo separato (un monito che pochi oggi sono disposti ad ascoltare) e ad affrontare questioni come salario e orario in termini generali, ossia politici, giacché tutto sempre «si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta». E, con sarcasmo, scriveva di un certo tipo di capitalista: «È così infatuato per la libertà dei suoi operai […] di lavorare in ogni ora della loro vita per lui, che, sempre e con sdegno, ha respinto ogni legge sulle fabbriche, in quanto recante pregiudizio alla suddetta libertà. Lo fa inorridire soltanto l’idea che un operaio comune sia tanto folle da aspirare a un destino più elevato di quello di arricchire il suo signore e padrone, il suo superiore naturale. Vuole […] che il suo operaio resti un misero schiavo». Di qua, la «folle furia» contro lo sciopero, considerato «una blasfemia, una rivolta di schiavi, l’indice di un cataclisma sociale».

I documenti degli internazionalisti affrontano ogni tematica di qualche rilevanza nella costruzione della società futura: l’idea che dovesse essere una società immediatamente senza Stato, secondo la tesi di Bakunin, venne lasciata cadere, grazie alla contrapposizione di Marx, che ironizzava con l’anarchico russo, e la sua battaglia contro «l’idea astratta di Stato». La tragica ed esaltante esperienza della Comune di Parigi fornì a Marx conferma che la rivoluzione aveva bisogno di uno Stato, diverso da quello borghese (abolizione dell’esercito e della polizia permanenti, eleggibilità e revocabilità dei pubblici funzionari ecc.), ma anch’esso deputato all’esercizio della forza, contro il nemico di classe, che infatti, spodestato, prese la sua sanguinosa rivincita. Ciò malgrado, con la Comune, l’Internazionale segnò la più prestigiosa vittoria ideale: «essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, […] la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro». Era uno dei risultati storici dell’Internazionale dei lavoratori.

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Detroit la città fantasma

Un ragazzo avanza solitario sul bordo della carreggiata che collega l’aeroporto al centro abitato. Indossa il tipico giubbotto sportivo americano sul cui retro appaiono, in genere vistosamente impressi, il nome di una squadra di basket o la bandiera a stelle e strisce. Il suo reca, invece, una sola parola, di cinque lettere: Black.

Lo avvicino per parlargli e per chiedergli notizie sul luogo nel quale mi trovo. Mi risponde, laconico, che lui vive qui da quando è nato, che vi si è abituato. Lo scenario che fa da sfondo alla nostra conversazione è surreale. Non avevo mai visto nulla del genere. Continuo a guardarmi intorno e mi accorgo di quanto corrispondano a verità le cose lette su questo posto. Sono circondato da un numero infinito di edifici abbandonati. Vecchie fabbriche, incustodite da decenni, che hanno assunto le sembianze di giganteschi relitti, corrose dal tempo e dalle intemperie. Immobili sventrati, vetri in pezzi sparsi ovunque, macchinari ricoperti dal ghiaccio e dalla neve. Un deserto abitato soltanto da cani randagi, tossicodipendenti, senza casa e altri soggetti ai margini della società. Sono a Detroit: la città fantasma. Uno degli esempi più eclatanti dell’altra America, quella che non viene mai mostrata nelle ovattate serie televisive ambientate a Manhattan.

LA CHIAMAVANO MOTOR CITY

Se l’archeologia industriale fosse una scienza, Detroit sarebbe il primo modello da studiare. Eppure la sua storia annovera sviluppo e splendore. Conosciuta come la Motor City – da cui nacque anche il soprannome Motown, utilizzato dalla celebre casa discografica di soul e rhythm and blues -, Detroit costituì per decenni il principale centro automobilistico del globo. Nel 1902 la città salutò la nascita della Cadillac. E fu proprio qui, un anno più tardi, che Henry Ford inaugurò gli stabilimenti dai quali, nel 1908, uscì il primo esemplare di Modello T, la prima vettura della storia prodotta attraverso la catena di montaggio. La General Motors aprì quello stesso anno seguita dalla Chrysler poco dopo, nel 1925.

Sulle ali del progresso, la città si ampliò in maniera considerevole. Nella seconda decade del Novecento la popolazione raddoppiò e Detroit divenne il quarto agglomerato urbano più numeroso del paese. Una fetta consistente dei suoi nuovi abitanti vi era giunta dagli stati del Sud. Parte di quella schiera di afroamericani in cerca di lavoro (nella sola Detroit, in questo periodo, ne arrivarono oltre centoventimila) che si rese protagonista di quel fenomeno denominato la prima grande migrazione.

L’espansione non riguardò soltanto il mondo delle quattro ruote. In seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Detroit si sviluppò rapidamente in funzione della produzione di armi, ed è noto che contribuì alla guerra più di ogni altra città americana. Grazie a questi rapidi mutamenti, nel 1956 il numero di residenti toccò il suo picco: ben 1.865.000. Illustri professori e stimati giornalisti del tempo la glorificarono quale migliore esempio della fine della lotta di classe in America; come l’emblema del tentativo riuscito, da parte di grandi masse di lavoratori, di entrare nelle file della classe media e di poter beneficiare dei piaceri dell’imborghesimento.

Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora. Con gli anni Sessanta cominciò l’inizio del declino, che si fece poi più rapido in seguito alle crisi petrolifere del 1973 e del 1979. Oggi Detroit conta appena settecentomila abitanti, il minor numero degli ultimi cento anni. La spirale verso il basso pare sia destinata a non arrestarsi. Nel primo decennio del XXI secolo la città ha perso addirittura un quarto della sua popolazione totale e continua a precipitare a ritmo costante: ogni venti minuti un’altra famiglia racimola tutte le sue cose, le spedisce verso una nuova destinazione e si lascia alle spalle Detroit.

100.000 LOTTI VUOTI

Continuo il mio giro per i suoi quartieri ed è come trovarmi in un luogo abitato da spettri. Nel suo perimetro ci sono più di centomila lotti vuoti e case abbandonate, in rovina o pericolanti. Diecimila dovrebbero essere demolite nei prossimi quattro anni, ma mancano i soldi per farlo. La sensazione che si respira percorrendola è desolante poiché spesso, in un intero isolato, è rimasta soltanto una casa ancora abitata. Detroit è talmente vuota che nei suoi spazi sgombri potrebbero entrarvi Boston o l’intera San Francisco. Per contrastare questo stato di estrema desolazione, l’amministrazione comunale sta tentando di concentrare la popolazione in determinate aree e di trasformarne altre in aziende agricole. In realtà la crisi economica scoppiata nel 2008 ha reso questo scenario ancora più lugubre. La città, da poco dichiarata in bancarotta, è in dissesto finanziario e di recente sono stati tagliati gli ultimi servizi pubblici, inclusi gli autobus – unico mezzo di trasporto per i ceti meno abbienti – e le luci notturne nelle zone periferiche. La situazione sociale non è migliore di quella ambientale. A Detroit una persona su tre vive in povertà, condizione che colpisce più della metà dei minori. Il livello di segregazione razziale è ancora altissimo. Oltre l’ottanta per cento della popolazione è di origine afroamericana e vive in centro, mentre gli operai bianchi, o meglio l’ultima parte di coloro che non sono ancora riusciti a partire, si sono spostati in sobborghi protetti e vicini ai grandi magazzini. Il tasso di criminalità è uno dei più alti del paese e la disoccupazione reale è giunta al cinquanta per cento.

ROTTAMI VERSO LA CINA

Nel 2009, sotto i colpi della crisi, la General Motors e la Chrysler dichiararono bancarotta, mentre la Ford fu duramente colpita dalla recessione. Gli aiuti ricevuti dalle Big Three alla fine dello scorso decennio, dall’amministrazione Bush così come da quella Obama, ammontano a ottanta miliardi di dollari. Le misure furono accompagnate da pesanti ristrutturazioni, ovvero tagli salariali, maggiore precarietà e tanti licenziamenti. Gli stabilimenti chiusi qui riaprirono in Messico, Brasile, Polonia e, soprattutto, in Cina.

In fondo Detroit non racconta solo del Novecento, ma testimonia anche i mutamenti dell’oggi e ciò che ci attende in futuro. Ci mostra che le fabbriche sono vuote non perché il lavoro non esiste più, ma perché la produzione è stata spostata altrove, in luoghi dove il costo del lavoro è più basso e la lotta per il riconoscimento dei diritti sociali è più debole.

Fa scuro in fretta a Detroit d’inverno. In prossimità dell’uscita dall’autostrada alcune persone chiedono l’elemosina. Più avanti, nel cuore di quella che un tempo era la zona industriale, si intravede un fuoco. Lo ha acceso un gruppo di giovani intento a smantellare i resti di una fabbrica che saranno poi spediti, via mare, verso Oriente. Questi rottami di ferro vengono pagati due dollari e mezzo per libbra e sono gli ultimi oggetti utili da cui ricavare qualcosa. Rappresentano uno dei principali prodotti dell’esportazione statunitense in Cina, e Detroit è la città che ne offre di più al mondo. Servono a costruire altrove ciò che prima era qui. A creare le infrastrutture che permetteranno uno sfruttamento e un guadagno maggiore per i padroni. Non si illudano, però. Con le nuove fabbriche sorgeranno anche nuovi conflitti e nuove speranze.

Marcello Musto insegna alla York University di Toronto. I suoi articoli sono disponibili sul sito marcellomusto.com

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L’Ecuador sceglie ancora la rivoluzione di Correa

Nel decennio 1996-2006, le stanze del Palacio Nacional di Quito hanno assistito al brusco alternarsi di ben sette diversi presidenti della repubblica. Da quando è comparso sulla scena politica Rafael Correa, invece, rieletto ieri alla guida del paese, per la terza volta consecutiva e col 56,7% dei voti, l’Ecuador ha intrapreso una stagione di inedita stabilità. Nessuno, infatti, dalla seconda metà dell’Ottocento, ha governato quanto lui.

L’incertezza politica era stata accompagnata dalla crisi economica. Scoppiata alla fine degli anni Novanta, essa causò un’inflazione record (oltre il 60%) e determinò una forte svalutazione del Sucre, poi sostituito, nel 2000, con il dollaro, ancora oggi moneta ufficiale. Anche questi, però, sono ricordi lontani. La piccola repubblica andina si è trasformata in un paese dall’economia dinamica, con una crescita annua che supera il 7% e un tasso di disoccupazione che è sceso al punto più basso della sua storia. Al punto che, in tempi di crisi globale, già quindicimila migranti, partiti negli scorsi decenni per la Spagna, sono ritornati a cercare fortuna in patria.

Tale svolta è stata favorita, senz’altro, dalla decisione, assunta da Correa, di rifiutare il pagamento di una porzione del debito pubblico che, dai 241 milioni di dollari del 1970, era giunto a oltre 17 miliardi nel 2006. L’eliminazione della parte ritenuta illegittima, ovvero quella contratta in forma fraudolenta o che non aveva prodotto alcun beneficio per la popolazione, ha consentito di risparmiare 7 miliardi di dollari, inclusi gli interessi. Una somma, questa, che non solo ha evitato l’adozione di politiche di austerità e di (contro)riforme strutturali (vedi il caso della Grecia), ma ha anche reso possibile l’aumento della spesa sociale, passata, con Correa, dal 12 al 25% del bilancio pubblico.

Il cambiamento intrapreso ha riguardato anche un altro dogma del neoliberalismo: le privatizzazioni. Negli ultimi anni, la nazionalizzazione di alcune imprese petrolifere e la ridefinizione delle imposte da versare allo stato, da parte di quelle rimaste private, ha generato un entrata di 2 nuovi miliardi di dollari per l’erario. Fondi che hanno permesso la creazione di bonus contro la povertà e per il sostegno agli alloggi popolari (tra i 35 e i 50 dollari al mese), di cui si avvalgono numerosi ecuadoriani.

Sono questi i risultati alla base della elevata partecipazione alle urne e del successo di Alianza Pais, il partito fondato nel 2006 e oggi in possesso della maggioranza dei 137 scranni parlamentari. Sono usciti, invece, nettamente sconfitti dalle urne tutti gli oppositori di Correa. Il principale esponente della destra, presentatasi divisa al voto, Guillermo Lasso, membro dell’Opus Dei ed ex presidente del Banco de Guayaquil, capitale commerciale dell’Ecuador, ha raccolto un magro 23% e non è riuscito a fare breccia nell’elettorato popolare. Mentre Alberto Acosta, in passato figura di spicco di Alianza Pais, ministro dell’Energia e delle Miniere nel 2007 e, poi, presidente dell’Assemblea nazionale che, l’anno successivo, licenziò la nuova costituzione del paese, non è andato oltre il 3,2%. La coalizione della Unità Plurinazionale delle Sinistre da lui guidata, tra i cui attori principali vi è il partito indigenista Pachakutik, non è stata capace di spiegare come si sorreggerebbe la spesa sociale se, come proposto, si mettesse fine alle politica estrattivista attuata da Correa.

Dunque, la Revolución Ciudadana prosegue e il neo eletto presidente ha vinto la sua battaglia personale contro i media conservatori, tutti fortemente schierati contro di lui. Inoltre, il successo nelle elezioni di domenica dà nuova linfa vitale all’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), progetto di collaborazione politica ed economica che comprende Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Nicaragua e un paio di piccoli stati caraibici, nato nel 2004, in opposizione al trattato di libero commercio (ALCA) promosso dagli Stati Uniti. Alla luce del cattivo stato di salute di Hugo Chavez, rientrato proprio ieri a Caracas, Correa va affermandosi come il prossimo leader di questo blocco e la sua visibilità internazionale è in aumento, come dimostrato, di recente, in occasione dell’asilo politico offerto al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, a oggi ancora rifugiato presso l’ambasciata ecuadoriana di Londra.

Nonostante i richiami al “Socialismo del XXI secolo”, Correa non è certo un pericoloso rivoluzionario. La sua politica continuerà nel solco dell’indipendenza da Washington e seguirà l’impianto “sviluppista” intrapreso dagli altri governi progressisti latinoamericani, con una particolare attenzione alla redistribuzione sociale. Non poco, di questi tempi.

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Viaggio a Detroit, la città fantasma

Un ragazzo avanza solitario sul bordo della carreggiata che collega l’aeroporto al centro abitato. Indossa il tipico giubbotto sportivo americano sul cui retro appaiono, in genere, vistosamente impressi, il nome di una squadra di basket o la bandiera a stelle e strisce. Il suo reca, invece, una sola parola, di cinque lettere: Black.

Lo avvicino per parlargli e per chiedergli notizie sul luogo nel quale mi trovo. Mi risponde, laconico, che lui vive qui da quando è nato; che vi si è abituato. Lo scenario che fa da sfondo alla nostra conversazione è surreale. Non avevo mai visto nulla del genere. Continuo a guardarmi intorno e mi accorgo di quanto corrispondano a verità le cose lette su questo posto. Sono circondato da un numero infinito di edifici abbandonati. Vecchie fabbriche, incustodite da decenni, che hanno assunto le sembianze di giganteschi relitti, corrosi dal tempo e dalle intemperie. Immobili sventrati, vetri in pezzi sparsi ovunque, macchinari ricoperti dal ghiaccio e dalla neve. Un deserto abitato soltanto da cani randagi, tossicodipendenti, senza casa e altri soggetti ai margini della società. Sono a Detroit: la città fantasma. Uno degli esempi più eclatanti dell’altra America, quella che non viene mai mostrata nelle ovattate serie televisive ambientate a Manhattan o nelle pellicole tridimensionali prodotte a Hollywood.

La chiamavano Motor City

Se l’archeologia industriale fosse una scienza, Detroit ne sarebbe, allora, la sua prova incontestabile. Eppure, la sua storia annovera sviluppo e splendore. Conosciuta come la Motor City – da cui nacque anche il soprannome Motown, utilizzato dalla celebre casa discografica di soul e rhythm and blues -, Detroit costituì per decenni il principale centro automobilistico del globo. Nel 1902, la città salutò la nascita della Cadillac. E fu proprio qui, un anno più tardi, che Henry Ford inaugurò gli stabilimenti dai quali, nel 1908, uscì il primo esemplare di Modello T, la prima vettura della storia prodotta attraverso la catena di montaggio. La General Motors aprì quello stesso anno e la Chrysler seguì, poco dopo, nel 1925. Insomma, tutto ciò che aveva a che fare con l’industria automobilistica negli Stati Uniti cominciò nelle stanze di Detroit.

Sulle ali del progresso, la città si ampliò in maniera considerevole. Nella seconda decade del Novecento, la popolazione raddoppiò e Detroit divenne il quarto agglomerato urbano più numeroso del paese. Una fetta consistente dei suoi nuovi abitanti vi era giunta dagli stati del sud. Parte di quella schiera di afroamericani in cerca di lavoro (nella sola Detroit, in questo periodo, ne arrivarono oltre 120.000), che si rese protagonista di quel fenomeno denominato la “prima grande migrazione”.

L’espansione non riguardò soltanto il mondo delle quattro ruote. In seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il principale centro del Michigan si trasformò, secondo lo slogan coniato da Franklin Roosevelt, nel “grande arsenale della democrazia”. Detroit si sviluppò rapidamente in funzione della produzione di armi ed è noto che contribuì alla guerra più di ogni altra città americana (dopo l’attacco di Pearl Harbor furono moltissimi i lavoratori – donne comprese – che vi si trasferirono). Anche grazie a questa espansione, nel decennio successivo il numero di residenti toccò il suo picco: ben 1.865.000 nel 1956. Illustri professori e stimati giornalisti del tempo la glorificarono quale migliore esempio della fine della lotta di classe in America; come l’emblema del tentativo riuscito, da parte di grandi masse di lavoratori, di entrare nelle file della classe media e di poter beneficiare dei piaceri dell’imborghesimento.

Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora! Con gli anni Sessanta cominciò l’inizio del declino, che si fece, poi, più rapido in seguito alle crisi petrolifere del 1973 e del 1979. Oggi Detroit conta appena 700.000 abitanti, il minor numero degli ultimi cento anni. La spirale verso il basso pare sia destinata a non arrestarsi. Nel primo decennio del XXI secolo, infatti, la città ha perso addirittura un quarto della sua popolazione totale e continua a precipitare a ritmo costante: ogni venti minuti un’altra famiglia racimola tutte le sue cose, le spedisce verso una nuova destinazione e si lascia alle spalle Detroit.

100.000 lotti vuoti

Continuo il mio giro per i suoi quartieri ed è come trovarmi in un luogo abitato da spettri. Nel suo perimetro ci sono più di 100.000 lotti vuoti e case abbandonate. Queste ultime sono in rovina o pericolanti. Diecimila dovrebbero essere demolite nei prossimi quattro anni, ma mancano i soldi per farlo. La sensazione che si respira percorrendola è desolante, poiché spesso, in un intero isolato, è rimasta soltanto una casa ancora abitata. Detroit è talmente vuota che nei suoi spazi sgombri potrebbero entrarvi Boston o l’intera San Francisco. Per contrastare questo stato di estrema desolazione, l’amministrazione comunale sta tentando di concentrare la popolazione in determinate aree e di trasformarne altre in aziende agricole. In realtà, la crisi ha reso questo scenario ancora più lugubre. La città, sull’orlo della bancarotta, è in dissesto finanziario e di recente sono stati tagliati gli ultimi servizi pubblici, inclusi il bus – unico mezzo di trasporto per i ceti meno abbienti – e le luci notturne nelle zone periferiche.

La situazione sociale non è migliore di quella ambientale. A Detroit, una persona su tre vive in povertà, condizione che colpisce più della metà dei minori. Il livello di segregazione razziale è ancora altissimo. Oltre l’80% della popolazione è di origine afroamericana e vive in centro; mentre gli operai “bianchi”, o meglio l’ultima parte di coloro che non sono ancora riusciti a partire, si sono spostati in sobborghi protetti e vicini ai grandi magazzini. Segno che, con i dovuti distinguo tra i tempi, il razzismo che fece di questa città il teatro di guerra della violenta rivolta del luglio del 1967 – quando Lyndon Johnson inviò i carri armati che provocarono 43 morti, 7.200 arresti e la distruzione di oltre 2.000 edifici – non è stato ancora del tutto sradicato. Il tasso di criminalità è uno dei più alti del paese e, ironia della sorte, nonostante l’automobile sia nata proprio in queste strade, non esiste in America posto più caro dove stipulare un’assicurazione. La disoccupazione reale è giunta al 50% e i soldi investiti nel grande casinò, che ora occupa la principale via del centro, non hanno prodotto che un unico cambiamento, quello di creare una legione di disperati che, ogni sera, nella amara illusione della salvezza personale, si mette in fila di fronte alle tante slot machine, per giocarsi le ultime speranze rimaste e i pochi dollari ancora disponibili.

Rottami verso la Cina

Nel 2009, sotto i colpi della crisi, la General Motors e la Chrysler dichiararono bancarotta, mentre la Ford fu duramente colpita dalla recessione. Gli aiuti ricevuti dalle Big Three alla fine dello scorso decennio, dall’amministrazione Bush così come da quella Obama, ammontano a 80 miliardi di dollari. Le misure furono accompagnate da pesanti “ristrutturazioni”, ovvero licenziamenti, tagli salariali e maggiore precarietà. In poche parole, esse sono servite a estendere sempre più il modello portato avanti da compagnie quali la American Axle & Manufacturing, fondata, nel 1994, allo scopo di fornire, a costi ridotti, parti di automobili alla General Motors e alla Chrysler. Molti dei suoi dipendenti, già impiegati con contratti a ore, nonostante l’azienda registrasse ottimi profitti, nel febbraio dello scorso anno si sono visti togliere anche quelli. A seguito di uno sciopero contro il dimezzamento della paga da 28 a 14 dollari l’ora, un’altra fabbrica di Detroit licenziò tutti i suoi lavoratori e chiuse i battenti. E così, accanto agli stabilimenti aperti, negli ultimi anni, dalla American Axle & Manufacturing, in Messico, Brasile e Polonia, una recente dichiarazione, dai presunti toni filantropici, di uno dei suoi presidenti ci illumina sul futuro: “costruire l’Asia è la nostra massima priorità”. Il prossimo capitolo di questa storia si scriverà in Cina, dove, infatti, la ditta opera, dal 2009, in due nuove fabbriche.

In fondo, Detroit non racconta solo del Novecento, ma testimonia anche i mutamenti dell’oggi e ciò che ci attende in futuro. L’epilogo della sua storia ci dice quanto disoccupazione e povertà siano conseguenza di quei dettami economici che hanno impedito che conquiste e miglioramenti tecnologici fossero messi al servizio della collettività. Ci mostra che le fabbriche sono vuote non perché il lavoro non esiste più, ma perché la produzione è stata spostata altrove, in luoghi dove il costo del lavoro è più basso e la lotta per il riconoscimento dei diritti sociali è oggi più debole.

Fa scuro in fretta a Detroit d’inverno. In prossimità dell’uscita dall’autostrada alcune persone chiedono l’elemosina. Più avanti – nel cuore di quella che un tempo era la zona industriale – si intravede un fuoco. Lo ha acceso un gruppo di giovani intento a smantellare i resti di una fabbrica che saranno poi spediti, via mare, verso oriente. Questi rottami di ferro vengono pagati due dollari e mezzo per libbra e sono gli ultimi oggetti utili da cui ricavare qualcosa per sbarcare il lunario. Rappresentano uno dei principali prodotti dell’esportazione statunitense in Cina e Detroit è la città che ne offre di più al mondo. Servono a costruire altrove ciò che prima era qui. A creare le infrastrutture che permetteranno un guadagno maggiore per i padroni. Uno sfruttamento generato da un saggio del plusvalore più grande, per usare parole di altri tempi. Non si illudano, però. Con le nuove fabbriche sorgeranno anche nuovi conflitti e nuove speranze.

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Antonio Negri, Uninomade

1. Cominciai a lavorare sui Grundrisse negli anni ’60. Quando cominciai ero comunista da parecchio tempo, non ancora marxista. Avevo lavorato molto su Kant, Hegel, e il neokantismo, Max Weber, Lukacs e poi, infine, all’inizio degli anni ’60, avvicinandomi ai 30 anni, avevo cominciato a leggere Il Capitale.

Già prima ero passato attraverso le interpretazioni alla moda del giovane Marx: i Frühschriften li avevo letti e discussi (in Francia, in Italia, in Germania – non si può immaginare l’intensità delle emozioni sollevate da quella “scoperta”!) nel clima di un certo esistenzialismo umanistico. Ne trassi le stesse ambivalenti (se non equivoche) impressioni che avevo avute studiando il marxismo sartriano. Di conseguenza non avevo avuto difficoltà a cogliere una certa ragionevolezza nella “cesura epistemologica” che Althusser aveva proclamato. Questa cesura non rappresentava per me un elemento né rilevante né decisivo dal punto di vista filologico: lo era piuttosto (come d’altronde voleva Althusser) dal punto di vista di un’ermeneutica politica e polemica “situata” (come, appunto, in un Kampf-platz) del pensiero rivoluzionario, nell’epoca delle ultime smanie dell’hegelismo dialettico – in occidente come in oriente. Il materialismo marxiano mi sembrava divenire “intero” proprio passando attraverso questa rottura – rottura anti-umanista, nel senso che le illusioni dell’umanesimo borghese sarebbero state a quel punto definitivamente scacciate – e soprattutto nel senso che la dialettica hegeliana era effettivamente messa da parte. Per noi, educati nell’hegelismo e alle infinite variazioni della “coscienza infelice”, questo passaggio era necessario: costituiva una propedeutica alla militanza rivoluzionaria.

La lettura de Il Capitale mi risultò comunque assai difficile. Certo la mia lettura de Il Capitale non fu quella di un filologo, di un accademico e neppure quella di un “marxista” diplomato. Era piuttosto quella di un militante comunista che voleva appropriarsi di un metodo sovversivo di ricerca e di un programma di azione. Marx e Il Capitale dovevano essermi utili per fare politica tra gli operai, non solo per comprendere le contraddizioni e le crisi del capitale ma per trasformarle in occasioni di lotta nelle fabbriche e nella società. Quando, dopo Il Capitale, mi misi a leggere i Grundrisse, vi riconobbi subito una nuova potenza, inaspettata ma attesa. Era un processo genealogico quello al quale ero introdotto. Avevo già cominciato a fare “conricerca” con gli operai per comprendere quali fossero le condizioni nelle quali la lotta di classe si svolgeva: con i Grundrisse compresi meglio che fare “ricerca operaia” era anche applicare Marx, il suo metodo, era riscoprire Marx, reinventarlo. Anch’io mi sono sempre chiesto, come fa Eric Hobsbawm – a partire dalla constatazione che un mezzo secolo dopo la morte di Marx i Grundrisse erano ancora sconosciuti – anch’io mi sono chiesto quanti (in più di quelli che lo erano) sarebbero diventati marxisti (e se lo sarebbero diventati in maniera diversa da come i non-lettori dei Grundrisse lo erano stati) – qualora avessero potuto leggere i Grundrisse contemporaneamente a Il Capitale. Per la maniera nella quale noi li conoscemmo, ci fu impossibile separare i Grundrisse non solo da Il Capitale ma dal loro ruolo di operatori politici che le letture di Marx dovevano nutrire.

2. Hobsbawm ha detto dei Grundrisse – che si tratta di una “specie di stenografia intellettuale privata che è a volte impenetrabile”. Credo che questo giudizio sia del tutto inesatto: è vero che vi sono pagine incomplete, e talora semplicemente degli schemi, ma non è corretto concludere che il testo (neppure in parte) sia incomprensibile. Al contrario. Certo, è un testo difficile ma vi sono elementi centrali – tutt’altro che difficili da cogliere – che ne reggono il filo discorsivo. Su di essi torneremo presto. È vero tuttavia che, anche se posti in luce meno drammatica, i Grundrisse hanno rappresentato una svolta grossa nelle continue letture e riletture del pensiero marxiano, e hanno imposto una serie di nuovi divisioni nella sua interpretazione. Vi è stato chi ha considerato i Grundrisse come un testo delirante, scritto sulla base dello shock fortissimo del rilevamento della prima crisi globale del capitalismo – e tuttavia ispirazione frustrata da un conseguente fallimento politico. Vi sono altri che hanno piuttosto considerato i Grundrisse come una nuova fonte interpretativa per il materialismo dialettico, quello più ufficiale ed ortodosso. E poi ci sono quelli che hanno ritenuto i Grundrisse del tutto omologabili a Il Capitale. Io credo che, visti in maniera più realistica e politicamente adeguata, i Grundrisse vadano letti – nella loro collocazione storica dentro la evoluzione del pensiero marxiano – come una genealogia non tanto (o non solo) de Il Capitale ma soprattutto come sorgente di metodo e di invenzione di una politica rivoluzionaria. Se la questione è posta in questi termini e, nel contempo, abbiamo dimenticato le belle favole hegeliane della teleologia dialettica, Althusser non dovrebbe scandalizzarsi se a questo punto assumiamo un “Marx intero”. Nei Grundrisse si deve dunque leggere il percorso di un processo di costituzione della lotta di classe: Hans Jürgen Krahl, nel mezzo del ’68 francofortese, lo aveva compreso perfettamente. In questa prospettiva i Grundrisse sono il progetto di rivoluzione che il “lavoro vivo” costruisce dall’interno della struttura della produzione capitalista. I Grundrisse sono insieme una “pratica teorica” che assume la rivolta del “lavoro vivo” nella crisi – considerando questa crisi come occasione rivoluzionaria – ed anche, come ben sottolinea Enrique Dussel, un motore generativo delle categorie di analisi dello sviluppo capitalistico. Insomma, nei Grundrisse (come con verisimiglianza videro gli uomini del ’68) si può riconoscere un centro dinamico del pensiero marxiano, sia della sua storia logica che del progetto rivoluzionario. Da questo punto di vista i Grundrisse hanno costituito un appoggio assolutamente centrale alla critica di ogni delega di conoscenze e di compiti, pretesi di avanguardia, alla Teoria; alla critica di ogni concezione di “rivoluzione dall’alto”, imposta al movimento reale; e piuttosto un’affermazione della “rivoluzione dal basso” come potenziale di una autonoma forza costituente del comunismo. Solo il proletariato può costruire programma.

3. In Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later (Routledge, Oxford e New York, 2008), silloge che Marcello Musto ha raccolto per celebrare, appunto, quell’anniversario, l’approccio è opportunamente diviso in tre parti. Nella prima si considerano le letture critiche che, dei Grundrisse, hanno rilevato le linee concettuali più importanti (teoria del valore e del plusvalore, alienazione ed emancipazione, principi del materialismo storico, ecc.); nella seconda si studia la vita di Marx, autore giornalistico ed interprete della prima crisi economica globale nel 1857-58; nella terza si descrive e si analizza la straordinaria recezione – una disseminazione, appunto – dei Grundrisse nel mondo. Questo lavoro è condotto con rigore e completezza.

A noi interessa sottolineare alcuni aspetti della lettura che Musto (in buona compagnia con quel che ne dice Michale R. Krätke) fa del rapporto di Marx alla crisi – alla “meravigliosa crisi che avevamo previsto”, dice Marx. Già Sergio Bologna, nella nostra giovinezza, ci aveva offerto un insuperabile affresco di questo periodo (“Moneta e crisi: Marx corrispondente del New York Daily Tribune”, in Bologna, Carpignano, Negri, Crisi, Organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano, 1974). I due elementi da sottolineare, nell’analisi rinnovata in questo volume, ci sembrano l’insistenza sul fatto che l’analisi marxiana non segue semplicemente l’evento critico ma ne coglie gli aspetti categoriali, il dispositivo teorico immanente – nella fattispecie quello che scava il legame moneta-crisi, misura-produzione, produzione-sfruttamento. Ora, e questo è il secondo elemento, proprio perché questa immanenza della crisi monetaria a quella sociale (al rapporto di classe) è tanto profonda, proprio per questo ogni crisi andrà considerata in maniera singolare (come rilevante dalla particolare determinazione della lotta di classe che le sottostà) ed ogni continuità critica del capitale andrà considerata secondo criteri di discontinuità. 1857-58: crisi di sovrapproduzione – certo; ma ogni altra crisi non è a questa omologabile e dipende piuttosto dalla condizione effettuale dei rapporti di classe nei quali essa si dà. Misure e limiti, causalità e casualità non sono norme astratte ma dispositivi della ricerca (sulle lotte, sulle determinazioni della lotta di classe) ogni volta riscoperti. Differenze, rapporti ineguali, corrispondenze non rigide regolano a questo punto il metodo. Vi è un antideterminismo forte nei Grundrisse, fin dall’inizio, dall’approccio alla crisi, dall’invenzione e dalla prima sperimentazione del metodo: questo mi sembra un notevole apporto, iscritto in questo volume.

Metodo della discontinuità dunque, un universo plurale da scoprire. È molto importante questa definizione – essa ci permette di riaprire la ricerca nella continuità della ricerca stessa, di condurla in termini di sperimentazione. Forschung, Darstellung – ma poi di nuovo Forschung e Neue Darstellung – quando si dice Forschung si dice scavare l’esperienza da lì dentro, sempre pronti a trovarvi del nuovo – il metodo critico (meglio, sovversivo) costruisce un missile a più stadi ed ogni stadio porta più lontani e mette nelle condizioni di costruire concetti più intensi ed estesi. Così, avanzando la ricerca dentro lo sviluppo capitalistico, la vita è sempre più investita dal processo produttivo e il metodo permette al ricercatore di estendere i suoi ritrovamenti molto in avanti rispetto alle determinazioni genetiche della ricerca stessa – ed oggi di arrivare ad analizzare le conseguenze biopolitiche come quelle ecologiche che ne vengono, in un interessante contributo di J.B. Foster. Proprio per questo la concettualizzazione diviene sempre più ricca, in termini analitici ed anche progettuali – ed il marxismo è un’opera aperta. Marcello Musto fa un esempio che, senza dubbio, risulta estremamente efficace: esso riguarda la categoria del “comune”. Considerata la radicale diversità tra il comune come “dipendenza” fra individui all’inizio dell’incivilimento (in tribù, famiglie, ecc.) e il comune nel capitalismo maturo, dove l’indipendenza delle singolarità è integrata da una dipendenza sociale che si esprime nella divisione del lavoro… bene, solo se assumiamo la crisi come motore di trasformazione ontologica, il metodo di Marx, formatosi nella crisi, diviene capace di “sorvolo” e quindi (come voleva Deleuze) di astrazioni determinate.

4. Come dicevamo più sopra, ci sono (e son ben illustrate nel volume curato da Musto) delle linee principali che, enucleate nei Grundrisse, ne esaltano il carattere di opera politica “comunista”. Il punto fondamentale consiste nel fatto che il denaro ci sia dato come immediatezza del valore. È così che Marx lo coglie. Rispetto a Il Capitale, qui non si parte dalla merce ma dal denaro; non si parte quindi dal valore d’uso per eccellenza (che è il “lavoro vivo”) ma già dal suo sfruttamento capitalistico; non si parte dal denaro solo come misura dello sfruttamento ma già dal denaro come regola sovradeterminata dell’antagonismo prodotto dallo sfruttamento; non dal denaro come forma esclusiva di espressione di valore ma dal processo di socializzazione del capitale come suo presupposto. L’antagonismo di classe sta alla base di tutto il processo, ed il rapporto di sfruttamento rappresenta il contenuto dell’equivalente monetario, quanto il segno della sua crisi: è infatti la crisi che permette di cogliere questo fondamento (che non è altro dal rapporto sociale di capitale). Con ciò, il capitale è, da principio, disarcionato dal suo potere. “È assolutamente necessario che gli elementi violentamene separati, che sono essenzialmente omogenei, attraverso una violenta eruzione si mostrino come scissione di qualcosa che è essenzialmente omogeneo. L’unità si ristabilisce violentemente. Quando la scissione estrema porta ad eruzioni, gli economisti additano l’ unità essenziale e astraggono dall’alienazione” (Grundrisse, I, p. 68).

Non si può non essere d’accordo con Terrell Carver quando, nel suo articolo “Marx’s conception of alienation in the Grundrisse”, stabilisce con grande eleganza la connessione fra le varie forme linguistiche che (attorno al fondamentale concetto di “alienazione”) rappresentano la “scissione” operata dallo sfruttamento e indica la struttura critica economico-politica che quella scissione segnala; quindi la macchina antagonista che organizza la cellula elementare di questo rapporto. (E non si può non essere d’accordo nella sostanziale ricomposizione che egli opera delle varie formule usate da Marx, lungo tutto il corso della sua attività, per esprimere, appunto, quella cellula elementare). È alla stessa maniera che si deve apprezzare il disegno che percorre il capitolo di Joachim Bischoff e Christoph Lieber, “The concept of value in modern economy: on the relationship between money and capital in Grundrisse”. Perché qui la macchina antagonista del plusvalore (pv) – ovvero la legge del valore come legge dello sfruttamento – è vista agire come struttura plurale e dinamica di ricomposizione produttiva del processo di accumulazione capitalista e di comando sopra gli antagonismi che in esso insorgono. Struttura dinamica – perché solo nel capitalismo le relazioni di dominio riescono a funzionare progressivamente, mistificando lo sfruttamento in termini di produzione di ricchezza. Quanto al valore di scambio, esso non è semplice segno di circolazione ma motore di produzione; e le forme borghesi di soluzione del conflitto di classe rappresentano un universo ontologicamente consistente – tutto ciò contro ogni concezione catastrofista, contro ogni pretesa di autodistruzione o semplicemente nella prospettiva di una decrescita necessaria dello sviluppo capitalista. Ma, dall’altra parte, struttura plurale: la legge del valore funziona infatti anche come strumento fondamentale nel regolare la competizione (mercantile). Marx è ben lontano da ogni illusione che il mercato funzioni solo in termini ideali. No, il mercato c’è (ed oggi, aggiungo, il funzionamento del capitale finanziario lo dimostra abbondantemente); non ci sono invece quei mostri sempre reinventati e sempre riproposti per generare impotenza nei lavoratori: un capitalismo monopolistico di Stato (che tutto stringe e comanda) e neppure un capitale sociale che sempre ricompone e sussume in forma totalitaria ogni singolare processo di accumulazione. Il capitale non è un Leviathan ma un “rapporto sociale”, subordinato alla lotta di classe. Nella legge del valore si articolano quindi scambi ed equivalenze, scontri e progressioni – in maniera sempre plurale ed antagonista. È questo antagonismo che definisce la legge del valore – e cioè la mostra non come un modello di misura temporale ma come rapporto sempre inconcluso fra potere di accumulazione del capitale e potenza produttiva del lavoro vivo.

5. Il tentativo più esplicito di dare ai Grundrisse un carattere innovativo che renda l’insegnamento marxiano adeguato all’analisi del presente è, nel volume che consideriamo, quello di Moishe Postone, “Rethinking Capital in light of the Grundrisse”. L’attacco al “marxismo tradizionale”, è noto come Postone lo conduce: egli ritiene che il marxismo tradizionale consideri il lavoro come standpoint della critica del capitale; propone invece di considerare il percorso critico marxiano nel rapporto contradditorio che si stringe fra le forme della vita sociale e le forme di ricchezza: esse procedono insieme e insieme vengono modificandosi. Le pagine del “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse vengono assunte come chiave di volta della dimostrazione: la legge del tempo-misura del valore viene infatti meno nella trasformazione tecnologica che segue al modo di produzione della “grande industria” (l’ultimo a lui noto). La gerarchia che si stendeva tra il lavoro manuale e lavoro intellettuale, e la qualità produttiva e valorizzante di queste figure della forza lavoro, man mano si rovesciano nel corso della rivoluzione tecnologica, e la legge del valore finisce per essere utilizzata come arma ideologica nella gestione politica del capitale da parte della borghesia. Ecc., ecc.. Insomma, nella polemica contro il marxismo tradizionale, sembra di sentir recitata parte della Bibbia del postoperaismo, quella analitica. Altrettanto vale quando Postone analizza le categorie marxiane utilizzate nei Grundrisse ed insiste nel considerarne il carattere come specificamente storico e tendenziale.

Più dubbio diviene il discorso di Postone quand’egli – accentuando la “duplicità” delle categorie marxiane (quella di forza-lavoro come capitale variabile o come classe, è esemplare) – pretende che non vi sia soluzione strutturale (rivoluzionaria?) al determinarsi storico della “sussunzione reale” della società nel capitale. Già Panzieri e Tronti (alla fine degli anni ’50) sottolineavano questa situazione, denunciando in essa un “incantesimo del metodo” (dualistico, dialettico negativo) e un conseguente “blocco della ricerca”. Se tutto è stato assorbito nel capitale, come si definisce la determinazione rivoluzionaria, come sorge la “diversità essenziale” della classe? Postone risponde che la sola conclusione di questo sviluppo logico consiste nella catastrofe (ma anche, paradossalmente, nella realizzazione) finale dello sviluppo capitalistico: l’estinzione del proletariato ne seguirà. Occorre purtroppo osservare che con ciò si estingue anche l’apporto di Postone al rilevamento delle novità introdotte dai Grundrisse – l’incontro con le tesi dell’operaismo sfiorisce nel rinnovamento dell’orizzonte, a volte pessimistico, a volte utopico, della scuola di Francoforte! In che cosa consiste questo punto di vista? Nella convinzione, senza sosta ripetuta, che le contraddizioni strutturali del capitale non possono essere ricondotte ai conflitti di classe. Qui non abbiamo più a che fare con il “marxismo tradizionale” ma, puramente e semplicemente, con la filosofia socialdemocratica. Qui si perde l’elemento più specifico del marxismo dei Grundrisse – la sua determinazione ontologica, espressa sempre da nuove forme di soggettività di classe. Fuori di ogni determinismo tecnologico, proprio in nome delle forme di vita che l’analisi di volta in volta assume nella ricerca, risorge infatti la potenza trasformatrice della lotta di classe. Nella sussunzione reale della società nel capitale – insegna il futurismo marxiano dei Grundrisse – si rivela la nuova qualità della soggettività rivoluzionaria: General Intellect in quanto parte del capitale, da un lato; e dall’altro, moltitudine (e cioè insieme cooperativo di singolarità sociali produttive) in quanto classe che rompe il “blocco” dell’attività rivoluzionaria – qui si ritrova, trasformata, la duplicità ontologica della forza lavoro.

Non è infatti possibile – stabilizzata la condizione analitica fissata dai Grundrisse, nel presente della sussunzione reale della società – pensare un dislocamento dell’analisi, un suo salto in avanti, che non sia legato ad una forza, ad un soggetto che questo salto opera. Così finisce davvero quella dialettica che, come Althusser aveva ben visto, castrava il progetto rivoluzionario. Solo la soggettività politica di classe, non come elemento esterno allo sviluppo del capitalismo ma come forza che si muove “dentro e contro” il capitale – insegnano i Grundrisse – permette infatti di leggere al presente la lotta di classe contro il denaro-capitale-crisi.

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Alfio Neri, Carmilla. Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione

Ripensare Marx e i marxismi

Il modo di leggere Marx è cambiato negli ultimi anni. Gli scritti sono (quasi) sempre quelli ma sono intervenuti due fattori nuovi che hanno cambiato molte cose. Innanzitutto, i nuovi equilibri geopolitici hanno reso obsolete le letture legate agli schieramenti della guerra fredda.

Inoltre siamo molto vicini alla (speriamo) definitiva edizione delle opere complete di Marx ed Engels. In questo momento, l’intricata matassa dei testi pubblicati in vita (pochi) e delle opere rimaste manoscritte (tante) è ora, finalmente, disponibile. La fine della guerra fredda e la pubblicazione integrale di tutto (o quasi) quello che Marx ha scritto ci permettono di leggere in modo nuovo l’intera sua opera. Il punto di partenza è, comunque, un paradosso: in settanta anni il paese del socialismo scientifico non ha avuto il tempo di terminare un’edizione filologicamente scientifica delle opere complete del suo massimo ispiratore.

Negli ultimi anni è stato fatto molto per sbrogliare l’intricata matassa degli scritti di Marx e il lavoro filologico di Musto è uno dei più interessanti. Sulla base delle recenti acquisizioni ottenute con la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe, MEGA), Musto ricostruisce con rigore e acume tutta una serie di tappe della biografia intellettuale di Marx e della sua opera. Questo lavoro di attenta lettura mette in luce l’enorme distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi che, dalla fine Ottocento ad oggi, sono seguiti. Si tratta di un lavoro importante che sta aprendo nuove prospettive di notevole spessore teorico.

La chiave di volta della vicenda sta, probabilmente, nella straordinaria vicenda della pubblicazione dei suoi scritti. La storia edizione dell’opera omnia di Marx, su adeguati criteri filologici, è sconcertante. Il primo tentativo, assolutamente prometeico, si ebbe dopo la Rivoluzione Russa e terminò con la deportazione e la morte di Rjazanov, il suo principale curatore. Ripeto, nel paese della dittatura del proletariato, il filologo che curava la pubblicazione del suo massimo teorico, scomparve in un campo di concentramento verso la fine degli anni Trenta, dopo avere iniziato il suo lavoro. La pubblicazione delle opere complete di Marx ed Engels fu ritentata con l’apporto della Germania dell’Est negli anni Sessanta. Dopo una breve interruzione legata al crollo del sistema sovietico, l’edizione delle opere complete sta chiudendosi ora con la pubblicazione degli ultimissimi inediti (sulle vicissitudini della pubblicazione cfr. pp. 189-202, sulle ultime acquisizioni cfr. pp. 205-216).

Qualche problema era sorto fin dall’inizio. La contingenza storica è sicuramente presente. Chiaramente hanno influito lo stalinismo, il crollo dell’Urss ma anche le lotte ai vertici della socialdemocrazia tedesca. Però una parte importante di questo ritardo risiede, anche, nella profonda incompiutezza dell’opera. Marx aveva una prospettiva teorica titanica. Rispetto al lavoro svolto, le opere pubblicate in vita furono poche. Alla sua morte, gli scritti incompiuti erano molti, ma molti di più, di quelli pubblicati in vita. Vista nel suo insieme l’opera è immensa ma soprattutto è drammaticamente incompiuta, frammentaria e talvolta contraddittoria. Lo sforzo di comprensione di Marx terminò per la scomparsa dell’uomo empirico, non perché il suo pensiero avesse trovato la quiete.

Ripetiamolo, Marx aveva in mente un piano di ricerca colossale. Di questo progetto ne fu portata a termine solo un’esigua parte. Dopo la sua morte, Engels cercò di costruire, in modo redazionale, un’opera quanto più possibile organica. Per farlo provò a legare fra loro un’ampia serie di redazioni non definitive scritte in tempi diversi. Engels era in buona fede e anche per questo i suoi contemporanei diedero credito a questa lettura unitaria. Inoltre questi materiali erano in genere dei frammenti molto voluminosi con un elevato livello d’elaborazione teorica a cui mancava un’intelaiatura generale. Insomma quello che Engels diceva di Marx sembrava ragionevole.

Engels aveva in mente un approccio dialettico e positivista. Attorno a questa impostazione presentava e organizzava le opere del suo grande amico. Questo modello teorico, una forma non banale di materialismo dialettico, aveva il grande vantaggio di essere molto vicino alle scienze naturali dell’epoca. Aveva però anche il difetto di legare in un insieme falsamente omogeneo frammenti di epoche diverse fra loro in parziale contrasto. Di fatto il suo lavoro redazionale (e anche lo spirito della sua epoca) fecero leggere l’opera del suo amico dentro un’ottica positivista abbastanza lontana da molta parte della sua produzione.

Negli anni seguenti, il pensiero di Marx venne diffuso sulla base di opuscoli, sintesi e compendi che erano a loro volta il prodotto di riassunti di edizioni ampiamente rimaneggiate e censurate. Banalizzata per ottenere un effetto propagandistico, la forma manualistica utilizzata si traduceva in un grave impoverimento del patrimonio teorico originario. Il risultato fu una teoria schematica ed elementare, un evoluzionismo intriso di determinismo economico che, già ai primi del Novecento, era incapace di comprendere la propria epoca. Dopo molte vicende, il paradosso assoluto fu raggiunto in epoca staliniana. Le trasformazioni politiche e sociali e la lotta ai vertici del partito stabilizzarono una teoria dogmatica, assolutamente inflessibile. Questo monolite diceva di ispirarsi all’opera di un autore i cui scritti erano non pubblicati e che il regime, che a lui si ispirava in modo ferreo e indiscutibile, prudentemente non rendeva pubblici per evitare spiacevoli discussioni. In questi anni Marx cessò di essere una proficua guida per l’azione per diventare una sistematica giustificazione a posteriori dei satrapi di turno.

Oggi, l’edizione su adeguati criteri scientifici delle opere complete di Marx ci permette di rileggere tutta la storia del marxismo con occhi diversi. La distanza rende possibile vedere le stesse cose con un diverso punto di vista e formulare nuove questioni a vecchi problemi. Inoltre oggi, finalmente, abbiamo sotto gli occhi (quasi) tutto quello che Marx aveva scritto; gli scritti troppo rivoluzionari che i vertici della socialdemocrazia tedesca avevano occultato e quelli poco marxisti che l’URSS staliniano non aveva mai avuto il coraggio di pubblicare.

La tesi di fondo di Musto è che Marx non è un autore monolitico. Ci sono molti temi ricorrenti ma non c’è un’intuizione straordinaria molto precoce che si sviluppa in modo lineare nel corso del tempo. Al contrario, Marx è un autore plurale, dominato da vari interessi che si evolvono nel corso del tempo; un autore non dogmatico che in momenti diversi ha opinioni differenti su importanti questioni teoriche. Come studioso incontra l’economia politica dopo avere studiato la filosofia, la storia, il diritto. Come rivoluzionario vive vicende personali drammatiche fino a che si trova in esilio a Londra, nel punto nevralgico del capitalismo. Pensa di tornare appena possibile alle lotte, poi esaurito il ciclo del quarantotto, inizia a studiare il mondo nuovo che si sta formando. Marx nella disgrazia ha anche fortuna perché il caso lo ha portato nel centro del capitalismo mondiale. Poteva finire ucciso sulle barricate, prigioniero in carcere, dimenticato in un qualche lavoro impiegatizio negli Stati Uniti e invece diventa uno dei più importanti pensatori di tutti i tempi.

Anche teoricamente molte cose sono ancora da studiare. Fino a pochi decenni fa, il gigantesco lavoro di scavo fatto nei lunghi anni che precedono la pubblicazione del primo libro de Il capitale era ancora ignoto. In quegli anni oscuri Marx affrontava questioni e problemi e offriva soluzioni provvisorie in seguito ampiamente rielaborate. In questo senso, tutta l’opera è da considerarsi come una rete di riflessioni fra loro inter-comunicanti. L’idea di Engels, quella di una via a senso unico che termina in un’unica teoria monolitica, è in contrasto con storia del testo che mostra invece un’enorme varietà di analisi.

Sono importanti anche le acquisizioni filologiche che si sono accumulate negli ultimi decenni. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a sé stante ma solo una serie di quaderni di appunti parzialmente incompleta (ne manca uno). Questi scritti furono pubblicati congiuntamente nello stesso volume dando l’impressione di essere le bozze di un libro destinato alla pubblicazione dallo stesso Marx (cfr 45-77). L’edizione venne fatta all’inizio dell’era staliniana e precedette di qualche anno l’eliminazione fisica di Rjazanov, il curatore. Questo testo fittizio ebbe una storia molto importante perché la sua fortuna fu essenzialmente politica. Per decenni fu l’arma teorica usata dalla sinistra antistalinista per contrapporsi, in un’ottica rivoluzionaria, al Marx de Il capitale, all’epoca egemonizzato da una lettura determinista e sostanzialmente staliniana (cfr. pp. 225-272).

Qualcosa di simile si può dire anche de L’ideologia tedesca. Per prima cosa va detto che non è un testo unitario. Diede questa impressione perché fu pubblicato in un unico volume. In realtà si trattava di saggi separati che avevano delle importanti connessioni interne. Inoltre l’assenza di altre rielaborazioni filologiche contribuì molto a dare questa falsa impressione di unitarietà. Al contrario, il lavoro degli ultimi decenni ha evidenziato una serie di seri problemi testuali, ad esempio, come la presenza di alcuni brani che, probabilmente, non sono di Marx. Si tratta di fogli volanti inseriti nel manoscritto (potevano sembrare degli incisi) la cui provenienza era assolutamente incerta.

Complessivamente il lavoro filologico è andato molto avanti ma non è terminato. Anche quando i testi sono adeguatamente ricostruiti lo sforzo di interpretazione non è detto che abbia già dato tutti i risultati possibili. Per esempio è già venuto il momento di procedere ad una nuova edizione dei Grundrisse (un punto di partenza lo offre lo stesso Musto alle pp. 76-105 ma anche alle pp. 151-186). Un’altra questione da riprendere in mano è quella delle crisi periodiche del capitalismo visto che Marx non scrive mai esplicitamente che il capitalismo è destinato a crollare. La questione è importante perché la teoria del crollo, la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, fu proclamata dalla seconda internazionale l’essenza più intima del socialismo scientifico. «Le affermazioni di Marx volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne la tendenza di sviluppo, furono trasformate in leggi storiche universalmente valide, dalle quali fare discendere, sin nei minimi particolari, il corso stesso degli eventi» (p.193). Di fatto la fine del capitalismo, che per Marx era desiderabile, per i marxisti, diventa “scientificamente inevitabile”. Rimanendo sempre sul terreno de Il capitale, occorre ancora esaminare nel dettaglio i cinquemila (5.000!) interventi che il vecchio Engels opera sul secondo libro del capitale. Molti interventi sono semplici correzioni ma la quantità è assolutamente enorme. Non voglio tediare. Dico solo che, altre volte, il lavoro di individuazione del testo ha permesso di mettere in evidenza che certe cose che sembravano scontate in realtà non lo erano.

Un capitolo interessante riguarda le traduzioni italiane del Manifesto del partito comunista. Per tutti gli anni Ottanta dell’Ottocento, Marx fu un autore quasi ignoto in Italia (in ogni caso il leader anarchico Carlo Cafiero pubblicò nel 1879 il Compendio del Capitale di Marx come strumento teorico di formazione politica). La prima traduzione fu de il Manifesto è del 1889. Si trattava di un lavoro di bassa qualità di Leonida Bissolati, una specie di popolarizzazione del testo di Marx con alcuni brani tradotti letteralmente. Nel 1891 l’importante leader anarchico Pietro Gori pubblicò presso Flaminio Fantuzzi, un editore anarchico, una traduzione in italiano di un’edizione francese del 1885. Solo l’anno dopo uscì la traduzione del Manifesto del partito comunista di Pompeo Bettini fatta su un edizione tedesca del 1883. Questa traduzione, più volte ristampata nei decenni seguenti, fu l’edizione di riferimento del marxismo italiano tanto da dare avvio al processo di formazione della terminologia marxista italiana. La vicinanza di queste date indica che fino alla fine dell’Ottocento la contrapposizione anarchici/marxisti era molto meno marcata di quanto non si creda oggi. Pietro Gori, uno dei massimi leader anarchici dell’epoca, traduceva il Manifesto per usarlo come strumento di propaganda anarchica. Anche qui non vorrei insistere troppo. Mi sembra evidente che lo stereotipo della contrapposizione frontale sia palesemente da abbandonare.

Di quel Marx a cui molti fra noi erano abituati, rimane molto. Il testo (meglio, i testi) sono ancora quasi tutti lì. La vera novità è che hanno preso la forma enigmatica del frammento. Gli spunti si moltiplicano. Le ipotesi di lavoro e le soluzioni prendono nuove forme. Non si è più di fronte al barbuto granitico personaggio delle piazze sovietiche che presidiava alla purezza di una dottrina inattaccabile, scientifica e assolutamente certa. Finito il dogmatismo rimane il Marx insuperato critico del capitalismo e anche, paradossalmente, il teorico del socialismo che ripudia anche l’idea di un “socialismo di Stato”. La mia netta impressione è che il meglio delle prossime letture debba ancora venire. Il lavoro di Musto è un concreto passo in avanti in questa direzione.