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Un fantasma que hace ruido y da de qué hablar: Marcello Musto en Quito

“¿Quién era Marx? Marx era un estudiante exactamente como vosotros, ni más ni menos, un estudiante de Quito de 2012”. Con estas palabras, Marcello Musto inició su conferencia el pasado martes 07 de junio en el auditorio Pedro Jorge Vera de la Facultad de Comunicación Social (Facso).

Al evento, organizado por el Instituto de Investigación y Posgrados (ISICS) y Dax Toscano, docente de la materia Teoría Social y Política de la Facultad (coordinador del evento), asistieron alrededor de 500 personas, entre estudiantes, docentes, trabajadores y autoridades.

Fernando López, decano de la Facultad, realizó la apertura del evento: “Marx, un fantasma que hace ruido y da de qué hablar”, dijo.

Musto compartió detalles invisibilizados de la vida del pensador del siglo XVIII. Durante 90 minutos, los asistentes pudieron acercarse a Marx y sus travesías, sus limitaciones, su contexto histórico, su producción intelectual. En su obra “Tras las huellas de un fantasma: la actualidad de Karl Marx”, publicado por la Editorial Siglo XXI, se recoge toda esta información.

“Contra la ofensiva posmoderna de derecha”

“El profesor Musto ha tenido una gran atención con nosotros, al venir a dar una charla en nuestra Facultad en una gira que está realizando por primera vez por América del Sur. En su recorrido no solamente va a exponer las ideas de Marx, sino también, conocer nuestra realidad. Para él es importante conocer los pueblos de Latinoamérica y así realizar una explicación de nuestras realidades concretas”, indicó Toscano.

“En la facultad hemos tratado de mantener, aún en los momentos más duros de la ofensiva posmoderna de derecha, espacios para el pensamiento crítico”, manifestó López.

A criterio de Marco Villarroel, docente de la Facultad, es un hecho interesante que temas considerados “peligrosos” o “tabú” sean retomados en las aulas universitarias y resaltó lo positivo de la realización de este evento, pues permite un rejuvenecimiento del pensamiento.

Toscano agregó que lo fundamental es que se socialicen las ideas de las distintas personas que ven al mundo con una visión diferente a la oficial, “lo importante es que eso llegue a la conciencia de la gente, sobre todo a la conciencia de los y las estudiantes”.

“Me gustó ver el otro rostro de Marx, pues el expositor nos dejó a nosotros elegir si adoptamos la teoría marxista o no. El problema con mis compañeros y yo, es que conocemos solo partes de las obras de algunos autores y con Marx ciertos profesores nos dicen hasta las páginas específicas que debemos leer, entonces resulta poco serio realizar estudios universitarios así”, dijo Carolina Cuenca, estudiante de cuarto semestre.

Ana Ayala, estudiante de quinto semestre de la Facso, expresó que “lo que Marx quiso hacer es entender el capitalismo para combatirlo. Muchos de los catedráticos se empeñan en ser solo pensadores sin tener un accionar. Es importante retomar Marx porque la cátedra y el sistema nos quieren quitar las materias de Teoría Crítica, fundamental para los comunicadores”.

Las dos estudiantes de la Facso concordaron en que los alumnos(as) tienen la responsabilidad de auto-educarse. “Si queremos cambiar debemos comprometernos en desarrollar estudios más elevados y serios en nuestro país, tener la convicción que un país distinto es posible”.

Conferencia: Los nuevos rostros de Karl Marx

A continuación, un extracto de la conferencia dictada por Marcello Musto : “Me siento en mi casa, me siento en una universidad viva, una simbiosis con las personas que estudian y trabajan aquí. ¿Quién era Marx? Los estudiantes siempre se han imaginado a Marx como una estatua, grande, duro, con barba y puede ser que lo consideren como una divinidad, un pensador muy grande y complicado, lo que intentaré es presentar un rostro humano de Marx”.

“Hoy vivimos una situación de paradoja, existen intelectuales que hablan de la posibilidad del fin del mundo y no de la posibilidad del fin del capitalismo, un sistema dramático que nos ha llevado a la crisis. Crisis que no es un incidente, sino un momento estructural y cíclico del capitalismo, porque el capital tiene que destruir las condiciones sociales que los trabajadores han ganado para empezar nuevamente una explotación más grande”.

“Marx es un autor que debe ser leído nuevamente y con muchas atenciones. Muchos estudiosos han dicho que él no ha hecho nada en sus últimos años de vida porque no ha publicado, pero no significa que no ha hecho. Marx no publicó porque quería estar seguro de lo que escribía, quería seguir estudiando. Recordemos que Marx era un ser humano y nosotros debemos completar las cosas que ha hecho”.

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La Actualidad de Karl Marx

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La seconda vita di Karl Marx

Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.

Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale.

Nuovi sentieri per la ricerca

Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la MEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.

Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci. Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l’immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l’esigenza di dedicare le sue energie in studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi.

Diverse interpretazioni consolidate dell’opera di Marx vengono, così, rimesse in discussione. Le cento pagine iniziali de L’ideologia tedesca (testo molto dibattuto nel Novecento e da tutti considerato pressoché terminato) sono state pubblicate, per la prima volta, in ordine cronologico e nella veste originaria di sette frammenti separati. Si è scoperto che essi erano, in realtà, degli scarti delle sezioni, del libro in cantiere, dedicate agli esponenti della Sinistra hegeliana Bauer e Stirner. La prima edizione del testo, stampata a Mosca nel 1932, ma anche le numerose e successive versioni, che non ne variarono di molto la sostanza, crearono, invece, l’errata impressione che il cosiddetto “capitolo su Feuerbach” rappresentasse la parte principale del libro scritto da un Giano bifronte (Marx ed Engels), nel quale – secondo gli studiosi sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo il marxista francese Althusser – era stata partorita niente meno che “una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell’opera di Marx”.

Ulteriore motivo di interesse di questa edizione è l’avanzamento nella distinzione tra la concezioni di Marx e quella di Engels. Passaggi precedentemente ritenuti del tutto unitari vengono letti in modo differente. La frase considerata da diversi autori come una delle principali descrizioni della, irrealizzabile, società post-capitalistica secondo Marx (“la società comunista […] regola la produzione in generale e […] mi rende possibile il fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare”), va completamente riconsiderata, poiché, in realtà, si è compreso che si tratta di una frase del solo Engels (ancora influenzato dalle idee degli utopisti francesi), del tutto respinta da Marx.

I tomi della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus marxiano. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati pubblicati ben 4 volumi, contenenti tutti i manoscritti mancanti dei Libri Secondo e Terzo de Il capitale – lasciati, com’è noto, incompleti da Marx. La stampa di questi testi consente di ricostruire l’intero processo di selezione, correzione e composizione svolto da Engels (diverse migliaia gli interventi – cifra inimmaginabile fino a pochi anni fa), nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894. Oggi si può, dunque, valutare dove egli apportò consistenti modifiche e dove, invece, rispettò più fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo con chiarezza, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca e non possono essere considerati come i lavori finali di una teoria economica sistematica e conclusa (inclusa la celebre “legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto”).

Non solo un classico

Credere di poter relegare Marx alla funzione di classico imbalsamato, al campo degli specialismi dell’accademia, costituirebbe, però, un errore altrettanto grande di quello commesso da coloro che lo trasformarono nella fonte dottrinaria del “socialismo reale”.

Le sue analisi sono più attuali che mai. Quando Marx scrisse Il capitale, il modo di produzione capitalistico era ancora in una fase iniziale del proprio sviluppo. Oggi, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e alla sua espansione geografica in nuove aree del pianeta (in primis la Cina), esso è divenuto un sistema compiutamente globale – che invade e condiziona tutti gli aspetti (non solo quelli economici) della vita degli esseri umani – e le riflessioni di Marx si rivelano più feconde di quanto non lo fossero al suo tempo.

Dopo vent’anni di lodi incondizionate alla società di mercato, pensieri deboli subalterni e vacuità post-moderne, poter ritornare a guardare l’orizzonte sulle spalle di un gigante come Marx è una notizia positiva per tutti quelli che sono impegnati nella ricerca, politica e teorica, di un’alternativa democratica al capitalismo.

Scheda 1: La MEGA²

La nuova edizione tedesca (Marx-Engels Gesamtausgabe) si articola in quattro sezioni: la prima comprende le opere e gli articoli; la seconda Il capitale e tutti i suoi manoscritti preparatori; la terza l’epistolario; e la quarta i quaderni di estratti. Dei 114 volumi previsti, ad oggi ne sono stati pubblicati 58 (18 dalla ripresa avvenuta nel 1998), ognuno dei quali comprende un amplio apparato critico.

La traduzione italiana (Marx Engels Opere – Editori Riuniti), iniziata nel 1972 e basata sull’edizione tedesca del 1956-68, venne interrotta nel 1990, quando erano stati dati alle stampe solo 32 dei 50 volumi programmati. Di recente le case editrici Edizioni Lotta Comunista e La Città del Sole hanno pubblicato alcuni dei 18 tomi rimanenti.

Scheda 2: Marx oggi nel mondo

Dopo 20 anni di silenzio, si ritorna a scrivere e parlare di Marx in molti paesi. Nel mondo anglosassone sono tornati di moda riviste, convegni e corsi universitari a lui dedicati. In Germania Il capitale è divenuto nuovamente un best seller, mentre in Giappone ha riscosso grande successo la sua versione manga. In Cina è in corso di stampa una nuova mastodontica traduzione (dal tedesco e non – come avvenuto in passato – dal russo) delle sue opere complete e vengono ora pubblicati anche i principali lavori dei “marxisti occidentali”. In America latina, infine, una nuova domanda di Marx è ripresa anche dal versante politico.

Scheda 3: In libreria

Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Manifestolibri 2012 (60 € – 631 pp.)

Inventare l’ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune a Parigi, Alegre 2011 (22 € – 300 pp.)

L’alienazione, Donzelli 2010 (7 € – 128 pp.)

Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet 2010 (12 € – 136 pp.)

Il capitalismo e la crisi, Derive e Approdi 2009 (15 € – 176 pp.)

Quaderni antropologici, Unicopli 2009 (15 € – 314 pp.)

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Reviews

Michael Maidan, Marx and Philosophy. Review of Books

This collection of essays marking the one hundred and fiftieth anniversary of the composition by Marx of the Grundrisse comprises 32 essays and a Foreword by Eric Hobsbawn.

Part I (Critical Interpretations) contains eight interpretative essays on different aspects of the Grundrisse. Part II looks at the history of the composition of the Grundrisse. Finally, part III reviews the history of the publication, translation and international reception of Marx’s 1857-8 notebooks.

In Part I, chapter one, Marcello Musto provides a balanced account of Marx’s 1857 ‘Introduction’. Musto remarks that in no other work does Marx discuss his ideas about method in such an open way, making these pages ‘extraordinarily important’ (26). But Musto emphasizes the tentative nature of the ‘Introduction’, intended more for personal clarification than as a treatise on methodology.

The second chapter, by Bischoff and Lieber, reviews Marx’s understanding of the relationship between money and capital in the Grundrisse. The authors claim that in the Grundrisse Marx develops the concepts that would allow him to ‘arrive at a notion of bourgeois society as a totality’ (33). And that the fact that the Grundrisse is a ‘rough draft’ is what ‘makes it easier to grasp the interconnectedness of the whole’ (33).

In chapter three, Terrell Carver writes about the concept of alienation in the Grundrisse. Carver proposes a broad understanding of alienation, which includes, among other things, also what Marx describes as ‘division of labor’ and as fetishism. This allows Carver to sidestep the traditional identification of alienation with a philosophically and anthropologically laden vocabulary. Carver’s position is that ‘the vocabulary of alienation suited Marx’s overall argument concerning the relation between labor and capital … as it developed in manuscript and published form, from early 1840s onwards’ (60). While there are terminological differences between the Economic and Philosophical Manuscripts and Capital, such differences are due to context, to the intended public, etc., not to substance. He states that the sections of the Grundrisse that have a general reference to the problem of alienation — whether or not they use the words we come to identify with alienation — are ‘more complex and more referential to the theory of political economy, to the history of production processes and to contemporary social conditions’ (61). But, we must note, Carver is able to reach this conclusion by making alienation and related concepts important but not central to Marx’s thought.

Enrique Dussel writes in chapter four about Marx’s discovery of ‘surplus value’. Marx had already an intuition of this concept in the Manuscripts of 1844, and the notion appears in the Notes on Ricardo (1851 but published together with the Grundrisse), but it is only in the Grundrisse, in later writings and finally in Capital, that Marx develops ‘surplus value’ in all its nuances (68). He notes Marx’s comments on the `civilizing influence’ of capital but adds that this influence is not exercised in the service of humanity but for the increase in value of capital itself (72). Dussel also finds support for the ‘theory of dependence’ in Marx’s comments on how a difference in surplus value before the increase of productive forces affects the production of new surplus value (73, quoting Grundrisse, trans. Nicolaus, 340).

Ellen Meiksins Wood contributes an essay on the ‘Forms that Precede Capitalist Production’ section of the Grundrisse. She agrees with Marx’s project to study the various ways in which the division of labor disrupts the primitive unity between workers and the conditions of their labor and subsistence, but questions the validity of Marx’s typology of pre-capitalist social formations: the Oriental or Asiatic, the Ancient or Classical (Greek and Roman), and a Feudal form which derives from a Germanic path out of the primitive community. Wood summarizes the objections made to Marx’s Oriental form (80-1) which, in her view, is far more accurate than the other two. Indeed we know of societies which resemble Marx’s description of the Oriental form, and possibly they were the rule rather than the exception in ancient civilization (81). But, there is no evidence for Marx’s claim of a direct transition from a ‘primitive’ to an ‘ancient form’ (the Greek city-state with its class conflict). She also finds problems with the Germanic type, important for Marx’s theory because of its relationship with Feudalism and hence with the origins of Capitalism. In Capital, she notes, Marx offers a different kind of explanation for the origins of Capitalism, one in which not the interstices of the old feudal world but its internal dynamics play the central role (85).

John Bellamy Foster proposes an ecological reading of the Grundrisse. Based on recent research, he claims that ‘an ecological-materialistic critique was embedded in all of Marx’s work’ (95). He summarizes Marx’s views on the relationship between man and nature, nature as man’s inorganic body, and other well known positions of Marx. But the main crux of the argument lies in the question whether Marx believes, as some ecologists seem to think, that there are natural limits to growth. He engages with Marx’s criticism of Malthus in the last section of his essay, stating that Marx believed that overpopulation was relative to different modes of social production. Malthus treats the barriers that checked the growth of plants and animals as absolute, a position that Marx rejects. So it would seem that while Marx rejected a metaphysical ecologism, he supported the romantic and philosophical aspiration of ‘a genuine community with the earth’ (105).

In Chapter seven Iring Fetscher revisits Marx’s vision of a communist society. He shows that beyond the shortening of the work day, and the replacement of repetitive activity by machinery, in the Grundrisse Marx evokes an ideal of ‘universally developed individuals’ and hence, a radical transformation of man’s activity.

In the eighth and last chapter of this part, Moishe Postone proposes to use the Grundrisse as an hermeneutic and critical tool to engage with Capital and with the future of critical social thought. Postone deals with issues that have been already presented in many of the previous essays, and his paper can therefore be seen as a summation as well as an original take on the issues raised by Bischoff and Lieber, Dussel, Foster and Fetscher.

Postone introduces his position with three claims: (i) critical social theory has not kept up with the socio-economic developments of the last three decades; (ii) post-modernism has not been able to fill in the void left by the demise of Marxism; (iii) a return to traditional Marxist theory is neither possible nor desirable, among other reasons, because of Marxism’s inability to offer a convincing theory of the nature of what Postone calls ‘communist regimes of accumulation’. Traditional Marxism claims that class societies are characterized by the conflict between transhistorical labor and particularistic and fragmenting social relations that prevent the full realization of labor’s potential. Postone believes that Marx had a very different understanding of the nature of labor and its role in capitalism. In the Grundrisse, Marx makes it clear that overcoming capitalism involves the abolition of ‘value as a social form of wealth’ (125). Marx’s theory should be understood as a critique of labor in capitalism rather than a critique of capitalism from the standpoint of labor (128). For Postone that means that human activity in capitalism has a form that is peculiar to this society, and which is totally different from what may be seen from afar as fulfilling a similar function in earlier societies. The mediating activity of labor in capitalism is not intrinsic to labor (131). Postone claims that these insights, taken from different sections in the Grundrisse, including sections in which Marx addresses the question of automation and the potential for machines to replace human labor, not only enable a richer reading of Capital, but they can also help rebuild a critical theory of society. And he concludes: ‘Marx’s analysis thus implies a notion of overcoming capitalism that neither uncritically affirms industrial production … nor romantically rejects technological progress per se … his theory points to the possibility that what was historically constituted in alienated form could be appropriated and, thereby, fundamentally transformed.’ (134)

Part II looks at Marx the author and his circumstances when working on the Grundrisse. Musto depicts the dire economic conditions of Marx and his family. Krätke contributed two short essays, one on Marx as a economic analyst during the 1850s, and a second one which draws heavily on still unpublished notes on the economic crisis taken by Marx during the period he was working on the Grundrisse. This is material soon to be published in section iv, vol. 14 of the MEGA2 edition and which can throw new light on the composition of the first chapters of the Grundrisse.

Part III contains a broad study of the reception of the Grundrisse in a number of European and non-European languages, and in different regions and countries. Of particular interest are the chapters on the publication and early reception in German and in Russian; this last because the transcription of the manuscripts was made in Russia, and the initial diffusion of the Grundrisse was first reluctantly encouraged and then de-emphasized by Soviet authorities. Regarding the translations to other languages and the interest in the Grundrisse, a quick look at the stories in the different chapters of this section reveals that the Grundrisse first received systematic attention in the post-1968 period, even though it was already available in German in 1939-41 and then in a more accessible edition from 1953. It is in the aftermath of the student revolt that the few book length essays based on the Grundrisse (by Rosdolsky, Negri, Postone, Dussel, and a few others) were published.

It may be more than just a coincidence for this book to be published when a new economic crisis, one of unprecedented virulence and still unknown consequences, was insinuating itself in the US and in Europe. This crisis, like the one that motivated Marx’s work on the Grundrisse, came after a period of relative political de-mobilization and profound crisis in the Left. What should we learn from the Grundrisse in this context? This is not a question that this volume sets out to answer, but hopefully these essays will help those who would again attempt to draw on the lessons of the Grundrisse for the construction of a critical understanding of our times.

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Los Nuevos Rostros de Karl Marx

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Revoluciones latinoamericanas atrapan las miradas del mundo

Quito (Pichincha). – No estaba muerto. Karl Marx se levantó en la Facultad de Comunicación Social (FACSO) de Quito durante la conferencia que compartió el filósofo napolitano, Marcello Musto, quien destacó que categorías de análisis y los conceptos marxistas son pertinentes para comprender la realidad de Europa, América Latina y Asia.

Además, el italiano presentó un apetitoso libro “Tras las huellas de un fantasma”. Editado por siglo XXI y, con artículos de una decena de autores, el texto promete demostrar que el pensamiento de Marx es más pertinente hoy que en su época. “En el tiempo de Marx, Inglaterra era el país más capitalista, hoy el mundo está capitalizado”, afirmó sin reparos.

Luego, Musto advirtió una traslación del marxismo hacia una Latinoamérica, en donde surge una ola de revoluciones ciudadanas que atrapa las miradas del mundo. “En las últimas elecciones el candidato francés del frente de la izquierda recogió elementos de la Revolución Ciudadana que se emprende en Ecuador”, dijo.

Otro aporte que brindó fue la posibilidad de aunar el marxismo con la cultura andina. En los últimos años se ha demostrado que “el marxismo, el comunismo y la teoría más clásica del movimiento obrero pueden juntarse con la realidad andina”.

Se refirió a Evo, Chávez, Correa como “líderes políticos con una personalidad muy fuerte”. También, los calificó como “figuras carismáticas” de una izquierda latinoamericana impulsadora de “un proceso con cambios radicales” que no se contamina del “progresismo conservador”.

Esto se ha logrado, según su ponencia, por “la capacidad de movilización de los líderes y la participación social”. El filósofo levantó las cejas cuando dijo que los dirigentes de los procesos revolucionarios han logrado “mirar con sus ojos y escuchar las demandas que llegan de la calle”.

Admitió que está seducido por conocer más de cerca las transformaciones en la realidad de los pueblos andinos. Esos que han mostrado, en su opinión, “un proyecto de democracia radical que pasa por las comunidades, los trabajadores, las mujeres y los jóvenes”.

Para aseverar esto invita a mirar las constituciones aprobadas en Ecuador, Venezuela y Bolivia. “Son constituciones muy avanzadas”, añadió antes de reconocer que “son una contribución muy significativas de Latinoamérica para toda la izquierda mundial”.

Finalmente, Musto alzó la voz para identificar que el marxismo necesita pensar los nuevos conflictos y escenarios que proponen los gobiernos que llevan adelante las revoluciones ciudadanas en el siglo XXI. Así, dejó claro que “la cosa más importante es la conciencia de clase, la conciencia de lo injusto”.

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Antonino Infranca, Critica marxista

Ripensare Marx

Non c’è più alcun dubbio che l’attuale crisi del sistema capitalistico ha fatto tornare di grande attualità la “critica roditrice” del più radicale nemico del capitalismo, cioè Karl Marx.

Il ritorno di interesse, dopo la caduta dei regimi del socialismo reale, è adesso più libera e più oggettiva, perché la ricerca su Marx non è più legata alla obbligatoria difesa pregiudiziale e ad oltranza di quegli odiosi sistemi politici.

Anche in Italia l’interesse verso Marx è forte ed è coltivato da studiosi di grande merito. Uno di questi è Marcello Musto, che come tanti meritevoli ricercatori italiani è stato costretto ad emigrare, è infatti professore di Teoria Politica presso la York University di Toronto. Adesso ha raccolto parte dei suoi saggi sparsi tra riviste e volumi in un libro Ripensare Marx e i marxismi (Roma, Carocci, 2011, pp. 373) che anticipa una biografia intellettuale di Marx.

Come hanno sostenuto Lukács e Dussel, e come afferma lo stesso Musto «la ricerca su Marx present[a] ancora tanti sentieri inesplorati e che egli, diversamente da come è stato spesso affermato, non sia affatto un autore sul quale è stato già detto o scritto tutto» (p. 15), anche perché non tutto è stato pubblicato. Ci sono ancora centinaia di pagine di inediti, spesso censurate dal regime sovietico, che possono ancora riservare interessanti sorprese sia per gli studiosi di Marx, sia per i suoi critici. La nuova edizione della Marx Engels Gesamtausgabe, che è ancora lungi dall’essere terminata – sono apparsi 58 volumi dei 114 previsti – è uno degli argomenti del libro di Musto (cfr. pp. 189-224). Musto ricostruisce la storia delle pubblicazioni di Marx con rigore e precisione dettagliate, rendendola avvincente come una narrazione romanzata, rivelando doti di chiarezza stilistica non comuni in un filosofo.

Per motivi di spazio mi devo limitare a due soli argomenti dei tantissimi, e tutti interessanti, contenuti nel volume di Musto. Innanzitutto lo stile intellettuale di Marx appare chiaramente quello di uno studioso incapace di dare limiti definiti alla propria ricerca. Marx inseguiva continuamente la notizia più recente, la riflessione altrui più avanzata, senza essere capace di arrivare alla sintesi definitiva. A questa irrefrenabile ricerca si univa un perfezionismo dello stile, che Marx perseguiva come una chimera, nonostante fosse dotato di una chiarezza e brillantezza stilistica rara nella storia della filosofia. In pratica ha pubblicato pochissimo delle migliaia di pagine di appunti, riflessioni, teorie che era stato capace di raccogliere. Questo è motivo, insieme alla ponderosità dei suoi scritti, per cui la sua opera è ancora poco conosciuta, l’altro è la difformità delle sue riflessioni e previsioni rispetto a quanto aveva realizzato il regime sovietico, che ritenne più conveniente rallentare e, per qualche periodo, interrompere la pubblicazione delle sue opere inedite. Paradossalmente la caduta di quel regime e la crisi attuale ridanno slancio all’interesse verso Marx. Anche perché una delle caratteristiche del suo metodo di studio «aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo» (p. 143). Se il metodo di Marx, quindi, permette di cogliere nelle sue analisi gli sviluppi futuri del modo di produzione capitalistico, oggi si riesce ad intravedere in quelle stesse analisi i caratteri tipici della crisi attuale. Per fare un rapido esempio, le analisi marxiane della finanza mondiale e della, allora incipiente, globalizzazione sono oggi confermate.

Il metodo di Marx di impadronirsi delle idee altrui riscrivendole, facendole proprie con la penna, trasferendole sempre sul piano concreto della storia, gli permetteva di cogliere la complessità dei fenomeni sociali e, allo stesso tempo, la semplicità della loro struttura logica, diciamo che andava dal fenomeno ultimo al principio dominante, presente in tutta la dinamica socio-economica. Per dirla con le parole di Musto: «L’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti» (p. 142). Tale metodo è l’esatta inversione del metodo hegeliano, che possedendo una struttura logica, assumeva a questa tutti i rapporti storici concreti. In tal modo è mostrato quanto Marx abbia effettivamente rovesciato la dialettica hegeliana, dandole quel senso storico che in Hegel si intravedeva appena.

«Con l’utilizzo del concetto hegeliano di totalità, egli [Marx] aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali» (p. 129). In pratica era la filosofia a fornire a Marx maggiore comprensione della realtà economica rispetto agli stessi economisti. Questa conclusione di Musto permette di capire quanto occultante sia stata l’interpretazione del marxismo-leninismo sovietico che è stata imposta dalla morte di Lenin fino alla caduta del regime sovietico. Il danno consisteva nel fatto che «la teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori» (p. 195). Non fosse solo per questo aspetto devastante e sclerotizzante che possiamo rallegrarci della caduta del regime sovietico, c’è anche la buona novella che dagli archivi sovietici sono usciti i manoscritti di quel Marx del XXI secolo che ci riserva ancora tante sorprese.

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Vera Bessone, Corriere Romangna

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Ripensare Marx e i marxismi

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I nuovi volti di Karl Marx

I. Il ritorno del “Red Terror Doctor” e la nuova MEGA
Se la perpetua giovinezza di un autore si fonda sulla sua capacità di sapere invecchiare, ovvero di preservare nel tempo la qualità di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù. Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori, liberali e socialdemocratici ne avessero quasi unanimemente decretato la definitiva scomparsa, in poco tempo, e con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Al cospetto della crisi economica scoppiata nel 2008 e delle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare l’autore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi quattro anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche di tutto il mondo hanno celebrato le previsioni esposte ne Il capitale e negli articoli giornalistici che Marx scrisse per il New-York Tribune, in occasione del panico economico-finanziario del 1857.

Anche gli studi sul suo pensiero, quasi del tutto abbandonati venti anni fa, dopo essere stati per diversi decenni un “genere” di successo, sono ripresi pressoché ovunque, dall’America Latina al Giappone, passando per gli Stati Uniti e l’Europa [1]. I suoi scritti sono stati rispolverati sugli scaffali delle biblioteche; le sue opere ristampate e vendute più di quanto fosse accaduto negli anni Ottanta e Novanta e anche nelle università i corsi e i convegni dedicati a Marx rispuntano come funghi.

Uno degli esempi più significativi di questa vera e propria riscoperta è rappresentato dal proseguimento della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels [2]. Questo progetto, al quale partecipano numerosi studiosi internazionali, riveste grande importanza per la ricerca su Marx. Infatti, una parte dei manoscritti de Il capitale e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è stata pubblicata dopo il 1998 (anno della ripresa) o è tuttora inedita.

La MEGA² si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze di Marx ed Engels (escluso Il capitale); la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori; la terza l’epistolario (4.000 lettere scritte da Marx ed Engels e 10.000 indirizzate loro da terzi – gran parte delle quali edite per la prima volta in questa edizione); la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Quest’ultima sezione comprende i numerosi compendi e appunti di studio di Marx, significativa testimonianza del ciclopico lavoro da lui svolto. Fin dal periodo universitario egli assunse l’abitudine di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il lascito letterario di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto.

Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la MEGA² ne permette, per la prima volta, l’accesso.

II. Ripensare il mito del “giovane Marx”
Gli studi condotti negli ultimi anni a partire dai materiali della MEGA² offrono la possibilità di compiere letture innovative di tappe ancora poco note, o misconosciute, della biografia intellettuale di Marx. Primo e obbligato punto di snodo è quello relativo agli scritti giovanili. La relazione esistente tra le teorie dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e quelle della “maturità”, contenute ne Il capitale, animò una delle principali controversie ermeneutiche e teoriche del marxismo novecentesco. In essa il pensiero marxiano venne schiacciato tra due opposti estremismi. Da una parte vi furono coloro che considerarono i frammenti dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 come il testo di maggior valore di Marx e l’essenza di tutta la sua teoria critica. Dall’altra, viceversa, quanti intesero questo scritto come una tappa priva di alcun significato speciale dell’elaborazione del pensiero di Marx, che non andava neanche considerato parte integrante del marxismo [3].

L’opposizione tra queste due vedute divenne radicale. Attorno alla prima, si strinsero l’ortodossia marxista-leninista e la scuola althusseriana, ovvero i fautori di una concezione del pensiero di Marx decisamente anti-umanistica. In favore della seconda tesi si espresse una realtà più variegata ed eterogenea di autori “revisionisti” o filosofi esistenzialisti, il cui minimo comune denominatore fu il rifiuto del dogmatismo del “comunismo ufficiale” e l’ambizione di rompere la relazione diretta, presunta dai suoi esponenti, tra la politica dell’Unione Sovietica e il pensiero di Marx. Entrambe le parti della contesa operarono degli stravolgimenti del testo. Gli “ortodossi” negarono l’importanza dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, indispensabili, invece, per poter meglio comprendere l’evoluzione e le differenti tappe del pensiero di Marx, sino al punto da escluderli dalle edizioni russa e tedesca delle sue opere complete. Numerosi rappresentanti del cosiddetto “marxismo occidentale”, invece, conferirono a questo schizzo incompleto di un giovane e inesperto studioso di economia politica un valore superiore a Il capitale, opera nata dal lavoro di oltre venti anni di studi e ricerche. I tentativi, filologicamente infondati, di dividere e contrapporre il Marx degli scritti giovanili da quello de Il capitale, attuati tanto dai marxisti “dissidenti”, allo scopo di privilegiare il Marx filosofico, quanto dai marxisti “anti-umanisti”, che parteggiarono per il “Marx maturo” della critica dell’economia politica, concorsero, specularmente, alla creazione di uno dei principali malintesi teorici della storia del marxismo: il mito del “giovane Marx” [4].

Le ricerche dell’ultimo quindicennio offrono nuove basi testuali per correggere la fallacia di questa disputa. Nonostante l’incompiutezza e la forma frammentaria che li contraddistingue, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono letti prestando scarsa attenzione ai problemi filologici in essi presenti. Le tante letture che hanno voluto attribuirvi il carattere di un orientamento concluso, tanto quelle che vi rivelavano la piena completezza del pensiero marxiano, quanto quelle che li indicavano come una concezione opposta a quella della maturità scientifica, sono confutate dall’esame filologico. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non possono essere considerati un’opera, un testo coerente steso in maniera sistematica e preordinata. Disomogenei e ben lungi dal presentare una stretta connessione tra le parti, essi sono, piuttosto, evidente espressione di una concezione teorica in fase di sviluppo. Il modo di assimilare e utilizzare le letture di cui essa si nutriva emerge dalla disamina dei nove quaderni parigini, con oltre 200 pagine di estratti e commenti, pubblicati di recente nella loro interezza [5].

In questi quaderni di estratti sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni critiche. Dal loro confronto con gli scritti del periodo, si evince tutta l’importanza di queste letture (tra queste Jean-Baptiste Say, Adam Smith, David Ricardo e James Mill) per lo sviluppo delle sue idee. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a se stante, ma una parte della sua produzione critica che in questo periodo si compone di estratti dai testi che studiava, di riflessioni critiche in merito a questi e di elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta. Separare questi manoscritti dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può facilmente indurre ad errori interpretativi [6].

I Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono pieni di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei. Le osservazioni che Marx sviluppò in essi non scaturirono da un’improvvisa fulminazione, ma rappresentarono il primo risultato di uno studio intenso. Le interpretazioni agiografiche dominanti nel passato, tanto quella di parte marxista-leninista che quella “pro-manoscritti del 1844”, raffigurando il pensiero di Marx con improponibile immediatezza e preordinando un risultato finale in modo strumentale, ne hanno stravolto il cammino conoscitivo presentandone una più povera riflessione. È necessario, invece, ricostruire genesi, debiti intellettuali e conquiste teoriche dei lavori di Marx, evidenziandone la complessità e la ricchezza.

Le novità editoriali circa i testi giovanili di Marx riguardano anche l’altro dei suoi principali manoscritti del periodo. La pubblicazione del primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch, anticipazione del volume I/5 della MEGA², previsto per il 2014, ha proposto un’immagine nuova de L’ideologia tedesca [7]. Il volume dato alle stampe in Germania include i sette manoscritti corrispondenti alle parti “I. Feuerbach” e “II. San Bruno” (all’incirca le prime cento pagine dell’opera), ordinati cronologicamente e pubblicati come testi separati. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto e nuove basi testuali vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx.

Diverse e interessanti sono le scoperte emerse. Innanzitutto, Marx aveva progettato di scrivere L’ideologia tedesca non solo con il concorso di Engels, ma anche con quello di Joseph Weydemeyer e Moses Hess. Lo scopo iniziale era quello di produrre un volume collettivo simile agli Annali Franco-tedeschi – la rivista che aveva co-diretto con Arnold Ruge nel 1844, bruscamente interrotta, dopo la stampa del primo numero, per dissidi politici tra i due – dedicato alla critica della Sinistra Hegeliana e del socialismo tedesco. È emerso, inoltre, che tre dei principali manoscritti del cosiddetto “capitolo su Feuerbach” erano, in realtà, degli scarti delle parti dedicate a Bauer e Stirner, preservate da Marx ed Engels per una eventuale sezione su Feuerbach, pianificata solo nel 1846 e poi mai realizzata. La prima edizione sovietica del 1932 e tutte le successive versioni del testo (che apportarono solo lievi modifiche all’edizione data alle stampe a Mosca), crearono, invece, l’errata impressione dell’esistenza di un capitolo iniziale su Feuerbach e che esso rappresentasse la parte principale dello scritto di un Giano bifronte (Marx ed Engels), nella quale – secondo i marxisti sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo Althusser – era stata concepita “una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell’opera di Marx” [8].

Ulteriore motivo di interesse di questo volume è l’accurata distinzione posta in essere tra le parti del manoscritto redatte da Marx o da Engels, contribuendo, in alcuni casi, a stabilire se e quanto il testo de L’ideologia tedesca letto per decenni corrisponda davvero alle concezioni di Marx di quel periodo. Si è reso così possibile intendere correttamente passaggi erroneamente considerati, fino a oggi, legati da continuità. Valga come esempio, il brano che contiene la celebre descrizione della società post-capitalista, ritenuto da diversi autori, molto ingenuamente o in cattiva fede (si cerchino, invece, le tante preziose indicazioni disseminate nei manoscritti de Il capitale o negli indirizzi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori) come una delle principali indicazioni testuali, cui riferirsi, per comprendere le caratteristiche della società comunista. Esso va completamente riconsiderato, poiché la giusta assegnazione delle parole di Marx, riportate di seguito in grassetto, si rivela decisiva per la corretta interpretazione del testo:

«[nella società capitalistica] appena il lavoro comincia a essere diviso, ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e della quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico critico, e tale deve restare se non vuole perdere i mezzi per vivere. Viceversa, nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione in generale e, appunto, in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

Grazie a questo lavoro di discernimento, si è riusciti a comprendere che questo brano, lungi dall’essere la descrizione del modello di società comunista prefigurato da Marx, sia, in realtà, un passaggio del solo Engels. I suoi riferimenti al «cacciatore», al «pescatore» e al «pastore» non erano altro che un’imitazione delle idee utopistiche di Charles Fourier, alle quale Marx si era sempre opposto. È verosimile, dunque, che quando egli lesse questa parte del manoscritto redatta da Engels, invece di cancellarla, la rigettò umoristicamente e, burlandosi dell’amico, aggiunse alle tre figure da lui utilizzate anche quella del «critico critico», inventata poco tempo prima nell’opera La sacra famiglia. Critica della critica critica, in occasione della polemica contro Bruno Bauer, e che di certo non avrebbe potuto rappresentare per Marx l’esempio più adatto per descrivere l’attività degli individui della società comunista [9]. L’importanza di una rigorosa analisi filologica dei frammenti dei manoscritti giovanili di Marx risulta, dunque, decisiva anche per L’ideologia tedesca.

Sottolineare l’indubbia importanza di questo testo e dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, per meglio intendere l’elaborazione del pensiero di Marx, non può comportare il sottacere gli enormi limiti di questi manoscritti giovanili. Essi forniscono indizi rilevanti sull’origine del suo percorso, ma un’enorme distanza li separa dai temi e dall’elaborazione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, redatti a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Diversamente dalle interpretazioni che hanno proposto l’esistenza e la superiorità filosofica di un Marx “giovane”, e da quelle che hanno forzatamente voluto scorgere una cesura teorica nella sua opera, gli scritti giovanili – anche sulla base delle nuove acquisizioni filologiche – vanno considerati come importanti tasselli, anche se soltanto iniziali, della teoria marxiana. Le prime tappe di un progetto teorico capace di stimolare, ancora oggi, nuove generazioni di militanti e studiosi.

III. Gli studi di economia e di politica degli anni Cinquanta
Poco dopo la pubblicazione della Miseria della filosofia. Risposta alla “Filosofia della miseria” di Proudhon, Marx sospese gli studi di economia politica per dedicare tutte le sue energie al sostegno del movimento rivoluzionario sorto in Europa nel 1848. Il periodo intercorso tra il suo arrivo (autunno del 1849) a Londra, dove fu costretto a riparare in esilio in seguito alla vittoria delle forze della reazione, e la stesura dei Grundrisse (1857-58) è stato, per lungo tempo, uno dei capitoli meno conosciuti della biografia intellettuale di Marx [10] e, solo oggi, grazie alle pubblicazioni della MEGA², risulta più semplice da ricostruire.

Nel corso di questi anni, durante i quali egli aveva dovuto sospendere le sue ricerche, si erano succeduti significativi eventi economici – dalla crisi del 1847 alla scoperta dell’oro in California e Australia – che, per la loro rilevanza, fecero ritenere indispensabile a Marx intraprendere nuovi studi. Le letture svolte furono sintetizzate in 26 quaderni di estratti, 24 dei quali, redatti tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853 e contenenti anche compendi di testi afferenti discipline non economiche, vennero da lui numerati in quelli che sono noti oggi agli specialisti come Quaderni di Londra. Questi studi risultano di grande interesse, poiché documentano un periodo di notevole sviluppo dell’elaborazione di Marx, durante il quale egli riepilogò le vecchie conoscenze e, attraverso lo studio approfondito di decine di nuovi volumi svolto presso la biblioteca del British Museum di Londra, acquisì ulteriori significative nozioni per l’opera che intendeva scrivere (e che al tempo chiamava la sua “Economia”).

I Quaderni di Londra possono essere suddivisi in tre gruppi. Nei primi sette quaderni (I-VII), redatti tra il settembre del 1850 e il marzo del 1851 e comprendenti estratti, tra le numerose opere consultate, da Una storia dei prezzi di Thomas Tooke e dalla Ricchezza delle nazioni di Smith [11] , Marx si concentrò sulla storia e le teorie delle crisi economiche e dedicò grande attenzione al rapporto tra la forma di denaro, il credito e le crisi, al fine di comprendere le cause originarie di queste ultime. Diversamente da quei socialisti a lui contemporanei, ad esempio Pierre-Joseph Proudhon, i quali erano certi che le crisi economiche potessero essere evitate mediante la riforma del sistema del denaro e del credito, Marx, viceversa, giunse alla conclusione che, per quanto il sistema creditizio ne fosse una loro condizione, le crisi potevano solo essere aggravate o migliorate da un uso sbagliato o corretto della circolazione monetaria, mentre le loro cause andavano ricercate nelle contraddizioni della produzione.

Al termine di questo primo gruppo di estratti, Marx riassunse le proprie conoscenze in due quaderni, cui non assegnò la numerazione della serie principale, che intitolò Oro monetario. Il sistema monetario perfetto [12] . In questo manoscritto, redatto nella primavera del 1851, che può essere considerato come la sua prima elaborazione autonoma della teoria del denaro e della circolazione, egli ricopiò, e talvolta accompagnò con un proprio commento, i brani più significativi sulla teoria del denaro delle maggiori opere di economia politica.

Marx tornò a studiare ancora una volta i classici del pensiero economco dall’aprile al novembre del 1851, quando compilò quello che può essere considerato come il secondo gruppo (quaderni VIII-XVI) dei Quaderni di Londra. Tra essi figurano importanti estratti da Un’inchiesta sui principi di economia politica di James Steuart e dai Principi di economia politica di Ricardo. Proprio questi ultimi, redatti durante la composizione di Oro monetario. Il sistema monetario perfetto, costituiscono la parte più importante dei Quaderni di Londra, poiché sono accompagnati da numerosi commenti critici. Fino alla fine degli anni Quaranta, Marx aveva essenzialmente accettato le teorie di Ricardo, mentre, da questo momento, attraverso un nuovo e approfondito studio delle sue tesi sulla rendita fondiaria e sul valore, ne maturò un parziale superamento. In questo stesso periodo, egli si cimentò anche con la chimica agraria (guidato dalla relazione che questa disciplina aveva con gli studi sulla rendita fondiaria) e rivolse il suo interesse anche al dibattito sulla teoria della popolazione di Thomas Robert Malthus, in particolare mediante la lettura del libro I principi della popolazione del suo oppositore Archibald Alison; allo studio dei modi di produzione precapitalistici, come risulta dagli estratti dai testi Economia dei romani di Adolphe J. C. A. D. de la Malle e dai testi Storia della conquista del Messico e Storia della conquista del Perù di William H. Prescott; ed al colonialismo, soprattutto attraverso il testo Lezioni sulla colonizzazione e sulle colonie di Herman Merivale [13] . Infine, nell’autunno del 1851, egli estese il campo delle sue ricerche anche alla tecnologia, dedicando grande spazio al libro Storia della tecnologia di Johann H. M. Poppe.

Il terzo ed ultimo gruppo (quaderni XVII-XXIV, ad oggi ancora inediti) dei Quaderni di Londra fu redatto dall’aprile del 1852 all’agosto del 1853. In essi, Marx si occupò soprattutto delle diverse fasi di sviluppo della società, dedicando gran parte dei suoi studi ad argomenti storici, legati principalmente al medioevo europeo, all’India (oggetto di diversi articoli nello stesso periodo per il New-York Tribune), e alla storia della letteratura, della cultura e dei costumi. Anche questi studi svolsero una funzione importante nello sviluppo delle sue idee. È possibile, infatti, che proprio la lettura della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, compendiata in uno dei suoi quaderni nel 1852, possa aver stimolato le riflessioni dell’Introduzione del 1857 sul rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo economico-sociale e quello delle forme della coscienza (rigido parallelismo adottato, invece, da molti marxisti): «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con l’ossatura […] della sua organizzazione» [14].

Accanto ai Quaderni di Londra, altri due gruppi di estratti contribuiscono a ricostruire le ricerche svolte da Marx nel corso degli anni Cinquanta. Il primo, realizzato tra il settembre del 1853 e il gennaio del 1855 e recentemente pubblicato [15] , contiene nove voluminosi quaderni, redatti nello stesso arco temporale di due importanti serie di articoli per il New-York Tribune: quelli contro il futuro primo ministro inglese Lord Palmerston e quelli su La Spagna rivoluzionaria. Quattro di questi taccuini raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia, indispensabili per il suo primo obiettivo, mentre altri cinque sono esclusivamente dedicati alla Spagna e mostrano con quale intensità Marx ne avesse esaminato la storia politico-sociale e la cultura. Suscitano, inoltre, particolare interesse gli appunti dal Saggio sulla storia della formazione e del progresso del terzo Stato di Augustin Thierry. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui Marx attinse e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzò tali letture per la stesura dei suoi articoli.

Il secondo gruppo di quaderni, compilato tra l’ottobre del 1857 e il febbraio del 1858 e attualmente in lavorazione in Giappone, comprende tre taccuini denominati I libri della crisi. Grazie a essi, è possibile correggere l’interpretazione di matrice hegelo-marxiana, poi divenuta convenzionale, di un Marx concentrato, al tempo dei Grundrisse, sullo studio della Scienza della logica di Hegel, della quale – si scrisse – cercava di ricopiarne la struttura per la propria opera. A quel tempo, in realtà, egli era molto più preoccupato per gli eventi empirici legati alla prima crisi finanziaria internazionale, a lungo prevista e auspicata, e ciò è incontrovertibilmente comprovato dalle centinaia di pagine da lui compilate ne I libri della crisi [16] . A differenza degli altri estratti sino ad allora realizzati, in questi quaderni Marx non eseguì compendi dalle opere di economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

IV. Il capitale e i suoi manoscritti preparatori
Le acquisizioni filologiche della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus marxiano. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati pubblicati numerosi volumi contenenti tutti i manoscritti preparatori del secondo e del terzo libro de Il capitale, lasciati, com’è noto, incompleti da Marx. I due nuovi volumi relativi al Libro secondo [17] comprendono il testo finale ricopiato in bella copia per la stampa da Engels e i suoi sette manoscritti originari, redatti da Marx tra il 1868 e il 1881. In presenza di diverse stesure e non avendo ricevuto alcuna indicazione da Marx circa i criteri con cui selezionare la versione da pubblicare, Engels impiegò molte energie per mettere insieme la versione da pubblicare. Egli si ritrovò con del materiale dallo

«stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, definizioni tecniche inglesi e francesi, spesso intere frasi e anche pagine in inglese; pensieri buttati giù nella forma in cui man mano si sviluppavano nella mente dell’autore […], chiusa dei capitoli con un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti» [18]

e dovette, così, operare alcune difficili scelte editoriali. I curatori di questi volumi della MEGA² hanno valutato che gli interventi eseguiti da Engels al Libro secondo ammontano a circa cinquemila, una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta. Le modifiche consistono in aggiunte e cancellazioni di passaggi di testo, cambiamenti della sua struttura, inserimento di titoli di paragrafi, sostituzioni di concetti, rielaborazioni di alcune formulazioni di Marx e traduzioni di parole adottate da altre lingue. I libri della seconda sezione della MEGA², dunque, consentono di ricostruire l’intero processo di selezione, composizione e correzione dei manoscritti marxiani e di stabilire dove Engels apportò le sue maggiori modifiche e dove, invece, potè rispettare fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo con chiarezza, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca.

L’uscita di un nuovo volume di manoscritti relativo al Libro terzo de Il capitale [19] (45 dei 51 testi inclusi in questo tomo sono stati dati alle stampe per la prima volta), l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia [20].

Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le sue migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [21] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa (inclusa la celebre “legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto”).

Ciò traspare, con evidenza, se si comparano gli ultimi sei manoscritti di Marx, stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875, con i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Il completamento della seconda sezione della MEGA², ormai prossimo [22] , consente finalmente la certa valutazione critica sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e i limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.

Negli ultimi anni, accanto ai manoscritti de Il capitale, altre pubblicazioni della MEGA² hanno concorso ad ampliare la conoscenza di Marx. Il suo grande interesse per le scienze naturali, fino a pochi anni fa quasi del tutto sconosciuto, traspare dagli appunti di chimica organica e inorganica del periodo 1877-83, di recente pubblicazione [23] , che hanno svelato un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché questi taccuini (uno dei campi meno esplorati della ricerca su Marx) contribuiscono a sfatare la leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che nell’ultimo decennio di vita, avendo del tutto appagato la sua curiosità intellettuale, rinunciò al proseguimento dei propri studi [24] . Le note pubblicate contengono composizioni chimiche, estratti dai libri dei chimici Lothar Meyer, Henry Enfield Roscoe, Carl Schorlemmer e anche notizie di fisica, fisiologia e geologia – discipline che videro fiorire, durante l’ultimo quarto dell’Ottocento, importanti sviluppi scientifici dei quali Marx volle sempre mantenersi aggiornato.

Infine, grazie alla MEGA², è oggi possibile anche consultare virtualmente le biblioteche di Marx ed Engels. In un volume speciale dell’edizione in lingua tedesca [25] è stato compilato un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascuna opera su cui risultano essere stati apposti marginalia e sottolineature (per un totale di 40.000 pagine da 830 testi). Come riferirono quanti vissero a stretto contatto con Marx, egli non considerava certo i libri come oggetti di lusso. Li maltrattava, ne ripiegava gli angoli, li sottolineava al fine di ritrovare, in futuro, i passaggi più significativi. «Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà» [26] , così diceva dei suoi volumi. D’altro canto, egli vi si concedeva con altrettanta dedizione, al punto di autodefinirsi «una macchina condannata a divorare i libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia» [27].

Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per tre decenni al British Museum di Londra –, così come dei suoi commenti in merito agli autori studiati (da Georg W. F. Hegel a Charles Darwin), costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a mettere in luce quanto la sua elaborazione non fu il frutto di una fulminea folgorazione, ma un faticoso processo, denso di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.

V. Che fare di Marx?
Quale Marx emerge, dunque, dalla nuova edizione storico-critica delle sue opere? Se, per molti versi, è possibile distinguere un pensatore differente da quello rappresentato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari, ovvero dalla statua dal profilo granitico che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’Est europeo, lo raffigurava ad indicare il sol dell’avvenire con certezza dogmatica; occorre anche evitare di enfatizzare eccessivamente il valore dei materiali della MEGA². Dopo i Grundrisse – l’ultimo, in termini di pubblicazione, importante e corposo manoscritto che ha contribuito ad arricchire significativamente la comprensione del pensiero marxiano – va affermato, con convinzione, che è sbagliato e fuorviante invocare un “Marx sconosciuto” in occasione della stampa di ogni nuovo inedito [28] . Piuttosto, la MEGA² fornisce, finalmente, le basi testuali per ripensare un “altro Marx”. Non “altro” dalla politica e dalla lotta di classe, bensì radicalmente distinto dall’autore raffigurato come la fonte dottrinaria del “socialismo reale”.

Con eguale determinazione, bisogna dichiarare che una vera riscoperta di Marx si realizzerà solo quando una rinnovata domanda del suo pensiero sarà avanzata anche dal versante politico. E non saranno solamente ristrette cerchie di studiosi a rileggerlo, per ritrovare nei suoi scritti la spiegazione della natura delle crisi odierne, ma una nuova ondata di militanti, lavoratori e studenti, che dovrà tornare a utilizzare criticamente il suo pensiero per la ricerca, politica e teorica, di un’alternativa al capitalismo. È questo, in fondo, la grande sfida per un’autentica Marx renaissance. Parafrasando le parole che Marx pronunciò nella polemica con l’owenista John Weston, «la classe operaia o è rivoluzionaria o non è niente» [29] , si potrebbe affermare che anche il marxismo o continuerà a essere rivoluzionario o non sarà niente. Ovvero, se non sarà capace di scuotere nuovamente le masse, resterà imprigionato nelle ragnatele delle discipline accademiche e imbalsamato nei confini degli angusti spazi politici di gruppi minoritari, marginali e meramente testimoniali.

Marx, oggi, è quasi del tutto sconosciuto alle nuove generazioni e, anche tra gli attivisti dei movimenti mondiali di protesta, le sue teorie sono spesso mescolate e confuse con l’anti-globalismo, il ribellismo iconoclasta di stampo anarchico, concetti neo-proudhoniani (simili a quelli contro cui egli si batté per tutta la vita) del tutto subalterni al capitalismo – quali, ad esempio, il commercio equo e solidale – e la vacuità ideologica di biopolitica, psicoanalisi neo-lacaniana e post-modernismi vari. Stessa sorte tocca a comunismo e socialismo (usati da Marx come sinonimi), teorie associate a realtà statuarie illibertarie o, come nel caso dello slogan “Socialismo del XXI secolo”, ad ambigue e vuote demarcazioni temporali.

Viviamo in un contesto di eclettismo, confusione e debolezza teorica, simile a quello che precedette la diffusione e l’egemonia del Manifesto del partito comunista. Bisogna ripartire dalle fondamenta e una nuova diffusione degli scritti di Marx – tra i compiti odierni della sinistra anticapitalista – è più che mai necessaria. C’è da augurarsi che l’attuale riscoperta di Marx contribuisca a realizzare una nuova opera di popolarizzazione delle sue teorie, evitando, però, di replicare gli errori del passato, ovvero di produrre antologie composte da montaggi di citazioni, nelle quali le intenzioni politiche dei suoi compilatori occultano quelle originarie di Marx.

References
1. In proposito si rimanda a Marcello Musto (ed.), Marx for Today, Routledge, London/New York, 2012. Nella seconda parte di questa pubblicazione – intitolata Marx’s Global Reception Today – sono stati presi in rassegna i principali libri pubblicati su Marx nel mondo dall’anno 2000 a oggi.
2. Sul Marx che emerge dalla MEGA² cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011.
3. Cfr. Louis Althusser, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 65.
4. Da questa contrapposizione nacquero anche i conflitti teorici relativi a quali fossero i vocaboli e i concetti fondamentali del pensiero marxiano, ad esempio materialismo storico versus umanesimo, oppure sfruttamento versus alienazione.
5. Questi estratti si trovano nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, Akademie, Berlin 1998. Nello stesso volume sono stati dati per la prima volta alle stampe anche i sei Quaderni di Bruxelles, redatti da Marx nel 1845 e in cui vi sono le tracce del suo proseguimento nello studio dei concetti basilari dell’economia politica e dell’approfondimento di questioni legate all’uso dei macchinari e della grande industria.
6. In proposito si veda il saggio di Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, in “Rethinking Marxism”, vol. 14 (2002), n. 4: «i suoi manoscritti del 1844 nacquero letteralmente dagli estratti di quel periodo» (p. 33).
7. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in “Marx-Engels-Jahrbuch”, vol. 2003. Questa edizione e i molti articoli critici che l’hanno accompagnata – che hanno avuto una buona circolazione all’interno della comunità internazionale degli studiosi di Marx – sono stati del tutto ignorati nella redazione del volume Karl Marx – Friedrich Engels, Ideologia tedesca, a cura di Diego Fusaro, Bompiani, Milano 2011, basato su una superata versione del testo degli anni Settanta e accompagnato da un’introduzione critica antiquata.
8. Louis Althusser, op. cit., p. 16.
9. Cfr. Terrell Carver, The Postmodern Marx, Pennsylvania State University Press, University Park 1998, pp. 104-7, e, dello stesso autore, The German Ideology Never Took Place, “History of Political Thought”, Vol. 31 (1), Spring 2010, pp. 107-127.
10. Gli scritti più noti di questo periodo sono il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte e gli articoli per il New-York Tribune, nei quali egli scrisse, dal 1851 al 1862, dei principali accadimenti economici, politici e diplomatici.
11. Eccetto i compendi da Smith, inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. März bis Juni 1851, MEGA² IV/8, Dietz, Belin 1986, tutti questi estratti si trovano nel volume Karl Marx–Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. September 1849 bis Februar 1851, MEGA² IV/7, Dietz, Berlin 1983. Le opere di Smith e Ricardo, già lette da Marx in lingua francese nel 1844, furono studiate ora nell’edizione originale in lingua inglese.
12. Karl Marx, Bullion. Das vollendete Geldsystem, in MEGA² IV/8, op. cit., pp. 3-85.
13. Gli estratti da questi testi sono inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Juli bis September 1851, MEGA² IV/9, Dietz, Berlin 1991.
14. Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi. Gli estratti di Marx dall’opera di Sismondi sono ancora inediti e saranno pubblicati nel volume IV/10 della MEGA². Per maggiori indicazioni in proposito cfr. Karl Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica (a cura di Marcello Musto), Quodlibet, Macerata 2010, pp. 114-9.
15. Karl Marx, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855, MEGA² IV/12, Akademie, Berlin 2007.
16. Cfr. Michael Krätke, Marx’s ‘books of crisis’ of 1857-8, in Marcello Musto (ed.), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, Routledge, London/New York 2008, pp. 169-175.
17. Friedrich Engels, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 ,MEGA² II/12, Akademie, Berlin 2005 e Karl Marx, Manuskripte zum Zweiten Buch des “Kapitals” 1868 bis 1881, MEGA² II/11, Akademie, Berlin 2008.
18. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 9.
19. Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des “Kapitals” (1871 bis 1895), MEGA² II/14, Akademie, Berlin 2003.
20. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 10.
21. Ibid.
22. L’uscita dell’ultimo volume mancante, il II/4.3, è prevista per il 2012.
23. Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883,MEGA² IV/31, Akademie, Berlin 1999.
24. Sui progressi teorici dell'”ultimo Marx” si veda Kevin Anderson, Marx at the margins, The University of Chicago Press, Chicago/London 2010.
25. Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels, MEGA² IV/32, Akademie, Berlin 1999.
26.Paul Lafargue, Karl Marx. Ricordi personali, in Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 244.
27. Karl Marx a Laura e Paul Lafargue, 11 Aprile 1868, in Opere, vol. XLIII, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 590.
28. In tale errore sono incorsi negli ultimi anni Enrique Dussel, Un Marx sconosciuto, Manifestolibri, Roma 1999, e Takahisa Oishi, The Unknown Marx, Pluto, London 2001.
29. Karl Marx a Johann Baptist von Schweitzer, 13 febbraio 1865, in Opere, vol. XLII, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 490.

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Alfonso Gianni, Gli Altri

Marx liberato dai marxiani

Il nuovo libro di Marcello Musto (Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci editore, Roma 2011, pp. 373, euro 33,00) appare fin dal titolo come una raccolta di saggi che l’autore, attualmente professore di Teoria Politica presso la York University di Toronto, ha prodotto lungo l’arco di un quinquennio, tra il 2005 e il 2010.

In realtà è molto di più, poiché tra i vari scritti vi è un’intima e rigorosa coerenza. Quella che deriva dallo studio accurato dei materiali, in parte già pubblicati, in parte ancora inediti, che compongono la nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, ovvero la Marx-Engels-Gesamtausgabe, più famigliarmente nota come MEGA2. Su questo immenso lavoro tutt’ora in corso e dalle sue prime risultanze, Musto fonda e trae la convinzione che “la ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati”.

Come si può vedere siamo ben lontani dal semplice inseguimento delle mode intellettuali e iconografiche, che ora riportano in auge la figura di Karl Marx, persino sulle copertine colorate dei tabloid, per non dire delle T-shirt, dopo avergli fatto vincere i sondaggi sul migliore pensatore – Marx non avrebbe amato la qualifica di filosofo – di tutti i tempi. In effetti l’immagine barbuta ma bonaria del Moro si collega immediatamente alla percezione diffusa della gravità strutturale ed epocale della crisi attualmente in corso. Al punto che la sua effige fa concorrenza persino a quella più tradizionalmente popolare tra un pubblico giovanile, come quella del Che, ed aiuta anche a vendere i prodotti che la riportano. Una nuova curiosa legge del contrappasso per chi ha disvelato le leggi dello sfruttamento e dell’alienazione dei meccanismi capitalistici? Oppure la rivincita del “te l’avevo detto!” di fronte a quella che in Europa, e certamente per l’Italia, appare essere una crisi per durata e gravità ben peggiore di quella che sconvolse il mondo negli anni Trenta dopo il crollo di Wall Street?

Non solo questo. Il lavoro di Marcello Musto si inserisce, con ruolo da protagonista, in quel largo movimento intellettuale che in modo particolare a partire dagli anni Novanta, lungo i quali il capitalismo celebrava le magnifiche e progressive sorti della globalizzazione, è ritornato a riflettere sul lascito marxiano, dando vita a importanti contributi di carattere scientifico, anche se per ora sostanzialmente limitati all’ambito accademico. L’hanno giustamente nominato Marx renaissance, ma non vi hanno contribuito solo studiosi marxisti in senso stretto. Va ricordato al riguardo l’importante scritto di Jacques Derrida, Spettri di Marx, dei primi anni Novanta, oppure lo stimolo che ha rappresentato la sfida portata dall’elaborazione di John Rawls a partire dalla sua celebre Teoria della Giustizia, comparsa invece agli inizi degli anni Settanta, pienamente raccolta da quel filone di studi marxiani denominato Marxismo critico, di cui forse il maggiore rappresentante è quel Gerald Cohen, autore di un fortunato e recente pamphlet Socialismo perché no?. Altri hanno vissuto questa nuova stagione di studi non solo come l’impegno a ritornare al pensiero autentico di Marx, ma come l’occasione per andare oltre Marx. Il riferimento all’elaborazione teorica di Antonio Negri e di Michael Hardt è qui evidente e obbligata.

Il compito che Marcello Musto si attribuisce è però diverso. Sulla scorta della ricerca filologica egli si propone innanzitutto di chiarire che cosa Marx ha effettivamente detto, quanto gli può essere attribuito e quanto invece è solo frutto di interpretazioni successive, alcune delle quali erette a interpretazioni ufficiali e autentiche, quando invece erano del tutto opinabili se non vere e proprie manipolazioni del pensiero marxiano a uso e consumo dei regimi e delle culture dominanti che le effettuavano. La distorsione sovietica del pensiero marxiano non è solo confinabile alle celebri discettazioni sul Diamat ovvero sul materialismo dialettico, che tanti danni hanno prodotto anche nel marxismo occidentale, ma anche al modo con cui l’immensa mole dei testi sparsi di Marx e di Engels venne ricomposta ed editata. Lì sta l’origine di errori interpretativi e di dispute viziate da una cattiva conoscenza dei testi e che pure hanno avuto grande eco nella sinistra mondiale.

Basti pensare al mito del “giovane Marx”, ovvero alla convinzione dell’esistenza di due Marx nettamente distinti se non contrapposti: il Marx “umanista” dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Marx della maturità, l“economista” de Il capitale. I materiali che la MEGA2 ci mette oggi a disposizione ci consentono, io credo oltre ogni ragionevole dubbio, di chiudere queste polemiche che vide il fior fiore del marxismo mondiale accanirsi su opposte sponde. C’era chi considerava gli scritti giovanili filosofici di Marx come l’essenza della sua teoria critica – fra questi molti pensatori “revisionisti” animati dalla preoccupazione in sé giusta di separare il marxismo dalla ortodossia sovietica – e chi neppure li considerava come parte integrante del marxismo, come ad esempio Louis Althusser. In realtà fra le due fasi della biografia intellettuale marxiana non vi è frattura né tantomeno contrapposizione, ma il saldarsi di un lungo processo acquisitivo che solo la morte del pensatore di Treviri potè interrompere. Se i Manoscritti del ’44 non possono essere considerati come un’opera sistematica, e neppure la successiva Ideologia tedesca, ma piuttosto il primo delinearsi di una concezione teorica in evidente fase di sviluppo, il Capitale, preparato dai ponderosi Grundrisse, costituisce indubbiamente la summa, il magnum opus, dove quella concezione prende forma senza però rinchiudersi in un sistema rigidamente chiuso e onnicomprensivo.

Questo non solo per il carattere letterariamente incompiuto de il Capitale o per la quantità enorme degli interventi engelsiani nella sua edizione (circa cinquemila solo sul secondo libro) che la MEGA2 permetterà di distinguere dallo scritto originario di Marx, ma soprattutto perché il pensiero di quest’ultimo si presenta intrinsecamente aperto alla nuove conoscenze del mondo. Nulla è più antidogmatico del pensiero marxiano. Non esiste un peggiore tradimento dello stesso che non sia la sua cristallizzazione in forme chiuse. La curiosità intellettuale di Marx era infinita. Per questo attraverso la MEGA2 saranno consultabili anche i libri che Marx leggeva e che annotava a margine. “Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà” diceva il Moro, che a sé stesso attribuiva il ruolo di “una macchina condannata a divorare libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia”.

Per queste ragioni è evidente che il pensiero marxiano non può che soffrire, se la sua rinascenza avvenisse solo in campo accademico. La sfida per un’autentica Marx renaissance, ci dice Marcello Musto, sarà vinta solo quando la ripresa degli studi marxiani si incontrerà nuovamente con la politica – come per molti aspetti fu negli anni Sessanta e Settanta, ovvero prima e dopo il mitico ’68 – e con i movimenti operai e sociali che in diverse parti del mondo, con nuova intensità anche dove è più recente l’omologazione al modo di produzione capitalistico, esprimono l’indignazione nei confronti dei disastri del finanzcapitalismo, per prendere in prestito l’ostica , ma fortunata espressione di Luciano Gallino.

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Interviews

TMC at Left Forum

Toronto Media Co-op: Where are you from?

Marcello Musto: I’m originally from Naples, Italy but I have lived in Toronto since Sept, 2009. I work in the department of Political Science at York university, probably the most radical political science department in the Anglophone world.

TMC: Why are you here?

MM: This is the second year that I organized panels here and there are maybe two main things I do at the Left Forum.

The first is organizing panels on Marx and Marxism. After the latest economic crisis Marx is once again a la mode. After the last 3-4 years there have been many conferences dedicated to Marx, and I’ve done panels here over the last 3-4 years working with Marxist’s main theory.

I’ve also been organizing this panel for the second year, The Left In Crisis. The reasons I’m organizing this is because the left needs to understand this: the North American movement is very weak, but they don’t understand what’s happening in other parts of the world. So my task here is to organize this delegation to bring them here but also to let the people in North America know what’s going on with the movement in India, India, China, South Korea, Turkey, etc.

TMC: What do you feel comes out of Left Forum?

MM: My idea is that the Left Forum is still very weak and is much less organized and strong than the World Social Forum in Porto Alegre, for example. But this is not because there are more people there, it simply reflects the actual movement in North America. Therefore the forum is isolated, weak and not organized and I don’t think it will offer a lot now in this historical phase as a manifestation of what to do. Today is exciting but it is very vague and I can feel a weakness in terms of collaboration.

TMC: Then why do you come here?

MM: I come because this is what we have and – as I said – I’m from Naples… we have to make the pizza with what ingredients we have. Hopefully, there will be something better in the future.

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Interviews

Una nuova stagione democratica

Ripensare Marx e i Marxismi «Una nuova stagione democratica» Marcello Musto presenta il suo nuovo libro: «Con la partecipazione si cambiano gli indirizzi economici» RIMINI. Verrà presentato oggi alle 17.45, nella Sala del Buonarrivo della Provincia, il libro “Ripensare Marx e i marxismi” (Carocci Editore) di Marcello Musto, docente di Teoria politica all’Università di York, Canada.

Musto sarà intervistato dall’economista Lucio Gobbi. L’incontro è organizzato dall’Istituto Gramsci di Rimini. Professor Musto, non si è già detto e scritto tutto su Marx? In che cosa differisce il pensatore che emerge dal suo libro dalla figura che è stata finora tramandata?

« Marx è stato sottratto al suo contesto storico più di ogni altro autore. È stato piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, e a queste poi assimilato. Critico rigorosissimo, è diventato invece la fonte del più ostinato dottrinarismo. Marx sosteneva ad esempio che “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi”, ma è stato ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vedeva prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Non sono tra coloro che sostengono che si debba parlare di un Marx “sconosciuto” ogni volta che viene pubblicato qualcosa di nuovo, ma da questo lavoro, una lettura libera dalla pressione ideologica pre-1989, emerge un autore che in alcuni punti è molto diverso da quello che l’Occidente ha considerato nei decenni passati, sia per i limiti del marxismo-leninismo, sia per la propaganda maccartista americana. Marx è stato descritto come il diavolo a cui imputare tutti i disastri del Novecento, dipingendolo come difensore dello Stato sovietico, lui che era un convinto assertore dell’aboli zione dello Stato; tramandandolo come teorico della dittatura del proletariato, quando invece usò questa espressione soltanto 12 volte, contando anche le lettere private, e con una connotazione molto diversa a quella che si è data in seguito. Ci tengo a dire che questa lettura di un “altro Marx” non è una lettura del Marx morto, ma di un Marx politico, e di grande attualità, perché oggi ci appare proprio come un autore, se non l’autore, più importante a cui chiedere aiuto in tempi di crisi».

Ma in che modo Marx (e il marxismo) possono essere una chiave per interpretare la crisi economica e finanziaria? E in che modo possono aiutare ad uscirne?

«Le statistiche fornite da ll’Organizzazione internazionale del lavoro parlano chiaro: il numero dei disoccupati nel mondo ha raggiunto i 200 milioni, 27 milioni in più di quelli esistenti prima dello scoppio della crisi nel 2008. Marx, frettolosamente considerato “morto” dopo la caduta del muro di Berlino, è ritornato oggi di grande attualità e la sua analisi critica del capitalismo è stata magnificata da giornalisti e analisti finanziari di tutti i principali quotidiani e settimanali del mondo, progressisti e conservatori. Vi è un abisso tra la sua elaborazione e quella degli economisti che, ai nostri giorni come al suo tempo, individuano le cause della crisi nella speculazione e in L’incontro promosso dall’Istituto Gramsci oggi a Rimini un’eccessiva avidità per il profitto. Marx li paragonava a quei filosofi della natura che consideravano la febbre come la causa di tutte le malattie. Le crisi sono, invece, una parte essenziale del capitalismo, non incidenti di percorso. Non solo e non tanto dovute al l’“ assenza di regolamentazione” del mercato, come ci hanno raccontato, ma un suo momento ciclico e strutturale. È insita nel capitalismo la necessità di distruggere (ba- «Ma il Marx di cui c’è oggi più bisogno – continua Musto – è quello politico. La realtà in cui viviamo parla di un fallimento senza appelli del capitalismo. E davanti a noi c’è il pericolo di una spirale della guerra e della xenofobia. È necessario ripensare un’alternativa, e il pensiero di Marx offre ancora le basi per farlo. Un cambiamento di progresso ed emancipazione sociale non avverrà, però, grazie agli Obama o ad altri leader carismatici, ma soltanto attraverso una nuova stagione di amplia e radicale partecipazione democratica ».

Nella accezione comune, si tende a pensare che politica ed economia siano due cose differenti: la crisi ha reso evidenti i limiti della politica (o del sistema dei partiti) nella risoluzione dei problemi economici, con il conseguente ricorso ai “tecni – ci”. Eppure non dovrebbe essere la politica a indicare la via d’u sc i ta ? La politica ha abdicato al suo ruolo? E come può riappropriarsene?

«Per “ristabilire la fiducia dei mercati” o cc o rr e procedere spediti sulla strada delle “ r i f o r m e strutturali”. È questa la litania che da mesi ci viene riproposta. Ma negli ultimi anni l’espressione “ri – forme strutturali” ha subìto una radicale trasformazione semantica. È divenuta sinonimo di scempio sociale: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’a ssunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. Dunque non riforme (termine che appartiene al lessico socialista), ma nient’a lt ro che la realizzazione dei diktat della Banca centrale europea, ritorno al capitalismo selvaggio dell’Otto – cento». «E un’altra impostura terminologica – spiega Musto – si nasconde dietro le parole “governo tecnico”. Dietro la maschera ideologica dell’apoliticità si nasconde, al contrario, un progetto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. Il trasferimento del potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; la trasformazione di possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi ».

Dunque, come se ne esce? Come si dà il via a «una nuova stagione di amplia e radicale partecipazione democratica »?

«Non credo ci si possa affidare a dei leader politici, o che lo strumento delle primarie possa essere il punto ultimo. C’è bisogno di una stagione democratica, e questa può nascere veramente solo se c’è una partecipazione collettiva, sociale. Bisogna rimettere in circolo le energie. In Francia o in altri paesi come la stessa Grecia qualcosa sta cambiando: se i movimenti tornano a parlarsi tra loro, se finisce la guerra fra poveri, se le critiche al mercato riescono a coagularsi attorno a una piattaforma politica, può rinasce una stagione di mobilitazione, un movimento ampio di partecipazione, fondamentale per poi cambiare gli indirizzi economici ». (vera bessone) sti pensare a quanti “lune – dì neri” della Borsa ci sono stati) per poi accumulare di più. Come? con la disoccupazione, con l’au – mento delle ore lavorative, con la diminuzione dei salari. Un sistema economico anarchico e irrazionale, altro che “equilibrio del mercato”». Il libro; a lato Marcello Musto «Marx è stato piegato da più parti in funzione di necessità politiche» «L’espressione “riforme strutturali” è divenuta ormai sinonimo di scempio sociale»

«Il passaggio di potere dai parlamenti al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo»

_ Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Marx venne considerato un pensatore da destinare all’oblio. La crisi economica internazionale del 2008 ha riportato, invece, nuovamente alla ribalta la sua analisi del capitalismo e le recenti acquisizioni filologiche della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), la nuova edizione storico-critica delle sue opere, hanno offerto agli studiosi nuovi testi che dimostrano la distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi dominanti nel Novecento. Dalla disamina critica e innovativa, realizzata in “Ripensare Marx e i marxismi” emerge un “altro Marx”, un pensatore molto diverso da quello raffigurato, per lungo tempo, da tanti suoi critici e presunti seguaci.