Guido Oldrini, Marxismo Oggi
Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi
Che negli ultimi anni si stia verificando una vera e propria Marx-Renaissance è un dato di fatto: riferimenti al filosofo di Treviri sono sempre più diffusi nella carta stampata e un crescente interesse per la sua riflessione politica, economica e filosofica si va manifestando in ambito accademico, italiano e non solo (si pensi solo all’ultima monografia di M. Tomba, Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book, Milano, 2011, o al saggio di E. Hobsbawm, Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, Rizzoli, Milano, 2011).
Entro tale tendenza il saggio di Musto si inserisce appieno: giunto ormai alla seconda ristampa (marzo 2013), il volume raccoglie saggi già pubblicati fra il 2005 e il 2010 «su Marx e sui marxismi» (p. 15), come afferma l’Autore riecheggiando il titolo. Questo, invero, è quantomai emblematico nella sua duplice chiave di lettura: se Ripensare Marx e i marxismi implica, da un lato, la convinzione della rinnovata attualità del pensiero marxiano nel presente quadro storico-politico mondiale, dall’altro rappresenta un esplicito richiamo al contesto di ricerche sul pensiero marxiano che si sono andati sviluppando a partire dal 1990 con la ripresa dei lavori all’edizione critica delle opere di Marx e di Engels, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2). Ciò che del libro di Musto balza subito all’occhio è d’altronde il suo carattere metodologicamente avanzato: forte di una lunga pratica dei testi marxiani – Musto ha recentemente pubblicato una nuova edizione dell’Introduzione del ’57 (K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010) oltre che un’antologia di testi sull’alienazione (K. Marx, L’alienazione, Donzelli, Roma, 2010) – l’Autore ha saputo coniugare la discussione teorica con un accurato lavoro di analisi storica, di indagine delle fonti e di ricostruzione delle vicende relative alla travagliata genesi delle opere di Marx, mettendo a frutto le più recenti acquisizioni filologiche emerse dalla pubblicazione degli ultimi volumi della MEGA2. Proprio questo elemento “critico” rappresenta a mio avviso la parte migliore del lavoro, che ha ben assolto alla «duplice esigenza» a cui in sede di premessa si riproponeva di rispondere, ovvero alla necessità di «approfondire alcune tappe della biografia di Marx e di porre in risalto i limiti interpretativi di numerosi commentatori della sua opera e presunti seguaci del suo pensiero» (p. 15). La stessa struttura della raccolta appare improntata a tale duplice scopo: il volume è suddiviso in due parti, una dedicata allo studio delle vicende biografiche e dell’opera di Marx fra il 1818 e il 1860 (pp. 23-186) e l’altra all’analisi della diffusione e della ricezione del suo pensiero nel marxismo successivo (pp. 189-341). Nella prima sezione Musto va delineando alcune tappe di una biografia marxiana che appare peculiare per due motivi: in primo luogo perché, come egli stesso ammette (pp. 15-16), estremamente parziale; quindi perché “letterariamente” orientata. Più che sui rivolgimenti storico-politici del XIX secolo o sulla “microstoria” dell’esistenza quotidiana del filosofo è infatti soprattutto sugli scritti di Marx che si concentra l’attenzione di Musto, che, attingendo a piene mani dal ricco epistolario marxiano (e in particolare dal carteggio con Engels), ricostruisce nel dettaglio il contesto nel quale essi sorgono e rende conto dei successivi momenti dell’elaborazione marxiana attingendo al voluminoso materiale preparatorio (manoscritti e quaderni di estratti) di recente pubblicato nella quarta sezione della MEGA2 (Exzerpte, Notizen, Marginalien) o, talvolta, ancora inedito (cfr. ad esempio il riferimento alle citazioni marxiane dalla Letteratura del Sud dell’Europa di Sismondi – p. 145). Assai preziose sono, in tale contesto, le tabelle cronologiche relative ai manoscritti e ai quaderni di appunti marxiani che l’Autore pone in appendice al secondo e al terzo capitolo (cfr. pp. 63-67 e 104-105). Oltre che scrupolo filologico, la sua insistenza sulla rilevanza delle fasi “intermedie” della ricerca di Marx è d’altra parte una conseguenza della convinzione, più volte ribadita nel corso nel testo, della natura perennemente in fieri del lavoro marxiano, del suo carattere “incompiuto” (cfr. p. 164 et passim – Musto non manca di rammentarlo continuamente al lettore attraverso l’espediente grafico di inserire i titoli dei testi non pubblicati da Marx tra parentesi quadre; cfr. p. 19). Ciò emerge con particolare evidenza qualora si prenda in considerazione la riflessione marxiana sull’economia politica, alla quale Musto accorda una netta preferenza nella sua trattazione (quattro dei sei capitoli “biografici” sono infatti dedicati a tale questione). Particolarmente significativo è sotto questo punto di vista il terzo capitolo, dedicato agli studi economici marxiani fra la metà degli anni Quaranta e la stesura dei Grundrisse (pp. 69-105, che insieme al secondo (pp. 45-67), dedicato agli studi economici del 1844, e al quinto (pp. 151-169), nel quale si analizza il contesto biografico in cui sono sorti i Grundrisse, costituisce una sorta di “trittico” dedicato agli anni centrali e più “movimentati” della vita di Marx, fra il soggiorno parigino e i primi tempi dell’esilio londinese. Ivi l’Autore compie una disamina puntuale dei numerosi quaderni di estratti e di appunti compilati fra il trasferimento in Belgio (1845) e il crack finanziario del 1857, mettendo in rilievo come, a partire dal 1850, vada emergendo nel pensiero di Marx il tema della crisi economica nonché quello, ad esso strettamente correlato, della previsione della crisi e quindi della rivoluzione («Attraverso questi nuovi studi [quelli sull’analisi della congiuntura economica degli anni antecedenti al 1848] la crisi economica acquisì definitivamente un’importanza fondamentale nel suo pensiero e non soltanto in termini economici, ma anche dal punto di vista sociologico e politico» – p. 78). Il Leitmotiv che tiene assieme tutti (o quasi) i saggi contenuti della prima parte del volume è del resto proprio l’incessante lavorio alla sua «“Economia”» (p. 101 et passim), la cui pubblicazione fu più volte annunciata e poi rimandata, oltre che per contingenze esterne, anche e soprattutto a causa della «natura ipercritica» di Marx nei confronti delle sue stesse elaborazioni concettuali (p. 163). Che egli non si risolvesse a rendere pubbliche le sue teorie economiche non significa tuttavia che non fosse convinto della necessità di uno scoppio rivoluzionario più o meno a breve termine; come ha ben messo in rilievo l’Autore, nella figura di Marx sono imbricati in maniera indissolubile lo storico dell’economia e il teorico della rivoluzione (cfr. p. 160). Che proprio questa compresenza di passione politica e di analisi scientifica sia alla base della “fortuna” (e al tempo stesso della “sfortuna”) del pensiero marxiano, Musto lo dimostra nella seconda parte del libro, dedicata alla ripresa dell’opera di Marx da parte del marxismo successivo. Dopo un primo capitolo in cui introduce la questione facendo il punto sulle vicende relative all’edizione delle opere di Marx e di Engels dalle origini sino alla MEGA2 (pp. 189-224), nei saggi successivi egli approfondisce i casi di singole opere marxiane (edite durante la vita di Marx, come il Manifesto, o inedite, come i Manoscritti economico-filosofici del ’44 e i Grundrisse) nonché di uno dei concetti marxiani più famosi, quello di alienazione (pp. 307-341). L’impegno “critico” dell’Autore si manifesta in questo caso su due fronti, quello dell’analisi delle circostanze storiche e politiche che hanno visto la pubblicazione degli scritti di Marx e quello della discussione delle interpretazioni del marxismo successivo e della loro fedeltà al pensiero marxiano. Per quanto riguarda il primo aspetto, la trattazione di Musto è a mio avviso particolarmente interessante: sulla scorta di una minuta ricostruzione dei tempi e dei modi della pubblicazione delle opere di Marx (si segnalano ancora una volta le utilissime tabelle riassuntive inserite dall’Autore; cfr. pp. 270-272, 290-292 e 304-305) egli ha messo in evidenza il fatto che il significato politico dei suoi scritti sia spesso prevalso sul loro effettivo contenuto e che la vulgata del materialismo storico sia qualcosa di ben diverso e più “povero” rispetto all’autentico pensiero marxiano (il riferimento è ovviamente, in primo luogo, alle forzature e ai tagli imposti a Marx da parte del regime sovietico in nome della costruzione del marxismo-leninismo – cfr. pp. 194-198). A partire dalle vicissitudini del Nachlaß marxiano l’Autore passa quindi a trattare la questione delle letture di Marx da parte degli interpreti successivi, sottolineandone gli aspetti problematici. Un caso esemplare è rappresentato da quello che Musto definisce «il mito del “giovane Marx”» e su cui si sofferma nell’ottavo capitolo (pp. 225-272). Sulla base della ricostruzione delle vicende relative alla sua pubblicazione egli mostra come sull’inedito marxiano si siano sviluppate nel tempo tre diverse posizioni: una prima, inaugurata nel 1932 dai socialdemocratici tedeschi Landshut e Mayer e quindi fatta propria da «una minoranza eterogenea di marxisti eterodossi, pensatori cristiani progressisti e filosofi esistenzialisti» secondo la quale i Manoscritti del ’44 costituirebbero «il testo di maggior valore di Marx», il cui pensiero andrebbe dunque interpretato come una «dottrina etico-umanistica» (pp. 264-266); una seconda che afferma l’esistenza di una netta “cesura” fra il Marx “minore” degli scritti giovanili e quello “maggiore” del Capitale, diffusa perlopiù in Unione Sovietica ma assai popolare anche in Occidente grazie all’influenza di Althusser (pp. 266-267); una terza posizione, infine, di «continuità» fra le opere giovanili e quelle della maturità condivisa da «autori di diverse matrici politiche e teoriche» e che, se «originò lo sviluppo di alcune delle migliori interpretazioni dei [Manoscritti economico-filosofici del 1844]», non fu però del tutto priva di difetti (p. 267-268). L’obiettivo perseguito dall’Autore è insomma quello di liberare Marx dalle “incrostazioni” che nel corso dei decenni ne hanno stravolto la fisionomia, riconsegnando ai lettori un pensiero che, proprio in quanto ricondotto alla sua forma autentica, possa fungere da utile strumento per affrontare le difficili sfide della contemporaneità (che lo sguardo di Musto sia puntato sul presente emerge da numerose osservazioni disseminate nel testo; cfr. ad esempio pp. 303-304). L’auspicio è, in conclusione, che l’approccio a Marx qui suggerito possa essere ripreso e applicato anche ad altri “tasselli” della riflessione del filosofo tedesco (e in primis a mio avviso alla sua opera storica, troppo spesso trascurata dagli studiosi – sulla questione anche l’Autore non si sofferma, sebbene qualche cenno sia contenuto nel capitolo dedicato all’analisi de Il signor Vogt – cfr. p. 173) completando il lavoro di ricostruzione dell’autentico pensiero marxiano.
Coloro che, visitando il Sudafrica (SA), desiderano comprendere gli eventi che hanno contraddistinto la drammatica storia di questo paese non possono tralasciare il Museo dell’Apartheid. Situato a pochi chilometri dal centro di Johannesburg, esso rappresenta, infatti, uno dei luoghi più significativi dal quale intraprendere l’angosciante viaggio a ritroso nella storia di uno dei peggiori casi del colonialismo europeo e, al contempo, del razzismo del XX secolo.
L’atmosfera festosa che si respira all’esterno, per la presenza delle scolaresche che, fra canti e dolcissimi sorrisi, si dispongono in una fila di vestiti e zainetti colorati prima di entrare, cessa bruscamente sull’uscio d’ingresso. Al museo non si accede tutti insieme. Uno ad uno, studenti o membri di famiglie in visita, vengono separati in base al numero del biglietto acquistato e per un’ora, prima di ricongiungersi accanto a una fotografia di Nelson Mandela, rivivranno la tragedia della segregazione. Quelli con i numeri pari entrano dal passaggio riservato ai “bianchi”, dei quali, nel corso della visita, si rammentano i privilegi goduti e le atrocità commesse; mentre i dispari, dal varco accanto, ripercorrono il tragitto delle brutalità subite dai “non bianchi”, ovvero i neri e i coloured. Tutti seguono lo stesso percorso, potendosi spesso guardare e, talvolta, camminare anche fianco a fianco, ma restano sempre divisi da una fredda gabbia di metallo; non si toccano mai e attraversano racconti, documenti ed esperienze di vita completamente differenti.
RAZZISMO E APARTHEID
La data in cui prese avvio la colonizzazione europea è il 1486, anno in cui il navigatore portoghese Bartolomeu Dias superò l’estremo meridionale dell’Africa. Nel 1652, alcuni pionieri olandesi di estrazione calvinista, dediti all’agricoltura e per questo chiamati boeri (contadini), costruirono un primo insediamento come scalo per le navi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, la futura Città del Capo.
All’inizio del Settecento, per distinguersi dai colonizzatori inglesi giunti dopo di loro, iniziarono a denominarsi Afrikaner, ma l’evento che sconvolse la storia di questa terra fu la scoperta, nel 1887, delle incredibili ricchezze del suo sottosuolo. In pochi anni tutto mutò: prima della fine dell’Ottocento in SA veniva prodotto oltre un quarto dell’oro di tutto il globo e la fama dei suoi preziosissimi diamanti non fu da meno. Il razzismo divenne un elemento essenziale della cultura della popolazione di origine europea e finanche il Partito Comunista Sudafricano (CPSA), nel 1922, chiamò i minatori alla lotta per un “Sudafrica bianco e socialista”.
Nell’aprile del 1994, le televisioni di tutto il mondo mostrarono sterminate code di sudafricani che, per ore, con pazienza e orgoglio, restarono ad attendere un momento a lungo sperato: il primo voto e la fine della segregazione razziale. A distanza di quasi venti anni si può affermare che le speranze di quei milioni di donne e uomini sono state disattese. La lotta per un SA veramente democratico è stata fermata dalle politiche neoliberali adottate dall’African National Congress (ANC). Il brutale massacro di Marikana dello scorso agosto, così tanto simile alle stragi dei tempi dell’apartheid, nel quale hanno perso la vita 47 minatori in sciopero per l’aumento del loro salario (appena 250 euro al mese dopo 18 anni di democrazia), rappresenta perfettamente il paradosso di questa nazione.
A fronte della straordinaria concentrazione di ricchezza ancora esistente – un recente studio di Citigroup afferma che il SA possiede tutt’oggi il sottosuolo più ricco del pianeta, stimando il valore delle sue riserve minerarie in oltre 2.5 bilioni di dollari, – nel dopoguerra questo paese si distingueva, esclusa la popolazione di origine europea, per l’indice di mortalità più alto del mondo. Più della metà degli uomini di origine africana viveva confinata nei Bantustan (che coprivano appena il 13% della sua superficie), territori in cui il potere bianco relegò – e talvolta deportò – le popolazioni locali in base alle etnie di provenienza; mentre la restante parte abitava le township, baraccopoli limitrofe a tutte le città dei “bianchi”, nelle quali era ammassata, senza godere di alcun diritto civile, la forza lavoro nera che sorreggeva l’intera economia sudafricana. In queste zone la miseria era estrema. Le scarpe giunsero soltanto nel 1979, grazie alla Croce Rossa.
Nonostante la risoluzione di condanna verso le politiche di apartheid, votata dall’ONU nel 1962, il veto opposto da Stati Uniti, Inghilterra e Francia, potenze che beneficiavano delle esportazioni del SA, impedì l’espulsione, proposta con la mozione del 1974, del paese dalle Nazioni Unite. Così, sulla rotta del Capo di Buona Speranza, trasportando oltre il 20% del petrolio consumato negli USA e il 70% delle materie prime strategiche (in particolare platino, cromo e manganese) dell’Europa occidentale, continuarono a navigare oltre 2.000 bastimenti l’anno e le blande sanzioni economiche applicate non intaccarono affatto l’economia e il regime del National Party.
POVERTÀ E NEOLIBERISMO
Al momento degli accordi di pace, seguiti alla straordinaria lotta di liberazione, il SA era una paese profondamente diviso. La popolazione di origine europea aveva il 7° reddito pro-capite più alto al mondo, mentre quella africana il 120°. Con l’affollamento delle città da parte della moltitudine di africani liberate dai sordidi ghetti della segregazione, dopo l’elezione di Mandela, i “bianchi” cominciarono a spostarsi in quartieri residenziali, lontani dai centri delle principali città, nei quali continuano a vivere tuttora, asserragliati in abitazioni lussuosissime, a metà tra ville in stile hollywoodiano e fortezze completamente circondate dal filo elettrico spinato e da guardie armate private.
Nei primi quindici anni del SA libero, accanto alla figura carismatica e internazionalmente riconosciuta di Mandela, si è distinta quella di Thabo Mbeki. Vicepresidente del primo quinquennio e poi alla guida della “nazione arcobaleno” fino al 2008, è stato Mbeki a definire gli indirizzi economici del paese.
Nel 1994, l’Alliance, coalizione elettorale composta dall’ANC, dal CPSA e dal COSATU, la principale e più combattiva federazione sindacale sudafricana, con 1.8 milioni di iscritti, avviò, al fine di ridurre l’ingiustizia sociale, il Programma di Ricostruzione e Sviluppo (RDP), un insieme di misure miranti alla creazione di servizi primari, lavoro, abitazioni e riforma della proprietà terriera. Dopo due anni appena, l’RDP venne sostituito da un nuovo piano strategico, quello per la Crescita, Occupazione e Redistribuzione (GEAR), che avrebbe dovuto consentire, secondo le promesse di Mandela e Mbeki, l’arrivo di investimenti stranieri e, pertanto, del benessere generale. Con il GEAR, in realtà, a fare il loro ingresso in SA furono il neoliberismo e i suoi effetti devastanti.
Dopo aver accettato di ripagare il debito pubblico (25 miliardi di $) accumulato nell’era dell’apartheid – scelta che rese necessario l’avvalersi di un prestito del Fondo Monetario Internazionale e, dunque, di sottostare alle sue ricette economiche -, col GEAR il SA avviò una stagione di massicce privatizzazioni; di liberalizzazione degli scambi miranti all’importazione di merci a costi bassissimi; di ingenti tagli alla spesa accompagnati da corposi sgravi fiscali per tutte le grandi società (la cui tassazione è scesa dal 48% del 1994 all’attuale 30%); e di deregolamentazione del mercato. A dispetto delle promesse di maggiore efficienza, di creazione di nuovi posti di lavoro e conseguente riduzione della povertà, queste misure portarono all’aumento dei prezzi di elettricità, acqua e trasporti; all’abbassamento dei salari e alla flessibilità del lavoro; ai tagli al settore pubblico – in particolare sanità, scuola e pensioni – e al peggioramento della situazione ambientale, con l’enorme emissione di CO2 dovuta anche alla quantità di elettricità fornita alle multinazionali al prezzo più basso del mondo; e, infine, alla finanziarizzazione dell’economia con una crescita senza creazione di veri posti di lavoro (secondo l’Economist, il SA è il mercato emergente economicamente più vulnerabile). Qualsiasi seria analisi dell’attuale situazione economico-sociale del SA non può prescindere, quindi, da una rigorosa riflessione critica del GEAR e delle sue nefaste conseguenze.
A questa “prima economia”, sempre più integrata nel mercato globale e vincolata ai settori minerario e finanziario, fu affiancata una “seconda”, marginale e simile alle ricette del nobel Muhammad Yunus. Attraverso la “miracolosa” trasformazione dei poveri in piccoli imprenditori e mediante la seducente illusione secondo la quale il micro-credito era la possibile panacea di tutti i mali, quest’ultima ha contribuito, anche in SA, a una depoliticizzazione della povertà e ha favorito la penetrazione del mercato in ambiti delle relazioni sociali da esso, in precedenza, ancora preservati. D’altronde, la “tecnicizzazione” della questione sociale, ovvero la rimozione delle sue cause economico-politiche, è un fenomeno oggi sempre più diffuso.
Mbeki ha guidato questa trasformazione anche mediante l’utilizzo di una retorica di sinistra, tinta di nazionalismo africano. Non a caso la sua politica è stata definita Talk left, walk right, ovvero dire cose di sinistra, mentre si va a destra. Impostazione dalla quale non si è affatto discostato Jacob Zuma, l’attuale presidente del SA che, nonostante fosse stato eletto nel 2009 enfatizzando la sua collocazione nella sinistra dell’ANC, ha tradito le aspettative di cambio auspicate dal COSATU e si è contraddistinto per una netta continuità col passato.
UN MONITO PER LA SINISTRA
La conquista dei diritti politici è stato un risultato importantissimo che non può essere sottovalutato, tantomeno in un paese con la storia drammatica del SA. Tuttavia, la svolta promessa dall’Alliance si è arrestata sulla soglia della questione sociale. Di fatto, l’ANC ha rimosso il tema della redistribuzione delle ricchezze dalla sua agenda e, rispetto al 1994, le diseguaglianze si sono addirittura accresciute (al tempo il salario di un lavoratore nero corrispondeva al 13,5% di quello di un bianco; oggi tale rapporto è calato al 13%). L’aumento del disagio sociale nelle aree urbane indica che anche la “Guerra alla povertà”, dichiarata dal governo nel 2008, è stata perduta. Il numero dei disoccupati è superiore a un quarto della forza lavoro del paese – un dato maggiore di quello dei tempi dell’apartheid – e la percentuale dei senza impiego sarebbe superiore al 30% se nel conteggio fossero inclusi anche i discouraged workers, cioè quanti hanno smesso di cercare un’occupazione. Inoltre, sono diventati precari e retribuiti con un salario inferiore mezzo milione dei precedenti posti di lavoro, mentre molti di quelli da poco creati vengono retribuiti con meno di 20 euro al mese. Questo drammatico quadro è peggiorato con gli effetti della crisi, ovvero a causa della bolla immobiliare (rispetto alla fine del secolo scorso i prezzi erano aumentati del 389%); del calo dei settori minerario e manifatturiero, dovuto alla forte riduzione della domanda globale; del declino degli investimenti; e della perdita di un milione di posti di lavoro nel corso del solo 2009.
Nel “nuovo Sudafrica” le ingiustizie ereditate dal regime segregazionista si sono ampliate. La nascita di una borghesia “nera” – politicamente influente quanto economicamente debole -, di un’altra elite predatoria affiancatasi a quella già esistente, ha arricchito un gruppo di uomini legati all’ANC, ma non ha certo mutato la condizione del popolo sudafricano. L’apartheid razziale si è trasformato in apartheid di classe, parola oggi non più di moda, ma sempre attualissima, e il fallimento sociale dell’Alliance è un monito per tutte le sinistre del mondo. Ci dice che anche i partiti politici di grandi tradizioni, specialmente quando diventano forze di governo, finiscono col tradire gli indirizzi riformistici se smarriscono il proprio radicamento sociale e non sono più sostenuti da una mobilitazione di massa. È da questa, ancora una volta, anche imparando dal SA, che bisogna saper ripartire.
Ripensare Marx e i marxismi. Se la trasformazione bussa alla porta della soggettività politica
Marcello Musto, giovane ed autorevolissimo docente di Teoria Politica alla York University di Toronto, è autore di un testo che ritengo fondamentale per ogni studioso di Marx e per ogni militante anticapitalista: Ripensare Marx e i marxismi (Carocci editore).
Un testo che andrebbe adottato in tutti i più seri corsi di formazione. Musto, anche dall’immenso lavoro in corso di Mega2, trae la convinzione che la ”ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati”. Il lavoro di Musto ci insegna molto anche perché ripercorre il tormentato e ponderoso processo acquisitivo di Marx, le sue note a margine dei libri che leggeva; i suoi appunti, che sono l’accumulo progressivo della sua teoria critica. Un percorso che si dipana tra i Manoscritti del ’44, la successiva Ideologia Tedesca, sino al grande lavoro dei Grundisse e, poi, al Capitale, dove la concezione teorica prende forma compiuta. Il pensiero di Marx, infatti, è un pensiero intrinsecamente antidogmatico. La sfida anche teorica (ci dice con forza Musto, con significativa passione militante) sarà vinta quando lo studio di Marx, sconfiggendo l’inerte accademismo, incontrerà l’impegno politico, rendendolo più consapevole e determinato. Non a caso Musto ci parla, diffusamente, dell’attualità del Manifesto del Partito Comunista e si interroga: esso è un classico del passato o opera anticipatrice della odierna realtà della globalizzazione del capitale? Pochissimi altri scritti possono vantare analoga vitalità e crescente diffusione, in tutti i continenti. ”Se la perpetua giovinezza di uno scritto consiste nella sua capacità di saper invecchiare, ovvero di essere sempre capace di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che il Manifesto possiede senz’altro questa virtù”. Potremmo dire “da Marx a Marx”, riconnettendo la teoria alla pratica sociale e politica. Di fronte ad una “teoria borghese” e ad un capitale capace di metamorfosi continua, Musto ci ammonisce: ”non dobbiamo essere ripetitori ma ricostruttori”. Certo, noi siamo figli di una rivoluzione sconfitta; ma il ritorno a Marx si pone all’interno di una potenziale messa a tema della trasformazione anticapitalista dentro l’orizzonte della crisi organica del capitale. Non nel senso, ovviamente, che la rottura rivoluzionaria sia alle porte; ma nel senso che hanno fallito modelli e immaginario collettivo del capitale che, soprattutto dopo l’89, sembravano immodificabili. “La storia è finita” si scrisse. No, pur se in forme tortuose e confuse, la storia non è finita. Musto ci dice, in definitiva, che il Marx non dell’accademia ma della rivoluzione presuppone la costruzione della soggettività rivoluzionaria. Critica sociale e ricostruzione della ”cassetta degli attrezzi” sono dialetticamente connesse. Innanzitutto perché il ”pensiero unico” dominante ha sconvolto dalle fondamenta anche la concezione socialdemocratica trasformando il Pd in una forza liberaldemocratica centrista (penso, per ultimo, all’accettazione del Fiscal Compact e al voto acritico che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, cioè l’abbandono perfino di ogni possibile, mite keynesismo). In secondo luogo, l’analisi ci porta a rilevare la pervasività assoluta del dominio del capitale, dal comando assoluto di Marchionne alla contraddizione capitale/vita che emerge, ad esempio, all’Ilva di Taranto o nel lavoro semischiavistico dei migranti, ricattati sui diritti di cittadinanza. La violenza dei processi di valorizzazione del capitale investe processi del lavoro, mercato del lavoro, vita stessa delle persone. La precarietà diventa vera e propria mutazione antropologica. La esegesi dei testi di Marx va fatta vivere nell’analisi critica del capitalismo contemporaneo, nelle contraddizioni di classe, di genere, di specie. Diventa, allora, centrale il tema della costruzione della soggettività. Pasquale Voza, Guido Liguori ce lo ricordano nel Dizionario Gramsciano: in un contesto (come l’attuale) di”rivoluzione passiva”, la costruzione della soggettività passa attraverso i processi (conflittuali, di rivolta, teorici) di ”antirivoluzione passiva”; come critica dell’economia politica e disegno di una nuova relazione sociale ed umana. Anche su questi temi fondamentali Musto acutamente ci interroga…
A dispetto del mito del melting pot americano, fenomeno presente nelle città più cosmopolite, ma non certo nella maggior parte del paese, gli Stati Uniti sono una nazione ancora profondamente condizionata dalle appartenenze etniche.
Dall’inizio del XXI secolo, la comunità ispanico-latina, pari al 16% dell’intera popolazione, è divenuta la principale minoranza e si prevede che nel 2050 sia destinata a superare la soglia del 30%. La componente afroamericana costituisce, invece, circa il 13% dei cittadini statunitensi (alla fine del Settecento, in piena era schiavistica, rappresentava un quinto della popolazione) e il suo 57% vive negli stati del sud, dove sono concentrate anche le uniche 106 contee, su oltre 3.000, nelle quali la popolazione nera supera la metà del totale. Mississippi, Louisiana, Georgia, Maryland e Washington D.C. sono gli stati dove gli afroamericani oscillano tra il 30% e il 50% degli abitanti; mentre Carolina del Sud, Alabama, Carolina del Nord, Delaware e Virginia sono quelli in cui la stessa percentuale si aggira tra il 20% e il 25%.
Questa parte degli Stati Uniti è stata il teatro dei maggiori conflitti etnici del continente nord-americano. Nel 1860, poco prima dello scoppio della guerra di secessione, su 31 milioni di abitanti ben 4 milioni di afroamericani (il 90% del totale) vivevano in condizioni di schiavitù e un terzo delle famiglie del sud “possedeva” schiavi. D’altronde, non bisogna andare così indietro nel tempo per rintracciare i segni del profondo razzismo imperante in questa parte del mondo. Fino agli anni Sessanta del Novecento, la discriminazione razziale non si limitava alla teoria della “supremazia bianca” adoperata dai gruppi di estrema destra legati al Ku Klux Klan, ma sorreggeva le fondamenta sociali e politiche di tutto il paese. Era uno dei suoi retroterra culturali più caratteristici e, come ha raccontato Richard Wright in Ragazzo negro, il clima di segregazione era nettamente percepibile ovunque, nelle strade di Jackson, in Mississippi, così come nei ghetti di Chicago, al nord.
Le regioni del sud non sono mai rientrate nella categoria di swing states, ovvero quella degli stati dall’esito incerto, dove si combatte fino all’ultimo giorno di campagna elettorale, e che, spesso, sono risultati determinanti al fine dell’elezione di un presidente democratico o repubblicano. In seguito al Civil Rights Act del 1964, le leggi emanate dal democratico Lyndon Johnson che posero fine allo stato di apartheid vigente nelle scuole e in tutti i luoghi pubblici del sud e che limitarono le disparità in materia di registrazione alle elezioni (al tempo per votare bisognava addirittura pagare una tassa), gli stati meridionali presero una svolta decisamente repubblicana, avverando i timori di quanti avevano segnalato a Johnson – e prima di lui a John Kennedy – che l’approvazione di quello storico provvedimento avrebbe significato la “perdita dell’appoggio del sud” per i democratici.
E così fu. Eccetto pochi casi straordinari, infatti, dalle elezioni presidenziali del 1964, tutti gli stati del sud divennero una delle roccaforti del Grand Old Party; mentre le battaglie contro i tentativi di ridurre il numero dei votanti in questa parte del paese trovano ancora eco nelle cronache dei nostri giorni. Da allora, dati alla mano, l’accesso allo studio ovale per i democratici è avvenuto solo quando due “bianchi” del sud, ovvero il governatore della Georgia Jimmy Carter prima e quello dell’Arkansas Bill Clinton poi, riuscirono a strappare ai repubblicani anche la Florida e alcuni stati meridionali. O quando, nelle presidenziali del 2008, sulla scia di una grande mobilitazione dell’elettorato “nero”, insieme ai delegati della Florida, che però oggi fa storia a sé vista la significativa presenza latina, Barack Obama riuscì a portare via al duo John McCain – Sarah Palin anche la Carolina del Nord e la Virginia.
La storia si è ripetuta solo in parte quest’anno. Con un ridotto margine di 46.000 e 100.000 voti Obama ha mantenuto la Florida e la Virginia, ma ha perso nella Carolina del Nord – stato in cui i democratici avevano anche svolto la convention di settembre – e dove i repubblicani sono riusciti a riprendersi il governatore dopo 20 anni. A eccezione della classe operaia dei distretti industriali del Michigan e dell’Ohio, che hanno ripagato il presidente per il sostegno al settore dell’auto, in tutto il paese una parte consistente dell’elettorato maschile “bianco” lo ha abbandonato. Un altro serio campanello d’allarme per Obama viene dal voto popolare complessivo ricevuto. Al di là dei numeri dei grandi elettori, sui quali si concentra spesso tutta l’attenzione dei media e di analisti frettolosi, in questa tornata elettorale egli ha perso ben 10 milioni di voti, totalizzandone oltre 700.000 in meno di quelli raccolti dal suo sfidante McCain nel 2008. Un segno che dimostra come una fetta consistente delle speranze accese dal suo Yes, we can sia andata perduta a causa delle risposte insufficienti alla disoccupazione e ai drammi sociali scoppiati con la crisi capitalistica (il sostegno delle fasce più deboli) e dall’eccesso di moderatismo (quello dell’elettorato più progressista).
Per tornare al sud, la componente etnica non è di certo l’unico fattore che ha determinato l’esito elettorale. Altro approfondimento meriterebbe la situazione economica, che segnala come quasi tutti gli stati meridionali rientrino tra quelli con il reddito pro capite più basso del paese, a partire dal Mississippi che ne costituisce il fanalino di coda. Tuttavia, questa campagna elettorale si è segnalata per la ripresa di diffuse dichiarazioni razziste verso un presidente che, tra l’altro, nei primi due anni del suo mandato ha parlato di questioni razziali meno di qualsiasi altro democratico eletto nel dopoguerra; trattando il tema con moderazione estrema, se non, come hanno osservato alcuni commentatori, con vera e propria reticenza. Le stucchevoli inchieste diffuse in queste settimane, dalle quali è emerso che una parte consistente della società americana ritiene che Obama – leggi in questo caso “l’uomo nero” – non sia nato negli Stati Uniti (ovvero sia un presidente illegittimo!) o che sia di fede musulmana, palesano l’ultima fobia di una società che dalla guerra civile al maccartismo ha conosciuto diverse epoche di intolleranza e fanatismo. Esse e più in generale il clima instauratosi in seguito al successo del Tea Party smentiscono quanti, quattro anni fa, dichiararono che l’elezione di Obama avrebbe reso gli USA il paese con la maggiore “tolleranza e integrazione” al mondo. Anche da questo punto di vista, l’ American dream ha ancora tanta strada da percorrere.
Vince di nuovo Obama, ma il sud resta repubblicano
A dispetto del mito del melting pot americano, fenomeno presente nelle città più cosmopolite, ma non certo nella maggior parte del paese, gli Stati Uniti sono una nazione ancora profondamente condizionata dalle appartenenze etniche.
Dall’inizio del XXI secolo, la comunità ispanico-latina, pari al 16% dell’intera popolazione, è divenuta la principale minoranza e si prevede che nel 2050 sia destinata a superare la soglia del 30%. La componente afroamericana costituisce, invece, circa il 13% dei cittadini statunitensi (alla fine del Settecento, in piena era schiavistica, rappresentava un quinto della popolazione) e il suo 57% vive negli stati del sud, dove sono concentrate anche le uniche 106 contee, su oltre 3.000, nelle quali la popolazione nera supera la metà del totale. Mississippi, Louisiana, Georgia, Maryland e Washington D.C. sono gli stati dove gli afroamericani oscillano tra il 30% e il 50% degli abitanti; mentre Carolina del Sud, Alabama, Carolina del Nord, Delaware e Virginia sono quelli in cui la stessa percentuale si aggira tra il 20% e il 25%.
Questa parte degli Stati Uniti è stata il teatro dei maggiori conflitti etnici del continente nord-americano. Nel 1860, poco prima dello scoppio della guerra di secessione, su 31 milioni di abitanti ben 4 milioni di afroamericani (il 90% del totale) vivevano in condizioni di schiavitù e un terzo delle famiglie del sud “possedeva” schiavi. D’altronde, non bisogna andare così indietro nel tempo per rintracciare i segni del profondo razzismo imperante in questa parte del mondo. Fino agli anni Sessanta del Novecento, la discriminazione razziale non si limitava alla teoria della “supremazia bianca” adoperata dai gruppi di estrema destra legati al Ku Klux Klan, ma sorreggeva le fondamenta sociali e politiche di tutto il paese. Era uno dei suoi retroterra culturali più caratteristici e, come ha raccontato Richard Wright in Ragazzo negro, il clima di segregazione era nettamente percepibile ovunque, nelle strade di Jackson, in Mississippi, così come nei ghetti di Chicago, al nord.
Le regioni del sud non sono mai rientrate nella categoria di swing states, ovvero quella degli stati dall’esito incerto, dove si combatte fino all’ultimo giorno di campagna elettorale, e che, spesso, sono risultati determinanti al fine dell’elezione di un presidente democratico o repubblicano. In seguito al Civil Rights Act del 1964, le leggi emanate dal democratico Lyndon Johnson che posero fine allo stato di apartheid vigente nelle scuole e in tutti i luoghi pubblici del sud e che limitarono le disparità in materia di registrazione alle elezioni (al tempo per votare bisognava addirittura pagare una tassa), gli stati meridionali presero una svolta decisamente repubblicana, avverando i timori di quanti avevano segnalato a Johnson – e prima di lui a John Kennedy – che l’approvazione di quello storico provvedimento avrebbe significato la “perdita dell’appoggio del sud” per i democratici.
E così fu. Eccetto pochi casi straordinari, infatti, dalle elezioni presidenziali del 1964, tutti gli stati del sud divennero una delle roccaforti del Grand Old Party; mentre le battaglie contro i tentativi di ridurre il numero dei votanti in questa parte del paese trovano ancora eco nelle cronache dei nostri giorni. Da allora, dati alla mano, l’accesso allo studio ovale per i democratici è avvenuto solo quando due “bianchi” del sud, ovvero il governatore della Georgia Jimmy Carter prima e quello dell’Arkansas Bill Clinton poi, riuscirono a strappare ai repubblicani anche la Florida e alcuni stati meridionali. O quando, nelle presidenziali del 2008, sulla scia di una grande mobilitazione dell’elettorato “nero”, insieme ai delegati della Florida, che però oggi fa storia a sé vista la significativa presenza latina, Barack Obama riuscì a portare via al duo John McCain – Sarah Palin anche la Carolina del Nord e la Virginia.
La storia si è ripetuta solo in parte quest’anno. Con un ridotto margine di 46.000 e 100.000 voti Obama ha mantenuto la Florida e la Virginia, ma ha perso nella Carolina del Nord – stato in cui i democratici avevano anche svolto la convention di settembre – e dove i repubblicani sono riusciti a riprendersi il governatore dopo 20 anni. A eccezione della classe operaia dei distretti industriali del Michigan e dell’Ohio, che hanno ripagato il presidente per il sostegno al settore dell’auto, in tutto il paese una parte consistente dell’elettorato maschile “bianco” lo ha abbandonato. Un altro serio campanello d’allarme per Obama viene dal voto popolare complessivo ricevuto. Al di là dei numeri dei grandi elettori, sui quali si concentra spesso tutta l’attenzione dei media e di analisti frettolosi, in questa tornata elettorale egli ha perso ben 10 milioni di voti, totalizzandone oltre 700.000 in meno di quelli raccolti dal suo sfidante McCain nel 2008. Un segno che dimostra come una fetta consistente delle speranze accese dal suo Yes, we can sia andata perduta a causa delle risposte insufficienti alla disoccupazione e ai drammi sociali scoppiati con la crisi capitalistica (il sostegno delle fasce più deboli) e dall’eccesso di moderatismo (quello dell’elettorato più progressista).
Per tornare al sud, la componente etnica non è di certo l’unico fattore che ha determinato l’esito elettorale. Altro approfondimento meriterebbe la situazione economica, che segnala come quasi tutti gli stati meridionali rientrino tra quelli con il reddito pro capite più basso del paese, a partire dal Mississippi che ne costituisce il fanalino di coda. Tuttavia, questa campagna elettorale si è segnalata per la ripresa di diffuse dichiarazioni razziste verso un presidente che, tra l’altro, nei primi due anni del suo mandato ha parlato di questioni razziali meno di qualsiasi altro democratico eletto nel dopoguerra; trattando il tema con moderazione estrema, se non, come hanno osservato alcuni commentatori, con vera e propria reticenza. Le stucchevoli inchieste diffuse in queste settimane, dalle quali è emerso che una parte consistente della società americana ritiene che Obama – leggi in questo caso “l’uomo nero” – non sia nato negli Stati Uniti (ovvero sia un presidente illegittimo!) o che sia di fede musulmana, palesano l’ultima fobia di una società che dalla guerra civile al maccartismo ha conosciuto diverse epoche di intolleranza e fanatismo. Esse e più in generale il clima instauratosi in seguito al successo del Tea Party smentiscono quanti, quattro anni fa, dichiararono che l’elezione di Obama avrebbe reso gli USA il paese con la maggiore “tolleranza e integrazione” al mondo. Anche da questo punto di vista, l’American dream ha ancora tanta strada da percorrere.
Ripensare Marx e i marxismi raccoglie studi e saggi di Marcello Musto editi tra il 2005 e il 2010 su diverse riviste italiane e straniere.
Il libro consta di due parti, la prima analizza formazione e produzione intellettuale marxiana dal periodo scolastico sino al 1860, cfr. Parte prima. Per una nuova biografia intellettuale di Marx (1818-1860). La seconda è rivolta sia ad alcuni aspetti dell’esegesi novecentesca, sia alle tortuose vicende della pubblicazione e della ricezione delle opere marxiane, cfr. Parte seconda. Sulla diffusione e sulla recezione dell’opera di Marx.
Nella Premessa, l’autore indica la genesi e gli intenti che sono alla base degli undici saggi che compongono l’opera. Musto è mosso dalla convinzione che la nuova Marx-Engels-Gesamtausgabe, ossia la cosiddetta “Mega2” – inaugurata già nel 1975 e ripresa nel 1998 dopo un’interruzione di circa un decennio – ci ponga per la prima volta nella condizione d’instaurare un confronto con Marx sulla scorta di basi testuali complete. Il progetto della Mega2 (114 volumi previsti, 58 già editi) si divide in quattro sezioni: «la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia» (p. 205). La necessità di esaminare criticamente il nuovo materiale messo a disposizione dalla Mega2 è il punto di partenza, nonché l’elemento di legittimazione, dell’impresa storico-filologica di Musto. Difatti, questi è persuaso che «la ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati e che egli, diversamente da come è stato spesso affermato, non sia affatto un autore sul quale è stato già detto o scritto tutto» (p. 15). Tuttavia, con rara onestà intellettuale aggiunge: «i risultati che qui si presentano al lettore sono ancora modesti e incompleti» ( ibid.). La modestia dipende dall’impossibilità per lo studioso odierno di padroneggiare con piena competenza tutti quegli ambiti disciplinari di cui invece l’opera di Marx è pregna. L’incompletezza è motivata, invece, sia dal limitato arco temporale preso in esame, sia dall’ulteriore selezione operata all’interno di questo, la quale ha obbligato l’autore a tralasciare «due capitoli fondamentali della biografia di Marx: l’elaborazione e il lungo processo di stesura del suo magnum opus, Il capitale, e l’attività politica svolta in seno all’associazione internazionale dei lavoratori, meglio nota come Prima internazionale» (pp. 15-16).
I contenuti della Prima parte, nel loro insieme, sono accomunati da una ricchissima contestualizzazione storico-filologica. Di carattere biografico è il saggio Infanzia, adolescenza e studi di formazione (pp. 23-44), in esso si ripercorrono le tappe dell’evoluzione marxiana dall’età scolare sino alla fine dell’Università. Il saggio Manoscritti e quaderni di estratti del 1844 (pp. 45-67) fa luce sulla maturazione degli studi marxiani durante il suo primo soggiorno parigino (Ottobre 1843-Febbraio 1845). Difatti, è a Parigi che Marx entra in contatto per la prima volta con due elementi destinati ad assumere un ruolo centrale in tutta la sua successiva produzione teorica: l’economia politica e la realtà del proletariato metropolitano. Nella capitale francese – fedele a un metodo che lo accompagnerà per tutta la vita – Marx lavora attraverso la faticosa redazione di estratti, spesso commentati, delle opere via via lette. Nel complesso, possediamo più di duecento quaderni marxiani, moltissimi ancora inediti, ma la cui pubblicazione completa è prevista nella Mega2. I quaderni, nel loro insieme, testimoniano una connessione strettissima fra attività di compendio, commento e rielaborazione teorica autonoma. A tale dinamica non fa eccezione il lavoro depositato nei nove fascicoli parigini contenenti estratti – spesso commentati – dalle opere di, tra gli altri, A. Smith, J. Bentham, A. Destutt de Tracy, J.B. Say, D. Ricardo, J. Mill, J. C. L. Sismondi, J. R. MacCulloch, P.J. Proudhon. Alla luce dei molti inediti parigini resi disponibili dalla Mega2, Musto giunge a sostenere come «i Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a sé stante, ma una parte della produzione critica che in questo periodo si compone di estratti dai testi che [Marx] studiava, riflessioni critiche in merito a essi e di elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta. Separare questi manoscritti dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può facilmente indurre a errori interpretativi» (p. 56).
Gli studi di economia politica dal 1845 ai Grundrisse (pp. 69-105) esplorano, attraverso un costante riferimento al materiale reso disponibile dalla Mega2, il poco conosciuto periodo dell’evoluzione marxiana che va dalla metà degli anni ’40 alla fine degli anni ’50. La necessità di completare quella che nel proprio epistolario definisce come la sua «Economia» è l’obiettivo che muove le tumultuose ricerche di questo periodo. Tuttavia, le condizioni di estrema indigenza che la famiglia Marx conosce soprattutto dall’arrivo a Londra nel 1849, inframezzate dalle turbolente vicende politiche del biennio rivoluzionario 1848-49, contribuiscono non poco a rallentare il progetto marxiano. Difatti, se si esclude la Miseria della filosofia (1847), bisognerà attendere diversi anni per vedere pubblicata una prima opera frutto delle ricerche economiche di Marx, ossia Per la critica dell’economia politica (1859). Nel saggio dedicato a Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857 (pp. 107-150), Musto si cimenta in un’esegesi critica dei non semplici contenuti dell’Einleitung del ’57.
I contributi conclusivi della Parte prima fanno luce sulla situazione complessiva entro cui Marx si muove tra il 1856 al 1860. Il saggio Al tempo dei Grundrisse (pp. 151-169) mostra, da un lato, l’iniziale entusiasmo manifestato da Marx nei confronti della crisi economica mondiale del 1857, dall’altro il progressivo acquietarsi delle speranze rivoluzionarie riposte in tale fase da parte dello stesso. Musto descrive bene la durezza degli anni londinesi, accompagnati così come sono dalla frustrazione nel non riuscire mai a venire a capo dei propri studi di economia politica: «Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, viceversa, l’opera di un autore che scrisse in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti» (pp. 157-158). La polemica del 1860 contro Carl Vogt (pp. 171-186) è testimonianza della vis polemica marxiana, capace di lasciare da parte occupazioni tanto assillanti e rispetto cui lamentava una cronica assenza di tempo, impiegando invece un intero anno nello scrivere un libro di oltre duecento pagine per difendersi dall’accusa mossagli da C. Vogt, ossia di essere «il capo di una banda che viveva ricattando quanti avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848, minacciando di svelarne i nomi se si fossero rifiutati di versargli il denaro» (p. 172).
La Parte seconda del libro di Musto raccoglie saggi che potremmo suddividere in due tipologie. Alla prima appartengono quelli dedicati a una puntuale ricognizione circa la storia dell’edizione e diffusione delle opere marxiane, alla seconda saggi dedicati ad alcuni aspetti del marxismo del XX secolo.
L’odissea della pubblicazione degli scritti di Marx (pp. 189-224) ripercorre la storia delle edizioni novecentesche delle opere di Marx ed Engels, passando anche in rassegna le più recenti acquisizioni filologiche della Mega2. Inoltre, si evidenzia il divario intercorrente tra il carattere “aperto”, perlopiù incompiuto, dell’opus marxiano, e l’immagine di pensatore monolitico che già sul finire del XIX secolo – non senza il pesante contributo di Engels – è stata a questi comunemente associata. Il Manifesto del partito comunista in Italia. Dalle origini al 1945 (pp. 273-292), innanzitutto, ci informa di come la prima traduzione italiana del testo – sostanzialmente sconosciuto all’epoca dei moti del 1848 e diffusosi solo più tardi – risalga addirittura al 1889. Difatti, la diffusione di Marx in Italia, cominciata dal 1870, è stata «inizialmente politica e solo successivamente di carattere teorico» (p. 274). In sostanza, è solo con Antonio Labriola e i suoi Saggi sulla concezione materialistica della storia (1895-97) che comincia a prendere piede nel nostro Paese un confronto con il pensiero di Marx su solide basi testuali. Il saggio sulla Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo (pp. 293-305) è dedicato alle vicende editoriali e alla successiva fama di tale inedito marxiano. Difatti, dimenticati per quasi cento anni (probabilmente neanche Engels li lesse), i Grundrisse ricevono solamente dalla seconda edizione del 1953 una sempre maggiore notorietà.
Il mito del “giovane Marx” nelle interpretazioni dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (pp. 225-272) descrive le tre principali forme di risposta che nel corso del XX secolo sono state date ai seguenti quesiti: «gli scritti del “giovane Marx” potevano considerarsi parte integrante del “marxismo”? Il loro autore aveva mantenuto, nell’ispirazione e nella realizzazione di tutta la sua opera, un’unitaria organicità? O in essi andavano riconosciuti due differenti Marx?» (p. 225). Il primo modo di rispondere a tali domande è quello di chi ha propeso per una presunta «superiorità» del giovane Marx rispetto al maturo, cercando così di offrire un’immagine «etico-umanistica» (p. 265) del suo pensiero. Inoltre, tale «ipotesi interpretativa» sembrerebbe ricercare una via terza rispetto alla rigida politicizzazione del pensiero marxiano operata dalla socialdemocrazia tedesca prima e dal comunismo sovietico poi. Capifila di tale indirizzo sono individuati nei primi editori tedeschi dei Manoscritti (1932), ossia S. Landshut e J.P. Meyer. Tale tradizione, esauritasi già sul finire degli anni ’50, annovera tra i suoi seguaci più noti anche M. Merleau-Ponty, K. Axelos e E. Fromm. Il secondo modo di dare soluzione al rapporto Marx giovane-Marx maturo è quello della «cesura», ossia della lettura dei Manoscritti quale tappa marginale e secondaria dell’evoluzione marxiana, rispetto agli autentici capolavori della maturità. Inauguratore di tale modello di risposta – da sempre dominante nei paesi del blocco sovietico – è V. Adoratskij, ossia il primo editore in lingua russa dei Manoscritti nel 1932. Esponenti europei occidentali ne sono invece P. Naville e L. Althusser. Il terzo gruppo è costituito invece da «coloro che considerarono le differenti opere di Marx legate da una sostanziale continuità» (p. 267). Tra di essi si annoverano H. Marcuse e G. Lukács in lingua tedesca, J. Hyppolite e M. Rubel in Francia, R. Tucker, D.McLellan e B. Ollman nel mondo anglosassone, «imponendosi poi, dalla fine degli anni Sessanta, un po’ in tutto il mondo» (Ibid.). Rispetto a tutte le posizioni sopra descritte, Musto propende per l’idea di considerare i Manoscritti quale «abbozzo giovanile» con «enormi limiti, (…) in cui egli [Marx] aveva appena cominciato ad assimilare i concetti basilari di economia politica e nel quale la sua concezione di comunismo era nient’altro che una confusa sintesi degli studi filosofici condotti sino ad allora» (p. 268).
Il saggio sopra trattato è intimamente collegato a Rivisitando la concezione dell’alienazione in Marx (pp. 307-341). Qui, dopo aver passato in rassegna le molte interpretazioni avute dall’argomento nel corso del XX secolo, Musto offre la “sua” esegesi della posizione dell’«alienazione» in Marx. Errata è ritenuta l’idea che nel Marx maturo scompaia la teoria dell’«alienazione»; al contrario è sostenuto come quest’ultima «non venne sostituita da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un aspetto particolare» (p. 339). Stante ciò, Musto individua due differenze tra la teoria dell’«alienazione» del giovane Marx e il problema del feticismo delle merci così come è descritto ne Il capitale. In primo luogo, l’«alienazione» dei Manoscritti è sostanzialmente tutta sbilanciata sul versante del rapporto tra persone: «La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo considerava dal punto di vista delle merci» (Ibid.). In secondo luogo, Musto individua rilevanti differenze circa i modi attraverso cui il Marx maturo rispetto al giovane individua le possibili forme di superamento dell’«alienazione». Da un lato, tale traguardo sarebbe per il primo Marx conseguito attraverso l’«abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro» (pp. 339-340). Dall’altro, Musto evidenzia correttamente come il Marx de Il capitale consideri l’oggettivo progresso delle forze produttive realizzato dal modo di produzione capitalistico mai come un’eredità di cui disfarsi, al contrario invece quale base privilegiata da cui muovere. Difatti, il libero sviluppo della personalità umana cui mira il comunismo ha come precondizione necessaria – in discontinuità da ciò che ne è l’autentico conseguimento – il fatto che gli uomini regolino «razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portino sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, a cura di M.L. Boggeri, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 933).
Un discorso a parte meriterebbe quella che l’autore definisce come la «Marx-renaissance» (p. 218) degli ultimi anni. Afferma Musto: «Se l’odierna Marx-renaissance ha una certezza, essa risiede proprio nella discontinuità rispetto al passato caratterizzato da ortodossie monolitiche che hanno dominato, e profondamente condizionato, l’interpretazione di questo filosofo» (Ibid.). Siamo d’accordo con l’autore nel ritenere difficile valutare con esattezza la direzione che essa è destinata a prendere. D’altronde, la storia della filosofia ha conosciuto moltissime «Renaissances». A nostro parere, ciascuna di esse è riuscita ad attecchire anche in ragione dell’oggettiva capacità esplicativa rispetto ai non casuali quesiti che l’ambiente storico ha posto loro. A riguardo, è esplicito il richiamo compiuto da Musto alla crisi economica cominciata nel 2007 quale fattore che rafforzerebbe le premesse oggettive per parlare di un’autentica «Marx-renaissance» oggi: «Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che l’attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989» (p. 217). Sebbene Musto rilevi i segnali di tale «Renaissance» soprattutto sul terreno della produzione accademica, si sente tuttavia di asserire come «anche se timidamente e in forme piuttosto confuse, dall’America Latina al movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico» (p. 218). Comunque si voglia giudicare la natura e l’indirizzo di tale rinascita d’interesse, l’autore sostiene come almeno due siano gli aspetti del pensiero marxiano «che continuano ad essere indispensabili» (p. 219). Da una parte, pone il Marx «critico del modo di produzione capitalistico», mentre l’altro è il Marx «teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di “socialismo di Stato”, al tempo già propugnata da Lassalle e Johann Karl Rodbertus. Il pensatore che intese il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società» (ibid.).
La raccolta di Musto risponde appieno agli obiettivi che si premette. La puntualità delle analisi filologiche dell’evoluzione intellettuale di Marx, così come la ricchezza dei riferimenti testuali e interpretativi la rendono uno strumento di estremo interesse per una riconsiderazione storico-filosofica di un classico del pensiero.
L’alienazione è stata una delle teorie più dibattute del XX secolo. La prima esposizione filosofica del concetto avvenne già nel 1817 e fu opera di Georg W. F. Hegel.
Nella Fenomenologia dello spirito, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e adoperò il termine per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori pensatori vi dedicò attenzione.
La riscoperta di questa teoria avvenne con la pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla produzione giovanile di Karl Marx, in cui, mediante la categoria di «lavoro alienato», egli aveva traghettato la problematica dalla sfera filosofica a quella economica. L’alienazione venne descritta come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro si manifesta «come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente». Contrariamente a Hegel, che l’aveva rappresentata come una manifestazione ontologica del lavoro, che coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, Marx concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione: quella capitalistica.
Le concezioni non marxiste
Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse affermarsi. Infatti, la maggior parte degli autori che, nei primi decenni del Novecento, si occuparono di questa problematica lo fecero sempre concependola un aspetto universale dell’esistenza umana. In Essere e tempo, ad esempio, Martin Heidegger la considerò come una dimensione fondamentale della storia, la tendenza dell’Esserci (Dasein) a perdersi nell’inautenticità e nel conformismo del mondo che lo circonda. Anche Herbert Marcuse identificò l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. A suo giudizio, esisteva una «negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana». La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. E il suo superamento fu ritenuto possibile soltanto attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali, unici momenti nei quali l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva.
Nella seconda parte del Novecento, il concetto di alienazione approdò anche alla psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione, deve necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta a un mero fenomeno soggettivo.
Tra le principali elaborazioni non marxiste dell’alienazione vi fu anche quella degli esistenzialisti francesi. A partire dal secondo dopoguerra, questa problematica fu da loro assunta come riferimento ricorrente sia in filosofia che in narrativa. Tuttavia, con essi l’alienazione assunse un profilo molto generico, identificata con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, pertanto, come condition humaine non sopprimibile.
L’irrestibile fascino della teoria dell’alienazione
A partire dagli anni Sessanta esplose una vera e propria modaper la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri sul tema. Fu il tempo dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale numerosi autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifestava nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, o all’inquinamento ambientale. La popolarità del concetto e la sua applicazione indiscriminata crearono, però, una profonda ambiguità terminologica. Nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo spropositato ampliamento del suo utilizzo generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno tanto esteso da apparire immodificabile.
Con il libro di Guy Debord La società dello spettacolo, uno dei manifesti della generazione del 1968, la teoria dell’alienazione approdò alla critica della produzione immateriale. Riprendendo alcune tesi avanzate da Max Horkheimer e Theodor Adorno in Dialettica dell’illuminismo, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente, Debord affermò che, quando il capitalismo è più sviluppato, l’operaio viene «apparentemente trattato come una persona vera, con cortesia premurosa e ciò perché ora l’economia politica può e deve dominare gli svaghi e l’umanità del lavoratore». Tale riflessione lo spinse a porre al centro della sua analisi il mondo dello spettacolo: «nella società odierna lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione concreta dell’alienazione». Per il teorico francese, con esso l’alienazione si affermava a tal punto da diventare persino un’esperienza entusiasmante per gli individui, i quali, spinti da questo nuovo oppio del popolo al consumo e a «riconoscersi nelle immagini dominanti», si allontanavano sempre più dai propri desideri ed esistenze reali.
Anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi, del 1970, egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna. Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche «l’era dell’alienazione radicale: la logica della merce si è generalizzata, in quanto oggi non regola solamente i processi di lavoro e i prodotti materiali, ma anche l’intera cultura, la sessualità, le relazioni umane. Tutto è spettacolarizzato, cioè evocato, provocato, orchestrato in immagini, segni e modelli consumabili».
Negli anni Cinquanta, il concetto di alienazione era entrato anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come problematica inerente il singolo essere umano, non le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società. Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa nozione, che venne assunta anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, non più come una questione sociale, ma quale una patologia individuale la cui cura riguardava i singoli individui.
Questo profondo mutamento della concezione dell’alienazione, manifestatosi nell’ambito delle scienze sociali, fu arginato dalla pubblicazione di nuovi inediti marxiani, in particolare dai Grundrisse, i manoscritti preparatori de Il capitale, o dalle celebri pagine sul «feticismo delle merci», contenute nel primo volume del suo magnum opus. La comprensione dell’alienazione tornò a essere finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita del proletariato. Con la diffusione di questi testi, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e divenire critica sociale.
La vittoria del neoliberismo ha completamente stravolto questo scenario. Negli ultimi 20 anni si sono susseguiti significativi mutamenti politici ed economici che hanno visto aumentare drammaticamente il distacco tra l’accumularsi delle ricchezze di élite sempre più ristrette e la crescente marginalità e pauperizzazione delle classi lavoratrici.
Dopo essere stato protagonista indiscusso del XX secolo, il mondo del lavoro è divenuto un attore muto nel dibattito politico e culturale contemporaneo, in conseguenza anche della maggiore difficoltà da parte delle forze sindacali – in un contesto in cui la prestazione lavorativa è stata piegata a forme sempre più precarie, flessibili e senza diritti – di rappresentare e organizzare nuove generazioni e lavoratori migranti. Al contempo, i movimenti globali di protesta si sono contraddistinti, sino ad oggi, per una generica rivendicazione di maggiore eguaglianza sociale, alla quale è spesso mancata, però, una adeguata riflessione sulla centralità del lavoro, delle sue nuove problematiche e delle sue radicali trasformazioni.
In un’era in cui la produzione, a dispetto delle tesi, di fine secolo scorso, che annunciarono con grande clamore la «fine del lavoro», assume nuovamente gli standard di sfruttamento e di ingiustizia sociale ottocenteschi – vicende come quella dello stabilimento cinese della multinazionale Foxconn sono, oramai, all’ordine del giorno in tutto il mondo – c’è da augurarsi che la critica dell’alienazione ritorni tra le bandiere e le rivendicazioni di un nuovo movimento operaio. In fondo il vento soffia ancora.
La mattina dell’11 di ottobre del 1962, 2.540 cardinali, vescovi e patriarchi, provenienti da ogni parte del mondo, si disposero in una solenne fila di abiti bianchi e di nicchi rosso porpora per entrare nella Basilica di San Pietro, dando così inizio a uno dei principali avvenimenti religiosi del Novecento, destinato a mutare il volto della chiesa cattolica: il Concilio Vaticano II (CV II).
Il ventunesimo concilio ecumenico si svolse tra l’ottobre del 1962 e il dicembre del 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI. La sua assemblea deliberativa, la più numerosa nella storia della chiesa, riformò la liturgia ecclesiale, introducendo le lingue nazionali nel rito per le messa, e avviò il dialogo con le religioni non cristiane, tramite la dichiarazione sul principio di libertà religiosa. Rispetto ai due precedenti concili, quello di Trento del 1545-63 e il CV I del 1869-70, nati dall’esigenza di rispondere a due eventi che avevano sconvolto la chiesa – le lacerazioni seguite alla riforma protestante e il processo di laicizzazione generato dalla Rivoluzione Francese -, il CV II originò, invece, dalla necessità di esprimere una nuova fase pastorale, al fine di rinvigorire le istituzioni cattoliche e meglio adattarle alle esigenze dei nuovi tempi che stavano sorgendo.
L’Opzione Preferenziale Per I Poveri
Tuttavia, come osservato dalla maggioranza dei commentatori, a partire dagli anni Settanta, le riforme avviate vennero interrotte. Diversamente accadde in Sud America dove i cambiamenti del CV II trovarono un terreno più fertile per germogliare.
In quegli anni, infatti, mentre nei paesi capitalistici più avanzati, si realizzò un miglioramento dello standard di vita anche per le classi lavoratrici, in America latina le diseguaglianze sociali aumentarono e gli indici di povertà crebbero ulteriormente. Guidati dall’illusoria concezione dell’esistenza di un tempo storico unilineare, che avrebbe dovuto riprodurre gli stessi stadi di avanzamento in tutte le società, esperti di vari organismi internazionali elaborarono piani di sviluppo per il Cono Sur. Nel 1961, ad esempio, l’amministrazione Kennedy avviò l’Alleanza per il Progresso(AP), progetto con il quale vennero stanziati 20 miliardi di dollari allo scopo di eliminare “le basi del comunismo”, pericolo apparso ancora più concreto dopo la rivoluzione castristra a Cuba. Tuttavia, l’operazione si risolse in un clamoroso fallimento, osteggiata non solo dai latifondisti locali, ma anche dalle compagnie nordamericane, e il periodo di AP si contraddistinse per i colpi di stato, quasi tutti avallati dagli USA, che fecero poi sprofondare l’intero continente in una spirale di violenza e morte.
In questo contesto, presero corpo, in forme differenti, alleanze tra i settori più progressisti del mondo cristiano e di quello marxista. Dall’esempio di Camilo Torres, il famoso sacerdote scomparso nel 1966 dopo aver aderito all’Esercito di Liberazione Nazionale colombiano; ai Cristiani per il socialismo, movimento nato in Cile nel 1972 durante il governo di Salvador Allende; dalla Patagonia al Messico sorsero gruppi di fedeli, spesso impegnati politicamente a sinistra, che reclamavano una chiesa diversa, lontana dal potere e solidale con i più deboli.
Tali esigenze si manifestarono anche all’interno della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM), organismo sorto nel 1955 e che celebrò a Medellin, nel 1968, la sua seconda assise generale, per riorganizzarsi in base alle decisioni assunte al CV II. Questo incontro rappresentò una vera svolta per la chiesa del continente. Anche se il termine Teologia della Liberazione (TdL) non venne mai utilizzato nei suoi documenti finali – era stato coniato solo poche settimane prima dal sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez -, a Medellin nacque un nuovo modo di fare teologia. Una chiesa popolare al servizio dei poveri e basata sul protagonismo delle Comunità Ecclesiali di Base (CEB), gruppi di persone che si incontravano regolarmente per leggere il Vangelo alla luce della propria realtà sociale.
Negli anni successivi si susseguirono iniziative e incontri per meglio delineare il carattere di questa svolta. La principale opera, tradotta poi in 20 lingue e stampata in numerosissime edizioni, che mise a fuoco gli snodi centrali della TdL apparve nel 1971, ad opera dello stesso Gutiérrez: Teologia della liberazione. Prospettive. Secondo l’autore la scelta centrale della TdL stava nella “opzione preferenziale per i poveri”. Essi facevano finalmente irruzione nella chiesa, divenendone interlocutore privilegiato e soggetto protagonista di una possibile trasformazione sociale. Con la TdL i poveri avrebbero acquisito il diritto a pensare, non solamente a subire e praticare in forma passiva, la loro fede. Divenivano artefici, mediante un processo di “coscientizzazione” – secondo l’espressione del celebre pedagogo brasiliano Paulo Freire -, della loro liberazione; non più affidata all’aldilà, ma divenuta obiettivo concreto da perseguire nella vita terrena. Altra innovazione della TdL stava nell’avvalersi degli strumenti critici delle scienze sociali. Particolare importanza venne conferita alla Teoria della dipendenza, la concezione – sviluppata, tra gli altri, da André Gunder Frank, Fernando Henrique Cardoso e Theotonio Dos Santos – che individuava un legame diretto tra il sottosviluppo latinoamericano e l’espansione capitalistica dei paesi industrializzati. Infine, secondo Gutiérrez, l’altro elemento dirimente della TdL stava nel concepire la teologia come un “atto secondo”, che doveva sempre presupporre la partecipazione al processo di liberazione dell’uomo (“atto primo”). L’impegno al fianco degli ultimi divenne, così, una conditio sine qua non. Se Karl Marx aveva scritto: “ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”, Gutiérrez sostenne che “tutte le teologie politiche, della speranza, della liberazione, della rivoluzione, non valgono un gesto di solidarietà autentica con le classi oppresse”.
L’influenza della TdL nelle CEB, proliferate soprattutto in Brasile, accrebbe di peso. Al magistero tradizionale impartito nelle parrocchie, andò ad affiancarsi una diffusa catechesi popolare nelle aree urbane e rurali più marginali. L’ecclesiocentrismo tradizionale definito dalla formula “fuori dalla chiesa non c’è salvezza” fu rovesciato in “fuori dal mondo (ossia lontano dai poveri) non c’è salvezza”. Leonardo Boff parlò di una nuova ecclesiogenesi, una rinascita della chiesa a partire dalla riappropriazione della Bibbia anche attraverso ministeri laici.
Le reazioni furono durissime. La terza riunione della CELAM (Puebla, 1979), dalla quale vennero esclusi tutti i principali esponenti della TdL, sancì il mutamento dei tempi. Giovanni Paolo II, insediatosi nel 1978, introdusse l’evento esortando a vigilare sulla “purezza della dottrina” contro il rischio dell’eccessiva politicizzazione del Vangelo e le gerarchie ecclesiastiche si scagliarono contro le CEB, considerate un intollerabile ministero parallelo, mentre le sue riletture bibliche vennero definite cristologia della guerriglia.
Alla reazione interna alla chiesa si aggiunse quella degli USA. Il Documento di Santa Fe (1980) – la piattaforma politica di Ronald Reagan – conteneva un esplicito riferimento alla TdL giudicata una pericolosa “dottrina politica, ormai deviata della credenza religiosa, con un significato antipapale e antiliberista”. L’amministrazione da lui guidata si contraddistinse, poi, investendo miliardi di dollari – anche mediante intelligence e supporti mass-mediatici -, per favorire la diffusione di sette fondamentaliste, intrise di fanatismo religioso, in tutti i paesi latinoamericani considerati “a rischio comunista”.
Lo Scontro Con Roma
Al principio degli anni Ottanta le polarizzazioni all’interno della chiesa si acuirono, ma la TdL, grazie all’incessante lavoro di divulgazione di scritti e riflessioni, avviato nel decennio precedente, riuscì a conservare una presenza significativa in tutto il continente latinoamericano. L’assassinio di Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, e la partecipazione di alcuni sacerdoti al governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua costituirono, inoltre, due episodi – di eclatante ferocia il primo e di enorme speranza il secondo – che diedero vita a manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo.
Tuttavia, gli equilibri interni al Vaticano erano mutati. Il clima di restaurazione si fece evidente con l’elezione del conservatore Lopez Trujillo alla presidenza della CELAM. Più in generale, Wojtyla favorì l’ascesa degli ultrareazionari dell’Opus Dei, organizzazione divenuta, nel 1982, prelatura personale – ovvero un’istituzione speciale che può evadere l’autorità delle diocesi territoriali -, ai massimi vertici del Vaticano e le scelte ecclesiali colpirono sempre più gli “elementi infetti”.
Sorse, così, un clima da scomuniche. Nel 1984 il prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (SCDF), l’allora cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò la Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”. In questo documento affermò che la TdL doveva “essere criticata – pena rischi di gravi deviazioni ideologiche – non per singole affermazioni, ma per il punto di vista di classe che adotta a priori e che funge in essa come principio ermeneutico determinante”. La distanza tra le due concezioni era abissale. Per Ratzinger, valga da esempio un tema fondamentale, “le molteplici schiavitù di ordine culturale, economico, sociale e politico derivano, in definitiva, dal peccato”. Per Gutiérrez, al contrario: “il peccato nasce nello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, ha per radice una situazione di ingiustizia e di sfruttamento ed è impossibile comprendere il primo senza il secondo”.
La SCDF invitò l’episcopato peruviano a isolare Gutiérrez, accusato di “ammettere la concezione marxista della storia” e quello brasiliano a criticare Boff, condannato a un anno di silenzio per le sue tesi ecclesiologiche dichiarate “insostenibili e pericolose per la fede”. A nulla erano serviti i chiarimenti offerti dai teologi della liberazione per dimostrare che Marx non era il padrino della TdL (pantomina che ridicolizzava le teorie dell’uno come dell’altra), e che, invece, il marxismo era stato assunto criticamente per comprendere il mondo; poiché – pena la mistificazione della realtà – dopo Marx la teologia non poteva permettersi di sottovalutare il peso delle condizioni materiali nell’esistenza degli individui.
Nell’ultimo ventennio, il capitalismo ha dispiegato la sua incontrastata egemonia in tutte le sfere della vita sociale e anche la religione è stata piegata dalle “esigenze del mercato”. La scomparsa e la normalizzazione di tante CEB e l’indebolimento della TdL sono procedute di pari passo con la proliferazione di fenomeni di televendita della fede made in USA. Il complesso tentativo di rifondare la religione cattolica dalla periferia, e dalla parte dei dannati, è stato respinto. Ma l’odierna crisi ha riaperto vecchie ferite e nuove contraddizioni e il messaggio di emancipazione della “teologia militante che lotta per far scendere i poveri dalla croce” interroga nuovamente tutte le coscienze critiche.
La locomotiva del progresso e le altre storie possibili
La gravità della crisi attuale ha ravvivato l’interesse per Marx; nel settembre 2008 la Frankfurter Allgemeine Zeitung scriveva: “La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi.
Qui Marx aveva completamente ragione”. Vladimiro Giacché, che nel 2009 ha raccolto l’antologia di scritti marxiani Il capitalismo e la crisi (DeriveApprodi, pp. 176, € 15), al convegno “Marx e la crisi” (Università di Bergamo, 23 aprile 2010; cfr. http://wwwdata.unibg.it/dati/persone/46/3907) diceva:“Molte delle certezze su cui erano state edificate la visione del mondo e la filosofia della storia diffuse a livello di massa negli ultimi decenni sembrano oggi – se non proprio in frantumi – quantomeno incrinate. Per capire i motivi del rinnovato interesse nei confronti di Marx bisogna partire da qui”.
Diversi economisti si cimentano nella lettura della crisi con gli strumenti marxiani. Tra questi Riccardo Bellofiore in La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Asterios, Trieste 2012, pp. 82, € 7, una riconsiderazione delle teorie marxiane della crisi in rapporto alla teoria del lavoro astratto e del valore. Nessuno si aspetta dalla crisi generale la rivoluzione proletaria, come sperava Marx, ma molti concorderebbero con la conclusione di Bellofiore: “Le questioni di un diverso modo di lavorare e di un diverso modo di organizzare la riproduzione come condizioni dell’uscita da questo mulinello sempre più infernale tornano per questo più attuali che mai” (p. 71).
Altri libri tracciano bilanci di vasto respiro su Marx e il marxismo. Ne indichiamo alcuni. Innanzitutto la raccolta di sedici scritti sull’argomento scritti a partire dal 1956, nel corso della sua lunga attività di studioso, da Eric Hobsbawm (Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, Rizzoli, Milano 2011, pp. 482, € 22; ora riproposto nella BUR), che oltre ai saggi già editi – in gran parte tratti dalla Storia del marxismo Einaudi – ne contiene di nuovi. La prima parte è dedicata a Marx e Engels, la seconda ai vari marxismi, tra i quali lo storico inglese mostra una particolare predilezione per Gramsci. Sono fallite le esperienze storiche del comunismo e della socialdemocrazia, e “l’integralismo del mercato” ci spinge in una crisi disastrosa. Hobsbawm conclude il primo saggio, su Marx oggi, affermando: “Non possiamo prevedere le soluzioni ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo, ma se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo le risposte dei suoi vari discepoli”.
Dal decano degli storici marxisti a un giovane studioso professore di Teoria politica a Toronto: Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi (Carocci, Roma 2011, pp. 373, € 33), che raccoglie scritti pubblicati tra il 2005 e il 2010. La prima parte ricostruisce la biografia intellettuale di Marx fino al 1860; la seconda analizza la diffusione e la ricezione dell’opera di Marx, mettendo in rilievo le recenti acquisizioni filologiche dovute alla pubblicazione in corso della nuova edizione critica delle opere complete di Marx ed Engels, la MEGA2, della quale sono usciti 58 volumi sui 114 previsti (ognuno dei quali in tomi comprendenti il testo e accuratissimi apparati critici ad opera di una équipe internazionale). L’importanza della MEGA2 è bene illustrata nel capitolo L’odissea della pubblicazione degli scritti di Marx (pp. 189-224). Marx – tra i tormenti quotidiani della miseria e dei debiti, della morte di figli in tenera età, di malattie sue e della moglie – era un divoratore insaziabile e sempre insoddisfatto di libri, soprattutto di storia e di economia politica, ma anche di discipline che spaziano dall’antropologia alla chimica, da cui traeva montagne di estratti, riassunti, commenti a margine, quaderni di abbozzi incompiuti, sempre promettendo a Engels e agli editori di concludere un’opera che vedrà parzialmente la luce solo nel 1859 (Per la critica dell’economia politica) e nel 1867 (il primo libro del Capitale).L’operazione di chiudere questo “gigantesco cantiere di teoria critica” (p. 15) in una dottrina sistematica e conclusa fu perseguita già a partire dalla pubblicazione da parte di Engels dei libri secondo e terzo del Capitale, rielaborando manoscritti di diverse epoche. Kautsky curò poi il cosiddetto libro quarto sulle teorie del plusvalore; seguirono la ricomposizione con dubbi criteri ad opera dell’Istituto Marx-Engels di Mosca de L’ideologia tedesca e il montaggio, nel 1932, in due versioni differenti (Landshut e Mayer, molto scorretta, e Adoratskij, filologicamente più accurata ma insoddisfacente), dei celebri Manoscritti economico-filosofici del 1844, che finirono di essere separati dagli altri quaderni di estratti e commenti parigini, e di essere considerati un’opera alla pari di quelle pubblicate dal pensatore di Treviri. Essa mostrerebbe il vero e originario Marx secondo una schiera numerosa di interpreti occidentali, un pericoloso Marx umanista da confinare in edizioni per specialisti secondo i custodi dell’ortodossia sovietica, la preistoria ideologica della scienza della storia inaugurata dalla coupure del 1845 secondo Althusser e la sua scuola. Per Musto i Manoscritti, pur indispensabili “per poter comprendere meglio l’evoluzione e le differenti tappe del pensiero marxiano”, sono uno “schizzo incompleto di un giovane e inesperto studioso di economia politica” (p. 237), che indebitamente ha alimentato il “mito del giovane Marx” ed è servito a “creare la fuorviante immagine di un ‘Marx filosofo’” (p. 243): un giudizio che sarebbe assai riduttivo se non volesse forse dire semplicemente che le pagine dei Manoscritti sull’alienazione non vanno isolate ma inserite come prima elaborazione di temi che si svolgono con revisioni e arricchimenti successivi in molte pagine dei Grundisse, del VI Capitolo inedito, del primo e terzo libro del Capitale e in altri testi (come suggerisce l’antologia curata dallo stesso Musto: K. Marx, L’alienazione, Donzelli, Roma 2010, pp. 125, € 7). Oltre alla rassegna critica sulla fortuna dei Manoscritti, il libro contiene – tra l’altro – interessanti notizie sulla diffusione dei Grundrisse e l’analisi della celebre Introduzione del 1857, testo metodologico imprescindibile per la critica dell’economia politica (Musto ne ha curato una nuova edizione da Quodlibet, Macerata 2010, pp. 142, € 12).
Tra i numerosi interpreti commentati da Musto dispiace notare l’assenza di Lucio Colletti, che pure ha detto cose di rilievo su alienazione e feticismo. Ne approfittiamo per segnalare la pubblicazione delle sue lezioni degli inizi degli anni Settanta sul Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 207, €13).
Un libro appassionato, ispirato a Ernst Bloch e soprattutto a Walter Benjamin, è Strati di tempo. Karl Marx materialista storico (Jaca Book, Milano 2011, pp. 290, € 29) di Massimiliano Tomba, docente all’Università di Padova, studioso di Bruno Bauer e dei suoi rapporti con il giovane Marx. Tomba mette in rilievo e valorizza tutti gli aspetti del pensatore di Treviri che contrastano con una teoria storicistica della successione unilineare dei modi di produzione e su una filosofia della storia del progresso dialettico. In Marx c’è anche questo, ma non c’è solo questo, e Tomba, facendo anche riferimento a una vastissima letteratura secondaria, ripercorre gli anni in cui Marx elabora il modello del proletariato come classe con compiti universali e prospetta una rivoluzione sociale in grado di interrompere il processo storico di rafforzamento dello Stato moderno. Ma i risultati della ricerca sono particolarmente interessanti nella seconda parte del libro, dove Tomba documenta come e in che misura Marx abbandona la visione eurocentrica della missione civilizzatrice del capitale, ancora presente nei Grundrisse, e si orienta di più sui caratteri distruttivi dello sviluppo capitalistico, sia nelle periferie colonizzate che nel cuore della produzione industriale. Ora Marx studia la produzione di plusvalore al livello della concorrenza dei capitali sul mercato mondiale, dove il plusvalore relativo, ottenuto con l’innovazione tecnologica in alcuni punti, si intreccia all’estorsione di plusvalore assoluto, con l’allungamento della giornata lavorativa, in altri e anche a forme di sfruttamento schiavistico “che non sono residui di epoche passate, ma un genuino prodotto della modernità capitalistica” (p. 245). La composizione dei diversi strati di tempo nel sistema capitalistico globale porta Marx a ristudiare le forme non e pre-capitalistiche, a scrivere quaderni di appunti sugli antropologi e a discutere con i populisti russi la possibilità di far leva su forme comunitarie apparentemente arcaiche. Invece di accelerare la locomotiva del “progresso”, il materialista storico si ricollega alle possibilità di altre storie che a tratti sono balenate nelle lotte degli oppressi e a forme di vita negate e distrutte dalla modernità. “In qualsiasi momento il suo corso poteva essere interrotto. Da questa prospettiva non c’è nel capitalismo alcun elemento progressivo” (p. 20).
Alcune tesi sul metodo marxiano – letto attraverso il filtro di Benjamin – ci sembrano però una forzatura: “Lo storiografo materialista non è alla ricerca di una descrizione oggettiva. Egli sa bene che non solo le tradizioni sono sempre costruzioni, ma anche che gli stessi fatti sono interpretazioni. Lo storiografo materialista mette in luce il soggettivo dell’oggetto, la forza costituente di una pratica di classe all’interno di un fenomeno storico. […] Prende parte in quel conflitto politicizzando la storiografia” (p. 112). Sicché la verità della storiografia materialistica “si misura non in termini di oggettività, ma in forza della sua capacità di produrre l’immagine dell’ingiustizia” (p. 82).
Da segnalare infine A lezione da Marx. Nuove interpretazioni di Stefano Petrucciani (Manifestolibri, Roma 2012, pp. 173, € 20), che discute nella prima parte Marx oggi; nella seconda alcuni temi fondamentali, tra cui Marx teorico della libertà; nella terza alcune interpretazioni del pensiero di Marx in autori contemporanei come Rawls, Habermas e il “marxismo analitico” dei teorici anglosassoni che hanno ripreso il pensiero marxiano in rapporto ai temi rawlsiani e postrawlsiani della giustizia e della libertà. Petrucciani apprezza soprattutto e discute a fondo le tesi di Jacques Bidet (del quale ha presentato insieme a Michela Russo “Il Capitale”. Spiegazione e ricostruzione, Manifestolibri, Roma 2010, pp. 286, € 32). Non si tratta solo di ricostruire il pensiero di Marx in modo più corretto e libero, ma di metterlo a confronto con quanto di meglio offre il pensiero socio-politico contemporaneo, “senza timore di mettere in risalto tutte le aporie e i nodi irrisolti del suo pensiero” (p. 7), come Petrucciani ribadisce anche nella introduzione alla raccolta di contributi di vari autori che hanno partecipato a un convegno da lui promosso insieme a Corrado Ocone: Leggere Marx oggi, a cura di Paolo Granata e Roberto Pierri (Rubbettino, Soveria Manneli 2012, pp. 198, € 18).
La strada che conduce ad Ayacucho è impervia e percorrendola vi si respira un’aria misteriosa. Situata al centro della Sierra peruviana, la città è stata, per lungo tempo, segnata dalla miseria estrema. Spazialmente e culturalmente lontanissima da Lima e dai centri più moderni del paese, si trova immersa in una terra la cui produzione, fino a qualche decennio fa, era costituita da un sistema agricolo ancora organizzato su basi semi-feudali.
Un tesoro che non ha mai smesso di suscitare l’interesse di antropologi e studiosi delle tradizioni popolari. Eppure, fu proprio questo luogo remoto, fino alla metà degli anni Settanta privo di collegamento asfaltato con la costa, di un vero impianto elettrico e della televisione, a dar vita agli eventi che mutarono, irreversibilmente, la storia contemporanea del Perù e che tornarono a far parlare di questa nazione in tutto il mondo.
Nel 1962, un giovane professore universitario di ventotto anni vi giunse per insegnare filosofia. Introverso e schivo, proveniva dalla splendida città di Arequipa, dove aveva studiato al liceo cattolico distinguendosi per disciplina e ascetismo. Poco tempo dopo il suo arrivo, Abimael Guzmán apprese il quechua, la lingua più diffusa tra le popolazioni indigene dell’America Latina, e iniziò un’intensa militanza politica. A distanza di qualche anno, sarebbe divenuto celebre in tutto il mondo: il leader di Sendero Luminoso, la guerriglia maoista che intraprese un conflitto sanguinario con la stato peruviano, causando nel corso di vent’anni – a partire dal 1980 – la morte di quasi 70.000 persone.
Negli anni Sessanta, con lo scoppio della crisi sino-sovietica, il mondo comunista si scisse in due blocchi. Il Partito Comunista Peruviano non restò estraneo a questa divisione e, all’atto della rottura nel 1964, Guzmán aderì alla frazione filo-cinese, il PC Bandiera Rossa. Gli anni seguenti furono un susseguirsi di scissioni, fino a quella del 1970 che lo indusse a lasciare l’organizzazione e a fondare il Partito Comunista del Perù – Sendero Luminoso (SL), gruppo che si definì erede della Rivoluzione Culturale: “l’evento principale della storia umana”, quello che aveva scoperto “come cambiare le anime”. Nonostante i proclami, l’organizzazione nacque priva di qualsiasi relazione col mondo contadino. In tutto il paese i suoi aderenti furono soltanto 51 e, per lungo tempo, la sua presenza politica si limitò alla sola università di Ayacucho, presso la quale andavano formandosi gli insegnanti e il nuovo personale tecnico di tutta la regione interno-meridionale del Perù.
In questo periodo, Guzmán tenne numerosi corsi su José Carlos Mariátegui, un acutissimo e stimato marxista peruviano (da molti considerato il Gramsci latinoamericano), scomparso nel 1930 e trasformato, nonostante la sua distanza da ogni ortodossia e dogmatismo, in precursore del maoismo e padre spirituale di SL. Attingendo da schematici manuali marxisti, egli iniziò a diffondere tra la gioventù andina della zona una visione del mondo estremamente deterministica. L’obiettivo perseguito fu quello di creare un gruppo monolitico, caratterizzato da una relazione oppressiva tra partito politico e società che non riconosceva spazio alcuno all’autonomia delle lotte. SL, infatti, si oppose sistematicamente a scioperi e occupazione delle terre, manifestando, in più occasioni intolleranza verso la cultura indigena.
Ciò nonostante, in America Latina, fu proprio questo partito, esiguo ma sorretto da una ferrea disciplina, fortemente centralizzato (il suo principale organismo direttivo era composto da Guzmán, sua moglie e la sua futura compagna) e protetto dall’assoluta segretezza dei suoi militanti, ad avvicinarsi più di ogni altro alla conquista del potere politico attraverso le armi, impresa riuscita solo a Fidel Castro con Cuba e ai sandinisti in Nicaragua.
La Guerra Popolare
Tra il 1968 e il 1980, anche il Perù, come tutti gli altri paesi latinoamericani, conobbe la sua stagione di dittatura militare. Alla fine degli anni Settanta, Guzmán lasciò l’università per entrare nella clandestinità e, avendo tratto dalla lettura di Mao Tse-Tung la convinzione che la guerra fosse una tappa indispensabile anche per la realtà peruviana, promosse la creazione dell’Esercito Guerrigliero Popolare (EGP), struttura parallela a SL. Negli enunciati di Guzmán, la violenza fu tramutata in una categoria scientifica e la morte, conseguentemente, il prezzo che l’umanità avrebbe dovuto pagare per il raggiungimento del socialismo: “il trionfo della rivoluzione costerà un milione di morti”.
Il conflitto nacque in un clima surreale. Nel maggio del 1980, mentre erano in corso le prime elezioni politiche indette dal 1963, nella piazza centrale di Chuschi, villaggio poco distante da Ayacucho, i militanti di SL bruciarono tutte le schede elettorali. L’episodio venne del tutto ignorato, così come non fu dato alcun peso al macabro spettacolo cui gli abitanti di Lima furono costretti ad assistere pochi mesi dopo, quando, al risveglio, trovarono decine di cani morti, appesi ad alcuni semafori e pali della luce della strada, con la scritta, per i più del tutto incomprensibile, “Deng Xiaoping figlio di cagna”.
I primi due anni e mezzo della guerra si caratterizzarono per l’assoluta sottovalutazione, da parte dello stato, della risolutezza di SL. Alla metà degli anni Settanta operavano in Perù ben 74 differenti organizzazioni marxiste-leniniste e quando il governo di Fernando Belaúnde si risolse a intervenire lo fece senza avere alcuna cognizione della strategia politica e militare della formazione che combatteva, erroneamente ritenuta simile alle altre guerriglie latino-americane (ad esempio quelle di matrice guevarista), dalle quali essa era, invece, del tutto distante. Nonostante il numero ancora poco rilevante dei suoi militanti – nel frattempo saliti a 520 – e il carattere rudimentale del suo arsenale – per lo più vecchi fucili -, la guerra popolare di SL avanzò notevolmente in questo periodo. Belaúnde decise allora di utilizzare le forze armate e Ayacucho diventò l’area di un comando politico-militare dell’intera regione.
Questa seconda fase del conflitto si distinse per la violenta repressione contro le popolazioni locali. Il razzismo dei soldati venuti dalla città, che identificavano in ogni campesino un potenziale pericolo e, pertanto, un obiettivo da eliminare, contribuì all’accrescersi del numero dei morti. Soppressa la sfera politica, le autorità civili furono sostituite dagli esponenti dell’esercito che dirigevano, con abusi e atti arbitrari, i Comitati di Difesa Civile, a metà tra accampamenti militari e centri di tortura. A questa strategia, SL rispose tentando di creare luoghi di “contropotere”: i Comitati Popolari. Ovvero, delle “zone liberate”, rigidamente governate da commissari nominati dal partito, che servivano come base d’appoggio per la guerriglia. Inoltre, nel triennio successivo Guzmán decise di espandere il conflitto su scala nazionale, a partire dalla capitale. Di conseguenza, alla fine della decade (nel 1984 era sorta anche la guerriglia Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru) il 50% del territorio peruviano si trovava sotto il controllo militare.
In questa fase, l’elaborazione di Guzmán degenerò nel più estremo dei manicheismi, in forza del quale, identificati come nemici assoluti quanti erano al di fuori del partito, tutte le realtà politiche non controllate da SL divennero un obiettivo militare – inclusi rappresentanti dei campesinos, esponenti sindacalisti e leader delle organizzazioni femminili. La strategia seguita fu quella dell’annichilimento selettivo, con lo scopo di creare vuoti di potere per poi insediarvi dirigenti e militanti dell’organizzazione. Infatti, autorità locali (comprese le forze di polizia) e i dirigenti sociali rappresentarono, dopo i contadini che si opponevano alle sue direttive, il secondo bersaglio di SL. In totale oltre 1.500 morti, il 23% di quelli assassinati deliberatamente, ovvero non in attentati di grande scala, dai suoi militanti.
La quarta spada del Marxismo
Se a Mosca Gorbacev dava corso alla Perestrojka e a Pechino Deng Xiaoping traghettava la Cina verso il capitalismo, a Lima Guzmán decise di incrementare il numero degli attacchi. Colpito nelle sua roccaforte rurale, il suo ascendente crebbe, invece, nella capitale (un “mostro” di sette milioni di abitanti con oltre 100.000 rifugiati provenienti dalle zone del conflitto). Ciò fu possibile anche per lo spirito di rivolta che permeava gli strati popolari colpiti dai disastri sociali provocati dallo scoppio di una grave crisi economica (nel 1989 l’iperinflazione raggiunse il 2.775%) e dalle severissime politiche neoliberali imposte dai tecnocrati vicini ad Alberto Fujimori, il dittatore giunto al potere con le elezioni del 1990 e autore, nel 1992, di un autogolpe che portò alla chiusura del parlamento e alla cancellazione di tutte le libertà democratiche.
Intanto, intorno a Guzmán aleggiavano terrore o riverenza. Se il primo sentimento era generato, in quanti avevano preso posizione contro SL, dalla paura di rappresaglie mortali; il secondo aumentò tra i membri di quest’organizzazione dopo il primo congresso del partito, svoltosi nel 1988. Il culto della sua personalità raggiunse livelli da psicopatia. Scomparso ogni richiamo al socialismo di Mariátegui, Guzmán, che aveva assunto il nome di Presidente Gonzalo, “il capo del partito e della rivoluzione”, si trasformò in una figura semi-divina per la quale tutti i militanti (SL raggiunse i 3.000 aderenti, mentre l’EGP ne aveva 5.000) si erano impegnati – anche in forma scritta – a sacrificare la vita. Nei materiali di propaganda diffusi al tempo, si cominciò a parlare di lui come della “quarta spada (dopo Marx, Lenin e Mao) del marxismo”, del “più grande marxista vivente della terra”, o della “incarnazione del pensiero più elevato della storia dell’umanità”.
In realtà, durante la gran parte del conflitto, egli non lasciò mai Lima e si tenne lontano dai rischi e dalle privazioni della guerra. Poco dopo la sua cattura, avvenuta nel settembre del 1992, propose l’accordo di pace che aveva sempre categoricamente rifiutato in precedenza e, in cambio di privilegi carcerari, giunse finanche a elogiare il regime di Fujimori. Seguirono altri otto anni di guerriglia a bassa intensità tra lo stato peruviano, profondamente autoritario e corrotto, e il settore di SL (Proseguir) che non aveva accettato la svolta del “Presidente Gonzalo”, il leader che sarà ricordato per aver dato vita alla più abominevole esperienza politica commessa, in America Latina, in nome del socialismo.