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Sulle tracce di Che Guevara

È una notte freddissima e stellata quella che mi porta a Vallagrande.
Tutti sanno perché mi trovo qui. Sono venuto a visitare La ruta del Che, i luoghi dove Ernesto Guevara trascorse le ultime settimane della sua esistenza. Quelli che avevo cercato sull’atlante geografico di mio nonno nell’estate in cui lessi, per la prima volta, il Diario in Bolivia. Fuori dal centro abitato c’è la fossa comune – trasformata in museo – dove il Che, cui furono amputate anche le mani per testimoniarne in modo definitivo e certo la morte, venne seppellito con sei guerriglieri della sua colonna, nella notte tra il 10 e l’11 di ottobre del 1967.

Sono a bordo di un autobus vecchio e malridotto, come tutti quelli destinati a queste tratte remote, e condivido il lungo viaggio iniziato a Santa Cruz, su una strada di montagna e a tratti sterrata, con gente del posto che ritorna in paese dopo un faticosa domenica di mercato. Intorno a me gli sguardi incuriositi dei bambini avvolti in coperte colorate e i volti degli adulti segnati dalla stanchezza. Tutti sanno perché mi trovo lì. Sono venuto a visitare La ruta del Che, i luoghi dove Ernesto Guevara trascorse le ultime settimane della sua esistenza. Quelli che avevo cercato sull’atlante geografico di mio nonno nell’estate in cui lessi, per la prima volta, il Diario in Bolivia.

All’ingresso del paese c’è una grande statua di Gesù, sotto la quale, nonostante l’enorme ritardo della corriera e la temperatura sottozero, mi attende Anastasio Kohmann. Tedesco di nascita, giunse in Paraguay negli anni Sessanta, quando entrò giovanissimo in un ordine francescano. Espulso dal paese durante la dittatura fascista di Alfredo Stroessner, per il suo impegno sociale in favore delle comunità indigene guaranì, da allora vive qui. Non ha mai più abbandonato la “opzione preferenziale per i poveri” della Teologia della Liberazione e, da qualche anno, coordina le iniziative della Fondazione Che Guevara a Vallagrande. Chi conosce l’America latina sa bene che questa non è una contraddizione.

In precedenza, a Santa Cruz, avevo incontrato un uomo combattivo e di grande simpatia. Da sempre lo chiamano, a causa della sua bassa statura, el chato (il piccoletto). È un dottore che ha fatto il rivoluzionario e nella sua stanza i libri di medicina si alternano a quelli di marxismo. Alcuni di essi, ad esempio Un uomo di Oriana Fallaci, Senior Service di Carlo Feltrinelli o La ragazza che vendicò Che Guevara di Jürgen Schreiber, raccontano anche la storia della sua famiglia. Osvaldo Peredo, infatti, è il fratello di Inti e Coco, i rivoluzionari che accompagnarono il Che nella sua campagna di Bolivia (Inti, uno dei combattenti più vicini a Guevara, era il luogotenente delle operazioni militari) e, da molti anni, presidente della Fondazione Che Guevara in Bolivia.

Insieme, Anastasio e Osvaldo, mi guidano alla lavanderia dell’ospedale Nuestro Señor de Malta, nella quale il corpo del Che fu esposto al pubblico per l’ultima volta e venne fotografato, già privo di vita, ma con gli occhi ancora aperti. Qui, come in altri luoghi della zona, operano oggi gruppi di medici cubani giunti negli ultimi anni, in forza di un progetto di solidarietà voluto da Fidel Castro, allo scopo di realizzare nuovi e avanzati presidi sanitari che hanno notevolmente migliorato gli standard di cura e assistenza della regione.

Fuori dal centro abitato c’è la fossa comune – trasformata in museo – dove il Che, cui furono amputate anche le mani per testimoniarne in modo definitivo e certo la morte, venne seppellito in segreto, assieme ad altri sei guerriglieri della sua colonna, nella notte tra il 10 e l’11 di ottobre del 1967. Il luogo si trova poco distante dal comando militare e dal piccolo campo di aviazione presso i quali rangers boliviani e agenti della CIA guidarono le operazioni di rastrellamento dell’intero territorio per catturarlo. I suoi resti sono riapparsi soltanto dopo trent’anni, grazie alle ricerche del luogo esatto del seppellimento effettuate da un gruppo di antropologi cubani e argentini. Oggi sono conservati, in un mausoleo dedicato al Che, a Santa Clara, la città cubana dove, nel dicembre del 1958, egli aveva guidato la battaglia decisiva che segnò la vittoria della rivoluzione e la fine del regime di Fulgencio Batista.

Intorno all’ipotesi di recupero di questi luoghi, qualche settimana fa, rappresentanti dei governi argentino, boliviano e cubano si sono riuniti con l’ambizioso obiettivo di realizzare un itinerario delle tappe più significative della vita di Ernesto Guevara: la ruta del Che, appunto. È auspicabile che il progetto, già avviato in Argentina, prosegua ora anche in Bolivia, per sottrarre la memoria del Che al monopolio mercantile delle agenzie di viaggio.

Tra le montagne dell’America latina

Per giungere a La Higuera si impiegano circa tre ore. Ci si arriva solo in jeep perché la strada che conduce a questo minuscolo villaggio, di appena una cinquantina di abitazioni e a oltre 2.000 metri di altitudine, è del tutto priva d’asfalto e piena di tornanti. È un luogo desolato, lontano dal mondo.

Lungo il percorso incontro alcuni campesinos. Attraversano la strada sconnessa, camminando a passo lento. Mesti, con i loro arnesi da lavoro in spalla. Non sembra sia cambiato molto da quando il Che, entrato nel paese nei primi di novembre del 1966, durante la dittatura militare del generale René Barrientos, attraversò queste valli. Egli scelse la Bolivia non perché fosse guidato, come ingenuamente gli venne attribuito, dall’idea di riproporre meccanicamente, in un contesto diverso, le strategie politiche e militari attuate a Cuba. Né, tanto meno, per perseguire un obiettivo meramente nazionale, ma perché convinto della necessità di dover dare vita a un processo rivoluzionario che investisse tutto il Cono Sur. Un progetto sovranazionale, che dalla Bolivia si sarebbe poi rapidamente dovuto estendere anche a Perù e Argentina, quale unica possibilità per impedire agli Stati Uniti di intervenire e colpire a morte i singoli, e più deboli, focolai di resistenza locali. Questo era il suo progetto: “Creare due, tre… molti Vietnam”, come aveva scritto nell’articolo consegnato alla rivista Tricontinental qualche mese prima della sua morte. Per questa ragione, la Bolivia, al centro del continente e confinante con ben cinque paesi, gli sembrò il luogo più adatto dove poter avviare la formazione di un gruppo di quadri ai quali affidare, una volta addestrati, il compito di organizzare vari fronti di lotta in tutta l’America latina.

A fondare con lui l’Esercito di Liberazione Nazionale di Bolivia (ELN) vi furono soltanto 46 guerriglieri. Così Fidel Castro scrisse, nella Introduzione che accompagnò la pubblicazione del Diario in Bolivia: “Mai nella storia si è visto un numero così ridotto di uomini intraprendere un compito tanto gigantesco”. La morte arrivò inaspettata, 11 mesi dopo l’inizio della guerriglia. L’otto di ottobre del 1967 il Che, sorpreso in una gola chiamata la Quebrada del Yuro insieme ad altri 16 compagni, fu ferito alla gamba sinistra e catturato dopo tre ore di combattimento. Trasportato nella vicina La Higuera, fu assassinato il giorno seguente, per ordine di Barrientos e della CIA, dal militare Mario Terán, lo stesso che, nel 2006, sarà operato gratuitamente, riacquistando la vista, da uno dei medici cubani giunti in Bolivia, con il progetto di solidarietà Operación Milagro, in seguito all’elezione di Evo Morales. In proposito, il quotidiano Granma di L’Avana scrisse: “Quattro decenni dopo che Terán tentò di distruggere un sogno e un’idea, il Che è tornato a vincere un’altra battaglia. Ora Terán può di nuovo apprezzare il colore del cielo e della foresta e godere del sorriso dei suoi nipoti”.

Un’icona intramontabile

La notizia della morte del Che lasciò tutti increduli, ma le sue idee si diffusero con una rapidità che nella storia del Novecento ha pochi altri esempi ai quali poter essere confrontata. Ai suoi figli lasciò soltanto una lettera, nella quale, rivolgendo loro la raccomandazione a non dimenticare che “ognuno di noi, da solo, non vale nulla”, li esortò ad essere “sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”. Un messaggio che comparve sulle bandiere del movimento operaio internazionale e che, ancora oggi, parla alle giovani generazioni dell’intero pianeta.

Nel dicembre del 1964, il Che intervenne all’Assemblea generale dell’ONU. Parlò dell’America latina e della lotta di liberazione dei suoi popoli, esponendo la convinzione che essa non sarebbe avvenuta solo con il contributo di soggetti, pur importantissimi, come partiti e intellettuali progressisti. Accanto “agli operai sfruttati – disse – questa epopea che sta davanti a noi la scriveranno le masse affamate degli indios e dei contadini senza terra”. Ai più parvero enunciazioni di un novello Quijote, ad altri, anche a sinistra, parole di un visionario. Oggi, invece, dopo la sconfitta delle dittature militari che hanno martoriato un intero continente e con l’avanzare, in quegli stessi luoghi, di una partecipazione sociale – dalle organizzazioni indigene di Ecuador e Bolivia al Movimento dei Sem-Terra in Brasile – fino a pochi anni fa impensabile, l’eredità del suo pensiero si ripresenta più attuale che mai.

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Potosì, il tesoro maledetto

La ricchezza di Potosì, città della Bolivia, cominciò a essere conosciuta in Europa nel 1545, quando un gruppo di conquistadores spagnoli vi si insediò per sfruttare il tesoro conservato nel suo sottosuolo.

In pochi decenni, la città si ingrandì enormemente e, a ottanta anni dalla sua fondazione, divenne, con i suoi 160.000 abitanti (più di Parigi, Roma, Londra e Siviglia), il centro più popolato e ricco d’America.

La sua fama girò il globo intero. Si calcola che dalle sue cave siano stati estratti circa 50.000 tonnellate di argento, tante quanto ne sarebbero bastate per costruire un ponte fino alla Spagna. Fu la più grande miniera d’argento del mondo e produsse una quantità enorme di ricchezza giunta in Europa sul dorso dei lama, fino alle coste cilene, e da lì trasportata nelle stive dei galeoni iberici. Per i signori di Potosì tutto era d’argento e il nome della città divenne sinonimo di lusso: “vale un Potosì” scrisse Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte della Mancia. Le comunità indigene, invece, furono sottomesse alla schiavitù e quando decine di migliaia di nativi cominciarono a morire per le condizioni disumane cui erano sottoposti nelle miniere, i colonizzatori presero a importare schiavi – oltre 30.000 – dall’Africa. Il numero esatto di morti complessive causate è incalcolabile. Di certo, l’arrivo della “civiltà europea” significò saccheggio e genocidio.

Dopo due secoli di sfruttamento, l’argento iniziò a scarseggiare, chi poté abbandonò Potosì e l’intera zona cadde nell’oblio. Nel 1987, la città fu dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ma – come ha scritto Eduardo Galeano in Le vene aperte dell’America latina – qui non rimasero che i fantasmi della ricchezza di un tempo.

La montagna che mangia gli uomini

Camminando per le strade di Potosì se ne avverte costantemente la presenza, inquietante come la sua storia, e da ogni suo angolo se ne scorge la vetta – poco meno di 4.800 metri. È il Cerro Rico, la montagna che mangia gli uomini. È imponente, rossastro, pieno di fori e abitato da figure, al suo cospetto minuscole, che si affannano a bucarlo e da camion che vanno su e giù per trasportane le sue pietre più preziose.

La zona alta della città è territorio di lavoratori. Circa 6.000 minatori – il numero varia a secondo delle congiunture economiche legate al prezzo dei metalli – sono accampati intorno alla cima del monte e vivono ancora dei suoi resti. Non più solo argento, ma zinco, rame, piombo e stagno. Lavorano in modo artigianale, con strumenti poveri e rudimentali, tramandandosi conoscenze antiche. Il loro è forse il mestiere più terribile del mondo. Non solo per quanto stanca, ma perché uccide. In qualsiasi istante, poiché non esiste sicurezza e non c’è che da affidarsi al Tio – la divinità alla quale i minatori offrono costantemente doni per essere protetti e assistiti dalla fortuna –; e col passare del tempo, perché nelle fauci del Cerro Rico ogni respiro è un passo verso la silicosi.

Le donne non sono benvenute nelle viscere della montagna. A essa possono avvicinarsi solo le palliri, le vedove dei minatori scomparsi che, per sopravvivere, hanno il diritto di raccogliere le pietre, che a volte cadono dai carrelli, nel tragitto tra l’ingresso della miniera e i camion che le trasportano. Si incontrano al mercato, dove, con tutti gli altri lavoratori, si recano per acquistare non solo gli attrezzi loro necessari, ma anche le foglie di coca, elemento indispensabile per lavorare un’intera giornata a quell’altitudine; le sigarette artigianali, che contengono eucalipto e aiutano la respirazione; e l’alcol puro (96°), che si consuma nelle pause del lavoro e consente di resistere in quelle condizioni estreme.

L’ingresso per l’inferno

Degli oltre 500 fori aperti, nei secoli, nel Cerro Rico, ne visito alcuni accompagnato da una guida e da un gruppo di minatori. A dispetto del gran caldo che c’è fuori, dopo alcune centinaia di metri, la temperatura scende sotto lo zero. Diverse stalattiti ostacolano il percorso, mentre l’acqua, in alcuni punti, giunge fino alle caviglie ed entra negli stivali logori. Proseguendo, alle zone più facilmente percorribili, che si trovano all’inizio, se ne alternano altre in cui bisogna camminare quasi inginocchiati, poiché i cunicoli, alti poco più di un metro, diventano sempre più piccoli e angusti. Se ci si ferma, prende il sopravvento lo sgomento. Eccetto il flebile chiarore emesso dalla lampada sistemata sul casco, tutt’intorno vi è il buio più totale e ci si sente immersi in un silenzio assoluto. Silenzio interrotto bruscamente solo dal passaggio dei carrelli, pesanti una tonnellata, colmi di minerali raccolti e trascinati, lungo le rotaie divenute quasi inservibili col passare degli anni, da quattro lavoratori per volta. In questi casi, bisogna muoversi con attenzione, cercando corridoi laterali o spingendo, più che si può, il proprio corpo contro il muro per facilitarne il passaggio.

Si cammina ancora e, in pochi minuti, la temperatura sale vertiginosamente. Ora è oltre i quaranta gradi. L’escursione termica è micidiale. La terra sotto i piedi non è più bagnata, ma arida. L’aria si fa pesante; manca l’ossigeno. La polvere è dappertutto, la si respira e ti entra negli occhi. Bisogna andare oltre, avanzare di qualche decina di metri, fino al fondo, dal quale, adesso, si sentono forte dei rumori. Qui ci sono i perforisti, quelli che hanno il lavoro più difficile: bucare le mura con il trapano e squarciare le pareti con la dinamite preparata artigianalmente. Lavorano quasi nudi, in condizioni terribili. Alcuni, utilizzando veri e propri ascensori per l’inferno, scendono fino a 240 metri di profondità, in tunnel minuscoli a stento attraversabili con il corpo. Alla ricerca di una vena di zinco, stagno o piombo. Per portarne in superficie il più possibile e poter ricevere la paga settimanale.

Al ritorno, il cammino è lungo. Il freddo penetra le ossa e lo si avverte ancor più che all’andata. E quando finalmente si scorge una luce in lontananza, il pensiero dell’uscita è ritorno alla vita. Sembra trascorsa un’eternità, ma l’orologio è li a ricordare che son passate soltanto tre ore. Il sole forte illumina e riscalda, mentre giungono altri mineros che si accingono a cominciare il loro turno. Nel guardare i loro volti, gentili ma induriti dal lavoro, non ci si può non domandare come sia possibile trascorrere ogni giorno per 30 anni in quell’inferno.

Un’economia semicoloniale

Nei decenni, il numero dei minatori boliviani si è ridotto significativamente ed è oggi pari a 70.000 unità, soltanto l’1,5% della popolazione attiva. Tuttavia, se si considera che producono il 25% delle esportazioni del paese, che, grazie a essi, altri 300.000 lavoratori trovano impiego nei trasporti, nella produzione di macchinari e nel commercio, e che costituiscono una delle punte più combattive del proletariato dell’America Latina, si comprende perché rappresentino ancora una componente essenziale della vita economica e sociale del paese più povero del sub-continente.

Nonostante la Bolivia sia il settimo produttore mondiale di argento e di piombo, la sua economia è ancora caratterizzata dalla mancanza di adeguati mezzi di sussistenza. Il 90% dei minatori lavorano, privi di diritti e di sicurezza sociale, in cooperative. Queste, però, realizzano solo il 20% delle estrazioni e il settore è fortemente controllato dalle multinazionali straniere: l’impresa giapponese San Cristóbal gestisce non solo l’85% del mercato del piombo, ma – assieme alla svizzera Sinchi Wayra – l’85% dello zinco e – sempre con la Sinchi Wayra e con la statunitense Panamerican Silver – anche il 75% delle estrazioni d’argento.

Questa presenza non ha generato alcun miglioramento per la ricerca, prova ne è il fatto che la maggior parte delle miniere utilizzate sono le stesse del periodo coloniale. Nulla è cambiato circa le infrastrutture, visto che il trasporto dei minerali avviene ancora sulla vecchissima rete ferroviaria costruita nel 1892. Tantomeno si è proceduti sulla strada dell’autonomia, poiché la Bolivia non raffina che una parte minuscola di argento e piombo e neanche un grammo di zinco. È costretta a limitarsi alla mera esportazione di materie prime, agli stessi stati dove hanno sede le imprese multinazionali che controllano il mercato.

Al paese non restano che le briciole dei numerosi milioni di dollari di ricavo annuale provenienti dal settore, anche perché le imprese straniere pagano solo l’8% di tasse, cifra inferiore non solo al 56% che versava la compagnia di stato Comibol, ma anche al 13,5% ceduto dai famigerati “baroni dello stagno” nei lontani anni Trenta.

A fronte di questa realtà e considerati i danni all’ambiente e la rapina di risorse non rinnovabili, c’è da augurarsi che la Bolivia proceda, senza tentennare, sulla strada della nazionalizzazione. Per mettere fine a un’economia semicoloniale e passare a una fase di modernizzazione ecologicamente sostenibile e rispettosa delle decisioni delle comunità indigene che vivono nei suoi territori.

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Il laboratorio di Karl Marx

Così come è accaduto di nuovo 150 anni dopo, nel 1857, gli Stati Uniti furono teatro dello scoppio di una grande crisi economica internazionale, la prima della storia. Tale avvenimento generò grande entusiasmo in uno dei suoi più attenti osservatori: Karl Marx.

Dopo il 1848, infatti, Marx aveva ripetutamente sostenuto che una nuova rivoluzione sarebbe avvenuta soltanto in seguito a una crisi e, quando questa giunse, si decise a riassumere gli intensi studi condotti dal 1850 presso il British Museum di Londra e a dedicarsi, nuovamente, al progetto di scrivere una critica dell’economia politica. Risultato di questo lavoro furono 8 voluminosi quaderni: i cosiddetti Grundrisse, ovvero la prima bozza de Il capitale.

Dopo quindici anni di assenza, questo importante testo è di nuovo disponibile in libreria (Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, manifestolibri 2012, 60 € – 631 pp.) grazie alla ristampa dell’ottima traduzione, del 1977, di Giorgio Backhaus.

La tarda diffusione

Dopo la morte di Marx, i Grundrisse rimasero per lungo sconosciuti e quando furono dati alle stampe per la prima volta, a Mosca tra il 1939 e il 1941, rappresentarono l’ultimo importante manoscritto marxiano reso noto al pubblico. Tuttavia, la loro pubblicazione, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Per la loro ristampa si dovette attendere sino al 1953.

Essi cominciarono a circolare in Europa soltanto alla fine degli anni Sessanta, quando apparvero, dapprima in Francia (1967-68) e poi in Italia (1968-70), su iniziativa di case editrici indipendenti dai partiti comunisti. La traduzione inglese giunse soltanto nel 1973. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “i Grundrisse sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx e mettono alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”. D’altronde – già un decennio prima – Eric Hobsbawm aveva affermato che “qualsiasi discussione storica marxista che non aveva tenuto conto di quest’opera […] doveva essere riesaminata alla luce di essa”.

Lettori e interpreti

A partire dal 1968, i Grundrisse conquistarono alcuni dei protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un fascino irresistibile tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

Pur con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo, cui potere attribuire piena compiutezza concettuale, e coloro che, invece, li giudicarono come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse (cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche) favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx.

In generale, comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Diversi studiosi videro in questo testo il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle profetiche enunciazioni racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione.

Un testo per il presente

Oggi, a distanza di 150 anni dalla loro stesura, i Grundrisse mostrano la persistente capacità esplicativa del modo di produzione capitalistico da parte di Marx. In essi, il grande ruolo storico del capitalismo, ovvero la creazione di una società sempre più progredita e cosmopolita rispetto a quelle che la hanno preceduta, è perspicacemente delineato assieme alla critica degli ostacoli che esso frappone a un più compiuto sviluppo sociale e individuale. Inoltre, i Grundrisse hanno un valore straordinario perché racchiudono numerose osservazioni (tra queste quelle sul comunismo) che il loro autore non ebbe più modo di sviluppare negli scritti che riuscì a pubblicare in vita (com’è noto, Marx diede alle stampe solo il volume primo de Il capitale).

Se appare probabile che anche le nuove generazioni che si avvicineranno all’opera di Marx subiranno il fascino di questi avvincenti manoscritti, è certo che essi sono ancora molto utili per quanti, nel nostro tempo, vogliano interrogarsi, con serietà, sulle crisi del capitalismo e sulle trasformazioni del presente.

Scheda: I Grundrisse nel mondo

Complessivamente, i Grundrisse sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue. Senza fare riferimento alle tante traduzioni parziali, essi sono stati stampati in circa 500.000 copie: un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, a se stesso e in tutta fretta, gli studi di economia svolti fino al momento della lorostesura.

Essi hanno continuato suscitare interesse anche dopo la caduta del muro di Berlino. Pubblicati in Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000) e in lingua portoghese (Brasile 2011), sono stati l’opera di Marx che ha ricevuto il maggior numero di nuove traduzioni negli ultimi venti anni.

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Ripensare Marx ai tempi della crisi

Marcello Musto, classe 1976, napoletano doc del centro antico, insegna Teoria Politica presso la York University di Toronto. Autore di numerosi saggi e testi relativi a Marx tradotti in varie lingue, è uno degli esperti più accreditati del pensiero marxista.

Ha in programma, fra le ultime iniziative, una serie di conferenze nelle Università dell’America Latina e sta collaborando alla pubblicazione di “Mega 2”, la prima edizione critica tedesca delle opere di Marx, edite e inedite, prevista in 114 volumi. Redattore di più testate di livello internazionale, contribuisce con il suo lavoro e con la pubblicazione di testi “agili di divulgazione” alla riflessione e all’informazione sul pensiero di Marx. Con il testo “Ripensare Marx e i marxismi” pubblicato da Carocci affronta solo la prima parte della biografia intellettuale del pensatore di Treviri. Il testo si inserisce nel rinnovato dibattito che pone di nuovo alla ribalta il Capitale e un Marx troppo frettolosamente gettato alle ortiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. In Giappone riscuote successo la versione manga del Capitale, in Cina sono in corso di traduzione le sue opere complete, in Germania il Capitale è divenuto nuovamente un best seller e dal 5 al 9 luglio si è svolto a Londra il festival “Marxism 2012 – idee per cambiare il mondo”. È un Marx diverso quello proposto da Musto, per nulla accademico, ostile al socialismo di stato, creatore di un metodo aperto ad alleanze politiche e analitiche, legato più alla verità storica dei “fatti” che a una riduzione ideologica. Come in una nuova prospettiva democratica. E qui risiede l’attualità del suo pensiero e il ritornare a parlare di Marx in tempi di “crisi”.

Quando ha iniziato ad interessarsi a Marx?

Da quando ero studente all’Università; desideravo approfondire il suo pensiero, riscoprirlo, “ripulirlo” da ogni pregiudizio, liberarlo dalle ingiustizie compiute nei suoi confronti, senza osannarlo – errore compiuto da molti autori dogmatici – ma cercando di analizzare criticamente il suo percorso teorico.

Cosa avvicina di più Marx alla contemporaneità?

Sono tanti i punti di contatto. Quello di più stringente attualità riguarda il capitalismo e la sua crisi. Dopo la caduta del muro di Berlino, interrotti gli studi sul suo pensiero, si ritorna a riflettere su di lui durante la crisi finanziaria del 2008. Non a caso i maggiori quotidiani conservatori in Germania hanno pubblicato, proprio a partire dalla fine del 2007, gli articoli di Marx del 1857, per le innumerevoli convergenze e similitudini con l’attualità del momento. Poche biografie infatti ricordano che Marx è stato giornalista per un ventennio e per 12 anni il corrispondente dall’Europa del più diffuso quotidiano americano, il New Tribune, che vendeva più di 200mila copie al giorno. Testimone di tanti avvenimenti importanti, lo fu anche della prima grande crisi finanziaria, quella del 1857 appunto. Questa esperienza confermò al nostro autore il carattere ciclico e strutturale delle crisi, ma anche l’inconsistenza dell’idea di un mercato pensato come sistema razionale. Il mercato è “anarchico”.

Cosa vuol dire mercato anarchico?

Marx dice: “ Gli economisti che spiegano la crisi come l’eccesso di forme del capitalismo, assomigliano a quei filosofi -oggi scomparsi- che dicevano che la febbre è la causa di ogni malattia”. Non esiste il mito del mercato sempre autoregolato, non si legge questo dato neppure negli economisti classici, come Smith e Ricardo. In tempi di crisi il mercato non si autoregola, come nei tempi di espansione, anzi nella crisi il capitalismo distrugge e attraverso la distruzione cancella le forme di conquiste sociali che il mondo del lavoro compie.

Se volessimo tradurre in pratica i suoi insegnamenti, quale sarebbe la chiave di volta per superare la crisi?

Marx scrive il Capitale nel ’77 e dopo 5 anni nell’edizione francese già modifica alcune cose. Voglio dire che occorre apprendere il “metodo” marxiano. Il tema più importante è il “rapporto fra la sfera politica e la sfera economica”, non abbastanza al centro dei dibattiti politici perché se lo fosse sarebbero consequenziali interventi incisivi e modificanti. C’è molto in Marx sul rapporto economia/politica, della politica svuotata del suo peso, del meccanismo che trasferisce alla sfera economica la responsabilità delle decisioni. Pagine che possono descrivere l’oggi, il predominio non democratico dell’economia, della Banca Europea, delle scelte tecniche che poi non sono solo economiche ma politiche.

La sua rilettura di Marx come è stata accolta dai teorici vecchio stampo e dai giovani?.

Nell’ultimo libro che ho pubblicato mi confronto con colleghi di vari Paesi sulla “ricezione” di Marx. L’accoglienza è diversa. In America e nel mondo anglosassone, per esempio, esiste un interesse di carattere intellettuale: non essendoci un movimento operaio in senso classico non c’è cittadinanza politica di alcune idee. I giovani poi sono confusi e i movimenti come gli indignados o gli occupied street sono deboli teoricamente, vivono i fenomeni e Marx lo conoscono poco, di rimando. Il libriccino che ho pubblicato sull’alienazione semplice e veloce nella lettura ha questo scopo: divulgare, parlare del metodo di Marx.

E chi è più a destra, come ha reagito al suo lavoro?

Ho avuto diversi riscontri. Anche da Hobsbawm – 94 anni – un grande storico, autore di Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Spesso mi hanno invitato in ambienti conservatori e il libro è stato tradotto anche in giapponese; penso che chi è dell’altra sponda abbia meno pregiudizi e abbia fatta sua di più l’idea di un Marx incompiuto, critico e autocrito.

A quale progetto sta lavorando?

Marx ha scritto: “Non voglio scrivere ricette per l’osteria dell’avvenire come i positivisti o gli utopisti, voglio spiegare al capitalismo che sarà poi l’emancipazione dei lavoratori a cambiare le cose”. E nei Manoscritti dà indicazioni di come non doveva essere la società, il Post-modernismo. Sto cercando di sistemare in maniera rigorosa le sue indicazioni sul socialismo, sul post capitalismo e dimostrare come la sua critica ai socialismi esistenti al suo tempo si può in parallelo riportare per i movimenti presenti oggi. Proudhon è la banca equa e solidale, il socialismo di Stato è la Cina di oggi e la Russia di ieri. Sto studiando poi i manoscritti preparatori del Capitale, la seconda parte della sua vita, quando guarda all’India, alla Cina e fa distinguo importanti della varie società. Temi di grande attualità.

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La seconda vita di Karl Marx

Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.

Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale.

Nuovi sentieri per la ricerca

Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la MEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.

Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci. Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l’immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l’esigenza di dedicare le sue energie in studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi.

Diverse interpretazioni consolidate dell’opera di Marx vengono, così, rimesse in discussione. Le cento pagine iniziali de L’ideologia tedesca (testo molto dibattuto nel Novecento e da tutti considerato pressoché terminato) sono state pubblicate, per la prima volta, in ordine cronologico e nella veste originaria di sette frammenti separati. Si è scoperto che essi erano, in realtà, degli scarti delle sezioni, del libro in cantiere, dedicate agli esponenti della Sinistra hegeliana Bauer e Stirner. La prima edizione del testo, stampata a Mosca nel 1932, ma anche le numerose e successive versioni, che non ne variarono di molto la sostanza, crearono, invece, l’errata impressione che il cosiddetto “capitolo su Feuerbach” rappresentasse la parte principale del libro scritto da un Giano bifronte (Marx ed Engels), nel quale – secondo gli studiosi sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo il marxista francese Althusser – era stata partorita niente meno che “una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell’opera di Marx”.

Ulteriore motivo di interesse di questa edizione è l’avanzamento nella distinzione tra la concezioni di Marx e quella di Engels. Passaggi precedentemente ritenuti del tutto unitari vengono letti in modo differente. La frase considerata da diversi autori come una delle principali descrizioni della, irrealizzabile, società post-capitalistica secondo Marx (“la società comunista […] regola la produzione in generale e […] mi rende possibile il fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare”), va completamente riconsiderata, poiché, in realtà, si è compreso che si tratta di una frase del solo Engels (ancora influenzato dalle idee degli utopisti francesi), del tutto respinta da Marx.

I tomi della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus marxiano. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati pubblicati ben 4 volumi, contenenti tutti i manoscritti mancanti dei Libri Secondo e Terzo de Il capitale – lasciati, com’è noto, incompleti da Marx. La stampa di questi testi consente di ricostruire l’intero processo di selezione, correzione e composizione svolto da Engels (diverse migliaia gli interventi – cifra inimmaginabile fino a pochi anni fa), nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894. Oggi si può, dunque, valutare dove egli apportò consistenti modifiche e dove, invece, rispettò più fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo con chiarezza, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca e non possono essere considerati come i lavori finali di una teoria economica sistematica e conclusa (inclusa la celebre “legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto”).

Non solo un classico

Credere di poter relegare Marx alla funzione di classico imbalsamato, al campo degli specialismi dell’accademia, costituirebbe, però, un errore altrettanto grande di quello commesso da coloro che lo trasformarono nella fonte dottrinaria del “socialismo reale”.

Le sue analisi sono più attuali che mai. Quando Marx scrisse Il capitale, il modo di produzione capitalistico era ancora in una fase iniziale del proprio sviluppo. Oggi, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e alla sua espansione geografica in nuove aree del pianeta (in primis la Cina), esso è divenuto un sistema compiutamente globale – che invade e condiziona tutti gli aspetti (non solo quelli economici) della vita degli esseri umani – e le riflessioni di Marx si rivelano più feconde di quanto non lo fossero al suo tempo.

Dopo vent’anni di lodi incondizionate alla società di mercato, pensieri deboli subalterni e vacuità post-moderne, poter ritornare a guardare l’orizzonte sulle spalle di un gigante come Marx è una notizia positiva per tutti quelli che sono impegnati nella ricerca, politica e teorica, di un’alternativa democratica al capitalismo.

Scheda 1: La MEGA²

La nuova edizione tedesca (Marx-Engels Gesamtausgabe) si articola in quattro sezioni: la prima comprende le opere e gli articoli; la seconda Il capitale e tutti i suoi manoscritti preparatori; la terza l’epistolario; e la quarta i quaderni di estratti. Dei 114 volumi previsti, ad oggi ne sono stati pubblicati 58 (18 dalla ripresa avvenuta nel 1998), ognuno dei quali comprende un amplio apparato critico.

La traduzione italiana (Marx Engels Opere – Editori Riuniti), iniziata nel 1972 e basata sull’edizione tedesca del 1956-68, venne interrotta nel 1990, quando erano stati dati alle stampe solo 32 dei 50 volumi programmati. Di recente le case editrici Edizioni Lotta Comunista e La Città del Sole hanno pubblicato alcuni dei 18 tomi rimanenti.

Scheda 2: Marx oggi nel mondo

Dopo 20 anni di silenzio, si ritorna a scrivere e parlare di Marx in molti paesi. Nel mondo anglosassone sono tornati di moda riviste, convegni e corsi universitari a lui dedicati. In Germania Il capitale è divenuto nuovamente un best seller, mentre in Giappone ha riscosso grande successo la sua versione manga. In Cina è in corso di stampa una nuova mastodontica traduzione (dal tedesco e non – come avvenuto in passato – dal russo) delle sue opere complete e vengono ora pubblicati anche i principali lavori dei “marxisti occidentali”. In America latina, infine, una nuova domanda di Marx è ripresa anche dal versante politico.

Scheda 3: In libreria

Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Manifestolibri 2012 (60 € – 631 pp.)

Inventare l’ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune a Parigi, Alegre 2011 (22 € – 300 pp.)

L’alienazione, Donzelli 2010 (7 € – 128 pp.)

Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet 2010 (12 € – 136 pp.)

Il capitalismo e la crisi, Derive e Approdi 2009 (15 € – 176 pp.)

Quaderni antropologici, Unicopli 2009 (15 € – 314 pp.)

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Antonino Infranca, Critica marxista

Ripensare Marx

Non c’è più alcun dubbio che l’attuale crisi del sistema capitalistico ha fatto tornare di grande attualità la “critica roditrice” del più radicale nemico del capitalismo, cioè Karl Marx.

Il ritorno di interesse, dopo la caduta dei regimi del socialismo reale, è adesso più libera e più oggettiva, perché la ricerca su Marx non è più legata alla obbligatoria difesa pregiudiziale e ad oltranza di quegli odiosi sistemi politici.

Anche in Italia l’interesse verso Marx è forte ed è coltivato da studiosi di grande merito. Uno di questi è Marcello Musto, che come tanti meritevoli ricercatori italiani è stato costretto ad emigrare, è infatti professore di Teoria Politica presso la York University di Toronto. Adesso ha raccolto parte dei suoi saggi sparsi tra riviste e volumi in un libro Ripensare Marx e i marxismi (Roma, Carocci, 2011, pp. 373) che anticipa una biografia intellettuale di Marx.

Come hanno sostenuto Lukács e Dussel, e come afferma lo stesso Musto «la ricerca su Marx present[a] ancora tanti sentieri inesplorati e che egli, diversamente da come è stato spesso affermato, non sia affatto un autore sul quale è stato già detto o scritto tutto» (p. 15), anche perché non tutto è stato pubblicato. Ci sono ancora centinaia di pagine di inediti, spesso censurate dal regime sovietico, che possono ancora riservare interessanti sorprese sia per gli studiosi di Marx, sia per i suoi critici. La nuova edizione della Marx Engels Gesamtausgabe, che è ancora lungi dall’essere terminata – sono apparsi 58 volumi dei 114 previsti – è uno degli argomenti del libro di Musto (cfr. pp. 189-224). Musto ricostruisce la storia delle pubblicazioni di Marx con rigore e precisione dettagliate, rendendola avvincente come una narrazione romanzata, rivelando doti di chiarezza stilistica non comuni in un filosofo.

Per motivi di spazio mi devo limitare a due soli argomenti dei tantissimi, e tutti interessanti, contenuti nel volume di Musto. Innanzitutto lo stile intellettuale di Marx appare chiaramente quello di uno studioso incapace di dare limiti definiti alla propria ricerca. Marx inseguiva continuamente la notizia più recente, la riflessione altrui più avanzata, senza essere capace di arrivare alla sintesi definitiva. A questa irrefrenabile ricerca si univa un perfezionismo dello stile, che Marx perseguiva come una chimera, nonostante fosse dotato di una chiarezza e brillantezza stilistica rara nella storia della filosofia. In pratica ha pubblicato pochissimo delle migliaia di pagine di appunti, riflessioni, teorie che era stato capace di raccogliere. Questo è motivo, insieme alla ponderosità dei suoi scritti, per cui la sua opera è ancora poco conosciuta, l’altro è la difformità delle sue riflessioni e previsioni rispetto a quanto aveva realizzato il regime sovietico, che ritenne più conveniente rallentare e, per qualche periodo, interrompere la pubblicazione delle sue opere inedite. Paradossalmente la caduta di quel regime e la crisi attuale ridanno slancio all’interesse verso Marx. Anche perché una delle caratteristiche del suo metodo di studio «aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo» (p. 143). Se il metodo di Marx, quindi, permette di cogliere nelle sue analisi gli sviluppi futuri del modo di produzione capitalistico, oggi si riesce ad intravedere in quelle stesse analisi i caratteri tipici della crisi attuale. Per fare un rapido esempio, le analisi marxiane della finanza mondiale e della, allora incipiente, globalizzazione sono oggi confermate.

Il metodo di Marx di impadronirsi delle idee altrui riscrivendole, facendole proprie con la penna, trasferendole sempre sul piano concreto della storia, gli permetteva di cogliere la complessità dei fenomeni sociali e, allo stesso tempo, la semplicità della loro struttura logica, diciamo che andava dal fenomeno ultimo al principio dominante, presente in tutta la dinamica socio-economica. Per dirla con le parole di Musto: «L’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti» (p. 142). Tale metodo è l’esatta inversione del metodo hegeliano, che possedendo una struttura logica, assumeva a questa tutti i rapporti storici concreti. In tal modo è mostrato quanto Marx abbia effettivamente rovesciato la dialettica hegeliana, dandole quel senso storico che in Hegel si intravedeva appena.

«Con l’utilizzo del concetto hegeliano di totalità, egli [Marx] aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali» (p. 129). In pratica era la filosofia a fornire a Marx maggiore comprensione della realtà economica rispetto agli stessi economisti. Questa conclusione di Musto permette di capire quanto occultante sia stata l’interpretazione del marxismo-leninismo sovietico che è stata imposta dalla morte di Lenin fino alla caduta del regime sovietico. Il danno consisteva nel fatto che «la teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori» (p. 195). Non fosse solo per questo aspetto devastante e sclerotizzante che possiamo rallegrarci della caduta del regime sovietico, c’è anche la buona novella che dagli archivi sovietici sono usciti i manoscritti di quel Marx del XXI secolo che ci riserva ancora tante sorprese.

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Vera Bessone, Corriere Romangna

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Intervista sull’attualità di Marx (Interview)

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I nuovi volti di Karl Marx

I. Il ritorno del “Red Terror Doctor” e la nuova MEGA
Se la perpetua giovinezza di un autore si fonda sulla sua capacità di sapere invecchiare, ovvero di preservare nel tempo la qualità di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù. Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori, liberali e socialdemocratici ne avessero quasi unanimemente decretato la definitiva scomparsa, in poco tempo, e con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Al cospetto della crisi economica scoppiata nel 2008 e delle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare l’autore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi quattro anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche di tutto il mondo hanno celebrato le previsioni esposte ne Il capitale e negli articoli giornalistici che Marx scrisse per il New-York Tribune, in occasione del panico economico-finanziario del 1857.

Anche gli studi sul suo pensiero, quasi del tutto abbandonati venti anni fa, dopo essere stati per diversi decenni un “genere” di successo, sono ripresi pressoché ovunque, dall’America Latina al Giappone, passando per gli Stati Uniti e l’Europa [1]. I suoi scritti sono stati rispolverati sugli scaffali delle biblioteche; le sue opere ristampate e vendute più di quanto fosse accaduto negli anni Ottanta e Novanta e anche nelle università i corsi e i convegni dedicati a Marx rispuntano come funghi.

Uno degli esempi più significativi di questa vera e propria riscoperta è rappresentato dal proseguimento della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels [2]. Questo progetto, al quale partecipano numerosi studiosi internazionali, riveste grande importanza per la ricerca su Marx. Infatti, una parte dei manoscritti de Il capitale e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è stata pubblicata dopo il 1998 (anno della ripresa) o è tuttora inedita.

La MEGA² si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze di Marx ed Engels (escluso Il capitale); la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori; la terza l’epistolario (4.000 lettere scritte da Marx ed Engels e 10.000 indirizzate loro da terzi – gran parte delle quali edite per la prima volta in questa edizione); la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Quest’ultima sezione comprende i numerosi compendi e appunti di studio di Marx, significativa testimonianza del ciclopico lavoro da lui svolto. Fin dal periodo universitario egli assunse l’abitudine di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il lascito letterario di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto.

Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la MEGA² ne permette, per la prima volta, l’accesso.

II. Ripensare il mito del “giovane Marx”
Gli studi condotti negli ultimi anni a partire dai materiali della MEGA² offrono la possibilità di compiere letture innovative di tappe ancora poco note, o misconosciute, della biografia intellettuale di Marx. Primo e obbligato punto di snodo è quello relativo agli scritti giovanili. La relazione esistente tra le teorie dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e quelle della “maturità”, contenute ne Il capitale, animò una delle principali controversie ermeneutiche e teoriche del marxismo novecentesco. In essa il pensiero marxiano venne schiacciato tra due opposti estremismi. Da una parte vi furono coloro che considerarono i frammenti dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 come il testo di maggior valore di Marx e l’essenza di tutta la sua teoria critica. Dall’altra, viceversa, quanti intesero questo scritto come una tappa priva di alcun significato speciale dell’elaborazione del pensiero di Marx, che non andava neanche considerato parte integrante del marxismo [3].

L’opposizione tra queste due vedute divenne radicale. Attorno alla prima, si strinsero l’ortodossia marxista-leninista e la scuola althusseriana, ovvero i fautori di una concezione del pensiero di Marx decisamente anti-umanistica. In favore della seconda tesi si espresse una realtà più variegata ed eterogenea di autori “revisionisti” o filosofi esistenzialisti, il cui minimo comune denominatore fu il rifiuto del dogmatismo del “comunismo ufficiale” e l’ambizione di rompere la relazione diretta, presunta dai suoi esponenti, tra la politica dell’Unione Sovietica e il pensiero di Marx. Entrambe le parti della contesa operarono degli stravolgimenti del testo. Gli “ortodossi” negarono l’importanza dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, indispensabili, invece, per poter meglio comprendere l’evoluzione e le differenti tappe del pensiero di Marx, sino al punto da escluderli dalle edizioni russa e tedesca delle sue opere complete. Numerosi rappresentanti del cosiddetto “marxismo occidentale”, invece, conferirono a questo schizzo incompleto di un giovane e inesperto studioso di economia politica un valore superiore a Il capitale, opera nata dal lavoro di oltre venti anni di studi e ricerche. I tentativi, filologicamente infondati, di dividere e contrapporre il Marx degli scritti giovanili da quello de Il capitale, attuati tanto dai marxisti “dissidenti”, allo scopo di privilegiare il Marx filosofico, quanto dai marxisti “anti-umanisti”, che parteggiarono per il “Marx maturo” della critica dell’economia politica, concorsero, specularmente, alla creazione di uno dei principali malintesi teorici della storia del marxismo: il mito del “giovane Marx” [4].

Le ricerche dell’ultimo quindicennio offrono nuove basi testuali per correggere la fallacia di questa disputa. Nonostante l’incompiutezza e la forma frammentaria che li contraddistingue, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono letti prestando scarsa attenzione ai problemi filologici in essi presenti. Le tante letture che hanno voluto attribuirvi il carattere di un orientamento concluso, tanto quelle che vi rivelavano la piena completezza del pensiero marxiano, quanto quelle che li indicavano come una concezione opposta a quella della maturità scientifica, sono confutate dall’esame filologico. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non possono essere considerati un’opera, un testo coerente steso in maniera sistematica e preordinata. Disomogenei e ben lungi dal presentare una stretta connessione tra le parti, essi sono, piuttosto, evidente espressione di una concezione teorica in fase di sviluppo. Il modo di assimilare e utilizzare le letture di cui essa si nutriva emerge dalla disamina dei nove quaderni parigini, con oltre 200 pagine di estratti e commenti, pubblicati di recente nella loro interezza [5].

In questi quaderni di estratti sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni critiche. Dal loro confronto con gli scritti del periodo, si evince tutta l’importanza di queste letture (tra queste Jean-Baptiste Say, Adam Smith, David Ricardo e James Mill) per lo sviluppo delle sue idee. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 non sono un’opera a se stante, ma una parte della sua produzione critica che in questo periodo si compone di estratti dai testi che studiava, di riflessioni critiche in merito a questi e di elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta. Separare questi manoscritti dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può facilmente indurre ad errori interpretativi [6].

I Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono pieni di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei. Le osservazioni che Marx sviluppò in essi non scaturirono da un’improvvisa fulminazione, ma rappresentarono il primo risultato di uno studio intenso. Le interpretazioni agiografiche dominanti nel passato, tanto quella di parte marxista-leninista che quella “pro-manoscritti del 1844”, raffigurando il pensiero di Marx con improponibile immediatezza e preordinando un risultato finale in modo strumentale, ne hanno stravolto il cammino conoscitivo presentandone una più povera riflessione. È necessario, invece, ricostruire genesi, debiti intellettuali e conquiste teoriche dei lavori di Marx, evidenziandone la complessità e la ricchezza.

Le novità editoriali circa i testi giovanili di Marx riguardano anche l’altro dei suoi principali manoscritti del periodo. La pubblicazione del primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch, anticipazione del volume I/5 della MEGA², previsto per il 2014, ha proposto un’immagine nuova de L’ideologia tedesca [7]. Il volume dato alle stampe in Germania include i sette manoscritti corrispondenti alle parti “I. Feuerbach” e “II. San Bruno” (all’incirca le prime cento pagine dell’opera), ordinati cronologicamente e pubblicati come testi separati. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto e nuove basi testuali vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx.

Diverse e interessanti sono le scoperte emerse. Innanzitutto, Marx aveva progettato di scrivere L’ideologia tedesca non solo con il concorso di Engels, ma anche con quello di Joseph Weydemeyer e Moses Hess. Lo scopo iniziale era quello di produrre un volume collettivo simile agli Annali Franco-tedeschi – la rivista che aveva co-diretto con Arnold Ruge nel 1844, bruscamente interrotta, dopo la stampa del primo numero, per dissidi politici tra i due – dedicato alla critica della Sinistra Hegeliana e del socialismo tedesco. È emerso, inoltre, che tre dei principali manoscritti del cosiddetto “capitolo su Feuerbach” erano, in realtà, degli scarti delle parti dedicate a Bauer e Stirner, preservate da Marx ed Engels per una eventuale sezione su Feuerbach, pianificata solo nel 1846 e poi mai realizzata. La prima edizione sovietica del 1932 e tutte le successive versioni del testo (che apportarono solo lievi modifiche all’edizione data alle stampe a Mosca), crearono, invece, l’errata impressione dell’esistenza di un capitolo iniziale su Feuerbach e che esso rappresentasse la parte principale dello scritto di un Giano bifronte (Marx ed Engels), nella quale – secondo i marxisti sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo Althusser – era stata concepita “una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell’opera di Marx” [8].

Ulteriore motivo di interesse di questo volume è l’accurata distinzione posta in essere tra le parti del manoscritto redatte da Marx o da Engels, contribuendo, in alcuni casi, a stabilire se e quanto il testo de L’ideologia tedesca letto per decenni corrisponda davvero alle concezioni di Marx di quel periodo. Si è reso così possibile intendere correttamente passaggi erroneamente considerati, fino a oggi, legati da continuità. Valga come esempio, il brano che contiene la celebre descrizione della società post-capitalista, ritenuto da diversi autori, molto ingenuamente o in cattiva fede (si cerchino, invece, le tante preziose indicazioni disseminate nei manoscritti de Il capitale o negli indirizzi dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori) come una delle principali indicazioni testuali, cui riferirsi, per comprendere le caratteristiche della società comunista. Esso va completamente riconsiderato, poiché la giusta assegnazione delle parole di Marx, riportate di seguito in grassetto, si rivela decisiva per la corretta interpretazione del testo:

«[nella società capitalistica] appena il lavoro comincia a essere diviso, ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e della quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico critico, e tale deve restare se non vuole perdere i mezzi per vivere. Viceversa, nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione in generale e, appunto, in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

Grazie a questo lavoro di discernimento, si è riusciti a comprendere che questo brano, lungi dall’essere la descrizione del modello di società comunista prefigurato da Marx, sia, in realtà, un passaggio del solo Engels. I suoi riferimenti al «cacciatore», al «pescatore» e al «pastore» non erano altro che un’imitazione delle idee utopistiche di Charles Fourier, alle quale Marx si era sempre opposto. È verosimile, dunque, che quando egli lesse questa parte del manoscritto redatta da Engels, invece di cancellarla, la rigettò umoristicamente e, burlandosi dell’amico, aggiunse alle tre figure da lui utilizzate anche quella del «critico critico», inventata poco tempo prima nell’opera La sacra famiglia. Critica della critica critica, in occasione della polemica contro Bruno Bauer, e che di certo non avrebbe potuto rappresentare per Marx l’esempio più adatto per descrivere l’attività degli individui della società comunista [9]. L’importanza di una rigorosa analisi filologica dei frammenti dei manoscritti giovanili di Marx risulta, dunque, decisiva anche per L’ideologia tedesca.

Sottolineare l’indubbia importanza di questo testo e dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, per meglio intendere l’elaborazione del pensiero di Marx, non può comportare il sottacere gli enormi limiti di questi manoscritti giovanili. Essi forniscono indizi rilevanti sull’origine del suo percorso, ma un’enorme distanza li separa dai temi e dall’elaborazione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, redatti a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Diversamente dalle interpretazioni che hanno proposto l’esistenza e la superiorità filosofica di un Marx “giovane”, e da quelle che hanno forzatamente voluto scorgere una cesura teorica nella sua opera, gli scritti giovanili – anche sulla base delle nuove acquisizioni filologiche – vanno considerati come importanti tasselli, anche se soltanto iniziali, della teoria marxiana. Le prime tappe di un progetto teorico capace di stimolare, ancora oggi, nuove generazioni di militanti e studiosi.

III. Gli studi di economia e di politica degli anni Cinquanta
Poco dopo la pubblicazione della Miseria della filosofia. Risposta alla “Filosofia della miseria” di Proudhon, Marx sospese gli studi di economia politica per dedicare tutte le sue energie al sostegno del movimento rivoluzionario sorto in Europa nel 1848. Il periodo intercorso tra il suo arrivo (autunno del 1849) a Londra, dove fu costretto a riparare in esilio in seguito alla vittoria delle forze della reazione, e la stesura dei Grundrisse (1857-58) è stato, per lungo tempo, uno dei capitoli meno conosciuti della biografia intellettuale di Marx [10] e, solo oggi, grazie alle pubblicazioni della MEGA², risulta più semplice da ricostruire.

Nel corso di questi anni, durante i quali egli aveva dovuto sospendere le sue ricerche, si erano succeduti significativi eventi economici – dalla crisi del 1847 alla scoperta dell’oro in California e Australia – che, per la loro rilevanza, fecero ritenere indispensabile a Marx intraprendere nuovi studi. Le letture svolte furono sintetizzate in 26 quaderni di estratti, 24 dei quali, redatti tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853 e contenenti anche compendi di testi afferenti discipline non economiche, vennero da lui numerati in quelli che sono noti oggi agli specialisti come Quaderni di Londra. Questi studi risultano di grande interesse, poiché documentano un periodo di notevole sviluppo dell’elaborazione di Marx, durante il quale egli riepilogò le vecchie conoscenze e, attraverso lo studio approfondito di decine di nuovi volumi svolto presso la biblioteca del British Museum di Londra, acquisì ulteriori significative nozioni per l’opera che intendeva scrivere (e che al tempo chiamava la sua “Economia”).

I Quaderni di Londra possono essere suddivisi in tre gruppi. Nei primi sette quaderni (I-VII), redatti tra il settembre del 1850 e il marzo del 1851 e comprendenti estratti, tra le numerose opere consultate, da Una storia dei prezzi di Thomas Tooke e dalla Ricchezza delle nazioni di Smith [11] , Marx si concentrò sulla storia e le teorie delle crisi economiche e dedicò grande attenzione al rapporto tra la forma di denaro, il credito e le crisi, al fine di comprendere le cause originarie di queste ultime. Diversamente da quei socialisti a lui contemporanei, ad esempio Pierre-Joseph Proudhon, i quali erano certi che le crisi economiche potessero essere evitate mediante la riforma del sistema del denaro e del credito, Marx, viceversa, giunse alla conclusione che, per quanto il sistema creditizio ne fosse una loro condizione, le crisi potevano solo essere aggravate o migliorate da un uso sbagliato o corretto della circolazione monetaria, mentre le loro cause andavano ricercate nelle contraddizioni della produzione.

Al termine di questo primo gruppo di estratti, Marx riassunse le proprie conoscenze in due quaderni, cui non assegnò la numerazione della serie principale, che intitolò Oro monetario. Il sistema monetario perfetto [12] . In questo manoscritto, redatto nella primavera del 1851, che può essere considerato come la sua prima elaborazione autonoma della teoria del denaro e della circolazione, egli ricopiò, e talvolta accompagnò con un proprio commento, i brani più significativi sulla teoria del denaro delle maggiori opere di economia politica.

Marx tornò a studiare ancora una volta i classici del pensiero economco dall’aprile al novembre del 1851, quando compilò quello che può essere considerato come il secondo gruppo (quaderni VIII-XVI) dei Quaderni di Londra. Tra essi figurano importanti estratti da Un’inchiesta sui principi di economia politica di James Steuart e dai Principi di economia politica di Ricardo. Proprio questi ultimi, redatti durante la composizione di Oro monetario. Il sistema monetario perfetto, costituiscono la parte più importante dei Quaderni di Londra, poiché sono accompagnati da numerosi commenti critici. Fino alla fine degli anni Quaranta, Marx aveva essenzialmente accettato le teorie di Ricardo, mentre, da questo momento, attraverso un nuovo e approfondito studio delle sue tesi sulla rendita fondiaria e sul valore, ne maturò un parziale superamento. In questo stesso periodo, egli si cimentò anche con la chimica agraria (guidato dalla relazione che questa disciplina aveva con gli studi sulla rendita fondiaria) e rivolse il suo interesse anche al dibattito sulla teoria della popolazione di Thomas Robert Malthus, in particolare mediante la lettura del libro I principi della popolazione del suo oppositore Archibald Alison; allo studio dei modi di produzione precapitalistici, come risulta dagli estratti dai testi Economia dei romani di Adolphe J. C. A. D. de la Malle e dai testi Storia della conquista del Messico e Storia della conquista del Perù di William H. Prescott; ed al colonialismo, soprattutto attraverso il testo Lezioni sulla colonizzazione e sulle colonie di Herman Merivale [13] . Infine, nell’autunno del 1851, egli estese il campo delle sue ricerche anche alla tecnologia, dedicando grande spazio al libro Storia della tecnologia di Johann H. M. Poppe.

Il terzo ed ultimo gruppo (quaderni XVII-XXIV, ad oggi ancora inediti) dei Quaderni di Londra fu redatto dall’aprile del 1852 all’agosto del 1853. In essi, Marx si occupò soprattutto delle diverse fasi di sviluppo della società, dedicando gran parte dei suoi studi ad argomenti storici, legati principalmente al medioevo europeo, all’India (oggetto di diversi articoli nello stesso periodo per il New-York Tribune), e alla storia della letteratura, della cultura e dei costumi. Anche questi studi svolsero una funzione importante nello sviluppo delle sue idee. È possibile, infatti, che proprio la lettura della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, compendiata in uno dei suoi quaderni nel 1852, possa aver stimolato le riflessioni dell’Introduzione del 1857 sul rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo economico-sociale e quello delle forme della coscienza (rigido parallelismo adottato, invece, da molti marxisti): «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con l’ossatura […] della sua organizzazione» [14].

Accanto ai Quaderni di Londra, altri due gruppi di estratti contribuiscono a ricostruire le ricerche svolte da Marx nel corso degli anni Cinquanta. Il primo, realizzato tra il settembre del 1853 e il gennaio del 1855 e recentemente pubblicato [15] , contiene nove voluminosi quaderni, redatti nello stesso arco temporale di due importanti serie di articoli per il New-York Tribune: quelli contro il futuro primo ministro inglese Lord Palmerston e quelli su La Spagna rivoluzionaria. Quattro di questi taccuini raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia, indispensabili per il suo primo obiettivo, mentre altri cinque sono esclusivamente dedicati alla Spagna e mostrano con quale intensità Marx ne avesse esaminato la storia politico-sociale e la cultura. Suscitano, inoltre, particolare interesse gli appunti dal Saggio sulla storia della formazione e del progresso del terzo Stato di Augustin Thierry. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui Marx attinse e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzò tali letture per la stesura dei suoi articoli.

Il secondo gruppo di quaderni, compilato tra l’ottobre del 1857 e il febbraio del 1858 e attualmente in lavorazione in Giappone, comprende tre taccuini denominati I libri della crisi. Grazie a essi, è possibile correggere l’interpretazione di matrice hegelo-marxiana, poi divenuta convenzionale, di un Marx concentrato, al tempo dei Grundrisse, sullo studio della Scienza della logica di Hegel, della quale – si scrisse – cercava di ricopiarne la struttura per la propria opera. A quel tempo, in realtà, egli era molto più preoccupato per gli eventi empirici legati alla prima crisi finanziaria internazionale, a lungo prevista e auspicata, e ciò è incontrovertibilmente comprovato dalle centinaia di pagine da lui compilate ne I libri della crisi [16] . A differenza degli altri estratti sino ad allora realizzati, in questi quaderni Marx non eseguì compendi dalle opere di economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

IV. Il capitale e i suoi manoscritti preparatori
Le acquisizioni filologiche della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus marxiano. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati pubblicati numerosi volumi contenenti tutti i manoscritti preparatori del secondo e del terzo libro de Il capitale, lasciati, com’è noto, incompleti da Marx. I due nuovi volumi relativi al Libro secondo [17] comprendono il testo finale ricopiato in bella copia per la stampa da Engels e i suoi sette manoscritti originari, redatti da Marx tra il 1868 e il 1881. In presenza di diverse stesure e non avendo ricevuto alcuna indicazione da Marx circa i criteri con cui selezionare la versione da pubblicare, Engels impiegò molte energie per mettere insieme la versione da pubblicare. Egli si ritrovò con del materiale dallo

«stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, definizioni tecniche inglesi e francesi, spesso intere frasi e anche pagine in inglese; pensieri buttati giù nella forma in cui man mano si sviluppavano nella mente dell’autore […], chiusa dei capitoli con un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti» [18]

e dovette, così, operare alcune difficili scelte editoriali. I curatori di questi volumi della MEGA² hanno valutato che gli interventi eseguiti da Engels al Libro secondo ammontano a circa cinquemila, una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta. Le modifiche consistono in aggiunte e cancellazioni di passaggi di testo, cambiamenti della sua struttura, inserimento di titoli di paragrafi, sostituzioni di concetti, rielaborazioni di alcune formulazioni di Marx e traduzioni di parole adottate da altre lingue. I libri della seconda sezione della MEGA², dunque, consentono di ricostruire l’intero processo di selezione, composizione e correzione dei manoscritti marxiani e di stabilire dove Engels apportò le sue maggiori modifiche e dove, invece, potè rispettare fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo con chiarezza, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca.

L’uscita di un nuovo volume di manoscritti relativo al Libro terzo de Il capitale [19] (45 dei 51 testi inclusi in questo tomo sono stati dati alle stampe per la prima volta), l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia [20].

Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le sue migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [21] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa (inclusa la celebre “legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto”).

Ciò traspare, con evidenza, se si comparano gli ultimi sei manoscritti di Marx, stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875, con i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Il completamento della seconda sezione della MEGA², ormai prossimo [22] , consente finalmente la certa valutazione critica sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e i limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.

Negli ultimi anni, accanto ai manoscritti de Il capitale, altre pubblicazioni della MEGA² hanno concorso ad ampliare la conoscenza di Marx. Il suo grande interesse per le scienze naturali, fino a pochi anni fa quasi del tutto sconosciuto, traspare dagli appunti di chimica organica e inorganica del periodo 1877-83, di recente pubblicazione [23] , che hanno svelato un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché questi taccuini (uno dei campi meno esplorati della ricerca su Marx) contribuiscono a sfatare la leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che nell’ultimo decennio di vita, avendo del tutto appagato la sua curiosità intellettuale, rinunciò al proseguimento dei propri studi [24] . Le note pubblicate contengono composizioni chimiche, estratti dai libri dei chimici Lothar Meyer, Henry Enfield Roscoe, Carl Schorlemmer e anche notizie di fisica, fisiologia e geologia – discipline che videro fiorire, durante l’ultimo quarto dell’Ottocento, importanti sviluppi scientifici dei quali Marx volle sempre mantenersi aggiornato.

Infine, grazie alla MEGA², è oggi possibile anche consultare virtualmente le biblioteche di Marx ed Engels. In un volume speciale dell’edizione in lingua tedesca [25] è stato compilato un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascuna opera su cui risultano essere stati apposti marginalia e sottolineature (per un totale di 40.000 pagine da 830 testi). Come riferirono quanti vissero a stretto contatto con Marx, egli non considerava certo i libri come oggetti di lusso. Li maltrattava, ne ripiegava gli angoli, li sottolineava al fine di ritrovare, in futuro, i passaggi più significativi. «Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà» [26] , così diceva dei suoi volumi. D’altro canto, egli vi si concedeva con altrettanta dedizione, al punto di autodefinirsi «una macchina condannata a divorare i libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia» [27].

Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per tre decenni al British Museum di Londra –, così come dei suoi commenti in merito agli autori studiati (da Georg W. F. Hegel a Charles Darwin), costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a mettere in luce quanto la sua elaborazione non fu il frutto di una fulminea folgorazione, ma un faticoso processo, denso di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.

V. Che fare di Marx?
Quale Marx emerge, dunque, dalla nuova edizione storico-critica delle sue opere? Se, per molti versi, è possibile distinguere un pensatore differente da quello rappresentato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari, ovvero dalla statua dal profilo granitico che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’Est europeo, lo raffigurava ad indicare il sol dell’avvenire con certezza dogmatica; occorre anche evitare di enfatizzare eccessivamente il valore dei materiali della MEGA². Dopo i Grundrisse – l’ultimo, in termini di pubblicazione, importante e corposo manoscritto che ha contribuito ad arricchire significativamente la comprensione del pensiero marxiano – va affermato, con convinzione, che è sbagliato e fuorviante invocare un “Marx sconosciuto” in occasione della stampa di ogni nuovo inedito [28] . Piuttosto, la MEGA² fornisce, finalmente, le basi testuali per ripensare un “altro Marx”. Non “altro” dalla politica e dalla lotta di classe, bensì radicalmente distinto dall’autore raffigurato come la fonte dottrinaria del “socialismo reale”.

Con eguale determinazione, bisogna dichiarare che una vera riscoperta di Marx si realizzerà solo quando una rinnovata domanda del suo pensiero sarà avanzata anche dal versante politico. E non saranno solamente ristrette cerchie di studiosi a rileggerlo, per ritrovare nei suoi scritti la spiegazione della natura delle crisi odierne, ma una nuova ondata di militanti, lavoratori e studenti, che dovrà tornare a utilizzare criticamente il suo pensiero per la ricerca, politica e teorica, di un’alternativa al capitalismo. È questo, in fondo, la grande sfida per un’autentica Marx renaissance. Parafrasando le parole che Marx pronunciò nella polemica con l’owenista John Weston, «la classe operaia o è rivoluzionaria o non è niente» [29] , si potrebbe affermare che anche il marxismo o continuerà a essere rivoluzionario o non sarà niente. Ovvero, se non sarà capace di scuotere nuovamente le masse, resterà imprigionato nelle ragnatele delle discipline accademiche e imbalsamato nei confini degli angusti spazi politici di gruppi minoritari, marginali e meramente testimoniali.

Marx, oggi, è quasi del tutto sconosciuto alle nuove generazioni e, anche tra gli attivisti dei movimenti mondiali di protesta, le sue teorie sono spesso mescolate e confuse con l’anti-globalismo, il ribellismo iconoclasta di stampo anarchico, concetti neo-proudhoniani (simili a quelli contro cui egli si batté per tutta la vita) del tutto subalterni al capitalismo – quali, ad esempio, il commercio equo e solidale – e la vacuità ideologica di biopolitica, psicoanalisi neo-lacaniana e post-modernismi vari. Stessa sorte tocca a comunismo e socialismo (usati da Marx come sinonimi), teorie associate a realtà statuarie illibertarie o, come nel caso dello slogan “Socialismo del XXI secolo”, ad ambigue e vuote demarcazioni temporali.

Viviamo in un contesto di eclettismo, confusione e debolezza teorica, simile a quello che precedette la diffusione e l’egemonia del Manifesto del partito comunista. Bisogna ripartire dalle fondamenta e una nuova diffusione degli scritti di Marx – tra i compiti odierni della sinistra anticapitalista – è più che mai necessaria. C’è da augurarsi che l’attuale riscoperta di Marx contribuisca a realizzare una nuova opera di popolarizzazione delle sue teorie, evitando, però, di replicare gli errori del passato, ovvero di produrre antologie composte da montaggi di citazioni, nelle quali le intenzioni politiche dei suoi compilatori occultano quelle originarie di Marx.

References
1. In proposito si rimanda a Marcello Musto (ed.), Marx for Today, Routledge, London/New York, 2012. Nella seconda parte di questa pubblicazione – intitolata Marx’s Global Reception Today – sono stati presi in rassegna i principali libri pubblicati su Marx nel mondo dall’anno 2000 a oggi.
2. Sul Marx che emerge dalla MEGA² cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011.
3. Cfr. Louis Althusser, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 65.
4. Da questa contrapposizione nacquero anche i conflitti teorici relativi a quali fossero i vocaboli e i concetti fondamentali del pensiero marxiano, ad esempio materialismo storico versus umanesimo, oppure sfruttamento versus alienazione.
5. Questi estratti si trovano nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, Akademie, Berlin 1998. Nello stesso volume sono stati dati per la prima volta alle stampe anche i sei Quaderni di Bruxelles, redatti da Marx nel 1845 e in cui vi sono le tracce del suo proseguimento nello studio dei concetti basilari dell’economia politica e dell’approfondimento di questioni legate all’uso dei macchinari e della grande industria.
6. In proposito si veda il saggio di Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, in “Rethinking Marxism”, vol. 14 (2002), n. 4: «i suoi manoscritti del 1844 nacquero letteralmente dagli estratti di quel periodo» (p. 33).
7. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in “Marx-Engels-Jahrbuch”, vol. 2003. Questa edizione e i molti articoli critici che l’hanno accompagnata – che hanno avuto una buona circolazione all’interno della comunità internazionale degli studiosi di Marx – sono stati del tutto ignorati nella redazione del volume Karl Marx – Friedrich Engels, Ideologia tedesca, a cura di Diego Fusaro, Bompiani, Milano 2011, basato su una superata versione del testo degli anni Settanta e accompagnato da un’introduzione critica antiquata.
8. Louis Althusser, op. cit., p. 16.
9. Cfr. Terrell Carver, The Postmodern Marx, Pennsylvania State University Press, University Park 1998, pp. 104-7, e, dello stesso autore, The German Ideology Never Took Place, “History of Political Thought”, Vol. 31 (1), Spring 2010, pp. 107-127.
10. Gli scritti più noti di questo periodo sono il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte e gli articoli per il New-York Tribune, nei quali egli scrisse, dal 1851 al 1862, dei principali accadimenti economici, politici e diplomatici.
11. Eccetto i compendi da Smith, inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. März bis Juni 1851, MEGA² IV/8, Dietz, Belin 1986, tutti questi estratti si trovano nel volume Karl Marx–Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. September 1849 bis Februar 1851, MEGA² IV/7, Dietz, Berlin 1983. Le opere di Smith e Ricardo, già lette da Marx in lingua francese nel 1844, furono studiate ora nell’edizione originale in lingua inglese.
12. Karl Marx, Bullion. Das vollendete Geldsystem, in MEGA² IV/8, op. cit., pp. 3-85.
13. Gli estratti da questi testi sono inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Juli bis September 1851, MEGA² IV/9, Dietz, Berlin 1991.
14. Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi. Gli estratti di Marx dall’opera di Sismondi sono ancora inediti e saranno pubblicati nel volume IV/10 della MEGA². Per maggiori indicazioni in proposito cfr. Karl Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica (a cura di Marcello Musto), Quodlibet, Macerata 2010, pp. 114-9.
15. Karl Marx, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855, MEGA² IV/12, Akademie, Berlin 2007.
16. Cfr. Michael Krätke, Marx’s ‘books of crisis’ of 1857-8, in Marcello Musto (ed.), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, Routledge, London/New York 2008, pp. 169-175.
17. Friedrich Engels, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 ,MEGA² II/12, Akademie, Berlin 2005 e Karl Marx, Manuskripte zum Zweiten Buch des “Kapitals” 1868 bis 1881, MEGA² II/11, Akademie, Berlin 2008.
18. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 9.
19. Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des “Kapitals” (1871 bis 1895), MEGA² II/14, Akademie, Berlin 2003.
20. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 10.
21. Ibid.
22. L’uscita dell’ultimo volume mancante, il II/4.3, è prevista per il 2012.
23. Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883,MEGA² IV/31, Akademie, Berlin 1999.
24. Sui progressi teorici dell'”ultimo Marx” si veda Kevin Anderson, Marx at the margins, The University of Chicago Press, Chicago/London 2010.
25. Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels, MEGA² IV/32, Akademie, Berlin 1999.
26.Paul Lafargue, Karl Marx. Ricordi personali, in Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 244.
27. Karl Marx a Laura e Paul Lafargue, 11 Aprile 1868, in Opere, vol. XLIII, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 590.
28. In tale errore sono incorsi negli ultimi anni Enrique Dussel, Un Marx sconosciuto, Manifestolibri, Roma 1999, e Takahisa Oishi, The Unknown Marx, Pluto, London 2001.
29. Karl Marx a Johann Baptist von Schweitzer, 13 febbraio 1865, in Opere, vol. XLII, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 490.

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Alfonso Gianni, Gli Altri

Marx liberato dai marxiani

Il nuovo libro di Marcello Musto (Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci editore, Roma 2011, pp. 373, euro 33,00) appare fin dal titolo come una raccolta di saggi che l’autore, attualmente professore di Teoria Politica presso la York University di Toronto, ha prodotto lungo l’arco di un quinquennio, tra il 2005 e il 2010.

In realtà è molto di più, poiché tra i vari scritti vi è un’intima e rigorosa coerenza. Quella che deriva dallo studio accurato dei materiali, in parte già pubblicati, in parte ancora inediti, che compongono la nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, ovvero la Marx-Engels-Gesamtausgabe, più famigliarmente nota come MEGA2. Su questo immenso lavoro tutt’ora in corso e dalle sue prime risultanze, Musto fonda e trae la convinzione che “la ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati”.

Come si può vedere siamo ben lontani dal semplice inseguimento delle mode intellettuali e iconografiche, che ora riportano in auge la figura di Karl Marx, persino sulle copertine colorate dei tabloid, per non dire delle T-shirt, dopo avergli fatto vincere i sondaggi sul migliore pensatore – Marx non avrebbe amato la qualifica di filosofo – di tutti i tempi. In effetti l’immagine barbuta ma bonaria del Moro si collega immediatamente alla percezione diffusa della gravità strutturale ed epocale della crisi attualmente in corso. Al punto che la sua effige fa concorrenza persino a quella più tradizionalmente popolare tra un pubblico giovanile, come quella del Che, ed aiuta anche a vendere i prodotti che la riportano. Una nuova curiosa legge del contrappasso per chi ha disvelato le leggi dello sfruttamento e dell’alienazione dei meccanismi capitalistici? Oppure la rivincita del “te l’avevo detto!” di fronte a quella che in Europa, e certamente per l’Italia, appare essere una crisi per durata e gravità ben peggiore di quella che sconvolse il mondo negli anni Trenta dopo il crollo di Wall Street?

Non solo questo. Il lavoro di Marcello Musto si inserisce, con ruolo da protagonista, in quel largo movimento intellettuale che in modo particolare a partire dagli anni Novanta, lungo i quali il capitalismo celebrava le magnifiche e progressive sorti della globalizzazione, è ritornato a riflettere sul lascito marxiano, dando vita a importanti contributi di carattere scientifico, anche se per ora sostanzialmente limitati all’ambito accademico. L’hanno giustamente nominato Marx renaissance, ma non vi hanno contribuito solo studiosi marxisti in senso stretto. Va ricordato al riguardo l’importante scritto di Jacques Derrida, Spettri di Marx, dei primi anni Novanta, oppure lo stimolo che ha rappresentato la sfida portata dall’elaborazione di John Rawls a partire dalla sua celebre Teoria della Giustizia, comparsa invece agli inizi degli anni Settanta, pienamente raccolta da quel filone di studi marxiani denominato Marxismo critico, di cui forse il maggiore rappresentante è quel Gerald Cohen, autore di un fortunato e recente pamphlet Socialismo perché no?. Altri hanno vissuto questa nuova stagione di studi non solo come l’impegno a ritornare al pensiero autentico di Marx, ma come l’occasione per andare oltre Marx. Il riferimento all’elaborazione teorica di Antonio Negri e di Michael Hardt è qui evidente e obbligata.

Il compito che Marcello Musto si attribuisce è però diverso. Sulla scorta della ricerca filologica egli si propone innanzitutto di chiarire che cosa Marx ha effettivamente detto, quanto gli può essere attribuito e quanto invece è solo frutto di interpretazioni successive, alcune delle quali erette a interpretazioni ufficiali e autentiche, quando invece erano del tutto opinabili se non vere e proprie manipolazioni del pensiero marxiano a uso e consumo dei regimi e delle culture dominanti che le effettuavano. La distorsione sovietica del pensiero marxiano non è solo confinabile alle celebri discettazioni sul Diamat ovvero sul materialismo dialettico, che tanti danni hanno prodotto anche nel marxismo occidentale, ma anche al modo con cui l’immensa mole dei testi sparsi di Marx e di Engels venne ricomposta ed editata. Lì sta l’origine di errori interpretativi e di dispute viziate da una cattiva conoscenza dei testi e che pure hanno avuto grande eco nella sinistra mondiale.

Basti pensare al mito del “giovane Marx”, ovvero alla convinzione dell’esistenza di due Marx nettamente distinti se non contrapposti: il Marx “umanista” dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Marx della maturità, l“economista” de Il capitale. I materiali che la MEGA2 ci mette oggi a disposizione ci consentono, io credo oltre ogni ragionevole dubbio, di chiudere queste polemiche che vide il fior fiore del marxismo mondiale accanirsi su opposte sponde. C’era chi considerava gli scritti giovanili filosofici di Marx come l’essenza della sua teoria critica – fra questi molti pensatori “revisionisti” animati dalla preoccupazione in sé giusta di separare il marxismo dalla ortodossia sovietica – e chi neppure li considerava come parte integrante del marxismo, come ad esempio Louis Althusser. In realtà fra le due fasi della biografia intellettuale marxiana non vi è frattura né tantomeno contrapposizione, ma il saldarsi di un lungo processo acquisitivo che solo la morte del pensatore di Treviri potè interrompere. Se i Manoscritti del ’44 non possono essere considerati come un’opera sistematica, e neppure la successiva Ideologia tedesca, ma piuttosto il primo delinearsi di una concezione teorica in evidente fase di sviluppo, il Capitale, preparato dai ponderosi Grundrisse, costituisce indubbiamente la summa, il magnum opus, dove quella concezione prende forma senza però rinchiudersi in un sistema rigidamente chiuso e onnicomprensivo.

Questo non solo per il carattere letterariamente incompiuto de il Capitale o per la quantità enorme degli interventi engelsiani nella sua edizione (circa cinquemila solo sul secondo libro) che la MEGA2 permetterà di distinguere dallo scritto originario di Marx, ma soprattutto perché il pensiero di quest’ultimo si presenta intrinsecamente aperto alla nuove conoscenze del mondo. Nulla è più antidogmatico del pensiero marxiano. Non esiste un peggiore tradimento dello stesso che non sia la sua cristallizzazione in forme chiuse. La curiosità intellettuale di Marx era infinita. Per questo attraverso la MEGA2 saranno consultabili anche i libri che Marx leggeva e che annotava a margine. “Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà” diceva il Moro, che a sé stesso attribuiva il ruolo di “una macchina condannata a divorare libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia”.

Per queste ragioni è evidente che il pensiero marxiano non può che soffrire, se la sua rinascenza avvenisse solo in campo accademico. La sfida per un’autentica Marx renaissance, ci dice Marcello Musto, sarà vinta solo quando la ripresa degli studi marxiani si incontrerà nuovamente con la politica – come per molti aspetti fu negli anni Sessanta e Settanta, ovvero prima e dopo il mitico ’68 – e con i movimenti operai e sociali che in diverse parti del mondo, con nuova intensità anche dove è più recente l’omologazione al modo di produzione capitalistico, esprimono l’indignazione nei confronti dei disastri del finanzcapitalismo, per prendere in prestito l’ostica , ma fortunata espressione di Luciano Gallino.

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Una nuova stagione democratica

Ripensare Marx e i Marxismi «Una nuova stagione democratica» Marcello Musto presenta il suo nuovo libro: «Con la partecipazione si cambiano gli indirizzi economici» RIMINI. Verrà presentato oggi alle 17.45, nella Sala del Buonarrivo della Provincia, il libro “Ripensare Marx e i marxismi” (Carocci Editore) di Marcello Musto, docente di Teoria politica all’Università di York, Canada.

Musto sarà intervistato dall’economista Lucio Gobbi. L’incontro è organizzato dall’Istituto Gramsci di Rimini. Professor Musto, non si è già detto e scritto tutto su Marx? In che cosa differisce il pensatore che emerge dal suo libro dalla figura che è stata finora tramandata?

« Marx è stato sottratto al suo contesto storico più di ogni altro autore. È stato piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, e a queste poi assimilato. Critico rigorosissimo, è diventato invece la fonte del più ostinato dottrinarismo. Marx sosteneva ad esempio che “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi”, ma è stato ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vedeva prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Non sono tra coloro che sostengono che si debba parlare di un Marx “sconosciuto” ogni volta che viene pubblicato qualcosa di nuovo, ma da questo lavoro, una lettura libera dalla pressione ideologica pre-1989, emerge un autore che in alcuni punti è molto diverso da quello che l’Occidente ha considerato nei decenni passati, sia per i limiti del marxismo-leninismo, sia per la propaganda maccartista americana. Marx è stato descritto come il diavolo a cui imputare tutti i disastri del Novecento, dipingendolo come difensore dello Stato sovietico, lui che era un convinto assertore dell’aboli zione dello Stato; tramandandolo come teorico della dittatura del proletariato, quando invece usò questa espressione soltanto 12 volte, contando anche le lettere private, e con una connotazione molto diversa a quella che si è data in seguito. Ci tengo a dire che questa lettura di un “altro Marx” non è una lettura del Marx morto, ma di un Marx politico, e di grande attualità, perché oggi ci appare proprio come un autore, se non l’autore, più importante a cui chiedere aiuto in tempi di crisi».

Ma in che modo Marx (e il marxismo) possono essere una chiave per interpretare la crisi economica e finanziaria? E in che modo possono aiutare ad uscirne?

«Le statistiche fornite da ll’Organizzazione internazionale del lavoro parlano chiaro: il numero dei disoccupati nel mondo ha raggiunto i 200 milioni, 27 milioni in più di quelli esistenti prima dello scoppio della crisi nel 2008. Marx, frettolosamente considerato “morto” dopo la caduta del muro di Berlino, è ritornato oggi di grande attualità e la sua analisi critica del capitalismo è stata magnificata da giornalisti e analisti finanziari di tutti i principali quotidiani e settimanali del mondo, progressisti e conservatori. Vi è un abisso tra la sua elaborazione e quella degli economisti che, ai nostri giorni come al suo tempo, individuano le cause della crisi nella speculazione e in L’incontro promosso dall’Istituto Gramsci oggi a Rimini un’eccessiva avidità per il profitto. Marx li paragonava a quei filosofi della natura che consideravano la febbre come la causa di tutte le malattie. Le crisi sono, invece, una parte essenziale del capitalismo, non incidenti di percorso. Non solo e non tanto dovute al l’“ assenza di regolamentazione” del mercato, come ci hanno raccontato, ma un suo momento ciclico e strutturale. È insita nel capitalismo la necessità di distruggere (ba- «Ma il Marx di cui c’è oggi più bisogno – continua Musto – è quello politico. La realtà in cui viviamo parla di un fallimento senza appelli del capitalismo. E davanti a noi c’è il pericolo di una spirale della guerra e della xenofobia. È necessario ripensare un’alternativa, e il pensiero di Marx offre ancora le basi per farlo. Un cambiamento di progresso ed emancipazione sociale non avverrà, però, grazie agli Obama o ad altri leader carismatici, ma soltanto attraverso una nuova stagione di amplia e radicale partecipazione democratica ».

Nella accezione comune, si tende a pensare che politica ed economia siano due cose differenti: la crisi ha reso evidenti i limiti della politica (o del sistema dei partiti) nella risoluzione dei problemi economici, con il conseguente ricorso ai “tecni – ci”. Eppure non dovrebbe essere la politica a indicare la via d’u sc i ta ? La politica ha abdicato al suo ruolo? E come può riappropriarsene?

«Per “ristabilire la fiducia dei mercati” o cc o rr e procedere spediti sulla strada delle “ r i f o r m e strutturali”. È questa la litania che da mesi ci viene riproposta. Ma negli ultimi anni l’espressione “ri – forme strutturali” ha subìto una radicale trasformazione semantica. È divenuta sinonimo di scempio sociale: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’a ssunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. Dunque non riforme (termine che appartiene al lessico socialista), ma nient’a lt ro che la realizzazione dei diktat della Banca centrale europea, ritorno al capitalismo selvaggio dell’Otto – cento». «E un’altra impostura terminologica – spiega Musto – si nasconde dietro le parole “governo tecnico”. Dietro la maschera ideologica dell’apoliticità si nasconde, al contrario, un progetto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. Il trasferimento del potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; la trasformazione di possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi ».

Dunque, come se ne esce? Come si dà il via a «una nuova stagione di amplia e radicale partecipazione democratica »?

«Non credo ci si possa affidare a dei leader politici, o che lo strumento delle primarie possa essere il punto ultimo. C’è bisogno di una stagione democratica, e questa può nascere veramente solo se c’è una partecipazione collettiva, sociale. Bisogna rimettere in circolo le energie. In Francia o in altri paesi come la stessa Grecia qualcosa sta cambiando: se i movimenti tornano a parlarsi tra loro, se finisce la guerra fra poveri, se le critiche al mercato riescono a coagularsi attorno a una piattaforma politica, può rinasce una stagione di mobilitazione, un movimento ampio di partecipazione, fondamentale per poi cambiare gli indirizzi economici ». (vera bessone) sti pensare a quanti “lune – dì neri” della Borsa ci sono stati) per poi accumulare di più. Come? con la disoccupazione, con l’au – mento delle ore lavorative, con la diminuzione dei salari. Un sistema economico anarchico e irrazionale, altro che “equilibrio del mercato”». Il libro; a lato Marcello Musto «Marx è stato piegato da più parti in funzione di necessità politiche» «L’espressione “riforme strutturali” è divenuta ormai sinonimo di scempio sociale»

«Il passaggio di potere dai parlamenti al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo»

_ Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Marx venne considerato un pensatore da destinare all’oblio. La crisi economica internazionale del 2008 ha riportato, invece, nuovamente alla ribalta la sua analisi del capitalismo e le recenti acquisizioni filologiche della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), la nuova edizione storico-critica delle sue opere, hanno offerto agli studiosi nuovi testi che dimostrano la distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi dominanti nel Novecento. Dalla disamina critica e innovativa, realizzata in “Ripensare Marx e i marxismi” emerge un “altro Marx”, un pensatore molto diverso da quello raffigurato, per lungo tempo, da tanti suoi critici e presunti seguaci.

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto

Un teorico ribelle alla gabbia della realtà

Il volume di Marcello Musto da poco pubblicato da Carocci è una cartografia puntuale sulla riflessione e il progetto di ripubblicare tutte le opere di Karl Marx. Con l’obiettivo di sottrarre l’autore del «Capitale» a una lettura accademica

Praticare la chirurgia dei tagli su Marx – ha scritto Maximilien Rubel – significa effettuare l’ablazione di ciò che nel suo pensiero si oppone a ogni marxismo inquisitorio e a ogni comodo liberalismo. In questo assunto, collocato da Marcello Musto in esergo al suo volume Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, pp. 373, euro 33), possono essere riassunte le vicende editoriali, filologiche e politiche che hanno visto protagoniste – per oltre un secolo – le pagine parzialmente edite, o del tutto inedite, dell’opera marxiana. Finalmente sottratto alla conoscenza approssimativa di un testo, di cui a lungo si è conosciuto solo il mito ma non la lettera, oggi Marx sembra tornare a parlare in prima persona.

Musto ne ripercorre l’avventurosa genesi alla luce della nuova edizione delle opere complete – la cosiddetta «Mega 2» che prevede la pubblicazione di 114 volumi. Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, ne segnala almeno tre. Quello ossessionato dalla miseria economica, dalle tragedie familiari e dalle tumultuose vicende politiche che videro la nascita della Prima internazionale, insomma il vissuto storico che molti anni fa nutrì un’enorme quantità di biografie e storie politiche. Oggi questi libri è difficile trovarli persino sulle bancarelle dell’usato.

Musto si sofferma anche sul Marx critico del modo di produzione capitalistico, ricercatore enciclopedico che ne intuì la capacità di sviluppo a livello mondiale, meglio di qualunque altro studioso della sua epoca. E, infine, c’è il Marx teorico del socialismo che, sopresa, aveva tempestivamente ripudiato la possibilità di un «socialismo di Stato» propugnata da Lassalle e da Rodbertus. Alla luce di questo schema, che riporta Marx alla sua lettera e scuote la sua immagine anchilosata da un punto di vista, si direbbe, «libertario», Musto ricostruisce la storia delle «ablazioni» del testo originario di Marx, insieme ad una corretta prospettiva sulla sua opera. Così facendo egli ristabilisce le responsabilità «scientifiche» di Friedrich Engels, co-autore e primo editor di Marx, e non solo dei due volumi inediti del Capitale, diciamo pure le sue intrusioni e incomprensioni praticate sul corpo vivo della lettera marxiana che, in gran parte, il filosofo aveva lasciato in bozze al momento della morte. È a partire dalle responsabilità di Engels che Musto ricostruisce l’ordito di un giallo editoriale e politico.

Già nel 1897 Antonio Labriola scriveva: «Il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati». È come la storia della «lettera rubata» di Edgar Allan Poe: tutti ne parlano, nessuno l’ha letta. E così è stato con Marx. Lo scarso interesse, o la vera incoscienza, del partito socialdemocratico tedesco, i conflitti interni, condannarono i suoi scritti all’oblìo. Furono pubblicati manoscritti, frammenti, opere edite parzialmente, o reinventate all’insegna di un determinismo che poco assomigliava al metodo marxiano. Tutto il resto fu messo nei cassetti.

Non diversamente accadde dopo la rivoluzione sovietica quando a Mosca venne progettata l’edizione completa delle opere, un periplo infinito mai concluso e poi travolto dal crollo del Muro. Nel turbine di queste vicende, la lettura marxiana ha resistito alle purghe staliniane, rimbalzando in tutto il mondo nelle lotte operaie, scomponendosi nelle trame dei «marxismi occidentali», orientali, eretici o umanistici, confluendo in percorsi originali come ad esempio quelli dei Grundrisse «scoperti» prima da Rjazanov negli anni Venti, poi nel 1948 quando Roman Rosdolsky incappò in una copia rarissima di quelli che sono stati anche, ma non solo, i materiali preparatori del Capitale. Nei «Lineamenti fondamentali», Vitalij Vygoskij nel 1965 scoprì le potenzialità inesplorate dell’ultima stagione marxiana: il metodo dell’astrazione reale, della tendenza, il general intellect o l’individuo sociale. Ciò che colpisce in queste vicende è l’approssimarsi ad una verità che sfugge, ma che lascia dietro di sé tracce ponderose, poi tradotte in tutto il mondo. È stato così per i Grundrisse e, prima, per i Manoscritti economici-filosofici.

Pur incompleto, tradotto male, o occultato, Marx è sempre stato uno e molteplice, pensiero in azione e in conflitto con se stesso, opera in corso di definizione, anche editoriale. Restituirlo, come intende fare Musto, alla sua lettera non significa imprigionarne il pensiero in una filologia, come se la lettera rubata di Poe potesse tornare al suo posto. Ed è proprio questa, in fondo, la «verità» che il «marxismo» – quello «ufficiale», terzinternazionalista da Comintern, oppure quello declinato nei vari comitati centrali «occidentali» e «orientali» – non è mai riuscito a rubare a Marx: l’invenzione di un metodo aperto ad alleanze analitiche e politiche, capace di affermare solo una verità storica, geneticamente costituita a partire dalle potenzialità del reale.

Per questa ragione non esiste una sola lettera in Marx, né una sola lettura di Marx, sebbene oggi sia possibile ricostruire il percorso erratico del suo pensiero in volumi curati in maniera impeccabile. La ricostituzione di questo patrimonio permette di spiegare come il marxismo abbia da subito moltiplicato fonti, destinazioni e specificità del suo messaggio e non possa essere riducibile alla storia di un’opera da mettere in un museo. Il fatto che Marx abbia raramente terminato un libro, dedicandosi all’apertura di nuovi cantieri, esplorando infinite connessioni dalle scienze naturali all’economia politica, dalla matematica alla filosofia, dimostra l’eclatante modernità di un’opera-mondo, come anche la sua molteplicità al di là di ogni perimetro «marxista». Non si spiegherebbero altrimenti le alleanze che, nel corso del Novecento, sono state siglate tra i marxismi e le scienze umane, gli strutturalismi, o le teorie critiche, i postcolonial studies, e soprattutto le lotte operaie, anti-coloniali, quelle per la «soggettività» (il femminismo o il queer, ad esempio).

Ci vorranno anni per completare la «Mega 2», ma anche questa è un’occasione per ribadire il gesto di Marx: dislocare l’analisi del capitalismo, e la necessità del superamento di questo sistema polimorfo, al di là di un’unica lettura marxista. Secondo Rubel le disiecta membra dell’opera marxiana ieri hanno autorizzato i deliri stalinisti, e oggi restano esposte alle banalità del liberalismo: il marxismo come sociologia della globalizzazione. A parte il fatto che c’è sempre la libertà di opinione, anche quella di dire idiozie, ma questi sono rischi innocui. Ciò che è più importante è che la morte del comunismo in un solo paese, e il suicidio del neo-liberismo, hanno liberato i marxismi da molti equivoci. E tuttavia aspettiamo ancora le prove che dimostrino la loro capacità di ricavarsi un posto nel mondo per trasformarlo, non per rimpiangere ciò che non è ancora stato.

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Le ragioni della crisi? Interrogate Marx

1. Le misure del governo Monti disegnano un quadro da “ultimi giorni di Pompei” del capitalismo europeo e italiano?

Per “ristabilire la fiducia dei mercati” occorre procedere spediti sulla strada delle “riforme strutturali”. È questa la litania che da mesi ci viene riproposta. Ma negli ultimi anni l’espressione “riforme strutturali” ha subito una radicale trasformazione semantica.

È divenuta sinonimo di scempio sociale: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. Non riforme (termine che appartiene al lessico socialista), dunque, ma nient’altro che la realizzazione dei diktat della Banca Centrale Europea. Ritorno al capitalismo selvaggio dell’Ottocento. Un’altra impostura terminologica si nasconde dietro le parole “governo tecnico”. Dietro la maschera ideologica dell’apoliticità si nasconde, al contrario, un progetto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. Il trasferimento del potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; la trasformazione di possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.

2. Quale potrebbe essere lo scenario economico del Sud nei prossimi anni? Da area depressa a sottosviluppo?

I piani di rilancio economico annunciati nell’ultimo ventennio per il Mezzogiorno sono tutti tragicamente falliti. Disoccupazione strutturale, potere delle mafie, distruzione ambientale: è uno scenario di guerra sociale che, purtroppo, è destinato a durare. E nell’agenda politica (tantomeno del governo Monti) non vi è alcun progetto credibile per tentare di invertire questa rotta. Il destino del Sud Italia appare sempre più comune a quello degli altri paesi del Mediterraneo. È uno scenario di povertà, precarietà e sfruttamento.

3. Il 30% in Italia è senza lavoro, il 50% al Sud. In questo contesto quale prospettiva può dare una rilettura di Marx?

Sono dati drammatici e il Meridione non è un’eccezione. Le statistiche fornite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro parlano chiaro: il numero dei disoccupati nel mondo ha raggiunto i 200 milioni, 27 milioni in più di quelli esistenti prima dello scoppio della crisi nel 2008. Marx, frettolosamente considerato “morto” dopo la caduta del muro di Berlino, è ritornato oggi di grande attualità e la sua analisi critica del capitalismo è stata magnificata da giornalisti e analisti finanziari di tutti i principali quotidiani e settimanali del mondo, progressisti e conservatori. Vi è un abisso tra la sua elaborazione e quella degli economisti che, ai nostri giorni come al suo tempo, individuano le cause della crisi nella speculazione e in un’eccessiva avidità per il profitto. Marx li paragonava a quei filosofi della natura che consideravano la febbre come la causa di tutte le malattie. Le crisi sono, invece, una parte essenziale del capitalismo, non incidenti di percorso. Ma il Marx di cui c’è oggi più bisogno è quello politico. La realtà in cui viviamo parla di un fallimento senza appelli del capitalismo. E davanti a noi c’è il pericolo di una spirale della guerra e della xenofobia. È necessario ripensare un’alternativa e il pensiero di Marx offre ancora le basi per farlo. Un cambiamento di progresso ed emancipazione sociale non avverrà, però, grazie agli Obama (che – va ricordato – in questa tornata elettorale ha perso oltre 3 milioni e mezzo di voti rispetto a quattro anni fa) o ad altri leader carismatici, ma soltanto attraverso una nuova stagione di amplia e radicale partecipazione democratica.