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Giuseppe Costigliola, PULP Libri. Quotidiano dei libri

Marx, oggi. Un pensiero con sette vite come le talpe

Quante volte abbiamo sentito affermare da autorevoli studiosi, analisti politici, economisti, giornalisti e quant’altro che Karl Marx e il suo pensiero sono da relegare in soffitta?

Che le sue teorie sociali, politiche ed economiche, il suo sistema di analisi del capitalismo sono ormai inadeguati a descrivere la contemporaneità e l’era della globalizzazione? Innumerevoli volte, da almeno un quarantennio, la demolizione sistematica delle teorie marxiste è avanzata con un fuoco incrociato di TV, giornali, dipartimenti universitari, riviste scientifiche, un compiaciuto coro funebre troppo coordinato per non riuscire sospetto.

Da un decennio a questa parte, però, in seguito alla gigantesca crisi economica del 2008 nella quale siamo ancora invischiati, e in particolare nel biennio 2017-18, attraverso le iniziative organizzate per tutto il globo in occasione del 150° anniversario della pubblicazione de Il Capitale e del bicentenario della nascita, Marx sembra tornato alla ribalta. Anche grazie a manoscritti sconosciuti e testi inediti, si è avuto un rifiorire degli studi a lui dedicati, sono apparse interpretazioni innovative del suo imponente lascito che hanno aperto la via a nuovi orizzonti di ricerca, e si è scoperto che il pensiero marxiano risulta ancora indispensabile per comprendere le contraddizioni del capitalismo, i suoi meccanismi distruttivi dell’uomo e dell’ambiente.

Sull’onda di questo rinnovato interesse, l’editore Donzelli ha pubblicato un volume, Marx revival. Concetti essenziali e nuove letture, curato da uno dei maggiori studiosi italiani della materia, Marcello Musto. Diviso in capitoli che analizzano 22 concetti fondamentali (capitalismo, comunismo, democrazia, rivoluzione, ecologia, globalizzazione, e così via), il libro raccoglie i contributi di prestigiosi studiosi internazionali, con il duplice intento di una ridiscussione critica e innovativa dei temi classici della riflessione di Marx, e l’analisi di alcune tematiche non ancora accostate al suo pensiero. Il risultato è una panoramica ad amplissimo raggio, capace di suscitare la curiosità di chiunque sia interessato alla storia della cultura, delle organizzazioni sociali e delle relazioni umane, e da cui emerge una figura ben diversa da quella classica tratteggiata dalle correnti dominanti del marxismo novecentesco.

Questi studi dimostrano inequivocabilmente l’attualità della visione marxiana e mettono in evidenza alcuni aspetti oggi più cogenti che mai, riassunti lucidamente nella prefazione al volume firmata da Musto. Marx è stato infatti un autore “capace di esaminare le contraddizioni della società capitalistica su scala globale, ben oltre il conflitto tra capitale e lavoro”. Egli affrontò in modo innovativo i problemi oggetto delle sue ricerche, mettendo a punto un sistema di analisi della società che gli permise di cogliere delle caratteristiche tutt’oggi riscontrabili, come la degradazione a mero oggetto dell’essere umano nel sistema capitalistico e la sua conseguente alienazione, la tendenza all’automazione, il feticismo delle merci, l’idea del capitalismo non come mero sistema di produzione, ma come “ordine” sociale che pone vincoli concreti e pratici sulle vite, sugli atteggiamenti e sui modi di pensare delle persone. Egli colse e concettualizzò la separazione formale tra economia e politica, peculiare del capitalismo, che permette di confinare la democrazia in un dominio astratto, lasciando intatte le disuguaglianze in termini di ricchezza; la ridefinizione del ruolo dello Stato e delle funzioni della politica, con la modernissima concezione per cui le politiche pubbliche degli Stati nazionali dovrebbero privilegiare la “soddisfazione dei bisogni collettivi”, assicurare a tutti il diritto alla salute, “il tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per la libera espressione delle energie vitali, fisiche e mentali”, come egli scriveva.

È inoltre poco noto che Marx assegnò grande rilevanza alla questione ecologica; che si interessò diffusamente di fenomeni migratori, dimostrando come gli esodi forzati, generati dal capitalismo, costituissero un elemento rilevante dello sfruttamento delle masse lavoratrici; che si occupò in modo approfondito di numerose altre tematiche, sottovalutate – quando non ignorate – da molti dei suoi studiosi, “che rivestono un’importanza cruciale anche nell’agenda politica dei nostri giorni”, come la relazione tra democrazia e libertà individuale, l’eguaglianza di genere, la critica dei nazionalismi, l’analisi delle guerre e delle relazioni internazionali, il riconoscimento del ruolo distruttivo del colonialismo.

Oltre al recupero e all’aggiornamento dei sistemi elaborati dal filosofo di Treviri, si è poi aperto un campo di studi molto fecondo delle sue idee alla luce dei mutamenti successivi alla sua scomparsa. Come scrive Musto, “andrebbero nuovamente indagate le riflessioni di Marx sulla società comunista quale ‘associazione di liberi esseri umani’”. Perché, ad un attento studio, “l’idea di società di Marx è l’antitesi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo”, e le sue concezioni si rivelano ancora molto utili non solo per comprendere la società capitalista, “ma anche per individuare le ragioni del fallimento delle esperienze socialiste sin qui compiute”.

Insomma, Karl Marx ricorda i gatti, di cui si dice abbiano sette vite. In realtà, la sua periodica riscoperta e fama mediatica si devono al fatto che molte delle tendenze da lui indagate si sono ripresentate puntualmente, proprio quando le si dava per morte e sepolte. Dopo oltre trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino è dunque oggi possibile recuperare un Marx ben differente da quello dogmatico, economicista ed eurocentrico che a lungo ha dominato la scena, e questo volume si rivela uno strumento invero prezioso per riavvicinare la sua figura a quanti ritengono che ormai sia stato detto tutto sulla sua opera, e, soprattutto, per presentare un formidabile pensatore a una nuova e più aperta generazione di lettori. Fare tesoro dei suoi studi, delle sue insostituibili armi critiche per cercare di cambiare lo status quo è un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore la messa a punto di un sistema alternativo al capitalismo illiberale e distruttivo che governa il mondo, la creazione di società più giuste ed equilibrate, nella sfera dei diritti come in quella dell’accesso alle risorse economiche, con la salvaguardia della salute di tutti e degli ecosistemi che ci consentono la vita. Progetto quanto mai urgente, alla luce dell’esperienza drammatica della pandemia.

Perché, al di là delle sterili dispute ideologiche, qui è in gioco il futuro della specie umana.

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Il “generale” femminista

Friedrich Engels comprese la centralità della critica dell’economia politica ancor prima di Karl Marx.

Quando i due si conobbero, egli aveva pubblicato molti più articoli di quelli dati alle stampe dall’amico destinato a diventare celebre in questa disciplina. Era un giovane molto promettente, al quale il padre, un industriale tessile di Wuppertal, aveva negato, però, la possibilità di studiare all’università per indirizzarlo alla sua stessa professione. Si era formato da solo, grazie a una vorace fame di sapere, e, per evitare conflitti con una famiglia conservatrice e fortemente religiosa, firmava i suoi scritti con uno pseudonimo. Divenne ateo e i due anni trascorsi in Inghilterra, quando, ventiduenne, fu mandato a lavorare a Manchester, negli uffici del cotonificio Ermen & Engels, furono decisivi per la maturazione delle sue convinzioni politiche. Fu in quel periodo che osservò di persona gli effetti delle privatizzazioni, dello sfruttamento capitalistico sul proletariato e della concorrenza tra gli individui. Entrò in contatto con il movimento cartista e s’innamorò di un’operaia irlandese, Mary Burns, che fu determinante per la sua formazione. Brillante giornalista, pubblicò in Germania i resoconti delle lotte sociali inglesi e scrisse sulla stampa anglofona dei progressi sociali in atto nel continente.

Nel 1845 pubblicò il suo primo libro, La situazione della classe operaia in Inghilterra. Nel sottotitolo tenne a sottolineare che esso era stato basato su “osservazioni dirette e fonti autentiche” e che aveva avuto come intento “una necessità imprescindibile per dare solide fondamenta alle teorie socialiste”: la reale conoscenza delle condizioni lavorative e di vita dei proletari. Fu un precursore delle inchieste operaie. Nelle pagine introduttive del suo scritto, affermò che la sua realizzazione l’aveva aiutato a “comprendere la realtà della vita” ed espresse il suo riconoscimento verso i lavoratori inglesi che non l’avevano “mai trattato come uno straniero”, né mai discriminato, poiché su di loro non ricadeva la “terribile maledizione dei pregiudizi nazionali”. In quello stesso anno, dopo la pubblicazione di La sacra famiglia, la prima opera scritta assieme a Marx, Engels si recò in Inghilterra con l’amico, al quale ebbe modo di mostrare quanto aveva visto e compreso prima di lui. Marx abbandonò definitivamente la critica della filosofia post-hegeliana per intraprendere quel lungo viaggio che, oltre vent’anni dopo, si sarebbe compiuto con la pubblicazione di Il capitale.

Nel 1849, Engels ritornò in Inghilterra e, come Marx, vi rimase fino alla sua morte. Divenne il “secondo violino”, come lui stesso si definì, e per sostenersi e poter soccorrere l’amico, frequentemente senza lavoro, accettò di dirigere la fabbrica del padre, a Manchester, fino al 1870. Anche durante questo ventennio, però, non smise mai di scrivere.

Nel 1850 pubblicò La guerra dei contadini in Germania, una storia delle ribellioni avvenute nel biennio 1524-25, volta a mostrare quanto il comportamento della classe media di quel tempo fosse stato simile a quello della piccola borghesia durante la rivoluzione del 1848-49 e quanto egualmente responsabile delle sconfitte avvenute. Redasse, inoltre, quasi la metà dei 500 articoli firmati da Marx per il New-York Tribune tra il 1851 e il 1862, raccontando al pubblico americano le tante guerre susseguitesi in Europa durante quel decennio. Non di rado, seppe anticiparne alcuni sviluppi e prevedere le strategie militari utilizzate dai diversi fronti in lotta. Ciò gli valse il soprannome con il quale era noto a tutti i compagni di partito: “il generale”. La sua attività di pubblicista continuò a lungo e le sue Note sulla guerra franco-prussiana del 1870-71, una cronaca analitica in sessanta articoli degli eventi militari che precedettero la Comune di Parigi, pubblicata sul quotidiano inglese Pall Mall Gazette, servì a procurargli numerosi apprezzamenti e testimoniano la sua perspicacia in materia.

Nel quindicennio che seguì, Engels realizzò i suoi principali contributi teorici esponendo le sue idee anche attraverso scritti occasionali, nati per contrastare le tesi di avversari politici all’interno del movimento operaio o al fine di fornire delucidazioni in merito a controversie insorte nel dibattito teorico. L’Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito la “esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo”, divenne un riferimento cruciale per la formazione della dottrina marxista. Seppure occorra distinguere tra la popolarizzazione compiuta da Engels, in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche in voga al suo tempo, e la volgarizzazione operata dalla successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il suo ricorso alle scienze naturali aprì la strada a una concezione evoluzionistica dei fenomeni sociali che sminuì la più poliedrica analisi di Marx. L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione a fini divulgativi di tre capitoli dell’Anti-Dühring, ebbe ancora maggior fortuna del testo originario. Nonostante i pregi di questo scritto, che circolò quasi quanto il Manifesto del partito comunista, le definizioni di “scienza” e “socialismo scientifico” proposte da Engels possono essere considerate come un esempio di autoritarismo epistemologico e furono successivamente utilizzate dalla vulgata marxista-leninista per precludere ogni tipo di discussione critica delle tesi dei “fondatori del comunismo”. La Dialettica della natura, un progetto rimasto in frammenti al quale Engels lavorò, con numerose interruzioni, dal 1873 al 1883, fu oggetto di una grande diatriba. Per alcuni si trattò della pietra angolare del marxismo, per altri dello scritto reo della nascita del dogmatismo sovietico. Oggi va riletto nella sua incompiutezza, mostrando i limiti di Engels, ma anche le potenzialità contenute nella sua critica ecologica. Se il metodo dialettico da lui utilizzato ha certamente semplificato e ridotto la complessità teorica e metodologica di Marx, non è corretto, però, come è stato superficialmente e ingenerosamente osservato in passato, ritenerlo responsabile di tutto quello che non piaceva degli scritti del suo amico e scaricare soltanto sulle sue spalle le cause degli errori teorici e, finanche, delle sconfitte pratiche.

Nel 1884 Engels pubblicò L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, un’analisi degli studi antropologici condotti dall’americano Lewis Morgan. Questi aveva scoperto che i rapporti matriarcali erano anteriori a quelli patriarcali. Per Engels questa rivelazione era importante per la storia delle origini dell’umanità tanto quanto lo erano state la “teoria dell’evoluzione di Darwin per la biologia e la teoria del plusvalore di Marx per l’economia politica”. Nella famiglia erano già contenuti gli antagonismi che si sarebbero successivamente sviluppati nella società e nello Stato. Secondo Engels, la prima oppressione di classe comparsa nella storia “coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile”. In materia di eguaglianza di genere, così come rispetto alle lotte anticoloniali, egli non esitò mai a prendere parte e sposò, convintamente, la causa dell’emancipazione.

Nel corso dei dodici anni nei quali sopravvisse a Marx, si dedicò alla pubblicazione del lascito di quest’ultimo e alla direzione del movimento operaio internazionale. Non solo riuscì a dare alle stampe i manoscritti dei libri Secondo e Terzo di Il capitale, ma ristampò anche diverse riedizioni di opere già note. Nella nuova introduzione a una di queste, Le lotte di classe in Francia, composta pochi mesi prima della sua morte, Engels elaborò una teoria della rivoluzione che si adattava al nuovo scenario politico europeo. Il proletariato era divenuto maggioranza e la presa del potere per via elettorale, grazie al suffragio universale, avrebbe consentito di difendere, al contempo, la rivoluzione e la legalità. Questo non voleva dire – come suggerito dai socialdemocratici tedeschi che manipolarono il testo in senso legalitario e riformistico – che la “lotta di strada” non aveva più alcuna funzione. Significava che la rivoluzione non poteva essere pensata senza la partecipazione attiva delle masse e che ciò richiedeva “un lavoro lungo e paziente”. Leggendo Engels e osservando lo stato in cui versa il capitalismo contemporaneo, nasce la voglia di ricominciare e intraprendere di nuovo quel cammino.

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La lezione della Prima Internazionale

Dopo la sua prima riunione, il 28 settembre 1864, l’Associazione internazionale dei lavoratori (più nota come la «Prima Internazionale») animò rapidamente passioni in tutta Europa.

Trasformò la solidarietà di classe in un ideale condiviso e spinse un gran numero di donne e uomini a lottare contro lo sfruttamento. Grazie alla sua attività, i lavoratori furono in grado di avere una comprensione più chiara dei meccanismi del modo di produzione capitalistico, diventare più consapevoli delle proprie forze e sviluppare nuove e più avanzate forme di lotta per i propri diritti.

All’inizio, l’Internazionale era un’organizzazione contenente tradizioni politiche diverse, la maggior parte delle quali riformiste piuttosto che rivoluzionarie. In origine, la forza trainante centrale era il sindacalismo britannico, i cui leader erano interessati soprattutto alle questioni economiche. Lottavano per migliorare le condizioni dei lavoratori, ma senza mettere in discussione il capitalismo. Quindi, concepirono l’Internazionale essenzialmente come strumento per impedire l’importazione di lavoratori dall’estero in caso di sciopero.

Il secondo gruppo più importante erano i mutualisti, a lungo prevalenti in Francia. In linea con le teorie di Proudhon, si opposero a ogni forma di impegno politico della classe operaia e all’uso dello sciopero come forma di lotta.

Poi c’erano i comunisti che si opponevano al sistema stesso di produzione capitalista e sostenevano la necessità di rovesciarlo. Alla sua fondazione, le file dell’Internazionale includevano anche un certo numero di lavoratori ispirati a teorie utopistiche ed esiliati con idee vagamente democratiche e concezioni trasversali alle classi che consideravano l’Internazionale uno strumento per l’emissione di appelli generali per la liberazione dei popoli oppressi.

Fu Karl Marx a conferire all’Internazionale un obiettivo chiaro e a dotarla di un programma politico non settario, ma fermamente basato sulla classe operaia, che ottenne sostegno di massa. Rifiutando il settarismo, lavorò per riunire i vari filoni dell’Internazionale. Marx era l’anima politica del Consiglio generale (l’organismo che ha elaborato una sintesi unificante delle varie tendenze e ha diffuso le linee guida per l’organizzazione nel suo insieme). Ne ha redatto tutte le risoluzioni principali e preparato quasi tutti i rapporti congressuali.

Ma l’Internazionale era, ovviamente, molto più del leader brillante che era Marx. Non è stata, come è stato spesso scritto, la «creazione di Marx». Era un movimento sociale e politico ampio per l’emancipazione delle classi lavoratrici. L’Internazionale è stata resa possibile prima di tutto dalle lotte del movimento operaio negli anni Sessanta dell’Ottocento. Una delle sue regole di base – distinzione fondamentale dalle precedenti organizzazioni sindacali – era che «l’emancipazione delle classi lavoratrici deve essere opera delle classi lavoratrici stesse».

Marx era essenziale per l’Internazionale, ma anche l’Internazionale ebbe un impatto molto positivo su Marx. Il suo coinvolgimento diretto nelle lotte operaie lo spinse a sviluppare e talvolta rivedere le proprie idee, sottoponendo vecchie certezze a discussione e ponendosi nuove domande, acuendo nel contempo la sua critica al capitalismo tracciando le grandi linee di una società comunista.

Teoria e lotta

La fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento furono un periodo denso di conflitti sociali in Europa. Molti dei lavoratori che avevano preso parte alle azioni di protesta decisero di prendere contatto con l’Internazionale, la cui fama si è rapidamente diffusa. Dal 1866 in poi, gli scioperi si intensificarono in molti paesi e costituirono il fulcro di una nuova e importante ondata di mobilitazioni. L’Internazionale fu fondamentale nelle lotte vinte dai lavoratori in Francia, Belgio e Svizzera. Molti di questi conflitti si muovevano nello stesso contesto: lavoratori di altri paesi raccolsero fondi a sostegno degli scioperanti e accettarono di non essere disponibili a fare lavori che li avrebbero trasformati in mercenari dell’industria. Di conseguenza, i padroni vennero costretti a scendere a compromessi su molte delle richieste degli scioperanti. Questi progressi furono supportati dalla diffusione di giornali che simpatizzavano con le idee dell’Internazionale o erano veri e propri organi del Consiglio generale. Entrambi contribuirono allo sviluppo della coscienza di classe e alla rapida circolazione delle notizie riguardanti l’attività dell’Internazionale.

In tutta Europa, l’associazione sviluppò una struttura organizzativa efficiente e vide aumentare il numero degli iscritti (150 mila nel momento di punta). Nonostante le difficoltà legate alle diverse nazionalità, lingue e culture politiche, l’Internazionale riuscì a raggiungere l’unità e il coordinamento attraverso una vasta gamma di organizzazioni e lotte spontanee. Il suo merito più grande è stato quello di dimostrare l’importanza cruciale della solidarietà di classe e della cooperazione internazionale.

L’Internazionale è stata il luogo di alcuni dei dibattiti più celebri nel movimento operaio, come quello tra comunismo e anarchia. I congressi dell’Internazionale furono anche il luogo in cui, per la prima volta, un’importante organizzazione transnazionale prese decisioni su questioni cruciali, che erano state discusse prima della sua fondazione, che successivamente divennero punti strategici nei programmi politici dei movimenti socialisti di tutto il mondo. Tra questi vi erano la funzione indispensabile dei sindacati, la socializzazione della terra e dei mezzi di produzione, l’importanza di partecipare alle elezioni e di farlo attraverso partiti indipendenti della classe operaia, l’emancipazione delle donne e la concezione della guerra come prodotto inevitabile del sistema capitalista.

L’Internazionale si diffuse anche al di fuori dell’Europa. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli immigrati arrivati ​​negli ultimi anni cominciavano a fondare le prime sezioni dell’Internazionale negli Stati uniti, ma l’organizzazione soffriva fin dalla nascita di due handicap che non avrebbe mai superato. Nonostante le ripetute esortazioni del Consiglio generale di Londra, non fu in grado né di eliminare il carattere nazionalista dei vari gruppi affiliati né di attirare lavoratori nati nel «Nuovo Mondo». Quando le sezioni tedesca, francese e ceca fondarono il Comitato centrale dell’Internazionale per il Nord America, nel dicembre 1870, fu unico nella storia dell’Internazionale avere solo aderenti «nati all’estero». L’aspetto più sorprendente di questa anomalia è che l’Internazionale negli Stati uniti non ha mai prodotto un organo di stampa in lingua inglese. All’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento, l’Internazionale arrivò a contare cinquanta sezioni per un totale di quattromila iscritti, ma si trattava ancora solo di una piccola porzione della forza lavoro industriale americana di oltre due milioni.

Ascesa e crisi

Il momento più significativo dell’Internazionale coincise con la Comune di Parigi. Nel marzo 1871, dopo la fine della guerra franco-prussiana, gli operai di Parigi insorsero contro il nuovo governo di Adolphe Thiers e presero il potere in città. Da quel momento, l’Internazionale sarebbe stata al centro della tempesta e raggiunse una notorietà enorme.

Per i capitalisti e le classi medie rappresentava una grande minaccia per l’ordine costituito, mentre per i lavoratori alimentava le speranze in un mondo senza sfruttamento e ingiustizia. Il movimento operaio aveva un’enorme vitalità, e questo era evidente ovunque. I quotidiani legati all’Internazionale crebbero sia nel numero che nelle vendite complessive. L’insurrezione di Parigi rafforzò il movimento operaio, spingendolo ad adottare posizioni più radicali e a intensificare la sua militanza, e la Francia dimostrò ancora una volta che la rivoluzione era possibile, questa volta con l’obiettivo di costruire nuove forme di associazione politica per i lavoratori.

Il passo successivo da compiere allora, come affermato da Marx, è stato capire che «il movimento economico della classe operaia e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti». Ciò portò l’Internazionale, alla Conferenza di Londra del 1871, a spingere per la fondazione di uno strumento chiave del movimento operaio moderno: il partito politico, sebbene bisogna sottolineare che veniva concepito in un’accezione molto più ampia di quella adottata dopo la Rivoluzione d’Ottobre.

Quando l’Internazionale si sciolse dopo il Congresso dell’Aia del 1872, era un’organizzazione molto diversa da quella che era al momento della sua fondazione: i riformisti non ne costituivano più la maggioranza e l’anticapitalismo era diventato la posizione politica dell’intera associazione (con nuove tendenze come gli anarchici guidati da Mikhail Bakunin). Anche il quadro generale era radicalmente diverso. L’unificazione della Germania nel 1871 confermò l’inizio di una nuova era, con lo stato-nazione come forma centrale dell’identità politica, giuridica e territoriale.

La configurazione iniziale dell’Internazionale divenne così antiquata, e la sua missione originaria giunse al termine. Il compito non era più quello di preparare e organizzare il sostegno a livello europeo per gli scioperi, né convocare congressi che proclamassero l’utilità dei sindacati o la necessità di socializzare la terra e i mezzi di produzione. Queste cose facevano ormai parte del patrimonio collettivo dell’Internazionale. Dopo la Comune di Parigi, la vera sfida per il movimento operaio divenne come organizzarsi per porre fine al modo di produzione capitalistico e rovesciare le istituzioni del mondo borghese.

Il nostro internazionalismo

Il centocinquantaseiesimo anniversario della Prima Internazionale si svolge in un contesto molto diverso. Un abisso separa le speranze di quei tempi dalla disillusione che caratterizza la nostra, lo spirito antisistemico e la solidarietà dell’era dell’Internazionale dalla subordinazione ideologica e dall’individualismo di un mondo rimodellato dalla competizione neoliberale e dalla privatizzazione.

Il mondo del lavoro ha subito sconfitte epocali e la sinistra è ancora nel mezzo di una profonda crisi. Dopo decenni di politiche neoliberiste, siamo tornati a un sistema di sfruttamento, simile a quello del diciannovesimo secolo. Le «riforme» del mercato del lavoro – termine che ormai ha perso il suo significato originario progressista – hanno introdotto sempre più «flessibilità» ogni anno che passa, creando disuguaglianze sempre più profonde. Altri importanti cambiamenti politici ed economici si sono succeduti dopo il crollo del blocco sovietico. Tra questi, ci sono stati i cambiamenti sociali generati dalla globalizzazione, i disastri ecologici prodotti dall’attuale modo di produzione, il divario crescente tra i pochi ricchi sfruttatori e l’enorme maggioranza impoverita, una delle più grandi crisi economiche del capitalismo (quella scoppiata nel 2008) nella storia, i venti impetuosi della guerra, del razzismo e dello sciovinismo e, più recentemente, la pandemia Covid-19.

In questo contesto, la solidarietà di classe è tanto più indispensabile. Fu lo stesso Marx a sottolineare che la concorrenza tra lavoratori – anche tra lavoratori locali e migranti (peraltro discriminati) – è un elemento essenziale del dominio delle classi dirigenti. Certamente bisogna inventare nuovi modi di organizzare conflitti sociali, partiti politici e sindacati, poiché non possiamo riprodurre schemi usati 150 anni fa. Ma la vecchia lezione dell’Internazionale che dice che i lavoratori vengono sconfitti se non organizzano un fronte comune degli sfruttati è ancora valida. Senza di essa, il nostro unico orizzonte è una guerra tra i poveri e la concorrenza sfrenata tra gli individui.

La barbarie dell’ordine mondiale odierno impone al movimento operaio contemporaneo l’urgente necessità di riorganizzarsi sulla base di due caratteristiche chiave dell’Internazionale: la molteplicità della sua struttura e il radicalismo negli obiettivi. Gli obiettivi dell’organizzazione fondata a Londra nel 1864 sono oggi più attuali che mai. Per affrontare le sfide del presente, tuttavia, la nuova Internazionale non può eludere le esigenze gemelle del pluralismo e dell’anticapitalismo.

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Quel femminista di Karl Marx

Dopo la pandemia, si ripeteva, nulla sarà più come prima.

Poi ci si è accorti che i mutamenti in atto sono numerosi e profondi, sì, ma altrettanto lo sono le costanti. Oggi si preferisce dire che la pandemia rivela, anzi accelera, processi preesistenti. Uno di questi è la crescita delle diseguaglianze. Marx è ancora necessario per comprenderne fattori, forma, possibile contrasto? Ne parliamo con Marcello Musto, che insegna sociologia alla York University di Toronto ed è autorevole protagonista di un recente rinnovamento degli studi marxiani, cui ha contribuito, tra l’altro, come autore del brillante e fortunato Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883) (Einaudi, 2018) e come curatore di Marx revival. Concetti essenziali e nuove letture (Donzelli, 2019), una ricchissima guida che riunisce i massimi studiosi internazionali del “Moro”.

Professor Musto, che cosa possiamo apprendere da Marx in questo tempo di crisi pandemica?
«Dopo anni di mantra neoliberista, direi innanzitutto una cosa: che la dimensione cooperativa degli esseri umani è indispensabile per la sopravvivenza degli individui non meno di quanto la libertà dei singoli è imprescindibile per la conservazione della comunità».

La pandemia ha inasprito il conflitto tra Stati Uniti e Cina e, nella UE, tra i vari Stati membri. È uno scontro tra capitalismi?
«È una tendenza destinata a continuare e osservo che tra i paesi più colpiti dal Covid-19 ci sono, non a caso, Stati Uniti e Inghilterra, ovvero le nazioni che hanno guidato la crociata per le privatizzazioni e il cui modello di capitalismo ha impedito lo sviluppo dello stato sociale o lo ha ferocemente smantellato. Ma sotto la superficie c’è un conflitto ancora più importante: quello per bloccare la redistribuzione della ricchezza, che, negli ultimi decenni, è stato vinto dal capitale».

Marx non prevedeva l’immiserimento del proletariato, ma l’aumento delle disuguaglianze tra le classi. Su questo punto, la storia sembra dargli ragione.
«Sì, e in forma ancora più lampante se si analizza l’enorme divario, non solo economico, esistente su scala globale. Marx, ad esempio, comprese che il colonialismo britannico in India avrebbe comportato soprattutto la rapina delle risorse naturali e nuove forme di schiavitù, non il progresso annunciato dai suoi apologeti. Ha avuto torto, invece, sul ruolo rivoluzionario della classe operaia europea. Se ne rese conto negli ultimi anni di vita, quando affermò, amaramente, che i proletari inglesi avevano preferito diventare la “coda dei propri asservitori”».

Nei singoli paesi, l’impatto economico della pandemia è assai diversificato. Tante imprese sono crollate, i giganti del web no. I precari hanno perso il lavoro, i garantiti no. Alcuni commercianti hanno chiuso, altri no. Marx può aiutare a decifrare una realtà sempre più complessa e caotica?
«La sua analisi delle classi sociali va riaggiornata e la sua teoria della crisi, peraltro incompiuta, è figlia di un altro tempo. Marx non può dare risposta a molti dei problemi contemporanei, ma centra le questioni essenziali. Credo sia questo, oggi, il suo maggiore contributo: ci aiuta a porre le domande giuste, a individuare le contraddizioni principali. Non mi sembra poco».

La crisi attuale ha riaperto la questione della disuguaglianza di genere. Marx ha qualcosa da insegnarci in proposito?
«Credo che su questo tema oggi Marx sarebbe intento ad apprendere, in particolare dal nuovo movimento femminista in America Latina, protagonista di significative mobilitazioni sociali. Egli non fu certo indifferente al riguardo. Tra gli studi realizzati prima di morire, si soffermò proprio sull’importanza della parità di genere e nei suoi programmi politici ripeté più volte che la liberazione della classe produttiva era quella di “tutti gli esseri umani, senza distinzione di sesso e razza”. Aveva imparato da giovane, dai libri dei primi socialisti francesi, che il livello di emancipazione generale di una società dipende da quello di emancipazione delle donne».

Nel pieno della crisi sanitaria, negli Stati Uniti è scoppiata anche la battaglia per l’eguaglianza etnica. Una coincidenza fortuita?
«Si, ma utilissima e che mette a nudo un’altra terribile lacerazione esistente in quel paese. #BlackLivesMatter non è un fenomeno passeggero, ma un movimento che continuerà a lottare con risolutezza contro il razzismo e la violenza nelle istituzioni americane».

Donald Sassoon e Fausto Bertinotti, intervistati su questo giornale, hanno sollevato il tema del nesso tra lotte di classe e lotte ambientaliste. A suo avviso, sono alternative, complementari, gerarchicamente ordinate?
«Sono complementari e vicendevolmente indispensabili. La critica dello sfruttamento del lavoro e quella delle devastazioni ambientali sono ormai indissolubili. Ogni lotta che dimentichi uno di questi due termini è incompleta e meno efficace. Cosa, come e per chi si produce sono questioni strettamente legate alla discriminante della proprietà dei mezzi di produzione».

Come sottolinea nei suoi studi, Marx è il filosofo della rivoluzione comunista, ma anche il politico che dota il movimento operaio di un’organizzazione internazionale. Questa sua lezione parla ancora al presente?
«È un’idea senza la quale si è destinati alla sconfitta, tanto più in una fase di rigurgiti nazionalistici. Per Marx, che nella divisione della classe lavoratrice individuava il perno del dominio della borghesia, internazionalismo significava anche solidarietà tra lavoratori autoctoni e migranti. L’internazionalismo dovrebbe tornare tra i cardini della sinistra, se questa fosse in grado di condurre una battaglia delle idee di lungo corso e non solo in funzione dell’immediato».

Nel 2018 la Cina ha celebrato in pompa magna il bicentenario di Marx. In Occidente il filosofo di Treviri è destinato a sopravvivere come mero oggetto di studio oppure è ancora potenzialmente capace di muovere le masse?
«La Cina utilizza l’effige di Marx ignorando alcuni dei suoi moniti più rilevanti. In Occidente Marx è riapparso nelle aule universitarie, ma non ritornerà ad avere l’influenza politica che aveva ai tempi dei partiti “marxisti”. Le nuove soggettività politiche che in futuro avranno l’ambizione di ripensare una società alternativa non potranno, però, prescindere dalle sue teorie».

Oggi la sinistra italiana paga il prezzo di aver difeso il marxismo oltre tempo massimo oppure di averlo abbandonato?
«Paga entrambi gli errori. Prima è stata troppo lenta nell’individuare i mutamenti necessari per affrontare le metamorfosi del capitalismo e rispondere alle domande poste dai nuovi movimenti sociali. Poi è stata miope nell’abbandonare, invece di rivisitare criticamente e ammodernare, una chiave di lettura della società ancora validissima. Basti pensare a Gramsci, messo in soffitta proprio mentre nel mondo era al centro di una sorprendente riscoperta. Da tempo, però, le contraddizioni generate dal capitalismo non erano tanto drammatiche ed evidenti quanto lo sono oggi. La storia della sinistra non è finita qui».

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Massimo Mammonesi, Critica Marxista

Marx, il catalogo è questo

 

 

Profondo conoscitore dell’opera e della vita di Marx, Marcello Musto ha raccolto in questo volume, Marx revival.

Concetti essenziali e nuove letture Roma, Donzelli, 2019, pp. 470), una serie di contributi sui ventuno concetti “essenziali” che costituiscono, a suo avviso, l’ossatura del pensiero del filosofo di Treviri, e che sono sviluppati rispettivamente da studiosi dello spessore di Krätke, Meiksins Wood, Van der Linden, Calm icos, Löwy, Antunes, Postone, Bellamy Foster, K. Anderson, Mezzadra, Jessop, Achcar, Garo e Wallerstein, per citare solo i più rinomati.

Il titolo sancisce il ritorno dell’influenza del pensiero di Marx dopo l’alluvione liberista e conservatrice, il cui inizio il curatore associa alla crisi del 2008, ma che resta comunque una tendenza in fieri e un programma da puntellare ed estendere, anche grazie a libri come questo. In effetti, è lodevole e riuscito il tentativo di uscire dagli schemi accademici più ristretti per situare le coordinate di una costellazione concettuale come primo passo per sistematizzare, in forma accessibile, la logica e la composizione del pensiero di Marx, cercando di metterne in risalto la validità senza rinunciare al rigore filologico che si impone, alla luce dello stato degli studi recenti, a nuove letture volte a collegarne la storicità alla sua attualità. Questi criteri vengono rispettati dagli autori, ognuno con accenti propri, e l’opera nel suo insieme presenta un panorama concettuale ampio e profondo che intreccia passato e presente, letture canoniche e nuove interpretazioni, rigore filologico e apertura teorica. Si tratta senza dubbio di un esercizio fecondo e controcorrente, considerando che il ritorno a Marx è spesso stato rinchiuso negli angusti corridoi dei campus universitari, ripiegato sulla storia del pensiero, frammentato in campi disciplinari che ne hanno diluito l’ambizione alla comprensione della totalità e la portata politica, della filosofia della prassi che contiene e che propone.

All’interno di questo apprezzamento generale, mi permetto di aggiungere tre considerazioni critiche, con intento costruttivo, sempre nell’ottica di un progetto di riscatto del marxismo necessariamente vasto, collettivo e prolungato in cui questo volume si inserisce, con merito, a pieno titolo.

La prima riguarda la sequenza attraverso la quale sono presentati, e quindi ordinati, i concetti. I primi due contrappongono opportunamente capitalismo e comunismo, ma sorprende che il terzo riguardi la questione della democrazia — pur ben problematizzata de Ellen Meiksins Wood — precedendo le nozioni di proletariato, lotta di classe, organizzazione politica (ovvero partito), rivoluzione e lavoro (quest’ultima poteva senz’altro essere collocata prima). In questo blocco, che poteva anche essere separato giacché costituisce il nucleo del pensiero marxiano, doveva inserirsi la nozione di Stato, che invece compare molto dopo nel mezzo di una serie die questioni, indubbiamente importanti ma di second’ordine, su temporalità del capitale, ecologia, uguaglianza di genere, nazionalismo (che poteva comparire dopo quella di Stato), migrazioni, colonialismo, globalizzazione (che forse andava posto prima degli ultimi due), guerre e relazioni internazionali, religione, educazione, arte, tecnologia e scienza (che poteva seguire quella di temporalità del capitale). En passant, va segnalato che traspare in questa ampia selezione di tematiche l’intenzione di mostrare un Marx meno conosciuto, le cui intuizioni, dubbi e aperture analitiche, messe in evidenza da nuovi studi alla luce delle problematiche emergenti del nostro tempo, ne esaltano l’attualità e lo collocano al di fuori delle tradizioni marxiste più ortodosse, dogmatiche e meccanicistiche del XX secolo.

In secondo luogo, pur riconoscendo che la selezione delle categorie essenziali del pensiero di Marx è compito arduo, tre assenze importanti saltano agli occhi e meritano di essere segnalate. Innanzitutto, quella del concetto di ideologia che, oltre ad essere uno dei concetti marxisti più densi e diffusi, è tuttora uno strumento teorico fondamentale di straordinaria efficacia analitica, racchiusa nella ampiamente dibattuta tensione tra la nozione di ideologia come distorsione volta a garantire il potere delle classi dominanti e quella di ideologia come concezione del mondo, costitutiva dell’autonomia delle classi che cercano di fuoriuscire dalla subalternità. Un’altra assenza problematica è quella del concetto di borghesia, ovvero la caratterizzazione e comprensione delle classi dominanti. Così come quella della nozione di crisi, le cui accezioni connettono la dimensione strutturale delle contraddizioni del capitalismo con la sfera politica e culturale, offrendo una complessa e articolata chiave di lettura la cui attualità è ovvia in quanto attorno a questo concetto continuiamo ad arrovellarci.

In fine, la maggior lacuna è riscontrabile forse alla fine del libro, laddove il saggio di Immanuel Wallerstein titolato ambiziosamente Marxismi non entra in sintonia con il resto dei capitoli, poiché traccia in forma estremamente sintetica diversi momenti e luoghi del marxismo attraverso un approccio macrostorico che naufraga in una panoramica semplificata dell’influenza politica dei marxismi dominanti senza soppesarne realmente la trascendenza teorica, tralasciando i marxismi critici ed eterodossi — di cui almeno si poteva abbozzare l’inventario — e conclude con alcune annotazioni superficiali sulla rivitalizzazione in corso. Viene a mancare quindi, come coronamento di un libro di grande valore, una riflessione finale sulla densità e la portata analitica dei marxismi del XX secolo, che serva da premessa per pensare il Marx revival a partire dalla connessione tra storicità e attualità, calibrando la portata teorica dei concetti, valorizzando le mediazioni che i diversi marxismi hanno escogitato per far transitare nel tempo il pensiero di Marx, aggiornandolo e rendendolo operativo e operante.

Marx, il catalogo è questo

 

Profondo conoscitore dell’opera e della vita di Marx, Marcello Musto ha raccolto in questo volume, Marx revival.

Concetti essenziali e nuove letture Roma, Donzelli, 2019, pp. 470), una serie di contributi sui ventuno concetti “essenziali” che costituiscono, a suo avviso, l’ossatura del pensiero del filosofo di Treviri, e che sono sviluppati rispettivamente da studiosi dello spessore di Krätke, Meiksins Wood, Van der Linden, Calm icos, Löwy, Antunes, Postone, Bellamy Foster, K. Anderson, Mezzadra, Jessop, Achcar, Garo e Wallerstein, per citare solo i più rinomati.

Il titolo sancisce il ritorno dell’influenza del pensiero di Marx dopo l’alluvione liberista e conservatrice, il cui inizio il curatore associa alla crisi del 2008, ma che resta comunque una tendenza in fieri e un programma da puntellare ed estendere, anche grazie a libri come questo. In effetti, è lodevole e riuscito il tentativo di uscire dagli schemi accademici più ristretti per situare le coordinate di una costellazione concettuale come primo passo per sistematizzare, in forma accessibile, la logica e la composizione del pensiero di Marx, cercando di metterne in risalto la validità senza rinunciare al rigore filologico che si impone, alla luce dello stato degli studi recenti, a nuove letture volte a collegarne la storicità alla sua attualità. Questi criteri vengono rispettati dagli autori, ognuno con accenti propri, e l’opera nel suo insieme presenta un panorama concettuale ampio e profondo che intreccia passato e presente, letture canoniche e nuove interpretazioni, rigore filologico e apertura teorica. Si tratta senza dubbio di un esercizio fecondo e controcorrente, considerando che il ritorno a Marx è spesso stato rinchiuso negli angusti corridoi dei campus universitari, ripiegato sulla storia del pensiero, frammentato in campi disciplinari che ne hanno diluito l’ambizione alla comprensione della totalità e la portata politica, della filosofia della prassi che contiene e che propone.

All’interno di questo apprezzamento generale, mi permetto di aggiungere tre considerazioni critiche, con intento costruttivo, sempre nell’ottica di un progetto di riscatto del marxismo necessariamente vasto, collettivo e prolungato in cui questo volume si inserisce, con merito, a pieno titolo.

La prima riguarda la sequenza attraverso la quale sono presentati, e quindi ordinati, i concetti. I primi due contrappongono opportunamente capitalismo e comunismo, ma sorprende che il terzo riguardi la questione della democrazia — pur ben problematizzata de Ellen Meiksins Wood — precedendo le nozioni di proletariato, lotta di classe, organizzazione politica (ovvero partito), rivoluzione e lavoro (quest’ultima poteva senz’altro essere collocata prima). In questo blocco, che poteva anche essere separato giacché costituisce il nucleo del pensiero marxiano, doveva inserirsi la nozione di Stato, che invece compare molto dopo nel mezzo di una serie die questioni, indubbiamente importanti ma di second’ordine, su temporalità del capitale, ecologia, uguaglianza di genere, nazionalismo (che poteva comparire dopo quella di Stato), migrazioni, colonialismo, globalizzazione (che forse andava posto prima degli ultimi due), guerre e relazioni internazionali, religione, educazione, arte, tecnologia e scienza (che poteva seguire quella di temporalità del capitale). En passant, va segnalato che traspare in questa ampia selezione di tematiche l’intenzione di mostrare un Marx meno conosciuto, le cui intuizioni, dubbi e aperture analitiche, messe in evidenza da nuovi studi alla luce delle problematiche emergenti del nostro tempo, ne esaltano l’attualità e lo collocano al di fuori delle tradizioni marxiste più ortodosse, dogmatiche e meccanicistiche del XX secolo.

In secondo luogo, pur riconoscendo che la selezione delle categorie essenziali del pensiero di Marx è compito arduo, tre assenze importanti saltano agli occhi e meritano di essere segnalate. Innanzitutto, quella del concetto di ideologia che, oltre ad essere uno dei concetti marxisti più densi e diffusi, è tuttora uno strumento teorico fondamentale di straordinaria efficacia analitica, racchiusa nella ampiamente dibattuta tensione tra la nozione di ideologia come distorsione volta a garantire il potere delle classi dominanti e quella di ideologia come concezione del mondo, costitutiva dell’autonomia delle classi che cercano di fuoriuscire dalla subalternità. Un’altra assenza problematica è quella del concetto di borghesia, ovvero la caratterizzazione e comprensione delle classi dominanti. Così come quella della nozione di crisi, le cui accezioni connettono la dimensione strutturale delle contraddizioni del capitalismo con la sfera politica e culturale, offrendo una complessa e articolata chiave di lettura la cui attualità è ovvia in quanto attorno a questo concetto continuiamo ad arrovellarci.

In fine, la maggior lacuna è riscontrabile forse alla fine del libro, laddove il saggio di Immanuel Wallerstein titolato ambiziosamente Marxismi non entra in sintonia con il resto dei capitoli, poiché traccia in forma estremamente sintetica diversi momenti e luoghi del marxismo attraverso un approccio macrostorico che naufraga in una panoramica semplificata dell’influenza politica dei marxismi dominanti senza soppesarne realmente la trascendenza teorica, tralasciando i marxismi critici ed eterodossi — di cui almeno si poteva abbozzare l’inventario — e conclude con alcune annotazioni superficiali sulla rivitalizzazione in corso. Viene a mancare quindi, come coronamento di un libro di grande valore, una riflessione finale sulla densità e la portata analitica dei marxismi del XX secolo, che serva da premessa per pensare il Marx revival a partire dalla connessione tra storicità e attualità, calibrando la portata teorica dei concetti, valorizzando le mediazioni che i diversi marxismi hanno escogitato per far transitare nel tempo il pensiero di Marx, aggiornandolo e rendendolo operativo e operante.

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Biagio Sarnataro, Thomas Project

Marx necessario: Ancora in margine al Marx revival curato da Marcello Musto

Nelle pagine che seguono si tratta di svolgere più distesamente alcune delle considerazioni che propongo in una recensione a Marx revival.

Concetti essenziali e nuove letture1. Uscito per la Donzelli Editore nel novembre del 2019, il testo è a cura di Marcello Musto. Il volume presenta i contributi di ventidue studiosi, provenienti da dieci paesi diversi, tra i più eminenti del pensiero marxiano, e si lega alla stagione interpretativa della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la famigerata MEGA². Ci troviamo di fronte a un compatto dizionario marxiano che raccoglie spunti critici dall’intero corpus degli scritti e dei pronunciamenti di Marx, uno degli esempi concreti e più avanzati di che cosa significhi oggi ripensare Marx e i marxismi, e di quanto questo duplice ripensamento coinvolga una folta platea di studiosi, militanti, attivisti, intellettuali provenienti da tutti i continenti. Unita alla considerazione degli sviluppi che si sono dati in ambito marxiano, soprattutto in relazione all’ecologia politica e ai femminismi, la lettura di Marx revival ci aiuta a capire come un mutamento nel modo di concepire Marx possa rendere questo lavoro di riconsiderazione un momento di consapevole partecipazione, e contributo, al generale processo di mutamento dell’egemonia culturale.
I bachi da seta del capitale: la forza lavoro come concetto ecologico-politico
La nuova edizione storico-critica MEGA² offre la possibilità di tornare ai testi di Marx come egli stesso ci tornerebbe: leggendoli nella forma in cui egli stesso li ha lasciati. Non ci pare cosa da poco, anche perché per Marx era fondamentale diversificare i modi della ricerca e dell’esposizione, Forschungs- e Darstellungs-weise. Questa distinzione è uno dei fondamenti metodologici dell’opera di Marx, e perciò anche del procedimento del risalire dall’astratto al concreto, teorizzato come procedimento scientificamente corretto, nella soppressa Introduzione del 1857. L’Introduzione è anche il testo che, in relazione alle circostanze esteriori della vita del suo autore, aiuta a comprendere i motivi per cui soltanto con la pubblicazione del primo libro di Das Kapital Marx giudicò possibile smettere di scrivere delle Introduzioni, delle Zur Kritik, e poter inserire l’espressione critica della economia politica finalmente come sottotitolo.
L’autofondazione della scienza del capitale ne Il capitale consiste nella sua fondazione nella critica – anche dello statuto epistemologico dell’economia politica, come si sa –: critica che non solo ha il suo referente reale, ma la cui esistenza dipende da una condizione di possibilità materiale che è dichiarata da Marx stesso. Questo suo referente reale e questa sua condizione di possibilità materiale si sono dati insieme quando il conflitto che ab origine oppone al rapporto di riproduzione capitalistico una specifica forza produttiva, la forza-lavoro, si è dimostrato come antagonismo. La conoscenza di questo antagonismo ha individuato una contraddizione tendenziale tra il rapporto capitalistico di produzione e tutte le forze produttive materiali che esso, di volta in volta, chiama all’esistenza, o alla seconda esistenza di forze materiali della autovalorizzazione del capitale. Il modo di questa chiamata ci dà la cognizione di quella che per Marx è la legge della transizione da una forma sociale a un’altra, il passaggio che si prepara ad un altro diverso reale in una società organizzata in relazione all’opposizione fra il carattere progressivamente sociale della produzione e l’appropriazione privata dei prodotti di questa. Oggi, l’emergenza sanitaria che stiamo attraversando, ha aperto uno squarcio profondo rispetto a tale dinamica, facendo saltare il piano delle promesse di un sistema basato sulla subordinazione della vita agli imperativi di una ideologia abilista e machista, competitiva e performante. Per riprendere alcune delle riflessioni proposte da Marie Moïse in Zona rossa solidale su Jacobin Italia (2020), si può dire che, fino a ieri, se qualcuno stava peggio di noi avevamo un agile pretesto retorico per sfuggire all’ascolto di noi stessi, ma anche per illuderci di non arrivare ultimi nella competizione per la sopravvivenza, mentre oggi la gara è sospesa e quel qualcuno sta in cima all’elenco delle chiamate da fare.
La centralità della vita, la centralità della vita minacciata, della nuda vita, nella forma di epoché che stiamo vivendo, simultaneamente e im-mediatamente tutti insieme, cosa che davvero la rende un fatto filosofico, un nuovo terremoto di Lisbona per la coscienza dell’occidente, è anche il tema che ha tenuto vivo il dibattito biopolitico nelle ultime settimane, sulla scia di Agamben e del suo ancora una volta affermato concetto di stato di eccezione. Non posso ricostruire il dibattito. Mi limito soltanto a segnalare che dopo gli interventi di Davide Grasso su minima&moralia (Agamben, il corona virus e lo stato di eccezione), e di Luca Illetterati su Le parole e le cose (Dal contagio alla vita. Ritorno. Ancora in margine alle parole di Agamben), si possa mettere un punto solido al proliferare di spunti e appunti sul tema. Voglio farci riferimento però perché, da ultimo, Luigi Pellizzoni ci si è soffermato in modo, diciamo pure, inedito. In La sfida del covid-19 alle scienze umane. Alcune piste di riflessione, articolo pubblicato su Le parole e le cose nella rubrica «Ecologie della trasformazione», a cura di Emanuele Leonardi, lo studioso di sociologia dell’ambiente si chiede come tutti questi discorsi investano le scienze umane, soprattutto quando le scienze umane si pongono il problema, non piccolo, di avventurarsi nei dintorni – dirò Umwelt ma più precisamente Umgebung, o milieu ma anche entourage, meno invece nel senso di environment, e più di presso ambiente inteso come habitat – di una forma di vita. Il problema è, a partire dagli eventi attuali, come si riapre il discorso soprattutto rispetto all’uso delle categorie di bíos e zoé, all’interno di quell’ambito di studi che va sotto il nome di ecologia politica.
Stando ad Agamben, ci sarà un tempo in cui il bíos coinciderà con la propria zoé. Per Pellizzoni questo tempo è già qui: la confusione, l’isomorfismo non riconosciuto ma tuttavia esistente, è ciò che il capitalismo esplicitamente riproduce. Oggi ci troviamo alle prese con una ricomposizione della frattura nell’immaginario della ontological politics non però in direzione di una ritrovata armonia, ma di una più completa cattura dell’ordine del capitale. Ora, poiché l’isomorfismo tra bíos e zoé negli stati di eccezione reali e immaginabili sta emergendo nel nuovo ordine mondiale con una pervasività fino ad oggi sconosciuta, c’è ancora margine perché questa sovrapposizione assuma una forma diversa da quella dell’incubo? Il problema non è nuovo, aggiunge Pellizzoni. Anzi è antico. Se noi concepiamo, con Paul Robbins, l’ecologia politica come quel filone di ricerca critica basato sull’assunto che ogni strappo nella trama della rete globale di connessioni tra esseri umani e ambiente si riverbera sul sistema nel suo complesso e che questo strappo ci obbliga a interrogare la relazione tra economia, politica e natura, allora la risposta, che si può dare da un punto di vista marxiano è: ogni comunità in ogni epoca ha agito l’isomorfismo tra bíos e zoé, finché il capitale non è sorto come rapporto e ha incluso queste due dimensioni tra i suoi presupposti, scindendole, per appropriarsi della legge che le tiene unite da sempre: il lavoro, o meglio, la forza lavoro.
A John Bellamy Foster dobbiamo il concetto che più di tutti ha presentato al mondo un Marx ecologico. Nel suo contributo al Marx revival, Foster ci spiega come sia stato un vero e proprio processo di dissotterramento la «discoverta» – à la Vico del vero Omero – del pensiero ecologico di Marx. E anche un momento essenziale di autocritica dell’intera tradizione marxista. Sarò schematico: la forza-lavoro è un concetto ecologico perché è ecologica la stessa analisi della produzione di valore in Marx. La teoria della forma-valore ecologica è alla base della teoria critica di Marx. Il concetto di metabolic rift, la frattura metabolica tra lavoro, natura e valore, porta avanti la concezione materialistica della storia al punto da re-impostare il discorso rispetto a un metabolismo universale, naturale e sociale assieme, mediato dal lavoro e dal valore, dunque da una certa idea di ricchezza e di profitto, da una certa forma corrispettiva di povertà e pauperismo, e che non vuol dire in nessun caso né ricchezza né povertà in quanto tali. Non solo Marx ci ripete continuamente che il capitalismo lascia dietro di sé deserti, che accumula secondo spoliazione e per contaminazione, ma che quando si parla di capitale ci si riferisce sempre a una appropriazione gratuita e violenta delle forze naturali e di quelle sociali: terra e corpi diventano forze immediate del capitale.
Marx è un filosofo ecologico-politico fin dalla sua tesi di laurea: la natura è anch’essa un campo di battaglia e la questione ecologica aiuta a concepire l’emersione di un proletariato ambientale. Non è molto lontano il tempo in cui la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo, scrive Foster. Il concetto di forza lavoro è un concetto biopolitico e da subito oltre la biopolitica. È un concetto ecologico-politico che da subito supera la differenziazione metafisica tra bíos e zoé, tra forma di vita e nuda vita. Cosa è la forza lavoro se non la capacità di esprimersi come corpi, integralità di bíos e zoé? Un corpo messo a lavoro è biologicamente e politicamente sempre in atto, è realtà effettuale produttiva e riproduttiva, en-ergeia, natura naturans. Il problema consiste in questa lotta corpo a corpo – e non è una metafora – tra ciò che è atto e ciò che è potenza nel mondo rovesciato del plusvalore, nel mondo dei bachi da seta industrializzati, tecnologizzati e digitalizzati: il problema sta nella potenza di un corpo, in ciò che un corpo può fare, e in ciò che più specificamente un corpo è stato chiamato a fare in forma di merce, cioè nella figura, nella forma e differentia specifica di forza lavoro. Il capitale dimostra di non avere mai veramente problema di sbocchi, se non nella misura in cui esiste per il capitalista il problema di una realizzazione autocontraddittoria – le crisi e la risoluzione delle crisi attraverso l’istituzione di altre crisi – di un profitto che deve essere commisurato a un saggio di riproduzione in relazione a una ristrutturazione dei capitali, del fondo di investimento, e che agisce in termini di esclusione, accumulazione, spoliazione, contaminazione. Il capitale muta ogni ostacolo che incontra in un suo proprio limite, in un suo proprio vincolo riproduttivo. L’istituzione di un limite (grenze) come barriera (schranke) da oltrepassare, ovvero come suo limite, è l’istituzione di sè come rapporto, vincolo sociale di produzione e riproduzione. In questa coazione a ripetere la posizione di un ostacolo è la posizione di un dover essere – il dover fare profitto da profitto – e la posizione di un dover essere è la posizione di un passaggio all’infinito, a un cattivo infinito tale per cui la forza-lavoro concorre alla produzione delle merci e alla riproduzione del capitale come sistema sociale, società.
Ma un corpo non è soltanto un oggetto di cui parlare, è soprattutto un soggetto attraverso cui parlare. In alcuni corpi capita ciò che in altri corpi non capita o non può capitare. Tale consapevolezza viene da mezzo secolo, almeno, di lotte e frequentazioni militanti. Ogni forma economica di produzione racchiude al proprio interno una serie di relazioni sociali possibili. Rispetto a queste possibilità il capitale fa leva su tutte le soggezioni e soggettivazioni sociali, poiché è quel rapporto che deve presupporre l’espropriazione e consentire l’alienazione materiale dei fini, degli scopi, dei prodotti dell’attività e dell’interazione tra gli uomini riuniti in società. Lo studio delle relazioni che sussistono tra produzione e riproduzione sociale, l’intreccio di questi ambiti con la questione di genere, è la questione che più di tutte è riuscita a mettere in luce i punti ciechi dell’analisi incompleta di Marx. Tuttavia, sostiene Heathe Brown nel suo contributo Eguaglianza di genere al Marx revival, gli scritti di Marx sulla questione di genere sono decisamente più solidi e preziosi di quanto non venga solitamente riconosciuto. Le categorie e le analisi di Marx si muovono in direzione di una critica sistemica del patriarcato quale si manifesta in seno al capitalismo. La Brown riporta un esempio davvero interessante. Marx pubblica nel 1846 un articolo, Peuchet: del suicidio. È la prima e unica volta in cui Marx si confronta col tema: 3 dei 4 casi citati riguardano donne. Oggi diremmo che quelle donne sono state suicidate dal sistema patriarcale. Al centro del testo si trova una critica sprezzante alla famiglia borghese, al sistema di replicazione nel focolaio domestico della domesticazione capitalista e viceversa. Marx scrive come le persone più penose e impotenti diventino spietate non appena possono far valere l’assoluta autorità paterna. L’abuso in questo campo è un grossolano risarcimento per la molta sudditanza e il molto servilismo a cui, volenti o nolenti, si assoggettano nella società borghese.
Marx tratta ampiamente del lavoro delle donne nel sistema industriale in tutti i libri de Il capitale. Ma il punto da tenere qui può essere un altro: per criticare il concetto di eguaglianza di genere, superare una rivendicazione che oggi sta bene solo a un certo femminismo di facciata liberal, si è imposto il bisogno di una rottura decisa. Si doveva passare per l’elaborazione militante di Silvia Federici e Leopoldina Fortunati e della varia e determinata comunità dei femminismi – come ha raccolto Anna Curcio ultimamente in Introduzione ai femminismi, edito da DeriveApprodi – per concepire il regime di doppia giornata lavorativa, per il quale si chiamava amore il lavoro non retribuito e si era inventata la figura sociale della casalinga a tempo pieno. Ma si doveva anche passare per le rivendicazioni del Black Feminism, dalla carica rivoluzionaria di quel ALL THE WOMEN ARE WHITE, ALL THE BLACKS ARE MEN BUT SOME OF US ARE BRAVE, che di nuovo ha articolato il discorso di classe. Dove si è decostruita la generica solidarietà universale, contrapponendo un’idea di solidarietà politica tra condizioni specifiche, per la quale ogni muro ribaltato diventa un ponte, come dirà Angela Davis. Fino, ma non certo per finire, alle favolose riflessioni proposte da Monique Wittig, rispetto allo sbarazzarci dell’“uomo” e della “donna”, e al problema di riempire categorie come “diverso” e “uguale”, palesando un radicale antiessenzialismo, perché alla fine esiste solo un sesso oppressore e un sesso oppresso, ed è l’oppressore a creare il significato, così come è stata la schiavitù a creare il negro. Mentre esiste davvero soltanto la libertà pubblica di essere chi si è, che è già una bella sfida in sé e per sé. E che vuol dire tutta la libertà che conta, per salvarci da ogni forma di oppressione: anche da quella che si genera tra gli oppressi.
Per andare, in questo caso, realmente oltre Marx, il passo è stato compiuto riconoscendo l’invisibilizzazione del sistema riproduttivo, verso il riconoscimento della stessa dignità di tutte le attività, di tutti e ciascun corpo che sopravviveva sotto la soglia del riconoscimento sociale, ovvero sotto la soglia, non solo del salario minimo, ma del vincolo salariale tout court. L’arcano della critica dell’al di là è stato svelato attraverso la critica dell’al di qua. L’arcano della critica dell’al di qua è la produzione. L’arcano della produzione è la riproduzione. Posta la critica della produzione, oggi la critica della riproduzione è il presupposto di ogni critica. Questa, se si vuole, è la nostra questione. La questione ecofemminista.
Che cosa è una classe
Anche il concetto di «proletariato» in Marx si può dire in molti modi. Per Marcel van der Linden c’è però un punto sostanziale: proletariato, quali che siano i proletari, è la contraddizione vivente del sistema capitalistico, l’esibizione della vita come contraddizione della produzione della vita come contraddizione della produzione, il soggetto che diventa rivoluzionario perché punto di leva dell’intero sistema, la classe della società civile che non è una vera e propria classe della società civile, il ceto che è la dissoluzione di tutti i ceti, lo stato della società che subisce e può rivendicare, nella universalità umana dei suoi patimenti, il diritto alla universalità. L’uomo alla radice, e dunque la radice dell’uomo, come individuo, come genere, come specie, che può per questo indicare, a partire da sé, la radicalità dell’individuo, del genere, della specie. Che cos’è che costituisce una classe come il proletariato? Un lavoro mai concluso di analisi della composizione può tuttavia partire da un ottimo assunto iniziale: il sistema di reclutamento dei ranghi sociali all’interno dei segmenti produttivi, regolati dal mercato. Accanto, anzi al di sotto di questa produzione che assorbe ed espelle forza lavoro, ci sono attività non impiegabili nel processo di scambio salariale, nella catena di montaggio sociale del lavoro sotto il dominio del capitale, ovvero il Lumpenproletariat. Come scrive Marx ne Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, così come ci riporta van der Linden, fanno parte di questo spettacolo di umanità varia vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno, galeotti evasi, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse, ciurmatori, bari, maqueraus, tenitori di postriboli, facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli, arrotini, stagnini, accattoni, in una parola tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la bohème. Il che deve farci pensare come il sottoproletariato fosse all’epoca, e continua ad essere, un ambito economico di esclusione dal regime ufficiale della produzione, per il quale vale anche lo stigma moralistico. Uno specchio totale dei rapporti di produzione. Sia chiaro: anche una sacrosanta indisponibilità, oltre che alla mercificazione, alla produttività, da parte di chi pratica persistentemente il proprio essere una vita.
Il contrasto tra lavoro salariato, cosiddetto libero, e capitale viene approfondito anche in relazione alla schiavitù. Quello che poteva essere inteso come uno stadio pre-capitalistico diventa il Keiserpanorama del rapporto di estrazione di pluslavoro nella sua essenza: uno schiavo è latifondo e rendita, capitale fisso e tuttavia vivo. La questione è importante perché Marx, nell’analisi della schiavitù, sia dal punto di vista della produzione che del suo peso politico nella guerra civile americana, si mostra disponibile a una riconsiderazione generale della teoria del valore. Ad esempio Marx scrive come nella stessa misura in cui l’esportazione del cotone divenne interesse vitale degli Stati del Sud, il sovraccarico di lavoro negro, e qua e là il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne fattore della produzione del plusvalore stesso e che questo plusvalore venne considerato tutto profitto. Marx usa «negro», e lo usa esplicitamente in una lettera a Engels, del 7 agosto 1862, tutta scritta in tedesco tranne che per negro che invece è in inglese. Ora, tra le tante indicazioni essenziali che si trovano nel contributo di Kevin B. Anderson al Marx revival su nazionalismo e questione etnica, si trova anche una piccola e illuminante nota a piè di pagina che si riferisce a tale lettera e che riporto perché il linguaggio non è mai un dominio neutro, ma, come ogni ambito di riconoscimento e del riconoscimento sociale, è un campo di battaglia: «In questa lettera, Marx si riferiva alla necessità di un reggimento negro (…) Questo è un esempio dell’uso di un termine razzista per sostenere un argomento antirazzista. Tale lessico riemerge in altri scritti di Marx, anche in articoli da lui pubblicati». E, potremmo aggiungere, emerge proprio per contestare e denunciare il processo di significazione ideologico che avviene nel fenomeno della costruzione sociale della razza e che consiste nella espressione di una percezione modificata, tale per cui, come scrisse Eric Williams in Capitalismo e schiavitù (1971, p. 6): la schiavitù non nacque dal razzismo, al contrario il razzismo fu conseguenza della schiavitù.
Marx si interessa della questione della liberazione nazionale della Polonia e approfondisce il problema dell’autodeterminazione dei popoli, studia la guerra civile americana e il problema moderno della schiavitù come base etnica e razziale della divisione del lavoro e dell’accumulazione, perché era convinto che il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi là dove è marchiato a fuoco in pelle nera. S’interessa della questione irlandese, perché colonia e terra di migranti economici. Ed è proprio grazie allo studio della situazione irlandese che opera un profondo cambio di prospettiva nella teoria dell’iniziativa rivoluzionaria: la rivoluzione non è detto debba avvenire lì dove si trovano i rapporti di produzione più sviluppati. Ciò che accade nelle colonie mostra a Marx come il capitale segua logiche diverse a seconda del tipo di violenza da perpetrare. Il sistema coloniale figura come uno dei punti fondanti dell’indagine di Marx sulla cosiddetta accumulazione originaria. La forza bruta della conquista coloniale e il dominio della madre patria rappresentano, spiegano Mezzadra e Samaddar, il modello in generale per l’indagine sull’accumulazione originaria. La costruzione di una geografia del capitale consente di individuare una varietà di forme possibili in cui è avvenuta storicamente la separazione dei produttori dai mezzi di produzione. In India, in Cina, in Russia, in Irlanda e in Polonia, oltre che nella guerra civile tra sudisti e nordisti, Marx capisce come per conseguire la trasformazione sociale nel paese oppressore si rendeva necessaria l’indipendenza della colonia. Il colonizzato è il soggetto politico che esibisce tutte e ciascuna delle dannazioni che il capitale prepara su questa terra. È evidente come Marx cambi e approfondisca la sua teoria del capitalismo studiando e intervenendo in tali questioni. Diventa infatti in grado di vagliare come la costituzione delle catene globali di valore, come ricorda Seongjin Jeong, si strutturi in un sistema combinato e diseguale. Ciò che si verifica è uno scambio fra quantità di lavoro diseguali, nella formazione internazionale dei prezzi, stabilizzata sui livelli globali dei tassi di profitto. Il mercato mondiale diventa il terreno nel quale le contraddizioni del capitalismo si mettono tutte in movimento, e si muovono al massimo grado. Nelle crisi globali avviene la concentrazione massima e la compensazione violenta di tutte le contraddizioni dell’economia capitalistica. Che si tratti di schiavi neri, di sepoys cinesi, di giavanesi, di coolies, di impoveriti, contadini nelle fabbriche, salariati in competizione, lo schema di estrazione della forza lavoro punta al profitto: è coazione fisica sotto pressione padronale per l’autovalorizzazione del capitale. Ovvero: non esiste il capitalismo (anche storico) senza il colonialismo (anche storico).
Ora si pensi, come scrive Musto nel capitolo in cui tratta di Comunismo, che rispetto ai tentativi di intervenire nei processi reali del suo tempo, di non perdersi il minimo evento più o meno significativo per le sorti dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, e dunque della possibilità di una rivoluzione in generale, in 40 anni di appunti e di carteggio serrato con Engels, Marx non ha mai esposto alcun sistema socialista determinato, come dice egli stesso nelle Glosse marginali al «Trattato di economia politica» di Adolf Wagner. Neanche quando le cose sembravano mettersi per il meglio, come nella Comune di Parigi del 1871, Marx si è lasciato andare. Ne La guerra civile in Francia, infatti scrive: «la classe operaia non si aspetta miracoli dalla Comune, non trova utopie belle e pronte da introdurre per decreto del popolo, perché l’emancipazione del proletariato deve passare attraverso lunghe lotte e per una serie di processi storici che trasformano circostanze e uomini».
L’esperienza della nostra generazione
Siamo la prima generazione del sistema-mondo a vivere una pandemia e a crescere all’ombra di ogni altra pandemia futuribile. Come deve suonarci strano quel It’s easier to image the end of the world than the end of capitalism, ce lo racconteremo da qui in avanti, facendoci rimbalzare nella testa il Benjamin che lottava contro i deterministi della Seconda e Terza Internazionale con quel il capitalismo non morirà di morte naturale, o l’André Gorz che spiegava come il capitalismo fondato sulla crescita fosse già morto, assieme al socialismo fondato sulla crescita, che gli somiglia come un fratello, già nel 1973, quando nelle pagine di Ecologia e libertà ci invitava a riflettere sull’immagine deformata che quelle ideologie proiettavano, più che del nostro futuro, del nostro passato.
Il capitale modifica continuamente le condizioni della propria riproduzione, assimilando a sé sistemi della produzione e sistemi della riproduzione sociale. E lo fa instaurando una temporalità specifica, come descrive Moische Postone nel capitolo del revival a sua firma, al punto da innescare contesti di conseguenze non intenzionali. Di come il capitale modifichi le vite di ciascuno di noi in modo diverso, e di come intervenga sui tempi di vita, secondo uno schema antagonistico, secondo il criterio della insocievole socievolezza che ricrea e che compensa nei modi più normali possibili, il periodo di quarantena ce ne sta dando una prova tragica. Le abitudini che si stanno innervando in quarantena, il buon cittadino virale (per come ne ha parlato Roberto Ciccarelli su il manifesto nella sua disamina della Cittadinanza virale) lascia presagire l’emergere di un nuovo habitus, di un diverso modo del prendere parte al proprio ambiente o habitat, il che diventa ancora più allarmante se ci si ricorda che habito è un frequentativo del verbo habeo, e dunque concerne la sfera simbolica e di senso dell’avere, del credere di avere o del credere di non avere, anche diritti, ad esempio.
Fenomenologia delle occupazioni
Prendiamo in esame la sezione del primo libro de Il Capitale dove si definisce la produzione del valore relativo. Qui vengono descritte tre figure di trasformazione del processo lavorativo: cooperazione, manifattura e grande industria. In questa sezione si vede come Marx metta mano a una sorta di fenomenologia sociale. Sicuramente questa fenomenologia è incrementabile. Presi come figure e non soltanto come capitoli d’inchiesta, i tre momenti non seguono una storia lineare, non concernono né tassonomie né cronologie, ma intersecano i loro livelli funzionali, nel processo generale di valorizzazione del capitale. E cioè: posto il capitale come rapporto, Marx è in grado di mostrare come ogni lavoro non potrà che specializzarsi, parcellizzarsi e infine diventare un’appendice dell’intero processo (sussunzione formale/sussunzione reale). Fino allo smart working che abbiamo sperimentato in queste ultime settimane. Da questo punto di vista il lavoratore – Arbeiter, non solo l’operaio della catena di montaggio interna all’opificio, alla fabbrica, ma il lavoratore in generale – è quel soggetto che partecipa in maniera subordinata, parcellizzata o addirittura in forma semi-automatica al processo di valorizzazione del capitale. Fa parte di questa valorizzazione tutto il sistema salariale e quando si dice sistema salariale si intende: lavoratori che percepiscono salario, disoccupati, inoccupati, ogni altro tipo di contribuzione esclusa dal vincolo del salario, e quindi anche il lavoro di riproduzione sociale – cura, lavoro domestico – come effettivo presupposto. Ogni segmento produttivo concorre alla formazione di pluslavoro. Anzi: tanto più viene invisibilizzato, tanto meglio vi concorre come gratuità effettiva. Nei Manoscritti del ‘44, ci ricorda Ricardo Antunes, Marx descrive il lavoro come attività vitale di un ente generico che riproduce se stesso attraverso la produzione dei suoi mezzi di sussistenza, e viceversa. Il capitalismo ha modificato la relazione metabolica che sussiste tra lavoro e natura. La questione è così centrale che già nel 1844 Marx era convinto di poter definire il comunismo come un umanesimo in quanto compiuto naturalismo e naturalismo in quanto umanesimo, verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo, verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere. Oggi viviamo la drastica riduzione del lavoro vivo, dovuta all’aumento del lavoro morto, per cui il lavoratore diventa sorvegliante e regolatore del processo produttivo, senza mai realizzare concretamente il tempo liberato dalla digitalizzazione dei processi lavorativi.
La democrazia è morta. Viva la democrazia!
Amy Wendling ci spiega come Marx abbia elaborato un concetto critico di tecnologia. Tanto noto quanto importante è il Frammento sulle macchine, luogo nel quale si vede chiaramente la tendenza che segue il processo lavorativo nel contesto dell’autovalorizzazione del capitale. D’altronde, nel primo libro de Il Capitale si legge che si potrebbe trattare dell’intera storia delle invenzioni che sono nate dopo il 1830 soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie. A partire dal 1845 e fino agli anni sessanta dell’Ottocento, Marx studiò la storia dello sviluppo tecnologico dettagliatamente. Ma ciò che anche in questo ambito sembra illuminante è come abbia potuto fissare il principio di questo sviluppo: la scissione fra potenze mentali del processo di produzione e il lavoro manuale, il processo di reificazione della attività mediate da cose e da macchine, nella produzione, fa in modo che non sia l’operaio ad adoperare la condizione del lavoro ma, viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio. Cosa possa significare questo, aggiornato nella privatizzazione di quell’ente collettivo che abbiamo imparato a chiamare general intellect nel capitalismo delle piattaforme e della datacrazia, come la definisce Daniele Gambetta nell’antologia che cura Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data per D Editore, è una sfida aperta. Non possiamo fare a meno di condividere, né, tantomeno, dovremmo fare a meno di pretendere un certo tipo di auto-orgnaizzazione anche in quest’ambito, per condurre direttamente la forma di alienazione specifica che dischiude e ci lega (fino ad oggi, relega) come produttori di dati a mezzo di dati.
Il capitale è un rapporto di produzione e un produttore di rapporti. Si fa politica, Stato, ma anche assunto, realtà e senso della realtà, ovvero realismo, ma, anche, sur-realismo (distopie, utopie, eterotopie, discronie, ucronie, eterocronie). Rispetto a dinamiche come queste si deve allargare l’obiettivo: rivalità geopolitiche, sviluppi geografici diseguali, differenziazione delle istituzioni finanziarie e loro corrispettiva organizzazione politica, organizzazione politica delle istituzioni pubbliche e dello Stato e tra gli Stati sovrani, costituzione di poli tecnologici e di una diversa distribuzione dei livelli di tecnologia nel mondo. E tutto questo incorporato in un contesto più ampio di riproduzione sociale (famiglie, comunità), in relazioni metaboliche continue e in continua evoluzione con la natura, anche con la seconda natura dell’urbanizzazione e dell’ambiente artificiale, e con tutti i sistemi di formazione sociale, culturale, scientifica e della conoscenza, religiosa e contingente possibili, che le popolazioni creano nel corso del tempo e in uno spazio.
Partiamo dallo Stato. Uno Stato è secondo Bob Jessop una forma di relazione sociale altamente mediata. Ma mediazione è figura non solo della dialettica, è figura fattuale anche della società civile. Da un lato uno Stato politico compiuto, attraverso i suoi organi e apparati, fa valere il principio dell’autonomia del suo potere rispetto alla società; dall’altro non può non sostenere il potere sociale di chi ha la proprietà dei mezzi di produzione e riproduzione, garantendo come massima libertà possibile il diritto della proprietà privata. Il dominio di classe cambia la vita di ogni Stato, al punto che la conflittualità interna viene così ripartita: la lotta di classe economica è confinata all’interno della logica di mercato, tale per cui le lotte tra poveri le vincono i ricchi; la lotta di classe interna alle classi e ranghi dominanti, vengono decantate attraverso la gara elettorale; i lavoratori, che invece sono la sintesi vivente di questa scissione tra economia e politica, possono usare il loro potere economico per incrinare la podestà dei produttori, ammessa dai governi, attraverso lo strumento dello sciopero generale. Contro questo capitalista collettivo ideale che è lo Stato, la classe più sfruttata fa valere il principio non solo di un diverso accesso alla rappresentanza, ma incrina e incrimina l’illusione che la classe dominante sia la più adeguata a governare, che, anzi, se il governo continua a ispirarsi alla legge della formazione di questa classe, come definizione della dinamica di sviluppo sociale la più civile e progredita possibile, cessa di essere uno Stato politico compiuto, e divine un comitato d’affari.
Senza arrivare ad affermare che dove lo sfruttamento prende la forma dello scambio, la dittatura potrebbe assumere la forma della democrazia – di mercato – possiamo chiedere con Ellen Meiksins Wood: ma allora perché la democrazia liberale è compatibile con il sistema della disuguaglianza prodotta dal capitalismo? Risposta: perché in una democrazia liberale-neoliberale-liberista-neoliberista succede una cosa su tutte. Lo sfruttamento economico non appare come una lesione dei diritti politici ma come altra questione: la dialettica servo-padrone si dissolve perché nella coscienza di un lavoratore subordinato non appare più il rapporto di subordinazione in quanto sfruttamento. Lo sfruttamento, la precarietà è questa forma di signoria accettata e introiettata al punto di credere di non avere diritti. Per salvare il futuro della democrazia, come ideale e come regime, la si deve portare fuori da un contesto nel quale si sviluppa una dinamica di sussunzione. Il che significa: l’estensione della democrazia richiede la demercificazione.
La questione si complica ulteriormente se si considera la problematica della formazione del capitale come sistema di riproduzione sociale dal punto di vista delle relazioni tra Stati e della diplomazia in senso stretto. Di tutti i capitoli della critica della economia politica e della critica della politica, un tentativo di marxismo geopolitico – come lo definisce Benno Teschke – non compare nei desiderata della soppressa Introduzione del ’57. Tuttavia, ci invita a considerare una cosa su tutte: le relazioni internazionali mostrano come il capitale non sia l’unica forza motrice della storia, e, al contempo, come, una volta entrato in gioco, il capitale tenda ad accaparrarsi qualsiasi forza ad esso momentaneamente estranea. Manca un concetto di guerra come categoria della critica della economia politica. Marx, come sappiamo, fornisce un’amplissima tipizzazione storica dei conflitti, una sociologia materialistica delle faide medievali, delle rivolte contadine, delle ribellioni coloniali, delle guerre civili e di secessione. La tensione tra la concezione del capitale come categoria auto-sviluppantesi e il capitalismo come relazione sociale storica e transnazionale rimane in secondo piano in Marx, mentre sappiamo quanto questa tensione, un attimo prima che scoppiasse la pandemia, aveva portato nelle democrazie occidentali tutta una variegata tipologia di populismi e di più o meno accentuati nazionalismi rossi e neri. Teschke ha perciò ragione quando ci invita a fare attenzione a conciliare il newtonismo delle leggi di sviluppo generali con una visione storicista che valuti le singolarità storiche, in relazione alle azioni situate delle comunità e nelle comunità socio-politiche.
Il governo dei viventi: la liturgia delle ore del Capitale
Il dominio di classe cambia la vita di ogni Stato non soltanto rispetto allo spirito delle leggi, ma anche rispetto allo spirito in generale, al carattere di un popolo, direbbe in un linguaggio hegeliano Marx. Dopo una prima fase illuministica e ateistica, quella che si sviluppa intorno alla metafora della radice e del rovesciamento, Marx si concentra sul contenuto terreno delle nebulose religiose. Interessato a trattare delle forme di feticismo innescate dal processo di circolazione, arriva a stabilire un principio di critica valido non soltanto per i suoi tempi: il dominio della religione non è altro che la religione del dominio, il culto della volontà di governo, come riporta Gilbert Achcar. L’interpretazione religiosa del mondo, così come la stava pensando Marx, con il calcolo morale delle condotte di vita che implica, mostra una netta dipendenza dal tema della scarsità. All’onnipresenza di Dio la società capitalistica sapeva contrapporre l’onnipresenza del denaro, cosa che diventa più che simbolica quando, si può ricordare, la Chiesa comincia a dotarsi di magisteri come quello del tesoro della grazia della Chiesa, la cui nozione teologica disciplinava l’accesso a grazia e salvezza, nei termini moderni di distribuzione dei mezzi di grazia, entro la casa ecclesiastica – extra ecclesiam nulla salus – arrestandosi soltanto dinanzi al paradosso di una produzione totalmente individualizzata dei mezzi della redenzione.
L’orientamento di base di questa società è legato al problema di una mancata emancipazione dei sistemi sociali in gioco: come il protestantesimo non riesce a emanciparsi dai principi del naturalismo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario. Leggere Marx significa anche incontrare spesso cose pungenti come questa. Ma l’indicazione lanciata supera il sarcasmo: c’è qualcosa di cui riparlare, c’è una analogia, una eguaglianza di rapporti, una equivalenza funzionale di alcune strutture, dunque, avrebbe detto Niklas Luhmann, una sostituibilità delle cause di certi fenomeni. Se si intende per religione una forma collettiva di educazione, ci si può concentrare sull’analisi del culto, della liturgia come forma di irrigidimento dei riti e della ritualità, di quanto, cioè l’uso pubblico della religione riguardi una determinata volontà di governare i viventi, e come questa dipenda da una vocazione pastorale alla governamentalità che Marx scopre nella radice della scarsità del denaro. D’altronde, persino il discorso che Marx faceva nella giovanile Questione ebraica non avanzava anche il problema di uno Stato politico compiuto dinanzi alla sovranità senza confini del capitale? Di un esodo di massa dai diritti politici? Per chi pensa e fa professione di critica, si ripresenta oggi il problema di ciò che costituisce un sapere, e ciò che costituisce, invece, un possedere – come avviene rispetto a ogni parola rivelata – dinanzi alla storia.

L’accesso al sapere e il problema della formazione della conoscenza sociale, della sua fruizione democratica, è il nesso del discorso di Robin Small sull’educazione in Marx. Confrontarsi con le affermazioni di Marx sull’educazione è importante perché, al di là dell’agenda pragmatica che mette a punto per l’istruzione del proletariato industriale inglese dell’epoca, fornisce uno strumento importante per inquadrare il tipo di organizzazione dell’educazione come sistema sociale, che in tempo di lezioni a distanza fa davvero riflettere. Intanto: gli insegnanti sono ancora il proletariato economico dei professionisti. Ma, ancora più attuale: cosa accade quando, come nell’aziendalizzazione della formazione, i sistemi incorporano conoscenza che quindi può non appartenere più soltanto a coloro che lavorano al loro interno? Quale forma assume il general intellect come corpus di conoscenze utili di una determinata società quando se ne privatizza il patrimonio? Questa considerazione avvicina Marx all’ambito di pedagogie e programmi d’insegnamento non proprio convenzionali.
Per una teoria minore dell’incompiuto
La vexata quaestio delle preposizioni legate al nome di Marx – di, con, per Marx e via dicendo – è stata risolta da Kohei Saito in Karl Marx’s Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy. Questo punto di vista si deve tenere anche quando abbiamo tra le mani il Primo libro de Il capitale, che è stato il momento più compiuto di un percorso disatteso, dimezzato, incompiuto per l’appunto. Rispetto al progetto che aveva preventivato, quello di scrivere una critica della economia politica e una critica della politica in sei libri – sul capitale, sulla rendita fondiaria, sul lavoro salariato, sullo Stato, sul commercio estero, sul mercato mondiale – la pubblicazione del solo primo libro dei sei, e, come si sa, soltanto della prima parte, dovette apparire a Marx davvero come uno schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale, ben lontano, per metodo e contenuti, dalla possibilità di intendere questo tentativo come una teoria storico filosofia della marcia generale, come si legge nella lettera agli editori della «Otečestvennye Zapiski», scritta nel 1877 ma pubblicata solo dopo la sua morte da Engels.
Ci si potrebbe chiedere, non solo rispetto all’incompiuto più rivoluzionario che si conosca in filosofia e cioè rispetto ai Grundrisse, a questi prolegomeni a ogni critica che voglia presentarsi come rivoluzionaria, ma guardando al percorso intero di Marx, se si possa interrogare l’autore proprio a partire dalla categoria di incompiutezza.
In che rapporto starebbe l’incompiuto, ad esempio, con l’aporetico? Che tipo di relazione possiamo ridestare tra discorso e scrittura, manifesto e trattato filosofico-politico a partire dall’esperienza di Marx? Cosa lega il non-finito al disegno generale, cosa annuncia, cosa segnala e di cosa può fare a meno? Cosa si scorge nei e cosa accomuna i tentativi irrealizzati – a vario titolo – dei sei libri di Das Kapital? È possibile accostarli ad altri documenti non terminati, come i Passagenwerk di Walter Benjamin oppure, Le età del mondo di Schelling oppure, e quasi in modo più abbagliante, alla tecnica del non-finito di Michelangelo Buonarroti?
Si potrebbe ricorrere a una sorta di mathesis singularis, dove il frammento acquista un valore specifico per l’interprete; o si potrebbe sollevare il problema della riduzione/aumento di complessità per ogni tipo di azione – anche quella teorica – per cui una teoria generale, anche nel caso di una teoria generale della società, è una teoria particolare, una ricerca specifica, con il suo metodo, i suoi problemi di condotta, i quali devono essere affrontati come capitoli a parte, mettendo sul tavolo il serio problema dell’indeterminazione, il problema dell’osservatore che modifica il fenomeno che osserva, mentre lo descrive e lo concepisce. In Marx abbiamo una continua mappatura del suo pensiero, attraverso piani di lavoro continuamente riaggiornati. Ma la mappa, si sa, non coincide con il territorio. Neanche nel migliore dei casi. E questo sarebbe bene ricordarlo a chi ha irrigidito l’analisi di Marx.
Ma è Isabelle Garo, attraverso le cose che dice sull’arte in Marx, a parlare di incompiutezza come consistenza ontica di un oggetto che si mostra refrattario a farsi sussumere dal valore di scambio. Certo, l’analisi di Marx sull’arte è molto collocata nel suo tempo, un attimo prima che si ponesse il problema della riproducibilità tecnica dell’opera e dell’evento d’arte. La preoccupazione di Marx riguardava il tipo di lavoro e di attività creatrice di singolarità, nella forma di alienazioni che spezzano il circolo di accumulazione anche simbolica del capitale tipico dell’arte. La Garo, tuttavia, rintraccia in Marx l’esistenza di una insolita estetica. Marx spiega come i segni della immaginazione e della creatività umana latu sensu mettano in crisi il modello stesso di ricchezza borghese, come accumulo/allocazione di merci, certo, non immediatamente negli effetti, ma in relazione al principio della formazione di questa certa idea di ricchezza mercatile. Nei Grundrisse, riporta la Garo, Marx scrive: una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle forze produttive, degli individui, creati nello scambio universale? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senz’altro presupposto dal precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire?
In quest’ottica, l’attenzione per l’arte, se è stata sporadica, non è stata per nulla secondaria, dal momento che ha permesso a Marx di corroborare la sua definizione di comunismo nei termini del libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti. E in cosa consiste tale libero sviluppo? Nella produzione di ricchezza, di un altro genere di ricchezza, storica e inattuale, individuale e collettiva, una volta cancellato il diritto della proprietà privata, cioè una volta cancellata la proprietà privata come diritto. Altro che la libertà negativa dei moderni, o la tolleranza di un Voltaire: non conta l’essere divenuti, conta solo il divenire, questa tipica forma di negatività dell’immaginazione e creatività umana, fonte ecologica di libertà, per cui ogni individuo, nell’esperienza del movimento assoluto del suo divenire, si mostra come differenza che fa differenza, vettore di emancipazione, condizione vivente di libertà da sé e di sé.
L’emancipazione è una forma di sensibilità pratica, una forma di attenzione alla propria intelligenza di specie. Il prossimo è la figura di un sé che diviene. In questo senso ci si approssima all’altro, si è prossimi all’altro come a se stessi. Non eraclitismo del commom sense, e nemmeno semplice rilievo attribuito alla figura della negazione. Una prassi, un sapere senza fondamenti e fondazioni: un libero gioco delle facoltà. E non è un caso se pongo il discorso sull’incompiutezza della critica e quello sull’arte accanto all’idea di comunismo, e, come vedremo, anche a quella di rivoluzione: non solo la Garo ma anche il contributo di Lowy mi offre l’opportunità di farlo, in termini strutturali, intrinseci, per così dire esoterici al discorso stesso di Marx. Il ponte è sicuramente rappresentato dal concetto marxiano di prassi. Prassi è al centro della definizione che Michael Löwy ci dà della rivoluzione in Karl Marx. La rivoluzione è il movimento pratico di auto-emancipazione del proletariato. Movimento che muta simultaneamente le condizioni sociali e le forme del processo di auto-emancipazione degli individui, ovvero di sé e delle circostanze. Perciò una rivoluzione non è soltanto necessaria per abbattere un sistema produttivo e riproduttivo, ma consente allo stesso tempo al proletariato, quale che sia la sua conformazione, di superare, nella prassi, i suoi limiti interni, preparando quelle relazioni che saranno utili in una società che si integra senza aver bisogno del valore di scambio, della proprietà, del pluslavoro. Ad ogni stagione va riscoperto il segno di questa prima radice, la forza e la grazia degli oppressi, che hanno da perdere, in questa danza scomposta e spossante, soltanto le loro catene.
Universalismo pratico-morale proletario contro regressione economico-politica del capitalismo dei disastri
Che si tratti di colonizzare, che si tratti di estrarre, che si tratti di ridurre in schiavitù, che si tratti di far finta di non vedere, il capitale comincia come furto e finisce come rovina. Sottrarsi al suo dominio è tanto difficile perché il suo dominio si basa sulla sottrazione: di tempo, di idee, di terra, di forza, e di ogni altra risorsa. E per quale motivo? Perché il capitale non può fare altrimenti.
Quando insorgono problemi sistemici che non possono più venir risolti in accordo con il modo di produzione dominante, come nel periodo che stiamo vivendo, la forma esistente dell’integrazione sociale è minacciata. Un meccanismo endogeno di apprendimento provvede all’accumulazione di un potenziale cognitivo-tecnico, che può venir utilizzato per risolvere i problemi che generano tali crisi. Ma questo sapere può essere messo in opera in modo da consentire un dispiegamento delle forze produttive soltanto se è già stato compiuto il passo evolutivo verso un nuovo quadro istituzionale e una nuova forma dell’integrazione sociale. Questo passo può essere spiegato solamente in base a processi di apprendimento di un altro tipo, cioè pratico-morale, scriveva Jürgen Habermas nel 1975, nella IV Tesi per la ricostruzione del materialismo storico. Oggi sappiamo che questo quadro istituzionale, questa nuova forma di integrazione sociale, l’assimilazione nel fare quotidiano di un meccanismo endogeno di apprendimento che ha accumulato potenziale cognitivo-tecnico – general intellect che coabita col capitalismo delle piattaforme –, è l’esito di un processo di apprendimento pratico-morale che dura da almeno mezzo secolo e si chiama reddito universale e incondizionato di autodeterminazione. Non sarà la rivoluzione. Ma è il minimo necessario. Un reddito di base incondizionato e un sistema universale di ammortizzatori sociali è il minimo necessario. E come minimo è necessario un sistema di progressività sociale e redistribuzione politica capace di tutelare la salute, la casa, l’istruzione, la connessione, la cooperazione e la vita in comune, come ha sostenuto Roberto Ciccarelli. Questa è l’unica reale base possibile per fare della solidarietà tra estranei il prototipo della cura tra consimili.

 

1 Il testo a cui si fa qui riferimento è una mia breve recensione uscita nel mese di aprile 2020 per la rivista mensile Jacobin Italia: www.jacobinitalia.it/marxiani-contro-lalienazione-virale/

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Antonino Morreale, Gli Asini

Marx revival

Pubblicato a fine 2019 da Donzelli, Marx Revival, raccolta di “Concetti essenziali e nuove letture” a cura di Marcello Musto, è già uscito in inglese a giugno 2020; e per il 2021 sono previste le pubblicazioni in cinese, tedesco, giapponese, coreano e portoghese.

Con le sue 469 pagine può incutere qualche preoccupazione; e si rivela invece, scorrendo l’indice, ventaglio amplissimo e godibile di temi e di punti di vista.

I titoli dei saggi – li cito tutti per dare un’idea compiuta – rivelano l’ottica non banale secondo cui la raccolta è costruita: Capitalismo, Comunismo, Democrazia, Proletariato, Lotta di classe, Organizzazione politica, Rivoluzione, Lavoro, Capitale e temporalità, Ecologia, Eguaglianza di genere, Nazionalismo e questione etnica, Migrazioni, Colonialismo, Stato, Globalizzazione, Guerra e relazioni internazionali, Religione, Educazione, Arte, Tecnologia e scienze, Marxismi.

È evidente che in questo volume non è Marx a interrogare il presente, ma sono piuttosto i temi dell’attualità a interrogare Marx, ottenendo risposte più o meno convincenti, più o meno strutturate, ma sempre stimolanti; senza forzature per trovare in Marx quel che non c’è.

Per il lettore italiano, che viene da una tradizione di studi e di elaborazioni teoriche di alto livello, ma anche molto diversa da questa, è un’occasione importante, che speriamo voglia cogliere.

Cominciamo dagli autori dei 22 saggi. Pochi gli studiosi già da noi conosciuti. Infatti dei 19 non italiani, solo cinque hanno opere già tradotte (Achkar, Antunes, Löwy, van der Linden, Wallerstein. Quest’ultimo, appena scomparso, già molto noto fin dagli anni Settanta, però solo come storico, per opere fondamentali).

Ci volevano tante diverse mani per riuscire a disegnare un profilo di Marx che, col tempo, appare sempre più poliedrico: originari di 11 diversi paesi (7 statunitensi, 3 inglesi, 3 italiani, 2 francesi; 2 tedeschi; uno a testa Canada, Paesi Bassi, Corea, Brasile, Nuova Zelanda, India); insegnano in nove diversi paesi. Non è pertanto un volume eurocentrico, ma davvero “globale”.

Altro pregio: i saggi – nessuno su un tema marginale – sono tutti molto brevi.

Il volume è il risultato ben riuscito degli intenti del curatore, Marcello Musto, che vuole “presentare un Marx per molti aspetti differente da quello conosciuto attraverso le correnti dominanti del marxismo novecentesco. Esso muove dal duplice intento di ridiscutere, in modo critico e innovativo, i temi classici della riflessione di Marx e di sviluppare un’analisi approfondita di alcune tematiche fino a oggi ancora non sufficientemente accostate al suo pensiero. Questo volume si offre, dunque, come uno strumento prezioso sia per riavvicinare Marx a quanti ritengono, erroneamente, che sia già stato detto tutto sulla sua opera, sia per presentare questo autore a una nuova generazione di lettori che non hanno ancora avuto modo di avvicinarsi ai suoi scritti” (p. XIII). Criteri e scelte azzeccate dal curatore che è, di suo, autore di opere ormai imprescindibili come Ripensare Marx (2011), L’ultimo Marx (2016), K. Marx, Biografia intellettuale e politica (2018).

La lettura – anche “a saltare” – a cui si viene invitati, è una bella esperienza. Coniugare varietà, novità, solidità scientifica su temi così impegnativi è stata una sfida vinta.

Si sa, per la tradizione, Marx ha una origine “tripla”: filosofia tedesca, economia politica inglese, politica francese. Un Marx profondamente ”europeo”, e questo ha comportato spesso una divisione tematica. Questo libro incorpora invece una nuova e fondamentale acquisizione interpretativa: Marx viene letto e ricostruito seguendo passo passo sul filo del tempo la molteplicità dei suoi interessi, teorici e pratici; avanzando nella lettura, nello studio, su tutti i fronti contemporaneamente, piuttosto che ritagliando, di volta in volta, il Marx “filosofo“, “l’economista”, “il politico” eccetera. Superando così note difficoltà: come è possibile analizzare la “Miseria” scartando la polemica con Proudhon sulle questioni politico-organizzative contemporanee? Come è possibile considerare come rituali retorici i richiami di Marx al “dovere di fronte al partito” o alla “vittoria scientifica per il nostro partito”, riferiti ai “Grundrisse” e a “Per la critica”?

È il taglio “biografico” proposto e ottimamente realizzato da Musto nel suo ultimo K. Marx. Biografia intellettuale e politica. Con Marx (e non so con chi altri) questo approccio risulta particolarmente funzionale, per niente “banale”; presenta anzi difficoltà che non tutti gli studiosi sono in grado di superare.

Oggi, certamente, questo approccio è più praticabile di ieri perché, grazie al procedere della edizione storico-critica delle opere conosciuta come Mega2 (“Marx-Engels-Gesamtausgabe).

si può seguire il corso dei pensieri di Marx, da quando prende in mano un libro, ne discorre per lettera con Engels, comincia a farne sunti ed estratti, fino alla elaborazione di commenti e di bozze, fino al discorso filato e finito.

In questa ottica gli interessi appaiono “enciclopedici” e Marx riesce a soddisfarli appena, pur con la conoscenza di otto lingue.

Ogni lettore può scegliere in questa raccolta il tema che più lo interessa, oppure può utilizzarla come un libro di approfondimento e aggiornamento. La bibliografia citata è infatti la più abbondante e specializzata che possa trovarsi, e l’indice finale degli argomenti è un buon filo conduttore per orientarsi. E, naturalmente, porta il segno duro dello “spirito dei tempi” che a Lenin dedica 15 citazioni, 8 a Gramsci, 8 alla Luxemburg, 2 a Lukács, 2 ad Althusser, 13 ad Hegel, e zero a Korsch…

Possiamo riconoscere autocriticamente, noi italiani, che la “nostra” lettura è stata eurocentrica anche in quest’altro senso: abbiamo letto solo libri di italiani, francesi, tedeschi e qualche inglese. E invece qui troviamo “novità” nei temi, negli autori, nelle interpretazioni. Per un libro sul “vecchio” Marx che ci guarda dalla lontananza dei suoi 202 compleanni è una bella proposta.

Ma ci sono sorprese positive anche per chi ha qualche pratica di quel mare che è l’opera di Marx. Per cominciare, novità di contenuto, perché i saggi rendono conto delle ultime risultanze filologiche.

Marx si allarga dal suo blocco iniziale già amplissimo, filosofia-economia-storia-politica, terreni suoi da sempre, per dire la sua su territori più “marginali” (un esempio il Marx “giornalista”, sinora certamente sottovalutato come “lavoro per il pane”). Ed è questa la prova maggiore della sua attualità e imprescindibilità, pur nella profondità dei cambiamenti.

Un tempo serviva un Marx “dogmatico” per costruire una dottrina semplificata, non storicizzata, compattata sul leninismo e lo stalinismo, “guida per l’azione”, destinata alle masse da indottrinare e guidare alla lotta politica. Marx ha resistito a tanti di questi interventi, ai rimescolamenti della gerarchia delle sue opere, alla gabbia delle alternative secche: Marx giovane/Marx vecchio, Marx filosofo/Marx economista, delle “rotture epistemologiche”. Un Marx hegeliano; il Marx di Engels, del revisionismo di Bernstein e della Seconda Internazionale, del Lenin giovane che, anche come studioso di Marx. “sopra gli altri come aquila vola”, del marxismo-leninismo “d’acciaio”, ma inservibile, di Stalin; quello tutto “filosofico” di Lukàcs. In Italia quello del primo socialismo, di Loria e Labriola, di Croce, Gentile, Mondolfo. Il Marx al quale si concedeva la “scelta” tra “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Quello tanto più complicato e creativo di Gramsci, e poi del così “diverso”, filosoficamente impegnativo, restauro (troppo sbilanciato sul ’43) di Della Volpe e della sua “scuola”…

Ma, alla fine, quel che resta, tra tante macerie e tanti monumenti, è il Marx che vive ancora nei suoi scritti, là dove sempre bisogna tornare, e che oggi ci è dato conoscere come mai prima, grazie a Mega2 che ha ripreso nel 1975 l’incredibile lavoro degli anni venti, di Riazanov, l’uomo che “sfilò” Marx dalle mani della Spd, lo fotografò e pubblicò, per finire vittima, anche lui, sommo marxologo, di Stalin, come tanti buoni marxisti.

La moltiplicazione dei temi, l’aumento dei testi disponibili, la caduta di tanti schemi, pongono oggi dinanzi a una “pericolosa” libertà, come è sempre, che può condurre a frammentare e a scombinare le tessere che compongono l’immagine di Marx. Il quale è, ci pare, un autore che si è mosso molto precocemente seguendo un proprio “filo conduttore”, che legge la propria vicenda regalandosi una patente di “coerenza”; ma che è, davvero, un autore che ha un “centro” da cui parte per andare a dar conto della realtà e a cui ritorna, e che ha un orizzonte teorico amplissimo. In Marx quasi mai la “cosa della logica” distorce o nasconde la “logica della cosa”, cioè l’analisi ravvicinata e puntuale; come rimprovera ad Hegel.

Anche chi appartiene alla “vecchia” generazione di lettori di Marx, leggendo questo libro, potrà rafforzarsi nella convinzione che “le fondamenta della sua analisi continuano a offrirci insostituibili armi critiche per ripensare la costruzione di una società alternativa al capitalismo”(Musto, Pref. p. XIII).

Nonostante intenti così ragionevoli e tanti ottimi risultati, qualche recensore ha visto in giro, nel libro, “sagrestani in adorazione”. E non si tratta di un improvvisato recensore ma di uno studioso che, già negli anni ‘60, ha pubblicato un apprezzato volume su “Alienazione e feticismo nel pensiero di Marx” e una monografia divulgativa. Buoni entrambi. L’accusa di “sacralizzare” Marx, sarebbe gravissima e antimarxista, se fosse vera. Ma è l’argomentare che zoppica: si rimprovera l’assenza di “Böhm-Bawerk, Bernstein, Pareto, Kelsen”: si ricorda il “formidabile attacco” di Bernstein; si stronca Marx per l’assenza di una “dottrina dello Stato”.

“Sacrestani in costante adorazione del Maestro”, ammonisce; mentre avremmo una “ricca tradizione del pensiero liberale” a cui inchinarci: Locke, Kant, Constant, e Toqueville. Parole in libertà, tanto più se aggiunge “dobbiamo studiare e meditare tutti i classici”. Futili consigli conditi da contraddittorie affermazioni: “Marx ha inaugurato un nuovo modo di guardare la storia” (di quanti filosofi si può dire?); “dopo Marx non è più possibile pensare come si pensava prima di Marx”(?); Marx è “un classico e non un Vangelo”(?).

Ma per mostrare, comunque, gratitudine per i contributi di tanto tempo fa, fornisco al recensore un primo elenco di pagine nelle quali potrà trovare osservazioni critiche a Marx: pp.26, 30, 99, 108, 117, 118, 156, 203, 204, 239, 240, 281, 305… alcune delle quali (Postone), puntano a una revisione radicale, a sua consolazione.

Per chiudere dando la parola al libro. Qualche riga da tre delle voci più riuscite del volume: “Capitalismo” di Kratke (Regno Unito); “Ecologia” di Bellamy Foster (Usa); “Democrazia” di Meiksins Wood (Canada).

Alla voce “Capitalismo” (p. 23): “(Marx) è da più parti considerato il primo ad aver scoperto e analizzato la tendenza alla “concentrazione e centralizzazione” del capitale (…), lo sviluppo del sistema industriale e la tendenza all’automazione, all’industrializzazione dell’agricoltura, alla diffusione della globalizzazione e alla creazione di una economia mondiale capitalista; e ancora, la tendenza all’ascesa del capitale associato e all’ascesa dei manager, l’accelerazione della circolazione, le rivoluzioni tecnologiche, l’ascesa di mercati finanziari del moderno sistema creditizio”.

Quanto poi alla sensibilità ecologica riscoperta in Marx in anni recenti: la verità è, al contrario, che è stata la nostra sensibilità ecologica, oggi, a essersi svegliata e che a quel risveglio non poteva che seguire una rilettura anche di Marx. A tal proposito è giusto ricordare le parole di M. Quaini del 1974 (!): “Marx (…) denunciò la spoliazione della natura prima che nascesse una moderna coscienza ecologica borghese”. Nel saggio di Bellamy Foster c’è una panoramica utile e chiara dell’incontro tra Marx e il tema ecologico e delle sue fasi: “La nozione marxiana del capitalismo come forza necessariamente dirompente e degradante rispetto ai processi della natura può essere rintracciata non solo nelle sue osservazioni su come il capitalismo ha depredato la natura, ma anche in quelle su come esso ha spogliato gli essere umani della loro essenza naturale-fisica (oltre che intellettuale), usandoli prematuramente per poi gettarli via, senza costi per il capitale” (p. 205).

Qualche riga da Meiksins Wood (p. 66): “L’essenza della ‘economia’ capitalistica consiste nel fatto che una gamma molto ampia delle attività umane, che in altri tempi e in altri luoghi erano soggette allo Stato o a regole comuni di vario genere, sono state trasferite all’interno del campo economico, sottoposte non solo alle gerarchie del luogo di lavoro, ma anche alle costrizioni del mercato, alle inarrestabili esigenze di massimizzazione del profitto e di accumulazione costante di capitale senza che nessuno di questi elementi sia assoggettato alla libertà o a un principio di responsabilità democratici”.

E queste altre, solo in apparenza paradossali, per chiudere: “Nessun signore feudale avrebbe potuto regolare così strettamente il lavoro del contadino come i processi di lavoro nel capitalismo sono regolati dal dominio del capitale”.

Questo volume ha tutto quel che serve per diventare un eccezionale, utilissimo, strumento di lavoro per chi, giovane e poco esperto volesse avvicinarsi alle tematiche essenziali del presente, con un occhio a Marx; e un libro di “meditazione”, come un “buon vino”, per chi, non più giovane, volesse ancora riprendere classici temi, per ricavarne che la “lotta” – per Marx il senso stesso della vita – è nelle cose stesse, e che la caduta del muro di Berlino ha dato solo un breve respiro al vecchio sogno di ogni buon borghese: il “capitalismo senza storia”. Ma era solo un “fermo-immagine”; la storia continua…

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Lorenzo Mari, Fata Morgana

Prima che l’attuale situazione di pandemia prendesse il sopravvento tanto nell’attenzione mediatica quanto nel dibattito culturale, ad agitare la speculazione teorico-filosofica era, innanzitutto, la riflessione sulla crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007, che ad oggi è ancora in corso, risultando ulteriormente aggravata dalle circostanze attuali.

Eguale rilevanza aveva guadagnato, negli ultimi tempi, il dibattito sull’orizzonte temporale e interpretativo dell’Antropocene, sulla spinta – a livello di immaginario mediatico, almeno – dei nuovi movimenti di protesta che si concentrano sul climate change.

Ora, invece, le cronache culturali sembrano essere dominate dal ritorno al paradigma della biopolitica – principalmente rappresentato dalle opere di Michel Foucault e Giorgio Agamben – con l’apertura, allo stesso tempo, di un curioso scollamento tra la critica teorica e le sue opzioni interpretative e operative. Tra gli altri, ne hanno recentemente parlato, da posizioni diverse, Davide Grasso e Luca Illetterati, commentando una serie di interventi sulla biopolitica della pandemia firmati dallo stesso Agamben. Illetterati, ad esempio, ha puntualizzato in modo molto chiaro l’esigenza di «pensare e ripensare […] la sclerotizzazione delle nostre prassi discorsive dentro opposizioni» e, più in generale, tutte quelle tassonomie «che si reggono solo a partire dalla loro reciproca unilateralità».

Tuttavia, si è presentato un rischio più o meno analogo anche nel caso della tradizione marxista, quando questa è stata chiamata in causa a proposito della crisi economico-finanziaria globale. Vi si può rintracciare, in effetti, un simile accentramento para-divistico dell’iconografia: basti pensare alle copertine più volte dedicate a Karl Marx dal Times negli ultimi anni come icona di un posizionamento “critico” rispetto alle periodiche crisi del capitalismo – “critica” mai di caratura realmente politica o economica, e regolarmente disattesa dalla linea editoriale della rivista, alla quale si adatterebbero meglio, forse, le fisionomie di David Ricardo o di Milton Friedman. Anche la possibilità del discredito, basata sulla sclerotizzazione, nella contemporaneità, di alcune categorie del pensiero di Marx, è stata analoga.

L’antologia Marx revival, a cura di Marcello Musto, si può leggere innanzitutto come un intervento in questa direzione, volto a chiarire, come si legge nel sottotitolo, i concetti essenziali del pensiero di Marx, aprendoli nello stesso tempo a Nuove letture. Se la si sottrae alle contingenze dichiarate nell’introduzione – relative alle iniziative organizzate tra 2017 e 2018 in occasione del 150° anniversario della pubblicazione del Capitale e del bicentenario della nascita di Marx – è proprio questo il merito principale dell’antologia: la rilettura del corpus di opere del filosofo di Treviri può uscire dalle categorie più usate e abusate per suscitare nuove letture, autenticamente utili nella contemporaneità.

La struttura è, in effetti, quella di un glossario che ai 22 lemmi proposti – si va da Capitalismo e Comunismo a Tecnologia e scienza e alla declinazione plurale dei Marxismi, passando per Lotta di classe, Ecologia, Migrazioni, Globalizzazione, ecc. – associa un saggio compilato di volta in volta da firme autorevoli, per la curatela di Marcello Musto, già autore di vari contributi importanti tra i quali si possono ricordare, a titolo di esempio, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (2005) e i più recenti volumi in inglese, Marx for Today (2012) e Another Marx: Early Manuscripts to the International (2018).

La ricerca di un “altro Marx” che inequivocabilmente trapela in questi titoli è chiaramente esplicitata anche nel presente volume, risultando articolata secondo molteplici direttive: con l’inclusione di voci come Genere, Migrazioni, Ecologia, l’antologia si pone nell’ottica di un dialogo proficuo, per quanto implicito, con quelle aree disciplinari, riunite sotto la definizione di Studies (Gender Studies, Postcolonial Studies e Environmental Studies, in particolare), che spesso si sono confrontate con l’eredità marxiana e marxista allo scopo di un’appropriazione selettiva se non anche di un netto allontanamento.

Significativa, a questo proposito, l’assenza di un lemma specificamente dedicato alla Cultura, parzialmente colmata dalle riflessioni di Isabelle Garo sull’Arte, ad evidenziare un’associazione estremamente problematica con i Cultural Studies, nel contesto di quello che Marco Gatto ha autorevolmente definito Marxismo culturale. Allo stesso tempo, lo sdoppiamento dell’ottica sintetizzato nei concetti essenziali e nelle nuove letture non consente sempre di poter prendere posizioni compiutamente informate di quelli che sono stati gli ampi dibattiti “con” e “contro Marx” inaugurati “prima degli Studies” e poi sviluppati secondo varie direzioni da questi ultimi.

In questo senso, quando Heather Brown affronta la questione del genere/gender, si concentra innanzitutto sulla considerazione dialettica di Marx dell’istituzione della famiglia, dimostrando come «l’enfasi posta sul cambiamento dialettico port[i] a una critica sistematica delle forme contemporanee del patriarcato» (Musto 2019, p. 237) che sembra mancare a certi intendimenti post-strutturalisti del femminismo che – l’affermazione è fortemente apodittica – «non hanno saputo elaborare un femminismo anti-capitalista» (ivi, p. 221). Se in questa posizione si sentono gli echi delle questioni rimesse sul tavolo da Nancy Fraser a partire da Fortunes of Feminism (2013), sembra invece mancare, tra le varie possibili in ambito femminista marxista, una riflessione sull’esclusione generalizzata del lavoro domestico come lavoro non salariato dalla prospettiva politica dello stesso Marx – punto sul quale si concentra invece la recente antologia di scritti di Silvia Federici, Genere e Capitale (2020).

In effetti, anche altri saggi di Marx revival portano l’attenzione sul lavoro non salariato, ma soltanto nell’ambito delle relazioni storiche, prima ancora che politiche o culturali, tra lavoro non salariato in condizioni di schiavitù e lavoro salariato. Se ne occupano, ad esempio, Pietro Basso, a proposito di migrazioni, Seongjin Jeong, parlando di globalizzazione, Sandro Mezzadra e Ranabbir Samaddar, a proposito di colonialismo/postcolonialismo, e Immanuel Wallerstein, in merito alla pluralità dei marxismi storicamente determinati.

Senza incorrere nella riproposizione di una qualche forma di teleologia, i vari studiosi inquadrano tale rapporto nella storia dell’espansione del “mercato mondiale” – cogliendo la grande frequenza del lemma Weltmarkt nelle opere di Marx (ivi, p. 325) – nei termini già marxiani del “sistema combinato e diseguale”, dove la forza-lavoro migrante è costantemente ricostituita come “esercito di riserva”. Prospettiva certamente necessaria per inquadrare i vari fenomeni entro una più articolata critica dell’economia politica, essa non mostra, tuttavia, la capacità operativa necessaria per insistere su quei pensieri e pratiche dell’intersezione che hanno avuto origine dall’incontro tra le varie forme di femminismo e di resistenza anticoloniale, com’è stato messo in luce negli ambiti dei Postcolonial e Gender Studies. Lo ricorda, in modo molto sintetico, Immanuel Wallerstein alla fine del suo intervento e del libro nel suo insieme, scrivendo che «la trinità formata da razza, genere e classe è ancora un tema centrale nella ridefinizione del marxismo» (ivi, pp. 447).

Più organico appare l’intervento sull’Ecologia, ovvero sull’eco-socialismo, di John Bellamy Foster, forte di una già lunga e importante produzione scientifica in materia. La ricapitolazione storica dell’incontro tra marxismo ed ecologismo perviene infatti a una sintesi, se non convincente, certamente affascinante, per la quale le due posizioni si possono incontrare e fondersi una nell’altra, se si ricorda che «[p]er Marx il socialismo era una nuova forma rivoluzionaria di riproduzione metabolica sociale finalizzata alla realizzazione di bisogni comunitari, radicata in condizioni di sostanziale uguaglianza e di sostenibilità ecologica» (ivi, p. 217). Si tratta di una posizione condivisa, in linea di massima, anche da Michael Löwy nel capitolo dedicato alla Rivoluzione, ma non da Michael Krätke che ritiene «molto improbabile» l’ipotesi che Marx censurasse moralisticamente la «crescita senza limiti» (ivi, p. 24) del Capitalismo.

Lo ha rilevato, tra gli altri, Antonio Carioti nella breve e non lusinghiera recensione del volume per La Lettura, ma questo – lungi dal costituire un problema di coerenza in un libro dichiaratamente plurale – segnala più che altro la difficoltà di riprendere, nello spazio dei brevi saggi di venti pagine circa che compongono il libro, la complessità della tradizione marxista, che per secoli si è confrontata sui vari temi e, nel caso specifico, sull’assioma per il quale l’espansione della produzione costituisce un limite interno ai sistemi capitalisti. Egualmente fuori fuoco può essere considerata la recensione di Alfonso Berardinelli, pubblicata sul Foglio, secondo la quale è certamente utile tornare alla «straordinaria, anche se ambivalente, importanza» dell’opera di Marx, ma «guai a diventare marxisti».

Entrambe le posizioni si concentrano sullo iato, sempre classico, tra eredità marxiana e marxista – iato che invece il volume si propone di superare, o meglio riarticolare dialetticamente, con una via irta di difficoltà e comunque affascinante come quella della “rilettura contemporanea dei concetti essenziali” dell’opera di Marx. Cercando anzi di evitare la sclerotizzazione di molte categorie e dibattiti e il loro scollamento dal piano più strettamente operativo, Marx revival indica proprio la necessità di ripensare la vigenza contemporanea del nesso marxiano/marxista. Oggi è questo “l’altro spettro che si aggira per l’Europa”, insieme alla non-vita virale, da accostarsi utilmente, poi, ai ragionamenti con e contro il paradigma biopolitico.

In questo modo si può forse realizzare – declinando il “mondo della vita” secondo modalità ancor più specifiche e coscienti dei propri spettri – anche la dichiarazione programmatica con la quale Luca Illetterati conclude il suo intervento sulle ultime posizioni di Agamben in merito alla pandemia:

Pensare l’innaturalità della natura e la naturalità dello spirito, ovvero ripensare in dialogo con le scienze della natura la nozione stessa di natura e ripensare in dialogo con le scienze umane ciò che la tradizione chiamava il mondo dello spirito, ovvero l’ambito della libertà e dunque la dimensione intersoggettiva e propriamente politica, senza ridurre per questo l’una all’altra e tuttavia cogliendone i nessi proprio a partire dalla nozione di vita è forse uno dei compiti (ovvero, ancora una volta, delle vocazioni, dei doveri, delle funzioni, dei ruoli) a cui la filosofia è oggi più che mai chiamata (Illetterati 2020).

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Biagio Sarnataro, Jacobin Italia

Marxiani contro l’alienazione virale

Nella poesia Un biglietto lasciato prima di non andare via Giorgio Caproni scrive: «Se non dovessi tornare,/ sappiate che non sono mai/ partito.

Il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai». Notevole per ben altri versi, per farla lunga dirò che ricorda il nessun dove senza negazioni delle Elegie duinesi, è la perfetta missiva antologica di Marx ai suoi interpreti futuri e passati.

A riempire questa mancanza è stato pubblicato in Italia un libro, edito dalla Donzelli Editore,  Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture, è a cura di Marcello Musto, professore associato di Sociologia Teorica alla York University di Toronto. Con il suo, il volume raccoglie i contributi di ventidue studiosi, provenienti da dieci paesi diversi, tra i più eminenti del pensiero marxiano che si lega alla stagione interpretativa della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la famigerata Mega². Un compatto dizionario marxiano in ventidue capitoli che raccoglie spunti critici dall’intero corpus degli scritti e dei pronunciamenti di Marx, sviluppando con rigore, ampiezza di contenuti e vitalità di interpretazioni quello che possiamo definire come l’esempio concreto e più avanzato di che cosa significhi oggi ripensare Marx e i marxismi, e di quanto questo duplice ripensamento coinvolga una folta platea di studiosi, militanti, attivisti, intellettuali provenienti da tutti i continenti.

Oggi possiamo tornare ai testi del tedesco per come egli stesso ci tornerebbe: leggendoli nella forma in cui li ha lasciati. E non è cosa da poco, anche perché per Marx era fondamentale diversificare i modi della ricerca e dell’esposizione, Forschungs– e Darstellungs-weise. Tornare ai suoi testi con questa sensibilità critica e filologica significa utilizzare la sua opera per andare avanti, per approfondire ulteriormente il suo discorso, come tipo di discorso non privo di presupposti e ripensamenti. L’autofondazione della scienza del capitale ne Il capitale consiste nella sua fondazione nella critica – anche dello statuto epistemologico dell’economia politica, come si sa – : critica che non solo ha il suo referente reale, ma la cui esistenza dipende da una condizione di possibilità materiale che è dichiarata da Marx stesso. Questo suo referente reale e questa sua condizione di possibilità materiale si sono dati insieme quando il conflitto che ab origine oppone al rapporto di riproduzione capitalistico una specifica forza produttiva, la forza-lavoro, si è dimostrato antagonismo.

L’antagonismo individua una contraddizione tendenziale tra il rapporto di produzione e tutte le forze produttive materiali che di volta in volta il capitale chiama all’esistenza. Il modo di questa chiamata ci dà la cognizione del possibile passaggio a un altro diverso reale che si prepara in una società organizzata secondo l’opposizione fra il carattere progressivamente sociale della produzione e la sua appropriazione privata.

Capitale vuol dire: rispetto a un certo piano della produttività – virtualiter come divisione del lavoro, giornata lavorativa, plusvalore relativo e assoluto – e di produzione – realiter come difficile conciliazione tra il libro primo e il libro terzo de Il capitale, il problema della trasformazione dei valori in prezzi – si stacca uno stock, un pezzo di patrimonio individuale o anche sociale, per essere investito in una impresa nel ramo commerciale o anche industriale, in modo da ottenere un reddito e una rendita, tali perché questo investire, dopo aver fatto un giro largo, si aggiunge alla somma di credito iniziale.

Marx ci insegna subito due cose: la prima è che il pluslavoro è appropriazione della possibilità reale del di più di valore che deriva dalla capacità lavorativa, più specificamente, dalla forza-lavoro del lavoratore. Questa appropriazione è strutturale, sta alla base della riproduzione del capitale come cosa e come rapporto, come fondo iniziale ma aumentato e come titolarità sulla prestazione della forza-lavoro. La seconda è che questo rapporto tra capitalista e lavoratore è di natura storica, quindi essenzialmente politica e viceversa. Di come venga attribuita la porzione tra lavoro retribuito e lavoro non pagato, lo decidono i rapporti di forza tra le classi. Non il mercato.

Ogni singolo elemento menzionato è in sé problematico, ha una sua specifica articolazione storico-politica. Cambiano i modi di attribuzione, la posizione del lavoro nel processo di produzione, la riproduzione del lavoro, il tipo, la natura di questo, la forma della retribuzione e dello sfruttamento, la gratuità del pluslavoro, la forma della gratuità, i rapporti di forza, il genere di forza di questi rapporti, la composizione di classe, l’idea di mercato e la sua geografia, e tutto questo nei rispettivi rimandi particolari e generali, nei quali compare, non in secondo piano, il grado di consapevolezza che i soggetti coinvolti esprimono in una certa configurazione attuale della produzione e della riproduzione sociale.

In Marx revival si trova la discussione più aggiornata e approfondita di tutti questi elementi, la sollecitazione più estesa e densa della riserva concettuale marxiana oggi in circolazione. Leggendolo si fa l’esperienza di capire come un mutamento del modo di concepire Marx e il suo lascito possa mutare il modo di concepire un determinato lavoro culturale e anche di iniziativa politica. Di come un mutamento nel modo di concepire e compiere questo determinato lavoro di rinnovamento possa riclassificare questo stesso lavoro e renderlo momento di consapevole partecipazione e contributo al generale processo di mutamento dell’egemonia culturale, di sovvertimento del rapporto e della forma della contraddizione sempre ulteriore, tipica del modo di produzione e riproduzione capitalistico.

Detto altrimenti, quest’opera rispetta l’indicazione del Mario Tronti di Operai e capitale: un libro oggi può contenere qualche cosa di vero a una sola condizione, se viene tutto scritto con la coscienza di compiere una cattiva azione. Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro. Le parole, comunque le scegli, ti sembrano cose dei borghesi. Ma così è. In una società nemica non c’è la libera scelta dei mezzi per combatterla. E le armi per le rivolte proletarie sono state sempre prese dagli arsenali dei padroni. Finché non si scoprì il sanpietrino, si potrebbe aggiungere. Ma questa è un’altra storia.

I bachi da seta del capitale: la forza lavoro come concetto ecologico-politico
Mario Draghi è intervenuto qualche giorno fa a ricordarci come, accanto alla fragilità della vita, esista un’unica altra grande certezza: le tasse. Pompare liquidità nel sistema europeo non è solo una scelta di buon senso, ma è una necessità, poiché la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo. Il grande timore è che la crisi possa trasformarsi in crollo, e che, come si legge nell’editoriale del 30 marzo di Infoaut nel crollare saltino fuori tutta una serie di pensieri collettivi, diciamo anche una certa idea di lotta di classe, per cui si comincia a notare: «Chi ha i tamponi e chi non lo può fare. Che cosa si risparmia e che cosa si spende. Chi è costretto a lavorare e chi invece dà ordini in video-chiamata. Chi è in ospedale e chi no. Chi è in carcere e chi no. Chi è protetto e chi no. Chi rischia e chi no. Chi ha fame e chi no».

La cura di sé e la cura degli altri è diventato un campo di battaglia, oltre che di resistenze. L’emergenza sanitaria su scala globale ha fatto saltare le promesse di un sistema basato sulla subordinazione della vita agli imperativi di una ideologia abilista e machista, competitiva e performante. Come scrive Marie Moïse su Jacobin Italia: «Se le morti quotidiane sul lavoro, un femminicidio ogni tre giorni e i naufragi in mezzo al Mediterraneo non hanno mai interrotto la normalità, se la morte dentro di chi fa tre lavori alla volta, perde la casa o rinuncia a curarsi non ha mai fermato le manovre finanziarie a favore di grandi imprese e gruppi bancari, oggi una nuova – ancorché contraddittoria – centralità della vita e della sua salvaguardia conferisce un’inedita legittimità di parola a chi finora aveva taciuto. La società degli individui reciprocamente indifferenti, chiamati a farcela da soli, a vergognarsi dei propri bisogni e a chiamarli fallimenti ha gettato la maschera: non esiste via di fuga per pochi da un pianeta infetto. Non saremo guariti fino a che non lo saremo tutti […] Fino a ieri, se qualcuno stava peggio di noi avevamo un agile pretesto retorico per sfuggire all’ascolto di noi stessi ma anche per illuderci di non arrivare ultimi nella competizione per la sopravvivenza. Oggi la gara è sospesa e quel qualcuno sta in cima all’elenco delle chiamate da fare».

La centralità della vita, la centralità della vita minacciata, della nuda vita, nella forma di epoché che stiamo vivendo, a un tempo e tutti insieme, cosa che davvero la rende un fatto filosofico, è anche il tema che ha tenuto sveglio il dibattito biopolitico nelle ultime settimane, sulla scia di Giorgio Agamben. Davide Grasso e Luca Illetterati hanno segnato un punto su questo. Ci faccio riferimento però perché il professore di sociologia dell’ambiente Luigi Pellizzoni ci si è soffermato in modo inedito chiedendosi come questi discorsi investano le scienze umane, soprattutto quando le scienze umane si pongono il problema, non piccolo, di avventurarsi nei dintorni – dirò Umwelt ma più precisamente Umgebung, o milieu ma anche entourage, meno invece nel senso di environment, e più di presso ambiente inteso come habitat – di una forma di vita.

Le abitudini che si stanno innervando in quarantena, il buon cittadino virale – controllo sociale dei servo-padroni, divenire (pa)-droni –  sembrano preoccupanti perché è come se si annunciasse l’emergere di un nuovo habitus, del prendere parte al proprio ambiente o habitat, il che diventa ancora più allarmante se ci si ricorda che habito è un frequentativo del verbo habeo, dunque concerne la sfera di senso dell’avere, del credere di avere o del credere di non avere, anche diritti, ad esempio.

Il problema è, a partire dagli eventi attuali, come si riapre il discorso sull’uso delle categorie di bíos e zoé, all’interno di quell’ambito di studi che si chiama ecologia politica. Per Agamben ci sarà un tempo in cui il bíos coinciderà con la propria zoé. Per Pellizzoni questo tempo è già qui. La confusione, l’isomorfismo non riconosciuto ma tuttavia esistente, è ciò che il capitalismo esplicitamente insegue e riproduce. Oggi ci troviamo alle prese con una ricomposizione della frattura nell’immaginario della ontological politics «non però in direzione di una ritrovata armonia ma di una più completa cattura dell’ordine del capitale». Poiché l’isomorfismo tra bíos e zoé negli stati di eccezioni reali e immaginabili sta emergendo nel nuovo ordine mondiale con una pervasività sconosciuta, c’è ancora margine perché questa sovrapposizione non assuma la forma dell’incubo? Il problema è antico, aggiunge Pellizzoni.

La risposta che si può dare da un punto di vista marxiano è: ogni comunità in ogni epoca ha agito l’isomorfismo tra bíos e zoé, finché il capitale non è sorto come rapporto e ha incluso queste due dimensioni tra i suoi presupposti, scindendole, per appropriarsi della legge che le tiene unite da sempre: il lavoro, o meglio, la forza lavoro.

A Jhon Bellamy Foster dobbiamo il concetto che più di tutti ha presentato al mondo un Marx ecologico. Nel suo contributo al Marx revival, Foster ci spiega come sia stato un vero e proprio processo di dissotterramento la discoverta – à la Vico del vero Omero – del pensiero ecologico di Marx. La forza-lavoro è un concetto ecologico perché è ecologica la stessa analisi della produzione di valore in Marx. La teoria della forma-valore ecologica è alla base della teoria critica di Marx. Il concetto di metabolic rift, la frattura metabolica tra lavoro, natura e valore, porta avanti la concezione materialistica della storia al punto da re-impostare il discorso rispetto a un metabolismo universale, naturale e sociale assieme, mediato dal lavoro e dal valore, dunque da una certa idea di ricchezza e di profitto, da una certa forma corrispettiva di proletarizzazione e che, come si capisce, non vuol dire, in nessun caso né ricchezza né povertà in quanto tali (che non esistono affatto come noumeni).

Il concetto di forza lavoro è un concetto ecologico-politico perché supera la differenziazione metafisica tra bíos e zoé, tra forma di vita e nuda vita. Cosa è la forza lavoro se non la capacità di esprimersi come corpi, integralità di bíos e zoé? Un corpo messo a lavoro è biologicamente e politicamente sempre in atto, è realtà effettuale produttiva e riproduttiva, en-ergeia, natura naturans. Il problema consiste in questa lotta corpo a corpo – e non è una metafora – tra ciò che è atto e ciò che è potenza nel mondo rovesciato del plusvalore, nel mondo dei bachi da seta industrializzati, tecnologizzati, digitalizzati: il problema sta nella potenza di un corpo, in ciò che un corpo può fare, e in ciò che più specificamente un corpo è stato chiamato a fare in forma di merce, nella differentia specifica di forza lavoro.

Tuttavia, un corpo non è soltanto un oggetto di cui parlare, è soprattutto un soggetto attraverso cui parlare. In alcuni corpi capita ciò che in altri corpi non capita o non può capitare, e quando si arriva a parlare così di corpo e di corpi, tutto si carica di sottointesi e valori sociali, di storia, di resistenza, di appartenenza, di scontro, di violenza, ma anche di gioia, di una certa idea di libertà. Tale consapevolezza viene da mezzo secolo, almeno, di lotte e frequentazioni militanti. Ma affonda le sue radici in un tempo lontano.

Ogni forma economica di produzione racchiude al proprio interno una serie di relazioni sociali possibili. Rispetto a queste possibilità il capitale fa leva su tutte le soggezioni sociali, poiché è quel rapporto che deve presupporre l’espropriazione e consentire l’alienazione materiale dei fini, degli scopi, dei prodotti dell’attività e dell’interazione tra gli uomini riuniti in società. Accanto all’ecologia bisognava superare i vicoli ciechi della lettura marxiana anche rispetto alla questione di genere, per avere una cognizione adeguata di che cosa è e come funziona il capitale.

Si doveva passare per Silvia Federici e Leopoldina Forunati che scrivevano come in fabbrica si producono merci, così in casa si produce la merce forza-lavoro. Il regime di doppia giornata lavorativa, per il quale si chiamava amore il lavoro non retribuito e si era inventata la figura sociale della casalinga a tempo pieno. Ma si doveva anche passare per le rivendicazioni del Black Feminism, dalla carica rivoluzionaria di quel ALL THE WOMEN ARE WHITE, ALLA THE BLACKS ARE MEN BUT SOME OF US ARE BRAVE, che di nuovo ha articolato il discorso di classe. Dove si è decostruita la generica solidarietà universale, contrapponendo un’idea di solidarietà politica tra condizioni specifiche, per la quale ogni muro ribaltato diventa un ponte, come dirà Angela Davis. Per salvarci da ogni forma di oppressione: anche da quella che si genera tra gli oppressi.

La lotta di classe in un mondo infetto
Nella sezione del primo libro de Il capitale, dove si definisce la produzione del valore relativo, Marx descrive tre figure di trasformazione del processo lavorativo: cooperazione, manifattura e grande industria. In questa fenomenologia del lavoro (work, labour, e anche job) si vede come le tre figure non seguano una storia lineare, ma sovrappongano i loro livelli funzionali. E cioè: posto il capitale come rapporto, ogni lavoro non potrà che specializzarsi, parcellizzarsi e infine diventare un’appendice dell’intero processo (sussunzione formale/sussunzione reale). Fino allo smart working che abbiamo sperimentato in queste ultime settimane – il sociologo Domenico De Masi oggi fa il Fourier del falanstero sociale – e fino all’emersione di quell’ambito di problemi che per brevità chiamerò datacratici, usando l’espressione – e il senso che ha voluto dargli – Daniele Gambetta in Datacrazia. Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data uscito per D Editore.

Da questo punto di vista il lavoratore – Arbeiter, non solo l’operaio della catena di montaggio interna all’opificio, alla fabbrica, ma il lavoratore in generale – è quel soggetto che partecipa in maniera subordinata, parcellizzata o addirittura in forma semi-automatica al processo di valorizzazione del capitale. Fa parte di questa valorizzazione tutto il sistema salariale e quando si dice sistema salariale si intende: lavoratori che percepiscono salario, disoccupati, inoccupati, ogni altro tipo di contribuzione esclusa dal vincolo del salario, e quindi anche il lavoro di riproduzione sociale – cura, lavoro domestico –, o esercito di riserva, migranti, schiavitù, come effettivo presupposto. Ogni segmento produttivo concorre alla formazione di pluslavoro. Anzi: tanto più viene invisibilizzato, tanto meglio vi concorre come gratuità effettiva. Chiamiamola anche sacrificio e sacralizzazione del dovere, all’abilismo, come prodotto del sistema etero-patriarcale, per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, per come ci ha resi fino a oggi, per come ci siamo arresi a questo fino a oggi, introiettandolo al punto da diventare feroci con la nostra e l’altrui fragilità.

L’arcano della critica dell’al di là era la critica dell’al di qua. L’arcano della critica dell’al di qua è la produzione. L’arcano della produzione è la riproduzione. Posta la critica della produzione, oggi la critica della riproduzione è il presupposto di ogni critica. Questa, se si vuole, è la nostra questione. La questione ecologica, declinata secondo una lettura integrata che guardi alle lotte per il reddito di cura e per la giustizia ambientale, a un New Green Deal Femminista e a stati di liberazione singolari, collettivi e permanenti. Alle lotte per il salario domestico e al femminismo queer. Dalla rivoluzione confederale nel Rojava, fino alle cose favolose che scrive Monique Wittig, dello sbarazzarci dell’«uomo» e della «donna», di categorie come «diverso» e «uguale», palesando un radicale antiessenzialismo, perché alla fine esiste solo un sesso oppresso e un sesso oppressore, ed è sempre l’oppressore a creare il significato, così come quando è stata la schiavitù a creare il negro. Mentre esiste davvero soltanto la libertà pubblica di essere chi si è, che vuol dire tutta la libertà che conta. Ed è già una sfida insostenibile per i più di noi.

Nel Marx revaival si trova persino una insolita estetica come la definisce Isabelle Garo. L’insolita estetica di Marx consiste, come si legge nei Grundrisse, per come riporta la Garo, in ciò: «una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle forze produttive, ecc. degli individui, creati nello scambio universale? […] Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senz’altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire?».

Altro che la libertà negativa di un Voltaire: la condizione della mia libertà è il divenire, senz’altro presupposto che il precedente sviluppo storico, questa tipica forma di negatività dell’immaginazione e creatività umana, fonte ecologica di libertà, per cui ogni individuo, nell’esperienza del movimento del suo divenire, si mostra come differenza che fa differenza, vettore di emancipazione, condizione vivente di libertà da sé e di sé. Emancipazione come forma di sensibilità pratica, forma di attenzione alla propria intelligenza di specie, per la quale prossimo è la figura di un sé che diviene – anche del proprio sé. In questo senso ci si approssima all’altro, si è prossimi all’altro come a sé stessi.

A ogni stagione va riscoperto il segno di questa prima radice, la forza e la grazia degli oppressi, che come Marx ha insegnato, e i 21 autori che con Musto ci hanno ricordato, hanno da perdere, in questa danza scomposta e spossante, soltanto le loro catene. A ogni stagione si deve riconoscere che loro ci odiano, e che dobbiamo ricambiare. E loro sono i capitalisti, noi il proletariato di oggi, il proletariato della produzione e della riproduzione sociale. Il fatto che esiste una borghesia della riproduzione e un proletariato della riproduzione e anche un sottoproletariato della riproduzione sociale, e che questo sottoproletariato avanza il problema non rimandabile della sopravvivenza, che la sopravvivenza non si misura in capacità di adattarsi dell’organismo più forte, né col coefficiente di resilienza di quello più adatto alle sconfitte, ma attraverso la componente di indisponibilità di un corpo ben cosciente del fatto che la sopravvivenza è un sotto-vivere. A volte proprio un vivere-sotto, negli slums, nei vasci.

L’esperienza della nostra generazione
Siamo la prima generazione del sistema-mondo a vivere una pandemia e a crescere all’ombra di ogni altra pandemia futuribile. Come deve suonarci strano quel It’s easer to image the end of the world than the end of capitalism, ce lo racconteremo da qui in avanti, facendoci rimbalzare nella testa il Benjamin che lottava contro i deterministi della Seconda e Terza Internazionale con quel suo «il capitalismo non morirà di morte naturale», o l’André Gorz de «il capitalismo fondato sulla crescita è morto. Il socialismo fondato sulla crescita, che gli somiglia come un fratello, ci riflette l’immagine deformata non del nostro futuro ma del nostro passato», così come scrive all’inizio di Ecologia e libertà.

Che si tratti di colonizzare, di estrarre, di ridurre in schiavitù, di contaminare, il capitale comincia come furto e finisce come rovina. Sottrarsi al suo dominio è tanto difficile perché il suo dominio si basa sulla sottrazione: di tempo, di idee, di terra, di forza, e di ogni altra risorsa. E per quale motivo? Perché il capitale non può fare altrimenti.

Quando insorgono problemi sistemici che non possono più venir risolti in accordo con il modo di produzione dominante, come nel periodo che stiamo vivendo, la forma esistente dell’integrazione sociale è minacciata. Un meccanismo endogeno di apprendimento provvede all’accumulazione di un potenziale cognitivo-tecnico, che può venir utilizzato per risolvere i problemi che generano tali crisi. Ma questo sapere può essere messo in opera in modo da consentire un dispiegamento delle forze produttive soltanto se è già stato compiuto il passo evolutivo verso un nuovo quadro istituzionale e una nuova forma dell’integrazione sociale. Questo passo può essere spiegato solamente in base a processi di apprendimento di un altro tipo, cioè pratico-morale, scriveva Jürgen Habermas nel 1975, nella IV Tesi per la ricostruzione del materialismo storico.

Oggi sappiamo che questo quadro istituzionale, questa nuova forma di integrazione sociale, l’assimilazione nel fare quotidiano di un meccanismo endogeno di apprendimento che ha accumulato potenziale cognitivo-tecnico, general intellect che coabita col capitalismo delle piattaforme, in base a processi di apprendimento protico-morali, si chiama reddito universale incondizionato.

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Gianfranco Nappi, Infiniti Mondi

Dal nuovo lavoro di Marcello Musto su Marx*

A cura di Marcello Musto è di recente stato edito da Donzelli un volume molto importante: Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture, dicembre 2019.

Per gentile concessione del Curatore e della Casa Editrice pubblichiamo una parte del Saggio con cui Marcello Musto ha contribuito alla ricerca: li ringraziamo entrambi. Un libro assolutamente da leggere, meditare, approfondire questo Marx Revival che, dopo l’intensificarsi di studi e ricerche intorno a Marx sviluppati in coincidenza con il 200 anniversario della nascita, si inserisce nella scia di ‘riletture’ di grande interesse dell’opera e delle idee di un pensatore rivoluzionario di cui si avverte ancora, in tanti tratti della sua elaborazione, una straordinaria capacità nell’aiutarci a leggere il presente. Marcello Musto, peraltro, è protagonista di primo piano di questo sforzo innovativo di lettura a cui sta concorrendo, con autorevolezza vieppiù crescente, attraverso un articolato lavoro di ricerca di cui la curatela di questo volume rappresenta solo l’ultimo prezioso contributo.Tra i pregi di tutta questa parte più recente di studi e ricerche, vi sono senz’altro il rigore filologico e anche la capacità, in diversi di essi, di misurarsi con il contesto sociale e con la biografia dei protagonisti: in questo, il precedente lavoro di Musto (Karl Marx. Biografia intellettuale e politica, Einaudi 2018), ci ha restituito un farsi del pensiero di Marx totalmente alle prese con le sue vicende familiari, di salute e di ‘rivoluzionario in atto’ alle prese con i problemi di un incipiente movimento operaio a cui si contribuiva direttamente con l’azione concreta. L’opposto di un intellettuale separato dai problemi su cui andava riflettendo ed elaborando ma profondamente immerso nel proprio tempo e nell’animazione del conflitto. E dato non meno significativo di questi lavori, e qui torniamo al nostro Marx Revival, è quello di presentarci un Marx finalmente liberato da ogni ingessatura, bardatura ossificata, lettura piegata alle esigenze dello Stato e del Partito, che tanto l’hanno costretto e ridotto. Ma al tempo stesso, dopo la sbornia neoliberista, che quanto e forse persino più del crollo dell’Est di cui sono appena ricorsi i 30 anni, ha contribuito, almeno qui in Europa Occidentale, ad un accantonamento delle sue idee, massimamente in quel che è rimasto della Sinistra storica, gli anni successivi alla crisi del 2007/2008 hanno squadernato contraddizioni, tensioni, problemi per i quali più di un aspetto dell’analisi marxiana si è dimostrata feconda per cogliere dinamiche, per leggere tendenze, per misurarsi in termini potenziali di conflitto. Dal General Intellect dei Grundrisse alle pagine sui temi ambientali (John Bellamy Foster), sulla globalizzazione (Seongiin Jeong), sulle migrazioni (Pietro Basso)… insieme a quelle su Capitalismo (Michael R. Kratke), su Rivoluzione (Michael Lowy), su Eguaglianza di genere (Heather A. Brown), sui Marxismi (Immanuel Wallerstein), sul Comunismo (Marcello Musto), solo per citare alcuni dei ben 22 saggi raccolti in questo volume, i contributi di alcuni dei più autorevoli studiosi di Marx di tutto il mondo si misurano e si confrontano in qualche modo per fornirci chiavi di sua lettura e interpretazione capace di illuminare il presente. Ovviamente non tutto è in Marx. Sarebbe sciocco immaginarlo o pensarlo. Serve un pensiero contemporaneo. Ma altrettanto sicuramente se è con occhi critici, marxianamente parlando ci verrebbe da dire, che si vuole levare uno sguardo sul contemporaneo, beh allora, questo signore di oltre 200 anni di cose da dirci ne ha ancora molte: continuando a scavare più che un omaggio, pur giusto, a lui rendiamo un servigio al futuro di questa nostra umanità.

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Di Karl Marx

Comunismo come libera associazione
Nel Libro primo del Capitale, Marx argomentò che il capitalismo è un modo di produzione sociale «storicamente determinato», nel quale il prodotto del lavoro è trasformato in merce. In conseguenza di questa peculiarità, gli individui hanno valore solo in quanto produttori e «l’esistenza dell’essere umano» è asservita all’atto della «produ[zione] di merci». Pertanto, è «il processo di produzione [a] padroneggi[are] gli esseri umani», non viceversa. Il capitale «non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro» e non ritiene rilevante il miglioramento delle condizioni del proletariato. Quello che gli «interessa è unicamente […] il massimo [sfruttamento] di forza lavoro […], così come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità».

Nei Grundrisse, Marx ricordò che, poiché nel capitalismo, «lo scopo del lavoro non è un prodotto particolare che sta in […] rapporto con i bisogni […] dell’individuo, ma [è, invece,] il denaro […], la laboriosità dell’individuo non ha alcun limite». In siffatta società «tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro e [l’uomo] viene degradato a mero operaio, sussunto sotto il lavoro». Ciò nonostante, l’ideologia borghese presenta questa condizione come se l’individuo godesse di una maggiore libertà e fosse protetto da norme giuridiche imparziali, in grado di garantire giustizia ed equità. Paradossalmente, malgrado l’economia sia giunta a un livello di sviluppo in grado di consentire a tutta la società di vivere in condizioni migliori rispetto al passato, «le macchine più progredite costringono l’operaio a lavorare più a lungo di quanto era toccato al selvaggio o di quanto lui stesso aveva fatto, [prima di allora,] con strumenti più semplici e rozzi».

Al contrario, il comunismo fu definito da Marx come «un’associazione di liberi esseri umani [einen Verein freier Menschen] che lavor[a]no con mezzi di produzione comuni e spend[o]no coscientemente le loro molteplici forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale». Definizioni simili sono presenti in numerosi manoscritti di Marx. Nei Grundrisse, egli scrisse che la società postcapitalista si sarebbe fondata sulla «produzione sociale» [gemeinschaftlichen Produktion]. Nei Manoscritti economici del 1863-1867, parlò del «passaggio del modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato [Produktionsweise der assoziierten Arbeit]. Nella Critica al programma di Gotha (1875), Marx definì l’organizzazione sociale «fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione» come «società cooperativa» [genossenschaftliche Gesellschaft].

Nel Libro primo del Capitale, Marx chiarì che il «principio fondamentale» di questa «forma superiore di società» sarebbe stato il «pieno e libero sviluppo di ogni individuo». Ne La guerra civile in Francia, espresse la sua approvazione per le misure adottate dai comunardi che lasciavano «presagire la tendenza di un governo del popolo per il popolo». Più precisamente, nelle sue valutazioni circa le riforme politiche della Comune di Parigi, egli ritenne che «il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il passo, anche nelle province, all’autogoverno dei produttori». L’espressione venne ripresa negli Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, dove specificò che un radicale cambiamento sociale avrebbe avuto «inizio con l’autogoverno della comunità». L’idea di società di Marx è, dunque, l’antitesi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo. I suoi testi sono utili non solo per comprendere il modo di funzionamento del capitalismo, ma anche per individuare le ragioni dei fallimenti delle esperienze socialiste fin qui compiute.

In riferimento al tema della cosiddetta libera concorrenza, ovvero l’apparente eguaglianza con la quale operai e capitalisti si trovano posti sul mercato nella società borghese, Marx dichiarò che essa era tutt’altro dalla libertà umana tanto esaltata dagli esegeti del capitalismo. Egli riteneva che questo sistema costituisse un grande impedimento per la democrazia e mostrò, meglio di chiunque altro, che i lavoratori non ricevono il corrispettivo di quello che producono. Nei Grundrisse, spiegò che quanto veniva rappresentato come uno «scambio di equivalenti» era, invece, «appropriazione di lavoro altrui senza scambio, ma sotto la parvenza dello scambio». Le relazioni tra le persone erano «determinate soltanto dai loro interessi egoistici». Questa «collisione di individui» era stata spacciata come la «forma assoluta di esistenza della libera individualità nella sfera della produzione e dello scambio». Per Marx non vi era, in realtà, «niente di più falso», poiché, «nella libera concorrenza, non gli individui, ma il capitale è posto in condizioni di libertà». Nei Manoscritti economici del 1861-63 egli denunciò che era «il capitalista a incassare questo pluslavoro – [che era] […] tempo libero [e] […] la base materiale dello sviluppo e della cultura in generale […] – in nome della società». Nel Libro primo del Capitale, egli denunciò che la ricchezza della borghesia è possibile solo mediante la «trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse».

Nei Grundrisse, Marx osservò che nel capitalismo «gli individui sono sussunti dalla produzione sociale», la quale esiste come qualcosa che è a «loro estraneo». Essa viene realizzata solamente in funzione dell’attribuzione del valore di scambio conferito ai prodotti, la cui compravendita avviene soltanto «post festum». Inoltre, «tutti i fattori sociali della produzione», comprese le scoperte scientifiche che si palesano come «una scienza altrui, esterna all’operaio», sono poste dal capitale. Lo stesso associarsi degli operai nei luoghi e nell’atto della produzione è «operato dal capitale» ed è, pertanto, «soltanto formale». L’uso dei beni creati da parte dei lavoratori «non è mediat[o] dallo scambio di lavori o di prodotti di lavoro reciprocamente indipendenti [, bensì] […] dalle condizioni sociali della produzione entro le quali agisce l’individuo». Marx fece comprendere come l’attività produttiva nella fabbrica «riguarda[sse] solo il prodotto del lavoro, non il lavoro stesso», dal momento che avveniva «in un ambiente comune, sotto vigilanza, irreggimentazione, maggiore disciplina, immobilità e dipendenza».

Nel comunismo, invece, la produzione sarebbe stata «immediatamente sociale […], il risultato dell’associazione [the offspring of association] che ripartisce il lavoro al proprio interno». Essa sarebbe stata controllata dagli individui come «loro patrimonio comune». Il «carattere sociale della produzione» [gesellschaftliche Charakter der Produktion] avrebbe fatto sì che l’oggetto del lavoro fosse stato, «fin dal principio, un prodotto sociale e generale». Il carattere associativo «è presupposto» e «il lavoro del singolo si pone, sin dalla sua origine, come lavoro sociale». Come volle sottolineare nella Critica al programma di Gotha, nella società postcapitalistica «i lavori individuali non [sarebbero] più diventa[ti] parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto». In aggiunta, gli operai avrebbero potuto creare le condizioni per una «scomparsa [del]la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro».

Nel Libro primo del Capitale, Marx evidenziò che nella società borghese «l’operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produzione per l’operaio». Inoltre, parallelamente allo sfruttamento dei lavoratori, si manifestava anche quello verso l’ambiente. All’opposto delle interpretazioni che hanno assimilato la concezione marxiana della società comunista al mero sviluppo delle forze produttive, il suo interesse per la questione ecologica fu rilevante. Marx denunciò, ripetutamente, che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico determinava un aumento «non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo». Per suo tramite, venivano minate entrambe le «fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio».

Nel comunismo, viceversa, si sarebbero create le condizioni per una forma di «cooperazione pianificata», in virtù della quale «l’operaio si [sarebbe] spoglia[to] dei suoi limiti individuali e [avrebbe] sviluppa[to] la facoltà della sua specie». Nel Libro secondo Marx scrisse che nel comunismo la società sarebbe stata in grado di «calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e di sussistenza [avrebbe potuto] adoperare». Essa si sarebbe così differenziata, anche da questo punto di vista, dal capitalismo, sotto il quale «l’intelletto sociale si fa valere sempre soltanto post festum, [facendo] così intervenire, costantemente, grandi perturbamenti». Anche in alcuni brani del Libro terzo, Marx offrì chiarimenti sulle differenze tra il modo di produzione socialista e quello basato sul mercato, auspicando la nascita di una società «organizzata come una associazione cosciente e sistematica». Egli affermò che «è solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo, che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».

Nelle Glosse marginali al «Trattato di economia politica» di Adolf Wagner, infine, compare un’altra indicazione in proposito: «il volume della produzione» avrebbe dovuto essere «regolato razionalmente». L’applicazione di questo criterio avrebbe consentito di abbattere anche gli sprechi dell’«anarchico sistema della concorrenza», il quale, nel ricorrere delle sue crisi strutturali, oltre a «determina[re] lo sperpero smisurato dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro sociali», non era in grado di risolvere le contraddizioni derivanti dall’introduzione dei macchinari, dovute essenzialmente «al loro uso capitalistico».

Ruolo dello Stato, diritti individuali e libertà
Nella società comunista, accanto alle trasformazioni dell’economia, avrebbero dovuto essere ridefiniti anche il ruolo dello Stato e le funzioni della politica. Ne La guerra civile in Francia, Marx tenne a chiarire che, in seguito alla presa del potere, la classe lavoratrice avrebbe dovuto lottare per «estirpare le basi economiche sulle quali riposa l’esistenza delle classi e, quindi, il dominio di classe». Una volta che sarà «emancipato il lavoro, ogni essere umano div[errà] un lavoratore e il lavoro produttivo cess[erà] di essere l’attributo di una classe». La nota affermazione «la classe operaia non può semplicemente impadronirsi della macchina statale così com’è» stava a significare, come Marx ed Engels spiegarono nell’opuscolo Le cosiddette scissioni nell’Internazionale, che il movimento operaio avrebbe dovuto tendere a trasformare «le funzioni governative […] in semplici funzioni amministrative». Anche se con una formulazione alquanto concisa, negli Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, Marx spiegò che «la distribuzione delle funzioni [governative avrebbe dovuto] diven[tare] un fatto amministrativo che non attribuisce alcun potere». In questo modo, si sarebbe potuto evitare, quanto più possibile, che l’esercizio degli incarichi politici generasse nuove dinamiche di dominio e soggezione.

Marx valutò che, con lo sviluppo della società moderna, «il potere dello Stato [aveva] assu[nto] sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di una forza pubblica organizzata di asservimento sociale, di uno strumento del dispotismo di classe». Nel comunismo, al contrario, i lavoratori avrebbero dovuto impedire che lo Stato divenisse un ostacolo alla piena emancipazione degli individui. A essi Marx indicò la necessità che «gli organi meramente repressivi del vecchio potere governativo [fossero] amputati», mentre le sue «funzioni legittime» avrebbe[ro] dovuto essere «strappate da un’autorità che usurpava il primato della società […] e restituite agli agenti responsabili della società». Nella Critica al programma di Gotha Marx chiarì che «la libertà consiste nel mutare lo Stato da organo sovrapposto alla società in organo assolutamente subordinato ad essa», chiosando con sagacia che «le forme dello Stato sono più o meno libere nella misura in cui limitano la “libertà dello Stato”».

In questo stesso testo, Marx sottolineò anche l’esigenza che, nella società comunista, le politiche pubbliche privilegiassero la «soddisfazione collettiva dei bisogni». Le spese per le scuole, le istituzioni sanitarie e gli altri beni comuni sarebbero «notevolmente aumentat[e] fin dall’inizio, rispetto alla società attuale, e [sarebbero] aument[ate] nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando». L’istruzione avrebbe assunto una funzione di primario rilievo e, così come aveva ricordato ne La guerra civile in Francia, riferendosi al modello adottato dai comunardi parigini nel 1871, «tutti gli istituti di istruzione [sarebbero] stati aperti gratuitamente al popolo e liberati da ogni ingerenza sia della Chiesa che dello Stato». Solo così la cultura sarebbe «stata resa accessibile a tutti» e la scienza affrancata sia «dai pregiudizi di classe [che] dalla forza del governo».

Differentemente dalla società liberale, nella quale «l’eguale diritto» lascia inalterate le disuguaglianze esistenti, per Marx nella società comunista «il diritto [avrebbe] dov[uto] essere disuguale, invece di essere uguale». Una sua trasformazione in tal senso avrebbe riconosciuto, e tutelato, gli individui in base ai loro specifici bisogni e al minore o maggiore disagio delle loro condizioni, poiché «non sarebbero individui diversi, se non fossero disuguali». Sarebbe stato possibile, inoltre, determinare la giusta partecipazione di ciascuna persona ai servizi e alla ricchezza disponibile. La società che ambiva a seguire il principio «ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» aveva, davanti a sé, questo cammino complesso e irto di difficoltà. Tuttavia, l’esito finale non era garantito da «magnifiche sorti e progressive» e, allo stesso tempo, non era irreversibile.

Marx assegnò un valore fondamentale alla libertà individuale e il suo comunismo fu radicalmente diverso tanto dal livellamento delle classi, auspicato da diversi suoi predecessori, quanto dalla grigia uniformità politica ed economica, realizzata da molti suoi seguaci. Nell’Urtext, però, pose l’accento anche sull’«errore di quei socialisti, specialmente francesi», che, considerando «il socialismo [quale] realizzazione delle idee borghesi», avevano cercato di «dimostrare che il valore di scambio [fosse], originariamente […], un sistema di libertà ed eguaglianza per tutti, […] falsificato [… poi] dal capitale». Nei Grundrisse, Marx etichettò come «insulsaggine [quella] di considerare la libera concorrenza quale ultimo sviluppo della libertà umana». Difatti, questa tesi «non significa[va] altro se non che il dominio della borghesia [era] il termine ultimo della libertà umana», idea che, ironicamente, Marx definì «allettante per i parvenus».

Allo stesso modo, egli contestò l’ideologia liberale secondo la quale «la negazione della libera concorrenza equivale alla negazione della libertà individuale e della produzione sociale basata sulla libertà individuale». Nella società borghese si rendeva possibile soltanto un «libero sviluppo su base limitata, sulla base del dominio del capitale». A suo avviso, «questo genere di libertà individuale [era], al tempo stesso, la più completa soppressione di ogni libertà individuale e il più completo soggiogamento dell’individualità alle condizioni sociali, le quali assumono la forma di poteri oggettivi […] [e] oggetti indipendenti […] dagli stessi individui e dalle loro relazioni».

L’alternativa all’alienazione capitalistica era realizzabile solo se le classi subalterne avessero preso coscienza della loro condizione di nuovi schiavi e avessero dato inizio alla lotta per una trasformazione radicale del mondo nel quale venivano sfruttati. La loro mobilitazione e la loro partecipazione attiva a questo processo non poteva arrestarsi, però, all’indomani della presa del potere. Avrebbe dovuto proseguire al fine di scongiurare la deriva verso un socialismo di Stato nei cui confronti Marx manifestò sempre la più tenace e convinta opposizione.

In una significativa lettera indirizzata, nel 1868, al presidente dell’Associazione generale degli operai tedeschi, Marx spiegò che «l’operaio non andava trattato con provvedimenti burocratici», affinché potesse obbedire «all’autorità e ai superiori; la cosa più importante era insegnargli a camminare da solo». Egli non mutò mai questa convinzione nel corso della sua esistenza. Non a caso, come primo punto degli Statuti dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, da lui redatto, aveva posto: «l’emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi». Aggiungendo, in quello immediatamente successivo, che la loro lotta non doveva «tendere a costituire nuovi privilegi e monopoli di classe, ma a stabilire diritti e doveri eguali per tutti».

Molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx, utilizzando in modo strumentale e citando impropriamente il concetto di «dittatura del proletariato», non hanno seguito la direzione da lui indicata. Tuttavia, ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora.

References
1. K. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 108.
2. Ibid., p. 111.
3. Ibid., p. 113.
4. Ibid., p. 301.
5. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica cit., I, p. 185.
6. Ibid., II, p. 406.
7. Ibid., p. 405.
8. K. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 110.
9. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica cit., I, p. 117.
10. K. Marx, Ökonomische Manuskripte 1863-1867, MEGA2, II/4.2, Dietz Verlag, Berlin 2012, p. 662. Cfr. P. Chattopadhyay, Marx’s Associated Mode of Production, Palgrave, New York 2016, in particolare pp. 59-65 e 157-61.
11. K. Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 14. Palmiro Togliatti ha erroneamente tradotto questa espressione con il termine «società collettivista».
12. K. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 648.
13. K. Marx, La guerra civile in Francia. Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, in Marx Engels Opere, XXII, La Città del Sole-Editori Riuniti, Napoli- Roma 2008, p. 304.
14. Ibid., p. 297.
15. Marx, Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin cit., p. 356.
16. Su questi temi cfr. E. Meiksins Wood, Democracy against Capitalism, Cambridge University Press, London 1995.
17. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica cit., II, p. 141.
18. Ibid., p. 333.
19. K. Marx, Manoscritti economici del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 200.
20. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 578.
21. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica cit., I, p. 100.
22. Ibid.
23. Ibid., p. 117.
24. Ibid., II, p. 241.
25. Ibid., p. 393.
26. Ibid., I, p. 118.
27. Ibid., II, 243
28. Ibid., p. 244.
29. Ibid., I, p. 100.
30. Ibid., p. 117.
31. Ibid.
32. Marx, Critica al programma di Gotha cit., pp. 14-5.
33. Ibid., p. 17.
34. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 537.
35. Su questo tema si è sviluppata, negli ultimi venti anni, un’ampia e innovativa letteratura. Per uno degli ultimi contributi in proposito si rimanda a K. Saito, Karl Marx’s Ecosocialism. Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Monthly Review Press, New York 2017, in particolare pp. 217-55.
36. Ibid., p. 552.
37. Ibid., p. 553.
38. Ibid., p. 371.
39. K. Marx, Il capitale. Libro secondo. Il processo di circolazione del capitale, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 331.
40. K. Marx, Il capitale. Libro terzo. Il processo complessivo della produzione capitalistica, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 763.
41. Ibid., p. 231. In proposito cfr. B. Ollman (a cura di), Market Socialism. The Debate among Socialists, Routledge, New York 1998.
42. Marx, Glosse marginali al «Trattato di economia politica» di Adolf Wagner cit., p. 1409.
43. Marx, Il capitale. Libro primo cit., p. 578.
44. Ibid., p. 486.
45. Marx, La guerra civile in Francia cit., p. 300.
46. K. Marx-F. Engels, Le cosiddette scissioni nell’Internazionale, in Idd., Critica dell’anarchismo cit., p. 76.
47. Marx, Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin cit., p. 357.
48. Marx, La guerra civile in Francia cit., p. 294.
49. Ibid., p. 298.
50. Marx, Critica al programma di Gotha cit., p. 28. 51 Ibid., p. 14.
52. Marx, La guerra civile in Francia cit., p. 297.
53. Marx, Critica al programma di Gotha cit., p. 18.
54. K. Marx, Frammento del testo primitivo, in Id., Scritti inediti di Economia politica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 91.
55. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica cit., II, p. 335.
56. Karl Marx a Johann Baptist von Schweitzer, 13 ottobre 1868, in K. Marx, Lettere: gennaio 1868-luglio 1870, Marx Engels Opere, XLIII, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 620.
57. K. Marx, Indirizzo inaugurale e statuti provvisori dell’Associazione Internazionale degli Operai, in Marx Engels Opere, XX, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 14.
58. Cfr. Hal Draper che in Karl Marx’s Theory of Revolution, III, The Dictatorship of the Proletariat, Monthly Review Press, New York 1986, pp. 385-6, ha dimostrato che Marx aveva utilizzato questa espressione soltanto sette volte, per di più con un significato radicalmente diverso da quello che, erroneamente, gli hanno attribuito molti dei suoi interpreti o i sedicenti continuatori del suo pensiero.

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