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Marco Veruggio, Gli Stati generali

Il recente volume miscellaneo Marx Revival testimonia come il pensiero di Marx possa essere ancora utile per affrontare lo studio dell’economia e della società capitalistiche, inclusi temi di grande attualità come migrazioni e nazionalismo.

Il che forse spiega l’acredine con cui un autorevole filosofo liberale come Bedeschi su Il Foglio ha recensito la pubblicazione.
Il sottotitolo di questa ampia e varia miscellanea curata da Marcello Musto, docente di sociologia presso l’Università di Toronto, indica al lettore sin dall’inizio come di questo volume si possa fruire sia come introduzione all’opera di Marx per un pubblico neofita interessato ad acquisire familiarità con l’argomento prima di attaccare direttamente la lettura dei testi fondamentali, sia come testo di approfondimento e di aggiornamento per un pubblico già esperto, in chiave non esclusivamente accademica, ma con un’esplicita volontà di affrontare alcuni temi dell’odierna agenda politica riprendendo e attualizzando  le categorie del materialismo storico e senza concessioni e nostalgie all’era del ‘socialismo reale’, perché – annota Musto nella Prefazione al volume – il modello di socialismo di Marx era una ‘associazione di liberi esseri umani’ e ‘non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva e il soddisfacimento dei bisogni dei singoli’.
E così, nei 22 saggi raccolti da Musto, compreso uno suo sul comunismo, alcuni tra i più noti studiosi internazionali di Marx – citiamo tra i tanti Michael Löwy, Gilbert Achcar, Immanuel Wallerstein e gli italiani Sandro Mezzadra e Pietro Basso – prima analizzano in chiave critica alcuni cardini concettuali del pensiero marxiano – capitalismo, comunismo, democrazia, proletariato, lotta di classe, rivoluzione ecc. – poi aprono una finestra sugli strumenti analitici che il monumentale corpus marxiano ci ha lasciato per affrontare in chiave materialistica alcuni dei temi più dibattuti dalla politica contemporanea, anche attingendo ad alcune delle opere più periferiche al suo interno. Il tutto con l’indicazione preziosa, al termine di ogni saggio, di una bibliografia a cui attingere per approfondire ulteriormente ogni singolo argomento.
Concetti essenziali…
I saggi dedicati ai mattoni concettuali della teoria marxiana, oltre che costituire – come dicevamo – un’utile introduzione alla lettura dei testi marxiani, forniscono ai lettori più esperti riferimenti preziosi circa il modo in cui quei concetti vennero forgiati o ripresi da altri autori e rielaborati a partire dagli scritti giovanili e dall’epoca della ‘militanza’ nella sinistra hegeliana, fino all’invenzione del socialismo scientifico e agli anni in cui Marx si gettò a capofitto non solo nell’attività di teorico del comunismo, ma anche in quella di dirigente politico dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, più nota come Prima Internazionale.
La lettura di questi saggi è consigliata anche quale rimedio a una diffusa stereotipizzazione del pensiero marxiano e alla tendenza a condensarlo in formule comode quanto ineluttabilmente parziali se non addirittura fuorvianti. Nel saggio dedicato alla religione, ad esempio, Gilbert Achcar, mette in luce come nel pensiero marxiano convivano un elemento di critica radicale e ateista, radicato nella giovanile appartenenza alla sinistra hegeliana (e sintetizzato nella nota affermazione ‘la religione è l’oppio dei popoli’) e un approccio ‘secolare-liberale’ che, depennata la religione dall’ambito delle questioni di Stato, riconosce a ogni singolo individuo il diritto di credere in ciò che più gli piace. ‘Come lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato e abbandonando la religione a se stessa all’interno della società civile, così l’uomo singolo si emancipa dalla religione comportandosi verso di essa non più come verso un affare pubblico, ma come verso un affare privato’, scrivono Marx ed Engels nel 1845, polemizzando con Bruno Bauer e i ‘giovani hegeliani’, ne La Sacra Famiglia. E Achcar conclude che ‘L’atteggiamento di Marx ed Engels verso la religione è rimasto fondamentalmente duplice: la difesa della libertà religiosa individuale senza ostacoli contro le interferenze dello Stato è stata combinata con la lotta per l’emancipazione del partito dei lavoratori contro le credenze religiose’.
Allo stesso modo per quanto riguarda la critica marxiana alla democrazia – osserva la sociologa canadese Ellen Meiksins Wood – il contributo di Marx non si esaurisce nell’idea che la democrazia borghese è formale, in quanto non tutti i cittadini possiedono i mezzi materiali per rendere esigibili i diritti fissati sulla carta. L’autore del Capitale ebbe soprattutto il merito di intuire che mentre nelle società antiche libertà politica e libertà economica erano strettamente connesse, tanto che quando un soggetto si guadagnava i diritti politici si affrancava contemporaneamente dalla condizione di sfruttamento economico a cui era soggetto – schiavitù, servitù della gleba ecc. – la caratteristica peculiare della società borghese è invece che essa rappresenta il massimo grado di libertà politica nella storia, astraendo però i diritti politici dalle disuguaglianze e dalla sfera economica. ‘Per la prima volta nella storia, – annota l’autrice – il capitalismo aveva permesso di concepire i diritti politici come poco influenti sulla distribuzione del potere sociale ed economico; era inoltre possibile immaginare una sfera politica distinta in cui tutti i cittadini erano formalmente uguali, una sfera politica sottratta alle disuguaglianze della ricchezza e del potere economico’.
…e nuove letture
Nella seconda parte della miscellanea si concentrano i saggi/capitoli dedicati all’elaborazione marxiana su alcuni temi ancora al centro del dibattito politico e sulla rilettura di alcune opere stimolata dal dibattito contemporaneo. Nel saggio dedicato all’ecologia John Bellamy Foster ricapitola l’evoluzione degli studi sul pensiero di Marx in tema di ambiente, osservando come nei primi tre quarti del XX secolo il marxismo occidentale abbia in larga misura rigettato la metodologia introdotta da Engels nella Dialettica della Natura (ampiamente utilizzata dalle accademie scientifiche sovietiche), circoscrivendo l’utilizzo del metodo dialettico alla sfera sociale e rimandando invece alle scienze naturali per quanto riguarda lo studio dell’ambiente circostante. A partire dagli anni ’70 a questo tipo di approccio, che coincise con la nascita dell’ecosocialismo degli anni ’70-’80, critico nei confronti del ‘socialismo scientifico’, accusato di aver minimizzato il peso dei limiti naturali e dunque dei vincoli ecologici allo sviluppo, si affiancò una rilettura del corpus marxiano, da cui invece emerse l’idea che l’economia capitalistica è basata non soltanto sullo sfruttamento dell’uomo, ma anche sulla spoliazione della terra. Marx scrisse che nessun singolo individuo ma neanche interi Stati o società possono essere considerati proprietari di essa, bensì solamente ‘i suoi usufruttuari’, che ‘hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive’. Nel Libro terzo del Capitale Marx ne derivò che in una società socialista ‘i produttori associati regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura’ ed ‘essi eseguono il loro compito con il minor possibile impiego di energia’, un’affermazione che, riletta alla luce dell’attuale dibattito, mette in risalto come in realtà il fondatore del socialismo scientifico abbia anticipato il tema della crisi ecologica invece di negarlo.
Uno dei pregi della miscellanea curata da Musto è che ricostruendo le genesi e l’evoluzione del pensiero di Marx mostra come spesso esso si sia esercitato nell’analisi di fenomeni ricorrenti nella storia del capitalismo e ancor oggi controversi. Potrebbe apparire banale, ma nell’attuale dibattito politico, fondato sulla dittatura dell’oggi e sulla cancellazione della storia, si tratta di una riscoperta preziosa, perché schiude un ingente patrimonio di esperienze storiche e di insegnamenti, rendendolo disponibile a chi oggi voglia affrontare il riemergere di quei fenomeni facendo leva sul metodo scientifico piuttosto che una dialettica slegata dalla realtà materiale. Ci riferiamo, ad esempio, al tema delle migrazioni di massa e delle tensioni tra proletari immigrati e autoctoni oppure al riemergere di movimenti nazionalisti, oggetto rispettivamente dei saggi di Kevin B. Anderson, su ‘Nazionalismo e questione etnica’ e di quelli di Pietro Basso sulle migrazioni e di Sandro Mezzadra e Ranabir Samaddar sul colonialismo. Marx si occupò diffusamente di nazionalismo e migrazioni prendendo spunto da tre grandi filoni del dibattito contemporaneo: la questione nazionale polacca, la guerra civile negli Stati Uniti (strettamente intrecciata alla deportazione di massa degli schiavi dall’Africa), ma soprattutto la questione irlandese, considerata sia dal punto di vista della lotta per l’indipendenza da Londra sia da quello della concorrenza tra proletari inglesi ed emigrati irlandesi nelle fabbriche britanniche.
Scrive Marx in una comunicazione interna della Prima Internazionale: ‘La borghesia inglese non ha soltanto sfruttato la miseria irlandese per comprimere con l’emigrazione forzata degli irlandesi poveri le condizioni della classe operaia in Inghilterra, ma ha inoltre diviso il proletariato in due campi nemici. L’ardore rivoluzionario dell’operaio celtico non si è fuso con il temperamento vigoroso ma lento dell’anglosassone. Vi è al contrario in tutti i grandi centri industriali dell’Inghilterra un profondo antagonismo tra il proletariato irlandese e quello inglese. Il comune operaio inglese odia quello irlandese come un concorrente che comprime i salari e il livello di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose, lo considera su per giù come i bianchi poveri degli Stati Uniti del Sud considerano gli schiavi negri’. Posto di fronte a questa situazione, a smentire chi oggi cerca di utilizzare l’autore del Capitale per legittimare una versione ‘di sinistra’ del cosiddetto sovranismo, Marx non fa appello a bloccare i flussi migratori, bensì a ‘spingere avanti la rivoluzione sociale in Inghilterra’ e a battersi per mettere fine all’assoggettamento dell’Irlanda alla Gran Bretagna. E ancora, sottolinea Basso, egli indica come obiettivo della Prima Internazionale ‘l’emancipazione del lavoro e l’estirpazione delle lotte nazionali’, nella Critica al Programma di Gotha polemizza con chi assume ‘l’angusto punto di vista nazionale’ e nel programma del Partito Operaio francese, scritto a quattro mani con Jules Guesde, inserisce la richiesta della ‘proibizione legale, per i capitalisti, di impiegare lavoratori stranieri a salari inferiori a quelli pagati agli operai francesi’. Questo internazionalismo spinge Marx a occuparsi anche del colonialismo britannico in India (se ne occupano Mezzadra e Samaddar) e a formulare un interrogativo che oggi, alla luce dell’impetuosa crescita economica indiana e cinese e della conseguente marginalizzazione dell’Occidente, appare ancor più congrua di quando venne formulata: ‘può l’umanità adempiere al suo destino senza che avvenga una rivoluzione fondamentale nei rapporti sociali dell’Asia?’.
Le critiche
Giuseppe Bedeschi, autorevole storico della filosofia e critico liberale di Marx, in un articolo su Il Foglio intitolato ‘Eccesso di devozione per Marx’, ha attaccato frontalmente Marx Revival, accusandone gli autori di ‘un atteggiamento da sacrestani in costante adorazione del Maestro’, saltando a piè pari il fatto che in realtà la miscellanea contiene anche proposte di revisione abbastanza radicali della teoria marxiana, ad esempio nel saggio di Marcel van der Linden sul concetto di proletariato. Secondo Bedeschi, che pure riconosce a Marx il merito di essere entrato nel novero dei ‘classici’ della filosofia, la colpa di Musto e dei coautori sarebbe l’aver ignorato le critiche mosse a Marx da autori come Eduard Bernstein e Norberto Bobbio. Il primo – osserva Bedeschi – ha evidenziato l’errore commesso da Marx nel prevedere una polarizzazione della società capitalistica in due soli campi, borghesia e proletariato, invece della crescente stratificazione sociale e del fiorire delle classi intermedie. Mentre Bobbio avrebbe efficacemente criticato la teoria dello Stato di Marx cogliendo come in essa ‘il problema del buon governo non si risolveva con la sostituzione di una forma “buona” a una forma “cattiva”, ma con l’eliminazione di ogni forma di governo politico, cioè con l’estinzione dello stato e della politica: ma questa era una prospettiva gravemente irrealistica’.
Su quest’ultimo punto si potrebbe obiettare che in realtà Marx, che considerava lo Stato come uno strumento del dominio della borghesia sul proletariato, si era limitato ad affermare che ‘quando il dominio di classe scompare, non ci sarà uno Stato nel significato politico attuale’. E si potrebbe sottolineare quanto sarebbe stato estraneo al metodo di Marx, che proprio in questo volle distinguersi dal socialismo utopistico, disegnare un modello compiuto di organizzazione politica e sociale quale traduzione futura delle proprie  idee. Ma sarebbe un dibattito astratto per addetti ai lavori.
Per quanto invece attiene alla questione dei ‘ceti intermedi’ esiste un terreno di verifica concreto delle affermazioni di Bedeschi. Va detto preliminarmente che per Marx i confini delle classi sono delimitati non da semplici categorie di reddito né da criteri di carattere giuridico, bensì dalla funzione che esse svolgono nella produzione capitalistica. Da questo punto di vista gli anni che ci separano dalla morte di Marx hanno visto l’allora dominante tripartizione della società in capitalisti, classe operaia e contadini perdere la terza componente, sia perché l’agricoltura ha visto ridursi rapidamente il proprio peso nell’ambito dell’economia capitalistica, sia perché la progressiva cancellazione della piccola proprietà agricola ha finito per trasformare i contadini da padroncini in operai agricoli. Al contempo però abbiamo assistito a una massiccia offensiva ideologica tesa a sostituire l’idea di una società divisa in classi a quella di una società divisa in categorie di reddito o in base a distinzioni di carattere giuridico. E’ la concezione per cui in Italia, ad esempio, avere una partita IVA o, in Gran Bretagna, ritrovarsi nelle condizioni del padroncino protagonista dell’ultimo film di Ken Loach è sufficiente per essere considerati lavoratori autonomi o addirittura imprenditori, pur lavorando di fatto per un committente unico e senza alcun potere contrattuale nei suoi confronti. E’ sulla base di questa riclassificazione della stratificazione sociale che si è costruita l’idea di una classe media in crescita e che nel settembre del 2018 il Financial Times ha annunciato in  pompa magna che ‘metà della popolazione mondiale è classe media’.
Qui in Italia questa deformazione ideologica della realtà ha avuto un particolare successo per la presenza di uno strato ipersviluppato di piccole imprese che fanno del nostro paese una realtà sui generis. E tuttavia proprio nel decennio seguito all’ultima di quelle che Marx avrebbe definito ‘crisi cicliche’, quella innescata con l’esplosione della bolla speculativa dei subprime nel 2007-2008 negli USA, nei paesi a capitalismo avanzato, Italia inclusa, abbiamo visto confermata la tendenza per un verso a un massiccio processo di distruzione o assorbimento di piccole e medie imprese da parte dei grandi gruppi industriali e finanziari, per un altro a una brutale proletarizzazione della piccola borghesia, di cui l’ondata populista è stata in qualche modo una delle conseguenze sul piano politico. Inoltre, come dimostra un recente studio dell’OCSE intitolato Under Pressure. The Squeezed Middle Class, anche assumendo come unità di misura il reddito e non la collocazione produttiva, dal 1985 al 2015 nei paesi dell’OCSE la ‘classe media’ ha conosciuto un declino costante, mentre sono aumentate la parte più ricca e quella più povera della popolazione.
Il fatto che la realtà materiale sia più forte dei tentativi di deformarla ideologicamente è confermato anche da un significativo slittamento della percezione che la popolazione di molti paesi a capitalismo avanzato ha della propria appartenenza sociale. Uno studio del 2014 nell’ambito del progetto di ricerca Dynegal ha scoperto che due terzi dei francesi pensa che la società sia attraversata dalla lotta di classe e che il senso di appartenenza alla classe media è in netto calo. Per quanto riguarda l’Italia nel 2016 Ilvo Diamanti registrava come in un decennio, dal 2006 al 2015, la percentuale di italiani che si percepiscono come classe media è scesa addirittura dal 60% al 30% (per approfondimenti vedi ‘Il ceto medio non esiste’, Quaderni di ControCorrente 2/2019).
Dunque l’acrimonia con cui Bedeschi sul Foglio apostrofa i sostenitori del ‘classico’ Karl Marx facendo leva sulle critiche di chi invece classico non è diventato o è lungi dal diventarlo, potrebbe avere un’altra spiegazione, l’intuizione cioè che ciò che riemerge dalle pagine di Marx Revival sia l’immagine di una teoria ancora viva, che suscita interesse ed è a tutt’oggi foriera di minacce per un pensiero politico liberale prigioniero delle proprie contraddizioni. E’ il miglior riconoscimento che si possa tributare a questo testo.

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Stefano Petrucciani, Il Manifesto

C’è nell’aria un grande ritorno di Marx? Tra coloro che sono disposti a scommetterci è in prima fila Marcello Musto studioso italiano che insegna a Toronto e che al pensatore di Treviri ha dedicato moltissimi lavori.

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Giuseppe Bedschi, Il foglio

Eccesso di devozione

L’editore Donzelli ha pubblicato un grosso volume intitolato Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture, a cura di Marcello Musto (professore di Sociologia alla York University di Toronto). Si tratta di una raccolta di saggi su aspetti centrali dell’opera di Marx, scritti da studiosi del marxismo europei, americani e asiatici. L’obiettivo del volume non è solo quello di illustrare l’opera, poderosa, del pensatore di Treviri, al fine di comprenderla meglio, ma, ben più, di asserirne la “attualità” e la “validità”, per capire a fondo il mondo contemporaneo. Scrive infatti il curatore del volume, Musto, nella prefazione: “In seguito alla crisi economica del 2008, Karl Marx è ritornato di moda. Da allora, in numerosi quotidiani, riviste e libri accademici è stato costantemente osservato che il suo pensiero risulta ancora indispensabile per comprendere le contraddizioni del capitalismo e i suoi meccanismi distruttivi”.

Nessun dubbio che Marx sia un classico del pensiero occidentale e che, dopo Marx, non sia più possibile pensare come si pensava prima di Marx. Come osservò un eminente critico italiano, Benedetto Croce (nei suoi saggi sul materialismo storico scritti alla fine dell’Ottocento), il pensatore di Treviri ha inaugurato un nuovo modo di guardare la storia. Sono infatti, diceva Croce, “feconde scoperte, per intendere la vita e la storia, l’affermazione della dipendenza di tutte le parti della vita tra loro, e della genesi di esse dal sottosuolo economico, in modo che si può dire che di storia ce n’è una sola; il ritrovamento delle forze reali dello stato (quale esso si presenta in certi suoi aspetti empirici) col considerarlo istituto di difesa della classe dominante; la stabilita dipendenza delle ideologie dagli interessi di classe; la coincidenza dei grandi periodi storici coi grandi periodi economici; e le tante altre osservazioni ond’è ricca la scuola del materialismo storico”.
Marx, dunque, è un “classico”. Ma questo non significa che dobbiamo farne un Vangelo, e avallare ogni sua analisi e ogni sua affermazione. Noi dobbiamo studiare e meditare tutti i “classici”, da Platone e Aristotele a Kant, da FIegel a Weber: ma studiare e meditare vuol dire ripensare e valutare criticamente, cioè individuare in ogni pensatore ciò che è vivo e ciò che è morto, ciò che serve alla comprensione del mondo in cui viviamo, e ciò che non serve più, perché ormai superato e obsoleto.
Senonché, l’atteggiamento di Musto e dei coautori del volume di cui discorriamo, è tutt’altro: è una sorta di sacralizzazione di Marx. C’è una cosa, infatti, che colpisce subito nel volume donzelliano: tutti i grandi critici di Marx (Boehm-Bawerk, Bernstein, Pareto, Kelsen) non figurano affatto, non hanno spazio alcuno. E’ evidente che questo è un modo sbagliato di fare i conti con un pensatore: sarebbe come studiare Kant prescindendo completamente dagli studi che gli sono stati dedicati nel corso di due secoli.
Prendiamo il formidabile attacco che Eduard Bernstein (il più stretto collaboratore di Engels) sferrò all’opera di Marx alla fine dell’Ottocento. Bernstein rifiutava in primo luogo la previsione formulata da Marx secondo cui la società capitalistica altamente sviluppata avrebbe determinato la scomparsa delle classi intermedie e si sarebbe divisa in due soli campi nemici: uno (relativamente ristretto) di capitalisti, e uno (largamente maggioritario) di proletari. I tratti dello sviluppo capitalistico sui quali Bernstein più insisteva erano essenzialmente tre: in primo luogo, la grandissima estensione della forma della società per azioni, che permetteva un vasto frazionamento (dal punto di vista della proprietà) di capitali già concentrati e la creazione di un numero crescente di azionisti piccoli e medi; in secondo luogo, il fatto che in tutta mia serie di branche industriali la grande azienda non assorbiva continuamente le piccole e medie aziende (le quali mostravano una indubbia vitalità), sicché era illusorio attendersi la loro scomparsa o la loro riduzione a un residuo insignificante; in terzo luogo un notevole sviluppo delle classi intermedie, reso possibile dal grande aumento della produttività del lavoro e dal sempre crescente sovraprodotto creato dagli operai dell’industria. Da tutto ciò Bernstein ricavava che: “Ben lungi dall’essersi semplificata rispetto a quella precedente, la struttura della società si è in larga misura graduata e differenziata, sia per quanto concerne il livello dei redditi sia per quanto concerne le attività professionali”.
Un altro problema ancora: Marx ha elaborato una dottrina dello stato? Se lo chiedeva Norberto Bobbio alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, e rispondeva negativamente. Parlando del saggio marxiano su La guerra civile in Francia (dedicato alla esperienza della Comune parigina), e delle indicazioni qui date sulle istituzioni della Comune (la quale, diceva Marx, non era solo un organismo parlamentare, bensì legislativo ed esecutivo al tempo stesso, e tutti i funzionari pubblici potevano essere revocati in qualunque momento), Bobbio sottolineava l’esiguità di tale dottrina, soprattutto se paragonata alla ricca tradizione del pensiero liberale, che conta opere come quelle di Locke e di Kant, di Constant e di Tocqueville. E soprattutto Bobbio rilevava che in Marx il problema del buon governo non si risolveva con la sostituzione di una forma “buona” a una forma “cattiva”, ma con l’eliminazione di ogni forma di governo politico, cioè con l’estinzione dello stato e della politica: ma questa era una prospettiva gravemente irreali stica.
Questi sono solo alcuni dei grandi problemi che la lettura degli scritti di Marx solleva: problemi dei quali nel volume donzelliano non c’è traccia. Ma per meditare Marx bisogna misurarsi anche con questi problemi. Assumere invece un atteggiamento da sacrestani in costante adorazione del Maestro. non è un buon servigio reso a Marx, cioè al ripensamento della sua vasta, complessa, e certo poderosa opera.

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Antonio Carioti, Corriere della Sera (La Lettura)

Il Lato Verde di mal « Era un po’ nascosto

Al di là di un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa un ostacolo per il capitale», scrive Karl Marx.

Ma non pare che quel punto sia vicino: oggi la crescita economica non mette certo in crisi il potere finanziario, semmai crea soprattutto problemi all’ambiente. Ed è questo uno dei nodi più ardui da sciogliere per chi, come gli autori dei saggi contenuti nel ricco volume Marx Revival, a cura di Marcello Musto (Donzelli, pp. 464, €30, si propone di valorizzare il contributo del pensatore tedesco alla conoscenza e alla trasformazione del mondo attuale. Michael R. Krätke giudica «molto improbabile» che Marx «avrebbe mai sostenuto una qualsivoglia critica del capitalismo» incentrata sui temi più in voga adesso, compresa la «crescita senza limiti», mentre John Bellamy Foster considera del tutto «in linea con la visione classica di Marx» la prospettiva ecosocialista e Michael Löwy propone di estendere la tradizionale visione rivoluzionaria, privilegiando la lotta al riscaldamento globale. L’operazione è ancor più difficile sul terreno dell’odierna questione migratoria: Pietro Basso evoca l’appello di Marx alla classe operaia inglese perché solidarizzasse con i proletari irlandesi e la lotta di liberazione della loro isola. Ma quell’invito rimase inascoltato.

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Alfonso Berardinelli, Il Foglio

Va bene riscoprire il “Capitale” di Marx. Ma guai a ridiventare marxisti

Se è vero che Marx è un classico da rileggere, da studiare e da capire di nuovo, ormai al di là dei vari marxismi del secolo scorso, ci sarà un bel lavoro da fare per gli studiosi di oggi e del futuro prossimo.

Le scienze sociali e politiche si troveranno ancora di fronte il venerato gigante ottocentesco, le implicazioni teoriche e pratiche del cui pensiero non sono state ancora rivelate come dovrebbero. E’ questa l’idea trasmessa dal volume a più…

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Francesco Ricci, Trotskismo oggi

Una monografia imperdibile
Il Karl Marx di Marcello Musto

 

Il bicentenario della nascita di Marx, caduto l’anno scorso (1818-2018), ha riempito gli scaffali delle librerie con nuovi saggi, biografie, ristampe di testi di Marx e di libri a lui dedicati.

Purtroppo, per quanto ci è stato possibile vedere, da questa gran quantità di carta emergono non più di una manciata di titoli davvero interessanti in lingua italiana (tra questi segnaliamo l’antologia curata da Stefano Petrucciani, Il pensiero di Karl Marx, Carocci editore, con saggi di Sgrò, Cingoli, Fineschi, ecc.); e forse altri quattro o cinque pubblicazioni in lingue estere (vogliamo consigliare in particolare: Gustavo Machado, Marx e a historia, Editora Sundermann, in portoghese).
Tra i pochi titoli meritevoli, spicca sicuramente, per profondità, erudizione, qualità della scrittura, il lavoro di Marcello Musto: Karl Marx, Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, 2018).

Una lettura contro-corrente

Pur avendo ricevuto alcune recensioni di peso (un elogio da parte di Umberto Curi sul Corriere della Sera, Corrado Augias sul Venerdì e in tv, Guido Liguori su Critica Marxista), questo libro non ha evidentemente attirato le simpatie né della critica borghese né di quella riformista. E il motivo è presto detto: Musto presenta un Marx militante rivoluzionario quale punto di riferimento imprescindibile per chi voglia cambiare il mondo; un recupero possibile solo liberando Marx dalle tante deformazioni dei tanti che si sono richiamati al suo nome; sottraendolo in particolare alla vulgata stalinista che ha imperato nel secolo scorso. «Provarci ancora»: a battersi per realizzare la dittatura del proletariato che Marx indicava come via per la liberazione dell’umanità. Quel «provarci ancora» con cui Musto chiude il suo libro spiega il silenzio o l’insofferenza con cui è stato accolto in certi ambienti. Esemplificativa la recensione del Giornale: «Di fronte al fallimento catastrofico del comunismo persiste nell’area degli studiosi che si richiamano al marxismo l’incrollabile convinzione (… sulla) purezza benefica della dottrina elaborata da Marx. (…) Per carità, lasciamo stare, non è il caso».(1)
E’ chiaro che i critici borghesi, così come le loro code riformiste, preferiscono i libri in cui si presenta un Marx passato per le forbici del barbiere, ridotto a innocua icona, il Marx «filosofo utopista» o il Marx «che ha scritto cose interessanti sull’economia, purché siano separate dal progetto politico del comunismo». In definitiva, appunto, un Marx opposto a quello che presenta Musto, che invece coniuga lo scienziato col rivoluzionario.

L’uso scrupoloso delle fonti

Ma ciò che rende importante questo libro di Musto, così come i suoi lavori precedenti, non è ovviamente il fatto che sostenga una tesi molto prossima alla nostra: sono le profonde conoscenze della materia, l’analisi intelligente e fuori da ogni stereotipo, il rigore filologico. Rigore che questo giovane ricercatore ha già dimostrato producendo una fitta lista di titoli su Marx, tradotti in svariate lingue. Italiano, professore presso la York University di Toronto, Musto è tra i collaboratori della Mega 2, cioè del progetto, ripreso nel 1998, dopo l’interruzione prodotta dal crollo dello stalinismo, di pubblicare l’opera intera di Marx, che per quasi una metà (essenzialmente appunti e quaderni di studio) è ancora inedita. Da questi inediti, come precisa Musto, non escono scoperte che stravolgono quanto già si sapeva (o meglio: si poteva sapere) su Marx: ma certo aiutano a demistificare le false ricostruzioni con cui ci hanno sommersi liberali e stalinisti.

Gli altri importanti lavori di Musto

Tra i libri precedenti a questo, suggeriamo in particolare la lettura di Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011) e L’ultimo Marx. 1881-1883 (Donzelli editore, 2016). Nel primo dei due, una raccolta di saggi pubblicati su varie riviste, Musto prendeva in esame in particolare il periodo 1818-1860, cioè dalla nascita di Marx al periodo antecedente la battaglia nella Prima Internazionale. Nel secondo, riportava alla luce le riflessioni dell’ultimissimo Marx (gli ultimi tre anni di vita) su temi come il «dibattito russo» (su cui poi torniamo), il colonialismo e più in generale faceva emergere la falsità del mito di un presunto «eurocentrismo» di Marx. Un sentiero poco battuto dagli studiosi (perché contrasta tanto con la lettura liberale come con quella stalinista), eccezion fatta per gli importanti lavori di Michael Lowy (The politics of combined and uneven development, 2010) e di Kevin B. Anderson (Marx at the margins, 2010).(2)

Un Marx di carne e non di marmo

L’ultimo lavoro di Musto, per i tipi di Einaudi, di cui ci occupiamo qui, prende in esame il periodo che va dal 1857 (l’avvio del lavoro di Marx per i Grundrisse)(3) fino al 1883 (la morte). Costituisce cioè una specie di congiunzione, con alcuni periodi sovrapposti, dei due libri precedentemente citati.
Si tratta di un libro di piacevole lettura: Musto rifugge dal tipico linguaggio degli accademici, perché si rivolge non agli accademici ma piuttosto – in coerenza con la sua comprensione di Marx come imprescindibile strumento di emancipazione rivoluzionaria – al lettore comune, ai giovani, ai militanti. Il libro coniuga l’analisi delle opere di Marx di quel periodo con la descrizione dell’attività politica militante, inserendo qui e là anche gustosi aneddoti che oltre a rendere gradevole la lettura ci consegnano un Marx uomo e non statua di piombo, vivo, con i suoi limiti e difetti, con il suo genio, i suoi molti malanni e disgrazie familiari, la sua povertà, i suoi sigari, le sue letture enciclopediche, la sua grande passione per la letteratura.
Ma le parti più interessanti, come dicevamo, sono quelle che Musto riserva a dimostrare che la plumbea statua di Marx scolpita dallo stalinismo è, come tutto quello che lo stalinismo produsse, un falso.

Contro l’invenzione del Marx evoluzionista

Smentendo la gran parte delle letture ancora oggi circolanti, Musto dimostra che Marx non cessò mai, fino agli ultimi mesi di vita, né di fare militanza né di studiare né di sviluppare la sua teoria, che non era per niente quel sistema «chiuso» e dogmatico che ci viene in genere presentato. Ancora negli ultimi anni Marx avanzava nella elaborazione a partire dallo studio della realtà, approfondendo decine di discipline diverse, inclusa l’antropologia, l’algebra, le scienze naturali, ecc.
Anche il Marx «eurocentrico», determinista-meccanicista, viene demolito come un falso inventato da critici in malafede (e spesso pure ignoranti). Lo confermano gli studi dedicati da Marx alla Russia (per compierli apprese in pochi mesi, nell’autunno 1868, anche la lingua russa); la famosa lettera del 1881 a Vera Zasulich; il dibattito coi populisti russi (in cui compare il concetto di «sviluppo diseguale e combinato», poi rielaborato da Trotsky come base della teoria della rivoluzione permanente); la lettera alla rivista populista Otiecestvennye Zapiski (1877) in cui Marx chiarisce di non avere nulla a che fare con una teoria storico-filosofica per cui a ogni popolo sarebbe imposto un uguale cammino. Tutta una elaborazione, su cui Musto si sofferma, che evidenzia come il Marx dagli anni Settanta e seguenti ha conosciuto una evoluzione delle proprie posizioni rispetto agli anni Quaranta (sempre dell’Ottocento). Come sottolinea Musto, non si tratta di una «svolta» rispetto al Marx precedente – che già non aveva nulla a che fare col determinismo meccanicistico – ma certo è uno sviluppo importante.
Si tratta di questioni fondamentali non solo per respingere l’idea falsa del Marx (inventato dalla Seconda Internazionale nell’epoca del suo declino) sostenitore del colonialismo come «progresso»; ma soprattutto perché su questo presunto Marx «fatalista», teorico della storia come inevitabile successione di tappe, si poggiarono i menscevichi per definire «prematura» la rivoluzione socialista in Russia e in seguito si appoggiarono gli stalinisti per avanzare la loro politica tappista, base ideologica per sostenere la collaborazione di classe con la cosiddetta borghesia «progressista».
Tutta questa importantissima elaborazione di Marx lo condurrà, insieme ad Engels, a pronosticare, nella prefazione del 1882 alla seconda edizione russa del Manifesto, la possibilità che la rivoluzione russa «serva come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino (…)». Non è certo la teoria trotskiana della rivoluzione permanente ma, come ha giustamente osservato Lowy, ne costituisce una parziale ma geniale intuizione. Senza per questo – è fondamentale la precisazione di Musto – pensare che l’ultimo Marx abbia anticipato in qualche modo posizioni «terzomondiste»: Marx non pensa a un comunismo della povertà; e continuerà, fino all’ultimo, a vedere nella classe operaia industriale il motore della rivoluzione socialista (v. il capitolo 9).
Musto demolisce, pagina dopo pagina, il Marx evoluzionista, pura invenzione di studiosi che ben poco conoscono di Marx. Scrive Musto: «A siffatta impostazione ritenuta da tanti “scientifica”, in cui si riconoscevano sia quella già affermatasi di natura borghese sia quella che iniziava a emergere nel fronte socialista, Marx seppe opporsi senza cedimenti a coloro che annunciavano il corso univoco della storia. Egli conservò il suo peculiare approccio: analitico, duttile e multilineare. Al cospetto di tanti oracoli darwinisti, Marx seppe sfuggire alla trappola del determinismo nella quale caddero, invece, molti dei suoi seguaci e dei suoi presunti continuatori» (p. 193). Sul tema, cruciale, insiste anche più avanti: «Per Marx il futuro restava nelle mani della classe lavoratrice e nella sua capacità di determinare, con le sue lotte e attraverso le proprie organizzazioni di massa, rivolgimenti sociali e la nascista di un sistema economico-politico alternativo» (p. 227). Ecco ben distrutta ogni pretesa di addebitare al povero Marx una concezione del socialismo come «inevitabile».

L’elaborazione del Capitale

Ma questi temi (che costituiscono in realtà la terza sezione in cui è diviso il libro), di un Marx meno conosciuto, non sono gli unici ad impegnare Musto. Altrettanto interessante è il percorso con cui veniamo accompagnati (prima sezione del libro) nel lavoro di elaborazione dell’opera principale di Marx, Il Capitale. Studi, idee, lavori preparatori, ripensamenti, tutto questo ci viene raccontato quasi fossimo lì presenti, seguendo la corrispondenza di Marx. E reso ancora una volta comprensibile proprio grazie all’intreccio con la vita politica e quella privata, le difficoltà gigantesche che Marx dovette scavalcare per proseguire il suo lavoro (che peraltro, come noto, rimarrà incompiuto, essendo pubblicato in vita solo il primo dei libri previsti; mentre gli altri saranno pubblicati da Engels).

Un Marx militante

La seconda sezione in cui è diviso il libro è dedicata prevalentemente alla militanza politica di Marx, alla Prima Internazionale, alla sua battaglia di frazione in essa, e a quell’evento capitale (nella vita di Marx così come nella storia dell’umanità) che fu la Comune.
Qui Musto ricostruisce i fatti, rifiutando la vulgata del «Marx fondatore» dell’Internazionale: ne divenne il principale dirigente, ma dopo una lunga battaglia di frazione. Ne scrisse il programma fondativo (l’Indirizzo inaugurale), ma a esso guadagnò la comprensione cosciente della maggioranza dell’Internazionale solo dopo anni di lotte, solo dopo la Comune del 1871. E’ quanto per parte nostra, su questa rivista, abbiamo in vari articoli cercato da anni di dimostrare, scontrandoci con le interpretazioni prevalenti. Per questo concordiamo pienamente con il giudizio di Musto: «(…) nel tempo, a volte anche attraverso scontri e rotture, grazie all’incessante tenacia del suo operato, il pensiero di Marx divenne la dottrina egemone» (p. 96).
Le dimensioni relativamente contenute del libro (circa 300 pagine) impediscono tuttavia a Musto di approfondire ulteriormente questa parte. E’ un peccato perché di conseguenza risulta un po’ debole la parte sulla Comune di Parigi (p. 122-128) e sui suoi effetti nello sviluppo del marxismo e delle organizzazioni rivoluzionarie. Qui la necessità di sintetizzare, ma forse anche uno scarso uso delle migliori fonti disponibili, induce Musto, a nostro avviso, a ripetere qualche luogo comune sul tema, pur in un libro che, come abbiamo detto, rifugge dai luoghi comuni. Ad esempio poco precise sono le annotazioni sulla composizione politica della Comune e sull’influsso politico che ebbe in essa la Prima Internazionale. Qui Musto usa, come fonti secondarie, i testi di storici come Haupt, Rougerie, ecc. Ma ci sarebbero fonti più aggiornate e che vanno più in profondità, basandosi su ricerche degli anni successivi. Ciò lo conduce a una interpretazione del dibattito successivo alla Comune che ci sembra non sempre condivisibile. Basandosi soprattutto sull’interpretazione di un vecchio libro di Molnar (Le déclin de la première internationale, 1963) e sui testi del «marxologo» (con lenti anarcoidi) Rubel, Musto vede nelle Conferenze di Londra (settembre 1871) e dell’Aja (settembre 1872) essenzialmente una «crisi dell’Internazionale». Mentre ci sembra più corretto affermare che in quelle due conferenze, grazie alla Comune, Marx vinse una delle battaglie più importanti, quella che (come spiegò anni dopo Engels), consentiva di sciogliere l’Internazionale per avviare la costruzione di una nuova Internazionale e di nuovi partiti basati integralmente sulle concezioni marxiane. Tutto ciò fu possibile grazie alla Comune: che in questo senso fu certo una «sconfitta» ma che contraddittoriamente portò al maggior sviluppo del marxismo e alla grande diffusione delle opere di Marx (lo stesso Manifesto del 1848 iniziò a conoscere traduzioni e una diffusione di massa appunto dopo e grazie alla Comune; come ricorda Dommanget fino ad allora era sconosciuto persino ai dirigenti comunardi).
Notevole e acuta è invece la sintesi che Musto fa del dibattito tra Marx e Bakunin: anche qui contribuendo ad eliminare tutta una serie di luoghi comuni che vengono ripetuti da decenni (tipo quelli sullo “scontro di personalità”, la “rivalità rancorosa”, ecc.). Le ragioni politiche e programmatiche della rottura tra marxismo e anarchismo sono analizzate con grande chiarezza.

Il socialismo degli utopisti e quello di Marx

Di grande interesse è pure la quarta e ultima sezione del libro, dedicata a ricostruire la teoria politica di Marx, a partire dalla sua critica alle varie concezioni utopistiche del socialismo, evidenziando la differenza di fondo con il socialismo «scientifico» (ricordiamo che Marx stesso aveva precisato che con questa espressione andava inteso solo che si trattava di un socialismo contrapposto appunto a quello utopistico, senza pretese di comparire tra le scienze matematiche…). Peccato solo che, immaginiamo sempre per ragioni di spazio, non venga qui sviluppato adeguatamente lo studio sull’importanza che ebbe per Marx (e per tutto il movimento operaio) la Congiura degli Eguali di Babeuf (Musto vi dedica solo una paginetta, nel cap. 10). Appare nel libro come un semplice episodio, tra le fantasie di Cabet (Viaggio a Icaria) e quelle di Dézamy (Codice della Comunità). In una nota Musto chiarisce correttamente che Marx distingueva in realtà Babeuf (e Weitling) dagli utopisti, perché i primi identificavano la classe operaia (o la nascente classe operaia, nel caso di Babeuf) come soggetto del cambiamento: ma sottovaluta la conclusione del ragionamento di Marx: proprio perché costruito nel vivo delle lotte operaie, come partito di militanti, centralizzato, d’avanguardia, quello di Babeuf era stato (a detta di Marx) il «primo partito comunista realmente operante». Non a caso ad esso si ispirerà la Lega dei Comunisti (e, aggiungiamo noi, a questi due precedenti si ispirerà Lenin nella costruzione del Partito bolscevico).

Un libro da non perdere

I pochi limiti che ci sembra di aver individuato nel libro di Musto – è bene precisarlo – sono contenuti in un libro di grande valore. Un testo di cui raccomandiamo la lettura e anche lo studio a ogni militante marxista, insieme alle altre opere di Musto, oggi di gran lunga uno dei pochi studiosi seri e profondi dell’opera, scientifica e militante, di Marx.

Note

(1) G. Berti, «A volte purtroppo ritornano, la seconda carriera di Marx», Il Giornale, 17/01/19.
(2) Sull’importanza di questi studi, anche per meglio comprendere il legame (continuità e sviluppo innovativo) tra Marx, la successiva elaborazione di Trotsky (teoria-programma della rivoluzione permanente) e il Lenin che «riarma» il Partito bolscevico con le Tesi di aprile, ci permettiamo di rimandare al nostro: «Il programma e il partito che vinsero a Ottobre. Il filo rosso da Marx ai bolscevichi», Trotskismo oggi, n. 11, ottobre 2017.
(3) Segnaliamo che Musto è anche curatore, per le Edizioni Ets, 2008, di una interessante antologia di saggi di vari autori sui Grundrisse (cioè i Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, scritti da Marx nel 1857-1858).

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Salvatore Carrubba, Radio24

“Karl Marx” di Marcello Musto
(Einaudi, 344 p., € 30,00)

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Riccardo Bonfiglioli, Montesquieu.it

The purpose of this review is to highlight the main features of the book “Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883” written by Marcello Musto.

An attempt will be made to underline the importance of the relation between theory and biographical events of Marx’s life, in the background of his historical time, as a key for a greater understanding of Marx’s works.

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Sergej, Girodivite

Il Marx di Musto

Diciamo fin dall’inizio che questa biografia di Musto su Karl Marx (per il periodo 1857-1883) ha il pregio della leggibilità ed è molto ben documentata.

Marcello Musto è un (giovane) studioso molto preparato e si avvale dei risultati più recenti degli studi del settore: primo tra tutti la Marx-Engels-Gesamtausgabe (chiamata anche MEGA2) che è il fiore all’occhiello dell’Europa degli studi marxisti, ripresa dopo il 1998. Unisce elementi biografici e analisi dei testi in maniera felice, aggiornando e rileggendo con occhi nuovi molte faccende.

Ricordo ancora il rinnovamento di studi che si ebbe negli anni Settanta dello scorso secolo, con la new left la cui rilettura degli Scritti giovanili di Marx (i Grundrisse) si contrappose alla ormai tradizionale e ortodossa lettura del marxismo-leninismo della scuola sovietica. Alcuni (si pensi ad Agnes Heller) preseguiranno oltre il marxismo. Fu, comunque la si voglia leggere, un’aria di rinnovamento – parallela al desiderio di rinnovamento che si avvertiva all’interno degli Stato democratici occidentali a partire dal Sessantotto. Dopo il 1989 sembrava che Marx dovesse essere definitivamente sepolto (almeno nella pubblicistica, perché poi nell’élite dominante Marx lo si è sempre letto, eccome) e invece, proprio con la scomparsa dell’incomoda presenza dell’URSS, gli studiosi marxisti hanno continuato l’opera di scandaglio. Così del resto è avvenuto con Gramsci oggi più conosciuto in India o nel mondo accademico Nord americano che non in Italia.

È un riaccostarsi a Marx da nipoti, non da figli che a tutti i costi debbono difendere una eredità troppo pesante da portare sulle proprie spalle. Ne abbiamo avuto gradevole sentore con un film come “Il giovane Karl Marx” (2017) regia di Raoul Peck [1] che del resto sembra fare da anticamera a questo saggio di Musto, coprendo il film proprio gli anni antecedenti al 1857. Per chi anzi è alle prime armi può essere un’ottima introduzione a questo saggio. Come del resto un approfondimento su alcune tematiche lo si ha nella biografia che su Marx scrisse Nicolao Merker [2]: quello di Musto e quello di Merker andrebbero letti insieme, l’uno a integrare l’altro come due mani che si intrecciano.

C’è stato un tempo, gli anni Settanta del Novecento, che si era sviluppato in Italia un gergo linguistico che usava il marxismo come punto di riferimento esibito; il “sinistrese” permetteva ai giovani sacerdoti del culto politico di esibirsi in criptiche e perentorie affermazioni sull’inevitabilità della rivoluzione, parlando di “fase” e di “crisi”. Le loro venivano chiamate “analisi”, e il loro discorsi invece di risentite liste piccolo borghesi di formulari imparate a memoria venivano spacciate come profetiche rivelazioni iniziatiche; loro, nel ruolo dei profeti e tutti gli altri il volgo che doveva seguirli pendenti dalle loro bocche -. Per rigetto, dopo gli anni “di piombo”, negli anni Ottanta cominciò il riflusso: le nuove generazioni hanno smesso di leggere, la campana dominante stavolta era il neoliberismo e la prevalenza del più ricco. Rigetto del politichese, a favore di una diffusa ignoranza della politica, a beneficio delle classi al potere che ne hanno presto approfittato per abbattere welfare e conquiste/elargizioni democratiche. Strani andamenti sinusoidali della storia. La lettura che si è fatta di Marx ha seguito gli andazzi di questa storia: un marxismo degli anni Settanta da cui Marx si era già dissociato quando era in vita (“Io non sono marxista” [3]), e il marxismo letto dalle classi al potere, arma usata contro quelle classi subalterne che Marx avrebbe invece voluto aiutare con le sue analisi e i suoi scritti.

In questa storia ci sono state poche luci. Alcune cose, certamente, provenienti dagli ultimi studi del new left. La rilettura dirompente che il femminismo ha fatto della biografia di Marx, liberandolo dagli impaludamenti del dogma. Una delle cose migliori che mi capitò di vedere a teatro: Marx, la moglie e la fedele governante, scritto da Adele Cambria e andata in scena la prima volta, per volontà di Elsa dè Giorgi, nel 1981. Per me fu la prima volta in cui sono inciampato nella biografia reale di Marx: i figli morti di fame, la governante incinta ecc_. I tempi cambiavano, il punto di vista permetteva – mutando – di vedere luci e ombre. Lo sberleffo può essere necessario per fuoriuscire dall’impaludamento del dogmatismo.

E oggi, ancora una volta, possiamo riaddattare i nostri occhi a una rilettura di Marx. Musto fa un’ottima commistione tra biografia e Marx studioso, senza nulla nascondere. Senza scadere nel biografismo (ma Marx scrisse “proletari di tutto il mondo unitevi” perché allora soffriva di prurito alle parti intime?). Il Marx che leggeva gialli e che si allenava con esercizi matematici quando la malattia gli impediva di scrivere. La curiosità intellettuale di Marx che si occupava di fisica, di geologia, e di mille altre cose. Giustamente Musto rileva le proiezioni del pensiero di Marx oltre l’eurocentrismo (che è stata la lettura dominante nel Novecento), verso i Paesi che emergevano via via all’attenzione degli studiosi: l’Africa, la Russia, i Paesi orientali ecc_, quelli che sarebbero divenuti Terzomondo; ma anche l’attenzione verso gli Stati Uniti che cominciavano allora a evolversi da paese di frontiera a paese economicamente avanzato. Un orizzonte, una visuale che Marx aveva, enormemente più grande e avanzata rispetto ai suoi contemporanei – anche grazie alle biblioteche di Londra che potevano usufruire della centralità economica dell’Inghilterra nell’Ottocento -, e spesso molto più avanzata di molti studiosi e politici a noi contemporanei. Rileggere Marx oggi, con i nostri occhi di nipoti e non di figli, è quanto mai necessario e utile.

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Salvatore Cannavò, Il Fatto Quotidiano

L’attualità del “Moro”, nonostante i sovranismi

È incredibile quanto interesse per Karl Marx ci sia proprio nel momento in cui la sinistra è messa male.

Almeno in Europa. Come anche il libro recensito in pagina ammette, Marx effettivamente capì in profondità il meccanismo dell’economia capitalistica, la fonte essenziale della produzione di profitto e, quindi, l’impossibile, o difficile a seconda delle gradazioni […]

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Ferdinando Fasce, Il Secolo XIX

1160 ANNI DI “PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA”
Karl Marx e le sue ambizioni fra acciacchi e bohème londinese

Compie 160 anni “Per la critica dell’economia politica” (1859), uno dei pochi testi di Karl Marx apparsi quando il filosofo tedesco era ancora in vita. Parte del travagliato cammino che lo avrebbe portato alla redazione del “Capitale”, Marx vi saggiava la possibilità di compiere una svolta critica nel pensiero economico, sganciandolo dall’ossessione dominante per la popolazione, per le categorie astratte e per l’idealismo, e ancorandolo invece all’esame del “modo di produzione della vita materiale”. Quando pubblica queste righe, nella celebre Prefazione a “Per la critica”, Marx è un addottorato di filosofia tedesco quarantenne (è nato nel 1818), inviso per le idee e la militanza radicali all’accademia e alle questure di mezza Europa. Vive alla periferia nord di Londra, dove gli affitti sono più a buon mercato. Da un decennio è approdato nella capitale britannica, con la moglie, Jenny von Westphalen, una colta, bellissima nobildonna prussiana più grande di lui di quattro anni, che ha rinunciato a tutto per amor suo, tre figlie e la fedele governante Helene Demuth. Ce li ritrae, fra sempre “traballanti condizioni di salute”, Marcello Musto in una biografia intellettuale e politica appena pubblicata (“Karl Marx. Biografia intellettuale e politica”, Einaudi, 329 pagine, 30 euro), che, oltre a chiarire pensiero e prassi militante del filosofo di Treviri nell’ultimo quarto di secolo della sua vita, dal 1857al 1883, fornisce anche preziose indicazioni per una storia delle condizioni materiali nelle quali egli operò. Attivo in un’epoca che vede esplodere, all’ombra del telegrafo e delle ferrovie, il primo grato e delle ferrovie, il primo medium di massa dei giornali, il Marx londinese conduce la propria febbrile vita in una travagliata eterna bohème, cercando di far quadrare quattro piani spesso in aperto contrasto fra loro: la dimensione della ricerca, che culmina nel 1867 nella pubblicazione del primo libro del “Capitale”; quella dell’impegno politico nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori; quella di pubblicista per varie testate periodiche, soprattutto statunitensi, per mettere qualcosa in tavola, accanto ai sussidi forniti dall’amico benestante Friedrich Engels; e quella di sposo e padre di famiglia.
Vittima designata di quest’attività frenetica, la salute, sua e dei suoi, a cominciare da Jenny. Nella primavera del 1857 l’eccessivo lavoro notturno gli produce la prima infiammazione agli occhi. Poco dopo è la volta del fegato, per sistemare il quale viene imbottito di farmaci.
A più riprese gli viene imposto di non leggere. A un certo punto deve mettere da parte lo scrivere e la frequentazione del British Museum (dove occupava assiduamente il posto indicato come G7) per seri problemi alla schiena. Nel frattempo è la volta del mal di denti. E poi, sotto il peso delle “ansie” e degli “incubi” prodotti dallo sforzo di esplorare scientificamente il rapporto di capitale come mai era stato fatto sino ad allora con il “cervello compresso dai debiti”, cominciano le dermatiti e i favi, cioè l’accumulo di più foruncoli contigui in varie parti del corpo. Che lo accompagneranno, implacabili, sino alla fine dell’esistenza. Mentre sono insorti crescenti problemi di gola e respiratori che lo costringeranno all’uso di un rudimentale respiratore, alle frequenti visite alle celebri terme di Karlsbad, in Boemia, a un tentativo estremo di trovare conforto nel caldo clima algerino.
Il colpo definitivo glielo dà la morte di Jenny, stroncata nel 1881 da una vita vissuta in maniera indomita, con una curiosità intellettuale degna di tempi meno ingrati alle donne.

 

 

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Riesplorando Marx. Lezione di Marcello Musto

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L’operaio indio. Viva la sinistra ibrida

Nato a Cochabamba, nel 1962, Álvaro García Linera si è avvicinato giovanissimo al marxismo e alle lotte della popolazione aymara.

Trasferitosi in Messico, dove si laureò in matematica, nei primi anni Ottanta fu influenzato dai movimenti guerriglieri guatemaltechi che si battevano a sostegno della causa indigena. Dopo il suo ritorno in Bolivia, fu tra i fondatori dell’Esercito Guerrigliero Túpac Katari, un’organizzazione politica che univa i principi marxisti della lotta di classe con quelli kataristi a favore dell’emancipazione delle comunità indigene. Dopo essere stato detenuto, dal 1992 al 1997, in un carcere di massima sicurezza, divenne docente di Sociologia e influente intellettuale. A seguito dell’adesione al Movimento al Socialismo di Evo Morales, dal 2006 Linera è Vicepresidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia. Tra le sue tante opere figura La potenza plebea (2008).

1) Il suo impegno politico è contraddistinto dalla consapevolezza che la gran parte delle organizzazioni comuniste latino-americane, non essendo capaci di parlare alla maggioranza delle classi popolari, erano destinate a una mera funzione testimoniale. In Bolivia, ad esempio, il loro richiamarsi al marxismo-leninismo più schematico ed economicista, gli impedì di riconoscere – e di porre al centro del loro agire politico – la peculiarità della questione indigena. Le popolazioni native furono assimilate a una indistinta massa contadina “piccolo-borghese”, priva di potenziale rivoluzionario. Come ha capito che era necessario costruire una sinistra radicalmente differente da quella allora esistente?

In Bolivia, gli alimenti erano prodotti dai contadini indigeni, gli edifici e le case erano costruite dagli operai indigeni, le strade venivano pulite dagli indigeni e a essi l’elite e la classe media affidavano anche la cura dei loro bambini. Ciò nonostante, la sinistra tradizionale sembrava cieca e si occupava solo degli operai della grande industria, senza prestare neanche attenzione alla loro identità etnica. Questi erano certamente importanti per il lavoro nelle miniere, ma costituivano un settore minoritario al confronto dei lavoratori indigeni, discriminati per la loro identità e sfruttati ancor più dei primi. Dalla fine degli anni Settanta, però, la popolazione aymara organizzò delle grandi mobilitazioni sia contro la dittatura che contro i governi democratici nati dopo la sua caduta. Lo fecero orgogliosamente con la loro lingua e simbologia, in maniera autonoma – attraverso comunità confederate di campesinos – e proponendo la nascita di una nazione a guida indigena.

Fu un momento di rivelazione sociale. Io ero studente al liceo e fui colpito da questa insorgenza indigena collettiva. Mi parve chiaro che il discorso della sinistra classica sulle lotte sociali, incentrato soltanto su operai e borghesia, fosse parziale e insostenibile. Esso doveva incorporare la tematica indigena e compiere una riflessione sulla comunità agraria, ovvero sulla proprietà collettiva della terra come base dell’organizzazione sociale. Inoltre, per comprendere le donne e gli uomini che costituivano la maggioranza del paese, i quali rivendicavano una differente storia e collocazione nel mondo, era necessario approfondire la problematica etnico-nazionale delle popolazioni oppresse. Per fare ciò lo schematismo dei manuali marxisti mi parve del tutto insufficiente e mi misi a cercare altri riferimenti, dall’ideologia indianista al Marx che, attraverso gli scritti sulle lotte anticoloniali e sulla comune agraria in Russia, aveva arricchito la sua analisi sulle nazioni oppresse

2) Il tema della complessità del soggetto della trasformazione sociale che ha caratterizzato la sua riflessione e militanza politica è divenuto, con il passare del tempo, una discussione imprescindibile per tutte le forze progressiste. Tramontata la prospettiva del proletariato quale unica forza in grado di abbattere il capitalismo e dissoltosi il mito dell’avanguardia rivoluzionaria, da dove deve ripartire la sinistra?

Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà, non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni paese del globo. Tuttavia, questa gigantesca operaizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano tutte le strutture sindacali e politiche esistenti. Così, paradossalmente, in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi siano più operai.

La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide e mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere più che l’identità lavorativa altre fisionomie complementari, come quella dei conglomerati territoriali, o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, o ai trasporti.

La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione a questa ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da quelle che abbiamo conosciuto nel XX secolo.

3) Lei cita spesso Antonio Gramsci. Quanto è stato importante questo pensatore per l’elaborazione delle sue scelte politiche?

Gramsci è stato un autore decisivo per lo sviluppo delle mie riflessioni. Ho iniziato a leggerlo che ero molto giovane, quando i suoi testi circolavano tra un colpo di Stato e un altro. Fin da allora, a differenza dei tanti scritti contenenti analisi economicistiche o formulazioni filosofiche incentrate più sull’estetica delle parole che non sulla realtà, Gramsci mi aiutava a maturare uno sguardo differente. Egli parlava di linguaggio, letteratura, educazione, senso comune, ovvero di temi apparentemente secondari, ma che, in realtà, formano la trama reale della quotidianità degli individui, quella che determina le loro percezioni e le inclinazioni politiche collettive.
Da quella prima volta, torno regolarmente a leggere Gramsci ed egli mi rivela sempre cose nuove, in particolare rispetto alla formazione molecolare dello Stato. Sono convinto che il rinnovamento del marxismo nel mondo abbia in Gramsci un pensatore indispensabile.

4) Negli ultimi quattro anni, in quasi tutto il Sud America sono andati al potere governi che si ispirano a ideologie reazionarie e ripropongono l’agenda economica neoliberale. L’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile costituisce l’esempio più eclatante di questo fenomeno. Questa svolta a destra è destinata a durare a lungo?

Credo che il grande problema della destra mondiale sia quello di essere rimasta senza una narrazione del futuro. Gli Stati che propugnavano la liturgia del libero mercato costruiscono muri contro migranti e merci, come se i loro presidenti fossero moderni signori feudali. Quanti chiedevano privatizzazioni si appellano oggi a quello stesso Stato così tanto vilipeso, affinché li salvi dai loro debiti. Coloro che erano in favore della globalizzazione e parlavano di un mondo finalmente unificato, si appigliano, adesso, al pretesto della “sicurezza continentale”.

Viviamo in uno stato di caos planetario e, in questo scenario, è difficile prevedere quale profilo assumeranno le nuove destre latinoamericane. Saranno in favore della globalizzazione o protezioniste? Attueranno delle politiche di privatizzazione o misure stataliste? A queste domande non sanno rispondere neanche loro stessi, poiché navigano in un mare di confusione ed esprimono solo vedute di corto respiro. Le destre non rappresentano il futuro al quale la società latinoamericana può affidare le sue aspettative di lungo termine. Al contrario, causano l’aumento delle ingiustizie e delle diseguaglianze. L’unico futuro tangibile per le nuove generazioni consiste nell’angustia dell’incertezza.

5) Cosa deve fare la sinistra latinoamericana per invertire lo stato delle cose e aprire un nuovo ciclo di partecipazione politica e di emancipazione?

Ci sono le condizioni affinché si sviluppi una nuova stagione progressista che vada oltre quanto è già stato realizzato nello scorso decennio. In questo contesto di grande indefinitezza, c’è spazio per proposte alternative e per una predisposizione collettiva verso nuovi orizzonti, fondati sulla partecipazione reale delle persone e sul superamento, ecologicamente sostenibile, delle ingiustizie sociali.

Il grande compito della sinistra è quello di delineare, superando i limiti e gli errori del socialismo del XX secolo, un nuovo orizzonte fondato sulla soluzione delle questioni concrete che procurano sofferenza alle persone. Servirebbe un “nuovo principio speranza” – a prescindere dal nome che gli daremo – che inalberi l’uguaglianza, la libertà sociale, l’universalità dei diritti e delle capacità quali fondamento dell’autodeterminazione collettiva.