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Il Messaggero

A 200 anni dalla nascita di Karl Marx, il 5 maggio 1818, torna alla ribalta l’attualità del suo pensiero, che guardava proprio al futuro, e ci si interroga sul valore e sul destino dei suoi testi, a partire dal Manifesto scritto con Engels che si conclude con l’appello: «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!».

Tra i tanti libri usciti, o che stanno arrivando in libreria, per l’anniversario è proprio la nuova e ricca edizione de ‘Il
Manifesto Comunistà, pubblicato da Ponte alle Grazie, a porre interrogativi su che cosa è in grado di dirci oggi questo testo che viene anche criticato e rivalutato come «strumento politico futuro». E colpisce per l’originalità il libro di Marcello Musto su “L’ultimo Marx” proposto da Donzelli che dello studioso italiano – a cui è stato affidato in Canada il centro di Studi marxiani, considerato un’autorità mondiale in questo campo – pubblicherà, a fine estate 2018, l’antologia “Karl Marx, scritti sull’alienazione”. E sempre a cura di Musto arriverà in libreria in autunno per Einaudi una monografia su Marx che l’autore considera molto più attuale di quanto si voglia pensare e credere.

A cura del gruppo di ricercatori e militanti italiani C17, con una nuova traduzione, saggi e contributi di alcuni fra i più conosciuti pensatori di ispirazione marxista, femminista e postcoloniale tra i quali Toni Negri, Etienne Balibar, Slavoj Zizek e Veronica Gago, “Il Manifesto Comunista” viene proposto qui, e forse per la prima volta in Italia, con il titolo dell’edizione del 1872, mentre quando uscì, a Londra nel 1848, si chiamava “Il Manifesto del Partito Comunista” che Laterza ripropone in edizione economica.

«Abbiamo fatto una lettura collettiva del Manifesto da settembre a gennaio scorso» spiega l’editor Vincenzo Ostuni. La sua attualità sta innanzitutto, aggiunge, «in quel bisogno di giustizia sociale ed eguaglianza, non nel senso di andare tutti in giro con la Trabant, ma di avere tutti uguale opportunità di sviluppare i propri talenti. È la spinta fondamentale che rende il manifesto così potente, universale. Come spiega il rapporto Oxfam la ricchezza in dollari accumulata dai miliardari in dodici mesi è 7 volte superiore alle risorse che servirebbero
per far uscire dallo stato di povertà estrema milioni di persone». Gli squilibri che abbiamo raggiunto «sono mostruosi: oggi in Italia un bambino su dieci è sotto la soglia di povertà assoluta» dice Ostuni. «Dal ’91 in poi nelle democrazie occidentali, chi più chi meno, sono state smantellate le conquiste – reddito, sanità, pensioni – del capitale fatte durante il trentennio glorioso dal 1945 al 1975».

“L’ultimo Marx” di Musto racconta invece una zona poco esplorata della biografia dell’autore de “Il Capitale”, uscito 150 anni fa. Ci porta nel periodo dal 1881 al 1883, quando Marx era molto malato, aveva gravi problemi respiratori, sua moglie era morta, e i medici gli consigliarono di andare al Sud: prima in Costa Azzurra, dove invece il caldo peggiorò le sue condizioni e poi in Algeria, ma nonostante l’indebolimento
fisico continuò a scrivere sui suoi taccuini. «Lo sbocco africano – spiega l’editore Carmine Donzelli – lo porta a fare riflessioni sulle disuguaglianze territoriali che sono interessanti e innovative rispetto alla sua precedente
elaborazione teorica». Nell’antologia di scritti sull’alienazione, di prossima uscita, Musto ripercorre invece il
nucleo teorico essenziale, dal giovane al vecchio Marx, su questo tema. «In Italia abbiamo una più flebile percezione dell’importanza del pensiero di Marx di quanto non avvenga nel mondo anglosassone che gli dedica più studi. C’è bisogno ancora di Marx che non è una sorta di aggeggio da mettere in bacheca, è
un contributo vivo» dice Donzelli.

E c’è anche il romanzo umoristico di Marx “Scorpione e felice” (Elliot) e, in arrivo a fine maggio, «E Marx tacque nel giardino di Darwin’ (Neri Pozza) con cui esordisce nella narrativa Ilona Jerger, ex editor in chef del magazine tedesco Nature. «Dopo aver trovato una notizia sul fatto che Marx aveva spedito una copia con dedica de ‘Il Capitalè a Darwin, ha immaginato un incontro tra i due grandi pensatori dell’Ottocento» spiega la editor di Neri Pozza, Sabine Schultz.

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Ecologia e migranti com’è moderno il pensiero critico del Marx politico

Marx 201, per andare oltre agli anniversari tondi, l’università di Pisa e la York University di Toronto organizzano col patrocinio della Regione Toscana una conferenza internazionale sul pensiero marxista da oggi al 10 maggio al polo didattico Carmignani.

“Marx 201. Ripensare l’alternativa” è il titolo dell’appuntamento a cui partecipano trenta studiosi (tra essi Michael Löwy, Silvia Federici e Bob Jessop), provenienti da 14 paesi che si confronteranno sulle teorie politiche di Marx e sulla necessità di guardare questo autore in modo radicalmente diverso dalla vulgata che lo ha descritto come dogmatico, economicista ed eurocentrico.

La conferenza sarà aperta dal rettore dell’ateneo di Pisa Paolo Mancarella e dal governatore della Toscana Enrico Rossi. Fra gli ospiti, Luciana Castellina (su: La trasformazione della classe lavoratrice: il becchino frantumato), il segretario della Cgil Maurizio Landini, il vicepresidente della Bolivia Álvaro García Linera, Elvira Concheiro dell’Universidad Nacional Autónoma de México, che parlerà su “Marx e il femminismo: un incontro possibile” e che è fra le organizzatrici assieme ai professori Alfonso Maurizio Iacono, dell’ateneo pisano che ha ideato la conferenza, e Marcello Musto, della York University di Toronto. Musto, Sociologia teorica, è autore fra gli altri di libri come Marx for Today (Routledge, 2012) e del più recente, pubblicato in Italia da Einaudi (2018) Karl Marx Biografia intellettuale e politica (1857-1883).

 

Professor Musto, come si rilegge e cosa si rilegge del pensiero di Marx nel 2019?

«Marx non va riletto né con l’economicismo dogmatico di molti marxismi novecenteschi, né come fanno i liberali, i quali si sforzano di raffigurarlo come un classico che non avrebbe nulla da offrire al presente. Andrebbe riletto alla Marx, ovvero criticamente. Negli ultimi anni sta emergendo una nuova — e per molti versi sorprendente — esplorazione del Marx politico. Si rileggono le sue riflessioni su tematiche, a torto, raramente accostate al suo pensiero che rivestono cruciale importanza nell’agenda politica contemporanea. Tra queste vi sono ecologia, migrazione e nazionalismo».

 

La nuova classe operaia oggi è il fattorino di Amazon o il rider di Deliveroo. Cosa ha in comune e in cosa si differenza dall’operaio che aveva come riferimento Karl Marx?

«La fabbrica fordista associata al proletariato delle grandi fabbriche, che militava nei partiti della sinistra, si è diffusa dopo la scomparsa di Marx. Le difficoltà che egli incontrò nell’organizzare i lavoratori precari e non qualificati, al tempo della Prima Internazionale, nel 1864, sono molto più contigue di quanto in genere si ritiene a quelle delle organizzazioni politiche e sindacali contemporanee.

Ovviamente, quella dei nostri giorni è una società molto complessa ed è necessaria una nuova riflessione su cosa sia il proletariato oggi. Quella prodotta da Marx nell’Ottocento non è più sufficiente».

 

Qual è a suo avviso la radice dell’avanzata delle destre in diversi paesi dell’Europa?

«Esistono delle motivazioni economiche dovute alla disoccupazione, alle privatizzazioni e allo smantellamento del welfare state che hanno contraddistinto il decennio di crisi sociale cominciato nel 2008. Poi vi sono le enormi responsabilità politiche delle forze progressiste che hanno abdicato al loro ruolo, rinunciando alla costruzione di alternative, nel mutato contesto della globalizzazione capitalista. Dagli anni Novanta, esse si sono limitate a proporre blandi palliativi al neoliberismo, con il quale sono state, poi, di fatto identificate. Nell’Europa dell’Est va aggiunto il rifiuto verso il socialismo, dovuto al ricordo dei regimi oppressivi sorti proprio in nome di Marx».

 

Se Marx fosse vissuto oggi sarebbe stato favorevole alla Brexit?

«Cerco sempre di evitare di dire cosa “avrebbe detto o scritto Marx”. Più che concentrarsi sugli esiti dei referendum, forse egli avrebbe criticato i processi di fondo che li precedono. Marx avrebbe attaccato ferocemente la natura anti-sociale dell’Unione Europea, la minaccia del debito pubblico sui suoi Stati membri e le politiche di austerità. Si sarebbe scagliato contro l’idea — oggi divenuta dogma — che l’economia è un ambito separato e immodificabile e avrebbe svelato il volto di un capitalismo in grave crisi di consenso e, al fine, incompatibile con la democrazia».

 

In un lavoro che è scarso e parcellizzato, si può ancora immaginare un fronte comune per la “classe operaia”?

«La solidarietà di classe è tanto più indispensabile in un contesto come quello presente. Fu Marx stesso a mettere in risalto quanto la contrapposizione tra i proletari autoctoni e quelli stranieri — oltretutto discriminati — fosse un elemento essenziale del dominio economico e politico delle classi dominanti. Vanno di certo reinventate nuove modalità di conflitto e di organizzazione politica e sindacale, ma senza un fronte comune degli sfruttati si profila un orizzonte di guerra tra poveri e competizione sfrenata tra gli individui».

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Laura Montanari, La Repubblica

“Come è attuale il Marx politico”

1)  Come si rilegge e cosa si rilegge del pensiero di Marx nel 2019?

Marx non va riletto né con l’economicismo dogmatico di molti marxismi novecenteschi, né come fanno i liberali, i quali si sforzano di raffigurarlo come un classico che non avrebbe nulla da offrire al presente. Andrebbe riletto alla Marx, ovvero criticamente.
Negli ultimi anni sta emergendo una nuova – e per molti versi sorprendente – esplorazione del Marx politico. Si rileggono le sue riflessioni su tematiche, a torto, raramente accostate al suo pensiero che rivestono cruciale importanza nell’agenda politica contemporanea. Tra queste vi sono ecologia, migrazione e nazionalismo.

2)  La nuova classe operaia oggi è il fattorino di Amazon o il rider di Deliveroo. Cosa ha in comune e in cosa si differenza dall’operaio che aveva come riferimento Karl Marx?
La fabbrica fordista associata al proletariato delle grandi fabbriche, che militava nei partiti della sinistra, si è diffusa dopo la scomparsa di Marx. Le difficoltà che egli incontrò nell’organizzare i lavoratori precari e non qualificati, al tempo della Prima Internazionale, nel 1864, sono molto più contigue di quanto in genere si ritiene a quelle delle organizzazioni politiche e sindacali contemporanee. Ovviamente, quella dei nostri giorni è una società molto complessa ed è necessaria una nuova riflessione su cosa sia il proletariato oggi. Quella prodotta da Marx nell’Ottocento non è più sufficiente.

3)  Quale è a suo avviso la radice dell’avanzata delle destre in diversi paesi dell’Europa?
Esistono delle motivazioni economiche dovute alla disoccupazione, alle privatizzazioni e allo smantellamento del welfare state che hanno contraddistinto il decennio di crisi sociale cominciato nel 2008. Poi vi sono le enormi responsabilità politiche delle forze progressiste che hanno abdicato al loro ruolo, rinunciando alla costruzione di alternative, nel mutato contesto della globalizzazione capitalista. Dagli anni Novanta, esse si sono limitate a proporre blandi palliativi al neoliberismo, con il quale sono state, poi, di fatto identificate. Nell’Europa dell’Est va aggiunto il rifiuto verso il socialismo, dovuto al ricordo dei regimi oppressivi sorti proprio in nome di Marx.

4)  Se Marx fosse vissuto oggi sarebbe stato favorevole alla Brexit?
Cerco sempre di evitare di dire cosa “avrebbe detto o scritto Marx”. Più che concentrarsi sugli esiti dei referendum, forse egli avrebbe criticato i processi di fondo che li precedono. Marx avrebbe attaccato ferocemente la natura anti-sociale dell’Unione Europea, la minaccia del debito pubblico sui suoi Stati membri e le politiche di austerità. Si sarebbe scagliato contro l’idea – oggi divenuta dogma – che l’economia è un ambito separato e immodificabile e avrebbe svelato il volto di un capitalismo in grave crisi di consenso e, al fine, incompatibile con la democrazia.

5)  In un lavoro che è scarso e parcellizzato, si può ancora immaginare un fronte comune per la “classe operaia”?
La solidarietà di classe è tanto più indispensabile in un contesto come quello presente. Fu Marx stesso a mettere in risalto quanto la contrapposizione tra i proletari autoctoni e quelli stranieri – oltretutto discriminati – fosse un elemento essenziale del dominio economico e politico delle classi dominanti. Vanno di certo reinventate nuove modalità di conflitto e di organizzazione politica e sindacale, ma senza un fronte comune degli sfruttati si profila un orizzonte di guerra tra poveri e competizione sfrenata tra gli individui.

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“Rileggere Marx per battere sovranismi e populismi”

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Alfonso M. Iacono, Il Tirreno

Studiare ancora Marx

Frammentazione delle aziende, microfisica del loro potere dispotico, ideologia dell’individuo imprenditore di se stesso, applicazione del modello aziendale nelle scuole, nelle università, nei sistemi sanitari e nelle istituzioni, smantellamento dello stato sociale, imposizione della precarietà nel lavoro a cui si accompagna il senso estetico di una vita che vuole fermare il tempo in quanto non ha futuro né passato, illudendosi che il presente si identifichi con l’eternità, tutto questo è stato chiamato da Mark Fisher (che lo aveva mutuato a sua volta da altri), in ironica opposizione al realismo socialista, il realismo capitalista.
La caduta del muro di Berlino e la fine dei paesi, appunto, a cosiddetto socialismo reale sono stati una liberazione anche per gli studi su Marx. L’anno 2008, l’anno della grande crisi economica, è stato anche la verità del realismo capitalista e ha significato la necessità di ritornare alle analisi che Marx aveva dato del capitalismo e delle sue contraddizioni. Nel 2017 in tutto il mondo si sono celebrati i 150 anni dell’uscita del capolavoro marxiano con convegni, nuovi studi e nuove ricerche e l’anno scorso per i 200 anni della sua nascita è stato altrettanto. Il capitalismo è mutato almeno a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, ma rafforzando e portando alle estreme conseguenze le sue stesse premesse. Per questo l’analisi di Marx resta importante e ancora di più se si vuol cercare di ripensare un’alternativa al neoliberismo imperante e inquietante. Inoltre, la pubblicazione di inediti e manoscritti non ancora ben conosciuti, ci permette di cogliere in Marx e nelle sue opere un pensatore, per così dire, del non finito. Egli ha scritto assai di più di quanto ha pubblicato, perché teso a cogliere in modo forse ossessivo il rapporto tra la teoria e gli eventi storici, senza mai natulmente abbandonare la teoria, ma mettendola in confronto critico costante con ciò che accadeva nel mondo e con la riflessione sui modi di una possibile alternativa al sistema che però fosse assai ben radicata nelle condizioni che la storia offriva. In un bel libro uscito l’anno scorso, Marcello Musto ricostruisce la biografia dell’ultimo Marx (Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883, Einaudi, Torino 2018, pp. 329), cioè dal periodo in cui appronta i suoi studi per la pubblicazione de Il capitale fino alla morte, e lo fa, mescolando intelligentemente aspetti della vita personale di Marx con aspetti della sua ricerca anche alla luce di manoscritti spesso, come si è detto, non molto visitati dagli studiosi. Fa notare l’interesse per le società extraeuropee e per gli studi di antropologia, per le forme di proprietà collettiva non controllate dallo Stato, per un’idea di associazione di lavoratori che non limitasse la libertà degli individui.
L’8-10 maggio l’Università di Pisa organizza un convegno su Marx che ha per titolo Marx 201. Ripensare l’alternativa (il 201 vuole indicare che si va oltre il bicentenario della sua nascita per continuare a rifletterci e a discuterne) a cui parteciperanno studiosi di 14 paesi provenienti da tutto il mondo. Il convegno è patrocinato dall’Università di Pisa, dalla Regione Toscana, dal Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere e si svolgerà presso il Polo Carmignani in piazza dei Cavalieri. L’ingresso è libera e aperto a tutti.

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Le contraddizioni della società in una riflessione evergreen

Il ritorno a Marx, verificatosi dopo la crisi economica del 2008, è stato contraddistinto dalla riscoperta della sua critica dell’economia.

Da allora in poi, in numerosi quotidiani, riviste, libri e volumi universitari, è stato da più parti osservato quanto l’analisi di Marx risultasse ancora indispensabile per comprendere le contraddizioni del capitalismo e i suoi meccanismi distruttivi.

Negli ultimi anni, però, sta emergendo un nuovo fenomeno: la riesplorazione del Marx politico. La stampa, nell’edizione tedesca MEGA², di manoscritti precedentemente sconosciuti e la pubblicazione di innovative interpretazioni della sua opera hanno aperto nuovi orizzonti di ricerca. Testi inediti e nuovi studi teorici pongono in risalto, con maggiore evidenza rispetto al passato, quanto Marx sia stato un autore capace di esaminare le contraddizioni della società capitalista su scala globale e ben oltre il conflitto tra capitale e lavoro. Non è azzardato affermare che, tra i grandi classici del pensiero politico, economico e filosofico, Marx sia quello il cui profilo è maggiormente mutato nel volgere del XXI secolo.

Ripensare l’alternativa con Marx
Smentendo quanti hanno assimilato la concezione marxiana della società comunista al mero sviluppo delle forze produttive, le ricerche intraprese hanno evidenziato la rilevanza che Marx assegnò alla questione ecologica. Egli denunciò, ripetutamente, che l’espansione del modo di produzione capitalistico avrebbe causato non solo un aumento della rapina del lavoro degli operai, ma anche delle risorse naturali. Marx si interessò diffusamente anche di migrazione. Dimostrò come le migrazioni forzate, generate dal capitalismo, costituissero un elemento rilevante dello sfruttamento della borghesia e che soltanto la solidarietà di classe tra proletari, indipendentemente dalla loro provenienza, senza alcuna distinzione tra la mano d’opera locale e quella importata, fosse la chiave per combatterlo.
Marx si occupò in modo approfondito di molte altre tematiche, sottovalutate, quando non ignorate, da molti dei suoi studiosi e che rivestono cruciale importanza per l’agenda politica dei nostri giorni. Tra queste figurano la libertà individuale nella sfera economica e politica, l’emancipazione di genere, la critica dei nazionalismi, le forme di proprietà collettive non controllate dallo Stato.

Inoltre, Marx intraprese accurate indagini sulle società extra-europee e si espresse con nettezza contro il ruolo distruttivo del colonialismo. È in errore chi scrive il contrario. Marx criticò i pensatori che, sebbene biasimassero le nefaste conseguenze generate dal colonialismo, nelle loro analisi sulle periferie del mondo utilizzarono le categorie interpretative proprie del contesto europeo. Mise più volte in guardia contro quanti omologavano fenomeni tra loro distinti e manifestò una forte diffidenza, soprattutto in seguito agli avanzamenti teorici conseguiti negli anni Settanta, verso la traslazione di medesime categorie interpretative in ambiti storici e geografici del tutto differenti. Tutto ciò è stato ormai comprovato, nonostante lo scetticismo ancora in voga in alcuni ambienti accademici.

A 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, oggi diventa, dunque, possibile leggere un Marx molto diverso da quello dogmatico, economicista ed eurocentrico a lungo sbandierato. Certo, nell’imponente lascito di Marx è possibile rinvenire affermazioni nelle quali si legge che lo sviluppo delle forze produttive conduce alla dissoluzione del modo di produzione capitalistico. Tuttavia, sarebbe errato attribuirgli la tesi che il socialismo si sarebbe realizzato come fatalità storica. Per Marx, al contrario, la possibilità della trasformazione sociale dipendeva dalla classe lavoratrice e dalla sua capacità di determinare, attraverso la lotta, rivolgimenti sociali e la nascita di un sistema economico-politico alternativo.

Comunismo come libera associazione
In discontinuità con l’assimilazione tra comunismo e “dittatura del proletariato”, propagandata da molti “socialismi reali”, andrebbero reindagate anche le riflessioni di Marx sulla società comunista. Questa fu da lui definita come “un’associazione di liberi esseri umani”. Se il comunismo ambisce a essere una forma superiore di società, deve rendere possibili le condizioni per il “pieno e libero sviluppo di ogni individuo”.

Nel Capitale, Marx disvelò la menzogna dell’ideologia borghese. Il capitalismo non è l’organizzazione sociale nella quale gli esseri umani, protetti da norme giuridiche imparziali, in grado di garantire loro giustizia ed equità, godono di vera libertà e vivono in una compiuta democrazia. In realtà, essi sono degradati a meri oggetti, aventi la funzione primaria di produrre merci e il profitto altrui.

Per ribaltare questo stato di cose non basta modificare la redistribuzione dei beni di consumo. Occorre mutare alla radice gli assetti produttivi della società: “i produttori possono essere liberi solo quando sono in possesso dei mezzi di produzione”. Pertanto, secondo Marx, l’obiettivo della lotta del proletariato deve essere la restituzione di questi alla comunità. Ciò consentirebbe, anche grazie alle potenzialità emancipatrici della tecnologia, la realizzazione di uno scopo fondamentale del comunismo: la diminuzione dei tempi di lavoro e il conseguente innalzamento delle capacità, delle doti creative e del godimento degli individui. Il modello socialista al quale guardava Marx non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di maggiore ricchezza collettiva e soddisfacimento dei bisogni.

Marx osservò anche che, nel modo di produzione comunista, “la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui sarebbe apparsa così assurda quanto quella di un essere umano da parte di un altro”. Egli espresse la sua critica più radicale verso l’idea di possesso distruttivo insita nel capitalismo, ricordando che la società non è proprietaria dell’ambiente. Essa ha “il dovere di tramandare il mondo in condizioni migliori alle generazioni successive”.

Oggi la sinistra non potrebbe, naturalmente, ridefinire la sua politica in funzione di quanto scritto, oltre un secolo fa, da Marx. Non deve, però, commettere l’errore di dimenticare la chiarezza delle sue analisi e non utilizzare le armi critiche che esse ci offrono per ripensare, in modo rinnovato, a come costruire una società alternativa al capitalismo.

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Iuri Lombardi, YAWP. Giornale di Letterature e Filosofie

Einaudi ripropone Marx: una nuova prospettiva sul filosofo tedesco

A fine 2018 è uscito per Einaudi Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, il nuovo studio condotto da Marcello Musto, che si propone di analizzare l’ultimo periodo della vita del filosofo tedesco.

È il caso di dire che ci troviamo di fronte a un libro piuttosto insolito rispetto ai tanti già editi sull’argomento. Di fatto gli innumerevoli saggi che il filosofo ed economista ha ispirato – dalle ricostruzioni storiche alla ricerca filologica dei testi, fino all’ermeneutica – non sono riusciti ad andare realmente nel profondo, come è invece avvenuto in questo caso.

Lo storico e filosofo marxista Marcello Musto pare assumere una prospettiva radicalmente diversa rispetto agli studi del passato. Da sempre infatti gli studiosi di Marx hanno separato l’aspetto biografico dalla speculazione teorica, mentre nel nuovo saggio edito da Einaudi scopriamo che tale scissione è più problematica di quanto sia finora apparso.

Questo saggio non istituisce questa distinzione netta e in qualche modo indebita, non disgiunge il filosofo e il sociologo dall’uomo. Da buon studioso qual è, Marcello Musto – ed è questo l’aspetto più originale e per certi versi sorprendente del suo lavoro – considera simultaneamente la sfera speculativa e quella biografica. Analizza dunque non solo gli scritti teorici ma anche i diari e le carte sparse di Marx risalenti al periodo senile (1857-1883), per mostrare come la vita di Karl fosse profondamente avviluppata all’attività di pensatore, quasi a costituire un’unica cosa, un’unica verità. Dagli scritti privati vergati dal capostipite del pensiero politico di sinistra emerge non solo questa inscindibilità, questo intreccio persistente e inestricabile tra biografia ed analisi politica, ma anche il profilo di un intellettuale sempre lucido e pronto a sviscerare con acume la questione economica dell’Europa post-rivoluzionaria.

Non è un caso che Musto, per dimostrare ciò, abbia esaminato il periodo che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta dell’Ottocento: in questa fase infatti il pensatore tedesco sembra essere più attivo che mai, e intento – o forse sarebbe più corretto dire impegnato – ad ampliare il suo raggio d’interesse. In questi anni Marx osserva e appunta instancabilmente: porta avanti i suoi studi sulla proprietà collettiva, rileva le corrispondenze tra stato d’economia e botanica, indaga la questione economica statunitense.

Si tratta di un torno di anni formidabile, in cui il filosofo tedesco contesta radicalmente il colonialismo, studia la schiavitù in America a partire dall’indipendenza, e in questo periodo, forse come non mai, il privato di un uomo si intreccia e trova simbiosi con il presente del sociologo e dell’intellettuale.

La lucidità e la forza del saggio di Musto sta proprio nell’aver messo in luce aspetti sinora sottaciuti e rimesso in discussione i termini di un’analisi che non si può definire chiusa e che probabilmente non troverà mai fine. Ma soprattutto, nell’aver gettato una sonda diversa non solo nel pensiero di un filosofo fondamentale per la nostra civiltà, ma anche tra le mistificazioni, più o meno pervasive, che nel corso del tempo l’Occidente ne ha fatto.

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Anti.it

Marx com’era – in parte

È “Il tardo Karl Marx” nel nucleo originale in tedesco. Già pubblicato due anni fa come “L’ultimo Marx (1881-1883). Saggio di biografia intellettuale”. Ora molto ampliato.

È una rivisitazione del lavoro di riflessione del Marx maturo. Musto, che ha esordito negli studi marxiani con un “Karl Marx’s Grundrisse”, la filosofia del giovane Marx, ne completa l’evoluzione. In parallelo con la ricostruzione dell’attività politica che Marx svolse precipuamente nel venticinquennio. Attivissimo – costruttivo e distruttivo insieme, molto fazioso. Nonché col lavoro febbrile di giornalismo, di analisi quasi quotidiana degli eventi politici. C’è la maturazione della teoria politica – piuttosto una semplificazione, man a mano che Marx si indentificava col “suo” partito, demolendo ogni altra fazione e ogni altra proposta o dottrina. C’è la maturazione della critica dell’economia politica. E c’è, novità della ricerca di Musto già con la prima “biografia intellettuale”, l’antropologia, la curiosità di tipo antropologico che occupò Marx negli ultimi due-tre anni: le società pre-capitaliste e la proprietà indivisa, o l’abolizione della servitù e la costituzione di uno Stato moderno nella Russia che disprezzava.
Musto, ultimo giovane comunista Pci, ora uno dei giovani talenti espatriati, ritorna a Marx, fuori del marxismo che lo ha imbalsamato nel Novecento – del marxismo-leninismo, o marxismo sovietico, la funerea recitazione del Diamat, il materialismo dialettico. Ipotizzando con qualche fondamento che “tra i classici del pensiero economico e filosofico” Marx è “quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi decenni”. Resta da indagare la formazione di Marx, un liberale radicalizzato. E la sua capacità, o applicazione, di buona scrittura, nei testi – saggi politici e “storici”, articoli, polemiche, lettere – non “di pensiero”: vivace, spigliata, perfino sbarazzina.

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Alla riscoperta del pensiero di Karl Marx

Alla riscoperta del pensiero di Karl Marx, Corriere del Ticino, 27 February 2019.

Sergio Caroli

Forte della pubblicazione di testi inediti di Karl Marx, Marcello Musto, professore associato di Sociologia teorica presso la York University di Toronto, analizza nel saggio Karl Marx.

Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagine 329. euro 30), la vasta gamma di ricerche che il pensatore di Treviri condusse, unitamente alla critica dell’economia politica, intorno alle più diverse discipline e aree geografiche. Esse vanno, solo per citarne alcune, dalla analisi dello sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti, all’evoluzione del’economia russa a seguito dell’abolizione della servitù della gleba, alla proprietà comune nelle società primitive, ai caratteri del colonialismo in Asia. Marx seguì con particolare acume i principali eventi della politica mondiale, sostenendo la lotta della Polonia per l’indipendenza, commentò le vicende della Guerra civile americana, appoggiando la causa dell’abolizione della schiavitù e quella per l’indipendenza dell’Irlanda.
Marcello Musto, i cui suoi scritti sono stati tradotti in oltre venti lingue, è autore delle monografie Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi (Carocci 2011), L’Ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale (Donzelli 2016).

 

1) Professor Musto, Marx viene spesso descritto come eurocentrico, economicista e interessato solo all’analisi dell’economia e al conflitto di classe tra capitale e lavoro. Perché questa descrizione non corrisponde al vero?  
Lungi dall’interessarsi solo del proletariato di fabbrica, Marx non tralasciò di evidenziare le potenzialità rivoluzionarie di altre soggettività ai margini della società capitalistica. Ciò avvenne soprattutto nell’ultimo decennio di vita. Inoltre, lo studio delle realtà extraeuropee e degli effetti nefasti prodotti dal colonialismo nelle periferie del globo occupò un posto tutt’altro che secondario nelle sue riflessioni. La critica al ruolo svolto dalle potenze occidentali nel sud del mondo è netta e inequivocabile. Aggiungo che, se avesse avuto più tempo, nei libri II e III del Capitale – che, come si sa, rimasero incompiuti – Marx avrebbe significativamente esteso oltre l’Europa il campo di analisi della sua critica dell’economia.

 

2) Lei sostiene che l’”Internazionale dei lavoratori” non fu creazione esclusiva di Marx. Quale fu il suo ruolo in seno all’organizzazione?
Diversamente da quanto propagandato dalla liturgia sovietica, l’Internazionale fu molto di più del solo Marx. Tra i vari gruppi che ne fecero parte vi furono i sindacati inglesi, i mutualisti francesi – entrambi, seppur per ragioni differenti, molto moderati – e gli anarchici vicini a Bakunin. L’impresa di riuscire a far convivere tutte queste tendenze nella stessa organizzazione fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di tenere assieme ciò che appariva inconciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale. Fu Marx a scrivere tutte le principali risoluzioni dell’Associazione e a dare una chiara finalità all’Internazionale. Realizzò un programma politico non preclusivo, eppure fermamente di classe, a garanzia di un movimento che ambiva a essere di massa e non settario. In un’epoca nella quale il mondo del lavoro è costretto, anche in Europa, a subire condizioni di sfruttamento e forme di legislazione simili a quelle dell’Ottocento e in cui vecchi e nuovi conservatori tentano, ancora una volta, di dividere chi lavora da chi è precario, disoccupato o migrante, l’eredità politica dell’Internazionale riacquista uno straordinario valore.

 

3) Quali elementi delle analisi di Marx sulla Guerra civile americana hanno retto alla prova del tempo?
Marx intravide nella lotta contro la schiavitù in atto negli Stati Uniti uno degli eventi politici più rilevanti della sua epoca. Accanto alla fondamentale battaglia contro il razzismo, egli spiegò agli sprovveduti che si illudevano del contrario che “il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene discriminato se ha la pelle nera”. La guerra tra poveri distoglieva le classi subalterne dalla lotta contro le vere cause delle ingiustizie sociali. Marx ripeté in numerose occasioni ciò che in molti oggi, anche a sinistra, paiono aver dimenticato: quando le classi dominanti, mediante la loro propaganda, riescono a dividere i proletari, le condizioni di vita di questi ultimi – non solo di quelli migranti ma anche degli autoctoni – sono sempre destinate a peggiorare. È un monito che va nuovamente spiegato con urgenza, nel drammatico contesto politico attuale.

 

4) Quali elementi di interesse offrono i Quaderni antropologici redatti dall’ultimo Marx?
Tramite questi studi, egli ampliò le sue vedute in merito a tematiche che giudicò molto considerevoli. Tra queste figurano l’emancipazione di genere, l’origine dei rapporti proprietari e le pratiche comunitarie esistenti nelle società precapitalistiche. Queste ricerche gli permisero di sfuggire al determinismo nel quale caddero non solo tanti suoi contemporanei, ma anche diversi suoi seguaci e presunti continuatori.

 

5) Nel corso del loro quarantennale sodalizio Marx ed Engels si confrontarono su ogni possibile tematica, ma Marx non parlò mai del come avrebbe dovuto essere organizzata la società del domani. Come lo spiega?
Marx volle decisamente distinguersi dai tanti pensatori che impiegavano il loro tempo a ipotizzare la struttura ideale della società socialista. Egli irrise questo modo di concepire la politica e ritenne che le questioni sul sistema perfetto per il futuro servivano soltanto a distrarre dalle lotte del presente. A suo avviso, la trasformazione collettiva non poteva avvenire in base all’applicazione di metastorici ordinamenti di organizzazione sociale, aprioristicamente concepiti da filosofi o utopisti. Marx fu un convinto assertore dell’autoemancipazione della classe operaia. Reputò che, quando sarebbero maturati i tempi, i lavoratori sarebbero stati in grado di liberare sé stessi e di trasformare la produzione capitalistica nel suo opposto, ovvero in una compiuta democrazia, in “un’associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni”. Se Marx si guardò bene dal “prescrivere ricette per l’avvenire”, ciò non vuol dire, però, che egli non abbia mai descritto cosa intendesse per comunismo. Per esempio, affermò chiaramente che la nuova società avrebbe dovuto essere basata sul ‘pieno e libero sviluppo di ogni individuo’, sulla diminuzione del tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero e sulla fine della logica del possesso distruttivo insita nel capitale – i cui effetti drammatici egli riuscì a intravedere anche nei confronti della natura. Per Marx, comunismo significava maggiore ricchezza collettiva e non uno stato di miseria generalizzata.

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Sergio Caroli, La Voce di Parma

Marx liberato da stereotipi ammuffiti

Forte della pubblicazione di testi inediti di Karl Marx, Marcello Musto, professore associato di Sociologia teorica presso la York University di Toronto, analizza nel saggio Karl Marx Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagine 329. euro 30), la vasta gamma di ricerche che il pensatore di Treviri condusse, unitamente alla critica dell’economia politica, intorno alle più diverse discipline e aree geografiche. Esse vanno, solo per citarne alcune, dalla analisi dello sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti, all’evoluzione del’economia russa a seguito dell’abolizione della servitù della gleba, alla proprietà comune nelle società primitive, ai caratteri del colonialismo in Asia. Marx seguì con particolare acume i principali eventi della politica mondiale, sostenendo la lotta della Polonia per l’indipendenza, commentò le vicende della Guerra civile americana, appoggiando la causa dell’abolizione della schiavitù e quella per l’indipendenza dell’Irlanda.
Marcello Musto, i cui suoi scritti sono stati tradotti in oltre venti lingue, è autore delle monografie Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi (Carocci 2011), L’Ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale (Donzelli 2016).

1) Professor Musto, Marx viene spesso descritto come eurocentrico, economicista e interessato solo all’analisi dell’economia e al conflitto di classe tra capitale e lavoro. Perché questa descrizione non corrisponde al vero?  
Lungi dall’interessarsi solo del proletariato di fabbrica, Marx non tralasciò di evidenziare le potenzialità rivoluzionarie di altre soggettività ai margini della società capitalistica. Ciò avvenne soprattutto nell’ultimo decennio di vita. Inoltre, lo studio delle realtà extraeuropee e degli effetti nefasti prodotti dal colonialismo nelle periferie del globo occupò un posto tutt’altro che secondario nelle sue riflessioni. La critica al ruolo svolto dalle potenze occidentali nel sud del mondo è netta e inequivocabile. Aggiungo che, se avesse avuto più tempo, nei libri II e III del Capitale – che, come si sa, rimasero incompiuti – Marx avrebbe significativamente esteso oltre l’Europa il campo di analisi della sua critica dell’economia.

2) Lei sostiene che l’”Internazionale dei lavoratori” non fu creazione esclusiva di Marx. Quale fu il suo ruolo in seno all’organizzazione?
Diversamente da quanto propagandato dalla liturgia sovietica, l’Internazionale fu molto di più del solo Marx. Tra i vari gruppi che ne fecero parte vi furono i sindacati inglesi, i mutualisti francesi – entrambi, seppur per ragioni differenti, molto moderati – e gli anarchici vicini a Bakunin. L’impresa di riuscire a far convivere tutte queste tendenze nella stessa organizzazione fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di tenere assieme ciò che appariva inconciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale. Fu Marx a scrivere tutte le principali risoluzioni dell’Associazione e a dare una chiara finalità all’Internazionale. Realizzò un programma politico non preclusivo, eppure fermamente di classe, a garanzia di un movimento che ambiva a essere di massa e non settario. In un’epoca nella quale il mondo del lavoro è costretto, anche in Europa, a subire condizioni di sfruttamento e forme di legislazione simili a quelle dell’Ottocento e in cui vecchi e nuovi conservatori tentano, ancora una volta, di dividere chi lavora da chi è precario, disoccupato o migrante, l’eredità politica dell’Internazionale riacquista uno straordinario valore.

3) Quali elementi delle analisi di Marx sulla Guerra civile americana hanno retto alla prova del tempo?
Marx intravide nella lotta contro la schiavitù in atto negli Stati Uniti uno degli eventi politici più rilevanti della sua epoca. Accanto alla fondamentale battaglia contro il razzismo, egli spiegò agli sprovveduti che si illudevano del contrario che “il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene discriminato se ha la pelle nera”. La guerra tra poveri distoglieva le classi subalterne dalla lotta contro le vere cause delle ingiustizie sociali. Marx ripeté in numerose occasioni ciò che in molti oggi, anche a sinistra, paiono aver dimenticato: quando le classi dominanti, mediante la loro propaganda, riescono a dividere i proletari, le condizioni di vita di questi ultimi – non solo di quelli migranti ma anche degli autoctoni – sono sempre destinate a peggiorare. È un monito che va nuovamente spiegato con urgenza, nel drammatico contesto politico attuale.

4) Quali elementi di interesse offrono i Quaderni antropologici redatti dall’ultimo Marx?
Tramite questi studi, egli ampliò le sue vedute in merito a tematiche che giudicò molto considerevoli. Tra queste figurano l’emancipazione di genere, l’origine dei rapporti proprietari e le pratiche comunitarie esistenti nelle società precapitalistiche. Queste ricerche gli permisero di sfuggire al determinismo nel quale caddero non solo tanti suoi contemporanei, ma anche diversi suoi seguaci e presunti continuatori.

5) Nel corso del loro quarantennale sodalizio Marx ed Engels si confrontarono su ogni possibile tematica, ma Marx non parlò mai del come avrebbe dovuto essere organizzata la società del domani. Come lo spiega?
Marx volle decisamente distinguersi dai tanti pensatori che impiegavano il loro tempo a ipotizzare la struttura ideale della società socialista. Egli irrise questo modo di concepire la politica e ritenne che le questioni sul sistema perfetto per il futuro servivano soltanto a distrarre dalle lotte del presente. A suo avviso, la trasformazione collettiva non poteva avvenire in base all’applicazione di metastorici ordinamenti di organizzazione sociale, aprioristicamente concepiti da filosofi o utopisti. Marx fu un convinto assertore dell’autoemancipazione della classe operaia. Reputò che, quando sarebbero maturati i tempi, i lavoratori sarebbero stati in grado di liberare sé stessi e di trasformare la produzione capitalistica nel suo opposto, ovvero in una compiuta democrazia, in “un’associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni”. Se Marx si guardò bene dal “prescrivere ricette per l’avvenire”, ciò non vuol dire, però, che egli non abbia mai descritto cosa intendesse per comunismo. Per esempio, affermò chiaramente che la nuova società avrebbe dovuto essere basata sul ‘pieno e libero sviluppo di ogni individuo’, sulla diminuzione del tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero e sulla fine della logica del possesso distruttivo insita nel capitale – i cui effetti drammatici egli riuscì a intravedere anche nei confronti della natura. Per Marx, comunismo significava maggiore ricchezza collettiva e non uno stato di miseria generalizzata.

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Comunismo

1. Le teorie dei primi socialisti.
In seguito alla Rivoluzione francese e con l’espansione della Rivoluzione industriale, in Europa cominciarono a circolare numerose teorie che avevano il duplice intento di fornire risposte alle domande di giustizia sociale disattese dalla prima e di correggere i drammatici squilibri economici provocati dalla seconda. Le conquiste democratiche ottenute dopo la presa della Bastiglia assestarono un colpo decisivo all’aristocrazia, ma lasciarono pressoché immutata la preesistente sperequazione di ricchezza tra il popolo e le classi dominanti. Il declino della monarchia e l’istituzione della repubblica in Francia non erano stati sufficienti a fare diminuire la povertà.

Fu questo il contesto nel quale sorse quel variegato arco di concezioni definite da Karl Marx e Friedrich Engels (1820-1895), nel Manifesto del partito comunista, «critico-utopistic[he]» . Esse furono ritenute «critiche», poiché coloro che le avevano sostenute si erano opposti, con sfumature diverse, all’ordine sociale esistente e avevano fornito «elementi di grandissimo valore per illuminare gli operai» . D’altro canto, però, si erano dimostrate «utopistiche» , dal momento che i loro fautori avevano presunto di potere realizzare una forma alternativa di organizzazione sociale facendo ricorso alla mera individuazione di idee e principî nuovi e non alla lotta della classe lavoratrice. Secondo Marx ed Engels, i pensatori che li avevano preceduti avevano creduto che CM senza rientro alla prima riga

all’attività sociale dove[sse] subentrare la loro attività inventiva personale, alle condizioni storiche dell’emancipazione del proletariato […] condizioni immaginarie, all’organizzazione del proletariato come classe in un processo graduale […] un’organizzazione della società da essi escogitata di sana pianta. La storia universale dell’avvenire si risolve[va], per essi, nella propaganda e nell’esecuzione pratica dei loro progetti di società.

Nel testo politico più letto della storia dell’umanità, Marx ed Engels avversarono anche molte forme di socialismo, sia del passato che a loro contemporanee. Esse vennero considerate, a seconda dei casi, socialismo «feudale», «piccolo-borghese», «borghese» o – in senso dispregiativo, per evidenziare la loro vuota «fraseologia filosofica» – «tedesco» . La gran parte degli autori di queste teorie era accomunata da due peculiarità. La prima era la convinzione di poter «restaurare gli antichi mezzi di produzione e di scambio e, con essi, i vecchi rapporti di proprietà e la vecchia società». La seconda, invece, ineriva il tentativo, posto in essere da altri, di «imprigionare nuovamente, con la forza, i moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro dei vecchi rapporti di proprietà» dai quali erano stati «spezza[ti]». Per queste ragioni, Marx scorse in queste concezioni una forma di socialismo «al contempo reazionario e utopistico».

L’etichetta di «utopisti» assegnata ai primi socialisti, in alternativa a quella di «socialismo scientifico», è stata sovente utilizzata in modo fuorviante e con intento spregiativo . Costoro, infatti, contrastarono l’organizzazione sociale del tempo in cui vissero e contribuirono, sia attraverso i loro scritti che con azioni concrete, alla critica dei rapporti economici esistenti. Dei suoi precursori Marx ebbe, comunque, rispetto . Di Claude-Henri de Saint-Simon (1760-1825) pose in risalto l’enorme divario che lo separava dai suoi rozzi interpreti . A Charles Fourier (1772-1837), pur giudicando come stravaganti «schizzi umoristici» una parte delle sue idee, Marx riconobbe il «grande merito» di avere compreso che l’obiettivo da raggiungere per la trasformazione del lavoro fosse la soppressione non solo del tipo di distribuzione esistente, ma «del modo di produzione» . Nelle teorie di Robert Owen (1771-1858) ravvisò molti elementi degni di interesse e anticipatori del futuro. In Salario, prezzo e profitto, Marx rilevava che Owen già all’inizio dell’Ottocento, in Osservazioni sull’effetto del sistema manifatturiero, aveva «richie[sto] una diminuzione generale della giornata lavorativa quale primo passo per preparare la liberazione della classe operaia» . Inoltre, egli aveva perorato, come nessun altro, la causa della produzione cooperativa.

Ciò nonostante, pur riconoscendo l’influenza positiva che Saint-Simon, Fourier e Owen avevano avuto sul nascente movimento operaio, Marx espresse nei loro confronti un giudizio complessivamente negativo. Egli criticò i suoi predecessori per aver ipotizzato di risolvere le problematiche sociali del tempo mediante la progettazione di chimere irrealizzabili e per aver consumato molto del loro tempo nell’irrilevante esercizio teorico di costruire «castelli in aria».

Marx non contestò solo le proposte da lui giudicate impraticabili o errate, ma stigmatizzò soprattutto l’idea che il cambiamento sociale avvenisse attraverso modelli aprioristici, metastorici e ispirati a una precettistica dogmatica. Anche l’enfasi moralistica dei primi socialisti fu oggetto di giudizio negativo . Negli Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, Marx criticò il «socialismo utopistico [perché voleva] dare da bere al popolo nuove fantasie, invece di limitare la sua scienza alla conoscenza del movimento sociale fatto dal popolo stesso» . A suo avviso, le condizioni per la rivoluzione non potevano essere importate dall’esterno.

2. I limiti dei precursori.
Una delle tesi più comuni, tra quanti, dopo il 1789, continuarono a battersi per un nuovo e più giusto ordine sociale, non ritenendo esaurienti i pur fondamentali mutamenti politici seguiti alla fine dell’Ancien régime, si basava sul presupposto che tutti i mali della società sarebbero cessati nel momento in cui fosse stato instaurato un sistema di governo fondato sull’assoluta eguaglianza di tutti i suoi componenti.

Questa idea di comunismo primordiale e, per molti versi, dittatoriale fu il principio guida della Congiura degli eguali, la cospirazione promossa, nel 1796, per sovvertire il Direttorio francese. Nel Manifesto degli eguali, Sylvain Maréchal (1750-1803) argomentò che «poiché tutti [gli esseri umani] hanno gli stessi bisogni e le stesse facoltà», non avrebbero dovuto esserci che «una sola educazione e un solo [tipo di] nutrimento». «Perché – si domandava Maréchal – non dovrebbe bastare a ciascuno […] la stessa quantità e la stessa qualità di alimenti?» . Anche la figura di spicco della congiura del 1796, François-Noël Babeuf (1760-1797), era dell’idea che, tramite l’applicazione del «grande principio dell’uguaglianza […] [il] cerchio dell’umanità» si sarebbe esteso e, «gradualmente, frontiere, dogane e cattivi governi [sarebbero] scompar[si]».

Il tema della costruzione di una società basata su un regime di rigida uguaglianza economica riapparve, in Francia, nella pubblicistica comunista successiva alla Rivoluzione di luglio del 1830. In Viaggio a Icaria, un manifesto politico scritto sotto forma di romanzo, Étienne Cabet (1788-1856) indicò come modello una comunità nella quale non sarebbero esistiti né «proprietà, né soldi, [né] vendite, né acquisti» e dove gli esseri umani sarebbero stati «uguali in tutto» . In questa «seconda terra promessa» , la legge avrebbe regolato qualsiasi aspetto della vita: «ogni casa [avrebbe avuto] quattro piani» e «tutti [si sarebbero] vest[iti] allo stesso modo».

Auspici in favore dell’attuazione di relazioni rigidamente egualitarie si trovano anche nell’opera di Théodore Dézamy (1808-1850). Ne Il codice della comunità, egli prefigurò un mondo «diviso in comuni, i cui territori saranno il più possibile uguali, regolari e uniti»; al loro interno sarebbero esistiti «un’unica cucina» e un solo «dormitorio comune» per tutti i bambini. Tutta la cittadinanza avrebbe vissuto come «una sola famiglia, [in] una sola e unica casa».

Vedute analoghe a quelle tanto diffuse in Francia si affermarono anche in Germania. In L’umanità come è e come dovrebbe essere, Wilhelm Weitling (1808-1871) preconizzò che la soppressione della proprietà privata avrebbe automaticamente eliminato l’egoismo, da lui semplicisticamente considerato come la principale causa di tutti i problemi sociali. Secondo Weitling, l’introduzione della «comunanza dei beni» sarebbe stato «il mezzo di redenzione dell’umanità; [avrebbe] trasforma[to] la terra in paradiso» e avrebbe generato immediatamente «un’enorme sovrabbondanza».

Tutti i pensatori che propugnavano simili concezioni incorsero nel medesimo duplice errore. Essi diedero per scontato che l’adozione di un modello sociale basato sulla rigida uguaglianza potesse rappresentare la soluzione di tutti i problemi sociali. Inoltre, contro ogni legge economica, si persuasero che per istituire il tipo di ordinamenti che suggerivano sarebbe stato sufficiente imporre alcune misure dall’alto, i cui effetti non sarebbero stati successivamente alterati dall’andamento dell’economia.

Accanto a questa ingenua ideologia egualitaria, fondata sull’illusoria certezza di poter eliminare, con grande facilità, ogni disparità esistente tra gli esseri umani, tra i primi socialisti era alquanto diffusa anche un’altra convinzione. In molti ritennero che l’elaborazione teorica di migliori sistemi di organizzazione sociale fosse la condizione sufficiente per cambiare il mondo. Sorsero, così, numerosi progetti di riforma, minuziosamente corredati di dettagli e sfumature, con i quali i patrocinatori esposero le loro ipotesi di ristrutturazione della società. Nei loro intenti, andava prioritariamente ricercata la formula giusta, la quale, una volta scoperta, sarebbe stata accettata, di buon grado, dal senso comune dei cittadini e progressivamente attuata ovunque.

Di ciò fu convinto Saint-Simon che, ne L’organizzatore, scrisse: «[I]l vecchio sistema cesserà di agire soltanto quando le idee, circa i mezzi per sostituire con altre le istituzioni […] che ancora esistono, saranno state sufficientemente messe in chiaro, collegate e armonizzate fra di loro, e quando queste idee saranno state approvate dall’opinione pubblica» . Le vedute di Saint-Simon sulla società del futuro sorprendono, però, per la disarmante vaghezza. In Nuovo cristianesimo, egli affermò che la causa della «malattia politica della [sua] epoca» – quella che provocava «sofferenza a tutti i lavoratori utili alla società» e che faceva «assorbire dai sovrani una grande parte del salario dei poveri» – dipendeva dal «sentimento d’egoismo». Dal momento che tale sentimento era «divenuto dominante in tutte le classi e in tutti gli individui» , egli auspicava la nascita di una nuova organizzazione sociale fondata su un unico principio guida: «tutti gli uomini devono comportarsi tra loro come fratelli».

Fourier dichiarò che l’esistenza umana era basata su leggi universali le quali, una volta attuate, avrebbero garantito gioia e godimento in tutto il globo. Nella Teoria dei quattro movimenti, espose quella che non esitò a definire la «scoperta […] più importante di tutti i lavori scientifici realizzati da quando esiste il genere umano» . Fourier si oppose ai sostenitori del «sistema commerciale» e affermò che la società sarebbe stata libera solo nel momento in cui tutti i suoi componenti fossero ritornati a esprimere le loro passioni . Il principale errore del regime politico esistente al suo tempo consisteva, dunque, nella repressione della natura umana.

Infine, ad accomunare molti dei primi socialisti, oltre all’egualitarismo radicale e alla ricerca del migliore modello sociale possibile, vi era anche il loro adoperarsi per promuovere la nascita di piccole comunità alternative. Nello spirito dei loro organizzatori, queste comunità, liberate dalle sperequazioni economiche esistenti nelle società del tempo, avrebbero fornito un impulso decisivo per la diffusione dei principî socialisti e ne avrebbero dovuto agevolare l’affermazione.

Ne Il nuovo mondo industriale e societario, Fourier prefigurò un innovativo ordinamento comunitario, in base al quale i villaggi sarebbero stati «sostituiti da falangi industriali di circa 1.800 persone» . Gli individui sarebbero vissuti nei falansteri, ossia in grandi edifici dotati di spazi comuni, dove avrebbero potuto usufruire collettivamente di tutti i servizi loro necessari. Seguendo il metodo inventato da Fourier, quello della «passione sfarfallante», gli esseri umani avrebbero «svolazza[to] da piacere a piacere ed evita[to] gli eccessi». Avrebbero avuto brevissimi turni di impiego, di «due ore al massimo», grazie ai quali ciascuno avrebbe potuto esercitare «da sette a otto generi di lavoro attraenti nel corso della giornata».

L’individuazione di migliori forme di organizzazione sociale animò anche Owen che, nel corso della sua esistenza, diede vita a importanti esperimenti di cooperazione operaia. Prima a New Lanark in Scozia, dal 1800 al 1825, e poi a New Harmony negli Stati Uniti d’America, dal 1826 al 1828, egli cercò di dimostrare, con la prassi, come realizzare concretamente un ordine sociale più giusto. Ne Il libro del nuovo ordine morale, Owen propose, però, la suddivisione della società in otto classi, l’ultima delle quali, «comprendente le persone dai quaranta ai sessant’anni», avrebbe avuto il monopolio della «decisione finale». Egli auspicava, in modo alquanto ingenuo, che, attraverso l’istituzione di questo sistema gerontocratico, gli individui avrebbero condiviso, «senza contestazioni, la parte loro spettante nel governo della società» , dal momento che tutti, a turno e a tempo debito, avrebbero potuto esercitarlo.

Nel 1849, anche Cabet fondò la colonia di Icaria negli Stati Uniti d’America, a Nauvoo, nell’Illinois, ma il suo autoritarismo diede origine a numerosi conflitti interni alla comunità da lui fondata. Nelle leggi della «Costituzione icariana», egli propose come condizione della nascita della colonia la sua designazione, «per dieci anni, quale […] Direttore unico e assoluto, con il potere di dirigerla in base alla sua dottrina e alle sue idee, al fine di incrementare tutte le probabilità di successo».

Sia nel caso dei vagheggiati falansteri che in quello di sporadiche cooperative, o di stravaganti colonie comuniste, gli esperimenti ideati dai primi socialisti si rivelarono così inadeguati da non lasciare ipotizzare la loro diffusione su vasta scala. Queste sperimentazioni riguardarono un numero irrisorio di lavoratori e si distinsero, spesso, per la molto limitata partecipazione della collettività all’assunzione delle decisioni politiche. Inoltre, molti dei rivoluzionari che animarono tali esperienze, soprattutto quelli non inglesi, non compresero le fondamentali trasformazioni produttive in corso al loro tempo. Molti, tra i primi socialisti, non riuscirono a intuire il legame esistente tra lo sviluppo del capitalismo e il possibile progresso sociale per la classe lavoratrice. Esso dipendeva dalla capacità degli operai di appropriarsi della ricchezza da loro generata nel nuovo modo di produzione.

3. Dove e perché Marx scrisse sul comunismo.
Marx si assegnò un compito del tutto diverso rispetto a quello dei socialisti che l’avevano preceduto. La sua priorità fu quella di «svelare la legge economica del movimento della società moderna» . Egli si prefisse di realizzare una critica complessiva del modo di produzione capitalistico che sarebbe dovuta servire al proletariato, da lui considerato il principale soggetto rivoluzionario, per rovesciare il sistema economico-sociale esistente.

Inoltre, rifuggì dall’idea di potere essere l’ispiratore di un nuovo credo politico dogmatico. Si rifiutò di proporre la configurazione di un modello universale di società comunista, cosa da lui ritenuta teoricamente inutile e politicamente controproducente. Fu per tale ragione che, nel 1873, nel Poscritto alla seconda edizione del Libro primo del Capitale, Marx lasciò intendere che non era certo tra i suoi interessi «prescrivere ricette […] per l’osteria dell’avvenire» . Il senso di questa nota affermazione fu da lui ribadita qualche anno dopo, nel 1879-1880, anche nelle Glosse marginali al «Trattato di economia politica» di Adolf Wagner, allorquando, in risposta a una critica dell’economista tedesco Adolph Wagner (1835-1917), replicò categoricamente: «[N]on ho mai enunciato un “sistema socialista”».

Marx asserì analoghi convincimenti anche nei suoi scritti politici. Di fronte alla nascita della Comune di Parigi, ossia alla prima presa del potere da parte delle classi subalterne, commentò, in La guerra civile in Francia, che «la classe operaia non si aspettava miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre per decreto del popolo». Marx dichiarò che l’emancipazione del proletariato doveva «passare attraverso lunghe lotte e per una serie di processi storici che trasformeranno circostanze e uomini». Non si trattava, dunque, di «realizzare ideali, ma […] [di] liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia società borghese che sta crollando».

Infine, Marx espresse concetti analoghi anche nel carteggio che ebbe con dirigenti del movimento operaio europeo. Quando, ad esempio, nel 1881 Ferdinand Nieuwenhuis (1846-1919), il maggiore esponente della Lega socialdemocratica in Olanda, gli chiese quali misure avrebbero dovuto essere adottate, dopo la presa del potere, da parte di un governo rivoluzionario per costruire la società socialista, Marx rispose che aveva sempre ritenuto simili domande «una sciocchezza». A suo avviso, «ciò che si [sarebbe] dov[uto] fare […] in un particolare momento del futuro, [sarebbe] dipe[so], in tutto e per tutto, dalle reali condizioni storiche in cui si [sarebbe] dov[uto] agire». Egli riteneva impossibile «risolvere un’equazione che non racchiud[esse] nei suoi termini gli elementi della soluzione»; rimase sempre convinto che «l’anticipazione dottrinaria e necessariamente fantasiosa del programma d’azione di una rivoluzione a venire serv[isse] soltanto a distrarre dalla lotta presente».

Il vastissimo carteggio con Engels costituisce la migliore testimonianza della coerenza di queste sue convinzioni. Nel corso della loro quarantennale collaborazione, i due amici si confrontarono su ogni possibile tematica, ma Marx non dedicò il minimo tempo alla discussione sul come avrebbe dovuto essere organizzata la società del domani.

Tuttavia, al contrario di quanto erroneamente sostenuto da molti suoi commentatori, Marx svolse, tanto nelle opere pubblicate quanto in quelle incompiute, numerose considerazioni sul comunismo – per quanto queste non ebbero mai intenti prescrittivi. Esse sono rintracciabili in tre differenti tipologie di scritti. Nella prima rientrano quelli in cui Marx criticò le idee dei socialisti a lui contemporanei ritenute teoricamente sbagliate e politicamente fuorvianti. Alcune parti dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e de L’ideologia tedesca; il capitolo sulla «Letteratura socialista e comunista» del Manifesto del partito comunista; le critiche alle posizioni di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), disseminate nei Grundrisse, nell’Urtext e in Per la critica dell’economia politica; i testi contro l’anarchismo dei primi anni settanta; e le tesi contro Ferdinand Lassalle (1825-1864), contenute nella Critica al programma di Gotha, appartengono a questa categoria. A tutto ciò vanno aggiunti i commenti critici rivolti a Proudhon, agli anarchici aderenti all’Associazione internazionale dei lavoratori e a Lassalle che si trovano sparsi all’interno del copioso carteggio di Marx.

Il secondo tipo di testi in cui Marx delineò alcuni tratti della società comunista è costituito dagli scritti di lotta e di propaganda politica destinati alle organizzazioni della classe proletaria del suo tempo. A esse Marx volle fornire indicazioni più concrete sul profilo della società per la quale lottavano e sugli strumenti necessari per la sua costruzione. Rientrano in questa categoria il Manifesto del partito comunista, le risoluzioni, le relazioni e gli indirizzi redatti per l’Associazione internazionale dei lavoratori (1864-1872) – inclusi Salario, prezzo e profitto e –, nonché alcuni articoli giornalistici, conferenze pubbliche, discorsi, lettere a militanti e altri documenti brevi, quali, ad esempio, il Programma minimo del Partito Operaio Francese.

Infine, i testi nei quali Marx descrisse più diffusamente, nonché in forma più efficace, le possibili caratteristiche della società comunista furono quelli incentrati sul capitalismo. In significativi capitoli del Capitale e in importanti parti dei suoi numerosi manoscritti preparatori, in particolare nei ricchissimi Grundrisse, sono racchiuse alcune delle sue idee fondamentali sul socialismo. Furono proprio le osservazioni critiche nei confronti di specifici aspetti del modo di produzione esistente a generare le riflessioni sulla società comunista che, non a caso, in diverse pagine della sua opera, si susseguono alternandosi tra loro.

Un attento studio delle considerazioni sul comunismo, presenti in ognuno dei testi menzionati, permette di distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze. In tal modo, è possibile ricollocare il progetto politico marxiano nell’orizzonte che gli spetta: la lotta per l’emancipazione di quella che Saint-Simon definì «la classe più povera e più numerosa».

Le sue annotazioni sul comunismo non vanno valutate come il modello marxista al quale attenersi dogmaticamente , né, tantomeno, come le soluzioni che, secondo Marx, si sarebbero dovute applicare, in modo indifferenziato, in luoghi e tempi diversi. Tuttavia, questi brani costituiscono un cospicuo e preziosissimo tesoro teorico, ancora oggi utile, per ripensare l’alternativa al capitalismo.

4. Le manchevolezze degli scritti giovanili.
Diversamente da quanto è stato sostenuto in alcuni testi di propaganda marxista-leninista, le teorie di Marx non furono il frutto di un sapere innato, ma si svilupparono attraverso un lungo processo di maturazione concettuale e politica. L’intenso e defatigante studio di molte discipline, in primis dell’economia, e l’osservazione di concreti avvenimenti politici, in particolare quelli relativi alla Comune di Parigi, ebbero considerevole rilevanza per lo sviluppo delle sue riflessioni sulla società comunista.

Alcuni dei testi giovanili di Marx, rimasti in gran parte incompleti, da lui mai pubblicati, e sorprendentemente considerati da tanti suoi epigoni come quelli nei quali si trovano condensate le sue tesi più significative , mostrano, al contrario, tutti i limiti della sua iniziale concezione della società post-capitalista.

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx scrisse sull’argomento in termini molto astratti, non avendo ancora potuto approfondire le ricerche economiche e a causa della carente esperienza politica maturata al tempo. In alcune parti di tale testo, egli descrisse «il comunismo […] [come] negazione della negazione», quale un «momento della dialettica hegeliana»: «l’espressione positiva della proprietà privata soppressa» . In altre, invece, ispirandosi a Ludwig Feuerbach (1804-1872), rappresentò il comunismo, come

umanismo, in quanto compiuto naturalismo, e naturalismo, in quanto umani- smo […]; verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo, la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere.

FINE
Diversi passaggi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono influenzati dalla matrice teleologica della filosofia della storia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831). Suggestionato da quest’ultimo, Marx asserì che «l’intero movimento della storia […] [era stato] il reale atto di generazione del comunismo» ; che il comunismo sarebbe stato «la soluzione dell’enigma della storia, […] consapevole di essere questa soluzione».

Anche L’ideologia tedesca, redatta assieme a Engels e concepita come un progetto al quale avrebbero dovuto partecipare altri autori , contiene una famosa citazione che ha generato grande confusione tra gli esegeti di Marx. In una pagina di questo manoscritto incompiuto si legge che, mentre nella società capitalistica, con la divisione del lavoro, ogni essere umano «ha una sfera di attività determinata ed esclusiva»,

nella società comunista […], la società regola la produzione in generale e, in tal modo, mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico .

Numerosi studiosi, marxisti e antimarxisti, hanno ingenuamente creduto che fosse questa, per Marx, la principale caratteristica della società comunista. Ciò fu possibile per la loro scarsa familiarità sia con Il capitale che con importanti testi politici di Marx. Questi autori non si accorsero, malgrado l’elevato numero di analisi e discussioni sorte intorno al manoscritto del 1845-1846, che questo passaggio era la riformulazione di una vecchia – e assai nota – idea di Charles Fourier , riproposta da Engels, ma bocciata da Marx .

Nonostante gli evidenti limiti, L’ideologia tedesca rappresentò un indubbio progresso rispetto ai Manoscritti economico-filosofici del 1844. Contro l’idealismo, privo di qualsiasi concretezza politica, degli esponenti della sinistra hegeliana, gruppo del quale egli aveva fatto parte fino al 1842, Marx chiarì che «non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali». Il comunismo, pertanto, non doveva essere considerato come «uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, [ma quale] movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

Ne L’ideologia tedesca, Marx abbozzò anche una prima descrizione del profilo economico della società futura. A suo avviso, se le precedenti rivoluzioni avevano prodotto soltanto «una nuova ripartizione del lavoro ad altre persone»,

il comunismo si distingue da tutti gli altri movimenti, fino a oggi conosciuti, in quanto rovescia la base di tutti i rapporti di produzione e le forme di relazione sviluppatesi fin qui e, per la prima volta, tratta coscientemente tutti i presupposti naturali come creazione degli uomini finora esistiti. Li spoglia del loro carattere naturale e li assoggetta al potere degli individui uniti. La sua organizzazione è, quindi, essenzialmente economica. È la creazione materiale delle condizioni di questa unione .

Marx asserì anche che «il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in “una volta” e simultaneamente». A suo giudizio, ciò presupponeva sia lo «sviluppo universale delle forze produttive» che le «relazioni mondiali a esse connesse» . Inoltre, Marx affrontò, per la prima volta, anche un fondamentale tema politico, che avrebbe ripreso poi in futuro: quello dell’avvento del comunismo come fine della tirannia di classe. Egli affermò, infatti, che la rivoluzione avrebbe «aboli[to] il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe che nella società non conta più come classe, che non è riconosciuta come classe, che in seno alla società odierna è già l’espressione del dissolvimento di tutte le classi e nazionalità» . Marx continuò, assieme a Engels, a sviluppare le sue riflessioni sulla società post-capitalista nel Manifesto del partito comunista.

In questo testo, che, per la profondità di analisi dei mutamenti prodotti dal capitalismo, giganteggiava rispetto all’approssimativa letteratura socialista del tempo, le valutazioni più interessanti sul comunismo riguardavano i rapporti di proprietà. Egli osservò che la loro radicale trasformazione non sarebbe stata la «cosa che [avrebbe] propriamente caratterizz[ato] il comunismo», poiché anche gli altri nuovi modi di produzione comparsi nella storia avevano mutato i rapporti proprietari antecedentemente esistenti. Per Marx, diversamente da quanti dichiaravano, in maniera propagandistica, che i comunisti avrebbero impedito l’appropriazione personale dei prodotti del lavoro, «quel che contraddistingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese» , l’eliminazione della «facoltà di appropriarsi dei prodotti sociali […] per asservire lavoro altrui» . A suo avviso i comunisti potevano riassumere la «loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata».

Nel Manifesto del partito comunista, Marx fornì anche un elenco di dieci provvedimenti da realizzare, nei paesi economicamente più sviluppati, in seguito alla conquista del potere. Tra essi rientravano: «espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato ; […] accentramento del credito in mano allo Stato mediante una banca nazionale; […] accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato; […] istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli»; ma anche la «abolizione del diritto di successione», una misura di matrice sansimoniana in seguito fermamente respinta da Marx.

Così come nel caso dei manoscritti redatti tra il 1844 e il 1846, si commetterebbe un errore se i principî elencati nel Manifesto del partito comunista, elaborati quando Marx era appena trentenne, venissero assunti come la compiuta descrizione della società post-capitalista da lui propugnata . La piena maturazione del suo pensiero necessitò di tanti altri anni di studio e di ulteriori esperienze politiche.

5. Comunismo come libera associazione.
Nel Libro primo del Capitale, Marx argomentò che il capitalismo è un modo di produzione sociale «storicamente determinato» , nel quale il prodotto del lavoro è trasformato in merce. In conseguenza di questa peculiarità, gli individui hanno valore solo in quanto produttori e «l’esistenza dell’essere umano» è asservita all’atto della «produ[zione] di merci» . Pertanto, è «il processo di produzione [a] padroneggi[are] gli esseri umani» , non viceversa. Il capitale «non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro» e non ritiene rilevante il miglioramento delle condizioni del proletariato. Quello che gli «interessa è unicamente […] il massimo [sfruttamento] di forza lavoro […], così come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità».

Nei Grundrisse, Marx ricordò che, poiché nel capitalismo, «lo scopo del lavoro non è un prodotto particolare che sta in […] rapporto con i bisogni […] dell’individuo, ma [è, invece,] il denaro […], la laboriosità dell’individuo non ha alcun limite» . In siffatta società «tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro e [l’uomo] viene degradato a mero operaio, sussunto sotto il lavoro» . Ciò nonostante, l’ideologia borghese presenta questa condizione come se l’individuo godesse di una maggiore libertà e fosse protetto da norme giuridiche imparziali, in grado di garantire giustizia ed equità. Paradossalmente, malgrado l’economia sia giunta a un livello di sviluppo in grado di consentire a tutta la società di vivere in condizioni migliori rispetto al passato, «le macchine più progredite costringono l’operaio a lavorare più a lungo di quanto era toccato al selvaggio o di quanto lui stesso aveva fatto, [prima di allora,] con strumenti più semplici e rozzi».

Al contrario, il comunismo fu definito da Marx come «un’associazione di liberi esseri umani [einen Verein freier Menschen] che lavor[a]no con mezzi di produzione comuni e spend[o]no coscientemente le loro molteplici forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» . Definizioni simili sono presenti in numerosi manoscritti di Marx. Nei Grundrisse, egli scrisse che la società postcapitalista si sarebbe fondata sulla «produzione sociale» [gemeinschaftlichen Produktion] . Nei Manoscritti economici del 1863-1867, parlò del «passaggio del modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato [Produktionsweise der assoziierten Arbeit] . Nella Critica al programma di Gotha (1875), Marx definì l’organizzazione sociale «fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione» come «società cooperativa» [genossenschaftliche Gesellschaft].

Nel Libro primo del Capitale, Marx chiarì che il «principio fondamentale» di questa «forma superiore di società» sarebbe stato il «pieno e libero sviluppo di ogni individuo» . Ne La guerra civile in Francia, espresse la sua approvazione per le misure adottate dai comunardi che lasciavano «presagire la tendenza di un governo del popolo per il popolo» . Più precisamente, nelle sue valutazioni circa le riforme politiche della Comune di Parigi, egli ritenne che «il vecchio governo centralizzato avrebbe dovuto cedere il passo, anche nelle province, all’autogoverno dei produttori». L’espressione venne ripresa negli Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, dove specificò che un radicale cambiamento sociale avrebbe avuto «inizio con l’autogoverno della comunità» . L’idea di società di Marx è, dunque, l’antitesi dei totalitarismi sorti in suo nome nel XX secolo. I suoi testi sono utili non solo per comprendere il modo di funzionamento del capitalismo, ma anche per individuare le ragioni dei fallimenti delle esperienze socialiste fin qui compiute.

In riferimento al tema della cosiddetta libera concorrenza, ovvero l’apparente eguaglianza con la quale operai e capitalisti si trovano posti sul mercato nella società borghese, Marx dichiarò che essa era tutt’altro dalla libertà umana tanto esaltata dagli esegeti del capitalismo. Egli riteneva che questo sistema costituisse un grande impedimento per la democrazia e mostrò, meglio di chiunque altro, che i lavoratori non ricevono il corrispettivo di quello che producono . Nei Grundrisse, spiegò che quanto veniva rappresentato come uno «scambio di equivalenti» era, invece, «appropriazione di lavoro altrui senza scambio, ma sotto la parvenza dello scambio». Le relazioni tra le persone erano «determinate soltanto dai loro interessi egoistici». Questa «collisione di individui» era stata spacciata come la «forma assoluta di esistenza della libera individualità nella sfera della produzione e dello scambio».

Per Marx non vi era, in realtà, «niente di più falso», poiché, «nella libera concorrenza, non gli individui, ma il capitale è posto in condizioni di libertà» . Nei Manoscritti economici del 1861-63 egli denunciò che era «il capitalista a incassare questo pluslavoro – [che era] […] tempo libero [e] […] la base materiale dello sviluppo e della cultura in generale […] – in nome della società» . Nel Libro primo del Capitale, egli denunciò che la ricchezza della borghesia è possibile solo mediante la «trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse».

Nei Grundrisse, Marx osservò che nel capitalismo «gli individui sono sussunti dalla produzione sociale» , la quale esiste come qualcosa che è a «loro estraneo» . Essa viene realizzata solamente in funzione dell’attribuzione del valore di scambio conferito ai prodotti, la cui compravendita avviene soltanto «post festum» . Inoltre, «tutti i fattori sociali della produzione» , comprese le scoperte scientifiche che si palesano come «una scienza altrui, esterna all’operaio» , sono poste dal capitale. Lo stesso associarsi degli operai nei luoghi e nell’atto della produzione è «operato dal capitale» ed è, pertanto, «soltanto formale». L’uso dei beni creati da parte dei lavoratori «non è mediat[o] dallo scambio di lavori o di prodotti di lavoro reciprocamente indipendenti [, bensì] […] dalle condizioni sociali della produzione entro le quali agisce l’individuo» . Marx fece comprendere come l’attività produttiva nella fabbrica «riguarda[sse] solo il prodotto del lavoro, non il lavoro stesso» , dal momento che avveniva «in un ambiente comune, sotto vigilanza, irreggimentazione, maggiore disciplina, immobilità e dipendenza».

Nel comunismo, invece, la produzione sarebbe stata «immediatamente sociale […], il risultato dell’associazione [the offspring of association] che ripartisce il lavoro al proprio interno». Essa sarebbe stata controllata dagli individui come «loro patrimonio comune» . Il «carattere sociale della produzione» [gesellschaftliche Charakter der Produktion] avrebbe fatto sì che l’oggetto del lavoro fosse stato, «fin dal principio, un prodotto sociale e generale» . Il carattere associativo «è presupposto» e «il lavoro del singolo si pone, sin dalla sua origine, come lavoro sociale» . Come volle sottolineare nella Critica al programma di Gotha, nella società postcapitalistica «i lavori individuali non [sarebbero] più diventa[ti] parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto» . In aggiunta, gli operai avrebbero potuto creare le condizioni per una «scomparsa [del]la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro» . Nel Libro primo del Capitale, Marx evidenziò che nella società borghese «l’operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produzione per l’operaio» .

Inoltre, parallelamente allo sfruttamento dei lavoratori, si manifestava anche quello verso l’ambiente. All’opposto delle interpretazioni che hanno assimilato la concezione marxiana della società comunista al mero sviluppo delle forze produttive, il suo interesse per la questione ecologica fu rilevante . Marx denunciò, ripetutamente, che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico determinava un aumento «non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo» . Per suo tramite, venivano minate entrambe le «fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio».

Nel comunismo, viceversa, si sarebbero create le condizioni per una forma di «cooperazione pianificata», in virtù della quale «l’operaio si [sarebbe] spoglia[to] dei suoi limiti individuali e [avrebbe] sviluppa[to] la facoltà della sua specie» . Nel Libro secondo Marx scrisse che nel comunismo la società sarebbe stata in grado di «calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e di sussistenza [avrebbe potuto] adoperare». Essa si sarebbe così differenziata, anche da questo punto di vista, dal capitalismo, sotto il quale «l’intelletto sociale si fa valere sempre soltanto post festum, [facendo] così intervenire, costantemente, grandi perturbamenti» . Anche in alcuni brani del Libro terzo, Marx offrì chiarimenti sulle differenze tra il modo di produzione socialista e quello basato sul mercato, auspicando la nascita di una società «organizzata come una associazione cosciente e sistematica» . Egli affermò che «è solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo, che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».

Nelle Glosse marginali al «Trattato di economia politica» di Adolf Wagner, infine, compare un’altra indicazione in proposito: «il volume della produzione» avrebbe dovuto essere «regolato razionalmente» . L’applicazione di questo criterio avrebbe consentito di abbattere anche gli sprechi dell’«anarchico sistema della concorrenza», il quale, nel ricorrere delle sue crisi strutturali, oltre a «determina[re] lo sperpero smisurato dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro sociali» , non era in grado di risolvere le contraddizioni derivanti dall’introduzione dei macchinari, dovute essenzialmente «al loro uso capitalistico».

6. Proprietà collettiva e tempo libero.
Per ribaltare questo stato di cose, contrariamente a quanto credevano molti socialisti contemporanei a Marx, non bastava modificare la redistribuzione dei beni di consumo. Occorreva modificare alla radice gli assetti produttivi della società. Fu per questo che, nei Grundrisse, Marx annotò che «lasciare sussistere il lavoro salariato e, allo stesso tempo, sopprimere il capitale [era] una rivendicazione che si autocontraddice[va]» . Occorreva, viceversa, la «dissoluzione del modo di produzione e della forma di società fondati sul valore di scambio» . Nel discorso pubblicato con il titolo Salario, prezzo e profitto, egli ammonì gli operai affinché sulle loro bandiere non apparisse «la parola d’ordine conservatrice “Equo salario per un’equa giornata di lavoro”», ma il «motto rivoluzionario “Soppressione del sistema del lavoro salariato”».

Per di più, come si trova dichiarato nella Critica al programma di Gotha, nel modo di produzione capitalistico «le condizioni materiali della produzione [erano] a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa [era] soltanto proprietaria della [propria] forza lavoro» . Pertanto, era essenziale rovesciare i rapporti proprietari alla base del modo di produzione borghese. Nei Grundrisse, Marx ricordò che «le leggi della proprietà privata – ovvero la libertà, l’uguaglianza, la proprietà sul lavoro e la sua libera disposizione – si riversano nella mancanza di proprietà dell’operaio, nell’espropriazione del suo lavoro e nel suo riferirsi a esso come proprietà altrui» . In un intervento svolto, nel 1869, al Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, Marx affermò che la «proprietà privata dei mezzi di produzione» serviva soltanto ad assicurare alla classe borghese il «potere con il quale essa [avrebbe] costr[etto] altri esseri umani a lavorare» per lei. Egli ribadì lo stesso concetto in un altro breve scritto politico, il Programma elettorale dei lavoratori socialisti, aggiungendo che «i produttori possono essere liberi solo quando sono in possesso dei mezzi di produzione» e che l’obiettivo della lotta del proletariato doveva essere la «restituzione alla comunità di tutti i mezzi di produzione».

Nel Libro terzo del Capitale, Marx osservò che, quando i lavoratori avrebbero instaurato un modo di produzione comunista, «la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui [sarebbe] appar[sa] così assurda come la proprietà privata di un essere umano da parte di un altro essere umano». Egli manifestò la sua più radicale critica verso l’idea di possesso distruttivo insita nel capitalismo, ricordando che «anche un’intera società, una nazione, o anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra». Per Marx, gli esseri umani erano «soltanto […] i suoi usufruttuari» e, dunque, avevano «il dovere di tramandare alle generazioni successive [il mondo] migliorato, come boni patres familias».

Un diverso assetto della proprietà dei mezzi di produzione avrebbe mutato alla radice anche i tempi di vita della società. Nel Libro primo del Capitale, Marx disvelò, con inequivocabile chiarezza, le ragioni per le quali, nel capitalismo, «l’economia di lavoro mediante lo sviluppo della forza produttiva del lavoro non ha affatto lo scopo di accorciare la giornata lavorativa». Il tempo che il progredire della tecnica e della scienza renderebbe disponibile per i singoli viene, infatti, immediatamente convertito in pluslavoro. La classe dominante ha come unica ambizione quella di «ridurre il tempo di lavoro necessario per la produzione di una determinata quantità di merci» . Il suo solo scopo è quello di sviluppare la forza produttiva con il solo fine di «abbrevia[re] la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per sé stesso, per prolungare […] la parte […] nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista» . Questo sistema differisce dalla schiavitù o dalle corvées dovute al signore feudale, poiché «pluslavoro e lavoro necessario sfumano l’uno nell’altro» e rendono più difficilmente percettibile l’entità dello sfruttamento.

Nei Grundrisse, Marx mise bene in evidenza che è solo grazie a questo surplus del tempo di lavoro di tutti che si rende possibile il «tempo libero per alcuni» . La borghesia consegue l’accrescimento delle sue facoltà materiali e culturali solo grazie alla limitazione imposta a quello del proletariato. Lo stesso accade nelle nazioni capitalisticamente più avanzate, a discapito delle periferie del sistema. Nei Manoscritti economici del 1861-1863, Marx ribadì che il progresso della classe dominante è speculare alla «mancanza di sviluppo della massa lavoratrice» . Il tempo libero della prima «corrisponde al tempo asservito» dei lavoratori; «lo sviluppo sociale dell’una fa del lavoro di [questi] altr[i] la propria base naturale» . Questo tempo di pluslavoro degli operai non solo è il pilastro sul quale poggia la «esistenza materiale» della borghesia, ma crea la condizione anche per il suo «tempo libero, la sfera del [suo] sviluppo». Come meglio non si potrebbe dichiarare: «il tempo libero dell’una corrisponde al […] tempo soggiogato al lavoro […] dell’altra».

Per Marx, al contrario, la società comunista sarebbe stata caratterizzata da una diminuzione generalizzata dei tempi di lavoro. Nel documento Istruzioni per i delegati del Consiglio Generale provvisorio. Le differenti questioni, da lui predisposto per il primo congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori, enunciò che la riduzione della giornata lavorativa era la «condizione preliminare senza la quale [sarebbero] aborti[ti] tutti gli ulteriori tentativi di miglioramento e di emancipazione». Era necessario non solo «fare recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice», ma anche «fornire a essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di relazioni e attività sociali e politiche» . Nel Libro primo del Capitale, Marx argomentò che il «tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per la libera espressione delle energie vitali, fisiche e mentali», considerati dai capitalisti «fronzoli puri e semplici» , sarebbero stati gli elementi fondativi della nuova società. Il decremento delle ore destinate al lavoro – non solo del tempo di lavoro necessario per creare nuovo pluslavoro in favore della classe capitalista – avrebbe favorito, così appuntò Marx nei Grundrisse, «il libero sviluppo delle individualità», ovvero «la formazione e lo sviluppo artistico e scientifico […] degli individui, grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro».

Sulla base di queste convinzioni, egli ravvisò nella «economia di tempo, e [nella] ripartizione pianificata del tempo di lavoro nei diversi rami di produzione, la prima legge economica alla base della produzione sociale» . Nelle Teorie sul plusvalore precisò, ancor più, che «la ricchezza non è niente altro che tempo disponibile». Nella società comunista l’autogestione dei lavoratori avrebbe dovuto assicurare una maggiore quantità di tempo che non doveva essere «assorbito dal lavoro immediatamente produttivo, [ma] dar[e] luogo al godimento, all’ozio e, pertanto, alla libera attività e al libero sviluppo» . In questo testo, così come nei Grundrisse, Marx citò un breve pamphlet intitolato La fonte e il rimedio delle difficoltà nazionali dedotte dai principi di economia politica in una lettera al signor John Russell, del quale condivideva pienamente la definizione di benessere formulata dall’anonimo autore: «una nazione si può dire veramente ricca, quando in essa invece di lavorare per 12 ore si lavora soltanto per sei.

La ricchezza reale non è l’imposizione del tempo di lavoro supplementare, ma è il tempo [che viene reso] disponibile a ogni individuo e a tutta la società, fuori da quello usato nella produzione immediata». La medesima idea si trova ribadita in un altro brano dei Grundrisse, nel quale Marx domandava retoricamente: «che cos’è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive degli individui? […] Che cos’è se non l’estrinsecazione assoluta delle [loro] doti creative?» . È evidente, dunque, che il modello socialista al quale egli guardava non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva.

7. Ruolo dello Stato, diritti individuali e libertà.
Nella società comunista, accanto alle trasformazioni dell’economia, avrebbero dovuto essere ridefiniti anche il ruolo dello Stato e le funzioni della politica. Ne La guerra civile in Francia, Marx tenne a chiarire che, in seguito alla presa del potere, la classe lavoratrice avrebbe dovuto lottare per «estirpare le basi economiche sulle quali riposa l’esistenza delle classi e, quindi, il dominio di classe». Una volta che sarà «emancipato il lavoro, ogni essere umano div[errà] un lavoratore e il lavoro produttivo cess[erà] di essere l’attributo di una classe» . La nota affermazione «la classe operaia non può semplicemente impadronirsi della macchina statale così com’è» stava a significare, come Marx ed Engels spiegarono nell’opuscolo Le cosiddette scissioni nell’Internazionale, che il movimento operaio avrebbe dovuto tendere a trasformare «le funzioni governative […] in semplici funzioni amministrative» . Anche se con una formulazione alquanto concisa, negli Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, Marx spiegò che «la distribuzione delle funzioni [governative avrebbe dovuto] diven[tare] un fatto amministrativo che non attribuisce alcun potere». In questo modo, si sarebbe potuto evitare, quanto più possibile, che l’esercizio degli incarichi politici generasse nuove dinamiche di dominio e soggezione.

Marx valutò che, con lo sviluppo della società moderna, «il potere dello Stato [aveva] assu[nto] sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di una forza pubblica organizzata di asservimento sociale, di uno strumento del dispotismo di classe» . Nel comunismo, al contrario, i lavoratori avrebbero dovuto impedire che lo Stato divenisse un ostacolo alla piena emancipazione degli individui. A essi Marx indicò la necessità che «gli organi meramente repressivi del vecchio potere governativo [fossero] amputati», mentre le sue «funzioni legittime» avrebbe[ro] dovuto essere «strappate da un’autorità che usurpava il primato della società […] e restituite agli agenti responsabili della società» . Nella Critica al programma di Gotha Marx chiarì che «la libertà consiste nel mutare lo Stato da organo sovrapposto alla società in organo assolutamente subordinato ad essa», chiosando con sagacia che «le forme dello Stato sono più o meno libere nella misura in cui limitano la “libertà dello Stato”».

In questo stesso testo, Marx sottolineò anche l’esigenza che, nella società comunista, le politiche pubbliche privilegiassero la «soddisfazione collettiva dei bisogni». Le spese per le scuole, le istituzioni sanitarie e gli altri beni comuni sarebbero «notevolmente aumentat[e] fin dall’inizio, rispetto alla società attuale, e [sarebbero] aument[ate] nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando» . L’istruzione avrebbe assunto una funzione di primario rilievo e, così come aveva ricordato ne La guerra civile in Francia, riferendosi al modello adottato dai comunardi parigini nel 1871, «tutti gli istituti di istruzione [sarebbero] stati aperti gratuitamente al popolo e liberati da ogni ingerenza sia della Chiesa che dello Stato». Solo così la cultura sarebbe «stata resa accessibile a tutti» e la scienza affrancata sia «dai pregiudizi di classe [che] dalla forza del governo».

Differentemente dalla società liberale, nella quale «l’eguale diritto» lascia inalterate le disuguaglianze esistenti, per Marx nella società comunista «il diritto [avrebbe] dov[uto] essere disuguale, invece di essere uguale». Una sua trasformazione in tal senso avrebbe riconosciuto, e tutelato, gli individui in base ai loro specifici bisogni e al minore o maggiore disagio delle loro condizioni, poiché «non sarebbero individui diversi, se non fossero disuguali». Sarebbe stato possibile, inoltre, determinare la giusta partecipazione di ciascuna persona ai servizi e alla ricchezza disponibile. La società che ambiva a seguire il principio «ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» aveva, davanti a sé, questo cammino complesso e irto di difficoltà. Tuttavia, l’esito finale non era garantito da «magnifiche sorti e progressive» e, allo stesso tempo, non era irreversibile.

Marx assegnò un valore fondamentale alla libertà individuale e il suo comunismo fu radicalmente diverso tanto dal livellamento delle classi, auspicato da diversi suoi predecessori, quanto dalla grigia uniformità politica ed economica, realizzata da molti suoi seguaci. Nell’Urtext , però, pose l’accento anche sull’«errore di quei socialisti, specialmente francesi», che, considerando «il socialismo [quale] realizzazione delle idee borghesi», avevano cercato di «dimostrare che il valore di scambio [fosse], originariamente […], un sistema di libertà ed eguaglianza per tutti, […] falsificato [… poi] dal capitale» . Nei Grundrisse, Marx etichettò come «insulsaggine [quella] di considerare la libera concorrenza quale ultimo sviluppo della libertà umana». Difatti, questa tesi «non significa[va] altro se non che il dominio della borghesia [era] il termine ultimo della libertà umana», idea che, ironicamente, Marx definì «allettante per i parvenus».

Allo stesso modo, egli contestò l’ideologia liberale secondo la quale «la negazione della libera concorrenza equivale alla negazione della libertà individuale e della produzione sociale basata sulla libertà individuale». Nella società borghese si rendeva possibile soltanto un «libero sviluppo su base limitata, sulla base del dominio del capitale». A suo avviso, «questo genere di libertà individuale [era], al tempo stesso, la più completa soppressione di ogni libertà individuale e il più completo soggiogamento dell’individualità alle condizioni sociali, le quali assumono la forma di poteri oggettivi […] [e] oggetti indipendenti […] dagli stessi individui e dalle loro relazioni».

L’alternativa all’alienazione capitalistica era realizzabile solo se le classi subalterne avessero preso coscienza della loro condizione di nuovi schiavi e avessero dato inizio alla lotta per una trasformazione radicale del mondo nel quale venivano sfruttati. La loro mobilitazione e la loro partecipazione attiva a questo processo non poteva arrestarsi, però, all’indomani della presa del potere. Avrebbe dovuto proseguire al fine di scongiurare la deriva verso un socialismo di Stato nei cui confronti Marx manifestò sempre la più tenace e convinta opposizione.

In una significativa lettera indirizzata, nel 1868, al presidente dell’Associazione generale degli operai tedeschi, Marx spiegò che «l’operaio non andava trattato con provvedimenti burocratici», affinché potesse obbedire «all’autorità e ai superiori; la cosa più importante era insegnargli a camminare da solo» . Egli non mutò mai questa convinzione nel corso della sua esistenza. Non a caso, come primo punto degli Statuti dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, da lui redatto, aveva posto: «l’emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi». Aggiungendo, in quello immediatamente successivo, che la loro lotta non doveva «tendere a costituire nuovi privilegi e monopoli di classe, ma a stabilire diritti e doveri eguali per tutti» . Molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx, utilizzando in modo strumentale e citando impropriamente il concetto di «dittatura del proletariato» , non hanno seguito la direzione da lui indicata. Tuttavia, ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora.

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Vento largo

Altro che obsoleto! Il Capitale di Marx è la prima critica scientifica della globalizzazione In libreria una nuova biografia intellettuale di Marx.

Interessante la tesi di fondo: il pensiero di Marx scaturì dalla mondializzazione della modernità europea nella seconda metà dell’Ottocento e dunque (aggiungiamo noi) resta ancora valido per l’analisi dei processi mondialiodierni, caratterizzati dall’esaurimento della centralità strategica dell’Occidente. Non a caso l’autore sottolinea la coincidenza temporale fra l’avvio della critica dell’economia politica e la prima crisi economica mondiale innescata dal capitalismo americano nel 1857. Giuseppe Vacca Il pensiero di Karl Marx attraverso la biografia La fine dell’Unione Sovietica interruppe la pubblicazione delle Opere Complete di Marx ed Engels che aveva avuto inizio a Mosca negli anni Venti, ma poco tempo dopo, quando ancora non s’erano placate le futili dispute sulla «fine della storia», il progetto editoriale fu ripreso in Europa. Esso si giova di una mole di scritti inediti ancora più grande e di una rete di studiosi di tutto il mondo che lo stanno portando a termine alacremente, con acribia filologica e grande dedizione. Marcello Musto s’inserì in quella rete quando era ancora un giovane dottorando e da quindici anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Marx per “liberarlo” dallesedimentazioni di cent’anni di socialismo. La sua biografia, pubblicata in Italia da Einaudi, è un esempio perspicuo della storiografia internazionale che procede a ripristinare e innovare la figura del filosofo di Treviri, argomentandone la perdurante vitalità. Il pensiero di Marx scaturì dalla mondializzazione della modernità europea nella seconda metà dell’Ottocento e Musto sottolinea la coincidenza temporale fra l’avvio della critica dell’economia politica e la prima crisi economica mondiale innescata dal capitalismo americano nel 1857. La sua vitalità si misura nell’analisi dei processi mondiali odierni, caratterizzati dall’esaurimento della centralità globale dell’Occidente. La ricostruzione rigorosamente storiografica del pensiero marxiano è stata concepita da Musto in modo da interessare le diverse aree del mondo, limitandosi al periodo in cui Marx elaborò la critica dell’economia politica. Nell’attuale congiuntura mondiale, segnata da una impressionante ripresa dell’interesseper Marx, considero feconda la scelta di utilizzare la disponibilità di nuove fonti, di una nuova ermeneutica e di una nuova filologia per ricostruire la genesi e la stesura del Capitale. Musto ha incrociato le ricerche economiche, storiche, filosofiche, teorico politiche, antropologiche di Marx con l’analisi minuta della sua attività di leader politico della Prima Internazionale. In tal modo ha tolto ogni alibi a chiunque voglia continuare a “filosofeggiare” sul pensiero marxiano ignorandone l’interazione con la biografia.
E non sono meno importanti la restituzione degli affetti domestici, delle incredibili sofferenze procurategli dai malanni e dagli stenti, la memoria delle tragedie familiari fra cui si dipanò in quegli anni la sua esistenza poiché la conoscenza dell’umanità di Marx è un antidoto altrettanto valido sia contro le mitizzazioni, sia contro le perduranti demonizzazioni del suo “fantasma”. Quello di Musto è dunque uno scavo imprescindibile per accostarsi all’operafondamentale del pensatore di Treviri che, com’è noto, quando era in vita pubblicò solo il primo libro del Capitale, mentre la pubblicazione degli altri tre volumi, avvenuta dopo la sua morte, avviò la crescente “invadenza” degli inediti alimentando le più varie e selettive letture, “revisioni” e “combinazioni” del suo pensiero che ne hanno condizionato e distorto l’immagine e la ricezione per oltre un secolo. La storia degli ultimi centocinquant’anni è solcata dal contrasto fra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica ma la vita intellettuale è rimasta fortemente ancorata alle vicende politiche nazionali. In Italia la diffusione delle opere di Marx ebbe un vero exploit subito dopo la seconda guerra mondiale, ma la loro interpretazione fu influenzata da correnti filosofiche attratte e contaminate dagli scritti giovanili pubblicati prevalentemente negli anni Trenta. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta ci fu una nuova fioritura di pubblicazioni che introdussero IlCapitale nella cultura filosofica italiana. Ma anche essa fu condizionata dal dibattito filosofico europeo che non nutriva interessi storiografici per i nessi fra la vita e il pensiero di Marx. Si verificò quindi un fenomeno paradossale: la preponderanza dell’inedito giunse a bandire Il Capitale dalla ricerca culturale. Ne presero il posto i Grundrisse, cioè i lavori preparatori, che meglio si prestavano a nuove combinatorie filosofiche culminate, alla fine degli anni Settanta, nella proclamazione della “crisi della ragione”. Nel lavoro di Musto la ricostruzione storiografica degli scritti marxiani si svolge invece attraverso un costante riscontro degli inediti sugli editi, ritessendo le fila d’una ricerca incompiuta ma ininterrotta, che proseguì fino alla fine dei suoi giorni. Un work in progress, che dimostra come Marx non si fermasse all’analisi dei rapporti di produzione, ma proiettasse il suo sguardo su quelli che già allora apparivano gli aspetti distruttivi della natura e dellavita generati dalla globalizzazione del capitalismo. La struttura del libro dà conto pienamente del perché, «tra i classici del pensiero economico e filosofico, Marx sia quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi anni». L’autore parte dalla critica dell’economia politica affiancandovi subito la ricostruzione dell’attività politica di Marx nel quindicennio considerato, esplora poi le ricerche antropologiche dell’ultimo triennio e conclude ripercorrendo la teoria politica che attraversa tutta la sua vita. L’afflato “militante” della biografia di Musto si risolve quindi nella rivitalizzazione del laboratorio analitico marxiano, fondamentale per giungere a una narrazione storica sensata del mondo contemporaneo, distinta e distante dalle diatribe correnti sulla “globalizzazione” e sul “disordine mondiale”. Il Sole – 10 febbraio 2019 Karl Marx. Biografia intellettuale e politica
(1857-1883) Marcello Musto

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Marx liberato da stereotipi ammuffiti

Forte della pubblicazione di testi inediti di Karl Marx, Marcello Musto, professore associato di Sociologia teorica presso la York University di Toronto, analizza nel saggio Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagine 329. euro 30), la vasta gamma di ricerche che il pensatore di Treviri condusse, unitamente alla critica dell’economia politica, intorno alle più diverse discipline e aree geografiche. Esse vanno, solo per citarne alcune, dalla analisi dello sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti, all’evoluzione del’economia russa a seguito dell’abolizione della servitù della gleba, alla proprietà comune nelle società primitive, ai caratteri del colonialismo in Asia. Marx seguì con particolare acume i principali eventi della politica mondiale, sostenendo la lotta della Polonia per l’indipendenza, commentò le vicende della Guerra civile americana, appoggiando la causa dell’abolizione della schiavitù e quella per l’indipendenza dell’Irlanda.
Marcello Musto, i cui suoi scritti sono stati tradotti in oltre venti lingue, è autore delle monografie Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi (Carocci 2011), L’Ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale (Donzelli 2016).

1) Professor Musto, Marx viene spesso descritto come eurocentrico, economicista e interessato solo all’analisi dell’economia e al conflitto di classe tra capitale e lavoro. Perché questa descrizione non corrisponde al vero?
Lungi dall’interessarsi solo del proletariato di fabbrica, Marx non tralasciò di evidenziare le potenzialità rivoluzionarie di altre soggettività ai margini della società capitalistica. Ciò avvenne soprattutto nell’ultimo decennio di vita. Inoltre, lo studio delle realtà extraeuropee e degli effetti nefasti prodotti dal colonialismo nelle periferie del globo occupò un posto tutt’altro che secondario nelle sue riflessioni. La critica al ruolo svolto dalle potenze occidentali nel sud del mondo è netta e inequivocabile. Aggiungo che, se avesse avuto più tempo, nei libri II e III del Capitale – che, come si sa, rimasero incompiuti – Marx avrebbe significativamente esteso oltre l’Europa il campo di analisi della sua critica dell’economia.

2) Lei sostiene che l’”Internazionale dei lavoratori” non fu creazione esclusiva di Marx. Quale fu il suo ruolo in seno all’organizzazione?
Diversamente da quanto propagandato dalla liturgia sovietica, l’Internazionale fu molto di più del solo Marx. Tra i vari gruppi che ne fecero parte vi furono i sindacati inglesi, i mutualisti francesi – entrambi, seppur per ragioni differenti, molto moderati – e gli anarchici vicini a Bakunin. L’impresa di riuscire a far convivere tutte queste tendenze nella stessa organizzazione fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di tenere assieme ciò che appariva inconciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale. Fu Marx a scrivere tutte le principali risoluzioni dell’Associazione e a dare una chiara finalità all’Internazionale. Realizzò un programma politico non preclusivo, eppure fermamente di classe, a garanzia di un movimento che ambiva a essere di massa e non settario. In un’epoca nella quale il mondo del lavoro è costretto, anche in Europa, a subire condizioni di sfruttamento e forme di legislazione simili a quelle dell’Ottocento e in cui vecchi e nuovi conservatori tentano, ancora una volta, di dividere chi lavora da chi è precario, disoccupato o migrante, l’eredità politica dell’Internazionale riacquista uno straordinario valore.

3) Quali elementi delle analisi di Marx sulla Guerra civile americana hanno retto alla prova del tempo?
Marx intravide nella lotta contro la schiavitù in atto negli Stati Uniti uno degli eventi politici più rilevanti della sua epoca. Accanto alla fondamentale battaglia contro il razzismo, egli spiegò agli sprovveduti che si illudevano del contrario che “il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene discriminato se ha la pelle nera”. La guerra tra poveri distoglieva le classi subalterne dalla lotta contro le vere cause delle ingiustizie sociali. Marx ripeté in numerose occasioni ciò che in molti oggi, anche a sinistra, paiono aver dimenticato: quando le classi dominanti, mediante la loro propaganda, riescono a dividere i proletari, le condizioni di vita di questi ultimi – non solo di quelli migranti ma anche degli autoctoni – sono sempre destinate a peggiorare. È un monito che va nuovamente spiegato con urgenza, nel drammatico contesto politico attuale.

4) Quali elementi di interesse offrono i Quaderni antropologici redatti dall’ultimo Marx?
Tramite questi studi, egli ampliò le sue vedute in merito a tematiche che giudicò molto considerevoli. Tra queste figurano l’emancipazione di genere, l’origine dei rapporti proprietari e le pratiche comunitarie esistenti nelle società precapitalistiche. Queste ricerche gli permisero di sfuggire al determinismo nel quale caddero non solo tanti suoi contemporanei, ma anche diversi suoi seguaci e presunti continuatori.

5) Nel corso del loro quarantennale sodalizio Marx ed Engels si confrontarono su ogni possibile tematica, ma Marx non parlò mai del come avrebbe dovuto essere organizzata la società del domani. Come lo spiega?
Marx volle decisamente distinguersi dai tanti pensatori che impiegavano il loro tempo a ipotizzare la struttura ideale della società socialista. Egli irrise questo modo di concepire la politica e ritenne che le questioni sul sistema perfetto per il futuro servivano soltanto a distrarre dalle lotte del presente. A suo avviso, la trasformazione collettiva non poteva avvenire in base all’applicazione di metastorici ordinamenti di organizzazione sociale, aprioristicamente concepiti da filosofi o utopisti. Marx fu un convinto assertore dell’autoemancipazione della classe operaia. Reputò che, quando sarebbero maturati i tempi, i lavoratori sarebbero stati in grado di liberare sé stessi e di trasformare la produzione capitalistica nel suo opposto, ovvero in una compiuta democrazia, in “un’associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni”. Se Marx si guardò bene dal “prescrivere ricette per l’avvenire”, ciò non vuol dire, però, che egli non abbia mai descritto cosa intendesse per comunismo. Per esempio, affermò chiaramente che la nuova società avrebbe dovuto essere basata sul ‘pieno e libero sviluppo di ogni individuo’, sulla diminuzione del tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero e sulla fine della logica del possesso distruttivo insita nel capitale – i cui effetti drammatici egli riuscì a intravedere anche nei confronti della natura. Per Marx, comunismo significava maggiore ricchezza collettiva e non uno stato di miseria generalizzata.