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Il libro che “riscopre” Marx e il destino della sinistra

Nel 2018 qual è il senso di uno studio e della relativa pubblicazione che ripropone Karl Marx?

Dallo studio di nuovi e preziosi materiali che utilizzo nel mio libro, emerge un Marx diverso da quello rappresentato, per lungo tempo, da tanti suoi critici o presunti seguaci. L’analisi dei manoscritti risalenti al periodo dell’elaborazione più matura di Marx – il mio libro spazia dal 1857 al 1883 – mostra che egli non solo continuò, fino alla fine della sua esistenza, le sue ricerche di economia politica, ma riuscì persino ad ampliare il raggio dei suoi interessi a nuove discipline. Risalgono a questa fase gli studi intrapresi al fine di accrescere le sue conoscenze sulle scoperte che erano intervenute nel campo delle scienze naturali, intorno alla proprietà comune nelle società precapitaliste, alle trasformazioni in atto in Russia a seguito dell’abolizione della servitù della gleba, allo sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti d’America e in antropologia. Allo stesso modo, egli fu attento osservatore dei principali avvenimenti di politica internazionale della sua epoca, e sostenne, con decisione, l’indipendenza nazionale della Polonia, l’abolizione dalla schiavitù durante la Guerra di Secessione Americana e la lotta per la liberazione dell’Irlanda. Il suo intenso coinvolgimento verso questi accadimenti e la sua ferma opposizione al colonialismo europeo palesa, dunque, un Marx completamente diverso dalla vulgata che lo ha descritto come eurocentrico, economicista e interessato solo all’analisi della sfera produttiva e al conflitto di classe tra capitale e lavoro.

Dal secolo breve dei due blocchi contrapposti alle guerre commerciali con alleanze variabili che al centro vedono lo scontro Usa-Cina: siamo alla “fase finale” del capitalismo? Come si legge in chiave marxista?

Quello della fine del capitalismo è stato un tema ricorrente nella storia del marxismo. Molti epigoni di Marx hanno erroneamente sostenuto, in particolare in tempi di crisi economiche, che la “teoria del crollo”, ovvero la tesi della fine incombente e autogenerantesi della società borghese, fosse l’essenza più intima del socialismo scientifico. In realtà, con la sua analisi Marx descrisse delle tendenze dell’economia e si guardò bene dal formulare leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, il corso degli eventi. Oggi il capitalismo appare ancora più forte che nel Novecento e le sue dinamiche di sfruttamento assomigliano a quelle esistenti ai tempi di Marx. Il capitalismo viene nuovamente rappresentato come un modo di produzione eterno e immutabile e protezionismi e guerre commerciali sono dinamiche che non ne mettono certo a repentaglio l’esistenza.

L’Italia è ormai pienamente egemonizzata da una cultura di destra, discriminatoria e regressiva che auspica forme autoritarie: dove individui le responsabilità degli ultimi 20 anni che hanno portato in questa situazione?

Ispirati dalla Strategia di Lisbona, il programma economico approvato nel 2000, dai paesi dell’Unione Europea, sono stati proprio i governi a guida laburista, socialista e socialdemocratica a porre in atto, quasi allo stesso modo di quelli di centro-destra, controriforme economiche che hanno devastato il modello sociale europeo. Essi hanno introdotto forti tagli della spesa pubblica, precarizzato i rapporti lavorativi (limitando le tutele legislative e peggiorando le condizioni generali), praticato le cosiddette politiche di “moderazione” salariale e liberalizzato i mercati e i servizi, come sostenuto dalla sciagurata “direttiva Bolkestein” del 2006.

Quindi delinea gravi responsabilità dei governi del “socialismo europeo”?

Rispetto agli indirizzi di politica economica, è difficile rintracciare differenze, se non del tutto marginali, tra l’operato degli esecutivi socialisti e quello dei governi conservatori in carica nello stesso periodo. Anzi, in molti casi i partiti socialdemocratici, o le compagini di centro-sinistra, risultarono ancora più funzionali al progetto neoliberista. Le loro decisioni, infatti, riscossero un più facile consenso da parte delle organizzazioni sindacali, guidati dalla vecchia, quanto illusoria, logica del “governo amico”. Nel tempo, la scelta di adottare un modello concertativo e poco conflittuale rese i sindacati sempre meno rappresentativi delle fasce sociali più deboli.
Diventa imprescindibile invertire i processi di privatizzazione che hanno caratterizzato la controrivoluzione degli ultimi decenni, restituendo alla proprietà pubblica tutti quei beni comuni trasformati da servizi per la collettività in mezzi per generare profitto per pochi.

La rilettura moderna di Marx guarda al futuro. Pensi che in Italia ci siano organizzazioni, leader politici e sindacali in grado di cogliere l’opportunità del pensiero marxista?

Quando era esponente dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Marx affermò che “l’operaio non andava trattato con provvedimenti burocratici”, affinché potesse obbedire “all’autorità e ai superiori”. Per Marx la cosa più importante era “insegnargli a camminare da solo”. Egli non mutò mai questa convinzione nel corso della sua esistenza. Non a caso, come primo punto degli Statuti dell’Internazionale, da lui redatto, egli pose: “l’emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”. Pertanto, una caratteristica fondamentale delle organizzazioni che vogliono rifarsi a Marx (in questo caso, mi riferisco proprio al Marx dirigente politico, non soltanto al teorico) è quello di estendere l’auto-organizzazione. Non una sommatoria di gruppi dirigenti, al fine di creare una nuova sigla elettorale destinata a scomparire dopo le prossime elezioni, ma promuovere la partecipazione della base e lasciare, il più possibile, il potere decisionale ai militanti. Mi pare un primo, ma indispensabile, punto dal quale è necessario ripartire, evitando, però, i pericoli plebiscitari caratteristici delle forze che discutono e decidono solo sulla rete. La vasta e ricchissima storia del movimento operaio va riscoperta e ha molto da insegnarci anche rispetto alle forme dell’organizzazione politica.

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Past talks

200 Marx. Il futuro di Karl Marx

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Karl Marx, Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi

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Reviews

Rossana Rossanda, Il Manifesto

Per un Marx al presente

Non credo che, nell’interessante rassegna degli studi su Marx apparsa sul manifesto, si possa rimproverare alla ricerca svolta da Marcello Musto un eccesso di attenzione per le peripezie della coppia Marx-Jenny von Westhfalen.

Non so se esse siano fin troppo note, ma sono quelle che danno a questa ricerca un carattere di molto più vicino umanamente e di comprensibile anche per lo sviluppo scientifico del pensatore di Treviri.

Se mai riterrei utile approfondire una ricerca sul presente. Considerato che Marx non ha mai rinunciato a ritenere la classe operaia industriale delle fabbriche come il soggetto «rivoluzionario» per eccellenza, sarebbe utile capire su quale strato o gruppo sociale sia passato questo protagonismo in una fase in cui l’industria è nettamente in calo.

Non sembra che si possa attribuire questo compito al crescente precariato giovanile. Né mi sembra decisivo il passaggio al lavoro di servizio alla persona da parte della maggior quantità di donne, tantomeno per il lavoro di cura su cui si è soffermata Alisa Del Re, ma che interessa gran parte del femminismo italiano. Non è semplice considerarlo lavoro produttivo di merci che si possono scambiare, alimentando la accumulazione capitalistica: in generale si tratta di «competenze» soprattutto di carattere affettivo o relazionale e di vendita del proprio «tempo disponibile».

Ne deriva una trasformazione permanente della figura del lavoro, specie femminile, ma non mi pare del meccanismo di produzione di merce vendibile, a meno che non si tratti di grandissimi aggregati di servizi direttamente o indirettamente alla persona, come si possono individuare ancora nella fenomenologia cinese o in certe produzioni, specialmente di carattere medico, americane o tedesche.

Altrettanto interessante mi sembra il discorso che ne deriva per le società dell’Est, soprattutto per quanto riguarda la libertà: in generale sembrerebbe di poter raccogliere attorno a quella fenomenologia la natura di società particolarmente chiuse e autoritarie; perfino la definizione di stato sempre intollerabile, propria di Bakunin, sembra potersi attribuire specialmente alle società dell’Est, più odiose addirittura delle nostre.

Di qui anche l’errore compiuto dai vari «marxismi-leninismi» di considerare come obiettivo principale unico la distribuzione di beni soprattutto materiali ai lavoratori, obiettivo fatto proprio anche dalla maggior parte dei partiti comunisti.

L’avere privilegiato esclusivamente i beni materiali di consumo – che appare tuttora la scelta della Repubblica popolare cinese – è stata rilevata anche dal lavoro di Ernesto Screpanti per lamanifestolibri, ed è al centro della ricerca di Rita Di Leo (L’età della moneta), trascurando (non a caso) la trasformazione dei rapporti fra uomini invece che fra cose, che ha caratterizzato anche il modello sovietico e ora sembra caratterizzare quello cinese.

Nella ricerca di Musto è interessante il rilievo dato al «plusvalore», cioè all’appropriazione da parte del padronato del tempo rubato gratuitamente agli operai, trascurando i loro bisogni di acculturazione e in genere di libertà nei rapporti sociali. C’è da chiedersi quanto, perfino nelle meno odiose tra le società occidentali, non siano stati visti i bisogni operai in crescita intellettuale e morale rispetto ai loro bisogni materiali, affidati essenzialmente alla distribuzione. Ne deriva l’ignoranza dei motivi ricorrenti di crisi nelle società dell’Est, mentre Marx riconduce esplicitamente ad una idea della «classe» come composta essenzialmente da individui necessariamente diversi l’uno dall’altro. Questo filone di ricerca mi sembra urgente.

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Journalism

Militansi Politik Marx Di Masa Asosiasi Kelas Pekerja Internasional (Bagian II)

I. Pentingnya Partai Politik setelah Komune Paris

SETELAH kemenangan Jerman di Sedan dan penangkapan Bonaparte, rakyat Paris berbalik melawan Adolphe Thiers, dan pada 18 Maret 1871 memulai peristiwa politik besar pertama dalam kehidupan gerakan buruh: Komune Paris (Paris Commune).

Tetapi selama “minggu berdarah” (21-28 Mei 1871), sekitar sepuluh ribu Communard (para pendukung Komune Paris) terbunuh dalam pertempuran atau dieksekusi secara sewenang-wenang; sebuah pembantaian paling berdarah dalam sejarah Prancis. 43.000 lainnya atau lebih ditawan, 13.500 di antaranya kemudian dijatuhi hukuman mati, dipenjara, di pekerja paksakan atau di deportasi. Sejak saat itu, Internasional berada di ambang badai, dituding sebagai provokator untuk setiap tindakan melawan kekuasaan yang mapan. “Ketika kebakaran besar melanda Chicago,” Marx merenung dengan ironi yang pahit, “surat kawat (telegram) di seluruh dunia mengumumkannya sebagai perbuatan terkutuk Internasional; dan yang sungguh menakjubkan bahwa gerakan keji itu tidak dikaitkan dengan badai yang menghancurkan West Indies”.

Namun demikian, pemberontakan Paris semakin memperkuat gerakan buruh, mendorongnya untuk mengambil posisi yang lebih radikal dan mengintensifkan militansinya. Pengalaman menunjukkan bahwa revolusi adalah mungkin, bahwa tujuannya dapat dan harus membangun masyarakat yang benar-benar berbeda dari tatanan kapitalis, tetapi juga bahwa, untuk mencapai ini, para pekerja harus menciptakan bentuk-bentuk asosiasi politik yang tahan lama dan terorganisir dengan baik. Ide-ide ini kemudian diperkenalkan dalam undang-undang (statuta) organisasi di Konferensi London pada September 1871. Salah satu resolusi yang disahkan di sana menyatakan: “bahwa untuk melawan kekuatan kolektif dari kelas-kelas berpunya, kelas pekerja tidak dapat bertindak, sebagai kelas, kecuali dengan membentuk dirinya menjadi sebuah partai politik (…); bahwa pengolompokkan kelas buruh ke dalam sebuah partai politik sangat diperlukan untuk memastikan kemenangan revolusi sosial dan tujuan akhirnya – penghapusan kelas-kelas”. Kesimpulannya jelas: “gerakan ekonomi [kelas pekerja] dan aksi politiknya menyatu tidak terpisahkan”.

Sementara Kongres Jenewa tahun 1866 menetapkan pentingnya serikat pekerja, Konferensi London 1871 menggeser fokus ke instrumen kunci lain dari gerakan buruh modern: partai politik. Bagi Marx, emansipasi diri kelas pekerja membutuhkan proses yang panjang dan sulit – kebalikan dari teori dan praktik dari Catechism of a Revolutionary-nya Sergei Nechaev yang dianjurkan oleh perkumpulan rahasia yang dikutuk oleh para delegasi di London, tetapi didukung dengan sangat antusias oleh Mikhail Bakunin.

Untuk semua klaim manfaat yang menyertainya, kejadian London dilihat oleh banyak orang sebagai campur tangan yang kasar. Tidak hanya kelompok-kelompok yang terkait dengan Bakunin tetapi hampir semua federasi dan seksi-seksi lokal menganggap prinsip otonomi dan menghormati realitas yang beragam telah menjadikan Internasional sebagai salah satu pilarnya. Kesalahan perhitungan dari Marx ini kemudian mempercepat krisis organisasi.

Pertarungan terakhir antara kelompok ‘sentralis’ dan kelompok ‘otonomis’ terjadi di Kongres Den Haag, pada September 1872. Menyadari pentingnya Kongres ini, Marx, dengan ditemani Engels, memutuskan untuk hadir secara pribadi. Inilah satu-satunya kongres Internasional yang dihadirinya. Seluruh sesi kongres ditandai dengan antagonisme dimana kedua kubu gagal mencapai kata sepakat, dan persetujuan atas resolusi dimungkinkan hanya karena komposisi yang terdistorsi. Bagaimanapun, setelah momen ini, partai dianggap penting untuk perjuangan proletariat: partai harus independen dari semua kekuatan politik yang ada dan akan dibangun, baik secara program maupun organisasi, berdasarkan konteks nasional.

II. Sumbangan Internasional kepada Marx

Hasil dari Konferensi London dan Kongres Den Haag secara signifikan memperburuk krisis internal, dengan tidak memperhitungkan suasana yang berlaku atau untuk menampilkan pandangan ke depan yang diperlukan guna menghindari menguatnya pengaruh Bakunin dan kelompoknya. Ini membuktikan kemenangan yang menghancurkan (Pyrrhic victory) buat Marx – yang, dalam upaya menyelesaikan konflik internal, akhirnya menonjolkan mereka. Namun demikian, tetap saja bahwa keputusan yang diambil di London hanya mempercepat proses yang sudah berjalan dan tidak mungkin dibalik.

Di samping seluruh pertimbangan-pertimbangan sejarah dan organisasional ini, terdapat juga pertimbangan lain yang tidak kalah pentingnya terkait penyebab utama krisis Internasional. Sebagaimana telah diingatkan Marx kepada para delegasi di suatu sesi Konferensi London tahun 1871, “pekerjaan Dewan telah menjadi sangat besar, yang diwajibkan untuk menangani masalah-masalah umum dan masalah nasional”. Internasional kini bukan lagi organisasi yang kecil seperti pada 1864, yang kakinya hanya ada di Inggris dan Prancis; ia kini telah berdiri di seluruh negara Eropa, dengan masalah-masalah dan karakter-karakternya yang khusus. Tidak hanya organisasi di mana-mana dirundung konflik internal, tetapi kedatangan para pendukung Komune yang mengungsi di London, dengan gangguan-ganguan baru dan muatan ide-ide yang beraneka ragam, menyebabkan tugas Dewan Umum untuk melaksanakan kerja-kerja penyatuan politik kian bertambah sulit.

Selama delapan tahun, Marx dengan sangat bersemangat aktif dalam Internasional. Sadar bahwa kekuatan buruh sedang mengalami kemunduran menyusul kekalahan Komune Paris – fakta paling penting saat itu baginya – ia kemudian mengabdikan sisa hidupnya untuk menyelesaikan Capital. Ketika ia menyeberangi Laut Utara menuju Belanda, ia merasakan bahwa pertempuran yang sedang menunggunya merupakan aktivitasnya yang terakhir sebagai seorang pelaku langsung aktivitas revolusioner itu.

Dari seorang sosok yang semula diremehkan pada pertemuan pertama di St. Martin Hall pada 1864, Marx kemudian diakui sebagai pemimpin Internasional, tidak hanya oleh para peserta kongres dan Dewan Umum, tapi juga oleh publik luas. Jadi, walaupun Internasional tentu berutang banyak hal pada Marx, Internasional juga telah mengubah hidupnya. Sebelum berdirinya Internasional, ia hanya dikenal di lingkaran kecil aktivis politik. Kemudian, dan di atas segalanya setelah Komune Paris – juga, tentu saja, publikasi karya besarnya pada 1867 – ketenaranya menyebar di kalangan revolusioner di banyak negara Eropa, keadaan dimana media menjulukinya sebagai “red terror doctor.” Dengan tanggung jawab yang melekat atas perannya di Internasional – yang memungkinkannya untuk mengalami langsung dari dekat begitu banyak perjuangan ekonomi dan politik – kemudian mendorongnya untuk melakukan refleksi yang mendalam akan komunisme dan memperkaya keseluruhan teori anti kapitalisnya.***

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Noemi Ghetti, Left

Il filosofo di Treviri e la diffusione del suo pensiero in Italia e in Russia. Una storia tutta da ristudiare

Il nostro Marx. Sotto questo titolo del Il Grido del Popolo nel primo centenario della sua nascita Antonio Gramsci affermava: «Marx non ha scritto una dottrinetta, non è un messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori delle categorie di tempo e di spazio […] Marx si pianta nella storia con la solida quadratura di un gigante: non è un mistico né un metafisico positivista; è uno storico, è un interprete dei documenti del passato, di tutti i documenti, non solo di una parte di essi […] Ma è inutile l’avverbio ‘marxisticamente’, e anzi esso può dare luogo ad equivoci e ad inondazioni fatue e parolaie. Marxisti, marxisticamente… aggettivo e avverbio logori come monete passate per troppe mani».
Karl Marx, questo sconosciuto. Icona delle rivoluzioni del novecento, nella crisi mondiale delle sinistre torna alla ribalta il filosofo che, un anno prima della morte, disse di odiare l’appellativo di marxista. Un altro secolo è trascorso e gran parte dei suoi manoscritti rimane inedita, mentre si moltiplicano gli studi che gettano luce su aspetti poco noti della sua ricerca, e sulle vicissitudini della diffusione degli scritti. Con l’intenzione di andare oltre la vulgata del “socialismo reale” che, nell’urgenza della lotta e per scopi di propaganda politica, a lungo ne ha ridotto il pensiero in schemi rigidi fino al dogmatismo, appiattendone il profilo su quello del sodale Friedrich Engels.

Tenace quanto marginale, l’indagine sul vero volto di Marx viene da lontano. Dalla svolta staliniana del 1930 per molti decenni pochi intellettuali eretici si volsero a studiare i suoi scritti giovanili, alla ricerca delle radici di una catastrofe sempre più evidente. A partire da Gramsci, che nella solitudine della cella traduceva dal tedesco quelli che riteneva più importanti, procedendo a ritroso nel tempo. Fino alla lettera al padre del 10 novembre 1837 in cui, accantonato lo studio di Hegel, lo studente diciannovenne, come evidenziato da Massimo Fagioli nel 1981, raccontava di essersi proposto una ricerca scientifica e artistica sulla realtà psichica umana, la perla delle perle sempre ignorata.
Esclusi dall’edizione critica Einaudi del 1975, i Quaderni di traduzioni rimasero inediti fino alla pubblicazione del 2007 nell’Edizione Nazionale degli scritti gramsciani. Tutt’altro che esercizi distensivi, le traduzioni rispondono, scrive Giuseppe Cospito, a un preciso programma di reinterpretazione della filosofia della prassi terzinternazionalista, offrendo una lettura decisamente alternativa rispetto a quella della vulgata che culminerà nel materialismo dialettico staliniano. Su questa linea di ricerca il recente saggio Marxismo e filosofia della praxis (Viella) di Marcello Mustè, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza, ricostruisce il peculiare contributo del pensiero italiano allo sviluppo del marxismo europeo da Labriola, attraverso Croce, Gentile e Mondolfo, fino all’originale elaborazione di Gramsci, a cui è dedicata la preziosa seconda parte del libro.

Dagli scritti giovanili, l’interesse si è recentemente spostato su quelli della maturità del filosofo, come il saggio del 2016 di Marcello Musto L’ultimo Marx, 1881-1883 (Donzelli), che tra quaderni antropologici e lettere inedite presenta lo studio sulle società precapitaliste, che Marx ebbe modo di sviluppare durante il soggiorno per ragioni di salute ad Algeri, e sulle trasformazioni determinatesi in Russia in seguito all’abolizione della schiavitù. Dello stesso Musto, docente di Sociologia teorica alla York University di Toronto, arriva ora in libreria Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883 (Einaudi). Con precisi riferimenti alle movimentate vicende della sua vita e al contesto sociale in cui si svolse, attraverso scritti poco conosciuti il libro presenta il ritratto di un rivoluzionario tutt’altro che eurocentrico, economicista e assorbito dal solo conflitto di classe. Un pensatore a tutto tondo, animato fino all’ultimo da un profondo interesse per la realtà umana e per l’ambiente, e da uno sguardo globale sul mondo, dall’America alla Russia.
Contemporaneamente in Inghilterra James D. White, docente emerito dell’università di Glasgow, con il suo Marx and Russia. The fate of a doctrine (Bloomsbury) presenta uno studio innovativo, sintesi del lavoro di una vita sul pensiero di Marx e sulle vicende della sua ricezione in Russia, in stretta connessione con i movimenti rivoluzionari russi ed europei e la rivoluzione d’Ottobre. Un’eredità precocemente tradita a partire dallo stesso 1883, anno della morte del pensatore. Leggiamo così che Engels, nel sistemare il II e il III capitolo del Capitale per la pubblicazione, avvenuta l’anno dopo, intenzionalmente decise di ignorare l’ultimo decennio di studi di Marx sulla Russia, e sulla possibilità che dalla comune agricola (obščina) dell’impero degli zar si potesse attuare la transizione al socialismo senza la mediazione del capitalismo. Decisione motivata dall’insofferenza per le «finezze teoretiche» del materiale russo marxiano, che Engels «avrebbe dato volentieri alle fiamme», ovvero dalla mancata comprensione della direzione degli studi di Marx, che progressivamente si era allontanato dall’astratto schema del metodo hegeliano. I due libri del Capitale, a cui Marx aveva continuato a lavorare, apparvero nella forma in cui erano stati abbozzati nel 1860.
Già nell’Anti-Düring, con un tentativo mai riconosciuto da Marx, Engels aveva voluto dimostrare che la dialettica di Hegel poteva essere applicata alla natura, adattandola alle nuove scoperte scientifiche (la teoria dell’evoluzione di Darwin e la legge della conservazione dell’energia). L’operazione fu sistematizzata nel 1883 con La dialettica della natura. Un ulteriore allontanamento da Marx si registra nel saggio Ludvig Feuerbach che, con le ‘Tesi su Feuerbach’ di Marx riportate in appendice nel 1888, esercitò una grande influenza all’origine delle dottrine marxiste.
Scelte fatali, cristallizzate in Russia da Georgij Plekhanov nella dialettica come teoria e metodo della conoscenza, e infine codificate nel materialismo dialettico di Lenin. Alla brutale politica culturale del capo bolscevico, e alla critica costruttiva da parte di Aleksandr Bogdanov nei confronti del ‘marxismo assoluto’, nuova religione dogmatica e autoritaria, il libro di White dedica un’analisi illuminante, approfondita nel recentissimo Red Hamlet (Brill), prima biografia intellettuale del poliedrico ‘bolscevico di sinistra’.
In una una scena rivelatrice del recente film di Raoul Peck Il giovane Karl Marx, Engels sollecita l’amico ad abbandonare la ricerca sull’alienazione religiosa, e a dedicarsi all’economia politica. Caduto con il muro di Berlino il determinismo economico prevalso nel marxismo-leninismo, al di là della falsa alternativa tra idealismo e materialismo riemerge l’umanesimo di Marx. Un evergreen, offerto ai giovani lettori che ancora non conoscono i suoi scritti.

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Benedetto Vecchi, Il Manifesto

Karl Marx impigliato nel futuro

Due secoli separano il presente dall’anno di nascita di Karl Marx.

In termini di anni (duecento), l’immagine evocata è quella di un uomo e di un’opera di altri tempi, ottocentesca. Eppure la sua critica all’economia politica, la sua antropologia filosofica, la sua militanza politica hanno condizionato gran parte del Novecento.

Era quindi prevedibile che studiosi – marxisti e non solo – facessero i conti con la sua eredità teorica. Molte sono state le pubblicazioni dedicate al Moro. Difficile individuarne contorni netti, tuttavia. Ne esce semmai una costellazione tematica, talvolta sfuggente. In primo luogo, emergono quelli che David Harvey ha chiamato i «punti di stress» dell’opera marxiana. La teoria del valore lavoro, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, la definizione della necessità di una organizzazione politica che valorizzasse l’autonomia della classe operaia. La polarità tra una tendenza globale del capitale (la formazione di un mercato mondiale, o per usare una espressione di Etienne Balibar di «capitalismo assoluto») e una «nazionalizzazione» della base economica del capitalismo stesso. Marx, va da sé, nazionalista mai lo è stato. Negli scritti indirizzati all’Associazione internazionale dei lavoratori o nei pamphlet «politici» ha infatti sempre criticato ferocemente ogni cedimento nazionale dei gruppi militanti. Trovarlo descritto, come ormai spesso accade, sia a destra che a sinistra, come un «sovranista» restituisce solo la miseria della filosofia politica contemporanea.
CHI SI PROPONE di gettare un po’ di luce su questa costellazione è Roberto Finelli in Karl Marx. Uno e bino (Jaca Book, pp. 287, euro 25), che con una felice idea scandisce la riflessione, interrompendo la linea che dal passato porta al futuro, invertendo cioè il ritmo: c’è prima il futuro, poi il presente (lo stato dell’arte della critica marxista al capitalismo) per infine chiudere sul passato (il marxismo storico). Il futuro di Finelli è la dichiarazione di un percorso di ricerca in divenire, ma del quale alcune tappe sono state comunque segnate. Il filosofo dell’astrazione reale segnala in primo luogo la irrinunciabile necessità di rompere lo schema evoluzionista, determinista di una filosofia della storia marxista che fa del comunismo una sorta di approdo obbligato, dettato da leggi di movimento oggettive che cancellerebbero la tensione a una libertà radicale per la quale serve mettere al lavoro la coppia filosofica «individuazione e riconoscimento di sé». Individuazione significa fare i conti con l’antropologia della povertà e dello sfruttamento nel capitalismo, mentre il riconoscimento del sé significa un esercizio della differenza che tiene aperta, appunto, la possibilità di una libertà radicale. Da qui l’evocazione della psicoanalisi come elaborazione «altra», propedeutica alla produzione di soggettività politiche adeguate al presente.
IL BANDOLO DELLA MATASSA ha però fili e fila da tirare, come quello della biografia di Marx. Paolo Ferrero e Bruno Morandi si inoltrano così su quel tornante, facendo leva su una evidente attitudine pedagogica rispetto le sue opere (Grundrisse e Capitale), convinti i due autori che la desertificazione politica di questi anni abbia quasi azzerato la conoscenza dell’opera marxiana. Il loro libro Marx. Oltre i luoghi comuni (DeriveApprodi, pp. 240, euro 14) passa in rassegna la perigliosa e romantica vita del Moro, ma anche la teoria del valore lavoro, il ruolo della finanza, dello stato. Di tutt’altro spirito, ma con evidenti punti di contatto metodologici con questo volume è poi l’ambiziosa monografia di Marcello Musto su Karl Marx (Einaudi, pp. 326, euro 30). Sono anni che Marcello Musto svolge un lavoro certosino sulle fonti del pensiero marxista. In questo libro ci sono pagine dedicate ai pamphlet incendiari come il Manifesto del partito comunista, La critica al programma di Gotha, le vicende e gli scontri feroci che videro Marx e Engels battagliare contro anarchici, repubblicani (Giuseppe Mazzini era disprezzato dal Moro), socialisti utopisti. Un libro che smentisce l’immagine di un Marx autoritario e settario, restituendo invece la profonda convinzione che la liberazione della classe operaia potesse venire solo dalla classe operaia stessa e non da qualche dirigente illuminato o da un gruppo selezionato di giacobini, per quanto comunisti fossero.
I TANTI LIBRI USCITI segnalano, tuttavia, un certo prosciugamento del bacino di lavoro intellettuale su Marx. Conferisce evidenza a questa difficoltà il tono un po’ mesto di molti interventi presenti nel volume curato da Stefano Petrucciani Il pensiero di Karl Marx (Carocci editore, pp. 381, euro 35), dove compaiono autori che si ritrovano anche in quello curato da Chiara Giorgi per manifestolibri (Rileggere il capitale, pp. 245, euro 20). Il libro si caratterizza per un tentativo di rompere lo schema da una certa scolastica marxista. Stefano Petrucciani, ad esempio, affronta il tema della libertà, all’interno di un disegno nel quale le proposte politiche di Marx vengono qualificate come una anticipazione – tesi molto azzardata – del welfare statenovecentesco. Il diritto borghese diseguale individuato dall’autore è funzionale alla lunga transizione che dovrebbe portare all’operatività, ma solo alla fine, della massima «a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno a secondo la sua capacità». Fino ad allora, il diritto non può che essere contraddittoriamente diseguale.
COSA FARNE ALLORA dell’eredità marxiana? Con una mossa a sorpresa, felicemente inaspettata, Sandro Mezzadra e Mario Espinoza Pino invitano a aprire laboratori marxiani facendo tesoro degli scritti giornalistici, legati alla contingenza, di Marx. Il giornalismo, quello sulle lotte di classe in Francia, sulla Comune, sulle corrispondenze per lo statunitense New York Tribune è interpretato come un laboratorio dove il Moro ha messo a fuoco i problemi da sciogliere nella sede adeguata – i tempi lunghi della riflessione – ma alla luce delle necessarie messe di dati, fondamentali per lo sviluppo delle sue categorie. I due autori segnalano inoltre che sono scritti giornalistici che rompono la gabbia dell’accusa di eurocentrismo rivolta Marx, giungendo ad abbozzare – in base a quanto stava accadendo in Cina, Russia, India, Africa – una vision «multilineare» dello sviluppo capitalistico. In questa direzione va il saggio di Etienne Balibar contenuto nel libro curato da Chiara Giorgi (Rileggere il capitale). Il filosofo francese prova a individuare i punti di stress della teoria marxiana per poi sviluppare una concezione del «capitale assoluto» e del «debito ecologico». Un vento lieto lo portano infine altri due testi, Quelli di Alisa Del Re e Giso Amendola. La prima introduce i temi del lavoro di riproduzione, di cura, relazionale, del lavoro semplice e gratuito.
UNA PROSPETTIVA femminista che entra in rotta di collisione con l’economicismo di molto marxismo ortodosso. Aria fresca, specialmente quando la filosofa italiana dice che la ricchezza degli anni Settanta non sta solo nell’immaginare e praticare altre relazioni sociali, ma nel saper tenere insieme diritti civili e sociali, spezzando cioè la gabbia che separa individuale e collettivo. Le singolarità e la loro irriducibilità a sintesi governate dall’alto. Il partito politico di massa, tanto nelle sue varianti socialdemocratiche che leniniste, non è stato messo in scacco solo dal perfido capitale ma è stato sottoposto alla critica roditrice del conflitto di classe. Pensare di ricostruirlo come se niente fosse accaduto, consegna chi lo propone a risibili risultati elettorali e politici da prefisso telefonico.
LIBERTÀ INDIVIDUALE e libertà collettiva, dunque. Da inventare, praticare. È quello che fa lo «stato di agitazione permanente» delle donne di questi ultimi anni, che sgombera il campo da polarità tra i muscoli esibiti in qualche riot metropolitano scandito da gilet gialli e l’autodeterminazione di chi pensa che il proprio «lavoro elementare» (di cura, riproduttivo) con la ricchezza abbia molto a che fare. E sulla tensione tra produzione di soggettività e astrazione insiste Giso Amendola, mettendo in rapporto Marx e Foucault, stabilendo assonanze e dissonanze, foriere di inediti e proficui sviluppi. Sono due testi che chiariscono molte delle dinamiche sociali, culturali, politiche dentro questo vischioso presente. Hanno inoltre il pregio di sgomberare il terreno dalle sciocchezze sui «conflitti di identità», la retorica delle «guerre culturali», invitando a immaginare e prendere in considerazione che la singolarità e frammentazione del lavoro vivo dentro il conflitto del capitale non necessariamente fa suo il lessico della rivendicazione economica, ma indugia – e quindi valorizza – su quello delle forme di vita, della relazionalità in divenire.
IL NODO, all’interno questo scenario, resta quindi quale organizzazione politica darsi. Il modello reticolare è una opzione, certo, senza però chiudere gli occhi: quella che sembra costituire una soluzione può rivelarsi, come accaduto nei movimenti globali di queste due decadi del nuovo millennio, un problema aggiuntivo.

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Marcelo Godoy, O Estado de S.Paulo

O ‘velho’ Karl Marx

Exilado na Inglaterra desde 1849, o filósofo Karl Marx era em 1881 uma personalidade cujas intenções e ideias eram vistas com desconfiança pelos governos da Europa.

Ele era para a Scotland Yard o “famigerado agitador alemão, propugnador de princípios comunistas que não havia sido leal nem a seu rei nem a seu país”. Era na imprensa chamado de “doutor do terror vermelho.” Os dois últimos anos da vida do pensador são o objeto da obra O Velho Marx, do filósofo italiano Marcello Musto, que também se vale do material inédito da Mega-2, as obras completas de Marx e Engels, para surpreender um Marx às voltas com a antropologia, a matemática, os povos coloniais e as possibilidades do movimento revolucionário na Rússia.
Debruçado sobre o cálculo diferencial e a função derivada, Marx se distraía de outras tarefas. A atenção multidisciplinar o levava à uma série de estudos, como as investigações antropológicas de Lewis Henry Morgan sobre estruturas sociais de populações primitivas. É neste Marx distante da ortodoxia que caracterizou muitos de seus seguidores no século 20 que Musto joga luz. Um Marx que, ao tratar da terra comunal na Rússia, surpreende ao mostrar as possibilidades de a revolução chegar àquele país sem que os efeitos do capitalismo se impusessem à propriedade no campo.
Seu último ano foi dedicado a superar as tragédias familiares – a perda da mulher e da filha mais velha – em meio à luta contra a doença. É este o contexto de sua viagem à Argélia. Por fim, Marx nunca se preocupou em responder aos detratores, dentro e fora do movimento socialista. “Se fosse responder a tudo o que foi dito e escrito sobre mim teria de contratar 20 secretárias.” Musto mostra que ele precisaria de muito mais para se defender dos áulicos. Diante de escritos dos que tentavam bajulá-lo sem conhecer suas ideias, Marx escreveu: “Tudo o que sei é que não sou marxista”.

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Marx 2018 Duex Siècles D’actualité