Categories
Book chapter

Al tempo dei Grundrisse

9.1 L’appuntamento con la rivoluzione
Nel 1848, l’Europa fu scossa dal succedersi di numerose insurrezioni popolari ispirate ai principi di libertà politica e giustizia sociale. La debolezza di un movimento operaio appena nato, l’abbandono da parte della borghesia di quegli ideali inizialmente condivisi e la violenta repressione militare furono però all’origine, in poco tempo e dovunque, del ritorno al potere dei governi conservatori.

Marx appoggiò i moti rivoluzionari attraverso il quotidiano «Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie [Nuova gazzetta renana. Organo della democrazia]», di cui fu fondatore e redattore capo. Dalle colonne del giornale egli svolse un’intensa opera di agitazione, sostenendo le ragioni degli insorti e incitando il proletariato a promuovere «la rivoluzione sociale e repubblicana»1. Durante quel tempo, egli visse tra Bruxelles, Parigi e Colonia, soggiornò a Berlino, Vienna, Amburgo e in molte altre città tedesche, stabilendo in ogni luogo relazioni per rafforzare e sviluppare le lotte in corso. A causa di questa incessante attività militante, egli fu raggiunto, prima in Belgio e poi in Prussia, da decreti di espulsione, e quando, durante la presidenza di Napoleone III, il nuovo governo francese gli intimò di lasciare Parigi, egli decise di recarsi a Londra.

I primi anni dell’esilio inglese furono caratterizzati dalla miseria più profonda e dalle malattie, che provocarono anche la drammatica perdita di tre dei suoi bambini2. Sebbene l’esistenza di Marx non scorse mai agevolmente, questa fase rappresentò senza dubbio il suo momento peggiore. Dal dicembre del 1850 al settembre del 1856, egli visse con la famiglia in un alloggio di due sole stanze, al numero 28 di Dean Street, a Soho. Le eredità sopraggiunte dopo la morte dello zio e della madre di sua moglie, Jenny von Westphalen, aprirono inaspettatamente uno spiraglio, consentendo il pagamento dei tanti debiti contratti, il disimpegno dal monte di pietà di vestiti e oggetti personali e il trasferimento in una nuova abitazione.

Dall’autunno del 1856, infatti, i coniugi Marx, con le loro tre figlie, Jenny, Laura ed Eleanor, e la fedele governante Helene Demuth – che era parte integrante della famiglia –, si stabilirono nella periferia nord di Londra, al numero 9 di Grafton Terrace, dove gli affitti erano più convenienti. L’edificio, nel quale rimasero fino al 1864, si trovava in un’area di recente urbanizzazione, priva di strade battute che la collegassero al centro e avvolta nell’oscurità durante la notte. Tuttavia, essi abitavano finalmente in una vera casa, requisito minimo affinché la famiglia avesse «almeno l’apparenza della rispettabilità»3.

Nel corso del 1856 Marx aveva tralasciato del tutto gli studi di economia politica, ma l’avvento della crisi finanziaria internazionale mutò di colpo questa situazione. In un’atmosfera di grande incertezza, che si trasformò in panico diffuso e concorse a determinare fallimenti ovunque, Marx sentì che stava per ripresentarsi il momento dell’azione e, prevedendo i futuri sviluppi della recessione, scrisse a Friedrich Engels: «io non credo che noi potremo restare ancora a lungo qui a guardare»4. Questi, da parte sua, era già pervaso da grande ottimismo e delineava all’amico il futuro scenario: «stavolta ci sarà un giorno del giudizio senza precedenti, l’intera industria europea rovinata, tutti i mercati saturi […], tutte le classi abbienti trascinate nella rovina, bancarotta completa della borghesia, guerra e disordine al massimo grado. Credo anch’io che tutto si compierà nell’anno 1857»5.

Alla fine di un decennio contraddistinto dal rifluire del movimento rivoluzionario e nel corso del quale non avevano potuto esercitare un ruolo attivo nel contesto politico europeo, essi ripresero a scambiarsi messaggi fiduciosi sulle prospettive all’orizzonte. L’appuntamento con la rivoluzione, così a lungo atteso, sembrava ora molto vicino e ciò indicava a Marx una priorità su tutte: riavviare la stesura della sua Economia e portarla a termine il più in fretta possibile.

9.2 Nella povertà a Londra
Per dedicarsi con questo spirito alla sua opera, Marx avrebbe avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma la sua situazione personale, ancora estremamente precaria, non gli concesse alcuna tregua. Avendo impegnato le risorse di cui disponeva nella sistemazione della nuova abitazione, egli si ritrovò, fin dal primo mese, privo di soldi per poterne pagare l’affitto. Rivelò dunque a Engels, che al tempo viveva e lavorava a Manchester, tutte le difficoltà della propria condizione: «[sono] senza prospettiva e con le spese familiari in aumento. Non so assolutamente cosa devo fare e, in realtà, sono in una situazione più disperata di cinque anni fa. Credevo di essermi già sorbito la quintessenza di questa merda, ma non è così»6. Questa dichiarazione sorprese profondamente Engels, talmente convinto che in seguito al trasloco la posizione dell’amico si fosse alfine sistemata, da aver speso, nel gennaio del 1857, il denaro ricevuto dal padre per natale nell’acquisto di un cavallo da destinare alla sua grande passione: la caccia alla volpe. Engels, comunque, in questi anni come per l’intera sua vita, non fece mai mancare, a Marx ed alla sua famiglia, tutto il suo appoggio e, preoccupato per il difficile frangente, oltre a inviare a Marx 5 sterline ogni mese, gli raccomandò di rivolgersi sempre a lui in caso di ulteriori difficoltà.

Il ruolo di Engels non si limitò certo al solo sostegno finanziario. Nel profondo isolamento in cui Marx trascorse quegli anni, tramite il fitto carteggio intercorso tra i due, Engels fu l’unico punto di riferimento col quale ingaggiare un confronto intellettuale: «più di ogni altra cosa devo avere la tua opinione»7; il solo amico con cui confidarsi nei momenti di sconforto: «scrivi presto, perché ora le tue lettere mi sono necessarie per rifarmi coraggio. La situazione è schifosa»8; nonché il compagno col quale condividere il sarcasmo che gli accadimenti suggerivano: «invidio i tipi che sanno fare capriole. Deve essere un mezzo stupendo per levarsi di testa la rabbia e la sozzura borghese»9.

Molto presto, infatti, l’incertezza divenne ancora più pressante. L’unica entrata di Marx, accanto all’aiuto garantitogli da Engels, consisteva nei compensi percepiti dal quotidiano «New-York Tribune [La tribuna di New York]». Gli accordi circa la sua collaborazione, da cui ricavava due sterline per articolo, mutarono però con la crisi economica, che aveva investito, di riflesso, anche il giornale statunitense. Sebbene Marx fosse, assieme al viaggiatore e scrittore americano Bayard Taylor, l’unico corrispondente dall’Europa a non essere stato licenziato, il suo contributo fu ridotto da due a un articolo alla settimana e – «quantunque in tempi di prosperità non mi diano mai un centesimo di più»10 – la retribuzione dimezzata. Marx commentò la vicenda con tono umoristico: «c’è una certa ironia del destino nell’essere personalmente coinvolto in queste maledette crisi»11. In ogni caso, poter assistere al collasso finanziario fu per lui uno spettacolo assolutamente impareggiabile: «è bello che i capitalisti, che gridano così tanto contro il “diritto al lavoro”, ora esigono dappertutto “pubblico appoggio” dai governi, e […] fanno insomma valere il “diritto al profitto” a spese della comunità»12 e, a dispetto della sua inquietudine, annunciò a Engels: «per quanto mi trovi io stesso in indigenza, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto a mio agio come con questo crollo»13.

La nascita di un nuovo progetto editoriale rese le circostanze meno disperate. Il direttore del «New-York Tribune», Charles Dana, lo invitò infatti a partecipare alla redazione dell’enciclopedia The New American Cyclopædia [La nuova enciclopedia americana]. La mancanza di denaro lo spinse ad accettare, ma per lasciarsi più tempo da dedicare agli studi, egli affidò ad Engels gran parte dell’attività. Nella divisione del lavoro, che i due svolsero dal luglio del 1857 al novembre del 1860, Engels redasse le voci di carattere militare – ossia la maggioranza di quelle previste –, mentre Marx compilò diversi schizzi biografici. Pur se il compenso offerto, solo due dollari per pagina, era molto basso, esso costituiva pur sempre un’integrazione al disastrato bilancio. Per questo motivo, Engels lo invitò a farsi assegnare da Dana quante più voci possibili: «tanta solida scienza possiamo facilmente fornire, finché ce ne derivi in compenso il solido oro californiano»14; mentre Marx, nella stesura dei suoi articoli, seguì spesso il principio: «essere il meno concisi possibile, finché si può farlo senza divenire insulsi»15.

Nonostante gli sforzi, lo stato delle sue finanze non migliorò affatto. Esso divenne, anzi, talmente insostenibile che, assalito da creditori paragonati a «lupi famelici»16 e in assenza finanche del carbone per riscaldarsi nel freddo inverno di quell’anno, nel gennaio del 1858 dichiarò a Engels: «se questa situazione dura, preferirei stare 100 tese sotto terra piuttosto che seguitare a vegetare così. Essere sempre fastidioso agli altri e, per di più, essere personalmente tormentato di continuo dalle più piccole miserie, è alla lunga insopportabile»17. In queste condizioni riservò le considerazioni più amare anche alla sfera degli affetti: «privatamente, penso, conduco la vita più agitata che si possa immaginare. […] Per la gente che abbia delle aspirazioni più vaste non c’è peggiore stupidaggine che sposarsi e consegnarsi così alle piccole miserie della vita domestica e privata»18.

La povertà non fu il solo spettro ad assillare Marx. Come per gran parte della sua travagliata esistenza, egli fu affetto, anche durante questo periodo, da diversi malanni. Nel marzo del 1857 l’eccessivo lavoro notturno gli causò un’infiammazione agli occhi; in aprile fu vittima di dolori ai denti; in maggio soffrì ripetutamente di disturbi al fegato, per debellare i quali venne «imbottito di farmaci». Fortemente debilitato, fu incapace di lavorare per tre settimane. Riferì allora a Engels: «per non perdere del tutto il tempo, mi sono impadronito, in mancanza di meglio, della lingua danese»; comunque «stando alle promesse del dottore, c’è la prospettiva di tornare ad essere un uomo per la settimana prossima. Per il momento, sono ancora giallo come una mela cotogna e molto più irritato»19.

Di lì a poco, un evento ben più grave occorse alla famiglia Marx. All’inizio di luglio, infatti, Jenny diede alla luce il loro ultimo figlio, ma il bimbo, nato troppo debole, morì subito dopo il parto. Provato dal nuovo lutto, Marx confessò di getto a Engels:

in sé e per sé questa non è una disgrazia. Tuttavia […] le circostanze che hanno provocato questo esito sono state tali da riportare il ricordo straziante [probabilmente la morte di Edgar (1847-55), l’altro figlio perso precedentemente]. Non è possibile trattare per lettera un simile argomento20. Engels fu molto scosso da questa dichiarazione e rispose: «bisogna che ti vada assai male perché tu scriva così. Tu puoi accettare stoicamente la morte del piccolo, ma difficilmente lo potrà tua moglie»21.

Lo scenario si complicò ancor più quando anche Engels si ammalò e, colpito gravemente da una febbre ghiandolare, non poté lavorare per tutta l’estate. A quel punto, Marx fu in seria difficoltà. Venute a mancare le voci dell’amico da inviare all’enciclopedia, per guadagnare tempo, finse di avere spedito un gruppo di manoscritti a New York, sostenendo poi che essi fossero stati smarriti dalle poste. Malgrado ciò, la pressione cui era sottoposto non diminuì. Quando gli avvenimenti legati alla rivolta dei sepoy in India divennero sempre più eclatanti, il «New-York Tribune» si aspettava l’analisi dei fatti dal suo esperto22, ignorando che gli articoli riguardanti le questioni militari, in realtà, erano scritti da Engels. Marx, costretto dagli eventi ad assumere «l’interim del ministero della guerra»23, azzardò la tesi che gli inglesi avrebbero dovuto battere in ritirata all’inizio della stagione delle piogge. Informò Engels della sua scelta in questo modo: «è possibile che io faccia una figuraccia, ma potrò sempre aiutarmi con un po’ di dialettica. Naturalmente ho tenuto le mie enunciazioni in modo tale che avrò ragione anche in caso contrario»24. Marx, comunque, non sottovalutò affatto questo conflitto e, riflettendo sugli effetti che esso avrebbe causato, dichiarò: «col salasso di uomini e lingotti che costerà agli inglesi, l’India è il nostro migliore alleato»25.

9.3 Durante la stesura dei Grundrisse
Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, viceversa, l’opera di un autore che scrisse in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti.

Nel corso dell’autunno del 1857, Engels continuò ad esprimere valutazioni ottimistiche sul corso degli eventi: «il crash americano è stupendo e durerà ancora a lungo. […] Il commercio è di nuovo a terra per tre o quattro anni, adesso abbiamo una possibilità»26 e, dunque, a incoraggiare Marx: «nel 1848 dicevamo: ora viene il nostro momento, ed in un certo senso è venuto, ma questa volta viene in pieno, ora si tratta di vita o di morte»27. D’altra parte, senza nutrire alcun dubbio sullo scoppio della rivoluzione, entrambi si augurarono che essa non esplodesse prima che tutta l’Europa fosse contagiata dalla crisi e gli auspici per «l’anno del tumulto»28furono rimandati al 1858.

Come si legge in una lettera di Jenny von Westphalen all’amico di famiglia Conrad Schramm, il crollo generale produsse effetti positivi su Marx: «può immaginarsi come il Moro sia euforico. La capacità e la facilità di lavoro di un tempo sono tornate e così pure il buon umore e la serenità dello spirito»29. Egli, infatti, avviò una fase di intensa attività intellettuale, nella quale si divise tra gli articoli per il «New-York Tribune», il lavoro per The New American Cyclopædia, il progetto, rimasto poi incompiuto, di scrivere un pamphlet sulla crisi in corso e, naturalmente, i Grundrisse. Gli impegni intrapresi, però, si mostrarono eccessivi anche per le sue rinnovate energie e l’ausilio di Engels si rese nuovamente indispensabile. Al principio del 1858, quando questi si era completamente ristabilito dalla malattia di cui aveva sofferto, Marx gli chiese di tornare a redigere le voci per l’enciclopedia:

mi sembra a volte che se tu, ogni paio di giorni, ne sbrigassi piccole porzioni, potrebbe forse servire come ostacolo alle sbornie che, stando alla conoscenza che ho di Manchester, e coi tempi agitati che corrono, mi sembrano inevitabili e non ti sono affatto di giovamento. […] perché io debbo assolutamente finire gli altri lavori, e mi prendono tutto il tempo, mi dovesse crollare la casa in testa!30

Engels accettò l’energica esortazione di Marx e gli comunicò che, dopo le vacanze, era in lui «subentrato il bisogno di una vita più tranquilla e attiva»31. Tuttavia, il problema principale di Marx era ancora rappresentato dalla mancanza di tempo ed egli se ne lamentò ricorrentemente con l’amico: «ogni volta che sono al [British] Museum, ho un tale mucchio di cose da controllare che il tempo (ora solo fino alle 4) passa prima che io mi guardi intorno. Poi la strada per andarci. Ecco come si perde molto tempo»32. Inoltre, accanto ai problemi di ordine pratico, si aggiunsero quelli di natura teorica: «sono […] così maledettamente frenato da errori di calcolo che, per disperazione, mi sono rimesso a studiare l’algebra. L’aritmetica mi è sempre stata nemica, ma deviando con l’algebra mi rimetto di nuovo in sesto»33. Infine, al rallentamento della stesura dei Grundrisse contribuì la sua scrupolosità, che gli imponeva di ricercare sempre nuovi riscontri per verificare la validità delle proprie tesi. In febbraio, egli espose in questo modo a Ferdinand Lassalle lo stato dei suoi studi:

ti voglio dire come va con l’Economia. Il lavoro è scritto. Da alcuni mesi, infatti, ho il testo finale tra le mani. La cosa però procede molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto da molti anni l’oggetto principale dei propri studi, non appena si deve venire a una resa dei conti finale con loro, mostrano continuamente aspetti nuovi e sollecitano nuove riflessioni.

Nella stessa lettera, Marx si lamentò, ancora una volta, della condizione cui era condannato. Costretto a impiegare gran parte del giorno nella redazione degli articoli giornalistici, affermava: «io non sono padrone, bensì schiavo del mio tempo. Rimane per me soltanto la notte e, molto spesso, attacchi e ricadute di una malattia del fegato disturbano anche questi lavori notturni»34.

In effetti, le malattie erano tornate ad affliggerlo violentemente. Nel gennaio del 1858 rese noto a Engels di essere stato in cura per tre settimane: «avevo esagerato troppo nel lavorare di notte – sostenendomi invero solo con limonate, da una parte, e con un una immensa quantità di tabacco dall’altra»35. In marzo fu «di nuovo molto malandato» con il fegato: «il continuo lavoro notturno e i molti piccoli fastidi durante il giorno, derivanti dalle condizioni economiche della mia situazione domestica, mi causano spesso, in questi ultimi tempi, delle ricadute»36. Ancora in aprile dichiarò: «mi sento così male per la storia della mia bile che questa settimana non posso né pensare, né leggere, né scrivere, né fare qualsiasi cosa, eccetto gli articoli per il Tribune. Questi, naturalmente, non li devo saltare, perché, appena possibile, devo saldare i miei debiti per evitare la rovina»37.

In quel periodo, Marx aveva completamente rinunciato ai rapporti politici organizzati e alle relazioni private: ai pochi amici rimasti raccontava di vivere «come un eremita»38 o che «il paio di conoscenti li si vede di rado, e tutto sommato non è una gran perdita»39. Ad alimentare le sue speranze, e a svolgere una funzione di pungolo per il prosieguo del suo lavoro, restarono, accanto al continuo incoraggiamento di Engels, la recessione e la sua diffusione su scala mondiale: «tutto sommato, la crisi ha scavato come una brava vecchia talpa»40. Il carteggio con Engels documenta gli entusiasmi suscitati nel suo animo dal procedere degli avvenimenti. In gennaio, dopo aver letto le notizie del «Manchester Guardian [Il difensore di Manchester]» che giungevano da Parigi, esclamò: «pare che tutto vada meglio di quanto ci si aspettava»41 e, a fine marzo, commentando gli sviluppi dei fatti, aggiunse: «in Francia il fracasso va avanti nel miglior modo possibile. Sarà difficile che la calma duri oltre l’estate»42. E se pochi mesi prima aveva pessimisticamente affermato:

«dopo le esperienze degli ultimi dieci anni, il disprezzo per le masse come per gli individui deve essere così cresciuto in ogni essere pensante che odi profanum vulgus at arceo è una regola di vita quasi imposta. Ciò nonostante, anche questi sono stati d’animo da filisteo, che verranno spazzati via dalla prima tempesta»43, in maggio sosteneva soddisfatto: «nell’insieme il periodo attuale è gradevole. A quanto pare la storia è in procinto di prendere ancora un nuovo inizio e i segni della dissoluzione ovunque sono deliziosi per ogni mente che non sia propensa alla conservazione dello stato di cose esistenti»44.

Anche Engels non fu da meno. Con grande fervore riferì a Marx che nel giorno dell’esecuzione di Felice Orsini, il democratico italiano autore del fallito attentato a Napoleone III, si era svolta a Parigi una grande manifestazione operaia di protesta: «in un periodo in cui il grande fracasso si avvicina, è bello assistere ad un appello del genere e sentire rispondere da centomila uomini: presente!»45. Egli, inoltre, in funzione dei possibili sviluppi rivoluzionari, studiò l’imponente consistenza delle truppe francesi e avvertì Marx che, per vincere, sarebbero state necessarie la formazione di società segrete nell’esercito oppure, come nel 1848, una presa di posizione anti-bonapartista della borghesia. Presagì, infine, che le secessioni dell’Ungheria e dell’Italia e le insurrezioni slave avrebbero duramente colpito l’Austria, vecchio bastione reazionario, e che a ciò si sarebbe aggiunto un contraccolpo generalizzato della crisi in tutte le grandi città e nei distretti industriali. Insomma, ne era convinto: «dopo tutto, ci sarà un violento fracasso»46. Guidato da questo ottimismo, Engels riprese i suoi esercizi di equitazione, ma stavolta con un obiettivo in più; scrisse infatti a Marx: «ieri ho saltato col mio cavallo un terrapieno e una siepe alti cinque piedi e qualche pollice: il salto più alto che abbia mai fatto […] quando torneremo di nuovo in Germania, avremo certamente qualcosa da insegnare alla cavalleria prussiana. Sarà difficile per quei signori starmi dietro»47. La risposta fu di ironico compiacimento: «mi congratulo con te per le tue prodezze equestri. Soltanto non fare salti troppo pericolosi, perché presto verrà un’occasione più importante per rischiare di rompersi il collo. Non credo sia la cavalleria la specialità in cui tu sei più necessario per la Germania»48.

La vita di Marx, invece, si complicò ulteriormente. In marzo, Lassalle gli comunicò che l’editore Franz Duncker di Berlino aveva accettato di pubblicarne l’opera in fascicoli, ma, paradossalmente, questa buona notizia si trasformò in un ulteriore fattore destabilizzante. Una nuova causa di turbamento andò ad aggiungersi alle altre: l’ansia. Come riportato nell’ennesimo bollettino medico indirizzato ad Engels, stilato nell’occasione da Jenny von Westphalen,

bile e fegato sono di nuovo in subbuglio. […] Al peggioramento delle sue condizioni contribuisce molto l’inquietudine morale e l’agitazione, che naturalmente ora, dopo la conclusione del contratto con l’editore, è ancora maggiore e cresce di giorno in giorno, perché gli è assolutamente impossibile portare a termine il lavoro49.

Durante l’intero mese di aprile Marx fu colpito dal più violento attacco di fegato di cui avesse mai sofferto e non poté lavorare affatto. Egli si concentrò esclusivamente sui pochi articoli da mandare al «New-York Tribune», indispensabili a garantire la sopravvivenza, e fu costretto, per giunta, a dettarli alla moglie, prestata al «servizio di segretaria»50. Non appena riuscì di nuovo a impugnare la penna, informò Engels che la causa del suo silenzio era stata semplicemente l’«incapacità di scrivere», manifestatasi «non solo letterariamente, ma nel senso letterale della parola». Affermò, inoltre, che «l’ansia continua di rimetter[si] al lavoro e poi, di nuovo, l’incapacità di farlo, avevano contribuito a peggiorare il male». Le sue condizioni restavano comunque pessime:

non sono in grado di lavorare. Se mi metto a scrivere per un paio di ore, devo stare sdraiato tutto dolorante un paio di giorni. Mi aspetto, per tutti i diavoli, che questo stato di cose finisca con la prossima settimana. Non poteva mai essermi più inopportuno di adesso. Evidentemente, durante l’inverno ho esagerato nel lavorare di notte. Hinc illae lacrimae 51.

Provò, allora, a ribellarsi alla malattia, ma dopo aver assunto grandi dosi di farmaci, e senza averne tratto alcun beneficio, si arrese alle indicazioni terapeutiche del medico che gli impose di cambiare aria per una settimana e di «desistere, per un certo tempo, da ogni lavoro intellettuale»52. Decise così di raggiungere Engels, al quale annunciò: «ho appeso il dovere a un chiodo»53. Naturalmente, poi, nei venti giorni trascorsi a Manchester, egli continuò a lavorare al Capitolo sul capitale e scrisse le ultime pagine dei Grundrisse.

9.4 In lotta con la società borghese
Rientrato a Londra, Marx avrebbe dovuto redigere il testo da dare alle stampe. Tuttavia, nonostante fosse già in ritardo con l’editore, ne differì ancora la stesura. La sua natura ipercritica prevalse, anche in quella occasione, sulle esigenze pratiche. Comunicò infatti a Engels:

durante la mia assenza è uscito a Londra un libro di Maclaren su tutta la storia del denaro circolante che, secondo gli estratti dell’Economist, è di prim’ordine. Il libro non è ancora in biblioteca […]. Io devo naturalmente leggerlo prima di scrivere il mio. Perciò mandai mia moglie alla City dalla casa editrice, ma con spavento trovammo che esso costa nove scellini e sei pence, cioè più di quanto conteneva la nostra cassaforte. Mi faresti perciò un grande favore se potessi inviarmi un vaglia per l’ammontare di questa somma. È probabile che nel libro non ci sia nulla di nuovo per me, solo che, vista l’importanza datagli dall’Economist, e dopo gli estratti che io stesso ho letto, la mia coscienza teorica non mi permette di procedere senza conoscerlo54.

La “pericolosità” delle recensioni dell’«Economist [L’economista]» sulla già provata quiete familiare, la moglie Jenny spedita in centro per procurarsi l’origine dei nuovi dubbi teorici, i risparmi che non bastavano ad acquistare neanche un libro e le consuete richieste all’amico di Manchester che dovevano essere puntualmente esaudite: come meglio descrivere la vita di Marx durante quegli anni e, in particolare, di cosa fosse capace la sua «coscienza teorica»55?

Oltre alla sua complessa indole, le due “nemiche” di sempre, malattia e miseria, contribuirono a ritardare ancora il completamento del suo lavoro. Le sue condizioni di salute, come testimoniano i racconti a Engels, peggiorarono nuovamente: «il malessere di cui ho sofferto prima di partire per Manchester fu di nuovo – per tutta l’estate – cronico, sicché scrivere anche un po’ mi costa uno sforzo enorme»56. Inoltre, questi mesi furono segnati da insopportabili affanni economici che lo obbligarono a convivere, costantemente, con lo «spettro di un’inevitabile catastrofe finale»57. Di nuovo in preda alla disperazione, in luglio Marx spedì a Engels una lettera che documenta icasticamente la realtà in cui visse:

è necessario considerare in comune se, in qualche modo, si può trovare una via d’uscita all’attuale situazione, perché non è assolutamente più sostenibile. Il risultato immediato è stato che io sono già completamente incapace di lavorare, mentre in parte perdo il tempo migliore correndo qua e là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia forza di astrazione, forse in conseguenza del maggiore deperimento fisico, non resiste più agli strazi della casa. Mia moglie ha i nervi logorati per questa miseria […]. L’intera faccenda si riduce a questo: le esigue entrate non sono mai destinate al mese che viene, ma bastano sempre solo per i debiti […] così questa miseria non è rimandata che di quattro settimane, durante le quali bisogna pure, in una maniera o in un’altra, tirare avanti. […] neanche vendere all’asta i miei mobili basterebbe a placare i creditori di qui ed assicurarmi una ritirata senza ostacoli in un buco qualsiasi. Lo spettacolo di rispettabilità mantenuto finora è stato il solo mezzo per impedire un crollo. Io, per conto mio, me ne fregherei di vivere a Whitechapel [il quartiere orientale di Londra dove, all’epoca, abitava grande parte della popolazione operaia], se potessi finalmente trovare un’ora di tranquillità e dedicarmi ai miei lavori. Per mia moglie, però, nel suo stato di salute, una metamorfosi del genere potrebbe avere delle conseguenze pericolose; e anche per le ragazze, che attraversano l’adolescenza, non sarebbe proprio adatto. […] Non augurerei ai miei peggiori nemici di passare attraverso il pantano in cui mi trovo da otto settimane, con la più grande rabbia per giunta che il mio intelletto, attraverso le più grandi seccature, va in malora e la mia capacità di lavoro sarà spezzata 58.

Malgrado lo stato di estrema indigenza, Marx non si lasciò sopraffare dalla precarietà della propria condizione e, riferendosi all’intento di completare la sua opera, dichiarò all’amico Joseph Weydemeyer: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una macchina per fare denaro»59.

Intanto, col trascorrere dei mesi, la crisi economica si affievolì e ben presto i mercati ripresero a funzionare regolarmente60. In agosto, infatti, Marx si rivolse scoraggiato a Engels: «nelle ultime settimane il mondo è ridiventato maledettamente ottimista»61; e questi, riflettendo sul modo in cui era stata assorbita la sovrapproduzione di merci, asserì: «non si era ancora mai visto un deflusso così rapido di una ondata tanto violenta»62. La certezza della rivoluzione alle porte, che aveva animato entrambi dall’autunno del 1856 e aveva stimolato Marx a scrivere i Grundrisse, lasciò il posto alla più cocente disillusione: «non c’è guerra. Tutto è borghese»63. E se Engels si scagliò contro il «sempre maggiore imborghesimento del proletariato inglese», fenomeno che, a suo giudizio, avrebbe portato la nazione sfruttatrice del mondo intero ad avere un «proletariato borghese accanto alla borghesia»64, Marx si aggrappò, fino all’ultimo, ad ogni episodio minimamente significativo: «nonostante la svolta ottimistica del commercio mondiale […] è almeno consolante che in Russia sia cominciata la rivoluzione, perché io considero la convocazione generale dei “notabili” a Pietroburgo quale suo inizio». Le sue speranze investirono anche la Germania – «in Prussia le cose stanno peggio che nel 1847» – nonché la sollevazione della borghesia ceca per l’indipendenza nazionale: «ci sono dei moti straordinari tra gli slavi, specialmente in Boemia, che invero sono controrivoluzionari, ma offrono fermento al movimento». Infine, causticamente, come se si sentisse tradito, affermò: «non farà per niente male ai francesi se vedranno che il mondo si è mosso anche senza di loro»65.

Tuttavia, Marx dovette arrendersi all’evidenza: la crisi non aveva provocato le conseguenze sociali e politiche previste con tanta sicurezza. Eppure, egli era ancora fermamente persuaso che la rivoluzione in Europa fosse solo questione di tempo e che il problema, semmai, si sarebbe posto rispetto ai nuovi scenari mondiali aperti dalle trasformazioni economiche. Così, in una sorta di bilancio politico degli avvenimenti più recenti e di riflessione sulle prospettive future, scrisse a Engels:

Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta, il suo XVI secolo – un XVI secolo che spero suonerà a morte per lei come il primo che l’adulò in vita. Il vero compito della società borghese è la creazione del mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggia sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, mi sembra che, con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura della Cina e del Giappone, questo compito sia stato portato a termine. La questione difficile per noi è: sul continente la rivoluzione è imminente e prenderà anche subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente soffocata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è ancora ascendente su un’area molto maggiore?66

Questi pensieri racchiudono due delle più significative previsioni di Marx: quella giusta, che lo portò a intuire, più di ogni altro suo contemporaneo, lo sviluppo su scala mondiale del capitalismo, e quella errata, legata alla convinzione dell’avvento ineluttabile della rivoluzione proletaria in Europa. Le lettere ad Engels contengono, infine, le mordaci critiche che Marx rivolse a quanti, pur militando nel campo progressista, restavano pur sempre suoi avversari politici. Esse toccarono, oltre a uno dei suoi bersagli preferiti, Pierre Joseph Proudhon, principale esponente del socialismo al tempo egemone in Francia, che Marx considerò il «falso fratello»67 di cui il comunismo doveva sbarazzarsi, molti altri esponenti politici. Con Lassalle, ad esempio, Marx ebbe frequentemente un rapporto di rivalità e quando ricevette il suo ultimo libro, La filosofia di Eraclito, l’oscuro di Efeso, non si smentì e lo liquidò come «un insulso pasticcio»68. Nel settembre del 1858 Giuseppe Mazzini pubblicò il suo nuovo manifesto sulla rivista «Pensiero ed Azione», ma Marx, che non nutriva dubbi sul suo conto, profferì: «sempre il vecchio somaro»69, che invece di analizzare le ragioni della sconfitta del 1848-49, «ancora si affanna a propagandare panacee per la cura della […] paralisi politica»70 dell’emigrazione rivoluzionaria. Riferendosi invece a Julius Fröbel, deputato dell’assemblea di Francoforte del 1848-49 e tipico rappresentante dei democratici tedeschi rifugiatisi all’estero e poi allontanatisi dalla vita politica, inveì: «tutti questi individui appena hanno trovato il loro pane e formaggio, chiedono solo un pretesto qualsiasi per dire addio alla lotta»71. Infine, più ironico che mai, derise la “attività rivoluzionaria” di Karl Blind, uno dei capi dell’emigrazione tedesca a Londra:

attraverso un paio di conoscenti ad Amburgo, egli fa recapitare ai giornali inglesi lettere (da lui stesso redatte), nelle quali si parla dello scalpore che fanno i suoi libelli anonimi. In seguito, i suoi amici scrivono di nuovo sui giornali tedeschi quale gran conto [ne] abbiano dato quelli inglesi. Questo, vedi, significa essere un uomo d’azione 72.

L’impegno politico di Marx fu di tutt’altra natura. Se egli non smise mai di lottare contro la società borghese, con eguale costanza conservò la consapevolezza che, in questa battaglia, il suo compito principale era quello di forgiare la critica del modo di produzione capitalistico, per assolvere il quale erano necessari uno studio rigorosissimo dell’economia politica e l’analisi costante degli avvenimenti economici. Per questa ragione, nelle fasi in cui la lotta di classe cedette il passo al riflusso, egli decise di utilizzare le proprie forze nel miglior modo possibile e si tenne lontano dai vani complotti e dagli intrighi personali cui si riducevano le contese politiche dell’epoca: «dal processo di Colonia [quello contro i comunisti del 1853], mi sono completamente ritirato nella mia stanza da studio. Il mio tempo mi era troppo prezioso per sciuparlo in fatiche inutili e litigi meschini»73. Infatti, nonostante lo stillicidio delle tante difficoltà, Marx proseguì nel suo lavoro e, nel giugno del 1859, pubblicò Per la critica dell’economia politica. Primo fascicolo, scritto di cui i Grundrisse erano stati il più ampio laboratorio iniziale.

Simili ai precedenti, per Marx volse al termine anche quell’anno, così riassunto da sua moglie Jenny: «[il] 1858 non fu per noi né buono né cattivo; fu un anno in cui i giorni si susseguirono, ciascuno completamente uguale all’altro. Mangiare e bere, scrivere articoli, leggere i giornali e andare a spasso: questa fu tutta la nostra vita»74. Giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, Marx continuò a lavorare alla sua opera per il resto della vita. A guidarlo nel gravoso lavoro di stesura dei Grundrisse e dei tanti altri voluminosi manoscritti preparatori di Il capitale, assieme alla grande determinazione della sua personalità, vi fu l’inestirpabile certezza che la sua esistenza apparteneva al socialismo, la causa dell’emancipazione di milioni di donne e uomini.

References
1. K. Marx, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 176.
2. Alla loro morte si aggiunse, nel luglio del 1857, quella di un altro figlio morto poco dopo il parto.
3. J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 216. Secondo la moglie di Marx, quel cambiamento era divenuto assolutamente necessario: «poiché tutti diventavano filistei, non potevamo continuare a vivere come bohémiens», Ibid. Sulla vita di Marx nella capitale inglese cfr. A. Briggs – J. Callow, Marx in London, Lawrence and Wishart, London 2008.
4. Karl Marx a Friedrich Engels, 26 settembre 1856, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 76.
5. Friedrich Engels a Karl Marx, dopo il 26 settembre 1856, ivi, p. 78.
6. Karl Marx a Friedrich Engels, 20 gennaio 1857, ivi, p. 98.
7. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 333.
8. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 marzo 1857, ivi, p. 114.
9. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1857, ivi, p. 103.
10. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 599.
11. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 ottobre 1857, ivi, p. 216.
12. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, ivi, p. 236.
13. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 novembre 1857, ivi, p. 217.
14. Friedrich Engels a Karl Marx, 22 aprile 1857, ivi, p. 131.
15. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299. Anche se contengono alcune riflessioni interessanti, gli articoli per l’enciclopedia furono bollati da Engels come «lavori a puro scopo di guadagno […] che possono tranquillamente restare sepolti», cfr. Friedrich Engels a Hermann Schlüter, 29 Gennaio 1891, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 18. Per l’edizione italiana di questi scritti, si rimanda al volume di recente pubblicazione K. Marx – F. Engels, Voci per The New American Cyclopædia, Lotta Comunista, Milano 2003.
16. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 234.
17. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 gennaio 1858, ivi, p. 280.
18. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 299.
19. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 maggio 1857, ivi, p. 141.
20. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 luglio 1857, ivi, p. 154.
21. Friedrich Engels a Karl Marx, 11 luglio 1857, ivi, p. 155.
22. Marx si era già occupato a lungo dell’India durante il 1853. Cfr. i saggi I. Habib, Marx’s Perception of India; e Prabhat Patnaik, Appreciation: The Other Marx, contenuti in K. Marx, India (a cura di Iqbal Husain), Tulika Books, New Delhi 2006, pp. xix-liv e lv-lxviii. In proposito cfr. anche A. Ahmad, In Theory: Classes, Nations, Literatures, Verso, London 1992, cap. 5: Marx on India: A Clarification.
23. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 272.
24. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 agosto 1857, ivi, p. 166.
25. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 272.
26. Friedrich Engels a Karl Marx, 29 ottobre 1857, ivi, p. 214.
27. Friedrich Engels a Karl Marx, 15 novembre 1857, ivi, p. 223.
28. Friedrich Engels a Karl Marx, 31 dicembre 1857, ivi, p. 258.
29. Jenny Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 686.
30. Karl Marx a Friedrich Engels, 5 gennaio 1858, ivi, pp. 260-1.
31. Friedrich Engels a Karl Marx, 6 gennaio 1858, ivi, p. 262.
32. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 gennaio 1858, ivi, p. 269.
34. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 577.
35. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 gennaio 1858, ivi, p. 273.
36. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, p. 326.
37. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1858, ivi, p. 329.
38. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 21 dicembre 1857, ivi, p. 575.
39. Karl Marx a Conrad Schramm, 8 dicembre 1857, ivi, p. 573.
40. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, ivi, p. 300.
41. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 gennaio 1858, ivi, p. 276.
42. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 marzo 1858, ivi, pp. 326-7
43. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, ivi, p. 579. La citazione latina «ho in odio la plebe ignorante e le sto lontano» è tratta da Orazio, Odi Epodi, libro III, 1, Garzanti, Milano 2005, p. 147 (traduzione modificata dall’autore).
44. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 588.
45. Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 319.
46. Friedrich Engels a Karl Marx, 17 marzo 1858, ivi, p. 322.
47. Friedrich Engels a Karl Marx, 11 febbraio 1858, ivi, p. 293.
48. Karl Marx a Friedrich Engels, 14 febbraio 1858, ivi, pp. 294-95.
49. Jenny Marx a Friedrich Engels, 9 aprile 1858, ivi, p. 689.
50. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 aprile 1857, ivi, p. 132.
51. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 aprile 1858, ivi, p. 339. La citazione latina «ecco il motivo delle lacrime» è tratta da Terenzio, Andria, Atto 1 scena 1, Mondadori, Milano 1993, p. 19.
52. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 31 maggio 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 587.
53. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 maggio 1858, ivi, p. 342.
54. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, pp. 343-4.
55. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 maggio 1858, ivi, p. 344.
56. Karl Marx a Friedrich Engels, 21 settembre 1858, ivi, p. 369.
57. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, p. 354.
58. Karl Marx a Friedrich Engels, 15 luglio 1858, ivi, pp. 354-7.
59. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 600.
60. Sui principali eventi della crisi del 1857 si rimanda a: J. S. Gibbons, The Banks of New-York, Their Dealers, the Cleaning House, and the Panic of 1857, Appleton & Co., New York 1859, in particolare pp. 343-99; D. Morier Evans, The History of the Commercial Crisis, 1857-58, Burt Franklin, New York 1860; Charles W. Calomiris e Larry Schweikart, The Panic of 1857: Origins, Transmission, and Containment, in «Journal of Economic History», vol. 51 (1991), n. 4, pp. 807–34.
61. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 agosto 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 367.
62. Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.
63. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 dicembre 1858, ivi, p. 390.
64. Friedrich Engels a Karl Marx, 7 ottobre 1858, ivi, p. 373.
65. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 376.
66. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, pp. 376-7.
67. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 602.
68. Karl Marx a Friedrich Engels, 1 febbraio 1858, ivi, p. 287.
69. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1858, ivi, p. 375.
70. K. Marx, Il nuovo manifesto di Mazzini, 13 Ottobre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 38.
71. Karl Marx a Friedrich Engels, 24 novembre 1858, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 386.
72. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 novembre 1858, ivi, p. 382.
73. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, ivi, p. 601.
74. J. Marx, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, op. cit., p. 217.

Bibliografia
Engels, Friedrich, Marx and Engels Collected Works, vol. 49: Letters 1890-92, Lawrence and Wishart, Londra 2002.
Marx, Jenny, Umrisse eines bewegten Lebens, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977.
Marx, Karl, La borghesia e la controrivoluzione, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. VIII, Editori Riuniti, Roma 1976.
Marx, Karl, Il nuovo manifesto di Mazzini, in K. Marx – F. Engels, Opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983.
Marx, Karl – Engels, Friedrich, Lettere 1856-1859, in K. Marx – F. Engels, Opere, Vol. LX, Editori Riuniti, Roma 1973.
Marx, Karl – Engels, Friedrich, Opere, vol. IL, Editori Riuniti, Roma 1982.
Orazio, Odi Epodi, Garzanti, Milano 2005.
Terenzio, Andria, Mondadori, Milano 1993.

Categories
Book chapter

Storia, produzione e metodo nella Introduzione del 1857

4.I Storia e individuo sociale
Nel 1857, Marx era convinto che la crisi finanziaria, in corso a livello internazionale, avrebbe creato le condizioni per una nuova fase rivoluzionaria in tutta l’Europa. Dopo le insurrezioni popolari del 1848, egli aveva costantemente atteso questo momento e, ora che pareva finalmente giunto, non voleva farsi cogliere impreparato dagli eventi. Decise, dunque, di riprendere i suoi studi economici e di dare loro forma compiuta.

Da dove cominciare? In che modo intraprendere il progetto, così impegnativo e ambizioso, più volte avviato ed interrotto durante la sua esistenza, di critica dell’economia politica? Fu questa la prima questione che Marx si pose alla ripresa del lavoro. Due circostanze furono determinanti per orientare la sua scelta. Anzitutto, egli riteneva che la scienza economica, nonostante la validità di alcune teorie, fosse ancora priva di un procedimento conoscitivo che le permettesse di intendere ed illustrare correttamente la realtà . Inoltre, egli avvertiva l’esigenza di stabilire gli argomenti e l’ordine di esposizione della sua opera, prima di iniziarne la stesura. Queste ragioni lo indussero ad affrontare, in modo approfondito, il metodo che avrebbe dovuto adottare per la sua ricerca ed a formularne i principi guida. Il risultato di queste riflessioni fu uno dei manoscritti più dibattuti della sua opera: la cosiddetta [Introduzione] del 1857.

L’intento di Marx non fu certo quello di redigere un sofisticato trattato metodologico. Al contrario, egli volle mettere in chiaro, a se stesso prima che ai suoi lettori, come orientarsi prima di procedere lungo l’accidentato percorso critico che aveva davanti a sé. Inoltre, tale delucidazione gli era necessaria per rielaborare la grande mole di studi di economia accumulata sin dalla metà degli anni Quaranta. Così, accanto alle osservazioni incentrate sull’utilizzo e l’articolazione delle categorie teoriche, trovarono posto, in queste pagine, alcune formulazioni essenziali del suo pensiero che egli ritenne indispensabile riepilogare – in particolare quelle legate alla concezione della storia –, nonché un’elencazione, del tutto priva di sistematicità, di questioni la cui soluzione permaneva problematica.

Questa miscela di esigenze e proponimenti, il breve tempo nel quale furono redatte – appena una settimana – e, soprattutto, la loro provvisorietà, rendono queste note estremamente complesse e controverse. Ciò nonostante, poiché contiene il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx, l’[Introduzione] costituisce un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero e un snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei [Grundrisse].

Fedele al suo stile, Marx alternò l’esposizione delle proprie idee con la critica alle concezioni dei suoi avversari teorici anche nella [Introduzione], testo che suddivise in quattro differenti paragrafi:

I) La produzione in generale.
II) Il rapporto generale tra produzione, distribuzione, scambio e consumo.
III) Il metodo dell’economia politica.
IV) Mezzi (forze) di produzione e rapporti di produzione, rapporti di produzione e rapporti di circolazione, ecc. .

L’incipit del primo paragrafo è una dichiarazione d’intenti, volta, sin dal principio, a specificare il campo dell’indagine ed a connotarne i criteri storici: «l’oggetto in questione è anzitutto la produzione materiale. Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che producono in società – e perciò dalla produzione socialmente determinata degli individui» . Bersaglio polemico di Marx furono le «robinsonate del XVIII secolo» , il mito di Robinson Crusoe quale paradigma dell’Homo oeconomicus, ovvero l’estensione dei fenomeni tipici dell’era borghese a ogni altra società esistita, comprese quelle primitive. Queste rappresentazioni raffiguravano il carattere sociale della produzione come costante di ogni processo lavorativo e non quale particolarità dei rapporti capitalistici. Allo stesso modo, la società civile (bürgerlichen Gesellschaft), con la cui comparsa si erano create le condizioni affinché «il singolo si svincola dai legami naturali ecc., che fanno di lui, nelle precedenti epoche storiche, un accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano» , pareva essere sempre esistita, anziché, come effettivamente avvenuto, essersi sviluppata nel corso del Settecento. In realtà, prima di questa epoca, l’individuo isolato, caratteristico dell’epoca capitalistica, semplicemente non esisteva. Come affermato in un altro brano dei [Grundrisse]: «originariamente, egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana (Gattungswesen), un essere tribale, un animale da branco» .

Tale dimensione collettiva è condizione per l’appropriazione della terra, la quale rappresenta «il grande laboratorio, l’arsenale che dà i mezzi e il materiale di lavoro, e la sede che costituisce la base della comunità (Basis des Gemeinwesens)» . In presenza di questi rapporti originari, l’attività dell’uomo è legata direttamente alla terra; si realizza «l’unità naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali» , ed il singolo vive in simbiosi diretta con i suoi simili. Anche in tutte le successive forme economiche, aventi per scopo la creazione di valore d’uso e non ancora di scambio ed il cui l’ordinamento è basato sull’agricoltura , il rapporto dell’essere umano «con le condizioni oggettive del lavoro è mediato dalla sua esistenza come membro della comunità» . La singola persona è, in definitiva, soltanto un anello della catena. A tal proposito, Marx formulò nell’[Introduzione] questa convinzione:

quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia (unselbstständig), parte di un insieme più grande: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella tribù come famiglia allargata; più tardi nelle varie forme della comunità, sorta dal contrasto e dalla fusione delle tribù .

Analoghe considerazioni ricorrono nel primo libro de Il capitale. Infatti, a proposito del «tenebroso medioevo europeo», Marx sostenne che invece «dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate» . Anche quando prese in esame la genesi dello scambio dei prodotti, egli ricordò che esso era cominciato dal contatto tra differenti famiglie, tribù o comunità, «poiché agli inizi dell’incivilimento si affrontano autonomamente non le persone private, ma le famiglie, le tribù, ecc» . In definitiva, che l’orizzonte fosse il legame selvaggio di consanguineità o il vincolo medievale di signoria e servitù, entro «limitati rapporti di produzione» (bornirter Productionsverhältnisse), gli individui vissero in una condizione di correlazione reciproca .

Gli economisti classici, al contrario, sulla base di quelle che Marx considerava fantasie di ispirazione giusnaturalistica, avevano invertito questa realtà. In particolare, Adam Smith aveva descritto una condizione primitiva entro la quale non solo l’individuo isolato esisteva già, ma esso era anche capace di produrre al di fuori della società. Stando alla sua raffigurazione, nelle tribù di cacciatori e pastori esisteva una divisione del lavoro in grado di realizzare la specializzazione dei mestieri. La maggiore destrezza di una persona, rispetto alle altre, nel costruire archi e frecce, oppure capanne, faceva di lei una specie di armaiolo o carpentiere di case. La certezza di poter scambiare la parte del prodotto del proprio lavoro che non veniva consumata, con quella che eccedeva la produzione degli altri, «incoraggia[va] ciascuno a dedicarsi a un’occupazione particolare» . Di un simile anacronismo si era reso autore anche David Ricardo. Egli, infatti, aveva concepito il rapporto tra i cacciatori ed i pescatori degli stadi primitivi della società come uno scambio tra possessori di merci, che avveniva sulla base del tempo di lavoro in esse oggettivato .

Così facendo, Smith e Ricardo avevano rappresentato il prodotto più sviluppato della società nella quale vissero – l’individuo borghese isolato – quale manifestazione spontanea della natura. Dalle pagine delle loro opere emergeva un individuo mitologico senza tempo, «posto dalla natura stessa» , le cui relazioni sociali erano sempre le stesse, immutate, ed i cui comportamenti economici assumevano carattere antropologico. D’altronde, secondo Marx, gli interpreti di ogni nuova epoca storica si erano regolarmente illusi dell’idea che le caratteristiche più peculiari del loro tempo fossero state sempre presenti .

Viceversa, Marx affermò che «la produzione del singolo isolato al di fuori della società […] è una tale assurdità quanto lo sviluppo di una lingua senza individui che vivono insieme e che parlano insieme» . Inoltre, contro coloro che raffigurarono l’individuo isolato del XVIII secolo come l’archetipo della natura umana, «non come un risultato storico, ma come il punto di partenza della storia» , egli sostenne che esso compariva, invece, solo con i rapporti sociali più sviluppati. Marx non negò affatto che l’uomo fosse uno ζώον πολιτικόν (zoon politikon), un animale sociale, ma sottolineò che era «un animale che può isolarsi solo nella società» . Dunque, poiché la società civile era sorta soltanto con il mondo moderno, il libero lavoratore salariato dell’epoca capitalistica era comparso solo in seguito ad un lungo processo storico. Esso, infatti, «è il prodotto, da un lato, della dissoluzione delle forme sociali feudali, dall’altro, delle nuove forze produttive sviluppatesi a partire dal XVI secolo» . Del resto, Marx aveva sentito la necessità di ribadire una realtà che riteneva fin troppo evidente, solo perché essa era stata rimessa in discussione nelle opere di Henry Charles Carey, Frédéric Bastiat e Pierre-Joseph Proudhon, apparse durante i vent’anni precedenti.

Dopo aver abbozzato la genesi dell’individuo capitalistico ed aver dimostrato che la produzione moderna corrisponde solo ad un «determinato livello dello sviluppo sociale – [alla] produzione di individui sociali», Marx avvertì una seconda esigenza teorica: svelare la mistificazione compiuta dagli economisti intorno al concetto di «produzione in generale» (Production im Allgemeinen). Essa è un’astrazione, una categoria che non esiste in nessuno stadio concreto della realtà. Poiché, però, «tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, determinazioni comuni (gemeinsame Bestimmungen)», Marx riconobbe che «la produzione in generale è un’astrazione sensata, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune» e, fissandolo, risparmia allo studioso che si cimenta con l’impresa di riprodurre il reale attraverso il pensiero un’inutile ripetizione.

L’astrazione, quindi, acquisì per Marx una funzione positiva. Essa non era più, come affermato nella critica giovanile a Georg W. F. Hegel, sinonimo di filosofia idealistica che si sostituisce al reale e non venne più concepita, come lo era stata nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], quale espressione di generiche formule generali attraverso le quali gli economisti mascheravano la realtà , o, come ribadito nel 1847 in Miseria della filosofia, quale metafisica che trasforma ogni cosa in categorie logiche . Ora che la sua concezione materialistica della storia era stata saldamente elaborata e che il contesto in cui si muovevano le sue riflessioni critiche era profondamente mutato rispetto a quello dei primi anni Quaranta, caratterizzato dalla polemica anti-hegeliana, Marx poté riconsiderare l’astrazione senza i pregiudizi giovanili. Così, diversamente dai rappresentanti della Scuola storica, che proprio nello stesso periodo teorizzarono l’impossibilità di giungere a leggi astratte con valore universale , nei [Grundrisse] Marx riconobbe che l’astrazione poteva svolgere un ruolo fecondo per il processo conoscitivo .

Tuttavia, ciò si sarebbe reso possibile soltanto se l’analisi teorica si fosse mostrata capace di distinguere le determinazioni valide in tutte le fasi storiche da quelle valevoli, invece, solo in particolari epoche, e di conferire a queste ultime la rilevanza che avevano al fine di comprendere il reale. Se, infatti, l’astrazione è utile per rappresentare i fenomeni più estesi della produzione, essa non fornisce, però, la corretta rappresentazione dei suoi momenti specifici, che sono gli unici realmente storici . Se l’astrazione non è integrata dalle determinazioni caratteristiche di ogni realtà storica, la produzione, da fenomeno specifico e differenziato quale è, si trasforma in un processo sempre identico a se stesso, che cela la «diversità essenziale» (wesentliche Verschiedenheit) delle varie forme in cui esso si manifesta. Era proprio questo l’errore commesso dagli economisti che presumevano di mostrare «l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti» . Diversamente dal loro assunto, che estendeva le caratteristiche più singolari della società borghese a tutte le altre epoche storiche, Marx riteneva che fossero i tratti specifici di ogni formazione economico-sociale a rendere possibile la distinzione di queste dalle altre, a causarne lo sviluppo e a consentire allo studioso la comprensione dei reali mutamenti storici .

Nonostante la definizione degli elementi generali della produzione sia «qualcosa di molteplicemente articolato che diverge in differenti determinazioni» – alcune delle quali «appartengono a tutte le epoche, [mentre] altre sono comuni solo ad alcune» –, tra le sue componenti universali vi sono, certamente, il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. Senza un soggetto che produce e un oggetto lavorato, infatti, non può esservi produzione alcuna. Tuttavia, gli economisti facevano rientrare tra i requisiti generali della produzione anche un terzo elemento: «un fondo accumulato di prodotti del lavoro precedente» , ovvero il capitale. La critica di quest’ultimo elemento è essenziale per Marx, al fine di disvelare quello che riteneva un limite fondamentale degli economisti. È evidente anche a Marx che nessuna produzione è possibile senza uno strumento col quale si lavora, fosse questo anche solo la mano, e senza il lavoro passato accumulato, anche nella forma di mero esercizio ripetuto del selvaggio. Tuttavia, ciò che differenzia la sua analisi da quella di Smith, Ricardo e James Stuart Mill è che, seppure essa riconosce il capitale come strumento di produzione e lavoro passato, non ne fa per questo conseguire che esso sia sempre esistito.

In un’altra parte dei [Grundrisse], la questione è esposta più dettagliatamente. Secondo Marx, rappresentare il capitale come se fosse sempre esistito, al modo gli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale «determinazione formale» (Formbestimmung). In questo modo:

il capitale sarebbe esistito in tutte le forme della società, e sarebbe qualcosa di assolutamente astorico. […] Il braccio e soprattutto la mano sono capitale. Capitale sarebbe soltanto un nuovo nome per una cosa vecchia quanto il genere umano, giacché ogni genere di lavoro, anche il meno sviluppato, come la caccia, la pesca ecc., presuppone che il prodotto del lavoro passato sia trasformato come mezzo per il lavoro immediato, vivo […]. Una volta che si è fatta astrazione dalla forma determinata del capitale (der bestimmten Form des Capitals abstrahirt), accentuandone soltanto il contenuto, […] naturalmente nulla è più facile che dimostrare che il capitale è una condizione necessaria di ogni produzione umana. La dimostrazione viene appunto condotta attraverso l’astrazione (Abstraktion) dalle specifiche determinazioni che lo rendono un momento di un particolare livello di sviluppo storico della produzione umana (Moment einer besonders entwickelten historischen Stufe der menschlichen Production) .

In questi passaggi, Marx si riferisce all’astrazione in senso negativo. Astrarre significa prescindere dalle reali condizioni sociali, concepire il capitale come cosa e non come rapporto, ed operare, quindi, una grave falsificazione interpretativa. Nell’[Introduzione], egli assume l’uso delle categorie astratte, ma solo se l’analisi del momento generale non cancella quello particolare e non confonde il secondo nell’indistinto del primo. Per Marx, se si commette l’errore di «concepire il capitale soltanto dal suo lato materiale, come strumento di produzione, prescindendo del tutto dalla forma economica (ökonomischen Form) che fa dello strumento di produzione un capitale» , si cade nella «grossolana incapacità di cogliere le differenze reali» e si rappresenta «un unico rapporto economico che assume nomi diversi» . Ignorare le diversità espresse nel rapporto sociale significa astrarre dalla differenza specifica che è il punto fondamentale di tutto . Dunque, nell’[Introduzione], egli affermò che «il capitale è un rapporto naturale universale (allgemeines), eterno; [… ma] lo è se io trascuro proprio il fattore specifico che solo trasforma lo “strumento di produzione”, il “lavoro accumulato” in capitale» .

D’altronde, Marx aveva già criticato la mancanza di senso storico degli economisti nella Miseria della Filosofia, laddove aveva dichiarato:

gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle artificiali e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due sorta di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro religione è un’emanazione di Dio. Sostenendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali, indipendenti dall’influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma non ce n’è più .

Perché ciò fosse plausibile, gli economisti raffiguravano le circostanze storiche preliminari alla nascita del modo di produzione capitalistico con le sue medesime sembianze, «come risultati della sua esistenza». Infatti, Marx affermò nei [Grundrisse]:

gli economisti borghesi, che considerano il capitale come una forma di produzione eterna e naturale (non storica), cercano poi di giustificarlo presentando le condizioni del suo divenire come condizioni della sua attuale realizzazione, spacciando cioè i momenti in cui il capitalista ancora si appropria in veste di non-capitalista – perché sta soltanto diventandolo – come le vere condizioni in cui egli se ne appropria in veste di capitalista .

Dal punto di vista storico, ciò che divide profondamente Marx dagli economisti classici è che, a differenza delle rappresentazioni di questi ultimi, egli crede che «il capitale non ha cominciato il mondo dal principio, ma ha già trovato produzione e prodotti prima di assoggettarli al suo processo» . Secondo Marx: «le nuove forze produttive e i nuovi rapporti produttivi non si sviluppano dal nulla, né dall’aria, né dal grembo dell’idea che pone se stessa, ma nell’ambito e in antitesi allo sviluppo della produzione esistente e ai rapporti di proprietà tradizionali» . Allo stesso modo, la circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione, che permette al capitalista di trovare operai privi di proprietà e capaci di realizzare lavoro astratto, ovvero il presupposto per cui si realizza lo scambio tra capitale e lavoro vivo, è il risultato di un processo, celato dal silenzio dagli economisti, che «costituisce la storia genetica del capitale e del lavoro salariato» .

Nei [Grundrisse] vi sono diversi passaggi dedicati alla critica della trasfigurazione, operata dagli economisti, di realtà storiche in realtà naturali. Tra queste vi era, ad esempio, il denaro, ritenuto da Marx in tutta evidenza un prodotto storico: «essere denaro non è una proprietà naturale dell’oro e dell’argento» , ma soltanto la determinazione da loro acquisita a partire da un preciso momento dello sviluppo sociale. Lo stesso valeva per il credito. Secondo Marx, il dare e prendere in prestito fu un fenomeno comune a molte civiltà e altrettanto fu l’usura, «ma il dare ed o il prendere a prestito costituiscono tanto poco il credito, quanto lavorare costituisce il lavoro industriale o il lavoro salariato libero. Come rapporto di produzione essenziale sviluppato storicamente, il credito si presenta soltanto nella circolazione fondata sul capitale» . Anche i prezzi e lo scambio esistevano nelle società antiche, «ma sia la progressiva determinazione degli uni attraverso i costi di produzione, sia il predominio dell’altro su tutti i rapporti di produzione, acquisiscono pieno sviluppo soltanto […] nella società borghese, la società della libera concorrenza»; ovvero: «ciò che Adam Smith, alla maniera tipica del XVIII secolo, pone nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, è piuttosto il suo prodotto» . Inoltre, così come criticò gli economisti per la loro mancanza di senso storico, Marx irrise egualmente Proudohn e tutti quei socialisti che ritenevano possibile l’esistenza del lavoro che produce valore di scambio senza che esso si sviluppi in lavoro salariato, del valore di scambio senza che esso si trasformi in capitale o del capitale senza i capitalisti .

Obiettivo principale di Marx in queste pagine iniziali dell’[Introduzione] fu, dunque, quello di affermare la specificità storica del modo di produzione capitalistico. Dimostrare, come ribadì anche nei manoscritti del libro terzo de Il capitale, che esso «non costituisce un modo di produzione assoluto, ma semplicemente storico, corrispondente a una certa, limitata, epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione» .

L’assunzione di questo punto di vista implicava una differente concezione di molte questioni, tra cui quelle del processo lavorativo e delle sue qualità. Nei [Grundrisse], infatti, Marx dichiarò che «gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri delle concezioni di un determinato livello di sviluppo storico della società, che la necessità della oggettivazione delle forze sociali del lavoro appare loro inscindibile dalla necessità dell’estraneazione di queste stesse forze» . La rappresentazione delle forme specifiche del modo di produzione capitalistico come costanti del processo di produzione in quanto tale, perpetrata dagli economisti, fu costantemente contrastata da Marx. Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere.

Eludere la specificità della produzione capitalistica aveva, quindi, conseguenze di natura tanto epistemologica quanto politica. Se da un lato, infatti, risultava di impedimento alla comprensione dei concreti mutamenti storici della produzione, dall’altro, nel delineare le condizioni del presente come inalterate ed inalterabili, raffigurava la produzione capitalistica come la produzione in generale ed i rapporti sociali borghesi quali rapporti naturali dell’uomo. Allo stesso modo, anche la critica di Marx alle teorie degli economisti aveva una duplice valenza. Accanto alla necessità di sottolineare l’indispensabilità della caratterizzazione storica della produzione per comprendere il reale, essa aveva un preciso intento politico: quello di contrastare il dogma dell’immutabilità del modo di produzione capitalistico. La dimostrazione della storicità dell’ordine capitalistico costituiva, infatti, la prova della sua transitorietà e dimostrava il suo possibile superamento.

Eco delle concezioni espresse in questa prima parte dell’[Introduzione] si trova, infine, in una delle ultime pagine dei manoscritti del libro terzo de Il capitale. In essa, Marx affermò che la «identificazione del processo sociale di produzione con il processo lavorativo semplice, che deve compiere anche un uomo artificiosamente isolato, senza alcun aiuto sociale» è una «confusione». Infatti, poiché:

il processo lavorativo è soltanto un processo fra l’uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell’evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali. Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata .

Il capitalismo non è l’unico stadio della storia dell’umanità e non ne è nemmeno l’ultimo. A esso sarebbe succeduto, nelle previsioni di Marx, un’organizzazione della società basata sulla «produzione comune» (gemeinschaftliche Production), nella quale il prodotto del lavoro è «fin dal principio un prodotto comune, generale» .

4.2 La produzione come totalità
Nelle successive pagine dell’[Introduzione], Marx approfondì ulteriormente il discorso sulla produzione, delineandone, anzitutto, una definizione: «ogni produzione è un’appropriazione (Aneignung) della natura da parte dell’individuo entro e mediante una determinata forma di società (bestimmten Gesellschaftsform)» . Inoltre, egli mise meglio in evidenza il suo carattere, affermando che la produzione non andava considerata come «produzione generale» – dal momento che era divisa in agricoltura, allevamento, manifattura e altri rami –, né come «soltanto particolare». Essa consisteva, invece, in «un certo corpo sociale (Gesellschaftskörper), un soggetto sociale (gesellschaftliches Subject) che è attivo in una totalità di settori produttivi più o meno grandi».

Anche in questa circostanza, Marx sviluppò le sue argomentazioni attraverso il confronto critico con i principali esponenti del pensiero economico. Quelli a lui contemporanei avevano assunto l’abitudine di far precedere le proprie opere da una parte introduttiva, nella quale venivano trattate le condizioni universali di ogni produzione e le circostanze che favorivano, in misura maggiore o minore, la produttività nelle differenti società. Per Marx, però, queste introduzioni contenevano soltanto «piatte tautologie» e, nel caso di John Stuart Mill, avevano lo scopo di rappresentare la produzione «come racchiusa in leggi di natura eterne, indipendenti dalla storia» e i rapporti sociali borghesi «come immutabili leggi di natura della società in astratto» . Secondo John Stuart Mill, infatti: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche. Nulla vi è in esse di volontario o di arbitrario. (…) Non è così con la distribuzione della ricchezza. Questa è una questione solamente di istituzioni umane» . Marx considerò questa tesi una «grossolana separazione di produzione e distribuzione e del loro rapporto reale» , poiché ritenne, come affermò in un altro brano dei [Grundrisse], che «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza e le leggi della distribuzione della ricchezza sono le medesime leggi sotto forma diversa ed entrambe mutano, soggiacciono al medesimo processo storico; non sono altro che momenti di un processo storico» .

Dopo essersi così pronunciato, nel secondo paragrafo dell’[Introduzione] Marx prese a esaminare il rapporto generale della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo. La ripartizione dell’economia politica in queste differenti rubriche era stata compiuta da James Mill che, nel suo libro del 1821, Elementi di economia politica, aveva così intitolato i quattro capitoli che componevano l’opera e, prima di lui, nel 1803, da Jean-Baptiste Say, che aveva diviso il suo Trattato di economia politica in tre libri, rispettivamente dedicati alla produzione, alla distribuzione e al consumo della ricchezza .

Marx ricostruì questa articolazione in termini logici, cosicché le quattro rubriche adoperate dagli economisti furono da lui riordinate secondo lo schema hegeliano di universalità-particolarità-individualità : «produzione, distribuzione, scambio, consumo, formano un sillogismo in piena regola; la produzione è l’universale; la distribuzione e lo scambio il particolare; il consumo l’individuale in cui il tutto si conchiude». In altre parole, la produzione era il punto di partenza dell’attività dell’uomo, la distribuzione e lo scambio ne rappresentavano il duplice punto intermedio – il primo costituendo la mediazione operata dalla società, il secondo quella operata dall’individuo – ed il consumo ne diveniva il punto finale. Tuttavia, ritenendo che questa fosse soltanto la «connessione […] superficiale» , Marx volle analizzare, in maniera più approfondita, la correlazione tra le quattro sfere.

Il primo rapporto indagato fu quello tra produzione e consumo. Marx spiegò la loro connessione come identità immediata: «la produzione è consumo; il consumo è produzione» e, con l’ausilio del principio di Baruch Spinoza determinatio est negatio , evidenziò che la produzione era anche consumo, in quanto dispendio delle forze dell’individuo e utilizzo delle materie prime durante l’atto lavorativo. Questa concezione era stata già proposta dagli economisti, che avevano definito questo momento con il termine di «consumo produttivo» (productive Consumtion) e lo avevano distinto dalla «produzione consumatrice» (Consumtive Production) . Essa si verificava solo in seguito alla distribuzione del prodotto, rientrava nella sfera della riproduzione e costituiva «il consumo vero e proprio». Nel consumo produttivo «si reificava il produttore», mentre nella produzione consumatrice «si personifica[va] la cosa da lui creata» .

Un’altra caratteristica dell’identità di produzione e consumo era riconoscibile nel «movimento di mediazione» reciproca che si svolge tra loro. Il consumo dà al prodotto il suo ultimo «compimento» (finish) e, stimolando la propensione alla produzione, «crea il bisogno di una nuova produzione» . Allo stesso modo, la produzione fornisce non solo l’oggetto affinché possa esservi il consumo, ma anche il bisogno di consumare quel determinato oggetto. Secondo Marx, infatti, superato lo stadio naturale, il bisogno è generato dalla percezione dell’oggetto stesso e «la produzione produce perciò non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto» , ovvero il consumatore. Dunque: «la produzione produce […] il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) producendo come bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha precedentemente creato come oggetti. Essa produce perciò l’oggetto del consumo, il modo del consumo e l’impulso al consumo» .
Riepilogando: tra produzione e consumo si verifica un processo di identità immediata; essi, inoltre, si mediano a vicenda e, attraverso la loro realizzazione, creano l’uno l’altro. Tuttavia, considerare entrambi come se fossero la stessa cosa, come avevano fatto, ad esempio, Say e Proudhon, fu reputato da Marx un errore. Infatti, egli ritenne che, in ultima analisi: «il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all’attività produttiva» .

Procedendo nelle sue delucidazioni, Marx passò ad analizzare la relazione tra produzione e distribuzione. La distribuzione costituiva l’anello tra produzione e consumo e, «in base a leggi sociali» , determinava la quota dei prodotti spettante ai produttori. Gli economisti la rappresentavano come una sfera autonoma rispetto alla produzione e, nei loro trattati, le categorie economiche erano poste sempre in duplice modo. Terra, lavoro e capitale figuravano nella produzione come suoi agenti, e nella distribuzione, sotto forma di rendita, salario e profitto, quali fonti di reddito. Marx giudicò illusoria e sbagliata questa scissione, poiché, a suo avviso, la forma della distribuzione «non è un arrangiamento qualsiasi, tale da poter essere anche diverso; ma è posto, anzi, dalla forma della produzione stessa» . A tale riguardo, egli si espresse così nell’[Introduzione]:

un individuo che prende parte alla produzione nella forma del lavoro salariato, partecipa ai prodotti, ai risultati della produzione, nella forma del salario. L’articolazione della distribuzione è interamente determinata dall’articolazione della produzione. La distribuzione è essa stessa un prodotto della produzione, non solo per il suo oggetto, e cioè nel senso che solo i risultati della produzione possono essere distribuiti, ma anche per la forma, e cioè nel senso che il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione. È assolutamente illusorio porre la terra nella produzione, la rendita fondiaria nella distribuzione ecc .

Considerare la distribuzione autonoma dalla produzione aveva come conseguenza il concepire la prima quale mera distribuzione dei prodotti. In realtà, la distribuzione includeva due fenomeni di notevole importanza precedenti la stessa produzione: la distribuzione degli strumenti di produzione e la distribuzione dei membri della società tra i diversi generi di produzione, ovvero ciò che Marx definì la «sussunzione degli individui sotto rapporti di produzione determinati» . Questi due momenti facevano sì che, in alcune situazioni storiche – ad esempio quando un popolo conquistatore, trasformando i vinti in schiavi, impone il lavoro schiavistico o, creando una nuova ripartizione della proprietà fondiaria, determina un nuovo tipo di produzione –, «la distribuzione non appar[isse] strutturata e determinata dalla produzione, ma [fosse], al contrario, la produzione [ad] appar[ire] strutturata e determinata dalla distribuzione» . Le due branche erano profondamente interconnesse poiché, come ribadito da Marx in un’altra parte dei [Grundrisse]: «questi modi di distribuzione sono i rapporti di produzione stessi, solamente sub specie distributionis» . Risultava quindi chiaro, come affermato nell’[Introduzione], che «considerare la produzione prescindendo da questa distribuzione, in essa racchiusa, [era] evidentemente una vuota astrazione».

Il legame concepito da Marx tra produzione e distribuzione consente di intendere meglio non solo la sua avversione al modo in cui John Stuart Mill separava rigidamente i due momenti, ma anche il suo apprezzamento per Ricardo, al quale aveva dato atto di aver evidenziato la necessità di «capire la produzione moderna nella sua struttura sociale determinata» . L’economista inglese riteneva, infatti, che «determinare le leggi che reggono tale distribuzione […] [fosse] il problema principale dell’economia politica» e, dunque, fece della distribuzione uno degli oggetti principali dei suoi studi perché concepiva «le forme della distribuzione come l’espressione più determinata in cui si fissano gli agenti di produzione in una data società» . Anche per Marx, la distribuzione non era riducibile al solo atto mediante il quale le quote del prodotto complessivo venivano ripartite tra i membri della società, ma costituiva un momento decisivo dell’intero ciclo produttivo. Tuttavia, questa convinzione non ribaltò la tesi che, all’interno del processo produttivo nel suo complesso, la produzione rappresentava sempre il fattore primario:

stabilire quale rapporto esiste tra questa distribuzione e la produzione che essa determina, è evidentemente una questione che ricade all’interno della produzione stessa. […] la produzione ha in effetti le sue condizioni e i suoi presupposti, che ne costituiscono i momenti. Questi nella prima fase possono sembrare di origine naturale. Attraverso il processo di produzione stesso, essi vengono trasformati da fattori naturali in fattori storici, e se per un periodo essi appaiono come presupposto naturale della produzione, per un altro essi ne sono stati un risultato storico. All’interno della produzione stessa, essi vengono continuamente modificati .

In conclusione, per Marx, benché la distribuzione degli strumenti di produzione e dei membri della società nei vari settori produttivi «appaia come un presupposto per la nuova epoca della produzione, è essa stessa, a sua volta, un prodotto della produzione, non solo di quella storica in generale, bensì di una produzione storica determinata» .

Quando, infine, Marx prese in esame il rapporto tra produzione e scambio, considerò anche quest’ultimo una parte della prima. Infatti, non solo «lo scambio di attività e di capacità» tra gli operai e quello delle materie prime necessarie ad approntare il prodotto finito erano parte integrante della produzione, ma lo stesso scambio tra commercianti era interamente determinato dalla produzione e costituiva «un’attività produttiva». Lo scambio si rende autonomo, rispetto alla produzione, solo nello stadio in cui «il prodotto viene scambiato immediatamente per il consumo». Tuttavia, anche in quel caso, la sua intensità ed estensione e le sue caratteristiche sono determinate dallo sviluppo e dall’articolazione della produzione e, dunque, esso si presenta «in tutti i suoi momenti, o direttamente incluso nella produzione, o determinato da essa».

Al termine della sua analisi sul rapporto della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo, Marx giunse a due conclusioni: I) la produzione andava considerata come una totalità; II) all’interno della totalità la produzione come ramo particolare rappresentava l’elemento prioritario sugli altri.

Relativamente al primo punto, Marx aveva asserito: «il risultato al quale perveniamo non è che produzione, distribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentano tutti delle articolazioni di una totalità, differenze nell’ambito di una unità» . Utilizzando il concetto hegeliano di totalità , egli aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria, quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali. La sua definizione della produzione come totalità organica non corrispondeva, però, a un complesso ordinato e auto-regolantesi, all’interno del quale l’uniformità tra le sue differenti branche veniva sempre garantita.

Al contrario, come egli scrisse in un brano dei [Grundrisse], che trattava lo stesso argomento: i singoli momenti della produzione «possono trovarsi oppure no, adeguarsi oppure no, corrispondersi oppure no. La loro interna necessità di organicità e il loro esistere come momenti autonomi reciprocamente indifferenti sono già fondamento di contraddizioni» . Inoltre, queste ultime dovevano essere sempre analizzate prendendo in considerazione la produzione capitalistica (non la produzione in generale) che, secondo Marx, non era affatto «la forma assoluta per lo sviluppo delle forze produttive» sbandierata dagli economisti, ma aveva nella sovrapproduzione la sua «contraddizione fondamentale» .

Il secondo risultato raggiunto da Marx fu quello di attribuire alla produzione, all’interno della «totalità della produzione» (Totalität der Production), «il momento egemonico (übergreifende Moment)» sulle restanti parti dell’insieme. La produzione era «l’effettivo punto di partenza» (Ausgangspunkt) , quello dal quale «il processo ricomincia sempre di nuovo» e, per Marx: «una determinata produzione determina quindi un consumo, una distribuzione, uno scambio determinati, nonché i determinati rapporti reciproci tra questi diversi momenti» . Il ruolo dominante della produzione non cancellava, però, la rilevanza degli altri momenti, né, tanto meno, la loro incidenza sulla produzione stessa. La dimensione del consumo, le trasformazioni della distribuzione e la grandezza della sfera dello scambio – ovvero del mercato – sono tutti fattori che concorrono a definirla e influiscono su di essa.

Ancora una volta, le acquisizioni di Marx assumevano una valenza al contempo teorica e politica. Egli si oppose, infatti, ai socialisti a lui contemporanei, che sostenevano la possibilità di rivoluzionare i rapporti produttivi allora vigenti mediante la trasformazione dello strumento di circolazione, affermando che la loro ipotesi era una palese dimostrazione del «fraintendimento della connessione interna dei rapporti di produzione, distribuzione e circolazione» . Per Marx, invece, modificare la forma del denaro avrebbe non solo lasciato inalterati i rapporti di produzione e le relazioni sociali da loro determinate, ma si sarebbe dimostrato un controsenso, poiché la stessa circolazione poteva mutare solo insieme con il cambiamento dei rapporti produttivi. Egli era convinto che: «ai mali della società borghese non si rimedia mediante ‘trasformazioni’ bancarie o creando un ‘sistema monetario’ razionale» , né attraverso blandi palliativi quali la concessione del credito gratuito o, ancora, con la chimera di tramutare gli operai in capitalisti. La questione centrale rimaneva il superamento del lavoro salariato ed essa riguardava innanzitutto la produzione.

4.3 Alla ricerca del metodo
A questo punto della sua analisi, Marx affrontò la questione metodologica più rilevante: in che modo riprodurre la realtà all’interno del pensiero? Come costruire un modello categoriale astratto in grado di comprendere e rappresentare la società? Al «rapporto che l’esposizione scientifica ha con il movimento reale» , egli dedicò il terzo e più importante paragrafo della sua [Introduzione]. Esso non costituisce l’elaborazione conclusiva di tale rapporto, ma presenta problematiche non sufficientemente sviluppate e diversi punti appena abbozzati. Inoltre, in alcuni suoi passaggi sono contenute affermazioni poco chiare, talvolta in contraddizione tra di loro, ed il linguaggio adottato, che risente della terminologia hegeliana, aggiunge ambiguità al testo in più di un’occasione. Marx elaborò il suo metodo scrivendo queste pagine ed esse mostrano le tracce e i percorsi delle sue ricerche.

Come altri grandi pensatori prima di lui, anche Marx partì dalla questione del cominciamento, ovvero, nel suo caso, dell’interrogativo: da quale punto l’economia politica doveva iniziare la sua analisi? La prima ipotesi che egli prese in esame fu di «cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto», con «la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione» : la popolazione. Tale via analitica, già percorsa dai fondatori dell’economia politica William Petty e Pierre de Boisguillebert, fu però ritenuta da Marx inadeguata ed errata.

Avviare l’indagine con un’entità così indeterminata, quale era la popolazione, avrebbe comportato, a suo giudizio, un’immagine troppo generica dell’insieme, incapace di mostrare la sua divisione attuale in tre classi (borghesia, proprietari fondiari e proletariato), le quali potevano essere distinte solo mediante la conoscenza dei loro presupposti fondanti: rispettivamente, il capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato. Inoltre, con questo procedimento empirico, elementi concreti come la popolazione e lo Stato si volatilizzavano in determinazioni astratte quali la divisione del lavoro, il denaro o il valore.

Sebbene tale metodo fosse inadeguato per interpretare la realtà, nondimeno, in un’altra parte dei [Grundrisse], Marx ne riconobbe i meriti, affermando che esso aveva avuto «un valore storico nei primi tentativi dell’economia politica, allorquando le forme della produzione venivano ancora faticosamente scrostate dal contenuto e ci si sforzava di fissarle come oggetti di considerazione autonomi» . Non appena gli economisti furono in grado di definire le categorie astratte e tale processo fu compiuto, «sorsero i sistemi economici che dal semplice – come il lavoro, la divisione del lavoro, bisogno, valore di scambio – salivano fino allo Stato, allo scambio tra le nazioni e al mercato mondiale». Questo secondo procedimento, adoperato da Smith e Ricardo in economia, così come da Hegel in filosofia, riassumibile nella tesi che «le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero», fu descritto da Marx «il metodo scientificamente corretto» (wissenschaftlich richtige Methode). Conseguite le categorie, infatti, era possibile «intraprendere il viaggio all’indietro, fino ad arrivare infine di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come a una caotica rappresentazione di un insieme, bensì come a una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni» . Hegel aveva scritto, infatti, nella Scienza della logica che il primo requisito di una conoscenza sintetica e sistematica risiedeva nel cominciare

con l’oggetto nella forma universale. […] Il primo deve essere il semplice, quel che è stato separato dal concreto, poiché solo in questa forma l’oggetto ha la forma dell’universale riferentesi a sé […]. Al conoscere è più facile di afferrare l’astratta semplice determinazione di pensiero che non il concreto, il quale è un nesso molteplice di coteste determinazioni e dei loro rapporti […]. In sé e per sé l’universale è il primo momento del concetto, essendo il semplice, e il particolare è soltanto quello che viene dopo, essendo il mediato; e viceversa il semplice è il più universale, e il concreto […] è quello che già presuppone il passaggio da un primo .

Tuttavia, la definizione di «metodo scientifico corretto» data da Marx, contrariamente a quanto hanno sostenuto alcuni commentatori dell’[Introduzione] , non significa affatto che questo sia stato il metodo da lui poi utilizzato. Anzitutto, egli non condivideva la convinzione degli economisti che la ricostruzione logico-ideale del concreto, compiuta mediante il loro pensiero, fosse la riproduzione fedele della realtà . Inoltre, il procedimento sintetizzato nell’[Introduzione] aveva sì mutuato diversi elementi da quello hegeliano, ma ne aveva evidenziato anche radicali distinzioni. Marx era convinto, come Hegel prima di lui, che «il metodo di salire dall’astratto al concreto (die Methode vom Abstrakten zum Concreten aufzusteigen) è il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto», che la ricomposizione della realtà nel pensiero doveva prendere avvio dalle determinazioni astratte più semplici e generali. Per entrambi il concreto era «sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice» e, per questo motivo, appariva nel pensiero in quanto «processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza», sebbene per Marx bisognasse tenere sempre presente che esso era «il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione».

Oltre questa base comune, vi era, però, una differenza fondamentale che Marx formulava nel modo seguente: «Hegel cade nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero», mentre secondo Marx «mai e poi mai esso è […] il processo di formazione del concreto» . Nell’[Introduzione] egli sosteneva che per l’idealismo hegeliano «il movimento delle categorie si presenta […] come l’effettivo atto di produzione […] il cui risultato è il mondo» e che «il pensiero pensante è l’uomo reale e quindi il mondo pensato è […] la sola realtà». Per Marx, insomma, la funzione del pensiero in Hegel non era solo quella di rappresentare idealmente la realtà, bensì di esserne anche il processo fondativo. Viceversa, per Marx, le categorie economiche esistono in quanto «relazion[i] astratt[e] […] di una totalità vivente e concreta già data» ; «esprimono modi d’essere, determinazioni d’esistenza» (Daseinsformen, Existenzbestimmungen) della moderna società borghese. Il valore di scambio, ad esempio, presuppone la popolazione e che essa produca entro rapporti determinati. In opposizione a Hegel, Marx sottolineò più volte che la «totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è effettivamente un prodotto del pensare», ma non è certo il «concetto che genera sé stesso». Infatti, «il soggetto reale rimane […] saldo nella sua autonomia fuori della mente […]. Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto» .

In realtà, però, l’interpretazione marxiana della filosofia di Hegel non rende giustizia al vero. Diversi passaggi dell’opera di quest’ultimo mostrano come il suo pensiero, a differenza dell’idealismo trascendentale di Johann Gottlieb Fichte e dell’idealismo oggettivo di Friedrich Schelling, non abbia confuso il movimento della conoscenza con quello dell’ordine della natura, il soggetto con l’oggetto. Nel secondo paragrafo dell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche, infatti, Hegel scrisse con chiarezza: «la filosofia può essere definita dapprima, in generale, la considerazione pensante degli oggetti. […] il contenuto umano della coscienza, operato dal pensiero, appare dapprima non in forma di pensiero, ma come sentimento, intuizione, rappresentazione, – forme, che son da distinguere dal pensiero come forma» .

Anche nella Filosofia del diritto, nell’aggiunta al paragrafo 32 inserita da Eduard Gans nella seconda edizione del 1827 , vi sono alcuni periodi che non solo confermano l’errata interpretazione del pensiero hegeliano da parte di Marx, ma mostrano di aver influenzato le sue stesse riflessioni :

non si può […] dire che la proprietà sia entrata nell’esserci (dagewesen) prima della famiglia, e tuttavia viene trattata prima di questa. Si potrebbe qui dunque sollevare la questione del perché noi non iniziamo con il momento supremo, cioè con il concretamente vero. La risposta sarà, perché noi appunto vogliamo vedere il vero in forma di un risultato, e a ciò essenzialmente pertiene in primo luogo di comprendere il concetto astratto stesso. Ciò che è reale, la figura del concetto, è per noi quindi primariamente il susseguente e ulteriore, quand’anche nella realtà stessa sia il primo. Il nostro avanzamento è che le forme astratte si mostrano non come sussistenti per sé, bensì come non-vere .

Proseguendo nelle sue considerazioni, Marx si chiese se le categorie semplici potessero esistere prima e indipendentemente da quelle più concrete. Nel prendere in esame la categoria di possesso, con la quale Hegel aveva cominciato la Filosofia del diritto, egli affermò che essa non avrebbe potuto esistere prima della comparsa di «rapporti più concreti» , quali ad esempio la famiglia, e che considerare un selvaggio isolato come un possessore sarebbe stato un’assurdità. La questione era, però, più complessa. Il denaro, infatti, era «storicamente esistito prima che esistessero il capitale, le banche, il lavoro salariato». Esso è comparso prima dello sviluppo delle realtà più complesse, a dimostrazione che, in alcuni casi, il percorso delle categorie logiche segue quello storico – ciò che è più sviluppato è anche più tardo – e «il cammino del pensiero astratto, che sale dal più semplice al più complesso, corrisponderebbe al processo storico reale» . Tuttavia, nell’antichità, il denaro svolse una funzione dominante solo presso le nazioni commerciali e, dunque, esso non comparve «storicamente nella sua piena intensità se non nelle condizioni più sviluppate della società». Marx ne concluse allora che: «benché la categoria più semplice possa essere esistita storicamente prima di quella più concreta, essa può appartenere nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo solo a una forma sociale complessa».

Tale deduzione si mostrò ancora più valida quando fu applicata alla categoria del lavoro. Sebbene il lavoro sia sorto con l’incivilimento dei primi esseri umani e sia, in apparenza, un processo molto semplice, Marx sottolineò che «dal punto di vista economico, il “lavoro” è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione» . Gli esponenti del bullionismo e del mercantilismo, infatti, avevano ritenuto che la fonte della ricchezza fosse depositata nel denaro, al quale, di conseguenza, attribuirono maggiore importanza rispetto al lavoro. Successivamente, i fisiocratici considerarono quest’ultimo creatore della ricchezza, ma nella sola forma determinata di agricoltura. Soltanto con l’opera di Smith venne rigettato «ogni carattere determinato dell’attività produttrice di ricchezza» e il lavoro non venne più considerato in una forma particolare, ma come «lavoro tout court: non lavoro manifatturiero, né commerciale, né agricolo, ma tanto l’uno quanto l’altro». In questo modo, fu trovata «l’espressione astratta per la più semplice e antica relazione in cui gli uomini compaiono come produttori, qualunque sia la forma della loro società». Così, come per il denaro, anche la categoria di lavoro poteva essere ricavata «solo dove si dà il più ricco sviluppo concreto», in una società dove «una sola caratteristica appare comune a un gran numero […] di elementi». Dunque, «l’indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalità molto sviluppata di generi reali di lavoro, nessuno dei quali domin[a] più sull’insieme» .

Nella produzione capitalistica, inoltre, il «lavoro in generale» non è soltanto una categoria, ma «corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro a un altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente». In tale realtà, il lavoro dell’operaio ha perduto il carattere artigianale e corporativo del passato ed è divenuto «lavoro in generale», «lavoro sans phrase», «non solo nella categoria, ma anche nella realtà» . Il lavoro salariato «non è questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determinatezza, ma capace di ogni determinatezza» . Si tratta, insomma, di «attività puramente meccanica […] indifferente alla sua forma particolare» .

Al termine del suo discorso sulla relazione tra le categorie più semplici e quelle più concrete, Marx era giunto alla conclusione che nelle forme più moderne della società borghese – egli aveva in mente gli Stati Uniti d’America – l’astrazione della categoria del «lavoro in generale» diviene «praticamente vera». Così: «l’astrazione più semplice che l’economia moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, si presenta tuttavia praticamente vera in questa astrazione solo come categoria della società moderna» . Ovvero, come egli ribadì anche in un’altra parte dei [Grundrisse], questa categoria «diventa vera solo con lo sviluppo di un particolare modo materiale di produzione e di un particolare livello di sviluppo delle forze produttive industriali» .

L’indifferenza verso un tipo particolare di lavoro era, però, un fenomeno comune a diverse realtà storiche. Anche in questo caso, allora, era necessario sottolineare le distinzioni: «c’è una maledetta differenza se dei barbari hanno disposizione ad essere utilizzati per tutto, o se degli esseri inciviliti si applicano essi stessi a tutto». Rapportando l’astrazione alla storia reale , ancora una volta, Marx trovò confermata la sua tesi:

questo esempio del lavoro mostra in modo evidente come anche le categorie più astratte, sebbene siano valide – proprio a causa della loro astrazione – per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni .

Chiarito questo punto, Marx rivolse la sua attenzione ad un’altra decisiva questione. In quale successione esporre le categorie nell’opera che si accingeva a scrivere? Alla domanda se fosse il complesso a fornire gli strumenti per comprendere il semplice o viceversa, egli fece prevalere decisamente la prima ipotesi. Nell’[Introduzione] dichiarò infatti:

la società borghese è la più sviluppata e multiforme organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e la comprensione della sua articolazione permettono di penetrare, allo stesso tempo, nell’articolazione e nei rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita e di cui si trascinano in essa ancora residui parzialmente non superati .

È il presente, quindi, a offrire le indicazioni per ricostruire il passato. «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia […] [e] ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è gia conosciuta». Questa nota affermazione di Marx non va letta, però, in termini evoluzionistici. Egli, infatti, criticò esplicitamente la concezione della «cosiddetta evoluzione storica», fondata sul banale presupposto che «l’ultima forma considera le precedenti come semplici gradini che portano a se stessa» . Diversamente dai teorici dell’evoluzionismo, che illustravano gli organismi più complessi partendo da quelli semplici seguendo un’ingenua traiettoria progressiva, Marx scelse di utilizzare un metodo logico opposto, molto più complesso, ed elaborò una concezione della storia scandita dalla successione dei differenti modi di produzione (antico, asiatico, feudale, capitalistico), dei quali venivano illustrate le diverse posizioni e funzioni che le categorie assumono al loro interno . Era, dunque, l’economia borghese a fornire gli indizi per comprendere le economie delle epoche storiche precedenti – indizi che, stante le profonde diversità tra le varie società, andavano, comunque, presi con cautela –, ma Marx ribadì con fermezza che ciò non poteva di certo essere fatto «al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le forme della società vedono la società borghese» .

Se questo ragionamento è in continuità con quelli precedentemente espressi in altre opere, nell’[Introduzione] il problema dell’ordine da assegnare alle categorie economiche fu affrontato differentemente. Marx aveva già trattato tale argomento nella Miseria della Filosofia, laddove, contro Proudhon, che aveva dichiarato di non voler seguire «una storia secondo l’ordine dei tempi, ma secondo la successione delle idee» , aveva criticato l’idea di «costruire il mondo col movimento del pensiero» . Nello scritto del 1847, in polemica con il metodo logico-dialettico utilizzato da Proudhon e da Hegel, aveva dunque preferito la sequenza rigorosamente storica. La posizione assunta dieci anni dopo nell’[Introduzione] era mutata. Il criterio della successione cronologica delle categorie scientifiche era stata respinto a favore di un metodo logico con riscontro storico-empirico. Poiché è il presente che aiuta a comprendere il passato, la struttura dell’uomo quella della scimmia, occorreva cominciare l’analisi dalla società più matura, quella capitalistica, e, in particolare, dall’elemento che prevale su tutti gli altri: il capitale. «Il capitale è la potenza economica della società borghese che domina tutto. Esso deve costituire il punto di partenza così come il punto d’arrivo» . Marx ne concluse che:

sarebbe inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, che è esattamente l’inverso di quella che sembra essere come loro relazione naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta della posizione che i rapporti economici assumono storicamente nel succedersi delle diverse forme di società. Men che meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon) (una confusa rappresentazione del movimento storico). Bensì della loro articolazione organica all’interno della moderna società borghese .

In sostanza, la disposizione delle categorie in un esatto ordine logico e il procedere della storia reale non sono affatto coincidenti e, d’altronde, come Marx scrisse anche nei manoscritti per il libro terzo de Il capitale: «ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente» .

Discostandosi, dunque, dall’empirismo dei primi economisti moderni, che produceva la volatilizzazione degli elementi concreti in determinazioni astratte; dal metodo degli economisti classici, che riduceva il pensiero del reale al reale stesso; dall’idealismo filosofico – secondo l’interpretazione di Marx anche quello hegeliano –, colpevole di attribuire al pensiero la capacità di generare il concreto; nonché da quelle concezioni gnoseologiche che contrapponevano rigidamente forme del pensiero e realtà oggettiva; dallo storicismo che dissolveva il momento logico in quello storico; e, infine, dalla personale convinzione, esposta nella Miseria della filosofia, di seguire essenzialmente il «movimento storico» , Marx approdò a una propria sintesi. La sua contrarietà a stabilire una corrispondenza biunivoca tra concreto e pensiero lo portò a separare i due momenti, assegnando al primo un’esistenza presupposta e indipendente rispetto al pensiero e riconoscendo a quest’ultimo la sua specificità, ovvero un diverso ordine nell’esposizione delle categorie rispetto a quello manifestatosi nel processo storico reale . Per evitare che il procedimento conoscitivo si limitasse semplicemente a ricalcare le tappe degli avvenimenti storici, era necessario utilizzare un processo astrattivo, e dunque delle determinazioni categoriali, che consentissero di interpretare la società nella sua complessità. D’altra parte, per divenire veramente utile a tale scopo, l’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti. In questo modo, la concezione marxiana della storia assumeva efficacia ed incisività: respinta la simmetria tra ordine logico e ordine storico-reale, il momento storico si presentava come tornante decisivo per comprendere la realtà, mentre quello logico consentiva di concepire la storia non come piatta cronologia di diversi accadimenti . Per Marx, infatti, non era necessario ricostruire la genesi storica di ogni rapporto economico per intendere e poi descrivere adeguatamente la società. Come affermò in un brano dei [Grundrisse]:

il nostro metodo mostra i punti in cui si deve inserire la considerazione storica, o in cui l’economia borghese come mera forma storica del processo di produzione rinvia, al di là di se stessa, a precedenti modi storici di produzione. Per sviluppare le leggi dell’economia borghese, non è necessario, quindi, scrivere la storia reale dei rapporti di produzione. Ma la giusta nozione e deduzione di tali rapporti, in quanto divenuti essi stessi storicamente, conduce sempre a prime equazioni […] che rinviano ad un passato che sta alle spalle di questo sistema. Queste indicazioni, unite all’esatta comprensione del presente, offrono poi anche la chiave per intendere il passato […]. Questa giusta osservazione porta d’altra parte a individuare anche dei punti nei quali si profila il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene. Se da una parte le fasi pre-borghesi si presentano come fasi soltanto storiche, cioè come presupposti superati, le attuali condizioni della produzione si presentano d’altra parte come condizioni che superano anche se stesse e perciò pongono i presupposti storici per una nuova situazione sociale .

Il metodo così elaborato aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta politica mirante a trasformarlo.

Infatti, Marx interruppe il paragrafo sul metodo proprio con un abbozzo riguardante l’ordine col quale egli intendeva scrivere la sua “Economia”. Si tratta del primo dei numerosi piani della sua opera, più volte elaborati nel corso dell’esistenza, che ricalca le riflessioni già esposte nelle precedenti pagine dell’[Introduzione]. Prima di intraprendere la stesura dei [Grundrisse], era suo intendimento trattare:

1) le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società […] [;] 2) le categorie che costituiscono l’articolazione interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali[:] capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria[;] 3) Sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerata in relazione a se stessa [;] 4) Rapporto internazionale della produzione. […] Scambio internazionale [; e] 5) Il mercato mondiale e le crisi .

Queste, almeno, era lo schema concepito da Marx nell’agosto del 1857, divenuto poi oggetto di tanti successivi mutamenti.

4.4 Il rapporto ineguale tra la produzione materiale e quella intellettuale
L’ultimo paragrafo dell’[Introduzione] è composto da un elenco brevissimo e frammentario di otto argomenti, che Marx aveva intenzione di trattare nel suo testo, e da alcune considerazioni sul rapporto tra l’arte greca e la società moderna. Degli otto punti, le principali questioni annotate riguardarono la convinzione che le caratteristiche del lavoro salariato si fossero manifestate nell’esercito ancor prima che nella società borghese; l’idea dell’esistenza di una dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione; e la constatazione di uno «sviluppo ineguale» (ungleiche Entwicklung) tra i rapporti di produzione e quelli giuridici, in particolare la derivazione del diritto della nascente società borghese dal diritto privato romano. Tutto ciò, però, fu scritto a mo’ di promemoria, senza ordine alcuno, e fornisce soltanto un’idea molto vaga di cosa Marx pensasse nel merito di queste tematiche.

Le riflessioni sull’arte, invece, furono sviluppate in modo più ampio e si concentrarono su «l’ineguale rapporto (unegale Verhältniß) dello sviluppo della produzione materiale con lo sviluppo (…) artistico» . Marx aveva già affrontato la relazione tra produzione e forme della coscienza in due lavori giovanili. Nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], egli aveva sostenuto che «la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale» , mentre, ne [L’ideologia tedesca], aveva dichiarato:

la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini […]. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta (direkter Ausfluß) del loro comportamento materiale .

Nell’[Introduzione], però, lungi dall’istituire un rigido parallelismo tra le due sfere, criterio in seguito erroneamente adottato da molti marxisti, Marx mise in evidenza che non vi era alcuna relazione diretta tra lo sviluppo economico-sociale e quello della produzione artistica. Rielaborando alcune riflessioni della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, letta e compendiata in uno dei suoi quaderni di estratti nel 1852 , egli scrisse infatti: «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale (materiellen Grundlage), con l’ossatura […] della sua organizzazione». Inoltre, egli rilevò che alcune forme d’arte, come ad esempio l’epica, «sono possibili solo in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società» . L’arte greca, infatti, presupponeva la mitologia greca, ovvero una rappresentazione «inconsapevolmente artistica» delle forme sociali. In una società progredita come quella moderna, nella quale la natura è concepita dagli uomini razionalmente e non più come potenza estranea che sta di fronte a essi, la mitologia ha perso la sua ragione d’essere e l’epica non è più ripetibile: «è possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade […] con la macchina tipografica? Con la pressa del tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe, la Musa, e quindi le condizioni necessarie della poesia epica?» .

Per Marx, dunque, l’arte e, più in generale, la produzione intellettuale degli uomini vanno indagate in relazione alle condizioni materiali, ma senza mai instaurare una rigida corrispondenza tra i due momenti. In questo modo, infatti, si ricadrebbe nell’errore commesso da Voltaire, ricordato da Marx nei manoscritti economici del 1861-63, di ritenere che poiché i moderni sono «più progrediti degli antichi nella meccanica […], dovre[bbero] saper comporre anche un poema epico» .

Terminate le considerazioni riferite all’artista in quanto soggetto che crea, la produzione artistica fu presa in esame rispetto al pubblico che ne traeva godimento. Questo tema presentava le maggiori difficoltà interpretative. Per Marx, infatti, il problema non stava «nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili». La complessità stava nel comprendere perché creazioni artistiche realizzate nell’antichità suscitino ancora godimento presso gli uomini moderni. Secondo Marx, essi si compiacerebbero del mondo greco perché rappresenta «la fanciullezza storica dell’umanità», un periodo che esercita un «fascino eterno come stadio che non ritorna più». Da qui la conclusione: «il fascino che la loro arte [quella dei greci] esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse, e solo poteva sorgere, non possono mai più ritornare» .

Il valore delle affermazioni sull’estetica contenute nell’[Introduzione] non sta, però, nelle soluzioni, appena abbozzate e talvolta poco convincenti, fornite da Marx, quanto, invece, nel suo approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello «sviluppo ineguale» , tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale. Anche la nota tesi della Prefazione a Per la critica dell’economia politica, pubblicata da Marx due anni dopo l’[Introduzione] – «il modo di produzione della vita materiale condiziona (bedingt) il processo sociale, politico e spirituale della vita in generale» – non va interpretata, dunque, in chiave deterministica e deve essere tenuta ben distinta dalla scontata e angusta lettura operata dal marxismo-leninismo, per la quale le manifestazioni sovra-strutturali della società non sono che un mero riflesso dell’esistenza materiale degli uomini .

4.5 Conclusione
Quando intraprese la stesura dei [Grundrisse], Marx aveva l’intenzione di anteporre alla sua opera una sezione introduttiva nella quale esporre la metodologia adottata nelle sue ricerche. L’[Introduzione] non fu scritta soltanto per autochiarificazione, ma avrebbe dovuto rappresentare, come accadeva negli scritti di altri economisti, il luogo in cui racchiudere le osservazioni preliminari sui criteri generali seguiti. Quando, però, nel giugno del 1859, diede alle stampe la prima parte dei suoi studi nel fascicolo Per la critica dell’economia politica, egli decise di omettere questa sezione fornendo questa motivazione: «sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere di salire dal particolare al generale (von dem Einzelnen zum Allgemeinen aufzusteigen)» . Dunque, il proponimento del 1857 – «salire dall’astratto al concreto» – mutò, nello scritto del 1859, in quello di «salire dal particolare al generale» . Il punto di partenza dell’[Introduzione], ovvero le determinazioni più astratte e universali, venne sostituito, senza che di questo cambiamento fosse fornita spiegazione, poiché lo scritto del 1857 era rimasto inedito, con la trattazione di una categoria concreta e storicamente determinata: la merce. Sin dall’ultimo brano dei [Grundrisse], infatti, al termine delle centinaia di pagine nelle quali aveva scrupolosamente analizzato il modo di produzione capitalistico e le nozioni dell’economia politica, Marx affermò che «la prima categoria in cui si manifesta la ricchezza borghese è quella della merce» . Alla sua indagine egli dedicò il capitolo iniziale di Per la critica dell’economia politica e de Il capitale, ove la merce venne definita la «forma elementare» della società capitalistica, quel «particolare» dalla cui analisi doveva cominciare la ricerca.

Al posto della prevista introduzione, Marx aprì l’opera del 1859 con una breve Prefazione nella quale espose, in forma molto concisa, la propria biografia intellettuale e sua la concezione materialistica della storia. Successivamente, egli non affrontò più il discorso sul metodo, se non in rarissimi casi, incidentalmente e con rapide osservazioni. Il più importante di essi fu, senz’altro, il Poscritto al libro primo de Il capitale del 1873, nel quale, sollecitato dalle recensioni che avevano accompagnato la sua opera, Marx non poté non esprimersi sul metodo d’indagine utilizzato e tornò a trattare alcuni temi presenti nell’[Introduzione]. Ciò avvenne anche a seguito dell’esigenza, che egli avvertì, di esplicitare la differenza esistente tra il metodo di esposizione e quello della ricerca. Se il primo poteva muovere dal generale, procedere dalla forma universale a quelle storicamente determinate e, dunque, confermando la formulazione del 1857, «salire dall’astratto al concreto», il secondo doveva partire dal reale immediato, andare, come affermato nel 1859, «dal particolare al generale»:

il modo di esporre (Darstellungsweise) un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine (Forschungsweise). L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’intero concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente .

Nelle opere successive all’[Introduzione], infine, Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione . Anche per questa ragione, le pagine dell’[Introduzione] sono straordinariamente rilevanti. In esse, mediante un serrato confronto con le idee di alcuni dei maggiori economisti e filosofi della storia, Marx ribadì profondi convincimenti ed approdò a significative acquisizioni teoriche. Anzitutto, egli volle insistere ancora sulla specificità storica del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti sociali. In secondo luogo, produzione, distribuzione, scambio e consumo furono considerati come una totalità, all’interno della quale la produzione costituiva l’elemento preminente sulle restanti parti dell’insieme. Inoltre, nel processo di riproduzione della realtà nel pensiero, Marx non ricorse a un metodo meramente storico, ma si avvalse dell’astrazione, della quale era giunto a riconoscere il valore ai fini della costruzione del percorso conoscitivo. Infine, egli evidenziò il rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo dei rapporti produttivi e quello delle forme della coscienza.

Queste riflessioni hanno reso l’[Introduzione], durante i 100 anni intercorsi dalla sua prima pubblicazione, un testo imprescindibile dal punto di vista teorico ed affascinante da quello letterario per tutti i seri interpreti e lettori di Marx. È prevedibile che essa rimarrà tale per quanti, nelle generazioni a venire, si avvicineranno ancora alla sua opera.

References
1. Nella lettera a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, Marx affermò infatti: «l’economia come scienza in senso tedesco è ancora tutta da fare», in Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p.  595.
2. La voluminosa letteratura critica a riguardo esemplifica l’importanza dell’Introduzione. Da quando fu pubblicata per la prima volta, nel 1903, tutte le principali interpretazioni critiche, le biografie intellettuali e le introduzioni al pensiero di Marx hanno dato conto di questo testo e numerosissimi sono stati gli articoli e i commentari a esso dedicati.
3. Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1857/58, in MEGA², II/1.1, Dietz Verlag, Berlin 1976, p. 17. Nell’edizione italiana cui si rimanda nel testo (La Nuova Italia, Firenze 1997), questa suddivisione di Marx, che corrisponde all’indice del contenuto dell’[Introduzione], è stata utilizzata per intitolare i differenti paragrafi.
4. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, p. 3.
5. Karl Marx, Ivi, p. 4.
6. Cfr. Ian Watt, Robinson Crusoe as a Myth, in Essays in Criticism, vol. I nr. 2, April 1951, p. 112.
7. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 4.
8. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 123.
9. Karl Marx, Ivi, p. 96.
10. Karl Marx, Ivi, p. 95.
11. Marx trattò approfonditamente questi temi nella sezione dei [Grundrisse] dedicata alle [Forme che precedono la produzione capitalistica].
12. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., p. 109.
13. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 5. Questa concezione di matrice aristotelica – la famiglia che precede la nascita del villaggio – fu sostenuta da Marx anche nel libro primo de Il capitale. In seguito, però, egli mutò opinione in proposito. Come osservato da Engels in una nota aggiunta alla terza edizione tedesca del 1883: «studi posteriori, condotti molto a fondo, sulle condizioni primitive dell’uomo hanno condotto l’autore [Marx] al risultato che originariamente non è stata la famiglia a evolversi in tribù, ma viceversa: la tribù è stata la forma spontanea originaria della associazione fra gli uomini, basata sulla consanguineità, cosicché solo più tardi le forme numerose e diverse della famiglia si sono sviluppate dalla incipiente dissoluzione dei vincoli tribali», in Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 394-5. Engels si riferiva alle ricerche di storia antica condotte da Marx durante i suoi ultimi anni di vita. Tra i principali testi che Marx lesse o compendiò nei suoi quaderni di estratti vi furono le Researches into the Early History of Mankind and the Development of Civilization di Edward Burnett Tylor, Ancient Society di Lewis Henry Morgan, The Aryan Village in India and Ceylon di John Budd Phear, Lectures on the Early History of Institutions di Henry Summer Maine e The Origin of Civilization and the Primitive Condition of Man di John Lubbock.
14. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 109.
15. Karl Marx, Ivi, p. 395. Dieci anni prima, nell’Introduzione, Marx aveva già scritto in proposito che: «in generale è errato porre lo scambio all’interno delle comunità come l’elemento costitutivo originario. All’inizio esso comparve invece nelle relazioni delle diverse comunità tra di loro piuttosto che in quelle tra i membri di una sola e medesima comunità», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 30.
16. Karl Marx, Ivi, p. 104.
17. Questa mutua dipendenza non va confusa con quella che si instaura tra gli individui nel modo di produzione capitalistico. La prima è il prodotto della natura, la seconda della storia. Nel capitalismo l’indipendenza individuale è integrata da una dipendenza sociale che si esprime nella divisione del lavoro, cfr. Karl Marx, Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 78. In questo stadio della produzione, infatti, il carattere sociale dell’attività si presenta non come semplice relazione reciproca degli individui, «ma come loro subordinazione a rapporti che esistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto tra individui indifferenti gli uni agli altri. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, la loro connessione reciproca, si presenta ad essi estranea, indipendente, come una cosa», in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 98.
18. Adam Smith, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1965, p. 18.
19. Cfr. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, UTET, Torino 1948, pp. 17-18. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 42.
20. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5.
21. Colui che per Marx aveva evitato questa ingenuità era stato James Steuart, dalla cui opera principale – An Inquiry into the principles of Political Economy – egli aveva annotato numerosi passaggi in un quaderno di estratti della primavera del 1851. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus James Steuart: An inquiry into the principles of political economy, in MEGA², IV/8, Dietz Verlag, Berlin 1986, pp. 304, 312-25, 332-49, 373-80, 400-1, 405-8, 429-45.
22. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 5. In altre parti dei Grundrisse, Marx asserì che: «un individuo isolato potrebbe avere tanto poco la proprietà della terra quanto poco potrebbe parlare», in vol. II, p. 109; e che «la lingua come prodotto di un singolo individuo è un’assurdità. Ma altrettanto lo è [la] proprietà», p. 115.
23. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 4.
24. Karl Marx, Ivi, p. 5.
25. Karl Marx, Ivi, p. 4.
26. Nel Commentary all’Introduzione incluso nel volume Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), Basil Blackwell, Oxford 1975, Carver ha osservato (pp. 93-5) che le considerazioni svolte da Marx sull’utilizzo di Robinson Crusoe da parte di Bastiat non corrispondono alle reali posizioni di quest’ultimo. Secondo il francese, infatti: «Daniel de Foe avrebbe tolto al romanzo persino l’ombra della verosimiglianza se […] non avesse fatto […] delle concessioni obbligate, [ovvero] ammettendo che il suo eroe avesse salvato dal naufragio alcuni oggetti indispensabili, delle provvigioni, della polvere, un fucile, un’accetta, un coltello, delle corde, delle tavole, del ferro ecc., prova decisiva che la società è la sfera necessaria dell’uomo, poiché fuori di essa nemmeno un romanziere ha potuto farlo sussistere. E notate che Robinson portava con sé nella solitudine un altro tesoro sociale, mille volte più prezioso […] intendo dire, le sue idee, le sue rimembranze, la sua esperienza, il suo stesso linguaggio», in Frédéric Bastiat, Armonie economiche, UTET, Torino, 1949, p. 197. Tuttavia, nonostante l’evidenza di questo brano, in altre parti della sua opera Bastiat dimostra mancanza di senso storico. Le azioni dell’individuo appaiono dettate sempre dal raziocinante calcolo economico e vengono rappresentate secondo le scissioni proprie della società capitalistica: «l’individuo, se potesse vivere qualche tempo isolato, sarebbe al tempo stesso capitalista, imprenditore, operaio, produttore e consumatore» (p. 291). Ed ecco, allora, che Robinson Crusoe torna a costituire il più piatto stereotipo degli economisti: «il nostro Robinson non si occuperà dunque di farsi lo strumento, se non quando egli vi scorgerà un’economia definitiva di sforzi con soddisfazione uguale o un accrescimento di soddisfazione con sforzi uguali» (p. 292). Queste affermazioni destarono molto probabilmente l’attenzione di Marx.
27. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 6.
28. Cfr. Karl Marx, Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 18 e 140.
29. Cfr. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Marx-Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 296.
30. Cfr. Karl Marx, Miseria della filosofia, in Marx-Engels Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973 [1847], p. 170.
31. In particolare, si veda l’opera del suo principale rappresentante: Wilhelm Roscher, Die Grundlagen der Nationalökonomie, in System der Volkswirtschaft, Vol. I, Stuttgart, 1854, che Marx citò anche nel libro primo de Il capitale, op. cit., p. 124, irridendone il «metodo anatomico-fisiologico» adottato. Nel 1883, le questioni epistemologiche furono l’oggetto del Methodenstreit (la disputa del metodo), che vide contrapporsi il metodo deduttivo di Carl Menger e della Scuola austriaca, la quale, contro la tradizione moderna inaugurata da Francis Bacon, Isaac Newton e David Hume, riteneva impossibile giungere alla conoscenza scientifica generale per via empirica, e l’induttivismo della Scuola storica, secondo la quale l’oggetto della scienza economica era quello di studiare l’evoluzione storica delle nazioni e delle istituzioni per costruire delle leggi generali, ma non astratte. Questo dibattito, però, cominciò proprio l’anno della scomparsa di Marx ed egli non poté seguirlo o prendervi parte.
32. Subito dopo la pubblicazione dell’Introduzione di Marx (1903), l’utilità di adoperare la «teoria economica astratta» per sintetizzare i fenomeni storici fu espressa, con diverse analogie rispetto alle formulazioni marxiane, da Max Weber nel saggio, del 1904, L’oggettività conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, in Max Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino, 1997. Secondo l’autore tedesco, la definizione di un «concetto tipico-ideale […] non è una rappresentazione del reale, ma intende fornire alla rappresentazione un mezzo di espressione univoco». Nella sua «purezza concettuale», ciò che Weber definisce come «tipo ideale […] non  può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale», p. 108. Il tipo ideale astratto rappresenta «un quadro concettuale, il quale non è la realtà storica […] ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere assunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico», p. 112.
33. Un’idea simile era già stata espressa da Marx ne L’ideologia tedesca, nella quale insieme con Engels aveva dichiarato: «separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico, a indicare la successione dei suoi singoli strati. […] La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un epoca passata che del presente, a esporlo realmente», in Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 23.
33. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
34. Cfr. Karl Korsch, Karl Marx, Laterza, Bari, 1974, pp. 62-3.
35. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 7.
36. L’esposizione più approfondita di questa concezione si trova in James Stuart Mill, Principî di economia politica, UTET, Torino, 1962, pp. 56 ss.
37. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, pp. 232-3.
38. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 249.
39. Karl Marx, Ivi, p. 220.
40. In proposito si vedano le critiche di Marx rivolte a Proudhon, Ivi, vol. I, p. 242.
41. Karl Marx, Ivi, p. 7.
42. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit. p. 182.
43. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 81.
44. Karl Marx, Ivi, p. 365.
45. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 259.
46. Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 113-4.
47. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 207.
48. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 175.
49. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 96.
50. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 219.
51. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 313.
52. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 576.
53. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 1002.
54. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 117.
55. Karl Marx, Ivi, p. 10.
56. Karl Marx, Ivi, p. 7.
57. Karl Marx, Ivi, p. 8.
58. Karl Marx, Ivi, p. 9.
59. John Stuart Mill, Principî di economia politica, op. cit., p. 195-6. Queste affermazioni suscitarono l’interesse di Marx, che le annotò, nel settembre del 1850, in uno dei suoi quaderni di estratti. Cfr. MEGA² IV/7, Dietz Verlag, Berlin 1983, p. 36. Poche righe dopo, però, Stuart Mill smentì in parte la sua categorica asserzione, anche se non nel senso di una storicizzazione della produzione. Egli sostenne, infatti, che la distribuzione dipende «dalle leggi e dalle consuetudini della società» e poiché esse sono il prodotto delle «opinioni» e dei «sentimenti del genere umano» – che altro non sono se non le «conseguenze delle leggi fondamentali della natura umana» –, le leggi della distribuzione «sono altrettanto poco arbitrarie, e possiedono il carattere delle leggi fisiche, quanto le leggi della produzione», p. 196. Le Osservazioni preliminari poste all’inizio della sua opera contengono, forse, una possibile sintesi: «a differenza delle leggi della produzione, quelle della distribuzione sono in parte opera umana; giacché il modo in cui la ricchezza si distribuisce in una data società dipende dalla legislazione o dalle consuetudini ivi prevalenti», p. 22.
60. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 9.
61. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 577. Dunque, chi come Stuart Mill riteneva eterni i rapporti di produzione e storiche soltanto le loro forme di distribuzione, «rivela che […] non capisce né gli uni, né le altre», in Karl Marx, Ivi, p. 474.
62. Marx conosceva molto bene entrambi i testi poiché erano stati tra i primi libri di economia politica studiati e dai quali aveva ricopiato molte parti nei suoi quaderni di appunti. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus Jean-Baptiste Say: Traité d’économie politique, in MEGA² IV/2, Dietz, Berlin 1981, pp. 301-27 e Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élemens d’économie politique, in Ivi, pp. 428-70; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 229-48.
63. Cfr. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, Laterza, Bari 2001, vol. II, p. 677 ss.
64. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 12.
65. Karl Marx, Ivi, p. 17.
66. Cfr. Baruch Spinoza a Jarig Jelles, in Baruch Spinoza, Epistolario, Einaudi, Torino 1951, p. 226.
67. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 14.
68. Karl Marx, Ivi, p. 17.
69. Karl Marx, Ivi, p. 14.
70. Karl Marx, Ivi, p. 15.
71. Karl Marx, Ivi, p. 16.
72. Karl Marx, Ivi, pp. 16-7.
73. Karl Marx, Ivi, pp. 18-9.
74. Karl Marx, Ivi, p. 19.
75. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 254.
76. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 20.
77. Karl Marx, Ivi, pp. 21-2.
78. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 21.
79. Karl Marx, Ibidem.
80. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 576.
81. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 22.
82. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, op. cit., p. 3.
83. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 21.
84. Karl Marx, Ivi, p. 22.
85. Karl Marx, Ivi, p. 23.
86. Karl Marx, Ivi, p. 25.
87. «Il vero, come concreto, è solo in quanto si svolge in sé e si raccoglie e mantiene in unità, cioè come totalità, e solo mediante il differenziarsi e la determinazione delle sue differenze sono possibili la necessità di esse e la libertà del tutto». Georg W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari 2002, p. 22
88. Cfr. Stuart Hall, ‘Marx’s notes on method: A «reading» of the «1857 Introduction»’, Cultural Studies, 2003, vol. 17 No. 2, p. 127.
89. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 18.
90. Karl Marx, Ivi, p. 19.
91. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 8.
92. Karl Marx, Ivi, p. 18.
93. Karl Marx, Ivi, p. 25.
94. Karl Marx, Ivi, pp. 25-6.
95. Karl Marx, Ivi, p. 52.
96. Karl Marx, Ivi, p. 67.
97. Karl Marx, Ivi, p. 8.
98. Karl Marx, Ivi, p. 26.
100. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 605.
101. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 27.
102. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, op. cit., p. 910. Alla fine dell’ottobre del 1857, durante la stesura dei Grundrisse, Marx ricevette dall’amico Ferdinand Freiligrath alcuni libri di Hegel che rilesse con grande interesse. Il 14 gennaio del 1858 scrisse, infatti, a Engels: «Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo servizio il fatto che per puro caso (…) mi ero riveduto la Logica di Hegel. Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran voglia di render accessibile all’intelletto dell’uomo comune in poche pagine, quanto vi è di razionale nel metodo che Hegel ha scoperto ma allo stesso tempo mistificato», in Opere, vol. LX, op. cit., p. 273. Purtroppo, Marx non rivelò né in questa lettera, né in altre sue comunicazioni, in che modo la Logica di Hegel aveva «reso un grandissimo servizio» all’elaborazione del suo metodo. Tanto meno, egli ebbe mai il tempo per scrivere «quanto vi [era] di razionale nel metodo» hegeliano. In ogni caso, per quel che concerne l’Introduzione, è necessario ricordare che essa fu scritta in agosto, mentre Marx ricevette la Logica di Hegel solo in ottobre, cfr. Ferdinand Freiligrath a Karl Marx, 22 ottobre 1857, in MEGA², III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 497. Dunque, diversamente da quanto ritenuto da molti interpreti di Marx, la Logicanon ebbe alcun influsso diretto sull’Introduzione, sebbene reminiscenze delle opere di Hegel siano evidenti in diversi punti del testo marxiano.
103. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
104. Le interpretazioni di Althusser, Negri e Della Volpe, ad esempio, cadono tutte nell’errore di accomunare questo metodo a quello di Marx. Cfr. Louis Althusser, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 95; Antonio Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma 1998 [1979] p. 65; Galvano Della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 177. Per la critica a Della Volpe si rimanda a Cesare Luporini, Il circolo concreto-astratto-concreto, in Franco Cassano (a cura di), Marxismo e filosofia in Italia (1958-1971), De Donato, Bari 1973, pp. 226-39.
105. Cfr. Mario Dal Pra, La dialettica in Marx, Laterza, Bari 1965, p. 461.
106. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
107. Karl Marx, Ivi, p. 28.
108. Karl Marx, Ivi, p. 34.
109. Karl Marx, Ivi, p. 28.
110. Georg W. F. Hegel Enciclopedia delle scienze filosofiche, op. cit., p. 4.
111. Le Aggiunte (Zusätze) di Gans, il cui scrupolo filologico è stato però messo in dubbio da più di un commentatore, si basano su alcuni manoscritti di Hegel e sulle trascrizioni dei suoi corsi sulla Filosofia del diritto successivi al 1821, data di pubblicazione della prima edizione.
112. In proposito si veda Judith Jánoska, Martin Bondeli, Konrad Kindle, Marc Hofer, Das «Methodenkapitel» von Karl Marx, Schwabe & CO AG, Basel 1994, pp. 115-19.
113. Georg W. F. Hegel Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 293-4.
114. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 28.
115. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 218.
116. Karl Marx, Ivi, p. 29. Riflettendo sulla società peruviana, Marx ricordò, però, anche il caso opposto, ovvero che erano esistite «società molto sviluppate, seppure storicamente immature, nelle quali alcune forme più avanzate dell’economia, quali ad esempio la cooperazione o una sviluppata divisione del lavoro, si manifestano senza che esista affatto denaro», in Karl Marx, Ibidem.
117. Karl Marx, Ivi, p. 30.
118. Karl Marx, Ivi, p. 31.
119. Karl Marx, Ivi, p. 32.
120. Karl Marx, Ivi, p. 280.
121. Karl Marx, Ivi, p. 281. In un altro brano dei Grundrisse, infatti, Marx affermò che: «il principio sviluppato del capitale è appunto quello di rendere superflua l’abilità particolare […] è il principio di relegare l’abilità nelle forze naturali morte», in Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 245.
122. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 32.
123. Karl Marx, Ivi, p. 281. Nei Grundrisse Marx mostrò come anche il «capitale in generale» non fosse una mera astrazione, ma una categoria che aveva nella società capitalistica «un’esistenza reale». Così come i capitali particolari appartengono ai singoli capitalisti, il capitale nella sua forma generale, ovvero quello che si accumula nelle banche, che diviene il capitale di una determinata nazione e che può essere dato in prestito per essere valorizzato, diventa «maledettamente reale. Mentre dunque l’elemento generale per un verso è soltanto una differentia specifica di natura logica, nello stesso tempo questa è una particolare forma reale accanto alla forma del particolare e dell’individuale», in Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 67.
124. In proposito si veda quanto Marx scrisse a Engels in una lettera del 2 aprile 1858: «le più astratte determinazioni, esaminate attentamente, rimandano sempre a un’ulteriore base storica concreta e determinata. (Naturalmente, perché esse ne sono astratte in questa loro determinatezza)», in Marx Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 332.
125. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 32.
126. Karl Marx, Ivi, pp. 32-3.
127. Karl Marx, Ivi, p. 33.
128. Cfr. Stuart Hall, op. cit., p. 133. Questo autore ha giustamente notato che la teoria elaborata da Marx rappresenta una rottura con lo storicismo, pur non essendo una rottura con lo storico.
129. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 33.
130. Pierre Joseph Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della miseria, Edizioni della rivista «Anarchismo», Catania 1975, p. 121.
131. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 172.
132. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 35.
133. Karl Marx, Ivi, pp. 35-6.
134. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 930.
135. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 169.
136. Cfr. Louis Althusser, op. cit., pp. 48-9 e 93.
137. La complessità del metodo sintetizzato da Marx è dimostrata dal fatto che esso fu travisato non solo da molti dei suoi studiosi, ma anche dallo stesso Friedrich Engels. Questi, infatti, che non aveva letto le tesi esposte nell’Introduzione, scrisse in una recensione del 1859 a Per la critica dell’economia politica che Marx, dopo aver elaborato il suo metodo, avrebbe potuto intraprendere la critica dell’economia politica «in due modi: storicamente o logicamente». Tuttavia, poiché «la storia procede spesso a salti e a zigzag e si sarebbe dovuto tenerle dietro dappertutto» […] il modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto». Egli, erroneamente, ne concluse però che questo non era altro che «il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso interiore non sarà altro che  il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia», in Friedrich Engels, Per la critica dell’economia politica (Recensione), in Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 208. Engels, insomma, sostenne il parallelismo tra storia e logica che Marx aveva decisamente respinto nell’Introduzione. Tale posizione fu così attribuita a quest’ultimo e divenne inseguito, con l’interpretazione marxista-leninista, ancora più schematica e infruttuosa dal punto di vista epistemologico.
138. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 81-2.
139. Karl Marx, Ivi, vol. I, pp. 36-7.
140. Karl Marx, Ivi, p. 38.
141. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968, p. 112.
142. Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, op. cit., p. 21.
143. Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi. Gli estratti di Marx dall’opera di Sismondi sono ancora inediti e saranno pubblicati nel volume IV/10 della MEGA². Sono grato a Klaus Pezold per le informazioni relative ai manoscritti marxiani.
144. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 39.
145. Karl Marx, Ivi, p. 40. Anche Friedrich Theodor Vischer, nella sua Ästhetik oder Wissenschaft des Schönen, Bd. I-III, Olms, Hildesheim 1975, trattò della forza dissolvitrice dei miti operata dal capitalismo. Marx lesse quest’opera traendone ispirazione, e ne riassunse alcune parti in uno dei suoi quaderni di estratti, appena tre mesi prima della redazione dell’Introduzione. L’impostazione dei due autori, però, non avrebbe potuto essere più distinta. Vischer deplorò in modo romantico l’impoverimento estetico della cultura causato dal capitalismo e considerò quest’ultimo come una realtà immodificabile. Marx, al contrario, pur battendosi costantemente per il superamento del capitalismo, sottolineò che esso rappresentava, sia materialmente che ideologicamente, una realtà più avanzata rispetto ai precedenti modi di produzione. Cfr. György Lukács, Contributi alla storia dell’estetica, Feltrinelli, Milano 1966, pp. 306-7.
146. Karl Marx, Teorie sul plusvalore. I, in Marx-Engels Opere, volume XXXIV, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 295.
147. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 40.
148. Karl Marx, Ivi, p. 38.
149. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 5.
150. A sostegno di questo ragionamento vi è una nota dell’edizione francese de Il capitale del 1872-75, in cui, citando questo brano della sua opera, Marx preferì tradurre la frase utilizzando il verbo dominer: «[l]e mode de production de la vie matérielle domine [domina] en général le développement de la vie sociale, politique et intellectuelle», in Karl Marx, Le capital, MEGA², II/7, Dietz Verlag, Berlin 1989, p. 62. Egli evitò, in questo modo, di presentare una relazione meccanica tra i due momenti. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Colibrì, Milano 2001, p. 283.
151. La più diffusa volgarizzazione di tale interpretazione si deve a J. V. Stalin che in Del materialismo dialettico e del materialismo storico, in Opere Scelte, Edizioni movimento studentesco, Milano 1973,  sostenne che «il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva […] [e] la vita spirituale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva» (p. 927): «quale è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società» (p. 928).
152. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 3.
153. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 27.
154. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 3.
155. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 645.
156. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67.
157. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione in Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67. Marx aggiunse che quando ciò si compie «può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori», ma, in realtà, il risultato raggiunto è la rappresentazione del concreto nel pensiero. In proposito si veda una sua importante affermazione contenuta in una lettera scritta a Engels il 1 febbraio 1858 nella quale, a proposito di Lassalle, dichiarò: «imparerà a sue spese che una cosa è arrivare a portare, per mezzo della critica, una scienza al punto da poterla esporre dialetticamente e altra è adoperare un sistema di logica astratto e preconfezionato», in Marx Engels Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 288.
158. Cfr. Terrell Carver A Commentary on the text, in Karl Marx, Texts on Method (a cura di Terrell Carver), op. cit., p. 135.

Categories
Book chapter

Introdução

I. O início do caminho
No dia 28 de setembro de 1864, o salão do St. Martin’s Hall, edifício situado no coração de Londres, estava lotado. Ali encontravam-se cerca de 2 mil trabalhadoras e trabalhadores para assistir ao comício de alguns dirigentes sindicais ingleses e de um pequeno grupo de operários vindos do continente. No manifesto de convocação da assembleia, fora anunciada a presença de uma “delegação eleita pelos operários de Paris” que “apresentaria sua resposta ao discurso dos companheiros ingleses e um plano para um melhor entendimento entre os povos”1. De fato, em julho de 1863 algumas organizações operárias francesas e inglesas, reunidas em Londres para uma manifestação de solidariedade ao povo polonês – insurreto contra a ocupação de seu país pelo Império russo –, haviam proclamado os objetivos que julgavam de fundamental importância para o movimento operário. No texto preparatório do encontro, escrito pelo célebre dirigente sindical George Odger (1813-1877) e publicado no biebdomadário inglês The Bee-Hive com o título “Address of English to French Workmen” [Mensagem dos trabalhadores ingleses aos trabalhadores franceses], declaravam:

A fraternidade entre os povos é altamente necessária para a causa do trabalho, pois constatamos que sempre que tentamos melhorar nossa condição social por meio da redução das horas de trabalho, ou pelo aumento dos salários, nossos empregadores ameaçam trazer franceses, alemães, belgas e outros para realizarem nosso trabalho por salários mais baixos. E lamentamos dizer que isso tem ocorrido, embora não em razão de um desejo de nos prejudicar da parte de nossos irmãos do continente, mas pela falta de uma comunicação regular e sistemática entre as classes trabalhadoras de todos os países. Nosso objetivo é elevar os salários dos operários pior remunerados, aproximando-os o máximo possível daqueles dos melhor remunerados, e não permitir que nossos empregadores nos joguem uns contra os outros e nos empurrem, assim, para a condição mais baixa possível, adequada a sua busca avarenta pelo lucro.2

Os organizadores da assembleia não imaginavam – nem teriam podido prever – o que essa iniciativa geraria dali a pouco. O que ambicionavam era a construção de um fórum internacional de discussão, no qual pudessem examinar os principais problemas relacionados aos trabalhadores. Mas não consideravam a hipótese de fundar uma verdadeira organização, um instrumento de coordenação da iniciativa sindical e política da classe operária. Do mesmo modo, sua ideologia fora inicialmente marcada por lemas gerais de caráter ético-humanitário, tais como a fraternidade entre os povos e a paz mundial, muito mais do que pelo conflito de classes e por objetivos políticos concretos. Em razão desses limites, a assembleia do St. Martin’s Hall poderia ter sido mais uma das muitas iniciativas de caráter vagamente democrático já realizadas naqueles anos, mas que não deram qualquer resultado. Em vez disso, por meio dela constituiu-se o protótipo de todas as futuras organizações do movimento operário, um modelo que tanto reformistas quanto revolucionários tomariam, a partir de então, como ponto de referência: a Associação Internacional dos Trabalhadores3.

Em pouco tempo, ela suscitou paixões em toda a Europa, difundiu o ideal da solidariedade de classe e motivou a consciência de uma grande massa de mulheres e homens, que escolheram a luta com a meta mais radical, a de mudar o mundo. O editorial de um enviado do The Times ao terceiro congresso da organização, realizado em Bruxelas em 1868, reproduz plenamente a ambição do projeto da Internacional:

O que está contemplado [em seu projeto] é não uma simples melhoria, mas nada menos que uma regeneração, e não apenas de uma nação, mas da humanidade. Esse é certamente o objetivo mais amplo já contemplado por qualquer instituição, com exceção, talvez, da Igreja Cristã. Para ser breve, esse é o programa da Associação Internacional dos Trabalhadores.4

Graças à Internacional, o movimento operário pôde compreender mais claramente os mecanismos de funcionamento do modo de produção capitalista, adquirir maior consciência da própria força e desenvolver novas e mais avançadas formas de luta. Seu eco ultrapassou os confins da Europa, gerando a esperança de que outro mundo era possível até para os artesãos de Buenos Aires, os membros das primeiras associações operárias de Calcutá e os grupos de trabalhadores na Austrália e na Nova Zelândia.

Nas classes dominantes, ao contrário, a notícia da fundação da Internacional provocou horror. O pensamento de que também os operários viessem a exigir um papel ativo na história gerou indignação, e foram numerosos os governos que invocaram a eliminação da organização, perseguindo-a com todos os meios de que dispunham.

II. O homem certo no lugar certo
As organizações operárias que fundaram a Internacional eram muito distintas entre si. O centro motor foi o sindicalismo inglês. Seus dirigentes, quase todos reformistas, interessavam-se sobretudo por questões de caráter econômico. Lutavam pela melhoria das condições dos trabalhadores, sem, contudo, colocar o capitalismo em discussão. Assim, conceberam a Internacional como um instrumento favorável a seu objetivo, impedindo a importação da mão de obra estrangeira durante as greves.

Outro ramo significativo da organização, por muito tempo dominante na França e forte também na Bélgica e na Suíça francesa, foi o dos mutualistas. Seguidores das teorias de Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), opunham-se a qualquer tipo de envolvimento político dos trabalhadores, eram contrários à greve como instrumento de luta e exprimiam posições conservadoras em relação à emancipação feminina. Defensores de um sistema cooperativo sobre uma base federalista, sustentavam ser possível modificar o capitalismo mediante acesso igualitário ao crédito. Por essas razões, constituíram a ala direita da Internacional.

Ao lado desses dois componentes, numericamente majoritários, o terceiro grupo, por ordem de importância, foi o dos comunistas, reunidos em torno da figura de Karl Marx (1818-1883) e ativos – com pequenos grupos, dotados de uma esfera de influência muito circunscrita – em algumas cidades alemãs e suíças, assim como em Londres. Anticapitalistas, os comunistas se opunham ao sistema de produção existente, reivindicando a necessidade da ação política para sua derrubada.

Nas fileiras da Internacional, à época de sua fundação, também havia componentes sem qualquer relação com a tradição socialista e inspirados por concepções vagamente democráticas, como alguns grupos de exilados dos países do Leste europeu. Entre esses, podem ser citados os seguidores de Giuseppe Mazzini (1805-1872), expoente de um pensamento interclassista, orientado principalmente às reivindicações nacionais e que concebia a Internacional como uma associação útil para a difusão de apelos de libertação dos povos oprimidos da Europa5.

A completar o quadro da organização, tornando ainda mais complexo o equilíbrio de forças, havia vários grupos de trabalhadores franceses, belgas e suíços, que aderiram à Internacional trazendo consigo as teorias mais diversas e confusas, entre as quais algumas inspiradas no utopismo. Por fim, jamais associada à Internacional, embora sempre girando em sua órbita, estava também a Associação Geral dos Trabalhadores Alemães, partido dirigido pelos seguidores de Ferdinand Lassalle (1825-1864), que ostentava uma nítida posição antissindical e concebia a ação política exclusivamente nos estreitos limites nacionais.

Foram esses os heterogêneos grupos fundadores da Internacional, e foi esse o variegado e complexo entrelaçamento de culturas e experiências políticas e sindicais que caracterizou seu nascimento. Construir uma base geral e saber efetuar a síntese política de uma organização tão ampla, não obstante sua forma federativa, apresentou-se, desde o início, como tarefa muito árdua. Além disso, todas essas diferentes tendências, mesmo depois de terem aderido a um programa comum, continuaram a exercitar notável influência, frequentemente centrífuga, nas seções locais em que eram majoritárias.

A tarefa política de fazer conviver todos esses ânimos na mesma organização – e, além disso, com um programa tão distante dos princípios de cada um deles –, foi indiscutivelmente obra de Marx. Seus dotes políticos lhe permitiram conciliar aquilo que parecia inconciliável e asseguraram um futuro à Internacional, que, sem o seu protagonismo, teria seguramente caído no mesmo rápido esquecimento de todas as outras inúmeras associações operárias que a precederam6. Foi Marx quem deu uma finalidade clara à Internacional, quem realizou um programa político não excludente, embora firmemente classista, como garantia de uma organização que ambicionava ser de massas e não sectária. Marx foi a alma política de seu Conselho Geral, aquele que redigiu todas as suas resoluções principais e compilou todos os relatórios preparatórios para os congressos (com exceção daquele de Lausanne, em 1867, que coincidiu com seu trabalho de revisão das provas de impressão de O capital *). Ele foi “o homem certo no lugar certo”, como escreveu o dirigente operário alemão Johann Georg Eccarius (1818-1889)7.

Todavia, diversamente do que afirmam muitas reconstruções fantasiosas, que o representam como o fundador da Internacional, Marx não estava entre os organizadores da assembleia realizada no St. Martin’s Hall. Assistiu a ela, ao contrário, como “personagem mudo”8, como relatou em carta endereçada ao amigo Friedrich Engels (1820-1895). Soube, porém, reconhecer imediatamente a potencialidade do evento e pôs-se a trabalhar para o êxito da associação. Graças ao prestígio que, embora circunscrito a certos âmbitos, acompanhava seu nome, foi nomeado entre os 34 membros do Comitê Diretor Provisório9 da Associação, no interior do qual, tendo conquistado em pouco tempo a confiança de seus membros, a ele foi dada a incumbência de redigir a Mensagem inaugural e os Estatutos provisórios da Internacional. Na redação desses documentos fundamentais, assim como naquela de muitos outros sucessivos, Marx valorizou as melhores ideias dos vários componentes da organização, ao mesmo tempo que eliminou suas inclinações corporativas e acentos sectários. Além disso, conciliou firmemente a luta econômica com a luta política e tornou irreversível a escolha de pensar e agir em escala internacional10.

Foi graças à perspicácia de Marx que a Internacional tornou-se um órgão de síntese política das tendências presentes nos diversos contextos nacionais. Ela foi capaz de unificá-las num projeto de luta comum, garantindo autonomia às seções locais, mas não total independência em relação ao centro dirigente11. As dificuldades para manter unida a organização foram extenuantes para Marx12, sobretudo quando se considera que sua concepção anticapitalista não era a posição política dominante no interior da organização. Todavia, com o passar do tempo, muitas vezes por meio de confrontos e rupturas, e graças à incessante persistência de sua atividade, o pensamento de Marx tornou-se a doutrina hegemônica13.

Apesar desse duro caminho, sua elaboração trouxe não poucos benefícios à luta política daqueles anos. O novo perfil das mobilizações operárias, a experiência revolucionária da Comuna de Paris, o desafio (para ele inédito) de manter unida uma organização política tão grande e complexa, a polêmica com as outras tendências do movimento operário, surgidas das várias questões que se apresentaram ao longo da vida da Associação, tudo isso impulsionou Marx para além dos limites da economia política, à qual ele havia se dedicado inteiramente após a derrota da Revolução de 1848 e do consequente refluxo das forças mais progressistas. Além disso, ele foi estimulado a desenvolver suas ideias e, às vezes, a revisá-las, a fim de questionar velhas certezas, colocar novas questões e, principalmente, elaborar de forma mais concreta sua crítica do capitalismo em termos de definições da sociedade comunista. A representação do papel de Marx na Internacional difundida pela ortodoxia soviética, isto é, aquela de um revolucionário que teria transposto mecanicamente ao terreno histórico uma elaboração política já consumada e precedentemente elaborada em teoria, no isolamento de um quarto de estudos, é totalmente distante da realidade14.

III. Estrutura da organização
Tanto no curso de sua existência como nas décadas sucessivas, a Internacional foi representada como uma organização vasta e financeiramente poderosa. O número de seus membros foi sempre superestimado, seja por um insuficiente conhecimento da realidade, seja pelos exageros de alguns de seus dirigentes, seja para justificar a brutal repressão nos confrontos da Internacional. O promotor público que, em junho de 1870, processou alguns dos dirigentes franceses da Internacional, declarou que a organização possuía mais de 800 mil membros na Europa15. Um ano mais tarde, após a derrota da Comuna de Paris, o jornal The Times afirmou que esse número era de 2,5 milhões. Ao passo que seu principal estudioso à época, no campo conservador, Oscar Testut (1840-?), chegou mesmo a imaginar uma multidão de 5 milhões de membros16.

Na verdade, o número de seus membros foi muito inferior. Uma estimativa, ainda que apenas aproximada, da consistência efetiva da Internacional foi sempre uma questão complexa17, tanto para seus dirigentes como para os estudiosos. Com base nas pesquisas realizadas, é possível lançar a hipótese de que, durante seu período de maior afirmação (ou seja, no biênio 1871-1872), o número máximo de adesões, numa base anual, superou 150 mil. Mais detalhadamente: 50 mil na Inglaterra, mais de 30 mil na França e o mesmo número na Bélgica, 6 mil na Suíça, cerca de 30 mil na Espanha, cerca de 25 mil na Itália e mais de 10 mil na Alemanha (cuja imensa maioria, porém, só pode ser considerada membro por ser militante do Partido Social-Democrata dos Trabalhadores da Alemanha [Sozialdemokratische Arbeiterpartei Deutschland]), mais alguns milhares dispersos por outros países europeus e 4 mil nos Estados Unidos.

Dada a época e, portanto, a ausência quase absoluta – com exceção dos sindicatos ingleses e da Associação Geral dos Trabalhadores Alemães – de organizações efetivas da classe trabalhadora, essas cifras devem ser avaliadas como extremamente relevantes. É preciso também ter presente que, durante sua existência, a Internacional só era reconhecida como organização legal na Inglaterra, na Suíça, na Bélgica e nos Estados Unidos18. Em outros países onde teve uma presença consistente – é o caso de França, Espanha e Itália –, ela permaneceu ilegal por diversos anos, e seus militantes sofreram perseguições. Aderir à Internacional era considerado ilegal nos 39 Estados da Confederação Germânica, e no Império Austro-Húngaro seus pouquíssimos membros foram forçados a agir na clandestinidade. Não obstante, sua capacidade agregadora foi notável. Depois de apenas dois anos de vida, havia conseguido federar centenas de sociedades operárias. A partir do fim de 1868, graças à propaganda promovida pelos seguidores de Mikhail Bakunin (1814-1876), a ela se agregaram sociedades na Espanha e, depois da Comuna de Paris, surgiram seções na Itália, Holanda, Dinamarca e Portugal. O desenvolvimento da Internacional foi, sem dúvida, irregular; por múltiplas e diversas razões, enquanto crescia em alguns países, em outros mantinha-se estável ou regredia sob os golpes da repressão. Todavia, entre aqueles que aderiram à Internacional, mesmo que por um breve período, sobreviveu um forte sentido de pertencimento comum. Com efeito, também quando o ciclo das lutas das quais os trabalhadores haviam participado se encerrou e a adversidade e os rigores de suas vidas os forçaram a distanciar-se da organização, eles conservaram intocados os laços de solidariedade de classe e responderam da melhor forma que podiam ao chamado de um comício, às palavras de um manifesto, ao tremular da bandeira vermelha da luta, em nome e em memória da Internacional, a organização que os havia apoiado no momento de necessidade19.

Em relação à totalidade dos trabalhadores da época, os membros da Internacional foram, porém, uma parcela reduzida da classe operária. Em Paris, por exemplo, o número de membros jamais ultrapassou 10 mil, e em grandes cidades como Roma, Viena e Berlim seu número foi ainda mais exíguo. A qualificação dos operários que aderiram à Internacional constitui outra prova evidente de seus limites: ela deveria ser a organização dos operários assalariados, mas apenas um número muito exíguo destes tornou-se membro. O principal influxo veio do setor da construção, na Inglaterra, da indústria têxtil, na Bélgica, e de vários tipos de artesãos, na França e Suíça.

Na Inglaterra, com a única exceção dos operários siderúrgicos, a força da Internacional entre os proletários da indústria foi sempre limitadíssima20. Estes jamais se tornaram a maioria da Associação, mesmo após a expansão da organização nos países da Europa meridional. Outro grande limite da Internacional foi o de não ter conseguido abarcar o mundo do trabalho não qualificado21. Esforços nessa direção foram realizados desde a preparação para o primeiro congresso da organização, como demonstra a clara exortação às organizações dos trabalhadores contida no documento “Instructions for the Delegates of the Provisional General Council. The Different Questions” [Instruções para os delegados do Conselho Geral provisório. As questões singulares]:

Para além de seus propósitos originais, eles [os sindicatos] devem agora aprender a agir deliberadamente como centros organizadores da classe operária no interesse mais amplo de sua emancipação total. Devem auxiliar todo movimento social e político que aponte nessa direção. Considerando a si mesmos e agindo como os paladinos e representantes da classe operária inteira, não podem deixar de alistar em suas fileiras os párias da sociedade [the non-society men]. Devem defender cuidadosamente os interesses das atividades de pior remuneração, tais como os trabalhadores agrícolas, tornados impotentes por circunstâncias excepcionais. Devem convencer o mundo inteiro de que seus esforços, longe de serem estreitos e egoístas, visam à emancipação dos milhões de oprimidos.22

Também na Inglaterra, no entanto, com exceção dos escavadores, os trabalhadores não especializados não se filiaram à Internacional. Nesse país, o maior número de adesões veio do setor têxtil, dos alfaiates, dos sapateiros e dos carpinteiros, ou seja, dos trabalhadores que, à época, eram os mais organizados e dotados de maior consciência de classe. Por fim, a Internacional permaneceu sempre uma organização formada exclusivamente por trabalhadores ocupados, e os desempregados jamais fizeram parte dela. Análoga foi a proveniência de seus dirigentes, que, salvo algumas exceções, eram principalmente artesãos e intelectuais.

Dispor de dados corretos sobre os meios financeiros da Internacional é igualmente difícil. A despeito das fantasiosas descrições sobre a pretensa abundância de seus recursos23, a organização teve uma situação financeira cronicamente instável. A taxa de inscrição individual era de um xelim, enquanto cada um dos sindicatos devia contribuir, como sujeito coletivo, com três pence por membro. Em muitos países, no entanto, os filiados individuais foram sempre poucos e, na Inglaterra, as contribuições devidas pelos sindicados foram, constantemente, tão incertas e limitadas que o Conselho Geral acabou por liberar estes últimos para contribuir com o que podiam. As somas recolhidas jamais superaram poucas dezenas de libras esterlinas anuais24, que mal bastavam para pagar o salário de quatro xelins por semana do secretário-geral e o aluguel da sede, por cuja inadimplência a Internacional era frequentemente ameaçada de despejo.

Num dos mais importantes documentos da vida da organização, Marx resumiu assim suas funções: “A Associação Internacional dos Trabalhadores tem como tarefa combinar e generalizar os movimentos espontâneos das classes trabalhadoras, mas não ditar ou impor um sistema doutrinário, seja ele qual for”25. Não obstante a notável autonomia concedida às federações e seções locais singulares, a Internacional conservou sempre um lugar de direção política. Seu Conselho Geral constituía, de fato, o órgão em que se efetuava a síntese entre as várias tendências políticas e do qual emanavam as linhas diretivas da organização. De outubro de 1864 a agosto de 1872, o Conselho Geral se reuniu, com grande regularidade, por 385 vezes. No curso de tantas noites de terça-feira, durante as quais, numa sala repleta de fumaça de charutos e cachimbos, realizaram-se as reuniões do Conselho Geral, seus membros debateram inúmeras problemáticas, entre as quais: as condições de trabalho dos operários, os efeitos da introdução da maquinaria, as greves que deviam ser apoiadas, o papel e a importância dos sindicatos, a questão irlandesa, diversos problemas de política externa e, naturalmente, a questão de como construir a sociedade do futuro. O Conselho Geral foi também o organismo que se ocupou da elaboração dos documentos da Internacional. Circulares, cartas e resoluções foram os meios correntemente empregados, enquanto manifestos, mensagens e apelos foram os documentos excepcionais, utilizados em circunstâncias particulares26.

IV. A formação da Internacional
A falta de sincronia entre os principais eventos organizacionais e políticos da Internacional dificulta a reconstrução cronológica de sua história. Do ponto de vista organizacional, as fases mais importantes atravessadas pela Associação foram: I) seu nascimento (1864-1866), ou seja, a fase desde sua fundação até o primeiro congresso (Genebra, 1866); II) sua expansão (1866-1870); III) o impulso revolucionário e a repressão que se seguiu à Comuna de Paris (1871-1872); e IV) a cisão e a crise (1872-1877). Já do ponto de vista do confronto político, as principais fases da Internacional foram: I) o debate inicial entre os vários componentes e a construção de seus fundamentos teóricos (1864-1865); II) o conflito pela hegemonia entre coletivistas e mutualistas (1866-1869); e III) o confronto entre centralistas e autonomistas (1870-1877). Nos parágrafos que seguem, percorreremos tanto os eventos organizacionais como os políticos.

A Inglaterra foi o primeiro país em que foram apresentados pedidos de adesão à Internacional. Em fevereiro de 1865, a ela se filiaram 4 mil membros da Sociedade Sindical dos Pedreiros (Operative Society of Bricklayers). Pouco depois, seguiram-se grupos de trabalhadores da construção civil e sapateiros. No curso de seu primeiro ano de vida, o Conselho Geral realizou uma intensa atividade de divulgação dos princípios da Associação. Isso ajudou a ampliar seu horizonte para além de questões puramente econômicas, como demonstra a presença da Internacional entre as organizações que participaram da Reform League, o movimento pela reforma eleitoral surgido em fevereiro de 1865.

Na França, a Internacional começou a tomar forma em janeiro de 1865, data em que foi fundada, em Paris, sua primeira seção. Outros centros principais surgiram um pouco mais tarde, em Lyon e Caen. Sua força foi, porém, muito limitada. Na capital francesa, sua base não conseguiu se expandir e, durante esse período inicial, muitas outras organizações operárias tiveram uma consistência numérica superior. A influência ideológica exercida pela Associação foi débil, e as relações de força, limitadas; juntamente com a escassa determinação política, impediram a fundação de uma federação nacional. Apesar desses limites, os franceses, em grande parte seguidores das teorias mutualistas de Proudhon, consolidaram-se como o segundo grupo mais consistente da Internacional durante a primeira conferência da organização, realizada entre 25 e 29 de setembro daquele ano em Londres. Esta contou com a presença de trinta delegados provenientes da Inglaterra, da França, da Suíça e da Bélgica, além de alguns outros representantes da Alemanha, da Polônia e da Itália. Cada um deles apresentou informes, sobretudo de caráter organizacional, sobre os primeiros movimentos da Internacional em seus países. Para essa sede foi convocado, para o ano seguinte, o primeiro Congresso Geral.

No período entre essas duas reuniões, a Internacional continuou a expandir-se na Europa. Ela começou a construir seus primeiros núcleos importantes na Bélgica e na Suíça francesa. As chamadas leis prussianas de associação (Kombinationsgesetze), que impediam os grupos políticos alemães de estabelecer relações estruturais com organizações de outros países, não permitiram que fossem abertas seções da Internacional naquela que, à época, era a Confederação Alemã. A Associação Geral dos Trabalhadores Alemães (Allgemeine Deutsche Arbeiterverein) – primeiro partido operário da história, fundado em 1863, com cerca de 5 mil membros, e liderado pelo discípulo de Lassalle, Johann Baptist von Schweitzer (1833-1875) – seguiu uma linha de ambíguo diálogo com Otto von Bismarck (1815-1898) e se desinteressou da Internacional nos primeiros anos de sua existência. Essa mesma postura foi compartilhada por Wilhelm Liebknecht (1826-1900), apesar de sua grande proximidade política com Marx. Johann Philipp Becker (1809-1886), um dos principais líderes da Internacional na Suíça, tentou contornar essas dificuldades por meio do Grupo de Seções de Língua Alemã, baseado em Genebra e, por um bom tempo, foi o único organizador dos primeiros núcleos internacionalistas na Confederação Alemã.

A obtenção desses resultados foi altamente favorecida pela difusão de jornais que ou simpatizavam com as ideias da Internacional ou eram verdadeiros órgãos do Conselho Geral. Ambas as categorias contribuíram para o desenvolvimento da consciência de classe e para a rápida circulação de notícias relativas às atividades da Internacional. Dentre os periódicos surgidos nos primeiros anos de sua existência, menção especial deve ser feita ao biebdomadário The Bee-Hive e ao The Miner and Workman’s Advocate (que mais tarde se chamaria The Workman’s Advocate e, por fim, The Commonwealth), ambos publicados em Londres; ao hebdomadário de língua francesa Le Courrier International, também publicado em Londres; ao La Tribune du Peuple, órgão oficial da Internacional na Bélgica a partir de agosto de 1865; ao Journal de l’Association Internationale des Travailleurs, órgão da seção na Suíça francesa; ao Le Courrier Français, um hebdomadário proudhoniano publicado em Paris; e ao Der Vorbote, em Genebra, dirigido pelo alemão Becker27.

A atividade do Conselho Geral em Londres foi decisiva para o reforço da Internacional. Na primavera de 1866, com seu apoio aos grevistas dos Alfaiates Unificados de Londres (London Amalgamated Tailors), a organização contribuiu, pela primeira vez ativamente, para uma luta operária. Em seguida à vitória desses trabalhadores, cinco pequenas sociedades de alfaiates, com cerca de quinhentos trabalhadores cada, decidiram filiar-se à Internacional. O resultado positivo de outras disputas atraiu diversos sindicatos menores, tanto que, quando de seu primeiro congresso, as organizações sindicais filiadas eram já dezessete, para um total de mais de 25 mil membros. A Internacional foi a primeira associação a ser bem-sucedida na difícil tarefa de alistar organizações sindicais em suas fileiras28.

Entre 3 e 8 de setembro de 1866, a cidade de Genebra sediou o primeiro congresso da Internacional. Fizeram-se presentes sessenta delegados, provenientes da Inglaterra, da França, da Alemanha e da Suíça. Naquele momento, a Associação pôde fazer um balanço muito favorável, tendo acolhido sob sua bandeira, apenas dois anos depois de sua fundação, mais de uma centena de sindicatos e organizações políticas. Os participantes do congresso se dividiram substancialmente em dois blocos. O primeiro, composto pelos delegados ingleses, pelos poucos alemães presentes e pela maioria dos suíços, seguiu as diretivas do Comitê Central redigidas por Marx, ausente em Genebra. O segundo, do qual faziam parte franceses e uma parte dos suíços de língua francesa, era constituído de mutualistas. Àquela época, a Internacional era uma organização em que prevaleciam as posições moderadas. Os mutualistas, liderados pelo parisiense Henri-Louis Tolain (1828-1897), prefiguravam uma sociedade em que o trabalhador seria, ao mesmo tempo, produtor, capitalista e consumidor. Eles viam na concessão de crédito gratuito uma medida determinante para transformar a sociedade; opunham-se ao trabalho feminino, condenado do ponto de vista moral e social, e rejeitavam qualquer interferência do Estado em matéria de relações de trabalho (inclusive a redução legal da jornada de trabalho para oito horas), porquanto estavam convencidos de que isso ameaçaria as relações privadas entre os trabalhadores e os patrões e reforçaria o sistema vigente.

Baseando-se nas resoluções preparadas por Marx, os dirigentes do Comitê Central presentes no congresso conseguiram suplantar o grupo dos mutualistas, numericamente fortes, e obtiveram resultados favoráveis à intervenção do Estado. Sobre esta última questão, na seção das “Instructions for Delegates of the Provisional General Council. The different questions”, Marx havia declarado que:
Isso só pode ser realizado convertendo-se a razão social em força social, o que, sob dadas circunstâncias, realiza-se unicamente quando forçado pelo poder estatal. Ao impor essas leis, a classe trabalhadora não fortalece o poder governamental. Ao contrário, ela transforma esse poder, que hoje é usado contra ela, em seu próprio benefício. Ela realiza por um ato geral aquilo que uma multidão de indivíduos isolados não conseguiriam realizar.29

Essas reivindicações reformistas, portanto, longe de tornarem mais forte a sociedade burguesa, como acreditavam erroneamente Proudhon e seus seguidores, representavam um ponto de partida indispensável para a emancipação da classe trabalhadora. Nas instruções preparadas por Marx para o Congresso de Genebra, por fim, é reconhecida a função fundamental do sindicato, contra a qual se haviam manifestado não só os mutualistas, mas também alguns seguidores de Robert Owen (1771-1858), na Inglaterra, e, fora da Internacional, os lassallianos alemães30:

Essa atividade dos sindicatos é não só legítima, mas também necessária. Ela não pode ser dispensada enquanto durar o atual sistema de produção. Pelo contrário, tem de ser generalizada pela formação e a articulação de sindicatos em todos os países. Por outro lado, sem que eles mesmos percebessem, os sindicatos formaram centros de organização da classe trabalhadora, tal como as municipalidades e comunas medievais o fizeram para a classe média. Se os sindicatos são necessários para as guerras de guerrilha entre o capital e o trabalho, eles são ainda mais importantes como agências organizadas para a superação do próprio sistema do trabalho assalariado e do domínio do capital.

No mesmo documento, Marx não poupou de sua crítica os sindicatos existentes. Pois,

concentrados com demasiada exclusividade nas lutas locais e imediatas contra o capital, os sindicatos ainda não entenderam plenamente seu poder de ação contra o próprio sistema de escravidão assalariada. Por essa razão, mantiveram-se demasiadamente distantes dos movimentos sociais e políticos gerais.31

A mesma coisa ele afirmara numa mensagem ao Conselho Geral em 20 e 27 de julho, que seria postumamente publicada como artigo, sob o título “Value, Price and Profit”*:

as classes trabalhadoras não devem exagerar para si mesmas o resultado final dessas lutas diárias. Não devem esquecer de que estão lutando contra os efeitos, mas não contra as causas desses efeitos; que estão retardando o movimento descendente, mas não alterando sua direção; que estão aplicando paliativos, não curando a doença. Não devem, portanto, deixar-se absorver exclusivamente por essas inevitáveis lutas de guerrilhas, provocadas continuamente pelos abusos incessantes do capital ou pelas flutuações do mercado. Elas devem entender que o sistema atual, mesmo com todas as misérias que lhes impõe, engendra simultaneamente as condições materiais e as formas sociais necessárias para uma reconstrução econômica da sociedade. Em vez do lema conservador: “Um salário justo por uma jornada de trabalho justa!”, devem inscrever em sua bandeira a divisa revolucionária: “Abolição do sistema de trabalho assalariado!”.32

V. Greves e expansão
A partir do fim de 1866, as greves se intensificaram em muitos países europeus. Organizadas por grandes massas de trabalhadores, elas contribuíram para a tomada de consciência das condições em que essas massas eram forçadas a viver e foram o coração pulsante de um novo e importante período de lutas.

Apesar da tese defendida por alguns governos da época, que atribuía a responsabilidade das greves à propaganda da Internacional, a maior parte dos operários que delas participavam nem sequer sabia de sua existência. Os protestos foram motivados pelas dramáticas condições de trabalho e de vida a que estavam submetidos. Essas mobilizações representaram o primeiro momento de confluência e de coordenação com a Internacional, que os apoiou com proclamações e apelos de solidariedade, organizou a coleta de dinheiro em favor dos grevistas e promoveu encontros para bloquear as tentativas dos patrões de enfraquecer a resistência dos trabalhadores.

Foi justamente graças ao papel concreto desempenhado nessa fase pela Internacional que os trabalhadores começaram a reconhecê-la como lugar de defesa de seus interesses comuns e a solicitar sua filiação33. A primeira grande luta vencida com seu apoio foi aquela dos bronzistas de Paris, cuja greve durou de fevereiro a março de 1867. Resultado vitorioso também obtiveram as greves dos trabalhadores de ferro de Marchienne, em fevereiro de 1867; dos operários da bacia mineral de Provence, de abril de 1867 a fevereiro de 1868; dos mineiros de carvão de Charleroi e dos pedreiros de Genebra, ambas na primavera de 1868. Em cada um desses acontecimentos, o cenário foi idêntico: uma coleta de dinheiro em apoio aos grevistas da parte dos trabalhadores de outros países, que também se comprometiam a não aceitar qualquer trabalho como substitutos dos grevistas, sob pena de se degradarem à condição de mercenários. Foram esses os fatores que forçaram os patrões a buscar um compromisso e a aceitar muitas das reivindicações dos operários. Logo após o sucesso dessas lutas, centenas de novos trabalhadores aderiram à Internacional nas cidades onde haviam ocorrido as greves. Como afirmou o membro do Conselho Geral Eugène Dupont (1831-1881): “não é a Associação Internacional dos Trabalhadores que conduz [os operários] à greve, mas [é] a greve que conduz os operários aos braços da Associação Internacional dos Trabalhadores”34.

Assim, apesar das dificuldades derivadas da heterogeneidade dos países, línguas e culturas políticas, a Internacional conseguiu reunir e coordenar muitas organizações e lutas nascidas espontaneamente. Seu maior mérito foi o de ter sabido indicar a absoluta necessidade da solidariedade de classe e da cooperação internacional, superando irreversivelmente o caráter parcial dos objetivos e das estratégias do movimento operário.

A partir de 1867, reforçada pelo sucesso na obtenção desses resultados, pelo aumento no número de militantes e por uma eficiente estrutura organizacional, a Internacional avançou em todo o continente. Esse ano foi marcado por seu notável progresso, sobretudo na França. A greve dos bronzistas parisienses teve um efeito avassalador, semelhante àquele obtido na Inglaterra pelos alfaiates de Londres. Em Paris, o número de associados chegou a mil e em Lyon e Viena, superou os quinhentos. Além disso, foram inauguradas sete novas seções, uma das quais na outra margem do Mediterrâneo, na Argélia, mas que contava apenas com operários franceses. As adesões se multiplicaram também na Bélgica, em resultado das greves, e na Suíça, onde ligas operárias, cooperativas e sociedades políticas aderiram com entusiasmo à Internacional. Neste último país, a organização possuía 25 seções apenas na cidade de Genebra, inclusive uma de língua alemã, que também servia de base para a propaganda dos operários da Confederação Alemã.

Mas a Inglaterra continuou a ser o país onde a Internacional conquistara maior presença. No decurso de 1867, a filiação de outra dezena de organizações elevou o número de seus membros para 50 mil – cifra impressionante, considerando-se que foi alcançada em apenas dois anos e que, à época, o total de trabalhadores ingleses sindicalizados era cerca de 800 mil35. Essa cifra corresponde ao mais elevado número de inscritos já atingido pela Internacional – em termos absolutos, ainda que não em proporção à totalidade da população – num único país. Todavia, se na Inglaterra o período de 1864-1867 caracterizara-se pela obtenção de grandes progressos, os anos sucessivos foram marcados por certa estagnação. A essa inversão de tendência contribuíram diversos fatores. Antes de mais nada, como dissemos, a Internacional não conseguiu atrair dois segmentos fundamentais do mundo do trabalho: os operários da indústria e os trabalhadores não especializados. Entre estes últimos, a única exceção foi representada pelos Escavadores Unidos (United Excavators), que aderiram à organização logo após a greve de agosto de 1866. Exígua foi também a presença da Internacional entre os operários das grandes fábricas do norte e das midlands da Inglaterra (com raras exceções, como a dos Trabalhadores da Fundição [Malleable Ironworkers]). Sua voz não conseguiu atingir os trabalhadores do carvão, nem os do algodão, tampouco os operários da indústria mecânica, que, graças a suas competências técnicas, jamais se sentiram ameaçados pela concorrência estrangeira. Aqueles que aderiram em maior medida à Internacional foram os trabalhadores da construção. A Sociedade Unificada dos Carpinteiros e dos Marceneiros (Amalgamated Society of Carpenters and Joiners), representada no Conselho Geral por seu secretário, Robert Applegarth (1834-1924), equivalia, com seus 9 mil membros, a quase um quinto dos filiados. A seguir vinham os alfaiates, sapateiros, marceneiros, encadernadores, tecelões, seleiros e charuteiros – ou seja, todas aquelas profissões que se mantiveram inalteradas pela Revolução Industrial. Em janeiro de 1867, o Conselho Sindical de Londres (London Trades Council), organização que unia todos os sindicados londrinos, decidiu cooperar com a Internacional, mas votou contra a adesão à organização. Esse episódio fez com que o Conselho Geral tomasse consciência da impossibilidade de expandir-se para além de sua esfera de influência.

A essa fase de freagem no avanço da Internacional na Inglaterra contribuiu, em grau ainda maior, o processo de institucionalização do movimento operário. O Reform Act, que resultou da batalha travada pela Reform League, estendeu o direito de voto a mais de 1 milhão de trabalhadores ingleses. A sucessiva legalização das organizações sindicais, que pôs fim ao risco de perseguições e repressões, permitiu que o Quarto Estado se tornasse presença real na sociedade. Desse momento em diante, portanto, os pragmáticos governantes do país privilegiaram o caminho das reformas do sistema burguês. Os trabalhadores ingleses, diferentemente dos franceses, começaram a se sentir parte integrante da sociedade e colocaram as esperanças de um futuro melhor não mais no conflito social, mas na mudança pacífica36. Nos outros países europeus, a situação foi completamente distinta. Na Confederação Alemã, a contratação coletiva era quase inexistente. Na Bélgica, as greves eram reprimidas pelo governo, quase como se fossem atos de guerra, enquanto na Suíça ainda eram uma anomalia mal tolerada pela ordem constituída. Na França, enfim, a greve foi declarada legal em 1864, mas as primeiras organizações sindicais ainda operavam sob severas restrições.

Foi esse o cenário que precedeu ao congresso de 1867, no qual a Internacional se reuniu com nova força, resultante de uma expansão difusa e constante. Uma prova disso está no interesse demonstrado por diversos periódicos burgueses, entre eles o The Times, que enviaram seus correspondentes para acompanhar os trabalhos. Novamente uma cidade suíça, dessa vez Lausanne, de 2 a 8 de setembro, serviu de sede ao evento, recebendo os 64 delegados37 provenientes de seis países (que agora incluíam um representante da Bélgica e um da Itália). Entre eles, houve uma consistente presença dos mutualistas, que impuseram à agenda do congresso temas tipicamente proudhonianos, tais como a discussão sobre o movimento cooperativo e sobre o uso alternativo do crédito. A ausência de Marx nesse congresso38 e no Conselho Geral durante as semanas em que foram redigidos os documentos preparatórios, devida a sua dedicação à revisão das últimas provas de impressão de O capital, repercutiram negativamente nos participantes, cujos trabalhos permaneceram circunscritos aos relatos dos progressos obtidos pela organização nos vários países e aos debates sobre os temas preferidos pelos mutualistas.

Entre as outras questões discutidas, estava aquela relativa à guerra e ao militarismo, solicitada pela concomitante fundação da Liga pela Paz e Liberdade. No curso dos debates, o delegado de Bruxelas, César de Paepe (1841-1890), um dos militantes mais ativos e brilhantes no plano teórico da Internacional, formulou pela primeira vez a ideia – que mais tarde se tornaria a posição clássica do movimento operário – segundo a qual as guerras são inevitáveis num regime de produção capitalista:

Se tivesse de expressar meus sentimentos ao Congresso [da Paz] de Genebra, eu diria: queremos a paz tanto quanto vocês, mas sabemos que enquanto existir o que se chama princípio de nacionalidade ou o patriotismo, haverá a guerra; enquanto houver classes distintas, haverá a guerra. A guerra não é apenas fruto da ambição de um monarca; […] a verdadeira causa da guerra são os interesses de alguns capitalistas; a guerra é o resultado da falta de equilíbrio no mundo econômico e no mundo político.39

Finalmente, houve uma discussão sobre a emancipação das mulheres40, e o congresso votou a favor de um relatório declarando que “os esforços das nações devem visar à propriedade estatal dos meios de transporte e de circulação”41. Essa foi a primeira declaração coletivista aprovada num congresso da Internacional. Todavia, a oposição dos mutualistas à socialização da propriedade obteve a maioria dos votos, e uma discussão mais aprofundada sobre o tema foi adiada até o congresso seguinte.

VI. A derrota dos mutualistas
Na Internacional, desde o tempo de seu nascimento, as ideias de Proudhon haviam sido hegemônicas na França e em outras regiões de língua francesa, como a Suíça romanda, a Valônia e a cidade de Bruxelas. Seus discípulos, particularmente Tolain e Ernest Édouard Fribourg, conseguiram deixar uma marca na reunião de fundação, em 1864, na Conferência de Londres de 1865, e nos congressos de Genebra e Lausanne.

Por quatro anos, os mutualistas eram a ala mais moderada da Internacional. Os sindicatos ingleses, que constituíam a maioria da organização, não compartilhavam do anticapitalismo de Marx, mas também não tinham sobre as políticas da organização a mesma influência negativa exercida pelos seguidores de Proudhon. A partir das concepções do anarquista francês, os mutualistas defendiam que a emancipação econômica dos trabalhadores seria alcançada por meio da fundação de cooperativas de produção, financiadas por um banco popular central. Firmemente contrários à intervenção do Estado em qualquer campo, opunham-se à socialização da terra e dos meios de produção e eram contrários à prática de greves. Em 1868, por exemplo, ainda havia muitas seções da Internacional de tendência mutualista, que atribuíam um caráter negativo e antieconômico a esse método de luta. O “Relatório da seção de Liège sobre as greves” é emblemático a esse respeito: “A greve é uma luta. Portanto, ela aumenta os fermentos de ódios lançados entre o povo e a burguesia e separa cada vez mais duas classes que, em vez disso, deveriam fundir-se e se unir uma com a outra”42. A distância entre esse ponto de vista e as teses do Conselho Geral não poderia ser mais profunda.

Marx desempenhou, sem dúvida alguma, um papel central no curso da longa luta para reduzir a influência de Proudhon no interior da Internacional. A ideias do primeiro foram de fundamental importância para o amadurecimento teórico dos dirigentes da organização, e foi notável sua capacidade política de afirmá-las, vencendo todos os principais confrontos internos. Com respeito à cooperação, por exemplo, ele já havia declarado, em 1866, nas “Instruções para os delegados do Conselho Central provisório”:

Para converter a produção social num sistema amplo e harmonioso de trabalho livre e cooperativo são necessárias mudanças sociais gerais, mudanças das condições gerais da sociedade, que jamais podem ser realizadas a não ser pela transferência das forças organizadas da sociedade, isto é, do poder estatal, dos capitalistas e proprietários fundiários aos próprios produtores.

Recomendando aos trabalhadores, além disso, “que se empenhem na produção cooperativa, em vez de em lojas cooperativas. Estas últimas atingem apenas a superfície do atual sistema econômico, ao passo que a primeira ataca seus alicerces”43. Em grau ainda maior que Marx, porém, os que permaneceram distante da doutrina proudhoniana na Internacional foram os próprios operários. A proliferação das greves convenceu especialmente os mutualistas de quão equivocadas eram suas concepções, e as lutas proletárias lhes indicaram que a greve era a resposta imediata e necessária não só para melhorar as condições existentes, mas também para reforçar a consciência de classe indispensável para construir a sociedade do futuro. Foram mulheres e homens de carne e osso que interromperam a produção capitalista para reivindicar seus direitos e justiça social, alterando assim o equilíbrio de forças na Internacional e, mais importante ainda, na sociedade como um todo. Foram os bronzistas de Paris, os tecelões de Rouen e de Lyon, os mineiros de carvão de Saint-Étienne, quem, com uma força superior a qualquer discussão teórica, convenceram os líderes franceses da Internacional da necessidade de socializar o solo e a indústria. Coube, em suma, ao movimento operário demonstrar, desmentindo Proudhon, que era impossível separar a questão econômico-social da questão política44.

O Congresso de Bruxelas, realizado entre 6 e 13 de setembro de 1868, na presença de 99 delegados provenientes da França, da Inglaterra, da Suíça, da Alemanha, da Espanha (um único delegado) e da Bélgica (com 55 representantes)45, consolidou o redimensionamento dos mutualistas. Em seu apogeu, houve o pronunciamento dos delegados favoráveis à proposta, apresentada por César de Paepe, de socialização dos meios de produção. A resolução votada – entre aquelas que tiveram o maior relevo em toda a vida da Internacional – representou um decisivo passo adiante no percurso das definições das bases econômicas do socialismo, questão que agora era tratada não mais somente nos escritos dos intelectuais singulares, mas no programa de uma organização transnacional. No que tangia às mineiras e aos transportes, o congresso declarou:

(a) Que, numa situação normal de sociedade, as pedreiras, as minas de carvão e outras minas, assim como as ferrovias, devem pertencer à comunidade representada pelo Estado, um Estado submetido ele mesmo às leis da justiça.
(b) Que as pedreiras, minas de carvão e outras minas, além das ferrovias, sejam concedidas pelo Estado, não a companhias de capitalistas, como ocorre no presente, mas a companhias de trabalhadores vinculados por contrato, a fim de garantir à sociedade a operação racional e científica das ferrovias etc. a um preço o mais próximo possível da despesa do trabalhador. O mesmo contrato deve reservar ao Estado o direito de verificar a contabilidade das companhias, de modo a prevenir a possibilidade de qualquer reconstituição de monopólios. Um segundo contrato deve garantir o direito mútuo de cada membro das companhias em relação a seus colegas trabalhadores.

Em relação à propriedade fundiária, foi resolvido que:

o desenvolvimento econômico da sociedade moderna criará a necessidade social de converter a terra arável em propriedade comum da sociedade, fazendo com que o Estado conceda o solo a companhias agrícolas sob condições análogas àquelas expostas em relação a minas e ferrovias.

E considerações similares foram aplicadas aos canais, estradas e telégrafos:

Considerando que as estradas e outros meios de comunicação requerem uma direção social comum, o congresso acredita que devem permanecer como propriedade comum da sociedade.

Finalmente, considerações interessantes foram feitas com relação ao meio ambiente:

Considerando que o abandono das florestas a indivíduos privados causa a destruição das matas necessárias à conservação das fontes e, evidentemente, das boas qualidades do solo, assim como da saúde e da vida da população, o congresso acredita que as florestas devem permanecer como propriedade da sociedade.46

Em Bruxelas, portanto, a Internacional fez seu primeiro pronunciamento explícito sobre a necessidade da socialização dos meios de produção mediante a utilização do poder público47. Foi uma importante vitória do Conselho Geral, e a primeira manifestação dos princípios socialistas no programa político de uma vasta organização do movimento operário.

Além disso, foi novamente discutida a questão da guerra. Uma moção apresentada por Becker – e mais tarde retomada por Marx na elaboração para publicação das resoluções do congresso – dizia:

os trabalhadores são os únicos que têm um interesse evidente e lógico na abolição definitiva de qualquer guerra, tanto econômica como política, tanto individual como nacional, porque são eles, no fim das contas, que devem sempre pagar com seu sangue e seu trabalho o acerto de contas entre os beligerantes, não importando se estão no lado dos vencedores ou no dos vencidos.48

Os operários, portanto, deveriam considerar toda guerra “como uma guerra civil”49. Contra esta última, César de Paepe sugeriu também a utilização da greve geral50, uma proposta que Marx desprezou como “tolice”51, mas que, ao contrário, tendia ao desenvolvimento de uma consciência de classe capaz de ir além das batalhas meramente econômicas.

Se o Congresso de Bruxelas marcou o momento a partir do qual teve início a viagem coletivista da Internacional, o do ano seguinte, realizado entre 5 e 12 de setembro, na Basileia, consumou esse processo, erradicando o proudhonismo até mesmo de sua terra natal, a França. Dele participaram 78 delegados, provenientes não só da França, da Suíça, da Alemanha, da Inglaterra e da Bélgica, mas, numa demonstração da expansão da organização, também da Espanha, da Itália e da Áustria, além de um representante do Sindicato Nacional do Trabalho dos Estados Unidos. A presença deste último e a de Wilhelm Liebknecht, representante da segunda força política organizada da classe operária, o Partido Socialdemocrata dos Trabalhadores da Alemanha, fundado havia poucas semanas em Eisenach, contribuiu para tornar o congresso mais solene e carregá-lo de esperanças. Os explorados viram estender-se concretamente os confins de sua associação, condição essencial para desafiarem o domínio do capital, e as transcrições dos debates, assim como as reconstruções daquelas jornadas, transmitem o entusiasmo dos trabalhadores reunidos em Lausanne.

As resoluções sobre a propriedade fundiária, aprovadas em Bruxelas no ano anterior, foram confirmadas numa nova votação, aprovada por 54 delegados, com apenas 4 contrários e 13 abstenções. O novo texto, no qual é declarado “que a sociedade tem o direito de abolir a propriedade individual do solo e de dá-lo à comunidade”52, foi acolhido também pelos delegados franceses. Onze deles votaram a favor – entre eles, Eugène Varlin (1839-1871), que, em seguida, seria uma figura de primeiro plano da Comuna de Paris –, dez se abstiveram e quatro, entre os quais Tolain, votaram contra. Depois de Basileia, a Internacional na França deixou de ser mutualista.

O Congresso da Basileia também foi interessante por outro motivo: a participação do delegado Mikhail Bakunin. Não tendo conseguido conquistar a direção da Liga da Paz, em setembro de 1868 ele havia fundado, em Genebra, a Aliança da Democracia Socialista, uma organização que, em dezembro, apresentou um pedido de adesão à Internacional – inicialmente rejeitado pelo Conselho Geral. A Internacional não podia aceitar, em seu interior, organizações que continuassem afiliadas a uma estrutura transnacional paralela; além disso, um dos objetivos do programa da Aliança da Democracia Socialista – “a igualdade das classes53” – era radicalmente distinto de um dos pilares centrais da Internacional: a abolição das classes. Pouco depois, no entanto, a Aliança da Democracia Socialista modificou a parte de seu programa criticada pelo Conselho Geral e aceitou reduzir a rede de suas seções – muitas das quais, na realidade, existiam apenas na imaginação de Bakunin54. Assim, em 28 de julho de 1869, a seção de Genebra, composta por 104 membros, foi admitida na Internacional55. O célebre revolucionário russo conquistou rapidamente notável influência em várias seções suíças, espanholas e francesas (e, depois da Comuna de Paris, italianas), e já na Basileia, graças a sua personalidade carismática e a seus dons da oratória, conseguiu influir sobre o êxito do congresso, como demonstra o voto sobre o direito de herança56, primeiro caso em que os delegados rejeitaram uma proposta do Conselho Geral.

Depois de ter finalmente derrotado os mutualistas e o espectro de Proudhon, Marx se viu, a partir daquele momento, na necessidade de enfrentar um rival ainda mais hostil, um desafiante que formou uma nova tendência no interior da organização e que visava a conquistá-la: o anarquismo coletivista.

VII. O desenvolvimento em toda a Europa e a oposição à Guerra Franco-Prussiana
O período entre o fim dos anos 1860 e o início dos anos 1870 foi rico em conflitos sociais. Nesse ínterim, muitos dos trabalhadores que tomaram parte nos protestos resolveram dirigir-se à Internacional, cuja fama difundia-se cada vez mais, solicitando a ela a intervenção em favor de sua luta. Apesar de seus recursos limitados, o Conselho Geral jamais deixou de responder às instâncias que o procuraram, manifestando-se por meio da redação de apelos de solidariedade endereçados a todas as suas seções europeias e organizando coletas de fundos. Em março de 1869, por exemplo, ele interveio em resposta aos oitocentos tecelões e tingidores da Basileia que haviam recorrido à Internacional solicitando apoio a sua greve. O Conselho Geral não pôde enviar-lhes mais do que £ 4, porém, graças a uma circular, conseguiu recolher mais £ 300 entre diversos grupos de operários em muitos países. Ainda mais significativo foi o papel desempenhado pela Internacional na luta dos operários da indústria mecânica de Newcastle pela redução da jornada de trabalho para nove horas. Nessa circunstância, de fato, foi determinante a mediação política de dois de seus emissários, James Cohen e Eccarius, que conseguiram debelar a tentativa dos patrões de substituir os grevistas ingleses por trabalhadores de outros países europeus. O sucesso dessa luta, que se tornou um caso de dimensões nacionais, representou uma advertência para os capitalistas ingleses, que, a partir de então, desistiram de recrutar trabalhadores do outro lado do Canal da Mancha57.

Em 1869, a Internacional obteve significativa expansão em toda a Europa. A Inglaterra foi, no entanto, uma exceção. O congresso dos sindicatos ingleses, reunidos em Birmingham em agosto, enviou uma recomendação a todas as suas organizações afiliadas para que aderissem à Internacional. Porém, o apelo não foi atendido, e o número de adesões permaneceu mais ou menos igual àquele atingido em 1867. Também os dirigentes sindicais ingleses, moderados e poucos propensos a questões teóricas58, mostraram um interesse limitado nos confrontos da organização. Sem hesitar, apoiaram Marx na luta contra os mutualistas, mas faltava-lhes espírito revolucionário. Por essa razão, Marx se opôs por longo tempo ao nascimento de uma federação inglesa independente do Conselho Geral.

Em todos os países europeus em que a Internacional obteve alguma força, seus militantes deram vida a organizações independentes daquelas já existentes. De acordo com sua grandeza, estas assumiram a forma de seções locais e/ou de federações nacionais. Na Inglaterra, ao contrário, a Internacional teve uma configuração distinta. Antes de mais nada, era constituída de sindicatos, que, naturalmente, jamais desmantelaram suas estruturas. Além disso, o Conselho Geral, com sede em Londres, desempenhava a dupla função de quartel-general mundial e de centro de liderança para a Inglaterra. De qualquer modo, as filiações sindicais na Inglaterra mantiveram cerca de 50 mil trabalhadores em sua órbita de influência, de modo que, no fim da década de 1860, a Internacional encontrava-se reforçada em toda a Europa.

Devido à dura repressão imperial, o ano de 1868 na França ficou caracterizado por uma fortíssima crise da Internacional, que, com a única exceção de Rouen, vira desaparecer todas as suas seções. O ano seguinte tornou-se, ao contrário, o de seu renascimento. Após o Congresso de Basileia, Tolain deixou de representar a figura de ponta da organização, e surgiram novos dirigentes, entre eles, por exemplo, Varlin, que abandonara suas anteriores convicções mutualistas. O ano de 1870 foi o momento de expansão máxima da Internacional. As estimativas do número de filiados divergem muito daquelas difundidas de modo fantasioso por alguns estudiosos e depois consolidadas no senso comum. Ademais, não se pode esquecer que a organização jamais conseguiu se estabelecer em 38 dos 90 departamentos à época existentes na França. Todavia, os inscritos aumentaram nitidamente em relação ao passado. É possível conjeturar que em Paris seu número fosse de cerca de 10 mil membros, muitos dos quais aderiram à Internacional por meio de sociedades cooperativas, câmaras sindicais e sociedades de resistência. Na cidade de Lyon, onde em setembro de 1870, após uma sublevação, uma comuna havia sido proclamada e violentamente reprimida, as estimativas mais rigorosas seriam de 3 mil trabalhadores, o mesmo número de Roen, ao passo que em Marselha eram mais de 4 mil. No entanto, estima-se que o total de filiados em todo o território nacional estava entre 3 e 4 mil trabalhadores59.

Portanto, embora uma rigorosa pesquisa historiográfica ateste que, na França, a Internacional ainda não havia se tornado uma verdadeira organização de massa, ela havia certamente se expandido e despertava um interesse difuso, como mostra o pedido de adesão encaminhado ao Conselho Geral também por parte de grupos como os Proletários Positivistas de Paris60. A partir de 1870, mesmo alguns discípulos de Blanqui superaram suas antigas precauções diante de uma organização inspirada pela moderação proudhoniana e, testemunhando sua popularidade crescente entre os operários, começaram a aderir a ela. Decerto, essa Internacional era muito diferente daquela fundada em 1865 por Tolain e Fribourg61, cujas seções eram quase meramente um tipo de “grupo de estudos”62. Em 1870, muita água havia passado por debaixo da ponte, e as linhas diretoras da organização na França eram a promoção do conflito social e a atividade política.

Na Bélgica, o período que se seguiu ao congresso de 1868, realizado em sua capital, distinguiu-se pela ascensão do sindicalismo, o êxito vitorioso das greves e a adesão à Internacional de inúmeras sociedades operárias. O número de inscritos atingiu seu máximo no começo dos anos 1870, quando chegou a algumas dezenas de milhares, superando provavelmente também o número total obtido na França. Na Bélgica, a Internacional atingiu seu apogeu, tanto pela proporção entre população e número de filiados como pelo peso que a organização exerceu na sociedade.

Nesse período, o progresso da Internacional manifestou-se também na Suíça. Em 1870, o número total de seus militantes chegou a 6 mil (com uma população total de cerca de 700 mil trabalhadores). Na cidade de Genebra, existiam 34 seções, para um total de 2 mil filiados; enquanto na região do Jura eles eram cerca de oitocentos. Porém, não tardou até que as teorias de Bakunin dividissem a organização em dois grupos de igual grandeza. Ambos se confrontaram no Congresso da Federação Romanda, realizado em abril de 1870, propriamente para deliberar sobre a decisão de acolher no interior da federação a Aliança da Democracia Socialista63. A impossibilidade de conciliar a disputa entre os dois partidos determinou a realização de dois congressos paralelos, e somente após a intervenção do Conselho Geral conseguiu-se uma trégua. O grupo que se alinhava às posições de Londres, levemente minoritário no congresso, conservou o nome de Federação Romanda, enquanto aquele ligado a Bakunin assumiu o nome de Federação do Jura, embora seu pertencimento à organização tenha sido novamente reconhecido.

No primeiro grupo distinguiram-se Nikolai Utin (1845-1883), fundador da primeira seção russa da Internacional64, na cidade de Genebra, e, uma vez mais, Becker, que, apesar de sua colaboração com Bakunin de meados de 1868 a fevereiro de 1870, conseguiu evitar – depois de mudar de opinião sobre o anarquista russo – que na Suíça a organização caísse inteiramente em suas mãos. A consolidação da Federação do Jura representou, de qualquer modo, uma etapa importante na construção de uma corrente anárquico-federalista no interior da Internacional. Sua figura de destaque foi o jovem James Guillaume (1844-1916), que desempenhou um papel fundamental no confronto com Londres.

Nessa fase, as ideias de Bakunin começaram a difundir-se em muitas cidades, sobretudo do sul da Europa. O país em que obtiveram o consenso mais rapidamente foi a Espanha. Na Península Ibérica, com efeito, a Internacional nasceu graças à iniciativa do anarquista napolitano Giuseppe Fanelli (1827-1877), que, entre outubro de 1868 e a primavera de 1869, a convite de Bakunin, viajou a Barcelona e a Madri para fundar seções da Internacional e grupos da Aliança da Democracia Socialista, na qual o italiano militava. A viagem obteve resultados positivos, mas gerou também uma enorme confusão. Fanelli, de fato, difundiu tanto os documentos da Internacional quanto os princípios da Aliança da Democracia Socialista (e, ainda por cima, às mesmas pessoas), o que fez com que – caso exemplar da babel bakuniniana e do ecletismo teórico da época – os operários espanhóis fundassem a Internacional com os princípios da Aliança da Democracia Socialista. Apesar disso, sua propaganda mostrou-se útil, uma vez que favoreceu a formação de dirigentes importantes – entre os quais Anselmo Lorenzo (1841-1914) –, que haviam se aproximado dos textos de Proudhon, traduzidos em espanhol por aquele que se tornaria o futuro presidente da Espanha, Francisco Pi y Margall (1824-1901). Além disso, ainda que contaminadas e confusas, as ideias da Internacional encontraram um movimento operário recém-nascido e disposto a organizar-se e a lutar. Já no tempo do Congresso de Basileia, de fato, o delegado Rafael Farga Pellicer (1840-1890) pôde referir-se à existência de muitas dezenas de seções.

Na Confederação Alemã do Norte, as coisas tomaram um rumo totalmente diverso. Apesar de o movimento operário daquele país já contar com duas organizações políticas – a Associação Geral dos Trabalhadores Alemães, de tendência lassalliana, e o Partido Socialdemocrata dos Trabalhadores da Alemanha, de orientação marxista –, seu entusiasmo pela Internacional foi mínimo, assim como foram escassos os pedidos de adesão. Pelo temor de possíveis perseguições da parte do governo, durante os três primeiros anos de vida da Internacional os militantes alemães quase ignoraram a existência da organização. A partir de 1868, paralelamente à fama e aos sucessos que a Internacional começou a obter em outros países europeus, esse cenário se alterou, e os dois partidos alemães, em concorrência recíproca, ambicionaram representar a ala nacional. Na luta contra os lassallianos – cujo líder, Johann Baptist von Schweitzer, jamais pretendeu que sua Associação Geral aderisse à Internacional –, Liebknecht tentou usar a proximidade de sua organização com as posições de Marx, mas a adesão do Partido Socialdemocrata dos Trabalhadores da Alemanha à Internacional foi, na verdade, mais formal (ou “puramente platônica”65, como diz Engels) do que real. Dos cerca de 10 mil membros que estavam registrados nesse partido apenas um ano após sua fundação, aqueles que se filiaram à Internacional – procedimento consentido pelas “Leis Prussianas de Associação” – foram apenas algumas centenas66. Mais que quaisquer aspectos legais, pesou muito, portanto, o fraco senso de internacionalismo dos alemães, o qual diminuiu ainda mais na segunda metade da década de 1870, à medida que o movimento tornou-se mais preocupado com questões internas67.

A compensar os decepcionantes resultados alemães, houve duas novidades positivas. Em maio de 1869, algumas seções da Internacional foram fundadas em um novo país, a Holanda, onde a organização começou lentamente a se desenvolver, em Amsterdã e na Frísia. Pouco mais tarde, ela renasceu também na Itália, nação na qual só estivera presente, até então, com alguns núcleos esparsos e sem relação entre si.

Ainda mais significativa, pelo menos pelo caráter simbólico e as esperanças que despertou, foi a expansão da Internacional no outro lado do Atlântico. A partir de 1869, por iniciativa de alguns imigrantes chegados nos Estados Unidos no ano precedente, foram constituídas as primeiras seções. Todavia, a organização foi comprometida, desde seu nascimento, por duas limitações que jamais foram superadas. Apesar das repetidas exortações vindas de Londres, ela não conseguiu aplacar o caráter nacionalista dos vários grupos que a ela aderiram, tampouco atrair os operários nativos. Quando, em dezembro de 1870, as seções alemãs, francesas e tcheca fundaram o Comitê Central da AIT para a América do Norte, todos os seus membros eram nascidos no estrangeiro, um caso sem precedentes na história da organização. A prova mais clamorosa dessa anomalia foi representada pelo fato de que, nos Estados Unidos, a Internacional jamais dispôs de um órgão de imprensa em língua inglesa.

Nesse cenário de dimensão universal, ainda que marcado por evidentes contradições e pela marcha desigual de seu desenvolvimento nos diversos países, a Internacional se preparava para celebrar seu quinto congresso, em setembro de 1870. Embora, a princípio, estivesse previsto para ser sediado em Paris, a repressão exercida pelo governo francês fez com que o Conselho Geral cogitasse transferi-lo para a cidade de Mainz, onde Marx provavelmente vislumbrava a participação de um número maior de delegados alemães, mais próximos de sua posição, para contrastar com maior eficácia ao avanço de Bakunin. Todavia, a Guerra Franco-Prussiana, deflagrada a 19 de julho de 1870, forçou a suspensão do congresso.

O estouro de uma guerra no centro da Europa impôs à Internacional definir uma prioridade absoluta: ajudar o movimento operário a exprimir uma posição independente e distante da retórica nacionalista da época. Na Primeira Mensagem do Conselho Geral sobre a Guerra Franco-Prussiana, Marx convidou os operários franceses a derrubarem Luís Bonaparte (1808-1873) e o império por ele instaurado dezoito anos antes. Ao mesmo tempo, porém, os trabalhadores alemães deveriam impedir que a derrota de Bonaparte se convertesse num ataque ao povo francês:

em contraste com a velha sociedade, com suas misérias econômicas e seu delírio político, uma nova sociedade está desabrochando, uma sociedade cuja regra internacional será a paz, porque em cada nação governará o mesmo princípio – o trabalho! A pioneira dessa nova sociedade é a Associação Internacional dos Trabalhadores.68

Esse texto, impresso em Genebra com tiragem de 30 mil cópias (15 mil para a Alemanha e 15 mil para a França), foi a primeira grande declaração de política exterior da Internacional. Um dos muitos que manifestaram entusiasticamente seu apoio a esse documento foi John Stuart Mill (1806-1873): “não há uma única palavra fora do lugar e não poderia ter sido escrito de modo mais sucinto”69.

Os líderes do Partido Social-Democrata dos Trabalhadores da Alemanha, Wilhelm Liebknecht e August Bebel (1840-1913), foram os dois únicos membros do parlamento na Confederação da Alemanha do Norte que se recusaram a votar a favor do orçamento de guerra70, e também várias seções da Internacional na França difundiram mensagens de amizade e solidariedade aos trabalhadores alemães. Todavia, a derrota francesa marcou o nascimento de uma mais potente era de Estados nacionais e do chauvinismo ideológico que a acompanhou em toda a Europa.

VIII. A Internacional e a Comuna de Paris
Depois da queda de Bonaparte, derrotado em Sedan pelos alemães em 4 de setembro de 1870, foi proclamada na França a Terceira República. Em janeiro do ano seguinte, a tomada de Paris, que sofrera um assédio por mais de quatro meses, forçou os franceses a aceitarem as condições impostas por Bismarck. A isso se seguiu um armistício, que permitiu a realização de eleições e a sucessiva nomeação de Adolphe Thiers (1797-1877) como chefe do poder executivo, sustentada por uma vasta maioria legitimista e orleanista. Na capital, porém, à diferença do restante da França, o descontentamento popular era mais intenso que em outros lugares, e as forças republicano-progressistas venceram por esmagadora maioria. A clara perspectiva de um governo que não realizaria nenhuma reforma social e que pretendia desarmar a cidade animou a sublevação dos parisienses. Esta se concluiu com a derrubada de Thiers e a fundação, em 18 de março, da Comuna de Paris, o mais importante evento político da história do movimento operário do século XIX.

A Bakunin, que havia conclamado os operários a transformar a guerra patriótica em guerra revolucionária71, o Conselho Geral respondeu, num primeiro momento, com o silêncio. Marx foi encarregado de redigir um texto em nome da Internacional, mas retardou sua publicação. As razões dessa espera foram complexas e difíceis. Conhecendo bem as relações reais de força em campo e as fraquezas da Comuna, Marx sabia desde o início que ela estava condenada à derrota. Ele até mesmo tentara advertir a classe operária francesa, já em setembro de 1870. Na Segunda mensagem do Conselho Geral sobre a Guerra Franco-Prussiana, afirmara:

Qualquer tentativa de prejudicar o novo governo na presente crise, quando o inimigo está quase batendo às portas de Paris, seria uma loucura desesperada. Os operários franceses […] não se devem deixar balançar pelas souvenirs [reminiscências] nacionais de 1792 […]. Eles não têm de recapitular o passado, mas sim edificar o futuro. Que eles aperfeiçoem calma e decididamente as oportunidades da liberdade republicana para a obra de sua própria organização de classe. Isso lhes dará novos poderes hercúleos para a regeneração da França e para nossa tarefa comum – a emancipação do trabalho. De seus esforços e sabedoria depende o destino da República.72

Uma declaração plena de fervor sobre a vitória da Comuna poderia gerar falsas expectativas entre os trabalhadores de toda e Europa e, assim, contribuir para sua desmoralização e perda de confiança. Marx decidiu, portanto, retardar a entrega do documento e ausentou-se por várias semanas das reuniões do Conselho Geral. Suas amargas previsões se confirmaram rapidamente, e em 28 de maio, pouco mais de dois meses depois de proclamada, a Comuna de Paris foi reprimida de modo sangrento. Dois dias mais tarde, Marx retornou ao Conselho Geral, trazendo consigo um manuscrito intitulado A guerra civil na França. Lido e aprovado por unanimidade, foi publicado com o nome de todos os componentes (como era hábito nos documentos do Conselho Geral). E poucas semanas, o texto produziu grande impacto, maior que qualquer outro documento do movimento operário no século XIX. Três edições inglesas em rápida sucessão foram aclamadas entre os trabalhadores e causaram escândalo nos ambientes burgueses. Em breve tempo, foi traduzido, integral ou parcialmente, para uma dezena de línguas e apareceu em jornais, revistas e opúsculos de diversos países da Europa e nos Estados Unidos. Até então, jamais um texto de uma organização operária conhecera semelhante difusão.

Apesar da defesa apaixonada e convicta de Marx, está absolutamente excluída a possibilidade de que a Internacional possa ter impulsionado os parisienses à insurreição ou tenha exercido uma influência decisiva sobre a Comuna de Paris, como afirmaram tanto os reacionários da época, ansiosos por condená-la, como os sucessivos marxistas dogmáticos, demasiadamente desejosos de enaltecê-la73. Embora reconhecendo o papel desempenhado pelos dirigentes da Internacional – entre eles, Leo Frankel (1844-1896), delegado para o trabalho, a indústria e o comércio da Comuna de Paris, apesar de sua nacionalidade húngara –, a liderança da Comuna de Paris esteve nas mãos da ala radical-jacobina. Nas eleições municipais de 26 de março, foram eleitos 85 representantes da Comuna74. Destes, 15 moderados (o assim chamado parti de maires, grupo composto de ex-presidentes de algumas circunscrições) e 4 radicais que renunciaram imediatamente e não participaram do Conselho da Comuna. Dos 66 restantes, 11, embora revolucionários, não tinham clara conotação política; 14 provinham do Comitê da Guarda Nacional; 15 eram radicais-republicanos e socialistas; 9, blanquistas; e 17 eram membros da Internacional75. Entre estes, estavam Édouard Vaillant (1840-1915), Benoît Malon (1841-1893), Auguste Serrailler (1840-1872), Jean-Louis Pindy (1840-1917), Albert Theisz (1839-1881), Charles Longuet (1839-1903) e os já mencionados Varlin e Frankel. Todavia, provenientes de diversas experiências e culturas políticas, não constituíram um grupo monolítico e, com frequência, votaram de modo diferente. Também esse fator contribuiu para a hegemonia do grupo radical-jacobino, que, em maio, com a aprovação de dois terços da assembleia (incluindo os blanquistas), constituiu um Comitê de Salvação Pública, de inspiração montanhesa*. Além disso, o próprio Marx declarou que “a maioria da Comuna não foi de modo algum socialista, nem poderia ter sido”76.

A Comuna de Paris foi reprimida com violência brutal pelo exército de Versalhes. Durante a “semana sangrenta” (de 21 a 28 de maio), cerca de 10 mil communards foram mortos em combate ou sumariamente justiçados. Foi o massacre mais violento da história da França. Os prisioneiros capturados superaram 43 mil e, destes, 13.500 foram condenados à prisão, a trabalhos forçados ou à pena de morte, ou foram deportados (em grande parte, para a longínqua colônia de Nova Caledônia). Por fim, cerca de 7 mil presos conseguiram fugir e exilar-se na Inglaterra, na Bélgica ou na Suíça. A imprensa conservadora e liberal europeia completou a obra dos soldados de Thiers. Seus articulistas acusaram os communards dos piores crimes, e a vitória da “civilidade” sobre a insolente causa dos trabalhadores foi saudada com grande contentamento.

A partir desse momento, a Internacional esteve no olho do furacão, e a ela foi atribuída a responsabilidade por todo ato contra a ordem constituída, a tal ponto que Marx perguntou ironicamente por que não lhe atribuíam também a culpa pelas calamidades naturais: “depois do grande incêndio de Chicago, o telégrafo espalhou pelo mundo que se tratava de um ato da Internacional; e é realmente surpreendente que ela não tenha sido culpada também pelo furacão que devastou as Índias Ocidentais”77.

Marx precisou dedicar dias inteiros para responder às falsificações sobre a Internacional e sobre sua pessoa publicadas nos jornais: “neste momento, tenho a honra de ser o homem mais caluniado e mais ameaçado de Londres”78. Enquanto isso, os governos de toda a Europa, preocupados que, depois de Paris, pudessem surgir outras sublevações, intensificaram ainda mais suas medidas repressivas. Thiers pôs rapidamente a Internacional na ilegalidade e solicitou ao primeiro-ministro inglês William Ewart Gladstone (1809-1898) a adoção do mesmo procedimento. Foi a primeira nota diplomática tendo como objeto uma organização dos trabalhadores. Pressões semelhantes foram dirigidas ao governo suíço pelo papa Pio IX (1792-1878), que considerava um erro gravíssimo continuar a “tolerar essa seita da Internacional, que pretende tratar a Europa inteira como tratou Paris. Esses senhores da Internacional devem ser temidos, porquanto trabalham em nome dos eternos inimigos de Deus e da humanidade”79. Às palavras do representante do Vaticano seguiu-se um acordo entre a França e a Espanha para a extradição dos communards refugiados além dos Pireneus, medida que se somou àquelas tomadas contra a Internacional na Bélgica e na Dinamarca. Enquanto Londres permaneceu imóvel, resistindo a violar seus princípios de asilo, representantes da Alemanha e do Império Austro-Húngaro reuniram-se em Berlim, em novembro de 1872, e emitiram uma declaração conjunta sobre a “questão social”:

1) que os objetivos da Internacional estão em absoluto contraste – e em antagonismo – com os princípios da sociedade burguesa; eles devem, portanto, ser vigorosamente repelidos;
2) que a Internacional constitui um perigoso abuso da liberdade de reunião e que, seguindo sua própria prática e princípio, a ação estatal contra ela deve ter um raio de ação internacional e, assim, basear-se na solidariedade de todos os governos;
3) que mesmo que alguns governos não pretendam aprovar alguma lei especial [contra a Internacional], como o fez a França, é preciso precaver-se contra a Associação Internacional dos Trabalhadores e suas atividades danosas.80
Tampouco na Itália a Internacional foi poupada de condenações decisivas. Aquela de maior peso veio de Giuseppe Mazzini, que desaprovou firmemente a organização na qual durante um tempo chegara a depositar esperanças, mas cujos princípios haviam se tornado “a negação de Deus, […] da pátria […] e de toda propriedade individual”81.

A crítica da Comuna também foi feita pelos setores mais moderados do movimento operário. Em seguida à publicação de A guerra civil na França, os dirigentes sindicais reformistas Benjamin Lucraft (1809-1897) e George Odger, também eles intimidados pela campanha de imprensa criada contra os operários parisienses, desligaram-se da Internacional. Todavia, nenhum sindicato desfiliou-se da organização após a declaração de apoio à Comuna, demonstrando uma vez mais que a ausência de expansão da Internacional na Inglaterra deveu-se substancialmente à apatia política de seus trabalhadores82.

Não obstante os dramáticos eventos de Paris e o furor da repressão brutal posta em ação por todos os governos europeus, a força da Internacional aumentou após os acontecimentos da Comuna de Paris. Apesar de frequentemente cercada pelas mentiras escritas contra ela por seus adversários, a expressão “A Internacional” tornou-se, nesse período, conhecida de todos. Para os capitalistas e a classe burguesa, foi sinônimo de ameaça da ordem constituída, mas para os operários significou a esperança num mundo sem exploração e injustiças83. A confiança de que isso fosse realizável aumentou depois da Comuna. A insurreição parisiense deu força ao movimento operário, impulsionando-o a assumir posições mais radicais e a intensificar a militância. Paris mostrou que a revolução era possível, que o objetivo podia e devia ser a construção de uma sociedade radicalmente diferente da capitalista, mas também que, para alcançá-lo, os trabalhadores deviam criar formas de associação política estáveis e bem organizadas84.

Essa enorme vitalidade se manifestou por toda parte. O número dos participantes das reuniões do Conselho Geral foi duplicado, e os jornais ligados à Internacional aumentaram tanto em número como em exemplares vendidos. Entre os periódicos que deram uma importante contribuição à divulgação dos princípios socialistas, os principais foram: L’Egalité, de Genebra, inicialmente bakuniniano, e mais tarde, após a mudança da redação ocorrida em 1870, transformado no principal órgão da Internacional na Suíça francesa; Der Volksstaat, de Leipzig, órgão do Partido Social-Democrata dos Trabalhadores da Alemanha; La emancipation, de Madri, jornal oficial da federação espanhola; Il Gazzettino Rosa, de Milão, que aderiu à Internacional sob a influência dos eventos da Comuna de Paris; o Socialisten, primeira folha operária dinamarquesa; e, provavelmente o mais eficaz de todos, La Réforme Sociale, de Rouen85.

Por fim, e isso foi o mais importante, a Internacional prosseguiu com sua expansão em nível local. Continuou a aumentar na Bélgica e na Espanha, onde já antes da Comuna havia alcançado um nível de participação considerável, e teve sua fundação propriamente dita também na Itália. Muitos ex-mazzinianos, desiludidos com as tomadas de posição daquele que até pouco antes fora seu incontestado líder, decidiram unir-se à organização e se converteram rapidamente em seus principais dirigentes locais. Ainda mais importante foi o apoio recebido de Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Embora tendo apenas uma vaga ideia do que fosse realmente aquela associação com sede central em Londres, “o herói dos dois mundos” decidiu apoiá-la com ímpeto, e sua carta de adesão – que contém uma frase tornada célebre: “A Internacional é o sol do futuro”86 – foi estampada em dezenas de folhas operárias, um divisor de águas para convencer muitos indecisos a unir-se às fileiras da organização.

Além disso, a Internacional abriu novas seções em Portugal, onde foi fundada em outubro de 1871, e na Dinamarca, onde a partir desse mesmo mês conseguiu rapidamente unificar grande parte das recém-criadas organizações sindicais de Copenhague e da Jutlândia. Muito significativo foi também o surgimento de seções de trabalhadores irlandeses na Inglaterra, assim como a nomeação do dirigente operário John MacDonnell como secretário correspondente para a Irlanda junto ao Conselho Geral. Por fim, chegaram também inesperados pedidos de adesão de várias partes do mundo, incluindo de alguns operários ingleses de Calcutá, de grupos de trabalhadores de Victoria, na Austrália, de Christchurch, na Nova Zelância, e de alguns artesãos de Buenos Aires.

IX. A Conferência de Londres de 1871
Nesse cenário, que não permitia a convocação de um novo congresso e a quase dois anos de distância do último, o Conselho Geral decidiu promover uma conferência em Londres. Realizou-se de 17 a 23 de setembro com a presença de 22 delegados87 vindos da Inglaterra (pela primeira vez, também a Irlanda se fez representar), da Bélgica, da Suíça e da Espanha, além dos exilados franceses. Apesar dos esforços para torná-la a mais representativa possível, tratou-se, de fato, de uma reunião ampliada do Conselho Geral.

Desde sua convocação, Marx anunciara que “nas presentes circunstâncias a questão da organização era a mais importante”, razão pela qual a conferência se concentraria “exclusivamente em questões organizacionais e políticas”, deixando de lado as discussões teóricas88. Ele expressou essa decisão durante a primeira sessão dos trabalhos:

O Conselho Geral convocou uma conferência para discutir com os delegados de vários países as medidas a serem tomadas contra os perigos que ameaçam a Associação em muitos países, e para avançar em direção a uma nova organização, que corresponda às necessidades da situação. Em segundo lugar, para elaborar uma resposta aos governos, que trabalham ininterruptamente para destruir a Associação com todos os meios de que dispõem. E, por fim, para resolver de uma vez por todas o conflito suíço.89

Reorganizar a Internacional, defendê-la da ofensiva das forças inimigas e obstaculizar a crescente influência de Bakunin: foram essas as prioridades da conferência de Londres. Para realizar tais objetivos, Marx empenhou todas as suas energias. Foi ele, de longe, o delegado mais ativo da conferência, tomando a palavra por 102 vezes; refutou com sucesso as propostas que não correspondiam a seus planos e conseguiu persuadir os indecisos90. Em Londres, foi confirmada sua estatura no interior da organização. Ele era não apenas seu cérebro, aquele que elaborava a linha política, mas também um de seus militantes mais combativos e capazes.

A decisão de maior relevo tomada durante a conferência, e pela qual ela seria depois lembrada, foi a aprovação da Resolução IX, proposta por Vaillant. O líder das remanescentes forças blanquistas, que haviam aderido à Internacional depois do fim da Comuna, propôs a transformação da Associação num partido internacional centralizado e disciplinado, sob a liderança do Conselho Geral. Apesar de algumas profundas divergências – a separar Marx e as forças blanquistas estava sobretudo a tese deste grupo segundo a qual, para fazer a revolução, bastaria contar com um núcleo bem organizado de militantes –, Marx não hesitou em estabelecer uma aliança com o grupo de Vaillant. Com seu apoio, de fato, ele poderia não só confrontar com maior força o anarquismo político que se fortalecia no interior da organização, mas – o que era ainda mais importante – construir um consenso mais amplo para as mudanças tidas como necessárias na nova fase da luta de classes. A resolução aprovada em Londres dizia:

Em presença de uma reação desabrida, que esmaga violentamente todo esforço de emancipação da parte dos trabalhadores e pretende manter pela força bruta a distinção entre as classes e a consequente dominação política das classes proprietárias;
que essa constituição da classe trabalhadora num partido político é indispensável para assegurar o triunfo da revolução social e seu fim último – a abolição das classes;
que a combinação de forças que a classe trabalhadora já efetuou por meio de suas lutas econômicas deve ao mesmo tempo servir como alavanca para suas lutas contra o poder político dos senhores rurais e capitalistas.

A conclusão era clara: “na luta da classe trabalhadora, seu movimento econômico e sua ação política estão indissoluvelmente unidos”91. Se o Congresso de Genebra de 1866 havia confirmado a importância do sindicato, a Conferência de Londres de 1871 definiu o outro instrumento fundamental de luta do movimento operário: o partido político92. Sublinhe-se que, àquela época, a noção de partido político tinha um significado bem mais amplo do que aquele que se afirmaria no século XX e que a concepção de Marx era radicalmente distinta tanto da concepção blanquista, com a qual acabou por confrontar-se, quanto daquela leninista, que depois da Revolução de Outubro se consolidaria em inúmeras organizações comunistas.

Para Marx, a autoemancipação da classe operária exigia um processo longo e fatigante. Exatamente o contrário da ideia defendida no Catecismo do revolucionário, o manual niilista escrito em 1869 por Serguei Netchaev (1847-1882), e cujas teorias e práticas de sociedade secreta – censuradas pelos delegados de Londres93 – eram entusiasticamente apoiadas por Bakunin.

Apenas quatro delegados se opuseram à Resolução IX da Conferência de Londres, defendendo a necessidade de se adotar uma posição “abstencionista” de não engajamento na ação política; mas a vitória de Marx logo se mostrou efêmera. A deliberação aprovada em Londres, conclamando a criação de organizações políticas em cada país e a transferência de poderes mais amplos ao Conselho Geral, teve graves repercussões na vida da Associação, que ainda não estava pronta para suportar tal aceleração e transitar de um modelo flexível a outro, politicamente uniforme94.

Em Londres, por fim, foi também aprovada a criação do Conselho Federal Inglês. Na visão de Marx, uma vez que as condições para a revolução no continente haviam diminuído com a derrota da Comuna de Paris, não era mais necessário exercer um controle rígido das iniciativas inglesas95.

Após a conferência, Marx estava convicto de que as resoluções aprovadas em Londres receberiam o apoio de quase todas as principais federações e seções locais. Mas pouco tempo depois ele precisou reavaliar a situação. Os militantes da Federação do Jura convocaram para 12 de novembro seu congresso, no pequeno município de Sonvilier. A iniciativa, da qual Bakunin não pôde participar, foi importante, pois com ela nasceu oficialmente a oposição no interior da Internacional. Na Circular a todas as federações da Associação Internacional dos Trabalhadores, redigida ao final dos trabalhos, Guillaume e os outros participantes do congresso acusaram o Conselho Geral de ter introduzido na organização “o princípio de autoridade” e de haver alterado a estrutura originária, transformando-a “numa organização hierárquica, dirigida e governada por um comitê”. Os suíços se declararam “contra toda autoridade diretora, ainda que tal autoridade fosse eleita e aprovada pelos trabalhadores”, e destacaram que na Internacional devia ser conservado o “princípio da autonomia das seções”, também através do redimensionamento do Conselho Geral num “simples escritório de correspondência e de estatística”96. Por fim, convocaram um congresso a ser realizado o mais breve possível.

Embora a posição da Federação do Jura já fosse prevista, Marx foi provavelmente surpreendido quando, em 1872, sinais de insurgência e rebelião em relação a sua linha política surgiram de várias partes. Em muitos países, as decisões tomadas em Londres foram recebidas como uma forte ingerência na autonomia política local e, portanto, como uma imposição inaceitável. A Federação Belga, que durante a conferência havia tentado construir uma mediação entre as partes, começou a assumir uma posição bastante crítica em relação a Londres.

Em seguida, também os holandeses assumiram uma posição de distanciamento crítico. Ainda mais duras foram as reações na Europa meridional, onde a oposição rapidamente obteve notáveis consensos. A grande maioria dos internacionalistas ibéricos voltou-se decididamente contra o Conselho Geral e acolheu as ideias de Bakunin, também porque mais adequadas a um país em que o proletariado industrial só estava presente nos principais centros, e onde o movimento dos trabalhadores ainda era muito fraco e interessado principalmente em reivindicações de caráter econômico. Igualmente na Itália os resultados da Conferência de Londres só geraram reações negativas. Aqueles que não seguiram Mazzini – que de 1o a 6 de novembro de 1871 reuniu em Roma o bloco mais moderado dos trabalhadores italianos no Congresso Geral da Sociedade Operária Italiana – aderiram às posições de Bakunin. Os participantes da conferência de fundação da Federação Italiana da Internacional, realizada em Rimini de 4 a 6 de agosto de 1872, assumiram a posição mais radical contra o Conselho Geral: não participariam do próximo congresso da Internacional, mas estariam presentes em Neuchâtel, na Suíça, onde propuseram a realização de um “congresso geral antiautoritário”97. De fato, esse foi o primeiro ato da iminente cisão.

Também do outro lado do oceano, embora por razões diferentes, a organização viu explodir um sério conflito interno. No decorrer de 1871, a Internacional havia crescido em várias cidades dos Estados Unidos, alcançando um total de cerca de 2.700 militantes, divididos em 50 seções98. No ano seguinte, seu contingente aumentou ainda mais, ainda que o número total (provavelmente cerca de 4 mil) constituísse uma parte minúscula da população trabalhadora americana, que à época ultrapassava 2 milhões. A organização não conseguiu atrair os trabalhadores nascidos nos Estados Unidos e, assim, ultrapassar os confins da comunidade dos imigrantes. A seus limites originários se somaram os danos provocados pelos conflitos internos. Em dezembro de 1871, de fato, os internacionalistas americanos se dividiram em dois grupos, ambos com base em Nova York, onde se encontrava grande parte dos militantes. Cada um deles reivindicava ser o representante legítimo da Internacional nos Estados Unidos.

O primeiro grupo, inicialmente mais numeroso e conhecido pelo nome de Spring Street Council, propunha uma aliança com os setores mais liberais da sociedade americana, contava como apoio de Eccarius, secretário correspondente junto ao Conselho Geral, e tinha na Seção 12 sua parte mais ativa99. O segundo, cujo quartel-general era sediado no Tenth Ward Hotel, defendia o caráter operário da Associação e tinha como expoente mais significativo Friedrich Adolph Sorge (1828-1906). Em março de 1872, o Conselho Geral tentou uma reconciliação entre as partes e sugeriu a realização de um congresso unitário para o mês de julho. Mas a tentativa de pacificação fracassou e, em maio, a cisão foi oficial. Os conflitos causaram uma hemorragia dos filiados. O grupo do Tenth Ward Hotel realizou seu congresso entre 6 e 8 de julho de 1872. Nele foi fundada a Federação Americana, que contava com 950 filiados divididos em 22 seções (12 alemãs, 4 francesas, 1 irlandesa, 1 italiana, 1 para trabalhadores escandinavos e apenas 3 de língua inglesa). O Spring Street Council contava com a maior parte dos outros militantes residentes em Nova York. Porém, em maio de 1872, alguns de seus membros aderiram à convenção do Partido por Direitos Iguais (Equal Rights Party), que lançou a candidatura de Victoria Woodhull (1838-1927) à presidência dos Estados Unidos. A ausência de uma plataforma de classe no seu programa – que continha apenas promessas genéricas de regulação das condições laborais e criação de postos de trabalho para os desocupados – convenceu diversas seções a abandonar esse partido, que ficou com apenas 1.500 militantes. Quando, em julho, em seu congresso, foi fundada a Confederação Americana, não havia restado mais que 13 seções com menos de 500 militantes, sobretudo artesãos e intelectuais. Essas seções se uniram a outras federações que, na Europa, contestavam a linha do Conselho Geral.

As desavenças do outro lado do Atlântico danificaram também as relações entre os militantes de Londres. John Hales (1839-?), secretário do Conselho Geral entre 1871 e 1872, ocupou o posto de Eccarius como secretário correspondente dos Estados Unidos, porém deu continuidade à mesma política. As relações pessoais de ambos com Marx rapidamente se deterioraram, e também na Inglaterra começaram a surgir os primeiros conflitos internos. Ao lado dos ingleses, a apoiar o Conselho Geral, havia permanecido a maioria dos suíços, dos franceses (naquele momento, sobretudo blanquistas) e as fracas tropas alemãs, além das seções recém-criadas na Dinamarca, na Irlanda, em Portugal e, no Leste Europeu, na Hungria e na Boêmia. Muito menos do que Marx esperava obter ao término da Conferência de Londres.

A oposição ao Conselho Geral foi de diversos tipos e muitas vezes baseou-se em motivos pessoais. Formou-se, assim, uma estranha alquimia, que tornou a direção da organização ainda mais problemática. No entanto, além do fascínio exercido pelas teorias de Bakunin em alguns países e da capacidade política de Guillaume de congregar os vários opositores, o principal adversário da virada ocorrida com a resolução sobre a “ação política da classe operária” foi um ambiente ainda imaturo para receber o salto de qualidade proposto por Marx. Apesar das declarações de utilidade que a acompanharam, a virada iniciada em Londres foi percebida por muitos como forte imposição. O princípio de autonomia das várias realidades das quais se compunha a Internacional era considerado uma das pedras basilares da Associação, não só pelo grupo mais ligado a Bakunin, mas por grande parte das federações e seções locais. Esse foi o erro de avaliação cometido por Marx, erro que acelerou a crise da Internacional100.

X. A crise da Internacional
A batalha final ocorreu no fim do outono de 1872. Depois dos terríveis eventos dos três anos anteriores – a Guerra Franco-Prussiana, a onda de repressão que se seguiu à Comuna de Paris e os inúmeros conflitos internos –, a Internacional pôde finalmente voltar a reunir-se num congresso. Nos países em que havia se firmado mais recentemente, ela se expandiu graças ao entusiasmo dos dirigentes sindicais e dos operários mais ativos, rapidamente conquistados e motivados por suas palavras de ordem. O ano de 1872 foi, de fato, aquele em que a organização conheceu o momento de maior expansão na Itália, na Dinamarca, em Portugal e na Holanda. Inversamente, porém, ela fora desmantelada na França, na Alemanha e no Império Austro-Húngaro. Enquanto isso, a maior parte de seus militantes ignorava a gravidade dos conflitos que acirravam os ânimos no grupo dirigente101.

O V Congresso Geral da Internacional realizou-se em Haia, entre 2 e 7 de setembro. Dele participaram 65 delegados, representando 14 países. A maioria era composta de franceses e alemães, com respectivamente dezoito (muitos dos quais eram membros do Conselho Geral, que havia cooptado quatro blanquistas) e quinze delegados, seguidos de sete delegados belgas, cinco ingleses, cinco espanhóis, quatro suíços, quatro holandeses, dois austríacos e um único delegado de Dinamarca, Irlanda, Hungria, Polônia e Austrália (W. E. Harcourt, da seção de Victoria). O francês Paul Lafargue foi nomeado pela Federação de Lisboa e pela Federação de Madri. Apesar de os internacionalistas italianos não terem enviado seus sete delegados, o congresso de 1872 foi certamente a reunião mais representativa da história da Internacional.

A importância decisiva do evento fez com que Marx tomasse parte nele pessoalmente102, acompanhado de Engels. Foi o único congresso da Internacional de que Marx participou. Não estiveram presentes, ao contrário, nem César de Paepe (talvez por estar consciente de que não poderia exercer o papel de mediação entre as partes que havia desempenhado no ano anterior, em Londres) nem Bakunin. O componente “autonomista”, isto é, a posição de todos aqueles que se opunham às escolhas do Conselho Geral, foi representado por 25 delegados (todos os provenientes da Bélgica, da Espanha e da Holanda, a metade dos suíços e alguns da Inglaterra, da França e dos Estados Unidos).

A ironia do destino quis que o congresso se realizasse no Concordia Hall, mas nele houve pouquíssima concórdia. Todas as sessões foram marcadas por irredutível antagonismo entre as duas posições contrapostas. Os debates foram muito mais pobres do que aqueles dos dois congressos precedentes, dominados a tal ponto pelos conflitos que os três primeiros dias de trabalhos foram consumidos na resolução de problemas relativos à verificação das credenciais dos presentes. A representatividade dos delegados foi absolutamente parcial. Ela não espelhava as verdadeiras relações de força no interior da organização. Na Alemanha, por exemplo, não existiam propriamente seções da Internacional, enquanto na França elas eram clandestinas, o que tornava muito discutível a verificação dos mandatos de seus delegados. Outros participantes eram delegados enquanto membros do Conselho Geral e não representavam nenhuma seção.

A aprovação das resoluções do Congresso de Haia só foi possível graças a uma composição imprópria de sua plateia. Apesar de espúria e, em muitos aspectos, mantida unida por objetivos instrumentais, a coalizão dos delegados que em Haia formavam uma minoria representava, na realidade, a parte mais consistente da Internacional103.

A decisão de maior relevo tomada em Haia foi a introdução da principal deliberação política da conferência de 1871 nos estatutos da Associação. A esses foi adicionado um artigo, o “7a”, no qual é retomada a Resolução IX aprovada em Londres. Se nos Estatutos provisórios de 1864 constava que “a emancipação econômica da classe operária é o grande escopo ao qual todo movimento político está subordinado como meio”, o artigo inserido em 1872 espelhava as novas relações de força no interior da organização. A luta política não era mais considerada um tabu, mas, antes, o instrumento necessário para a transformação da sociedade:

Porque os senhores da terra e do capital se servem de seus privilégios políticos para proteger e perpetuar seus monopólios econômicos, assim como para escravizar o trabalho, a conquista do poder político converte-se numa grande obrigação do proletariado.104

A Internacional era então muito diferente do que havia sido no tempo de sua fundação. Os componentes democrático-radicais haviam abandonado a Associação, depois de terem sido marginalizados; os mutualistas haviam sido derrotados e suas forças, drasticamente reduzidas; os reformistas não constituíam mais a parte dominante da organização (exceto na Inglaterra) e o anticapitalismo tornara-se a linha política de toda a Internacional, inclusive das tendências – como a anárquico-coletivista – que se haviam formado no curso dos últimos anos. Ainda que durante a existência da Internacional a Europa atravessasse uma fase de grande prosperidade econômica, que, em alguns casos, havia tornado menos difíceis suas condições, os operários haviam compreendido que sua situação só mudaria verdadeiramente com o fim da exploração do homem sobre o homem, e não por meio de reivindicações econômicas voltadas à obtenção de meros paliativos às condições existentes. Além disso, eles haviam começado a organizar suas lutas cada vez mais a partir das próprias necessidades materiais, e não, como antes, com base nas iniciativas dos vários grupos a que pertenciam.

Ademais, o cenário havia mudado radicalmente também no exterior da organização. A unificação da Alemanha, ocorrida em 1871, marcou o início de uma nova era, em que o Estado-nação se afirmou definitivamente como forma de identidade política, jurídica e territorial. O novo contexto tornava pouco plausível a continuidade de um organismo supranacional ao qual as organizações dos vários países, ainda que munidas de autonomia, deviam ceder uma parte consistente da direção política e uma cota das contribuições dos próprios filiados. Além disso, a diferença ente os movimentos e as organizações existentes nos vários países havia aumentado, tornando extremamente difícil ao Conselho Geral a realização de uma síntese política capaz de satisfazer as exigências dos grupos que operavam nos contextos nacionais singulares. É verdade que a Internacional havia sido, desde o início, um aglomerado de forças sindicais e associações políticas pouco compatíveis entre si, e que estas representavam sensibilidades e tendências políticas, mais do que organizações propriamente ditas. Em 1872, no entanto, os vários componentes da Associação – e as lutas operárias em geral – haviam se definido e estruturado muito mais claramente. A legalização dos sindicatos ingleses os convertera oficialmente em parte da vida política nacional; a Federação Belga da Internacional era uma organização ramificada, com uma direção central capaz de dar contribuições teóricas autônomas e importantes; a Alemanha tinha dois partidos operários, o Partido Social-Democrata dos Trabalhadores da Alemanha e a Associação Geral dos Trabalhadores Alemães, ambos com representação no parlamento; os trabalhadores franceses, de Lyon a Paris, já haviam tentado “assaltar os céus”; e a Federação Espanhola se expandira a ponto de se tornar uma organização de massa. Mudanças análogas se haviam produzido em outros países.

A configuração inicial da Internacional estava, portanto, superada, e sua missão originária havia sido concluída. Não se tratava mais de conceber e coordenar iniciativas de solidariedade em escala europeia para a sustentação das greves, nem de realizar congressos para discutir a utilidade das organizações sindicais ou a necessidade de socializar a terra e os meios de produção. Esses temas haviam se tornado patrimônio coletivo de todos os componentes da organização. Depois da Comuna de Paris, o verdadeiro desafio colocado ao movimento operário era a revolução, isto é, o de como organizar-se para pôr fim ao modo de produção capitalista e derrubar as instituições do mundo burguês. Não mais a questão da reforma da sociedade existente, mas da construção de uma nova105. Para avançar por esse novo caminho da luta de classes, Marx pensava ser inadiável a construção, em cada país, de partidos políticos da classe operária. O documento Ao conselho federal da região espanhola da Associação Internacional dos Trabalhadores, redigido por Engels em fevereiro de 1871, foi uma das declarações do Conselho Geral mais explícitas nessa direção. De fato, nesse documento afirmou-se que:

a experiência mostrou que a melhor maneira de emancipar os trabalhadores dessa dominação dos velhos partidos é formar, em cada país, um partido proletário com uma política própria, manifestamente distinta daquela dos outros partidos, porquanto tem de expressar as condições necessárias para a emancipação da classe trabalhadora. Essa política pode variar em detalhes, de acordo com as circunstâncias específicas de cada país; mas enquanto as relações fundamentais entre o trabalho e o capital forem as mesmas em toda parte, e a dominação política das classes possuidoras sobre as classes exploradas for um fator universalmente existente, os princípios e objetivos da política proletária serão idênticos, ao menos em todos os países ocidentais. As classes possuidoras – a aristocracia rural e a burguesia – mantêm a população trabalhadora na servidão, não só mediante o poder de sua riqueza, pela simples exploração do trabalho pelo capital, mas também pelo poder do Estado – pelo Exército, a burocracia, os tribunais. Deixar de combater nossos adversários no campo político significaria abandonar uma das armas mais poderosas, particularmente na esfera da organização e da propaganda.106

Daquele momento em diante, portanto, o partido passou a ser considerado um instrumento essencial para a luta do proletariado. Ele devia ser independente das outras forças políticas existentes e construído, tanto do ponto de vista programático como organizacional, em função do contexto nacional singular. Na sessão do Conselho Geral de 23 de julho de 1872, Marx criticou não só os abstencionistas (que atacavam a Resolução IX da Conferência de Londres), mas a posição igualmente perigosa das “classes trabalhadoras da Inglaterra e da América, que se haviam deixado usar pela burguesia para seus objetivos políticos”107.

Essa segunda questão foi repetida por Marx em várias ocasiões. Durante a Conferência de Londres, ele havia declarado: “é preciso que a política seja feita adequando-se às condições de cada país”108. No ano seguinte, num discurso proferido em Amsterdã logo após o fim do congresso de 1872, ele retornou à questão da forma da luta política:

Um dia o trabalhador deverá tomar o poder político para construir a nova organização do trabalho; ele terá de derrubar a velha política que sustenta as velhas instituições, se não quiser privar-se do paraíso neste mundo, como os antigos cristãos, que negligenciaram e desprezaram a política. Mas isso não significa dizer que os meios para atingir essa meta são os mesmos em todos os lugares. […] Não negamos que há países […] onde os trabalhadores podem atingir sua meta por meios pacíficos. Apesar disso, também temos de reconhecer o fato de que na maior parte dos países do continente a alavanca de nossa revolução deve ser a força; é à força que um dia deveremos apelar para erigir o reino do trabalho.109

Os partidos políticos operários, independentemente do modo como estavam constituídos em seus diversos contextos, não deviam submeter-se aos interesses nacionais110. A batalha pelo socialismo não podia permanecer confinada num âmbito tão estreito, e o internacionalismo, especialmente no novo contexto histórico, devia continuar a ser o farol do proletariado, assim como sua vacina contra o abraço mortal do Estado e do sistema capitalista.

Durante o Congresso de Haia, as votações foram precedidas de acirradas polêmicas. A primeira delas foi em relação ao artigo 7a. Em seguida à sua aprovação, a meta da conquista do poder político foi oficialmente inserida no estatuto da Associação, juntamente com a indicação de que o partido operário era um instrumento essencial para alcançá-la.

A decisão seguinte, de conferir poderes mais amplos ao Conselho Geral, aprovada com 32 votos a favor, 6 contra e 12 abstenções, tornou a situação ainda mais intolerável para a minoria. A partir daquele momento, o Conselho tinha a tarefa de garantir em cada país a “rígida observação dos princípios, estatutos e regras gerais da Internacional”, e a ele se atribuía “o direito de suspender ramos, seções, conselhos ou comitês federais e federações da Internacional até o próximo congresso”111.

Pela primeira vez na história da Internacional, seu mais alto congresso aprovou também (por 47 votos a favor e 9 abstenções) a decisão do Conselho Geral de expulsar uma organização: a Seção 12 de Nova York. Sua motivação foi a seguinte: “A Associação Internacional dos Trabalhadores baseia-se no princípio da abolição das classes e não pode admitir nenhuma seção burguesa”112. As expulsões de Bakunin (25 votos a favor, 6 contra, 7 abstenções) e Guillaume (25 votos a favor, 9 contra, 8 abstenções) também causaram grande celeuma, tendo sido propostas por uma comissão de inquérito que descreveu a Aliança da Democracia Socialista como “uma organização secreta, com estatutos completamente opostos aos da Internacional”113. Por outro lado, rejeitou-se (15 votos a favor, 17 contra e 7 abstenções) a proposta de expulsão de Adhémar Schwitzguébel (1844-1895), um dos fundadores e membros mais ativos da Federação do Jura114, sobre o qual recaíram as mesmas acusações formuladas contra Guillaume. Por fim, o congresso estabeleceu também a publicação de um longo relatório, intitulado A Aliança da Democracia Socialista e a Associação Internacional dos Trabalhadores, que reconstrói a história da organização liderada por Bakunin e apresenta uma análise de suas atividades pública e secreta em cada país. O texto, redigido por Engels, Lafargue e Marx, foi publicado em francês em julho de 1873.

Durante todas as votações do congresso, a oposição adotou uma linha de conduta não unitária: uma parte dela se absteve, a outra votou contra. No último dia do evento, porém, a minoria apresentou uma declaração comum, lida pelo operário Victor Dave (1845-1922), delegado da seção de Haia, e na qual se dizia que:

1. Nós, os […] partidários da autonomia e da federação de grupos de operários, devemos dar continuidade a nossas relações administrativas com o Conselho Geral […].
2. As federações que representamos estabelecerão relações diretas e permanentes com todos os ramos regulares da Associação. […]
4. Conclamamos todas as federações e seções a prepararem, de hoje até o próximo congresso geral, as bases para o triunfo, no interior da Internacional, dos princípios da autonomia federativa como a base da organização do trabalho.115

Essa declaração foi um hábil expediente da oposição para não assumir a responsabilidade por uma cisão que já se previa como inevitável. Juntamente com as medidas votadas pela maioria em relação aos novos poderes conferidos ao Conselho Geral, as propostas expressas nessa comunicação constituíam mais medidas táticas para fins internos do que um sério empenho político para dar novo impulso à organização. De fato, na sessão matutina de 6 de setembro, consumou-se o último ato da Internacional tal como havia sido concebida e constituída no curso dos últimos anos. Foi o momento mais dramático de todo o Congresso de Haia. Engels tomou a palavra e, para a surpresa dos presentes, propôs “que a sede do Conselho Geral fosse transferida para Nova York para o ano de 1872-1873 e que ele fosse formado por membros do Conselho Federal Americano”116. Poucas palavras abalaram certezas consolidadas. O Conselho Geral se trasladaria para além-mar, a uma enorme distância das federações europeias; Marx e outros “fundadores” da Internacional não fariam mais parte de seu órgão central; este se constituiria de companheiros cujos nomes eram desconhecidos de todos (Engels propôs o número de sete membros, com a possibilidade de expandi-lo a um máximo de quinze). O delegado Maltman Barry (1842-1909), membro do Conselho Geral e defensor das posições de Marx, foi quem melhor descreveu a reação da plateia:

Podia-se ver a consternação e a decepção estampadas nas faces do partido opositor quando [Engels] pronunciou as últimas palavras. […] Levou um tempo até que alguém se levantasse para tomar a palavra. Foi um coup d’état, e todos se entreolhavam, na esperança de que alguém quebrasse o feitiço.117

Engels defendeu essa proposta dizendo que “em Londres os conflitos entre os grupos haviam atingido um tal nível que [o Conselho Geral] tinha de ser transferido para outro lugar”118 e que Nova York era a melhor escolha em tempos de repressão. Mas os blanquistas opunham-se violentamente à mudança, argumentando que “a Internacional deveria, antes de mais nada, ser a organização insurrecional do proletariado”119 e que “quando um partido se une para a luta […] sua ação é maior na medida em que seu comitê de liderança é ativo, bem armado e poderoso”. Assim, Vaillant e outros seguidores de Blanqui presentes em Haia sentiram-se traídos quando viram “a cabeça” da organização ser transferida “para o outro lado do Atlântico [enquanto] o corpo armado estava lutando na [Europa]”120. Partindo do suposto de que “a Internacional tivera uma papel pioneiro na luta econômica”, eles queriam que ela desempenhasse “um papel similar com respeito à luta política” e sua transformação num “partido operário revolucionário internacional”121. Percebendo que não seria mais possível exercer o controle sobre o Conselho Geral, eles abandonaram o congresso e, pouco tempo depois, a Internacional.

Muitos membros, mesmo entre as fileiras da maioria, votaram contra a mudança para Nova York, por entender que isso equivalia ao fim da Internacional como estrutura operacional. A decisão, aprovada por apenas três votos (26 a favor, 23 contra), acabou dependendo de nove abstenções e do fato de que a alguns membros da minoria agradava ver o Conselho Geral ser transferido para longe de seus próprios centros de atividade.

Outro fator para a mudança foi certamente a visão de Marx de que era melhor desativar a Internacional do que vê-la transformar-se numa organização sectária nas mãos de seus oponentes. A morte da Internacional, que certamente se seguiria à transferência do Conselho Geral para Nova York, era infinitamente preferível do que uma longa e inútil sucessão de lutas fratricidas. Porém, não parece convincente argumentar – como muitos o fizeram122 – que a principal razão para o declínio da Internacional era o conflito entre seus dois concorrentes, ou mesmo entre dois indivíduos, Marx e Bakunin, por maior que sejam suas estaturas. Na verdade, foram as mudanças ocorridas no mundo ao redor da Internacional que a tornaram obsoleta. O crescimento e a transformação das organizações do movimento operário, o fortalecimento dos Estados-nação, causado pela unificação nacional da Itália e da Alemanha, a expansão da Internacional em países como a Espanha e a Itália, com condições econômicas e sociais profundamente diferentes daquelas da Inglaterra e da França, onde a Associação havia nascido, a definitiva virada moderada do sindicalismo inglês e a repressão que se seguiu à queda da Comuna de Paris agiram, de modo concomitante, para tornar a configuração originária da Internacional inapropriada para as condições históricas modificadas.

Na complexidade desse cenário, no qual prevaleceram as tendências centrífugas, também pesaram, obviamente, tanto os acontecimentos internos quanto aqueles pessoais de seus protagonistas. A Conferência de Londres, por exemplo, longe de produzir o efeito salvífico que Marx imaginara, agravou significativamente a crise da organização, porquanto foi conduzida de modo rígido, sem avaliar adequadamente os humores existentes em seu interior e sem as precauções necessárias para evitar o fortalecimento do grupo dirigido por Bakunin123. Foi, de fato, uma vitória de Pirro para Marx, que, ao pôr em ação uma tentativa de resolver os conflitos internos, Trabalhadores, uni-vos!
terminou, ao invés disso, por acentuá-los. Todavia, as decisões tomadas em Londres produziram apenas uma aceleração de um processo já em curso e inevitável.

Por fim, às considerações de caráter histórico e àquelas relativas à dialética interna da organização acrescentam-se outras, não menos importantes, acerca de seu principal protagonista. Numa sessão da Conferência de Londres de 1871, Marx havia recordado aos delegados como “o trabalho do Conselho tornara-se imenso. Era obrigado a enfrentar questões gerais e questões nacionais”124. Além disso, a Internacional havia se expandido demasiadamente. Não era mais a organização de 1864, que se firmava sobre duas pernas, uma na Inglaterra e outra na França. Agora ela estava presente em todos os países da Europa, cada um dos quais com problemas próprios e características específicas. A organização estava não apenas dividida por conflitos internos, mas a chegada dos exilados da Comuna de Paris à capital britânica, trazendo consigo novas preocupações e uma bagagem variegada de ideias, tornou ainda mais difícil para o Conselho Geral a obtenção de uma síntese política.

Depois de oito anos intensamente dedicados à Internacional, Marx passara por inúmeras provas125. Consciente da retirada das forças operárias que se seguiria à Comuna de Paris – a primeira entre todas as suas preocupações –, ele decidiu dedicar seus anos futuros à tentativa de completar O capital. Quando cruzou o Mar do Norte em direção à Holanda, ele deve ter sentido que a batalha que o esperava seria a última que travaria como protagonista direto.

Do espectador silencioso daquele primeiro encontro, realizado em 1864 no St. Martin’s Hall, Marx tornara-se, em 1872, o líder da Internacional, reconhecido como tal não só pelos delegados dos vários congressos e pelos dirigentes do Conselho Geral, mas pela própria opinião pública. Se, portanto, a Internacional devia muitíssimo a Marx, também a existência deste último havia se transformado profundamente graças àquela organização. Antes da Internacional, Marx só era conhecido num círculo restrito de militantes, ao passo que, depois da Comuna de Paris – certamente também graças à publicação de seu magnum opus, em 1867 –, a fama de seu nome começara a difundir-se entre os revolucionários de muitos países europeus, ao ponto de a imprensa apelidá-lo de “doutor do terror vermelho”. Além disso, a responsabilidade derivada de seu papel na Internacional, que lhe dera a oportunidade de analisar mais diretamente tantas lutas econômicas e políticas, serviu como mais um estímulo para suas reflexões sobre o comunismo e enriqueceu profundamente o conjunto de sua teoria anticapitalista.

XI. Marx versus Bakunin
A batalha entre os dois campos intensificou-se nos meses seguintes ao Congresso de Haia, mas apenas em alguns casos o conflito se desenvolveu em torno das diferenças entre suas teorias e ideologias políticas. Com frequência, Marx preferiu ridicularizar as posições de Bakunin, descrevendo-o como um defensor da “equalização das classes”126 (com base nos princípios programáticos da Aliança da Democracia Socialista, formulados em 1869) ou do abstencionismo político tout court. Já o anarquista russo, que carecia das qualidades teóricas de seu adversário, escolheu o terreno das acusações e insultos pessoais. A única exceção foi a “Carta ao jornal La Liberté de Bruxelas”, redigida no início de outubro de 1872, na qual Bakunin expôs de modo positivo sua concepção. Desse escrito – que ficou incompleto e, por isso, não pôde ser utilizado por seus seguidores nas discussões que dominaram aqueles anos – emerge claramente a verdadeira posição política dos “autonomistas”:

Há apenas uma lei vinculando todos os membros […], seções e federações da Internacional […]. É a solidariedade internacional dos trabalhadores de todas as categorias profissionais e de todos os países na luta econômica contra os exploradores do trabalho. É a organização real dessa solidariedade mediante a ação espontânea das classes trabalhadoras e a federação absolutamente livre […] que constitui a unidade real e viva da Internacional. Quem pode duvidar que é dessa organização cada vez mais ampla da solidariedade militante do proletariado contra a exploração burguesa que a luta política do proletariado contra a burguesia tem de surgir e crescer? Os marxistas e nós somos unânimes sobre esse ponto. Mas agora vem a questão que nos distingue tão profundamente dos marxistas. Pensamos que a política do proletariado deve ser uma política revolucionária, voltada direta e unicamente à destruição dos Estados. Não vemos como seja possível falar de solidariedade internacional e, no entanto, querer preservar os Estados […] porque o Estado, por sua própria natureza, é uma ruptura daquela solidariedade e, portanto, uma permanente causa de guerras. Tampouco podemos conceber como seja possível falar de liberdade do proletariado ou de emancipação real das massas no interior e por intermédio do Estado. Estado significa domínio, e todo domínio envolve a subjugação das massas e, por conseguinte, sua exploração por uma mesma minoria dominante. Não aceitamos, mesmo no processo de transição revolucionária, quaisquer formas de assembleias constituintes, governos provinciais ou das assim chamadas ditaduras revolucionárias, pois estamos convencidos de que a revolução só é sincera, honesta e real nas mãos das massas e que, ao se concentrar nas mãos de uns poucos indivíduos governantes, ela se converte inevitavelmente em reação.127

Assim, embora Bakunin tivesse em comum com Proudhon uma oposição intransigente a qualquer forma de autoridade política, especialmente na forma direta do Estado, seria errado equiparar sua posição com a dos mutualistas. Enquanto estes últimos exercitaram seu abstencionismo de modo passivo, renunciando de fato a toda atividade política, os autonomistas, ao contrário – como sublinhou Guillaume numa das últimas intervenções no Congresso de Haia –, eram defensores de “uma certa política, de revolução social, da destruição da política burguesa e do Estado”128. Dever-se-ia reconhecer que eles estavam entre os componentes revolucionários da Internacional e que ofereceram uma interessante contribuição crítica a questões relativas ao poder político, o Estado e a burocracia.

Qual foi, portanto, a diferença entre a “política positiva”, considerada indispensável pelos centralistas, e a “política negativa”, concebida pelos autonomistas como única forma possível de ação? Nas resoluções adotadas no Congresso Internacional de Saint-Imier, realizado entre 15 e 16 de setembro, em seguida à proposta da Federação Italiana e na presença de outros delegados que retornavam de Haia, declarou-se que: “toda organização política não pode ser outra coisa senão a organização e dominação para o benefício de uma classe em detrimento das massas, e que se o proletariado escolhesse exercer o poder, ele se converteria a si mesmo numa classe dominante e exploradora”.

Portanto – e foi esta a afirmação que engendrou o conceito de “política negativa” –, “a destruição de todo poder político é a primeira obrigação do proletariado”129. Segundo Bakunin, “toda organização de um poder político, por mais que possa proclamar-se provisória e revolucionária para efetuar essa destruição, não pode ser senão um engano ulterior, e para o proletariado seria tão perigosa quanto todos os governos hoje existentes”. Como Bakunin destacou em outro texto inacabado, a Internacional, cuja missão era a de conduzir o proletariado “para fora da política do Estado e do mundo burguês”, deveria pôr na base de seu programa “a organização da solidariedade internacional para a luta econômica do trabalho contra o capital”130; uma declaração de princípios que, embora levasse em conta as mudanças ocorridas no tempo, era muito próxima das tentativas originárias da organização e diametralmente oposta à direção tomada por Marx e pelo Conselho Geral após a Conferência de Londres de 1871 131.

Em Haia, os autonomistas optaram por aquilo que definiram como uma “política negativa”, ou seja, a destruição do poder político; em contrapartida, a maioria dos delegados defendeu sua forma oposta, “positiva”, que apontava para a conquista do poder político132. Num clima de profunda divergência sobre princípios e objetivos, o partido político foi considerado como um instrumento necessariamente subalterno às instituições burguesas, e o comunismo de Marx foi grotescamente comparado ao Volksstaat (Estado popular) lassalliano, que o revolucionário de Trier havia incansavelmente combatido133. No entanto, nos poucos momentos em que o antagonismo deixou espaço para a razão, Bakunin e Guillaume reconheceram que os dois lados compartilhavam das mesmas aspirações134. Em The Fictitious Splits in the International [Cisões fictícias na Internacional], que redigiu juntamente com Engels entre o fim de janeiro e o início de março de 1872, Marx esclarecia que uma das precondições da sociedade socialista era a supressão do poder do Estado:

Todos os socialistas veem a anarquia como o seguinte programa: uma vez atingido o objetivo do movimento proletário – isto é, a abolição das classes –, desaparece o poder do Estado, que serve para manter a grande maioria dos produtores submetidos a uma pequena minoria de exploradores, e as funções do governo se tornam simples funções administrativas.135

A diferença irreconciliável consistia no fato de que os autonomistas colocavam o problema como uma questão de realização imediata. Porque consideravam a Internacional não como um instrumento político para a luta política, mas como o modelo ideal da sociedade do futuro, na qual não deveria existir nenhum tipo de autoridade, eles proclamavam:

a anarquia nas fileiras proletárias como o meio mais infalível de quebrar a poderosa concentração das forças sociais e políticas nas mãos dos exploradores. Sob esse pretexto, ela pede à Internacional, num momento em que o Velho Mundo busca uma maneira de esmagá-la, a substituição de sua organização pela anarquia.136

Assim, apesar de sua convergência quanto à necessidade de abolir as classes e o poder político do Estado na sociedade socialista, os dois lados divergiam radicalmente sobre as questões cruciais do caminho a tomar e das forças sociais requeridas para efetuar a transformação. Sobre esses temas fundamentais, Marx e Bakunin tinham concepções radicalmente distintas. Enquanto para Marx o sujeito revolucionário por excelência era uma classe particular, o proletariado fabril, Bakunin voltava-se à massa em geral, à “grande ralé popular” (o Lumpenproletariat), que, sendo “quase impoluta pela civilização burguesa, carrega em seu interior e em suas aspirações, em todas as necessidades e misérias de sua vida coletiva, todas as sementes do socialismo do futuro”137. Se o comunista aprendera que a transformação social precisava ser acompanhada de determinadas condições históricas, de uma organização eficiente e de um longo processo para chegar à formação da consciência de classe entre as massas138, o anarquista estava convencido de que a “grande ralé popular” era dotada de “um instinto, tão invencível quanto justo”, por si só suficiente “para inaugurar e fazer triunfar a revolução social”139.

O dissenso entre Bakunin e Marx se manifestou também na identificação dos instrumentos mais adequados para a realização do socialismo. O primeiro passou uma parte significativa da sua atividade militante criando (ou imaginando criar) sociedades secretas, ou organizações compostas por um grupo restrito de pessoas, sobretudo intelectuais: um “Estado-maior revolucionário, composto de indivíduos dedicados, enérgicos, inteligentes e, acima de tudo, amigos sinceros do povo”140, que prepararão a insurreição e farão a revolução. O segundo, ao contrário, defendeu a autoemancipação da classe operária, estando convencido de que as sociedades secretas “contrastam com o desenvolvimento do movimento operário”, porquanto, “em vez de educar os operários, submetem-nos a leis autoritárias e místicas, que obstaculizam sua autonomia e conduzem sua consciência numa direção equivocada”141. O exilado russo opôs-se a toda ação política da classe operária que não visasse diretamente à revolução, inclusive a mobilização por reformas sociais e a participação em eleições, enquanto o cosmopolita com residência em Londres não desprezava a luta por reformas e objetivos parciais, embora com a absoluta convicção de que estes deveriam servir para reforçar a classe operária na luta para derrubar o modo de produção capitalista, e não para integrá-la no sistema.

A diferença não teria diminuído nem depois de realizada a revolução. Para Bakunin, “a abolição do Estado [era] a precondição ou o acompanhamento necessário da emancipação econômica do proletariado”142; para Marx, o Estado não podia nem devia desaparecer de um dia para o outro. No artigo “A indiferença em matéria política”, publicado em dezembro de 1873 no jornal italiano Almanacco Repubblicano para contrastar a hegemonia dos anarquistas no movimento operário daquele país, ele afirmara polemicamente:

se a luta política da classe operária assume formas violentas, se os operários substituem sua ditadura revolucionária à ditadura da classe burguesa, então [de acordo com Bakunin] eles cometem o terrível delito de lèse-principe [leso-princípio]; pois, para satisfazer suas miseráveis necessidades cotidianas, para quebrar a resistência da classe burguesa, em vez de abaixar as armas e abolir o Estado, eles lhe dão uma forma revolucionária e transitória.143

É preciso reconhecer, no entanto, que Bakunin, apesar de sua recusa em distinguir entre o poder burguês e o proletário, soube prever os perigos da assim chamada “fase de transição” do capitalismo para o socialismo e a degeneração burocrática pós-revolucionária. Em O Império knut-germânico e a revolução social, um escrito incompleto, redigido entre 1870 e 1871, ele afirmou:

Mas no Estado Popular de Marx, como nos é dito, não haverá nenhuma classe privilegiada. Todos serão iguais, não apenas do ponto de vista jurídico e político, mas também econômico. […] Não haverá mais, portanto, nenhuma classe privilegiada, mas haverá um governo e, notem bem, um governo extremamente complexo, que não se contentará com governar e administrar as massas politicamente, como o fazem todos os governos atualmente, mas que também as administrará economicamente, concentrando nas suas mãos a produção e a justa repartição das riquezas, o cultivo da terra, o estabelecimento e desenvolvimento das fábricas, a organização e a direção do comércio e, por fim, a aplicação do capital à produção da parte de um único banqueiro: o Estado. […] Será o reino da inteligência científica, o mais aristocrático, o mais despótico, o mais arrogante e o mais odiado de todos os regimes. Haverá uma nova classe, uma nova hierarquia de cientistas e eruditos reais e fictícios, e o mundo será dividido numa minoria governando em nome do saber e uma imensa maioria ignorante. […] Todo Estado, mesmo o mais republicano e mais democrático […], é, em sua essência, uma mera máquina a governar as massas de cima, mediante uma minoria inteligente e, portanto, privilegiada, supostamente conhecedora dos interesses genuínos do povo mais do que o próprio povo.144

Em parte devido a seu escasso conhecimento de economia, a via federalista indicada por Bakunin não ofereceu nenhuma indicação rigorosamente útil sobre a realização do socialismo. À sua crítica, no entanto, deve-se reconhecer o mérito de ter previsto alguns dos dramas que caracterizariam o século XX.

XII. Depois de Marx: a Internacional “centralista” e a Internacional “autonomista”
Em 1872, a Internacional nascida em 1864 deixou de existir. A grande organização, que por oito anos sustentara com sucesso inúmeras greves e lutas, adotara um programa teórico anticapitalista e ramificara-se em todos os países europeus, implodiu após o Congresso de Haia. Apesar disso, sua história não acabou com o abandono de Marx. Ela foi substituída por dois reagrupamentos de forças, muito mais reduzidos e privados de sua capacidade e ambição políticas. O primeiro foi composto pelos “centralistas”, ou seja, pela parte que resultara majoritária no último congresso e favorável a uma organização dirigida politicamente por um Conselho Geral. O segundo foi formado pelos “autonomistas” – ou também “federalistas”145 –, isto é, a minoria que reconhecia às seções a absoluta autonomia de decisão.

Durante o ano de 1872, a força da Internacional não havia diminuído. Confirmando o desenvolvimento desigual que caracterizara sua existência, sua expansão em alguns países (sobretudo na Espanha e na Itália) havia compensado a retração em outros (como, por exemplo, na Inglaterra). O dramático resultado em Haia havia implodido a organização, fazendo com que muitos militantes, especialmente no campo “centralista”, percebessem que ali se encerrara um importante capítulo na história do movimento operário. , Pouquíssimas forças na Europa se alinharam com a Federação Americana em apoio ao novo Conselho Geral, sediado em Nova York: a Federação Romanda e algumas seções de língua alemã na Suíça, ambas sustentadas pela incessante iniciativa de Becker; o apoio – incondicional, mas de pouco peso – do Partido Socialdemocrata dos Trabalhadores da Alemanha; as recém-criadas seções austríacas, que, diferentemente dos alemães, foram capazes de enviar ao Conselho Geral um pouco de dinheiro recolhido entre seus membros; e as longínquas federações de Portugal e Dinamarca.

Na Espanha, Itália e Holanda, no entanto, poucos seguiram as diretrizes de Marx; na Irlanda, a organização não se firmara, e na França, em 1873, não existia nenhuma seção da Internacional. Restava, naturalmente, a Inglaterra, mas em novembro de 1872, em razão de conflitos pessoais iniciados muito antes do Congresso de Haia, o Conselho Federal Inglês se dividiu em dois grupos, hostis entre si, que reivindicavam representar a Internacional na Grã-Bretanha. O líder dos opositores foi Hales, que, em nome de dezesseis seções, e com a adesão de importantes dirigentes da Internacional, como Hermann Jung (1830-1901) e Thomas Mottershead (1825-1884), esconjurou o Conselho Geral de Nova York e convocou um novo congresso da federação inglesa para janeiro de 1873. Hales e Eccarius protagonizaram algumas surpreendentes acrobacias políticas, pois, embora fossem reformistas por convicção e defendessem a participação em eleições – sua ideia era converter a Internacional num partido político, com apoio de sindicatos e aliado à ala liberal da burguesia –, alinharam-se oficialmente com os abstencionistas liderados por Guillaume e Bakunin. Engels respondeu com duas circulares – subscritas por importantes dirigentes de Manchester e do Conselho Federal Inglês, além dos conhecidos Dupont e Friedrich Lessner (1825-1910) –, nas quais foram reconhecidas as decisões tomadas em Haia. O congresso “oficial” do Conselho Federal Inglês realizou-se em junho, mas os participantes tiveram de constatar uma dura verdade: com a transferência do Conselho Geral para Nova York, percebido por todos – também pela imprensa – como o fim da organização, os sindicatos ingleses não se sentiram mais como parte integrante daquilo que havia restado da Internacional146. Assim, os dois grupos tinham em comum uma única coisa: o rápido declínio.

O congresso geral dos centralistas foi realizado na mesma cidade que havia sediado o primeiro encontro da Internacional: Genebra. Graças ao incansável Becker, dele participaram trinta delegados, entre os quais, pela primeira vez, duas mulheres. Porém, quinze desses delegados eram de Genebra, e a participação de representantes de seções de outros países reduziu-se a um alemão, um belga e um austríaco. Tendo percebido o clima de desmobilização na Europa, o Conselho Geral decidiu não enviar nenhum representante de Nova York, e até mesmo Serrailler, designado pela federação inglesa, renunciou à viagem. De fato, foi o fim da Internacional centralista.

Do outro lado do oceano, não obstante os esforços efetuados por Sorge para manter viva a chama da Internacional, a Federação Americana estava a um passo do colapso. Sua situação financeira, agravada pelo declínio de seus filiados a menos de mil (poucos dos quais pagavam contribuições), tornava difícil até mesmo a compra de selos. Também a qualidade de seus documentos oficiais, contendo frequentes erros de ortografia, era miserável, pois faltavam dirigentes capazes de escrever adequadamente em inglês e francês. Reduzida a ocupar-se exclusivamente de questões relativas aos Estados Unidos, ela não conseguiu, no entanto, mobilizar os trabalhadores nativos, que alternaram sentimentos de hostilidade e indiferença em relação à organização, uma realidade que nem mesmo o lançamento do Manifesto ao povo trabalhador da América do Norte conseguiu alterar147. Após uma perda ulterior de filiados, Sorge demitiu-se do cargo de secretário-geral e, daquele momento em diante, por mais dois anos e meio, a vida da organização reduziu-se à crônica de uma morte anunciada. Sua dissolução final se deu em 15 de julho de 1876, quando 10 delegados, representando 635 membros148, reuniram-se na Filadélfia, antes de dirigirem-se ao congresso do Partido Operário dos Estados Unidos, programado pra coincidir com a Centennial Exhibition, primeira exposição internacional realizada nos Estados Unidos.

Se a organização “centralista” operou em apenas alguns poucos países, por um breve tempo, e não deu nenhuma contribuição significativa ao desenvolvimento da teoria, os autonomistas, ao contrário, continuaram a ser, por alguns anos, uma realidade concreta e decisivamente mais ativa. No congresso de Saint-Imier, no qual tomaram parte não apenas os suíços, mas também os italianos, espanhóis e franceses, foi estabelecido que “ninguém tem o direito de privar as federações e seções autônomas do incontestável direito de determinar a si mesmas e seguir a linha de conduta política que elas creem ser a melhor”149. Essa declaração reuniu numa ampla frente todos os opositores de Marx, que propuseram um “pacto de amizade, solidariedade e defesa mútua” entre todas as federações que defendiam a autonomia federalista no seio da Internacional. A tomada de posição foi obra de Guillaume.

Diferentemente de Bakunin, que teria preferido um documento mais intransigente, o jovem – porém mais prudente – militante suíço fixara como meta estender o consenso para além do Jura, da Espanha e da Itália, conquistando todas as outras federações que se opunham à linha de Londres150. Sua tática foi bem-sucedida. O nascimento de uma nova Internacional fora cuidadosamente preparado, mas sem forçar a nota com declarações altissonantes.

Nos meses sucessivos, a organização recebeu numerosas adesões. O baluarte dos autonomistas continuou a ser a Espanha. As perseguições à Internacional promovidas por Práxedes Mateo Sagasta (1825-1903) não impediram seu desenvolvimento. O congresso federal, realizado em Córdoba entre dezembro de 1872 e janeiro de 1873, mostrou uma organização em plena expansão. Estava formada por mais cinquenta federações, compostas de mais de trezentas seções, que reuniam um total de mais de 25 mil membros (7.500 dos quais em Barcelona)151. A partir do fim de 1872, os autonomistas expandiram seu apoio em novos países. Em dezembro, a federação belga, reunida em Bruxelas, depois de haver declarado nulas as resoluções adotadas em Haia, recusou-se a reconhecer o Conselho Geral de Nova York e subscreveu o pacto de Saint-Imier152. Em janeiro de 1873, aderiram à organização os rebeldes ingleses, liderados por Hales e Eccarius, seguidos, no mês seguinte, da federação holandesa153.

Embora os autonomistas – que também haviam conservado contatos na França, na Áustria e nos Estados Unidos – formassem a maioria de uma Internacional renovada, a coalizão a que deram vida foi um confuso conglomerado das mais diversas doutrinas. Nessa aliança espúria tomavam parte: os coletivistas anárquicos suíços, encabeçados por Guillaume e Schwitzguébel (Bakunin retirou-se à vida privada a partir de 1873 e morreu em 1876); a Federação Belga, guiada por De Paepe, que passou a defender um tipo de socialismo no qual o Estado popular (Volksstaat) deveria ter maiores poderes e competências, a começar pela gestão de todos os serviços públicos; os italianos, que radicalizaram cada vez mais as próprias posições, chegando a defender teses insurrecionais (“a propaganda mediante fatos”) destinadas ao fracasso; e os ingleses, favoráveis não só à participação nas eleições, mas também à aliança com as forças burguesas mais progressistas. Em 1874, foram estabelecidos contatos até mesmo com os lassallianos da Associação Geral dos Trabalhadores Alemães.

O cenário até aqui descrito atesta que a causa primária da ruptura consumada em Haia não estava na antinomia entre um componente inclinado a avançar gradualmente no interior do Estado e uma outra posição intransigente e mais revolucionária, tampouco entre defensores e opositores da ação política. O fator determinante de uma oposição tão ampla e radical ao Conselho Geral foi, em vez disso, a reviravolta demasiadamente brusca ocorrida durante Conferência de Londres de 1871. As federações do Jura, a espanhola e também a italiana jamais aceitariam a solicitação de Marx de construir partidos políticos da classe trabalhadora, e as razões disso estavam nas condições socioeconômicas desses países. Uma tática política mais prudente teria permitido conservar o apoio da Bélgica – desde muitos anos, fundamental nos equilíbrios internos da Associação – e de outras jovens federações, como a holandesa. Além disso, relações internas menos conflituosas teriam evitado a cisão na Inglaterra, ocorrida mais por razões pessoais do que por dissensos significativos em relação à linha política. A transferência do Conselho Geral para Nova York, como haviam previsto alguns autonomistas, deixou aberto a estes últimos um grande espaço político e contribuiu para sua afirmação a partir de 1872. Segundo Marx, porém, a “primeira” Internacional havia cumprido sua missão histórica e era chegada a hora de baixar a cortina.

Os autonomistas realizaram seu “primeiro” congresso – por eles definido como o sexto, pois se consideravam os legítimos continuadores da organização – em Genebra. Os 32 delegados (provenientes da Bélgica, da Espanha, da França, da Itália, da Inglaterra, da Holanda e da Suíça) se reuniram na cidade suíça de 1o a 6 de setembro de 1873, uma semana antes do congresso dos centralistas, e declararam que sua reunião abria “uma nova era na Internacional”154. Aboliram, em votação unânime, o Conselho Geral e, pela primeira vez numa reunião da Internacional, houve um debate sobre a sociedade anarquista155. Além disso, o arsenal teórico-político dos internacionalistas foi enriquecido por uma nova ideia: a da greve geral como arma para realizar a revolução social. Assim foram esboçados os lineamentos da concepção anarcossindicalista156.

O congresso seguinte foi realizado em Bruxelas, de 7 a 13 de setembro de 1874. Dele participaram dezesseis delegados, entre os quais um proveniente da Inglaterra (Eccarius), um da Espanha e o restante da Bélgica. Entre esses catorze delegados belgas, dois possuíam o mandato de uma seção francesa (Paris) e de uma italiana (Palermo), enquanto dois outros eram alemães, à época residentes na Bélgica. Estes últimos eram lassallianos, e um deles, Karl Frohme (1850-1933), representava a Associação Geral dos Trabalhadores Alemães. No entanto, embora anarquistas e lassallianos fossem polos opostos no mapa do socialismo, Guillaume motivou sua presença referindo-se às novas regras aprovadas pelo Congresso de Genebra de 1873, segundo as quais os trabalhadores de cada país podiam escolher livremente o modo que julgavam o mais justo para obter sua própria emancipação157. Essa Internacional, porém, tornara-se, em grande medida, um lugar de debate abstrato, onde um número cada vez menor de dirigentes operários – e pouco representativos – discutiam cada vez menos sobre as condições materiais dos trabalhadores e as ações necessárias para modificá-las. O debate de 1874 concentrou-se na escolha entre anarquia e Estado popular, e seu principal protagonista foi De Paepe, que depois de três anos retomara seu posto na Internacional. Numa de suas intervenções, afirmou que “na Espanha, numa parte da Itália e no Jura havia partidários da anarquia; enquanto na Alemanha, na Holanda, na Inglaterra e na América havia partidários do Estado operário (a Bélgica flutuava ainda entre as duas tendências)”158. Tampouco nesse caso foi tomada qualquer decisão coletiva, e no fim do congresso sancionou-se por unanimidade que cabia “a cada federação e partido democrático socialista de cada país determinar a linha de conduta política que pensava ser a mais adequada”159.

No curso do oitavo congresso, realizado em Berna de 26 a 30 de outubro de 1876, a discussão prosseguiu na mesma linha da reunião precedente. Dela participaram 28 delegados, dos quais 19 suíços (17 da Federação do Jura), 4 da federação italiana, 2 da espanhola e 2 da francesa, além de De Paepe, como representante da Bélgica e da Holanda. O debate demonstrou de modo irrefutável a total irreconciliabilidade entre as posições de De Paepe e Guillaume160. Em todo caso, a reunião concluiu-se acolhendo uma proposta da federação belga, que convocava para o ano seguinte um congresso socialista universal, ao qual seriam chamadas “todas as frações dos partidos socialistas da Europa”161.

Esse evento foi antecipado pelo último congresso da Internacional, realizado em Verviers de 6 a 8 de setembro de 1877. Dele participaram 22 delegados: 13 da Bélgica, 2 da Espanha, 2 da Itália, 2 da França e 2 da Alemanha, além de Guillaume, representante da Federação do Jura, aos quais se juntaram três enviados de grupos socialistas, presentes à reunião com função meramente consultiva. Um deles era o russo Piotr Kropotkin (1842-1921), futuro pai do anarco-comunismo. Desse encontro participaram, porém, apenas militantes de tendência anarquistas, e, entre eles, alguns – como o italiano Andrea Costa (1851-1910) – que pouco tempo depois passariam ao socialismo. Assim, também a Internacional autonomista, que apenas na Espanha tivera um enraizamento nas massas, havia exaurido seu ciclo. Ela acabou superada pela tomada de consciência, difundida em quase todo o movimento operário europeu, da absoluta importância de se tomar parte na luta política por meio de organizações políticas. O fim da experiência autonomista significou também o ocaso das relações entre anarquistas e socialistas, que, a partir daquele momento, viram seus caminhos definitivamente separados.

XIII. A nova Internacional
De 9 a 16 de setembro de 1877, a cidade de Gent, na Béligica, sediou o Congresso Socialista Universal, maior encontro já realizado entre as organizações do movimento operário. Dele participaram, acolhidos por 3 mil trabalhadores, delegados de nove países (França, Alemanha, Suíça, Inglaterra, Espanha, Itália, Hungria, Rússia e, naturalmente, Bélgica) e também representantes da Dinamarca, dos Estados Unidos e, pela primeira vez, de agrupamentos operários da Grécia e do Egito. Os promotores do congresso foram líderes históricos da Internacional, como De Paepe e Liebknecht (Frankel, Guillaume, Hales e outros também estavam presentes), testemunhas da importância que a organização tivera na formação, em toda a Europa, de uma geração de dirigentes do movimento dos trabalhadores.

No documento conclusivo do congresso, o Manifesto às organizações operárias e sociedades de todos os países, redigido por De Paepe e pelo jovem Louis Bertrand (1856-1943), que se tornaria em seguida um dos principais socialistas belgas, afirmou-se a exigência de instituir “uma União Geral do Partido Socialista”. A grande maioria dos presentes subscreveu um pacto, no qual se declarava:

considerando que a emancipação social é inseparável da emancipação política; considerando que o proletariado, organizado como partido distinto e oposto a todos os partidos formados pelas classes proprietárias, deve utilizar todos os meios políticos voltados à emancipação social de todos os seus membros; considerando que a luta contra todo domínio de classe não é nem local nem nacional, mas universal, e que o processo depende do acordo e da cooperação das organizações dos diversos países; os subscritos, delegados no Congresso Socialista Universal de Gent, decidiram que as organizações por eles representadas devem ajudar umas às outras, moral e materialmente, em todas as reivindicações econômicas e políticas.

Seis anos depois da Conferência de Londres de 1871, as teses aprovadas em Gent confirmaram as previsões de Marx. No mesmo documento, afirmava-se:

Preconizamos a necessidade da ação política como um poderoso meio de agitação, propaganda, educação popular e associação. A presente organização da sociedade deve ser combatida simultaneamente por todos os lados e com todos os meios à nossa disposição. […] O socialismo não deve ser apenas especulação teórica sobre a organização provável da sociedade futura; ele deve ser real e vivo, envolvido nas aspirações efetivas, necessidades imediatas e lutas diárias da classe proletária contra aqueles que controlam o capital social, assim como o poder social.

Para arrancar um direito político da burguesia, para organizar numa associação trabalhadores até então isolados, para obter uma redução nas horas de trabalho por meio de greves ou sociedades de resistência: tudo isso significa tanto trabalhar para a edificação de uma sociedade nova quanto investigar as possibilidades de configurações sociais do futuro.

Que os trabalhadores até então desorganizados se organizem e formem associações! Que aqueles que estão organizados apenas no plano da economia desçam até a arena política; lá eles encontrarão os mesmos adversários e a mesma batalha, e toda vitória obtida num desses níveis sinalizará o triunfo no outro!

Que a classe despossuída em cada nação se constitua num grande partido distinto de todos os partidos burgueses, e que esse partido social marche de mãos dadas com aqueles dos outros países!
Para reivindicar todos os seus direitos, para abolir todos os privilégios, trabalhadores de todo o mundo, uni-vos!162

Nas décadas sucessivas, o movimento operário adotou um programa socialista, expandiu-se primeiro em toda a Europa, e depois em cada ângulo do mundo, e construiu novas estruturas de coordenação supranacionais. Cada uma destas, além de repetir seu nome (a exemplo da Segunda Internacional, de 1889-1916, ou da Terceira Internacional, de 1919-1943), referiu-se constantemente aos valores e ao ensinamento da “primeira” Internacional. Desse modo, sua mensagem revolucionária se revelou de extrema fecundidade, produzindo, com o passar do tempo, resultados ainda maiores que aqueles obtidos no curso de sua própria existência.

A Internacional imprimiu na consciência dos proletários a convicção de que a emancipação do trabalho do jugo do capital não podia ser obtida no interior dos limites de um único país; ao contrário, era uma questão global. Do mesmo modo, graças à Internacional os operários compreenderam que sua emancipação só podia ser conquistada por eles mesmos, por sua capacidade de organizar-se, não podendo ser transferida a outrem. Por fim, a Internacional – e nesse ponto a contribuição teórica de Marx foi fundamental – difundiu entre os trabalhadores a consciência de que sua escravidão só teria fim com a superação do modo de produção capitalista e do trabalho assalariado, uma vez que as melhorias internas do sistema vigente, ainda que importantes, não modificariam por si só sua dependência econômica das oligarquias patronais.

Existe um verdadeiro abismo a separar as esperanças daquele tempo e a desesperança do presente, a determinação antissistêmica daquelas lutas e a servidão ideológica contemporânea, a solidariedade construída por aquele movimento operário e o individualismo de nossos dias, produto da competição do mercado e das privatizações, a paixão pela política dos trabalhadores que se reuniram em Londres em 1864 e a resignação e apatia hoje imperantes.

No entanto, numa época em que o mundo do trabalho voltou a sofrer condições de exploração semelhantes àquelas do século XIX, o projeto da Internacional retorna com extraordinária atualidade. Sob cada injustiça social, em todo lugar em que trabalhadoras e trabalhadores se veem privados de seus direitos, germina a semente da nova Internacional.

A barbárie da “ordem mundial” vigente, os desastres ecológicos produzidos pelo presente modo de produção, o inaceitável abismo que separa as riquezas de uma minoria de exploradores e o estado de indigência de extratos cada vez mais vastos da população mundial, a opressão de gênero, os novos ventos da guerra, do racismo e do chauvinismo, impõem ao movimento operário contemporâneo reorganizar-se, com urgência, a partir de duas características da Internacional: a radicalidade dos objetivos a perseguir e a forma poliédrica de sua estrutura. Os objetivos da organização nascida em Londres há 150 anos são hoje mais atuais e indispensáveis que nunca. Mas, para estar à altura do presente, a nova Internacional não poderá prescindir de dois requisitos fundamentais: deverá ser plural e anticapitalista.

Apêndice

Cronologia e membros da Associação Internacional dos Trabalhadores

Na primeira parte deste Apêndice são elencados, em ordem cronológica, todas as conferências e congressos da Internacional, divididos em dois blocos: as reuniões realizadas entre 1864 e 1872, ou seja, desde sua fundação até a ruptura consumada no Congresso de Haia, e aquelas realizadas separadamente por “autonomistas” e “centralistas”, a partir de 1873.
A segunda parte é constituída de uma tabela contendo alguns dados relativos aos membros da Internacional em diversos países. As informações sobre a consistência real da Associação são muito incertas, pelas seguintes razões: 1) apenas uma parte mínima das organizações – como os sindicatos ingleses e os partidos alemães – possuia um registro exato dos próprios escritos; 2) o fato de a maior parte dos trabalhadores ter ingressado na organização não por meio de inscrições individuais mas sobretudo mediante adesões de associações coletivas (como, por exemplo, as sociedades de resistência) torna quase impossível uma contagem precisa de seus membros; 3) em diversos países, a Internacional foi ilegal por alguns anos, e a clandestinidade de seus membros não permite avaliar acuradamente seu número.

É talvez por essa razão que – com exceção do volume coletivo La Première Internationale: l’institute, l’implantation, le rayonnement163 – a tentativa de calcular o número completo dos membros da Internacional não tenha sido realizada em nenhum dos muitos livros a ela dedicados. Se me pareceu útil tentar realizar tal cálculo aqui, apesar do risco de alguma imprecisão, é sobretudo porque a maior parte das publicações apresentaram números excessivos, criando assim uma imagem distorcida da realidade.
A primeira coluna da tabela lista, em ordem cronológica de fundação, os países em que a Internacional foi estabelecida; ela não inclui, por exemplo, a Austrália, a Nova Zelândia ou a Índia, onde ocorreram apenas contatos esporádicos com pequenos grupos de trabalhadores. Tampouco cobre a Rússia, uma vez que a Internacional jamais conseguiu penetrar naquele país (embora alguns exilados tenham fundado um círculo na Suíça). A segunda coluna apresenta os anos em que a organização atingiu seu pico nos respectivos países, e a terceira oferece uma cifra aproximada para o número de seus membros. Esses totais foram calculados com base nos estudos contidos em La Première Internationale: l’institute, l’implantation, le rayonnement e outras monografias listadas na Bibliografia no fim deste volume.

Cronologia
Conferências e congressos (1864-1872)
Conferência de Londres: 25-29 de setembro de 1865
I Congresso: Genebra, 3-8 de setembro de 1866
II Congresso: Lausanne, 2-8 de setembro de 1867
III Congresso: Bruxelas, 6-13 de setembro de 1868
IV Congresso: Basileia, 6-12 de setembro de 1869
Conferência dos delegados de Londres: 17-23 de setembro de 1871 V Congresso: Haia, 2-7 de setembro de 1872

A Internacional “autonomista”
VI Congresso: Genebra, 1o-6 de setembro de 1873 VII Congresso: Bruxelas, 7-13 de setembro de 1874 VIII Congresso: Berna, 26-30 de outubro de 1876 IX Congresso: Verviers, 6-8 de setembro de 1877

A Internacional “centralista”
VI Congresso: Genebra, 7-13 de setembro de 1873 Conferência dos delegados da Filadélfia: 15 de julho de 1876

Número de membros

País Ano de pico Número de membros
Inglaterra 1867 50 mil
Suíça 1870 6 mil
França 1871 Mais de 30 mil
Bélgica 1871 Mais de 30 mil
Estados Unidos 1872 4 mil
Alemanha 1870 Mais de 10 mil (inclusive membros do Partido Socialdemocrata dos Trabalhadores da Alemanha)
Espanha 1873 Cerca de 30 mil
Itália 1873 Cerca de 25 mil
Holanda 1872 Menos de mil
Dinamarca 1872 Menos de 2 mil
Portugal 1872 Menos de mil
Irlanda 1872 Menos de mil
Império Áustro-Húngaro 1872 Menos de 2 mil

Categories
Book chapter

Introduction

I. Opening Steps
On 28 September 1864, St. Martin’s Hall in the very heart of London was packed to overflowing with some two thousand workmen. They had come to attend a meeting called by English trade union leaders and a small group of workers from the Continent: the advance notices had spoken of a “deputation organized by the workmen of Paris”, which would “deliver their reply to the Address of their English brethren, and submit a plan for a better understanding between the peoples” . In fact, when a number of French and English workers’ organizations had met in London a year earlier, in July 1863, to express solidarity with the Polish people against Tsarist occupation, they had also declared what they saw as the key objectives for the working-class movement. The preparatory Address of English to French Workmen, drafted by the prominent union leader George Odger (1813-1877) and published in the bi-weekly The Bee-Hive, stated:

A fraternity of peoples is highly necessary for the cause of labour, for we find that whenever we attempt to better our social condition by reducing the hours of toil, or by raising the price of labour, our employers threaten us with bringing over Frenchmen, Germans, Belgians and others to do our work at a reduced rate of wages; and we are sorry to say that this has been done, though not from any desire on the part of our continental brethren to injure us, but through a want of regular and systematic communication between the industrial classes of all countries. Our aim is to bring up the wages of the ill-paid to as near a level as possible with that of those who are better remunerated, and not to allow our employers to play us off one against the other, and so drag us down to the lowest possible condition, suitable to their avaricious bargaining .

The organizers of this initiative did not imagine – nor could they have foreseen – what it would lead to shortly afterwards. Their idea was to build an international forum where the main problems affecting workers could be examined and discussed, but this did not include the actual founding of an organization to coordinate the trade union and political action of the working class. Similarly, their ideology was initially permeated with general ethical-humanitarian elements, such as the importance of fraternity among peoples and world peace, rather than class conflict and clearly defined political objectives. Because of these limitations, the meeting at St. Martin’s Hall might have been just another of those vaguely democratic initiatives of the period with no real follow-through. But in reality it gave birth to the prototype of all organizations of the workers’ movement, which both reformists and revolutionaries would subsequently take as their point of reference: the International Working Men’s Association .

It was soon arousing passions all over Europe. It made class solidarity a shared ideal and inspired large numbers of men and women to struggle for the most radical of goals: changing the world. Thus, on the occasion of the Third Congress of the International, held in Brussels in 1868, the leader writer of The Times accurately identified the scope of the project:

It is not … a mere improvement that is contemplated, but nothing less than a regeneration, and that not of one nation only, but of mankind. This is certainly the most extensive aim ever contemplated by any institution, with the exception, perhaps, of the Christian Church. To be brief, this is the programme of the International Workingmen’s Association .

Thanks to the International, the workers’ movement was able to gain a clearer understanding of the mechanisms of the capitalist mode of production, to become more aware of its own strength, and to develop new and more advanced forms of struggle. The organization resonated far beyond the frontiers of Europe, generating hope that a different world was possible among the artisans of Buenos Aires, the early workers’ associations in Calcutta, and even the labour groups in Australia and New Zealand that applied to join it.

Conversely, news of its founding inspired horror in the ruling classes. The idea that the workers too wanted to play an active role in history sent shivers down their spine, and many a government set its sights on eradicating the International and harried it with all the means at its disposal.

II. The Right Man in the Right Place
The workers’ organizations that founded the International were something of a motley. The central driving force was British trade unionism, whose leaders – nearly all reformist in their horizons – were mainly interested in economic questions; they fought to improve the workers’ conditions, but without calling capitalism into question. Hence they conceived of the International as an instrument that might favour their objectives, by preventing the import of manpower from abroad in the event of strikes.

Another significant force in the organization was the mutualists, long dominant in France but strong also in Belgium and French-speaking Switzerland. In keeping with the theories of Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), they were opposed to any working-class involvement in politics and to the strike as a weapon of struggle, as well as holding conservative positions on women’s emancipation. Advocating a cooperative system along federalist lines, they maintained that it was possible to change capitalism by means of equal access to credit. In the end, therefore, they may be said to have constituted the right wing of the International.

Alongside these two components, which formed the numerical majority, there were others of a different hue again. The third in importance were the communists, grouped around the figure of Karl Marx (1818-1883) and active in small groupings with very limited influence – above all in a number of German and Swiss cities, and in London. They were anticapitalist: that is, they opposed the existing system of production and espoused the necessity of political action to overthrow it.

At the time of its founding, the ranks of the International also included elements that had nothing to do with the socialist tradition, such as certain groups of East European exiles inspired by vaguely democratic ideas. Among these were followers of Giuseppe Mazzini (1805-1872), whose cross-class conception, mainly geared to national demands, considered the International useful for the issuing of general appeals for the liberation of oppressed peoples .

The picture is further complicated by the fact that some groups of French, Belgian and Swiss workers who joined the International brought with them a variety of confused theories, some of a utopian inspiration; while the General Association of German Workers – the party led by followers of Ferdinand Lassalle (1825-1864), which never affiliated to the International but orbited around it – was hostile to trade unionism and conceived of political action in rigidly national terms.

All these groups, with their complex web of cultures and political/trade union experiences, made their mark on the nascent International. It was an arduous task indeed to build a general framework and to keep such a broad organization together, if only on a federal basis. Besides, even after a common programme had been agreed upon, each tendency continued to exert a (sometimes centrifugal) influence in the local sections where it was in the majority.

To secure cohabitation of all these currents in the same organization, around a programme so distant from the approaches with which each had started out, was Marx’s great accomplishment. His political talents enabled him to reconcile the seemingly irreconcilable, ensuring that the International did not swiftly follow the many previous workers’ associations down the path to oblivion . It was Marx who gave a clear purpose to the International, and Marx too who achieved a non-exclusionary, yet firmly class-based, political programme that won it a mass character beyond all sectarianism. The political soul of its General Council was always Marx: he drafted all its main resolutions and prepared all its congress reports (except the one for the Lausanne Congress in 1867, when he was totally occupied with the proofs for Capital). He was “the right man in the right place” , as the German workers’ leader Johann Georg Eccarius (1818-1889) once put it.

Contrary to later fantasies that pictured Marx as the founder of the International, he was not even among the organizers of the meeting at St. Martin’s Hall. He sat “in a non-speaking capacity on the platform” , he recalled in a letter to his friend Engels. Yet he immediately grasped the potential in the event and worked hard to ensure that the new organization successfully carried out its mission. Thanks to the prestige attaching to his name, at least in restricted circles, he was appointed to the 34-member standing committee , where he soon gained sufficient trust to be given the task of writing the Inaugural Address and the Provisional Statutes of the International. In these fundamental texts, as in many others that followed, Marx drew on the best ideas of the various components of the International, while at the same time eliminating corporate inclinations and sectarian tones. He firmly linked economic and political struggle to each other, and made international thinking and international action an irreversible choice .

It was mainly thanks to Marx’s capacities that the International developed its function of political synthesis, unifying the various national contexts in a project of common struggle that recognized their significant autonomy, but not total independence, from the directive centre . The maintenance of unity was gruelling at times, especially as Marx’s anticapitalism was never the dominant political position within the organization. Over time, however, partly through his own tenacity, partly through occasional splits, Marx’s thought became the hegemonic doctrine . It was hard going, but the effort of political elaboration benefited considerably from the struggles of those years. The character of workers’ mobilizations, the antisystemic challenge of the Paris Commune, the unprecedented task of holding together such a large and complex organization, the successive polemics with other tendencies in the workers’ movement on various theoretical and political issues: all this impelled Marx beyond the limits of political economy alone, which had absorbed so much of his attention since the defeat of the 1848 revolution and the ebbing of the most progressive forces. He was also stimulated to develop and sometimes revise his ideas, to put old certainties up for discussion and ask himself new questions, and in particular to sharpen his critique of capitalism by drawing the broad outlines of a communist society. The orthodox Soviet view of Marx’s role in the International, according to which he mechanically applied to the stage of history a political theory he had already forged in the confines of his study, is thus totally divorced from reality .

III. Membership and Structure
During its lifetime and in subsequent decades, the International was depicted as a vast, financially powerful organization. The size of its membership was always overestimated, whether because of imperfect knowledge or because some of its leaders exaggerated the real situation or because opponents were looking for a pretext to justify a brutal crackdown. The public prosecutor who arraigned some of its French leaders in June 1870 stated that the organization had more than 800,000 members in Europe ; a year later, after the defeat of the Paris Commune, The Times put the total at two and a half million; and Oscar Testut (1840-unk.), the main person to study it in the conservative camp, predicted this would rise above five million .

In reality, the membership figures were much lower. It has always been difficult to arrive at even approximate estimates, and that was true for its own leaders and those who studied it most closely . But the present state of research allows the hypothesis that, at its peak in 1871-1872, the tally reached more than 150,000: 50,000 in Britain, more than 30,000 in both France and Belgium, 6,000 in Switzerland, about 30,000 in Spain, ??????? in Italy, more than 10,000 in Germany (but mostly members of the Social Democratic Workers’ Party), plus a few thousand each in a number of other European countries, and 4,000 in the United States .

In those times, when there was a dearth of effective working-class organizations apart from the English trade unions and the General Association of German Workers, such figures were certainly sizeable. It should also be borne in mind that, throughout its existence, the International was recognized as a legal organization only in Britain, Switzerland, Belgium and the United States. In other countries where it had a solid presence (France, Spain, Italy), it was on the margins of legality for a number of years, and its members were subject to persecution. To join the International meant breaking the law in the 39 states of the German Confederation, and the few members in the Austro-Hungarian Empire were forced to operate in clandestine forms.

On the other hand, the Association had a remarkable capacity to weld its components into a cohesive whole. Within a couple of years from its birth, it had succeeded in federating hundreds of workers’ societies; from the end of 1868, thanks to propaganda conducted by followers of Mikhail Bakunin (1814-1876), other societies were added in Spain, and after the Paris Commune sections sprang up also in Italy, Holland, Denmark and Portugal. The development of the International was doubtless uneven: while it was growing in some countries, it was elsewhere remaining level or falling back under the blows of repression. Yet a strong sense of belonging prevailed among those who joined the International for even a short time. When the cycle of struggles in which they had taken part came to an end, and adversity and personal hardship forced them to take a distance, they retained the bonds of class solidarity and responded as best they could to the call for a rally, the words of a poster or the unfurling of the red flag of struggle, in the name of an organization that had sustained them in their hour of need .

Members of the International, however, comprised only a small part of the total workforce. In Paris they never numbered more than 10,000, and in other capital cities such as Rome, Vienna or Berlin they were rare birds indeed. Another aspect is the character of the workers who joined the International: it was supposed to be the organization of wage-labourers, but very few actually became members; the main influx came from construction workers in England, textile workers in Belgium, and various types of artisans in France and Switzerland.

In Britain, with the sole exception of steelworkers, the International always had a sparse presence among the industrial proletariat . Nowhere did the latter ever form a majority, at least after the expansion of the organization in Southern Europe. The other great limitation was the failure to draw in unskilled labour , despite efforts in that direction beginning with the run-up to the first congress. The Instructions for Delegates of the Provisional General Council. The Different Questions are clear on this:
Apart from their original purposes, they [trade unions] must now learn to act deliberately as organizing centres of the working class in the broad interest of its complete emancipation. They must aid every social and political movement tending in that direction.

Considering themselves and acting as the champions and representatives of the whole working class, they cannot fail to enlist the non-society men into their ranks. They must look carefully after the interests of the worst paid trades, such as the agricultural labourers, rendered powerless by exceptional circumstances. They must convince the world at large that their efforts, far from being narrow and selfish, aim at the emancipation of the downtrodden millions .

In Britain too, however, unskilled workers did not stream into the International, the one exception being diggers. The great majority of members there came from tailoring, clothing, shoemaking and cabinet-making – that is, from sectors of the working class that were then the best organized and the most class-conscious. In the end, the International remained an organization of employed workers; the jobless never became part of it. The provenance of its leaders reflected this, since all but a few had a background as artisans or brainworkers.

The resources of the International are similarly complicated. There was talk of fabulous wealth at its disposal , but the truth is that its finances were chronically unstable. The membership fee for individuals was one shilling, while trade unions were supposed to contribute threepence for each of their members. In many countries, however, individual subscriptions were few and far between, and in Britain the contributions from trade unions were so unreliable and so often scaled down that the General Council had to face facts and leave them free to pay what they could. The sums collected were never higher than a few score pounds per annum , barely enough to pay the general secretary’s wage of four shillings a week and the rent for an office from which the organization was often threatened with eviction for arrears.

In one of the key political-organizational documents of the International, Marx summarized its functions as follows: “It is the business of the International Working Men’s Association to combine and generalize the spontaneous movements of the working classes, but not to dictate or impose any doctrinary system whatever” .

Despite the considerable autonomy granted to federations and local sections, the International always retained a locus of political leadership. Its General Council was the body that worked out a unifying synthesis of the various tendencies and issued guidelines for the organization as a whole. From October 1864 until August 1872 it met with great regularity, as many as 385 times. In the room filled with pipe and cigar smoke where the Council held its sessions on Wednesday evening, its members debated a wide range of issues, such as: working conditions, the effects of new machinery, support for strikes, the role and importance of trade unions, the Irish question, various foreign policy matters, and, of course, how to build the society of the future. The General Council was also responsible for drafting the documents of the International: circulars, letters and resolutions for current purposes; special manifestos, addresses and appeals in particular circumstances .

IV. The Formation of the International
The lack of synchrony between the key organizational junctures and the main political events in the life of the International makes it difficult to reconstruct its history in chronological sequence. In terms of organization, the principal stages were: 1) the birth of the International (1864-1866), from its foundation to the First Congress (Geneva 1866); 2) the period of expansion (1866-1870); 3) the revolutionary surge and the repression following the Paris Commune (1871-1872); and 4) the split and crisis (1872-1877). In terms of its theoretical development, however, the principal stages were: 1) the initial debate among its various components and the laying of its own foundations (1864-1865); 2) the struggle for hegemony between collectivists and mutualists (1866-1869); and 3) the clash between centralists and autonomists (1870-1877). The following paragraphs will cover both the organizational and theoretical aspects.

Britain was the first country where applications were made to join the International; the 4,000-member Operative Society of Bricklayers affiliated in February 1865, soon to be followed by associations of construction workers and shoemakers. In the first year of its existence, the General Council began serious activity to publicize the principles of the Association. This helped to broaden its horizon beyond purely economic questions, as we can see from the fact that it was among the organizations belonging to the (electoral) Reform League founded in February 1865.

In France, the International began to take shape in January 1865, when its first section was founded in Paris. Other major centres appeared shortly afterwards in Lyons and Caën. But it remained very limited in strength, unable to increase its base in the French capital, and during this period many other workers’ organizations exceeded it in size; the Association had little ideological influence, and the relationship of forces as well as its own lack of political resolve made it impossible even to establish a national federation. Nevertheless, the French supporters of the International, who were mostly followers of Proudhon’s mutualist theories, established themselves as the second largest group at the first conference of the organization, held in London between 25 and 29 September and attended by 30 delegates from England, France, Switzerland and Belgium, with a few representatives from Germany, Poland and Italy. Each of these provided information about the first steps taken by the International, especially at an organizational level. This conference decided to call the first general congress for the following year and laid down the main themes to be discussed there.

In the period between these two gatherings, the International continued to expand in Europe and established its first important nuclei in Belgium and French-speaking Switzerland. The Prussian Combination Laws, which prevented German political associations from having regular contacts with organizations in other countries, meant that the International was unable to open sections in what was then the German Confederation. The General Association of German Workers – the first workers’ party in history , founded in 1863 and led by Lassalle’s disciple Johann Baptist von Schweitzer (1833-1875) – followed a line of ambivalent dialogue with Otto von Bismarck (1815-1898) and showed little or no interest in the International during the early years of its existence; it was an indifference shared by Wilhelm Liebknecht (1826-1890), despite his political proximity to Marx. Johann Philipp Becker (1809-1886), one of the main leaders of the International in Switzerland, tried to find a way round these difficulties through the Geneva-based “Group of German-speaking Sections”, and for a long time he was the sole organizer of the early internationalist nuclei in the German Confederation.

These advances were greatly favoured by the diffusion of newspapers that either sympathized with the ideas of the International or were veritable organs of the General Council. Both categories contributed to the development of class consciousness and the rapid circulation of news concerning the activity of the International. Of those that appeared in the first few years of its existence, special mention should be made of the weekly The Bee-Hive and The Miner and Workman’s Advocate (later The Workman’s Advocate and then The Commonwealth), both published in London; the French-language weekly Le Courrier International, also published in London; La Tribune du Peuple, the official organ of the International in Belgium from August 1865; the Journal de l’Association Internationale des Travailleurs, the organ of the section in French-speaking Switzerland; Le Courrier Français, a Proudhonian weekly published in Paris; and Becker’s Der Vorbote in Geneva .

The activity of the General Council in London was decisive for the further strengthening of the International. In Spring 1866, with its support for the strikers of the London Amalgamated Tailors, it played an active role for the first time in a workers’ struggle, and following the success of the strike five societies of tailors, each numbering some 500 workers, decided to affiliate to the International. The positive outcome of other disputes attracted a number of small unions, so that, by the time of its first congress, it already had 17 union affiliations with a total of more than 25,000 new members. The International was the first association to succeed in the far from simple task of enlisting trade union organizations into its ranks .

Between 3 and 8 September 1866, the city of Geneva hosted the first congress of the International, with 60 delegates from Britain, France, Germany and Switzerland. By then the Association could point to a very favourable balance-sheet of the two years since its foundation, having rallied to its banner more than one hundred trade unions and political organizations. Those taking part in the congress essentially divided into two blocs. The first, consisting of the British delegates, the few Germans and a majority of the Swiss, followed the directives of the General Council drawn up by Marx (who was not present in Geneva). The second, comprising the French delegates and some of the French-speaking Swiss, was made up of mutualists. At that time, in fact, moderate positions were prevalent in the International, and the mutualists, led by the Parisian Henri Tolain (1828-1897), envisaged a society in which the worker would be at once producer, capitalist and consumer. They regarded the granting of free credit as a decisive measure for the transformation of society; considered women’s labour to be objectionable from both an ethical and a social point of view; and opposed any interference by the state in work relations (including legislation to reduce the working day to eight hours) on the grounds that it would threaten the private relationship between workers and employers and strengthen the system currently in force.

Basing themselves on resolutions prepared by Marx, the General Council leaders succeeded in marginalizing the numerically strong contingent of mutualists at the congress, and obtained votes in favour of state intervention. On the latter issue, in the section of the Instructions for Delegates of the Provisional General Council relating to “Juvenile and children’s labour (both sexes)”, Marx had spelled things out clearly:

This can only be effected by converting social reason into social force, and, under given circumstances, there exists no other method of doing so, than through general laws, enforced by the power of the state. In enforcing such laws, the working class do not fortify governmental power. On the contrary, they transform that power, now used against them, into their own agency. They effect by a general act what they would vainly attempt by a multitude of isolated individual efforts .

Thus, far from strengthening bourgeois society (as Proudhon and his followers wrongly believed), these reformist demands were an indispensable starting point for the emancipation of the working class.

Furthermore, the “instructions” that Marx wrote for the Geneva congress underline the basic function of trade unions against which not only the mutualists but also certain followers of Robert Owen (1771-1858) in Britain and of Lassalle in Germany had taken a stand:

This activity of the Trades’ Unions is not only legitimate, it is necessary. It cannot be dispensed with so long as the present system of production lasts. On the contrary, it must be generalized by the formation and the combination of Trades’ Unions throughout all countries. On the other hand, unconsciously to themselves, the Trades’ Unions were forming centres of organization of the working class, as the mediaeval municipalities and communes did for the middle class. If the Trades’ Unions are required for the guerrilla fights between capital and labour, they are still more important as organized agencies for superseding the very system of wages labour and capital rule.

In the same document, Marx did not spare the existing unions his criticism. For they were

too exclusively bent upon the local and immediate struggles with capital [and had] not yet fully understood their power of acting against the system of wages slavery itself. They therefore kept too much aloof from general social and political movements .

He had argued exactly the same a year earlier, in an address to the General Council on 20 and 27 June that was posthumously published as Value, Price and Profit:

[T]he working class ought not to exaggerate to themselves the ultimate working of these everyday struggles. They ought not to forget that they are fighting with effects, but not with the causes of those effects; that they are retarding the downward movement, but not changing its direction; that they are applying palliatives, not curing the malady. They ought, therefore, not to be exclusively absorbed in these unavoidable guerrilla fights incessantly springing up from the never-ceasing encroachments of capital or changes of the market. They ought to understand that, with all the miseries it imposes upon them, the present system simultaneously engenders the material conditions and the social forms necessary for an economical reconstruction of society. Instead of the conservative motto, “A fair day’s wage for a fair day’s work!” they ought to inscribe on their banner the revolutionary watchword, “Abolition of the wages system!”

V. Growing Strenght
From late 1866 on, strikes intensified in many European countries. Organized by broad masses of workers, they helped to generate an awareness of their condition and formed the core of a new and important wave of struggles. Although some governments of the time blamed the International for the unrest, most of the workers in question did not even know of its existence; the root cause of their protests was the dire working and living conditions they were forced to endure. The mobilizations did, however, usher in a period of contact and coordination with the International, which supported them with declarations and calls for solidarity, organized fund-raising for strikers, and helped to fight attempts by the bosses to weaken the workers’ resistance.

It was because of its practical role in this period that workers began to recognize the International as an organization that defended their interests and, in some cases, asked to be affiliated to it . The first major struggle to be won with its support was the Parisian bronze workers’ strike of February-March 1867. Also successful in their outcome were the ironworkers’ strike of February 1867 at Marchienne, the long dispute in the Provençal mineral basin between April 1867 and February 1868, and the Charleroi miners’ strike and Geneva building workers’ strike of Spring 1868. The scenario was the same in each of these events: workers in other countries raised funds in support of the strikers and agreed not to accept work that would have turned them into industrial mercenaries, so that the bosses were forced to compromise on many of the strikers’ demands. In the towns at the centre of the action, hundreds of new members were recruited to the International. As later observed in a report of the General Council: “It is not the International Working Men’s Association that pushes people into strikes, but strikes that push workers into the arms of the International Working Men’s Association” .

Thus, for all the difficulties bound up with the diversity of nationalities, languages and political cultures, the International managed to achieve unity and coordination across a wide range of organizations and spontaneous struggles. Its greatest merit was to demonstrate the absolute need for class solidarity and international cooperation, moving decisively beyond the partial character of the initial objectives and strategies.

From 1867 on, strengthened by success in achieving these goals, by increased membership and by a more efficient organization, the International made advances all over Continental Europe. It was its breakthrough year in France in particular, where the bronze workers’ strike had the same knock-on effect that the London tailors’ strike had produced in England. The number of members neared one thousand in Paris and passed the five hundred mark in Lyons and Vienne. Seven new sections were established, including one in Algiers on the southern shores of the Mediterranean (which, however, consisted only of French workers). Belgium too saw a rise in affiliations following the strikes, and as did Switzerland, where workers’ leagues, cooperatives and political societies enthusiastically applied to join. The International now had 25 sections in Geneva alone, including the German-speaking one that served as a base for propaganda among the workers of the German Confederation.

But Britain was still the country where the International had its greatest presence. In the course of 1867, the affiliation of another dozen organizations took the membership to a good 50,000 – an impressive figure if we bear in mind that it was reached in just two years, and that the total unionized workforce was then roughly 800,000 . Nowhere else did the membership of the International ever reach that level (in absolute terms, if not as a proportion of the population). In contrast to the progression of the 1864-1867 period, however, the subsequent years in Britain were marked by a kind of stagnation. There were several reasons for this, but the main one was that, as we have seen, the International did not manage to break through into factory industry or the world of unskilled labour. The only exception in the latter was the United Excavators, which affiliated after the strike of August 1866, while the Malleable Ironworkers were among the rare few that signed up from the great factories of the North and the Midlands. The voice of the International did not reach either the coal and cotton industry or the engineering workers (who, because of their technical skills, never felt threatened by foreign competition). Those who joined the International in the greatest numbers were the construction workers.

The 9,000-strong Amalgamated Society of Carpenters and Joiners, whose secretary Robert Applegarth (1834-1924) sat on the General Council, represented a fifth of the total membership; they were followed by the tailors, cobblers, cabinetmakers, binders, ribbonweavers, web weavers, saddlers and cigarmakers – all trades unaltered by the Industrial Revolution. In January 1867, the London Trades Council decided to cooperate with the International but voted against affiliation; the episode brought it home to the General Council that it was unable to expand beyond its existing sphere of influence.

The growing institutionalization of the labour movement further contributed to this slowdown in the life of the International. The Reform Act, resulting from the battle first joined by the Reform League, expanded the franchise to more than a million British workers. The subsequent legalization of trade unions, which ended the risk of persecution and repression, allowed the fourth estate to become a real presence in society, with the result that the pragmatic rulers of the country continued along the path of reform, and the labouring classes, so unlike their French counterparts, felt a growing sense of belonging as they pinned more of their hopes for the future on peaceful change . The situation on the Continent was very different indeed. In the German Confederation, collective wage-bargaining was still virtually non-existent. In Belgium, strikes were repressed by the government almost as if they were acts of war, while in Switzerland they were still an anomaly that the established order found it difficult to tolerate. In France, it was declared that strikes would be legal in 1864, but the first labour unions still operated under severe restrictions.

This was the backdrop to the congress of 1867, where the International assembled with a new strength that had come from continuing broad-based expansion. Some bourgeois newspapers, including The Times, sent correspondents to follow its proceedings between 2 and 8 September. Again it was a Swiss city, Lausanne, that hosted the occasion, receiving 64 delegates from 6 countries (with one each from Belgium and Italy). Marx was busy working on the proofs of Capital and absent from the General Council when preparatory documents were drafted as well as from the congress itself. The effects were certainly felt, as is evident in the congress’s focus on bald reports of organizational growth in various countries and Proudhonian themes (such as the cooperative movement and alternative uses of credit) dear to the strongly represented mutualists.

Also discussed there was the question of war and militarism, at the request of the League for Peace and Freedom, whose inaugural congress was due to be held immediately afterwards. In the course of the debate, the delegate from Brussels, César de Paepe (1841-1890), one of the most active and brilliant theoreticians of the International, formulated what later became the classical position of the workers’ movement: that wars are inevitable in a capitalist system.

If I had to express my sentiments to the Geneva [Peace] Congress, I would say: we want peace as much as you do, but we know that so long as there exists what we call the principle of nationalities or patriotism, there will be war; so long as there are distinct classes, there will be war. War is not only the product of a monarch’s ambition […] the true cause of war is the interests of some capitalists; war is the result of the lack of equilibrium in the economic world, and the lack of equilibrium in the political world .

Finally, there was a discussion of women’s emancipation , and the congress voted in favour of a report stating that “the efforts of nations should tend toward state ownership of the means of transport and circulation” . This was the first collectivist declaration approved at a congress of the International. However, the mutualists remained totally opposed to the socialization of land ownership, and a deeper discussion of the issue was postponed until the next congress.

VI. Defeat of the mutualists
Right from the earliest days of the International, Proudhon’s ideas were hegemonic in France, French-speaking Switzerland, Wallonia and the city of Brussels. His disciples, particularly Tolain and Ernest Édouard Fribourg (unk.), succeeded in making a mark with their positions on the founding meeting in 1864, the London Conference of 1865, and the Geneva and Lausanne Congresses. For four years the mutualists were the most moderate wing of the International. The British trade unions, which constituted the majority, did not share Marx’s anticapitalism, but nor did they have the same pull on the policies of the organization that the followers of Proudhon were able to exercise.

Basing themselves on the theories of the French anarchist, the mutualists argued that the economic emancipation of the workers would be achieved through the founding of producer cooperatives and a central People’s Bank. Resolutely hostile to state intervention in any field, they opposed socialization of the land and the means of production as well as any use of the strike weapon. In 1868, for example, there were still many sections of the International that attached a negative, anti-economic value to this method of struggle. The Report of the Liège Section on Strikes was emblematic in this regard: “The strike is a struggle. It therefore increases the bubbling of hatred between the people and the bourgeoisie, separating ever further two classes that should merge and unite with each other” . The distance from the positions and theses of the General Council could scarcely have been greater.

Marx undoubtedly played a key role in the long struggle to reduce Proudhon’s influence in the International. His ideas were fundamental to the theoretical development of its leaders, and he showed a remarkable capacity to assert them by winning every major conflict inside the organization. With regard to the cooperation, for example, in the 1866 Instructions for the Delegates of the Provisional General Council. The Different Question, he had already declared that:

To convert social production into one large and harmonious system of free and cooperative labour, general social changes are wanted, changes of the general conditions of society, never to be realized save by the transfer of the organized forces of society, viz., the state power, from capitalists and landlords to the producers themselves.

Recommending to the workers “to embark in cooperative production rather than in cooperative stores. The latter touch but the surface of the present economical system, the former attacks its groundwork” . The workers themselves, however, were already sidelining Proudhonian doctrines; it was above all the proliferation of strikes that convinced the mutualists of the error of their conceptions. Proletarian struggles showed both that the strike was necessary as an immediate means of improving conditions in the present and that it strengthened the class consciousness essential for the construction of future society. It was real-life men and women who halted capitalist production to demand their rights and social justice, thereby shifting the balance of forces in the International and, more significantly, in society as a whole. It was the Parisian bronze workers, the weavers of Rouen and Lyons, the coal miners of Saint-Étienne who – more forcefully than in any theoretical discussion – convinced the French leaders of the International of the need to socialize the land and industry. And it was the workers’ movement that demonstrated, in opposition to Proudhon, that it was impossible to separate the social-economic question from the political question .

The Brussels Congress, held between 6 and 13 September 1868 with the participation of 99 delegates from France, Britain, Switzerland, Germany, Spain (one delegate) and Belgium (55 in total) , finally clipped the wings of the mutualists. The highpoint came when the assembly approved De Paepe’s proposal on the socialization of the means of production – a decisive step forward in defining the economic basis of socialism, no longer simply in the writings of particular intellectuals but in the programme of a great transational organization. As regards the mines and transport, the congress declared:

1. That the quarries, collieries, and other mines, as well as the railways, ought in a normal state of society to belong to the community represented by the state, a state itself subject to the laws of justice.
2. That the quarries, collierries, and other mines, and Railways, be let by the state, not to companies of capitalists as at present, but to companies of working men bound by contract to guarantee to society the rational and scientific working of the railways, etc., at a price as nearly as possible approximate to the working expense. The same contract ought to reserve to the state the right to verify the accounts of the companies, so as to present the possibility of any reconsitution of monopolies. A second contract ought to guarantee the mutual right of each member of the companies in respect to his fellow workmen.

As to landed property, it was agreed that:

that the economical development of modern society will create the social necessity of converting arable land into the common property of society, and of letting the soil on behalf of the state to agricultural companies under conditions analagous to those stated in regard to mines and railways.

And similar considerations were applied to the canals, roads and telegraphs:

Considering that the roads and other means of communication require a common social direction, the Congress thinks they ought to remain the common property of society.

Finally, some interesting points were made about the environment:

Considering that the abandonment of forests to private individuals causes the destruction of woods necessary for the conservation of springs, and, as a matter of course, of the good qualities of the soil, as well as the health and lives of the population, the Congress thinks that the forests ought to remain the property of society .

In Brussels, then, the International made its first clear pronouncement on the socialization of the means of production by state authorities . This marked an important victory for the General Council and the first appearance of socialist principles in the political programme of a major workers’ organization.

In addition, the congress again discussed the question of war. A motion presented by Becker, which Marx later summarized in the published resolutions of the congress, stated:

The workers alone have an evident logical interest in finally abolishing all war, both economic and political, individual and national, because in the end they always have to pay with their blood and their labour for the settling of accounts between the belligerents, regardless of whether they are on the winning or losing side .

The workers were called upon to treat every war “as a civil war” . De Paepe also suggested the use of the general strike – a proposal that Marx dismissed as “nonsense” , but which actually tended to develop a class consciousness capable of going beyond merely economic struggles.

If the collectivist turn of the International began at the Brussels Congress, it was the Basel Congress held the next year from 5 to 12 September that consolidated it and eradicated Proudhonism even in its French homeland. This time there were 78 delegates at the congress, drawn not only from France, Switzerland, Germany, Britain and Belgium, but also, a clear sign of expansion, from Spain, Italy and Austria, plus a representative from the National Labor Union in the United States. The presence of the latter, as well as of Wilhelm Liebknecht (1826-1900) on behalf of one of the first organized working-class political forces (the Social Democratic Workers’ Party of Germany, founded in Eisenach a few weeks earlier), helped to make the congress more solemn and to imbue it with hope. The catchment area of the association required to challenge the rule of capital was visibly enlarged, and the record of the proceedings as well as general reports on on the activity of the congress transmitted the enthusiasm of the workers gathered there.

The resolutions of the Brussels Congress on landed property were reaffirmed, with 54 votes in favour, 4 against, and 13 abstentions. Eleven of the French delegates – including Eugène Varlin (1838-1871), later a prominent figure in the Paris Commune – even approved a new text which declared “that society has the right to abolish individual ownership of the land and to make it part of the community” ; 10 abstained and 4 (including Tolain) voted against. After Basel, France was no longer mutualist.

The Basel Congress was also of interest because Mikhail Bakunin took part in the proceedings as a delegate. Having failed to win the leadership of the League for Peace and Freedom, he had founded the International Alliance for Socialist Democracy in September 1868 in Geneva, and in December this had applied to join the International. The General Council initially turned down the request, on the grounds that the International Alliance for Socialist Democracy continued to be affiliated to another, parallel transnational structure, and that one of its objectives – “the equalization of classes” – was radically different from a central pillar of the International, the abolition of classes. Shortly afterwards, however, the Alliance modified its programme and agreed to wind up its network of sections, many of which anyway existed only in Bakunin’s imagination . On 28 July 1869, the 104-member Geneva section was accordingly admitted to the International . Marx knew Bakunin well enough, but he had underestimated the consequences of this step. For the influence of the famous Russian revolutionary rapidly increased in a number of Swiss, Spanish and French sections (as it did in Italian ones after the Paris Commune), and at the Basel Congress, thanks to his charisma and forceful style of argument, he already managed to affect the outcome of its deliberations. The vote on the right of inheritance, for example, was the first occasion on which the delegates rejected a proposal of the General Council . Having finally defeated the mutualists and laid the spectre of Proudhon to rest, Marx now had to confront a much tougher rival, who formed a new tendency – collectivist anarchism – and sought to win control of the organization.

VII. Development Across Europe and Opposition to the Franco-Prussian War

The late Sixties and early Seventies were a period rich in social conflicts. Many workers who took part in protest actions decided to make contact with the International, whose reputation was spreading ever wider, and despite its limited resources the General Council never failed to respond with appeals for solidarity to its European sections and the organization of fund-raising. This was the case in March 1869, for example, when 8,000 silk dyers and ribbon weavers in Basel asked for its support. The General Council could not send them more than four pounds from its own funds, but it issued a circular that resulted in the collection of another £300 from a number of workers’ groups in various countries. Even more significant was the struggle of Newcastle engineering workers to reduce the working day to nine hours, when two emissaries of the General Council, James Cohn [Cohen] (unk.) and Eccarius, played a key role in stymying the bosses’ attempt to introduce blackleg labour from the Continent. The success of this strike, a nationwide cause célèbre, served as a warning for the English capitalists, who from that time on gave up recruiting workers from across the Channel .

The year 1869 witnessed significant expansion of the International all over Europe. Britain was an exception in this respect, however. The Trades Union Congress, meeting in Birmingham in August, recommended that all its member organizations should become part of the International. But the appeal fell on deaf ears, and the level of affiliation remained more or less the same as in 1867. While the union leaders fully backed Marx against the mutualists, they had little time for theoretical issues and did not exactly glow with revolutionary ardour. This was the reason why Marx for a long time opposed the founding of a British federation of the International independent of the General Council.

In every European country where the International was reasonably strong, its members gave birth to new organizations completely autonomous from those already in existence, forming local sections and/or national federations as their number warranted. In Britain, however, the unions that made up the main force of the International naturally did not disband their own structures; besides, the London-based General Council fulfilled two functions at once, as world headquarters and as the leadership for Britain. In any case, the trade union affiliations kept some 50,000 workers in its orbit of influence, at a time when the International was making headway all across the Continent.

In France, the repressive policies of the Second Empire made 1868 a year of serious crisis for the International: all its sections disappeared, with the single exception of Rouen. The following year, however, saw a revival of the organization. Tolain ceased to be its figurehead in the aftermath of the Basel Congress, and new leaders such as Varlin, who had abandoned mutualist positions, came to the fore. The peak of expansion for the International came in 1870, but the real membership figures fell far short of the fantasies that some writers concocted and spread among the public. It should also be remembered that, despite its considerable growth, the organization never took root in 38 of the 90 départements that existed at the time in France. It is possible that the membership in Paris rose as high as 10,000, much of it affiliated to the International through cooperative societies, trade associations and resistance societies. Rigorous estimates would point to a figure of 3,000 each in Rouen and Lyons (where an uprising led to the proclamation of a People’s Commune in September 1870 that was later drowned in blood) and to a little more than 4,000 in Marseilles. The national total can be estimated as more than 30,000 . Thus, although the International did not become a true mass organization in France, it certainly grew to a respectable size and aroused widespread interest, as we may gauge from the membership application that the Positivist Proletarians of Paris submitted to the General Council . From 1870, even some disciples of Blanqui overcame their early reservations about an organization inspired by Proudhonian moderation and, witnessing the enthusiasm for it among workers, began to join it in their turn. Certainly much water had passed under the bridge since 1865, when the French sections of the International founded by Tolain and Fribourg had been little more than glorified “study societies” . The guidelines for the organization in France now centred on the promotion of social conflict and political activity.

In Belgium, the period following the Brussels Congress of 1868 had been marked by the rise of sydicalism, a series of victorious strikes, and the affiliation of numerous workers’ societies to the International. Membership peaked in the early seventies at several tens of thousands, probably exceeding the number in the whole of France. It was here that the International achieved both its highest numerical density in the general population and its greatest influence in society.

The positive evolution during this period was also apparent in Switzerland. In 1870 the total membership stood at 6,000 (out of a working population of roughly 700.000), including 2,000 in the 34 Geneva sections and another 800 in the Jura region. Not long afterwards, however, Bakunin’s activity divided the organization into two groups of equal size. These confronted each other at the congress of the Romande Federation in April 1870, precisely on the question of whether the International Alliance for Socialist Democracy should be admitted to the Federation . When it proved impossible to reconcile their positions, the proceedings continued in two parallel congresses, and a truce was agreed only after an intervention by the General Council. The group aligned with London was slightly smaller, yet retained the name Romande Federation, whereas the one linked to Bakunin had to adopt the name Jura Federation, even though its affiliation to the International was again recognized.

The leading lights in the former were Nikolai Utin (1845-1883), who had founded in Geneva the first Russian section of the International , and Johann Philipp Becker, who, despite his collaboration with Bakunin between Summer 1868 and February 1870, had managed to prevent the Swiss organization from falling entirely into his hands. Anyway, the consolidation of the Jura Federation represented an important stage in the building of an anarcho-federalist current within the International. Its most prominent figure was the young James Guillaume (1844-1916), who played a key role in the dispute with London.

During this period, Bakunin’s ideas began to spread in a number of cities, especially in Southern Europe, but the country where they took hold most rapidly was Spain. In fact, the International first developed in the Iberian peninsula through the activity of the Neapolitan anarchist Giuseppe Fanelli, who, at Bakunin’s request, travelled to Barcelona and Madrid between October 1868 and Spring 1869 to help found sections of the International and groups of the Alliance for Socialist Democracy (of which he was a member). His trip achieved its purpose. But his distribution of documents of both international organizations, often to the same people, was a prime example of the Bakuninite confusion and theoretical eclecticism of the time; the Spanish workers founded the International with the principles of the Alliance for Socialist Democracy. Still, Fanelli won over important cadres such as Anselmo Lorenzo (1841-1914), who had previously been exposed to Proudhon’s texts translated into Spanish by the future Spanish president Francisco Pi y Margall (1824-1901). And adulterated though they were in various ways, the ideas of the International got through to a fledgling workers’ movement eager to organize and engage in struggle. At the Basel Congress, the Spanish delegate Rafael Farga Pellicer (1840-1890) could already point to the existence of several dozen sections.

In the North German Confederation, despite the existence of two political organizations of the workers’ movement – the Lassallean General Association of German Workers and the Marxist Social Democratic Workers’ Party of Germany – there was little enthusiasm for the International and few requests to affiliate to it. During its first three years, German militants virtually ignored its existence, fearing persecution at the hands of the authorities. But the picture changed somewhat after 1868, as the fame and successes of the International multiplied across Europe. From that point on, both of the rival parties aspired to represent its German wing. In the struggle against the Lassalleans – whose leader, Johann Baptist von Schweitzer (1833-1875), never applied to affiliate their General Association – Liebknecht tried to play on the closeness of his organization to Marx’s positions, but the affiliation of the Social Democratic Workers’ Party of Germany to the International was more formal (or “purely platonic” , as Engels put it) than real, with a minimal material and ideological commitment. Of its 10,000 or so members registered within a year of its foundation, only a few hundred joined the International on an individual basis (a procedure allowed under the Prussian Combination Laws) . The weak internationalism of the Germans therefore weighed more heavily than any legal aspects, and it declined still further in the second half of 1870 as the movement became more preoccupied with internal matters .

There were two pieces of good news to make up for the German limitations. In May 1869, the first sections of the International were founded in the Netherlands, and they began to grow slowly in Amsterdam and Friesland. Soon afterwards, the International also began to pick up in Italy, where it had previously been present only in a handful of centres that had little or no relation with one another.

More significant still, at least symbolically and for the hopes it awakened, was the new mooring on the other side of the Atlantic, where immigrants who had arrived in recent years began to establish the first sections of the International in the United States. However, the organization suffered from two handicaps at birth that it would never overcome. Despite repeated exhortations from London, it was unable either to cut across the nationalist character of its various affiliated groups or to draw in workers born in the New World. When the German, French and Czech sections founded the Central Committee of the IWA for North America, in December 1870, it was unique in the history of the International in having only “foreign-born” members. The most striking aspect of this anomaly was that the International in the United States never disposed of an English-language press organ.

Against this general background, marked by evident contradictions and uneven development between countries, the International made provisions for its fifth congress in September 1870. This was originally scheduled to be held in Paris, but repressive operations by the French government made the General Council opt instead for Mainz; Marx probably also thought that the greater number of German delegates close to his positions would help to stem the advance of the Bakuninists. But then the outbreak of the Franco-Prussian war, on 19 July 1870, left no choice but to call off the congress.

The conflict at the heart of Europe meant that the top priority now was to help the workers’ movement express an independent position, far from the nationalist rhetoric of the time. In his First Address on the Franco-Prussian War, Marx called upon the French workers to drive out Charles Louis Bonaparte (1808-1873) and to obliterate the empire he had established eighteen years earlier. The German workers, for their part, were supposed to prevent the defeat of Bonaparte from turning into an attack on the French people:

in contrast to old society, with its economical miseries and its political delirium, a new society is springing up, whose international rule will be Peace, because its national ruler will be everywhere the same – Labour! The pioneer of that new society is the International Working Men’s Association .

This text, in 30,000 copies (15,000 for Germany and 15,000 for France, printed in Geneva), was the first major foreign policy declaration of the International. One of the many who spoke enthusiastically in support of it was John Stuart Mill (1806-1873): “there was not one word in it that ought not to be there,” he wrote, and “it could not have been done with fewer words” .

The leaders of the Social Democratic Workers’ Party, Wilhelm Liebknecht and August Bebel (1840-1913), were the only two members of parliament in the North German Confederation who refused to vote for the special war budget , and and sections of the International in France also sent messages of friendship and solidarity to the German workers. Yet the French defeat sealed the birth of a new and more potent age of nation-states in Europe, with all its accompanying chauvinism.

VIII. The International and Paris Commune
After the German victory at Sedan and the capture of Bonaparte, a Third Republic was proclaimed in France on 4 September 1870. In January of the following year, a four-month siege of Paris ended in the French acceptance of Bismarck’s conditions; an ensuing armistice allowed the holding of elections and the appointment of Adolphe Thiers (1797-1877) as President of the Republic, with the support of a huge Legitimist and Orleanist majority. In the capital, however, Progressive-Republican forces swept the board and there was widespread popular discontent. Faced with the prospect of a government that wanted to disarm the city and withhold any social reform, the Parisians turned against Thiers and on 18 March initiated the first great political event in the life of the workers’ movement: the Paris Commune.

Although Bakunin had urged the workers to turn patriotic war into revolutionary war , the General Council in London initially opted for silence. It charged Marx with the task of writing a text in the name of the International, but he delayed its publication for complicated, deeply held reasons. Well aware of the real relationship of forces on the ground as well as the weaknesses of the Commune, he knew that it was doomed to defeat. He had even tried to warn the French working class back in September 1870, in his Second Address on the Franco-Prussian War:

Any attempt at upsetting the new government in the present crisis, when the enemy is almost knocking at the doors of Paris, would be a desperate folly. The French workmen […] must not allow themselves to be swayed by the national souvenirs of 1792 […]. They have not to recapitulate the past, but to build up the future. Let them calmly and resolutely improve the opportunities of republican liberty, for the work of their own class organization. It will gift them with fresh herculean powers for the regeneration of France, and our common task – the emancipation of labour. Upon their energies and wisdom hinges the fate of the republic .

A fervid declaration hailing the victory of the Commune would have risked creating false expectations among workers throughout Europe, eventually becoming a source of demoralization and distrust. Marx therefore decided to postpone delivery and stayed away from meetings of the General Council for several weeks. His grim forebodings soon proved all too well founded, and on 28 May, little more than two months after its proclamation, the Paris Commune was drowned in blood. Two days later, he reappeared at the General Council with a manuscript entitled The Civil War in France; it was read and unanimously approved, then published over the names of all the Council members. The document had a huge impact over the next few weeks, greater than any other document of the workers’ movement in the nineteenth century. Three English editions in quick succession won acclaim among the workers and caused uproar in bourgeois circles. It was also translated fully or partly into a dozen other languages, appearing in newspapers, magazines and booklets in various European countries and the United States.

Despite Marx’s passionate defence, and despite the claims both of reactionary opponents and of dogmatic Marxists eager to glorify the International , it is out of the question that the General Council actually pushed for the Parisian insurrection. Prominent figures in the organization did play a role – Leo Frankel (1844-1896), for example, though Hungarian by origin, was placed in charge of work, industry and trade – but the leadership of the Paris Commune was in the hands of its radical Jacobin wing. Of the 85 representatives elected at the municipal elections of 26 March , there were 15 moderates (the so-called “parti des maires”, a group of former mayors of the arrondissements) and 4 Radicals, who immediately resigned and never formed part of the Council of the Commune. Of the 66 remaining, 11, although revolutionary, were without a clear political tendency, 14 came from the Committee of the National Guard, and 15 were radical-republicans and socialists; in addition there were 9 Blanquists, and 17 members of the International . Among the latter were Édouard Vaillant (1840-1915), Benoît Malon (1841-1893), Auguste Serrailler (1840-1872), Jean-Louis Pindy (1840-1917), Albert Theisz (1839-1881), Charles Longuet (1839-1903) and the previously mentioned Varlin and Frankel. However, coming as they did from various political backgrounds and cultures, they did not constitute a monolithic group and often voted in different ways. This too favoured the hegemony of the Jacobin perspective of radical republicanism, which was reflected in the Montagnard-inspired decision in May (approved by two thirds of the Council, including the Blanquists) to create a Committee of Public Safety. Marx himself pointed out that “the majority of the Commune was in no sense socialist, nor could it have been” .

During the “bloody week” (21-28 May) that followed the irruption of the Versaillais into Paris, some ten thousand Communards were killed in fighting or summarily executed; it was the bloodiest massacre in French history. Another 43,000 or more were taken prisoner, 13,500 of whom were subsequently sentenced to death, imprisonment, forced labour or deportation (many to the remote colony of New Caledonia). Another 7,000 managed to escape and take refuge in England, Belgium or Switzerland. The European conservative and liberal press completed the work of Thiers’s soldiers, accusing the Communards of hideous crimes and trumpeting the victory of “civilization” over the insolent workers’ rebellion. From now on, the International was at the eye of the storm, held to blame for every act against the established order. “When the great conflagration took place at Chicago,” Marx mused with bitter irony, “the telegraph round the world announced it as the infernal deed of the International; and it is really wonderful that to its demoniacal agency has not been attributed the hurricane ravaging the West Indies” .

Marx had to spend whole days answering press slanders about the International and himself : “at this moment”, he wrote, [he was] “the best calumniated and the most menaced man of London” . Meanwhile, governments all over Europe sharpened their instruments of repression, fearing that other uprisings might follow the one in Paris. Thiers immediately outlawed the International and asked the British prime minister, William Ewart Gladstone (1809-1898), to follow his example; it was the first diplomatic exchange relating to a workers’ organization. Pope Pius IX (1792-1878) exerted similar pressure on the Swiss government, arguing that it would a serious mistake to continue tolerating “that International sect which would like to treat the whole of Europe as it treated Paris. Those gentlemen […] are to be feared, because they work on behalf of the eternal enemies of God and mankind” . Such language resulted in an agreement between France and Spain to extradite refugees from beyond the Pyrenees, and in repressive measures against the International in Belgium and Denmark. While London dragged its feet, unwilling to violate its principles of asylum, representatives of the German and Austro-Hungarian governments met in Berlin in November 1872 and issued a joint statement on the “social question”:

1) that the tendencies of the International are in complete contrast with, and antagonistic to, the principles of the bourgeois society; they must therefore be vigorously repelled;
2) that the International constitutes a dangerous abuse of the freedom of assembly and, following its own practice and principle, state action against it must be international in scope and must therefore be based on the solidarity of all governments;
3) that even if some governments do not intend to pass a special law [against the International], as France has done, the ground should be cut from beneath the feet of the International Working Men’s Association and its harmful activities .

Lastly, Italy was not spared the onslaught. Most notably, Mazzini – who for a time had looked to the International with hope – considered that its principles had become those of “denial of God, […] the fatherland, […] and all individual property” .

Criticism of the Commune even spread to sections of the workers’ movement. Following the publication of The Civil War in France, both the trade union leader George Odger and the old Chartist Benjamin Lucraft (1809-1897) resigned from the International, bending under the pressure of the hostile press campaign. However, no trade union withdrew its support for the organization – which suggests once again that the failure of the International to grow in Britain was due mainly to political apathy in the working class .

Despite the bloody denouement in Paris and the wave of calumny and government repression elsewhere in Europe, the International grew stronger and more widely known in the wake of the Commune. For the capitalists and the middle classes it represented a threat to the established order, but for the workers it fuelled hopes in a world without exploitation and injustice . Insurrectionary Paris fortified the workers’ movement, impelling it to adopt more radical positions and to intensify its militancy. The experience showed that revolution was possible, that the goal could and should be to build a society utterly different from the capitalist order, but also that, in order to achieve this, the workers would have to create durable and well-organized forms of political association .

This enormous vitality was apparent everywhere. Attendance at General Council meetings doubled, while newspapers linked to the International increased in both number and overall sales. Among those which made a serious contribution to the spread of socialist principles were: L’Égalité in Geneva, at first a Bakuninist paper, then – after a change of editor in 1870 – the main organ of the International in Switzerland; Der Volksstaat in Leipzig, the organ of the Social Democratic Workers’ Party; La Emancipación in Madrid, the official paper of the Spanish Federation; Il Gazzettino Rosa in Milan, which went over to the International following the events in Paris; Socialisten, the first Danish workers’ newssheet; and, probably the best of them all, La Réforme Sociale in Rouen .

Finally, and most significantly, the International continued to expand in Belgium and Spain – where the level of workers’ involvement had already been considerable before the Paris Commune – and experienced a real breakthrough in Italy. Many Mazzinians, disappointed with the positions taken by their erstwhile leader, joined forces with the organization and were soon among its principal local leaders. Even more important was the support of Giuseppe Garibaldi. Although he had only a vague idea of the Association whose headquarters were in London , the “hero of the two worlds” decided to throw his weight behind it and wrote a membership application that contained the famous sentence: “The International is the sun of the future!” Printed in dozens of workers’ newssheets and papers, the letter was instrumental in persuading many waverers to join the organization.

The International also opened new sections in Portugal, where it was founded in October 1871, and in Denmark, in the same month, it began to link up most of the newly born trade unions in Copenhagen and Jutland. Another important development was the founding of Irish workers’ sections in Britain, and the workers’ leader John MacDonnell was appointed the General Council’s corresponding secretary for Ireland. Unexpected requests for affiliation came from various other parts of the world: some English workers in Calcutta, labour groups in Victoria, Australia and Christchurch, New Zealand, and a number of artisans in Buenos Aires.

IX. The London Conference of 1871
Two years had passed since the last congress of the International, but a new one could not be held under the prevailing circumstances. The General Council therefore decided to organize a conference in London; it took place between 17 and 23 September 1871, in the presence of 22 delegates from Britain (Ireland too being represented for the first time), Belgium, Switzerland and Spain, plus the French exiles. Despite the efforts to make the event as representative as possible, it was in fact more in the way of an enlarged General Council meeting.

Marx had announced beforehand that the conference would be devoted “exclusively to questions of organization and policy” , with theoretical discussions left to one side. He spelled this out at its first session:

The General Council has convened a conference to agree with delegates from various countries the measures that need to be taken against the dangers facing the Association in a large number of countries, and to move towards a new organization corresponding to the needs of the situation. In the second place, to work out a response to the governments that are ceaselessly working to destroy the Association with every means at their disposal. And lastly to settle the Swiss dispute once and for all .

Marx summoned all his energies for these priorities: to reorganize the International, to defend it from the offensive of hostile forces, and to check Bakunin’s growing influence. By far the most active delegate at the conference, Marx took the floor as many as 102 times, blocked proposals that did not fit in with his plans, and won over those not yet convinced . The gathering in London confirmed his stature within the organization, not only as the brains shaping its political line, but also as one of its most combative and capable militants.

The most important decision taken at the conference, for which it would be remembered later, was the approval of Vaillant’s Resolution IX. The leader of the Blanquists – whose residual forces had joined the International after the end of the Commune – proposed that the organization should be transformed into a centralized, disciplined party, under the leadership of the General Council. Despite some differences, particularly over the Blanquist position that a tightly organized nucleus of militants was sufficient for the revolution, Marx did not hesitate to form an alliance with Vaillant’s group: not only to strengthen the opposition to Bakuninite anarchism within the International, but above all to create a broader consensus for the changes deemed necessary in the new phase of the class struggle. The resolution passed in London therefore stated:

that against this collective power of the propertied classes the working class cannot act, as a class, except by constituting itself into a political party, distinct from, and opposed to, all old parties formed by the propertied classes; that this constitution of the working class into a political party is indispensable in order to ensure the triumph of the social revolution and its ultimate end – the abolition of classes; and that the combination of forces which the working class has already effected by its economic struggles ought at the same time to serve as a lever for its struggles against the political power of landlords and capitalists.

The conclusion was clear: “the economic movement [of the working class] and its political action are indissolubly united” .

Whereas the Geneva Congress of 1866 established the importance of trade unions, the London Conference of 1871 shifted the focus to the other key instrument of the modern workers’ movement: the political party. It should be stressed, however, that the understanding of this was much broader than that which developed in the twentieth century. Marx’s conception should therefore be differentiated both from the Blanquists’ – the two would openly clash later on – and from Lenin’s, as adopted by Communist organizations after the October Revolution . For Marx, the self-emancipation of the working class required a long and arduous process – the polar opposite of the theories and practices in Sergei Nechaev’s (1847-1882) Catechism of a Revolutionary, whose advocacy of secret societies was condemned by the delegates in London but enthusiastically supported by Bakunin.

Only four delegates opposed Resolution IX at the London Conference, arguing for the need of having an “abstensionist” position of not engaging in politics, but Marx’s victory soon proved to be ephemeral. For the call to establish what amounted to political parties in every country and to confer broader powers on the General Council had grave repercussions in the internal life of the International; it was not ready to move so rapidly from a flexible to a politically uniform model of organization . The last decision taken in London was to set up a British Federal Council. Since, in Marx’s view, the conditions for a revolution on the Continent had diminished with the defeat of the Paris Commune, it was no longer necessary to exercise close supervision over British initiatives .

Marx was convinced that virtually all the main federations and local sections would back the resolutions of the Conference, but he soon had to think again. On 12 November, the Jura Federation called a congress of its own in the small commune of Sonvilier, and, although Bakunin was unable to attend, it officially launched the opposition within the International. In the Circular to All Federations of the International Working Men’s Association issued at the end of the proceedings, Guillaume and the other participants accused the General Council of having introduced the “authority principle” into the International and transformed its original structure into “a hierarchical organization directed and governed by a committee”. The Swiss declared themselves “against all directing authority, even should that authority be elected and endorsed by the workers”, and insisted on “retention of the principle of autonomy of the Sections”, so that the General Council would become “a simple correspondence and statistical bureau” . Lastly, they called for a congress to be held as soon as possible.

Although the position of the Jura Federation was not unexpected, Marx was probably surprised when signs of restlessness and even rebellion against the political line of the General Council began to appear elsewhere. In a number of countries, the decisions taken in London were judged an unacceptable encroachment on local political autonomy. The Belgian Federation, which at the conference had aimed at mediation between the different sides, began to adopt a much more critical stance towards London, and the Dutch too later took their distance. In Southern Europe, where the reaction was even stronger, the opposition soon won considerable support. Indeed, the great majority of Iberian Internationalists came out against the General Council and endorsed Bakunin’s ideas, partly, no doubt, because these were more in keeping with a region where the industrial proletariat had a presence only in the main cities, and where the workers’ movement was still very weak and mainly concerned with economic demands. In Italy too, the results of the London Conference were seen in a negative light. Those who followed Mazzini gathered in Rome from 1 to 6 November 1871, in the General Congress of Italian Workers’ Societies (the more moderate labour bloc), while most of the rest fell in with Bakunin’s positions. Those who met at Rimini between 4 and 6 August 1872 for the founding congress of the Italian Federation of the International took the most radical position against the General Council: they would not participate in the forthcoming congress of the International but proposed to hold an “anti-authoritarian general congress” in Neuchâtel, Switzerland. In fact, this would be the first act of the impending split.

The organization also saw a serious conflict explode on the other side of the Atlantic, albeit over different issues. In the course of 1871, the International had grown in a number of cities there, reaching a total of 50 sections with a combined membership of 2,700 . The figure increased further the next year (probably to around 4,000), but this was still only a tiny proportion of the American workforce of two million or more, and the organization was still unable to expand outside immigrant communities to draw in workers born in the United States. Internal strife also had a damaging effect, since the American Internationalists, largely based in New York, split into two in December 1871, each group claiming to be the legitimate representative of the International in the USA.

The first and initially larger of the two, known as the Spring Street Council, proposed an alliance with the most liberal groups of American society; it could count on the support of Eccarius, the corresponding secretary for the General Council, and its most active branch was Section 12 . The second, with its headquarters at the Tenth Ward Hotel, maintained the orientation to the working class and had its most important figure in Friedrich Adolph Sorge (1828-1906). In March 1872, the General Council called for the holding of a unity congress in July, but the initiative failed and the split became official in May. The differences caused a haemmorhage of members from the International. The Tenth Ward Hotel group held its congress between 6 and 8 July 1872, giving birth to the North American Confederation with a membership of 950 spread among 22 sections (12 German, 4 French, 1 each Irish, Italian and Scandinavian, and only 3 English-speaking). Meanwhile, in May, some members of the Spring Street Council had attended the convention of the Equal Rights Party, which was standing Victoria Woodhull for the presidency of the United States; its lack of a class platform, with no more than general promises of regulation of working conditions and measures of job creation, persuaded some sections to abandon the Council, leaving it with only 1,500 members. After the birth of the American Confederation in July, the Council retained only 13 sections with a total of less than 500 members (mainly artisans and intellectuals), but these joined forces with the European federations challenging the line of the General Council.

The feuding across the Atlantic also harmed relations among members in London. John Hales (1839-unk), the secretary of the General Council from 1871 to 1872, took over Eccarius’s position as U.S. corresponding secretary, but followed the same policy. Very soon, both men’s personal relations with Marx took a turn for the worse, and in Britain too the first internal conflicts began to emerge. Support for the General Council also came from the majority of the Swiss, from the French (now mostly Blanquists), the weak German forces, the recently constituted sections in Denmark, Ireland and Portugal, and the East European groups in Hungary and Bohemia. But they added up to much less than Marx had expected at the end of the London Conference.

The opposition to the General Council was varied in character and sometimes had mainly personal motives; a strange alchemy held it together and made leadership of the International even more difficult. Still, beyond the fascination with Bakunin’s theories in certain countries and Guillaume’s capacity to unify the various oppositionists, the main factor militating against the resolution on “Working-Class Political Action” was an environment unwilling to accept the qualitative step forward proposed by Marx. For all the accompanying claims of utility, the London turn was seen by many as crass interference; not only the group linked to Bakunin but most of the federations and local sections regarded the principle of autonomy and respect for the diverse realities making up the International as one of the cornerstones of the International. This miscalculation on Marx’s part accelerated the crisis of the organization .

X. The end of the International
The final battle came towards the end of Summer 1872. After the terrible events of the previous three years – the Franco-Prussian war, the wave of repression following the Paris Commune, the numerous internal skirmishes – the International could at last meet again in congress. In the countries where it had recently sunk root, it was expanding through the enthusiastic efforts of union leaders and worker-activists suddenly fired by its slogans: it was in 1872 that the organization experienced its fastest growth in Italy, Denmark, Portugal and the Netherlands, at the very time when it was banned in France, Germany and the Austro-Hunarian Empire. Yet most of the membership remained unaware of the gravity of the conflicts that raged on within its leading group .

The Fifth Congress of the International took place in The Hague between 2 and 7 September, attended by 65 delegates from a total of 14 countries. There were 18 French (including 4 Blanquists coopted onto the General Council), 15 German, 7 Belgian, 5 British, 5 Spanish, 4 Swiss, 4 Dutch, 2 Austrian, and 1 each Danish, Irish, Hungarian, Polish and Australian (W.E. Harcourt [unk.], from the Victoria section). The Frenchman Paul Lafargue was nominated by the Lisbon Federation (as well as the Madrid Federation). The Italian Internationalists failed to send their 7 delegates, but even so it was certainly the most representative gathering in the history of the International.

The crucial importance of the event impelled Marx to attend in person , accompanied by Engels. In fact, it was the only congress of the organization in which he took part. Neither De Paepe (perhaps aware that he would be unable to play the same mediating role as in London the previous year) nor Bakunin made it to the Dutch capital. But the “autonomist” contingent, opposed to the decisions of the General Council, was present in strength, comprising all the delegates from Belgium, Spain and the Netherlands, a half of those from Switzerland, plus others from Britain, France and the United States: a total of 25 in all.

By an irony of fate, the congress unfolded in Concordia Hall, although concord was little in evidence there; all the sessions were marked by irreducible antagonism between the two camps, resulting in debates that were far poorer than at the two previous congresses. This hostility was exacerbated by three days of sterile wrangling over the verification of credentials. The representation of the delegates was indeed completely skewed, not reflecting the true relationship of forces within the organization. In Germany, for instance, there were no sections of the International as such, while in France they had been driven underground and their mandates were highly debatable. Other representatives had been delegated as members of the General Council and did not express the will of any section. Approval of the Hague Congress resolutions was possible only because of its distorted composition. Though spurious and in many respects held together by instrumental purposes, the coalition of delegates that was in the minority at the congress actually constituted the most numerous part of the International .

The most important decision taken at The Hague was to incorporate Resolution IX of the 1871 London Conference into the statutes of the Association, as a new article 7a. Whereas the Provisional Statutes of 1864 had stated that “the economic emancipation of the working class is the great end to which every political movement ought to be subordinate as a means”, this insertion mirrored the new relationship of forces within the organization. Political struggle was now the necessary instrument for the transformation of society since: “the lords of land and the lords of capital will always use their political privileges for the defence and perpetuation of their economic monopolies, and for the enslavement of labour. The conquest of political power has therefore become the great duty of the working class.”

The International was now very different from how it had been at the time of its foundation: the radical-democratic components had walked out after being increasingly marginalized; the mutualists had been defeated and many converted; reformists no longer constituted the bulk of the organization (except in Britain); and anticapitalism had become the political line of the whole Association, as well as of recently formed tendencies such as the anarcho-collectivists. Moreover, although the years of the International had witnessed a degree of economic prosperity that in some cases made conditions less parlous, the workers understood that real change would come not through such palliatives but only through the end of human exploitation. They were also basing their struggles more and more on their own material needs, rather than the initiatives of particular groups to which they belonged.

The wider picture, too, was radically different. The unification of Germany in 1871 confirmed the onset of a new age in which the nation-state would be the central form of political, legal and territorial identity; this placed a question mark over any supranational body that financed itself from membership dues in each individual country and required its members to surrender a sizeable share of their political leadership. At the same time, the growing differences between national movements and organizations made it extremely difficult for the General Council to produce a political synthesis capable of satisfying the demands of all. It is true that, right from the beginning, the International had been an agglomeration of trade unions and political associations far from easy to reconcile with one another, and that these had represented sensibilities and political tendencies more than organizations properly so called. By 1872, however, the various components of the Association – and workers’ struggles, more generally – had become much more clearly defined and structured. The legalization of the British trade unions had officially made them part of national political life; the Belgian Federation of the International was a ramified organization, with a central leadership capable of making significant, and autonomous, contributions to theory; Germany had two workers’ parties, the Social Democratic Workers’ Party of Germany and the General Association of German Workers, each with representation in parliament; the French workers, from Lyons to Paris, had already tried “storming the heavens”; and the Spanish Federation had expanded to the point where it was on the verge of becoming a mass organization. Similar changes had occurred in other countries.

The initial configuration of the International had thus become outmoded, just as its original mission had come to an end. The task was no longer to prepare for and organize Europe-wide support for strikes, nor to call congresses on the usefulness of trade unions or the need to socialize the land and the means of production. Such themes were now part of the collective heritage of the organization as a whole. After the Paris Commune, the real challenge for the workers’ movement was a revolutionary one: how to organize in such a way as to end the capitalist mode of production and to overthrow the institutions of the bourgeois world. It was no longer a question of how to reform the existing society, but how to build a new one . For this new advance in the class struggle, Marx thought it indispensable to build working-class political parties in each country. The document To the Federal Council of the Spanish Region of the International Working Men’s Association, written by Engels in February 1871, was one of the most explicit statements of the General Council on this matter:

Experience has shown everywhere that the best way to emancipate the workers from this domination of the old parties is to form in each country a proletarian party with a policy of its own, a policy which is manifestly different from that of the other parties, because it must express the conditions necessary for the emancipation of the working class. This policy may vary in details according to the specific circumstances of each country; but as the fundamental relations between labour and capital are the same everywhere and the political domination of the possessing classes over the exploited classes is an existing fact everywhere, the principles and aims of proletarian policy will be identical, at least in all western countries. […] To give up fighting our adversaries in the political field would mean to abandon one of the most powerful weapons, particularly in the sphere of organization and propaganda .

From this point on, therefore, the party was considered essential for the struggle of the proletariat: it had to be independent of all existing political forces and to be built, both programmatically and organizationally, in accordance with the national context. At the General Council session of 23 July 1872, Marx criticized not only the abstentionists (who had been attacking Resolution IX of the London Conference) but the equally dangerous position of “the working classes of England and America”, “who let the middle classes use them for political purposes” . On the second point, he had already declared at the London Conference that “politics must be adapted to the conditions of all countries” , and the following year, in a speech in Amsterdam immediately after the Hague Congress, he stressed:

Someday the worker must seize political power in order to build up the new organization of labour; he must overthrow the old politics which sustain the old institutions, if he is not to lose Heaven on Earth, like the old Christians who neglected and despised politics. But we have not asserted that the ways to achieve that goal are everywhere the same. […] We do not deny that there are countries […] where the workers can attain their goal by peaceful means. This being the case, we must also recognize the fact that in most countries on the Continent the lever of our revolution must be force; it is force to which we must some day appeal in order to erect the rule of labour .

Thus, although the workers’ parties emerged in different forms in different countries, they should not subordinate themselves to national interests . The struggle for socialism could not be confined in that way, and especially in the new historical context internationalism must continue to be the guiding beacon for the proletariat, as well as its vaccine against the deadly embrace of the state and the capitalist system.

During the Hague Congress, harsh polemics preceded a series of votes. Following the adoption of article 7a, the goal of winning political power was inscribed in the statutes, and there was also an indication that a workers’ party was essential instrument for this. The subsequent decision to confer broader powers on the General Council – with 32 votes in favour, 6 against and 12 abstentions – made the situation even more intolerable for the minority, since the Council now had the task of ensuring “rigid observation of the principles and statutes and general rules of the International”, and “the right to suspend branches, sections, councils or federal committees and federations of the International until the next congress” .

For the first time in the history of the International, its highest congress also approved (by 47 votes in favour and 9 abstentions) the General Council’s decision to expel an organization: namely, the New York Section 12. Its motivation was as follows: “The International Working Men’s Association is based on the principle of the abolition of classes and cannot admit any bourgeois section” . The expulsions of Bakunin (25 for, 6 against, 7 abstentions) and Guillaume (25 for, 9 against, 8 abstentions) also caused quite a stir, having been proposed by a commission of enquiry that described the Alliance for Socialist Democracy as “a secret organization with statutes completely opposite to those of the International” . The call to expel Adhemar Schitzguébel (1844-1895), on the other hand, one of the founders and most active members of the Jura Federation, was rejected by a vote of 15 for, 17 against and 7 abstentions) . Finally, the congress authorized publication of a long report, The Alliance for Socialist Democracy and the International Working Men’s Association, which traced the history of the organization led by Bakunin and analysed its public and secret activity country by country. Written by Engels, Lafargue and Marx, the document was published in French in July 1873.

The opposition at the congress was not uniform in its response to these attacks, some abstaining and others voting against. On the final day, however, a joint declaration read out by the worker Victor Dave (1845-1922) from the Hague section stated:

1. We the […] supporters of the autonomy and federation of groups of working men shall continue our administrative relations with the General Council […].
2. The federations which we represent will establish direct and permanent relations between themselves and all regularly branches of the Association. […].
4. We call on all the federations and sections to prepare between now and the next general congress for the triumph within the International of the principles of federative autonomy as the basis of the organization of labour .

This statement was more a tactical ploy, designed to avoid responsibility for a split that by then seemed inevitable, rather than a serious political undertaking to relaunch the organization. In this sense, it was similar to the proposals of the “centralists” to augment the powers of the General Council, at a time when they were already planning a far more drastic alternative.

For what took place in the morning session on 6 September – the most dramatic of the congress – was the final act of the International as it had been conceived and constructed over the years. Engels stood up to speak and, to the astonishment of those present, proposed that “the seat of the General Council [should] be transferred to New York for the year 1872-1873, and that it should be formed by members of the American federal council” . Thus, Marx and other “founders” of the International would no longer be part of its central body, which would consist of people whose very names were unknown (Engels proposed 7, with the option to increase the total to a maximum of 15). The delegate Maltman Barry (1842-1909), a General Council member who supported Marx’s positions, described better than anyone the reaction from the floor:

Consternation and discomfiture stood plainly written on the faces of the party of dissension as [Engels] uttered the last words. […] It was sometime before anyone rose to speak. It was a coup d’état, and each looked to his neighbour to break the spell .

Engels argued that “inter-group conflicts in London had reached such a pitch that [the General Council] had to be transferred elsewhere” , and that New York was the best choice in times of repression. But the Blanquists were violently opposed to the move, on the grounds that “the International should first of all be the permanent insurrectionary organization of the proletariat” and that “when a party unites for struggle […] its action is all the greater, the more its leadership committee is active, well armed and powerful”. Vaillant and other followers of Blanqui present at The Hague thus felt betrayed when they saw “the head” being shipped “to the other side of the Atlantic [while] the armed body was fighting in [Europe]” . Based on the assumption that “the International had had an initiating role of economic struggle”, they wanted it to play “a similar role with respect to political struggle” and its transformation into an “international workers’ revolutionary party” . Realizing that it would no longer be possible to exercise control over the General Council, they left the congress and shortly afterwards the International.

Many even in the ranks of the majority voted against the move to New York as tantamount to the end of the International as an operational structure. The decision, approved by only three votes (26 for, 23 against), eventually depended on 9 abstentions and the fact that some members of the minority were happy to see the General Council relocated far from their own centres of activity.

Another factor in the move was certainly Marx’s view that it was better to give up the International than to see it end up as a sectarian organization in the hands of his opponents. The demise of the International, which would certainly follow the transfer of the General Council to New York, was infinitely preferable to a long and wasteful succession of fratricidal struggles.

Still, it is not convincing to argue – as many have done – that the key reason for the decline of the International was the conflict between its two currents, or even between two men, Marx and Bakunin, however great their stature. Rather, it was the changes taking place in the world around it that rendered the International obsolete. The growth and transformation of the organizations of the workers’ movement, the strengthening of the nation-state as a result of Italian and German unification, the expansion of the International in countries like Spain and Italy (where the economic and social conditions were very different from those in Britain or France), the drift towards even greater moderation in the British trade union movement, the repression following the Paris Commune: all these factors together made the original configuration of the International inappropriate to the new times.

Against this backdrop, with its prevalence of centrifugal trends, developments in the life of the International and its main protagonists naturally also played a role. The London Conference, for instance, was far from the saving event that Marx had hoped it would be; indeed, its rigid conduct significantly aggravated the internal crisis, by failing to take account of the prevailing moods or to display the foresight needed to avoid the strengthening of Bakunin and his group . It proved a Pyrrhic victory for Marx – one which, in attempting to resolve internal conflicts, ended up accentuating them. It remains the case, however, that the decisions taken in London only speeded up a process that was already under way and impossible to reverse.

In addition to all these historical and organizational considerations, there were others of no lesser weight regarding the chief protagonist. As Marx had reminded delegates at a session of the London Conference in 1871, “the work of the Council had become immense, obliged as it was to tackle both general questions and national questions” . It was no longer the tiny organization of 1864 walking on an English and a French leg; it was now present in all European countries, each with its particular problems and characteristics. Not only was the organization everywhere wracked by internal conflicts, but the arrival of the Communard exiles in London, with new preoccupations and a variegated baggage of ideas, made it still more arduous for the General Council to perform its task of political synthesis.

Marx was sorely tried after eight years of intense activity for the International . Aware that the workers’ forces were on the retreat following the defeat of the Paris Commune – the most important fact of the moment for him – he therefore resolved to devote the years ahead to the attempt to complete Capital. When he crossed the North Sea to the Netherlands, he must have felt that the battle awaiting him would be his last major one as a direct protagonist.

From the mute figure he had cut at that first meeting in St. Martin’s Hall in 1864, he had become recognized as the leader of the International not only by congress delegates and the General Council but also by the wider public. Thus, although the International certainly owed a very great deal to Marx, it had also done much to change his life. Before its foundation, he had been known only in small circles of political activists. Later, and above all after the Paris Commune – as well as the publication of his magnum opus in 1867, of course – his fame spread among revolutionaries in many European countries, to the point where the press referred to him as the “red terror doctor”. The responsibility deriving from his role in the International – which allowed him to experience up close so many economic and political struggles – was a further stimulus for his reflections on communism and profoundly enriched the whole of his anticapitalist theory.

XI. Marx versus Bakunin
The battle between the two camps raged in the months following the Hague Congress, but only in a few cases did it centre on their existing theoretical and ideological differences. Marx often chose to caricature Bakunin’s positions, painting him as an advocate of “class equalization” (based on the principles of the 1869 programme of the Alliance for Socialist Democracy) or of political abstentionism tout court. The Russian anarchist, for his part, who lacked the theoretical capacities of his adversary, preferred the terrain of personal accusations and insults. The only exception that set forth his positive ideas was the incomplete Letter to La Liberté (a Brussels paper) of early October 1872 – a text which, never sent, lay forgotten and was of no use to Bakunin’s supporters in the constant round of skirmishes. The political position of the “autonomists” emerges from it clearly enough:

There is only one law binding all the members […] sections and federations of the International […]. It is the international solidarity of workers in all jobs and all countries in their economic struggle against the exploiters of labour. It is the real organisation of that solidarity through the spontaneous action of the working classes, and the absolutely free federation […] which constitutes the real, living unity of the International. Who can doubt that it is out of this increasingly widespread organisation of the militant solidarity of the proletariat against bourgeois exploitation that the political struggle of the proletariat against the bourgeoisie must rise and grow? The Marxists and ourselves are unanimous on this point. But now comes the question that divides us so deeply from the Marxists. We think that the policy of the proletariat must necessarily be a revolutionary one, aimed directly and solely at the destruction of States. We do not see how it is possible to talk about international solidarity and yet to intend preserving States […] because by its very nature the State is a breach of that solidarity and therefore a permanent cause of war. Nor can we conceive how it is possible to talk about the liberty of the proletariat or the real deliverance of the masses within and by means of the State. State means dominion, and all dominion involves the subjugation of the masses and consequently their explanation for the same of some ruling minority. We do not accept, even in the process of revolutionary transition, either constituent assemblies, provincial government or so called revolutionary dictatorships; because we are convinced that revolution is only sincere, honest and real in the hand of the masses, and that when it is concentrated into those of a few ruling individuals it inevitably and immediately becomes reaction .

Thus, although Bakunin had in common with Proudhon an intransigent opposition to any form of political authority, especially in the direct form of the state, it would be quite wrong to tar him with the same brush as the mutualists. Whereas the latter had in effect abstained from all political activity, weighing heavily on the early years of the International, the autonomists – as Guillaume stressed in one of his last interventions at the Hague Congress – fought for “a politics of social revolution, the destruction of bourgeois politics and the state” . It should be recognized that they were among the revolutionary components of the International, and that they offered an interesting critical contribution on the questions of political power, the State and bureaucracy.

How, then, did the “negative politics” that the autonomists saw as the only possible form of action differ from the “positive politics” advocated by the centralists? In the resolutions of the International Congress of Saint-Imier, held between 15 and 16 September 1872 on the proposal of the Italian Federation and attended by other delegates returning from The Hague, it is stated that “all political organization can be nothing other than the organization of domination, to the benefit of one class and the detriment of the masses, and that if the proletariat aimed to seize power, it would itself become a dominant and exploiting class.” Consequently, “the destruction of all political power is the first task of the proletariat”, and “any organization of so-called provisional and revolutionary political power to bring about such destruction can only be a further deception, and would be as dangerous to the proletariat as all governments existing today” . As Bakunin stressed in another incomplete text, “The International and Karl Marx”, the task of the International was to lead the proletariat “outside the politics of the State and of the bourgeois world”; the true basis of its programme should be “quite simple and moderate: the organization of solidarity in the economic struggle of labour against capitalism” . In fact, while taking various changes into account, this declaration of principles was close to the original aims of the organization and pointed in a direction very different from the one taken by Marx and the General Council after the London Conference of 1871 .

This profound opposition of principles and objectives shaped the climate in The Hague. Whereas the majority looked to the “positive” conquest of political power , the autonomists painted the political party as an instrument necessarily subordinate to bourgeois institutions and grotesquely likened Marx’s conception of communism to the Lassallean Volksstaat that he had always tirelessly combated . However, in the few moments when the antagonism left some space for reason, Bakunin and Guillaume recognized that the two sides shared the same aspirations . In The Alleged Splits in the International, which he wrote together with Engels, Marx had explained that one of the preconditions of socialist society was the elimination of the power of the state:

All socialists see anarchy as the following program: Once the aim of the proletarian movement — i.e., abolition of classes — is attained, the power of the state, which serves to keep the great majority of producers in bondage to a very small exploiter minority, disappears, and the functions of government become simple administrative functions.

The irreconcilable difference stemmed from the autonomist insistence that the aim must be realized immediately. Indeed, since they considered the International not as an instrument of political struggle but as an ideal model for the society of the future in which no kind of authority would exist, Bakunin and his supporters proclaim

anarchy in proletarian ranks as the most infallible means of breaking the powerful concentration of social and political forces in the hands of the exploiters. Under this pretext, [they ask to] the International, at a time when the Old World is seeking a way of crushing it, to replace its organization with anarchy .

Thus, despite their agreement about the need to abolish classes and the political power of the state in socialist society, the two sides differed radically over the fundamental issues of the path to follow and the social forces required to bring about the change. Whereas for Marx the revolutionary subject par excellence was a particular class, the factory proletariat, Bakunin turned to the “great rabble of the people”, the so-called “lumpenproletariat”, which, being “almost unpolluted by bourgeois civilization, carries in its inner being and in its aspirations, in all the necessities and miseries of its collective life, all the seeds of the socialism of the future” . Marx the communist had learned that social transformation required specific historical conditions, an effective organization and a long process of the formation of class consciousness among the masses ; Bakunin the anarchist was convinced that the instincts of the common people, the so-called “rabble”, were both “invincible as well as just”, sufficient by themselves “to inaugurate and bring to triumph the Social Revolution” .

Another disagreement concerned the instruments for the achievement of socialism. Much of Bakunin’s militant activity involved building (or fantasizing about building) small “secret societies”, mostly of intellectuals: a “revolutionary general staff composed of dedicated, energetic, intelligent individuals, sincere friends of the people above all” , who will prepare the insurrection and carry out the revolution. Marx, on the other hand, believed in the self-emancipation of the working class and was convinced that secret societies conflicted with “the development of the proletarian movement because, instead of instructing the workers, these societies subject them to authoritarian, mystical laws which cramp their independence and distort their powers of reason” . The Russian exile opposed all political action by the working class that did not directly promote the revolution, whereas the stateless person with a fixed residence in London did not disdain mobilizations for social reforms and partial objectives, while remaining absolutely convinced that these should strengthen the working-class struggle to overcome the capitalist mode of production rather than integrate it into the system.

The differences would not have diminished even after the revolution. For Bakunin, “abolition of the state [was] the precondition or necessary accompaniment of the economic emancipation of the proletariat” ; for Marx, the state neither could nor should disappear from one day to the next. In his Political Indifferentism, which first appeared in Almanacco Repubblicano in December 1873, he challenged the hegemony of the anarchists in Italy’s workers’ movement by asserting that

if the political struggle of the working class assumes violent forms and if the workers replace the dictatorship of the bourgeois class with their own revolutionary dictatorship, then [according to Bakunin] they are guilty of the terrible crime of lèse-principe; for, in order to satisfy their miserable profane daily needs and to crush the resistance of the bourgeois class, they, instead of laying down their arms and abolishing the state, give to the state a revolutionary and transitory form .

It should be recognized, however, that despite Bakunin’s sometimes exasperating refusal to distinguish between bourgeois and proletarian power, he foresaw some of the dangers of the so-called “transitional period” between capitalism and socialism – particularly the danger of bureaucratic degeneration after the revolution. In his unfinished The Knouto-Germanic Empire and the Social Revolution, on which he worked between 1870 and 1871, he wrote:

But in the People’s State of Marx, there will be, we are told, no privileged class at all. All will be equal, not only from the juridical and political point of view, but from the economic point of view. […] There will therefore be no longer any privileged class, but there will be a government, and, note this well, an extremely complex government, which will not content itself with governing and administering the masses politically, as all governments do today, but which will also administer them economically, concentrating in its own hands the production and the just division of wealth, the cultivation of land, the establishment and development of factories, the organization and direction of commerce, finally the application of capital to production by the only banker, the State. […] It will be the reign of scientific intelligence, the most aristocratic, despotic, arrogant and contemptuous of all regimes. There will be a new class, a new hierarchy of real and pretended scientists and scholars, and the world will be divided into a minority ruling in the name of knowledge and an immense ignorant majority. […] Every state, even the most republican and most democratic state […] are in their essence only machines governing the masses from above, through an intelligent and therefore privileged minority, allegedly knowing the genuine interests of the people better than the people themselves .

Partly because of his scant knowledge of economics, the federalist path indicated by Bakunin offered no really useful guidance on how the question of the future socialist society should be approached. But his critical insights already point ahead to some of the dramas of the twentieth century.

XII: After Marx: The “Centralist” and the “Autonomist” International
The International would never be the same again. The great organization born in 1864, which had successfully supported strikes and struggles for eight years, adopted an anticapitalist programme and established a presence in all European countries, finally imploded at the Hague Congress. Nevertheless, the story does not end with Marx’s withdrawal, since two groupings, much reduced in size and without the old political ambition and capacity to organize projects, now occupied the same space. One was the “centralist” majority issuing from the final congress, which favoured an organization under the political leadership of a General Council. The other was the “autonomist” or “federalist” minority, who recognized an absolute autonomy of decision-making for the sections.

In 1872, the strength of the International was not yet diminished. Displaying the uneven development that had characterized it in the past, its expansion in certain countries (above all, Spain and Italy) had compensated for its contraction in others (Britain, for example). The dramatic outcome at The Hague had split the organization, making many activists, especially in the “centralist” camp, realize that an important chapter in the history of the workers’ movement had run its course. Along with the North American Federation, limited forces in Europe aligned themselves in support of the new General Council in New York: the Romande Federation and a number of German-speaking sections in Switzerland, both shored up by Becker’s unflagging initiative; the German Social Democratic Workers’ Party, which gave its unreserved but barely visible support; the new Austrian sections, which, unlike the ghostly Germans, actually scraped together a little money to forward from their members’ dues; and the remote federations of Portugal and Denmark. In Spain, Italy and the Netherlands, however, few followed the new directives; the organization had not made a name for itself in Ireland; and by 1873 no section of the International remained in France. There was also Britain, of course, but in November 1872 – owing to personal clashes going back to long before the Hague Congress – the British Federal Council split into two feuding groups that each claimed to represent the International in the country. Hales, acting in the name of 16 sections and with the backing of such eminent Internationalists as Hermann Jung (1830-1901) and Thomas Motterhead (1825-1884), disavowed the General Council in New York and called a new congress of the British Federation for January 1873. Both Hales and Eccarius performed some astounding political somersaults, for although they were reformists by conviction and argued for participation in elections – their idea was to convert the International into a political party with trade union support that would ally itself with the liberal wing of the bourgeoisie – they officially lined up with abstentionists led by Guillaume and Bakunin. Engels responded to these developments with two circulars recognizing the decisions taken at The Hague; they were signed by important leaders in Manchester and on the “official” British Federal Council, plus the well-known former members of the General Council Dupont and Friedrich Lessner (1825-1910). The congress of the Council then took place in June, but those taking part in it had to swallow the bitter truth that, with the departure of the General Council for New York (which everyone saw as the end of the organization) the British trade unions no longer felt involved . Thus, all that the two groups had in common was a rapid decline.

The general congress of the “centralists” took place in the city that had once hosted the first congress of the International: Geneva. Thanks to Becker’s efforts, it was attended by 28 delegates – including (for the first time) two women. But 15 of these were from Geneva itself, and the representation of sections from other countries was limited to a couple of Germans. Having seen the climate of demobilization in Europe, the General Council decided not to send a representative from New York, and even Serrailler, the man appointed by the British Federation, failed to make the trip. In fact, this was the end of the centralist International.

Across the Atlantic, where Sorge was trying hard to keep the flame alight, the North American Federation was on the verge of collapse. Its financial situation, worsening with the decline in membership to less than one thousand (few of whom paid dues), made even the buying of postage stamps a difficult proposition. Reduced to matters concerning only the United States, it found American workers alternating between attitudes of hostility and indifference, even in response to the Manifesto to the Working People of North America that it issued in November 1873. Sorge eventually resigned as general secretary, and from then on the two-and-a-half remaining years of its history were little more than a chronicle of a death foretold. The final dissolution came on 15 July 1876, when ten delegates representing 635 members met in Philadelphia, before hurrying to the founding congress of the Workingmen’s Party of the United States, timed to coincide with the first US world fair, the Centennial Exhibition.

Although the “centralist” organization only continued to operate for a short while in a couple of countries and they made no further contribution to the development of theory; the autonomists, on the other hand, had a real, active existence for some years to come. At the congress in Saint-Imier, attended by Swiss, Italians, Spanish and French, it was established that “no one has the right to deprive the autonomous federations and sections of the incontestable right to determine for themselves and pursue the line of political conduct that they believe to be best” – an option for federalist autonomy within the International that underlay the offer of a “pact of friendship, solidarity and mutual defence” . This position was the work of Guillaume. Unlike Bakunin, who would have preferred something more intransigent, the younger but more prudent Swiss activist had set his sights on expanding their support beyond the Jura, Spain and Italy, and winning over all the other federations opposed to the London line . His tactics won the day. The birth of a new International would be carefully prepared, without forcing matters through high-sounding declarations.

New affiliations came one after another over the next few months. The autonomist stronghold remained Spain, where the persecutions launched by Práxedes Mateo Sagasta (1825-1903) failed to prevent the organization from flourishing. By the time of its federal congress in Cordoba, held between December 1872 and January 1873, it had some 50 federations comprising more than 300 sections, with a total membership of more than 25,000 (7,500 in Barcelona) . From late 1872 on, the autonomists also widened their support in new countries. In December, the Brussels congress of the Belgian Federation declared the resolutions of The Hague null and void, refused to recognize the General Council in New York, and added its signature to the Saint-Imier Pact . In January 1873, the British rebels headed by Hales and Eccarius followed suit, and the Dutch Federation joined them the next month .

Although the autonomists – who had also retained contacts in France, Austria and the United States – became the majority of a new International, the coalition was in reality a congeries of the most varied doctrines. It included: the Swiss anarcho-collectivists headed by Guillaume and Schwitzgébel (Bakunin withdrew from public life in 1873 and died in 1876); the Belgian federation under the leadership of De Paepe, for which the people’s state (Volksstaat) should acquire greater powers and competences, beginning with the management of all public services; the ever more radical Italians, who eventually adopted insurrectionary positions (“propaganda of deeds”) doomed to failure; and British advocates of participation in elections and an alliance with progressive bourgeois forces. In 1874, contacts were even established with the Lassalleans of the General Association of German Workers.

The above scenario demonstrates that the prime antagonism that led to the split at the Hague Congress was neither between a group ready to stoop to deals with the state and an intransigent party more inclined to revolution, nor between proponents and opponents of political action. Rather, the chief cause of the radical and widespread opposition to the General Council was the turn rushed through at the London Conference in 1871. The Jura and Spanish federations, and later the newly formed Italian federation, would never have accepted Marx’s call to build working-class political parties: above all, the social-economic conditions in those countries made it unthinkable. A more cautious approach, however, might have kept the support of the Belgians – who for a number of years had been key to the balance within the Association – and other recently formed federations like the Dutch. A lower level of internal conflict would also have averted the split in Britain, which had more to do with personality clashes than with disagreements over policy. And, as some autonomists had foreseen, the moving of the General Council to New York left them with greater political scope and helped them to assert themselves after 1872. The fact remains, however, that in Marx’s view the “first” International had completed its historical task and the time had come to bring the curtain down.

The autonomists’ “first” congress – or, as they said, the “sixth congress”, counting the five of the International – was attended by 32 delegates, from Belgium, Spain, France, Italy, Britain, the Netherlands and Switzerland. It met in Geneva from 1 to 6 September 1873, the week before the congress of the centralists, and declared that it opened a “new era in the International” . It was unanimously decided to abolish the General Council, and for the first time at a congress of the International there was a debate about anarchist society . The theoretical-political armoury of the Internationalists was also enriched by the idea of the general strike as a weapon to achieve the social revolution. The groundwork was thus laid for what came to be known as anarcho-synicalism .

The next congress, held in Brussels from 7 to 13 September 1874, brought together 16 delegates: one from Britain (Eccarius), one from Spain and the rest from Belgium. Of the latter 14, two had the mandate of a French (Paris) or Italian (Palermo) section, while another two were German Lassalleans resident at the time in Belgium. Guillaume stated that one of these, Karl Frohme (1850-1933), actually represented the General Association of German Workers. Yet despite the fact that anarchists and Lassalleans were poles apart on the map of socialism, Guillaume motivated their presence by referring to the new rules approved by the Geneva Congress in 1873, under which the workers of each country were free to decide the best means of achieving their emancipation . All the same, this International had mostly become a place where an ever smaller (and ever less representative) number of leaders met to discuss in abstracto the workers’ material conditions and the action required to change them. The debate in 1874 was between anarchism and the people’s state (Volksstaat), and De Paepe, returning after three years to a congress of the International, was the main protagonist. In one of his interventions, he claimed that “in Spain, in parts of Italy and in the Jura, they are pro-anarchist, [whereas] in Germany, the Netherlands, Britain and America, they are for a workers’ state (with Belgium still fluctuating between the two)” . Once again no collective decision was taken, and the congress agreed unanimously that it was up to “any federation and socialist democratic party in each country to decide which political line it thought it should follow” .

The discussion at the Eighth Congress, held in Berne between 26 and 30 October 1876, followed the same lines. There were 28 delegates, including 19 Swiss (17 from the Jura Federation), 4 from Italy, 2 each from Spain and France, and De Paepe representing Belgium and the Netherlands. The proceedings showed the total incompatibility between the positions of De Paepe and Guillaume , but they ended in agreement on a proposal from the Belgian Federation to call a world socialist congess for the following year, with invitations to be sent to “all fractions of the socialist parties of Europe” .

Before that could happen, however, the last congress of the International was held in Verviers, between 6 and 8 September 1877. It brought together 22 delegates: 13 from Belgium, 2 each from Spain, Italy, France and Germany, and Guillaume representing the Jura Federation. There were also three observers from socialist groups with a purely consultative function – one was Peter Kropotkin (1842-1921), later to become the founding father of anarcho-communism – but the only active participants were anarchists, including some like the Italian Andrea Costa (1851-1910) who would shortly go over to socialism. Thus, the autonomist International too, which had retained mass roots only in in Spain, had run its course. Their perspective was overtaken by a growing realization throughout the European workers’ movement that it was crucially important to participate in the political struggle by means of organized parties. With the end of the autonomist experience, there was also a definitive parting of the ways between anarchists and socialists.

XIII. The new International
From 9 to 16 September 1877, the city of Ghent hosted the Universal Socialist Congress, with more countries represented than at any comparable event before. Some three thousand workers welcomed delegates from nine countries (France, Germany, Switzerland, Britain, Spain, Italy, Hungary, Russia and Belgium), some of whom additionally held a mandate from an organization in another country (Denmark, the United States and, for the first time, labour groups in Greece and Egypt). Historic leaders of the International such as De Paepe and Liebknecht were present, as were Frankel, Guillaume, Hales and others, testifying to the importance of the organization for a whole generation of the European labour movement.

In the concluding Manifesto to Workers’ Organizations and Societies in All Countries, written by De Paepe and the future Belgian Socialist leader Louis Bertrand (1856-1943), the congress called for the establishment of a “General Union of the Socialist Party”. A large majority also signed a “pact”:

Inasmuch as social emancipation is inseparable from political emancipation; inasmuch as the proletariat, organized in a separate party opposed to all the parties of the possessing classes, must avail itself of all the political means tending to promote the liberation of its members; and inasmuch as the struggle against the dominion of the possessing classes must be worldwide in its scope and not merely local or national, and success in this struggle will depend upon harmonious and united activity on the part of the organizations in different lands – the undersigned delegates to the Universal Socialist Congress at Ghent decide that it is incumbent on the organizations they represent to furnish one another with material and moral support in all their industrial and political endeavours.

Six years after the London Conference of 1871, the Ghent theses confirmed that Marx had merely been in advance of the times. For the same document affirmed:

We urge the necessity of political action as a powerful means of agitation, propaganda, popular education and association. The present organization of society must be combated on all sides at once and with all the means at our disposal. […] Socialism should not be just theoretical speculation about the likely organization of future society; it should be real and living, involved with the actual aspirations, immediate needs and daily struggles of the proletarian class against those who control the social capital as well as social power.

To wrest a political right from the bourgeoisie, to organize formerly isolated workers into an association, to obtain a reduction in working hours through strike action or resistance societies: these mean both working to build a new society and engaging in actual explorations with regard to the social arrangements of the future.

Let the still unassociated workers organize and form associations! Let those who are organized only at the level of the economy descend into the political arena; they will find there the same adversaries and the same battle, and any victory scored at one of these levels will signal a triumph in the other!
Let the disinherited class in each nation form itself into a vast party distinct from all the bourgeois parties, and let this social party march hand in hand with those of other countries!
To claim all your rights, to abolish all privileges, workers of the world, unite!

In later decades, the workers’ movement adopted a socialist programme, expanded throughout Europe and then the rest of the world, and built new structures of supranational coordination. Apart the continuity of names (the Second International from 1889-1916, the Third International from 1919 to 1943), each of these structures constantly referred to the values and doctrines of the First International. Thus, its revolutionary message proved extraordinarily fertile, producing results over time still greater than those achieved during its existence.

The International helped workers to grasp that the emancipation of labour could not be won in a single country but was a global objective. It also spread an awareness in their ranks that they had to achieve the goal themselves, through their own capacity for organization, rather than by delegating it to some other force; and that – here Marx’s theoretical contribution was fundamental – it was essential to overcome the capitalist mode of production and wage labour, since improvements within the existing system, though necessary to pursue, would not eliminate dependence on employers’ oligarchies.

An abyss separates the hopes of those times from the mistrust so characteristic of our own, the antisystemic spirit and solidarity of the age of the International from the ideological subordination and individualism of a world reshaped by neoliberal competition and privatization. The passion for politics among the workers who gathered in London in 1864 contrasts sharply with the apathy and resignation prevalent today.

And yet, while the world of labour has been reverting to conditions of exploitation similar to those of the nineteenth century, the project of the International has once again acquired an extraordinary topicality. Today’s barbarism of the “world order”, ecological disasters produced by the present mode of production, the growing gulf between the wealthy exploitative few and the huge impoverished majority, the oppression of women, and the blustery winds of war, racism and chauvinism, impose upon the contemporary workers’ movement the urgent need to reorganize itself on the basis of two key characteristic of the International: the multiplicity of its structure and radicalism in objectives. The aims of the organization founded in London 150 years ago are today more vital than ever. To rise to the challenges of the present, however, the new International cannot evade that twin requirement: it must be plural and it must be anticapitalist.

Appendix: International Working Men’s Association: Timeline and Membership
The first part of this appendix lists in chronological order all the congresses and conferences of the Interrnational: the unitary ones from the foundation in 1864 to the split at the Hague Congress in 1872; then the separate “autonomist” and “centralist” events beginning in 1873.

The second part is a table containing membership data for the International in various countries. Precise figures are impossible to establish for several reasons: 1) only a small number of workers’ movement organizations at the time – above all, the British trade unions and the German socialist parties – kept an exact count; 2) workers mostly joined the International not on an individual basis but through the affiliation of trade unions and other collective bodies; and 3) the International was illegal for some of the period in a number of countries, making it especially difficult to evaluate its size.

This is perhaps why – with the exception of the invaulable collective work La Première Internationale: l’institute, l’implantation, le rayonnement (Paris: Éditions du Centre national de la recherche scientifique, 1968) – none of the many books on the International has ventured to calculate its total membership. If it has seemed useful to attempt this here, at the risk of some approximation and imprecision, this is largely because most publications in the past bandied around excessive figures that created a misleading picture of the reality.

The first column of the table lists – in chronological order of foundation – the countries where the International established a presence; it does not include Australia, New Zealand or India, for example, where it had only sporadic contacts with small groups of workers. Nor does it cover Russia, since the International never managed to penetrate that country (although some exiles founded a circle in Switzerland). The second column gives the years in which the organization reached its peak in the respective countries, while the third offers an approximate figure for the size of its membership. These totals have been calculated from the studies in La Première Internationale: l’institute, l’implantation, le rayonnement and other monographs listed in the bibliography at the end of this book.

Timeline

Conferences and Congresses (1864-1872)

London Conference: 25–29 September, 1865

I Congress: Geneva, 3–8 September, 1866

II Congress: Lausanne, 2–8 September, 1867

III Congress: Brussels, 6–13 September, 1868

IV Congress: Basel, 6–12 September, 1869

London Delegate Conference: 17–23 September, 1871

V Congress: The Hague, 2–7 September, 1872

The “Autonomist” International

VI Congress: Geneva, 1–6 September, 1873

VII Congress: Brussels, 7–13 September, 1874

VIII Congress: Berne, 26–30 October, 1876

IX Congress: Verviers, 6–8 September, 1877

The “Centralist” International

VI Congress: Geneva, 7–13 September, 1873

Philadelphia Delegate Conference: 15 July, 1876

 

 

Membership Table

Country Peak Year Membership
Britain 1867 50,000
Switzerland 1870 6,000
France 1871 More than 30,000
Belgium 1871 More than 30,000
USA 1872 4,000
Germany 1870 11,000 (including the members of the Social Democratic Workers’ Party)
Spain 1873 About 30,000
Italy 1872 ?????
Netherlands 1872 Less than 1,000
Denmark 1872 A couple of thousands
Portugal 1872 Less than 1,000
Ireland 1872 Less than 1,000
Austria-Hungary 1872 A couple of thousands

 

Categories
Book chapter

Revisitando a concepção de alienação em Marx

1. As origens do conceito de alienação
A alienação pode ser incluída entre as teorias mais relevantes e debatidas do século XX. Esta concepção elaborada por Marx assumiu um papel determinante no âmbito das discussões desenvolvidas sobre o tema. No entanto, diferente do que se poderia imaginar, o caminho da sua afirmação não foi absolutamente linear e as publicações de algumas obras inéditas de Marx, contendo reflexões sobre a alienação, representaram significativos pontos de viragem para a transformação e a difusão desta teoria.

Ao longo dos séculos, o termo alienação foi utilizado muitas vezes e com significados mutáveis. Na reflexão teológica ele designou o afastamento do homem em relação a deus, nas teorias do contrato social serviu para indicar a perda da liberdade original do indivíduo, enquanto na economia política inglesa foi empregado para descrever a transferência de propriedade de terras e de bens. A primeira exposição filosófica sistemática de alienação, entretanto, ocorre somente no início do século XIX com Georg W. F. Hegel. Na Fenomenologia do Espírito ele a tornou de fato a categoria central do mundo moderno e empregou os termos Entäusserung (renúncia) e Entfremdung (estranhamento, cisão) para representar o fenômeno mediante o qual o espírito vem a ser o outro de si mesmo na objetividade. Tal problemática teve grande importância também junto a autores da Esquerda hegeliana e a concepção de alienação religiosa elaborada por Ludwig Feuerbach em A Essência do Cristianismo, isto é, a crítica do processo mediante o qual o homem se convence da existência de uma divindade imaginária e se submete a ela, contribuiu de modo significativo para o desenvolvimento do conceito.

Subsequentemente, a alienação desaparece da reflexão filosófica e nenhum dentre os mais importantes autores da segunda metade do século XIX lhe dedicou particular atenção. O próprio Marx, nas obras publicadas ao longo de sua vida, empregou o termo em raríssimas ocasiões e este tema resultou totalmente ausente também no marxismo da Segunda Internacional (1889-1914) [1].

Neste período, entretanto, alguns pensadores elaboraram conceitos que, sucessivamente, foram associados àquele de alienação. Nos livros Divisão do Trabalho e Suicídio, por exemplo, Émile Durkheim formulou a noção de “anomia”, com a qual pretendia indicar aquele conjunto de fenômenos que se manifestavam nas sociedades nas quais as normas que garantem a coesão social entram em crise após o grande desenvolvimento da divisão do trabalho. As mudanças sociais ocorridas no século XIX, com enormes transformações no processo produtivo, constituíram também o pano de fundo das reflexões dos sociólogos alemães.

Em A filosofia do dinheiro, Georg Simmel dedicou grande atenção ao predomínio das instituições sociais sobre os indivíduos e à impessoalidade das relações humanas. Ao passo que, em Economia e sociedade, Max Weber se deteve sobre os conceitos de “burocratização” e de “cálculo racional” nas relações humanas, consideradas a essência do capitalismo. Estes autores, porém, interpretaram tais fenômenos como eventos inevitáveis e as suas considerações foram sempre guiadas pela vontade de tornar melhor a ordem social e política existente, e não certamente pela vontade de subvertê-la em outra diferente.

2. A redescoberta da alienação
A redescoberta da teoria da alienação ocorreu graças a György Lukács que, em História e Consciência de Classe, referindo-se a algumas passagens de O Capital de Marx, em particular ao parágrafo dedicado ao “caráter fetichista da mercadoria” (Der Fetischcharakter der Ware), elaborou o conceito de reificação (Verdinglichung o Versachlichung), ou seja, o fenômeno através do qual a atividade de trabalho se contrapõe ao homem como algo objetivo e independente e o domina mediante leis autônomas e estranhas a ele. Nos traços fundamentais, porém, a teoria de Lukács era ainda muito semelhante à de Hegel, uma vez que ele também concebeu a reificação como um “fato estrutural fundamental.” (LUKÁCS, 1971, p. 112). Assim, quando na década de Sessenta, sobretudo após o aparecimento da tradução francesa do seu livro [2] , este texto voltou a exercer uma grande influência entre os estudiosos e militantes de esquerda, Lukács decide republicá-lo em uma nova edição introduzida por um longo prefácio autocrítico, no qual, para esclarecer a sua posição, ele afirmou: “História e Consciência de Classe segue Hegel na medida em que, também neste livro, o estranhamento é colocado sobre o mesmo plano da objetivação.” (LUKÁCS, 1971, p. XXV).

Outro autor que durante os anos Vinte dispensou grande atenção a estas temáticas foi Isaak Ilijč Rubin. No seu Ensaio sobre a teoria do valor de Marx, ele sustenta que a teoria do fetichismo constituía “a base de todo o sistema econômico de Marx e, em particular, da sua teoria do valor.” (RUBIN, 1976, p. 5). Para o autor russo, a reificação das relações sociais representava “um fato real do capitalismo” (RUBIN, 1972, p. 23), isto é, consistia em “uma verdadeira e própria ‘materialização’ das relações de produção, e não de uma simples ‘mistificação’ ou de uma ilusão ideológica. Trata[va]-se de uma das características estruturais da economia na sociedade atual. […] O fetichismo não [era] somente um fenômeno da consciência social, mas do próprio ser social.” (RUBIN, 1972, p.49). Não obstante estas intuições, perspicazes se se considera o período no qual foram escritas, a obra de Rubin não consegue contribuir com o conhecimento da teoria da alienação, uma vez que, tendo sido traduzida em inglês (e depois desta língua em outras ainda) somente em 1972, conheceu uma tardia recepção no Ocidente.

O evento decisivo que interferiu para revolucionar de maneira definitiva a difusão do conceito de alienação foi a publicação, em 1932, dos [Manuscritos Econômico Filosóficos de 1844], uma obra inédita da produção juvenil de Marx. A partir deste texto emerge o papel de destaque conferido por Marx à teoria da alienação durante uma importante fase da formação de sua concepção: a descoberta da economia política [3] . Marx, na realidade, mediante a categoria de trabalho alienado (entfremdete Arbeit) [4] não somente transportou a problemática da alianação da esfera filosófica, religiosa e política para a esfera econômica da produção material, como também fez desta última o pressuposto para compreender e superar as primeiras [5] . Nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844], a alienação foi descrita como o fenômeno através do qual o produto do trabalho “surge frente ao trabalho como um ente estranho, como uma potência independente do produtor.” (MARX, [1844]1976, p. 298).. Para Marx [1844]1976, p 299,

A expropriação do trabalhador em seu produto tem o significado não somente de que seu trabalho se torna um objeto, uma existência externa, mas, bem além disso, que existe fora dele, independente dele e estranha a ele, tornando-se uma potência autônoma diante dele, que a vida que ele concedeu ao objeto se lhe defronta hostil e estranha.

Ao lado desta definição geral, Marx elencou quatro diferentes tipos de alienação que indicavam como na sociedade burguesa o trabalhador seria alienado: 1) do produto de seu trabalho, que se torna um “objeto estranho e possuidor de um domínio sobre ele”; 2) na atividade de trabalho, que é percebida como “voltada contra ele mesmo [… e] a ele não pertencente”; 3) do gênero humano, uma vez que a “essência específica do homem” é transformada em “uma essência estranha a ele”; e 4) dos outros homens, isto é, em relação “ao trabalho e ao objeto de trabalho” (MARX, [1844]1976, p. 301, 304), [6] realizados pelos seus semelhates.

Para Marx, diferente de Hegel, a alienação não coincidia com a objetivação enquanto tal, mas com uma realidade econômica precisa e com um fenômeno específico: o trabalho assalariado e a transformação dos produtos do trabalho em objetos que se contrapõem aos seus produtores. A diversidade política entre as duas interpretações é enorme. Ao contrário de Hegel, que havia representado a alienação como manifestação ontológica do trabalho, Marx concebeu este fenômeno como característica de um determinado período da produção, o capitalista, considerando possível sua superação mediante “a emancipação da sociedade da propriedade privada.” (MARX, [1844] 1976, p. 307). Considerações análogas foram desenvolvidas nos cadernos de notas que continham estratos da obra Elementi di economia politica de James Mill:

O […] trabalho seria livre manifestação da vida e portanto gozo da vida. Mas nas condições da propriedade privada ele é alienação da vida; de fato eu trabalho para viver, para obter os meios de vida. O meu trabalho não é vida. Em segundo lugar: no trabalho seria, portanto, afirmada a peculiaridade da minha individualidade, já que nele seria afirmada a minha vida individual. O trabalho seria portanto verdadeira e ativa propriedade. Mas nas condições da propriedade privada a minha individualidade está alienada ao ponto desta atividade me ser odiosa, e; para mim um tormento e só a aparência de uma atividade, e é portanto também somente uma atividade de extorção e imposta somente por uma acidental necessidade exterior, e não por uma necessidade interior. (RUBIN, 1972, p. 247-248).

Portanto, mesmo nestas fragmentárias e, às vezes, incertas formulações juvenis, Marx tratou sempre a alienação de um ponto de vista histórico e nunca natural.

3. As concepções não marxistas de alienação
Levaria ainda muito tempo, entretanto, antes que uma concepção histórica, e não ontológica, de alienação pudesse afirmar-se. De fato, a maior parte dos autores que, nas primeiras décadas do século XX, se ocupou desta problemática o fez sempre a considerando um aspecto universal da existência humana. Em Ser e tempo, Martin Heidegger tratou do problema da alienação no aspecto meramente filosófico e considerou esta realidade como uma dimensão fundamental da história. A categoria utilizada por ele para descrever a fenomenologia da alienação foi a “decadência” (Verfallen) [7] , isto é, a tendência do Ser-aí (Dasein) – que na filosofia heideggeriana indica a constituição ontológica da vida humana – que se perde na falta de autenticidade e no conformismo do mundo que o circunda.

Para Heidegger (2005, p. 215), “este estar no ‘mundo’ significa a identificação no ser-junto dominado pelo falatório, pela curiosidade e pelo equívoco.” Um território, portanto, completamente diverso da fábrica e da condição operária que estavam no centro das preocupações e das elaborações de Marx. Além disto, esta condição de “decadência” não foi considerada por Heidegger como uma condição “negativa e deplorável, que o progresso da civilização humana pudesse um dia anular” (HEIDEGGER, 2005, p. 215-216), mas como uma característica ontológica, “um modo existencial do ser-no-mundo.” (HEIDEGGER, 2005, p. 218). [8]

Também Herbert Marcuse, que, diferente de Heidegger, conhecia bem a obra de Marx [9] , identificou a alienação com a objetivação em geral e não com a sua manifestação nas relações de produção capitalistas. No ensaio Sobre os fundamentos filosóficos do conceito de trabalho na ciência econômica, ele sustenta que o “caráter de peso do trabalho” não podia ser reduzido meramente a “determinadas condições presentes na execução do trabalho, a sua organização técnico-social”, mas devia ser considerado como um dos seus traços fundamentais:

trabalhando, o trabalhador está “junto da coisa”, seja estando atrás de uma máquina, ou projetando planos técnicos, ou tomando medidas organizativas, ou estudando problemas científicos, ou instuindo os homens, etc. No seu fazer se deixa guiar pela coisa, se sujeita e obedece as suas leis, também quando domina o seu objeto “[…]. Em todo caso não está ‘junto de si’ […], está junto ao ‘diferente de si’, também quando este fazer realiza a própria vida livremente escolhida. Esta alienação e estranhamento da existência […] é, por princípio, ineliminável.” (MARCUSE, 1969, p. 170).

Para Marcuse, portanto, existia uma “negatividade originária do fazer laboral” (MARCUSE, 1969, p. 171), que ele reputava pertencer à “essência da existência humana.” (MARCUSE, 1969, p. 171). A crítica da alienação tornou-se, assim, uma crítica da tecnologia e do trabalho em geral. E a superação da alienação foi considerada possível somente através do jogo, momento no qual o homem podia alcançar a liberdade que lhe foi negada durante a atividade produtiva: “um único lance de bola de um jogador representa um triunfo da liberdade humana sobre a objetividade que é infinitamente maior que a conquista mais clamorosa do trabalho técnico.” (MARCUSE, 1969, p. 155).

Em Eros e civilização, Marcuse se distanciou da concepção marxiana de modo bastante nítido. Ele afirmou que a emancipação do homem podia realizar-se somente mediante a libertação do trabalho (abolition of labor) [10] e através da afirmação da libido e do jogo nas relações sociais. A possibilidade de superar a exploração, mediante o nascimento de uma sociedade baseada na propriedade comum dos meios de produção, foi definitivamente afastada, já que o trabalho em geral, não apenas o assalariado, foi considerado como:

trabalho para um aparelho que eles [a grande maioria da população] não controlam, que opera como um poder independente. A este poder os indivíduos, se desejam viver, devem submeter-se, e ele torna-se tanto mais estranho quanto mais se especializa a divisão do trabalho. […] Trabalham em um estado de alienação […] [em] ausência de satisfação [e] negação do princípio do prazer. (MARCUSE, 1969, p. 88).

A norma cardinal contra a qual os homens deveriam rebelar-se era o princípio do desempenho (performance) imposto pela sociedade. Segundo Marcuse (1969, p.89), de fato:

o conflito entre sexualidade e civilização se acirra com o desenvolvimento do domínio. Sob a lei do princípio do desempenho, corpo e alma são reduzidos a instumentos de trabalho alienado; como tais podem funcionar somente se renunciam à liberdade daquele sujeito-objeto libidinal que originalmente o organismo humano é, e deseja ser. […] O homem existe como instrumento de desempenho alienado [11].

Ele conclui, portanto, que a produção material, ainda que tivesse sido organizada de maneira justa e racional, “nunca poderá representar um reino de civilização e de satisfação […]. É a esfera exterior ao trabalho que determina a liberdade e a realização.” (MARCUSE, 2001, p. 181). A alternativa proposta por Marcuse foi o abandono do mito de Prometeu tão caro a Marx, para alcançar um horizonte dionisíaco: a “libertação do eros.” (MARCUSE, 2001, p. 180). Diferente de Sigmund Freud, que em Il disagio della civiltà havia sustentado que uma organização social não repressiva teria comportado uma perigosa regressão de nível de civilização alcançado nas relações humanas (FREUD, 1971, p. 226, 231), Marcuse estava convencido que se a libertação dos instintos tivesse ocorrido em uma “sociedade livre”, altamente tecnológica e a serviço do homem, ela teria favorecido não somente “um desenvolvimento do progresso” (MARCUSE, 2001, p. 216), mas também criado “novas e duradouras relações de trabalho.” (MARCUSE, 2001, p. 180). [12]

As indicações sobre como poderia tomar corpo esta nova sociedade foram, porém muito vagas e utópicas. Marcuse acabou defendendo uma oposição ao domínio tecnológico em geral, para a qual a crítica da alienação não era mais utilizada para contrastar as relações de produção capitalistas, e chega a desenvolver uma reflexão tão pessimista sobre a mudança social a ponto de incluir também a classe operária entre os sujeitos que agiam em defesa do sistema.

A descrição de um estranhamento generalizado, produzido por um controle social invasivo e pela manipulação das necessidades, criada pela capacidade de influência dos mass-media (STANZIALE , 1995, p. 70-73), foi teorizada também por outros dois exponentes de ponta da escola de Frankfurt: Max Horkheimer e Theodor Adorno. Em Dialética do iluminismo, eles afirmaram que “a racionalidade técnica de hoje não é nada mais que a racionalidade do domínio. É o caráter coagido […] da sociedade estranhada de si mesma.” (HORKHEIMER; ADORNO, 2010, p. 127). Deste modo, eles haviam posto em evidência como no capitalismo conterporâneo até mesmo a esfera da diversão, ao mesmo tempo livre e alternativa ao trabalho, tinha sido absorvida nas engrenagens da reprodução do consenso.

Depois da Segunda guerra mundial, o conceito de alienação atracou também na psicanálise. Aqueles que se ocuparam dele partiram da teoria de Freud (1971), pela qual, na sociedade burguesa, o homem é posto diante da decisão de escolher entre natureza e cultura e, para poder gozar das seguranças garantidas pela civilização [13] , deve necessariamente renunciar às próprias pulsões. Os psicólogos ligaram a alienação às psicoses que se manifestam, em alguns indivíduos, propriamente em consequência desta escolha conflitual. Consequentemente, a vastidão da problemática da alienação foi reduzida a um mero fenômeno subjetivo.

O expoente que mais se ocupou do tema da alienação nesta disciplina foi Erich Fromm. Diferente da maioria dos seus colegas, ele nunca separou as manifestações da alienação do contexto histórico capitalista e em seu texto Psicanálise da sociedade contemporânea e o homem segundo Marx usou este conceito para tentar construir uma ponte entre a psicanálise e o marxismo. Todavia, também Fromm enfrentou esta problemática privilegiando sempre a análise subjetiva e a concepção de alienação, que resume como “uma forma de experiência pela qual a pessoa conhece a si mesma como a um estranho” (FROMM, 1981, p. 127) [14], permaneceu excessivamente circunscrita ao indivíduo.

Além disto, a sua interpretação da concepção de alienação em Marx se baseou somente nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] e se caracterizou por uma profunda incompreensão da especificidade e da centralidade do conceito de trabalho alienado no pensamento de Marx. Esta lacuna impediu Fromm de conferir a devida importância à alienação objetiva, isto é, aquela do operário na atividade de trabalho e em relação ao produto do seu trabalho, e o levou a sustentar, justamente por ter negligenciado a importância das relações de produção, teses que parecem até mesmo ingênuas:

Marx acreditava que a classe operária fosse a mais estranhada […], não previu até que ponto a alienação devia tornar-se o destino da grande maioria da população […]. O empregado, o vendedor, o gerente, são hoje mais alienados que o trabalhador manual especializado. A atividade deste último depende ainda da expressão de certas qualidades pessoais como a habilidade específica, a confiabilidade, etc., e ele não é constrangido a vender a sua “personalidade”, o seu sorriso, as suas opiniões em um negócio. (FROMM , 1973, p. 128). [15]

Entre as principais elaborações não marxistas de alienação deve ser mencionada, enfim, aquela que remonta a Jean-Paul Sartre e aos existencialistas franceses [16] . A partir dos anos Quarenta, em um período caracterizado pelos horrores da guerra, pela consequente crise das consciências e, na cena francesa, pelo neo-hegelianismo de Alexandre Kojeve (1986), o fenômeno da alienação foi assumido como referência recorrente seja na filosofia ou na literatura (SARTRE, 1977; CAMUS, 2001). Todavia, também nesta circunstância, a noção de alienação assume um perfil muito mais genérico em relação ao exposto por Marx.

A alienação foi identificada com um indistinto mal-estar do homem na sociedade, como uma separação entre a personalidade humana e o mundo da experiência e, significativamente, como condition humaine não suprimível. Os filósofos existencialistas não forneceram uma origem social específica à alienação, mas, tornando a assimilá-la a toda faticidade (a falência da experiência socialista na União Soviética favorece certamente a afirmação dessa posição) conceberam a alienação com um sentido genérico de alteridade humana [17] . Em uma das obras mais significativas desta tendência filosófica, os Ensaios sobre Marx e Hegel, Jean Hyppolite expôs esta posição do segunte modo:

[a alienação] não nos parece imediatamente redutível ao conceito de alienação do homem no capital exclusivamente, como entende Marx. Este é somente um caso particular de um problema mais universal, que é o da autoconsciência humana, que, incapaz de pensar a si mesma como um “cogito” separado, se encontra somente no mundo que edifica, nos outros eus que reconhece e que, as vezes, desconhece. Mas este modo de encontrar-se no outro, esta objetivação, é sempre mais ou menos uma alienação, uma perda de si e ao mesmo tempo um reencontrar-se. Assim, objetivação e alienação são inseparáveis e a sua unidade não pode ser outra coisa senão a expressão de uma tensão dialética que se vê no movimento mesmo da história. (HYPPOLITE, 1965, p. 105-106).

Marx havia contribuído para desenvolver uma crítica da sujeição humana baseada na oposição das relações de produção capitalistas [18] . Os existencialistas, ao contrário, tomaram um caminho diferente, isto é, tentaram absorver o pensamento de Marx, por meio daquelas partes de sua obra juvenil que podiam ser mais úteis as suas teses, em uma discussão privada de uma crítica histórica específica e por vezes meramente filosófica (FARACOVI, 1972, p. 28; MÉSZÁROS, 1976, p. 301-302).

4. O debate sobre o conceito de alienação nos escritos de juventude de Marx
Na discussão sobre alienação que se desenvolveu na França, o recurso às teorias de Marx foi muito frequente. Neste debate, no entanto, repetidamente foram examinados somente os [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] e não foram levadas em consideração nem mesmo as partes de O Capital a partir das quais Lukács havia construído a sua teoria da reificação nos anos Vinte. Além disto, algumas frases dos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] foram completamente separadas do seu contexto e transformadas em citações sensacionalistas com o objetivo de demonstrar a suposta existência de um “novo Marx”, radicalmente diferente daquele que até então era conhecido, mergulhado na teoria filosófica e ainda privado do determinismo econômico que alguns de seus comentadores atribuíam a O Capital, texto, para dizer a verdade, muito pouco lido por aqueles que sustentaram esta tese.

Ainda a respeito aos manuscritos de 1844, os existencialistas franceses privilegiaram grandemente a noção de autoalienação (Selbstentfremdung), isto é, o fenômeno por meio do qual o trabalhador é alienado do gênero humano e dos seus semelhantes, o que Marx havia tratado no seu escrito de juventude, mas sempre em relação à alienação objetiva.

O mesmo clamoroso erro foi cometido por um importante expoente do pensamento filosófico-político do pós-guerra. Na obra Vida Ativa, de fato, Hannah Arendt construiu sua interpretação do conceito de alienação em Marx baseando-se somente nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844]. E, além disto, privilegiando, entre as tantas tipologias de alienação indicadas por Marx, exclusivamente aquela subjetiva:

a expropriação e a alienação do mundo coincidem; e a idade moderna, contra as mesmas intenções dos seus protagonistas, começou com o alienar do mundo certos estratos da população. […] A alienação do mundo, portanto, e não a alienação de si, como pensava Marx, foi a característica distintiva da idade moderna. (HARENDT, 2009, p. 187).

Mostra de sua escassa familiaridade com as obras de maturidade de Marx é que, para assinalar os “passos pelos quais se vê como [Marx] tinha uma certa consciência das indicações no sentido da alienação mundana na economia capitalista”, Arendt indicou o artigo jornalístico de juventude. Debates sobre a lei contra os furtos de lenha, e não as dezenas de páginas a propósito, certamente muito mais significativas, de O Capital e dos seus manuscritos preparatórios. A sua surpreendente conclusão foi que: “no conjunto da obra de Marx estas considerações [tinham] um papel secundário, enquanto uma parte do primeiro plano [era] ocupada pelo extremo subjetivismo moderno.” (HARENDT, 2009, p. 274-275). Onde e de que modo, na sua análise da sociedade capitalista, Marx tenha privilegiado “a alienação de si” (HARENDT, 2009, p. 187) permanece um mistério para o qual Harendt não forneceu explicações em sua obra.

Nos anos Sessenta, a exegese da teoria da alienação contida nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] tornou-se o pomo da discórdia da interpretação geral de Marx. Neste período foi concebida a distinção entre dois supostos Marx: o “jovem Marx” e o “Marx maduro”. Esta arbitrária e artificial contraposição foi alimentada tanto por aqueles que preferiram o Marx das obras de juventude e as obras filosóficas (por exempo, a grande parte dos existencialistas), como por aqueles (entre estes Louis Althusser e quase todos os marxistas soviéticos) que afirmavam que o verdadeiro Marx seria somente aquele de O Capital.

Aqueles que aderiram à primeira tese consideraram a teoria da alienação contida nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] o ponto mais significativo da crítica marxiana da sociedade; enquanto aqueles que abraçaram a segunda hipótese mostraram, frequentemente, uma verdadeira e própria “fobia da alienação”; tentando, em um primeiro momento, minimizar a sua importância e, quando isto não foi mais possível, considerando o tema da alienação como “um pecado de juventude, um resíduo de hegelianismo” (SCHAFF, 1979, p. 27, 53), mais tarde abandonado por Marx. Os primeiros suprimiram o fato de que a concepção de alienação contida nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] tinha sido escrita por um autor de vinte e seis anos e ainda no princípio de seus estudos principais; os segundos, ao contrário, não quiseram reconhecer a importância da teoria da alienação em Marx mesmo quando, com a publicação de novas obras inéditas, tornou-se evidente que ele nunca deixou de se ocupar dela no curso de sua existência e que esta, ainda que mudada, havia conservado um lugar de relevo nas principais etapas de elaboração de seu pensamento [19].

Sustentar, como muitos fizeram, que a teoria da alienação contida nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] fosse o tema central do pensamento de Marx é uma falsicação que denota somente a escassa familiaridade com a sua obra da parte daqueles que propuseram esta tese [20] . Por outro lado, quando Marx voltou a ser o autor mais discutido e citado na literatura filosófica mundial justamente por suas páginas inéditas sobre alienação, o silêncio da União Soviética sobre este tema, e sobre as controvérisas ligadas a ele, oferece um exemplo da utilização instrumental dos seus escritos feita naquele País. De fato, a existência da alienação na União Soviética, e nos seus Países satélites, foi simplesmente negada [21] e todos os textos que tratavam desta problemática foram considerados suspeitos. Segundo Lefebvre (1977, p. 62): “na sociedade soviética não podia, não devia nunca ser questão de alienação. O conceito devia desaparecer, por ordem superior, por razão de Estado”. E, assim, até os anos Setenta, foram pouquíssimos os autores que, no chamado “campo socialista”, escreveram obras a este respeito.

Enfim, reconhecidos autores europeus também subestimaram a complexidade do fenômeno. É o caso de Lucien Goldmann que se iludiu sobre a possibilidade de superação da alienação nas condições econômico-sociais da época e declarou, no seu livro Ricerche dialettiche, que esta desapareceria, ou regrediria, graças ao simples efeito da planificação. Segundo Goldmann (1969, p. 158): “a reificação é na verdade um fenômeno estreitamente ligado à ausência de planificação e à produção para o mercado”; o socialismo soviético do Leste e as políticas keynesianas no ocidente levariam “à supressão da reificação no primeiro caso, [e] a um enfraquecimento progressivo no segundo”. A história mostrou a falácia das suas previsões.

5. O fascínio irresistível da teoria da alienação
A partir dos anos Sessenta explodiu uma verdadeira moda da teoria da alienação e, no mundo inteiro, apareceram centenas de livros e artigos sobre o tema (RIESER, 1965, p. 167). Foi o tempo da lienação tout-court. O período no qual autores, diferentes entre si por formação política e competência disciplinar, atribuíram as causas deste fenômeno à mercantilização, à excessiva especialização do trabalho, à anomia, à burocratização, ao conformismo, ao consumismo, à perda do sentido de si que se manifesta na relação com novas tecnologias; e até mesmo ao isolamento do indivíduo, à apatia, à marginalização social e étnica, e à poluição ambiental. [22]

O conceito de alienação pareceu refletir perfeitamente o espírito da época e constituiu também o terreno de encontro, na elaboração da crítica à sociedade capitalista, entre o marxismo filosófico e antissoviético e o catolicismo mais democrático e progressista. A popularidade do conceito e a sua aplicação indiscriminada, porém, criaram uma profunda ambiguidade terminológica [23]. Asim, no decorrer de poucos anos, a alienação torna-se uma fórmula vazia que englobava todas as manifestações de infelicidade humana e a despropositada ampliação da noção gerou a convicção da existência de um fenômeno tão amplo a ponto de parecer imutável [24].

Com o livro A sociedade do espetáculo de Guy Debord, que se tornou pouco tempo depois de sua publicação, em 1967, um verdadeiro manifesto de crítica social para a geração de estudantes que se revoltavam contra o sistema, a teoria da alienação alcançou a crítica da produção imaterial. Retomando as teses já avançadas por Horkheimer e Adorno, segundo as quais na sociedade contemporânea mesmo a diversão fora subsumida na esfera da produção do consenso pela ordem social existente, Debord (2008) afirmou que, nas circunstâncias presentes, o não-trabalho não podia mais ser considerado como uma esfera diferente da atividade produtiva:

Enquanto na fase primitiva de acumulação capitalista “a economia política não vê no proletário mais que o operário” que deve receber o mínimo indispensável para a conservação de sua força de trabalho, sem nunca considerá-lo “nos seus entretenimentos, na sua humanidade”; esta posição das ideias da classe dominante se reverte assim que o grau de abundância alcançado na produção de mercadorias exije um excedente na colaboração do operário. Este operário, repentinamente despojado do desprezo total que lhe é claramente expresso por todas as modalidades de organização e de supervisão da produção, encontra-se a cada dia mais fora dela, tratado aparentemente como uma grande pessoa, com uma solícita cortesia, travestido de consumidor. Agora o humanismo da mercadoria se encarrega dos “entretenimentos e da humanidade” do trabalhador, simplesmente porque a economia política pode e deve agora dominar estas esferas (DEBORD, 2008, p. 71-72; MARX, 1844/1976) [25].

Para Debord, se o domínio da economia sobre a vida social foi inicialmente manifesto através de uma “degradação do ser em ter”, na “presente fase” verificou-se um “desvio generalizado do ter em aparecer.” (DEBORD, 2008, p. 57). Tal reflexão levou-o a colocar no centro da sua análise o mundo do espetáculo: “na sociedade o espetáculo corresponde a uma fabricação concreta de alienação” (DEBORD, 2008, p. 63), O fenômeno mediante o qual “o princípio do fetichismo da mercadora […] é realizado em grau absoluto.” (DEBORD, 2008, p. 67). Nestas circunstâncias, a alienação se afirmava a ponto de tornar-se até mesmo uma experiência entuasiasmante para os indivíduos, que, levados por este novo ópio do povo ao consumo e a “reconhecer-se nas imagens dominantes” (DEBORD, 2008, p. 63), se distanciavam sempre mais, ao mesmo tempo, dos próprios desejos e existências reais:

o espetáculo é o momento no qual a mercadoria alcançou a ocupação total da vida social. […] A produção econômica moderna alarga a sua ditadura extensivamente e intensivamente. […] Neste ponto, a “segunda revolução industrial”, o consumo alienado torna-se para as massas um dever suplementar que se junta àquele da produção alienada. (DEBORD, 2008, p. 70).

Seguindo o caminho de Debord, Jean Baudrillard também utilizou o conceito de alienação para interpretar criticamente as mutações sociais que ocorreram com o advento do capitalismo maduro. Em A sociedade de consumo (1970), ele identificou no consumo o principal fator da sociedade moderna, distanciando-se assim da concepção marxiana ancorada na centralidade da produção. Segundo Baudrillard (2010, p. 234) “a era do consumo”, na qual a publicidade e as pesquisas de opinião criam necessidades fictícias e consenso de massa, transformou-se também na “era da alienação radical”:

a lógica da mercadoria se generalizou, de modo que hoje não somente regula os processos de trabalho e os produtos materiais, mas também toda a cultura, a sexualidade, as relações humanas, até os fantasmas e as pulsações individuais. […] Tudo é espetacularizado, isto é, evocado, provocado, orquestrado em imagens, sinais e modelos consumíveis. (BAUDRILLARD, 2010, p. 234).

Suas conclusões políticas, contudo, foram bastante confusas e pessimistas. Diante de um grande período de agitação social, ele acusou “os manifestantes do maio francês” de terem caído na armadilha de “super-reificar os objetos e o consumo dando-lhes um valor diabólico”; e criticou “os discursos sobre a alienação; toda a zombaria feita pelo Pop e pela antiarte”, por haver criado “uma acusação [que] faz parte do jogo: é a miragem crítica, a antifábula que coroa a fábula” (BAUDRILLARD, 2010, p. 239). Portanto, longe do marxismo, que via na classe operária o sujeito social de referência para mudar o mundo, Baudrillard encerra o seu livro com um apelo messiânico, tão genérico quanto efêmero: “aguardaremos as irrupções brutais e as desagregações repentinas que, de modo imprevisíviel, mas certo, como em maio de 1968, virão interromper esta missa branca.” (BAUDRILLARD, 2010, p. 240).

6. A teoria da alienação na sociologia norteamericana
Nos anos Cinquenta, o conceito de alienação foi assimilado também no vocabulário norteamericano. A abordagem a partir da qual este tema foi tratado, porém, era completamente diferente daquela que prevalecia na Europa. De fato, na sociologia convencional voltou-se a tratar a alienação como problemática inerente ao ser humano singular (CLARK, 1959), não às relações sociais, e a pesquisa de soluções para uma superação foi dirigida para as capacidades de adaptação dos indivíduos à ordem existente, e não às práticas coletivas que visam mudar a sociedade (SCHWEITZER, 1982).

Também nesta disciplina reinou por muito tempo uma profunda incerteza sobre uma clara e consensual definição de alienação. Alguns autores avaliaram este fenômeno como um processo positivo, como um meio de expressão da criatividade do homem, e inerente à condição humana em geral [26] . Outra característica difusa entre os sociólogos norteamericanos foi a de considerar a alienação como algo que nascia da cisão entre o indivíduo e a sociedade (SCHACHT, 1970, p. 155). Seymour Melman (1958, p. 18, 165-166), de fato, identificou a alienação na separação entre a formulação e a execução das decisões e a considerou um fenômeno que afetava tanto os trabalhadores quanto os gestores.

No artigo Uma medida da alienação, que inaugurou um debate sobre este conceito na revista American Sociological Review [Revista sociológica americana], Gwynn Nettler desenvolveu uma pesquisa com o objetivo de estabelecer uma definição. Todavia, muito longe da tradição das rigorosas investigações sobre as condições trabalhistas conduzidas pelas organizações do movimento operário, o questionário formulado por ele parecia inspirar-se mais nos cânones do macartismo da época que em uma pesquisa científica [27] . Nettler (1973), de fato, representando as pessoas alienadas como sujeitos guiados por “uma coerente manutenção de atitudes hostis e impopulares diante dos valores da família, dos meios de comunicação de massa, dos gostos da massa, da atualidade, da instrução popular, da religião convencional, da visão teleológica da vida, do nacionalismo e do sistema eleitoral” (NESTTLER, 1973, p. 229), identificou a alienação com a rejeição dos princípios conservadores da sociedade norte-americana [28].

A limitação conceitual presente no panorama sociológico norte-americano mudou após a publicação do ensaio Sobre o significado de alienação, de Melvin Seeman. Neste breve artigo, que se tornou rapidamente uma referência obrigatória para todos os estudiosos da alienação, ele catalogou aquelas que considerava suas cinco formas principais: a falta de poder; a falta de significado (isto é, a dificuldade do indivíduo em compreender os eventos nos quais está inserido); a falta de normas; o isolamento; e o estranhamento de si (SEEMAN, 1959) [29] . Este elenco mostra como também Seeman considerava a alienação sob um aspecto primeiramente subjetivo. Robert Blauner, no livro Alienação e liberdade, adotou o mesmo ponto de vista. O autor norte-americano definiu a alienação como uma “qualidade da experiência pessoal que resulta de tipos específicos de disposições sociais” (BLAUNER, 1971, p.58), ainda que o esforço dispensado na sua pesquisa o tenha levado a rastrear as causas no “processo de trabalho em organismos gigantescos e nas burocracias impessoais que saturam todas as sociedades industriais.” (BLAUNER, 1971, p. 33).

No âmbito da sociologia norte-americana, portanto, a alienação foi concebida como uma manifestação relativa ao sistema de produção industrial, independentemente se este fosse capitalista ou socialista, e, sobretudo, como uma problemática inerente à consciência humana (HEINZ, 1992, p. 217). Esta abordagem acaba por tornar marginal, ou mesmo excluir, a análise dos fatores histórico-sociais que determinam a alienação, produzindo uma espécie de hiper-psicologização da análise deste conceito, que foi assumida também por esta disciplina, bem como na psicologia, não mais como uma questão social, mas como uma patologia individual que se referia aos indivíduos singulares (GEYER, 1982, p. 141) [30].

Isto provocou uma profunda mudança da concepção de alienação. Se na tradição marxista ela representava um dos conceitos críticos mais incisivos do modo de produção capitalista, na sociologia passa por um processo de institucionalização e acaba sendo considerada um fenômeno relativo à falta de adaptação dos indivíduos às normas sociais. Do mesmo modo, a noção de alienação perde o caráter normativo que possuía na filosofia (também nos autores que consideravam a alienação como um horizonte insuperável) e se transformou em um conceito avaliativo, do qual foi removido o conteúdo originalmente crítico (GEYER; SCHWEITZER, 1981, p. XX-XXI) [31].

Outro efeito desta metamorfose da alienação foi o seu empobrecimento teórico. De fenômeno abrangente, relativo às condições de trabalho, social e intelectual do homem, ele foi reduzido a uma categoria limitada, parcelada em função das pesquisas acadêmicas (SCHWEITZER, 1996, p. 23). Os sociólogos americanos afirmaram que esta escolha metodológica tornou possível libertar a pesquisa sobre alienação das suas conotações políticas e conferir objetividade científica a ela. Na realidade, esta suposta reviravolta apolítica possuía fortes e evidentes implicações ideológicas, uma vez que por trás da bandeira da des-ideologização e da suposta neutralidade dos valores se escondia o suporte dos valores e da ordem dominante [32].

A diferença entre a concepção marxista de alienação e a dos sociólogos norte-americanos não consistia, portanto, no fato de que a primeira era política e a segunda científica, mas no fato de que os teóricos marxistas eram portadores de valores completamente diferentes dos hegemônicos, enquanto os sociólogos norte-americanos sustentavam valores da ordem social existente, habilmente mascarados como valores eternos do gênero humano (HORTON, 1973, p. 318-320). Nesta disciplina, portanto, o conceito de alienação conheceu uma verdadeira e própria distorção e começa a ser utilizado justamente pelos defensores daquelas classes sociais contra as quais tinha se chocado por muito tempo (HORTON, 1973, p. 304-305) [33].

7. O conceito de alienação em O capital e nos manuscritos preparatórios

Os escritos de Marx tiveram, obviamente, um papel fundamental para aqueles que resistiram às tendências, que surgiram no âmbito das ciências sociais, de mudança no sentido do conceito de alienação. A atenção dirigida à teoria da alienação em Marx, inicialmente concentrada nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844], deslocou-se, depois da publicação de posteriores inéditos, sobre novos textos e por meio deles foi possível reconstruir o percurso de elaboração dos escritos de juventude aos de O Capital.

Até a segunda metade dos anos 1840, Marx não havia utilizado frequentemente a palavra alienação. Com exceção de A sagrada família e de O manifesto do partido comunista, escritos com a colaboração de Engels, onde o termo foi utilizado em diversas polêmicas contra alguns exponentes da esquerda hegeliana [34] , referências a este conceito se encontram somente em um longo período de [A ideologia alemã], também escrita em conjunto com Engels:

A divisão do trabalho oferece […] o primeiro exemplo do fato que […] a ação própria do homem torna-se uma potência a ele estranha, acima dele, que o subjuga, ao invés de ser dominada por ele. […] Este fixar-se da atividade social, este consolidar-se do nosso próprio produto em um poder objetivo que nos subjuga, que cresce até fugir do nosso controle, que contradiz nossas expectativas, que aniquila os nossos cálculos, foi até hoje um dos momentos principais do desenvolvimento histórico. O poder social, isto é, a força produtiva multiplicada que se originou através da cooperação de vários indivíduos, determinada na divisão do trabalho, aparece a estes indivíduos, já que a cooperação mesma não é voluntária mas natural, não como o seu próprio poder unificado, mas como uma potência estranha, que está fora deles, que eles não sabem de onde vem e para onde vai, que portanto não podem mais dominar e que ao contrário segue sua própria sucessão de fases e de graus de desenvolvimento que é independente do querer e do agir dos homens e de fato dirige este querer e agir. Este “estranhamento”, para usar um termo compreensível aos filósofos, naturalmente somente pode ser superado sob duas condições práticas. Para que ele se torne um poder “insustentável”, isto é, um poder contra o qual se age pela via revolucionária, é necessário que ele tenha tornado a massa da humanidade de fato “privada de propriedade” e a tenha posto também em contradição com um mundo existente da riqueza e da cultura, duas condições que pressupõem um grande incremento da força produtiva, um alto grau do seu desenvolvimento. (MARX; ENGELS, 1972, p. 32-33).

Abandonado o projeto de publicar [A ideologia alemã], em Trabalho assalariado e capital, um conjunto de artigos redigidos com base nas anotações utilizadas em uma série de conferências na Liga operária alemã de Bruxelas em 1847, publicadas em 1849, Marx reapresentou a teoria da alienação, mas, não podendo dirigir-se ao movimento operário com uma noção que teria aparecido excessivamente abstrata, fez menos uso desta palavra. Ele afirmou que o trabalho assalariado não fazia parte da “atividade vital” do operário, mas representava, ao contrário, um momento de “sacrifício da sua vida”. A força de trabalho consistiria em uma mercadoria que o trabalhador seria constringido a vender “para poder viver” e “o produto da sua atividade não [seria] a finalidade da sua atividade” (MARX, 1984, p.208-209):

O operário que por doze horas tece, fia, torneia, perfura, constrói, escava, quebra as pedras, as transporta, etc., talvez considere este tecer, fiar, perfurar, tornear, construir, escavar, quebrar pedras por doze horas como manifestações da sua vida, como vida? Ao contrário. A vida começa para ele a partir do momento que esta atividade cessa, à mesa, no balcão da taberna, na cama. O significado das doze horas de trabalho não está para ele no tecer, fiar, perfurar, etc., mas somente no ganhar aquilo que lhe permite estar à mesa, no balcão da taberna, na cama. Se o bixo da seda devesse tecer para sustentar a sua existência como lagarta, seria um assalariado perfeito. (MARX, 1984, p. 209).

Até o fim dos anos Cinquenta, não existiram outras referências na obra de Marx à teoria da alienação. Após a derrota das revoluções de 1848, ele foi forçado a exilar-se em Londres e durante este período, para concentrar todas as suas energias nos estudos de economia política, com exceção de alguns breves trabalhos de caráter histórico, não publicou nenhum livro. Quando voltou a escrever sobre economia, nos [Linhas fundamentais da crítica da economia política], mais conhecidos com o nome de [Grundrisse], Marx tornou a utilizar o conceito de alienação repetidamente. Isto lembrava, em muito aspectos, o exposto nos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844], embora, graças aos estudos efetuados neste intervalo, a sua análise acabou sendo muito mais aprofundada:

O caráter social da atividade, assim como a forma social do produto e a participação do indivíduo na produção, se apresentam como qualquer coisa de estranho e de objetivo frente aos indivíduos; não como sua relação recíproca, mas como sua subordinação à relações que subsistem independentemente deles e nascem do choque dos indivíduos reciprocamente indiferentes. A troca geral das atividades e dos produtos, que se tornou condição de vida para cada indivíduo singular, o nexo que une um ao outro, se apresenta estranho a eles mesmos, independente, como uma coisa. No valor de troca a relação social entre as pessoas se transforma em relação entre coisas; a capacidade pessoal em uma capacidade das coisas. (MARX, 1997, p. 97-98) [35].

Nos [Grundrisse], portanto, a descrição de alienação adquiriu maior densidade em relação à pordução dos anos de juventude, uma vez que foi enriquecida pela compreensão de importantes categorias econômicas e de uma análise social mais rigorosa. Ao lado do nexo entre alienação e valor de troca, entre as passagens mais brilhantes que delinearam as características deste fenômeno da sociedade moderna figuram também aquelas nas quais a alienação foi relacionada à contraposição entre capital e “força de trabalho viva”:

As condições objetivas do trabalho vivo se apresentam como valores separados, autonomizados frente à força de trabalho viva como existência subjetiva […], são pressupostas como uma existência autônoma frente a ela, como a objetividade de um sujeito que se distingue da força de trabalho vivo e se contrapõe a ela autonomamente; a reprodução e a valorização, ou seja, o alargamento destas condições objetivas é por isso ao mesmo tempo a reprodução e a nova produção deste enquanto riqueza de um sujeito que é estranho, indiferente e se contrapõe automamente à força de trabalho. O que é reproduzido e novamente produzido não é somente a existência destas condições objetivas do trabalho vivo, mas a existência de valores autônomos, ou seja, pertencentes a um sujeito estranho, oposto a esta força de trabalho viva. As condições objetivas do trabalho adquirem uma existência subjetiva frente à força de trabalho viva – do capital nasce o capitalista. (MARX, 1997, p. 22-23).

Os [Grundrisse] não foram o único texto da maturidade de Marx no qual a descrição da problemática da alienação ocorre com frequência. De fato, cinco anos após sua composição ela retornou em [O Capital: Livro I, capítulo VI inédito], manuscrito no qual a análise econômica e a análise política da alienação estão mais relacionadas entre si: “o domínio dos capitalistas sobre os operários não é senão o domínio das condições de trabalho autonomizadas contra e frente ao trabalhador.” (MARX, 1969, p. 20).

Nestes esboços preparatórios de O capital, Marx colocou em evidência que na sociedade capitalista, mediante “a transposição das forças produtivas sociais de trabalho em propriedades materiais de capital” (MARX, 1969, p. 94), realiza-se uma verdadeira e própria “personificação das coisas e reificação das pessoas”, ou seja, cria-se uma aparência a partir da qual “não os meios de produção, as condições materiais de trabalho, que aparecem submissas ao trabalhador, mas ele àquelas” (MARX, 1969, p. 90) [36] . Na realidade, a seu ver:

O capital não é uma coisa do mesmo modo que o dinheiro não o é. Em um como no outro, determinadas relações sociais de produção entre pessoas aparecem como relações entre coisas e pessoas, ou seja, determinadas relações sociais aparecem como propriedades sociais naturais de coisas. Sem trabalho assalariado, não há produção de mais-valia uma vez que os indivíduos se enfrentam como pessoas livres; sem produção de mais-valia, não há produção capitalista; portanto não há capital e não há capitalistas! Capital e trabalho assalariado (como nós chamamos o trabalho do operário que vende a própria capacidade de trabalho) exprimem dois fatores da mesma relação. O dinheiro não pode tornar-se capital se não é intercambiável pela força de trabalho que o operário vende como mercadoria; por outro lado pode aparecer como trabalho assalariado somente no momento em que as suas próprias condições objetivas se lhe opõem como potências autônomas, propriedade estranha, valor existente para si e preso a si mesmo; em suma, como capital. (MARX, 1969, p. 37).

No modo de produção capitalista o trabalho humano tornou-se um instrumento do processo de valorização do capital, que “ao incorporar a força de trabalho viva às suas partes componentes objetivas […] torna-se um monstro animado, e começa a agir como se tivesse amor dentro do corpo.”(MARX, 1969, p 39). Este mecanismo se expande em escala sempre maior, até que a cooperação no processo produtivo, as descobertas científicas e o emprego da maquinaria, ou seja, os progressos sociais gerais criados pela coletividade tornam-se forças do capital que aparecem como propriedades pertencentes naturalmente a ele e se tornam estranhas frente aos trabalhadores como ordem capitalista:

as forças produtivas […] desenvolvidas pelo trabalho social […] se reapresentam como forças produtivas do capital. […] A unidade coletiva na cooperação, a combinação na divisão do trabalho, o emprego das energias naturais e das ciências, dos produtos do trabalho como maquinário – tudo isto se contrapõe aos operários individuais, de modo autônomo, como qualquer coisa de estrangeira, de objetiva, de preexistente, sem e frequentemente contra a sua contribuição ativa, como pura forma de existência dos meios de trabalho independentes deles e que exercitam sobre eles o próprio domínio; e a inteligência e a vontade da oficina coletiva encarnada no capitalista e nos seus subalternos, na medida em que a oficina coletiva se baseia sobre a sua combinação, se lhe contrapõem como funções do capital que vive no capitalista. (MARX, 1969, p 90).

É mediante este processo, portanto, que, segundo Marx, o capital torna-se qualquer coisa de “terrivelmente misterioso”. E ocorre deste modo que “as condições de trabalho se acumulam como forças sociais que se elevam diante do operário e, desta forma, são capitalizadas.” (MARX, 1969, p. 96).

A difusão, a partir dos anos Sessenta do século passado, de [O Capital: Livro I, capítulo VI inédito] e, sobretudo, dos [Grundrisse] abre caminho para uma concepção de alienação diferente da noção hegemônica na sociologia e na psicologia, cuja compreensão estava voltada para sua superação prática, ou seja, para a ação política dos movimentos sociais, partidos e sindicatos, direcionada para mudar radicalmente as condições trabalhistas e de vida da classe operária. A publicação daquela que, depois dos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] nos anos Trinta, pode ser considerada a “segunda geração” dos escritos de Marx sobre alienação forneceu não apenas uma base teórica coerente para uma nova temporada de estudos sobre a alienação, mas, sobretudo, uma plataforma ideológica anticapitalista ao extraordinário movimento político e social que explodiu no mundo naquele período. Com a difusão de O Capital e dos seus manuscritos preparatórios, a teoria da alienação saiu dos trabalhos dos filósofos e das aulas universitárias para irromper, através das lutas operárias, nas praças e tornar-se crítica social.

8. Fetichismo das mercadorias e desalienação
Uma das melhores descrições de alienação feita por Marx é aquela contida no cérebre parágrafo O caráter fetichista da mercadoria e o seu mistério em O capital. Neste parágrafo ele coloca em evidência que, na sociedade capitalista, os homens são dominados pelos produtos que criaram e vivem em um mundo no qual as relações recíprocas aparecem “não como relações imediatamente sociais entre pessoas […] mas como, relações de coisas entre pessoas e relações sociais entre coisas.” (MARX, 1969, p. 105). Mais precisamente:

O misterioso da forma mercadoria consiste […] no fato de que tal forma, como um espelho, reflete aos homens a imagem das características sociais de seu próprio trabalho, como propriedades sociais naturais daquelas coisas e, por isso, também reflete a relação social dos produtores com o trabalho total como uma relação social existente fora deles, entre objetos. Por meio desse quid pro quo os produtos do trabalho se tornam mercadorias, coisas físicas metafísicas ou sociais. […] que para eles aqui assume a forma fantasmagórica de uma relação entre coisas. Por isso, para encontrar uma analogia, temos de nos deslocar à região nebulosa do mundo da religião. Aqui, os produtos do cérebro humano parecem dotados de vida própria, figuras autônomas, que mantêm relações entre si e com os homens. Assim, no mundo das mercadorias, acontece com os produtos da mão humana. Isso eu chamo o fetichismo que adere aos produtos de trabalho, tão logo são produzidos como mercadorias, e que, por isso, é enseparável da produção de mercadorias. (MARX, 1969, p. 104-105).

Desta definição emergem características precisas que traçam uma clara linha divisória entre a concepção de alienação em Marx e aquela presente em grande parte dos autores examinados neste ensaio. O fetichismo, de fato, não foi concebido por Marx como uma problemática individual, ao contrário, sempre foi considerado um fenômeno social. Não é uma manifestação da alma, mas um poder real, uma dominação concreta, que se realiza, na economia de mercado, depois da transformação do objeto em sujeito. Por este motivo, ele não limitou a própria análise da alienação ao desconforto do ser humano individual, mas analisou os processos sociais que estavam na sua base, em primeiro lugar a atividade produtiva. Para Marx, além disso, o fetichismo se manifesta em uma realidade histórica precisa da produção, aquela do trabalho assalariado, e não está vinculado à relação entre a coisa em geral e o homem, mas àquilo que se verifica entre este e um determinado tipo de objetividade: a mercadoria.
Na sociedade burguesa as propriedades e as relações humanas se transformam em propriedades e relações entre coisas. A teoria que, depois da formulação de Lukács, foi designada com o nome de reificação ilustrava este fenômeno do ponto de vista das relações humanas, enquanto o conceito de fetichismo tratava do ponto de vista das mercadorias. Ao contrário do que foi sustentado por aqueles que negam a presença de reflexões sobre a alienação na obra madura de Marx, a concepção de alienação não foi substituída pelo fetichismo das mercadorias, porque este representa somente um aspecto particular dela (SCHAFF, 1979, p. 149-150).

O avanço teórico de Marx com relação à concepção de alienação a partir dos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844] até O capital não consiste, porém, somente em uma descrição mais precisa, mas também em uma elaboração diferente e mais completa das medidas consideradas necessárias para sua superação. Se em 1844 Marx havia considerado que os seres humanos eliminariam a alienação mediante a abolição da produção privada e da divisão do trabalho, em O capital, e nos seus manuscritos preparatórios, o percurso indicado para construir uma sociedade livre da alienação torna-se muito mais complexo.

Marx considerava o capitalismo como um sistema no qual os trabalhadores são subjugados pelo capital e pelas suas condições, mas ele estava também convencido do fato de que este havia criado as bases para uma sociedade mais avançada e que a humanidade poderia prosseguir no caminho do desenvolvimento social generalizando os produtos benéficos deste novo modo de produção. Segundo Marx, um sistema que produz um enorme acúmulo de riqueza para poucos e espoliação e exploração para a massa de trabalhadores, deve ser substituído por “uma associação de homens livres que trabalhem com meios de produção comuns e gastem conscientemente as suas muitas forças de trabalho individuais como uma só força de trabalho social.” (MARX, 1969, p. 110).

Este tipo diverso de produção se diferenciaria daquele baseado sobre o trabalho assalariado, uma vez que colocaria os seus fatores determinantes sob o governo coletivo, assumindo um caráter imediatamente geral e transformando o trabalho em uma verdadeira atividade social. É uma concepção de sociedade nos antípodas do bellum omnium contra omnes de Thomas Hobbes. E a sua criação não é um processo meramente político, mas envolve necessariamente a transformação radical da esfera da produção. Como Marx escreveu nos manuscritos que depois se tornaram [O capital. Livro III]:

de fato, o reino da liberdade começa somente quando cessa o trabalho determinado pela necessidade e pela finalidade externa; se encontra portanto, por sua natureza, além da esfera da verdadeira e própria produção material. Como o selvagem deve lutar com a natureza para satisfazer as suas necessidades, para conservar e para reproduzir a sua vida, assim deve fazer também o homem civil, deve fazê-lo em todas as formas da sociedade e sob todos os possíveis modos de produção. Na medida em que ele se desenvolve, o reino das necessidades naturais se expande, porque se expandem as suas necessidades, mas ao mesmo tempo se expandem as forças produtivas que satisfazem estas necessidades. A liberdade neste campo somente pode consistir nisto: que o homem socializado, isto é, os produtores associados, regulam racionalmente este seu inter câmbio orgânico com a natureza, conduzindo-o sob seu controle comum, ao contrário de serem por ele dominados como uma força cega; que eles executam a sua tarefa com o menor emprego possível de energia e nas condições mais adequadas a sua natureza humana e mais digna dela. MARX, 1965, p. 933). [37]

Esta produção de caráter social, juntamente com os progressos tecnológicos e científicos e a consequente redução da jornada de trabalho, cria as possibilidades para o nascimento de uma nova formação social, na qual o trabalho coercitivo e alienado, imposto pelo capital e subsumido pelas suas leis, é progressivamente substituído por uma atividade criativa e consciente, não imposta pela necessidade; e na qual as relações sociais tomam o lugar da troca indiferente e acidental em função das mercadorias e do dinheiro. Não é mais o reino da liberdade do capital, mas aquele da autêntica liberdade humana do indivíduo social.

Tradução: Luciana Aliaga

Referências
1. Na introdução ao livro de Richard Schacht, Alienation, Walter Kaufmann (1970, p. XVII) notou como poderia revelar-se realmente “pouco crível que a moda da alienação tivesse derivado de um início tão pouco promissor.”
2. Ele foi traduzido por Kostas Axelos e Jacqueline Bois com o título Histoire et conscience de classe, Minuit, Paris 1960.
3. Na realidade, Marx já havia utilizado o conceito de alienação no ensaio, Para a crítica da filosofia do direito de Hegel, publicado nos Deutsch-Französische Jahrbücher [Anais franco-alemães] alguns meses antes da escrita dos [Manoscritti economico-filosofici del 1844]. Naquele texto, ele havia justificado a necessidade de passar da crítica da religião aquela do mundo real: “a tarefa da história, depois que o outro mundo da verdade se desvaneceu, é estabelecer a verdade deste mundo. A tarefa imediata da filosofia, que está a serviço da história, é desmascarar a auto-alienação humana nas suas formas não sagradas, agora que ela foi desmascaradana sua forma sagrada. A crítica do céu transforma-se deste modo em crítica da terra, a crítica da religião em crítica do direito, e a crítica da teologia em crítica da política.” (MARX, [1844] 1976, p. 191).
4. Nos escritos de Marx aparece tanto o termo Entfremdung como Entäusserung. As duas noções, que em Hegel tinham significados diferentes, foram utilizadas por Marx como sinônimos. (D’ABBIERO, 1970, p. 25-7).
5. Esta elaboração amadureceu também graças à influência do pensamento de Moses Hess. De fato, no artigo A essência do dinheiro ele argumentou que a alienação religiosa tinha sua explicação no mundo econômico e social. Cfr. Hess (1988, p. 209): “deus é somente o capital idealizado, o céu é somente o mundo dos comerciantes idealizado”, (HESS, 1988, p. 212)e: “Aquilo que deus representa para a vida teórica, o dinheiro representa para a vida prática do mundo invertido: a faculdade alienada do homem, a sua atividade vital mercantilizada.”(HESS, 1988, p. 209).
6. Sobre isto consultar o estudo de Ollman (1971, p. 136-52).
7. A partir da versão de Ser e tempo de Pietro Chiodi, em língua italiana este termo foi quase sempre traduzido com a palavra deiezione.
8. No Prefácio de 1967 a História e consciência de classe, Lukács observou que em Heidegger a alienação tornara-se um conceito politicamente inofensivo que “sublima[va] a crítica social em uma crítica puramente filosófica”(LUKÁCS, 197, p. XXV). Heidegger tentou também alterar o próprio significado da concepção marxiana de alienação. Na Carta sobre o Humanismo (Lettera sull’“umanismo” Adelphi, Milano 1995), de fato, ele elogiou Marx porque nele a “alienação alcança uma dimensão essencial da história”, p. 336, posição que acaba por ser uma falsificação clamorosa já que não está presente em nenhum dos escritos de Marx.
9. Consultar, por exemplo, o seu texto Nuove fonti per la fondazione del materialismo storico (1975), que apareceu logo após a publicação dos [Manuscritos econômico-filosóficos de 1844].
10. Com esta expressão Marcuse se referia ao trabalho físico e ao esforço penoso*, não ao trabalho tout court. A propósito consultar Jervis (2001, p. 28).
* O autor utiliza aqui o termo “travaglio” que não tem paralelo no português (N. do T.)
11. Da mesma opinião foi Georges Friedmann (1956), para o qual a superação da alienação somente é possível depois da libertação do trabalho. Do mesmo autor consultar também Problemi umani del macchinismo industriale (1971).
12. Neste mesmo sentido faz a seguinte afirmação: a “racionalidade libidinal não somente [é] compatível com o progresso em direção a formas superiores de liberdade civil, mas também [está] apta a promover estas últimas”, (MARCUSE, 2001, p. 216-7). Sobre a relação entre técnica e progresso indica-se também o trabalho de Kostas Axelos (1963). O autor defendeu esta tese: “tudo o que aliena o homem era, e é, devido seja ao não desenvolvimento das forças produtivas […], seja ao subdesenvolvimento da técnica”, (Kostas Axelos, 1963 p. 352-3. Enfim, sobre estes temas indica-se o magistral livro de Harry Braverman Lavoro e capitale monopolístico (1978), no qual o autor segue os princípios “daquela visão marxista que combate não a ciência e a tecnologia enquanto tais, mas somente o modo pelo qual são utilizadas e reduzidas a instrumentos de domínio, com a criação, a manutenção e o aprofundamento de um abismo entre as classes sociais.” (BRAVERMAN, 1978, p. 6).
13. “de fato o homem primordial estava melhor, uma vez que ignorava quaisquer restrições pulsionais. Em compensação a sua segurança de gozar a longo prazo de tal felicidade era muito exígua. O homem civil trocou uma parte de sua possibilidade de felicidade por um pouco de segurança.” (FREUD, 1971, p. 250).
14. Sobre este ponto consultar Alberto Izzo (1973, p. 37-38).
15. A este respeito deve se fazer referência também a Richard Schacht , que evidenciou como Fromm se referiu “a quase tudo que desaprova[va] como um exemplo de alienação”, Schacht (1970, p. 139): “Sempre que ele [Fromm] sent[ia] que qualquer coisa não é como deveria ser, ele a descrevia como alienação”, Schacht, (1970, p. 116). A aplicação indiscriminada deste termo “a qualquer esfera da vida contemporânea”, Schacht, (1970, p. 118, fez desaparecer o seu “conteúdo conceitual específico” e o transformou em qualquer coisa que indicasse uma mera “insatisfação”, Schacht, 1970, p. 140. A incapacidade de compreender o caráter específico do trabalho alienado se manifestou também quando Fromm voltou a escrever sobre alienação em um ensaio de 1965. Ele, de fato, afirmou: “deve-se analisar o fenômeno da alienação na sua relação com o narcisismo, a depressão, o fanatismo, a idolatria para compreendê-lo completamente”, Fromm, (1965, p. 221).
16. Sebbene i filosofi esistenzialisti si servirono spesso di questo concetto, esso non è presente nei loro testi così diffusamente ed uniformemente come generalmente ritenuto. (SCHACHT, 1970, p. 232).
17. Para uma comparação entre as diferentes concepções de alienação em Hegel, Marx e nos filósofos existencialistas indica-se Pietro Chiodi (1963).
18. Cfr. George Lichtheim (1968, p. 266), que escreveu: “[a] alienação (que os pensadores românticos atribuíram ao aumento da racionalidade e à especialização da existência) foi atribuída por Marx à sociedade e especificamente à exploração do trabalhador por parte do não-trabalhador, ou seja, o capitalista. […]. Diferente dos pensadores românticos e dos seus predecessores iluministas do século XVIII, Marx atribuiu esta desumanização não à divisão do trabalho em si, mas à forma histórica que havia tomado sob o capitalismo”.
19. Criticando a posição de Althusser, Pier Aldo Rovatti notou que o problema do célebre marxista francês a respeito do debate sobre alienação em Marx era simplesmente “textual”, já que: “todos os althusserianos ignoram ou querem ignorar a existência dos Grundrisse [… onde] a alienação reaparece como o fundamento da relação de produção capitalista, a origem do fetichismo”. A seu ver, portanto, “já não basta[va] o álibe do jovem Marx […], diante daquele tratado sobre alienação (desenvolvida e historicizada em comparação aos Manuscritos de 1844) que são os Grundrisse”. (ROVATTI, 1973, p. 13, 17-18).
20. Sobre isto cfr. Daniel Bell (1973, p. 89), que afirmou “atribuir este conceito a Marx como seu tema central é somente criar mais um mito”.
21. Exceção relevante desta atitude foi a do estudioso polonês Adam Schaff, que no livro Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1965, põe em evidência como a abolição da propriedade privada dos meios de produção não comportava o desaparecimento automático da alienação, uma vez que nas sociedades “socialistas” o trabalho conservava o caráter de mercadoria.
22. Neste contexto alienação torna-se também “uma mercadoria intelectual no mercado acadêmico”, um tema muito em voga sobre o qual escrever livros e, portanto, um instrumento eficaz e funcional para fazer carreira no mundo universitário (SCHWEITZER, 1996, p. 26).
23. Cfr. Joachim Israel, (1971, p. 258) e Schacht, (1970, p. LIX) que notou que “não existia quase nenhum aspecto da vida contemporânea que não tivesse sido discutido em termos de ‘alienação’”. Também Peter C. Ludz, Alienation as a Concept in the Social Sciences, no ensaio publicado em (1973),e depois reeditado em Felix Geyer e David Schweitzer (Ed.). Theories of Alienation (1976), observou que “a popularidade do conceito serv[iu] para incrementar a existente ambiguidade terminológica”, (LUDZ, 1976, p. 3). A pluralidade de temáticas que foi associada a alienação é presumível também pelas numerosas problemáticas enfrentadas pelos autores do livro de Joseph Gabel, Bernard Rousset eTrinh van Thao (Ed.). L’alienation aujourd’hui (1974).
24. Cfr. David Schweitzer, (1982, p. 57), para o qual “o verdadeiro significado de alienação é frequentemente diluído até o ponto de uma ausência virtual de significado”. Na primeira metade dos anos Sessenta, dois autores haviam denunciado esta situação e propuseram não utilizar mais este conceito: cfr. Naville (1964, p. 161-4) e Arnold Kaufmann (1965, 143, 162), segundo o qual esta noção tornara-se “fonte de supérflua confusão sociológica” e deveria ser “substituída por qualquer coisa mais claramente específica e empiricamente relevante”.
25. As palavras entre aspas foram tiradas dos [Manuscritos Econômico-Filosóficos de 1844] de Marx.
26. Expressão exemplar desta posição é o texto de Walter Kaufmann, The inevitability of alienation (1970, p. XVII): “uma vida sem estranhamento é quase inútil; o que importa é aumentar a capacidade de suportar a alienação.”
27. Entre as questões formuladas pelo autor a uma amostra de sujeitos considerados propensos a “orientações alienadas”, estavam os seguintes quesitos: “você gosta de assistir televisão? O que você acha dos novos modelos dos automóveis americanos? Você lê Reader’s Digest? […] Participa de livre e espontanea vontade das atividades da igreja? Os esportes nacionais te interessam (futebol, basebol)?”, (NESTTLER, 1973, p. 231). Nettler considera, convencido de que uma resposta negativa a tais perguntas constituissem uma prova da alienação, “que deviam deixar poucas dúvidas sobre o fato de que esta escala [os seus quesitos – MM] meçam uma dimensão do estranhamento da nossa sociedade.” (NESTTLER, 1973, p. 231).
28. Para provar tal argumentação, Nettler notou que “à pergunta: ‘gostaria de viver sob uma forma de governo diversa da atual?’, todos responderam de modo probabilístico e nenhum com aberta rejeição”, p. 229. Ele foi ainda mais longe nas conclusões do seu ensaio, no qual afirmou “que a alienação [estava] ligada à criatividade. Supõe-se que os cientistas e os artistas […] são indivíduos alienados. […] Que a alienação está relacionada ao altruísmo [… e] que o […] estranhamento conduza ao comportamento criminal.” (NETTLER, 1973, p. 232-3).
29. Em 1972 Seeman revê a sua classificação e lhe acrescenta um sexto ponto: o “estranhamento cultural”. O artigo de Seeman, no entanto, certamente não resolve o problema da indefinição do termo. Joachim Israel (1971, p. 259), de fato, observou sarcasticamente: “acho difícil compreender porque se define alienação como falta de poder, falta de normas, falta de significado, etc. Não seria mais simples usar diretamente o termo falta de poder, falta de normas, etc.?”
30. Para uma crítica das consequências políticas desta abordagem cfr. Schweitzer e Geyer (1981, p. 12): “realocando o problema da alienação no indivíduo, a solução do problema também tende a ser posta sobre o indivíduo: ou seja, devem ser feitas adaptações e ajustes individuais em conformidade às estruturas e valores dominantes”; e Schweitzer (1996, p. 28). A mesma matriz cultural possuem todas as supostas estratégias de desalienação, promovidas pelas administrações empresariais, existentes sob o nome de “relações humanas”. No livro de James W. Rinehart, The tiranny of work: alienation and the labour process (1987), chama a atenção para como estas estratégias, longe de humanizar a atividade de trabalho, são funcionais para as exigências patronais e visam exclusivamente intensificar o trabalho e reduzir os custos para sua empresa.
31. A este respeito consultar também Arthur Fischer (1970, p. 13 e seguintes)
32. Segundo Marcuse, com esta escolha de campo “a sociologia renuncia[va] ao seu ponto de vista. A sociedade tornou-se uma realidade a ser estudada como qualquer outro campo de investigação científica […], as mais amplas visões dos conceitos filosóficos deveriam ser deixadas de lado”. A seu ver, além disto, esta era uma posição claramente política, uma vez que: “ a aceitação do princípio da invariabilidade das leis sociais educará os homens na disciplina e na obediência à ordem social existente, e tornará mais fácil a sua resignação diante de tal ordem”. (MARCUSE, 1969, p. 381).
33. Tal abordagem foi orgulhosamente exibida por Irving Louis Horowitz no artigo The strange career of alienation: how a concept is transformed without permission of its founders (1996) na qual o autor norte-americano sustenta que “a alienação é agora parte da tradição das ciências sociais mais que dos protestos sociais. […] Termos como ‘ser alienado’ não são mais, nem menos, carregados de valores que termos como ‘ser integrado’”. Segundo Horowitz, o conceito de alienação se tornou “um todo unificado com as noções de condição humana [… e] hoje [existe um] uso de alienação como força positiva, não negativa. Ao invés de ver a alienação como um estranhamento da essência natural do ser humano, como resultado de um conjunto cruel de exigências industriais-capitalistas, a alienação torna-se um direito inalienável, uma fonte de energia criativa para alguns e uma expressão de excentricidade pessoal para outros.” (HOROWITZ, 1996, p. 18).
34. As passagens de A sagrada família, em Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, nas quais Marx (e Engels) trataram o tema da alienação foram três: “a classe proprietária e a classe do proletariado apresentam a mesma autoalienação humana. Todavia, a primeira classe, nesta autoalienação, se sente à vontade e confirmada, sabe que a alienação consiste no seu próprio poder e possui nesta a aparência de uma existência humana; a segunda classe, na alienação, se sente aniquilada, vê nela a sua impotência e a realidade de uma existência desumana, (MARX; ENGELS, 1972, p. 37); os “trabalhadores […das] oficinas de Manchester e de Lyon […] sabem que propriedade, capital, dinheiro, trabalho assalariado e similares, não são de fato quimeras; mas produtos muito práticos, muito objetivos, da sua autoalienação, e que, portanto, devem necessariamente ser removidos de um modo prático, objetivo”, (MARX; ENGELS, 1972, p. 57); “a massa se volta contra a própria penúria voltando-se contra os produtos autonomamente existentes da sua autodegradação, assim como o homem, voltando-se contra a existência de deus, se volta contra a sua própria religiosidade. Mas, desde que aqueles autoestranhamentos práticos da massa existem no mundo real de modo externo, ela deve necessariamente combater as mesmas de maneira externa. Ela não pode de fato considerar que estes produtos do seu estranhamento são apenas fantasmagorias ideais, simples estranhamentos da autoconsciência, e não pode querer aniquilar a alienação material com uma ação puramente interior, espirituralista”, (MARX; ENGELS, 1972, p. 91). No Manifesto do partido comunista, Marx (1973, p. 510) utilizou o termo em um único caso “os literatos alemães escreveram os seus absurdos filosóficos sob os originais franceses. Por exemplo, sob acrítica francesa das relações monetárias escreveram “alienação da essência humana.”
35. Karl Marx, 1997, p. 97-8). In un altro passaggio dei [Grundrisse] dedicato alla descrizione del fenomeno dell’alienazione si legge: «strappate alla cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone».
36. Sobre este manuscrito de Marx indica-se Camatte (1976); e também Napoleoni (1972).
37. É intenção do autor desenvolver em um outro ensaio algumas observações críticas sobre o caráter incompleto, e parcialmente contraditório, do processo de desalienação dos trabalhadores na obra de Marx.

Bibliography
AXELOS, K. Marx pensatore della técnica. Milano: Sugarco, 1963.
BAUDRILLARD, J. La società dei consumi. Bologna: Il Mulino, 2010.
BELL, D. La riscoperta dell’alienazione. In: IZZO, A. (Ed.). Alienazione e sociologia. Milano: Franco Angeli, 1973. p. 86-107.
BLAUNER, R. Alienazione e libertà. Torino: FrancoAngeli, 1971.
BRAVERMAN, H. Lavoro e capitale monopolístico. Torino: Einaudi, 1978.
CAMATTE, J. Il capitale totale, Bari: Dedalo, 1976.
CAMUS, A. Lo straniero. Milano: Bompiani, 2001.
CHIODI, P. Il concetto di alienazione nell’esistenzialismo. Rivista di Filosofia, v. 54, n. 40, p. 419-45,1963.
CLARK, J. P. Measuring alienation within a social system. American Sociological Review, v. 24, n. 6, p. 849-852, 1959.
D’ABBIERO, M. Alienazione in Hegel: usi e significati di entäusserung, entfremdung veräusserung. Roma: Edizioni dell’Ateneo, 1970.
FARACOVI, O. P. Il marxismo francese contemporaneo. Milano: Feltrinelli,1972.
FISCHER, A. Die entfremdung des Menschen in einer heilen gesellschaft: meterialien zur adaption und denunziation eines begriffs. München: Juventa, 1970.
FREUD, S. Il disagio della civiltà. Torino: Boringhieri, 1971.
FRIEDMANN, G. Le travail en miettes. Paris: Gallimard, 1956.
______. Problemi umani del macchinismo industriale. Torino: Einaudi, 1971.
FROMM, E. L’uomo secondo Marx. In: IZZO, A. (Ed.). Alienazione e sociologia. Milano: Franco Angeli, 1973. p. 108-131.
______. Psicoanalisi della società contemporanea. Milano: Edizioni di Comunità, 1981.
______. The application of humanist psychoanalysis to Marx’s theory. In: ______. (Ed.). Socialist humanism. New York: Doubleday & Company, 1965. p. 207-222.
GABEL, J.; ROUSSET, B.; HAO, T-Van. (Ed.). L’alienation aujourd’hui. Paris: Anthropos, 1974.
GEYER, F. A general systems approach to psychiatric and sociological de-alienation. In: SHOHAM, G. (Ed.). Alienation and anomie revisited. Tel Aviv: Ramot, 1982. p. 139-174.
______.; SCHWEITZER, D, (Ed.). Theories of alienation. Leiden: Martinus Nijhoff, 1976.
GOLDMANN, L. La reificazione. Ideologie, n. 8, p.122-165, 1969.
HARENDT, A. Vita activa. Milano: Bompiani, 2009.
HEIDEGGER, M. Essere e tempo, Milano: Longanesi, 2005.
______. Carta sobre o humanismo. Milano: Adelphi, 1995. (Título original: Lettera sull’umanismo).
HEINZ, W. R. Changes in the methodology of alienation research. In: GEYER, F.; HEINZ, W. R. Alienation, society, and the individual. New Brunswick; London: Transaction, 1992.
HESS, M. L’essenza del denaro. In: ______. Filosofia e socialismo: scritti 1841-1845. Lecce: Milella, 1988. p. 203-227.
HORKHEIMER, M. ; ADORNO, T. W. Dialettica dell’illuminismo. Torino: Einaudi, 2010.
HOROWITZ, I. L. The strange career of alienation: how a concept is transformed without permission of its founders. In: GEYER, F. (Ed.). Alienation: ethnicity and postmodernism. London: Greenwood, 1996. p. 17-20.
HORTON, J. La disumanizzazione dell’anomia e dell’alienazione: un problema di ideologia della sociologia. In: IZZO, A. (Ed.). Alienazione e sociologia. Milano: Franco Angeli, 1973. p. 303-324.
HYPPOLITE, J. Saggi su Marx e Hegel. Milano: Bompiani, 1965.
ISRAEL, J. Alienation from Marx to modern sociology. Boston: Allyn and Bacon, 1971.
IZZO, A. Introduzione: il problema dell’alienazione nella storia del pensiero sociologico. In: ______.(Ed.). Alienazione e sociologia. Milano: Franco Angeli, 1973. p. 37-38.
JERVIS, G. Introduzione. In: MARCUSE, H. Eros e civiltà. Torino: Einaudi, 2001.
KAUFMANN, A. On alienation. Inquiry, v. 8, n. 1, p. 141-165, 1965.
KAUFMANN, W. The inevitability of alienation. In: SCHACHT, R. Alienation. Garden City, NY: Doubleday, 1970. p. XV-LVIII.
KOJEVE, A. Introduzione alla lettura di Hegel. Milano: Adelphi, 1986.
LEFEBVRE, H. Critica della vita quotidiana. Bari: Dedalo, 1977. V. 1.
LICHTHEIM, G. Alienation. In: SILLS, D. (Ed.). International encyclopedia of the social sciences. New York: Crowell – Macmillan Inc 1968. V. 1. p. 264-268.
LUDZ, P. C. Alienation as a concept in the social sciences. Current Sociology, v. 21, n. 1, p. 9-42, 1973.
______. Alienation as a concept in the social sciences. Current Sociology, v. 2, n. 1, p. 9-42, 1973.
______. Alienation as a concept in the social sciences. In: GEYER, F.; David SCHWEITZER (Ed.). Theories of alienation. Leiden: Martinus Nijhoff, 1976. p. 3-37.
LUKÁCS, G. Storia e coscienza di classe. Milano: Sugar, 1971.
MARCUSE, H. Nuove fonti per la fondazione del materialismo storico. In: ______. Marxismo e rivoluzione: studi 1929-1932. Torino: Einaudi, 1975.
MARCUSE, H. Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica. In: ______. Cultura e società. Torino: Einaudi, 1969.
MARX, K. Grundrisse, Firenze: La Nuova Italia, 1997. V.1.
______. Il capitale. Roma: Editori Riuniti, 1965. V. 3.
______. Lavoro salariato e capitale. In: MARX, K.; ENGELS, F. Opere complete. Roma: Editori Riuniti, 1984, V. 9.
______. Il capitale. Roma: Editori Riuniti, 1964. V. 1.
______. Il capitale: libro I, capitolo VI inedito. Firenze: La Nuova Italia, 1969.
______. L’alienazione. Editado por Marcello Musto. Roma: Donzelli , 2010.
______. L’ideologia tedesca. Roma: Editori Riuniti, 1972.
______. Manoscritti economico-filosofici del 1844. In: ______.; ENGELS, F. Opere complete. Roma: Editori Riuniti, 1976. V. 3.
______. Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. In: ______.; ENGELS, F. Opere complete. Roma: Editori Riuniti, 1976. V. 3.
MELMAN, S. Decision-making and productivity. Oxford: Basil Blackwell, 1958.
MÉSZÁROS, I. La teoria dell’alienazione in Marx. Roma: Editori Riuniti, 1976.
NAPOLEONI, C. Lezioni sul capitolo sesto inedito di Marx. Torino: Boringhieri, 1972.
NAVILLE, P. Aliénation et exploitation. Cahiers d’Etude des Sociétés Industrielles et de l’Automation, n. 6, p. 161-164, 1964.
NETTLER, G. Una proposta per misurare l’alienazione. In: IZZO, A. (Ed.). Alienazione e sociologia. Milano: Franco Angeli, 1973. p. 223-238.
OLLMAN, B. Alienation. Cambridge: Cambridge University Press, 1971.
PERLMAN, F. Il feticismo delle merci, Milano: Lampugnani Nigri, 1972.
RIESER, V. Il cocetto di alienazione in sociologia. Quaderni di sociologia, v. 14, p. 131-170, Aprile-Giugno, 1965.
RINEHART, J. W. The tiranny of work: alienation and the labour process. Toromnto: Harcourt Brace Jovanovich, 1987.
ROVATTI, P. A. Introduzione. In: RANCIÈRE, J. Critica e critica dell’economia politica. Milano: Feltrinelli, 1973.
RUBIN, I. I. Saggi sulla teoria del valore di Marx. Milano: Feltrinelli, 1976.
SARTRE, J-P. La nausea. Milano: Mondadori, 1977.
SCHAFF, A. L’alienazione come fenomeno sociale. Roma: Editori Riuniti, 1979.
SCHWEITZER, D. Alienation, de-alienation, and change: a critical overview of current perspectives in philosophy and the social sciences. In: SHOHAM, G. (Ed.). Alienation and anomie revisited. Tel Aviv: Ramot, 1982. p. 27-70.
______. Fetishization of alienation: unpacking a problem of science, knowledge, and reified practices in the workplace. In: GEYER, F. (Ed.). Alienation, ethnicity, and postmodernism. Westport, CT; London: Greenwood Press, 1996. p. 21-36.
______.; GEYER, F. Introduction. In: ______.; ______. (Ed.). Alienation: problems of meaning, theory and method. London: Routledge, 1981. p. 1-17.
SEEMAN, M. Alienation and engagement. In: CAMPBELL, A.; CONVERSE, P. E. (Ed.), The human meaning of social change. New York: Russell Sage, 1972. p. 467-527.
______. On the meaning of alienation. American Sociological Review, v. 24, n. 6, p. 783-791, 1959.
STANZIALE, P. Mappe dell’alienazione. Roma: erre Emme, 1995.

Categories
Book chapter

Introduction

Dominant Marxisms of the XIX and XX century
Few men have shaken the world as Karl Marx did. His death, almost unnoticed in the mainstream press, was followed by echoes of fame in such a short period of time that few comparisons can be found in history. His name was soon on the lips of the workers of Detroit and Chicago, as on those of the first Indian socialists in Calcutta. His banner image formed the backdrop at the first Bolshevik congress in Moscow after the revolution. His thought inspired the programmes and statutes of all the political and union organizations of the workers’ movement, from continental Europe to Shanghai. His ideas changed philosophy, history and economics irreversibly.

Yet it was not long before attempts were made to turn his theories into a rigid ideology. Marx’s thought, indisputably critical and open, even if sometimes tempted by determinism, fell foul of the cultural climate in late nineteenth-century Europe. It was a culture pervaded by systematic conceptions – above all by Darwinism. In order to respond to it, the ‘Orthodox Marxism’ newly born in the pages of Karl Kautsky’s review Die Neue Zeit rapidly conformed to this model.

A decisive factor that helped to consolidate this transformation of Marx’s œuvre was the forms in which it reached the reading public. Abridgements, summaries and truncated compendia were given priority, as we can see from the small print of his major works. Some bore marks of ideological instrumentalization, and some texts were recast by those to whose care they had been entrusted. This practice, encouraged by the incomplete state of many manuscripts at the time of Marx’s death, was in some cases compounded by a kind of censorship. The form of the manual, though certainly an effective means of worldwide diffusion, also led to considerable distortions of his complex thought; the influence of positivism, in particular, translated it into a theoretically impoverished version of the original. [1]

These processes gave rise to a schematic doctrine, an elementary evolutionist interpretation soaked in economic determinism: the Marxism of the Second International (1889–1914). Guided by a firm though naive belief in the automatic forward march of history, and therefore in the inevitable replacement of capitalism by socialism, it proved incapable of comprehending actual developments, and, breaking the necessary link with revolutionary praxis, it produced a sort of fatalistic passivity that contributed to the stabilization of the existing order. [2]

The theory of the impending collapse of bourgeois-capitalist society [Zusammenbruchstheorie], which found fertile soil in the great twenty-year depression after 1873, was proclaimed to be the fundamental essence of ‘scientific socialism’. Marx’s analyses, which had aimed to delineate the dynamic principles of capitalism and to describe its general tendencies of development, [3] were transformed into universally valid  historical laws from which it was possible to deduce the course of events, even particular details.

The idea of a capitalism in its death agony, destined to founder on its own contradictions, was also present in the theoretical framework of the first entirely Marxist platform of a political party, The Erfurt Programme of 1891 of German Social Democracy. According to Kautsky’s expository commentary on it, ‘inexorable economic development leads to the bankruptcy of the capitalist mode of production with the necessity of a law of nature. The creation of a new form of society in place of the current one is no longer something merely desirable but has become inevitable.’ [4] This clearly demonstrated the limits of the prevailing conceptions, as well as their vast distance from the man who had inspired them.

Russian Marxism, which in the course of the XX century played a fundamental role in the popularization of Marx’s thought, followed this trajectory of systematization and vulgarization with even greater rigidity. Indeed, for its most important pioneer, Georgii Plekhanov, ‘Marxism is an integral world outlook’, [5] imbued with a simplistic monism according to which the super-structural transformations of society proceed simultaneously with economic modifications. Despite the harsh ideological conflicts of these years, many of the theoretical elements characteristic of the Second International were carried over into those that would mark the cultural matrix of the Third International. This continuity was clearly manifest in the Theory of Historical Materialism, published in 1921 by Nikolai Bukharin, according to which ‘in nature and society there is a definite regularity, a fixed natural law. The determination of this natural law is the first task of science.’ [6] The outcome of this social determinism, completely focused on the development of the productive forces, generated a doctrine in which ‘the multiplicity of causes that make their action felt in society does not contradict in the least the existence of a single law of social evolution’. [7]

The degradation of Marx’s thought reached its climax in the construal of Marxism-Leninism, given definitive form in Soviet-style ‘Diamat’ (dialekticheskii materializm), ‘the world outlook of the Marxist-Leninist party’. [8],. Deprived of its function as a guide to action, theory here became its a posteriori justification. J. V. Stalin’s booklet of 1938, On Dialectical Materialism and Historical Materialism, which had a wide distribution, fixed the essential elements of this doctrine: the phenomena of collective life are regulated by ‘necessary laws of social development” that are ‘perfectly recognisable”, and ‘the history of society appears as a necessary development of society, and the study of the history of society becomes a science’. This ‘means that the science of the history of society, despite all the complexity of the phenomena of social life, can become a science just as exact as, for example, biology, capable of utilising the laws of development of society in order to make use of them in practice’; [9] consequently, the task of the party of the proletariat is to base its activity on these laws. The concepts of ‘scientific’ and ‘science’ here involve an evident misunderstanding. The scientific character of Marx’s method, grounded upon scrupulous and coherent theoretical criteria, is replaced with a methodology in which there is no room for contradiction and objective historical laws are supposed to operate like laws of nature independently of human will.

The most rigid and stringent dogmatism was able to find ample space alongside this ideological catechism. Marxist-Leninist orthodoxy imposed an inflexible monism that also produced perverse effects in the interpretation of Marx’s writings. Unquestionably, with the Soviet revolution Marxism enjoyed a significant moment of expansion and circulation in geographical zones and social classes from which it had, until then, been excluded. Nevertheless, this process of dissemination consisted far more of Party manuals, handbooks and specific anthologies than of complete texts by Marx himself.

The crystallization of a dogmatic corpus preceded an identification of the texts that it would have been necessary to read in order to understand the formation and evolution of Marx’s thought. [10] The early writings, in fact, were published in the MEGA only in 1927 (Critique of Hegel’s Philosophy of Right) and 1932 ( Economic and Philosophical Manuscripts of 1844 and The German Ideology), in editions which – as already in the case of the second and third volumes of Capital – made them appear as completed works; the choice would be the source of many false interpretative paths. [11] Later still, some of the important preparatory works for Capital (in 1933 the draft chapter 6 of Capital on the ‘Results of the Immediate Process of Production’, and between 1939 and 1941 the Foundations of the Critique of Political Economy, better known as the Grundrisse) were published in print runs that secured only a very limited circulation [12]. Moreover, when they were not concealed for fear that they might erode the dominant ideological canon, these and other previously unpublished texts were subject to politically motivated exegesis along lines that were largely laid down in advance; they never resulted in a serious comprehensive revaluation of Marx’s work.

While the selective exclusion of texts became common practice, others were dismembered and manipulated: for example, through insertion into collections of quotations for a particular purpose. Often these were treated in the same way that the bandit Procrustes reserved for his victims: if they were too long, they were amputated, if too short, lengthened.

Distorted to serve contingent political necessities, Marx became identified with them in many people’s minds and was often reviled as a result. His theory passed into a set of bible-like verses that gave birth to the most unthinkable paradox. Far from heeding his warning against ‘recipes for the cook-shops of the future’, [13] those responsible transformed him into the progenitor of a new social system. A most rigorous critic who had never been complacent with his conclusions, he turned into the source of the most obstinate doctrinarism. A firm champion of a materialist conception of history, he was removed more than any other author from his historical context. From being certain that ‘the emancipation of the working class must be the work of the workers themselves’, [14] he was entrapped in an ideology that gave primacy to political vanguards and parties in their role as proponents of class consciousness and leaders of the revolution. An advocate of the idea that a shorter working day was essential to the blossoming of human capacities, he was assimilated to the productivist creed of Stakhanovism. Convinced of the need for the withering away of the State, he found himself identified with it and used to shore it up. Interested like few other thinkers in the free development of human individuality, arguing against bourgeois right (which hides social disparity behind mere legal equality) that ‘right would have to be unequal rather than equal’, [15] he was fitted into a conception that neutralized the richness of the collective dimension of social life into the indistinctness of homogenization.

II. Returns to Marx
Owing to theoretical disputes or political events, interest in Marx’s work has fluctuated over time and gone through indisputable periods of decline. From the early XX century ‘crisis of Marxism’ to the dissolution of the Second International, and from debates on the contradictions of Marx’s economic theory to the tragedy of ‘actually existing socialism’, criticism of the ideas of Marx seemed persistently to point beyond the conceptual horizon of Marxism. Yet there has always been a ‘return to Marx’. A new need develops to refer to his work – whether the critique of political economy, the formulations on alienation, or the brilliant pages of political polemic – and it has continued to exercise an irresistible fascination for both followers and opponents.

Pronounced dead after the fall of the Berlin Wall, Marx has again become the focus of widespread interest. His ‘renaissance’ is based on his continuing capacity to explain the present; indeed, his thought remains an indispensable instrument with which to understand and transform it. In face of the crisis of capitalist society and the profound contradictions that traverse it, this author who was over-hastily dismissed after 1989 is once more being taken up and interrogated. Thus, Jacques Derrida’s assertion that ‘it will always be a mistake not to read and reread and discuss Marx’ [16] – which only a few years ago seemed an isolated provocation – has found increasing approval. [17]

Furthermore, the secondary literature on Marx, which all but dried up twenty years ago, is showing signs of revival in many countries, both in the form of new studies and in booklets in various languages with titles such as Why Read Marx Today? [18] Journals are increasingly open to contributions on Marx and Marxisms, just as there are now many international conferences, university courses and seminars on the theme. In particular, since the onset of the international economic crisis in mid-2007, academics and economic theorists from various political and cultural backgrounds have again been drawn to Marx’s analysis of the inherent instability of capitalism, whose self-generated cyclical crises have grave effects on political and social life. Finally, although timid and often confused in form, a new demand for Marx is also making itself felt in politics – from Latin America to the alternative globalization movement.

III. Marx and the First World Financial Crisis
Following the defeat of the revolutionary movement that rose up throughout Europe in 1848, Marx convinced himself that a new revolution would emerge only after the outbreak of a fresh crisis. Settled in London in March 1850, having received expulsion orders from Belgium, Prussia and France, he ran the Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue, a monthly that he planned as the locus for ‘comprehensive and scientific investigation of the economic conditions which form the foundation of the whole political movement’.[19] In The Class Struggles in France, which appeared as a series of articles in that journal, he asserted that ‘a real revolution … is only possible in periods when … the modern forces of production and the bourgeois forms of production come into collision with each other. … A new revolution is possible only in consequence of a new crisis.’ [20]

During the same summer of 1850 Marx deepened the economic analysis he had begun before 1848, and in the May-October 1850 issue of the Neue Rheinische Zeitung. Politisch-okonomische Revue he reached the important conclusion that ‘the commercial crisis contributed infinitely more to the revolutions of 1848 than the revolution to the commercial crisis’. [21] From now on economic crisis would be fundamental to his thought, not only economically but also sociologically and politically. Moreover, in analysing the processes of rampant speculation and overproduction, he ventured to predict that, ‘if the new cycle of industrial development which began in 1848 follows the same course as that of 1843-47, the crisis will break out in 1852’. The future crisis, he stressed, would also erupt in the countryside, and ‘for the first time the industrial and commercial crisis [would] coincide with a crisis in agriculture’. [22] Marx’s forecasts over this period of more than a year proved to be mistaken.

Yet, even at moments when he was most convinced that a revolutionary wave was imminent, his ideas were very different from those of other European political leaders exiled in London. Although he was wrong about how the economic situation would shape up, he considered it indispensable to study the current state of economic and political relations for the purposes of political activity. By contrast, most of the democratic and communist leaders of the time, whom he characterized as ‘alchemists of the revolution’, thought that the only prerequisite for a victorious revolution was ‘adequate preparation of their conspiracy’. [23]

In this period, Marx also deepened his studies of political economy and concentrated, in particular, on the history and theories of economic crises, paying close attention to the money-form and credit in his attempt to understand their origins. Unlike other socialists of the time such as Proudhon – who were convinced that economic crises could be avoided through a reform of the money and credit system – Marx came to the conclusion that, since the credit system was one of the underlying conditions, crises could at most be aggravated or mitigated by the correct or incorrect use of monetary circulation; the true causes of crises were to be sought, rather, in the contradictions of production. [24]

Despite the economic prosperity, Marx did not lose his optimism concerning the imminence of an economic crisis, and at the end of 1851 he wrote to the famous poet Ferdinand Freiligrath, an old friend of his: ‘The crisis, held in check by all kinds of factors…, must blow up at the latest next autumn. And, after the most recent events, I am more convinced than ever that there will not be a serious revolution without a commercial crisis.’ [25] Marx did not keep such assessments only for his correspondence but also wrote of them in the New-York Tribune. Between 1852 and 1858, economic crisis was a constant theme in his articles for the North American newspaper. Marx did not look upon the revolutionary process in a determinist manner, but he was sure that crisis was an indispensable prerequisite for its fulfilment. In an article of June 1853 on ‘Revolution in China and Europe’, he wrote: ‘Since the commencement of the eighteenth century there has been no serious revolution in Europe which has not been preceded by a commercial and financial crisis. This applies no less to the revolution of 1789 than to that of 1848.’. [26] The point was underlined in late September 1853, in the article ‘Political Movements: Scarcity of Bread in Europe’:

neither the declamation of the demagogues, nor the twaddle of the diplomats will drive matters to a crisis, but … there are approaching economical disasters and social convulsions which must be the sure forerunners of European revolution. Since 1849 commercial and industrial prosperity has stretched the lounge on which the counter-revolution has slept in safety. [27]

Traces of the optimism with which Marx awaited events may be also found in the correspondence with Engels. In one letter, for example, from September 1853, he wrote: ‘Things are going wonderfully. All h[ell] will be let loose in France when the financial bubble bursts.’ [28] But still the crisis did not come.

Without losing his hopes, Marx wrote again on the crisis for the New-York Tribune in 1855 and 1856. In March 1855, in the article ‘The Crisis in England’, he argued:

A few months more and the crisis will be at a height which it has not reached in England since 1846, perhaps not since 1842. When its effects begin to be fully felt among the working classes, then will that political movement begin again, which has been dormant for six years. … Then will the two real contending parties in that country stand face to face – the middle class and the working classes, the Bourgeoisie and the Proletariat. [29]

And in ‘The European Crisis’, which appeared in November 1856, at a time when all the columnists were confidently predicting that the worst was over, he maintained:

The indications brought from Europe … certainly seem to postpone to a future day the final collapse of speculation and stock-jobbing, which men on both sides of the sea instinctively anticipate as with a fearful looking forward to some inevitable doom. That collapse is none the less sure from this postponement; indeed, the chronic character assumed by the existing financial crisis only forebodes for it a more violent and destructive end. The longer the crisis lasts the worse the ultimate reckoning. [30]

During the first few months of 1857, the New York banks stepped up their volume of loans, despite the decline in deposits. The resulting growth in speculative activity worsened the general economic conditions, and, after the New York branch of the Ohio Life Insurance and Trust Company became insolvent, the prevailing panic led to numerous bankruptcies. Loss of confidence in the banking system then produced a contraction of credit, a drying up of deposits and the suspension of money payments. From New York the crisis rapidly spread to the rest of the United States of America and, within a few weeks, to all the centres of the world market in Europe, South America and the East, becoming the first international financial crisis in history.

After the defeat of 1848, Marx had faced a whole decade of political setbacks and deep personal isolation. But, with the outbreak of the crisis, he glimpsed the possibility of taking part in a new round of social revolts and considered that his most urgent task was to analyse the economic phenomena that would be so important for the beginning of a revolution. In that period, Marx’s work was remarkable and wide-ranging. From August 1857 to May 1858 he filled the eight notebooks known as the Grundrisse, while as New-York Tribune correspondent, he wrote many articles on the development of the crisis in Europe. Lastly, from October 1857 to February 1858, he compiled three books of extracts, called the Books of Crisis. [31]

In reality, however, there was no sign of the long-awaited revolutionary movement that was supposed to spring up along with the crisis, and this time, too, another reason for Marx’s failure to complete the manuscript was his awareness that he was still far from a full critical mastery of the material. TheGrundrisse therefore remained only a rough draft. He published in 1859 a short book that had no public resonance: A Contribution to the Critique of Political Economy. Another eight years of feverish study and enormous intellectual efforts would pass before the publication of Capital, Volume One.

IV. Capitalism as an historical mode of production
The writings that Marx composed a century and a half ago do not contain, of course, a precise description of the world today. It should be stressed, however, that the focus of Capital was not on XIX century capitalism either, but rather – as Marx put it in the third volume of his magnum opus – on the ‘organization of the capitalist mode of production, in its ideal average’[32] , and hence on its most complete and most general form.

When he was writing Capital, capitalism had developed only in England and a few other European industrial centres. Yet he foresaw that it would expand on a global scale, and formulated his theories on that basis. This is why Capital is not only a great classic of economic and political thought, but still provides today, despite all the profound transformations that have intervened since the time it was written, a rich array of tools with which to understand the nature of capitalist development. This has become more apparent since the collapse of the Soviet Union and the spread of the capitalist mode of production to new areas of the planet like China. Capitalism has become a truly worldwide system, and some of Marx ’s insights have revealed their significance even more clearly than in his own time. [33] He probed the logic of the system more deeply than any other modern thinker, and his work, if updated and applied to the most recent developments, can help to explain many problems that did not manifest themselves fully during his lifetime. Finally, Ma rx’s analysis of capitalism was not merely an economic investigation but was also relevant to the understanding of power structures and social relations. With the extension of capitalism into most aspects of human life, his thought turns out to have been extraordinarily prescient in many fields not addressed by XX century orthodox Marxism. One of these is certainly the transformations brought about by so-called globalization.

In his critique of the capitalist mode of production, one of Marx’s permanent polemical targets was ‘the eighteenth-century Robinsonades’, the myth of Robinson Crusoe as the paradigm of homo oeconomicus, or the projection of phenomena typical of the bourgeois era onto every other society that has existed since the earliest times. Such a conception presented the social character of production as a constant in any labour process, not as a peculiarity of capitalist relations. In the same way, civil society [ bürgerliche Gesellschaft] – whose emergence in the eighteenth century had created the conditions through which ‘the individual appears detached from the natural bonds etc. which in earlier historical periods make him the accessory of a definite and limited human conglomerate’ – was portrayed as having always existed.[34] In Capital, Volume One, in speaking of ‘the European Middle Ages, shrouded in darkness’, Marx argues that ‘instead of the independent man, we find everyone dependent, serfs and lords, vassals and suzerains, laymen and clergy. Personal dependence here characterizes the social relations of production just as much as it does the other spheres of life organized on the basis of that production.’ [35] And, when he examined the genesis of product exchange, he recalled that it began with contacts among different families, tribes or communities, ‘for, in the beginning of civilization, it is not private individuals but families, tribes, etc., that meet on an independent footing’. [36]
The classical economists had inverted this reality, on the basis of what Marx regarded as fantasies with an inspiration in natural law. In particular, Adam Smith had described a primal condition where individuals not only existed but were capable of producing outside society. A division of labour within tribes of hunters and shepherds had supposedly achieved the specialization of trades: one person’s greater dexterity in fashioning bows and arrows, for example, or in building wooden huts, had made him a kind of armourer or carpenter, and the assurance of being able to exchange the unconsumed part of one’s labour product for the surplus of others ‘encourage[d] every man to apply himself to a particular occupation’. [37] David Ricardo was guilty of a similar anachronism when he conceived of the relationship between hunters and fishermen in the early stages of society as an exchange between owners of commodities on the basis of the labour-time objectified in them [38].

In this way, Smith and Ricardo depicted a highly developed product of the society in which they lived – the isolated bourgeois individual – as if he were a spontaneous manifestation of nature. What emerged from the pages of their works was a mythological, timeless individual, one ‘posited by nature’ [39], whose social relations were always the same and whose economic behaviour had a historyless anthropological character. According to Marx, the interpreters of each new historical epoch have regularly deluded themselves that the most distinctive features of their own age have been present since time immemorial.

Against those who portrayed the isolated individual of the eighteenth century as the archetype of human nature, ‘not as a historical result but as history’s point of departure’, Marx maintained that such an individual emerged only with the most highly developed social relations. Thus, since civil society had arisen only with the modern world, the free wage-labourer of the capitalist epoch had appeared only after a long historical process. He was, in fact, ‘the product on one side of the dissolution of the feudal forms of society, on the other side of the new forces of production developed since the sixteenth century’. [40]

The mystification practised by economists regarded also the concept of production in general. In the 1857 ‘Introduction’, Marx argued that, although the definition of the general elements of production is ‘segmented many times over and split into different determinations’, some of which ‘belong to all epochs, others to only a few’, [41] there are certainly, among its universal components, human labour and material provided by nature. For, without a producing subject and a worked-upon object, there could be no production at all. But the economists introduced a third general prerequisite of production: ‘a stock, previously accumulated, of the products of former labour’, that is, capital. [42] The critique of this last element was essential for Marx, in order to reveal what he considered to be a fundamental limitation of the economists. It also seemed evident to him that no production was possible without an instrument of labour, if only the human hand, or without accumulated past labour, if only in the form of primitive man’s repetitive exercises. However, while agreeing that capital was past labour and an instrument of production, he did not, like Smith, Ricardo and John Stuart Mill, conclude that it had always existed.

The point is made in greater detail in a section of the Grundrisse, where the conception of capital as ‘eternal’ is seen as a way of treating it only as matter, without regard for its essential ‘formal determination’ (Formbestimmung). According to this,
capital would have existed in all forms of society, and is something altogether unhistorical. … The arm, and especially the hand, are then capital. Capital would be only a new name for a thing as old as the human race, since every form of labour, including the least developed, hunting, fishing, etc., presupposes that the product of prior labour is used as means for direct, living labour. … If, then, the specific form of capital is abstracted away, and only the content is emphasized, … of course nothing is easier than to demonstrate that capital is a necessary condition for all human production. The proof of this proceeds precisely by abstraction from the specific aspects which make it the moment of a specifically developed historical stage of human production. [43]

If the error is made of ‘conceiving capital in its physical attribute only as instrument of production, while entirely ignoring the economic form [ökonomischen Form] which makes the instrument of production into capital’, [44] one falls into the ‘crude inability to grasp the real distinctions’ and a belief that ‘there exists only one single economic relation which takes on different names’. [45] To ignore the differences expressed in the social relation means to abstract from the differentia specifica, that is the nodal point of everything. [46] Thus, in the ‘Introduction’, Marx writes that ‘capital is a general [allgemeines], eternal relation of nature’, ‘that is, if I leave out just the specific quality which alone makes “instrument of production” and “stored-up labour” into capital’. [47]
In fact, Marx had already criticized the economists’ lack of historical sense in The Poverty of Philosophy:

Economists have a singular method of procedure. There are only two kinds of institutions for them, artificial and natural. The institutions of feudalism are artificial institutions, those of the bourgeoisie are natural institutions. In this they resemble the theologians, who likewise establish two kinds of religion. Every religion which is not theirs is an invention of men, while their own is an emanation from God. When the economists say that present-day relations – the relations of bourgeois production – are natural, they imply that these are the relations in which wealth is created and productive forces developed in conformity with the laws of nature. These relations therefore are themselves natural laws independent of the influence of time. They are eternal laws which must always govern society. Thus there has been history, but there is no longer any. [48]

For this to be plausible, economists depicted the historical circumstances prior to the birth of the capitalist mode of production as ‘results of its presence’ [49] with its very own features. As Marx puts it in the Grundrisse:

The bourgeois economists who regard capital as an eternal and natural (not historical) form of production then attempt … to legitimize it again by formulating the conditions of its becoming as the conditions of its contemporary realization; i.e. presenting the moments in which the capitalist still appropriates as not-capitalist – because he is still becoming – as the very conditions in which he appropriates as capitalist. [50]

From a historical point of view, the profound difference between Marx and the classical economists is that, in his view, ‘capital did not begin the world from the beginning, but rather encountered production and products already present, before it subjugated them beneath its process’ [51]. Similarly, the circumstance whereby producing subjects are separated from the means of production – which allows the capitalist to find propertyless workers capable of performing abstract labour (the necessary requirement for the exchange between capital and living labour) – is the result of a process that the economists cover with silence, which ‘forms the history of the origins of capital and wage labour’. [52]

A number of passages in the Grundrisse criticize the way in which economists portray historical as natural realities. It is self-evident to Marx, for example, that money is a product of history: ‘to be money is not a natural attribute of gold and silver’, [53] but only a determination they first acquire at a precise moment of social development. The same is true of credit. According to Marx, lending and borrowing was a phenomenon common to many civilizations, as was usury, but they ‘no more constitute credit than working constitutes industrial labour or free wage labour. And credit as an essential, developed relation of production appears historically only in circulation based on capital.’ [54] Prices and exchange also existed in ancient society, ‘but the increasing determination of the former by costs of production, as well as the increasing dominance of the latter over all relations of production, only develops fully … in bourgeois society, the society of free competition’; or ‘what Adam Smith, in the true eighteenth-century manner, puts in the prehistoric period, the period preceding history, is rather a product of history.’ [55] Furthermore, just as he criticized the economists for their lack of historical sense, Marx mocked Proudhon and all the socialists who thought that labour productive of exchange value could exist without developing into wage labour, that exchange value could exist without turning into capital, or that there could be capital without capitalists. [56] Marx’s aim was therefore to assert the historical specificity of the capitalist mode of production: to demonstrate, as he would again affirm in Capital, Volume Three, that it ‘is not an absolute mode of production’ but ‘merely historical, transitory’. [57]

This viewpoint implies a different way of seeing many questions, including the labour process and its various characteristics. In the Grundrisse Marx wrote that ‘the bourgeois economists are so much cooped up within the notions belonging to a specific historic stage of social development that the necessity of the objectification of the powers of social labour appears to them as inseparable from the necessity of their alienation’. [58] Marx repeatedly took issue with this presentation of the specific forms of the capitalist mode of production as if they were constants of the production process as such. To portray wage labour not as a distinctive relation of a particular historical form of production but as a universal reality of man’s economic existence was to imply that exploitation and alienation had always existed and would always continue to exist.
Evasion of the specificity of capitalist production therefore had both epistemological and political consequences. On the one hand, it impeded understanding of the concrete historical levels of production; on the other hand, in defining present conditions as unchanged and unchangeable, it presented capitalist production as production in general and bourgeois social relations as natural human relations. Accordingly, Marx’s critique of the theories of economists had a twofold value. As well as underlining that a historical characterization was indispensable for an understanding of reality, it had the precise political aim of countering the dogma of the immutability of the capitalist mode of production. A demonstration of the historicity of the capitalist order would also be proof of its transitory character and of the possibility of its elimination. Capitalism is not the only stage in human history, nor is it the final one. Marx foresees that it will be succeeded by an ‘an association of free men, working with the means of production held in common, and expending their many different forms of labour-power in full self-awareness as one single social labour force’. [59]

V. Why Marx again?
Liberated from the abhorrent function of instrumentum regni, to which it had been consigned in the past, and from the chains of Marxism-Leninism from which it is certainly separate, Marx’s work has been redeployed to fresh fields of knowledge and is being read again all over the world. The full unfolding of his precious theoretical legacy, wrested from presumptuous proprietors and constricting modes of use, has become possible once more. However, if Marx no longer stands as a carved sphinx protecting the grey ‘actually existing socialism’ of the XX century, it would be equally mistaken to believe that his theoretical and political legacy can be confined to a past that has nothing more to give to current conflicts. The rediscovery of Marx is based on his persistent capacity to explain the present: he remains an indispensable instrument for understanding it and transforming it.

After years of postmodern manifestoes, solemn talk of the ‘end of history’ and infatuation with vacuous ‘biopolitical’ ideas, the value of Marx’s theories is again more and more extensively recognized. What remains of Marx today? How useful is his thought to the workers’ struggle for freedom? What part of his work is most fertile for stimulating the critique of our times? These are some of the questions that receive a wide range of answers. If one thing is certain about the contemporary Marx revival, it is a rejection of the orthodoxies that have dominated and profoundly conditioned the interpretation of his thought. Although marked by evident limits and the risk of syncretism, this new period is characterized by the multiplicity of theoretical approaches. [60] After the age of dogmatisms, perhaps it could not have been otherwise. The task of responding to the challenge, through researches both theoretical and practical, lies with an emerging generation of scholars and political activists.

Among the ‘Marxes’ that remain indispensable, at least two may be mentioned here. One is the critic of the capitalist mode of production: the tireless researcher who studied its development on a global scale and left an unrivalled account of bourgeois society; the thinker who, refusing to conceive of capitalism and the regime of private property as immutable scenarios intrinsic to human nature, still offers crucial suggestions for those seeking alternatives. The other is the theoretician of socialism: the author who repudiated the idea of state socialism, already propagated in his time by Lassalle and Rodbertus, and envisaged the possibility of a complete transformation of productive and social relations, not just a set of bland palliatives for the problems of capitalist society.
Without Marx we will be condemned to critical aphasia. The cause of human emancipation will therefore continue to need him. His ‘spectre’ is destined to haunt the world and shake humanity for a good while to come.

VI. Appendix: Chronological Table of Marx’s Writings
Given the size of Marx’s intellectual output, the following chronology can only include his most important writings; its aim is to highlight the unfinished character of many of Marx’s texts and the chequered history of their publication. In relation to the first point, the titles of manuscripts that he did not send to press are placed between square brackets, as a way of differentiating them from finished books and articles. The greater weight of the former in comparison with the latter emerges as a result. The column relating to the second point contains the year of first publication, the bibliographical reference and, where relevant, the name of the editor or editors. Any changes that these made to the originals are also indicated here. When a published work or manuscript was not written in German, the original language is specified. Finally, the following abbreviations have been used in the table: MEGA ( Marx-Engels-Gesamtausgabe, 1927-1935); SOC (K. Marks i F. Engel’s Sochineniia, 1928-1946); MEW (Marx-Engels-Werke, 1956-1968); MECW (Marx-Engels Collected Works, 1975-2005); MEGA² (Marx-Engels-Gesamtausgabe, 1975-…).

Year Title Information about Editions
1841 [Difference Between the Democritean and Epicurean Philosophy of Nature]

1902: in Aus dem literarischen Nachlass von Karl Marx, Friedrich Engels und Ferdinand Lassalle, ed. by Mehring (partial version).

1927: in MEGA I/1.1, ed. by Ryazanov.

1842-43 Articles for the Rheinische Zeitung Daily published in Cologne
1843 [Critique of Hegel’s Doctrine of the State] 1927: in MEGA I/1.1, ed. by Ryazanov
1844 Essays for the Deutsch-Französische Jahrbücher Including On the Jewish Question and A Contribution to the Critique of Hegel’s Philosophy of Right. Only one issue, published in Paris. The majority of copies were confiscated by the police.
1844 [Economic-Philosophical Manuscripts of 1844] 1932: in Der historische Materialismus, ed. by Landshut and Mayer, and in MEGA I/3, ed. by Adoratskii (the editions differ in content and order of the parts). The text was omitted from the numbered volumes of MEW and published separately.
1845 The Holy Family (with Engels) Published in Frankfurt-am-Main.
1845 [Theses on Feuerbach] 1888: appendix to republication of Ludwig Feuerbach and the End of German Classical Philosophy by Engels.
1845-46 [The German Ideology] (with Engels)

1903-1904: in Dokumente des Sozialismus, ed. by Bernstein (partial version with editorial revisions).

1932: in Der historische Materialismus, ed. by Landshut and Mayer, and in MEGA I/3, ed. by Adoratskii (the editions differ in content and order of the parts).

1847 Poverty of Philosophy Printed in Brussels and Paris. Text in French.
1848 Speech on the Question of Free Trade. Published in Brussels. Text in French.
1848 Manifesto of the Communist Party (with Engels) Printed in London. Began to circulate widely in the 1880s.
1848-49 Articles for the Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie Daily appearing in Cologne. Includes Wage Labour and Capital.
1850 Articles for the Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue. Monthly printed in Hamburg in small run. Includes The Class Struggles in France from 1848 to 1850.
1852 The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte Published in New York in the first issue of Die Revolution. Most of the copies were not collected from the printers for financial reasons. Only a small number reached Europe. The second edition – revised by Marx – appeared only in 1869.
1851-62 Articles for the New-York Tribune Many of the articles were written by Engels.
1852 [Great Men of the Exile] (with Engels) 1930: in Arkhiv Marksa i Engel’sa (Russian edition). The manuscript had previously been hidden by Bernstein.
1853 Revelations concerning the Communist Trial in Cologne Published as an anonymous pamphlet in Basle (nearly all two thousand copies were confiscated by the police) and in Boston. Republished in 1874 in Volksstaat (with Marx identified as the author) and in 1875 in book form.
1853-54 Lord Palmerston Text in English. Originally published as articles in the New-York Tribune and The People’s Paper, and subsequently in booklet form.
1854 The Knight of the Noble Consciousness Published in New York in booklet form.
1856-57 Revelations of the Diplomatic History of the 18th Century Text in English. Though already published by Marx, it was subsequently omitted from his works and published in the “socialist” countries only in 1986, in MECW.
1857 [Introduction] 1903: in Die Neue Zeit, ed. by Kautsky, with various discrepancies from the original.
1857-58 [Outlines of the Critique of Political Economy]

1939-1941: edition with small print run.

1953: republication allowing wide circulation.

1859 Contribution to the Critique of Political Economy Published in Berlin in a thousand copies.
1860 Herr Vogt Published in London with little resonance.
1861-63 [Contribution to the Critique of Political Economy (manuscript of 1861-1863)

1905-1910: Theories of Surplus-Value, ed. by Kautsky (in revised version). A text conforming to the original appeared only in 1954 (Russian edition) and 1956 (German edition).

1976-1982: manuscript published in full in MEGA² II/3.1-3.6.

1863-64 [On the Polish Question] 1961: Manuskripte über die polnische Frage, ed. by the IISG.
1863-67 [Economic manuscripts of 1863–1867]

1894: Capital. Volume Three. The Process of Capitalist Production as a Whole, ed. by Engels (who also used later manuscripts published in MEGA² II/14 and the forthcoming MEGA² II/4.3).

1933: Volume One. Unpublished Chapter VI, in Arkhiv Marksa i Engel’sa.

1988: publication of manuscripts of Volume One and Volume Two, in MEGA² II/4.1.

1992: publication of manuscripts of Volume Three, in MEGA² II/4.2.

1864-72 Addresses, resolutions, circulars, manifestos, programmes, statutes of the International Workingmen’s Association. Texts mostly in English, including Inaugural Address of the International Working Men’s Association and The Fictitious Splits in the International (with Engels).
1865 [Wages, Price and Profit] 1898: ed. by Eleanor Marx. Text in English.
1867 Capital. Volume One. The Process of Production of Capital Published in a thousand copies in Hamburg. Second edition in 1873 in 3,000 copies. Russian translation in 1872.
1870 [Manuscript of Volume Two of Capital] 1885: Capital. Volume Two. The Process of Circulation of Capital, ed. by Engels (who also used the manuscript of 1880-1881 and the shorter ones of 1867-1868 and 1877-1878, published in MEGA² II/11).
1871 The Civil War in France Text in English. Numerous editions and translations in a short space of time.
1872-75 Capital. Volume One. The Process of Production of Capital (French edition) Text reworked for the French edition, which appeared in instalments. According to Marx, it had a “scientific value independent of the original”.
1874-75 [Notes on Bakunin’s Statehood and Anarchy] 1928: in Letopisi marxisma, with a preface by Ryazanov (Russian edition). Manuscript with excerpts in Russian and comments in German.
1875 [Critique of the Gotha Programme] 1891: in Die Neue Zeit, ed. by Engels, who altered a few passages from the original.
1875 [Relationship between Rate of Surplus-Value and Rate of Profit Developed Mathematically] 2003: in MEGA² II/14.
1877 “From Kritische Geschichte” (a chapter in Anti-Dühring by Engels) Published in part in Vorwärts and then in full in the book edition.
1879-80 [Notes on Kovalevskii’s Rural Communal Property] 1977: in Karl Marx über Formen vorkapitalistischer Produktion, ed. by IISG.
1879-80 [Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der politischen Ökonomie]

1932: in Das Kapital (partial version).

1933: in SOC XV (Russian edition).

1880-81 [Excerpts from Morgan’s Ancient Society] 1972: in The Ethnological Notebooks of Karl Marx, ed. by the IISG. Manuscript with excerpts in English.
1881-82 [Chronological excerpts 90 BC to approx. 1648]

1938-1939: in Arkhiv Marksa i Engel’sa (partial version, Russian edition).

1953: in Marx – Engels – Lenin – Stalin, Zur deutschen Geschichte (partial version).

References
1. Cf. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Eric J. Hobsbawm et al. (eds ), Storia del marxismo, vol. 2, Einaudi, Turin (1979), p. 15.
2. Cf. Erich Matthias, “Kautsky und der Kautskyanismus”, Marxismusstudien, Vol. II (1957), p. 197.
3. Cf. Paul M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, Monthly Review: New York/London 1942, pp. 19 and 191.
4. Karl Kautsky, Das Erfurter Programm, in seinem grundsätzlichen Teil erläutert, J.H.W. Dietz: Hannover 1964, pp. 131f. Cf. the English translation by William E. Bohn first published in 1911: Karl Kautsky, The Class Struggle (Erfurt Program), W. W. Norton & Co.: New York 1971, p. 117.
5. George V. Plekhanov, Fundamental Problems of Marxism, Lawrence & Wishart: London 1969, p. 21.
6. Nikolai I. Bukharin, Theory of Historical Materialism, International Publishers: Moscow 1921, p. 18.
7. Ibid., p. 248. Opposing this conception was Antonio Gramsci, for whom “the posing of the problem as a research into laws, of constant, regular and uniform lines, is linked to a need, conceived in a puerile and naive way, to resolve peremptorily the practical problem of the predictability of historical events’. His clear refusal to reduce Marx’s philosophy of praxis to a crude sociology, to ‘a mechanical formula which gives the impression of holding the whole of history in the palm of its hand’, (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Valentino Gerratana (ed.), Einaudi: Turin 1975, pp. 1403 and 1428; Selections from the Prison Notebooks, Lawrence & Wishart: London 1973, p. 428) took aim beyond Bukharin’s text at the general orientation that later predominated in the Soviet Union.
8. Josef V. Stalin, Dialectical and Historical Materialism, Lawrence & Wishart: London 1941, p. 5.
9. Ibid., pp. 13-15.
10. Cf. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot: Paris 1974, p. 81.
11. Cf., for example, Marcello Musto, ‘Marx in Paris. Manuscripts and notebooks of 1844’, Science & Society, vol. 73, no. 3 (July 2009), pp. 386-402; and Terrell Carver ‘ The German Ideology Never Took Place”, History of Political Thought , vol. 31, no. 1, pp. 107-127.
12. See Marcello Musto (ed.), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 years Later, Routledge: London/New York 2008, esp. pp. 179-212.
13. Karl Marx, ‘Postface to the Second Edition’, in Capital, Volume One, Vintage: New York 1977, p. 99.
14. Karl Marx, ‘Provisional Rules of the International Working Men’s Association’, Marx-Engels Collected Works (hereafter MECW) vol. 20, New York: International Publishers, 1985, p. 14.
15. Karl Marx, Critique of the Gotha Programme, MECW vol. 24, Lawrence & Wishart: London 1989, p. 87.
16. Jacques Derrida, Spectres of Marx, Routledge: London, 1994, p. 13.
17. In recent years, newspapers, periodicals and TV or radio programs have repeatedly discussed the current relevance of Marx. In 2003, the weekly Nouvel Observateur devoted a whole issue to the theme Karl Marx – le penseur du troisième millénaire? Soon after, Germany paid its tribute to the man it once forced into a 40-year exile: in 2004, more than 500,000 viewers of the national television station ZDF voted Marx the third most important German personality of all time (he was first in the category of ‘contemporary relevance’), and during the national elections of 2005 the mass-circulation magazine Der Spiegel carried his image on the cover, giving the victory sign, under the title Ein Gespenst kehrt zurück. The same year, a poll conducted by BBC Radio Four gave Marx the accolade of the philosopher most admired by its listeners. And, after the outbreak of the recent economic crisis, in all parts of the world, leading daily and weekly papers have been discussing the contemporary relevance of Marx’s thought.
18. For a full survey, see Part Two of this volume: ‘Marx’s Global Reception Today’. One of the significant scholarly examples of this new interest is the continuation of the Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2), the historico-critical edition of the complete works, which resumed in 1998 after the interruption that followed the collapse of the socialist countries. See Marcello Musto, ‘The rediscovery of Karl Marx’, International Review of Social History, vol. 52, n. 3 (2007), pp. 477-98.
19. Karl Marx and Friedrich Engels, ‘Announcement of the Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue’, MECW 10, p. 5.
20. Karl Marx, The Class Struggles in France, MECW 10, p. 135.
21. Karl Marx and Friedrich Engels, ‘Review: May-October 1850’, MECW 10, p. 497.
22. Ibid., p. 503.
23. Karl Marx, ‘Reviews from the Neue Rheinische Zeitung Revue No.4’, MECW 10, p. 318. One example of this was the manifesto ‘To the Nations’, issued by the ‘European Democratic Central Committee’, which Giuseppe Mazzini, Alexandre Ledru-Rollin and Arnold Ruge had founded in London in 1850. According to Marx, this group were implying ‘that the revolution failed because of the ambition and jealousy of the individual leaders and the mutually hostile views of the various popular educators’. Also ‘stupefying’ was the way in which these leaders conceived of ‘social organization’: ‘a mass gathering in the streets, a riot, a hand-clasp, and it’s all over. In their view indeed revolution consists merely in the overthrow of the existing government; once this aim has been achieved, “the victory” has been won.’ (Karl Marx and Friedrich Engels, ‘Review: May-October 1850’, MECW 10, pp. 529-30).
24. See Karl Marx to Friedrich Engels, 3 February 1851, MECW 38, p. 275.
25. Karl Marx to Ferdinand Freiligrath, 27 December 1851, MECW 38, p. 520.
26. Karl Marx, ‘Revolution in China and Europe’, MECW 12, p. 99.
27. Karl Marx, ‘Political Movements. – Scarcity of Bread in Europe’, MECW 12, p. 308.
28. Karl Marx to Friedrich Engels, 28 September 1853, MECW 39, p. 372.
29. Karl Marx, ‘The Crisis in England’, MECW 14, p. 61.
30. Karl Marx, ‘The European Crisis’, MECW 15, p. 136.
31. These notebooks have not yet been published. Cf. Michael Krätke, ‘Marx’s “Books of Crisis” of 1857-8’, in Marcello Musto (ed.), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later, cit., pp. 169-75.
32. Karl Marx, Capital, vol. III, International Publishers: New York [n.d.], p. 577.
33. See Ellen Meiksins Wood, Democracy against Capitalism, London: Cambridge University Press 1995.
34. Karl Marx, Grundrisse, cit., p. 83.
35. Karl Marx, Capital, Volume One, cit., p. 88.
36. Ibid., p. 357. This mutual dependence should not be confused with that which establishes itself among individuals in the capitalist mode of production: the former is the product of nature, the latter of history. In capitalism, individual independence is combined with a social dependence expressed in the division of labour (see Karl Marx, ‘Original Text of the Second and the Beginning of the Third Chapter of A Contribution to the Critique of Political Economy’, MECW 29, Moscow: Progress Publishers, p. 465). At this stage of production, the social character of activity presents itself not as a simple relationship of individuals to one another ‘but as their subordination to relations which subsist independently of them and which arise out of collisions between mutually indifferent individuals. The general exchange of activities and products, which has become a vital condition for each individual – their mutual interconnection – here appears as something alien to them, autonomous, as a thing’ (Karl Marx, Grundrisse, cit. p. 157).
37. Adam Smith, The Wealth of Nations, vol. 1, London: Methuen 1961, p. 19.
38. See David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, London: J. M. Dent & Sons. 1973: 15; cf. Karl Marx, ‘A Contribution to the Critique of Political Economy’, in MECW 29, Moscow: Progress Publishers, p. 300.
39. Karl Marx, Grundrisse, Penguin: New York 1973, p. 83.
40. Ibid.
41. Ibid., p. 85.
42. John Stuart Mill Principles of Political Economy, vol. I, Routledge & Kegan Paul: London 1965, pp. 55f.
43. Karl Marx, Grundrisse, cit., pp. 257-8.
44. Ibid., p. 591.
45. Ibid., p. 249.
46. Ibid., p. 265.
47. Ibid., p. 86.
48. Karl Marx, The Poverty of Philosophy, in MECW 6, Progress: Moscow 1976, p. 174.
49. Karl Marx, Grundrisse, cit., p. 460.
50. Ibid.
51. Ibid., p. 675.
52. Ibid., p. 489.
53. Ibid., p. 239.
54. Ibid., p. 535.
55. Ibid., p. 156.
56. See ibid., p. 248.
57. Karl Marx, Capital, volume III, cit., p. 240.
58. Karl Marx, Grundrisse, cit., p. 832.
59. Karl Marx, Capital, volume one, cit. p. 171.
60. Cf. André Tosel, Le marxisme du 20 ͤ siècle, Paris: Syllepse 2009, pp. 79f.

Categories
Book chapter

Introduzione

I. I Grundrisse e l’appuntamento con la rivoluzione
Il 1857 fu segnato dallo scoppio della prima crisi finanziaria internazionale della storia. Negli anni che avevano preceduto questo episodio, Marx aveva costantemente seguito tutti i principali avvenimenti economici e si era convinto cha l’avvento di una crisi avrebbe determinato le condizioni per una nuova stagione di rivolgimenti sociali in tutta l’Europa.

Dopo la sconfitta delle insurrezioni popolari del 1848, egli aveva atteso a lungo quel momento e non volle farsi cogliere impreparato quando esso finalmente giunse. A suo giudizio, infatti, il suo primo compito avrebbe dovuto essere quello di scrivere e pubblicare, il più in fretta possibile, l’opera di economia politica da tempo programmata. Le notizie della crisi, che dagli Stati Uniti d’America raggiunse rapidamente tutti i centri del mercato mondiale in Europa, Sudamerica ed Oriente, generarono grande euforia in Marx, alimentando in lui una straordinaria produttività intellettuale. Egli riprese, dunque, gli studi di economia, iniziati alla fine del 1843 e condotti, con risultati altalenanti, per un quindicennio, e tentò di dare loro forma compiuta.

Per dedicarsi alla sua opera, Marx avrebbe avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma la precarietà della sua situazione personale non gli concesse alcuna tregua. Infatti, le sue uniche entrate, oltre il costante aiuto garantitogli da Friedrich Engels, consistevano soltanto nei compensi derivanti dai suoi articoli per la New-York Tribune, il quotidiano in lingua inglese più diffuso dell’epoca, e per The New American Cyclopædia, un progetto editoriale, avviato proprio nel 1857, dal direttore della New-York Tribune Charles Dana. La povertà non era il solo spettro ad assillare Marx. Come per gran parte della sua travagliata esistenza, egli fu affetto, anche durante questo periodo, da diversi malanni e colpito dai drammi familiari, ultimo dei quali la morte del suo ultimo figlio subito dopo il parto.

Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, l’opera di un autore costretto a scrivere in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti.

Il periodo compreso tra l’estate del 1857 e la primavera del 1858 fu uno dei più prolifici dell’esistenza di Marx poiché, in pochi mesi, riuscì a scrivere di economia politica più di quanto non avesse fatto negli anni precedenti. Nel dicembre del 1857, comunicò infatti ad Engels: “lavoro come un pazzo le notti intere al riepilogo dei miei studi economici, per metterne in chiaro almeno le grandi linee (Grundrisse) prima del diluvio” .

Il lavoro realizzato fu notevole e ramificato. Dall’agosto del 1857 al maggio 1858, Marx riempì gli otto corposi quaderni che divennero poi i Grundrisse. Nello stesso periodo, tra le corrispondenze realizzate per il New-York Tribune su argomenti vari, scrisse una dozzina di articoli sull’andamento della crisi in Europa. Infine, dall’ottobre del 1857 al febbraio del 1858, redasse anche tre quaderni di estratti, denominati I quaderni della crisi. Questi quaderni, ad oggi ancora inediti, forniscono nuova luce sulla genesi dei Grundrisse. Grazie ad essi, è possibile mutare l’immagine convenzionale di un Marx che studia la Scienza della logica di Hegel per cercare ispirazione durante la stesura dei manoscritti del 1857-58. A quel tempo, infatti, egli era molto più preoccupato degli eventi empirici legati a quella grande crisi a lungo prevista ed auspicata. In questi taccuini Marx, diversamente dagli altri suoi estratti realizzati in precedenza, non eseguì i compendi dalle opere degli economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti d’America e nel resto del mondo. Insomma, come dimostra una lettera del dicembre del 1857 indirizzata ad Engels, la sua attività fu intensissima:

“lavoro moltissimo quasi sempre fino alle quattro del mattino. Perché si tratta di un doppio lavoro: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico e per me, personalmente, liberarmi da questo incubo); 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per il New-York Tribune, mi limito a prendere appunti, cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo di nuovo e ancora qui, sempre gli stessi”.

Per quel che concerne i Grundrisse, dopo aver abbozzato durante l’ultima settimana di agosto, in un quaderno denominato «M», un testo che sarebbe dovuto servire come Introduzione alla sua opera, alla metà di ottobre, Marx proseguì il lavoro con altri sette quaderni (I – VII). Nel primo e in una parte del secondo di essi, egli scrisse il cosiddetto Capitolo sul denaro, primissima bozza in cui espose le sue teorie su denaro e valore; mentre negli altri redasse il cosiddetto Capitolo sul capitale, in cui dedicò centinaia di pagine al processo di produzione e di circolazione del capitale e trattò alcune delle tematiche più rilevanti dell’intero manoscritto, quali l’elaborazione del concetto di plusvalore e le riflessioni sulle formazioni economiche che avevano preceduto il modo di produzione capitalistico. Questo straordinario impegno non gli consentì, comunque, di completare la sua opera e alla fine del febbraio del 1858 scrisse a Ferdinand Lassalle:

“in effetti da alcuni mesi sto lavorando alla elaborazione finale. La cosa procede però molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto l’oggetto principale dei propri studi da molti anni, mostrano continuamente aspetti nuovi e suscitano nuovi dubbi non appena si deve venire a una resa dei conti finale. […] Il lavoro di cui si tratta in primo luogo è la Critica delle categorie economiche ovvero, se preferisci, la descrizione critica del sistema dell’economia borghese. È contemporaneamente descrizione del sistema e, attraverso la descrizione, critica del medesimo. […] Dopo tutto, ho il vago presentimento che proprio ora, nel momento in cui dopo 15 anni di studio sono arrivato al punto di por mano alla cosa, movimenti tempestosi dall’esterno probabilmente sopravverranno a interrompermi”.

In realtà, però, del tanto atteso movimento rivoluzionario, che egli riteneva sarebbe dovuto nascere in seguito alla crisi, non vi fu alcun segnale e la ragione del mancato completamento dello scritto fu, invece, la consapevolezza, sopraggiunta in Marx, di essere ancora lontano dalla piena padronanza critica degli argomenti affrontati. I Grundrisse rimasero, pertanto, solo una bozza dalla quale, dopo un’accurata rielaborazione del Capitolo sul denaro, avvenuta tra l’agosto e l’ottobre del 1858 durante la stesura del manoscritto Per la critica dell’economia politica. Testo originale (Urtext), egli pubblicò, nel 1859, un piccolo libro che non ebbe alcuna risonanza intitolato Per la critica dell’economia politica. Da quella data trascorsero altri otto anni di studi febbrili e di enormi fatiche intellettuali, prima della pubblicazione, nel 1867, del libro primo de Il capitale.

II. 1858-1953: Cent’anni di solitudine
Tralasciati nel maggio del 1858 per fare posto alla stesura di Per la critica dell’economia politica, dopo essere stati adoperati per la redazione di questo testo, i Grundrisse non furono quasi più riutilizzati da Marx. Nonostante fosse sua consuetudine richiamarsi agli studi precedentemente svolti, trascrivendone talvolta interi passaggi, ad eccezione di quelli del 1861-63, nessun manoscritto preparatorio de Il capitale contiene, infatti, alcun riferimento ad essi. I Grundrisse giacquero tra le tante bozze provvisorie di Marx che, dopo averli redatti, sempre più assorbito dalla soluzione di questioni più specifiche di quelle che essi racchiudevano, non ebbe dunque più modo di servirsene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza in proposito, è probabile che i Grundrisse non siano stati letti dallo stesso Friedrich Engels. Com’è noto, al momento della sua morte, Marx era riuscito a completare soltanto il libro primo de Il capitale, ed i manoscritti incompiuti dei libri secondo e terzo furono ricostruiti, selezionati e dati alle stampe da Engels. Nel corso della sua attività editoriale, quest’ultimo dovette prendere in esame decine di quaderni contenenti abbozzi de Il capitale ed è plausibile ipotizzare che quando, in fase di sistemazione della montagna di carte ereditate, sfogliò i Grundrisse, dovette ritenerli una versione troppo prematura dell’opera dell’amico – precedente persino alla pubblicazione di Per la critica dell’economia politica del 1859 – e, a ragione, inutilizzabile per il suo proposito. D’altronde, Engels non menzionò mai i Grundrisse, né nelle prefazioni ai due volumi de Il capitale dati alle stampe, né in alcuna lettera del suo vasto carteggio.

Dopo la sua scomparsa, gran parte degli originali di Marx venne custodita nell’archivio del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) di Berlino, ma fu trattata con la massima negligenza. I conflitti politici in seno alla Socialdemocrazia impedirono la pubblicazione dei rilevanti e voluminosi inediti di Marx e produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, così da compromettere, per lungo tempo, la possibilità di un’edizione completa delle sue opere. Nessuno, inoltre, si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale di Marx ed i Grundrisse restarono sepolti assieme alle altre sue carte.

L’unico brano dato alle stampe durante quel periodo fu l’Introduzione. Essa fu pubblicata nel 1903, sulla rivista Die Neue Zeit, da Karl Kautsky, il quale nella breve nota che accompagnò il testo, la presentò come un “abbozzo frammentario” datato 23 agosto 1857. Kautsky sostenne che si trattava dell’introduzione dell’opera principale di Marx e, per questo motivo, le diede il titolo di Introduzione a una critica dell’economia politica. Aggiunse inoltre che: “nonostante il suo carattere frammentario, anche il presente lavoro offre una grande quantità di nuovi punti di vista”. Intorno a essa, infatti, si manifestò un notevole interesse. Tradotta, inizialmente, in francese (1903) ed inglese (1904), prese a circolare rapidamente dopo che Kautsky l’ebbe pubblicata, nel 1907, in appendice a Per la critica dell’economia politica e apparve anche in russo (1922), giapponese (1926), greco (1927), cinese (1930), fino a divenire poi uno degli scritti più commentati dell’intera produzione teorica di Marx.

Nonostante la fortuna dell’Introduzione, i Grundrisse rimasero ancora a lungo sconosciuti. È difficile credere che, insieme con l’Introduzione, Kautsky non abbia ritrovato anche l’intero manoscritto. Egli, comunque, non vi fece mai riferimento e, quando poco dopo decise di pubblicare alcuni inediti di Marx, si concentrò solo su quelli del 1861-63, che diede alle stampe parzialmente, dal 1905 al 1910, con il titolo di Teorie sul plusvalore.

La scoperta “ufficiale” dei Grundrisse avvenne, invece, nel 1923 grazie a David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels (IME) di Mosca e promotore della Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA), l’edizione delle opere complete di Marx ed Engels. Dopo aver esaminato il Nachlaß di Berlino, egli rese pubblica l’esistenza dei Grundrisse in una comunicazione sul lascito letterario di Marx ed Engels, tenuta all’Accademia Socialista di Mosca:

“ho ritrovato tra le carte di Marx altri otto quaderni di studi di economia. (…) Il manoscritto è databile alla metà degli anni Cinquanta e contiene la prima stesura dell’opera di Marx [Il capitale], della quale, al tempo, egli non aveva ancora stabilito il titolo, e che rappresenta [anche] la prima elaborazione del suo scritto Per la critica dell’economia politica” .

In quella stessa sede affermò inoltre: “in uno di questi quaderni (…) Kautsky ha trovato l’Introduzione a Per la critica dell’economia politica” e riconobbe al complesso dei manoscritti preparatori de Il capitale “straordinario interesse per conoscere la storia dello sviluppo intellettuale di Marx, così come la peculiarità del suo metodo di lavoro e di ricerca”.

Grazie all’accordo di collaborazione per la pubblicazione della MEGA, stipulato tra l’IME, l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e lo SPD, detentore del Nachlaß di Marx ed Engels, i Grundrisse furono fotografati assieme a molti altri inediti e gli specialisti di Mosca cominciarono a studiarli su esemplari in copia. Tra il 1925 e il 1927, Pavel Veller, collaboratore dell’IME, catalogò tutti i manoscritti preparatori de Il capitale, il primo dei quali erano proprio i Grundrisse. Sino al 1931, essi furono completamente decifrati e dattilografati e nel 1933 ne fu dato alle stampe, in lingua russa, il Capitolo sul denaro, cui fece seguito, due anni dopo, l’edizione tedesca. Nel 1936, infine, l’Istituto Marx-Engels-Lenin (IMEL), subentrato all’IME, riuscì ad acquistare sei degli otto quaderni dei Grundrisse, circostanza che rese possibile la soluzione dei problemi editoriali ancora irrisolti.

Poco dopo, dunque, i Grundrisse poterono essere finalmente pubblicati: furono l’ultimo importante manoscritto di Marx, per giunta molto esteso e risalente a una delle fasi più feconde della sua elaborazione, ad essere reso noto al pubblico. Essi apparvero a Mosca nel 1939, a cura di Veller, che ne scelse il titolo: Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858. Due anni dopo, seguì la stampa di un’appendice (Anhang), che comprese gli appunti di Marx del 1850-51 dai Principi di economia politica e dell’imposta di David Ricardo, le note su Bastiat e Carey, gli indici sul contenuto dei Grundrisse da lui stesso redatti e, infine, il materiale preparatorio (Urtext) a Per la critica dell’economia politica del 1859. La prefazione al libro del 1939, siglata dall’IMEL, evidenziò decisamente il valore del testo: “il manoscritto del 1857-1858, pubblicato per la prima volta ed integralmente in questo volume, costituisce una tappa decisiva dell’opera economica di Marx”.

Tuttavia, seppure principi editoriali e formato fossero analoghi, i Grundrisse non furono inclusi tra i volumi della MEGA, ma uscirono, invece, in edizione singola. Inoltre, la loro pubblicazione a ridosso della Seconda Guerra Mondiale fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero ben presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Successivamente, i Grundrisse non furono inseriti nella Sočinenija (Opere Complete) (1928-47), la prima edizione russa degli scritti di Marx ed Engels e per la loro ristampa in tedesco si dovette attendere sino al 1953. Se desta grande stupore che un testo come i Grunrisse, sicuramente eretico rispetto agli allora indiscutibili cànoni del Diamat (Dialekticeskij Materializm), sia stato pubblicato durante l’era staliniana, bisogna altresì considerare che essi costituivano lo scritto più rilevante di Marx non ancora diffuso in Germania. Così, in occasione della celebrazione del Karl-Marx-Jahr (Anno di Karl Marx), che coincideva con il settantesimo anniversario della sua morte e il centotrentacinquesimo della nascita, i Grundrisse furono dati alle stampe a Berlino in 30.000 copie. Redatti nel 1857-58, essi cominciarono a essere letti e scoperti in tutto il mondo soltanto nel 1953. Dopo cent’anni di solitudine.

III. La diffusione dei Grundrisse
Nonostante la risonanza suscitata dalla pubblicazione di un nuovo e consistente manoscritto preparatorio de Il capitale e il valore teorico che ad essi fu attribuito, i Grundrisse furono tradotti molto lentamente.

Come già accaduto con l’Introduzione, fu un altro estratto dei Grundrisse a generare interesse prima dell’intero manoscritto: le Forme che precedono la produzione capitalistica. Esso fu infatti tradotto nel 1939 in russo e, nel 1947-48, dal russo in giapponese. Successivamente, l’edizione singola tedesca e la traduzione inglese ne favorirono un’ampia diffusione. Dalla prima, stampata nel 1952 nella serie “Piccola biblioteca del marxismo-leninismo” furono eseguite la traduzione in ungherese (1953) ed in italiano (1954). La seconda, pubblicata nel 1964, ne permise la circolazione nel mondo anglosassone e, tradotta in Argentina (1966) e Spagna (1967), in quello di lingua spagnola. La prefazione del curatore di questa edizione, Eric Hobsbawm, contribuì a evidenziare l’importanza del loro contenuto: le Forme che precedono la produzione capitalistica costituiscono “il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell’evoluzione storica” mai realizzato da Marx e “si può affermare, senza esitazione, che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di quest’opera (…) deve essere riesaminata alla luce di essa” . Infatti, sempre più studiosi internazionali si occuparono di questo testo, che seguì ad essere pubblicato in tanti altri paesi ed a stimolare ovunque significative discussioni storiografiche.

Le traduzioni dei Grundrisse nel loro insieme cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. La diffusione dello scritto di Marx fu un processo lento ma inesorabile e, quando ultimato, rese possibile una più completa e, per alcuni aspetti, differente percezione dell’intera sua opera. I maggiori interpreti dei Grundrisse vi si cimentarono in lingua originale, ma la loro lettura estesa, quella compiuta dagli studiosi che non erano in grado di leggerli in tedesco, e, soprattutto, quella dei militanti politici e degli studenti, avvenne solo in seguito alle traduzioni nelle varie lingue.

Le prime di esse avvennero in oriente, dove i Grundrisse apparvero prima in Giappone (1958-65) e poi in Cina (1962-78). In Unione Sovietica uscirono in lingua russa soltanto nel 1968-69, quando dopo essere stati esclusi anche dalla seconda ed ampliata edizione della Sočinenija (1955-66), vi furono incorporati quali volumi aggiuntivi. L’estromissione dalla Sočinenija fu tanto più grave perché determinò, a sua volta, quella dalla Marx Engels Werke (MEW) (1956-68), che riprodusse la selezione sovietica. La MEW, ovvero l’edizione più utilizzata delle opere di Marx ed Engels, nonché la fonte delle loro traduzioni nella maggior parte delle lingue, fu dunque privata dei Grundrisse che vennero pubblicati come volume supplementare soltanto nel 1983.

Alla fine degli anni Sessanta, i Grundrisse cominciarono a circolare anche in Europa. La prima traduzione fu quella francese (1967-68), ma la sua qualità era scadente ed una versione fedele dello scritto uscì solo nel 1980. Quella italiana apparve tra il 1968 e il 1970 e, così come quella francese, circostanza molto singolare, essa fu realizzata per iniziativa di una casa editrice indipendente dal Partito Comunista.

In lingua spagnola, il testo fu pubblicato negli anni Settanta. Se si esclude la versione stampata a Cuba nel 1970-71, di scarso pregio perché tradotta da quella francese e la cui circolazione rimase circoscritta nell’ambito di quel paese, la prima vera traduzione fu compiuta in Argentina tra il 1971 e il 1976. A essa seguirono ancora altre tre, effettuate tra Spagna, Argentina e Messico, che fecero dello spagnolo la lingua con il maggior numero di versioni dei Grundrisse.

La traduzione in lingua inglese fu anticipata, nel 1971, dalla pubblicazione di una scelta di alcuni suoi brani. L’introduzione del curatore di questo volume, David McLellan, aumentò le aspettative nei confronti dello scritto: “i Grundrisse sono molto più di una grezza stesura de Il capitale” e, anzi, più di ogni altro suo testo, “contengono una sintesi dei vari lidi del pensiero di Marx. (…) In un certo senso, nessuna tra le opere di Marx è completa, ma tra loro la più completa sono i Grundrisse” . La traduzione integrale giunse nel 1973, ovvero soltanto venti anni dopo l’edizione stampata in Germania. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “oltre al loro grande valore biografico e storico, essi (…) sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx. (…) I Grundrisse mettono in discussione e alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”.

Gli anni Settanta furono il decennio decisivo anche per le traduzioni nell’Europa dell’est. Dopo l’edizione russa, infatti, non vi era più alcun ostacolo affinché il testo potesse circolare anche nei paesi ‘satelliti’ dell’Unione Sovietica e, così, esso comparve in Ungheria (1972), Cecoslovacchia (in ceco tra il 1971 e il 1977 e in slovacco tra il 1974 e il 1975), Romania (1972-74) e Jugoslavia (1979).

Nello stesso periodo, i Grundrisse giunsero anche in Danimarca, pubblicati contemporaneamente in due traduzioni tra loro contrastanti: una a cura della casa editrice legata al partito comunista (1974-78) e l’altra, invece, di una vicina alla nuova sinistra (1975-77).

Negli anni Ottanta, i Grundrisse furono tradotti anche in Iran (1985-87), ove rappresentarono la prima traduzione rigorosa di un’opera economica di Marx in persiano, e in altre lingue europee: l’edizione slovena è del 1985 e dell’anno successivo sono la polacca e quella finlandese, quest’ultima effettuata grazie al sostegno sovietico.

Col dissolversi dell’Unione Sovietica e la fine del cosiddetto ‘socialismo reale’, la stampa degli scritti di Marx subì una battuta d’arresto. Ciò nonostante, anche negli anni nei quali il silenzio intorno al loro autore fu interrotto soltanto da quanti ne andavano decretando con assoluta certezza l’oblio, i Grundrisse hanno continuato ad essere tradotti in altre lingue. Pubblicati in Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000) ed in uscita nel 2011, in Brasile, in lingua portoghese, essi sono stati l’opera di Marx che ha ricevuto il maggior numero di nuove traduzioni negli ultimi venti anni.

Complessivamente, i Grundrisse sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue e tradotti in 32 differenti versioni. Senza fare riferimento alle tante traduzioni parziali, essi sono stati stampati in oltre 500.000 copie : un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, per giunta in tutta fretta, gli studi di economia svolti fino al momento della loro stesura.

IV. Lettori ed interpreti
La storia della recezione dei Grundrisse, così come quella della loro diffusione, è stata caratterizzata da un avvio alquanto tardivo. Alle vicissitudini legate al ritrovamento del manoscritto, si aggiunse, e fu di certo determinante, la complessità del testo frammentario ed appena abbozzato, tanto problematico da rendere in altre lingue quanto difficile da interpretare. In proposito, Roman Rosdolsky, autorevole studioso dei Grundrisse, affermò che:

“quando, nel 1948, (…) ebbe la fortuna di esaminar[ne] uno degli allora rarissimi esemplari (…), intuì subito che si trattava di un’opera fondamentale per la comprensione della teoria marxiana, che però a causa della sua forma particolare e del suo linguaggio spesso difficile, poco si addiceva ad un’ampia cerchia di lettori”.

Queste motivazioni lo indussero a tentare di illustrarne meglio il testo e ad esaminarne criticamente il contenuto. Il risultato di tale impresa fu l’opera Genesi e struttura del ‘Capitale’ di Marx che, pubblicata nel 1968, fu la prima, ed anche la principale mai scritta, monografia dedicata ai Grundrisse. Tradotta in molti paesi, favorì la loro divulgazione e circolazione ed ebbe un notevole influsso su tutti i successivi interpreti.

Il 1968 fu un anno significativo per i Grundrisse. Oltre al libro di Rosdolsky, infatti, apparve sulla New Left Review il primo saggio in lingua inglese interamente dedicato ad essi: Il Marx sconosciuto, di Martin Nicolaus, che ebbe il merito di attirare l’attenzione sui Grundrisse anche nel mondo anglosassone e di segnalare la necessità di una loro traduzione. Intanto, in Germania ed in Italia, i Grundrisse conquistarono i protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un irresistibile fascino tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

D’altronde, i tempi erano mutati anche a est. Dopo una prima fase nella quale i Grundrisse erano stati quasi del tutto ignorati o guardati con diffidenza, il libro di Vitalij Vygodskij, Introduzione ai Grundrisse di Marx, pubblicato in Unione Sovietica nel 1965 e nella Repubblica Democratica Tedesca nel 1967, impresse una svolta di segno opposto. I Grundrisse furono definiti infatti un’opera “geniale”, che “ci guidano nel laboratorio creativo di Marx e ci danno l’occasione di seguire passo dopo passo il processo di elaborazione della sua teoria economica” .

In pochi anni, i Grundrisse diventarono un testo fondamentale per tanti influenti marxisti. Accanto agli autori già menzionati, vi si dedicarono con particolare attenzione: Walter Tuchscheerer nella Repubblica Democratica Tedesca, Alfred Schmidt nella Repubblica Federale Tedesca, gli studiosi della Scuola di Budapest in Ungheria, Lucien Sève in Francia, Kiyoaki Hirata in Giappone, Gajo Petrovic in Jugoslavia, Antonio Negri in Italia, Adam Schaff in Polonia, Allen Oakley in Australia e divennero, in generale, uno scritto col quale ogni serio studioso dell’opera di Marx doveva misurarsi.

Pur se con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo cui potere attribuire piena compiutezza concettuale e coloro che li giudicarono, invece, come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse – cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche – favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate ed oggi risibili. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante le parti utili per ricostruire il rapporto con Georg W. F. Hegel ed i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx.

Accanto alle contrastanti letture dei Grundrisse, risaltano anche le non letture, il cui caso più eclatante è rappresentato da Louis Althusser. Impegnato finanche nel tentativo di far parlare i presunti silenzi di Marx e di leggere Il capitale “in modo da rendere visibile ciò che ancora in esso poteva sussistere di invisibile” , egli si concesse però il lusso di trascurare la cospicua mole delle centinaia di pagine già scritte dei Gundrisse e realizzò la suddivisione del pensiero di Marx in opere giovanili e opere della maturità, poi così tanto dibattuta, senza aver mai conosciuto il contenuto e la portata dei manoscritti del 1857-58 .

Comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Accanto alla pubblicazione di due commentari, uno in giapponese del 1974 e l’altro in tedesco del 1978 , molti autori scrissero di questo testo. Diversi studiosi videro nei Grundrisse il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle enunciazioni quasi profetiche racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione e, anche in Giappone, i Grundrisse furono letti come un testo di grande attualità per comprendere la modernità. Negli anni Ottanta, inoltre, primi particolareggiati studi apparvero anche in Cina, ove i Grundrisse divennero oggetto di studio per meglio intendere la genesi de Il capitale, ed in Unione Sovietica, dove fu pubblicato un volume collettivo esclusivamente dedicato ad essi.

Nel corso degli ultimi anni, ed in particolare in seguito ad un’altra crisi finanziaria, quella esplosa nel 2008, la persistente capacità esplicativa e critica del modo di produzione capitalistico, contenuta nelle opere di Marx, ha originato un ritorno d’interesse nei suoi riguardi in quasi ogni parte del pianeta. Da questo punto di vista, i Grundrisse rientrano certamente tra i suoi testi più densi e stimolanti. In essi, infatti, l’importante ruolo storico riconosciuto al capitalismo, ovvero la funzione che esso svolge per lo sviluppo delle forze produttive, per la socializzazione della produzione e per la creazione di una società cosmopolita, è perspicacemente delineato assieme alla critica radicale delle sue caratteristiche intrinseche, che costituiscono ostacoli insormontabili per una più compiuta emancipazione umana. Inoltre, i Grundrisse hanno un valore straordinario perché racchiudono numerose osservazioni su tematiche che il loro autore non ebbe più modo di sviluppare in nessuna altra parte della sua opera incompiuta. Tra queste sono particolarmente rilevanti quelle relative alla descrizione dei rapporti produttivi e sociali della società comunista, che egli riteneva avrebbe seguito quella capitalistica.

Se la riscoperta di Marx continuerà ad avere un serio seguito tra quanti hanno cominciato o ripreso a leggerlo, e, anche dal versante politico, avanzerà l’esigenza di confrontarsi nuovamente con il suo pensiero, i Grundrisse, anche se frammentari e, per tanti versi, ancora molto carenti rispetto ad Il capitale, potrebbero riproporsi come uno degli scritti di Marx in grado di attirare l’attenzione maggiore di studiosi e militanti.

Categories
Book chapter

La redescoberta de KARL MARX

Sobre mil socialistas, quizás uno solo haya leído una obra económica de Marx, sobre mil antimarxistas, ni siquiera uno ha leído a Marx.

 

MARX Y EL MARXISMO: INACABADO VERSUS SISTEMATIZACIÓN
Pocos hombres sacudieron el mundo como Karl Marx. A su desaparición, que pasó casi inobservada, le siguió, con una rapidez que en la historia tiene raros ejemplos con los cuales pueda ser confrontada, el eco de la fama. Muy pronto el nombre de Marx estuvo en las bocas de los trabajadores de Chicago y Detroit, así como en las de los primeros socialistas indios en Calcuta. Su imagen sirvió de fondo al congreso de los bolcheviques en Moscú después de la revolución. Su pensamiento inspiró programas y estatutos de todas las organizaciones políticas y sindicales del movimiento obrero, desde Europa entera hasta Shangai.

Sus ideas alteraron profundamente la filosofía, la historia, la economía. Sin embargo, no obstante la afirmación de sus teorías, que en el siglo XX se transformaron en la ideología dominante y la doctrina de Estado en una gran parte del género humano, y la enorme difusión de sus escritos, sigue sin tener, hasta hoy, una edición integral y científica de sus obras. Entre los más grandes autores de la humanidad, esta suerte le tocó exclusivamente a él.

La razón primaria de esta particularísima condición reside en el carácter en gran medida inacabado de su obra. Si se excluyen, en efecto, los artículos periodísticos publicados en los tres lustros que van desde 1848 hasta 1862, una gran parte de los cuales estaban destinados a la “New-York Tribune”, que en esa época era uno de los más importantes periódicos del mundo, los trabajos publicados fueron relativamente pocos si se los compara con los tantos realizados sólo parcialmente y la importante mole de las investigaciones que realizó . Emblemáticamente, cuando en 1881, en uno de sus últimos años de vida, Marx fue interrogado por Karl Kautsky sobre la oportunidad de una edición completa de sus obras, respondió “éstas, antes que nada, deberían ser escritas” .

Marx dejó, por consiguiente, muchos más manuscritos de los que mandó imprimir . Contrariamente a lo que por lo general se piensa, su obra fue fragmentaria y a veces contradictoria, aspectos que evidencian una de sus características peculiares: lo inacabado del trabajo. Su método sumamente riguroso y la autocrítica más despiadada, que determinaron la imposibilidad de terminar muchos de los trabajos emprendidos; las condiciones de profunda miseria y de mala salud permanente que lo persiguieron toda la vida, la inextinguible pasión cognoscitiva, jamás alterada, que le impulsó siempre hacia nuevos estudios; y, por último, la pesada conciencia adquirida con la plena madurez de la dificultad de encerrar la complejidad de la historia en un proyecto teórico, hicieron precisamente de lo inacabado el fiel compañero y la condena de toda la producción de Marx y de su misma existencia. El colosal plan de su obra no fue realizado sino en una parte exigua y sus incesantes esfuerzos intelectuales resultaron en un fracaso literario, aunque no por eso demostraron ser menos geniales y fecundas en consecuencias extraordinarias .

Sin embargo, a pesar de la fragmentariedad del Nachlaß (legado literario) de Marx y de su firme oposición a erigir una ulterior doctrina social, su obra incompleta fue subvertida y pudo surgir un nuevo sistema, el “marxismo”. Después de la muerte de Marx en 1883, fue Friedrich Engels el primero que se dedicó a la dificilísima empresa, dadas la dispersión de los materiales, lo abstruso del lenguaje y la ilegibilidad de la grafía, de publicar el legado del amigo. El trabajo se concentró en la reconstrucción y la selección de los originales, en la publicación de los textos inéditos o incompletos y, contemporáneamente, en la reedición y traducción de los escritos más conocidos.

Aunque hubieron excepciones, como en el caso de las [Tesis sobre Feuerbach] , editadas en 1888 como apéndice a su Ludwig Feuerbach y el fin de la filosofía clásica alemana, y de la [Crítica del Programa de Gotha], publicada en 1891, Engels privilegió casi exclusivamente el trabajo editorial de completar El capital, del cual había terminado solamente el libro primero. Esta tarea, que duró más de una década, fue realizada con la intención precisa de conseguir “una obra orgánica y lo más completa posible” . Tal elección, aunque respondía a exigencias comprensibles, produjo el paso de un texto parcial y provisorio, compuesto en muchas partes por “pensamientos escritos in statu nascendi” y por apuntes preliminares que Marx acostumbraba reservarse para elaboraciones ulteriores de los temas tratados, en otro unitario, que originaba la apariencia de una teoría económica sistemática y completa. De este modo, en el curso de su actividad de redacción, basada en la selección de los textos que se presentaban no como versiones finales sino, en cambio, como verdaderas variantes y en la necesidad de uniformar el conjunto de los materiales, Engels más que reconstruir la génesis y el desarrollo de los libros segundo y tercero de El Capital, que estaban bien lejos de su redacción definitiva, mandó imprimir volúmenes terminados .

Por otra parte, anteriormente, había contribuido a generar un proceso de sistematización teórica ya directamente con sus propios escritos. El Anti Duhring, aparecido en 1878, que él definiera una “exposición más o menos unitaria del método dialéctico y de la visión comunista del mundo representados por Marx y por mí” , se convirtió en el referente crucial en la formación el “marxismo” como sistema y en la diferenciación de éste del socialismo ecléctico, hasta entonces prevaleciente. Una incidencia aún mayor tuvo La evolución del socialismo utópico al científico, reelaboración, con fines divulgativos, de tres capítulos del escrito precedente que, publicado por primera vez en 1880, tuvo una fortuna análoga a la del Manifiesto del partido comunista. Si bien hubo una distinción neta entre este tipo de vulgarización, realizada en polémica abierta con los atajos simplicistas de las síntesis enciclopédicas, y la que tuvo como protagonista a la generación sucesiva de la socialdemocracia alemana, la utilización por Engels de las ciencias naturales abrió el camino a la concepción evolucionista que, poco tiempo después, se afirmaría incluso en el movimiento obrero.

El pensamiento de Marx, indiscutiblemente crítico y abierto, aunque a veces atravesado por tentaciones deterministas, cayó bajo los golpes del clima cultural de la Europa de fines del 1800, permeado, como nunca antes, por concepciones sistemáticas, y en primer lugar por el darwinismo. Para responder a ellas y a la necesidad de ideología que avanzaba incluso en las filas del movimiento de los trabajadores, el recién “marxismo”, que cada vez más dejaba de ser sólo una teoría científica para convertirse también en doctrina política – transformado precozmente en ortodoxia en las páginas de la revista “Die Neue Zeit” dirigida por Kautsky – asumió rápidamente la misma conformación sistémica. En este contexto, la difusa ignorancia y aversión en el seno del partido alemán hacia Hegel, un verdadero arcano impenetrable , y hacia su dialéctica, considerada hasta “el elemento no confiable de la doctrina marxista, la insidia que traba cualquier consideración coherente de las cosas” , desempeñaron un papel decisivo.

En las modalidades que acompañaron su difusión se encuentran otros factores que contribuyeron a la transformación de la obra de Marx en un sistema. Como demuestra la tirada reducida de las ediciones de la época de sus textos, se les dio preferencia a los folletos de síntesis y a compendios sumamente parciales. Algunas de sus obras, además, sufrían los efectos de las instrumentalizaciones políticas. Aparecieron así, en efecto, las primeras ediciones modificadas por los responsables de la edición, práctica que, favorecida por las incertidumbres presentes en el legado marxiano, en lo sucesivo se impuso cada vez más junto con la censura de algunos escritos. La forma manualística, vehículo notable para la exportación del pensamiento de Marx por el mundo, representó seguramente un instrumento muy eficaz de propaganda, pero también la alteración fatal de la concepción inicial. La divulgación de su obra, incompleta y compleja, en el encuentro con el positivismo y para responder mejor a las exigencias prácticas del partido proletario, se tradujo, por último, en un empobrecimiento y vulgarización del patrimonio originario , hasta hacerlo irreconocible al transformarlo de Kritik en Weltanschauung .

Del desarrollo de estos procesos fue tomando cuerpo una doctrina con una esquemática y elemental interpretación evolucionista, impregnada de determinismo económico: el “marxismo” del período de la Segunda Internacional (1889-1914). Guiada por una firme aunque ingenua convicción sobre la marcha automática de la historia y, por lo tanto, sobre la inevitabilidad de la sucesión del capitalismo por el socialismo, ella demostró ser incapaz de comprender el curso real del presente y, rompiendo el necesario lazo con la praxis revolucionaria, produjo un quietismo fatalista que se transformó en factor de estabilidad del orden existente . Se evidenciaba de este modo el profundo alejamiento de Marx, que ya en su primera obra había declarado “la historia no hace nada (…) no es la ‘historia’ la que se sirve del hombre como medio para realizar sus propios fines, como si ella fuese una persona particular; ella no es más que la actividad del hombre que persigue sus fines” .

La teoría sobre el derrumbe (Zussammenbruchstheorie), o sea la tesis sobre el fin próximo de la sociedad capitalista-burguesa, que en la crisis económica de la Gran Depresión, desplegada a lo largo del veintenio sucesivo a 1873, tuvo el contexto más favorable para expresarse, fue proclamada la esencia más íntima del socialismo científico. Las afirmaciones de Marx, destinadas a delinear los principios dinámicos del capitalismo y, más en general, a describir una tendencia de desarrollo , fueron transformadas en leyes históricas universalmente válidas , de las cuales se podían hacer descender, hasta los particulares, el curso de los acontecimientos.

La idea de un capitalismo agonizante, autónomamente destinado al ocaso, estuvo presente también en el sustento teórico de la primera plataforma enteramente “marxista” de un partido político, El programa de Erfurt de 1891, y en el comentario que del mismo hizo Kautsky, que enunciaba como “el incontenible desarrollo económico lleva a la bancarrota del modo de producción capitalista con necesidad de ley natural. La creación de una nueva forma de sociedad en lugar de la actual ya no es sólo algo deseable sino que se ha hecho inevitable” . Él fue la representación, más significativa y evidente, de los límites intrínsecos de la elaboración de la época, así como de la distancia abismal que se había producido de quien había sido el inspirador.

El mismo Eduard Bernstein, que al concebir el socialismo como posibilidad y no como inevitabilidad había marcado una discontinuidad con las interpretaciones dominantes en ese período, hizo una lectura de Marx igualmente deformada que no se separaba mínimamente de las de su tiempo y contribuyó a difundir, mediante la vasta resonancia que tuvo el Bernstein-Debatte, una imagen de aquélla igualmente alterada e instrumental.

El “marxismo ruso”, que en el curso del siglo XIX desempeñó un papel fundamental en la divulgación del pensamiento de Marx, siguió esta trayectoria de sistematización y vulgarización incluso con mayor rigidez. Para su pionero más importante, Gueorgui Plejánov, en efecto, “el marxismo es una completa concepción del mundo” , marcada por un monismo simplista según el cual las transformaciones superestructurales de la sociedad avanzan de manera simultánea con las modificaciones económicas. En Materialismo y empiriocriticismo, de 1909, Lenin define al materialismo como “el reconocimiento de la ley objetiva de la naturaleza y del reflejo aproximadamente fiel de esta ley en la cabeza del hombre” . La voluntad y la conciencia del género humano deben “inevitable y necesariamente” adecuarse a las necesidades de la naturaleza. Una vez más prevalece el planteo positivista.

Por consiguiente, y a pesar del áspero choque ideológico que se produjo durante estos años, muchos de los elementos teóricos característicos de la deformación producida por la Segunda Internacional se trasladaron a quienes habrían puesto su marca en la matriz cultural de la Tercera Internacional. Esta continuidad se manifestó, con aún mayor evidencia, en la Teoría del materialismo histórico, publicado en 1921 por Nikolai Bujarin, según el cual “tanto en la naturaleza como en la sociedad, los fenómenos son regulados por determinadas leyes. La primera tarea de la ciencia es descubrir esta regularidad” . Este determinismo social, totalmente centrado sobre el desarrollo de las fuerzas productivas, generó una doctrina según la cual “la multiplicidad de las causas que hacen sentir su acción en la sociedad no contradice de ningún modo la existencia de una ley única de la evolución social” .

La crítica de Antonio Gramsci, que se opuso a esa concepción para la cual “el planteo del problema como una investigación de leyes, de líneas constantes, regulares, uniformes está ligada a una exigencia, concebida de modo un poco pueril e ingenuo, de resolver perentoriamente el problema práctico de la previsibilidad de los acontecimientos históricos” , reviste particular interés. Su neta negativa a restringir la filosofía de la praxis marxiana a una grosera sociología, a “reducir una concepción el mundo a un formulario mecánico que da la impresión de tener toda la historia en el bolsillo” , fue particularmente importante porque iba más allá de lo escrito por Bujarin y buscaba condenar la orientación bastante más general que después habría prevalecido, de modo indiscutido, en la Unión Soviética.

Con la consolidación del “marxismo leninismo”, el proceso de deformación del pensamiento de Marx conoció su manifestación definitiva. La teoría fue desplazada de la función de guía del actuar convirtiéndose, por el contrario, en su justificación a posteriori. El punto de no retorno fue alcanzado con el “Diamat” (Dialekticeskij materializm), “la concepción del mundo del partido marxista-leninista” . El folleto de Stalin de 1938, Sobre el materialismo dialéctico y el materialismo histórico, que tuvo una extraordinaria difusión, fijaba los rasgos esenciales: los fenómenos de la vida colectiva son regulados por las “leyes necesarias del desarrollo social”, “perfectamente cognoscibles”; “la historia de la sociedad se presenta como un desarrollo necesario de la sociedad, y el estudio de la historia de la sociedad se convierte en una ciencia”. Eso “quiere decir que la ciencia de la historia de la sociedad, a pesar de toda la complejidad de los fenómenos de la vida social, puede convertirse en una ciencia igualmente exacta, por ejemplo, que la biología, capaz de utilizar las leyes de desarrollo de la sociedad para utilizarlas en la práctica” y que, por consiguiente, es tarea del partido del proletariado fundamentar su actividad sobre la base de estas leyes. Es evidente cómo la confusión sobre los conceptos de “científico” y “ciencia” había llegado al máximo. La cientificidad del método marxiano, fundada sobre criterios teóricos escrupulosos y coherentes, fue reemplazada por el modo de proceder de las ciencias naturales que no contemplaba ninguna contradicción.

Junto a este catecismo ideológico, encontró terreno fértil el dogmatismo más rígido e intransigente. Completamente extraño y separado de la complejidad social, el mismo se sostenía, como siempre ocurre cuando se formula un planteo en un tan arrogante cuanto infundado conocimiento de la realidad. Acerca del inexistente lazo con Marx, basta recordar su sentencia preferida: de omnibus dubitandum .

La ortodoxia “marxista-leninista” impuso un monismo inflexible que produjo efectos perversos también en los escritos de Marx. Indiscutiblemente, con la Revolución Soviética el “marxismo” vivió un momento significativo de expansión y circulación en ámbitos geográficos y clases sociales de los cuales, hasta entonces, había sido excluido. Sin embargo, una vez más, la difusión de los textos, más que remitirse directamente a los de Marx, se concentraba en los manuales de partido, vademécum, antologías “marxistas” sobre muy diversos argumentos. Además, fue cada vez más común la censura de algunas obras, el desmembramiento y la manipulación de otras, así como la práctica de la extrapolación y del astuto montaje de las citas. A éstas, a las cuales se recurría con fines preordenados, se les dio el mismo trato que el bandido Procusto reservaba a sus víctimas: si eran demasiado largas, se las amputaba, si demasiado cortas, eran alargadas. En conclusión, la relación entre la divulgación y la no esquematización de un pensamiento, con mayor razón el crítico y voluntariamente no sistémico de Marx, entre su popularización y la exigencia de no empobrecerlo, es sin duda una empresa difícil de realizar. De todos modos, a Marx no podría haberle ido peor.

Plegado de distintos lados en función de contingencias y necesidades políticas, fue asimilado a éstas y en su nombre fue vituperado. Su teoría, que era crítica, fue utilizada como las exégesis de los versículos bíblicos. Nacieron así las paradojas más impensables. Contrario a “prescribir recetas (…) para la hostería del futuro” , fue transformado en el padre ilegítimo de un nuevo sistema social. Crítico rigurosísimo y siempre insatisfecho de sus resultados, se convirtió en la fuente del más obstinado doctrinarismo. Defensor incansable de la concepción materialista de la historia, fue sacado de su contexto histórico mucho más que cualquier otro autor. Seguro de “que la emancipación de la clase obrera debe ser obra de los trabajadores mismos” , fue enjaulado en una ideología en la que prevalecía, en cambio, la primacía de las vanguardias políticas y del partido en el papel de propulsor de la conciencia de clase y de guía de la revolución.

Propugnador de la idea de que la condición para la maduración de la capacidad humana era la reducción de la jornada de trabajo, fue asimilado al credo productivista del stajanovismo. Convencido promotor de la abolición del Estado, se encontró identificado como baluarte del mismo. Interesado como pocos otros pensadores por el libre desarrollo de las individualidades de los hombres, que afirmaba, contra el derecho burgués que esconde las desigualdades sociales detrás de una mera igualdad legal, que “el derecho, en vez de ser igual, debería ser desigual” , ha sido incorporado a una concepción que ha neutralizado la investigación de la dimensión colectiva en el indistinto de la homologación. El originario carácter inacabado del gran trabajo crítico de Marx fue sometido a las presiones de la sistematización de los epígonos que produjeron, inexorablemente, la deformación de su pensamiento hasta borrarlo y anularlo y convertirlo en su negación manifiesta.

UN AUTOR MAL CONOCIDO
“¿Los escritos de Marx y Engels (…) fueron alguna vez leídos por entero por nadie que estuviese fuera de las filas de los amigos próximos y los adeptos y, por consiguiente, de los seguidores e intérpretes directos de los autores?”. Así se interrogaba Antonio Labriola, en 1897, sobre cuánto de la obra de aquéllos fuese hasta entonces conocido. Sus conclusiones fueron inequivocas: “leer todos los escritos de los fundadores del socialismo científico pareció hasta ahora un privilegio de iniciados”; el “materialismo histórico” había llegado a los pueblos de lenguas neolatinas “a través de una serie de equívocos, malentendidos, de alteraciones grotescas, de extraños disfraces y de invenciones gratuitas” .

Un “marxismo” imaginario. En efecto, como fue demostrado posteriormente por la investigación historiográfica, la convicción de que Marx y Engels fuesen verdaderamente leídos ha sido el fruto de una leyenda hagiográfica. Por el contrario, muchos de sus textos eran raros o imposibles de encontrar incluso en la lengua original y, por lo tanto, la invitación del estudioso italiano a dar vida a “una edición completa y crítica de todos los escritos de Marx y Engels” , indicaba una ineludible necesidad general. En opinión de Labriola, no era necesario ni compilar antologías, ni redactar un testamentum juxta canonem receptum, sino “todo el trabajo científico y político, toda la producción literaria, aunque fuese ocasional, de los dos fundadores del socialismo crítico, debe ser puesta al alcance de los lectores (…) para que ellos hablen directamente a todos los que tengan ganas de leerlos” . Más de un siglo después de este deseo, este proyecto aún no ha sido realizado.

Junto a estas evaluaciones prevalentemente filológicas, Labriola planteaba otras de carácter teórico, de sorprendente previsión con respecto a la época en que vivió. Consideraba que todos los escritos y trabajos de Marx y de Engels no terminados eran “los fragmentos de una ciencia y de una política que está en continuo devenir”. Para evitar buscar en su interior “lo que no está y no debe estar”, o sea, “una especie de vulgata o de preceptos para la interpretación de cualquier tiempo y lugar”, ellos podían ser plenamente comprendidos sólo volviéndolos a colocar en el momento y el contexto de su génesis. De no ser así, los que “no entienden el pensar y el saber como trabajos que están en curso”, o sea “los doctrinarios y los presuntuosos de todo tipo que tienen necesidad de los ídolos de la mente, los hacedores de sistemas clásicos buenos para la eternidad, los compiladores de manuales y de enciclopedias, buscarán en el marxismo, al revés y al derecho, lo que éste jamás pretendió ofrecer a nadie” : una solución sumaria y fideísta a las interrogaciones de la historia.

El ejecutor natural de la realización de la opera omnia no habría podido ser otro que el Sozialdemokratische Partei Deutschlands, detentor del Nachlaß y de las mayores competencias linguísticas y teóricas. Sin embargo, los conflictos políticos en el seno de la Socialdemocracia no sólo impidieron la publicación de la imponente e importante masa de trabajos inéditos de Marx, sino que produjeron también la dispersión de sus manuscritos, comprometiendo así cualquier hipótesis de edición sistemática . Sorprendentemente el partido alemán no construyó ninguna y trató la herencia literaria de Marx y de Engels con la máxima negligencia . Ninguno de sus teóricos se ocupó de hacer una lista del legado intelectual de los dos fundadores, que estaba compuesto por muchos manuscritos incompletos y por proyectos no llevados a término. Aún menos hubo quien se dedicase a recoger la correspondencia, voluminosa pero extremadamente diseminada, aunque ésta es utilísima como fuente de esclarecimiento, cuando no incluso de continuación, de sus escritos. La biblioteca, por último, que tenía los libros que ellos poseían con interesantes notas marginales y subrayados, fue ignorada, en parte dispersada y sólo posteriormente costosamente reconstruida y catalogada .

La primera publicación de las obras completas, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA) comenzó recién en los años veinte, por iniciativa de David Borisovich Riazanov, principal conocedor de Marx en el siglo diecinueve y director del Instituto Marx-Engels de Moscú. Sin embargo también esta empresa naufragó a causa de los tempestuosos acontecimientos que vivió el movimiento obrero internacional, los cuales muy a menudo pusieron trabas a la edición de sus textos en vez de favorecerla. Las depuraciones stalinistas en la Unión Soviética, que se abatieron también sobre los estudiosos que dirigían el proyecto, y el triunfo del nazismo en Alemania, condujeron a la precoz interrupción de la edición, tornando vano también este intento. Se produjo así la contradicción absoluta del nacimiento de una ideología inflexible que se inspiraba en un autor cuya gigantesca obra todavía permanecía en parte inexplorada. La afirmación del “marxismo” y su cristalización como corpus dogmático precedieron al conocimiento de los textos cuya lectura era indispensable para comprender la formación y la evolución del pensamiento de Marx .

Los principales trabajos juveniles, en efecto, sólo fueron impresos con la MEGA: [ Sobre la crítica de la filosofía hegeliana del derecho público.] en 1927, los [ Manuscritos económico-filosóficos de 1844] y [ La idelogía alemana] en 1932 – y, como ya había sucedido con los libros segundo y tercero de El capital, en ediciones en las que aparecían como obras terminadas, opción que posteriormente engendró muchos malentendidos interpretativos. Sucesivamente, y con tirajes que sólo pudieron asegurar una escasísima difusión, se publicaron algunos importantes trabajos preparatorios de El capital: en 1933 el [Capítulo VI inédito] y entre 1939 y 1941 los [Lineamientos fundamentales de la crítica de la economía política], más conocidos como Grundrisse. Estos inéditos, además, como los otros que siguieron, cuando no fueron escondidos por el temor de que pudiesen erosionar el canon ideológico dominante, estaban acompañados por una interpretación funcional a las exigencias políticas que, en el mejor de los casos, aportaba ajustes previsibles a dicha interpretación ya predeterminada y jamás se tradujeron en una seria rediscusión de conjunto de la obra.

El tortuoso proceso de difusión de los escritos de Marx y la carencia de una edición integral de los mismos, unidos a su carácter originario ya incompleto, al trabajo pésimo de los epígonos, a las lecturas tendenciosas y a las aún más numerosas no lecturas, son la causa fundamental de la gran paradoja: Karl Marx es un autor mal conocido, víctima de una profunda y reiterada incomprensión . Lo ha sido durante el período en el que el “marxismo” era política y culturalmente hegemónico, y todavía hoy sigue siéndolo.

UNA OBRA PARA HOY
Liberada de la odiosa función de instrumentum regni, al que había sido destinada en el pasado, y de la falacia del “marxismo”, del cual fue definitivamente separada, la obra de Marx, todavía parcialmente inédita, reaparece en su aspecto original no acabado y es nuevamente presentada a los libres campos del saber. Una vez sustraída a sus autonombrados propietarios y a modos de empleo constrictivos por fin se ha hecho posible el pleno despliegue de su preciosa e inmensa herencia teórica.

Con el auxilio de la filología encuentran una respuesta la ya ineludible exigencia del reconocimiento de las fuentes, durante tanto tiempo envueltas y mistificadas por la propaganda apologética, y la necesidad de disponer de un índice seguro y definitivo de todos los manuscritos de Marx. Ella se ofrece como medio imprescindible para aclarar el texto, restableciéndole el horizonte problemático y polimorfo originario y evidenciando la enorme distancia que existe entre él y muchas de las interpretaciones y de las experiencias políticas que, aunque hayan pretendido apoyarse en él, han transmitido del mismo una percepción sumamente reductiva. Leer a Marx con la intención de reconstruir la génesis de sus escritos y el cuadro histórico en que nacieron, de poner en evidencia la importancia de la deuda intelectual en la elaboración, de considerar su carácter constantemente multidisciplinario , tal es la complicada tarea que tiene ante sí la nueva Marx Forschung (investigación sobre Marx) y que necesita, para ser realizada, una orientación permanentemente crítica y alejada del condicionamiento engañoso de la ideología. Sin embargo, la de Marx no es solamente una obra carente de una adecuada interpretación crítica que pueda hacerle justicia a su genio , sino que es también una obra en una constante investigación por su autor.

Las reflexiones de Marx están atravesadas por una diferencia irreducible, por un carácter absolutamente particular respecto a las de la mayor parte de los otros pensadores. Ellas están unidas por un lazo inescindible entre la teoría y la praxis y se dirigen persistentemente a un sujeto privilegiado y concreto: “el movimiento real que lleva a la abolición del estado de las cosas presente” (die wirkliche Bewegung welche den jetzigen Zustand aufhebt) al cual se le confía “el derribamiento y la inversión práctica de las relaciones sociales existentes” (den praktischen Umsturz der realen gesellschftlichen Verhältnisse) . Creer que se puede relegar el patrimonio teórico y político de Marx a un pasado que ya no tendría nada que decir a los conflictos actuales, y circunscribirlo a la función de clásico momificado con un interés inofensivo para los días de hoy o encerrarlo en especialismos meramente especulativos, sería algo tan erróneo como su anterior transformación en la esfinge del gris socialismo real del siglo pasado.

Su obra conserva confines y pretensiones mucho más amplios que los ámbitos de las disciplinas académicas. Sin el pensamiento de Marx faltarían los conceptos para comprender y describir el mundo contemporáneo, así como los instrumentos críticos para invertir la subalternidad al credo imperante que presume poder representar el presente con las semblanzas antihistóricas de la naturalidad y de la inmutabilidad. Sin Marx estaríamos condenados a una verdadera afasia crítica.

No debe engañarnos la aparente inactualidad y el dogma absoluto y unánime que decreta con certeza el olvido. Sus ideas podrán en cambio provocar nuevos entusiasmos, estimular fecundas reflexiones ulteriores y sufrir otras alteraciones. La causa de la emancipación humana todavía deberá ponerlo a su servicio. Crítico sin igual del sistema de producción capitalista, Karl Marx será fundamental hasta la superación de aquél. Su “espectro” está destinado a recorrer el mundo y a hacer que la humanidad se agite todavía durante mucho tiempo.

APÉNDICE: CRONOLOGÍA DE LAS OBRAS DE MARX

AÑO  TÍTULO DE LA OBRA  INFORMACIÓN SOBRE LAS EDICIONES
1841 [Diferencia entre la filosofía de la naturaleza de Demócrito y la de Epicuro] 1902: en Aus dem literarischen Nachlass von Karl Marx, Friedrich Engels und Ferdinand Lassalle, compilada por Mehring (version parcial).
1927: en MEGA I/1.1, compilada por Riazanov.
1842-43 Artículos para la Gaceta Renana Periódico que se imprimía en Colonia
1844 [Sobre la crítica de la filosofía hegeliana del derecho público] 1927: en MEGA I/1.1, a cargo de Riazanov.
1844 Ensayos para los Anales Franco-Alemanes Incluidos en Sobre la cuestión judía y Para la crítica de la filosofía del derecho de Hegel. Introducción. Número único publicado en París. La mayor parte de los ejemplares fue confiscada por la policía.
1845 [Manuscritos económico-filosóficos de 1844] 1932: en Der historische Materialismus, a cargo de Landshut y Mayer y en MEGA I/3, a cargo de Adoratsky (las ediciones difieren en su contenido y en el orden de las partes). El texto fui excluido de los volúmenes numerados de la MEW y publicado por separado.
1845 La Sagrada Familia (con Engels) Publicado en Frankfort sobre el Mein.
1845 [Tesis sobre Feuerbach] 1888: en apéndice a la reimpresión de Ludwig Fuerbach y el fin de la filosofía clásica alemana de Engels.
1845-46 [La ideología alemana] (con Engels) 1903-1904: en Dokumente des Sozialismus, a cargo de Bernstein (versión parcial y manipulada).
1932: en Der historische Materialismus, a cargo de Landshut y Mayer, y en MEGA I/3, a cargo de Adoratsky (las ediciones difieren en su contenido y en el orden de las partes).
1847 Miseria de la filosofía Impreso en Bruselas y París. Texto en francés.
1848 Discurso sobre la cuestión del libre cambio Publicado en Bruselas. Texto en francés.
1848 Manifiesto del partido comunista (con Engels) Impreso en Londres. Conquistó cierta difusión a partir de los años setenta.
1848-49 Artículos para la Nueva Gaceta Renana Periódico de Colonia. Entre ellos figura Trabajo asalariado y capital.
1850 Artículos para la Nueva Gaceta Renana. Revista político-económica Fascículos mensuales impresos en Hamburgo y de exiguo tiraje. Comprenden Las luchas de clase en Francia desde 1848 a 1850.
1851-62 Artículos para el New-York Tribune Muchos artículos fueron redactados por Engels.
1852 El dieciocho Brumario de Luis Bonaparte Publicado en Nueva York en el primer fascículo de Die Revolution. La mayor parte de los ejemplares no pudo ser retirada de la imprenta por dificultades financieras. A Europa llegó solamente un número insignificante de copias. La segunda edición –reelaborada por Marx – apareció sólo en 1869.
1852 [Los grandes hombres del exilio] (con Engels) 1930: en “Archiv Marksa i Engel’sa” (edición rusa). El manuscrito había sido ocultado precedentemente por Bernstein.
1853 Revelaciones sobre el proceso contra los comunistas de Colonia Impreso como anónimo en Basilea (casi todos los dos mil ejemplares fueron secuestrados por la policía) y en Boston. En 1874 fue reimpreso en el Volksstaat y Marx aparece como autor; en 1875 versión en libro.
1854 El caballero de la noble conciencia Publicado en Nueva York como folleto.
1856-57 Revelaciones sobre la historia diplomática del siglo dieciocho Aunque había sido ya publicado por Marx, después fue omitido y sólo fue publicado en Europa oriental en 1986 en la MECW. Texto en inglés.
1857-58 [Introducción a los Lineamientos fundamentales de la crítica de la economía política] 1903: en Die Neue Zeit, a cargo de Kautsky, con notables discordancias con el original.
1859 Para la crítica de la economía política Impreso en Berlín en mil ejemplares.
1860 Herr Vogt Impreso en Londres con escasa resonancia.
1861-63 [Para la crítica de la economía política (Manuscrito 1861-1863)] 1905-1910: Teorías sobre la plusvalía; a cargo de Kautsky (versión manipulada). El texto fiel al original recién apareció en 1954 (edición rusa) y en 1956 (edición alemana).
1976-1982: publicación integral de todo el manuscrito en MEGA² II/3.1-3.6.
1863-64 [Sobre la cuestión polaca] 1961: Manuskripte über die polnische Frag, a cargo del IISG.
1863-67 [Manuscritos económicos 1863-67] 1894: El capital. Libro tercero. El proceso global de la producción capitalista, a cargo de Engels (basado también sobre manuscritos sucesivos, editados en MEGA² II/14 y en preparación en MEGA² II/4.3).
1933: Libro primero. Capítulo VI inédito, en “Archiv Marksa i Engel’sa” (edición rusa).
1988: publicación de manuscritos del Libro primero y del Libro segundo, en MEGA² II/4.1.
1992: publicación de manuscritos del Libro tercero, en MEGA² II/4.2.
1864-72 Discursos, resoluciones, circulares, manifiestos, programas, estatutos para la Asociación Internacional de los Trabajadores Incluyen el Mensaje inaugural de la Asociación internacional de los trabajadores, La guerra civil en Francia y Las llamadas escisiones en la Internacional (con Engels). Por lo general, textos en inglés.
1865 [Salario, precio y ganancia] 1898: a cargo de Eleanor Marx. Texto en inglés.
1867 El capital. Libro primero. El proceso de producción del capital Editado en mil ejemplares en Hamburgo. Segunda edición en 1873 de tres mil copias. Traducción rusa en 1872.
1870 [Manuscrito para el libro segundo de El capital] 1885: El capital. Libro segundo. El proceso de circulación del capital, a cargo de Engels (basado también sobre el manuscrito de 1880-1881 y sobre los otros más breves de 1867-1868 y de 1877-1878, en preparación en MEGA² II/11).
1872-75 El capital. Libro primero: El proceso de producción del capital (edición francesa) Texto reelaborado para la traducción francesa publicada en fascículos. Según Marx tiene “un valor científico independiente del original”.
1874-75 [Notas sobre “Estado y Anarquía” de Bakunin] 1928: en Letopisi marxisma, prefacio de Riazanov (edición rusa). Manuscritos con extractos en ruso y comentarios en alemán.
1875 [Crítica al Programa de Gotha] 1891: en Die Neue Zeit, a cargo de Engels, que modificó algunos trechos del original.
1875 [La relación entre la cuota de plusvalía y la cuota de ganancia desarrollada matemáticamente] 2003: en MEGA² II/14.
1877 Sobre la “Historia crítica” (capítulo del Anti-Dühring de Engels) Publicado parcialmente en el Vorwärts y después íntegramente en la edición como libro.
1879-80 [Anotaciones sobre “La propiedad común rural” de Kovalevsky] 1977: en Karl Marx über Formen vorkapitalischer Produktion, a cargo del IISG.
1880-81 [Extractos de “La sociedad antigua” de Morgan] 1972: en The Ethnological Notebooks of Karl Marx, a cargo del IISG. Manuscritos con extractos en inglés.
1881 [Glosas marginales al “Manual de economía política” de Wagner] 1932: en El Capital (versión parcial).
1933: en SOČ XV (edición rusa).
1881-82 [Extractos cronológicos desde el 90 a.C hasta el 1648 ca.] 1938-1939: en “Archiv Marksa i Engel’sa” (versión parcial, edición rusa).
1953: en Marx,Engels, Lenin, Stalin, Zur deutschen Geschichte (versión parcial).

 

Categories
Book chapter

Marx en París

París, capital del mundo nuevo
París es una “monstruosa maravilla, conjunto estupefaciente de movimientos, máquinas y pensamiento, la ciudad de las cien mil novelas, la cabeza del mundo” [1]. Así describía Balzac, en unos de sus cuentos, el efecto que la capital francesa producía sobre todos los que no la conocían a fondo. Durante los años anteriores a la revolución de 1848, la ciudad estaba habitada por artesanos y obreros en continua agitación política, por colonias de exiliados, revolucionarios, escritores y artistas de muchos países y el fermento social que la atravesaba había adquirido una intensidad que se puede encontrar en pocos otros períodos históricos [2]. Mujeres y hombres, con las más diferentes dotes intelectuales, publicaron libros, revistas y periódicos, escribieron poesías, hablaron en las asambleas, se dedicaron a interminables discusiones en los cafés, por las calles, en los banquetes públicos, vivieron en el mismo lugar influenciándose recíprocamente [3].

Bakunin había decidido de ir más allá del Rhin para encontrarse “de golpe en medio a esos nuevos elementos que en Alemania ni siquiera nacieron aún. [El primero de los cuales es] la difusión del pensamiento político en todos los estratos de la sociedad” [4]. Von Stein sostuvo que “en el pueblo mismo había comenzado una vida propia que creaba nuevas asociaciones, que pensaba nuevas revoluciones” [5]. Ruge afirmó “en París viviremos nuestras victorias y nuestras derrotas” [6].

Era, en pocas palabras, el lugar donde había que estar en ese preciso momento histórico. El mismo Balzac afirmaba que “las calles de París tienen cualidades humanas e imprimen en nosotros con su fisionomía ciertas ideas de las que no podemos defendernos”[7]. Muchas de estas ideas impresionaron también a Karl Marx que, a los veinticinco años, había ido allí en octubre de 1843 [8]; ellas marcaron profundamente su evolución intelectual que, precisamente durante su estancia en París, maduró decisivamente.

La disponibilidad teórica con la que llegó a la ciudad [9], después de la experiencia periodística en la “Rheinische Zeitung” [10] y del abandono del horizonte conceptual del Estado racional hegeliano y del radicalismo democrático que había adoptado, fue sacudida por la visión concreta del proletariado. La incertidumbre generada por la atmósfera problemática de la época, que veía consolidarse rápidamente una nueva realidad económico-social, se disolvió al contacto, tanto en el plano teórico como en el de la experiencia vivida,con la clase trabajadora parisina y con sus condiciones de trabajo y de vida.

El descubrimiento del proletariado y, por su intermedio, de la revolución, la adhesión, aunque aún en forma indeterminada y semiutópica, al comunismo, la crítica de la filosofía especulativo de Hegel y de la Izquierda hegeliana, el primer esbozo de la concepción materialista de la historia y el comienzo de la crítica de la economía política, forman el conjunto de los temas fundamentales que Marx fue madurando durante este período.

Las notas siguientes, que dejan expresamente de lado la interpretación crítica de su célebre escrito juvenil, los llamados [Manuscritos económico-filosóficos] [11], redactados durante su permanencia en París, privilegian el fondo de las cuestiones filológicas que a él se refieren.

La llegada a la economía política
Durante su colaboración con la “Rheinische Zeitung”, Marx ya había tratado algunas cuestiones económicas aunque siempre desde el punto de vista jurídico y político[12]. Sucesivamente, en ls reflexiones que desarrolló en Kreuznach en 1843 y de las cuales surgió el manuscrito [ Sobre la crítica a la filosofía hegeliana del Derecho], al concebir a la sociedad civil como base real del Estado político, llegó a la primera formulación sobre la importancia del factor económico en las relaciones sociales [13]. Sin embargo fue solamente en París, impulsado por las contradicciones del derecho y de la política, insolubles en su propio ámbito, o sea por la incapacidad que ambas habían demostrado de dar soluciones a los problemas reales, e impresionado de modo decisivo por las consideraciones contenidas en los Lineamientos de una crítica de la economía política, uno de los dos artículos de Engels publicados en el primer y único volumen de los “Deutsch-französische Jahrbücher”, donde comenzó un “estudio crítico escrupuloso de la economía política” [14]. Desde ese momento, sus investigaciones, de carácter preeminentemente filosófico, político e histórico, se orientaron hacia esta nueva disciplina que se convirtió en el centro de sus investigaciones y preocupaciones científicas, delimitando un nuevo horizonte que jamás abandonará [15].

Bajo la influencia de La esencia del dinero de Hess y de las transposición que éste hacía del concepto de alienación del plano especulativo al económico-social, la primera fase de estos análisis se concentró en la crítica de la mediación económica del dinero, obstáculo a la realización de la esencia del hombre. En la polémica contra Bruno Bauer Sobre la cuestión judía Marx considera a esta última como un problema social que representa la presuposición filosófica e histórico-social de toda la civilización capitalista. El judío es la metáfora y la vanguardia histórica de las relaciones que ella produce y su figura mundana se convierte en sinónimo de capitalista tout court [16].

Inmediatamente después Marx inaugura el nuevo campo de estudios con una gran mole de lecturas y notas críticas que alternaba, como se demuestra mejor a continuación, en los manuscritos y en los cuadernos de extractos y anotaciones que solía compilar sobre los textos que leía. El hilo conductor de su trabajo es la necesidad de develar y desmentir la mayor mistificación de la economía política: las tesis según las cuales sus categorías son válidas en todo tiempo y en todo lugar. Marx fue impresionado profundamente por esta ceguera y falta de sentido histórico de los economistas que, en realidad, trataban así de disimular y justificar la inhumanidad de las condiciones económica de ese tiempo en nombre de su carácter natural. Al comentar un texto de Say, observa que “la propiedad privada es un hecho cuya constitución no pertenece a la economía política pero que constituye su fundamento. (…) Toda la economía política se basa pues sobre un hecho que carece de necesidad” [17]. Marx formula análogas observaciones en los [Manuscritos económico-filosóficos] en los cuales subraya que “la economía política parte del hecho de la propiedad privada. Pero no nos la explica” [18], “da por supuesto en forma de hecho, de acontecimiento, lo que debe deducir” [19].

La economía política considera, por eso, el régimen de propiedad privada, el modo de producción que lo acompaña y las categorías económicas correspondientes, como inmutables y eternamente duraderas. El hombre de la sociedad burguesa aparece como el hombre natural. En resumen, “cuando se habla de la propiedad privada se cree tener que tratar con una cosa externa al hombre” [20], comenta Marx, cuyo rechazo de esta ontología del intercambio no podría ser más neto.

Por el contrario, apoyado en diversos y profundos estudios históricos que le habían dado una primera clave de lectura sobre la evolución temporal de las estructuras sociales [21] y haciendo suyas las que consideraba mejores intuiciones de Proudhon, en particular su crítica contra la idea de propiedad como derecho natural [22], Marx ya había aprehendido el conocimiento central sobre la provisoriedad histórica. Los economistas burgueses habían presentado las leyes del modo de producción capitalista como si fuesen leyes eternas de la sociedad humana. Marx, en cambio, poniendo como exclusivo y diferenciado objeto de investigación la naturaleza específica de las relaciones de su tiempo,”la realidad lacerada de la industria” [23], subrayó la transitoriedad de la misma, su carácter de fase históricamente producida y emprendió la investigación de las contradicciones que el capitalismo produce y que llevan a su superación.

Este diferente modo de entender las relaciones sociales determinaría importantes consecuencias, la más significativa de las cuales es, sin duda, la relativa al concepto de trabajo alienado. Contrariamente a los economistas, así como al mismo Hegel [24],que lo concebían como una condición natural e inmutable de la sociedad, Marx empezó un recorrido que lo llevaría a rechazar la dimensión antropológica de la alienación sustituyéndola por una concepción con base histórico-social que remitía el fenómeno a una determinada estructura de las relaciones productivas y sociales[25], el enajenamiento humano en las condiciones del trabajo industrial.

Las notas que acompañan los extractos de James Mill, evidencian “como la economía política establece la forma enajenada de las relaciones sociales (die entfremdete Form des geselligen Verkehrs) como la forma esencial y originaria y correspondiente al destino humano” [26]. Lejos de ser una condición constante de la objetivación, de la producción del obrero, el trabajo alienado es para Marx, por el contrario, la expresión de la socialidad del trabajo dentro de los límites del orden actual, de la división del trabajo que considera al hombre “un torno, una herramienta (…) y lo transforma en un aborto espiritual y físico” [27].

En la actividad laboral se afirma la peculiaridad del individuo, la actuación de una imprescindible necesidad suya; sin embargo “esta realización del trabajo aparece en la fase de la economía privada como una anulación del obrero (Entwirklichung des Arbeiters) [28]. El trabajo sería afirmación humana, liberación creadora, “pero en las condiciones de la propiedad privada mi individualidad está a tal punto alienada que esta actividad me es odiosa, es para mí un tormento y sólo la apariencia de una actividad y es por lo tanto solamente una actividad exigida a la fuerza (erzwungene Thägkeit) y que me es impuesta sólo por una accidental necesidad exterior” [29].

Marx llegó a estas conclusiones recogiendo las teorías válidas de la ciencia económica, criticándoles los elementos constitutivos e invirtiendo los resultados de las mismas [30]. Eso fue posible mediante un esfuerzo intensísimo y sin tregua. El Marx de París es un hombre famélico de lecturas a las que dedica día y noche. Es un Marx lleno de entusiasmos y de proyectos, que traza planes de trabajo tan grandes que jamás podrá terminar, que estudia cada documento relativo a las cuestiones que examina para después ser absorbido por el progreso rapidísimo de su conocimiento y por las mutaciones de los intereses que lo trasladan, puntualmente, hacia nuevos horizontes, ulteriores propuestas y nuevamente otras investigaciones [31].

Sur la rive gauche de la Seine planifica una crítica de la filosofía del derecho de Hegel, realiza estudios sobre la revolución francesa para escribir una historia de la Convención, proyecta una crítica de las doctrinas socialistas y comunistas existentes [32]. Después se lanza a un furioso estudio de la economía política que, de improviso y acuciado por la prioridad de despejar definitivamente el terreno alemán de la crítica trascendente de Bauer y sus socios, interrumpe para escribir su primer obra: La sagrada familia. Y después, nuevamente, otros cien propósitos: si había que hacer una crítica, ésta pasaba por su cabeza y por su pluma. Sin embargo, el joven más prolífico del movimiento de la izquierda hegeliana era también el que había publicado menos que tantos otros. Lo incompleto, que caracterizará toda su obra, aparece ya en los trabajos de su año parisino. Su escrupulosidad tenía mucho de increible: se negaba a escribir una frase si no conseguía demostrarla de diez modos diferentes [33]. El convencimiento de la insuficiencia de sus informaciones y de la inmadurez de sus evaluaciones le impedía publicar gran parte de los trabajos a los que se había dedicado y que, por eso, quedaban fragmentarios y apenas esbozados. Sus apuntes, por lo tanto, son preciosísimos. Miden la amplitud de sus investigaciones, contienen algunas de sus reflexiones y deben ser valorados como parte integrante de su obra. Eso vale también para el período parisino durante el cual, tanto los manuscritos como las notas de lectura, atestiguan el lazo estrecho e inescindible que existe entre los escritos y los apuntes [34].

Manuscritos y cuadernos de extractos: los papeles de 1844
A pesar de estar incompletos y de la forma fragmentaria que los distingue, los [Manuscritos económico-filosóficos] de 1844 casi siempre han sido leídos prestando escasa atención a los problemas filológicos que los caracterizan, los cuales han sido ignorados o considerados poco importantes [35]. Los manuscritos fueron publicados íntegramente, por primera vez, sólo en 1932 y además en dos ediciones diferentes. En la colección dirigida por los estudiosos socialdemócratas Landshut y Mayer, titulada Der historische Materialismus, aparecieron bajo el título “Nationalökonomie und Philosophie” [36], mientras en la Marx Engels Gesamtausgabe fueron titulados “Okonomisch-philosophische Manuskriptem aus dem Jahre 1844 “ [37]. Además del nombre, ambas publicaciones se distinguían también por el contenido y por el orden de las diversas partes que evidenciaban grandes diferencias. La primera, repleta de errores debido al desciframiento inadecuado del original, no publicó el primer grupo de hojas, el llamado primer manuscrito, y atribuía de modo erróneo directamente a Marx un cuarto manuscrito que en cambio era un resumen del capítulo final de la Fenomenología del Espíritu de Hegel [38]. Sin embargo, se ha tenido muy poco en cuenta que también los editores de la primera MEGA, al darle un nombre, al colocar el prefacio al principio –en realidad se encuentra en el tercer manuscrito- y en la reorganización del conjunto, terminaron por hacer creer que Marx habría tenido, desde el comienzo, la idea de escribir una crítica de la economía política y que todo habría estado dividido originariamente en capítulos [39].

Además, se dio generalmente por sentada la tesis –inexacta- según la cual Marx habría redactado estos textos sólo después de haber leído y compendiado las obras de economía política [40], cuando en realidad el proceso de escritura se hizo alternando entre grupos de manuscritos y extractos [41] y, por el contrario, estos últimos intervalaron toda la producción parisina, desde los ensayos para los “Deutsch-französiche Jahrbücher” hasta La sagrada familia.

A pesar de su evidente forma problemática, de la confusión resultante de las diversas versiones mandadas imprimir y, sobre todo, de la conciencia de la ausencia de gran parte del segundo manuscrito, el más importante y desgraciadamente perdido, ninguno de los intérpretes críticos y responsables de las nuevas ediciones se dedicó a reexaminar los originales, cosa que, sin embargo, por ese texto que tanto pesaba en el debate entre las diferentes interpretaciones críticas de Marx, resultaba tan necesaria.

Escritos entre mayo y agosto, los [Manuscritos económico-filosóficos] no pueden ser considerados una obra, un texto coherente escrito de manera sistemática y preordenada. Todas las muchas interpretaciones que han querido atribuirles el carácter de una orientación concluida, tanto las que revelaban en ellos que el pensamiento marxiano estaba ya completo como las que los indicaban como una concepción definida y opuesta a la de la madurez científica [42], son refutadas por el examen filológico. No homogéneos y muy lejos de presentar una conexión estrecha entre las partes, los manuscritos son, más bien, la expresión evidente de un pensamiento en continuo movimiento [43]. El modo de asimilar y utilizar las lecturas de las cuales éste se nutría es mostrado por el examen de los nueve cuadernos que nos llegaron, los cuales tienen más de 200 páginas de extractos y comentarios [44].

En los cuadernos parisinos se reúnen los rastros del encuentro de Marx con la economía política y del proceso de formación de sus primerísimas elaboraciones sobre la teoría económica. Confrontando estos cuadernos con los escritos del período, publicados o no, surge de modo decisivo la importancia de las lecturas en el desarrollo de sus ideas. Circunscribiendo la lista únicamente a los autores de economía política, Marx redacta extractos de los textos de Say, Schüz, List, Osiander, Smith, Skarbek, Ricardo, James Mill, MacCulloch, Prevost, Destutt de Tracy, Buret, de Boisguillebert, Law y Lauderdale [45]. Además, en los [Manuscritos económico-filosóficos], en los artículos y en la correspondencia del tiempo, aparecen referencias a Proudhon, Schulz, Pecquet, Loudon, Sismondi, Ganihl, Chevalier, Malthus, de Pompery y Bentham.

Marx escribió los primeros extractos del Traité d’ économie politique de Say, del cual transcribió partes enteras, mientras iba asimilando conocimientos elementales de economía. La única anotación es posterior y se concentra del lado derecho de la hoja, destinado, como solía, a esta función. También los compendios de Smith, cronológicamente sucesivos, tuvieron el análogo objetivo de lograr adquisiciones básicas de las nociones económicas. De hecho, aunque sean más extensos, no presentan casi ningún comentario. A pesar de eso, el pensamiento de Marx resulta claro de su mismo montaje de los trechos y, como sucede a menudo en otras partes, de su modo de contraponer entre sí tesis divergentes de diversos economistas. Un carácter diferente tienen en cambio los de Ricardo, en los cuales aparecen sus primeras observaciones. Estas se concentraron sobre los conceptos de valor y precio, concebidos aún como perfectamente idénticos. Esta igualdad entre los valores de las mercancías y los precios reside en la concepción inicial de Marx que otorgaba realidad sólo al valor de cambio producido por la competencia, relegando el precio natural al reino de la abstracción, como una pura quimera. Al avanzar los estudios, estas notas críticas ya no son esporádicas sino que se intercalan en los resúmenes de las obras, aumentando, con el avance del conocimiento, de autor en autor. Frases aisladas, después consideraciones más extensas hasta que, habiéndose concentrado, mediante los Éléments d’ économie politique de James Mill, en la crítica de la intermediación del dinero como dominio completo de la cosa enajenada sobre el hombre, la relación se invierte y ya no son sus textos los que interrumpen los extractos sino que sucede exactamente lo opuesto.

Por último, para demostrar una vez más la importancia de los extractos, nos parece útil señalar la utilización de estas notas, sea cuando fueron redactadas, sea sucesivamente. Parte de ellas fueron publicadas, en 1844, en el “Vorwärts!”, el bisemanario de los emigrados alemanes en París, para contribuir a la formación intelectual de los lectores [46]. Sobre todo, dado que eran tan exhaustivas, fueron después utilizadas por Marx, que tenía la costumbre de releer sus apuntes tiempo después [47], en los manuscritos económicos de 1857-58, mejor conocidos como los [Grundrisse], en los de 1861-63 y en el primer libro de El Capital [48].

En conclusión, Marx desarrolló sus pensamientos tanto en los [Manuscritos económico-filosóficos] como en los cuadernos de extractos de lecturas. Los manuscritos están llenos de citas, el primero es casi una recolección de ellas, y los cuadernos de compendios, aunque mayormente centrados sobre los textos que leía, están acompañados por sus comentarios. El contenido de ambos, así la modalidad de escritura –caracterizada por la división de las hojas en columnas- la numeración de las páginas y el momento de la redacción confirman que los [Manuscritos económico-filosóficos] no son una obra separada [49] sino una parte de su producción crítica que en este período estuvo compuesta por los extractos de los textos que estudiaba, por las reflexiones críticas sobre ellos y por elaboraciones que, impulsivamente o de modo más razonado, ponía en el papel. Separar estos manuscritos del resto, extrapolarlos de su contexto, puede por lo tanto llevar a un error interpretativo.

El solo hecho de lo complejo de estas notas, junto con la reconstrucción histórica de su maduración, muestran realmente el itinerario y la complejidad de su pensamiento crítico durante el intensísimo año de trabajo parisino [50].

Crítica de la filosofía y crítica de la política
El ambiente que circundó el avance de las ideas de Marx y la influencia que sobre él ejerció, en el plano teórico y práctico, merece una breve reflexión más. El mismo se caracterizaba por una profunda transformación económica-social y, en primer lugar, por la gran expansión proletaria. Con el descubrimiento del proletariado Marx pudo descomponer, en términos de clase, la noción hegeliana de sociedad civil. Además, asumió la comprensión de que el proletariado era una clase nueva, diversa de los pobres, ya que su miseria derivaba de sus condiciones de trabajo mismas. Se trataba de la demostración de una de las principales contradicciones de la sociedad burguesa: “el obrero se empobrece tanto más cuanto mayor es la riqueza que produce, cuanto más su producción crece en potencia y en extensión” [51].

La rebelión de los tejedores de Silesia, que se produjo en junio, dio a Marx una ocasión más para desarrollar su orientación. En las Glosas críticas al margen del artículo “El rey de Prusia y la reforma social. De un prusiano” publicadas en el “Vorwärts!”, mediante la crítica a Ruge y a un artículo precedente del mismo que acusaba a esa lucha de falta de espíritu político, tomó distancia de la concepción hegeliana que veía en el Estado el único representante del interés general y que relegaba todo movimiento de la sociedad civil al ámbito de la parcialidad y de la esfera privada [52]. Al contrario, para Marx, “una revolución social se encuentra desde el punto de vista de la totalidad” [53] y, bajo el impulso de este acontecimiento de considerable y explícito carácter revolucionario, él destacó el error de cuantos buscaban la base de los problemas sociales “no ya en la esencia del Estado sino en una determinada forma de Estado” [54].

De un modo más general repudió la reforma de la sociedad, objetivo de las doctrinas socialistas, la igualdad del salario y una nueva organización del trabajo en el marco del régimen capitalista como propuestas de quien todavía está prisionero de lo que combate (Proudhon) y de quien, sobre todo, no comprendía la verdadera relación que existía entre la propiedad privada y el trabajo alienado. En efecto, “aunque la propiedad privada parece ser el fundamento, la causa del trabajo alienado (entäusserten Arbeit) ella es más bien la consecuencia” [55], “ la propiedad privada es el producto, el resultado, la consecuencia necesaria del trabajo alienado (entäusserten Arbeit)”. A las teorías socialistas Marx les opuso un proyecto de transformación radical del sistema económico para el cual era “el capital (el) que debe ser suprimido ‘como tal’” [56].

Cuanto más advertirá la cercanía de estas doctrinas a su pensamiento, tanto más se acentuará la crítica a las mismas, reforzada por la necesidad de aclarar los problemas. La elaboración de su concepción lo llevó a una continua confrontación entre las ideas que lo circundaban y los diversos resultados que nacían del avance de sus estudios. El recorrido fulmíneo de su maduración se lo impuso. La misma suerte le tocó a la Izquierda hegeliana. Por el contrario, los juicios sobre sus representantes fueron los más severos ya que representan también la autocrítica sobre su propio pasado. [57] La “Allgemeine Literatur-Zeitung”, el órgano mensual que Bruno Bauer dirigía, afirmaba perentoriamente en sus páginas que “el crítico se abstenga de participar en los dolores o las alegrías de la sociedad (…) sesione majestuosamente en soledad” [58]. Para Marx, en cambio,” la crítica no es una pasión del cerebro, (…)un cuchillo anatómico, es un arma. Su objeto es su enemigo, al cual no quiere refutar sino aniquilar. (…) No se coloca más como fin en sí mismo, sino ya solamente como medio” [59]. Contra el solipsismo de la “crítica crítica” [60], que partía de la concepción abstracta según la cual reconocer una enajenación quería decir haberla ya superada, le había aparecido, de modo claro, que “la fuerza material sólo puede ser abatida por la fuerza material” [61] y que el ser social solamente podía ser cambiado por obra de la praxis humana. Descubrir la condición alienada del hombre, tomar conciencia de la misma, debía significar, al mismo tiempo, obrar en pro de su efectiva supresión. Entre la filosofía encerrada en el aislamiento especulativo, que producía solamente estériles batallas de conceptos, y su crítica, “que está en medio de la batalla” [62], no podía haber una distancia mayor. Era lo que separaba la búsqueda de la libertad de la autoconciencia de la búsqueda de la libertad del trabajo.

Conclusiones
El pensamiento de Marx cumplió durante este año crucial una evolución decisiva. Ya está seguro de que la transformación el mundo es cuestión de praxis “que la filosofía no podía cumplir precisamente porque ella entendía esa tarea solamente como un trabajo teorético” [63]. De la filosofía que no ha alcanzado esta conciencia y que no ha realizado la necesaria modificación transformándose en filosofía de la praxis, Marx se despide de manera definitiva. Su análisis, en adelante, no parte de la categoría de trabajo alieanado sino de la realidad de la miseria obrera. Sus conclusiones no son especulativas sino que están dirigidas a la acción revolucionaria [64].

Su misma concepción política cambia profundamente. Sin adoptar ninguna de las estrechas doctrinas socialistas y comunistas existentes, por el contrario, tomando distancia de ellas, madura la conciencia plena de que son las relaciones económicas las que tejen la red conectiva de la sociedad y que “la religión, la familia, el Estado, el derecho, la moral, la ciencia, el arte, etc, no son sino modos particulares de la producción y caen bajo el dominio de su ley universal” [65]. El Estado ha perdido así la posición prioritaria que detentaba en la filosofía política hegeliana y, absorbido dentro de la sociedad, es concebido como una esfera determinada y no determinante de las relaciones entre los hombres. Según Marx, “sólo la superstición política imagina todavía hoy que la vida civil deba necesariamente ser mantenida unida por el Estado mientras, por el contrario, en la realidad, el Estado es mantenido unido por la sociedad civil” [66].

Su estructura conceptual cambia también radicalmente respecto al sujeto revolucionario. De la referencia inicial a la “humanidad que sufre” [67] Marx llega a la identificación del proletariado. Este es considerado, primeramente, como noción abstracta fundada sobre antítesis diálecticas, “elemento pasivo” [68] de la teoría, para convertirse después, sobre la base de un primer análisis económico-social, en el elemento activo de su propia liberación, en la única clase dotada de pòtencialidad revolucionaria existente en el orden social capitalista.

Por último, la crítica más bien vaga, de la mediación política del Estado y de la económica del dinero, obstáculos a la realización de la esencia en común del hombre de matriz feuerbachiana, es sustituída por la de una relación histórica que comienza a delinear en la producción material la base de todo análisis y transformación del presente: “En la relación del obrero con la producción está incluida toda la transformación del hombre en siervo (menschliche Knechtschaft) y todas las relaciones de servidumbre no son otra cosa que modificaciones y consecuencias de la primera relación” [69]. Por consiguiente, Marx ya no plantea una genérica reivindicación de emancipación sino la transformación radical del proceso real de producción.

Mientras llega a estas conclusiones, planifica otros trabajos más: después de La sagrada familia continúa los estudios y los resúmenes de economía política, delinea una crítica a Stirner, esboza el “Plan para un escrito sobre el Estado” [70], extiende apuntes sobre Hegel [71], programa escribir una crítica al economista alemán List que realizará poco después [72] . Es imparable. Engels le ruega que lance su material al mundo porque “el tiempo apremia malditamente” [73] y Marx, antes de ser expulsado de París [74], firma con el editor Leske un contrato para la pulbicación de una obra en dos volúmenes que debería tutularse “Crítica de la política y de la economía política” [75]. Sin embargo habrá que esperar 15 años, hasta el 1859, para que una primera parte de su obra, Para la crítica de la economía política, sea publicada.

Los [Manuscritos económico-filosóficos] y los cuadernos de extractos y de anotaciones muestran el sentido de los primeros pasos de esta empresa. Sus escritos están llenos de elementos teóricos derivados de predecesores y contemporáneos. Ninguno de los borradores o de las obras de este período puede ser clasificado en una disciplina específica. No hay escritos puramente filosóficos, ni esencialmente económicos, ni solamente políticos. Lo que deriva de ellos no es un nuevo sistema, un conjunto homogéneo, sino una teoría crítica.

El Marx de 1844 es contemporáneamente la capacidad de combinar las experiencias de las proletarias y de los proletarios de París con los estudios sobre la Revolución francesa, la lectura de Smith con las intuiciones de Proudhon, la rebelión de los tejedores silesianos con la crítica a la concepción hegeliana del Estado, los análisis de Buret [76] sobre la miseria, con el comunismo. Es un Marx que sabe reunir estos diferentes conocimientos y experiencias y que, tejiendo el lazo entre ellos, da vida a una teoría revolucionaria.

Su pensamiento, en particular las observaciones económicas que comienzan a desarrollarse durante la estadía parisina, no son el fruto de una iluminación improvisa sino el resultado de un proceso. La hagiografía marxista-leninista, que durante tanto tiempo dominó en el pasado, presentándolo con una improponible inmediatez y preordenando un resultado final instrumental, ha trastornado el camino del conocimiento, representando la más pobre reflexión. Se trata, en cambio, de reconstruir la génesis, las deudas intelectuales y las conquistas de los trabajos de Marx evidenciando la complejidad y la riqueza de una obra que aún hoy interpela a todos los pensamientos críticos sobre el presente.

Apendice: Tabla cronologica de los cuaderni de extractos y manuscritos redactados por Marx en Paris
La cronología comprende todos los cuadernos de estudio (por consiguiente hemos excluido el [Notizbuch aus den Jehren 1844-47], publicado en MEGA² IV/3, pp. 5-30, que sin embargo contiene las importantísimas [Tesi sobre Feuerbach]) redactadas por Marx durante su estadía parisina de 1843-5. Dado que la fecha de redacción de los cuadernos a menudo es incierta, en muchos casos hemos debido indicar el arco de tempo en que se supone han sido escritos y el orden cronológico ha sido dispuesto sobre la base del término inicial del mismo. Además, Marx no redactó los cuadernos uno tras otro sino que a veces los compiló alternando la escritura. (v. B 19 e B 24). Por lo tanto hemos preferido ordenar el material en base a las diferentes partes de los cuadernos. Los que contienen los llamados [Manuscritosi económico-filosóficos] del 1844 (A 7, A 8 e A 9) indican directamente que el autor es Marx e incluyen entre corchetes los títulos de los parágrafos que no fueron elegidos por él y que le fueron atribuidos por los editores del texto. Por último cuando sobre los autores nombrados en la cuarta columna (Características de los cuadernos) no se especifican los títulos de las obras que Marx cita, ellos corresponden siempre a los ya mencionados en la segunda columna (Contenido de los cuadernos). Con la excepción de MH, conservado en el Rossiiskii gosudarstvennyi arkhiv sotsial’no-politicheskoi istorii (RGASPI) de Moscú, todos los cuadernos de este período están custodiados en el Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) de Amsterdam, con las siglas indicadas en la tercera columna (Nachlaß).

PERIODO DE REDACCION CONTENIDO DE LOS CUADERNOS NACHLAß CARACTERISTICAS DE LOS CUADERNOS

Entre fines del 1843 y el inicio del 1844

 

R. Levasseur, Mémoires MH Los extractos aparecen en páginas divididas en dos columnas.

Entre fines del 1843 y el inicio del 1844

 

J. B. Say, Traité d’economie politique B 19 El cuaderno, de gran formato, comprende páginas con extractos divididos en dos columnas: en la de la sinistra del Traité di Say y en la de la destra (redactada después de B 24) de Skarbek y del Cours complet de Say.
Entre fines del 1843 y el inicio del 1844 C. W. C. Schüz, Grundsätze der National- Ökonomie B 24 Cuaderno de gran formato con páginas divididas en dos columnas.
Entre fines del 1843 y el inicio del 1844 F. List, Das nationale System der politischen Ökonomie B 24
Entre fines del 1843 y el inicio del 1844 H. F. Osiander, Enttäuschung des Publikums über die Interessen des Handels, der Industrie und der Landwirtschaft B 24
Entre fines del 1843 y el inicio del 1844 H. F. Osiander, Über den Handelsverkehr der Völker B 24
Primavera del 1844 F. Skarbek, Theorie des richesses sociales B 19
Primavera del 1844 J. B. Say, Cours complet d’economie politique pratique B 19
Mayo-junio del 1844 A. Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations B 20 Cuaderno de pequeño formato, con empaginación normal.
Fines de mayo-junio del 1844 K. Marx, Arbeitslohn; Gewinn des Capitals; Grundrente; [Entfremdete Arbeit und Privateigentum] A 7 Cuaderno de gran formato con páginas divididas en tres y en dos columnas. El texto comprende citas de Say, Smith, de la Die Bewegung der Production de Schulz, de la Théorie nouvelle d’économie sociale et politique de Pecqueur, de la Solution du problème de la population et de la substance di Loudon y de Buret.
Junio-julio del 1844 J. R. MacCulloch, Discours sur l’origine, les progrès, les objets particuliers, et l’importance de l’économie politique B 21 Cuaderno di pequeño formato, con páginas divididas en dos columnas, con excepción de la página 11 que contiene un prospecto del articolo de Engels.
Junio-julio del 1844 G. Prevost, Reflections du traducteur sur le système de Ricardo B 21
Junio-julio del 1844 F. Engels, Umrisse zu einer Kritik der National-ökonomie B 21
Junio-julio del 1844 A. L. C. Destutt de Tracy, Elémens d’Idéologie B 21
A más tardar, juglio del 1844 K. Marx, [Das Verhältnis des Privateigentums] A 8 Texto escrito en folios de gran formato divididos en dos columnas.
Entre julio y agosto del 1844 G. W. F., Hegel, Phänomenologie des Geistes A 9 (Hegel) Folo cosido posteriormente en el interior de A 9.
Agosto 1844 K. Marx, [Privateigentum und Arbeit]; [Privateigentum und Kommunismus];[Kritik der Hegelschen Dialektik und Philosophie überhaupt]; [Privateigentum und Bedürfnisse]; [Zusätze]; [Teilung der Arbeit]; [Vorrede]; [Geld]. A 9 Cuaderno di gran formato. El texto comprende citas de la Das entdeckte Christentum de Bauer, de Smith, Destutt de Tracy, Skarbek, J. Mill, del Fausto de Goethe, del Timon de Atenas de Shakespeare, así como de varios artículos de Bauer publicados en la «Allgemeine Literatur-Zeitung». Hay además referencias indirectas a Engels, Say, Ricardo, Quesnay, Proudhon, Cabet, Villegardelle, Owen, Hess, Lauderdale, Malthus, Chevalier, Strauss, Feuerbach, Hegel e Weitling.
Setiembre del 1844 D. Ricardo, Des principes de l’économie politique et de l’impôt B 23 Cuaderno de gran formato con páginas divididas en dos, y raramente, en tres columnas. Las primeras dos páginas, con extractos de Xenofonte, no están divididas en columnas.
Setiembre del 1844 J. Mill, Eléments d’économie politique B 23
Entre el verano del 1844 y enero del 1845 E. Buret, De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France B 25 Cuaderno de pequeñ formato con empaginación normal.
Entre la mitad de setiembre de 1844 y enero de 1845 P. de Boisguillebert, Le détail de la France B 26 Cuaderno de gran formato con extractos de Boisguillebert. Empaginación normal salvo en pocas páginas divididas en dos columnas.
Entre la mitad de setiembre de 1844 y enero del 1845 P. de Boisguillebert, Dissertation sur la nature des richesses, de l’argent et des tributs B 26
Entre la mitad de setiembre de 1844 y enero de 1845 P. de Boisguillebert, Traité de la nature, culture, commerce et intérêt des grains B 26
Entre la mitad de setiembre de 1844 y enero de 1845 J. Law, Consideration sur le numéraire et le commerce B 26
Entre la mitad de setiembre de 1844 y enero 1845 J. Lauderdale, Recherches sur la nature et l’origine de la richesse pubblique B 22 Cuaderno de gran formato con páginas divididas en dos columnas.

Traducción de Guillermo Almeyra

References
1. Honoré de Balzac, La Comedia Humana
2. Cons. El “Rapporto informativo de la polizia tedesca di Magonza” en Hans Magnus Enzensberger (comp.), Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Turín, 1977, p. 30.
3. Cons.Isaiah Berlin, Karl Marx,La Nuova Italia, Florencia 1994, p. 90.
4. Mijail Bakunin, Ein Briefwechsel von 1843, MEGA², I/2, Dietz Vrlag, Berlín 1982, p. 482.
5. Lorenz von SteinDer Sozialismus un Communismus des heutigen Frankreichs. Ein Beitrag zur Zeitgeschichte, Otto Wigand Verlag, Leipzig 1848, p.509.
6. Arnold Ruge, Zweig Jahre in Paris. Etudien und erinnerungen, Zentralantiquariat der Ddr, Leipzig, 1975, p. 59
7. Honoré de Balzac, La comedia humana.
8. Para la biografía intelectual de la estadía parisina de Marx véanse, entre los diversos estudios disponibles, Auguste Cornu,Karl Marx et Friedrich Engels. III. Marx à Paris, PUF, París 1962; Jacques Grandjonc , Studien zu Marx erstem Paris-Aufenthal und zur Entstehung der “Deutschen Ideologie”, Schriften aus dem Karl Marx Haus, n.43, Trier 1990, pp.163-212 y el más reciente Jean-Louis Lacascade, Les métamorphoses du jeune Marx, PUF, París 2002, pp. 129-162.
9. “Cada uno deberá confesarse a sí mismo no solamente que se ha manifestado una anarquía general entre los reformadores sino también de que él mismo no tiene una visión exacta de lo que se debe hacer”, en Karl Marx, Ein Briefwechsel von 1843,MEGA² I/2, op. cit. p.486.
10. La “Rheinische Zeitung für Politik, Handel un Gewerbe” apareció como cotidiano en Colonia desde el 1º de enero de 1842 hasta el 31 de marzo de 1843. Marx escribió en ella su primer artículo el 5 de mayo de 1842 y desde el 15 de octubre de 1842 hasta el 17 de marzo de 1843 fue su jefe de redacción.
11. En este ensayo los manuscritos incompletos de Marx, publicados por editores sucesivos, están inscritos entre corchetes. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit. pp. 323-438.
12. Cons.Karl Marx, Verhandslungen des 6 Rheinischen Landtags.Dritter Artikel: Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz y Rechfertigung des Korrespondenten von der Mosel, MEGA² I/1, Dietz Verlag, Berlín 1975, pp.199-236 y 296-323. Sobre este punto cons. Louis Althuser, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1970 (1967), p. 135 (Hay ediciones españolas, como Por Marx Ediciones Revolucionarias, La Habana, 1966); Walter Tuchscheerer, Prima del “Capitale”, La Nuova Italia, Florencia 1980, p. 30.
13. “ El Estado político no puede existir sin la base natural de la familia y la base artificial de la sociedad civil, que son su conditio sine que non”, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, MEGA² I/2 op.cit.p.9; “La familia y la sociedad civil son las condiciones básicas del Estado, son propiamente los activos. Pero en la especulación aparece lo contrario”, id. p.8. Precisamente aquí, por consiguiente, reside el error de Hegels que pretende que “el Estado político no esté determinado por la sociedad civil sino que, inversamente, la determine”, ivi p.100. Ver al respecto Walter Tuscheerer, op.cit. 49.
14. Cons.Maximilien Rubel , Introduction à Karl MarxŒuvres.Economie II Gallimard, París 1968, pp. LIV-LV, que coloca en ese preciso momento el origen de la larga pesadilla de toda la vida de Marx, la obsesión teórica que no lo abandonará nunca más: la crítica de la economía política..
15. Cons.Walter Tuchscheerer, op.cit. p.56.
16. Karl Marx, Manuscritos económico-filosóficos, Breviarios, Fondo de Cultura bEconómica, México, 1964.
17. Ivi , p.364.
18. Ivi , p.374.
19. Cons. Maximilien Rubel, Karl Marx, Colibrí, Milán 2001, p. 78. (Hay edición castellana en Paidós, Buenos Aires, 1970).
20. Pierre Joseph Proudhon, Che cos’è la proprietà, Zero in Condotta, Milán 2000, pp.51 ss. (Hay ediciones castellanas de Qué es la propiedad).
21. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit. p.384.
22. Cons. Gyorgy Lukacs, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, Einaudi, Turín, 1975 (1960), pp.748 ss. y Jean Hyppolite, Saggi su Marx e Hegel, Bompiani, Milán, 1965, pp.97 ss.
23. Cons. Ernest Mandel, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, Laterza, Bari 1970, pp 180-181.(Hay ediciones casdtellanas de La formación del pensamiento económico de Kart Marx, como la de Siglo XXI, México, 1968).
24. Karl Marx, Excerpte aus James Mill. Éléments d’économie politique, MEGA² IV/2, op.cit. p.453.
25. Ivi, p.456.
26. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit., p.365.
27. Karl Marx, Exzerpte aus James Mill. Éléments d’ économie politique, MEGA² IV/2, op.cit.p.466.
28. Cons. Walter Tuchscheerer, op.cit. pop.1423, 154-155.
29. Al respecto, remitimos al testimonio de Arnold Ruge: “Lee mucho, trabaja con intensidad no común (…) pero no termina nada, deja todo por la mitad para zambullirse cada vez de cabeza en un infinito mar de libros”, trabaja “casi hasta enfermarse, sin acostarse durante tres o cuatro noches seguidas”, carta de A. Ruge a L. Feuerbach del 15 de mayo de 1844, en Hans Magnus Enzensberger (comp.), Colloqui con Marx ed Engels, op.cit. p.22; “Si Marx no se mata él solo con el desorden, la soberbia y el trabajo desesperadísimo, y si la extravagancia comunista no le borra toda sensibilidad por la simplicidad y la nobleza de la forma, de sus infinitas lecturas e incluso de su dialéctica sin conciencia se puede esperar algo (…) Quiere siempre escribir sobre las cosas que apenas ha terminado de leer, pero después recomienza a leer y a tomar apuntes. Sin embargo pienso que, tarde o temprano, conseguirá terminar una obra larguísima y abstrusísima en la que volcará a granel todo el material que ha acumulado” en A. Ruge a M.Duncker, 29 de agosto de 1844, ivi, p. 28. Cons. A este respecto Mario Rossi Da Hegel a Marx. III. La scuola hegeliana. Il giovane Marx, Felktrinelli, Milán 1974 (1963), pp. 152 y 211.
30. Cons. carta de A.Ruge a M.Duncker del 29 de agosto de 1844 en Hans Magnus Enzensberger (comp.), op. cit. p.28.
31. Cons.el testimonio de Paul Lafargue que reproduce los que contaba Engels sobre el otoño de 1844: “Engels y Marx adquirieron la costumbre de trabajar juntos. Engels, que sin embargo era de una precisión extrema, más de una vez perdió la paciencia ante la escrupulosidad de Marx, que se negaba a escribir una frase si no podía probarla de diez modos diferentes” en Hans Magnus Enzensberger (comp.), op.cit. p.28.
32. Cons. El testimonio de Heinrich Bürgers: “En ese período la severa autocrítica que acostumbraba ejercitar sobre sí mismo le impidió realizar la obra mayor”, ivi, p.41.
33. Sobre esta complicada relación cons. David Riazanov, Einleitung, en MEGA I/12, Marx-Engels-Verlag, Berlín 1929, p. XIX, quien fue el primero en señalar la gran dificultad que existe para definir un confín preciso entre los simples cuadernos de extractos y los que, en cambio, deben ser considerados propiamente trabajos preparatorios.
34. Cons. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosidetti “manoscritti economico-fikosofici del anno 1844”en “Passato e presente” n.3 (1983), p.42.
35. Karl Marx, Der historische Materialismus. Die Frübschriften, (editores Sziegfried Landshut y Jacob Peter Mayer), Alfred Kröner Verlag Leipzing 1932, pp. 283-375. Una nueva edición, esta vez compilada solamente por Landshut, apareció en 1953; para la última reedición cons. Karl Marx, Die Frübschriften, Alfred Kröner Verlag, Stuttgart 2004.
36. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844, MEGA I/3, Marx-Engels-Verlag, Berlín 1932, pp. 29-172.
37. Estas páginas, que atestiguan la dificultad de la clasificación, aparecen en la MEGA² tanto en la primera sección, que contiene las obras y los borradores, como en la cuarta, que recoge los extractos. Cons. Karl Marx, MEGA² I/”, op. cit., pp. 439-444; Karl Marx, MEGA² IV/2, op. cit. pp. 493-500.
38. Cons. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosidetti”manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844”, op.cit., p.43; Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, en “Rethinking Marxism”, vol. 14, n.4 (2002) p.33.
39. Cons. David McLellan, Marx prima del marxismo, Einaudi, Turín 1974, p. 189.
40. Cons. Nikolai Lapin, Der junge Marx, Dietz Verlag, Berlín, 1974, pp. 304 ss.
41. Sin pretender de ningún modo presentar el infinito debate sobre este escrito de Marx, circunstanciamos la referencia a dos entre los más importantes trabajos que avanzan estas posiciones. A la primera orientación pertenecen Landshut y Meyer que fueron los primeros que han leído “en cierto sentido la obra más central de Marx (…) [que] forma el punto nodal de todo su desarrollo conceptual” y “en su núcleo anticipa ya El Capital”, cons. Karl Marx, Der historische Materialismus. Die Frübschriften, op. cit., pp. XIII y V. A la segunda, en cambio, se inscribe la célebre tesis de coupure épistémologique de Althusser, cons. Louis Althusser, Per Marx, op. cit., pp. 15 ss.
42. Cons.Emile Botticelli, Présentation a Karl Marx, Manuscrits de 1844, Ediutions Sociales, París 1962, pp. XXXVII-XL; Ernest Mandel, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, Laterza, bari 1970 (1969), p. 175.
43. Están contenidos en Karl Marx, MEGA² IV/2, op. cit., pp. 279-579 y Karl Marx, MEGA² IV/3, Akademie Verlag, Berlín 1998, pp. 31-110.
44. En ese período Marx lee a los economistas ingleses todavía en traducciones francesas. Para una descripción de los originales de los cuadernos cons. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosidetti “manoscritti economico-filosofici dell’ anno 1844” op. cit., pp.52-56.
45. Cons. Jacques Grandjonc, Marx et les communistes allemands à Paris 1844, Maspéro, París, pp. 61-62 y véase también la carta de K.Marx a H. Börnstein, escrita a más tardar en noviembre de 1844, MEGA² III/I, Diez Verlag, Berlín 1975, p.248.
46. Cons. las memorias de Paul Lafargue en las cuales recuerda que Marx “tenía la costumbre de releer después de varios años sus libretas y los trechos marcados en sus libros” en Hans Magnus Enzensberger (editor), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., p. 244.
47. Cons. Friedrich Engels, Zur vierten Auflage, MEGA² II/10, Dietz Verlag, Berlín 1991, p. 23. Al respecto cons. También Karl Marx, MEGA² IV/3, op. cit. , pp. 613-640 y Maximilien Rubel, Les premières lectures économiques de Karl Marx (II), en “Études de marxologie”, n.2 (1959), pp. 67 ss.
48. “No existe nada en que apoyarse para establecer que los manuscritos forman un conjunto en sí mismo”, en Jürgen Rojahn, Il caso dei considetti “manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844”, op. cit. p. 57.
49. Cons. Jürgen Rojahn, The emergence of a theory:the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, op. cit., p. 45.
50. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte. MEGA² I/2, op.cit., p. 364.
51. Cons. Michael Löwy, Il giovane Marx, Massari Editore, Bolsena (VT) 2001, p. 57.
52. Karl Marx, Kritische Randglossen zu dem Artikel “Der König von Preußen und die Sozialreform. Von einem Preuß en”, MEGA² I/2, op. it. P. 462.
53. Ivi , p. 455.
54. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., pp. 372-373.
55. Ivi , p. 372.
56. Ivi , p.387.
57. Cons. Mario Rossi. Op. cit., pp.148-149 y 599.
58. Bruno Bauer, (ed.), “Allgemeine Literatur-Zeitung” Heft 6, Verlag von Egbert Bauer, Charlottenburg 1844, p. 32. Cons. Carta de K.Marx a L.Feuerbach del 11 de agosto de 1844, MEGA² III/1, Dietz Verlag, Berlín 1975, p. 65.
59. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA² I/2, op. cit., p.172.
60. Marx utiliza el epíteto en La sagrada familia para indicar a BrunoBauer y otros jóvenes hegelianos que colaboraban en la “Allgemeine Literatur-Zeitung” y burlarse de ellos.
61. Ivi , p. 177. (Hay edición en castellano como la de Claridad, Buenos Aires, 1938)
62. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA² I/2, op.cit, p.173. (Crítica de la Filosofía del Derecho de Hegel, Ed,. Biblioteca Nueva, Madrid, 2002)
63. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit., p.395.
64. Cons. Ernest Mandel, op. cit., p.175. Cons. Ernest Mandel, op. cit., p.175
65. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit. p.390.
66. Friedrich Engels-Karl Marx, Die beilige Familie, op. c it., p. 128.
67. Karl Marx, Ein Briefwechsel von 1843, MEGA² I/2 op.cit., p. 479.
68. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelkschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA² I/2, op.cit., p.178.
69. Karl Marx, Ökonomichs-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op.cit., pp.373-374.
70. Karl Marx, Die Entstebungschichte des modern Staats oder die französische Revolution, MEGA² IV/3, op.cit., p.11.
71. Karl Marx, Hegel’sche Construction der Phänomenologie, ibidem.
72. Karl Marx, Über Friedrich List Buch “Das nationale System der politischen Ökonomie, “Beiträge zur Geschichte der Arbeiterbewegung”, Jg.14, H.3. (1972), pp. 425-446.
73. Carta de F.Engels a K.Marx de los primeros días de octubre de 1844, MEGA² III/I, Dietz Velag, Berlín 1975; cons. además F.Engels a K.Marx, 20 de enero de 1845: “Trata de terminar tu libro de economía política; aunque quedases descontento con muchas cosas, no importa, los ánimos están maduros, y debemos golpear el hierro mientras está caliente”, ivi, p. 127. Al escribir así, Engels demuestra no conocer todavía a Marx cuantro lo conocía A. Ruge que, en la carta a K.M. Fleischer del 9 de julio de 1844, afirmaba por el contrario que “sería una gran lástima si no escribiese libros. Pero tenemos que resignarnos y esperar”, en Hans Magnus Enzensberger (comp.), op. cit. , p. 26.
74. Presionadas por el gobierno prusiano, las autoridades francesas emitieron una orden de expulsión contra diversos colaboradores del “Vorwärts!”. Marx se vio obligado a abandonar París el 1º de febrero de 1845.
75. Marx Engels Werke, Band 27, Dietz Verlag, Berlín 1963, p. 669.
76. Cons. Eugene Buret, De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France, EDHIS, París 1979.

Categories
Book chapter

《大纲》在世界上的传播和被接受

—、1858—1953 :百年孤独
马克思在1858年5月为了争取时间写作《政治经济学批判》而放弃了《大 纲》,他在撰写《政治经济学批判》的过程中使用了《大纲》的部分内容,然后 几乎再也没有动过它。实际上,虽然引用他自己以前的研究是他的习惯.甚至是 整段整段地引用,但《资本论》的准备手稿中.除了 1861 —1863年手稿是个例 外,没有任何一部手稿提到《大纲》。当他全神贯注解决更具体的问题而不是其 他草稿中提出的问题时,他没有打算再利用这些草稿,其中包括《大纲》。

这件事不太确定,但是可能甚至连弗里德里希•恩格斯也没有读过《大 纲》。众所周知,马克思去世前只完成了《资本论》第一卷,第二卷和第三卷的 未完成的手稿经恩格斯编辑并整理后出版。在从事这项活动的过程中,恩格斯肯 定仔细检查了包含《资本论》的准备草稿的许多笔记本,也许可以这么假定, 当他对那些堆积如山的稿子进行整理分类时,他快速翻阅了《大纲》并且断定 这是他的朋友的一个不成熟的文本–––甚至早于1859年的《政治经济学批 判》––– 因此不可能派上用场。此外,恩格斯在他为由自己监督出版的两卷 《资本论》所写的序言里以及他自己的大量书信里都从未提及《大纲》。

在恩格斯去世之后,马克思的大部分原始文献存放在柏林的德国社会民主 党(SPD)的档案里,在那里它们遭到极度忽略。党内的政治冲突也妨碍了马克 思留下的许多重要材料的出版;的确,这些冲突导致手稿的散落,并且很长时 间以来使得他的著作的全集不可能出版。也没有人对马克思的思想遗产清单负 责,因此《大纲》被埋没在他的其他文件堆里。

在这个时期,《大纲》中唯一面世的部分是卡尔•考茨基于1903年在《新 时代》上发表的《导言》,连同一个标明1857年8月23日“片段草稿”的简短评注。考茨基认为它是马克思巨著的导言,因此给它加了标题《〈政治经济学批 判〉导言》,并且坚持认为,“尽管它带有片段性质”,但它“提出了大量新观 点”。[1] 这个文本中的确有很多令人感兴趣的地方:最早的外文译本是法文译本 (1903年)和英文译本(1904年),并且在考茨基于1907年将它作为《政治经济 学批判》的一个附录出版之后不久引起更广泛的关注。越来越多的译本随之而 来–––包括俄文译本(1922年)、日文译本(1926年)、希腊文译本(1927年) 以及中文译本(1930年)––– ¬直到它成为在马克思所有理论产品中被评论最多 的著作之—.

当命运对《导言》微笑时,《大纲》很长一段时间却仍然不为人所知。 很难相信考茨基没跟《导言》一起发现整个手稿.但是他从未提到它。并 且稍晚后.当他决定在1905-1910年间出版马克思的一些以前不为人知的 著作时,他将注意力放在1861- 1863年的材料上,他给它们添加的标题为 “剩余价值理论”。 1923年《大纲》被发现.这要归功于莫斯科马克思恩格斯研究院院长以及 《马克思恩格斯全集》历史考证版(MEGA) 工作的组织者达维德•梁赞诺夫 (David Ryazanov)。在仔细检查了保存在柏林的遗著之后,他在一份给莫斯科社一 会主义学院的关于马克思和恩格斯的文献遗产的报告中揭示了《大纲》的存在:

我在马克思的稿件中发现了有关经济学研究的另外8个笔记本。 ……手 稿可能写于19世纪50年代中期,并且包含着马克思的著作[《资本论》] 的第一个草稿,当时他还没有确定标题;手稿[还]包含着他的《政治经 济学批判》的第一个文本。[2][3]

“在其中一个笔记本里,”梁赞诺夫继续写道,“考茨基发现了《政治经济 学批判》的《导言》”—并且他认为《资本论》–––的这个准备手稿“对于我们 了解马克思的思想发展史及其独特的创作和研究方法具有非凡的重要性”。[4] 根据马克思恩格斯研究院、法兰克福社会研究所和德国社会民主党(它仍 然保管着马克思和恩格斯的遗著)达成的出版《马克思恩格斯全集》历史考证 版的协议,《大纲》以及其他许多未发表的著作被照相复制,并开始由莫斯科的 专家进行研究。1925年至1927年间,马克思恩格斯研究院的帕维尔•韦勒 (Pavel Veller)将《资本论》的全部准备材料加以编,其中第一个就是《大纲》。到1931年它已经被完全辨认并打印出来,1933年,有一部分作为《货币 章》用俄文发表,两年后用德文发表。最后,在1936年,马克思恩格斯列宁 研究院(马克思恩格斯研究院的后继机构)获得《大纲》的8个笔记本中的 其中6个, 这使得解决剩下的编辑问题成为可能。

1939年,马克思的最后一部重要手稿–––出自他生命中最多产时期之一的 一部庞大著作–––在莫斯科出版了,韦勒给它添加的标题为“政治经济学批判 大纲(1857— 1858年草稿)两年以后又加了一个附录,包括马克思于1850—1851年对李嘉图的《政治经济学和赋税原理》所作的评论,他对巴师夏和凯里 的评述,他自己为《大纲》编写的目录以及1859 年的《政治经济学批判》的草 稿(Urtext). 马克思恩格斯列宁研究院为1939年的版本作的序凸显了它的独特 价值:“本卷书中首次全文发表的1857—1858年的手稿,标志着马克思经济学 著作中的一决定性阶段。”(Marx-Engels-Lenin Institute 1939: VII).

尽管编辑原则和出版形式相似,但《大纲》还是没有被收入《马克思恩格 斯全集》历史考证版的卷次中,而是单独出版。此外,第二次世界大战的临近 意味着这部著作实际上仍然不为人所知:3000多册的印数很快就变得非常稀少 了,只有几本设法穿越了苏联边境。《大纲》没有被收入1928—1947年的《马 克思恩格斯全集》俄文第一版,它的第一个德文重印本宜到1953年才问世。像 《大纲》这样的著作在斯大林时期出版毕竟是件令人惊讶的事情.就当时苏联式 的“辩证唯物主义”这一不容置疑的准则而言,它毫无疑问属于界端邪说,但 我们也应当记住它是当时没有在德意志民主共和国出版的马克思的最重要的著 作-它最终在东柏林出版了 30 000册,还是作为卡尔•马克思年庆祝活动的一 部分而推出的.这一年是作者逝世70周年、诞辰135周年。写于1857—1858年的《大纲》,在经历了百年孤独之后终于从1953年起 得以被全世界读者所阅读。

二、全世界50万册的发行量
尽管《资本论》之前的这部新的主要手稿引起了反响.尽管人们认为它 具有理论价值.但其他语种的版本仍然是很晚才出现。继《导言》之后,另一篇首先引起人们兴趣的摘录是《资本主义生产以前 的各种形式》。1939年,它被翻译成俄文,接着,1947—1948年,它被从俄文 翻译成日文。随后,这篇摘要的德文单行本和英文译本帮助确保了广泛的读者 群:前者作为“小型马克思列宁主义文库”的一部分于1952年出版,它是匈牙 利文本和意大利文本的基础(分别于1953年和1954年出版);而后者出版于 1964年.它帮助了这篇摘要在英语国家的传播.并通过阿根廷的译本(1966 年)和西班牙的译本(1967年)进入西班牙语世界。这个英文版的编者艾瑞 克•霍布斯鲍姆加了一篇前言来强调其重要性:他写道,《前资本主义经济形 态》是马克思“解决历史发展问题的最系统的尝试”,并且“可以毫不犹豫地说 任何一种未将[它]考虑进去的马克思主义的历史讨论……都必须基于它予以 重新考虑” 。[5] 全世界越来越多的学者真正开始关心这个文本,它在其他许多国 家予以出版.并且到处引起了重要的历史和理论讨论。

《大纲》全译本出现在20世纪50年代末期;它的传播是一个虽然缓慢但却 势不可当的过程,它最终使得一种更为彻底的、在某些方面更为不同的对于马 克思的全部著作的评价成为可能。《大纲》最好的诠释者是用原文来应对它的, 但是对它的更广泛的研究–––在不能阅读德文的学者当中,以及最重要的是, 在政治斗士和大学生当中–––仅仅发生在它被用各国语言出版之后。

最早的全译本出现在东方:即日本(1958—1965年)和中国(1962—1978 年)。俄文本只是在1968—1969年才出版,并且是作为《马克思恩格斯全集》 第二版即扩充版(1955—1966年)的补卷。它先前被排除在这套全集之外是一 件比较严重的事情.因为这导致了 1956—1968年的《马克思恩格斯全集》德文 版中同样的缺失,因为这个版本重复了苏联版本的内容。《马克思恩格斯全集》 德文版–––马克思恩格斯著作的这个应用最广泛的版本和被翻译成最多的其他 语言的来源–––因此缺失了《大纲》,直到它最终在1983年作为补卷出版。

20世纪60年代末期,《大纲》也开始在西欧流传。第一个译本是在法国 出版的(1967—1968年),但是质量较差,不得不在1980年被一个更可靠的 版本所替代。1968—1970年间意大利文译本出版,就像在法国,这种意义重 大的原创性出版来自独立于共产党之外的一家出版社。

20世纪70年代,这部著作以西班牙文出版。1970—1971年在古巴出版 的译本由于是从法文译本翻译过来的,因此几乎没有价值,并且它的发行仅 限于该国,如果这个译本不计算在内,那么,第一个准确的西班牙文译本是 1971—1976年间在阿根廷完成的。随后由西班牙、阿根廷和墨西哥联合出版 了另外三个译本,这使得西班牙语成为《大纲》译本最多的语种。

《大纲》英文译本晚于1971年出版的节译本,节译本的编者戴维•麦克 莱伦激起了读者对这部著作的期待:“《大纲》远非仅仅是《资本论》的一个 草稿”[6];实际上比起其他任何著作.它更是“综合了马克思思想的各种线 索。……从某种意义上讲,马克思的著作没有一部是完整的,但是它们中最 完整的就是《大纲》”[7]。完整译本最终于1973年出版,比德文重印本晚了整 整20年。它的译者马丁 •尼古劳斯(Martin Nicolaus)在前言中写道:“《大 纲》除了具有巨大的传记和历史价值外,还包含许多新材料.并且是对马克 思全部政治经济学计划的仅有的概述。……《大纲》对仍在构想的对马克思 的一切严肃的解释提出挑战和考验。”[8]

20世纪70年代对于东欧的译本来说也是很关键的十年。由于苏联开了绿 灯,在其“卫星”国家:匈牙利(1972年),捷克斯洛伐克(捷克1971—1977年,斯洛伐克1974—1975年)和罗马尼亚(1972—1974年),以及南斯 拉夫(1979年),《大纲》的出版不再有任何障碍。同一时期,两个形成对比 的丹麦文译本几乎同时发售:一个是由与共产党有关的出版社出版的 (1974—1978年),另一个是由与新左翼关系密切的出版社出版的(1975—1977 年)。

20世纪80年代,《大纲》在伊朗也被翻译出来(1985—1987年),这是马 克思所有著作中第一个严谨的波斯文译本,这期间,《大纲》也在其他许多欧 洲国家被翻译出来。斯洛文尼亚文译本于1985年出版,波兰文译本和芬兰文 译本于1986年出版(后者是在苏联支持下出版的)。

随着苏联的解体和所谓“现实存在的社会主义的终结”,这实际上是对马 克思的思想的一种露骨的否定,马克思著作的出版出现停滞。然而,即使在 那些年里,当围绕着《大纲》的作者的沉默仅仅被一些绝对肯定它已被人们 遗忘的人所打破时,《大纲》仍然持续被译成其他语种。希腊版(1989—1992 年)、土耳其版(1999—2003年)、韩国版(2000年)和巴西版(2008年)使 它成为近20年里新译本数量最多的马克思的著作。 总而言之,《大纲》完整本被翻译成22种语言 [9],共计32个不同的 译本。不包括节译本在内,它已经被刊印了 50多万册 [10]–––这个数字就 连撰写它的那个人都会大为吃惊,而他的目的仅仅是为了匆忙总结他当时 所进行的经济学研究。

三、读者和评论者
《大纲》的接受和传播史起步很晚。关于这一点的决定性原因除了它被重 新发现的迂回曲折以外.无疑就是这一不完整的、粗略地草拟的手稿本身的 复杂性了,所以很难用其他语言来解释和翻译。关于这一点.权威学者罗 曼•罗斯多尔斯基写道:

1948年,当我非常有幸看手看到当时非常罕见的其中一本《大纲》时 ,从一开始就很清楚, 这是一部对马克思主义理论非常重要的著作。但是, 它不同寻常的形式和某种程度上有些晦涩的表达方式使它远远不适合于广 泛的读者群。[11]

这些思考促使罗斯多尔斯基尝试对《大纲》进行明确阐述和重要考察: 结果就是《马克思〈资本论》的形成》(The Making of Marx’s ‘Capital’) 这部著作在1968年以德文出版,它是第一部、目前也仍然是关于《大纲》的 最重要的专著。这部专著被翻译成了多国语言,它促进了马克思的著作的出 版和传播,对于《大纲》后来的所有译者有相当重要的影响。

1968年对于《大纲》是具有重要意义的一年。除了罗斯多尔斯基的书外. 第一篇关于《大纲》的英文文章即马丁 •尼古劳斯的《未知的马克思》(The Unknown Marx)发表在《新左派评论》(New Left Review) 3〜4月号上, 这篇文章的功劳在于它使得《大纲》更加广为人知并且强调了全译本的必要 性。与此同时,在德国和意大利.《大纲》赢得了学生抗议运动中一些主要人 物的支持.他们在从头到尾阅读《大纲》时被其激进和极易引起争论的内容 所鼓舞。特别是对于那些以颠覆马克思列宁主义对马克思的阐释为己任的新 左翼中的那些人来说,《大纲》的魅力无法抗拒。

另一方面.在东方.时代也在改变。在《大纲》几乎被完全忽视或者未 给予适当关注的最初那个时期之后,维塔利•维戈茨基(Vitali Vygodski) 的 介绍性研究–––《卡尔•马克思的一个伟大发现的历史:论《资本论〉的创 作》〈The Story of a Great Discovery : How Marx Wrote ‘Capital’) 1965 年 在苏联、1967年在德意志民主共和国出版–––采取了截然不同的方法。他认 为《大纲》是一部“天才著作”,它“把我们带入了马克思的’创作实验室’, 使我们有可能一步一步地考察马克思制定经济理论的过程”,因此有必要给 《大纲》以应有的重视。[12]

仅仅在几年的时间里,《大纲》就成为对许多有影响的马克思主义者来说 的重要著作。除了已经提到的那些学者外,特别关心《大纲》的学者还包括: 德意志民主共和国的瓦尔特•图赫舍雷尔(Walter Tuchscheerer)、德意志联 邦共和国的阿尔弗雷德•施密特(Alfred Schmidt)、匈牙利布达佩斯学派成 员、法国的吕西安•塞夫(Lucien Sève),日本的平田清明(Kiyoaki Hirata)、南斯拉夫的加约•彼得洛维奇(Gajo Petrovič),意大利的安东尼奥• 内格里、波兰的亚当•沙夫(Adam Schaff)和澳大利亚的艾伦•奥克利(Al¬len Oakley).总的来说,它成为马克思的任何严肃的研究者必须认真对待的 一部著作。尽管存在各种细微差别.但《大纲》的评论者可分为两派,一派 认为《大纲》是一部概念体系完整的独立的著作,另一派则认为《大纲》仅 仅是为《资本论》铺路的一部早期手稿。对于《大纲》的讨论的意识形态背 景–––争论的核心是那些有着巨大政治影响的对马克思的解释的正统性或者 非正统性–––有利于那些不恰当的、今天看起来甚至有些可笑的解降的形成。 因为关丁《大纲》的一些最热心的评论者甚至认为它在理论上超越了《资本 论》,虽然为着手创作后者又进行了十年的深入研究.同样,在《大纲》的主 要低毁者中间.有一些人宣称,尽管《大纲》中包含着有助于理解马克思与 黑格尔的关系的重要章节,尽管它包含着有关异化的重要段落,它仍然没有 为我们所知道的马克思增添任何内容。

不仅存在对《大纲》的相反的解释,还存在不解释它的情形–––最突出 和最有代表性的例子是路易•阿尔都塞。甚至在他试图使马克思假想的沉默 发出声音并以这样一种方式来阅读《资本论》以便“看到《资本论》中可能 仍然以看不到的东西的形式存在的东西”[13] 时,他公然忽视《大纲》几百页之 多的篇幅,并将马克思的思想划分成(后来招致激烈的争论)早期著作和成 熟期著作,而没有注意到1857—1858年手稿的内容和意义.[14]

不过,从20世纪70年代中期开始.《大纲》赢得了前所未有的较大数量 的读者和评论者。两部详尽的评论著作出版了,一部是1974年的日文著作 (Morita, Kiriro and Toshio Yamada 1974), 另一部是 1978 年的德文著作 (Projekt-gruppe Entwicklung des Marxschen Systems 1978).而且其他许多 作者也撰写了关于《大纲》的文章和著作。许多学者认为它是对于有关马克 思思想最广泛讨论的问题之一–––他在思想上借鉴了黑格尔–––特别重要的一部著作。其他人则为关于机器和自动化的片段中几乎预言性的陈述所着迷, 并且在日本,《大纲》还被解释为有助于我们理解现代性的一部极为热门的著 作。20世纪80年代,首批详尽的研究著作开始在中国出版,在这些著作中. 《大纲》被认为为《资本论》的起源提供了线索,而在苏联则出版了一部由集 体创作的专门研究《大纲》的论文集。

近年来,马克思的著作对于解释(同时也是批判)资本主义生产方式的 持久能力使得很多国际学者的兴趣开始复苏(参见Musto 2007)。如果这种复 苏得以持续,如果它伴随着政治领域对于马克思的新需求,《大纲》无疑将再 次证明是他的能够引起重大关注的著作之一。 与此同时,怀着对“马克思理论将会是充满活力来源的知识和在这种知 识指引下的政治实践”的希望,这里所呈现的关于《大纲》在全球的传播和 接受的历史旨在对它的作者给予适度认可,同时也旨在尝试填补马克思主义 历史上的一页空白。

附录 I:《大纲》 完整本时间表

1939—1941 年 德文第一版
1953 年 德文第一版重印本
1958—1965 年 日文译本
1962—1978 年 中文译本
1967—1968 年 法文译本
1968—1969 年 俄文译本
1968—1970 年 意大利文译本
1970—1971 年 西班牙文译本
1971—1977 年 捷克文译本
1972 年 匈牙利文译本
1972—1974 年 罗马尼亚文译本
1973 年 英文译本
1974—1975 年 斯洛伐克文译本
1974—1978 年 丹麦文译本
1979 年 塞尔维亚文/塞尔维亚克罗地亚文译本
1985 年 斯洛文尼亚文译本
1985—1987 年 波斯文译本
1986 年 波兰文译本
1986 年 芬兰文译本
1989—1992 年 希脂文译本
1999—2003 年 土耳其文译本
2000 年 韩文译本
2008 年 葡萄牙文译本

附录 II: 关于第三部分的内容及结构的几点说明
本书接下来收集的有关《大纲》的研究是在所有那些有《大纲》完整本 的国家进行的。在讲同一种语言的国家(讲德语的德国、奥地利和瑞士;讲 西班牙语的古巴、阿根廷、西班牙和墨西哥;讲英语的美国、英国、澳大利 亚和加拿大;讲葡萄牙语的巴西和葡萄牙),由于《大纲》的传播或多或少平 行发展.所以在编排上照许多普通章节处理。同样地.关于《大纲》在其中 被翻译成一种语言以上的国家(捷克斯洛伐克和南斯拉夫)的章节则包含了 所涉及的所有语言的传播史。此外,由于这两个国家已经不复存在,有关它 们的章节标题就采用了《大纲》在那里发表时期的名字。

章节的顺序是按《大纲》出版的先后顺序编排的。唯一的例外是《俄国 和苏联》那一章,它被直接放在《德国 奥地利 瑞士》之后,这是因为两 者之间存在着密切联系,还因为《大纲》的第一个德文版是在苏联出版的。

每章都包含一个详细的参考书目,按如下方式予以分类强调:

  1. 《大纲》完整本;
  2. 《大纲》主要节选本;
  3. 有关《大纲》的重要文献;
  4. 其他一些必要的参考书目。

在第一种分类中.编辑信息有时被加在了各书的译本和传播信息中。如 果它们已经被作者加在正文中了.为简洁起见.参考书目中就不再更复。同 样的标准也适用于《大纲》全译本或节译本译者名字(“有关《大纲》的重要 文献”和“其他参考书目”中所列书目的译者名字则未加入)和多次提到的 评论文章的标题。

鉴于研究发现关于《大纲》的一些摘要的节译本以及论述它们的著作或 文章都有几百种之多,考虑到篇幅所限,参考书目中只收录了: a)《大纲》 完整本出版之前的节选本和罕见情况下在完整本出版之后特别重要的一些版 本;b)每位作者在正文中提到的重要文献。 所有非英语著作和文章的标题首次出现都用原文(日文、中文、波斯文、 希腊文等),然后加上英文翻译。一般来说,标题的翻译都在正文中给出,但 是如果正在讨论的章节按照哈佛参考体系引用一本书或一篇文章(即仅给作 者名字和出版年代),那么它们的译名可在参考书目中找到。最后,对于那些 已经被译成英文的著作和文章,引用时则始终用翻译的标题,即使它不是逐 字逐句翻译过来的。

(本文由帕特里克•卡米莱尔从意大利文译成英文)
(李楠译闫月梅校)

注释
1. Marx, Karl (1903), ‘Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie’, Die Neue Zeit, Year 21, vol. 1: 710.
2. 这份报告的俄文版发表于1923年.
3. Ryazanov, David (1925) ‘Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels’ (Latest reports on the literary bequest of Karl Marx and Friedrich Engels). Archiv für die Geschickte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, Year 11; 393-394.
4. Ibid., p.394.
5. Hobsbawm, Eric J. (1964)‘Introduction’, in Karl Marx, Pre-Capitalist Economic Formations. London: Lawrence & Wishart, p. 10.
6. McLellan, David (1971) Marx’s Grundrisse, London: Macmillan: 2.
7. Ibid., pp. 14-15.
8. Nicolaus, Martin (1973) ‘Foreword’, in Karl Marx, Grundrisse. Harmondsworth: Penguin Books, p. 7.
9. 见附录I中译本时间表〃上面提到的全译本应该再加上瑞典文节泽本和马其顿文 节译本,《导言,和《资本主义生产以前的各种形式》被译成很多语种,从越南语到挪威 语.从阿拉伯语到荷兰语.从希伯来语到保加利亚语。
10. 这里的总数包括对正在讨论的国家进行研究过程中所确定的印数.
11. Rosdolsky, Roman (1977) The Making of Marx’s ‘Capital’, vol. 19 London: Pluto Press: xi.
12. Vygodski, Vitali (1974) The Story of a Great Discovery: How Marx Wrote ‘Capital’, Tunbridge Wells: Abacus Press: 44.
13. Althusser, Louis and Balibar, Étienne (1979) Reading Capital, London: Verso: 32.
14. 参见吕西安-塞夫《从马克思的视角思考当今世界》(Sève Lucien, Penser avec Marx aujourd’hui, Paris: Dispute. 2004).他在其中回忆道,“除《导言》这样的文本 外[……]阿尔都塞从来不阅读《大纳》.就阅读这个词的真实含义而言”(第29页)°在 改写阿尔都塞本人借用并使用的加斯东-巴什拉(Gaston Bachelard)的术语“认识论的断 裂”时,塞夫谈到了 “一种人为的参考书目上的断裂,这种断裂导致了关于其起源因此还 有它与马克思成熟思想之间的连续性的抽借误的观点”(第30页).

参考书目
Althusser, Louis and Balilmr, Etienne (1979) Reading Capital. London: Verso.
Hobsbawm, Eric J. (1964) ‘Introduction’, in Karl Marx. Pre-Capitalist Economic Formations, London: Lawrencc &. Wishart, pp. 9-65.
McLellan, David (1971) Marx’s Grundrisse, London: Macmillan.
Marx. Karl (1903) ‘Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie’. Die Neue Zeil. 21, vol. 1: 710-18, 741-5 and 772-81.
Marx-Engels-Lenin Institute (1939) ‘Vorwort’ [‘Foreword’], in Karl Marx. Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857 – 1858. Moscow: Verlag für Fremdsprachige Literatur. pp. vii-xvi.
Morita, Kiriro and Yamada, Toshio (1974) Kumentaru keizaigakuhihan’ yoko [Commentaries on the Grundrisse]. Tokyo: Nihonhyoronsha.
Musto, Marcello (2007) ‘The Rediscovery of Karl Marx’, International Review of Social History, 52/3: 477-98.
Nicolaus, Martin (1973) ‘Foreword’, in Karl Marx, Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy (Rough Draft), Harmondsworth: Penguin, pp. 7-63.
Projektgruppe Entwicklung des Marxschen Systems (1978) Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) . Kommentar (Outlines of the Critique of Political Economy. Rough Draft. Commentary), Hamburg: VSA.
Rosdolsky, Roman (1977) The Making of Marx’s Capital, vol. 1. London: Pluto Press.
Ryazanov, David (1925) ‘Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels’ [‘Latest reports on the literary bequest of Karl Marx and Friedrich Engels’], Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, 11: 385-400.
Seve, Lucien (2004) Penser avec Marx aujourd’hui, Paris: La Dispute.
Vv. Aa. (1987 ) Pervonachal’ny variant ‘Kapitala’. Ekonomicheskie rukopisi K. Marksa 1857-1858 godov [The first version of Capital. K. Marx’s Economic Manuscripts of 1857-1858], Moscow: Politizdat.
Vygodski, Vitali S. (1974) The Story of a Great Discovery: How Marx Wrote ‘Capital’, Tunbridge Wells: Abacus Press.

Categories
Book chapter

La ripresa della pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe

I. L’incompiutezza di Marx e la sistematizzazione dei marxismi
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia.

Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati il New-York Tribune, all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente e all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» [1].

Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe. Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza. Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera fu portato a termine soltanto per un’esigua parte, anche se le sue incessanti fatiche intellettuali si mostrarono comunque geniali e feconde di straordinarie conseguenze teoriche e politiche [2].

Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il lascito dell’amico. Il suo lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.

Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle Tesi su Feurbach, edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della Critica al programma di Gotha, uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta» [3]. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti.

D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’ Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» [4], divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente. Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.

Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere a esse il neonato marxismo assunse rapidamente medesima conformazione. Un fattore decisivo che contribuì a consolidare questa trasformazione dell’opera di Marx è rintracciabile nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione.

Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti. La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento teorico e volgarizzazione del patrimonio originario [5].

Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il marxismo del periodo della Seconda internazionale (1889-1914). Molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità» [6]. L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» [7].

A siffatta concezione si oppose Antonio Gramsci, per il quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici» [8]. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» [9], fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.

Con l’affermazione del marxismo-leninismo, il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il Diamat [Dialekticeskij materializm], «la concezione del mondo del partito marxista-leninista» [10].

Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. L’ortodossia marxista-leninista impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione sovietica il marxismo visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso. Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie marxiste su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.

In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo teoricamente, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso, a Marx non poté capitare di peggio.

Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici. Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette […] per l’osteria dell’avvenire» [11], fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi» [12], venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione.

Propugnatore dell’idea che la condizione fondamentale per la maturazione delle capacità umane fosse la riduzione della giornata lavorativa, fu assimilato al credo produttivistico dello stakhanovismo. Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» [13] , è stato accomunato a una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione. L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero.

II. Vicissitudini della pubblicazione delle opere di Marx ed Engels
«Gli scritti di Marx ed Engels […] furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti […] degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» si era propagato «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi, di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» [14] . In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una mito agiografico. Al contrario, molti dei loro testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels», indicava un’ineludibile necessità. Per Labriola, non bisognava né compilare antologie, né redigere un «testamentum juxta canonem receptum», bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori […] perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» [15] . Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.

Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che il Partito socialdemocratico tedesco, detentore del lascito letterario e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla socialdemocrazia non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica [16] . Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza. Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori. Né, tanto meno, vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo molto utile come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti.

La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche questa impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale, che troppo spesso ostacolarono, anziché favorire, l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione, vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava a un autore la cui opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del marxismo e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi, la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx. I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA – [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico] nel 1927, i [Manoscritti economico-filosofici del 1844] e [L’ideologia tedesca] nel 1932 – e, come già avvenuto con il secondo e il terzo libro de Il capitale, in edizioni nei quali essi apparivano come opere compiute, scelta mostratasi poi foriera di molti malintesi interpretativi. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori deIl capitale: nel 1933 il [Capitolo VI inedito] e tra il 1939 e il 1941 i [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica], meglio noti come [Grundrisse] [17]. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in una seria ridiscussione complessiva dell’opera marxiana.

Sempre in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu completata la prima edizione in russo: la Socinenija [Opere complete]. Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti, ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Socinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi). Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) delle Marx Engels Werke (MEW). Tale edizione, però, tutt’altro che completa [18] , era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del marxismo-leninismo.

Il progetto di una “seconda” MEGA, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito agli avvenimenti del 1989. Nel 1990, con lo scopo di continuare questa edizione, l’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam e la Karl-Marx-Haus di Treviri costituirono la Internationale Marx-Engels-Stiftung. Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella corso della quale sono stati approntati nuovi principi editoriali e la casa editrice Akademie Verlag è subentrata alla Dietz Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA².

III. Recenti acquisizioni filologiche della MEGA²
Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. Il valore del pensiero viene riproposto da più parti e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti sono rispolverati sempre più frequentemente. Uno degli esempi più significativi di questa riscoperta è costituito proprio dal proseguimento della MEGA². Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi delle più svariate competenze disciplinari e che operano in numerosi paesi, si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 55 (15 dalla ripresa del 1998) [19] , ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato critico, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive [20] . Questa impresa riveste grande importanza, se si considera che una parte dei manoscritti di Marx, delle lettere a lui indirizzate e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è stata pubblicata dopo il 1998 o è tuttora inedita.

Le acquisizioni editoriali della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo in ognuna delle quattro sezioni. Nella prima, Werke, Artikel und Entwürfe [Opere, articoli, bozze], le ricerche sono riprese con la pubblicazione di due nuovi volumi e uno di questi – Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855 [21] – comprende circa duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il New-York Tribune e la Neue Oder-Zeitung di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere altri ventuno testi, a loro precedentemente non attribuiti perché pubblicati in anonimato sul quotidiano americano. Il secondo, Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891 [22] , invece, presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli.

Di notevole interesse, inoltre, il primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch [Annali Marx Engels], la nuova serie edita dall’IMES, interamente dedicato a [L’ideologia tedesca] [23]. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², include le pagine che corrispondono ai manoscritti I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» [24] sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. [L’ideologia tedesca], considerata finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà [25].

Le ricerche della seconda sezione della MEGA², “Das Kapital” und Vorarbeiten [Il capitale e i suoi lavori preparatori], si sono soffermate, negli ultimi anni, sul secondo e terzo libro de Il capitale. Il volume Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 [26], comprende il testo del secondo libro, scritto da Engels sulla base di sette manoscritti di diversa entità, redatti da Marx tra il 1865 e il 1881. Engels, infatti, in presenza di diverse stesure del secondo libro, non aveva ricevuto da Marx alcuna indicazione, alla quale riferirsi, per selezionare la versione da pubblicare e dovette così operare delle difficili scelte editoriali. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels su questi manoscritti ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta.

L’uscita del terzo libro de Il capitale, Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band [27], l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia [28].

Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [29] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa.

Ciò traspare, con evidenza, dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“ [30]. Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875. A ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta. Il completamento della seconda sezione, ormai prossimo, consentirà finalmente la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e sui limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.

La terza sezione della MEGA², Briefwechsel [Carteggio], comprende il carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi, gran parte delle quali inedite prima della MEGA². Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. Ben quattro sono i nuovi volumi editi, che permettono ora di rileggere importanti fasi della biografia intellettuale di Marx, anche attraverso le missive di coloro con i quali fu in contatto.

Le lettere raccolte in Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859 [31] hanno come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario, dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa» [32]. Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del diluvio» [33], tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi [Grundrisse] e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica [34].

I volumi Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel September 1859 bis Mai 1860 [35] e Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861 [36] contengono la corrispondenza relativa alle tortuose vicende della pubblicazione de Il signor Vogt e all’acceso scontro che vi fu tra questi e Marx. Nel 1859, infatti, Carl Vogt lo accusò di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Così, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a difendersi. Il risultato fu un opuscolo polemico di ben duecento pagine: Il signor Vogt. La confutazione delle accuse ricevute tenne impegnato Marx per un anno intero e lo costrinse a tralasciare del tutto i suoi studi economici.

Tema principale di Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865 [37] è l’attività politica di Marx in seno alla Associazione internazionale dei lavoratori, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, e il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico.

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella quarta sezione, Exzerpte, Notizen, Marginalien [Estratti, notizie, marginalia], relativa a quei numerosi compendi e appunti di studio di Marx, che costituiscono una significativa testimonianza del suo lavoro ciclopico. Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il lascito letterario di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue books, in particolare i Reports of the inspectors of factories, le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la quarta sezione della MEGA², concepita in trentadue volumi, ne permette, per la prima volta, l’accesso.

I volumi dati alle stampe di recente sono quattro. Il libro Karl Marx, Exzerpte und Notizen Sommer 1844 bis Anfang 1847 [38] comprende otto quaderni di estratti, redatti da Marx tra l’estate del 1844 e il dicembre 1845. I primi due risalgono al periodo parigino e sono di poco successivi ai [Manoscritti economico-filosofici del 1844], gli altri sei furono scritti l’anno seguente a Bruxelles, dove egli riparò dopo essere stato espulso da Parigi, e in Inghilterra, dove soggiornò in luglio e agosto. In questi quaderni sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni di teoria economica. L’insieme di queste note, con la ricostruzione storica della loro maturazione, mostra l’itinerario e la complessità del suo pensiero critico, durante questo intensissimo periodo di lavoro [39].

Il libro Karl Marx-Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855 [40] contiene nove voluminosi quaderni di estratti, redatti da Marx essenzialmente durante il 1854. Essi furono scritti nello stesso periodo in cui egli pubblicò importanti gruppi di articoli sul New-York Tribune: quelli su Lord Palmerston tra l’ottobre e il dicembre del 1853 e le riflessioni su La Spagna rivoluzionaria tra il luglio e il dicembre del 1854. Quattro di questi quaderni raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia tratte, principalmente, dai testi degli storici Famin e Francis, del giurista e diplomatico tedesco von Martens, del politico tory Urquhart, così come dalle Correspondence relative to the affairs of the Levant e dai Hansard’s parliamentary debates. Gli altri cinque sono, invece, esclusivamente dedicati alla Spagna. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui attinse Marx e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzasse queste letture per la stesura dei suoi articoli.

Il grande interesse di Marx per le scienze naturali, quasi del tutto sconosciuto, traspare dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883 [41]. In esso sono pubblicati gli appunti di chimica organica e inorganica, del periodo 1877-83, che consentono di scoprire un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché queste ricerche contribuiscono a sfatare la falsa leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che, durante l’ultimo decennio di vita, rinunciò a proseguire i propri studi e avesse del tutto appagato la sua curiosità intellettuale.

Se i manoscritti di Marx hanno conosciuto, prima di vedere la luce, le più diverse vicissitudini, sorte ancora peggiore è toccata ai libri appartenuti a lui ed Engels. Dopo la morte di quest’ultimo, le due biblioteche, contenenti i volumi da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, furono ignorate, in parte disperse e, solo in seguito, faticosamente ricostruite e catalogate. Il testo Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels [42] è, infatti, il frutto di settantacinque anni di ricerche. Esso consiste in un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascun volume su cui risultano essere state fatte delle annotazioni. Si tratta di una pubblicazione anticipata, che verrà integrata, quando la MEGA² sarà completata, dall’indice dei libri oggi mancanti (il numero totale di quelli ritrovati è di 2100 in 3200 tomi), con le indicazioni dei marginalia, compresi in 40.000 pagine da 830 testi, e la pubblicazione dei commenti alle letture annotati ai margini dei volumi. Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per decenni al British Museum di Londra –, così come dei suoi commenti in proposito, costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a smentire la fallace interpretazione agiografica marxista-leninista, che ne ha spesso rappresentato il pensiero come il frutto di un’improvvisa fulminazione e non come, quale fu in realtà, un’elaborazione piena di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.

Resta infine da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello rappresentato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Il tortuoso processo della diffusione degli scritti e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato di molti epigoni e, soprattutto, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali di un grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto, vittima di numerose incomprensioni [43]. Al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava ad indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce, oggi, quello di un autore che ha lasciato incompleti gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, ad ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi.

Dalla riscoperta della sua opera, riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e l’orizzonte lungo il quale la ricerca su Marx ha ancora tanti sentieri da percorrere.

References
1. Karl Kautsky, Mein Erster Aufenthalt in London, in Benedikt Kautsky (a cura di), Friedrich Engels’ Briefwechsel mit Karl Kautsky, Danubia Verlag, Wien 1955, p. 32.
2. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, p. 109.
3. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 9.
4. Friedrich Engels, Anti-Dühring, in Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 6.
5. Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
6. Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 16.
7. Ivi , p. 252.
8. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (a cura di Valentino Gerratana), Einaudi, Torino 1975, p. 1403.
9. Ivi , p. 1428.
10. Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 919.
11. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione de Il capitale. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 42.
12. Karl Marx, Statuti provvisori dell’Associazione internazionale degli operai, in Opere, vol. XX, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 14.
13. Karl Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 17.
14. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia. Scritti filosofici e politici (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, pp. 667-9.
15. Antonio Labriola, op. cit., p. 672.
16. Cfr. Maximilien Rubel, Bibliographie des œuvres de Karl Marx, Rivière, Paris, 1956, p. 27.
17. In proposito cfr. Marcello Musto, Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo. Un contributo alla storia dei marxismi, in Il pensiero politico, n. 2 (2008), pp. 228-236 e Marcello Musto (a cura di), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later, Routledge, London/New York, 2008.
18. Le pubblicazioni non compresero, ad esempio, né i [Manoscritti economico-filosofici del 1844] né i [Grundrisse], testi che furono aggiunti solo in seguito. Ciò nonostante, la MEW costituì la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue, tra cui anche le Opere italiane, apparse in 32 volumi tra il 1972 e il 1990.
19. Per una rassegna più completa di questi volumi si rimanda a Marcello Musto, La riscoperta di Karl Marx, in Il pensiero Politico, anno 2008, n. 1, pp. 44-66. Inoltre non sono qui recensiti gli ultimi due volumi dati alle stampe: Karl Marx, Manuskripte zum zweiten Buch des “Kapitals” 1868 bis 1881, MEGA² II/11, a cura di Teinosuke Otani, Ljudmila Vasina, Carl-Erich Vollgraf, Akademie, Berlin 2008; e Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band MEGA² I/14, a cura di Izumi Omura, Keizo Hayasaka, Rolf Hecker, Akira Miyakawa, Kenji Mori, Sadao Ohno, Regina Roth, Shinya Shibata e Ryojiro Yatuyanagi, Akademie, Berlin 2008. L’interesse di quest’ultimo tomo è comunque molto ridotto, poichè consiste nella semplice ristampa dell’edizione del 1885 del secondo libro de Il capitale.
20. Cfr. Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 31-96.
21. MEGA² I/14, a cura di Hans-Jürgen Bochinski e Martin Hundt, Akademie Verlag, Berlin 2001.
22. MEGA² I/31, a cura di Renate Merkel-Melis, Akademie Verlag, Berlin 2002.
23. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer,Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in Marx-Engels-Jahrbuch vol. 2003.
24. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 6.
25. In proposito cfr. Marcello Musto, Vicissitudini e nuovi studi de ‘L’ideologia tedesca’, in «Critica Marxista», 2004 n. 6, pp. 45-49.
26. MEGA² II/12, a cura di Izumi Omura, Keizo Hayasaka, Rolf Hecker, Akira Miyakawa, Sadao Ohno, Shinya Shibata e Ryojiro Yatuyanagi, Akademie, Berlin 2005.
27. MEGA² II/15, a cura di Regina Roth, Eike Kopf e Carl-Erich Vollgraf, Akademie, Berlin 2004.
28. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Dritter Band, MEGA² II/15, op. Cit. , p. 6.
29. Ivi , p. 7.
30. MEGA² II/14, a cura di Carl-Erich Vollgraf e Regina Roth, Akademie, Berlin 2003.
31. MEGA² III/9, a cura di Vera Morozova, Marina Uzar, Elena Vashchenko e Jürgen Rojahn, Akademie, Berlin 2003.
32. Ivi , Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, Ivi, p. 75.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, MEGA² III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 210.
34. Durante la stesura dei Grundrisse Marx redasse anche tre quaderni di estratti, denominati [I quaderni della crisi], relativi alla crisi finanziaria del 1857. In questi taccuini egli raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Questi quaderni – ancora inediti – forniscono nuova luce sulla genesi dei Grundrisse. L’immagine convenzionale di un Marx che studia la Logica di Hegel per trovarne ispirazione durante la stesura dei suoi manoscritti del 1857-58 appare profondamente mutata. A quel tempo, infatti, egli era molto più preoccupato degli eventi empirici legati a quella grande crisi che aveva per lungo tempo auspicato e previsto.
35. MEGA² III/10, a cura di Galina Golovina, Tat’jana Gioeva, Jurij Vasin e Rolf Dlubek, Akademie, Berlin 2000.
36. MEGA² III/11, a cura di Rolf Dlubek und Vera Morozova, Akademie, Berlin 2005.
37. MEGA² III/13, a cura di Svetlana Gavril’chenko, Inna Osobova, Ol’ga Koroleva e Rolf Dlubek, Akademie, Berlin 2002.
38. MEGA² IV/3, a cura di Georgij Bagaturija, Lev Churbanov, Ol’ga Koroleva e Ljudmila Vasina, Akademie, Berlin 1998.
39. Cfr. Marcello Musto, Marx a Parigi: la critica del 1844, in Marcello Musto (a cura di), op. cit., pp. 161-178.
40. MEGA² IV/12, a cura di Manfred Neuhaus e Claudia Reichel, Akademie, Berlin 2007.
41. MEGA² IV/31, a cura di Anneliese Griese, Friederun Fessen, Peter Jäckel und Gerd Pawelzig, Akademie, Berlin 1999.
42. MEGA² IV/32, a cura di Hans-Peter Harstick, Richard Sperl und Hanno Strauß, Akademie, Berlin 1999.
43. Accanto al misconoscimento marxista, che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello anti-marxista di parte liberale e conservatrice, altrettanto profondo perché carico di prevenuta ostilità.

Categories
Book chapter

《大纲》时代马克思的生活 关于1857—1858年的传记研究

与革命相约
1848年的欧洲被由政治自由和社会正义原则所引起的无数一连串的民众起义所震撼。新生的工人运动的弱点,资产阶级对其最初抱有的这些理想的放弃,以及猛烈的军事镇压,导致了各个地方的革命起义的失败,反动力量牢固地重新控制了国家政府。 马克思在他身为创建者和主编的日报《新莱茵报。民主机关报》上支持民众起义。马克思利用该报的专栏进行激烈的宣传活动,支持起义者的事业,奉劝无产阶级进行“社会共和的革命” [1] 。在他居住在布鲁塞尔、巴黎和科隆并往返于柏林、维也纳、汉堡和德国其他许多城市期间,他建立了巩固和发展公开斗争的新联系。由于这一残酷的军事活动,他先是得到了来自比利时的驱逐令,后又得到了来自普鲁士的驱逐令,当路易·波拿巴任期内的法国新政府要求马克思离开巴黎时,他决定移居英国。1849年夏,31岁的马克思到达那里,并居住在伦敦。最初他相信这可能会是一次短暂的停留,但却没想到他整个余生都住在这里,而且无国籍。

他流亡英国的头几年可以由导致他的三个孩子悲剧性夭折的极度贫困和病魔缠身来概括。尽管马克思的生活从来也没有轻松过,但这个时期无疑是他生命中最糟糕的阶段。从1850年12月到1856年9月,他同他的家庭居住在伦敦市最贫穷和最破旧的社区之一索荷区第恩街28号的一个两居室的住处。他的夫人燕妮·冯·威斯特华伦(Jenny von Westphalen)在她的舅舅和母亲去世后得到的遗产意外地给了他们一缕希望的曙光,并使得马克思得以清偿他的许多债务,赎回典当在当铺里的他的衣服和个人用品,而且还重新安置了新居所。

1856年秋,马克思、他的夫人及他们的三个女儿燕妮(Jenny)、劳拉(Laura)和爱琳娜(Eleanor)还有他们忠诚的女管家海伦·德穆特(Helene Demuth)——她是这个家庭的不可分割的一部分——迁居到伦敦北郊肯提希镇格拉弗顿坊9号,这里的租金更经济实惠一些。马克思一家一直在这所房屋里居住到1864年,它建于新近开发的一个远离市中心的没有大路的地区,晚上一片漆黑。但是他们终于住进了一栋真正的住宅里,这个家庭的最低要求是要保持“至少是表面上的尊严” [2]。

在整个1856年,马克思完全疏忽了对政治经济学的研究,但是国际金融危机的到来突然改变了这种状况。在转变成到处蔓延的恐慌并进而导致各个地方的破产的极度不确定的氛围中,马克思认为采取行动的正确时刻再次来临,在预见未来的衰退的发展时,他写信给恩格斯说:“我不认为我们还能长久地在这里当旁观者。” [3] 而已经充满乐观主义精神的恩格斯则预言了这样一种场景:“这一次将是从来没有过的末日审判:全欧洲的工业完全衰落,一切市场都被充斥(……),一切有产阶级都被卷入旋涡,资产阶级完全破产,战争和极端的混乱。我也认为,这一切将会在1857年出现。” [4]

19世纪50年代末,革命运动此起彼伏,在这一过程中,马克思和恩格斯被阻止积极参加欧洲政治舞台上的运动,他们两个怀着重新建立起来的对未来前景的信心,开始交换各种消息。盼望已久的与革命的相约现在似乎越来越近了,并且对马克思来说,这首先意味着:恢复他的“经济学”(Economics)研究并尽可能快地完成它。

同不幸和病魔作斗争
为了热情地投身于创作,马克思本来需要一些安逸,但是他的个人情况仍然极为不稳定,而且没有给他任何短暂的间歇。他将手头的所有现款都投入到了一所新住宅,所以他又没有钱支付第一个月的房租了。因此他向当时居住并工作在曼彻斯特的恩格斯汇报了他所面临的所有麻烦:“[我]既没有指望,家庭费用又越来越大。我根本不知道怎么办才好,我的处境的确比五年前更惨。我曾以为苦水已喝到头了。但是不然。” [5] 马克思的描述深深地震惊了恩格斯,他本来以为搬家之后他的朋友会最终比较稳定地安顿下来,所以,在1857年1月他花掉了他的父亲作为圣诞礼物而拨给他的买马并从事他最爱的猎狐的一笔钱。然而,在这个时期以及在恩格斯的整个一生中,他从来没有拒绝过对马克思及其一家的所有支持,由于担心这种困难时刻,恩格斯每月给马克思寄五英镑,并劝马克思无论什么时候遇到困难都可以向他求助。

恩格斯的作用当然不仅仅限于经济上的资助。在马克思所经历的那几年与世深深隔绝的岁月里,正是通过与恩格斯的大量通信,马克思得以参加到知识界的辩论当中:“我特别需要你的意见。” [6] 恩格斯是马克思在绝望的困难时期唯一可以倾吐心声的朋友:“请尽快来信,因为现在我需要你的信来鼓舞勇气。情况极坏。” [7] 恩格斯也是马克思可以与之分享因一些事件而产生的讽刺挖苦的伴侣:“我羡慕会翻筋头的家伙。这一定是忘却一切不快和日常琐事的上策。” [8]

实际上,不确定性不久就变得更加紧迫。除了恩格斯答应提供的帮助以外,马克思的唯一收入来源就是从当时发行最广的英文报纸《纽约每日论坛报》(《论坛报》)那里得到的稿酬。关于马克思的稿酬即每篇文章两英镑的协定也因影响到这家美国日报的经济危机而改变。除了美国旅行家和作家贝亚德·泰勒(Bayard Taylor)以外,马克思是唯一没有被解雇的欧洲通讯员,但是他的投稿由每周两篇减至一篇,“尽管它在繁荣时期从来没有给我增加一个分尼” [9] 。他的收入减少了一半。马克思幽默地谈起这一事件:“一种命运的嘲弄就在于,我自己因可诅咒的危机而困苦不堪。” [10] 然而,能够见证这次金融崩溃是件无与伦比的开心事:“叫嚣反对‘劳动权’的资本家们,现在到处请求政府给予‘公家的帮助’,从而[……]宣称,要牺牲公众的利益维持自己的‘利润权’,这是很妙的。” [11] 虽然马克思仍然处于焦虑状态,但他向恩格斯通报说:“虽然我自己正遭到经济上的困难,但是从1849年以来,我还没有像在这次危机爆发时这样感到惬意。” [12]

一个新的编辑计划的开始稍微减轻了这种绝望状况。《论坛报》编辑查理·德纳(Charles Dana)邀请马克思加入《美国新百科全书》(《百科全书》)编委会。由于需要钱,马克思接受了这个提议,但是他把大多数工作都委托给恩格斯来做,以便把更多时间投入到他的研究中。1857年7月到1860年11月,根据他们两个的分工,恩格斯编写军事条目——即受委托写的大多数条目——而马克思则编写了一些传记条目。尽管每页两美元的稿酬非常低,但这对于马克思的灾难性的经济状况仍然是个贴补。正由于这一原因,恩格斯劝马克思从德纳那里得到尽可能多的条目:“只要能够换来成色足的加利福尼亚黄金,我们提供‘成色足的’知识是很容易的。” [13] 马克思也遵循同样的原则来撰写他负责的那些条目: “文章尽可能少压缩,只要不致平淡无味就行。” [14]

尽管做出了种种努力,但他的经济状况一点也没有改善。情况实际上变得非常难以承受,以致于当马克思被他比做“一群饿狼” [15] 的债主追逐并在那年冬天无煤取暖时,他在1858年1月给恩格斯写信说:“如果这样的情况继续下去,我宁愿被埋葬在百丈深渊之下,也不愿意这样苟延残喘。老是牵累别人,同时自己也总是疲于同卑微的日常琐事作战,长此以往,实在难以忍受。” [16] 在这样的情况下,他也会说一些感情方面的难堪的话:“至于个人的生活,依我看,我是在过着所能想象到的最不幸的生活。[……]对有志于社会事业的人来说,最愚蠢的事一般莫过于结婚,从而使自己受家庭和个人生活琐事的支配。” [17]

贫困并不是游荡在马克思身旁的唯一幽灵。当时除了这些主要的麻烦外,他还遭受着一些疾病的困扰。1857年3月,由于晚上工作过度,马克思患了眼病;4月,他又开始遭受牙疼的折磨;5月,他原来的遗传的肝病复发,这迫使他“泡在药水和丸药里头”。因极度虚弱,他有三个星期都无法工作。他当时给恩格斯写信说:“为了使时间不完全虚度过去,而又没有更适合的事做,我就学习丹麦语”;不过,“根据医生的许诺,我有希望在下星期重新成为人。目前我还黄得像个温柏(a quince),甚至更为可怕。” [18]

不久之后,一桩更为严重的事情降临到马克思一家。7月初,燕妮生下了他们的最后一个孩子,但是那个婴儿天生太虚弱,当即死去了。再次痛失孩子,马克思向恩格斯吐露说:“这事本身并不算不幸。但是[……]招致这个后果的情况使我回忆起来极为痛苦[很可能是指他失去的上一个孩子埃德加(Edgar)(1847—1855)的夭折]。这在信中不能祥谈。” [19] 恩格斯被马克思的信强烈感染,并回信说:“你这样写,一定是心情非常沉重。对孩子的死你是能节哀忍痛的,可是你夫人就未必能这样。” [20]

当恩格斯生病并遭受腺热的严重打击从而整个夏天都无法工作时,情况就变得进一步复杂化。当时,马克思陷入真正的困难之中。没有他的朋友为《百科全书》写词条,他需要争取时间,因此,他假装给纽约寄去了大量手稿,并且这些手稿在邮局丢了。然而,这种压力并没有减轻。当关于印度西帕依起义(the Indian Sepoy rebellion)的事件开始引人注目时,《论坛报》期望得到来自他们的专家的分析, 但并不知道关于军事问题的那些文章实际上出自恩格斯之手。为当时情况所逼暂时负责“军事‘部’” [21] 的马克思,大胆地声称一当雨季来临,英军就不得不撤退。他这样告诉恩格斯他的小心谨慎:“可能我会出丑。不过,在这种情况下,应用一些辩证法总会有所帮助。我当然是把我的论点说得在相反的情况下也是正确的。” [22] 然而,马克思并没有低估这一冲突,在考虑它可能产生的结果时,他说:“印度使英国不断消耗人力和财力,现在是我们最好的同盟军。” [23]

写作《大纲》
贫困、健康问题和各种匮乏——《大纲》就是在这种悲惨情况下写的。它不是享受着安逸的富裕的思想家的研究成果;相反,它是一个经历了艰难困苦并靠着从坚信假定危机来临他的著作在当时就会变得非常必要这样一种信仰中找到的力量才得以进行下去的一个作者的劳动成果。1857年秋,恩格斯仍然乐观地评价危机事件:“美国的危机妙极了,而且远没有过去。[……]现在商业又要有三四年的不景气,目前是我们走运了。” [24] 因此他鼓励马克思说:“1848年我们曾说过,现在我们的时代来了,并且从一定意义上讲确实是来了,而这一次它完全地来了,现在是生死的问题了。” [25] 另一方面,他们两个对革命的迫近没有抱任何怀疑态度,他们都充满信心地认为革命会在整个欧洲被危机笼罩后就爆发,因此推测“动乱的”年代为1858年 [26] 。正如燕妮·冯·威斯特华伦在给他们的家庭朋友康拉德·施拉姆(Conrad Schramm)的一封信中所说的:“您也许会想象得到,摩尔是多么兴奋。他以往的工作能力和精力已经全部恢复了,而且精神焕发心情愉快。” [27] 事实上马克思开始了一个时期紧张的脑力劳动:一方面,他为《论坛报》写文章,为《百科全书》写词条,着手撰写一个关于目前的危机的小册子这一未完成的计划;另一方面,他显然还要从事《大纲》的创作工作。然而,马克思的精力虽然恢复了,但是所有这些工作对他来说还是过于繁重,而恩格斯的帮助再次显得不可或缺。1858年初,在恩格斯完全从他所患的疾病中恢复过来后,马克思请求他接着为《百科全书》撰写词条:

“有时我又觉得,如果你每隔两三天写一点,那也许可以防止你喝酒,根据我知道的曼彻斯特的情况来看,在目前的紧张时刻,喝酒恐怕是在所难免,但这无论如何对你没有好处。[……]因为,我无论如何必需完成其他的工作,哪怕是整个房子塌下来压在我的头上也要完成;而这些工作却要占去全部时间!” [28]

恩格斯接受了马克思的积极劝告,并向马克思保证,假日结束后他“开始需要安定的生活和工作” [29] 。然而马克思最大的问题仍然是缺乏时间,他再三向他的朋友抱怨说,“每逢我去[不列颠]博物馆,都需要查许多材料,以致一眨眼时间就到了(现在仅开馆到四点)。而且到那里还要走路。这样就浪费了许多时间” [30] 。不仅如此,除了实际困难以外,还有理论上的困难:“计算的错误大大地阻碍了我,失望之余,只好重新坐下来把代数迅速地温习一遍。算术我一向很差。不过间接地用代数方法,我很快又会计算正确的。” [31] 最后,他的小心谨慎延缓了《大纲》的写作,因为他要求自己不断寻找新证据来验证他的论题的有效性。2月份,他向斐迪南·拉萨尔这样解释他的研究状况:

“我想把我的经济学著作进行的情况告诉你。事实上,最近几个月来我都在进行最后的加工。但是进展很慢,因为多年来作为主要研究对象的一些题目,一旦最后清算它们,总是又出现新的方面,引起新的考虑”。 [32]

在同一封信中,马克思再次为自己所处的境况表示遗憾。由于每天不得不将大多数时间用于写报刊文章,他写到:“我并不是我的时间的主人,而宁可说是它的奴隶。给我自己留下的仅仅是夜里的时间,而肝病的经常侵袭和复发,又使这种夜间工作受到防碍。” [33] 事实上,疾病再一次猛烈地打击了他。1858年1月他写信告诉恩格斯说,他一连吃了三个星期的药:“我经常夜间工作,工作时虽然只喝些柠檬水,但是抽了大量的烟。” [34] 3月份,他的肝脏“又生重病,[……]夜间不断工作和白天家庭经济状况引起的许多细小烦恼使得我最近经常发病” [35] 。4月份,他又说:“我为胆病所苦,以致这星期既不能思考问题,也不能读书写文章,总之除了给《论坛报》写文章外,任何事情都不能做。这些文章自然不能不写,因为我必须尽快地向这些狗支钱。” [36]

马克思在他生命的这个阶段彻底放弃了政治组织上的和私人的联系。在他给少有的几个仍然保持联系的朋友的信中,他透露说:“我像隐士一样过日子” [37] ,并且“熟人不多,很少见面,一般说来这并不会带来什么损失” [38] 。除了恩格斯的不断鼓励外,工商业的衰退及其向世界范围的蔓延也使他充满了希望并促使他继续工作:“就整个来说,危机像一只能干的老田鼠那样挖得好。” [39] 与恩格斯的通信记录了危机事件的进程在马克思身上所激起的热情。1月,在读了来自巴黎《曼彻斯特卫报》上的消息后,他表示:“[情况]似乎比预料的好些。” [40] 3月底,在评论最近的进展时,他又说:“在法国,斗争正以最好的方式继续进行。夏季也未必能安静地过去。” [41] 而几个月前他还悲观地说:

“经过了最近十年来的经验,对群众和对个别人物的轻视在每一个能思维的人的身上显然已经大为增长,以致‘小民可憎,须加防范’ [42] 几乎是一种不得不抱有的处世哲学了。不过这一切都只是庸人的情绪,在第一个风暴来临时就会被一扫而光。” [43]

5月份,他有点满意地指出,“总的说来,目前是一个不坏的时期,历史显然将会出现新的起点,到处可以看到土崩瓦解征兆,这使一切不愿意保持现状的人感到欢欣鼓舞” [44] 。同样,恩格斯也极为热情地向马克思汇报说,在处决企图谋杀拿破仑第三的意大利民主主义者费利切·奥尔西尼(Felice Orsini)的当天,巴黎爆发了一场重大的工人抗议活动:“在大动乱临近的时刻令人欢欣鼓舞的是,看到那样的集合场面,听到十万人回答:‘到!’” [45] 。关于可能的革命发展情况,恩格斯还研究了法国军队的大量兵力,并向马克思预告说,要取胜于这样大的兵力,就需要或者在军队里组织秘密社团,或者像在1848年那样资产阶级起来反对波拿巴。最后,他还预言说,匈牙利和意大利分离以及南斯拉夫人的起义会严重打击旧的反革命堡垒奥地利,此外,一场总反攻将会将危机蔓延到每一个大城市和工业区。换句话说,他确信,“总之,大动乱将开始” [46] 。受这种乐观主义所影响,恩格斯恢复了骑马活动,这次有着更长远的目标:“昨天我骑马跳过高五英尺多的土堤和围墙,这是我跳得最高的一次[……] 将来我们重回德国的时候,是可以在骑术方面向普鲁士的骑兵表演些东西的。这些先生们要追赶我将感到困难。” [47] 马克思的回信有点自鸣得意:“祝贺你骑马的成就。只是不要作过于危险的跳跃,因为不久将会有更重要的事情需要去冒生命的危险。[……]无论如何我不认为,骑兵是你在德国最需要的一种专业。” [48]

相比之下,马克思的生活遇到更加复杂的情况。3月份,拉萨尔告诉马克思说,来自柏林的弗兰茨·敦克尔(Franz Duncker)编辑同意按分册的形式出版马克思的著作,但是这个好消息令人尴尬地变成了另一个不稳定的因素。在其他的担心之外又增加了一个新的担心——焦虑——正如在给恩格斯写的无数医疗报告中所描述的那样,这次是燕妮·冯·威斯特华伦写的:

“他的胆病和肝病又犯了。[……]精神上的不安和激动使得病情大大恶化,现在在同出版商订了合同之后,这种不安和激动自然变得更加厉害,而且日甚一日,因为他根本不可能把这部著作写完。” [49]

整个4月份,马克思都在遭受着前所未有的最致命的胆病的折磨,一点儿也不能工作。他例外地专心为《论坛报》撰写几篇文章;这些是他生存所必需的,而且他不得不将它们口述给他的妻子,她执行“秘书的职务” [50] 。一当他又能握钢笔时,他就告诉恩格斯说,他的沉默只是由于他“不能执笔”。这“不仅是就写作而言,而且是就这句话的本来意义而言的”,他还说,“总是渴望着手工作而又不能做到,结果倒使得情况恶化了。”他的情况仍然很糟糕:

“我不能工作。要是坐上几个钟头,写写东西,过后就得躺好几天不能动。我焦急地盼望这种状况到下星期能够结束。这事来得太不是时候了。显然是我在冬季夜里工作过度所致。原来这就是痛哭流涕的原因。” [51]

马克思努力同疾病作斗争,但是在大量服药仍不见效后,他顺从地听从了大夫的忠告,去另一个地方呆一周,并且“在一段时间内停止一切脑力劳动” [52] 。因此他决定去访问恩格斯,他向恩格斯宣布:“我把一切事情都搁下了。” [53] 自然,在曼彻斯特逗留的20天里,他继续工作:他写了《资本章》以及《大纲》的最后几页。

同资产阶级社会作斗争
一经回到伦敦,马克思本来应该编辑一下《大纲》的正文,然后将其寄给出版商,然而,虽然马克思已经晚了,他还是推迟了《大纲》的草稿。他的批判本性再次战胜了他的实际需要。正如他告诉恩格斯的:

“当我不在时,伦敦出版了麦克拉伦(Maclaren)的一本关于全部通货史的著作;就《经济学家》的摘引看来,这是一本第一流的书。图书馆 [①] 还没有[……]。但是在完成我的论述之前,我当然应该把这本书看一遍。因此,我让妻子到西蒂区找出版商。但使我们吃惊的是,书价竟达九先令六便士,比我们整个‘军费’金库所存还要多。因此我很希望你能把这笔钱用邮局汇票寄给我。也许这本书对我说来没有什么新东西;不过,由于《经济学家》的推荐和我自己读了这些摘引,我的理论良心不允许我不读这本书就写下去。” [54]

这个小插曲非常生动。《经济学家》上的评论对家庭安宁的“危险”;派他的妻子去西蒂区执行使命以便解决理论上的疑问,实际情况是他的储蓄还不足于买一本书;经常向在曼彻斯特的朋友提出需要立即关注的请求:有什么能比这些更好地刻画那些年里马克思的生活尤其是他的“理论良心”的作为呢?除了他的复杂的性情以外,他通常的敌人——疾病和贫困,也使他进一步推迟了他的著作的完成。他的健康状况再次恶化,正如他向恩格斯汇报的:“我在离开曼彻斯特以前所患的病,拖了整整一个夏天,又转成慢性的了,因而不论写什么东西都要费很大劲。” [55] 不仅如此,那几个月正是马克思对经济状况极度担心之时,这使得他经常生活在“必然的最终灾难的阴影” [56] 之中。再次陷入绝望的马克思在7月份给恩格斯寄去一封信,这封信真实地验证了他那时候所处的极端状况:

“必须同你商量一下,是否能从现时处境中找到一条出路,因为这种处境再也不能忍受下去了。这一切的直接结果,就是我完全不能工作,因为一方面为了筹钱我把大好时光浪费在四处奔走和毫无效果的尝试上,另一方面由于家务杂乱而且也许由于我的健康状况恶化而使我的抽象思维能力衰退。我的妻子被这种糟糕情况弄得精神恍惚[……]。可见,整个情况总是这样:微薄的收入永不能作为来月的用途,[……]仅仅勉强够偿还一点债务[……]整个这一堆烂账在无论如何也得熬过去的这四个星期内又会有所增加。[……]就是把家具拍卖,也满足不了哪怕是住在周围的债主们,也不能顺利地搬进某个贫民区。至今还维持住的表面尊严,是防止彻底垮台的唯一手段。对于我个人来说,只要能再得到哪怕一个钟头的安宁,使我有可能从事工作,就是住在怀特查珀尔(Whitechapel)[当时大多数工人居住的伦敦的一个社区]也算不了什么。但是,这种意外的改变会给处于目前状况的我的妻子带来危险的后果,就是对于正在成长的女孩子们来说也不见得适宜。[……]我在泥沼中已经挣扎了八个星期,而且,由于一大堆家务琐事毁灭了我的才智,破坏了我的工作能力,使我极端愤怒;像这样的泥沼,甚至是我最凶恶的敌人,我也不希望他在其中跋涉。” [57]

尽管处于这种极度贫困的境况之下,但是马克思并没有让这种不稳定状况战胜他,并且在谈到他打算完成他的著作时,还向他的朋友约瑟夫·魏德迈(Joseph Weydemeyer)评论说:“我必须不惜任何代价走向自己的目标,不允许资产阶级社会把我变成制造金钱的机器。” [58]
与此同时,经济危机消退了,不久,市场就就恢复了常态。实际上,8月份,一个沮丧的马克思写信给恩格斯说:“最近几星期来,世界总的又显得异常乐观了” [59] ;而恩格斯在反思过剩商品被吸收的方式时声称:“这样迅速地退潮,还从来没有过” [60] 。那种在整个1856年秋天都一直在鼓舞着他们并激励着马克思写《大纲》的革命即将来临的确定性,现在让位于最残酷的幻灭:“并没有任何战争。全都是些庸俗寻常的事” [61] 。这时,恩格斯对“英国无产阶级[……]日益资产阶级化”这种现象表示愤怒,他认为这会导致世界上最具剥削性的国家“除了资产阶级,还要有[……]资产阶级化的无产阶级”, [62] 而马克思直到最后都没放过任何一个哪怕是只有些许重要性的事件:“在目前世界贸易好转的时刻[……],至少令人感到安慰的是:革命在俄国已经开始了;我认为把‘名士’召集到彼得堡去,就是这一革命的开端”。他的希望也寄托在德国身上:“普鲁士也是这样,目前的情况比1847年还要糟”。同样,他也将希望寄托在捷克资产阶级争取民族独立的斗争上:“在斯拉夫人中间,特别是在波希米亚,正在发生不平常的运动,虽然这是反革命的运动,但毕竟给真正的运动提供了酵素。”最后,好像是被背叛过似的,他严厉地声称:“如果法国人看到,世界没有他们也在‘运动’,这对他们不会有害处”。 [63]

然而马克思不得不听从证据:危机并没有引起像他和恩格斯如此确定地推测的社会和政治后果。尽管如此,他仍然坚信,欧洲革命的爆发只是时间问题,问题是,如果有问题的话,这场经济变革会导致什么样的世界景象。因此,他给恩格斯写信,对最近的事件进行了政治分析并展望了一下未来前景:

“不能否认,资产阶级社会已经第二次经历了它的16世纪,我们希望这个16世纪把它送进坟墓,正像第一个16世纪给它带来了生命一样。资产阶级社会的真实任务是建立世界市场(至少是一种轮廓)和以这种市场为基础的生产。因为地球是圆的,所以随着加利福尼亚和澳大利亚的殖民化,随着中国和日本的门户开放,这个过程看来已完成了。对我们来说,困难的问题是:大陆上革命已经迫于眉睫,并将立即具有社会主义的性质。但是,由于在极为广阔的领域内资产阶级社会还在走上坡路,革命在这个小小角落里不会必然被镇压吗?” [64] 这些思想包含着马克思的其中两个最重要的预言:一个是正确的,它比与他同时代的人的任何预言都要好,这个预言使得他凭直觉感知了资本主义发展的世界规模;另一个是错误的,因为这个预言是关于相信欧洲无产阶级革命的必然性的。

给恩格斯的信件包含着马克思对进步阵营中他的所有政治对手的尖锐批判。其中许多是针对他最喜欢抨击的对手即法国占支配地位的社会主义形式的主要人物皮埃尔·约瑟夫·蒲鲁东(Pierre Joseph Proudhon)的,马克思称他为共产主义必须摆脱的“假兄弟” [65] 。马克思同拉萨尔也保持着经常的敌对关系,例如,当他收到拉萨尔的新书《晦涩哲人赫拉克利特》(Heraclitus, the Dark Philosopher)时,他将这本书称为一部“非常无聊的作品” [66] 。1858年9月,朱泽培·马志尼(Giuseppe Mazzini)在《思想和行动》(Pensiero ed Azione)报纸上刊登了他的新宣言,但是关于马志尼,马克思仍然毫无疑问地声称:“他确是一头老蠢驴” [67] 。马志尼并没有分析1848—1849年革命失败的原因,相反,他仍然在“兜售医治”革命流亡者的“政治瘫痪症的万应灵药”。 [68] 马克思也谴责了尤利乌斯·福禄培尔(Julius Fröbel),即1848—1849年法兰克福国民议会议员和德国民主派的典型代表,福禄培尔逃往国外,后来脱离政治生活。针对这一点,马克思指出:“这些狗一旦得到自己的一份面包和乳酪,就要找漂亮的借口,退出斗争。” [69] 最后,他同以前一样嘲笑了在伦敦的德国流亡者的领袖之一卡尔·布林德(Karl Blind)的“革命活动”:

“他通过在汉堡的几个熟人,终于把信(他自己写的)寄给英国报纸,信中说他的匿名小册子引起了强烈的反应。在此之后,他的朋友们又写信给德国报纸说,这些小册子在英国报纸上引起了怎样怎样的轰动等等。你看,这就叫做实干家。” [70]

马克思的政治斗争具有不同特点。他从来没有停止过同资产阶级社会进行斗争,与此同时,他还清楚地意识到自己在这场斗争中所起的主要作用,即通过对政治经济学进行严密的研究和正在进行中的对经济事件的分析,从而对资本主义生产方式进行批判。正是由于这个原因,在阶级斗争处于“低潮”时期,他决定尽可能好地利用他的力量,从而远离当时政治斗争所沦为的无用的密谋和个人阴谋:“我自科隆案件[1853年针对共产党人的案件]以来完全钻进了我的工作室。我的时间对我来说是太宝贵了,不能把它浪费在徒劳的努力和无谓的吵架上面。” [71] 事实上,虽然麻烦重重,但马克思仍然继续工作,并在1859年出版了《政治经济学批判。第一分册》,这一著作最初的试验性的基础正是《大纲》。

同以往的岁月一样,马克思结束了1858年。正如他的妻子所叙述的:“1858年过得既不好也不坏;每天都是一个样。饿了吃,渴了饮,写写文章,读读报纸,散散步,这就是生活的全部内容。” [72] 日复一日,月复一月,年复一年,马克思在他生命的其余岁月里,一直不间断地创作他的全部著作。在起草《大纲》以及为《资本论》作准备的其他许多卷帙浩繁的手稿这一繁重的劳动中,马克思被他的伟大决心、人格力量以及毫不动摇地坚信他的存在属于社会主义这一数百万人的解放运动的信念所引领。

闫月梅 译

注释
① 指不列颠博物馆的图书馆。
1. 《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第6卷,北京,人民出版社,1961,146页。
2. 《摩尔和将军》,北京,人民出版社,1982,53页。根据马克思的妻子的看法,这种变化是绝对必要的:“当我们每人都成了庸人,就不能再像流浪汉那样生活了”(见《摩尔和将军》,53页)。
3. 《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,北京,人民出版社,1972,73页。
4. 同上书,75~76也。
5. 同上书,92页。
6. 同上书,306页。
7. 同上书,108页。
8. 同上书,97页。
9. 同上书,550页。
10. 同上书,197页。
11. 同上书,217页。
12. 同上书,198页。
13. 同上书,124页。
14. 同上书,274页。虽然为《百科全书》写的那些文章包含着一些有趣的评论,但恩格斯仍然认为写它们是“为了稿酬[……] 不要再管它们了吧”(弗里德里希·恩格斯1891年1月29日给海尔曼·施留特尔(Hermann Schlüter)的信,见《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第38卷,北京,人民出版社,1972,15页)。
15. 《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,215~216页。
16. 同上书,256~257页。
17. 同上书,274页。
18. 同上书,132页。
19. 同上书,143页。
20. 同上书,143~144页。
21. 同上书,250页。在《马克思恩格斯全集》英文版中,这封信的日期被错误地标注为1858年1月16日。
22.《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,152页。
23. 同上书,250页。
24. 同上书,196页。
25. 同上书,204页。
26. 同上书,238页。
27. 同上书,632页。
28. 同上书,240~241页。
29. 同上书,241页。
30. 同上书,262页。
31. 同上书,247页。
32. 同上书,530页。
33. 同上书,530~531页。
34. 同上书,250页。
35. 同上书,297页。
36. 同上书,299页。
37. 同上书,528页。
38. 同上书,526页。
39. 同上书,275页。
40. 同上书,253页。
41. 同上书,297页。
42. 贺拉斯《颂歌》(Horace, Odes and Epodes, Ann Arbor: University of Michigan Press, 1994, p. 127)第3册第1首颂歌,转引自《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,532页。
43. 《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,532页。
44. 同上书,541页。
45. 同上书,290页。
46. 同上书,293页。
47. 同上书,268页。
48. 同上书,270页。
49. 同上书,634~635页。
50. 同上书,125页。
51. 同上书,310~313页。引文中最后一句出自忒伦底乌斯《安德罗斯岛的姑娘》(Terence, Andria, Bristol: Bristol Classical Press, 2002, P. 99)第1幕第1场。
52. 《马克思恩格斯全集》,中文第1版,第29卷,539页。
53. 同上书,315页。
54. 同上书,316页。
55. 同上书,341页。
56. 同上书,326页。译文稍有变动。
57. 同上书,326、329、330页。
58. 同上书,550~551页。
59. 同上书,339页。
60. 同上书,345页。
61. 同上书,361页。
62. 同上书,344、345页。
63. 同上书,347页。
64. 同上书,348页。
65. 同上书,554页。
66. 同上书,262页。
67. 同上书,347页。
68. 同上书,第12卷,北京,人民出版社,1962,616页。
69. 同上书,第29卷,356页。
70. 同上书,353页。
71. 同上书,552~553页。
72. 《摩尔和将军》,北京,人民出版社,1982,54页.

参考书目
Horace (1994) Odes and Epodes, Ann Arbor: University of Michigan Press.
Marx, Jenny (1970) ‘Umrisse eines bewegten Lebens’ in Mohr und General. Erinnerungen an Marx und Engels, Berlin: Dietz Verlag.
Marx, Karl (1977) ‘The Bourgeoisie and the Counter-Revolution’ [1848] in Marx and Engels Collected Works, vol. 8: Articles from ‘Neue Rheinische Zeitung’, London: Lawrence and Wishart.
Marx, Karl–Engels, Friedrich (1980) ‘Mazzini’s new manifesto’ [1858] in Marx and Engels Collected Works, vol. 16: 1858-60, London: Lawrence and Wishart.
Marx, Karl–Engels, Friedrich (1983) Marx and Engels Collected Works, vol. 40: Letters 1856–59, London: Lawrence and Wishart.
Marx, Karl–Engels, Friedrich (2002) Marx and Engels Collected Works, vol. 49: Letters 1890–92, London: Lawrence and Wishart.
Terence (2002) Andria, Bristol: Bristol Classical Press.

Categories
Book chapter

1857年的历史、生产的总体性和科学方法——《导言》

引言
1857年,马克思认为国际范围的金融危机为欧洲新的革命时期创造了条件。他从1848年的群众起义以来就一直在等待这个时刻,现在看起来这个时候终于要到来了,他不想在他还没有准备好的时候就遭遇事件的爆发。因此他决定重拾他的经济学研究,并给予它们一个完成的形式。 从哪里开始?怎样开始他以前几度着手和中辍的雄心勃勃和需要大量精力的政治经济学批判计划?这是马克思准备重新开始工作时问他自己的第一个问题。有两个情况在决定答案的时候起了重大作用:他认为,尽管有了一些有效的理论,但是经济学仍然缺乏能够借以正确掌握和阐明现实的有认识能力的方法; [1] 他还感到,在开始写作时前,有必要确立论证以及阐释次序。这些考虑使他更加深入地思考方法问题和为他的研究提出指导原则。结果形成他的整个著作中引发最广泛的讨论的手稿之一——人们所称的1857年的《导言》。

马克思的意图当然不是写一篇复杂的方法论论文,而是在读者面前为他自己说清楚,他在前面漫长的、头绪众多的批判旅程上将遵循什么样的方向。这样做对马克思重新审视他自19世纪40年代中期以来积累的数量巨大的经济学研究工作,也是必要的。这样,《大纲》中不但包含了有关对理论范畴的运用和表述的思考,而且还包含了很多非常重要的论述,这些论述对于他认为的那些对他重新概括特别是同他的历史观有联系的内容来说不可缺少的思想,以及对于那些其解决尚是疑问的非常不系统的一系列问题,都是十分重要的。

这些笔记把要求和目的混合在一起,在短时间内写成(差不多一个星期)。最重要的是具有临时性质,这使它们具有极端的复杂性并引发了巨大争论。无论如何,由于其中包含了马克思在认识论问题上最广泛和最详细的声明,《导言》成了理解他的思想的最重要的参考材料 [2] ,成为解释整个《大纲》的钥匙。

历史和社会个体
遵照一贯的风格,马克思在《导言》中交替地阐明自己的思想和批判理论对手。该文本划分为四节:

1.生产一般

2.生产、分配、交换和消费的一般关系

3.政治经济学的方法

4.生产资料(生产力)和生产关系,生产关系和交往关系等等

(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第21页)

第一节开篇就宣布了目的,直接点明研究领域并指向历史的标准:“摆在面前的对象,首先是物质生产。在社会中进行生产的个人,——因而,这些个人的一定社会性质的生产,当然是出发点。”(同上,第22页)马克思的论战靶子是“18世纪的鲁滨逊”,即把鲁滨逊·克鲁索(Robinson Crusoe)的神话(参见Watt 1951: 112)当作经济人的范式,或者把资产阶级时代的典型现象投射到此前存在的每一个社会中去。这种观念把生产的社会性质说成在任何劳动过程中都是一贯的,而不是当作资本主义关系的特殊规定。同样,市民社会出现在18世纪,并创造了条件,使得“单个的人表现为摆脱了自然联系等等,而在过去的历史时代,自然联系等等使他成为一定的狭隘人群的附属物”,但是市民社会也被说成是一直存在的(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第22页)。

在现实中,孤立的个人在资本主义时代之前并不存在。马克思在《大纲》的另一处写道:“人最初表现为类存在物,部落体,群居动物”(同上,第489页)。这个集体维度是占有土地的条件:“土地是一个大实验场,是一个武库,既提供劳动资料,又提供劳动材料,还提供共同体居住的地方,即共同体的基础”(同上,第466页)。在这些最初的关系中,人类的活动直接与土地相联系;“这是劳动同劳动的物质前提的天然统一”,并且个人同与他类似的其他人一起生活在一种共生状态里(同上,第465页)。同样,在所有后来的以农业为基础的、其目的是生产使用价值而不是交换价值的经济形式中 [3] ,个人“对劳动的客观条件的关系是以他作为公社成员的身份为中介的”;他总是链条上的一环(同上,第477页)。关于这一点,马克思在《导言》中写道:

我们越往前追溯历史,个人,从而也是进行生产的个人,就越表现为不独立,从属于一个较大的整体:最初还是十分自然地在家庭和扩大成为氏族的家庭中;后来是在由氏族间的冲突和融合而产生的各种形式的公社中(同上,第25页)。 [4]

在《资本论》第一卷中也出现了同样的论述。在谈到“欧洲昏暗的中世纪”时,马克思说:“在这里,我们看到的,不再是一个独立的人了,人都是互相依赖的:农奴和领主,陪臣和诸侯,俗人和牧师。物质生产的社会关系以及建立在这种生产的基础上的生活领域,都是以人身依附为特征的”(《马克思恩格斯全集》第2版第44卷第94—95页)。在他考察产品交换的起源的时候,他说这开始于不同家庭、部落和社会的接触,“因为在文化的初期,以独立资格互相接触的不是个人,而是家庭、氏族等等”(同上,第407页)。这样,无论范围是最初的血缘联系,还是中世纪的领主与附庸的关系,个人总是生活在“一定的狭隘的生产关系内的自发的联系”里,由相互的纽带联结着(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第112页)。 [5]

古典经济学家在马克思视为幻想的自然法的灵感的基础上颠倒了现实。特别是亚当·斯密(Adam Smith)描述了个人在社会之外不仅存在而且能够进行生产这样一种最初状况。猎人和牧人部落内部中的劳动分工被认为已经实现了贸易专业化:某个人非常擅长制作弓箭,或者建造木屋,这就使他成为一个武器制造者或者木匠,而用自己的劳动产品的未消费部分交换别人的剩余的保障则“鼓励每一个人专营于某个职业”(Smith 1961: 19)。大卫·李嘉图(David Ricardo)在设想人类社会早期阶段猎人和渔人的关系以及以对象化在其中的劳动时间为基础的商品的所有者之间的交换时,也产生了同样的时代错误(Ricardo 1973:15;参见马克思《政治经济学批判。第一分册》[《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第454—455页])。

斯密和李嘉图就这样描绘了一个他们生活在其中的高度发达的社会结果——孤立的资产阶级个人——,似乎,这种个人是自然的自动表现。在他们的著作中出现的是一种神话般的、没有时代性的个人,一种“由自然造成的”个人,他们的社会关系永远是一样的,他们的经济行为具有无历史的人类学性质(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第24—25页)。根据马克思的意见,对每一个新的历史时代进行解释的人通常自欺欺人地认为他们自己时代的最独特特征是自远古以来就存在的。 [6]

马克思则认为:“孤立的一个人在社会之外进行生产——这是罕见的事,……就像许多个人不在一起生活和彼此交谈而竟有语言发展一样,是不可思议的(第25页)。 [7] 并且,同那些把18世纪的个人描绘成人类天性的原型、认为“这种个人不是历史的结果,而是历史的起点”的人相反,马克思认为,这种个人只有在高度发达的社会关系中才会出现(同上,第24—25页)。马克思并不完全同意人是政治动物、社会动物的说法,但是他强调人是“只有在社会中才能独立的动物”(同上,第25页)。这样,由于市民社会只是在近代才出现,资本主义时代的自由的雇佣劳动者只是在相当长的历史时期之后才出现。这种自由的雇佣劳动者实际上“一方面是封建社会形式解体的产物,另一方面是16世纪以来新兴生产力的产物”(同上,第25页)。如果说马克思感到有必要重复一个他认为过于明显的观点,那只是因为在前20年亨利·查理·凯里(Henry Charles Carey)、弗雷德雷克·巴师夏(Fréderic Bastiat)和皮埃尔·约瑟夫·蒲鲁东(Pierre-Joseph Proudhon)的著作把它拿出来讨论。 [8] 在概述了资本主义个人的起源和论证了现代生产仅仅与“一定社会发展阶段上的生产——社会个人的生产”相符合之后,马克思指出了第二个理论要求,这就是揭露经济学家们在“生产一般”概念上玩弄的神秘化。这是从未存在于现实中任何一个具体阶段的一个抽象、一个范畴。然而,由于“生产的一切时代有某些共同标志,共同规定”,马克思承认,“生产一般是一个抽象,但是只要它真正把共同点提出来,定下来,……它就是一个合理的抽象”,这样,那些着手在思维中重建现实的学者就可以免去无意义的重复(同上,第26页)。

因此,对马克思来说,抽象要求一种实证的功能。抽象在这里再也不像在他的早期批判黑格尔的著作里那样,与唯心主义哲学及其对现实的代替是同义语(参看《马克思恩格斯全集》第2版第3卷第205页及以下各页》),或者如同他1847年在《哲学的贫困》中所论述的,是把一切都转化为逻辑范畴的形而上学的同义语(参看《马克思恩格斯选集》第2版第1卷第137页)。既然他的唯物主义历史观(后来被如是称呼)已经得到了扎实的阐发,既然他的批判性反思是在一个同19世纪40年代早期以来完全不同的背景下展开的,马克思现在就能够不带他青年时代所具有的偏见来重新对待抽象了。因此,与“历史学派”的代表人物不同,——他们在同一时期正在论证抽象规律和普遍价值的不可能 [9] ——,马克思在《大纲》中承认抽象在认知过程中能够起到富有成效的作用。 [10]

然而,只有理论分析被证明能够对适用于一切历史阶段的规定和只适用于特定时期的规定作出区分,并且在理解现实时能够给予后者以适当的重要性时,上述这一点才是有可能的。尽管抽象在表现生产的最广泛现象时有作用,但是它没有正确地表现其特殊的方面,而这些方面才是真正历史的。 [11] 如果抽象没有与某种表现任何历史现实的特征的规定联系在一起,那么生产就从一个特定的、有差别的现象变成一个永恒的、自我同一的过程,这就掩盖了各种形式之间的“本质的差别”,这些本质差别正是表现在这些现象里。这就是那些“证明现存社会关系永存与和谐”的经济学家所犯的错误(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第26页)。与他们的做法不同,马克思指出正是每一个社会经济形态的特殊特征使得它得以区别于其他社会经济形态,给予其发展的动力,使学者能够理解真实的历史变化(Korsch 1938: 78f.)。

尽管关于生产的一般要素的规定“本身就是有许多组成部分的、分为不同规定的东西”,其中有些“属于一切时代,另一些是几个时代共有的”,但是在其普遍组成部分中当然包括人类劳动和自然提供的物质(同上,第26页)。因为,没有生产主体和生产对象,就根本不可能有生产。但是经济学家们引入了生产的第三个一般的前提:“先前积累的、以前的劳动产品的资金”,即资本(Mill 1965: 55)。 [12] 对这一最后因素的批判对马克思来说非常重要,其目的是揭示他所认为的经济学家们的局限。看起来对于马克思来说这一点是很明显的:如果只有手而没有劳动工具,或者没有积累的过去的劳动,而只以原始人重复的行动的形式出现,那么任何生产都是不可能的。然而,尽管马克思认可资本是过去的劳动,是一种生产工具,但他并没有像斯密、李嘉图和约翰·斯图亚特·穆勒那样得出结论说,这种情况是一直以来就存在的。

这一点在《大纲》的另一处得到非常详细的阐述,在那里,“永恒的”资本的概念被认为只是把资本当作某种事物,而不管其实质的“性质规定”。根据这种概念,

资本存在于一切社会形式中,成了某种完全非历史的东西。……臂,尤其是手,都是资本。资本也就只是一个同人类一样古老的事物的新名称了,因为任何一种劳动,甚至最不发达的劳动,如狩猎、捕鱼等等,都要有一个前提,就是把过去劳动的产品用作直接的活劳动的手段。……如果这样抽掉资本的一定形式,只强调内容,……那么,要证明资本是一切人类生产的必要条件,自然就是再容易不过的事情了。抽掉了使资本成为人类生产某一特殊发展的历史阶段的要素的那些特殊规定,恰好就得出这一证明。(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第213—214页)

在这些段落里,马克思是在否定的意义上谈到抽象的:抽象就是去掉实在的社会条件,把资本想象为一种事物而不是一种关系,从而得出一种错误的解释。在《导言》中,马克思认可了抽象范畴的使用,但只在下述条件下:对一般规定的分析不消除特殊规定或者不在前者的不清晰状态中使后者变模糊。如果犯了这样的错误,“单纯从资本的物质方面来理解资本,把资本看成生产工具,完全抛开使生产工具变为资本的经济形式(同上,第594页)”,那么人们就会陷入“无法理解现实差别的彻底无能”,并确信“存在着某种唯一的经济关系,不过具有各种不同的名称”(同上,第205页)。忽视表现在社会关系中的差异就意味着抽象掉具有代表性的特征,而这是任何事物的关键点。 [13] 因此,马克思在《大纲》中写道,“可见资本是一种一般的、永存的自然关系;这样说是因为恰好抛开了正是使‘生产工具’、‘积累的劳动’成为资本的那个特殊”(同上,第26—27页)。

实际上,马克思在《哲学的贫困》中已经批判了经济学家们历史感的缺乏:

经济学家们的论证方式是非常奇怪的。他们认为只有两种制度:一种是人为的,一种是天然的。封建制度是人为的,资产阶级制度是天然的。在这方面,经济学家很像那些把宗教也分为两类的神学家。一切异教都是人们臆造的,而他们自己的宗教则是神的启示。经济学家所以说现存的关系(资产阶级生产关系)是天然的,是想以此说明,这些关系正是使生产财富和发展生产力得以按照自然规律进行的那些关系。因此,这些关系是不受时间影响的自然规律。这是应当永远支配社会的永恒规律。于是,以前是有历史的,现在再也没有历史了。(《马克思恩格斯选集》第2版第1卷第151页)

为了使人信服这种观点,经济学家们把资本主义生产方式产生之前的历史环境及其特有特征说成“资本存在的结果”(第452页)。马克思在《大纲》中这样说:

资产阶级经济学家们把资本看作永恒的和自然的(而不是历史的)生产形式,然后又竭力为资本辩护,把资本生成的条件说成是资本现在实现的条件,也就是说,把资本家还是作为非资本家——因为他还只是正在变为资本家——用来进行占有的要素,说成是资本家已经作为资本家用来进行占有的条件。(第452页)

从历史的观点来看,马克思与古典经济学家的深刻区别在于,在马克思看来,“资本并不是使世界从头开始,而是在资本使生产和产品从属于资本的过程以前,生产和产品早已存在”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第70—71页)。因为“新的生产力和生产关系不是从无中发展起来的,也不是从空中,也不是从自己设定自己的那种观念的母胎中发展起来的,而是在现有的生产发展过程内部和流传下来的、传统的所有制关系内部,并且与它们相对立而发展起来的”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第236页)。同样,进行生产的主体被同生产资料相分离这种情况——这使得资本家可以找到无财产的工人来从事抽象劳动(这是资本同活劳动之间进行交换的必要条件)——是经济学家们企图用沉默加以掩盖的一个过程的结果,它“就是资本与雇佣劳动的起源史”(同上,第481页)。

《大纲》中的一些段落批判了经济学家们把历史描述为天然现实的方式。例如,对于马克思来说不证自明的是,货币是历史的产物:“充当货币不是金银的自然属性”,而只是它们在社会发展的一个明确时刻才获得的一种规定(同上,第193页)。信用也是如此。根据马克思的观点,借和贷是很多文明共有的现象,例如高利贷,但是它们“并不构成信用,正如各种劳动并不就构成产业劳动或自由的雇佣劳动一样。信用作为本质的、发达的生产关系,也只有在以资本或以雇佣劳动为基础的流通中才会历史地出现。”(同上,第534页)价格和交换也存在于古代社会,“但是,价格越来越由生产费用决定,交换延及一切生产关系,这些只有在资产阶级社会里,自由竞争的社会里,才得到充分发展……亚当·斯密按照真正的18世纪的方式列为史前时期的东西,先于历史的东西,倒是历史的产物”(同上,第106页)。更进一步,正如批判经济学家们缺乏历史感一样,马克思嘲笑蒲鲁东和所有那些社会主义者,他们认为生产交换价值的劳动可以不用发展成为雇佣劳动而存在,交换价值可以不用转变成资本而存在,或者资本可以没有资本家而存在(同上,第203—204页)。 因此,马克思在《导言》的开篇的主要目的就是声明资本主义生产方式所具有的历史特性,是证明——用他将会在《资本论》第三卷再次声明的话说——“资本主义生产方式的局限性和它的仅仅历史的、过度的性质”(《马克思恩格斯全集》第2版第46卷第270页)。

这种观点意味着一种不同的看待许多问题的方式,包括看待劳动过程及其不同的特征。在《大纲》中马克思写道:“资产阶级经济学家受一定的社会历史发展阶段的观念的严重束缚,在他们看来,劳动的社会权力对象化的必然性是跟这些权力同活劳动相异化的必然性分不开的”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第244页)。马克思多次谈及这种把资本主义生产方式的特殊形式表述为生产过程的恒定形式本身的问题。把雇佣劳动不是当作生产的一定历史形式的独特关系,而是说成人类经济存在的普遍现实,这就等于说剥削和异化是从来就存在的并将永远存在下去。

因此,回避资本主义生产的特殊性就既造成认识论上的后果,也造成政治上的后果。一方面,这就妨碍了对生产的具体历史水平的理解;另一方面,由于把当前的条件规定为未变化的和不可变化的,这就把资本主义生产表述为一般的生产,把资产阶级社会关系表述为自然的人类关系。因此,马克思对经济学家们的理论的批判就具有两方面的价值。一方面,马克思强调分析历史特性对于理解现实是不可缺少的,另一方面,这也具有明确的政治目的:反击资本主义生产方式不可变易的教条。展示资本主义制度的历史特性也就是证明资本主义制度的过渡性及其消灭的可能性。

《导言》第一部分所包含的这一思想可以在《资本论》第三卷结尾部分找到回应。在那里马克思写道,把“社会的生产过程”和“简单劳动过程”同一起来是一种“混同”,因为

就劳动过程只是人和自然之间的单纯过程来说,劳动过程的简单要素是这个过程的一切社会发展形式所共有的。但劳动过程的每个一定的历史形式,都会进一步发展这个过程的物质基础和社会形式。这个一定的历史形式达到一定的成熟阶段就会被抛弃,并让位给较高级的形式。(《马克思恩格斯全集》第2版第46卷第1000页)

资本主义不是人类历史上仅有的阶段,也不是最后的阶段。马克思预言,资本主义将被一种以“共同劳动”为基础的对社会的组织方式取代,在这种组织社会的方式里,劳动产品从一开始直接就是一般的(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第122—123页)。

作为总体的生产
在《导言》随后的篇幅中,马克思接下来更深入地考察生产,他以下面这个定义开始:“一切生产都是个人在一定社会形式中并借这种社会形式而进行的对自然的占有”(同上,第28页)。不存在“生产一般”,——因为生产总是分为农业、畜牧业、制造业等,——但是生产也不能仅仅被当作“特殊的生产”。确切地说,生产“始终是一定的社会体即社会的主体在或广或窄的由各生产部门组成的总体中活动着”(同上,第27页)。

在这里,马克思又一次通过同经济学理论的主要鼓吹者的批判性遭遇来展开他的论证。马克思的那些同时代者有一个习惯,就是在他们的著作前面冠以论述生产的一般条件和不同社会中多或少促进生产率的情况的篇章。对马克思来说,这种开场白是“浅薄的同义反复”(同上,第27页);在约翰·斯图亚特·穆勒那里,这种做法是为了把生产描写成“局限在与历史无关的永恒自然规律之内的事情”,“于是资产阶级关系就被乘机当作社会一般的颠扑不破的自然规律偷偷地塞了进来”(同上,第28页)。根据穆勒的说法,“财富生产的规律和条件具有物理真理的性质……财富的分配却不是这样。这种分配仅仅是人间制度的事情”(Mill 1965: 199)。 [14] 马克思认为这是“根本不谈生产和分配”以及“生产和分配的现实关系”的“粗暴割裂”(同上,第28页),因为,正如他在《大纲》另一个地方所写的,财富生产以及财富分配的“规律和条件”是“不同形式下的同一些规律,而且两者都在变化,都经历同一历史过程,总的说来,只不过是一个历史过程的各个要素”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第245页)。 [15]

在作了这些论述之后,马克思在《导言》的第二节开始考察生产对分配、交换和消费的关系。政治经济学上的这种划分是由詹姆斯·穆勒作出的,他用这四个范畴作为他1821年的《政治经济学原理》一书的四章的标题;在他之前,1803年,让·巴蒂斯特·萨伊(Jean-Baptiste Say)把他的《论政治经济学》分为三编,分别是财富的生产、分配和消费。 [16]

马克思根据黑格尔(Hegel)的一般—特殊—个别的图式(参看Hegel 1969: 666f.),用逻辑术语重新构建了这四个程式之间的内在联系:“生产、分配、交换、消费因此形成一个正规的三段论法:生产是一般,分配和交换是特殊,消费是个别,全体由此结合在一起”。换句话说,生产是人类活动的起点,分配和交换是两个中间点——前者是由社会运行的中介,后者是由个人运行的中介——,消费则成为终点。然而,由于这只是一种“肤浅的联系”,马克思希望深入地分析这四个领域是如何互相联系在一起的(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第30页)。

他研究的第一个对象是生产和消费之间的关系,他把这种关系解释为一种直接的同一:“生产是消费”并且“消费是生产”。在斯宾诺莎(Spinoza)的“规定即否定”的原理的帮助下,马克思证明生产也是消费,因为生产活动消耗了个人的力量以及原材料(参看Spinoza 1955: 370)。的确,经济学家们已经用他们的术语“生产的消费”强调了这个方面,并与“消费的生产”作了区分。后者只发生在产品被分配之后,它重新进入再生产领域,构成“原来意义上的消费”。在生产的消费中,“生产者物化”,而在消费的生产中,“生产者所创造的物人化”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第31—32页)。

生产和消费的同一的另一个特征可以在它们之间进行的相互的“中介运动”上看出来。消费使产品“最后完成”,并通过刺激生产的倾向,“创造出新的生产的需要”(同上,第32页)。同样,生产不仅提供消费对象,而且“也为材料提供需要”。一旦自然的直接性的阶段被抛在后面,需要就由对象本身产生了;“生产不仅为主体生产对象,而且也为对象生产主体”——即消费者(同上,第33页)。因此,

生产生产着消费:(1)是由于生产为消费创造材料;(2)是由于生产决定消费的方式;(3)是由于生产通过它起初当作对象生产出来的产品在消费者身上引起需要。因而,它生产出消费的对象,消费的方式,消费的动力。(同上,第33—34页)

概括地说:生产和消费之间存在着无需中介的同一的过程;它们互为中介,当它们得到实现的时候创造对方。然而,马克思认为像萨伊和蒲鲁东那样把这两者等同起来是错误的。因为在最终的分析里,“消费,作为必需,作为需要,本身就是生产活动的一个内在要素”(同上,第35页)。

马克思接着分析生产和分配之间的关系。他写道,分配是生产和消费之间的环节,“借社会规律”决定生产者在产品世界中的份额(同上,第35页)。经济学家们把分配表述成一个相对于生产来说的自主的领域,所以在他们的论著中经济范畴永远具有双重性。土地、劳动和资本在生产中体现为分配的要素,而在分配中,它们以地租、工资和利润的形式表现为收入的源泉。马克思反对这种分裂,他认为这是虚幻的和错误的,因为分配形式“并不是任意的协议,以致它也可能是另外的样子,而是由生产本身的形式决定的(同上,第597页)。在《导言》中马克思这样表达他的思考:

个人以雇佣劳动的形式参与生产,就以工资形式参与产品、生产成果的分配。分配的结构完全决定于生产的结构。分配本身是生产的产物,不仅就对象说是如此,而且就形式说也是如此。就对象说,能分配的只是生产的成果,就形式说,参与生产的一定方式决定分配的特殊形式,决定参与分配的形式。把土地放在生产上来谈,把地租放在分配上来谈,等等,这完全是幻觉。(同上,第36页)

那些把分配看作相对于生产的自主领域的人认为分配只是产品的分配。事实情况是,分配包括先于生产的两个重要现象:各种不同的生产之间的生产工具的分配和社会成员分配,或者用马克思的说法,“个人从属于一定的生产关系”(同上,第37页)。这两个现象意味着在某些历史个案中——例如一个征服民族强迫被征服民族从事奴隶劳动,或者重新分配地产从而造成新的生产形式(同上,第37页)——,“似乎不是生产安排和决定分配,而相反地是分配安排和决定生产”(同上,第37页)。这两者相互密切联系,因为,正如马克思在《大纲》其他地方所阐述的:“这种分配方式就是生产关系本身,不过是从分配角度来看罢了”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第245页)。用《导言》中的话说,则“如果在考察生产时把包含在其中的这种分配撇开,生产显然是一个空洞的抽象”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第37页)。

马克思所理解的生产和分配之间的联系,不仅说明了他对约翰·斯图亚特·穆勒把两者分开的做法的嫌恶,而且也说明了他对李嘉图“力图在一定的社会结构中来理解现代生产”(同上,第37—38页)的赞赏。这位英国经济学家的确认为“确定这种定分配的规律是政治经济学的主要问题”(Ricardo 1973:3),并且他把分配作为他研究的主要对象之一,因为他“直觉地把分配形式看成是一定社会中的生产各要素借以得到确定的最确切的表现”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第37页)。对马克思来说,分配不能被归结为总产品的份额由此在社会成员中间进行分配的行为;分配是整个生产循环中决定性的因素。但是这个看法并没有推翻他关于生产总是作为整体的生产过程中的首要因素的观点:

这种决定生产本身的分配究竟和生产处于怎样的关系,这显然是属于生产本身内部的问题。……生产实际上有它的条件和前提,这些条件和前提构成生产的要素。这些要素最初可能表现为自然发生的东西。通过生产过程本身,它们就从自然发生的东西变成历史的东西,并且对于这一个时期表现为生产的自然前提,对于前一个时期就是生产的历史结果。(同上,第38页)

对马克思来说,尽管生产工具和社会成员在不同生产部门之间的分配“对于新的生产时期表现为前提,但它本身又是生产的产物,不仅是一般历史生产的产物,而且是一定历史生产的产物”(同上,第38—39页)。 马克思在最后考察生产和交换之间的关系的时候,也把交换当作生产的一部分。不仅在生产本身中发生的“各种活动和各种能力的交换”,以及为制造成品作准备的原材料的交换,是生产的一部分,而且实业家之间的交换也完全决定于生产并且本身也构成一种“生产活动”。只有在“产品直接为了消费而交换”的阶段,交换相对于生产才表现为自主的。但即使是这个时候,交换的深度、广度和方式都是由生产的发展和结构决定的,所以,“交换就其一切要素来说,或者是直接包含在生产中,或者是由生产决定”(同上,第40页)。

在对生产和分配、交换、消费的关系的分析的最后,马克思得出两点结论:(1)生产应当被视为一个总体;(2)生产作为总体中的一个特殊领域支配着其他三个因素。关于第一点他写道:“我们得到的结论并不是说,生产、分配、交换、消费是同一的东西,而是说,它们构成一个总体的各个环节,一个统一体内部的差别”(同上,第40页)。马克思运用黑格尔的总体概念 [17] 改进了理论工具——比经济学家们所运用的有限的抽象过程要有效得多——,这个工具通过总体内部各环节之间的相互作用表明,具体就是由多种规定和关系构成的有差别的统一体(参看Hall 2003: 127),而经济学家们运用的那四个分裂开的程式,既是随心所欲的,也无助于理解真实的经济关系。然而,根据马克思的观念,把生产定义为一个有机的总体,并不是说生产是一个结构分明、自我调节的整体,在这个总体中各个领域之间的统一性永远能得到保证。事实正相反,正如他在《大纲》的另一部分处理同样的论证时所写的:生产中的各个要素“可能寻求得到也可能寻求不到,可能互相一致也可能不一致,可能互相适应也可能不适应。联系在一起的一个整体的内在必然性,和这个整体作为各种互不相关的独立要素而存在,这已经是种种矛盾的基础”(同上,第395页)。马克思认为总是有必要对与资本主义生产(而不是生产一般)相关的这些矛盾进行分析,这些矛盾远远不像经济学家们所宣称的那样是“生产力发展的绝对形式”,而是在生产过剩中具有其“基本矛盾”(同上,第396页)。

马克思的第二个结论把生产当作相对于“生产的总体”的其他部分“起支配作用的要素”。生产是“实际的起点”,从这个起点出发,“过程总是从生产重新开始”,因此“一定的生产决定一定的消费、分配、交换和这些不同要素相互间的一定关系”(同上,第40页)。但是这种支配地位既没有取消其他要素的重要性,也没有取消其他要素对生产的影响。消费的维度、分配的转变和交换(或者说市场)的大小和范围,都是联合起来规定和影响生产的重要因素。

在这里,马克思的洞察力再一次显示出理论价值和政治价值。与他那个时代的其他社会主义者不同,——这些社会主义者认为可以通过转变流通工具来革命性地改造流行的生产关系——,马克思认为这些人的观点清楚地显示出他们“不了解生产关系、分配关系和流通关系之间的内部联系”(同上,第69页)。因为单单改变货币形式不仅不会触动生产关系和由它决定的其他社会关系,而且这还会被证明是一种胡说,因为流通只能随着生产关系的改变而改变。马克思坚信,“资产阶级社会的弊病不是通过‘改造’银行或建立合理的‘货币制度’所能消除的”,也不是通过诸如准许自由信贷等温和补救措施或者把工人变成资本家等妄想可以消除的(同上,第82页)。中心问题仍然是克服雇佣劳动,而这首先并且最大程度地与生产相关。

寻找方法
马克思在他的分析中的这一点上,要解决重要的方法论问题:如何在思想中再现现实?如何构建一个能够理解和代表社会的抽象的范畴模式? 马克思的《导言》的第三节也是最重要的一节就是致力于“科学的叙述对现实运动的关系”(同上,第27页)。然而这不是一种明确的阐释,而是为问题的理论阐述提供没有充分发展的形式,仅仅勾勒一些要点。有些地方的论述不大清晰,有时候互相矛盾,而且使用的语言受到黑格尔的术语影响,这不只一次增加了文本的模糊性。马克思一边撰写一边推敲他的方法,所写的文字显示出他的研究的痕迹和轨迹。

像他之前的其他伟大思想家一样,马克思以从何处开始这个问题开始,——在他这里,就是政治经济学应当将什么当作分析的起点。他考察的第一个假设是“从实在和具体开始,从现实的前提开始”,“从作为全部社会生产行为的基础和主体的人口开始”(同上,第41页)。马克思认为,这条由政治经济学的创始人威廉·配第(William Petty)和比埃尔·布阿吉尔贝尔(Pierre de Boisguillebert)走过的道路是不充分的和错误的。以人口这种不确定的实体开始,将导致对整体的完全的全称印象;它不能表现人口分裂为阶级(资产阶级、土地所有者、无产阶级),因为这些阶级只能通过对他们所依据的基础——资本、土地所有权和雇佣劳动——来区分。通过那样的一种经验主义的方法,诸如国家等具体要素就会分解为抽象的规定,例如分工、货币、价值。

然而,尽管马克思认为这种方法不足以解释现实,但他在《大纲》的另一个地方承认:“这些抽象概念在政治经济学的最初尝试中还有一些历史价值,那时人们还在极其艰难地把各种形式从材料上剥离下来并竭力把它们作为特有的考察对象固定下来”(《马克思恩格斯全集》第31卷第266页)。 一旦18世纪的经济学家完成了对他们的抽象范畴的规定,“从劳动、分工、需要、交换价值等等这些简单的东西上升到国家、国际交换和世界市场的各种经济学体系就开始出现了”。斯密和李嘉图运用在经济学中和黑格尔运用在哲学中的这个过程,可以总结在这个命题里:“抽象的规定在思维行程中导致具体的再现”;正因为如此,马克思称它为“科学上正确的方法”。运用正确的范畴,就有可能“从那里回过头来,直到我最后又回到人口,但是这回人口已不是关于整体的一个混沌的表象,而是一个具有许多规定和关系的丰富的总体了”。(《马克思恩格斯全集》第30卷第41—42页)实际上,黑格尔在他的《逻辑学》中写道,综合的和系统的科学的第一条要求是

以一个以普遍的形式出现的对象为开端。……简单的、从具体中抽象出来的东西是最初的东西,因为只有在这种形式中,对象才具有自我联系的普遍的形式。……对于认识说来,把握抽象的、简单的思维规定比把握具体的对象容易,因为具体的对象是这些思维规定及其关系的多方面的联系。……普遍是自在自为的最初的概念环节,因为它是简单的要素,而特殊只是后继的,因为它是受到中介的要素;反过来说,简单更具普遍性,而具体……以事先从最初者过渡为前提。(Hegel 1969: 800-801)

当然,与有的《大纲》的评论者的看法 [18] 相反,马克思确认的“科学上正确的方法”根本不意味着这就是他随后要采用的方法。首先,他并不认可经济学家们的这一信念:他们在观念层次对具体进行的逻辑重构是对现实的可信的再现(参看Dal Pra 1965: 461)。的确,在《大纲》中综合叙述的过程从黑格尔的方法那里借用了各种要素,但是它也显示出巨大的不同。像前人黑格尔一样,马克思确信:“从抽象上升到具体的方法,只是思维用来掌握具体、把它当作一个精神上的具体再现出来的方式”,在思维中把现实重构出来应当从最简单、最一般的规定开始。而且对于这两个人来说,具体“是许多规定的综合,因而是多样性的统一”;它在思维中表现为“综合的过程,表现为结果,而不是表现为起点”,尽管对马克思来说必须时时记住,具体“是直观和表象的起点”。(同上,第42页)

然而,越出这个共同基础,就出现了差异:“黑格尔陷入幻觉,把实在理解为……思维的结果”,而对马克思来说,这“决不是具体本身的产生过程”。马克思认为,在黑格尔的唯心主义里,“范畴的运动表现为现实的生产行为……而世界是这种生产行为的结果”;“正在理解着的思维是现实的人,而被理解了的世界本身才是现实的世界”,它不仅在观念中代表现实世界,而且作为现实世界的本质过程运行。对马克思来说则正相反,经济范畴“作为一个具体的、生动的既定整体的抽象的单方面的关系而存在”(同上,第42页);它们表现为“存在形式、存在规定”(同上,第48页)。例如,交换价值以人口和在一定的关系中进行生产这一事实为前提。与黑格尔相反,马克思多次强调,“具体总体作为思想总体、作为思想具体,事实上是思维的、理解的产物;但是,决不是……思维着的、自我产生着的概念的产物”,因为“实在主体仍然是在头脑之外保持着它的独立性……因此,就是在理论方法上,主体,即社会,也必须始终作为前提浮现在表象面前。”(同上,第42—43页)

当然,马克思的解释实际上并没有公正评价黑格尔的哲学。黑格尔著作中的很多地方表明,与约翰·戈德利布·费希特(Johann Gottlieb Fichte)的超验唯心主义和弗里德里希·谢林(Friedrich Schelling)的客观唯心主义不同,他的思想并没有把知识的运动与自然的秩序相混淆,把主体与客体相混淆。在《哲学全书》的第二节,黑格尔清楚地写道:

概括讲来,哲学可以定义为对事物的思维着的考察。……意识的严格表现人性的和由思维引起的现象,首先并不以思维的形式表现出来,而是作为情感、直觉或表象等形式出现——这些形式必须与思维形式本身区别开来。(Hegel 1892: 4)

在《法哲学》1827年第二版中,由爱德华·甘斯(Eduard Gans)插入第32节的补充文字 [19] 中的一些话不仅印证了马克思对黑格尔的解释的错误,而且实际上展示了这些话是如何影响他自己的反思的(参看Jánoska – Bondeli – Kindle and Hofer 1994: 115-119)。 我们不能说,所有权出现在家庭之前,但是尽管如此,必须首先讨论所有权。因此这里你们可能要问,为什么我们不从最高点即从具体的真实开始。回答是:我们正在寻找的正是以结果的形式出现的真实,因此从把握抽象概念本身开始就非常重要。因此对我们来说,现实的东西、概念所由体现的形态,是第二位的东西,从而是下一步的,即使它本身首先出现在现实世界里。在我们研究的发展进程里,抽象的形式不是作为独立存在的东西,而是作为不真实的东西显现出来的。(Hegel 1952: 233)

在《导言》中,马克思继续询问,简单范畴是否能够先于并独立于较为具体的范畴而存在。就占有或所有权——黑格尔开始《法哲学》的范畴——来说,马克思认为它不能在“具体得多的关系”例如家庭出现之前就存在,并且认为分析一个作为财产所有者的“孤独的野人”是荒谬的。但是问题远为复杂。例如“在资本存在之前,银行存在之前,雇佣劳动存在之前,货币能够存在”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第43页)。货币出现在比较复杂的现实发展出来之前,这就表明,有的时候逻辑范畴的顺序与历史顺序一致——比较发达的是较晚出现的(同上,第202页)——,于是“从最简单上升到复杂这个抽象思维的进程符合现实的历史过程”(同上,第44页)。 [20] 尽管如此,在古典古代,货币只在商业民族中起到支配作用。因此“在历史上只有在最发达的社会状态下才表现出它的充分的力量”;或者,“可见,比较简单的范畴,虽然在历史上可以在比较具体的范畴之前存在,但是,它在深度和广度上的充分发展恰恰只能属于一个复杂的社会形式”(同上,第44页)。

这个结论对于劳动这一范畴来说就更为合适。因为,尽管劳动随着第一批人类的文明化就出现了,并且看起来是个十分简单的过程,但是马克思强调,“在经济学上……来把握的‘劳动’,和产生这个简单抽象的那些关系一样,是现代的范畴”(同上,第44—45页)。硬币主义或者重商主义的鼓吹者认为财富的源泉存在于货币,因此认为货币同劳动相比具有巨大的重要性。随后,重农主义者认为劳动是财富的最终创造者,但只是在农业劳动的形式里。斯密的著作终结了“创造财富的活动的一切规定性”,于是现在劳动就不再被当作特殊形式,而是当作“劳动一般”;“既不是工业劳动,又不是商业劳动,也不是农业劳动,而既是这种劳动,又是那种劳动。”这样,用来表现“人——不论在哪种社会形式下——作为生产者在其中出现的那种最简单、最原始的关系”的“抽象表现”被发现了。如同货币的例子一样,“劳动”这个范畴只有在“最丰富的具体发展的场合”,在“一种东西为许多东西所共有,为一切所共有”的社会,才能被抽象出来。这样,“对任何种类劳动的同样看待,以各种现实劳动组成的一个十分发达的总体为前提,在这些劳动中,任何一种劳动都不再是支配一切的劳动”。(同上,第45页)

在资本主义社会,“劳动一般”尤其不仅是一个范畴,而且对应于“一种社会形式,在这种社会形式中,个人很容易从一种劳动转到另一种劳动,一定种类的劳动对他们说来是偶然的,因而是无差别的”。工人的劳动丧失了过去所具有的团体的、同业的性质,变成“劳动一般”,“直截了当的劳动”,“不仅在范畴上,而且在现实中”。(同上,第46页)雇佣劳动“不是这种或那种劳动,而是劳动本身,抽象劳动;同自己的特殊规定性决不相干,但是可以有任何一种规定性”(同上,第254页)。总而言之,这是关于“纯粹机械的,因而是无差别的、同劳动的特殊形式漠不相干的活动”的问题(同上,第255页)。 [21]

在对最简单的范畴和最具体的范畴之间的关系进行讨论的结尾,马克思总结说,在资产阶级社会的最现代形式中——他指的是美国——,“劳动一般”这个范畴的抽象成为“实际上真实的东西”。所以,“这个被现代经济学提到首位的、表现出一种古老而适用于一切社会形式的关系的最简单的抽象,只有作为最现代的社会的范畴,才在这种抽象中表现为实际上真实的东西”(同上,第46页)。或者用他在《大纲》另一处地方的话说:“只有随着特殊的物质生产方式的发展和在工业生产力的特殊发展阶段上,才成为真实的”(同上,第255页)。 [22]

然而,不关心劳动的特殊形式却是一些历史现实的共同现象。因此在这里,也有必要强调这一区别:“是野蛮人具有能被使用于一切的素质,还是文明人自动去从事一切,是大有区别的”(同上,第46页)。马克思在再次谈到对现实历史的抽象时 [23] ,发现他的论点得到了证明:

劳动这个例子令人信服地表明,哪怕是最抽象的范畴,虽然正是由于它们的抽象而适用于一切时代,但是就这个抽象的规定性本身来说,同样是历史条件的产物,而且只有对于这些条件并在这些条件之内才具有充分的适用性。(同上,第46页)

在指出这一点之后,马克思转到另外一个重要问题上。在他将要撰写的著作中,应当以什么样的顺序安排这些范畴呢?是复杂应当提供用来理解简单的工具,还是相反,对于这个问题,马克思断然选择了第一种可能性。

资产阶级社会是最发达的和最多样性的历史的生产组织。因此,那些表现它的各种关系的范畴以及对于它的结构的理解,同时也能使我们透视一切已经覆灭的社会形式的结构和生产关系。资产阶级社会借这些社会形式的残片和因素建立起来,其中一部分是还未克服的遗物,继续在这里存留着,一部分原来只是征兆的东西,发展到具有充分意义,等等。(同上,第46—47页)

这样,正是现在提供了对过去进行重构的启示。“人体解剖对于猴体解剖是一把钥匙。反过来说,低等动物身上表露的高等动物的征兆,只有在高等动物本身已被认识之后才能理解。”(同上,第47页)然而,这一著名论断不应该从进化论的角度解读。的确,马克思明确批判了“所说的历史发展”,认为这种论调建立在如下平庸的基础上:“最后的形式总是把过去的形式看成是向着自己发展的各个阶段”(同上,第47页)。进化论者持一种幼稚的进化观,认为最简单的生物沿不断前进的轨迹进化到最复杂的生物。马克思跟他们不同,他选择运用一种相反的、复杂得多的逻辑方法,阐发出一套以生产方式的更替为标志的历史观(古代的、亚细亚的、封建的、资本主义的),以此来解释这些范畴在各种不同的生产方式中的位置和功能(参看Hall 2003: 133) [24] 。因此,正是资产阶级社会提供了理解以前的历史时期的线索,——尽管由于各种社会之间的深刻差别,对这些线索应当持谨慎态度。马克思再次强调,不能像“那些抹杀一切历史差别、把一切社会形式都看成资产阶级社会形式的经济学家所理解的那样”来做(同上,第47页)。

尽管这个论证与马克思在之前的著作中表达的论证相一致,但是马克思在这里对如何安排经济范畴这个棘手的问题采用了不同的处理方式。马克思在《哲学的贫困》里已经处理过这个问题,在那里,他反对蒲鲁东不是遵循“符合事情的顺序的历史,而是符合观念的更替的历史”(Proudhon 1972: 184)的愿望,批判了“通过思想的运动建设世界”的想法(《马克思恩格斯选集》第2卷版第1卷第141页)。这样,在1847年,在同蒲鲁东和黑格尔运用的逻辑的辩证的方法进行论战时,马克思倾向于一种严格的历史顺序。但是10年后,在《大纲》中,马克思的观点改变了:他拒绝为科学范畴提供编年顺序的准则,而是倾向于一种具有历史的、经验的检验的逻辑方法。既然现在有助于一个人理解过去,或者说人的结构有助于理解猿的结构,那么就有必要从分析最成熟的阶段——资本主义——开始,并且特别地从分析资本主义社会中支配其他一切的要素——资本——开始。“资本是资产阶级社会的支配一切的经济权力。它必须成为起点又成为终点”(同上,第49页)。马克思总结说:

因此,把经济范畴按它们在历史上起决定作用的先后次序来排列是不行的,错误的。它们的次序倒是由它们在现代资产阶级社会中的相互关系决定的,这种关系同表现出来的它们的自然次序或者符合历史发展的次序恰好相反。问题不在于各种经济关系在不同社会形式的相继更替的序列中在历史上占有什么地位。更不在于它们在“观念上”(蒲鲁东)(在关于历史运动的一个模糊的表象中)的顺序。而在于它们在现代资产阶级社会内部的结构。(同上,第49页)

要而言之,以精确的逻辑次序安排范畴和阐明现实的历史并不相互吻合,——更重要的是,正如马克思在为《资本论》第三卷写的手稿中说的:“如果事物的表现形式和事物的本质会直接合而为一,一切科学就都成为多余的了”(《马克思恩格斯全集》第2版第46卷第925页)。

然后,马克思通过与以下思想流派分道扬镳实现了他自己的综合:早期经济学家的经验主义——把具体要素消解为抽象规定;古典经济学家的方法——把对现实的思维归结为现实本身;哲学唯心主义(按照马克思的观点,包括黑格尔的哲学)——马克思批评它给予思维以产生具体的能力;认知学上的把思维形式和客观现实僵化地对立起来观念;历史主义,及其把逻辑消解为历史的做法;最后,他自己在《哲学的贫困》中的信念——他基本上遵循“历史进展”(《马克思恩格斯选集》第2版第1卷第141页)。他拒绝在具体和思维之间建立一对一的对应关系,这使得他通过承认思维的特性并赋予具体以独立于思维的存在而将这两者分开,所以对范畴进行阐述的次序与它们在现实的历史过程的关系中所出现的次序不同(参看Althusser and Balibar 1979: 47-48, 87)。为了避免把认知过程局限于仅仅复述历史所由发生的各个阶段,有必要运用抽象过程,因而有必要运用可以解释社会的全部复杂性的范畴。另一方面,为了真正有助于这一目的,必须时刻把抽象同各种历史现实加以比较,通过这种方式,一般的逻辑规定就能够同具体的历史关系区别开来。马克思的历史观由此获得了效力和透彻性:一旦逻辑次序和实际的历史次序之间的匀称关系遭到拒绝,历史就成为理解现实的决定因素,而逻辑则使得有可能把历史构想为某种超出平淡的编年史的东西。 [25] 对马克思来说,为了理解社会并对它进行充分的描绘,没有必要重建每一种经济关系的历史起源。他在《大纲》中的一处地方说:

我们的方法表明历史考察必然开始之点,或者说,表明仅仅作为生产过程的历史形式的资产阶级经济,超越自身而追溯到早先的历史生产方式之点。因此,要揭示资产阶级经济的规律,无须描述生产关系的真实历史。但是,把这些生产关系作为历史上已经形成的关系来正确地加以考察和推断,总是会得出这样一些原始的方程式,……这些方程式将说明在这个制度以前存在的过去。这样,这些启示连同对现代的正确理解,也给我们提供了一把理解过去的钥匙……另一方面,这种正确的考察同样会得出预示着生产关系的现代形式被扬弃之点,从而预示着未来的先兆,变易的运动。如果说一方面资产阶级前的阶段表现为仅仅是历史的,即已经被扬弃的前提,那么,现在的生产条件就表现为正在扬弃自身,从而正在为新社会制度创造历史前提的生产条件。(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第452—453页)

马克思提出的方法给他提供的工具,不仅能理解生产在历史中所由表现自己的全部方式的差异,而且能从现在辨别出预示着新的生产方式的倾向,从而驳倒所有那些宣称资本主义不可改变的人。他自己的研究,包括认识论在内,从来都不知仅仅出自理论动机;它总是受这一需要的推动:解释世界,以便更好地进行政治斗争。 实际上,马克思中断了他关于方法的论述的部分,转而勾勒了他计划要写的《经济学》的次序。这是马克思在他的一生中制定的众多计划中的第一个,这个计划回到了他在《导言》前几页写下的思考。在他实际上开始写作《大纲》之前,他计划研究如下问题:

(1)一般的抽象的规定,因此它们或多或少属于一切社会形式……(2)形成资产阶级社会内部结构并且成为基本阶级的依据的范畴。资本、雇佣劳动、土地所有制……(3)资产阶级社会在国家形式上的概括。就它本身来考察……(4)生产的国际关系……国际交换……(5)世界市场和危机。(同上,第50页)

这至少是马克思1857年8月的计划,这个计划后来经历了很多变化。

物质生产和精神生产之间的不平衡关系
《导言》的最后一节包括马克思对他计划在他的著作中要阐述的八个论点所作的简短的和片断性的论述,以及一些关于希腊艺术和现代社会的关系的思考。关于这八点,马克思笔记的要点是:雇佣劳动的特征甚至早于资产阶级社会而在军队中表现出来的思想;生产力和生产关系的辩证法的思想;马克思所称的生产关系和法的之间的“不平衡关系”,特别是新兴资产阶级社会的法律导源于罗马私法。所有这些都是以备忘的形式记下来的,没有任何结构,它们只是表现了马克思对这些问题的思考的模糊的想法。

他对艺术的反思在某种程度上阐发较多,其焦点是物质生产和艺术发展之间的“不平衡关系”。马克思在两部以前的著作中已经研究过生产和意识形式之间的关系的问题。在《1844年经济学哲学手稿》中他曾指出:“宗教、家庭、国家、法、道德、科学、艺术等等,都不过是生产的一些特殊的方式,并且受生产的普遍规律的支配”(《马克思恩格斯全集》第2版第3卷第298页)。在《德意志意识形态》中他宣布:

思想、观念、意识的生产最初是直接与人们的物质活动,与人们的物质交往……交织在一起的。人们的想象、思维、精神交往在这里还是人们物质行动的直接产物。(《马克思恩格斯选集》第2版第1卷第72页)

然而在《导言》中,马克思远远不像后来很多表面上的马克思主义者所认定的那样,确认一种僵化的平行性,而是强调在社会经济发展和艺术生产之间没有直接关系。马克思在这里对他曾阅读并在1852年的笔记本中作过摘录的莱奥纳尔·西蒙德·德·西斯蒙第的著作《南欧文学历史评论》 [26] 中的某些思想进行了再加工,现在他写道:“关于艺术,大家知道,它的一定的繁盛时期决不是同社会的一般发展成比例的,因而也决不是同仿佛是社会组织的骨骼的物质基础的一般发展成比例的”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第51页)。他还指出一定的艺术形式——例如史诗——“只有在艺术发展的不发达阶段上才是可能的。如果说在艺术本身的领域内部的不同艺术种类的关系中有这种情形,那么,在整个艺术领域同社会一般发展的关系上有这种情形,就不足为奇了。”(同上,第51—52页)希腊艺术的前提是希腊神话,希腊神话是社会形式的“不自觉”的表现。但是,在一个诸如现时代的发达社会里,人们理性地思考自然,而不是把自然当作站在他旁边并与他相对立的外在力量,这样,神话就丧失了存在的理由,史诗也就不可能再出现:“阿基里斯能够同火药和铅弹并存吗?或者,《伊利亚特》能够同活字盘甚至印刷机并存吗?随着印刷机的出现,歌谣、传说和诗神缪斯岂不是必然要绝迹,因而史诗的必要条件岂不是要消失吗?”(同上,第52页) [27]

对马克思来说,艺术和一般的精神生产必须与社会的物质条件联系起来考察,但是并没有在这两个领域之间建立僵化的对应关系。否则人们就会陷入伏尔泰的错误(马克思在他的1961—1863年经济学手稿中提及),认为“既然我们在力学等等方面已经远远超过了古代人”,所以我们能够“也创作出自己的史诗来”(《马克思恩格斯全集》第1版第26卷I第296页)。

在把艺术家当作创作主体以后,马克思转而论述艺术生产以及公众从艺术获得的享受。这是最难解释的一点。困难“并不在于理解希腊艺术和史诗同一定社会发展形式结合在一起”,而在于“它们何以仍然能够给我们以艺术享受,而且就某方面说还是一种规范和高不可及的范本”。真正的问题是如何理解古典古代的艺术作品为什么仍然是现代男男女女得到艺术享受的来源。根据马克思的说法,这是因为希腊世界代表着“历史上的人类童年时代”,是一个“永不复返”的“显示出永久的魅力”的阶段(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第53页)。因此结论是:

他们的艺术对我们所产生的魅力,同这种艺术在其中生长的那个不发达的社会阶段并不矛盾。这种艺术倒是这个社会阶段的结果,并且是同这种艺术在其中产生而且只能在其中产生的那些未成熟的社会条件永远不能复返这一点分不开的。(同上,第53页)

当然,马克思在《导言》中对美学的阐述的价值并不在于它们提供的概略性的、有时尚令人怀疑的结论,而是在于马克思在研究物质生产的形式同精神创造和行为的关系时所采取的反教条主义的方式。他意识到这两者之间的“不平衡发展”,这意味着拒绝了一切认为在社会总体的各个领域之间存在着一致性的图式化做法(同上,第51页)。即使是在《导言》写作两年后出版的《政治经济学批判。第一分册》的序言里的著名结论——“物质生活的生产方式制约着整个社会生活、政治生活和精神生活的过程”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第412页)——也不能用决定论的方式来解释 [28] ;应当将它同“马克思主义—列宁主义”的狭窄的、断言性的解读区别开来,在这种解读中,社会的上层结构现象只是人类物质存在的反映。 [29]

结论
当马克思开始写作《大纲》的时候,他计划给他的《经济学》一个论述他的研究方法论的前言。《导言》不仅仅是出于自我说明的目的;如同其他经济学家的著作一样,《导言》还包含着作者对他的总主题的初步观察。然而在1859年,当马克思把他的研究的第一部分《政治经济学批判。第一分册》拿去出版时,他决定略掉这个阐明他的动机的部分:

我把已经起草好的一篇总的导言压下了,因为仔细想来,我觉得预先说出正要证明的结论总是有妨害的,读者如果真想跟着我走,就要下定决心,从个别上升到一般。(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第411页)

因此,1857年的指导性目标——“从抽象上升到具体”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第42页)在1859年的文本中变成了“从个别上升到一般”。《导言》的起点——最抽象和最普遍的规定——被一个具体的、历史规定的现实——商品——取代了,但是由于1857年的文本没有发表,马克思没有对这一改变作出解释。实际上,在《大纲》的最后一段,在他对资本主义生产方式和政治经济学的概念作了几百页的谨慎分析之后,马克思已经声明,“表现资产阶级财富的第一个范畴是商品的范畴”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第293页)。他将把他的《政治经济学批判。第一分册》的第一章和《资本论》的第一章都用来研究商品,在《资本论》里,商品被定义为资本主义社会的“元素形式”(《马克思恩格斯全集》第2版第44卷第47页),对商品的分析是他的研究的开始。

马克思给他的1859年的著作的开篇不是计划中的《导言》,而是一个简短的《序言》,在《序言》中,他简明概述了自己的思想历程和所谓的唯物主义历史观。随后他不再讨论方法问题,除了在极少的场合轻轻带过。当然,最重要的是他1873年给《资本论》第一卷写的《跋》。在这个《跋》中,鉴于《资本论》出版后出现的评论,马克思不得不就他的研究方法发表意见并重新审视《导言》中提出的某些论题。他这样做的另一个原因是他认为有必要声明研究方法和叙述方法的不同:尽管阐述可以从一般开始,从普遍形式转移到历史规定的形式,从而——这是对1857年的表达的确认——“从抽象上升到具体”;而研究则必须从直接的现实开始,正如他在1859年所说的,“从个别上升到一般”:

当然,在形式上,叙述方法必须与研究方法不同。研究必须充分地占有材料,分析它的各种发展形式,探寻这些形式的内在联系。只有这项工作完成以后,现实的运动才能适当地叙述出来。 [30] (《马克思恩格斯全集》第2版第44卷第21—22页)

在1857年《导言》之后的著作中,马克思再也没有在具有公开的和研究问题的性质的文本中就方法问题写过什么,而只是在这些文本中表达了他完成的思想,没有背离这些思想所由制定出来的复杂的起源(参看Carver 1975: 135)。由于这个原因,《导言》的内容也是非常重要的。通过与一些最伟大的经济学家和哲学家的思想的密切遭遇,马克思重申了他的深刻见解,得到了重大的理论收获。首先,他再次指出资本主义生产方式及其社会关系的历史规定性。第二,他把生产、分配、交换和消费当做一个总体,其中生产是支配整体中的其他部分的要素。另外,在对待现实在思维中的再现时,马克思没有只借助于历史方法,他还运用了抽象,承认抽象在构建知识的道路时有其价值。最后,他强调了生产关系的发展和精神关系之间的不平衡关系。

在《导言》发表以来的一百年里,这些思想使得《导言》无论是从文献的角度出发还是从马克思的最严肃的阐释者和读者的角度来看,都成为不可缺少的和令人痴迷的理论文本。对于未来一代中新接触马克思的著作的人来说,必将也会如此。

 帕特利克·贾米勒(Patrick Camiller)译自意大利文

* 本文大量引证马克思恩格斯的著作,在翻译时所有引文均引自《马克思恩格斯全集》中文版,本文在引文后括号中给出的马恩著作外文版出处,也一律替换成马恩著作中文版出处。——译者

参考
1. 马克思在1858年11月12日至斐迪南·拉萨尔地信中写道:“……经济学,作为德国意义上的科学,实际上还有待建立”(《马克思恩格斯全集》第1版第29卷第546页)。
2. 评论《导言》的文献卷帙浩繁,这是其重要性的标志之一。自它1903年首次发表以来,对马克思思想的所有重要批判性解释、思想传记和介绍都要提及《大纲》,《大纲》成为大量文章和评论的主题。关于后者,参见Carver 1975: 88—158。
3. 马克思在《大纲》的《资本主义生产以前的各种形式》中详细探讨了这些问题。
4. 家庭在公社之前,这是亚里斯多德的一个观念,这个观念在《资本论》第一卷中又出现了。但是据说后来马克思放弃了这一观点。弗里德里希·恩格斯在1883年德文第三版的一条注释中指出:“后来对人类原始状况的透彻的研究,使作者[即马克思——马·穆]得出结论:最初不是家庭发展为氏族,相反地,氏族是以血缘为基础的人类社会的自然形成的原始形式。由于氏族纽带的开始解体,各种各样家庭形式后来才发展起来。”(《马克思恩格斯全集》第2版第44卷第407页)恩格斯指的是他自己当时以及马克思在晚年所作的古代史研究。马克思阅读的或者在他的人类学笔记(迄今尚未发表)中摘录的主要文献有: Researches into the Early History of Mankind and the Development of Civilization by Edward Burnett Tylor, Ancient Society by Lewis Henry Morgan, The Aryan Village in India and Ceylon by John Budd Phear, Lectures on the Early History of Institutions by Henry Summer Maine and The Origin of Civilization and the Primitive Condition of Man by John Lubbock。(马克思的部分人类学笔记以俄文或原文从20世纪中期以来相继发表,中译文收在《马克思恩格斯全集》第1版第44卷,后又出版了单行本。中文版马克思《人类学笔记》摘录的著作包括:路·亨·摩尔根《古代社会》、亨·梅恩《古代法制史讲演录》、约·拉伯克《文明的起源和人的原始状态》。——译者)
5. 这种相互依赖不应同资本主义生产方式里个人之间所形成的那种形式相混淆:前者是自然的产物,后者是历史的产物。在资本主义里,个人的依赖是与表现在劳动分工中的社会依赖相联系的(参见马克思《〈政治经济学批判。第一分册〉第二章初稿片断和第三章开头部分》[《马克思恩格斯全集》第2版第31卷])。在生产的这个阶段,活动的社会特征不是表现为个人互相之间的简单关系,“而是表现为他们从属于这样一些关系,这些关系是不以个人为转移而存在的,并且是由毫不相干的个人互相的利害冲突而产生的。活动和产品的普遍交换已成为每一单个人的生存条件,这种普遍交换,他们的相互联系,表现为对他们本身来说是异己的、独立的东西,表现为一种物。”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第107页)
6. 按照马克思的观点,避免了这一幼稚假定的经济学家是詹姆斯·斯图亚特(James Steuart)。马克思1851年春在一个笔记本中对斯图亚特的主要著作《政治经济学原理研究》的很多段落作了摘录和评论(见Marx 1986)。
7. 马克思在《大纲》其他地方说:“孤立的个人是完全不可能有土地财产的,就像他不可能会说话一样”;还说:“把语言看作单个人的产物,这是荒谬绝伦的。同样,财产也是如此。”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第477、482页)。
8. 特里尔·卡弗(Terrell Carver)在他对《导言》的编辑评论中指出(见Carver 1975: 93—95),马克思有关巴师夏运用鲁滨逊·克鲁索故事的评论与作者实际所说的并不相符。因为根据巴师夏的说法,“丹尼尔·笛福将会把他的小说的真实性的每一点痕迹都剥夺去,如果……他没有让他的主人公从船只残骸上保留下一些必需品,例如粮食、火药、步枪、斧子、刀子、绳子、木板、铁等等,从而作出必要的社会让步的话——这决定性地证明社会是人的必要环境,因为甚至一位小说家也不能让一个人生活在社会之外。还请注意,鲁滨孙·克鲁索把另一个价值千万倍的 社会珍宝带到了他的孤独世界……我指的是他的思想,他的记忆,他的经验,特别是他的语言。”(Bastiat 1964: 64)尽管如此,巴师夏在他的著作的其他部分仍然表现出缺乏历史感,在这些地方,个人的行动看来都是受理性的经济计算的指挥的,并且表现得与资本主义社会特有的分裂相一致:“一个处于孤立的个人,只要他能够生存一段时间,马上就会变成资本家、企业家、工人、生产者和消费者”(p. 174)。于是克鲁索再次成为经济学家的无聊的典型:“因此,我们的鲁滨逊·克鲁索如果不预见到事情做成之后,与满足他的需要相关的他的劳动能够得到确定的节约,或者以同样的劳动量能够满足更大的需求,他是不会开始制造工具的。”(p. 175)。很有可能是这些论断吸引了马克思的注意。
9. 请特别参看其主要代表人物威廉·罗雪尔(Wilhelm Roscher)的著作(Roscher 1972)。在《资本论》第一卷中马克思讥笑了罗雪尔的“解剖学和生理学方法”(《马克思恩格斯全集》第2版第44卷第240页)。
10. 马克斯·韦伯(Max Weber)在马克思的《导言》1903年发表不久之后,以种种与马克思类似的论述方式,强调在综合历史现象的时候要利用“抽象的经济理论”(参看Weber 1949: 48f.)。关于“概念的纯粹”,他写道,一个“理想的典型概念不是对现实的描述,而是旨在对这种描述给出一个不模棱两可的表达。……这种精神建构不可能在现实中的任何地方找到。它是一种乌托邦。历史研究面对的任务是在每一个个案中判别这种理想建构在多大程度上与现实相符或者不符。”(p. 48)。抽象的理想典型代表“一种概念建构,它不是历史现实……它所起的不多不少仅仅是一个图式的作用,在这个图式中,现实被当作一个例子:它具有一个纯粹理想的有限概念的意义,为阐明其经验内容的一定的有意义的部分,它的现实性还须加以检测和比较”。(p. 15)
11. 马克思早在《德意志意识形态》中就已经表达了类似的思想,在那里,他和恩格斯写道:“这些抽象本身离开了现实的历史就没有任何价值。它们只能对整理历史资料提供某些方便,指出历史资料的各个层次的顺序。……相反,只是在人们着手考察和整理资料——不管是有关过去时代的还是有关当代的资料——的时候,在实际阐述资料的时候,困难才开始出现。”(《马克思恩格斯选集》第2版第1卷第74页)
12. 这一思想更为详细的阐述见约翰·斯图亚特·穆勒(John Stuart Mill)的著作(Mill 1965: 55f.)
13. 参看马克思在这一点上对蒲鲁东的批评(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第222页)
14. 这些论述引起了马克思的兴趣,1850年9月马克思在他的一个摘录笔记本中写下了对它们的评论(参看Marx 1983: 36)。然而数行之后,穆勒部分放弃了他的断言,尽管并不是从历史地看待生产的角度作出的。他写到:“分配依赖于社会的规律和习惯”,而由于它们是“人类观点和感情”——这些也只是“人性的根本规律的结果”——的产物,分配规律“没有什么任意性,同生产规律一样具有物理规律的性质”(Mill 1965: 200)。穆勒在他的著作前面的“开场白”中也许提供了一个可能的综合:“与生产规律不同,分配规律部分地是人间制度:因为财富在任何一个既定社会中的分配都依赖于那里流行的法令或习惯”(Mill 1965: 21)。
15. 因此,那些像穆勒一样把生产关系当作永恒的,只有它们的分配形式才是历史的这种观点“表明[他们]既不懂前者,也不懂后者”(《马克思恩格斯全集》第2版第31卷第160页)
16. 马克思很熟悉这两部著作,它们是马克思研究的第一批政治经济学著作,他还在他的笔记本上从中摘录了很多内容(参看Marx 1981 a和Marx 1981 b)。
17. “因为真理是具体的;也就是说,真理具有一个统一体的联系和原则,它也具有展开的内部源泉。这样,真理只有作为思想的一般或者总体的时候才是可能的;而整体的自由,及其所包含的若干环节的必然性,只有在它们得到区别和规定的时候才是可能的。”(Hegel 1892: 24)
18. 例如,阿尔都塞(Althusser)、内格里(Negri)和德拉·沃尔佩(Della Volpe)就错误把这种方法等同于马克思的方法(参见Althusser and Balibar 1979: 87-88; Negri 1991: 47; Della Volpe 1971: 177)。
19. 甘斯(他在语文学上的顾忌态度遭到很多评论者的怀疑)插入的增补,是以黑格尔的一些手稿和对他1821年(第一版出版)以后的法哲学讲演的记录为基础的。
20. 然而,在谈到秘鲁的例子时,马克思指出了相反的情况:“有一些十分发展的、但在历史上还不成熟的社会形式,其中有最高级的经济形式,如协作、发达的分工等等,却不存在任何货币”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第44页)。
21. 在另一个地方,马克思写道:“资本的已经发展的原则恰恰在于,使特殊技能成为多余的……更确切些说,是把技能投入死的自然力。”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第590页)
22. 在《大纲》中马克思证明,“资本一般”不仅仅是一个抽象,而且是一个在资本主义社会中有“现实的存在”的范畴。正如特殊资本属于个别资本家,以一般形式出现的资本——存在银行,作为某个国家的资本,可以放贷从而增殖——“就会是极其现实的。因此,一般的东西,一方面只是思维中的特征,同时也是一种同特殊事物和个别事物的形式并存的、特殊的现实形式”(《马克思恩格斯全集》第2版第30卷第441页)。
23. 马克思在1858年4月2日至恩格斯的信中说:“这些极其抽象的规定,在对它们作比较精确的考察时,总是表明了更加具体的规定了的历史基础。(这是当然的事情,因为它们正是从这种基础中,在这种规定性中抽象出来的。”(《马克思恩格斯全集》第1版第29卷第304页)
24. 黑尔正确地指出,马克思提出的理论是同历史主义的决裂,尽管并不是同历史性的决裂。
25. 马克思综合的方法的复杂性在下面的事实中清楚地显示出来:他的方法不仅被他的事业的很多学生所误解,而且也被弗里德里希·恩格斯所误解。1859年,可能还没有读过1857年的《导言》的恩格斯在一篇对《政治经济学批判。第一分册》的书评中写道,马克思一旦阐述了他的方法,他就能够“采用两种方式:按照历史或者按照逻辑”。但是因为“历史常常是跳跃式地和曲折地前进的,如果必须处处跟随着它,……因此,逻辑的方式是唯一使用的方式”。然而恩格斯错误地总结说:“实际上这种方式无非是历史的方式,不过摆脱了历史的形式以及起扰乱作用的偶然性而已。历史从哪里开始,思想进程也应当从哪里开始,而思想进程的进一步发展不过是历史过程在抽象的、理论上前后一贯的形式上的反映”(《马克思恩格斯选集》第2版第2卷第43页)。总之,恩格斯认为在历史和逻辑之间存在着平行性,而这一点马克思在《导言》中予以断然拒绝。而且,由于这一观点是恩格斯加在马克思身上的,它后来就在马克思主义列宁主义的解释中变得更为贫乏和程式化。
26. 西斯蒙第曾指出,旧法国、意大利、西班牙和葡萄牙的文学的最繁荣时期分别与它们各自所表现的社会的衰落时期相一致。马克思对西斯蒙第著作的摘录将第一次在MEGA2 IV/10中发表。我非常感谢克劳斯·佩措尔德(Klaus Pezold)告诉我有关马克思的手稿的信息。
27. 弗里德里希·泰奥多尔·费舍(Friedrich Theodor Vischer)在他的《美学或者美的科学》中讨论了资本主义消解神话的力量。马克思从这一著作中获得灵感,并在他的笔记本中摘录了一部分,这是差不多写作《导言》三个月之前的事情。但是这两位作者的方法则大相径庭:费舍把资本主义当作不可变易的现实,并以浪漫的作派对资本主义导致的文化在美学上的贫乏表示痛心;而马克思,尽管一贯为克服资本主义而战斗,强调无论是物质的还是意识形态的,资本主义与以前的生产方式相比都是更为进步的现实(参看Lukács 1956: 267-268)。
28. 这一事实的证明是,当马克思在1872—1875年《资本论》法文版的一条注释中引证这句话时,他更愿意使用动词dominer来翻译德文词bedingen(通常翻译为“déterminer”或者“conditionner”):“物质生活的生产方式普遍支配着[domine, dominates。着重为马·穆所加]社会生活、政治生活和精神生活的发展”(《资本论》(根据作者修订的法文版第一卷翻译)中国社会科学出版社1983年版第61页)。马克思这样做的目的是明确要避免在这两者之间建立机械关系的危险(参看Rubel 1971:298)。
29. 这类解释中最糟糕的、传播最广的是约瑟夫·斯大林在《辩证唯物主义和历史唯物主义》中作出的:“物质世界是……客观实在,而社会的精神生活是这一客观实在的反映”;“社会存在怎样,社会物质生活条件怎样,社会思想、理论、政治观点和政治设施也就怎样”(Stalin 1941:15)。
30. 写完这几句后马克思补充说,“呈现在我们面前的就好像是一个先验的结构了”,但实际上得到的结果是具体在思维中的再现。参看马克思1858年2月1日至恩格斯的信,马克思在谈到拉萨尔(Lassalle)时作出如下重要论断:“他会看到,通过批判使一门科学第一次达到能把它辩证地叙述出来的那种水平,这是一回事,而把一种抽象的、现成的逻辑体系应用于关于这一体系的模糊观念上,那完全是另外一回事。”(《马克思恩格斯全集》第1版第29卷第264页)

参考书目
Althusser, Louis and Balibar, Étienne (1979 [1968]) Reading Capital, London: Verso.
Bastiat, Frédéric (1964 [1850]) Economic Harmonies, Princeton, N.J.: D. van Nostrand Co. Inc.
Carver, Terrell (1975) Karl Marx: Texts on Method. Oxford: Blackwell.
Dal Pra, Mario (1965) La dialettica in Marx, Bari: Laterza.
Della Volpe, Galvano (1971 [1956]) Rousseau e Marx, Rome: Editori Riuniti.
Engels, Frederick (1980 [1859]) ‘Karl Marx, A Contribution to the Critique of Political Economy’, in Marx and Engels Collected Works, vol. 16: Marx and Engels 1858-60, London: Lawrence & Wishart, pp. 465-77.
Hall, Stuart (2003[1974]) ‘Marx’s notes on method: A “reading” of the “1857 Introduction”’, Cultural Studies, vol. 17, No. 2: 113-49.
Hegel,G.F.W. (1892 [1817]) The Logic of Hegel [Encyclopedia of the Philosophical Sciences], 2nd edn., London: Oxford University Press.
Hegel,G.F.W. (1952 [1821]) Philosophy of Right, London: Oxford University Press.
Hegel,G.F.W. (1969 [1812, 1813, 1816]) Science of Logic, London: George Allen & Unwin, 1969.
Korsch, Karl (1938) Karl Marx, London: Chapman & Hall.
Jánoska, Judith — Bondeli, Martin — Kindle, Konrad, and Hofer, Marc (1994) Das «Methodenkapitel» von Karl Marx, Basel: Schwabe & Co.
Lukács, Georg (1956 [1954]) ‘Karl Marx und Friedrich Theodor Vischer’, in Beiträge zur Geschichte der Ästhetik, Berlin: Aufbau Verlag.
Marx, Karl (1973 [1857-8]), Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy (Rough Draft), Harmondsworth: Penguin Books.
Marx, Karl (1975a [1843]) ‘Contribution to the Critique of Hegel’s Philosophy of Law’, in Marx Engels Collected Works, vol. 3: Marx and Engels, 1843-44, Moscow: Progress Publishers, pp. 3-129.
Marx, Karl (1975b [1844]) ‘Economic and Philosophic Manuscripts of 1844’, Marx Engels Collected Works, vol. 3: Marx and Engels, 1843-44, Moscow: Progress Publishers, pp. 229-346.
Marx, Karl (1976 [1847]) ‘The Poverty of Philosophy’, in Marx Engels Collected Works, vol. 6: Marx and Engels 1845-48, Moscow: Progress Publishers.
Marx, Karl (1981a [1843-4]) ‘Exzerpte aus Jean-Baptiste Say: Traité d’économie politique’, in Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), vol. IV/2, Berlin: Dietz, pp. 301-27.
Marx, Karl (1981b [1844]) ‘Exzerpte aus James Mill: Élemens d’économie politique, in Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), vol. IV/2, Berlin: Dietz, pp. 428-70.
Marx, Karl (1983 [1850]), ‘Exzerpte aus John Stuart Mill: Principles of political economy’, in Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), vol. IV/7: Karl Marx Friedrich Engels Exzerpte und Notizen September 1849 bis Februar 1851, Berlin: Dietz Verlag, pp. 39-41.
Marx, Karl (1986 [1851]), ‘Exzerpte aus James Steuart: An inquiry into the principles of political economy’, in Marx Engels Ge samtausgabe (MEGA²), vol. IV/8: Karl Marx Exzerpte und Notizen März bis Juni 1851, Berlin: Dietz Verlag, pp. 304, 312-25, 332-49, 373-80, 400-1, 405-8, 429-45.
Marx, Karl (1987a [1859]) ‘A Contribution to the Critique of Political Economy’, in Marx and Engels Collected Works, Vol. 29: Marx 1857-61, Moscow: Progress Publishers, pp. 257-417.
Marx, Karl (1987b [1958]), ‘Original Text of the Second and the Beginning of the Third Chapter of A Contribution to the Critique of Political Economy’, in Marx and Engels Collected Works, Vol. 29: Marx 1857-61, Moscow: Progress Publishers, pp. 430-510.
Marx, Karl (1989a [1861-3]) ‘Theories of Surplus Value’, in Marx Engels Collected Works, vol.31: Economic Manuscripts of 1861-63, Moscow: Progress Publishers.
Marx, Karl (1989b [1872-5]) ‘Le Capital’, in Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), vol. II/7, Berlin: Dietz.
Marx, Karl (1996 [1867]), ‘Capital, vol. I’, in Marx and Engels Collected Works, Vol. 35: Capital, Vol. I, New York: International Publishers.
Marx, Karl, (1998 [1863-7]) ‘Capital, Vol. III’, in Marx Engels Collected Works, Vol. 37: Capital, Vol. III, New York: International Publishers.
Marx, Karl and Frederick (1976 [1845-6]), ‘German Ideology’, in Marx Engels Collected Works, Vol. 5: Marx and Engels April 1845—April 1847, Moscow: Progress Publishers.
Marx, Karl–Engels, Frederich (1983) Marx and Engels Collected Works, vol. 40: Letters 1856–59, Moscow: Progress Publishers.
Mill, John Stuart (1965 [1848]) Principles of Political Economy, vol. I, London: Routledge & Kegan Paul.
Negri, Antonio (1991 [1979]) Marx beyond Marx: Lessons on the Grundrisse, New York: Autonomedia.
Proudhon,Pierre-Joseph (1972 [1846])‘System of Economical Contradictions or, The Philosophy of Misery’, in Works of P. J. Proudhon, vol. IV: The Evolution of Capitalism. New York: Arno Press.
Ricardo, David (1973 [1817]) The Principles of Political Economy and Taxation, London: J. M. Dent & Sons.
Roscher, Wilhelm (1972 [1854]) Principles of Political Economy, New York: Arno Press, 1972.
Rubel, Maximilien (1971 [1957]) Karl Marx. Essai de biographie intellectuelle, Paris: Éditions Marcel Rivière et Cie.
Smith, Adam (1961 [1776]) The Wealth of Nations, vol. 1, London: Methuen.
Spinoza, Baruch (1955) ‘Letter to Jarig Jellis, 2 June 1674’, in: On the Improvement of the Understanding and other works, New York: Dover.
Stalin, J. (1941 [1938]) Dialectical and Historical Materialism, London: Lawrence & Wishart.
Watt, Ian (1951) ‘Robinson Crusoe as a Myth’, Essays in Criticism, Vol. I, No. 2: 95-119.
Weber, Max (1949 [1904]) ‘“Objectivity” in Social Science and Social Policy’, in The Methodology of the Social Sciences, New York: The Free Press, 1949.