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Autori Vari, Liberazione

Se c’è stato un autore contemporaneo il cui pensiero sia stato studiato, interrogato, rielaborato di pari passo con le vicende storiche, questo risponde al nome di Marx.

Negli oltre cento anni che ci separano dalla sua morte le opere del filosofo tedesco non sono state semplicemente oggetto di studio accademico.

Non che nella storia del marxismo siano mancati dissidi intorno a oggetti teorici – in apparenza – evanescenti.

Eppure mai è accaduto che le sottigliezze dialettiche rimanessero confinate nelle aule universitarie e non proiettassero le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa.

La storia del marxismo testimonia una singolare commistione tra teoria e pratica, favorita dalla nascita di un movimento operaio organizzato e di partiti politici che, ancor prima della morte di Marx, si richiamavano esplicitamente alle sue analisi.

Gli scritti marxiani sono stati continuo oggetto di rivisitazione, scandagliati negli angoli più reconditi per trovare, di volta in volta, le risposte alle sollecitazioni poste dalla storia.

Lo stesso corpo teorico del marxismo si è arricchito, strada facendo, delle sedimentazioni successive.

La ricezione degli scritti marxiani è avvenuta nel fuoco degli eventi tormentati del Novecento e non c’è idea di Marx che non abbia dovuto fare i conti con le sfide della storia.

Ma cosa è accaduto dopo il crollo dell’Urss e di gran parte dei paesi dell’ex blocco socialista, dopo il ridimensionamento drastico di tanti partiti comunisti e del movimento operaio nel suo complesso? Quale Marx è rimasto in dotazione alla nostra epoca e ai – non molti – marxisti ancora in circolazione? “Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere”.

La divulgazione e la promiscuità con la politica non avrebbe granché giovato alle sorti dell’opera marxiana, secondo questo profilo tracciato nel volume apparso di recente con il titolo Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, a cura di Marcello Musto, pp. 392, euro 30,00) che raccoglie gli atti di un omonimo convegno napoletano dello scorso anno, con scritti – tra gli altri – di Domenico Jervolino, Enrique Dussel, Domenico Losurdo e Giuseppe Cacciatore.

Cessata l’ingerenza della politica, la comunità dei marxisti si trova oggi davanti al progetto della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la cosiddetta Mega2 – della quale riferiscono Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura e Malcom Sylvers.

La sconfitta epocale del movimento operaio si tramuterebbe, per incanto, in una fortuna.

“Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni” – scrive Marcello Musto nell’introduzione – l’opera di Marx riemerge nella sua “originale incompiutezza”, “riconsegnata ai liberi campi del sapere”.

Non che la cosa abbia a che fare con il rigore scientifico che sostiene il progetto editoriale della Mega2, ma il nostro tempo sembra in qualche modo succube della suggestione del ritorno a un presunto Marx originario, a un incontaminato grado zero depurato da tutte le incrostazioni della storia successiva – che sarebbe poi il Novecento.

Quel che continua a essere insegnato e studiato nelle aule universitarie – poche a dire la verità – è un Marx senza partiti, un corpo di teorie incompiute di cui si può dissertare senza che nessun partito, nessun soggetto collettivo abbia ad averne conseguenze nei destini futuri e nella pratica.

Anche quando prevale l’assillo dell’azione, il desiderio di trasformare il mondo e i rapporti sociali, le letture dell’opera marxiana mettono l’accento sulla tensione etica degli scritti giovanili piuttosto che, ad esempio, sulle teorie politiche del partito e dell’organizzazione del Marx del Manifesto.

Semmai c’è la tendenza a sottolineare la crisi di qualsiasi soggetto forte e monolitico – della “metafisica del soggetto produttore”, secondo l’espressione di André Tosel.

Qual è, al livello teorico, il marxismo espresso dalla nostra epoca? – si chiede Roberto Finelli.

La II e III Internazionale hanno avuto per riferimento il “marxismo della contraddizione”, quella tra forze produttive e rapporti di produzione.

Nel dopoguerra è subentrato il “marxismo dell’alienazione” basato sulla teoria antropologica dell’uomo rovesciato nei prodotti del lavoro alienato.

Alla nostra epoca spetterebbe, invece, un “marxismo dell’astratto” che renda conto di come, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani.

Cose e uomini sopravvivono in superficie, ma tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa.

Ma quel che rischia di scomparire dalla scena di un capitale astratto e senza volto è, appunto, la storia, la politica, i partiti, l’iniziativa e la resistenza delle classi subalterne.

Degli uomini in carne e ossa.

 

da Liberazione del 12 ottobre 2005

MA LA RIVOLUZIONE OGGI CHI LA FA? AGGIORNIAMO MARX

Il filosofo è davvero rimasto senza partiti? La domanda torna attuale dopo la pubblicazione degli atti del convegno napoletano “Sulle tracce di un fantasma”. Gli studi marxisti sono soltanto accademici o hanno efficacia politica?

di Roberto Finelli

Nella sua recensione a un libro di più autori sull’attualità di Marx, pubblicato dalla “manifestolibri” (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto) Tonino Bucci ha avuto facile gioco ad accusare di astrazione il “marxismo dell’astrazione”, che propongo nel mio intervento come chiave di lettura del capitalismo attuale e del postmoderno e come un marxismo molto più attuale rispetto ad altri marxismi classici, quali quelli che io ho chiamato rispettivamente della contraddizione e dell’alienazione, che hanno occupato la scena del ‘900 e che a mio avviso rappresentano ormai armi spuntate nella lotta culturale e politica.

Un’interpretazione di Marx come la mia che parla del capitale come di un universale astratto, perché la ricchezza che tende ad accumulare è di natura solo quantitativa – e una ricchezza che è solo quantità tende proprio per la sua natura a un’espansione sempre più ampia – sarebbe una lettura solo intellettualistica, caratteristica delle aule universitarie, dove sono assenti i soggetti reali della storia e della lotta sociale, gli esseri umani in carne ed ossa, le classi, le organizzazioni, i partiti e così via.

Ora, oltre al fatto che io non riesco a vedere neppure un’aula universitaria in cui si facciano sistematicamente lezioni su Marx (ma neppure Bucci, a dire il vero, ne vede molte), vorrei in poche righe precisare qualche cosa.

Ovviamente per chi è dotato di buon senso e di un sano empirismo è naturale che ci siano i capitalisti, anziché il capitale in generale, che ci siano i lavoratori e le lavoratrici, nella loro individualità di esseri umani, anziché il lavoro o la forza-lavoro in generale: che ad operare nella realtà concreta ci siano gli individui, i loro raggruppamenti sociali con le loro attività economiche, le loro organizzazioni sindacali e politiche, anziché degli astratti fattori universali di socializzazione e di riproduzione della vita collettiva.

Insomma appare ovvio che nella realtà non ci sono gli “universali”, che sarebbero solo funzioni della logica del pensare o astrazioni della metafisica.

Eppure a me sembra che quando Marx scrive Il capitale definisca delle regole di funzionamento economico, di gestione della produzione, di uso e comando della forza-lavoro, di accumulazione e di vendita, che sono sostanzialmente impersonali e universali, perché valide per ogni capitale particolare e individuale, indipendentemente dalla persona del singolo capitalista che lo gestisce, dal tipo di merce che viene prodotta, dalla localizzazione nazionale dell’impresa.

Caratteristica impersonale e universale del capitale in quanto tale, che dipende dalla natura appunto identica e astratta della ricchezza che, a ben vedere, ogni singolo capitale produce, al di là dei tanti valori d’uso in cui l’accumulazione astratta del denaro poi si realizza.

E mi sembra che tale verità universale del capitale in generale, e dunque del Capitale di Marx, da sempre vera, stia divenendo per altro realtà innegabile ed evidente solo oggi, dato che la globalizzazione, pur con tutte le sue violentissime disuguaglianze e asimmetrie, appare essere proprio la messa in verità del Capitale di Marx: ossia di un’accumulazione di ricchezza astratta che s’è fatta talmente soggetto dominante e tendenzialmente assoluto del mondo contemporaneo da superare i confini e il potere dello Stato-nazione e da muoversi con grande velocità di trasferimento finanziario e produttivo, per cogliere nell’intero pianeta le occasioni più propizie per la propria crescita ed espansione.

Con l’aggiunta che, soprattutto nell’Occidente avanzato, il passaggio dal fordismo al postfordismo, dalla produzione materiale alla produzione immateriale, ha significato l’approfondimento del capitalismo non solo in senso orizzontale, a diffusione planetaria, ma in senso anche verticale, quanto a pervasività nella coscienza e nell’interiorità della forza-lavoro.

Perché la rivoluzione informatica e l’applicazione della nuova forza-lavoro mentale alle macchine dell’informazione ha implicato, non come taluni declamano, far entrare la conoscenza nella produzione, quanto mettere al lavoro, in modo passivo e subalterno, in una sorta di colonizzazione interiore, le qualità cognitivo-immateriali dei singoli, l’intelligenza e le loro doti apparentemente più personali.

Per dire cioè che quei valori di autorealizzazione e autenticità del proprio sé, che sono stati alla base delle rivolte sociali degli anni ’60 e ’70, sono finiti coll’essere rovesciati, anche con il contributo determinante della “sinistra”, della maggioranza del sindacato, e della loro arrendevolezza alla seduzione del progresso tecnico, in una forza produttiva della modernizzazione capitalistica, in una “soggettivazione normativa del lavoro”, per usare una felice espressione di Axel Honneth.

Non che questo processo di totalizzazione del capitale non trovi i suoi limiti nella resistenza, quando si dà, della forza-lavoro e dei ceti subalterni, a motivo delle condizioni di vita generali terribilmente peggiorate, oltre che nei limiti naturali del mondo-ambiente.

Ma, a meno di non finire nelle braccia fabulatrici di Tony Negri e dei nuovi sofisti che vedono nel “comune” linguistico e comunicativo delle reti informatiche il nuovo soggetto rivoluzionario, preparato bell’è e pronto dalla tecnica, la questione, maledettamente seria, della costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione non può non fare i conti con questa realtà della diffusione capitalistica dell’astratto, che più che cancellare e negare il mondo del concreto, lo colonizza e lo svuota dall’interno, lasciando solo la brillantezza fittizia di una superficie, che è terreno postmoderno di seduzione ideologica e di cultura del frammento.

 

da Liberazione del 3 novembre 2005

LA POLITICA HA FATTO MALE AL MARXISMO

di Cristina Corradi

Proverò a spiegare perché non condivido le critiche che Tonino Bucci, nella recensione del volume collettaneo Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia recentemente pubblicato da Manifestolibri, ha rivolto in modo particolare al saggio di Roberto Finelli e all’introduzione del curatore, Marcello Musto.

Nella sua replica, apparsa su Liberazione, Finelli ha spiegato come e perché il marxismo dell’astratto – alternativa contemporanea al vecchio marxismo della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione e al marxismo dell’alienazione di una soggettività presupposta – sia ben lungi dal prospettare un ritorno puramente accademico a Marx, un ritorno ad una fonte incontaminata, che rimuoverebbe la storia del Novecento e dimenticherebbe i conflitti sociali, l’attività dei partiti, gli esseri umani in carne ed ossa.

La prospettiva del marxismo dell’astratto consente, infatti, di leggere criticamente, anziché apologeticamente, l’approfondimento postmoderno, orizzontale e verticale, dei rapporti sociali capitalistici; permette di tenere aperta, anziché di dare illusoriamente per risolta, la questione della costruzione di “nuove soggettività dell’emancipazione”; rende possibile, infine, svelare i meccanismi attraverso i quali si riproduce e si dissimula l’unico, autentico totalitarismo sopravvissuto al secolo breve.

Ammesso che sia possibile evincere un profilo unitario in un volume che raccoglie contributi di taglio diverso su differenti temi e fasi del pensiero marxiano, è fuorviante, a mio avviso, riassumere il senso del convegno di Napoli nel tentativo di spezzare il rapporto tra teoria marxiana e politica.

Nel sottolineare le opportunità di rilettura offerte da un’edizione integrale e scientifica delle opere di Marx, dopo la fine di un’epoca storica in cui il filosofo di Treviri era forzosamente inserito in una ideologia di legittimazione di un sistema di Stati e di partiti socialisti, Marcello Musto non individua nella filologia un succedaneo della politica o uno strumento magico per trasformare “in una fortuna” una “sconfitta epocale del movimento operaio”; ma sollecita noi, che aderiamo ad un progetto di rifondazione del comunismo, a profondere energie in una rivisitazione più problematica della critica marxiana della politica e dell’economia, capace di contribuire alla costruzione di un rinnovato marxismo. Richiamando la singolare commistione tra teoria e prassi che caratterizza la storia del marxismo, Bucci lascia trasparire un certo scetticismo nei confronti del ruolo dell’impegno teorico, di quella che Althusser chiamava la lotta di classe nella teoria.

D’accordo con quanto ha evidenziato Roberto Fineschi, curatore di un altro recente volume (Karl Marx.

Rivisitazioni e prospettive, Mimesis), io credo invece che proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica, che ha fatto saltare le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio, annichilendo la dimensione teorica e avallando l’empirismo politico, abbia nuociuto molto al marxismo novecentesco e abbia concorso alla crisi esplosa già alla fine degli anni ’70, ben prima del crollo dell’Urss.

Animato da una volontà di trasformazione della realtà, Marx ha dedicato sforzi giganteschi all’interpretazione del mondo, immergendosi, dopo la sconfitta della rivoluzione del ’48, nello studio dell’economia politica e nella rilettura della Logica hegeliana; animato dalla volontà di realizzare la rivoluzione in Europa, Gramsci, a seguito della sconfitta del movimento consiliare, ha rimesso in discussione la riduzione neoidealistica di Marx a Machiavelli del proletariato e ha riscoperto lo spessore e l’originalità della filosofia marxiana.

Forse, dopo la sconfitta e la rivoluzione passiva degli ultimi trent’anni, dovremmo imparare anche noi a prendere sul serio il lavoro teorico.

 

da Liberazione del 19 novembre 2005

PERCHÉ IN LIBRERIA TROVO TUTTO DI TONI NEGRI E MAI NIENTE DI CARLO MARX?

di Riccardo Bellofiore

Un intervento recente di Tonino Bucci ha preso spunto dal volume curato da Marcello Musto Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005) ed è stato oggetto di repliche da parte di Roberto Finelli e di Cristina Corradi.

Bucci si è limitato a lanciare una provocazione, che Finelli e Corradi hanno inteso invece come una recensione: di più, come un attacco al “marxismo dell’astratto”.

Bucci lancia tre sassi.

Il primo riguarda la tendenza di alcune pubblicazioni recenti a vedere in Marx un ‘classico’: liberato, grazie al crollo del socialismo reale, da ogni commistione con la realtà.

Non vedo come si possa dar tutti i torti a Bucci: il sottotitolo del libro di Musto è inequivocabile.

Ora, Marx pensava, a ragione o a torto, di essere uscito dalla filosofia e dall’idealismo; e non me lo vedo entusiasta nell’essere ridotto a oggetto di esercizi filologici.

Il secondo sasso è lo scetticismo rispetto ad un atteggiamento, quale quello difeso da Corradi, che istituisce una separazione troppo netta tra interpretazione e trasformazione della realtà sociale, e che privilegia l’aspetto filosofico.

Anche qui, a me pare si debba prendere Marx per quello che ha voluto essere: un critico dell’economia politica che era anche, ad un tempo, un economista politico critico.

Un analista dei rapporti sociali di produzione per il quale rappresentazione della, e intervento sulla, realtà sono soggetti a mediazioni ma inseparabili.

Qualcosa che è legato a filo doppio alla capacità di farsi sangue e carne, all’agire antagonista di una classe sociale determinata, segnata da una contraddizione fondamentale.

Certo, Bucci ed io prendiamo qui strade diverse.

A lui interessa, mi pare, più la dimensione politico-partitica che quella politico-sociale della classe, dove per me il partito serve solo se è strumento della seconda. Solo dunque se si rompe nella sostanza con l’eredità leninista. Il terzo sasso riguarda il rischio del marxismo dell’astratto di costruire una immagine primo-francofortese di una totalità chiusa. Tutto viene incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa che dà vita ad un universo sempre più deconcretizzato. È un rischio che va riconosciuto come reale. Sta qui l’attacco contro Finelli. È d’altra parte singolare che Bucci, dei molti interventi dentro la logica del Marx (più che del marxismo) dell’astratto presenti nel volume di Musto, ne abbia visto solo uno, quello più compromesso con quel rischio. Basta andarsi a leggere i saggi di Reuten, o di Arthur, o il mio, per avere prospettive ben diverse, immuni da quelle critiche.

E Bucci non può non sapere che del Marx dell’astratto sono presenti altre versioni che sfuggono all’esito che lui condanna, quali quelle della rivista Vis-à-Vis o di Raffaele Sbardella.

Nei confronti di Finelli (autore verso cui ho dei debiti importanti nella mia lettura di Marx), l’obiezione di Bucci ha però una sua parziale validità.

L’astratto è qui un Soggetto che si autoaccresce senza limiti, in un circolo che al più può trovare una “resistenza” – fondata in non si sa bene cosa dal punto di vista categoriale, visto che il lavoro è ridotto unilateralmente alla sola dimensione della forza-lavoro.

Qui la risposta di Finelli a Bucci è intelligente: il Marx dell’astratto sarebbe un Marx oggi ancora più vero, in quanto solo oggi il lavoro e la totalità assumerebbero quei caratteri.

Così, il marxismo dell’astratto di Finelli può rovesciarsi in analisi della realtà capitalistica così come ce la troviamo squadernata davanti. È però una risposta pericolosa nei suoi esiti.

Marx viene ortodossamente richiamato, al di là delle cautele verbali, in una sua supposta purezza originaria, ridotto allo statuto di un profeta.

E per spiegare la fine di una egemonia dovremmo rifugiarci nella ricerca di una nuova antropologia.

Quello che il Marx dell’astratto può dare è ben di più, se vi si vede innanzi tutto un problema.

È quello che ci hanno insegnato letture come quelle di Colletti, Napoleoni, Rubin: da cui dobbiamo imparare superando le loro impasse.

In due righe si tratta di questo.

Il valore è un “fantasma” che “prende corpo” nella merce-moneta, sicché il lavoro astratto delle merci si “espone” nel lavoro concreto che produce l’oro.

Come capitale, il valore mira a produrre sistematicamente più valore, in una spirale.

Ma, a differenza dell’Idea hegeliana, ciò al capitale non può riuscire, a meno di un costante e sempre incerto processo di “interiorizzazione” e sussunzione di quell’altro, rispetto al lavoro morto, il lavoro vivo, che pur sempre è erogato da una forza-lavoro “appiccicata” ad esseri umani.

Per questo il capitale è un morto che torna a vivere come “vampiro”, e tanto lo sviluppo quanto la crisi vanno spiegati a partire da quel centro che è il processo immediato di valorizzazione.

Il lavoro vivo, però, va erogato secondo un tempo di lavoro socialmente necessario che dipende dalle tecniche medie, ma anche dal bisogno sociale (possiamo dire, dopo Keynes, dalla domanda “autonoma”).

E la sua messa in moto dipende da una ante-validazione monetaria (possiamo dire, dopo Schumpeter, dal sistema bancario).

Già qui è evidente che Marx non ci basta.

Per dirne una: la teoria della moneta-merce non è accettabile, e senza di essa il rimando del valore al lavoro sembra entrare in crisi.

La sua argomentazione non può perciò essere mantenuta nei termini originali: va ricostruita.

È chiaro pure che la storia, la politica, gli esseri umani in carne ed ossa entrano in gioco.

Ce lo dice proprio lo schema dialettico quando mostra come la totalità non riesce a chiudersi automaticamente su se stessa.

Così, il circolo della totalità si apre all’intervento dei soggetti e delle classi, nei suoi snodi cruciali: il comando sulla moneta come capitale all’apertura del circuito, l’antagonismo sulla prestazione lavorativa nella produzione, la gestione politica della domanda effettiva nella circolazione finale delle merci.

Insomma: Marx ci lascia una eredità insuperata sul momento centrale della totalità.

Per il resto, fare oggi come Marx significa non accontentarsi di Marx, adottandone però la lezione di metodo.

Che ci impone il programma di costruzione di una economia politica critica (dunque, anche, di una critica dell’economia politica del ‘900) sugli altri aspetti del ciclo del capitale, all’altezza dei nostri tempi.

E ci impone di vedere nel lavoro astratto non un lavoro sempre più “deconcretizzato” – perché il lavoro nella produzione è sempre tanto concreto quanto potenzialmente astratto, e l’astrazione latente nella produzione si attualizza soltanto nello scambio finale – ma un lavoro le cui caratteristiche concrete (in certe fasi davvero più “relazionali”, più “ricche”, con maggiore “autonomia”) sono dettate, costruite e limitate dal capitale.

Dentro il ciclo aperto del conflitto e della ristrutturazione.

Se abbiamo perso è soprattutto perché non siamo stati in grado di ricostruire adeguatamente la trasformazione morfologica del capitale.

Farlo significherebbe rilanciare la sfida della teoria marxiana dove la centralità dell’economico rimanda alla contraddizione forza-lavoro/lavoro vivo che si dà, necessariamente e sistematicamente, al suo interno: sfuggendo così alla tenaglia di chi vede la classe sempre disperatamente subalterna o sempre miracolosamente riunificata.

Qui si apre il vero problema.

Come può darsi una ricerca del genere, al di là degli sforzi dei singoli? Bucci scrive su un giornale comunista, quotidiano di un partito comunista.

Non sono loro che dovrebbero essere i veri destinatari di un discorso che si chiede quale sia il valore d’uso per noi di Marx? Chi si deve preoccupare del fatto che tutto di Toni Negri sia disponibile nelle librerie, mentre di Marx quasi niente? Chi può impiegare tempo e denaro in una casa editrice che di questa eredità si curi? Non dovrebbero tanto il giornale quanto il partito impegnarsi in una ricerca che faccia del riferimento ad un Marx problematizzato e non imbalsamato, qualcosa in grado di orientare per davvero l’inchiesta sociale e l’indagine economica, fino a definire l’interpretazione del capitalismo contemporaneo e le linee di politica economica in modo un po’ meno abborracciato ed eclettico? Ma se c’è un luogo dove Marx, al di là di un riferimento ideale privo di ricadute concrete, pare ridondante, e il discorso degli economisti si riduce a un po’ di keynesismo e di sraffismo banalizzati, mi sembra proprio questo quotidiano, e spesso l’elaborazione del partito: per cui è bene che il mio discorso si chiuda qui.

 

da Liberazione del 6 dicembre 2005

SIATE MARXISTI, NON SIATE IMPOLITICI

Quale Marx per il XXI secolo. Una risposta polemica ai precedenti interventi e all’opzione del cosiddetto marxismo dell’astrazione

di Luigi Cavallaro

Il dibattito su “quale Marx per il XXI secolo”, avviatosi su questo giornale grazie agli interventi di Roberto Finelli e Cristina Corradi in replica alla recensione di Tonino Bucci al volume collettaneo curato da Marcello Musto (Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, 2005), ha già evidenziato i nodi dai quali non può prescindere qualunque ripresa della discussione sul lascito teorico e politico del pensatore di Treviri.

In primo luogo, infatti, è emersa la necessità di un approccio rigoroso (soprattutto filologicamente), che non soltanto valga a stabilire una volta per tutte “che cosa esattamente ha scritto Marx”, in modo da differenziarlo da quanto è imputabile all’intervento sul Nachlass dei suoi molteplici editori e glossatori, ma soprattutto a fissare qualche limite a quel continuo “sollecitare i testi” che assai spesso inclina a sovrapporre intentio auctoris, intentio operis e intentio lectoris, vale a dire cose che sarebbe bene tener distinte.

Sotto questo profilo, ha ragione Corradi a sostenere – richiamando quanto affermato da Roberto Fineschi nell’introduzione ad un volume al quale anche chi scrive ha contribuito (Karl Marx.

Rivisitazioni e prospettive, Mimesis, 2005) – che è stato “proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica” a far saltare “le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio”; l’importante, aggiungerei, è non illudersi che i frutti, che speriamo copiosi, dello scavo filologico possano poi autorizzare Tizio o Caia a professarsi, che so, “marxiano” invece che “marxista”: l’unico che poteva dire “je ne suis pas marxiste” è stato, appunto, Marx; i suoi interpreti non possono non esserlo (s’intende, ammesso che lo vogliano).

D’altra parte, è pur vero che la discussione odierna su Marx non ha nulla di quel tempo in cui – per dirla con Bucci – le “sottigliezze dialettiche”, lungi dal restare “confinate nelle aule universitarie”, proiettavano “le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa”, né la differenza è dovuta solo al fatto che non ci sono poi così tante aule universitarie dove si discuta di Marx.

Il problema, piuttosto, mi pare costituito dal fatto che, nonostante il “marxismo dell’astrazione” possa senz’altro rivendicare una fedeltà all’intentio operis di Marx di gran lunga superiore al “marxismo del comune” di ascendenza negriana (dominato, all’opposto, da un’intentio lectoris così prepotente da dimenticare i “diritti” del testo), sono o rischiano di essere radicalmente “impolitiche” le implicazioni che da esso si possono derivare.

Provo a spiegarmi.

Quale fu l’implicazione politica principale del “marxismo della contraddizione”, cioè di quello che dominò l’epoca della Seconda e Terza Internazionale e che assumeva come proprio perno la contraddizione tra “forze produttive” e “rapporti di produzione”? Essenzialmente, quella di porre la rivoluzione all’ordine del giorno.

Il fatto che quest’ultima non sempre si sia data in forme giacobine e che là dove si diede abbia prodotto risultati talvolta perfino esecrabili nulla toglie alla capacità di questo marxismo di mobilitare milioni di donne e uomini, che avranno magari avuto come obiettivo l'”assalto al cielo”, ma intanto venivano a partecipare per la prima volta alla vita politica e sociale.

E negli anni Sessanta, quando cominciarono a circolare i testi giovanili di Marx, cosa si dedusse dal “marxismo dell’alienazione”? Essenzialmente, che le strutture politiche e sociali che erano emerse dalla guerra civile europea (e poi mondiale) del 1914-1945 erano, all’Est come all’Ovest, ancora profondamente infettate dalla Trennung (scissione, ndr), per cui né i lavoratori abitanti nel “campo socialista” né tanto meno i loro omologhi del “campo capitalista” erano riusciti a sussumersi le condizioni della propria produzione e riproduzione, che continuavano al contrario a dominarli, seppure sotto forma di movimento “politico” (e non più solo “di cose”).

E fu la critica al capitale, certo, ma soprattutto ai partiti tradizionali e allo Stato, alle istituzioni universitarie, scolastiche, sanitarie, ecc.

E il “marxismo dell’astrazione”, quali possibilità schiude? Se è vero che, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani, che cose e uomini sopravvivono in superficie mentre tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa e, soprattutto, che questo meccanismo funziona così bene che aumenta sia il numero dei salariati che la durata e l’intensità della giornata lavorativa, cosa ci resta da fare? La domanda non è oziosa.

Se il capitale funziona così bene da colonizzare le nostre vite e il nostro immaginario e perfino da aumentare il numero degli occupati, “resistergli” è velleitario e, prima ancora, insensato: e in effetti, il velleitarismo è l’accusa che viene sempre più spesso mossa ai comunisti, che dal canto loro, nella misura in cui riducono il loro essere comunisti ad un generico “anticapitalismo”, di fatto danno ragione ai loro avversari.

(Alcuni ecologisti l’hanno capito così bene che, per ovviare al problema, hanno sostituito alla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione quella fra “capitale” e “natura”: ma codesto “ecomarxismo”, come si è voluto chiamare, non ha più titoli per rivendicare la propria discendenza da Marx di quanti ne possa vantare il “marxismo del comune”, cioè nessuno.) Intendiamoci: non vedrei nulla di male (né di “antimarxista”) nell’ammettere che da Marx non possiamo più derivare alcuna “teoria della rivoluzione”.

La domanda però è: perché mai dovremmo allora pensare a un “nuovo soggetto rivoluzionario” o alla “costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione” (Finelli), visto che il capitale funziona benissimo? A diverse implicazioni potrebbe giungersi qualora considerassimo la crescita costante della disoccupazione negli ultimi trent’anni e, soprattutto, la circostanza che il capitale non riesce più a riprodursi ai tassi di crescita del secolo XIX (se non nelle periferie del pianeta, dove le condizioni della vita sociale ricalcano più dappresso quelle prevalenti due secoli fa in Europa e nell’America del Nord): si tratta, infatti, di evidenze empiriche che dovrebbero farci comprendere che è insensato continuare ad attribuire al capitale un potere che viceversa è solo l’espressione rovesciata di una nostra intrinseca debolezza.

Ma non c’è cosa più difficile di convincere i marxisti che oggi il capitale è molto più debole di quanto non fosse ai tempi di Marx: credere in un capitalismo onnipotente è per loro molto più rassicurante, perché dispensa dalla ricerca delle proprie insufficienze teoriche e pratiche e, proiettando in futuro fantastico la plenitudo temporis, permette di eludere la resa dei conti col “comunismo realizzato” (quello statuale) e coi problemi che esso ha posto all’ordine del giorno, in Oriente come in Occidente.

Di questi, uno mi pare davvero centrale, ed è quello che troppo banalmente si è definito come “fine del lavoro”.

Non se ne può dire qui; c’è spazio solo per avvertire che la sua mancata comprensione fa sì che ancor oggi “il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato” (Marx): la diminuzione del tempo di lavoro necessario, connessa all’enorme sviluppo tecnologico del secolo appena concluso e soprattutto dai nuovi rapporti sociali entro cui esso ha potuto dispiegarsi in modo non distruttivo durante i “trenta gloriosi keynesiani”, trionfa infatti al momento “così come per esempio trionfa con forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa”.

Non sarà per questo che aumentiamo l’età pensionabile pur essendo pieni di disoccupati e di disperati che premono alle frontiere alla ricerca di lavoro?

 

da Liberazione del 21 Dicembre 2005

NO IL CAPITALE NON È TUTTO. RICORDIAMOCI DELLA CLASSE

Quale Marx per il XXI secolo. Prosegue il dibattito sul volume critico “Sulle tracce di un fantasma”.

Un intervento critico contro la tesi che oggi il capitalismo sia un astratto meccanismo che riduce gli individui a maschere in superficie

di Massimiliano Tomba

Nel 2005, non solo in Italia, sono apparsi in libreria diversi libri su Marx.

Sulle colonne di questo giornale la recensione di Tonino Bucci al volume Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, edito dalla manifestolibri e curato da Marcello Musto, ha suscitato una discussione forse impensabile fino a pochi anni fa.

Riccardo Bellofiore ha posto una giusta questione quando chiede come mai “tutto di Toni Negri sia disponibile nelle librerie, mentre di Marx quasi niente?”.

Probabilmente perché, al di lá delle mode, c’è un’urgenza generazionale di politica che mal sopporta sia la fatica del lavoro teorico sia i vecchi riferimenti a un Marx imbalsamato.

Siamo tutti d’accordo, credo, nell’affermare che ció di cui abbiamo bisogno è un Marx problematizzato, magari anche pensato contro i suoi limiti, ma che ci permetta di “ricostruire adeguatamente la trasformazione morfologica del capitale”.

La questione posta da Tonino Bucci si ripresenta allora nella sua bruciante attualità.

Essa riguarda il rapporto tra teoria e prassi.

Ed è in fondo da qui che ha preso le mosse la discussione.

Con chi, come Cristina Corradi, esorta a “prendere sul serio il lavoro teorico” e denuncia alcuni esiti nefasti del primato della prassi nel marxismo della seconda metá del Novecento.

Inutile in questa sede ripercorre presunti o reali malintesi del primato della prassi e della politica sulla teoria.

Il problema che attraversa queste discussioni si annida probabilmente proprio nella struttura del dualismo teoria-prassi: la sua forma dicotomica porta ad accentuare di volta in volta uno dei due aspetti, mentre ad essere vero non è né l’uno né la l’altro.

E tanto meno una loro presunta superiore sintesi di ascendenza hegeliana.

Il giovane Marx si trovó di fronte ad un problema analogo mentre cercava di uscire dalle pastoie della riflessione posthegeliana.

Nella prima delle sue Tesi su Feuerbach considerava parimenti inadeguati sia il materialismo sia l’idealismo: se il primo guarda la realtà solo come oggetto, il secondo ne sviluppa astrattamente il lato attivo, tralasciato appunto dal materialismo.

Ma nessuno dei due punti di vista è vero, perché nessuno dei due è in grado di cogliere l’oggetto come prassi, vale a dire soggettivamente.

Qui Marx, per la prima volta, giunge a una nozione di verità che è intimamente intrecciata alla praxis.

Non ci sarebbe peró arrivato senza la lezione appresa nelle organizzazioni comuniste che iniziava a frequentare in quegli anni, e ancor meno senza la lezione della rivolta dei tessitori slesiani del 1844.

È qui che impara a conoscere la natura di classe di quel conflitto: la rivoluzione nella rivoluzione.

Marx coglie cioè la rivoluzione sociale che attraversa la rivoluzione politica; una rivoluzione che emerge dalle faglie aperte da dinamiche di classe che restano oscure a chi guarda solamente al rapporto tra individuo e comunità politica.

Con questo Marx opera un duplice simultaneo spostamento: assieme all’angolo prospettico dal quale guardare la società viene spostato l’intero piano della riflessione.

Fu una mossa spiazzante.

Impensabile senza la radicale assunzione nella teoria della prassi rivoluzionaria dei proletari.

Ben venga l’edizione critica delle opere marxiane se puó servirci a fare maggiore chiarezza su questi rapporti tra riflessione politica, analisi economica e intervento pratico nelle situazioni, aspetto, quest’ultimo, sempre presente in Marx.

Politicamente ci serve oggi quel gesto marxiano.

Il carattere astratto che Bucci imputa al “marxismo dell’astrazione” di Finelli ha a che fare con un vecchio problema relativo al rapporto teoria-prassi.

Finelli legge la globalizzazione come un processo di “accumulazione di ricchezza astratta che s’è fatta talmente dominante e tendenzialmente assoluto del mondo contemporaneo da superare i confini e il potere dello Stato-nazione”.

Insomma, assisteremmo secondo Finelli ad un “processo di totalizzazione del capitale” nel quale il valore diviene un soggetto automatico, e gli individui concreti sue funzioni.

Ed è certo innegabile che la sussunzione del valore d’uso nel valore di scambio si presenti oggi nei termini del dominio dell’astratto.

Ma allora di fronte a questo “processo di totalizzazione del capitale” o ci si consegna a una nuova filosofia della storia che profetizza il crollo del capitalismo sotto i colpi di un comunismo che esso stesso produrrebbe al proprio interno, o non resta che auspicare una qualche forma di resistenza che ne trattenga gli aspetti piú mortiferi.

Se non troviamo oggi il gesto capace di cogliere l’oggetto soggettivamente, come prassi, rischiamo un’immagine totalizzante o apocalittica del capitale.

Due facce della stessa medaglia.

È invece necessario ridiscendere nei laboratori segreti della produzione, ricostruire le catene del valore che si stagliano non nello spazio neutro e indifferenziato della globalizzazione, ma nei percorsi molto piú accidentati segnati dalle insorgenze del lavoro vivo.

È questo il lato soggettivo, la prassi da indagare dentro quei processi, nelle nervature concrete delle pratiche di classe.

Senza attribuire a quest’ultimo concetto, oggi decisamente démodé, alcuna valenza sociologica.

Se non siamo in grado di attualizzare questo gesto marxiano, continueremo ad aggirarci nelle ambiguità del rapporto tra teoria e prassi, e vedremo ancora nelle librerie piú Toni Negri che Marx.

 

da Liberazione del

MARX, BENE COMUNE

di Domenico Jervolino

Sulle colonne di Liberazione si sta svolgendo da qualche tempo un dibattito sul libro – curato da Marcello Musto ed edito dalla manifestolibri – Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Marx tra filologia e filosofia – che raccoglie gli atti di un convegno organizzato a Napoli tra il 1 e il 3 aprile 2004 da un pool di istituzioni universitarie ed extrauniversitarie, prevalentemente napoletane, ma non solo, essendo diventata Napoli in quest’occasione il punto d’incontro di studiosi provenienti dalle principali nazioni europee con presenze che spaziavano dall’Estremo Oriente all’America Latina.

Ho fatto parte, con Giuseppe Cacciatore e Roberto Finelli, del Comitato scientifico del Convegno e finora ho ritenuto più opportuno finora lasciare la parola a chi non aveva partecipato alla organizzazione di quell’evento e non era uno degli autori del libro.

Ma ora mi pare giusto prendere la parola, anche perché sono state sollevate questioni che mi coinvolgono non solo come co-autore del libro, ma come militante di Rifondazione.

Il problema è tutto nel rapporto fra studi su Marx e lavoro politico.

C’era un tempo che le diverse letture di Marx avevano riflessi immediati nell’azione politica dei partiti e dei movimenti socialisti e comunisti, ora c’è una distanza che può persino apparire siderale fra le ricerche e i dibattiti teorici e l’agire politico quotidiano.

Sicuramente è un bene per la libertà della ricerca che può procedere senza essere sottoposta a controlli, influenze, censure.

Ma questa distanza può anche indurre una frustrazione in chi si occupa di Marx e di marxismi, come se si trattasse di cosa irrilevante per le scadenze dell’oggi.

È possibile ricostruire un rapporto fra lavoro culturale e lavoro politico senza cadere negli errori del passato (mi riferisco non al nostro breve passato, ma a quello dei partiti socialisti e comunisti storici) senza pretese di ricavare per deduzione la giusta linea né di orientare gli studi in base a direttive di partito? È una questione difficile, ma da non eludere.

Nel cercare una risposta, io partirei – forse la cosa potrà stupire – da una concezione che ci è diventata familiare negli ultimi tempi, vale a dire la conoscenza come bene comune e come fondamento di una democrazia rinnovata sulla base di un concetto universalistico ed egualitario di cittadinanza.

Che c’entra questo con Marx? C’entra.

Significa che noi vogliamo un partito fatto di compagni e di militanti che conoscano Marx, che sappiano leggerlo, che sappiano fare i conti col suo pensiero perché vogliamo un partito, dei compagni, dei militanti colti.

E potrei aggiungere dei cittadini colti (e vorrei ricordare anche che nel movimento operaio dei primi decenni, ancora ai tempi di Rosa Luxemburg, prima di chiamarsi compagni, ci si chiamava cittadini, con riferimento all’eredità rivoluzionaria della rivoluzione francese e delle sue famose tre parole d’ordine: libertà, fraternità, eguaglianza).

Significa che Marx appartiene alla cultura dell’umanità ed è un riferimento indispensabile per qualsiasi sapere critico.

Non l’iniziatore di una forma di conoscenza esoterica, riservata a un tipo particolare di persone, destinate a diventare inevitabilmente una setta o creare una ortodossia.

Questo è certamente la ragione per la quale Marx non si dichiarava marxista e durante tutta la sua vita non ha mai cessato di confrontarsi con i punti alti della cultura dei suoi tempi.

Quindi in breve: riappropriarsi dell’opera (ancor in parte sconosciuta) di Marx, farla diventare un bene comune dell’umanità, costruire una cultura che – come diceva la Lettera a una professoressa – consiste in due cose: possedere la parola e appartenere alla massa.

E sulla base di questi presupposti battersi per una democrazia che si fondi sul protagonismi di soggetti che posseggono la parola e sono impegnati in un processo senza fine (perché non si cessa mai di imparare) di apprendimento critico della società in cui viviamo, dei suoi processi, delle sue dinamiche.

Questo mi pare l’obiettivo che può degnamente proporsi un partito di tipo nuovo, che sappia sfuggire alle sabbie mobili dei dogmatismi, alle chiusure settarie d’ogni genere, alle paludi dell’indifferenza e al cinismo della politica politicante.

 

recensione da CRITICA MARXISTA di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia

«ASTRAZIONE E FANTASMI» DI NUOVO SULL’ATTUALITÀ DI MARX di Roberto Finelli

Gli atti un un convegno su Marx «tra filologia e filosofia» ripropongono, insieme con l’importanza e la vitalità dell’opera marxiana, i nodi centrali del suo pensiero.

Il capitale come egemonia di un soggetto astratto e la centralità del nesso Hegel-Marx.

Il recente volume della Manifestolibri, Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di K. Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, riproduce gli atti di un convegno internazionale che si è svolto a Napoli nell’aprile dello scorso anno sul pensiero e l’opera di Marx nel suo complesso, dalla giovinezza alla maturità.

L’assise napoletana, come non poteva essere diversamente, ha avuto assai poca eco sui media.

Eppure il convegno, organizzato, a partire da un’iniziativa dello stesso curatore del volume, da professori e ricercatori delle Università di Napoli (Federico II e l’Orientale) e dell’Università di Bari, dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall’Istituto Suor Orsola Benincasa, ha visto non solo il concorso di molti studiosi internazionali, dall’Europa, dall’America latina, dal Giappone e dalla Cina, ma ha rappresentato, a mio avviso, in modo pubblico e ufficiale – e qui sta il suo valore di fondo – la ripresa del marxismo teorico italiano.

Nel senso di una rimessa sulla scena e di un confronto con l’attualità del postmoderno della teoria più astratta e sistematica di Marx, considerata sia filologicamente nella complessità della sua pagina scritta e delle sue varie sedimentazioni e stesure, sia filosoficamente nella coerenza o meno, quanto a percezione e coglimento della realtà, del suo tessuto di concetti.

Il marxismo filosofico in Italia è stato dichiarato morto, com’è noto, a una data precisa, coincidente con il 1974, l’anno in cui Lucio Colletti, pubblicando la sua Intervista politico-filosofica, si accorgeva, diversamente da quanto aveva pensato fin’allora, che la teoria della contraddizione storico-sociale di Marx era assai condizionata dalla dialettica di Hegel e conseguentemente che, rappresentando Hegel il massimo del pensiero fallace e antiscientifico, il marxismo non poteva costituire un sistema veridico di pensiero.

Così poiché Colletti era accreditato, nel bene e nel male della sua produzione teorico-politica precedente, come il teorico marxista più conosciuto e più celebrato sul piano filosofico, ne era derivato – in tempi già d’incipiente febbre pubblicitaria postmoderna e di scarsa attitudine alle letture serie e approfondite – che la sua dichiarazione valesse coram populo a seppellire il marxismo come filosofia e a liberare il rapido rotto di molti somarelli, ormai estenuati dal peso della vecchia soma, verso pascoli, ben più nutrienti, di una cultura dialogico-democratica conciliata con un capitalismo sano o risanabile e con il volgimento dell’intera realtà in linguaggio, sia nella versione analitico-positivistica che in quella continentale-ermeneutica.

Non è un caso perciò che il convegno di Napoli sia ripartito proprio da dove il marxismo italiano con Colletti era presuntivamente giunto alla sua fine – dalla centralità del nesso Hegel-Marx –, mostrando quanto, indipendentemente dalle conclusioni un po’ tranchant e a effetto dell’Intervista politico-filosofica, non solo in Italia, ma in Inghilterra, in Germania, in Olanda, in Giappone, prima, durante e dopo, si sia continuato a studiare e a indagare con rigore critico il testo di Marx, trovando in esso non solo un classico della modernità, ormai consegnato alla storia, ma un interprete insostituibile del presente e dell’attuale passaggio tra moderno e postmoderno.

Filologia e storiaIntanto, come prima cosa, la situazione filologica ed editoriale dell’opera di Marx, alla quale, come condizione primaria per qualsiasi approfondimento teorico, è stata dedicata non a caso la prima sessione del convegno napoletano.

Com’è noto e com’è ovvio, la storia editoriale delle opere di Marx ed Engels non poteva non essere profondamente intrecciata con la storia del movimento comunista internazionale e in particolare dell’ex Unione Sovietica.

La prima edizione critica delle opere complete, conosciuta anche con la sigla MEGA (Marx Engels Gesamtausgabe) fu avviata negli anni venti e stampata a Berlino e Francoforte sotto la guida intelligente e colta dello studioso russo David B.

Rjazanov e interrotta, dopo la pubblicazione di alcuni volumi, quando lo stesso Rjazanov e numerosi suoi collaboratori russi e tedeschi furono fisicamente eliminati dal terrore staliniano degli anni trenta, a ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della violenza di quello sciagurato regime fatto passare per realizzazione del comunismo.

Nel secondo dopoguerra, dopo la morte di Stalin, e malgrado le notevoli resistenze alla ripresa di un’edizione criticamente accurata che implicava il rischio di evidenziare fragilità e incrinature del corpus teorico del marxismo, la pubblicazione di una seconda e nuova MEGA fu avviata con l’istituzione di diversi centri di studio, tra i quali quelli di Mosca e Berlino Est, durante gli anni sessanta.

Il progetto iniziale era di 100 volumi (ciascuno doppio perché corredato di un secondo volume, costituito da un apparato di note), poi portati a 165, divisi in quatto sezioni: Ia, Opere, Articoli, Abbozzi; IIa, Il capitale e lavori preparatori; IIIa, Epistolario; IVa, Estratti, Appunti, Marginalia.

Quando erano stati pubblicati circa 40 volumi, il crollo dei regimi dell’Unione Sovietica e della Repubblica Democratica Tedesca ha rischiato di mettere definitivamente la parola fine all’impresa, basata sulla pubblicazione integrale, e dotata di amplissimi apparati critici, del corpo dei manoscritti di Marx ed Engels, originariamente lasciati da una delle figlie di Marx al Partito socialdemocratico tedesco e due terzi dei quali sono ora in Olanda, in possesso dell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam, e un altro a Mosca, presso l’Archivio di Stato russo per la storia politica e sociale.

L’istituzione di una fondazione internazionale (IMES = Fondazione Internazionale Marx Engels), cui partecipano l’Istituto di Amsterdam e la Karl-Marx-Haus di Treviri (finanziata dalla Fondazione Ebart), l’accoglimento economico e culturale dell’impresa sostanzialmente da parte della Repubblica federale tedesca, la metamorfosi della vecchia Accademia delle scienze di Berlino Est nella nuova Accademia delle scienze di Berlino e del Brandeburgo (presso cui ora viene concentrata la fase finale di redazione dei testi), il passaggio dalla vecchia casa editrice Dietz Verlag, legata al vecchio regime della Ddr, alla nuova casa editrice, lo Akademie Verlag, di fama accreditata per l’edizione di classici della filosofia come Aristotele, Leibniz e Feuerbach, ha consentito, con una nuova struttura finanziaria e organizzativa, di riprendere, con un minimo ridimensionamento dei volumi del progetto, il lavoro e le pubblicazioni.

Di tutto ciò, dei criteri filologici e culturali di edizione, della sistematicità dell’elaborazione elettronica dei dati per una futura edizione su Cd-Rom, dello stato attuale dei volumi in corso di lavorazione, al convegno di Napoli hanno dato conto Manfred Neuhaus, responsabile del gruppo di lavoro per la MEGA dell’Accademia berlinese, e Gerald Hubmann, responsabile del Marx Engels Jahrbuch, l’annuario dell’Accademia dedicato ai problemi, anche teoricoconcettuali, della pubblicazione delle opere.

Malcom Sylvers, che si occupa in Italia, presso l’Università di Venezia, dell’edizione di volumi della terza sezione della MEGA, ha invece illustrato, più specificamente, l’enorme valore dell’epistolario marx-engelsiano, indispensabile per ricostruire non solo il rapporto tra i due, ma più in generale la rete di comunicazione che, attraverso le lettere, si venne a costituire tra i profughi sconfitti della Rivoluzione del 1848, sparsi nei vari angoli dell’Europa e degli Stati Uniti.

In particolare Sylvers nella sua relazione ha dato conto dei contenuti e dei problemi di un volume futuro della terza sezione (la corrispondenza di Engels per il periodo di aprile 1888-settembre 1889), appunto curato da lui stesso insieme a due colleghi tedeschi, i cui temi sono i nascenti movimenti socialisti in Europa e negli Stati Uniti, la fondazione della Seconda Internazionale, il lavoro editoriale per il terzo volume del Capitale e la traduzione degli scritti di Marx ed Engels in varie lingue (di cui la corrispondenza con Martignetti per la lingua italiana): ricco e vario carteggio da cui emerge tra l’altro anche un profilo della vita quotidiana di Engels.

Izumi Omura, docente dell’Università giapponese di Sendai, ha illustrato l’enorme mole di lavoro, a elevatissimo livello di informatizzazione, che il suo gruppo di lavoro (verosimilmente il più ampio di tutti i gruppi di lavoro MEGA) sta svolgendo.

Infine Gian Mario Bravo, con la sua competenza e accuratezza di sempre, ha trattato in modo approfondito, sul piano storiografico, della questione della diffusione e volgarizzazione del marxismo nell’Italia postunitaria della seconda metà dell’Ottocento.

Mostrando quanto, fatta eccezione per l’opera di Antonio Labriola, il nascente socialismo italiano di quell’epoca abbia avuto una fondazione teorica essenzialmente positivistica, assai lontana, se non per una popolarizzazione di superficie, dalla tematiche di Marx, e soprattutto incapace di consegnare al proletariato e alle classi popolari della nuova Italia una visione culturale, oltre che etico-politica, originale e autonoma dal modo di pensare e di valutare delle classi dominanti.

Infine, non va certamente trascurata la relazione che, in questa sezione del convengo, la professoressa Wei Xiaoping, membro dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia cinese di scienze sociali, ha svolto sulla situazione degli studi marxisti in quel paese, testimoniando quanto anche qui sia importante l’edizione critica della nuova MEGA per un lavoro degli studiosi cinesi che vogliano sottrarsi alle rigidità e all’eccessiva esposizione politica della tradizionale lettura di Marx caratteristica del passato.

Il capitale come egemonia di un soggetto astrattoPassando al piano più propriamente teorico del pensiero di Marx di cui s’è trattato a Napoli, gli organizzatori del convegno hanno voluto centrare la discussione in particolare sul Marx dei Grundrisse e del Capitale, ritenendo che è nell’opera matura, ben più che nei testi giovanili (Critica della filosofia statuale di Hegel, Manoscritti economico-filosofici) come nei testi di definizione della filosofia del materialismo storico (La Sacra famiglia, L’ideologia tedesca e la Miseria della filosofia), che si gioca o meno la forza dell’attualità di Marx nel leggere il moderno, o più esattamente il postmoderno del moderno.

Ed è un nuovo paradigma interpretativo – il cosidetto marxismo dell’astratto – che, a partire da alcune relazioni, s’è venuto proponendo al centro della questione.

Per dire cioè che, nella storia dei marxismi che ha contrassegnato il XIX e il XX sec.

– prima il marxismo della contraddizione, quale teoria dell’evoluzionismo storico, comune alla Seconda e Terza Internazionale, basata sulla contraddizione tra il polo positivo delle forze produttive e quello negativo dei rapporti di produzione, e poi nel secondo dopoguerra il marxismo dell’alienazione, quale scoperta del giovane Marx, teorico dell’uomo e del suo rovesciamento nei prodotti del suo lavoro alienato – è proprio la realtà che tutti, o almeno noi occidentali, stiamo vivendo di un mondo del concreto sempre più svuotato di gusto, di qualità, di emozioni dall’accumulazione della ricchezza astratta del capitale, a far avanzare ed estrarre dall’opera marxiana la presenza di un terzo canone di lettura della storia moderna fino all’attualità dei nostri giorni che è appunto quello del marxismo dell’astrazione.

Quest’ultimo fa dell’astrazione – ossia della ricchezza solo quantitativa del Capitale, indifferente nella sua accumulazione al mondo qualitativo dei valori d’uso e dei bisogni degli esseri umani – il vero soggetto, dominante ed egemonico, della modernità.

Questo marxismo dell’astrazione, lasciando cadere una lettura, umanistica e antropocentrica, della storia, non nega ovviamente l’azione, la resistenza e l’iniziativa delle classi subalterne e dei portatori di forza-lavoro nel confronto con il capitale, ma sostiene che il vero soggetto moderno non sono i produttori, quanto il capitale, quale universale che, proprio per la sua indifferenza ai processi materiali in cui si incorpora, può diffondere il suo dominio su tutti gli spazi naturali e antropomorfi della realtà.

E legge appunto la modernità, e quella sua intensificazione che è la post-modernità, non tanto attraverso la categoria canonica della opposizione-contraddizione (secondo cui un soggetto collettivo urta e configge contro la realizzazione alienata ed espropriata di sé), quanto attraverso quella dell’astrazione-svuotamento, secondo la quale l’astratto, più che opprimere e reprimere dall’esterno il concreto, lo colonizza dall’interno, riempiendolo della sua logica e svuotandolo di un suo proprio significato, ma lasciandolo sopravvivere, in pari tempo, nella cornice esteriore ed apparente della sua superficie.

Le relazioni di Chris Arthur, Riccardo Bellofiore, Roberto Finelli, Michael Kraetke, Geert Reuten, hanno discusso approfonditamente di tutto ciò, nell’assenso e nel dissenso, ma concorrendo tutti a far avanzare sulla scena teorica la presenza e il rilievo di questo nuovo paradigma interpretativo.

Bellofiore in particolare, connettendo la centralità della produzione, e del confronto in essa tra lavoro concreto e lavoro astratto, ad una teoria del circuito monetario che non impedisca alla critica dell’economia politica di Marx di dar conto dell’importanza fondamentale oggi dei fenomeni monetari e della asimmetria del capitale finanziario e del capitale creditizio rispetto al capitale produttivo.

Come per altro rivendicando l’attualità delle categorie marxiane nel criticare tutte le estremizzazioni teoriche che pretendono di equiparare il postmoderno e le trasformazioni economiche del postfordismo con una società cosiddetta della fine del lavoro, quando ciò che sta accadendo anche nei paesi sviluppati è proprio un aumento, a vario titolo, della lunghezza della giornata lavorativa e dell’intensità della prestazione lavorativa.

Anche per Chris Artuhr le categorie di ricchezza astratta e di lavoro astratto sono indispensabili per comprendere come la riflessione di Marx abbia concepito il Capitale essenzialmente come un principio economico che tende a universalizzarsi e a costituirsi come sistema generale della vita e della riproduzione sociale: non dunque solo rapporto tra singoli imprenditori e determinati gruppi di classe operaia, ma come universale astratto, in senso forte, che con la sua logica di accumulazione vuole pervadere tutti gli ambiti dell’esistenza.

Ed infatti Arthur, come Finelli – ma con delle significative differenze tra i due – ha riproposto in termini originali ed assai approfonditi il tema del confronto-derivazione del Capitale di Marx dalla Scienza della logica di Hegel, quale opera par excellence della filosofia moderna dedicata ai modi dell’articolarsi e del distribuirsi sull’intero campo della vita di una totalità.

A conferma anche qui di quanto la pretesa conclusione del marxismo teorico in Italia, compiutasi con Colletti, abbia preso le mosse da una assai sbrigativa liquidazione di Hegel, visto, alla Popper, come un pensatore oscurantista e premoderno che avrebbe tradotto e razionalizzato in termini concettuali un contenuto sostanzialmente teologicoreligioso, antiscientifico e antistorico.

Laddove nel convegno napoletano, soprattutto nella sezione dedicata al Capitale, la rivalorizzazione di Marx nel leggere le astrazioni e le immaterialità del postmoderno è tornata a fare uso profondamente del rapporto di Marx con Hegel, ma questa volta sottratto alle ipoteche di pesante umanismo e antropocentrismo entro le quali la querelle tra storicismo da un lato e scientismo antistoricista dall’altro lo aveva comunque limitato nella seconda metà del Novecento.

È appunto all’uso impersonale della «totalità» in Hegel, ma sottratta alla rifondazione antropomorfa nel lavoro e nella prassi umana che ne fa Lukács nell’Ontologia dell’essere sociale, che ora si guarda, per sottrarre contemporaneamente Hegel da un volgare riduzionismo spiritualistico-telogico e Marx da una filosofia della storia centrata sul prometeismo dell’homo faber e sul trionfante sviluppo delle sue forze produttive.

Per altro in questa rottura di una icona interpretativa che ha costituito il canone dei diversi marxismi ufficiali del XIX sec.

(la progressione materialistica della dialettica dallo spiritualismo di Hegel, via Feuerbach, al materialismo di Marx) e in una riaffermata continuità, ma appunto a partire da altre categorie e da altre mappe concettuali, tra l’opera di Marx e l’idealismo tedesco, significativa è stata a Napoli la proposta di un cosidetto «paradigma schellinghiano», quale quella avanzata da Enrique Dussel.

Per Dussel infatti, il cui ispirarsi tra altre fonti anche alla teologia della liberazione della chiesa povera sudamericana è evidente, Grundrisse e Capitale vanno compresi a muovere dal nesso di opposizione fondamentale della modernità: dalla capacità cioè del sottosviluppo più radicale di creare lo sviluppo più opulento, della povertà assoluta di costituire la fonte della ricchezza più ricca.

In una connessione intrinseca, di cui Marx dà conto in pagine celebri dei Grundrisse e che per Dussel si legano appunto alla teorizzazione che l’ultimo Schelling (quello della Filosofia della rivelazione) fa del fondamento dell’Assoluto come non-essere, che nella sua assenza di contenuto, è potenza e potenzialità di ogni contenuto possibile.

Per cui ciò che se ne ricava sul piano geo-politico è che, più che la classe operaia tradizionale dell’Occidente novecentesco, sarebbero ora, più complessivamente, le masse povere del terzo e quarto mondo a costituire i soggetti collettivi di una possibile trasformazione futura.

A sottolineare ulteriormente quanto il convegno napoletano non sia stato una mera celebrazione di un Marx, consegnato ormai come classico al passato, v’è stata infine la proposta di lettura del Capitale, e insieme della modernità, che Jacques Bidet sta approfondendo ormai da un quindicennio.

Per l’autore francese, direttore tra l’altro della rivista Actuel Marx, il discorso di Marx sulla struttura economica del capitalismo caratterizzata da relazioni di sfruttamento e di disuguaglianza, per essere fatto ben valere nella comprensione del mondo contemporaneo, non può essere disgiunto dall’operare di quell’altro piano fondante la modernità, da lui definito metastruttura: dal fatto cioè che solo nella modernità è stato ed è possibile mettere insieme individui attraverso libera scelta, dandosi così luogo a relazioni contrattuali, che dall’interindividualità vanno all’associatività e alla centricità del potere statale.

Questa metastruttura del moderno, costituita da relazioni contrattuali di varia natura, esprime per Bidet un trascendentale della modernità, nel senso di rappresentare un insieme di condizioni che stanno a base – sono il presupposto – di qualsiasi formazione storico-sociale concreta del moderno, venendo nello stesso tempo sempre posti, riprodotti, dal funzionamento sociale effettivo.

Ispirando la sua concezione a una possibile mediazione tra marxismo e contrattualismo, Bidet ne deriva perciò non solo che società liberale e società comunista vanno concepite come due possibili variazioni, due possibili casi all’interno di tale metastruttura generale, ma soprattutto che a muovere dalla compresenza di diversi piani relazionali si potrebbe giungere a concepire un modo di produzione, caratterizzato dal mercato, ma autonomo dalla presenza e dalla funzione del capitale.

Tra etica e politica, «comunismo della finitudine» ed ermeneuticaLa sezione più etico-politica del convegno ha visto le relazioni di Gianfranco Borrelli, Giuseppe Cacciatore, Mario Cingoli, Domenico Jervolino, Domenico Losurdo, Marcello Musto, Peter Thomas, André Tosel.

Il giovane studioso australiano Peter Thomas, occupandosi di quell’opera assai singolare che è la dissertazione di laurea di Marx sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicureo, ha argomentato di come e quanto la nuova ricerca su Marx debba abbandonare metodologie e criteri d’indagine superati e stereotipi, legati alla vecchia mitologia dell’eroe che fin dall’infanzia anticipa con segni premonitori, senza mai accedere all’errore o alla contraddizione, la pienezza della verità matura.

Così la tesi di laurea di Marx sul confronto tra i diversi sistemi dell’atomismo antico va sottratta ad ogni forzatura di materialismo supposto già presente a priori e restituita alla concretezza della lotta ideologica e culturale-politica che costituiva allora l’orizzonte della formazione e della riflessione marxiana, come all’opposto non va iscritta in un’ispirazione unicamente idealistica, che farebbe del giovane Marx un pensatore inizialmente completamente subalterno ad Hegel.

Va cioè contestualizzata storicamente all’interno della problematica dei Giovani hegeliani (del cui gruppo allora il giovane Marx faceva parte) e teoricamente rispetto alla questione di che cosa significasse allora la funzione della «critica» culturale.

E, specificamente, cosa significasse in quel testo per il giovane Marx cominciare a mettere in scena una sua critica della critica, visto che la battaglia culturale contro la religione per garantire maturità laica e razionale allo Stato moderno non sembrava mantenere quella promesse di emancipazione su cui pure avevano sperato i Giovani hegeliani.

A proposito della complessità di sensi e della molteplicità di atteggiamenti che si aprono nell’opera di Marx rispetto al termine e al concetto cruciale di «materialismo», un’attenta relazione di Mario Cingoli, riferita anch’essa soprattutto all’opera del primo Marx, ha espresso la necessità di considerare il rapporto del giovane Marx con il materialismo, suddividendolo in tre fasi.

Una prima fase in cui Marx, sotto l’esplicita influenza di posizioni romantiche e della Naturphilosophie non hegeliana prima, e di Hegel dopo, è decisamente critico nei confronti del materialismo.

Questa fase comprende i primi scritti letterari, o Quaderni preparatori alla Dissertazione di laurea, la Dissertazione stessa, gli articoli sulla Rheinische Zeitung.

Una seconda fase, che si esprime soprattutto con la Critica della filosofia del diritto di Hegel, in cui Marx, sotto l’influenza di Feuerbach e del suo modulo critico dell’inversione soggetto-predicato, si sposterebbe verso una posizione che sarebbe in sé già materialistica, ma conservando nello stesso tempo una forte diffidenza verso il termine «materialismo » in quanto tale: non a caso parla assai criticamente di «crasso» materialismo o di «astratto» materialismo).

Una terza fase, a partire dai Manoscritti del ’44 (fondamentali anche da questo punto di vista), nella quale anche il termine «materialismo» viene assunto in un’accezione via via più positiva.

Di questa fase si considerano diversi momenti: nel celebre excursus della Sacra famiglia alla difesa del materialismo si collega ancora l’influenza della Naturphilosophie; intanto Marx si impegna a differenziare la propria posizione da quella di Feuerbach, definita «statica»: si tratta, per Marx, di mettere in evidenza anche l’attività degli enti naturali «uomini», tramite cui essi lavorano la restante natura e insieme costruiscono la loro storia, e di giungere quindi a un materialismo «storico» e «dialettico» (in questo periodo, a differenza della posteriore scolastica, i due termini sono strettamente collegati).

Viene poi esaminata rapidamente la posizione del Marx della maturità; in connessione col testo di Schmidt Il concetto di natura in Marx[1] si mette in rilievo che per Marx, sempre più volto agli studi di economia politica, la natura appare essenzialmente come «base» del lavoro umano; non manca però, sia pure in sottofondo, un’ontologia materialistica, ed appare fondamentale il rapporto con la teoria di Darwin.

Si parla infine brevemente della posizione engelsiana: si evidenziano i limiti, ma anche l’importanza di essa, e l’esigenza di svilupparla ulteriormente.

Anche la relazione di Marcello Musto sul Marx parigino dei Manoscritti economico-filosofici, uscendo da canoni tradizionali e consolidati della tradizione marxista, ha ben mostrato come, alla luce dell’edizione critica della MEGA, il primo documento organico della riflessione marxiana sull’economia politica debba essere riletto e contestualizzato nell’ambito della complessiva attività di Marx in quel periodo: e dunque in un confronto-rispecchiamento costante soprattutto con i Quaderni di estratti che Marx viene raccogliendo durante il soggiorno parigino.

Tanto che per Musto ciò che di fondo si ricava da tale comparazione è che i Manoscritti economico-filosofici non possono essere considerati come un testo coerente e steso da Marx in maniera sistematica e preordinata.

Le tante interpretazioni che hanno voluto attribuirvi il carattere di un pensiero concluso, tanto quelle che vi hanno sottolineato la presenza e l’acquisizione già della piena maturità del pensiero marxiano, quanto quelle che l’hanno letta come l’opera di una teoria già formata e definita ma opposta a quella della critica dell’economia politica della maturità, risultano confutate dall’esame filologico.

Disomogenei e ben lungi dal presentare una stretta connessione tra le parti, sono, piuttosto, evidente espressione di un pensiero in movimento.

Basti pensare che il primo manoscritto è quasi poco più che una raccolta di citazioni, già trascritte da Marx nei suoi quaderni di lettura.

A testimonianza di un modo di lavorare e di pensare che, in questo primo approccio di Marx a temi di teoria economica, si componeva appunto di estratti dai testi che studiava, di riflessioni critiche in merito a questi ed elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta.

Per cui separare i Manoscritti economico-filosofici dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può indurre a gravi errori interpretativi.

Per quanto riguarda il Marx che maggiormente ha riflettuto sulle forme politiche della modernità, Giuseppe Cacciatore, nella sua relazione sulla democrazia in Marx, ha fortemente valorizzato il contrasto che nello svolgersi dell’opera marxiana si dà tra due concetti di democrazia e di Stato moderno.

Quelli, più noti tradizionalmente, di una forma particolare di potere politico legato a una determinata configurazione socio-economica della società civile borghese-capitalistica, presente negli scritti di Marx dall’Ideologia tedesca in poi (lo Stato come comitato d’affari della borghesia).

E quelli invece presenti nei primissimi scritti del giovane Marx (gli articoli della Rheinische Zeitung del 1842 e, soprattutto, la Kritik des Hegel’schen Staatrechts del 1843), nei quali la democrazia e lo Stato politico vengono assunti in un significato radicale, come possibili forme di emancipazione e di liberazione delle energie della vita di un popolo.

Cacciatore ha approfondito in particolare questa prima concettualizzazione dello Stato e della democrazia da parte di Marx, sottolineando come nel primo Marx vi sia il tentativo teorico di radicalizzare le forme della politica moderna, non semplicemente negandole e rovesciandole in termini rivoluzionari, bensì traducendo e trasferendo il loro potenziale di universalità dal formalismo giuridico-politico della tradizione liberale a una mediazione più concreta di forma e contenuto, in cui la vita popolare possa trovare nella vita politica appunto il contenitore e i luoghi di possibilità della sua più ampia autoespressione.

La democrazia si configura in questo primo Marx come «l’enigma risolto di tutte le costituzioni», come «l’essenza di ogni costituzione politica», giacchè è l’unica forma istituzionale che tende ad annullare ogni distanza tra governati e governanti, tra popolo e sua rappresentanza.

La democrazia per il giovane Marx è infatti il luogo in cui, superandosi la separatezza tradizionale degli Stati premoderni tra popolo e istituzioni politiche, il popolo autorappresenta se stesso, nel senso che la sua rappresentanza è rappresentazione-espressione adeguata dei suoi reali ed autentici bisogni.

Attraverso istituzioni come la moltiplicazione, la generalizzazione del diritto di voto, sia attivo che passivo, il primo Marx è volto a concepire un esaurimento della funzione dello Stato, ma solo in quanto Stato politico, cioè separato ed astratto dalla società civile e dalle condizioni materiali d’esistenza dei più: giacché invece nella democrazia lo Stato, per lo stesso Marx, è il luogo e l’insieme delle istituzioni in cui il popolo rispecchia se stesso, prendendo coscienza del suo interesse unitario e organicamente universale contro il privilegio dei pochi e ogni dimensione cetuale-governativa della società civile.

Sulla variegatezza e la diversità di approcci di Marx al tema della politica ha insistito anche Gianfranco Borrelli, il quale nel suo intervento ha sottolineato come il lavoro di elaborazione specificamente politica di Marx vada scandito in tre periodi, che corrispondono rispettivamente: a) agli scritti che vanno appunto dalla Kritik der Hegel’schen Rechtsphilosophie del ’43 al Manifesto (1848) e, attraverso gli articoli su Le lotte di classe in Francia, fino a Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852): scritti che sono stati sempre considerati come il nucleo originario della riflessione politica di Marx; b) al periodo che va dalla metà degli anni cinquanta fino alla fine degli anni sessanta, il quale in corrispondenza con i lavori preparatori del progetto critico dell’economia politica, e di fatto fino alla pubblicazione del primo volume del Capitale, vede l’assenza pressoché assoluta di argomentazioni esplicite di natura politica; c) infine agli anni finali con la riflessione dedicata all’analisi dell’esperienza drammatica della Comune di Parigi (1871) e alle considerazioni del ruolo dello Stato e della dittatura di classe nella fase di transizione alla società socialista, svolte nelle annotazioni critiche portate al programma di Gotha, il manifesto del partito socialdemocratico tedesco (1875).

Per Borrelli la complessità, fino alla compresenza di due impostazioni diverse se non opposte, del discorso di Marx sulla politica, sta nel fatto che da un lato viene messa in atto una decostruzione critica e radicale del potere specificamente politico (die politische Gewalt), che deve preparare l’approdo alla società comunista; mentre, su di un altro piano, viene tematizzata la necessità di strumenti di un governo di transizione che debbano necessariamente utilizzare la funzione di un potere politico ancora concentrato, funzionale all’abbattimento della dominazione capitalistica da parte della classe operaia.

Né Borrelli, come già Cacciatore, ha tralasciato di sottolineare la ricchezza del sapere e del confronto con le istituzioni politiche accumulato dal giovane Marx, a muovere dal suo studio appassionatissimo dei testi storici e politici attinenti la Rivoluzione francese; citando a tal proposito, come esempio, l’articolazione dei punti di un Piano di uno scritto sullo Stato previsto in una pagina marxiana del 1845 e contenente temi quali: «1. la storia della nascita dello Stato moderno ovvero la rivoluzione francese; 2. La proclamazione dei diritti dell’uomo e la Costituzione dello Stato; 3. lo Stato e la società civile; 4. lo Stato rappresentativo e la Charte; 5. la divisione dei poteri. Potere legislativo ed esecutivo; 6. Il potere legislativo e i corpi legislativi; 7. Il potere esecutivo. Centralizzazione e gerarchia. Centralizzazione e incivilimento politico. Federalismo ed industrialismo. L’amministrazione statale e l’amministrazione comunale. Il potere giudiziario e il diritto. La nazionalità e il popolo; 9. I partiti politici. Il diritto elettorale, la lotta per il superamento dello Stato e della società civile»[2] Nell’ambito della tematica etica e politica di Marx una delle proposte più innovative del convegno napoletano è apparsa essere per altro quella di André Tosel, il quale, continuando una riflessione che dura ormai da molti anni, ha radicalizzato il tema del «marxismo della finitudine».

Per Tosel l’autoliquidazione del comunismo storico ha avuto come una delle sue cause fondanti l’assunzione antropologica e politica di una metafisica del soggetto produttore, in grado per il solo esercizio del lavoro, cioè della sua prassi produttiva di ricchezza e trasformatrice della natura, di ereditare il lato progressivo del capitalismo e di organizzare il comunismo.

Il tutto a partire da una concezione fortemente positivistica e neutrale delle forze produttive e da un affidamento fideistico alla pretesa oggettività della contraddizione storica, secondo la quale il movimento del capitale avrebbe prodotto di per sé il passaggio al comunismo, in quanto la natura sociale delle forze produttive si sarebbe trasformata in un’organizzazione politica votata essa stessa a convertirsi necessariamente nella libera associazione dei produttori.

Concezione mitica e astratta, correlata a un’idea altrettanto mitologica del comunismo, come orizzonte idillico di rapporti sociali organici e trasparenti, caratterizzati dalla favola della conclusione, ossia della scomparsa delle strutture della società civile e dalla fine dello Stato, del diritto, della classi, del mercato, dell’illusione ideologica.

Ma non si può neppure dimenticare, per altro verso, quanto l’emergere del comunismo storico all’inizio del Novecento abbia significato la denuncia strutturale della crisi consustanziale alla forma capitalistica dell’essere sociale.

Oggi che si è fatta chiaramente esplicita, con i drammi della mondializzazione, la fine della missione civilizzatrice del capitale, il comunismo si riafferma all’ordine del giorno in quanto ri-significazione della democrazia, dato che lo spostamento della tematica della rivoluzione sociale verso la questione della cittadinanza integrale costituisce verosimilmente il fatto teorico-politico più significativo della nostra congiuntura storica.

Ma questo significa tornare a congiungere e a mediare «economico » e «politico» (a differenza di quanto fa tutto l’orientamento arendtiano-habermassiano, con la separazione tra ambito materiale dell’agire strumentale, o lavorativo, e ambito politico dell’agire discorsivo) e vivere la democrazia come luogo che assume il confronto e il conflitto, anziché farsi luogo di neutralizzazione del conflitto, come accade oggi con l’omogeneità di un ceto politico riproduttore solo del capitale e del proprio privilegio.

Anche perché è la democrazia in sé a costruirsi sul conflitto e l’opposizione dei suoi due princìpi costitutivi basilari: il primo che afferma che la democrazia si legittima e si fonda solo attraverso argomentazioni razionali condivisibili (e dunque attraverso la cura dell’universale e dell’interesse generale), il secondo che garantisce a ogni individuo il diritto inalienabile alla libertà privata e alla libertà, quale sfera in cui l’interesse del singolo non ha l’obbligo di esibire pubblicamente il grado di universalità della propria scelta.

Ed è chiaro che condizione elementare e primaria di una tale risignificazione del comunismo è l’abbandono di qualsiasi mitologia e presupposizione di un soggetto forte e in-finito.

A Tosel ha fatto da controcanto la lettura «ermeneutica » del marxismo di Domenico Jervolino, secondo cui un percorso di fuoriuscita dal capitalismo deve rinunciare all’ipoteca di una teoria forte e blindata, che pretenda di esaurire in sé tutto il senso dell’esperienza umana, e aprirsi a un pensiero che sappia dialogare con tutte le dimensioni possibili dell’emancipazione e della liberazione.

Che il marxismo debba rinunciare, senza residuo alcuno di dubbio o d’incertezza, alla violenza implica infatti non solo scelte di natura pratico-comportamentale, per le quali l’organizzazione dei movimenti della sinistra, nuova e tradizionale, si deve istitituire nel rifiuto di gerarchie rigidamente verticali e ad alto rischio di burocratizzazione, ma anche, e soprattutto, attraverso scelte di una filosofia e di un’antropologia aperta che sappia scegliere il dialogo rispetto all’imposizione e all’affermazione di un’unica verità.

Un marxismo dialogico ed ermeneutico deve essere capace di integrare i tradizionali valori del movimento operaio, fondati sull’eguaglianza e sulla solidarietà, con i valori della persona, della sua individualità mai completamente riducibile a quella degli altri, della differenza di genere, di cultura, di religione.

Dunque non più un soggetto forte e monolitico da trovare e da proporre, qual è stata invece una certa configurazione canonica del proletariato industriale secondo un certo marxismo dogmatico, ma un soggetto capace di integrazione con le differenze altrui a partire da una riflessione e da una capacità dialogica con le proprie differenze interiori e le proprie esigenze di individuazione.

Domenico Losurdo ha infine riletto i vari usi possibili di Marx politico attraverso una singolare metaforizzazione letteraria dei testi marxiani.

Muovendo da tre luoghi celeberrimi del marxismo, quali l’Ideologia tedesca, il Manifesto del Partito comunista e la Critica del programma di Gotha, Losurdo assegna tali opere a tre diversi generi letterari.

Così fa rientrare la profezia dell’Ideologia tedesca – secondo la quale nella società comunista del futuro scomparirebbe ogni costrizione giuridica, ogni forma di divisione del lavoro e persino il lavoro in quanto tale, risultando ad ogni individuo «possibile fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare», a seconda della sua voglia, «senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» – nella letteratura utopica, utile a una fase ingenua di riscatto e di liberazione da forme di subalternità culturale, ma inutilizzabile, anzi dannosa, per dar luogo a un progetto concreto e costruttivo di emancipazione sociale.

Laddove Manifesto e Critica al programma di Gotha possono essere annoverati per Losurdo nel genere letterario storico-politico, a patto di tener conto però di una loro differenza essenziale.

Giacché l’evocazione di una grande rivoluzione, capace di cambiare una volta per sempre la faccia del mondo e di emancipare in modo radicale ogni individuo e i rapporti tra gli individui, quale compare nel Manifesto, è parte di un discorso che fa riferimento alla lunga durata dello sviluppo dell’umanità; mentre la Critica del programma di Gotha si preoccuperebbe di indicare le misure immediate cui dovrebbe far ricorso il proletariato che abbia conquistato il potere politico in un determinato paese o gruppo di paesi.

La stratificazione e le possibili contraddizioni del testo marxiano vanno perciò elaborate attraverso un’individuazione dei diversi registri temporali-linguistici che Marx ha utilizzato di volta in volta.

Altrimenti, senza questa dislocazione su piani logici ed esigenze teorico-politiche diverse, si fa dell’opera marxiana un indistinto, si sovrappone un piano sull’altro, giungendo ad esempio a leggere e a denunziare la distanza, che separa la prospettiva di lunga durata dai possibili compiti immediati di un potere politico appena conquistato, facendo ricorso alla categoria di «tradimento».

Ed è proprio tale assenza di una logica dei distinti, che, obbligando a condannare il movimento reale in nome delle proprie fantasie e dei propri sogni, giunge a privare il marxismo di ogni reale carica emancipatrice.

[1] Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, tr. it. di Giorgio Baratta e Giuseppe Bedeschi, Bari, Laterza, 1969 (ed. originale Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx, Frankfurt a. M., Europäische Verlagsanstalt, 1962).

[2] Piano di uno scritto sullo Stato (1845), secondo il testo pubblicato nel 1932 dall’Istituto Marx Engels Lenin di Mosca, in Marx- Engels Opere complete, Roma, Editori Riuniti, 1972, vol. IV, Appendice I, p. 658.

 

recensione da IL MANIFESTO di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia

LA GENESI SVELATA DEL FILOSOFO DI TREVIRI

“Sulle tracce di un fantasma”, un volume collettivo dedicato all’opera di Karl Marx edito da manifestolibri di Roberto Ciccarelli

Scala le classifiche, risale nei sondaggi, ma spunta anche nei convegni mentre la nuova edizione delle sue opere procede con passo sicuro.

Quella di Marx è un’onda consolidata che si espande in maniera anche sotterranea, ma sempre più solida e documentata.

Il volume Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, pp.391, € 30), curato da Marcello Musto, raccoglie gli interventi del convegno napoletano omonimo tenutosi ai primi di aprile del 2004 è un esempio del risveglio teorico, e filologico, che il filosofo di Treviri riscuote ormai anche in Italia.

Nell’intervento di apertura del volume Manfred Neuhaus descrive la monumentale ripubblicazione dell’opera completa, la “Marx-Engels Gesamtausgabe” (Mega), prevista in 114 volumi (siamo a quota 50) diretta dalla Internazionale Marx-Engels-Stiftung (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw).

Il metodo filologico adottato per la pubblicazione della nuova Mega, scrive Neuhaus, segue il principio moderno della genetica del testo: oggi l’imperativo assoluto non è più quello di ricondurre il testo a quelle che sembrano ai filologi le intenzioni dell’autore, come accade nella prima edizione curata dallo studioso russo David Rjazanov, ma documentare come il testo si costruisca sin dalle sue fasi iniziali di abbozzo.

L’impresa filologica accolse da subito l’ostilità dei ricercatori tedeschi che la condannarono per eccesso di “accademismo, formalismo e pedanteria”.

Queste obiezioni rallentarono il lavoro, anche perché tutti gli editori, continua Neuhaus, subivano la tensione “tra il credo marxista-leninista e le rivendicazioni scientifiche dell’edizione”.

A difendere il lavoro del gruppo di ricerca berlinese furono tuttavia numerosi filosofi, filologi e storici tra i quali Ernesto Ragionieri, Giuseppe Del Bo e Gian Mario Bravo (che nel volume pubblica un contributo sulla ricezione di Marx nella sinistra socialista italiana).

Solo dopo il 1989 il lavoro di Neuhaus, di Gerald Haubmann e degli altri editori ricominciò a pieno regime, e con molta più libertà.

Diversa era anche l’organizzazione editoriale, non più quella gerarchica imposta dagli istituti di partito a Mosca e a Berlino sin dagli anni Trenta, ma un “network egualitario di team di ricerca internazionali”, dal Giappone agli Stati Uniti alla Russia e all’Italia (Malcolm Sylvers, che insegna storia dell’America a Venezia, sta preparando un volume sulla corrispondenza di Marx e Engels) come testimonia anche la ricca documentazione presente sul sito bilingue www.bbaw.de/forschung/mega/.

Una novità senz’altro interessante è l’iniziativa editoriale guidato da Izumi Omura dell’Università Tohoku di Sendai in Giappone che ha provveduto a digitalizzare la Miseria della filosofia (varianti e apparato critico compresi) e a metterlo in rete all’indirizzo www.tohoku.ac.jp.

Il progetto mira a costruire una banca dati elettronica per permettere a tutti di muoversi nell’immenso corpus marx-engelsiano con l’agilità dei più moderni motori di ricerca.

Nel 2004, con la pubblicazione del terzo libro del Capitale (50esima pubblicazione del progetto originale) questa impresa pluridecennale ha acquisito tutto il suo spessore sia storiografico sia politico.

Il lavoro idi scavo filologico sulla lettera marxiana, e sul suo processo di elaborazione, ha permesso di valutare gli interventi, e i loro limiti, di Engels come editore di Marx e quindi di dare nuove basi alla storica polemica che sin dal XIX secolo ossessiona la ricezione del marxismo: quella sulla trasformazione dei valori in prezzi.

Il volume ed è diviso in quattro sezioni che raccolgono 24 interventi, da Domenico Jervolino a Domenico Losurdo, da Mario Cingoli a Gianfranco Borrelli, da Andrè Tosel a Alex Callinicos e Statis Kouvelakis.

Dal punto di vista teorico la terza parte mostra senz’altro più di un interesse.

Sotto la lente c’è il rapporto tra Marx e Hegel.

La tesi condivisa è che Marx prende spunto dalla Scienza della logica e dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, per articolare la sua tesi sul valore.

La dialettica usata da Marx è tuttavia diversa: se infatti per Hegel lo spirito assoluto riproduce le proprie condizioni di esistenza auto-fondandosi, e non esce mai da se stesso, produce cioè un’astrazione mentale di se stesso (Chris Arthur), il capitale è un’astrazione reale che non attiene più all’ambito della logica (per Hegel) o dell’esperienza trascendentale dell’Io (per Fichte), perché è un’attività concreta posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza-lavoro sussunta dal capitale (Roberto Finelli).

Questa attività permette al capitale di integrare ogni sua alterità radicale, cioè il lavoro vivo che si cristallizza dando luogo a lavoro morto che produce altro lavoro morto (Riccardo Bellofiore).

Alla base dunque di un movimento dialettico, quello della transustaziazione della materialità e della natura nel suo valore di scambio (Geert Reuten), esiste un analogo movimento storico-politico, la “sussunzione reale del lavoro al capitale” che a sua volta moltiplica la conflittualità all’interno del processo (la sussunzione del proletariato al rapporto salariato), come anche la sua adeguazione al rapporto di capitale.

 

recensione da APRILE di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia

IL FANTASMA RITROVATO, LA NUOVA OPERA DI MARX di Dario Stefano Dell’Aquila

Pochi pensatori hanno scosso il mondo come Karl Marx, ma, paradossalmente, ancora oggi Marx rimane un autore, “misconosciuto” o “idolatrato”, del quale manca un’edizione integrale e scientifica delle sue opere.

E’ per questo che l’ottimo e corposo volume, Sulle Tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, (ManifestoLibri 2005, pp.

392 € 30) costituisce uno dei più interessanti e importati contributi alla riscoperta e all’interpretazione dell’opera di Marx.

Il libro raccoglie gli interventi presentati all’omonima conferenza internazionale, promossa da un ampio arco di università e svoltasi a Napoli, dal 1 al 3 aprile 2004.

Si divide in quattro sezioni (La nuova edizione delle opere complete (MEGA²); Il giovane Marx; Il capitale; Un oggi per Marx) e presenta saggi dei più importanti studiosi del pensiero di Marx, provenienti da dieci diversi paesi (tra gli altri Enrique Dussel, Jacques Bidet, Fritz Wolfgang Haug, Gian Mario Bravo, Domenico Losurdo).

L’introduzione di Musto costituisce un buon punto di partenza, per comprendere il nesso tra la questione filologica e quella filosofica.

L’edizione delle opere complete di Marx ed Engels è cominciata nel 1975 ed interrotta nel 1989.

L’anno successivo è nata l’IMES (Fondazione Internazionale Marx Engels) con lo scopo di completare la pubblicazione (su 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 50).

La difficoltà del lavoro (che si svolge attraverso gruppi di ricerca in Università di Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, Usa, Danimarca e Italia), nonché i risultati raggiunti (www.bbwa.de/vh/mega) sono ben esposti dagli interventi di Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², e da Gerald Hubmann, collaboratore della MEGA².

La gran mole di manoscritti, estratti, annotazioni, lettere (15.000 quelle ritrovate) da il senso della complessità di una lavoro filologico che, portato a compimento, può restituire un Marx privo dei soffocamenti e delle manipolazioni testuali che hanno violato il senso e lo spirito del suo lavoro.

E a testimonianza che il risveglio di interesse per l’opera del Moro non ha confini, si può leggere l’intervento del giapponese Izumi Omura (che tratta, tra l’altro, le versioni digitali dei manoscritti di Marx, disponibili sul sito dell’Università di Sendai www.tohoku.ac.ip) o quelli di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone e in Cina.

Ma la parte filologica è strettamente connessa alle analisi delle opere giovanili e a quella del Capitale, ovvero la seconda e la terza sezione del volume.

L’attenzione al giovane Marx è soprattutto rivolta ai primi scritti politici (Giuseppe Cacciatore, Stathis Kouvélakis) e ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Mario Cingoli, Musto); l’analisi del Capitale, che contiene i principali contributi teorici del libro, dedica molto spazio al rapporto tra Marx ed Hegel (Cristopher Arthur, Roberto Finelli, Riccardo Bellofiore, Dussel), alla sostanza e alla forma del valore della merce (Geert Reuten), al processo di costruzione del testo marxiano (Haug), alla struttura della società capitalistica (Bidet).

L’attualità del pensiero di Marx, la necessità di liberare la sua opera da strategie di dominio del discorso e dalla polvere degli archivi, diventa fondamentale per chi parla del “comunismo della finitudine”, la formula che adoperano André Tosel e Domenico Jervolino per indicare l’esigenza di un nuovo paradigma, di una società comunista intesa come possibilità, desiderio, frutto di lotte, ma non esito fatale del divenire storico.

Michael Krätke, infine, evidenzia la peculiarità della critica marxiana dell’economia politica e la sua indispensabilità per la comprensione del capitalismo contemporaneo.

Un volume ricco, che non rende possibile dare conto di tutti gli interventi che ospita e che, evitando il difetto che spesso presentano i lavori collettivi, ha non solo un preciso filo conduttore, ma una forte identità narrativa.

C’è la sensazione che questa nuova riscoperta dell’immenso lavoro di Marx, in senso fisico prima che teorico, getti una luce inaspettata su un autore più citato che studiato.

Merito di questo libro è di trasmettere pienamente al lettore la consapevolezza che quello che il ‘900 ha chiuso così frettolosamente si riapre.

Se la globalizzazione è, tra l’altro, la velocità con cui circolano le merci, i lavoratori, i capitali; c’è qualcuno che non desidera, nella propria cassetta degli attrezzi, un nuovo-vecchio Marx, libero da cerimonie di Stato e da piccoli tatticismi interpretativi?

 

recensione dal SITO ITALIANO DI FILOSOFIA POLITICA di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia

di Carla Fagiani

“D’altra parte, come diceva Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla” Livio Sichirollo È in libreria il volume che raccoglie le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, svoltasi a Napoli dal 1 al 3 aprile del 2004.

I contributi ivi contenuti di diversi e illustri autori, nazionali e internazionali, hanno innanzitutto l’obiettivo di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scritti e illustrare la ripresa della pubblicazione della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2).

Insieme a ciò, restituire alla ricerca contemporanea un autore, – misconosciuto, volgarizzato, soprattutto poco letto anche dai marxisti – da considerare ormai un classico; tuttavia, prova ne è lo spessore tematico e critico degli interventi qui raccolti, non un classico asettico.

In altri termini, l’opera di Marx appare, pur nella sua imponente raccolta di scritti (la maggior parte pubblicati postumi) fondamentalmente incompiuta.

Sistemare l’opera di Marx, oggi, vuol dire innanzitutto interpretarne la lettera del testo (e quindi fare un lavoro filologico attento a distinguere, per es., in Das Kapital, ciò che è di Marx e ciò che è di Engels), vuol dire contestualizzare non solo il suo pensiero, ma proprio i suoi scritti, uno ad uno, sganciandolo così, definitivamente, da un’epoca, quella del socialismo reale, che, oltre che ormai passata, in effetti non sembra proprio appartenergli; non aiutandoci nemmeno a capire la complessità teorica del suo pensiero.

Ma, esiste un pensiero di Marx? Per questo autore, più che per altri, bisogna affermare – questo è l’indirizzo di ricerca inaugurato da questa raccolta – che il suo pensiero è inchiodato, per così dire, al testo scritto.

Leggere Marx, oggi, vuol dire perciò affrontare con pazienza i suoi testi, senza pretendere di ricavarne un sistema compiuto, una linea di sviluppo predeterminata (comprese le rotture epistemologiche del suo percorso; Marx giovane/Marx maturo; Marx comunista/Marx critico dell’economia, ecc.), o addirittura una Weltanschauung, un’indicazione per il futuro dell’umanità; piuttosto, dobbiamo riconoscergli il lavoro di critica radicale del suo presente.

Kritik, d’altronde, è il termine che ritorna più di frequente nei titoli dei suoi scritti.

Eppure, dicevamo, Marx non è un classico asettico: “Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialisti meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.” (dall’Introduzione, p.24).

La filologia, ancella insostituibile del lavoro del filosofo, qui prende in mano l’arma e, inaspettatamente, rovescia il campo: l’immersione nel testo di Marx non ci distoglie dalla nostra Gegenwart.

Al contrario, la complessità del testo si adatta, quasi combaciando, alla complessità dell’età presente; sia per ciò che riguarda il giovane Marx, quello della critica a Hegel e poi dell’Ideologia tedesca, sia il Marx maturo, quello del Capitale, della critica dell’economia politica.

Bisogna tuttavia fare attenzione a ciò: non si tratta dell’attribuzione di capacità profetiche all’autore, al suo pensiero o alle sue teorie.

Qui si fa astrazione dalla soggettività dell’autore (la sua biografia, le sue intenzioni politiche, la sua personalità, ecc.) e si guarda esclusivamente all’oggetto, al testo scritto.

È uno sforzo interpretativo e di lettura, una fatica del concetto, che, per es., con Aristotele viene quasi spontaneo esercitare.

Con Marx, tutto questo finora non è accaduto (le ragioni potranno essere abbondantemente indagate, ma in altra sede).

Allora, vediamo meglio alcuni degli interventi, capaci, a nostro avviso, di gettare luce su questa sorta di insolito potere di adattamento del testo al contesto.

Ne consideriamo solo tre, a fronte di un totale di ben 24 saggi, con note bibliografiche e riferimenti testuali all’opera marxiana.

Non prima, però, di aver richiamato l’attenzione del lettore sullo stile modernissimo del linguaggio marxiano, citando un passo tratto dal Discorso per l’anniversario del “People’s Paper” 1856 (nel Prologo, a p.11): “C’è un grande fatto caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessun partito osa negare.

Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento.

Dall’altro esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori registrati durante l’ultimo periodo dell’impero romano.

Ai nostri giorni, ogni cosa appare gravida del suo contrario.

Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e rendere più fruttuoso il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro.

Le nuove sorgenti della ricchezza sono trasformate, da uno strano e misterioso incantesimo, in sorgenti di miseria.

[…] gli operai […] sono l’invenzione dell’epoca moderna quanto lo sono le macchine stesse.

Nei segni che confondono la classe media, l’aristocrazia ed i miseri profeti del regresso, riconosciamo il nostro vecchio amico Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare la terra tanto rapidamente, il valoroso pioniere – la rivoluzione.” È da segnalare innanzitutto il saggio di G.

Hubmann – Classici incompiuti.

Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali (pp.59-69) – perché descrive in sintesi e con efficacia l’attento lavoro decostruzionista (“philologic turn”) operato dalla rinnovata edizione dei testi di Marx.

Citiamo due esempi: 1) l’Ideologia tedesca non sarà pubblicata come opera compiuta, come invece finora è stato fatto, da cui consegue l’inaggirabile difficoltà di rintracciare in essa l’esposizione del cosiddetto materialismo storico, che la tradizione ha invece consacrato a teoria, ma che addirittura lo stesso Marx avrebbe di suo pugno limitato nella sua valenza esplicativa (vd. p. 64); 2) anche con Il capitale le cose cambiano in sostanza, poiché i reperti filologici utilizzati per la pubblicazione MEGA2 hanno permesso di individuare frammenti residui, che ne attestano una prima e differente stesura.

Più che di una decostruzione, qui si tratta di una rivoluzione copernicana: bisognerà almeno prenderne atto.

“Non è detto, però, che l’intervento filologico sull’opera di Marx debba essere solo di natura decostruttiva […]” (p.62).

Vengono pubblicati, infatti, oltre 200 articoli di Marx ed Engels scritti per il “New York Tribune” nel 1855, tra cui 21 nuovi lavori di cui finora non era stata riscontrata la paternità artistica; inoltre, la quarta sezione della MEGA2 , con i suoi 32 volumi, contiene materiale finora inedito.

Pensiamo a quanto dell’attività giornalistica di Marx – dagli articoli sulle guerre dell’oppio in Cina a quelli su Napoleone III in Francia e le vicende del Credit Mobilier, l’intreccio politica-affari, diremmo oggi – sia presente nell’edizione corrente del III libro del Capitale (soprattutto nella IV e nella V sezione: a proposito del capitale commerciale, del credito, del capitale finanziario, il capitale produttivo d’interesse, ecc.); pensiamo perciò a quanto sia importante il controllo filologico comparato degli articoli e del Capitale.

Tutto ciò getta luce nuova sul modo di studiare “interdisciplinare, senza limiti di carattere economico” proprio di Marx: un lettore instancabile, che annotava e registrava (quasi) maniacalmente tutto quello che veniva rielaborando dalle sue letture.

Dulcis in fundo: il feticismo non è una metafora.

Almeno non è utilizzato metaforicamente da Marx, a proposito del carattere di feticcio della merce e il suo arcano, ma è nozione che risulta da studi storico-religiosi condotti particolarmente su De Brosses (Über den Dienst der Fetischgötter).

Parimenti, per “formazione sociale” dobbiamo rifarci alla geognosia, ovvero al concetto di formazione geologica in quanto “divenire della terra come un processo, come un’auto-creazione” (vd. p. 65).

Tutto questo emerge con certezza dagli studi-appunti marxiani di geologia, oltre che dalla lettera a Vera Sassulitsch del 1881.

Torna alla mente l’espressione “era capitalistica”, assai ricorrente nel Capitale, e che viene ad assumere ora il significato che le spetta: analoga a un’era geologica.

Ma, insieme a ciò, abbondano gli studi di chimica, di fisiologia, ecc., tanto che si possono avanzare diverse e nuove ipotesi sull’effettivo uso marxiano di un solo paradigma metodologico.

Allora, è il caso di sottolineare, insieme a Hubmann, che la lettura di un classico non può avvenire all’insegna dell’ingenuità che si affida esclusivamente all’impatto comunicativo del testo.

Leggere un testo classico è un lavoro che, avvalendosi della fatica filologica, deve avere tutta la pazienza di riconoscere l’orizzonte problematico che il testo può eventualmente aprire.

Indichiamo allora due possibili aperture o due possibili problemi aperti da Marx e approfonditi nella presente raccolta.

Il tema della democrazia è affrontato nelle pagine de Il Marx “democratico”, di G. Cacciatore (pp.145-160).

Nel 1843 il giovane Marx redige uno scritto di critica al diritto pubblico hegeliano.

Commenta analiticamente i §§261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel.

Lasciando qui da parte le pur rilevanti questioni teoretiche del confronto Marx/Hegel, che cosa emerge di rilevante dal punto di vista politico in questo scritto, secondo la lettura di Cacciatore? Da una parte Marx riconosce allo Stato moderno hegeliano la funzione (insostituibile) di connettere gli interessi particolari espressi in sede di società civile, e di connetterli effettivamente restituendo ad essi un luogo di comune realizzazione, che è l’interesse universale o del popolo, tramite la rappresentanza cetuale nell’assemblea legislativa e l’Io voglio del monarca; dall’altra, però, di rendere tendenzialmente autonomo il momento dell’universale dal particolare (la figura del monarca ereditario in cui solo risiede il potere sovrano; oppure la premoderna rappresentanza cetuale).

In altri termini, lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe di astrazione, ossia, in ultima analisi, di mancata rappresentanza (oltreché concreta rappresentazione) della realtà che lo istituisce.

“Ciò che tuttavia emerge dai testi finora esaminati è un riferimento indiretto all’idea di democrazia che appare, per così dire, in filigrana rispetto ad una generale visione dello Stato come luogo di composizione e universalizzazione degli interessi particolari della società civile.

È solo a partire dalla Kritik des Hegelschen Staatsrechts […] che Marx affronta direttamente il problema della democrazia.

[…] In questi testi marxiani è possibile individuare quel concetto ampio e universale di democrazia che è stato utilizzato proprio in non pochi segmenti della filosofia e dell’ideologia politica della sinistra post-marxista in una dimensione critica nei confronti di alcuni esiti teorici e storici del comunismo […] Marx, quando individua nella democrazia una reale possibilità di fusione tra la forma e il contenuto della costituzione politica pone un problema che […] è apparso e appare ancora oggi il vero nucleo problematico della democrazia, cioè l’inaggirabile rapporto tra la forma regolativa e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza.” (p. 147 e ss.) “Rendere plausibile la democrazia”, è di questo che le pagine marxiane, seppure in filigrana, stanno parlando.

La democrazia “ampia e universale, quella piena realizzazione dei diritti umani (politici e sociali) capace ogni volta di fissare regole e procedure condivise per l’edificazione di un nuovo “contratto sociale” di cittadinanza e di civiltà, di emancipazione e di uguaglianza.” (p.157).

La critica all’astrattezza dello Stato moderno hegeliano, raffigura perciò, evidentemente, la matrice teorica di ogni possibile critica ai limiti interni al modello democratico-formale.

Compreso il nostro, of course.

Con La scienza del Capitale come “circolo del presupposto-posto”.

Un confronto con il decostruzionismo di R. Finelli (pp.211-223), entriamo nelle pagine del Capitale di Marx, non considerandolo tuttavia un testo economicistico, ma di critica dell’epistemologia operante nelle maglie dell’economia politica classica del tempo e, ancor più, nelle maglie della filosofia dominante il nostro tempo.

“Nell’ambito della filosofia continentale europea oggi svolge funzioni egemoniche il “decostruzionismo”, il quale, com’è noto, critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità […] Appare evidente che gli studi e la ricerca su Marx non possono non confrontarsi con questo vertice egemonico di riduzione della realtà a linguaggio […] La mia esposizione è articolata in quattro tesi.” (p.211).

Nella prima tesi Finelli indaga la logica interna alla critica dell’economia politica in Das Kapital; la logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana.

Secondo tale logica, in sintesi, i processi di identificazione del soggetto con se stesso (il Geist, lo spirito), attraversano, contestualmente, un cammino duplice: di costruzione attraverso decostruzione del proprio Io. L’identità Io=Io è da porre come mero presupposto ossia da decostruire in quanto mero presupposto, attraverso una “pratica d’interiorizzazione, di un processo che dall’esterno va all’interno […]” (p.212) L’identificazione di sé con sé presuppone l’identità (l’IO), ma, per così dire, solo virtualmente (in sé); l’effettiva identificazione avviene su di un piano pratico, in cui la prima identità (quella virtuale) può andare anche a fondo.

La seconda tesi di Finelli concerne la nozione di astrazione reale.

“La mia tesi è cioè che il Capitale di Marx è costruito sul modello del passaggio hegeliano dall’in sé al per sé, del passaggio cioè di un’astrazione, come quella del lavoro astratto, dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ’57, “praticamente vera”; ad un’astrazione cioè che non attiene più all’ambito della logica o delle ipotesi investigative della conoscenza ma a quello assai diverso della prassi, ossia della concreta attività posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza lavoro sussunta, non in modo formale ma in modo reale, sotto il capitale.” (p.213) La terza tesi mostra la profonda differenza, nonostante la profonda analogia, che intercorre fra la logica hegeliana e quella marxiana.

In sostanza, “L’astrazione intellettualistica di Hegel è dunque cosa assai diversa dall’astrazione pratico-lavorativa di Marx. […] per Marx la connessione tra mondo dell’astratto e mondo del concreto si realizza, proprio perché il vettore di quel movimento è la caratteristica di un lavoro, generalizzato e di massa, che produce oggetti, merci, servizi concreti proprio attraverso la sua natura paradossale di lavoro astratto.” (p.218) L’astratto hegeliano non riesce ad attraversare, come invece riesce in Marx, il piano della pura e trasparente teoresi, in cui rimane in sostanza imprigionato, nonostante la forza dialettica del negativo. In fine, la quarta tesi si occupa direttamente del postmoderno come svuotamento del concreto.

“Così il postmoderno va interpretato […] come inveramento del moderno, nel senso di costituire il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta. […] La giusta definizione di Frederic Jameson del postmoderno come la “logica culturale del tardo capitalismo” va dunque integrata con la messa in verità della teoria marxiana dell’astrazione reale” (p.222).

Il lavoro astratto è inteso perciò come principio (presupposto) di un modo di produzione e riproduzione sociale che, solo alla fine del processo (posto), appare praticamente ‘destrutturato’ nella sua valenza qualitativa, svuotato di qualità, di relazione e di nessi intersoggettivi.

Allora, in conclusione, vediamo come la lettura dei testi di Marx possa, ancora oggi e forse proprio oggi, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico: libertà di leggere e interpretare il testo in modo filologicamente corretto, senza che ciò impedisca ma anzi contribuisca a far emergere la complessità del contesto in cui il testo è inserito, insieme alla complessità del contesto in cui è a sua volta inserita la nostra impegnata e impegnativa lettura.

 

da Liberazione del 29 dicembre 2005

TORNARE A MARX NON BASTA. TROPPO PRODUTTIVISTA di Giuseppe Prestipino

Una recensione di Tonino Bucci a Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, volume curato da Marcello Musto per la Manifestolibri 2005, contenente gli Atti di un Convegno internazionale tenutosi a Napoli, ha offerto spunti per un dibattito, ospitato da questo giornale.

Sono stato presente in quel Convegno, so di un altro nutritissimo Convegno sulla MEGA (la nuova edizione delle opere di Marx ed Engels) organizzato in Giappone ed intervengo sollecitato dall’articolo scritto da Luigi Cavallaro nel quale, pur con la consueta competenza, egli non ha rinuncianto a dichiarare i suoi noti rimbrotti per il cosiddetto “eco-marxismo”, che a suo dire non potrebbe in nessun modo “rivendicare la propria discendenza da Marx”.

Mi limito a due scarne notazioni: l’una sulla “discendenza”, ossia sul rapporto tra teoria (sociale) e politica; l’altra sul marxismo come scienza economica.

Vi sono teorie che possono guidare l’agire politico o esser fatte proprie da quest’ultimo.

Ma, se tra la teoria e la politica che vuol appropriarsene l’intervallo temporale oltrepassa l’arco di un “secolo lungo”, anche la migliore teoria dev’essere tradotta come dev’essere tradotto quel che è scritto, ad esempio, in portoghese per essere letto in un’altra lingua.

E’ questo uno degli insegnamenti di Gramsci.

E il buon traduttore-filologo pubblica la sua traduzione con il testo originale a fronte o, quanto meno, intercalando nella sua traduzione alcune parentesi contenenti parole-chiave in lingua originale.

Fuor di metafora: il politico odierno non può proporsi, semplicemente, di “ritornare a Marx”; deve farci sapere su quale “traduzione di Marx” cade la sua scelta.

Il passaggio da una teoria del XIX secolo a una politica d’oggi dev’essere mediato sul piano teorico prima che su quello politico.

Ed è un falso problema quello che in un pensatore distingue (come fa, tra gli ultimi, Guido Carandini) lo scienziato dal profeta.

Perché fare scienza è, nello stesso tempo, fare previsioni: che non è corretto chiamare profezie, se profeta è colui che parla in stato di semi-incoscienza, o colui per la cui bocca si rivelerebbe la parola di un dio.

Le previsioni di Marx, come quelle di tutti i grandi, sono geniali ma contraddittorie: per certi aspetti si sono avverate per altri no.

E anche Il Capitale, nel quale Marx non fa esplicite previsioni, ma compie soprattutto una rigorosa analisi sul suo tempo, “non è esente da contraddizioni” (Maria Turchetto).

Vengo al marxismo come scienza economica.

Ogni scienza economica ha per oggetto scambi: di merci o, più in generale, di beni dei quali sia presupposta una scarsità.

D’altra parte, se la scienza economica rinvia comunque al concetto di scarsità, allora è vero che o la scienza economica è un sottoinsieme della scienza degli ecosistemi o non è propriamente una scienza.

L’economia, prima che economia politica, sarà dunque economia ecologica, perché l’ecologia assume come suo oggetto precipuo la scarsità o l’esauribilità in un significato più ampio comprendente, oltre i beni prodotti dall’uomo, quelli disponibili nell’ambiente naturale.

E perché anche l’ecologia prende ad esaminare relazioni di scambio.

Consideriamo gli scambi tra gli esseri umani e l’ambiente in generale.

Sappiamo che l’animale umano non si adatta più all’ambiente, ma adatta a sé l’ambiente.

È questa una mutazione che non produce gravi disastri finché l’essere umano vuole un ambiente “a misura d’uomo”.

Ma, se comincia a mettersi in testa di poter trasformare febbrilmente anche se stesso, nei propri bisogni e nei propri caratteri biologici e psichici, costringendo la natura a inseguire, e persino a precedere, quelle sue metamorfosi (o “metastasi”) esistenziali, allora una sorta di follia suicida si impadronisce degli umani e sembra impadronirsi anche dell’ambiente naturale.

Gli umani, in altri termini, intervengono dapprima sulla natura, per appropriarsene, mediante artifici.

In un secondo tempo, trasformano in larga misura la natura stessa, facendone, per così dire, una natura artificiale.

Ma, da ultimo, rivolgono contro se stessi l’arma dell’artificializzazione e tendono in tal modo a creare esseri umani artificiali.

Marx, il cui oggetto di studio è il modo capitalistico, deve conseguentemente e a buon diritto prescindere dalla “natura fisica” dei prodotti, benché, nella Critica al Programma di Gotha, dichiari: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza.

La natura è fonte dei valori d’uso (e di tali valori consta la ricchezza reale!) come il lavoro che in sé è soltanto espressione di una forza naturale”.

Ma, quando il Marx dei Grundrisse scorge le prime avvisaglie di un processo che può preludere al superamento di quel modo di produzione, egli prevede allora il ruolo crescente della scienza tecnologizzata come nuova forza produttiva, per effetto della quale diverrebbe cosa “miserabile” l’equazione tra valore e quantità di lavoro umano salariato.

Non prevede, invece, il crescente impiego della natura e delle sue risorse, che è strettamente correlato agli sviluppi portentosi di quelle tecno-scienze.

E, prefigurando la società futura, scrive che la “vera ricchezza” consisterà, non più nei valori di scambio derivati da quell’equazione, ma nei valori d’uso; anzi – così interpreta Charles Bettelheim -, nell'”accrescimento dei valori d’uso”.

Ed ecco il punto debole dell’economia critica, ovvero il debito involontario di Marx proprio verso la da lui criticata realtà capitalistica: l'”immane raccolta di merci”, che è l’immagine emblematica con la quale si apre la sua opera maggiore, diverrebbe pur sempre, nella società futura, un “immane” accrescimento, invece che di valori di scambio, di valori d’uso? Ma, allora, l’accusa che Bettelheim rivolge all’economia sovietica, di accogliere una forma-valore capitalistica per adattarvi presunti contenuti socialistici, una simile o meglio una simmetrica accusa non meriterebbero forse anche gli iniziatori del materialismo storico, per aver fatto proprio l’anelito capitalistico verso un illimitato “accrescimento”, inteso di fatto come un vino vecchio, o come un vecchio contenuto, da riversare (o occultare) entro una botte nuova, ossia entro una (presunta) forma comunistica? Sia chiaro che gli ambientalisti seri non intendono demonizzare l’accrescimento dei valori d’uso come se fosse il Male assoluto.

Raniero La Valle ha detto: chi governa il mondo s’è accorto che, se a parer suo il tenore di vita statunitense “non è negoziabile”, l’ambiente restringerà inevitabilmente gli spazi di vita per gli umani; perciò chi governa il mondo ha scelto un suo pensiero “apocalittico” in base al quale i pochi si salveranno e i più saranno reietti o dannati.

Io vorrei precisare che una tale opzione “apocalittica” è relativamente recente e che è venuta dopo gli anni dell’euforia neo-liberista e della globalizzazione capitalistica incontrastata, allorché si predicava invece che prima o poi, chi più chi meno, tutti avremmo direttamente o indirettamente beneficiato del nuovo exploit della “libera” economia, tutti saremo divenuti più o meno ricchi.

Ebbene la messa in guardia da un indiscriminato accrescimento dei valori d’uso – non soltanto delle merci o dei valori di scambio – nasce dal fondato timore che tutti possano ritrovarsi (più o meno) poveri a breve scadenza: che tutti siano condotti controvoglia all’ascetismo.

In un saggio presente in Sulle tracce di un fantasma, André Tosel ci fa capire che certo marxismo prolunga l’hegeliana cattiva infinità o persino l’hegeliano Spirito Assoluto, insiti nella moderna illimitata volontà di dominio tecno-capitalistica.

La prolunga, sia pure soltanto come volontà di dominio sulla natura, e non più di dominio proteso anche sugli esseri umani.

E, aggiungo (ulteriori riflessioni nel volume collettivo Accadde domani. Tra utopia e distopia, Edizioni Aracne, 2005), se il dominio è accompagnato sempre da una qualche forma di violenza, la nonviolenza non dovrebbe estendersi anche a quel che è fragile e/o esauribile nella natura extra-umana? Dovremmo sognare una liberazione senza alcun dominio.

E quindi connotata dalla coscienza del limite. Non vorremmo regnare-sul-mondo o avere-il-mondo, ma essere-nel-mondo.

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Roberto Ciccarelli, Il Manifesto

La genesi svelata del filosofo di Treviri

«Sulle tracce di un fantasma», un volume collettivo dedicato all’opera di Karl Marx edito da manifestolibri.

Scala le classifiche, risale nei sondaggi, ma spunta anche nei convegni mentre la nuova edizione delle sue opere procede con passo sicuro. Quella di Marx è un’onda consolidata che si espande in maniera anche sotterranea, ma sempre più solida e documentata. Il volume Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, pp.391, € 30), curato da Marcello Musto, raccoglie gli interventi del convegno napoletano omonimo tenutosi ai primi di aprile del 2004 è un esempio del risveglio teorico, e filologico, che il filosofo di Treviri riscuote ormai anche in Italia.

Nell’intervento di apertura del volume Manfred Neuhaus descrive la monumentale ripubblicazione dell’opera completa, la «Marx-Engels Gesamtausgabe» (Mega), prevista in 114 volumi (siamo a quota 50) diretta dalla Internazionale Marx-Engels-Stiftung (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw). Il metodo filologico adottato per la pubblicazione della nuova Mega, scrive Neuhaus, segue il principio moderno della genetica del testo: oggi l’imperativo assoluto non è più quello di ricondurre il testo a quelle che sembrano ai filologi le intenzioni dell’autore, come accade nella prima edizione curata dallo studioso russo David Rjazanov, ma documentare come il testo si costruisca sin dalle sue fasi iniziali di abbozzo. L’impresa filologica accolse da subito l’ostilità dei ricercatori tedeschi che la condannarono per eccesso di «accademismo, formalismo e pedanteria». Queste obiezioni rallentarono il lavoro, anche perché tutti gli editori, continua Neuhaus, subivano la tensione «tra il credo marxista-leninista e le rivendicazioni scientifiche dell’edizione». A difendere il lavoro del gruppo di ricerca berlinese furono tuttavia numerosi filosofi, filologi e storici tra i quali Ernesto Ragionieri, Giuseppe Del Bo e Gian Mario Bravo (che nel volume pubblica un contributo sulla ricezione di Marx nella sinistra socialista italiana). Solo dopo il 1989 il lavoro di Neuhaus, di Gerald Haubmann e degli altri editori ricominciò a pieno regime, e con molta più libertà. Diversa era anche l’organizzazione editoriale, non più quella gerarchica imposta dagli istituti di partito a Mosca e a Berlino sin dagli anni Trenta, ma un «network egualitario di team di ricerca internazionali», dal Giappone agli Stati Uniti alla Russia e all’Italia (Malcolm Sylvers, che insegna storia dell’America a Venezia, sta preparando un volume sulla corrispondenza di Marx e Engels) come testimonia anche la ricca documentazione presente sul sito bilingue www.bbaw.de/forschung/mega/. Una novità senz’altro interessante è l’iniziativa editoriale guidato da Izumi Omura dell’Università Tohoku di Sendai in Giappone che ha provveduto a digitalizzare la Miseria della filosofia (varianti e apparato critico compresi) e a metterlo in rete all’indirizzo www.tohoku.ac.jp. Il progetto mira a costruire una banca dati elettronica per permettere a tutti di muoversi nell’immenso corpus marx-engelsiano con l’agilità dei più moderni motori di ricerca. Nel 2004, con la pubblicazione del terzo libro del Capitale (50esima pubblicazione del progetto originale) questa impresa pluridecennale ha acquisito tutto il suo spessore sia storiografico sia politico. Il lavoro idi scavo filologico sulla lettera marxiana, e sul suo processo di elaborazione, ha permesso di valutare gli interventi, e i loro limiti, di Engels come editore di Marx e quindi di dare nuove basi alla storica polemica che sin dal XIX secolo ossessiona la ricezione del marxismo: quella sulla trasformazione dei valori in prezzi. Il volume ed è diviso in quattro sezioni che raccolgono 24 interventi, da Domenico Jervolino a Domenico Losurdo, da Mario Cingoli a Gianfranco Borrelli, da Andrè Tosel a Alex Callinicos e Statis Kouvelakis. Dal punto di vista teorico la terza parte mostra senz’altro più di un interesse. Sotto la lente c’è il rapporto tra Marx e Hegel. La tesi condivisa è che Marx prende spunto dalla Scienza della logica e dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, per articolare la sua tesi sul valore. La dialettica usata da Marx è tuttavia diversa: se infatti per Hegel lo spirito assoluto riproduce le proprie condizioni di esistenza auto-fondandosi, e non esce mai da se stesso, produce cioè un’astrazione mentale di se stesso (Chris Arthur), il capitale è un’astrazione reale che non attiene più all’ambito della logica (per Hegel) o dell’esperienza trascendentale dell’Io (per Fichte), perché è un’attività concreta posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza-lavoro sussunta dal capitale (Roberto Finelli). Questa attività permette al capitale di integrare ogni sua alterità radicale, cioè il lavoro vivo che si cristallizza dando luogo a lavoro morto che produce altro lavoro morto (Riccardo Bellofiore). Alla base dunque di un movimento dialettico, quello della transustaziazione della materialità e della natura nel suo valore di scambio (Geert Reuten), esiste un analogo movimento storico-politico, la «sussunzione reale del lavoro al capitale» che a sua volta moltiplica la conflittualità all’interno del processo (la sussunzione del proletariato al rapporto salariato), come anche la sua adeguazione al rapporto di capitale.

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Odissea e nuove prospettive dell’opera di Marx

I. Incompiutezza versus sistematizzazione
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia.

Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati al «New-York Tribune», all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente ed all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» [3].

Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe. Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza. Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; ed infine, la gravosa consapevolezza acquisita con la piena maturità della difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze.

Tuttavia, nonostante la frammentarietà del Nachlass [lascito] di Marx e la sua ferma contrarietà ad erigere un’ulteriore dottrina sociale, l’opera incompiuta fu sovvertita e un nuovo sistema, il «marxismo», poté sorgere. Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe l’eredità letteraria dell’amico. Il lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.

Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle Tesi su Feurbach, edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della Critica al programma di Gotha, uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta». Tale scelta, seppur rispondente ad esigenze comprensibili, produsse il passaggio da un testo parziale e provvisorio, composto in molte parti da «pensieri scritti in statu nascendi» e da appunti preliminari che Marx era solito riservarsi per ulteriori elaborazioni dei temi trattati, ad un altro unitario, dal quale originava la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti [4].

D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» [5], divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente.

Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.

Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere ad esse ed al bisogno di ideologia che avanzava anche tra le file del movimento dei lavoratori, il neonato «marxismo», che andava sempre più estendendosi da teoria scientifica a dottrina politica – divenuto precocemente ortodossia sulle pagine della rivista «Die Neue Zeit» diretta da Kautsky – assunse rapidamente medesima conformazione sistemica. In questo contesto, la diffusa ignoranza ed avversione all’interno del partito tedesco nei riguardi di Hegel, vero e proprio arcano impenetrabile, e della sua dialettica, ritenuta finanche «l’elemento infido della dottrina marxista, l’insidia che intralcia ogni considerazione coerente delle cose» [6], giocarono un ruolo decisivo.

Ulteriori fattori che contribuirono a consolidare definitivamente la trasformazione dell’opera di Marx in sistema, sono rintracciabili nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione. Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti.

La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione fatale della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento e volgarizzazione del patrimonio originario [7], fino a renderlo irriconoscibile trasfigurandolo da Kritik a Weltanschauung.

Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il «marxismo» del periodo della Seconda Internazionale (1889-1914). Guidata da una ferma quanto ingenua convinzione del procedere automatico della storia, e dunque dell’ineluttabile successione del socialismo al capitalismo, essa si mostrò incapace di comprendere l’andamento reale del presente e, rompendo il necessario legame con la prassi rivoluzionaria, produsse una sorta di quietismo fatalistico che si tramutò in fattore di stabilità per l’ordine esistente. Si palesava in questo modo la profonda lontananza da Marx, che già nella sua prima opera aveva dichiarato: «la storia non fa niente (…) non è la ‘storia’ che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini» [8].

La «teoria del crollo», ovvero la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, che ebbe nella crisi economica della Grande Depressione, dispiegatasi lungo il ventennio successivo al 1873, il contesto più favorevole per esprimersi, fu proclamata come l’essenza più intima del socialismo scientifico. Le affermazioni di Marx, volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne una tendenza di sviluppo, furono trasformate in leggi storiche universalmente valide dalle quali far discendere, sin nei particolari, il corso degli eventi.

L’idea di un capitalismo agonizzante, autonomamente destinato al tramonto, fu presente anche nell’impianto teorico della prima piattaforma interamente «marxista» di un partito politico, Il programma di Erfurt del 1891, e nel commento che ne fece Kautsky che enunciava come «l’inarrestabile sviluppo economico porta alla bancarotta del modo di produzione capitalistico con necessità di legge naturale. La creazione di una nuova forma di società al posto di quella attuale non è più solo qualcosa di desiderabile ma è diventata inevitabile» [9]. Esso fu la rappresentazione, più significativa ed evidente, dei limiti intrinseci all’elaborazione dell’epoca, nonché dell’abissale distanza prodottasi da colui che ne era stato l’ispiratore.

Lo stesso Eduard Bernstein, che concependo il socialismo come possibilità e non come ineluttabilità aveva segnato una discontinuità con le interpretazioni in quel periodo dominanti, operò una lettura di Marx altrettanto artefatta che non si discostava minimamente da quelle del tempo e contribuì a diffonderne, mediante la vasta risonanza che ebbe il Bernstein-Debatte, un’immagine egualmente alterata e strumentale.

Il «marxismo» russo, che nel corso del Novecento svolse un ruolo fondamentale nella divulgazione del pensiero di Marx, seguì questa traiettoria di sistematizzazione e volgarizzazione con un irrigidimento persino maggiore. Per il suo più importante pioniere, Gheorghi Plekhanov, infatti, «il marxismo è una completa concezione del mondo» [10], improntata ad un semplicistico monismo in base al quale le trasformazioni sovrastrutturali della società procedono in maniera simultanea alle modificazioni economiche. In Materialismo ed empiriocriticismo del 1909, Lenin definisce il materialismo come «il riconoscimento della legge obiettiva della natura, e del riflesso approssimativamente fedele di questa legge nella testa dell’uomo». La volontà e la coscienza del genere umano devono «inevitabilmente e necessariamente»[11] adeguarsi alla necessità della natura. Ancora una volta a prevalere è l’impostazione positivistica.

Dunque, a dispetto dell’aspro scontro ideologico apertosi durante quegli anni, molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda Internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza Internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità». L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» [12].

La critica di Antonio Gramsci, che si oppose a siffatta concezione, per la quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici», riveste particolare interesse. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» [13], fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.

Con l’affermazione del «marxismo-leninismo», il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il «Diamat» (Dialekticeskij materialzm), «la concezione del mondo del partito marxista-leninista». L’opuscolo di Stalin del 1938, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, che ebbe una straordinaria diffusione, ne fissava i tratti essenziali: i fenomeni della vita collettiva sono regolati da «leggi necessarie dello sviluppo sociale», «perfettamente conoscibili»; «la storia della società si presenta come uno sviluppo necessario della società, e lo studio della storia della società diventa una scienza».

Ciò «vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la complessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di sviluppo della società per servirsene nella pratica» [14] e che, di conseguenza, compito del partito del proletariato è fondare la propria attività in base a queste leggi. È evidente come il fraintendimento intorno ai concetti di «scientifico» e «scienza» fosse giunto al suo culmine. La scientificità del metodo marxiano, fondata su criteri teorici scrupolosi e coerenti, fu sostituita con il modo di procedere delle scienze naturali che non contemperava contraddizione alcuna.

Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. Completamente estraneo ed avulso dalla complessità sociale, esso si sosteneva, come sempre accade quando si propone, con un’arrogante quanto infondata cognizione della realtà. Circa l’inesistente legame con Marx, basta ricordare il suo motto preferito: de omnibus dubitandum.

L’ortodossia «marxista-leninista» impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione Sovietica il «marxismo» visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso.

Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie «marxiste» su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.

In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico e volutamente non sistemico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso a Marx non poté capitare di peggio.
Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici.

Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette (…) per l’osteria dell’avvenire» [15], fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi» [16], venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» [17], è stato accomunato ad una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione.

L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero sino ad obliterarlo ed a divenirne sua manifesta negazione.

II. Un autore misconosciuto
«Gli scritti di Marx ed Engels (…) furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti, e quindi, dei seguaci e degl’interpreti diretti degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» era giunto fra i popoli di lingue neolatine «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» [18]. Un «marxismo» immaginario.

In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una leggenda agiografica. Al contrario, molti dei loro testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels», indicava un’ineludibile necessità generale. Per Labriola, non bisognava compilare antologie, bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori (…) perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» [19]. Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.

Accanto a queste valutazioni prevalentemente filologiche, Labriola ne avanzava altre di carattere teorico, di sorprendente lungimiranza in relazione all’epoca nella quale visse. Egli considerava tutti gli scritti ed i lavori di circostanza di Marx ed Engels non portati a termine come «i frammenti di una scienza e di una politica, che è in continuo divenire». Per evitare di cercare al loro interno «ciò che non c’è, e non ci ha da essere», ovvero «una specie di volgata o di precettistica per la interpretazione della storia di qualunque tempo e luogo», essi potevano essere pienamente compresi solo se ricollegati al momento ed al contesto della loro genesi. Diversamente, coloro i quali «non intendono il pensare ed il sapere come operosità che sono in fieri», ossia «i dottrinari e i presuntuosi d’ogni genere, che han bisogno degl’idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedie, cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno» [20]: una soluzione sommaria e fideistica ai quesiti della storia.

Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che la Spd, detentrice del Nachlass e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla Socialdemocrazia, non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica. Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza. Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori, composto da molti manoscritti incompleti e progetti incompiuti. Tanto meno vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo utilissima come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti. La biblioteca, infine, contenente i libri da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, fu ignorata, dispersa e solo in seguito parzialmente ricostruita e catalogata.

La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Borisovič Rjazanov, principale conoscitore di Marx nel Novecento e direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche quest’impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale che troppo spesso ostacolarono anziché favorire l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione, vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione assoluta della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava ad un autore la cui gigantesca opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del «marxismo» e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx [21].

I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA: Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico nel 1927, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e L’ideologia tedesca nel 1932. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori de Il capitale: nel 1933 il Capitolo VI inedito e tra il 1939 ed il 1941 i Grundrisse. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in seria ridiscussione complessiva dell’opera.

Il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali del grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto[22], vittima di una profonda e reiterata incomprensione. Lo è stato nel periodo durante il quale il «marxismo» era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi[23].

III. Un’opera per l’oggi
Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato è stata destinata, e dalla fallacia del «marxismo», dal quale viene definitivamente separata, l’opera di Marx, in parte ancora inedita, riemerge nella sua originale incompiutezza ed è riconsegnata ai liberi campi del sapere. Sottratta a sedicenti proprietari ed a costrittivi modi d’impiego, il pieno dispiegarsi della sua preziosa ed immensa eredità teorica è reso finalmente possibile.

Con l’ausilio della filologia trovano risposta l’esigenza non più eludibile di ricognizione delle fonti, per tanto tempo avvolte e mistificate dalla propaganda apologetica, ed il bisogno di disporre di un indice certo e definitivo di tutti i manoscritti di Marx. Essa si offre come imprescindibile mezzo per far luce sul suo testo, ristabilendone l’originario orizzonte problematico e polimorfo ed evidenziandone l’enorme divario con molte delle interpretazioni e delle esperienze politiche che, pur essendosi a lui richiamate, ne hanno trasmesso una percezione oltremodo sminuente.

Leggere Marx con l’intento di ricostruirne la genesi degli scritti e il quadro storico nel quale nacquero, di evidenziarne l’importanza del debito intellettuale dell’elaborazione, di considerarne il carattere costantemente multidisciplinare [24]: è l’impegnativo compito che la nuova Marx Forschung [la ricerca su Marx] ha innanzi a sé e che necessita, per essere perseguito, di un orientamento permanentemente critico e lontano dal fuorviante condizionamento dell’ideologia. Tuttavia, quella di Marx non è soltanto un’opera priva di un’adeguata interpretazione critica in grado di rendere giustizia al suo genio, ma è anche un’opera in costante ricerca d’autore.

Le riflessioni di Marx sono attraversate da una differenza irriducibile, da un carattere del tutto particolare rispetto a quelle della maggior parte degli altri pensatori. Esse racchiudono un inscindibile legame tra teoria e prassi e sono persistentemente rivolte ad un soggetto privilegiato e concreto: «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», al quale viene affidato il «rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti» [25].

Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialismi meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento. La sua opera conserva confini e pretese ben più vasti degli àmbiti delle discipline accademiche. Senza il pensiero di Marx mancherebbero i concetti per comprendere e descrivere il mondo contemporaneo, così come gli strumenti critici per invertire la subalternità al credo imperante che presume di poter raffigurare il presente con le sembianze antistoriche della naturalità e dell’immutabilità. Senza Marx saremmo condannati ad una vera e propria afasia critica.

Non tragga in inganno l’apparente inattualità, l’assoluto ed unanime dogma che ne decreta con certezza l’oblio. Le sue idee potranno invece suscitare nuovi entusiasmi e stimolare ulteriori feconde riflessioni. La causa dell’emancipazione umana dovrà ancora servirsi di lui. Critico ineguagliato del sistema di produzione capitalistico, Karl Marx sarà fondamentale fino al suo superamento. Il suo «spettro» è destinato ad aggirarsi per il mondo ed a far agitare l’umanità ancora per molto.

References
1. Il testo è un estratto dell’Introduzione al volume collettaneo Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, Manifestolibri, Roma 2005.
2. Boris Nikolaevskij– Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 7.
3. Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 438.
4. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels, durante il suo lavoro di curatore, sui manoscritti del secondo e del terzo libro de Il capitale, ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino ad oggi presunta.
5. Friedrich Engels, Anti-Dühring, Marx Engels Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 6.
6. Eduard Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza, Bari 1968, p. 58.
7. Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. secondo, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
8. Friedrich Engels-Karl Marx, La sacra famiglia, Marx Engels Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 103.
9. Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 123.
10. Gheorghi Plekhanov, Le questioni fondamentali del marxismo, in Gheorghi Plekhanov, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca 1985, p. 366.
11. Vladimir Ilic Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Vladimir Ilic Lenin, Opere complete, vol. XIV, Editori Riuniti, Roma 1963, pp. 152 e 185.
12. Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, pp. 16 e 252.
13. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, pp. 1403 e 1428.
14. Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, pp. 919 e 926-927.
15. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione de Il capitale, Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 42.
16. Karl Marx, Statuti provvisori dell’Associazione internazionale degli operai, Marx Engels Opere, vol. XX, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 14.
17. Karl Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990 (1976), p. 17.
18. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia. Scritti filosofici e politici, Einaudi, Torino 1973, pp. 667-669.
19. Ivi , pp. 671-672.
20. Ivi , pp. 673-677.
21. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna, 1981, p. 88.
22. Sull’argomento è intervenuto di recente Lucien Sève, Penser avec Marx aujourd’hui, La Dispute, Paris 2004. Peccato che l’autore francese, nel suo tardo ravvedimento dal «marxismo» ufficiale, si sia guardato bene dal riconoscere i meriti – pur avendone plagiato molte argomentazioni – di colui che più di ogni altro ha denunciato questa realtà: Maximilien Rubel.
23. Accanto al misconoscimento «marxista», che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello «antimarxista» di parte liberale e conservatrice, ben più grave perché carico di prevenuta ostilità. Questo tema sarà oggetto di successivi approfondimenti.
24. In proposito si veda Bruno Bongiovanni, Leggere Marx dopo il marxismo, «Belfagor», n. 5 (1995), p. 590.
25. Friedrich Engels-Karl Marx, L’ideologia tedesca, Marx Engels Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 34 e 39.

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Sondaggio BBC: sconfitto l’Economist: vince Marx

Durante gli ultimi mesi, il programma In Our Time, della rete Radio 4 della BBC, ha organizzato un concorso via internet volto a designare il più grande filosofo della storia secondo gli inglesi. Al termine della prima fase, il sondaggio, che tanto ha interessato il pubblico anglosassone, ha avuto un’inaspettata eco internazionale.

Tra lo stupore di molti, infatti, in cima alla lista dei principali pensatori indicati dai britannici si trovava Karl Marx. La stampa di molti paesi ne ha dato notizia in seguito all’insolita presa di posizione dell’Economist, che invitava i propri lettori a votare compatti per Hume (terzo in classifica), per scongiurare la vittoria dell’acerrimo nemico

La mobilitazione promossa dal quotidiano liberale è valsa a ben poco. L’annuncio dei risultati di ieri ha sancito, oltre ogni previsione, la schiacciante vittoria di Marx. L’autore de Il manifesto del partito comunista ha raggiunto il 28% delle preferenze, oltre la metà di quelle raccolte da Hume, che si è fermato sulla soglia del 12.6%. Terzo Wittgenstein con il 6.8% dei consensi, seguito da Nietzsche (6.5%) e Platone (5.6%). Completano l’elenco dei primi dieci: Kant, Tommaso d’Aquino, Socrate, Aristotele e Popper.

Contrariamente al dogma che ne decretava con certezza l’oblio, il pensiero di Marx, dunque, va suscitando, sempre più, nuove aspettative e diviene, frequentemente ed in ambiti diversi, oggetto di ulteriore interesse. La sua opera, insostituibile per descrivere la società capitalistica, è indiscutibilmente patrimonio di seguaci ed avversari. Uno strumento indispensabile per comprendere il mondo contemporaneo. Vi è, tuttavia, una ragione ancora più profonda di questa rinnovata passione per Marx: egli appare non soltanto come uno dei più grandi interpreti della storia dell’umanità, ma come un autore al quale poter ancora rivolgersi per la trasformazione del presente.

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Breve ritratto di Karl Marx

Karl Marx nacque a Treviri, da una famiglia di origini ebraiche, il 5 maggio del 1818. Dal 1835 fu studente di Diritto alle università di Bonn e Berlino, ma ben presto il suo interesse principale si volse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana allora dominante.

Nel 1841 fu promosso dottore in Filosofia all’Università di Jena, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro . Un amico del tempo lo descriveva così: «immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx».

Anche il suo aspetto esteriore non passava inosservato. La carnagione scura, accentuata dai peli neri e fittissimi che gli spuntavano dovunque, e la vistosa capigliatura corvina, gli valsero, infatti, il soprannome che lo accompagnò per tutta la vita: il Moro.

La partecipazione al movimento dei Giovani Hegeliani gl’impedì la carriera accademica cui aspirava. Così, nel 1842-43, le sue brillanti doti di polemista furono al servizio del liberalismo democratico della «Gazzetta Renana», della quale divenne, giovanissimo, redattore capo. Quando la censura colpì il quotidiano di Colonia, Marx scelse l’esilio, prima a Parigi e poi a Bruxelles.

In questo periodo, il suo pensiero compì un’importante maturazione. Egli si separò dalla filosofia che intendeva il cambiamento del mondo come mero compito teoretico: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo»; scoprì la potenzialità rivoluzionaria del proletariato; aderì al comunismo ed iniziò lo studio critico dell’economia politica. L’incontro con Friedrich Engels, infine, sancì un’amicizia e collaborazione che durarono quarant’anni. I lavori giovanili, tra i quali figurano i Manoscritti economico-filosofici e L’ideologia tedesca, rimasero incompleti e furono pubblicati soltanto nel 1932. Essi, tuttavia, permisero a Marx di elaborare il filo conduttore dei suoi studi, la concezione materialistica della storia, che in seguito definì così: «L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita».

Nel 1847, in polemica col socialista francese Proudhon, diede alle stampeMiseria della filosofia. Nel 1848, scrisse insieme con Engels Il manifesto del partito comunista. Il suo incipit, «Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», non è meno celebre della sua tesi di fondo: «la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi». Dopo lo scoppio delle rivoluzioni, fu direttore della «Nuova Gazzetta Renana», ma nel 1849, con la sconfitta del movimento rivoluzionario, fu costretto a rifugiarsi a Londra, dove vivrà in esilio fino alla morte, che lo colpì nel 1883.

I primi anni Cinquanta furono il peggior periodo dell’esistenza di Marx. Egli visse in condizioni di profonda miseria, a causa della quale perse tre figli, e tormentato dalla malattia. Riuscì a sopravvivere soltanto grazie all’aiuto di Engels e con i ricavi della sua corrispondenza con il «New-York Tribune», all’epoca il quotidiano più venduto al mondo. Nonostante le terribili condizioni di vita, Marx riuscì a proseguire gli studi di economia politica. Sono gli anni trascorsi, in totale isolamento, nella biblioteca del British Museum. Dal 1857, pervaso da una rinnovata produttività intellettuale, riprese il progetto della sua «Economia» e nel 1859 ne pubblicò il primo fascicolo: Per la critica dell’economia politica. Tuttavia, il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte. A complicare le già difficili circostanze fu l’impegno che egli assunse, dal 1864 al periodo successivo alla Comune di Parigi, a capo dell’«Associazione Internazionale dei Lavoratori», della quale redasse indirizzi, risoluzioni, programmi e ne fu la figura principale.

Il libro primo de Il capitale, uscì soltanto nel 1867 e Marx non riuscì a completarne il secondo ed il terzo volume, che furono, invece, dati alle stampe da Engels. Manoscritti non ultimati, abbozzi provvisori e progetti abbandonati. Contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso attribuito, la gran parte dei suoi lavori è segnata dall’incompiutezza, caratteristica che non impedì, però, alle sue analisi, di mostrarsi meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze. Marx trascorse gli ultimi anni di vita svolgendo ulteriori ricerche. Il metodo oltremodo rigoroso, l’autocritica più spietata, l’inestinguibile passione conoscitiva e la difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, resero ancor più vera la descrizione che una volta diede di sé: «Sono una macchina condannata a trangugiare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia».

La sorte toccatagli è stata di tutt’altra natura. La sistematizzazione da parte degli epigoni della sua teoria critica, l’impoverimento che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti ed il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. «Tutto ciò che so è che io non sono marxista», disse poco prima di morire, quasi avesse potuto prevedere il futuro.

Liberato dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato è stato destinato, e dalla fallacia di alcuni «marxismi», oggi Marx è riconsegnato ai liberi campi del sapere. Sottratto a sedicenti proprietari ed a costrittivi modi d’impiego, il pieno dispiegarsi della sua preziosa ed immensa eredità teorica è reso finalmente possibile.

La parola torni a lui, alla sua opera, alla sua critica della società capitalistica così tanto attuale.

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Filosofi: Marx il più amato in Europa

Con sempre maggiore frequenza, durante gli ultimi anni, reti televisive, giornali ed emittenti radiofoniche promuovono concorsi-sondaggi tra i propri ascoltatori e lettori al fine di conoscere le loro preferenze circa le più grandi personalità della storia. Puntualmente, tra lo stupore di molti, sorpresa di questi concorsi si rivela un pensatore tanto apparentemente fuori moda quanto invece ancora rilevante: Karl Marx.

L’episodio più recente di queste competizioni viene dall’Inghilterra. Nel corso di questi mesi, infatti, il programma del canale radiofonico della Bbc 4 “In Our Time” ha organizzato un sondaggio via internet che ambisce, in base alle preferenze che saranno espresse, a designare il più grande filosofo di tutti i tempi. Dopo una prima fase di voto, conclusasi il 6 di giugno, è stata compilata la lista dei venti filosofi più votati. Le posizioni della classifica avrebbero dovute rimanere segrete per non alterare la seconda fase, quella che permette di scegliere il preferito tra i soli venti più votati. Tuttavia, il direttore del programma ha deciso di rendere note le stime parziali. Ironia della storia, in cima ad essa si trova l’autore de Il capitale. Questa notizia, che ha appassionato ancora di più gli inglesi alla competizione e che ha fatto il giro del mondo, ha letteralmente scatenato le reazioni di commentatori, accademici e dell’intero mondo politico anglosassone. Si sono susseguite, così, le più svariate argomentazioni che, pur se rilasciate con la massima serietà, non mancano di apparire divertenti quando non surreali. Diversi i toni utilizzati. Ce n’è per tutti i gusti. Puerile: «lo votano perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filosofo»; altezzoso: «è votato da radical chic sempre più separati dalla realtà»; pedante: «in un suo libro ci sono delle citazioni sbagliate»; bigotto: «parlava tanto di comunismo, ma si comportò male con la sua cameriera»; drammatico: «è colpa sua se l’umanità nello scorso secolo ha vissuto senza libertà e tra le guerre»; biblico: «aveva una visione del mondo diabolica ed era pervaso da una malvagità altrettanto diabolica. Talvolta sembrava consapevole del fatto di star compiendo l’opera del demonio»; arrogante: «era solo un giornalista che sapeva di economia, non dovrebbe neppure partecipare alla gara».

La presa di posizione più inattesa è venuta dall’Economist, sulle cui pagine è comparso un intervento dal titolo “Uno spettro s’aggira per la Bbc”. Più che di un articolo, si tratta di un vero e proprio appello al voto per fermare Marx e la sua nuova pericolosa avanzata. Ai propri lettori, infatti, il quotidiano di Londra ha richiesto una sorta di “voto utile”. Poiché John Locke ed Adam Smith, naturali riferimenti della testata, sono stati esclusi dalla top twenty e considerato che John Stuart Mill si trova tra le ultime posizioni di questa, non resta che fare la scelta più saggia: concentrare tutti i voti su David Hume, attualmente terzo in classifica. E così, sul sito internet del giornale, si può leggere l’invito che, singolarmente, compare da diversi giorni tra le principali notizie: “Help Hume beat Marx”.

Per un pensatore consegnato unanimemente e definitivamente all’oblio, il tutto è senz’altro molto lusinghevole. Spiace soltanto che il celebre quotidiano britannico abbia avuto una caduta di stile e, tra le argomentazioni volte a spiegare l’incredulità delle circostanze, paventi addirittura l’ipotesi di brogli ed intromissioni nel meccanismo di voto telematico (ubiquità di uno “spettro”!). Comunque vadano le cose, bisogna constatare che a distanza di oltre centocinquant’anni dal Manifesto del partito comunista, Marx è ancora capace di turbare l’aplomb del liberalismo inglese. In realtà, l’anonimo editorialista dell’Economist, se non in cattiva fede, è poco informato. Già nel 1999, infatti, un analogo sondaggio tra gli inglesi aveva affidato a Marx il titolo di maggiore pensatore del millennio. Lo scorso anno, in Germania, la televisione di stato tedesca Zdf aveva promosso il concorso Wer sind die grossten Duetschen? (Chi sono i più grandi tedeschi?). Anche in quel caso Marx fu la rivelazione della competizione. Con oltre 500.000 voti arrivò terzo dietro Adenauer e Lutero – ma primo in tutti i Lande dell’ex Ddr ed in quelli di Berlino, Brema ed Amburgo – e, soprattutto, al primo posto nella categoria attualità. Anche in Italia, infine, la recente iniziativa dell’Istituto e Museo di storia della scienza di Firenze, Premio Nobel alla memoria, aveva proclamato, nella disciplina “Economia”, la vittoria di Marx.

Insomma, qualsiasi sia il campo ed a dispetto del passar degli anni, Karl Marx pare avviato a destare ulteriore interesse ed i suoi decenni di studio, volti a tentare di comprendere il mondo per poterlo trasformare, vedono sorgere nuove aspettative. Gli studiosi della sua opera, troppo poco conosciuta e spesso scambiata con quella degli epigoni, sostengono addirittura che la sua eredità teorica appartenga al futuro. Chissà. Certo la causa dell’emancipazione umana saprà ancora servirsi di lui.

Le preoccupazioni dei commentatori inglesi, invece, sembrano avverare l’«anatema» di Marx che promise che la borghesia avrebbe avuto buoni motivi per ricordare i favi che lo tormentavano durante la scrittura de Il capitale.

Le votazioni sono aperte a tutti e chi volesse prendervi parte può farlo, fino alla conclusione del concorso fissata per i primi di luglio, sul sito:

http://www.bbc.co.uk/radio4/history/inourtime/greatest_philosopher_vote_6to10.shtml

Mobilitarsi è sempre piacevole. Ma in questa circostanza facciamolo senza troppa apprensione. Per una volta godiamoci lo spettacolo dei tanti liberali in affanno ad inseguire Marx. La rinascita del loro spirito militante è una delle tante ed inaspettate virtù del Moro di Treviri.

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Dario Sefano Dell’Aquila

Il Fantasma Ritrovato, La Nuova Opera Di Marx

Pochi pensatori hanno scosso il mondo come Karl Marx, ma, paradossalmente, ancora oggi Marx rimane un autore, “misconosciuto” o “idolatrato”, del quale manca un’edizione integrale e scientifica delle sue opere.

E’ per questo che l’ottimo e corposo volume, Sulle Tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, (Manifesto Libri 2005, pp.392 € 30) costituisce uno dei più interessanti e importati contributi alla riscoperta e all’interpretazione dell’opera di Marx. Il libro raccoglie gli interventi presentati all’omonima conferenza internazionale, promossa da un ampio arco di università e svoltasi a Napoli, dal 1 al 3 aprile 2004.

Si divide in quattro sezioni (La nuova edizione delle opere complete (MEGA²); Il giovane Marx; Il capitale; Un oggi per Marx) e presenta saggi dei più importanti studiosi del pensiero di Marx, provenienti da dieci diversi paesi (tra gli altri Enrique Dussel, Jacques Bidet, Fritz Wolfgang Haug, Gian Mario Bravo, Domenico Losurdo).

L’introduzione di Musto costituisce un buon punto di partenza, per comprendere il nesso tra la questione filologica e quella filosofica. L’edizione delle opere complete di Marx ed Engels è cominciata nel 1975 ed interrotta nel 1989. L’anno successivo è nata l’IMES (Fondazione Internazionale Marx Engels) con lo scopo di completare la pubblicazione (su 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 50).

La difficoltà del lavoro (che si svolge attraverso gruppi di ricerca in Università di Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, Usa, Danimarca e Italia), nonché i risultati raggiunti (www.bbwa.de/vh/mega) sono ben esposti dagli interventi di Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², e da Gerald Hubmann, collaboratore della MEGA².

La gran mole di manoscritti, estratti, annotazioni, lettere (15.000 quelle ritrovate) da il senso della complessità di una lavoro filologico che, portato a compimento, può restituire un Marx privo dei soffocamenti e delle manipolazioni testuali che hanno violato il senso e lo spirito del suo lavoro.

E a testimonianza che il risveglio di interesse per l’opera del Moro non ha confini, si può leggere l’intervento del giapponese Izumi Omura (che tratta, tra l’altro, le versioni digitali dei manoscritti di Marx, disponibili sul sito dell’Università di Sendai www.tohoku.ac.ip) o quelli di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone e in Cina.

Ma la parte filologica è strettamente connessa alle analisi delle opere giovanili e a quella del Capitale, ovvero la seconda e la terza sezione del volume.

L’attenzione al giovane Marx è soprattutto rivolta ai primi scritti politici (Giuseppe Cacciatore, Stathis Kouvélakis) e ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Mario Cingoli, Musto); l’analisi del Capitale, che contiene i principali contributi teorici del libro, dedica molto spazio al rapporto tra Marx ed Hegel (Cristopher Arthur, Roberto Finelli, Riccardo Bellofiore, Dussel), alla sostanza e alla forma del valore della merce (Geert Reuten), al processo di costruzione del testo marxiano (Haug), alla struttura della società capitalistica (Bidet).

L’attualità del pensiero di Marx, la necessità di liberare la sua opera da strategie di dominio del discorso e dalla polvere degli archivi, diventa fondamentale per chi parla del “comunismo della finitudine”, la formula che adoperano André Tosel e Domenico Jervolino per indicare l’esigenza di un nuovo paradigma, di una società comunista intesa come possibilità, desiderio, frutto di lotte, ma non esito fatale del divenire storico.

Michael Krätke, infine, evidenzia la peculiarità della critica marxiana dell’economia politica e la sua indispensabilità per la comprensione del capitalismo contemporaneo.

Un volume ricco, che non rende possibile dare conto di tutti gli interventi che ospita e che, evitando il difetto che spesso presentano i lavori collettivi, ha non solo un preciso filo conduttore, ma una forte identità narrativa.

C’è la sensazione che questa nuova riscoperta dell’immenso lavoro di Marx, in senso fisico prima che teorico, getti una luce inaspettata su un autore più citato che studiato.

Merito di questo libro è di trasmettere pienamente al lettore la consapevolezza che quello che il ‘900 ha chiuso così frettolosamente si riapre.

Se la globalizzazione è, tra l’altro, la velocità con cui circolano le merci, i lavoratori, i capitali; c’è qualcuno che non desidera, nella propria cassetta degli attrezzi, un nuovo-vecchio Marx, libero da cerimonie di Stato e da piccoli tatticismi interpretativi?

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Sulle tracce di un fantasma

Su mille socialisti, forse uno solo ha letto un’opera economica di Marx, su mille antimarxisti, neppure uno ha letto Marx.

La Critica di Marx: Incompiutezza Versus Sistematizzazione
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai.

Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia. Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati al «New-York Tribune», all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente ed all’imponente mole di ricerche svolte . Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» .

Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe . Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza. Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; ed infine, la consapevolezza acquisita con la piena maturità della difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo meno si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze. Tuttavia, nonostante la frammentarietà del Nachlass di Marx e la sua ferma contrarietà ad erigere un’ulteriore dottrina sociale, l’opera incompiuta fu sovvertita e un nuovo sistema, il «marxismo», poté sorgere.

Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il lascito dell’amico. Il lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.

Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle [Tesi su Feurbach] , edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della [Critica al programma di Gotha] uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta» . Tale scelta, seppur rispondente ad esigenze comprensibili, produsse il passaggio da un testo parziale e provvisorio, composto in molte parti da «pensieri scritti in statu nascendi» e da appunti preliminari che Marx era solito riservarsi per ulteriori elaborazioni dei temi trattati, ad un altro unitario, dal quale originava la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il Capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti .

D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» , divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente. Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.

Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere ad esse ed al bisogno di ideologia che avanzava anche tra le file del movimento dei lavoratori, il neonato «marxismo», che andava sempre più estendendosi da teoria scientifica a dottrina politica – divenuto precocemente ortodossia sulle pagine della rivista «Die Neue Zeit» diretta da Kautsky – assunse rapidamente medesima conformazione sistemica. In questo contesto, la diffusa ignoranza ed avversione all’interno del partito tedesco nei riguardi di Hegel, vero e proprio arcano impenetrabile , e della sua dialettica, ritenuta finanche «l’elemento infido della dottrina marxista, l’insidia che intralcia ogni considerazione coerente delle cose» , giocarono un ruolo decisivo.

Ulteriori fattori che contribuirono a consolidare definitivamente la trasformazione dell’opera di Marx in sistema, sono rintracciabili nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione. Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti. La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione fatale della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento e volgarizzazione del patrimonio originario , fino a renderlo irriconoscibile trasfigurandolo da Kritik a Weltanschauung.

Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il «marxismo» del periodo della Seconda Internazionale (1889-1914). Guidata da una ferma quanto ingenua convinzione del procedere automatico della storia, e dunque dell’ineluttabile successione del socialismo al capitalismo, essa si mostrò incapace di comprendere l’andamento reale del presente e, rompendo il necessario legame con la prassi rivoluzionaria, produsse una sorta di quietismo fatalistico che si tramutò in fattore di stabilità per l’ordine esistente . Si palesava in questo modo la profonda lontananza da Marx, che già nella sua prima opera aveva dichiarato: «la storia non fa niente (…) non è la ‘storia’ che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini» .

La teoria del crollo (Zusammenbruchstheorie), ovvero la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, che ebbe nella crisi economica della Grande Depressione, dispiegatasi lungo il ventennio successivo al 1873, il contesto più favorevole per esprimersi, fu proclamata come l’essenza più intima del socialismo scientifico. Le affermazioni di Marx, volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne una tendenza di sviluppo , furono trasformate in leggi storiche universalmente valide dalle quali far discendere, sin nei particolari, il corso degli eventi.

L’idea di un capitalismo agonizzante, autonomamente destinato al tramonto, fu presente anche nell’impianto teorico della prima piattaforma interamente «marxista» di un partito politico, Il programma di Erfurt del 1891, e nel commento che ne fece Kautsky che enunciava come «l’inarrestabile sviluppo economico porta alla bancarotta del modo di produzione capitalistico con necessità di legge naturale. La creazione di una nuova forma di società al posto di quella attuale non è più solo qualcosa di desiderabile ma è diventata inevitabile» . Esso fu la rappresentazione, più significativa ed evidente, dei limiti intrinseci all’elaborazione dell’epoca, nonché dell’abissale distanza prodottasi da colui che ne era stato l’ispiratore.

Lo stesso Eduard Bernstein, che concependo il socialismo come possibilità e non come ineluttabilità aveva segnato una discontinuità con le interpretazioni in quel periodo dominanti, operò una lettura di Marx altrettanto artefatta che non si discostava minimamente da quelle del tempo e contribuì a diffonderne, mediante la vasta risonanza che ebbe il Bernstein-Debatte, un’immagine egualmente alterata e strumentale.

Il «marxismo» russo, che nel corso del Novecento svolse un ruolo fondamentale nella divulgazione del pensiero di Marx, seguì questa traiettoria di sistematizzazione e volgarizzazione con un irrigidimento persino maggiore. Per il suo più importante pioniere, Gheorghi Plekhanov, infatti, «il marxismo è una completa concezione del mondo» , improntata ad un semplicistico monismo in base al quale le trasformazioni sovrastrutturali della società procedono in maniera simultanea alle modificazioni economiche. In Materialismo ed empiriocriticismo del 1909, Lenin definisce il materialismo come «il riconoscimento della legge obiettiva della natura, e del riflesso approssimativamente fedele di questa legge nella testa dell’uomo» . La volontà e la coscienza del genere umano devono «inevitabilmente e necessariamente» adeguarsi alla necessità della natura. Ancora una volta a prevalere è l’impostazione positivistica.

Dunque, a dispetto dell’aspro scontro ideologico apertosi durante quegli anni, molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda Internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza Internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità» . L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» .

La critica di Antonio Gramsci che si oppose a siffatta concezione, per la quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici» , riveste particolare interesse. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» , fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.

Con l’affermazione del «marxismo-leninismo», il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il «Diamat» (Dialekticeskij materialzm), «la concezione del mondo del partito marxista-leninista» . L’opuscolo di Stalin del 1938, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, che ebbe una straordinaria diffusione, ne fissava i tratti essenziali: i fenomeni della vita collettiva sono regolati da «leggi necessarie dello sviluppo sociale», «perfettamente conoscibili»; «la storia della società si presenta come uno sviluppo necessario della società, e lo studio della storia della società diventa una scienza». Ciò «vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la complessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di sviluppo della società per servirsene nella pratica» e che, di conseguenza, compito del partito del proletariato è fondare la propria attività in base a queste leggi. È evidente come il fraintendimento intorno ai concetti di «scientifico» e «scienza» fosse giunto al suo culmine. La scientificità del metodo marxiano, fondata su criteri teorici scrupolosi e coerenti, fu sostituita con il modo di procedere delle scienze naturali che non contemperava contraddizione alcuna.

Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. Completamente estraneo ed avulso dalla complessità sociale, esso si sosteneva, come sempre accade quando si propone, con un’arrogante quanto infondata cognizione della realtà. Circa l’inesistente legame con Marx, basta ricordare quello che era il suo motto preferito: De omnibus dubitandum .

L’ortodossia «marxista-leninista» impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione Sovietica il «marxismo» visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso. Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie «marxiste» su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.

In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico e volutamente non sistemico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso a Marx non poté capitare di peggio.

Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici. Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette (…) per l’osteria dell’avvenire» , fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi» , venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» , è stato accomunato ad una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione.

L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero sino ad obliterarlo ed a divenirne sua manifesta negazione.

UN AUTORE MISCONOSCIUTO
«Gli scritti di Marx ed Engels (…) furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti, e quindi, dei seguaci e degl’interpreti diretti degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» era giunto fra i popoli di lingue neolatine «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» . Un «marxismo» immaginario. In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una leggenda agiografica. Al contrario, molti dei suoi testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels» , indicava un’ineludibile necessità generale. Per Labriola, non bisognava né compilare antologie, né redigere un Testamentum juxta canonem receptum, bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori (…) perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» . Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.

Accanto a queste valutazioni prevalentemente filologiche, Labriola ne avanzava altre di carattere teorico, di sorprendente lungimiranza in relazione all’epoca nella quale visse. Egli considerava tutti gli scritti ed i lavori di circostanza di Marx ed Engels non portati a termine come «i frammenti di una scienza e di una politica, che è in continuo divenire». Per evitare di cercare al loro interno «ciò che non c’è, e non ci ha da essere», ovvero «una specie di volgata o di precettistica per la interpretazione della storia di qualunque tempo e luogo», essi potevano essere pienamente compresi solo se ricollegati al momento ed al contesto della loro genesi. Diversamente, coloro i quali «non intendono il pensare ed il sapere come operosità che sono in fieri», ossia «i dottrinari e i presuntuosi d’ogni genere, che han bisogno degl’idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedie, cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno» : una soluzione sommaria e fideistica ai quesiti della storia.

Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che la Sozialdemokratischen Partei Deutschlands, detentrice del Nachlaß e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla socialdemocrazia, non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica. Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza . Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori, composto da molti manoscritti incompleti e progetti incompiuti. Tanto meno vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo utilissima come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti. La biblioteca, infine, contenente i libri da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, fu ignorata, in parte dispersa e solo in seguito ricostruita e catalogata.

La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Borisovič Rjazanov, principale conoscitore di Marx nel Novecento e direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche quest’impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale che troppo spesso ostacolarono anziché favorire l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione, vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione assoluta della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava ad un autore la cui gigantesca opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del «marxismo» e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx . I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA: [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico] nel 1927, i [Manoscritti economico-filosofici del 1844] e [L’ideologia tedesca] nel 1932. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori de Il capitale: nel 1933 il [Capitolo VI inedito] e tra il 1939 ed il 1941 i quaderni dei [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica], meglio noti come Grundrisse. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in seria ridiscussione complessiva dell’opera.

Il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali del grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione . Lo è stato nel periodo durante il quale il «marxismo» era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi.

UN’OPERA PER L’OGGI
Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato è stata destinata, e dalla fallacia del «marxismo», dal quale viene definitivamente separata, l’opera di Marx riemerge nella sua originale incompiutezza ed è riconsegnata ai liberi campi del sapere. Sottratta a sedicenti proprietari ed a costrittivi modi d’impiego , il pieno dispiegarsi della sua preziosa ed immensa eredità teorica, in parte ancora inedita, è reso finalmente possibile.

Con l’ausilio della filologia trovano risposta l’esigenza non più eludibile di ricognizione delle fonti, per tanto tempo avvolte e mistificate dalla propaganda apologetica, ed il bisogno di disporre di un indice certo e definitivo di tutti i manoscritti di Marx. Essa si offre come imprescindibile mezzo per far luce sul suo testo, ristabilendone l’originario orizzonte problematico e polimorfo ed evidenziandone l’enorme divario con molte delle interpretazioni e delle esperienze politiche che, pur essendosi a lui richiamate, ne hanno trasmesso una percezione oltremodo sminuente. Leggere Marx con l’intento di ricostruirne la genesi degli scritti e il quadro storico nel quale nacquero, di evidenziarne l’importanza del debito intellettuale dell’elaborazione, di considerarne il carattere costantemente multidisciplinare : è l’impegnativo compito che la nuova Marx Forschung ha innanzi a sé e che necessita, per essere perseguito, di un orientamento permanentemente critico e lontano dal fuorviante condizionamento dell’ideologia. Tuttavia, quella di Marx non è soltanto un’opera priva di un’adeguata interpretazione critica in grado di rendere giustizia al suo genio , ma è anche un’opera in costante ricerca d’autore.

Le riflessioni di Marx sono attraversate da una differenza irriducibile, da un carattere del tutto particolare rispetto a quelle della maggior parte degli altri pensatori. Esse racchiudono un inscindibile legame tra teoria e prassi e sono persistentemente rivolte ad un soggetto privilegiato e concreto: «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» (die wirkliche Bewegung welche den jetzigen Zustand aufhebt), al quale viene affidato il «rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti» (den praktischen Umsturz der realen gesellschaftlichen Verhältnisse) . Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialismi meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.

La sua opera conserva confini e pretese ben più vasti degli àmbiti delle discipline accademiche. Senza il pensiero di Marx mancherebbero i concetti per comprendere e descrivere il mondo contemporaneo, così come gli strumenti critici per invertire la subalternità al credo imperante che presume di poter raffigurare il presente con le sembianze antistoriche della naturalità e dell’immutabilità.

Senza Marx saremmo condannati ad una vera e propria afasia critica. Non tragga in inganno l’apparente inattualità, l’assoluto ed unanime dogma che ne decreta con certezza l’oblio. Le sue idee potranno invece suscitare nuovi entusiasmi, stimolare ulteriori feconde riflessioni e subire altre alterazioni. La causa dell’emancipazione umana dovrà ancora servirsi di lui. Critico insuperato del sistema di produzione capitalistico, Karl Marx sarà fondamentale fino al suo superamento. Il suo «spettro» è destinato ad aggirarsi per il mondo ed a far agitare l’umanità ancora per molto.

APPENDICE: CRONOLOGIA DELLE OPERE DI MARX

ANNO TITOLO DELL’OPERA INFORMAZIONI SULLE EDIZIONI
1841 [Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro]

1902: in Aus dem literarischen Nachlass von Karl Marx, Friedrich Engels und Ferdinand Lassalle, a cura di Mehring (versione parziale).

1927: in MEGA I/1.1, a cura di Rjazanov.

1842-43 Articoli per la «Gazetta Renana» Quotidiano stampato a Colonia.
1843 [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico] 1927: in MEGA I/1.1, a cura di Rjazanov.
1844 Saggi per gli «Annali Franco-Tedeschi» Sono inclusi Sulla questione ebraica e Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione. Unico numero pubblicato a Parigi. La maggior parte delle copie furono confiscate dalla polizia.
1844 [Manoscritti economico-filosofici del 1844] 1932: in Der historische Materialismus, a cura di Landshut e Mayer ed in MEGA I/3, a cura di Adoratskij (le edizioni differiscono per contenuto e ordine delle parti). Il testo fu escluso dai volumi numerati della MEW e pubblicato separatamente.
1845 La sacra famiglia (con Engels) Pubblicato a Francoforte sul Meno.
1845 [Tesi su Feuerbach] 1888: in appendice alla ristampa del Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca di Engels.
1845-46 [L’ideologia tedesca] (con Engels)

1903-1904: in «Dokumente des Sozialismus», a cura di Bernstein (versione parziale e rimaneggiata).

1932: in Der historische Materialismus, a cura di Landshut e Mayer ed in MEGA I/3, a cura di Adoratskij (le edizioni differiscono per contenuto e ordine delle parti).

1847 Miseria della filosofia Stampato a Bruxelles e Parigi. Testo in francese.
1848 Discorso sulla questione del libero scambio Pubblicato a Bruxelles. Testo in francese.
1848 Manifesto del partito comunista (con Engels) Stampato a Londra. Conquistò una certa diffusione a partire dagli anni Settanta.
1848-49 Articoli per la «Nuova Gazzetta Renana» Quotidiano uscito a Colonia. Vi è incluso Lavoro salariato e capitale.
1850 Articoli per la «Nuova Gazzetta Renana. Rivista politico-economica» Fascicoli mensili stampati ad Amburgo in tiratura esigua. Comprendono Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850.
1852 Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte Pubblicato a New York nel primo fascicolo di «Die Revolution». La maggior parte delle copie non furono ritirate dalla stamperia per difficoltà finanziarie. In Europa giunse solo un numero insignificante di esemplari. La seconda edizione – rielaborata da Marx – comparve solo nel 1869.
1851-62 Articoli per il «New-York Tribune» Molti degli articoli furono redatti da Engels.
1852 [I grandi uomini dell’esilio] (con Engels) 1930: in «Archiv Marksa i Engel’sa» (edizione russa). Il manoscritto era stato precedentemente occultato da Bernstein.
1853 Rivelazioni sul processo contro i comunisti a Colonia Stampato come opuscolo anonimo a Basilea (quasi tutti i duemila esemplari furono sequestrati dalla polizia) ed a Boston. Nel 1874 la ristampa sul «Volksstaat» nella quale Marx appariva come autore, nel 1875 la versione in libro.
1853-54 Lord Palmerston Testo in inglese. Pubblicato inizialmente in forma di articoli su «New-York Tribune» e «The People’s Paper». In seguito divenne un opuscolo.
1854 Il cavaliere dalla nobile coscienza Pubblicato a New York in forma di opuscolo.
1856-57 Rivelazioni sulla storia diplomatica del diciottesimo secolo Testo in inglese. Nonostante fosse stato già pubblicato da Marx, venne successivamente omesso e pubblicato ad Est solo nel 1986 nelle MECW.
1857 [Introduzione ai Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica] 1903: in «Die Neue Zeit», a cura di Kautsky con notevoli discordanze con l’originale.
1857-58 [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica]

1939-1941: edizione di esigua diffusione.

1953: ristampa che ne permise l’effettiva circolazione.

1859 Per la critica dell’economia politica Stampato in mille copie a Berlino.
1860 Herr Vogt Stampato a Londra con scarsa risonanza.
1861-63 [Per la critica dell’economia politica (Manoscritto 1861-1863)]

1905-1910: Teorie sul plusvalore, a cura di Kautsky (versione rimaneggiata). Il testo conforme all’originale apparve solo nel 1954 (edizione russa) e nel 1956 (edizione tedesca).

1976-1982: pubblicazione integrale di tutto il manoscritto, in MEGA² II/3.1-3.6.

1863-64 [Sulla questione polacca] 1961: Manuskripte über die polnische Frage, a cura dell’IISG.
1863-67 [Manoscritti economici 1863-1867]

1894: Il capitale. Libro terzo. Il processo complessivo della produzione capitalistica, a cura di Engels (basato anche su manoscritti successivi, editi in MEGA² II/14 ed in preparazione in MEGA² II/4.3).

1933: Libro primo. Capitolo VI inedito, in «Archiv Marksa i Engel’sa».

1988: pubblicazione di manoscritti del Libro primo e del Libro secondo, in MEGA² II/4.1.

1992: pubblicazione di manoscritti del Libro terzo, in MEGA² II/4.2.

1864-72 Indirizzi, risoluzioni, circolari, manifesti, programmi, statuti per la «Associazione Internazionale degli Operai». Testi per lo più in inglese. Includono l’Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli operai e Le cosiddette scissioni nell’Internazionale (con Engels).
1865 [Salario, prezzo e profitto] 1898: a cura di Eleonor Marx. Testo in inglese.
1867 Il capitale. Libro primo. Il processo di produzione del capitale Stampato in mille esemplari ad Amburgo. Seconda edizione nel 1873 in tremila copie. Traduzione russa nel 1872.
1870 [Manoscritto al libro secondo de „Il capitale“] 1885: Il capitale. Libro secondo. Il processo di circolazione del capitale, a cura di Engels (basato anche sul manoscritto del 1880-1881 e su quelli più brevi del 1867-1868 e del 1877-1878, in preparazione in MEGA² II/11).
1871 La guerra civile in Francia Testo in inglese. L’opera conobbe in breve tempo numerose edizioni e traduzioni.
1872-75 Il capitale. Libro I: Il processo di produzione del capitale (edizione francese) Testo rielaborato per la traduzione francese uscita in fascicoli. Secondo Marx dotato di un «valore scientifico indipendente dall’originale».
1874-75 [Note su „Stato e Anarchia“ di Bakunin] 1928: in «Letopisi marxisma», prefazione di Rjazanov (edizione russa). Manoscritto con estratti in russo e commenti in tedesco.
1875 [Critica al programma di Gotha] 1891: in «Die Neue Zeit», a cura di Engels che modificò alcuni passi dell’originale.
1875 [Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente] 2003: in MEGA² II/14.
1877 Dalla «Storia critica» (capitolo dell’Anti-Dühring di Engels) Pubblicato parzialmente sul «Vorwärts» e poi integralmente nell’edizione in volume.
1879-80 [Annotazioni su „La proprietà comune rurale“ di Kovalevskij] 1977: in Karl Marx über Formen vorkapitalistischer Produktion, a cura dell’IISG.
1879-80 [Glosse marginali al „Manuale di economia politica“ di Wagner] 1932: in Das Kapital (versione parziale).
1933: in SOČ XV (edizione russa).
1880-81 [Estratti da „La società antica“ di Morgan] 1972: in The Ethnological Notebooks of Karl Marx, a cura dell’IISG. Manoscritto con estratti in inglese.
1881-82 [Estratti cronologici 90 a. C. – 1648 ca.] 1938-1939: in «Archiv Marksa i Engel’sa» (versione parziale, edizione russa).
1953: in Marx, Engels, Lenin, Stalin Zur deutschen Geschichte (versione parziale).

Riferimenti
1. Boris Nikolaevskij-Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 7.
2. La testimonianza più significativa del ciclopico lavoro di Marx è resa dai compendi e dagli appunti di studio pervenutici. Fin dal periodo universitario, infatti, Marx aveva assunto l’abitudine, mantenuta per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare. I suoi estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue Books, in particolare i Reports of the inspectors of factories, le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx. La quarta sezione della MEGA², Exzerpte, Notizen, Marginalien, concepita in trentadue volumi, ne permetterà, quando completata, finalmente l’accesso.
3. Benedikt Kautsky (a cura di), Friedrich Engels’ Briefwechsel mit Karl Kautsky, Danubia Verlag, Wien 1955, p. 32; tr. it. parz. Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 438 (tr. modificata).
4. In proposito si veda la cronologia delle sue opere in appendice.
5. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot, Paris 2000 (1974), pp. 439-440; tr. it. parz. Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, p. 109 e Bruno Bongiovanni, Le repliche della storia, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 7.
6. Nel presente saggio i manoscritti incompiuti di Marx, pubblicati da editori successivi, sono inseriti tra parentesi quadre.
7. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Zweiter Band, Marx Engels Werke, Band 24, Dietz Verlag, Berlin 1963, p. 7; tr. it. Prefazione a Karl Marx, Il capitale, Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 9.
8. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Dritter Band, MEGA² II/15, Akademie Verlag, Berlin 2004, p.7; tr. it. Prefazione a Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 10.
9. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels, durante il suo lavoro di curatore, sui manoscritti del secondo e del terzo libro de Il capitale, ammontano a circa cinquemila. Una quantità di gran lunga superiore a quella sino ad oggi presunta. Le modifiche al testo, che consistono in aggiunte di passaggi, sostituzioni di concetti, trasformazioni di alcune formulazioni di Marx e traduzioni di parole da lui utilizzate in altre lingue, saranno disponibili nella loro interezza con la conclusione, prevista per il 2007, della seconda sezione della MEGA², Das Kapital und Vorarbeiten. Essa comprenderà la pubblicazione integrale di tutte le edizioni autorizzate de Il capitale (comprese le traduzioni) e di tutti i suoi manoscritti preparatori, a partire da quelli del 1857-58. Il completamento di questa impresa consentirà, finalmente, la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul ruolo svolto da Engels in qualità di editore.
10. Friedrich Engels, Vorworte zu den drei Auflagen de Herrn Eugen Dührings Umwälzung der Wissenschaft, MEGA² I/27, Dietz Verlag, Berlin 1988, p. 492; tr. it. Anti-Dühring, Marx Engels Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 6.
11. Cfr. Hans Josef Steinberg, Il socialismo tedesco da Bebel a Kautsky, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 72-77.
12. Eduard Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza, Bari 1968, p. 58.
13. Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. secondo, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
14. Cfr. Erich Matthias, Kautsky e il kautskismo, De Donato, Bari 1971, p. 124.
15. Friedrich Engels-Karl Marx, Die heilige Familie, Marx Engels Werke, Band 2, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 98; tr. it. La sacra famiglia, Marx Engels Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 103.
16. Cfr. Paul M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Boringhieri, Torino 1970, p. 225.
17. Cfr. Hans Josef Steinberg, Il partito e la formazione dell’ortodossia marxista, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. secondo, op. cit., p. 190.
18. Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 123.
19. Gheorghi Plekhanov, Le questioni fondamentali del marxismo, in Gheorghi Plekhanov, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca 1985, p. 366.
20. Vladimir Ilic Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Vladimir Ilic Lenin, Opere complete, vol. XIV, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 152.
21. Ivi, p. 185.
22. Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 16.
23. Ivi, p. 252.
24. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, (a cura di Valentino Gerratana) Einaudi, Torino 1975, p. 1403.
25. Ivi, p. 1428.
26. Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 919.
27. Ivi, p. 926-927.
28. Cfr. Izumi Omura, Valerij Fomičev, Rolf Hecker, Shun-ichi Kubo (a cura di), Familie Marx privat, Akademie Verlag, Berlin 2005, p. 235; tr. it. Karl Marx biografia per immagini, Editori Riuniti, Roma 1983, (senza numeri di pagina) immagine 111.
29. Karl Marx, Nachwort a Das Kapital, Erster Band, MEGA² II/6, Dietz Verlag, Berlin 1987, p. 704; tr. it. Poscritto alla seconda edizione de Il capitale, Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 42.
30. Karl Marx, Provisional Rules of the International Working Men’s Association, MEGA², I/20, Akademie Verlag, Berlin 2003 (1992); tr. it. Statuti provvisori dell’Associazione internazionale degli operai, Marx Engels Opere, vol. XX, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 14.
31. Karl Marx, Kritik des Gothaer Programms, Marx Engels Werke, Band 19, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 21; tr. it. Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990 (1976), p. 17.
32. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, pp. 667-669.
33. Nel suo testo Labriola tracciava uno schema preciso dei caratteri dell’edizione, che avrebbe dovuto essere «corredata, caso per caso, di prefazioni dichiarative, di indici di riferimento, di note e di rimandi. (…) Agli scritti già apparsi in forma di libri o di opuscoli converrebbe aggiungere gli articoli di giornali, i manifesti, le circolari, i programmi, e tutte quelle lettere, che, per essere di pubblico e di generale interesse, per quanto dirette a privati, hanno importanza politica o scientifica». Ivi, p. 671.
34. Ivi, p. 672.
35. Ivi, pp. 673-677.
36. Cfr. Maximilien Rubel, Bibliographie des œuvres de Karl Marx, Rivière, Paris, 1956, p. 27.
37. Cfr. David Rjazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, in «Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung», Hirschfeld, Leipzig, 1925, in particolare pp. 385-386.
38. In proposito si rimanda all’Einführung del volume MEGA² IV/32, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels, Akademie Verlag, Berlin 1999, pp. 7-97.
39. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, op. cit., p. 81; tr. it. parz. Marx critico del marxismo, op. cit., p. 88. L’infaticabile opera di denuncia della ricerca marxologica di Maximilien Rubel sulla profonda differenza tra Marx ed il «marxismo» giunse a considerare quest’ultimo come «il più grande, se non il più tragico, malinteso del secolo». A riguardo si veda anche l’opuscolo di Louis Janover, Maximilien Rubel: un impegno per Marx, Colibrì, Milano 2001, in particolare p. 19.
40. Accanto al misconoscimento «marxista», che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello «antimarxista» di parte liberale e conservatrice, ben più grave perché carico di prevenuta ostilità. Non offrendo questa sede l’opportunità per una sua valutazione, sarà oggetto di successivi approfondimenti.
41. Cfr. Daniel Bensaïd, Passion Karl Marx, Textuel, Paris 2001, p. 181.
42. In proposito si veda Bruno Bongiovanni, Leggere Marx dopo il marxismo, «Belfagor», n. 5 (1995), p. 590.
43. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx, Colibrì, Milano 2001, p. 18.
44. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in «Marx-Engels-Jahrbuch» 2003, Akademie Verlag, Berlin 2004, pp. 21 e 29; tr. it. L’ideologia tedesca, Marx Engels Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 34 e 39.
45. Considerata la mole della produzione intellettuale di Marx, la cronologia non è stata redatta in base al criterio della completezza, ma si riferisce esclusivamente alle opere più significative. L’intento è quello di porre in evidenza il carattere incompiuto di tanti scritti di Marx e le vicissitudini relative alla loro pubblicazione. Per rispondere al primo proposito, i titoli dei manoscritti che non furono da lui dati alle stampe sono inseriti tra parentesi quadre, differenziandoli così dai volumi e dagli articoli invece completati. Emerge in questo modo il rapporto prevalente della parte incompiuta su quella finita. Per mettere in risalto il secondo obiettivo, invece, una colonna contenente informazioni sulle edizioni dei lavori apparsi postumi ne specifica l’anno della prima pubblicazione, il riferimento bibliografico e, dove rilevante, il curatore. Eventuali modifiche all’originale sono segnalate. Inoltre, quando il testo o il manoscritto di Marx non è stato redatto in tedesco, ne viene indicata la lingua di stesura. Abbreviazioni utilizzate: MEGA (Marx-Engels-Gesamtausgabe, 1927-1935); SOČ (K. Marks i F. Èngel’sa Sočinenija, 1928-1946); MEW (Marx-Engels-Werke, 1956-1968); MECW (Marx-Engels-Collected-Works, 1975-2005); MEGA² (Marx-Engels-Gesamtausgabe, 1975-…).

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Journalism

Le inesauribili avventure delle edizioni di Marx ed Engels

Da qualche anno è ritornato all’attenzione degli studiosi internazionali un autore misconosciuto: Karl Marx. Il suo pensiero, tanto apparentemente fuori moda quanto ancora irrinunciabile per la comprensione del presente, è riconsegnato ai liberi campi del sapere.

La sua opera, liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni cui era stata in passato strumentalmente destinata, diviene oggetto di rinnovato interesse.

Le pubblicazioni della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), ricominciate nel 1998 dopo l’interruzione seguita al crollo dei paesi socialisti, l’impegnativa fase di riorganizzazione delle direttive editoriali (Richard Sperl, Edition auf hohem Niveau. Zu den Grundsätzen der Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), pp. 215, € 12,90, Argument, Hamburg 2004) e il trasferimento della sua direzione presso la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, ne sono l’esempio più significativo. Dei 114 volumi previsti, ognuno dei quali consta di due tomi, il testo più l’apparato critico, è stato di recente raggiunto l’importante traguardo del cinquantesimo volume, il decimo dalla ripresa.

Molte delle acquisizioni filologiche insite nella nuova edizione storico-critica evidenziano una caratteristica peculiare dell’opera di Marx: l’incompiutezza. Egli lasciò, infatti, più manoscritti incompleti di quanti non ne avesse, invece, dati alle stampe e ciò avvenne anche con Il capitale, la cui intera pubblicazione, comprensiva cioè di tutti i lavori preparatori a partire del 1857, troverà finalmente ultimazione nella seconda sezione della MEGA² entro il 2007.

Dopo la morte di Marx, fu Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il Nachlass frammentario dell’amico. L’uscita del terzo libro de Il capitale (MEGA², II/15. Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band. Hamburg 1894 , pp. 1420, € 178, Akademie Verlag, Berlin 2004), l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, ripropone anch’essa questo aspetto. L’intensa attività redazionale di Engels, nella quale profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 ed il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» e appunti preliminari, ad un altro unitario dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa, successivamente foriera di molti malintesi interpretativi. Di maggiore interesse al riguardo, il volume precedente (MEGA², II/14. Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“, 1871 bis 1895 , pp. 1183, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2003). Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 ed il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Mehrwertrate und Profitrate mathematisch behandelt del 1875, nonché i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Proprio questi ultimi mostrano, con inequivocabile esattezza, il percorso compiuto sino alla versione pubblicata e, ponendo in risalto la quantità degli interventi sul testo, di gran lunga superiori a quelli sino ad ora ipotizzati, permettono finalmente di formulare una valutazione certa sul suo ruolo di editore, evidenziandone valore e limiti. Ad ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta.

La ricerca filologica della MEGA² ha prodotto risultati di rilievo anche nella prima sezione, quella che comprende le opere, gli articoli e le bozze di Marx ed Engels. Due i volumi ultimamente apparsi. Il primo (MEGA², I/14. Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855, pp. 1695, € 188, Akademie Verlag, Berlin 2001) include duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il «New-York Tribune» e la «Neue Oder-Zeitung» di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere, altri ventuno testi, a loro non attribuiti precedentemente perché pubblicati in anonimato sull’importante quotidiano americano. Il secondo, invece, (MEGA², I/31. Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891, pp. 1440, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2002) presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli. Tra questi ultimi, sono di particolare interesse Die auswärtige Politik des russischen Zarentums, la storia di due secoli di politica estera russa apparsa su «Die Neue Zeit» ma poi proibita da Stalin nel 1934, e Juristen-Sozialismus, scritto con Kautsky, del quale è riconosciuta, per la prima volta con certezza, la paternità delle singole parti.

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella terza sezione, quella relativa al carteggio. Tema principale di un recente volume (MEGA², III/13. Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865, pp. 1443, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2002), l’attività politica di Marx in seno alla International Working Men’s Association, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, ed il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico. Tra le questioni dibattute: la funzione delle organizzazioni sindacali delle quali sottolineò l’importanza schierandosi, al contempo, contro Lassalle e la sua proposta di formare cooperative finanziate dallo Stato prussiano: «la classe operaia è rivoluzionaria o non è niente»; la polemica contro l’owenista Weston, che approdò nel ciclo di conferenze raccolte postume nel 1898 con il nome di Salario, prezzo e profitto; le considerazioni sulla guerra civile negli Stati Uniti; l’opuscolo di Engels La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco. L’altro volume di corrispondenza da poco edito (MEGA², III/9. Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859, pp. 1301, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2003) ha come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa». Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del déluge», tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi Grundrisse – osservatorio privilegiato per seguire l’evolversi della concezione dell’autore – e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica. Sul piano personale, questa fase è segnata dalla «miseria incancrenita»: «non credo che mai nessuno abbia scritto su ‘il denaro’ con una tale mancanza di denaro». Marx lotta disperatamente perché la precarietà della propria condizione non gli impedisca di portare a termine la sua «Economia» e dichiara: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una money-making machine ». Tuttavia, sebbene si dedicasse totalmente alla stesura del secondo fascicolo, questo non vedrà mai la luce e per la conclusione del primo libro de Il capitale, l’unico ultimato, bisognerà attendere il 1867. La restante parte del suo immenso progetto, contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso assegnato, sarà realizzata soltanto parzialmente e resterà straordinariamente piena di manoscritti abbandonati, abbozzi provvisori e progetti incompiuti.

Fedele compagna e dannazione dell’intera produzione letteraria di Marx, l’incompiutezza vive egualmente nelle sue opere giovanili. Il primo numero della nuova serie del Marx-Engels-Jahrbuch (Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie, pp. 400, € 59,80, Akademie Verlag, Berlin 2004), interamente dedicato a L’ideologia tedesca, ne è prova inconfutabile. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², la cui uscita prevista per il 2008 offrirà parti del manoscritto correttamente ascritte a Moses Heß, differentemente dalle edizioni succedutesi sino ad oggi, pubblica le carte di Marx ed Engels così come sono state da loro lasciate, ovvero senza alcun tentativo di ricostruzione. Le parti incluse nell’annuario corrispondono ai capitoli I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto e, in particolare, che il capitolo su Feuerbach fu tutt’altro che compiuto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. L’ideologia tedesca, considerata a volte finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà.

Sempre sul giovane Marx, infine, si segnala la riedizione della raccolta delle opere giovanili a cura degli studiosi socialdemocratici Landshut e Mayer (Karl Marx, Die Frühschriften, pp. 670, € 19,80, Kröner, Stuttgart 2004) che nel 1932, in contemporanea con la prima Marx-Engels Gesamtausgabe, resero possibile la diffusione, pur se con diversi errori circa i contenuti e la sistemazione delle varie parti dei testi e con una cattiva decifrazione degli originali, deiManoscritti economico-filosofici del 1844 e de L’ideologia tedesca, sino ad allora inediti.

Dopo le tante stagioni contrassegnate da una profonda e reiterata incomprensione di Marx, inverata dalla sistematizzazione della sua teoria critica, dall’impoverimento che ne ha accompagnato la divulgazione, dalla manipolazione e la censura dei suoi scritti e dal loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, l’incompiutezza della sua opera si mostra con fascino indiscreto, priva di soluzioni di continuità con le interpretazioni che la hanno precedentemente snaturata sino a diventarne manifesta negazione.

Da essa riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e dell’orizzonte lungo il quale la Marx Forschung ha ancora tanti sentieri da percorrere.

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Roberto Finelli, Critica Marxista

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Marx a Parigi

I. Parigi: Capitale del mondo nuovo
Parigi è una «mostruosa meraviglia, stupefacente insieme di movimenti, macchine e pensieri, la città dai centomila romanzi, la testa del mondo» [1]. Così Balzac descriveva, in uno dei suoi racconti, l’effetto che la capitale francese produceva su quanti non la conoscevano a fondo.

Durante gli anni precedenti la rivoluzione del 1848, la città era abitata da artigiani ed operai in continua agitazione politica; da colonie di esuli, rivoluzionari, scrittori ed artisti di più paesi ed il fermento sociale che la attraversava, aveva raggiunto un’intensità riscontrabile in pochi altri periodi storici[2]. Donne ed uomini, dalle doti intellettuali più svariate pubblicarono libri, riviste e giornali; scrissero poesie; presero parola nelle assemblee; si dedicarono ad interminabili discussioni nei caffè, per le strade, nei banchetti pubblici. Vissero nello stesso luogo esercitando, tra di loro, reciproca influenza[3].

Bakunin aveva deciso di andare al di là del Reno, per trovarsi «di colpo in mezzo a quei nuovi elementi, che in Germania non sono ancora neppure nati. [Primo tra questi] la diffusione del pensiero politico in tutti gli strati della società» [4]. Von Stein sostenne che «nel popolo stesso era cominciata una vita propria che creava nuove associazioni, che pensava nuove rivoluzioni» [5]. Ruge affermò: «a Parigi vivremo le nostre vittorie e le nostre sconfitte» [6].

Era, insomma, il luogo dove farsi trovare in quel preciso momento storico.Sempre Balzac asseriva che «le vie di Parigi hanno qualità umane, ed imprimono in noi con la loro fisionomia certe idee da cui non possiamo difenderci» [7]. Molte di queste idee colpirono anche Karl Marx, che, venticinquenne, vi si era recato nell’ottobre del 1843 [8]; esse segnarono profondamente la sua evoluzione intellettuale che, proprio nel corso del soggiorno parigino, compì una decisiva maturazione.

La disponibilità teorica con la quale vi giunse [9], in seguito all’esperienza giornalistica presso la «Rheinische Zeitung» [10] e all’abbandono dell’orizzonte concettuale dello Stato razionale hegeliano e del radicalismo democratico al quale era approdato, fu scossa dalla visione concreta del proletariato. L’incertezza generata dall’atmosfera problematica dell’epoca, che vedeva consolidarsi rapidamente una nuova realtà economico-sociale, si dissolse al contatto, sul piano teorico quanto su quello dell’esperienza vissuta, con la classe lavoratrice parigina e le sue condizioni di lavoro e di vita.

La scoperta del proletariato e, per suo tramite, della rivoluzione; l’adesione, seppur ancora in forma indeterminata e semiutopistica, al comunismo; la critica alla filosofia speculativa di Hegel e alla Sinistra hegeliana; il primo abbozzo della concezione materialistica della storia e l’avvio della critica dell’economia politica, sono l’insieme dei temi fondamentali che Marx andò maturando durante questo periodo. Le note che seguono, tralasciando volutamente l’interpretazione critica del suo celebre scritto giovanile, i cosiddetti [Manoscritti economico-filosofici] [11], redatto proprio nel corso della permanenza a Parigi, privilegiano il merito delle questioni filologiche ad esso relative.

II. L’approdo all’economia politica
Durante il rapporto di collaborazione con la «Rheinische Zeitung», Marx si era già misurato con singole questioni economiche, seppure sempre dal punto di vista giuridico e politico [12]. Successivamente, nelle riflessioni sviluppate a Kreuznach nel 1843, dalle quali scaturì il manoscritto[Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto] [13], avendo concepito la società civile come base reale dello Stato politico, giunse alla prima formulazione della rilevanza del fattore economico nei rapporti sociali [14]. Tuttavia, soltanto a Parigi, spinto dalle contraddittorietà del diritto e della politica, insolubili nel loro stesso ambito, ovvero dalla incapacità che entrambe avevano mostrato di dare soluzione ai problemi sociali, e colpito in maniera decisiva dalle considerazioni contenute nei Lineamenti di una critica dell’economia politica [15], uno dei due articoli di Engels pubblicati nel primo e unico volume dei «Deutsch-französische Jahrbücher» [16], diede inizio ad uno «studio critico scrupoloso dell’economia politica» [17]. Da quel momento, le sue indagini, di carattere preminentemente filosofico, politico e storico, si indirizzarono verso questa nuova disciplina che divenne il fulcro delle sue ricerche e preoccupazioni scientifiche, delimitando un nuovo orizzonte che mai più sarà abbandonato [18].

Sotto l’influsso de L’essenza del denaro [19] di Hess e della trasposizione, da lui operata, del concetto di alienazione dal piano speculativo a quello economico-sociale, il primo stadio di queste analisi si concentrò nella critica alla mediazione economica del denaro, ostacolo alla realizzazione dell’essenza dell’uomo. Nella polemica contro Bruno Bauer Sulla questione ebraica [20], Marx considera quest’ultima come un problema sociale che rappresenta il presupposto filosofico e storico-sociale dell’intera civiltà capitalistica [21]. L’ebreo è la metafora e l’avanguardia storica dei rapporti che questa produce, la sua figura mondana diviene sinonimo di capitalista tout court [22].

Subito dopo, Marx inaugura il nuovo campo di studi con una grande mole di letture e note critiche che alternava, come meglio si illustrerà in seguito, nei manoscritti e nei quaderni di estratti e annotazioni che era solito compilare dai testi che leggeva. Il filo conduttore del suo lavoro è il bisogno di disvelare e contrastare la maggiore mistificazione dell’economia politica: la tesi secondo la quale le sue categorie fossero valide in ogni tempo ed in ogni luogo. Marx fu profondamente colpito da questa cecità e mancanza di senso storico degli economisti che, in realtà, tentavano così di dissimulare e giustificare l’inumanità delle condizioni economiche del tempo in nome del loro carattere naturale. Nel commentare un testo di Say, egli nota che «la proprietà privata è un fatto la cui costituzione non attiene all’economia politica, ma che ne costituisce il fondamento. (…) L’intera economia politica si fonda dunque su un fatto privo di necessità» [23]. Analoghe osservazioni sono svolte nei [Manoscritti economico-filosofici] nei quali Marx sottolinea che «l’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Ma non ce la spiega» [24], «presuppone in forma di fatto, di accadimento, ciò che deve dedurre» [25].

L’economia politica considera, cioè, il regime della proprietà privata, il modo di produzione ad esso congiunto e le categorie economiche corrispondenti, come immutabili e durevoli per l’eternità. L’uomo membro della società borghese appare come l’uomo naturale. Insomma, «quando si parla della proprietà privata, si crede di avere a che fare con una cosa fuori dell’uomo» [26], commenta Marx, il cui rifiuto per questa ontologia dello scambio non avrebbe potuto essere più netto.

Al contrario, sorretto da diversi ed approfonditi studi storici, che gli avevano fornito una prima chiave di lettura dell’evoluzione temporale delle strutture sociali[27], e recependo quelle che riteneva le migliori intuizioni di Proudhon, ovvero la sua critica contro l’idea di proprietà come diritto naturale [28], Marx aveva già colto la centrale cognizione della provvisorietà storica. Gli economisti borghesi avevano presentato le leggi del modo di produzione capitalistico come leggi eterne della società umana. Marx, viceversa, ponendo come esclusivo e distinto oggetto d’indagine la natura specifica dei rapporti del suo tempo, «la realtà lacerata dell’industria» [29], ne sottolinea la transitorietà, il carattere di stadio storicamente prodotto e intraprende la ricerca delle contraddizioni che il capitalismo produce e che portano al suo superamento.

Questo differente modo di intendere i rapporti sociali avrebbe determinato importanti ricadute, la più significativa delle quali è, senz’altro, quella relativa al concetto di lavoro alienato. Contrariamente agli economisti, così come allo stesso Hegel [30], che lo concepivano come una condizione naturale ed immutabile della società, Marx avviò quel percorso che lo avrebbe portato a respingere la dimensione antropologica dell’alienazione in favore di una concezione su base storico-sociale che riconduceva il fenomeno ad una determinata struttura di rapporti produttivi e sociali [31]: l’estraneazione umana entro le condizioni del lavoro industriale.

Le note che accompagnano gli estratti da James Mill, evidenziano «come l’economia politica stabilisca la forma estraniata delle relazioni sociali come la forma essenziale e originaria e corrispondente alla destinazione umana» [32]. Lungi dall’essere una condizione costante dell’oggettivazione, della produzione dell’operaio, il lavoro alienato è per Marx, al contrario, l’espressione della socialità del lavoro entro i limiti dell’ordinamento attuale, della divisione del lavoro, che considera l’uomo come «un tornio (…) e lo trasforma in un aborto spirituale e fisico» [33].

Nell’attività lavorativa si afferma la peculiarità dell’individuo, l’attuazione di un suo bisogno necessario; tuttavia, «questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio» [34]. Il lavoro sarebbe affermazione umana, libera azione creatrice, «ma nelle condizioni della proprietà privata la mia individualità è alienata al punto che questa attività mi è odiosa, è per me un tormento e solo la parvenza di un’attività, ed è pertanto anche soltanto una attività estorta ed impostami soltanto da un accidentale bisogno esteriore» [35].

Marx pervenne a queste conclusioni raccogliendo le teorie valide della scienza economica, criticandone gli elementi costitutivi ed invertendone gli esiti [36]. Ciò avvenne attraverso un impegno intensissimo e senza tregua. Quello di Parigi è un Marx famelico di letture [37], alle quali dedica giorno e notte. È un Marx pieno di entusiasmi e progetti, che traccia piani di lavoro talmente grandi da non poterli mai condurre a termine, che studia ogni documento relativo alla questione in esame, per poi essere assorbito dal rapidissimo progredire della sua conoscenza e dai mutamenti d’interesse che lo traghettano, puntualmente, verso nuovi orizzonti, ulteriori proponimenti ed ancora altre ricerche [38].

Sur la rive gauche de la Seine, pianifica la stesura di una critica della filosofia del diritto di Hegel, conduce studi sulla rivoluzione francese per scrivere una storia della Convenzione, progetta una critica delle dottrine socialiste e comuniste esistenti [39]. Si getta poi in uno studio forsennato dell’economia politica che, d’improvviso, preso dalla priorità di sgomberare definitivamente il terreno tedesco [40] dalla critica trascendente di Bauer e soci, interrompe, per scrivere la sua prima opera: La sacra famiglia [41]. E poi, ancora, altri cento propositi: se c’era da fare una critica, questa passava per la sua testa e per la sua penna. Eppure, il giovane più prolifico del movimento della sinistra hegeliana era anche quello che aveva pubblicato meno di tanti altri.

L’incompiutezza, che caratterizzerà tutta la sua opera, è già presente nei lavori del suo anno parigino. La sua scrupolosità aveva dell’incredibile: si rifiutava di scrivere una frase se non riusciva a dimostrarla in dieci modi diversi [42]. Il convincimento dell’insufficienza delle informazioni e dell’immaturità delle sue valutazioni, gli impediva di pubblicare gran parte dei lavori a cui si era dedicato che rimanevano, perciò, abbozzati e frammentari [43]. I suoi appunti, dunque, sono preziosissimi. Misurano l’ampiezza delle sue ricerche, contengono alcune delle sue riflessioni e vanno valutati parte integrante della sua opera. Ciò vale anche per il periodo parigino durante il quale, manoscritti e note di lettura, testimoniano lo stretto ed inscindibile legame tra scritti ed appunti[44].

III. Manoscritti e quaderni di estratti: le carte del 1844
Nonostante l’incompiutezza e la forma frammentaria che li contraddistingue, i [Manoscritti economico-filosofici] del 1844, sono stati quasi sempre letti prestando scarsa attenzione ai problemi filologici insiti, ignorati o ritenuti poco importanti [45]. Essi furono pubblicati, interamente, per la prima volta, soltanto nel 1932 e per giunta in due diverse edizioni [46]. Nella raccolta a cura degli studiosi socialdemocratici Landshut e Mayer, intitolata Der historische Materialismus, comparvero sotto il titolo « Nationalökonomie und Philosophie» [47]; mentre nella Marx Engels Gesamtausgabe come «Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844» [48]. Oltre che per il nome, le due pubblicazioni si distinguevano anche per il contenuto e per l’ordine delle varie parti che evidenziavano grandi differenze. La prima, che brulicava di errori dovuti alla cattiva decifrazione dell’originale, mancò di pubblicare il primo gruppo di fogli, il cosiddetto primo manoscritto, ed attribuiva in modo erroneo direttamente a Marx un quarto manoscritto che invece era un riassunto del capitolo finale della Fenomenologia dello Spirito di Hegel [49]. Tuttavia, troppo poco si è tenuto da conto che anche gli editori della prima MEGA, nell’assegnargli un nome, nel collocare la prefazione al principio – in realtà si trova nel terzo manoscritto – e nel riorganizzarne l’insieme, finirono col far credere che Marx avesse avuto, sin dal principio, l’idea di scrivere una critica dell’economia politica e che il tutto fosse stato originariamente diviso in capitoli [50].

Inoltre, fu generalmente assunta la tesi, inesatta, secondo la quale Marx, avesse redatto questi testi solo dopo aver letto e compendiato le opere di economia politica[51]; quando, in realtà, il processo di scrittura si svolse alternato tra gruppi di manoscritti ed estratti [52] ed anzi, questi ultimi intervallarono tutta la produzione parigina, dai saggi per i «Deutsch-französische Jahrbücher» a La sacra famiglia.

Malgrado la loro evidente forma problematica, la confusione seguita alle diverse versioni date alle stampe e, soprattutto, la consapevolezza dell’assenza della gran parte del secondo manoscritto, il più importante e purtroppo andato disperso, nessuno, tra interpreti critici e curatori di nuove edizioni, si dedicò al riesame degli originali che pure, per quel testo che tanto pesava nel dibattito tra le differenti interpretazioni critiche di Marx, risultava così necessario.

Scritti tra maggio ed agosto, i [Manoscritti economico-filosofici] non possono essere considerati un’opera, un testo coerente steso in maniera sistematica e preordinata. Le tante interpretazioni che hanno voluto attribuirvi il carattere di un orientamento concluso, tanto quelle che vi rivelavano la piena completezza del pensiero marxiano, quanto quelle che li indicavano come una concezione definita e opposta a quella della maturità scientifica [53], sono confutate dall’esame filologico. Disomogenei e ben lungi dal presentare una stretta connessione tra le parti, sono, piuttosto, evidente espressione di una posizione in movimento[54]. Il modo di assimilare ed utilizzare le letture di cui esso si nutriva è mostrato dalla disamina dei nove quaderni pervenutici, con oltre 200 pagine di estratti e commenti [55].

Nei quaderni parigini sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni di teoria economica. Dal confronto di questi quaderni con gli scritti del periodo, editi e non, si evince decisamente l’importanza delle letture nello sviluppo delle sue idee [56]. Circoscrivendo l’elenco ai soli autori di economia politica, Marx redige estratti dai testi di Say, Schüz, List, Osiander, Smith, Skarbek, Ricardo, James Mill, MacCulloch, Prevost, Destutt de Tracy, Buret, de Boisguillebert, Law e Lauderdale[57]. Inoltre, nei [Manoscritti economico-filosofici], negli articoli e nella corrispondenza del tempo, appaiono riferimenti a Proudhon, Schulz, Pecquer, Loudon, Sismondi, Ganihl, Chevalier, Malthus, de Pompery e Bentham [58].

Marx stese i primi estratti dal Traité d’économie politique di Say [59], del quale trascrisse intere parti, nel mentre andava assimilando conoscenze elementari di economia. L’unica annotazione è posteriore e si concentra sul lato destro del foglio destinato, come era solito fare, a questa funzione. Anche i compendi da Smith [60], cronologicamente successivi, perseguirono l’analoga finalità di acquisizione basilare delle nozioni economiche. Infatti, sebbene siano i più estesi, non presentano quasi alcun commento. Ciò nonostante, il pensiero di Marx risulta chiaro dallo stesso montaggio dei passaggi e, come spesso avviene altrove, dal suo modo di mettere in contrapposizione tesi divergenti di diversi economisti. Mutato carattere, mostrano invece, quelli da Ricardo [61], nei quali compaiono le sue prime osservazioni. Esse si concentrarono sui concetti di valore e prezzo, concepiti ancora come perfettamente identici. Questa uguaglianza tra valore delle merci e prezzi risiede nell’iniziale concezione di Marx che conferiva realtà al solo valore di scambio prodotto dalla concorrenza, relegando il prezzo naturale nel regno dell’astrazione, quale pura chimera. Col procedere degli studi, queste note critiche non sono più sporadiche, ma intervallano i riassunti delle opere, aumentando, con l’avanzare della conoscenza, di autore in autore. Singole frasi, poi considerazioni più estese fino a che, concentratosi, attraverso gli Élémens d’économie politique di James Mill, sulla critica dell’intermediazione del denaro quale completo dominio della cosa estraniata sull’uomo, il rapporto si capovolge e non sono più i suoi testi ad intervallare gli estratti, ma avviene esattamente l’opposto [62].

Infine, per evidenziare ancora una volta l’importanza degli estratti, si ritiene utile segnalare l’utilizzo di queste note, sia quando vennero redatte che successivamente. Parte di esse, furono pubblicate, nel 1844, sul «Vorwärts!», il bisettimanale degli emigrati tedeschi a Parigi, per contribuire alla formazione intellettuale dei lettori [63]. Soprattutto, essendo così esaurienti, furono in seguito utilizzate da Marx, che aveva l’abitudine di rileggere i suoi appunti a distanza di tempo [64], nei manoscritti economici del 1857-58, meglio conosciuti come i [Grundrisse], in quelli del 1861-63 e nel primo libro de Il capitale [65].

In conclusione, Marx sviluppò i suoi pensieri tanto nei [Manoscritti economico-filosofici] quanto nei quaderni di estratti dalle letture. I manoscritti sono pieni di citazioni, il primo ne è quasi una raccolta, ed i quaderni di compendi, pur se maggiormente incentrati sui testi che leggeva, sono corredati dai suoi commenti. Il contenuto di entrambi, così come la modalità della scrittura – caratterizzata dalla divisione dei fogli in colonne –, la numerazione delle pagine ed il momento della stesura, confermano che i [Manoscritti economico-filosofici] non sono un’opera a se stante [66], ma una parte della sua produzione critica che in questo periodo si compone di estratti dai testi che studiava, di riflessioni critiche in merito a questi ed elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta. Separare questi manoscritti dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può pertanto indurre ad errore interpretativo [67]. Il solo complesso di queste note, insieme con la ricostruzione storica della loro maturazione, mostrano realmente l’itinerario e la complessità del suo pensiero critico durante l’intensissimo anno di lavoro parigino [68].

IV. Critica della filosofia e critica della politica
L’ambiente che circondò il progredire delle idee di Marx e l’influenza che esercitò, sul piano teorico e pratico, merita un’ulteriore breve riflessione. Esso si caratterizzava per una profonda trasformazione economico-sociale e, in primo luogo, per la grande espansione proletaria. Con la scoperta del proletariato, Marx poté scomporre, in termini di classe, la nozione hegeliana di società civile. Inoltre, assunse la consapevolezza che il proletariato era una classe nuova, diversa dai poveri, giacché la propria miseria derivava dalle sue condizioni di lavoro. Si trattava della dimostrazione di una delle principali contraddizioni della società borghese: «l’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione» [69].

La rivolta dei tessitori slesiani, avvenuta in luglio, offrì a Marx un’ulteriore occasione per lo sviluppo del suo orientamento. Nelle Glosse critiche [70] pubblicate sul «Vorwärts!», attraverso la critica a Ruge e ad un suo precedente articolo che addebitava a quella lotta mancanza di spirito politico, egli prese le distanze dalla concezione hegeliana che identificava nello Stato il solo rappresentante dell’interesse generale e relegava ogni movimento della società civile nell’ambito della parzialità e della sfera privata [71]. Al contrario, per Marx, «una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità» [72] e sulla spinta di questa vicenda dal considerevole ed esplicito carattere rivoluzionario, egli sottolineò l’abbaglio di quanti cercavano il fondamento dei problemi sociali «non già nell’essenza dello Stato ma in una determinata forma di Stato» [73].

Più in generale, la riforma della società, obiettivo delle dottrine socialiste, l’uguaglianza del salario e una nuova organizzazione del lavoro nel quadro del regime capitalistico, furono da lui reputate come proposte di chi era ancora prigioniero dei presupposti che combatte (Proudhon) e di chi, soprattutto, non comprendeva il vero rapporto tra proprietà privata e lavoro alienato. Infatti «anche se la proprietà privata appare come il fondamento, la causa del lavoro alienato, essa ne è piuttosto la conseguenza» [74], «la proprietà privata è il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato» [75]. Alle teorie socialiste, Marx oppose un disegno di trasformazione radicale del sistema economico per il quale era «il capitale, che deve essere soppresso “come tale”» [76].

Quanto più avvertita sarà la vicinanza di queste dottrine al suo pensiero, tanto più la critica ad esse, rafforzata dal bisogno di fare chiarezza, andrà accentuandosi[77]. L’elaborazione della sua concezione lo spinse ad un continuo raffronto tra le idee che lo circondavano e i diversi risultati che nascevano dal procedere degli studi. E’ il percorso fulmineo della sua maturazione ad imporglielo. Stessa sorte tocca alla Sinistra hegeliana. Anzi, i giudizi nei confronti dei suoi esponenti furono i più severi, poiché rappresentano anche l’autocritica verso il proprio passato [78].

L’«Allgemeine Literatur-Zeitung», il mensile diretto da Bruno Bauer, affermava perentoriamente dalle sue pagine: «il critico si astenga dal prender parte ai dolori o alle gioie della società (…) segga maestosamente nella solitudine» [79]. Per Marx, invece, «la critica non è una passione del cervello, (…) un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare. (…) Essa non si pone più come fine a se stessa, ma ormai soltanto come mezzo» [80]. Contro il solipsismo della «critica critica» [81], che muoveva dall’astratta convinzione secondo la quale riconoscere un’estraneazione voleva dire averla già superata, gli era apparso, in modo chiaro, che «la forza materiale non può essere abbattuta che dalla forza materiale» [82] e che l’essere sociale poteva essere cambiato soltanto ad opera della prassi umana. Scoprire la condizione alienata dell’uomo, prenderne coscienza, doveva significare, nello stesso tempo, operare per la sua effettiva soppressione. Tra la filosofia chiusa nell’isolamento speculativo, che produceva soltanto sterili battaglie di concetti [83], e la sua critica, «che sta in mezzo alla mischia» [84], non poteva esservi divario maggiore. Era quanto separava la ricerca della libertà dell’autocoscienza da quella della libertà del lavoro.

V. Conclusioni
Il pensiero di Marx compie durante questo anno cruciale, una decisiva evoluzione. Egli è ormai certo che la trasformazione del mondo è questione di prassi «che la filosofia non poteva adempiere, proprio perché essa intendeva questo compito soltanto come un compito teoretico» [85]. Dalla filosofia che non ha raggiunto questa consapevolezza e che non ha compiuto la necessaria modifica in filosofia della praxis, si congeda in maniera definitiva. La sua analisi, d’ora in poi, non trae più origine dalla categoria di lavoro alienato, ma dalla realtà della miseria operaia. Le sue conclusioni non sono speculative, ma indirizzate all’azione rivoluzionaria [86].

La sua stessa concezione politica muta profondamente. Senza adottare nessuna delle anguste dottrine socialiste e comuniste esistenti, anzi prendendone distanza, matura la piena consapevolezza che sono i rapporti economici ad intessere la rete connettiva della società e che «la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale» [87]. Lo Stato ha perso così la posizione prioritaria che deteneva nella filosofia politica hegeliana e, assorbito nella società, è concepito come sfera determinata e non determinante dei rapporti tra gli uomini. Secondo Marx, «solo la superstizione politica immagina ancora oggi che la vita civile debba di necessità essere tenuta unita dallo Stato, mentre, al contrario, nella realtà, lo Stato è tenuto unito dalla società civile» [88].

Il suo impianto concettuale cambia radicalmente anche rispetto al soggetto rivoluzionario. Dal riferimento iniziale all’«umanità che soffre» [89], Marx approda all’individuazione del proletariato. Esso è considerato, dapprima, come nozione astratta fondata su antitesi dialettiche, «elemento passivo» [90] della teoria, per poi divenire, sulla base di una prima analisi economico-sociale, l’elemento attivo della sua stessa liberazione, l’unica classe dotata di potenzialità rivoluzionaria nell’ordinamento sociale capitalistico.

Infine, alla critica, alquanto vaga, della mediazione politica dello Stato e di quella economica del denaro, ostacoli alla realizzazione dell’essenza in comune dell’uomo di matrice feuerbachiana, subentra quella di un rapporto storico che comincia a delineare nella produzione materiale la base per ogni analisi e trasformazione del presente: «Nel rapporto dell’operaio con la produzione è incluso tutto l’asservimento dell’uomo, e tutti i rapporti di servaggio altro non sono che modificazioni e conseguenze del primo rapporto» [91]. Dunque, Marx non avanza più una generica rivendicazione di emancipazione, ma la trasformazione radicale del processo reale di produzione.

Nel mentre giunge a queste conclusioni, pianifica ancora altri lavori: dopo La sacra famiglia continua gli studi e gli estratti di economia politica, delinea una critica di Stirner, abbozza il «Piano di uno scritto sullo Stato» [92], stende appunti su Hegel[93], programma di scrivere una critica dell’economista tedesco List che realizzerà poco dopo [94]. E’ inarrestabile. Engels lo prega di lanciare il suo materiale per il mondo perché «il tempo stringe maledettamente» [95] e Marx prima di essere espulso da Parigi [96], firma con l’editore Leske un contratto per la pubblicazione di un’opera in due volumi da intitolarsi «Critica della politica e dell’economia politica» [97]. Eppure, bisognerà attendere 15 anni, il 1859, affinché una prima parte della sua opera, Per la critica dell’economia politica, sia data alle stampe.

I [Manoscritti economico-filosofici] ed i quaderni di estratti ed annotazioni rendono il senso dei primi passi di questa impresa. I suoi scritti sono pieni di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei. Nessuno degli abbozzi o delle opere di questo periodo può essere classificato in una specifica disciplina. Non vi sono scritti puramente filosofici, né essenzialmente economici né solamente politici. Ciò che ne deriva non è un nuovo sistema, un insieme omogeneo, ma una teoria critica.

Il Marx del 1844 è contemporaneamente la capacità di combinare le esperienze delle proletarie e dei proletari di Parigi con gli studi sulla Rivoluzione francese, la lettura di Smith con le intuizioni di Proudhon, la rivolta dei tessitori slesiani con la critica alla concezione hegeliana dello Stato, le analisi della miseria di Buret [98] con il comunismo. E’ un Marx che sa cogliere queste differenti conoscenze ed esperienze e, che tessendone il legame, dà vita ad una teoria rivoluzionaria.

Il suo pensiero, in particolare le osservazioni economiche che cominciano a svilupparsi durante il soggiorno parigino, non sono il frutto di un’improvvisa fulminazione, ma l’esito di un processo. L’agiografia marxista-leninista, per tanto tempo dominante nel passato, presentandolo con improponibile immediatezza e preordinando un risultato finale strumentale, ne ha stravolto il cammino conoscitivo, raffigurandone la riflessione più povera. La Marx Forschung, invece, ricostruendo genesi, debiti e conquiste dei lavori di Marx, ne evidenzia la complessità dell’elaborazione, consente nuove interpretazioni e soprattutto restituisce un metodo ed un’opera che parlano ancora ad ogni pensiero critico del presente.

Riferimenti
1. Honoré de Balzac, La commedia umana, (a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini), Mondadori, Milano 1994, p. 1189.
2. Cfr. il «Rapporto informativo della polizia tedesca da Magonza» in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 30.
3. Cfr. Isaiah Berlin, Karl Marx, La Nuova Italia, Firenze 1994, p. 90.
4. Michail Bakunin, Ein Briefwechsel von 1843, MEGA², Dietz Verlag, Berlin 1982, I/2, p. 482; tr. it. in Gian Mario Bravo (a cura di), Un carteggio del 1843, Annali franco-tedeschi, Edizioni del Gallo, Milano 1965, p. 72.
5. Lorenz von Stein, Der Socialismus und Communismus des heutigen Frankreichs. Ein Beitrag zur Zeitgeschichte, Otto Wigand Verlag, Leipzig 1848, p. 509.
6. Arnold Ruge, Zwei Jahre in Paris. Etudien und erinnerungen, Zentralantiquariat der Ddr, Leipzig 1975, p. 59.
7. Honoré de Balzac, La commedia umana, op. cit., p. 1187.
8. Per la biografia intellettuale del soggiorno parigino di Marx si vedano, tra i diversi studi disponibili, Auguste Cornu,Karl Marx et Friedrich Engels. III. Marx a Paris, PUF, Paris 1962; Jacques Grandjonc, Studien zu Marx erstem Paris-Aufenthalt und zur Entstehung der „Deutschen Ideologie“, Schriften aus dem Karl Marx Haus, n. 43, Trier 1990, pp. 163-212 ed il più recente Jean-Louis Lacascade, Les métamorphoses de jeune Marx, PUF, Paris 2002, pp. 129-162.
9. «Ciascuno dovrà confessare a se stesso non soltanto che si è manifestata una anarchia generale tra i riformatori, ma che egli stesso non ha una visione esatta di ciò che si deve fare» in Karl Marx, Ein Briefwechsel von 1843, MEGA² I/2, op. cit., p. 486; tr. it. Lettere dai Deutsch-Französisce Jahrbücher, Marx Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 154.
10. La «Rheinische Zeitung für Politik, Handel und Gewerbe» apparve come quotidiano, a Colonia, dal 1° gennaio 1842 al 31 marzo 1843. Marx vi scrisse il suo primo articolo il 5 maggio del 1842 e dal 15 ottobre 1842 al 17 marzo del 1843 ne fu redattore capo.
11. Nel presente saggio i manoscritti incompleti di Marx, pubblicati da editori successivi, sono inseriti tra parentesi quadre. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., pp. 323-438; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968.
12. Cfr. Karl Marx, Verhandlungen des 6. Rheinischen Landtags. Dritter Artikel: Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz e Rechtfertigung des ††-Korrespondenten von der Mosel, MEGA² I/1, Dietz Verlag, Berlin 1975, pp. 199-236 e 296-323; tr. it. Le discussioni alla sesta dieta renana. Terzo articolo: Dibattiti sulla legge contro i furti di legna e Giustificazione di ††, corrispondente dalla Mosella, Marx Engels Opere, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 222-264 e pp. 344-375. Su questo punto cfr. Louis Althusser, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1970 (1967), p. 135; Walter Tuchscheerer, Prima del «Capitale», La Nuova Italia, Firenze 1980, p. 30.
13. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, MEGA² I/2, op. cit., pp. 3-137; tr. it. Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, Marx Engels Opere, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 3-143.
14. «Lo Stato politico non può essere senza la base naturale della famiglia e la base artificiale della società civile, che sono la sua conditio sine qua non», ivi, p. 9; tr. it ivi p. 9; «Famiglia e società civile sono i presupposti dello Stato, sono essi propriamente gli attivi. Ma nella speculazione diventa il contrario», ivi, p. 8; tr. it. ivi, p. 8,. Proprio qui, dunque, risiede l’errore di Hegel che vuole che «lo Stato politico, non sia determinato dalla società civile, ma, all’inverso, la determini », ivi, p. 100; tr. it. ivi, p. 102. In proposito cfr. Walter Tuchscheerer, op. cit., p. 49.
15. Cfr. Friedrich Engels, Umrisse zu einer Kritik der Nationalökonomie, MEGA², I/3, Dietz Verlag, Berlin 1985, pp. 467-494; tr. it. Lineamenti di una critica dell’economia politica, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 454-481. Del saggio, Marx ricopia brevi parti in uno dei suoi quaderni di estratti.
16. Il numero, in realtà doppio, degli «Annali franco tedeschi», diretti da A. Ruge e K. Marx, apparve alla fine del febbraio 1844.
17. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 325; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 4.
18. Cfr. Maximilien Rubel, Introduction a Karl Marx Œuvres. Economie II, Gallimard, Paris 1968, pp. LIV-LV che data in questo preciso momento l’origine del lungo incubo di tutta la vita di Marx, l’ossessione teorica che non abbandonerà mai più: la critica dell’economia politica.
19. Moses Hess, L’essenza del denaro, Filosofia e socialismo. Scritti 1841-1845, (a cura di GiovamBattista Vaccaro), Milella, Lecce 1988, pp. 203-227. Questo articolo, in un primo tempo destinato ai «Deutsch-franzosische Jahrbücher», viene pubblicato solo in seguito nei «Rheinische Jahrbücher zur Gesellschaftlichen Reform».
20. Karl Marx Zur Judenfrage, MEGA² I/2, op. cit., pp. 141-169; tr. it. Sulla questione ebraica, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 158-189. Cfr. anche Bruno Bauer-Karl Marx, La questione ebraica, (a cura di Massimiliano Tomba), Manifestolibri, Roma 2004 che raccoglie insieme gli scritti di Bauer ed il testo di Marx.
21. In proposito cfr. Bruno Bongiovanni, Figure della mediazione: l’ebreo e il denaro, Le repliche della storia, Bollati Boringhieri, Torino 1989, pp. 90-100, che considera questo momento come l’inizio, generalmente misconosciuto, della critica economica di Marx.
22. Cfr. Walter Tuchscheerer, op. cit., p. 56.
23. Karl Marx, Exzerpte aus Jean Baptiste Say: Traité d’economie politique, MEGA² IV/2, Dietz Verlag, Berlin 1981, p. 316; tr. it. parz. La scoperta dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 3.
24. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 363; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 69.
25. Ivi , p. 364; tr. it. ivi, pp. 70-71.
26. Ivi , p. 374; tr. it. ivi, p. 85.
27. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx, Colibrì, Milano 2001, p. 78.
28. Pierre-Joseph Proudhon, Che cos’è la proprietà, Zero in Condotta, Milano 2000, p. 51 ss.
29. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA I/2, op. cit., p. 384; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 103.
30. Cfr. György Lukács, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, Einaudi, Torino 1975 (1960), pp. 748 ss. e Jean Hyppolite, Saggi su Marx e Hegel, Bompiani, Milano 1965, pp. 97 ss.
31. Cfr. Ernest Mandel, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, Laterza, Bari 1970, pp. 180-181.
32. Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élémens d’économie politique, MEGA² IV/2, op. cit., p 453; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 236.
33. Ivi , p. 456; tr. it. ivi, p. 239.
34. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA I/2, op. cit., p. 365; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 71.
35. Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élémens d’économie politique, MEGA² IV/2, op. cit., p 466; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 248.
36. Cfr. Walter Tuchscheerer, op. cit., pp. 142, 154-155.
37. Cfr. Maximilien Rubel, Elogio del giovane Marx, «Vis-à-vis», n. 3 (1995), p. 32.
38. A riguardo, si rimanda alle testimonianze di Arnold Ruge: «Legge molto, lavora con intensità non comune (…) ma non porta mai niente alla fine, lascia tutto a mezzo per tuffarsi ogni volta da capo in uno sterminato mare di libri», lavora «sin quasi a star male, senza andare a letto per tre o quattro notti di fila», lettera di A. Ruge a L. Feuerbach del 15 maggio 1844, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., p. 22; «Se Marx non si ammazza da solo con la sregolatezza, la superbia e il lavoro disperatissimo, e se la stravaganza comunista non cancella in lui ogni sensibilità per la semplicità e la nobiltà della forma, dalle sue sterminate letture e perfino dalla sua dialettica senza coscienza c’è pur da aspettarsi qualcosa (…) Vuole sempre scrivere sulle cose che ha appena finito di leggere, ma poi ricomincia sempre a leggere e a prendere appunti. Eppure penso che, prima o poi, riuscirà a portare a termine un’opera lunghissima e astrusissima, in cui riverserà alla rinfusa tutto il materiale che ha ammucchiato» in A. Ruge a M. Duncker, 29 agosto 1844, ivi, p. 28. In proposito cfr. Mario Rossi, Da Hegel a Marx. III. La scuola hegeliana. Il giovane Marx, Feltrinelli, Milano 1974 (1963), pp. 152 e 211.
39. Cfr. lettera di A. Ruge a M. Duncker del 29 agosto 1844, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), op. cit., p. 28.
40. Cfr. Maximilien Rubel, Karl Marx, op. cit., p. 133.
41. Friedrich Engels-Karl Marx, Die heilige Familie, Marx Engels Werke, Band 2, Dietz Verlag, Berlin 1962, pp. 3-223; tr. it. La sacra famiglia, Marx Engels Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 3-234. In realtà Engels contribuisce allo scritto soltanto per una decina di pagine.
42. Cfr. la testimonianza di Paul Lafargue che riporta i racconti di Engels sull’autunno del 1844: «Engels e Marx presero l’abitudine di lavorare insieme. Engels, che pure era di una precisione estrema, perse la pazienza più di una volta davanti alla scrupolosità di Marx, che si rifiutava di scrivere una frase se non era in grado di provarla in dieci modi diversi» in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., p. 29.
43. Cfr. la testimonianza di Heinrich Bürgers: «In quel periodo la severa autocritica che era abituato ad esercitare verso se stesso gli impedì di realizzare l’opera maggiore», ivi, p. 41.
44. Su questo complicato rapportocfr. David Rjazanov, Einleitung a MEGA I/1.2, Marx-Engels-Verlag, Berlin 1929, p. XIX, che per primo ha segnalato la grande difficoltà relativa alla definizione di una precisa linea di confine tra i semplici quaderni di estratti e quelli che, invece, vanno considerati veri e propri lavori preparatori.
45] Cfr. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», «Passato e presente», n. 3 (1983), p. 42.
46. Per una descrizione degli originali, si rimanda a Jürgen Rojahn, Il caso dei cosidetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., pp. 47-52; Bert Andréas, Karl Marx/Friedrich Engels, Das Ende der klassischen deutschen Philosophie. Bibliographie, Schriften aus dem Karl Marx Haus, n. 28, Trier 1983, pp. 64-66.
47. Karl Marx, Der historische Materialismus. Die Frühschriften, (a cura di Siegfried Landshut e Jacob Peter Mayer), Alfred Kröner Verlag, Leipzig 1932, pp. 283-375. Una nuova edizione, stavolta a cura del solo Landshut, comparve nel 1953: per l’ultima ristampa cfr. Karl Marx, Die Frühschriften, Alfred Kröner Verlag, Stuttgart 2004.
48. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844, MEGA I/3, Marx-Engels-Verlag, Berlin 1932, pp. 29-172.
49. Queste pagine, a testimonianza della difficoltà di operare una classificazione, appaiono nella MEGA² sia nella prima sezione, che contiene le opere e gli abbozzi, sia nella quarta, che raccoglie gli estratti. Cfr. Karl Marx, MEGA², I/2, op. cit., pp. 439-444; Karl Marx, MEGA², IV/2, op. cit., pp. 493-500.
50. Cfr. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., p. 43; Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, «Rethinking Marxism», vol. 14, n. 4 (2002), p. 33.
51. Cfr. David McLellan, Marx prima del marxismo, Einaudi, Torino 1974, p. 189.
52. Cfr. Nikolai Lapin, Der junge Marx, Dietz Verlag, Berlin, 1974, p. 304 ss.
53. Senza voler in alcun modo presentare l’infinito dibattito su questo scritto di Marx, si circostanzia il riferimento a due tra i più importanti lavori che avanzano queste posizioni. Al primo orientamento appartengono Landshut e Meyer che, per primi, vi hanno letto «in un certo senso l’opera più centrale di Marx (…) [che] forma il punto nodale del suo intero sviluppo concettuale» e «nel nocciolo anticipa già Il capitale». Cfr. Karl Marx, Der historische Materialismus. Die Frühschriften, op. cit., pp. XIII e V. Al secondo, invece, va ascritta la celebre tesi di coupure épistémologique di Althusser cfr. Louis Althusser, Per Marx, op. cit., pp. 15 ss.
54. Cfr. Emile Bottigelli, Présentation a Karl Marx, Manuscrits de 1844, Editions Sociales, Paris 1962, pp. XXXVII-XL; Ernest Mandel, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, Laterza, Bari 1970 (1969), p. 175.
55. Essi sono contenuti in Karl Marx, MEGA², IV/2, op. cit., pp. 279-579 e Karl Marx, MEGA², IV/3, Akademie Verlag, Berlin 1998, pp. 31-110.
56. «I suoi manoscritti del 1844 nacquero letteralmente dagli estratti di quel periodo» in Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, op. cit., p. 33.
57. In quel periodo, gli economisti inglesi sono letti da Marx ancora in traduzione francese. Per una descrizione degli originali dei quaderni cfr. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., pp. 52-56.
58. Sui testi posseduti da Marx nella biblioteca personale e su quelli che aveva intenzione di procurarsi si veda Karl Marx, «Notizbuch aus den Jahren 1844-1847», MEGA² IV/3, op. cit., pp. 5-10, 12-13, 483-487.
59. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus Jean Baptiste Say : Traité d’économie politique, MEGA² IV/2, op. cit., pp. 301-327.
60. Ivi , pp. 332-386.
61. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus David Ricardo: Des principes de l’économie politique et de l’impôt, MEGA² IV/2, op. cit., pp. 392-427; tr. it. parz. in La scoperta dell’economia, op. cit., pp. 5-19.
62. Karl Marx, Exzerpte aus James Mill: Élémens d’économie politique, MEGA² IV/2, op. cit., pp. 428-470; tr. it. parz. Estratti dal libro di James Mill «Élémens d’économie politique», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 229-248. Cfr. Jürgen Rojahn, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., p. 71.
63. Cfr. Jacques Grandjonc, Marx et les communistes allemands à Paris 1844, Maspero, Paris 1974, pp. 61-62 e si veda la lettera di K. Marx a H. Börnstein, scritta al più tardi nel novembre 1844, MEGA² III/I, Dietz Verlag, Berlin 1975, p. 248; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 431.
64. Cfr. le memorie di Paul Lafargue nelle quali si ricorda come Marx «aveva l’abitudine di rileggere dopo parecchi anni i suoi taccuini e i passi segnati nei suoi libri» in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., p. 244.
65. Cfr. Friedrich Engels, Zur vierten Auflage, MEGA² II/10, Dietz Verlag, Berlin 1991, p. 23;tr. it. Per la quarta edizione in Karl Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1964 (V ed.), pp. 59-60. A riguardo cfr. anche Karl Marx, MEGA² IV/3, op. cit., pp. 613-640 e Maximilien Rubel, Les premières lectures économiques de Karl Marx (II), «Etudes de marxologie», n. 2 (1959), pp. 67 ss.
66. «Non esiste nessun appiglio a cui appoggiarsi per stabilire che i manoscritti formano un complesso a sé», in Jürgen Rojahn, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., p. 57.
67. Ivi, p. 79.
68. Cfr. Jürgen Rojahn, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, op. cit., p. 45.
69. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 364; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 71.
70. Karl Marx, Kritische Randglossen zu dem Artikel “Der König von Preußen und die Sozialreform. Von einem Preußen“, MEGA² I/2, op. cit., pp. 445-463; tr. it. Glosse critiche in margine all’articolo «Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., pp. 206-224.
71. Cfr. Michael Löwy, Il giovane Marx, Massari Editore, Bolsena (VT) 2001, p. 57.
72. Karl Marx, Kritische Randglossen zu dem Artikel “Der König von Preußen und die Sozialreform. Von einem Preußen“, MEGA² I/2, op. cit., p. 462; tr. it. Glosse critiche in margine all’articolo «Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano», Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 223.
73. Ivi , p. 455; tr. it. ivi, p. 215.
74. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., pp. 372-373; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 83.
75. Ivi , p. 372; tr. it. ivi, pp. 82-83.
76. Ivi , p. 387; tr. It. ivi, p. 107.
77. Cfr. Mario Rossi, op. cit., p. 591.
78. Ivi , pp. 148-149 e 599.
79. Bruno Bauer (a cura di), «Allgemeine Literatur-Zeitung», Heft 6., Verlag von Egbert Bauer, Charlottenburg 1844, p. 32. Cfr. lettera di K. Marx a L. Feuerbach dell’11 agosto 1844, MEGA² III/1, Dietz Verlag, Berlin 1975, p. 65; tr. it. Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 386.
80] Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA ² I/2, op. cit., p. 172; tr. it. Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 192.
81. L’epiteto è utilizzato da Marx ne La sacra famiglia per indicare e deridere Bruno Bauer e gli altri giovani hegeliani che collaboravano all’«Allgemeine Literatur-Zeitung».
82. Ivi , p. 177; tr. it. ivi, p. 197.
83. Cfr. Mario Rossi, op. cit., p. 585.
84. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA² I/2, op. cit., p. 173; tr. it. Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 193.
85. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 395; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 120.
86. Cfr. Ernest Mandel, op. cit., p. 175.
87. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 390; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 112.
88. Friedrich Engels-Karl Marx, Die heilige Familie, op. cit., p. 128; tr. it. La sacra famiglia, op. cit., p. 135.
89. Karl Marx, Ein Briefwechsel von 1843, MEGA² I/2, op. cit., p. 479; tr. it. Lettere dai Deutsch-Französisce Jahrbücher, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 153.
90. Karl Marx, Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung, MEGA² I/2, op. cit., p. 178; tr. it., Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, Marx Engels Opere, vol. III, op. cit., p. 198.
91. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., p. 374; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 84.
92. Karl Marx, Die Entstehungsgeschichte des modernen Staats oder die französische Revolution, MEGA² IV/3, op. cit., p. 11; tr. it. Piano di uno scritto sullo Stato, Marx Engels Opere, vol. IV, op. cit., p. 658.
93. Karl Marx, Hegel’sche Construction der Phänomenologie, ibidem; tr. it. Costruzione hegeliana della fenomenologia, ivi, p. 657.
94. Karl Marx, Über Friedrich Lists Buch “Das nationale System der politischen Ökonomie“, «Beiträge zur Geschichte der Arbeiterbewegung», Jg. 14. H. 3. (1972), pp. 425-446; tr. it. A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie», ivi, pp. 584-614.
95. Lettera di F. Engels a K. Marx dei primi di ottobre 1844, MEGA² III/I, Dietz Verlag, Berlin 1975, p. 245; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 8; cfr. inoltre F. Engels a K. Marx, 20 gennaio 1845: «Guarda di portare a termine il tuo libro di economia politica; anche se tu stesso dovessi rimanere scontento di molte cose, non fa niente, gli animi sono maturi, e dobbiamo battere il ferro finché è caldo», ivi, p. 260; trad. it., ivi, p. 17. Scrivendo così, Engels dimostra di non conoscere ancora Marx quanto lo conosceva A. Ruge che, nella lettera a K. M. Fleischer del 9 luglio 1844, al contrario, affermava: «sarebbe un gran peccato se non scrivesse dei libri. Ma dobbiamo rassegnarci ad aspettare» in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), op. cit., p. 26.
96. Su pressione del governo prussiano, le autorità francesi spiccano un ordine di espulsione contro diversi collaboratori del «Vorwärts!». Marx è costretto a lasciare Parigi il 1 febbraio 1845.
97. Marx Engels Werke, Band 27, Dietz Verlag, Berlin 1963, p. 669; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 666.
98. Cfr. Eugène Buret, De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France, EDHIS, Paris 1979.

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Maria Cristina Basso, Studi Filosofici

Un Pensiero Ricorrente: La (ri)scoperta dell’opera di Marx

Risultato della conferenza internazionale omonima, svoltasi a Napoli dall’1 al 3 aprile 2004 e organizzata dallo stesso curatore del volume Marcello Musto, Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri 2005, pp. 392 € 30), raccoglie gli interventi di alcuni tra i più rilevanti nomi della riflessione contemporanea sull’opera marxiana. Benché il sottotitolo evidenzi lo sdoppiamento tra ricostruzione filologica e pensiero filosofico, il lavoro si muove parallelamente ed organicamente su entrambi i vettori, laddove essi non si presentano come linee di ricerca disgiunte bensì reciprocamente implicate e funzionali.

È infatti in occasione della presentazione della nuova edizione storico-critica della Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA²) che l’intera opera marxiana trova un tardivo quanto essenziale lavoro di sistematizzazione che, in maniera solo apparentemente contraddittoria, la riconsegna all’originaria incompiutezza. È sotto questa cifra che gli scritti di Marx aprono da un lato ad una «scoperta» dell’opera marxiana in quanto tale, ovvero alleggerita del pesante nonché deformante fardello del marxismo e delle esperienze storico-politiche ad esso ispirate, e dall’altro ad inedite e feconde possibilità interpretative. Far luce sulla genesi del testo, principio guida dei lavori della Mega², si rivela strumento essenziale per una lettura critica dell’opera marxiana e per una sua «riconsegna ai liberi campi del sapere», come sottolinea il curatore.

La prima sezione del libro apre con l’intervento di Manfred Neuhaus (direttore del progetto della MEGA²) che ne ripercorre il tortuoso percorso filologico-editoriale dal prologo russo di David Rjazanov, interrotto e penalizzato dalla congiuntura storica della presa del potere hitleriana e dal terrore staliniano, attraverso la lenta e problematica ripresa della monumentale opera a Mosca e a Berlino negli anni del disgelo, sino al definitivo avvio del decennio Sessanta-Settanta con il progetto riveduto e corretto che prese il nome di «seconda MEGA». Neuhaus evidenzia i cruciali aspetti teorici e metodologici della ricostruzione filologica dei testi centrando il punto d’arrivo del «principio della genesi del testo», il cui imperativo della ricostruzione per elaborazioni successive – dalla bozza alla stesura finale – sostituisce il vecchio paradigma della verosimiglianza alle intenzioni dell’autore.

Ancora dal lato storico si collocano i contributi di Izumi Omura (Università di Sendai), responsabile dei lavori della sezione giapponese della MEGA², di considerevole ampiezza e ad alto tasso di informatizzazione; di Malcom Sylvers (Università di Venezia), le cui ricerche si focalizzano sulla ricostruzione dell’epistolario marx-engelsiano; di Gian Mario Bravo (Università di Torino) che attraversa approfonditamente la storia del marxismo teorico italiano evidenziandone la marginalità all’interno del quadro internazionale, colmata solo alla fine degli anni Cinquanta – con le uniche eccezioni di Labriola e Gramsci – e rintracciandone le cause non solo nella situazione politica del paese dominato dal fascismo, ma nella contraddizione interna tra una teoria marxista, mai realmente approfondita dunque compresa, e la prassi politica di un «socialismo locale» da essa enormemente distante.

Sempre al vettore storico-filolgico appartiene la seconda sezione di studi dedicata alla critica filosofica e politica nell’opera giovanile di Marx: dal rapporto con il materialismo, approfondito da Mario Cingoli (Università di Milano – Bicocca) all’idea di democrazia nel giovane Marx, attraversata da Giuseppe Cacciatore (Università di Napoli – Federico II). Quest’ultimo ne estrapola soprattutto il ripensamento marxiano del dispositivo liberale moderno di stampo giuridico-politico, non pensato unicamente nei termini di un rovesciamento rivoluzionario, ma di un traghettamento verso una concretezza contenutistica che veicoli istanze popolari non mediate ma auto-rappresentate. Ancora in questa sessione, la comparazione filologica dei Manoscritti economico-filosofici con i quaderni di estratti raccolti da Marx durante il soggiorno parigino del 1844, attraverso la quale Musto (Università di Napoli – L’Orientale) evidenzia una nuova possibile chiave interpretativa del celebre lavoro giovanile marxiano. La riflessione di Gianfranco Borrelli (Università di Napoli – Federico II), infine, si concentra sugli scritti prettamente politici degli anni 1843-1852. Da essi emerge un discorso sulla politica profondamente controverso: dalla problematica coestensività tra il breve ed il lungo periodo ed i relativi dispostivi politici (l’utilizzo temporaneo dello strumento repubblicano e la necessità assoluta del suo oltrepassamento), Borrelli prende spunto per aprire ad una serie di interrogativi sulle opzioni possibili di mediazione politica e per una riflessione sulle nuove forme di legittimazione tramite governance.

La terza sezione, dedicata a Il Capitale, sposta il proprio baricentro analitico su una riflessione più marcatamente economico-filosofica. Dal vertice ottico del «circolo del presupposto-posto» come sintesi del percorso dell’idealismo tedesco, proponendo una visione continuista tra il sistema hegeliano e quello marxiano, Roberto Finelli (Università di Bari) giunge ad un articolato confronto tra la scienza de Il Capitale e l’imperativo post-moderno del decostruzionismo. Notevole inoltre, all’interno del nucleo di lavori su Il Capitale, la duplice re-interpretazione della critica dell’economia politica da parte di Enrique Dussel (Università di Città del Messico) il quale evidenzia, con puntuale sistematicità, da un lato una sottovalutata contiguità categoriale tra la Logica hegeliana e Il Capitale, attraverso l’individuazione di coppie concettuali bivalenti, dall’altro un’ancor più inedita eredità schellinghiana stante nella mutuazione della «Fonte creativa» all’interno della teoria del plusvalore, da cui emerge il «lavoro vivo quale Fonte creativa del plusvalore». Infine, molto rilevante per interesse ed originalità è la «trasformazione»di Jacques Bidet (Università di Parigi) della teoria filosofica de Il Capitale attraverso la categoria di «Metastruttura» – intesa come contrattualità, insieme interindividuale e sociale – quale elemento di una «bifaccialità» al cui polo opposto si trova la struttura economica del capitalismo. Da questo «complesso metastrutturale», che costituisce la cifra propria della modernità, si apre una profonda riflessione sulle contraddizioni del post o tardo moderno, che trovano tragici iceberg nelle categorie/realtà di centro-periferia e di guerra.

Nell’attualità – la sezione «Un oggi per Marx» – si distingue la suggestiva proposta di André Tosel (Università di Nizza) di un «comunismo della finitudine» concepita non come «astuzia retorica», ma quale risposta ad un’esigenza storica: l’inversione del capitalismo liquido, la cui stessa ontologia ne denota il potere pervasivo di produzione distruttrice e desimbolizzante, e la sua sostituzione con un irrinunciabile «referente simbolico» che, contro ogni reductio ad unum (omogeneità, partito, Stato), è imperativamente declinato al plurale. Sullo stesso piano concettuale si muove la riflessione di Domenico Jervolino (Università di Napoli – Federico II), che specifica la pluralità del «comunismo della finitudine» attraversoil «linguaggio», strumento privilegiato del molteplice ma anche dell’unità. Esso infatti se da un lato «esiste solo nella pluralità delle lingue storiche» dall’altro è strumento universale di comunicabilità. Il linguaggio come metafora del politico, per una società comunista che sostituisca dunque il «discorso alla violenza», e in grado di interpretare e «tradurre» la pluralità delle istanze che l’attraversano. Originale anche la rivisitazione «letteraria» dei testi marxiani ad opera di Domenico Losurdo (Università di Urbino), che scorrendoli cronologicamente li ordina su una precisa linea evolutiva. Dalla letteratura utopica dell’Ideologia tedesca, secondo cui una grande rivoluzione avrebbe dato vita ad una nuova società, quella comunista, abitata da una nuova umanità liberata ed emancipata da ogni costrizione, compreso il lavoro, al genere storico-politico del Manifesto del partito comunista e della Critica del programma di Gotha, laddove però un limen essenziale li separa: il primo inserisce la grande rivoluzione che avrebbe definitivamente cambiato il mondo all’interno di quella che è la longue durée dello sviluppo dell’umanità, la seconda fornisce al proletariato che abbia conquistato il potere gli strumenti concreti per la sua gestione. Chiudono i 25 contributi che compongono il volume Alex Callinicos, (Università York – UK) con un attraversamento storico del marxismo teorico anglosassone – rivisto alla luce di una subalternità, tardivamente colmata, rispetto a quello continentale, ma anche dell’alterità del suo portato concettuale –, e Wei Xiaoping (Accademia Cinese delle Scienze Sociali) con la presentazione della ricerca attuale su Marx in Cina.

Le riflessioni contemporanee del marxismo teorico risultano in definitiva, dall’efficace specchio di questo volume, frastagliate per gli angoli di visuale e le proposte delineate, ma proprio in quanto tali irrinunciabilmente plurali. L’orizzonte di senso di tale molteplicità, attingendo alla riscoperta di una fonte propulsiva quale l’opera marxiana, apre dunque alla concretezza della possibilità. Teorica e pratica.

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Vicissitudini e nuovi studi de «L’ideologia tedesca»

In occasione della pubblicazione del primo volume della nuova serie del «Marx-Engels Jahrbuch», la storia e le più recenti acquisizioni filologiche del famoso manoscritto marxiano e delle sue edizioni. Dai lavori della nuova edizione storico-critica emerge un autore misconosciuto. I molteplici tentativi di pubblicazione delle opere complete di Marx ed Engels hanno visto fiorire, contestualmente alle loro edizioni, alcuni periodici che avevano lo scopo di accompagnarne e promuoverne i lavori, nonché offrire un contributo alla ricerca.

I. Riviste di studi marxiani
Anche questo capitolo della Marx Forschung (la ricerca su Marx), si apre, come molti altri, con le imprese di David Borisovič Rjazanov, curatore della prima edizione storico-critica dell’opera completa di Marx ed Engels, la Marx Engels Gesamtausgabe e, senza dubbio, il più importante Marx-Forscher del Novecento. Grazie alla sua iniziativa ed a cura dell’Istituto Marx Engels di Mosca, da lui stesso diretto, apparvero infatti, nel biennio 1926/27, i due volumi del «Marx Engels Archiv». L’intento di questo progetto, dal quale era escluso in via di principio ogni riferimento al dibattito politico del tempo, mirava a fornire anticipazioni sui manoscritti dei due pensatori per renderli accessibili alla critica, ancor prima dell’edizione dell’opera completa. Com’è noto, sulla Mega s’abbatté la mannaia dello stalinismo, responsabile, oltre ai tanti e atroci crimini commessi, anche di aver interrotto la pubblicazione dell’opera di Marx.

Durante i quarant’anni trascorsi dall’interruzione del primo tentativo di Gesamtausgabe, datata 1935, e l’inizio della stampa della seconda, il primo volume risale al 1975, nonostante dal 1956 al 1968 fosse apparsa la Marx Engels Werke (MEW) e tra il 1955 ed il 1966, in Unione Sovietica, la seconda K. Marks i F. Èngel’sa Sočinenija, in campo socialista non vi furono serie analoghe iniziative editoriali. L’unica rivista di questo ciclo, fu il del tutto dottrinale «Naučno-informacionnyj bjulleten’ sektora proizvedenij K. Marksa i F. Èngel’sa» che sorse nel 1958, presso l’Istituto per il marxismo-leninismo di Mosca, e proseguì, in 47 numeri, fino al 1989. Al contrario, nello stesso periodo, ad occidente sono da annoverare numerosi e qualificati strumenti di ricerca su Marx e ad almeno due di essi, è obbligatorio fare riferimento.

In Francia, sotto la direzione del grande marxologo Maximilien Rubel, nacque la rivista «Etudes de marxologie». I 31 numeri di questi quaderni, alcuni dei quali doppi, apparsi in modo discontinuo dal 1959 al 1994, grazie alle analisi critiche, gli studi storici, le bibliografie e le traduzione d’inediti in essi ospitati, rappresentano un insostituibile tentativo di documentazione dell’opera di Marx e di critica del marxismo. Essi, ancora oggi, risultano essere uno strumento indispensabile per chi voglia cimentarsi, in maniera rigorosa, con questi temi. A Treviri, nella Repubblica Federale Tedesca, invece, comparvero, negli anni dal 1969 al 2000, in 49 numeri, gli «Schriften aus dem Karl Marx Haus». Anche questa collana, con le sue monografie sulle edizioni dell’opera di Marx ed Engels e sulla ricezione che essa ebbe nel mondo, sui rapporti che essi intrattennero con terzi, nonché con la presentazione di saggi sulla storia del movimento operaio, rappresenta una delle più specializzate fonti di ricerca del campo.

Dopo la nascita della MEGA², gli istituti per il marxismo-leninismo di Mosca e Berlino, diedero vita al «Marx-Engels-Jahrbuch». Questo annuario, edito dalla Dietz Verlag in tredici numeri, nel periodo tra il 1978 ed il 1991, seppur concepito per contribuire alla divulgazione del marxismo ed al suo trionfo ideologico e dunque, privo di quel carattere scientifico che Rjazanov aveva fortemente voluto cinquant’anni prima, accompagnò la stampa dei primi volumi della MEGA², annoverando al proprio interno importanti contributi di studio. All’incirca nello stesso tempo, nella Repubblica Democratica tedesca, sorsero diverse altre riviste per documentare il lavoro editoriale in corso sull’opera di Marx. Dal 1976 al 1988, editi dalla Martin-Luther Universität di Halle-Wittenberg, per un insieme di 23 numeri, uscirono gli «Arbeitsblätter zur Marx-Engels-Forschung»; dal 1978 al 1989 in 29 numeri e per iniziativa dell’Istituto per il marxismo-leninismo di Berlino, apparvero i «Beiträge zur Marx-Engels-Forschung» (la nuova serie è ripresa, con cadenza annuale, nel 1991); infine, editi dalla Karl-Marx-Universität di Lipsia, vennero stampati, in maniera irregolare dal 1981 al 1990, i 6 numeri della «Marx-Engels-Forschungsberichte».

In seguito agli avvenimenti dell’autunno del 1989, per iniziativa dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam e della Karl Marx Haus di Treviri, nacque nel 1990 l’Internazionale Marx Engels Stiftung (IMES). Questa fondazione, sorta con il gravoso compito di completare la MEGA², assunse l’impegno di pubblicare ad Amsterdam i «MEGA-Studien», usciti in 11 numeri tra il 1994 ed il 1999. Questa rivista, esclusivamente incentrata sui lavori di edizione della MEGA, affermò, in questo modo, il ritorno ad una rinnovata obiettività nella ricerca scientifica.

II. «Marx-Engels Jahrbuch»
La recente edizione del primo volume del «Marx-Engels Jahrbuch», anch’esso a cura dell’IMES, ma stavolta con redazione presso la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, segna un nuovo inizio nella storia delle riviste della Marx-Forschung. In seguito al consolidamento della MEGA², conseguito attraverso la pubblicazione, dal 1998 ad oggi, di ben nove nuovi volumi accompagnati da grande risonanza internazionale, questa nuova impresa, tenta di spingersi oltre l’esperienza dei «MEGA-Studien», dedicati unicamente alle questioni editoriali, e mira a dar vita ad un vero e proprio forum scientifico sull’opera di Marx ed Engels.

Con l’ausilio di saggi, atti di convegni e recensioni della letteratura specializzata, l’annuario ambisce definire lo stato attuale della ricerca su Marx, ospitando sulle sue pagine i contributi utili a ricostruire il quadro storico di elaborazione delle sue opere, documentandone contesto e fonti. I volumi conterranno appendici, errata corrige, documenti integrativi e materiali d’archivio – anche relativi alla storia della MEGA – nonché apporti inerenti le problematiche legate ai lavori dell’edizione. L’auspicio è di realizzare un rapporto di stimolo reciproco tra lavoro editoriale e ricerca scientifica grazie al quale, in mutua reciprocità, le nuove acquisizioni filologiche possano fornire nuovi impulsi al dibattito sulla teoria marxiana e questo, a sua volta, influire produttivamente sulla preparazione dei volumi.

Ulteriore intenzione del progetto è di dare alle stampe, proprio come avvenne con la «Marx Engels Archiv», stralci delle opere più significative dei due autori, come anticipazione dell’opera completa. Il primo numero, che qui si presenta – Marx-Engels Jahrbuch 2003, 2 voll., pp. 400, € 59.80, Akademie Verlag, Berlin 2004 -, infatti, è interamente dedicato a L’ideologia tedesca. A tal riguardo, questa recensione intende ripercorrere le tappe della storia editoriale, tralasciando volutamente le questioni teoriche.

III. La rodente critica dei topi
Nel febbraio del 1845, in seguito all’ordine di espulsione, emanato contro di lui dalle autorità francesi, Marx è costretto a lasciare Parigi. Dopo aver cominciato gli studi di economia politica, sintetizzati nei quaderni di estratti e annotazioni dai testi letti e nei celebri Manoscritti economico-filosofici, e dopo la firma con l’editore Leske di Darmstadt di un contratto per un’opera in due volumi, da intitolarsi Critica della politica e dell’economia politica, egli parte per una nuova destinazione. Teatro del nuovo esilio, fino allo scoppio della rivoluzione nel marzo 1848, è, questa volta, la città di Bruxelles.

I progetti di Marx, proseguire le ricerche per dare alla luce il libro che si era impegnato a realizzare, così come pubblicare, offrendone la traduzione tedesca, una «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri», vennero alterati dall’uscita, nell’ottobre del 1844, del testo di Stirner, L’unico e la sua proprietà. La prima opera comune di Engels e Marx, La sacra famiglia, critica della filosofia speculativa di Bauer e consorti, non poté darne conto, essendo stata redatta all’incirca nello stesso periodo. Era allora necessario combattere anche questa ultima manifestazione del neohegelismo. Inoltre, Marx riteneva importante preparare il pubblico al punto di vista della sua «Economia», attraverso uno scritto polemico contro le più recenti concezioni della scienza tedesca.

Con questo intendimento, dunque, il piano dell’opera andò ad ingrandirsi sino a comprendere ben due volumi. Marx ed Engels vi lavorarono a lungo insieme a Moses Hess. Nel maggio del 1846, la parte principale del manoscritto del primo volume, fu inviata in Vestfalia a Joseph Weydemeyer che doveva predisporne l’edizione. Tuttavia, diverse circostanze ne impedirono la pubblicazione. Negli anni 1846-1847, Marx ed Engels tentarono altre volte, e sempre senza successo, di trovare un editore. Il titolo dell’opera e dei due volumi che avrebbero dovuta comporla non sono riportati nel manoscritto. Gli editori postumi le hanno aggiunte in base ad una dichiarazione di Marx contro Grün, pubblicata nell’aprile del 1847, nella quale egli riferisce di uno «scritto, redatto in comune con Fr. Engels, L’ideologia tedesca (Critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, Bruno Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti)».

Di questo, solamente pochissime parti furono stampate con gli autori in vita e, tutte, nel 1847. Di Marx, la rivista mensile tedesca «Das Westphälische Dampfboot» ospitò l’articolo La storiografia del vero socialismo (contro Karl Grün). Di Hess uscì, presso la «Deutsche-Brüsseler-Zeitung», un testo, scritto con la collaborazione di Marx: il Dottore Graziano’s Werke, come critica, destinata anch’essa al lavoro comune, al libro di Arnold Ruge Due anni a Parigi. Di Engels, la stessa rivista, diede alle stampe K. Beck: “Canti del pover’uomo”, o la poesia del vero socialismo. Tuttavia questo fallimento non costituì per Marx un grande problema; nel rapido schizzo di autobiografia intellettuale, utilizzato come prefazione alla Critica dell’economia politica del 1859, infatti, riassunse così l’accaduto: «Abbandonammo tanto più volentieri il manoscritto alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di veder chiaro in noi stessi».

IV. Le edizioni postume
Le vicende della pubblicazione postuma non sono meno intricate di quelle della loro preparazione e stesura. Anzi. Sulle edizioni di Marx ed Engels hanno sempre pesato i conflitti delle varie correnti, teoriche e politiche, del movimento operaio. Relativamente a L’ideologia tedesca, Eduard Bernstein, che dopo la morte di Engels era entrato in possesso di gran parte del lascito dei due autori, ha enormi responsabilità. Nel 1899 si limitò a ristampare su «Die Neue Zeit» l’invettiva contro Grün che Marx aveva già pubblicato nel 1847. Solo più tardi, negli anni 1903-1904, si decise a consegnare alle stampe, nei «Dokumente des Sozialismus», rivista da lui diretta, la parte inedita riguardante Stirner.

Nell’introduzione che l’accompagnava, non veniva però fornita una chiara presentazione dello stato dell’originale. Soltanto molti anni dopo e ad opera del primo e più prestigioso biografo di Engels, Gustav Mayer, ne fu elaborata una valida descrizione; questi, infatti, durante la fase di documentazione del suo lavoro, aveva convinto Bernstein a consentirgli di consultare alcune parti del manoscritto. Risalgono, dunque, al 1920, anno della prima edizione del Friedrich Engels, le prime attendibili notizie a riguardo.

Nel 1923, Rjazanov si mise in viaggio per Berlino e, al suo ritorno in Unione Sovietica, presentò all’Accademia Socialista di Mosca una comunicazione sull’eredità letteraria di Marx ed Engels. In quella circostanza, si poté finalmente apprendere la reale situazione del testo divenuto così controverso. Le colpe e le lacune scientifiche di Bernstein si rivelarono molteplici. Si scoprì infatti, che aveva pubblicato meno della metà della critica di Stirner, attribuendo falsamente alla «rodente critica dei topi», quelli che invece erano stati suoi tagli arbitrari; inoltre, si poté constatare che aveva creduto a torto che le parti su Feuerbach e Bauer appartenessero ad un unico capitolo, al quale aveva attribuito poca importanza, decidendo di non pubblicarlo! Solo utilizzando la sua straordinaria erudizione, che gli consentì di risalire ad ogni parte dell’originale, e con la sua grande abilità diplomatica, Rjazanov riuscì a procurarsi da Bernstein, con enorme fatica, ma soltanto in quattro settimane, tutte le parti del testo.

Fotografato il tutto, fece ritorno a Mosca. La prima parte de L’ideologia tedesca, incompiuta, verosimilmente tutta di Marx e senz’altro, la più importante dell’intero lavoro, venne pubblicata per la prima volta a cura dello stesso Rjazanov nel 1926, nel primo volume del «Marx Engels Archiv». Questa, intitolata «Feuerbach», ma dedicata soprattutto alla sua concezione della storia, contiene la prima esposizione della teoria che Marx aveva elaborato nel corso di anni di studi filosofici, storici ed economici, quella che in seguito definirà il «filo conduttore» delle proprie ricerche.

Nell’introduzione che ne accompagnò l’edizione, Rjazanov riassunse le tante vicissitudini del manoscritto del quale sia Engels, pur se comprensibilmente alle prese con i libri II e III de Il capitale, che Mehring avevano sottostimato il valore. La sua importanza, al contrario, era fondamentale poiché consentiva di colmare il vuoto tra La sacra famiglia e le Tesi su Feuerbach e la successiva Miseria della filosofia. Esso venne pubblicato per intero soltanto nel 1932, nel volume I/5 della prima MEGA. Come per i Manoscritti economico-filosofici del 1844, tra la data della stesura e quella della pubblicazione, trascorse quasi un secolo. Se così non fosse stato, alla «concezione materialistica della storia», la celebre espressione fu coniata e utilizzata da Engels, sarebbero stati evitati parecchi malintesi e confusioni. Nel 1962, infine, dopo che il testo era già uscito nell’edizione MEW, apparvero in un articolo di Siegfried Bahne sull’«International Review of Sociali History», altre tre pagine dell’originale, anche queste erroneamente addebitate all’appetito dei topi, ma in realtà conservate sotto una falsa intestazione.

Il testo compreso nel primo numero del «Marx-Engels Jahrbuch», è un’anticipazione del volume I/5 della MEGA²: Karl Marx, Friedrich Engels, Moses Heβ: Die duetsche Ideologie. Manuskripte und Drucke (November 1845 bis Juni 1846), la cui uscita è prevista nel 2008. Questa edizione offrirà, tra le altre novità, per la prima volta alcune parti del manoscritto correttamente attribuite ad Hess. Quelle incluse nell’annuario corrispondono ai capitoli: I. «Feuerbach» e II. «Sankt Bruno». Differentemente dai sei diversi tentativi di ricostruzione del famoso capitolo «I. Feuerbach. Antitesi fra concezione materialistica e concezione idealistica» effettuati sino ad oggi, questa nuova versione pubblica i manoscritti di Marx ed Engels così come sono stati da loro lasciati.

Essi sono raccolti come sette testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere frammentario dello scritto e che, in particolare, il capitolo su Feuerbach è tutt’altro che compiuto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con esattezza, al pensiero di Marx. Del tutto inedito, invece, è un brano di Joseph Weydemeyer, redatto con la collaborazione di Marx, incluso in appendice. Infine accanto all’opera, così come per i volumi della MEGA², vi è un imponente tomo di apparato, contenente la descrizione del testo, i suoi chiarimenti, l’elenco delle varianti e delle correzioni, gli indici.

Questi ultimi risultati della ricerca e le conseguenti possibili nuove interpretazioni critiche, possono bastare a far sorgere qualche dubbio a quanti, siano essi sedicenti seguaci o avversari, credono di conoscere Karl Marx in maniera definitiva? Dai lavori della nuova edizione storico-critica emerge sempre più un autore misconosciuto. Il divario che lo separa dalle realizzazioni e dalle concezioni delle esperienze politiche, che a lui si sono richiamate, è troppo grande per non far sorgere il sospetto che il suo spettro, prima o poi, tornerà ancora ad agitarsi. Per il momento, le ricerche filologiche, lontane dal retaggio esercitato per il passato dal fuorviante condizionamento ideologico, contribuiscono a far luce sulla sua opera e sul suo pensiero.

L’ideologia tedesca, considerata a volte finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria incompiutezza che la rende indisponibile ad ogni ipotesi di sistematizzazione. La fallacia dei marxismi dominanti del Novecento e le tante carenze e strumentalizzazioni delle diverse edizioni e letture di Marx susseguitesi, fanno risuonare una sua frase, contenuta in questo testo, non solo e ancora una volta contro la critica tedesca a lui contemporanea, ma anche come sarcastico monito per il futuro: «Non solo nelle risposte, ma già negli stessi problemi c’era una mistificazione».