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Marco Bertorello, Erre

1. Filologia e filosofia nella Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²)

Ad oggi siamo ancora privi di un’edizione integrale e scientifico-critica delle opere di Marx e, tuttavia, è in corso da qualche anno un risveglio d’interesse per lo studio di questi scritti.

La persistente capacità critica delle contraddizioni dell’odierna società capitalista contenuta nella riflessione marxiana ripropone con forza al centro del dibattito contemporaneo il pensiero del “moro di Treviri”. E l’assenza d’una tale edizione critica dei suoi elaborati è tanto più grave se si considera che parte notevole dei suoi manoscritti, dell’immensa mole di estratti ed annotazioni dai libri e dell’imponente corrispondenza – 14.000 lettere rinvenute – rimane ancora inedita. Il volume curato da Marcello Musto Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, ci presenta il significativo sforzo di sistematizzazione degli scritti marxiani: raccoglie le relazioni, spesso assai differenti, esposte durante la Conferenza Internazionale di studi sullo stesso tema, svoltasi a Napoli nell’aprile 2004. Questa prende vita da tale esigenza: presentare per la prima volta in Italia la nuova edizione storico-critica della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), che dovrebbe dar conto delle nuove acquisizioni delle ricerche filologiche sul pensiero di Marx e della ripresa degli studi filosofici in merito, tanto in riferimento alle opere giovanili quanto a Il capitale. Il volume ci presenta 24 saggi, accompagnandoci nella disamina delle più recenti interpretazioni degli scritti di Marx in Italia e nel mondo, al fine di socializzare conoscenze e stabilire legami permanenti fra gruppi di ricerca e singoli studiosii. Tuttavia, nonostante gli sforzi del curatore, il volume presenta un aggregato d’elaborazioni eterogenee e nell’insieme non appare del tutto organico.

L’edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels Gesamtausgabe – MEGA), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 1975, è stata interrotta in seguito alla sconfitta della transizione al socialismo nei paesi dell’est europeo dell 1989. Nel 1990, per iniziativa dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) di Amsterdam, è nata la Internationale Marx Engels Stiftung (IMES), il cui fine è completarne l’impresa ii. Parrebbe pertanto giunto il momento di riprendere, usufruendo delle conquiste editoriali della MEGA², un confronto serio e rigoroso su Marx. Tuttavia il volume ci ripropone anzitutto una visione per cui, malgrado l’imponente raccolta di riflessioni, l’opera marxiana apparirebbe sostanzialmente incompiuta: dinanzi ad interpretazioni del passato tese a fare del pensiero di Marx una dottrina chiusa, il volume ne evidenzia il carattere di incompiutezza. Tuttavia, tale invito a tener conto della lettera dei testi marxiani, rischia di perder di vista la necessità di ricomprenderli anzitutto a partire dallo spirito unitario che li muove iii. Solo questa si dimostra, d’altra parte, chiave di lettura produttiva: per un verso consente si ricordare l’attualità della necessità d’un bilancio storico – più volte affrontato nel volume e non di rado con equilibrio antidogmatico nei confronti del pensiero marxiano da autori significativi come G. Bravo, S. Kouvélakis, R. Finelli e D. Losurdo; per l’altro permette d’evitare che l’esigenza di critica della riflessione marxiana prenda vita da giudizi viziati di antistoricismo, post-modernismo ed improduttivo empirismo – evidenti in diversi interventi. In particolare, nell’impostazione generale emergono i rischi di un simile filologismo, che potrebbe far perder di vista la complessità del concetto dovuta al suo radicale divenire nella determinatezza storica: l’approccio empirista, per dirla con la Scienza della Logica di Hegel, ci pone dinanzi alla separazione improduttiva di essere e pensiero, in ultima istanza si rivela rinuncia all’oggettività concreta e s’accontenta unicamente del valore soggettivo della conoscenza. In tal modo la feroce critica all’approccio dogmatico può condurre ad una visione sostanzialmente ingenua, quando non apertamente volta a mistificarne la complessità dialettica della realtà. Si giunge così alla perfetta unità di pensiero ed essere, testo scritto ed interpretazione contenutistica, unicamente attraverso un sapere immediato, ricadendo in tal modo in forme di misticismo e dogmatismo.

2. Un “ritorno” a Marx senza storia del marxismo?

I contributi contenuti nel volume dei diversi e noti marxisti nazionali ed internazionali, provenienti da dieci diversi paesi, hanno per un verso il fine di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, per l’altro sono essi stessi dimostrazione dello status della riflessione filosofica odierna in merito alle condizioni storico-sociali del nostro tempo. Se certamente meritevole è il tentativo di “restituire” l’elaborazione di Marx alla ricerca filologica, tuttavia esso conduce spesso ad una visione elitista ed accademica del sapere: Marx sarebbe stato «snaturato» nel processo di diffusione del suo pensiero, che avrebbe poi prodotto «effetti perversi» – scrive il curatore del volume, Marcello Musto –, fra cui un’«ortodossia» scaturita da «fini preordinati». La produzione marxiana sarebbe stata utilizzata per giustificare «a posteriori» teorie politiche che ne avrebbero «frainteso» la “purezza scientifica”. Tuttavia un simile approccio non ci pare renda pienamente giustizia ad un autore che ha costantemente tentato di intrecciare «prospettiva di lunga durata e compiti immediati» [p. 357], come ricorda Domenico Losurdo in un bel saggio dal titolo Marxismo, globalizzazione e bilancio storico del socialismo [pp. 347-357]. Se dunque può ritenersi vero per un verso che la nuova Marx Forschung ha innanzi a sé il compito «di un orientamento permanentemente critico», per l’altro bisogna intendersi sulla ricerca d’un tale marxismo «lontano dal fuorviante condizionamento dell’ideologia» [p. 23] e sul concetto stesso di ideologia. Questo ha una lunga e ben complessa storia dietro di sé, da cui ci pare impossibile prescindere iv. Da tali presupposti deriva l’interrogativo che attraversa il volume: è possibile un “ritorno” ad un pensiero “puro” di Marx? Se per un verso leggere Marx oggi vuol dire certamente affrontarne con pazienza i testi, d’altra parte l’esigenza di non pensarne una linea di sviluppo “predeterminata” rischia di far dimenticare che un testo s’interroga sempre a partire dalla determinatezza d’un punto di vista e nell’ottica d’un agire pratico – sebbene certo la sua lettura consenta di rivedere il proprio punto di vista e le modalità dell’azione. In tal senso Marx non pare davvero un classico sterile ed asettico: credere di poter circoscrivere Marx «alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialismi meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento» [p. 24]. Per un verso si deve come possibile sfuggire dall’attribuzione di capacità profetico-utopiste all’autore o alle sue teorie; per l’altro nel volume più volte si invita a far astrazione dalla soggettività del filosofo – che Hegel avrebbe definito “punto di vista del cameriere” – e ad osservare il testo ed il contesto dello scritto, in uno sforzo di tensione interpretativa. Ma è poi tanto grigio quel panorama storico che in Europa Orientale ha tentato di dar voce al pensiero di quel vivace pesatore? Un “ritorno a Marx” privo degli oltre centocinquanta anni d’elaborazione e pratica marxista rischierebbe d’esser solamente l’esplicitazione d’un «culto formalistico dei martiri», quasi che vi fosse un «“autentico” messaggio di salvezza già consegnato, una volta per sempre, in testi sacri che si tratterebbe solo di riscoprire e rimeditare religiosamente!» v. Solamente una mera coscienza religiosa – ed in ultimo «profetica» –proclama e gode «narcisisticamente» della propria presunta immacolatezza vi: ricercare un Marx “puro” è sintomo d’arretratezza, quando non di vera subalternità nei confronti dell’ideologia dominante.

3. Alla riscoperta di lettere, annotazioni e d’una storia tutta politica

Dalla I sezione – dedicata all’esposizione della MEGA² – emergono i saggi di Manfred Neuhaus e di Gerald Hubmann. Il primo delinea i canoni filologico-editoriali della nuova MEGA²: genetica del testo, suddivisione di lavori preparatori da opere vere e proprie, ordine cronologico. Peraltro, dopo una contestualizzazione storica ed intellettuale dell’opera di Marx ed Engels, egli delinea i contenuti innovativi delle diverse sezioni della MEGA². Hubmann espone invece il lavoro per la rinnovata edizione dei testi di Marx ed illustra come accostarsi ad un testo classico è impegno che, avvalendosi della fatica filologica, è insieme un paziente rinvenimento d’un orizzonte ricco e problematico che il testo può offrirevii. Gian Mario Bravo ci conduce nella storia della ricezione della filosofia marxiana nella prima sinistra italiana, ripercorrendo le tappe d’un pensiero che «sia utile per concorrere a reinterpretare società in perenne evoluzione e cambiamento, dimensioni umane e culture affannate e incapaci di svecchiarsi anche sul piano etico, ingiustizie e differenze abissali fra gli uomini, del Sud e del Nord del pianeta» [p. 98]. Ricordiamo infine l’intervento del docente giapponese Izumi Omura – che tratta, fra l’altro, delle versioni digitali dei manoscritti di Marx, disponibili sul sito dell’Università di Sendai.

4. Il giovane Marx: Comune di Parigi, materialismo storico e questione democratica

Nella II sezione del volume – Critica della filosofia e critica della politica nel giovane Marx – troviamo interventi di autori significativi come Mario Cingoli, Giuseppe Cacciatore e Stathis Kouvélakis. Se è possibile affermare che Marx non adoperaun unico paradigma metodologico ma, al contrario, un approccio interdisciplinare che gli consente di comprendere e riconoscere nella dialettica stessa non un semplice metodo viii, Cingoli ripercorre nel corso del suo scritto le tappe mediante cui l’hegeliano automovimento dell’Idea diviene nel pensiero di Marx materiale «attività degli uomini reali, enti naturali che lavorando la restante natura producono ad un tempo la propria storia, attraverso lotte e opposizioni» [p. 125]. Se nell’Ideologia tedesca vediamo Marx affermare che «anche gli oggetti della più semplice “certezza sensibile” sono dati solo attraverso lo sviluppo sociale» [p. 128], si pone il problema: a) della configurazione materiale d’un tale sviluppo sociale, b) dei meriti della forma rappresentativa d’un contenuto materiale e, tuttavia c) della mancanza di democrazia propria di vincoli formali che non tengano conto della democrazia sostanziale necessaria ad una società progressista ed organizzata secondo ragione. Viene in tal modo alla luce l’attualità d’una riflessione che riapra un dibattito sul rapporto fra riflessione di Marx e questione democratica, affrontato diffusamente nelle pagine di Cacciatore. Egli, analizzando il commento analitico svolto da Marx nel 1843 ai §§ 261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel, rileva come la critica a quest’ultimo sarebbe l’aver reso tendenzialmente autonomo il momento dell’universale da quello del particolare, cosicché lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe d’astrazione nel senso d’una mancata rappresentanza della realtà che lo istituisce [p. 147 e ss] ed il fine di Marx in queste pagine giovanili è anzitutto «rendere plausibile la democrazia»ix. Kouvélakis ci propone una riflessione sulla teoria politica di Marx alla luce della rilettura di un suo testo celebre, La guerra civile in Francia (1871), sostenendo che «l’esperienza della Comune di Parigi consente a Marx di “ricreare” le rivoluzioni del 1848», cosicché Marx giunge ad una comprensione della politica nella sua doppia dimensione di a) «momento insurrezionale» e b) «processo di creazione di forme politiche adeguate all’emancipazione delle classi subalterne» [p. 195]. Marx giunge alla comprensione inoltre della «pratica rivoluzionaria come pratica politica specifica ed espansiva», processo di «distruzione creatrice» di istituzioni durevoli, che rivelino la rivoluzione proletaria non più «processo simmetrico alle rivoluzioni borghesi», ma «ripresa ed approfondimento della tendenza all’autogoverno popolare» [p. 207].

5. Marxismo oggi: presupposto-posto, autoapprendimento e bilancio del socialismo

La III sezione del volume ci pone il problema del Capitale quale «critica incompiuta». In merito si cimentano pensatori italiani come Roberto Finelli e l’economista Riccardo Bellofiore, ed internazionali come Jacques Bidet e Fritz Wofgang Haug. Finelli guarda alla pratica decostruzionista la quale «critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità» e tenta di ricondurre la realtà a linguaggio [p. 211] e ci propone quattro tesi: la presenza della logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana, nel Capitale di Marx [p. 212]; il concetto di astrazione reale da intendersi come passaggio del lavoro astratto «dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ‘57, “praticamente vera”» [p. 213]; la tesi del «circolo sincronico e del circolo diacronico», che vorrebbe porre in luce le divergenze fra filosofia hegeliana e marxiana [pp. 217-218]; la tesi infine «del postmoderno come svuotamento del concreto», che descrive il postmoderno come inveramento del moderno, ovvero «il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta», cosicché non si dà comprensione del postmoderno senza la teoria marxiana dell’astrazione reale [p. 222]. Malgrado l’alto livello teoretico dell’analisi, il punto di vista assunto pare rischia di ricadere nell’empirismo e nell’esistente piuttosto che guardare al razionale: dello sfruttamento si prende atto ed il postmoderno, luogo dell’ipocondria dell’impolitico, viene sancito nella visione secondo cui l’astrazione reale è il nuovo «soggetto storico e impersonale, come l’accumulazione di ricchezza astratta attraverso l’uso e lo sfruttamento della forza-lavoro». Unica risposta possibile parrebbe un metafisico «agire di soggetti liberi e autonomamente responsabili» [223]. Ma non si intravede la conflittualità fra i capitali, la determinatezza storico-politica della lotta di classe ed infine alla «liquidazione della filosofia della storia» si sostituisce una «scienza della modernità che trova in sé la fondazione delle proprie categorie» [p. 220]. Bidet ci propone una ricostruzione “metastrutturale” del Capitale, tentando di svincolare il materialismo storico dalla dialettica e dall’impianto storicista, riproponendo l’elaborazione di nuovi concetti come quello di «moltitudine, di sistema del mondo, di altermondializzazione, di ultramodernità, di mondo e di Stato-mondo in gestazione» [pp. 281-2]. Tuttavia, l’analisi non si svincola del tutto dai limiti del postmoderno: l’eliminazione d’una concezione dialettica del divenire – fondata sul concetto di modo di produzione, in cui la contraddizione determinata dalla lotta fra le classi sia reale e non semplice proiezione metafisica di un’epoca barbara – espelle dal dialogo tollerante il progetto di emancipazione della classe proletaria in quanto sistemico e totalizzante; così anche i concetti d’analisi loro propri come la categoria d’ imperialismo. Haug rileva come dietro le critiche alla divulgazione del pensiero di Marx ed al presunto annacquamento del suo nucleo teorico che ne sarebbe scaturito si celi in realtà la liquidazione della «concezione dialettica» [p. 293]. Sebbene sia indubbio che sia avvenuto una sorta di cambiamento paradigmatico dalle Tesi su Feuerbach all’Ideologia tedesca a Per la critica dell’economia politica, d’altra parte ciò non è affatto «sintomo di decadimento né di volgarizzazione fuorviante», bensì di un mutamento che rivela un «processo di apprendimento» cui va il merito d’aver reso l’opera di Marx ancor oggi «contemporanea» e «contributo irrinunciabile alla comprensione teorica del capitalismo high-tech» transnazionale [p. 294].

La IV ed ultima sezione, Un oggi per Marx, si caratterizza per la presenza di tre saggi in particolare, due contigui nel merito ed il terzo di indubbio valore storico-teorico: si tratta degli scritti di André Tosel, Domenico Jervolino e Domenico Losurdo. Tosel e Jervolino ci reintroducono la proposta di un «comunismo della finitudine». A partire da una critica alla totalità “sistemica”, identificata con la «produzione post-capitalistica come produzione assoluta», Tosel ci delinea il rapporto fra filosofia hegeliana e marxiana nel senso che la seconda, dopo aver liquidato la prima, ci presenta come oggetto una «realtà sempre finita e definita» [p. 325]. E «la forma dell’associazione» in sostituzione della «forma capitale» rivelerebbe questo cambio di paradigma – per dirla con Kuhn, filosofo della scienza caro a Tosel – nell’individuazione del movimento di perpetua trasformazione di forme «fenomenali» della produzione. Tuttavia il limite più evidente è la miscomprensione del rapporto dialettico fra idealismo hegeliano e materialismo marxiano, da cui discende un’idea di comunismo evocativamente indeterminata: l’esigenza essenziale d’una «negazione determinata-finita» della forma-capitale – intesa astrattamente, senza comprensione del suo esser anzitutto rapporto sociale e dunque interdipendente con la forza-lavoro salariatax – si rovescia in utopismo xi. Non ci soffermiamo su riflessioni analoghe condotte da Jervolino, che ancor più esplicitamente ci propone il moralismo d’una «comune impresa etico-politica» [p. 343], una «forma di organizzazione sociale più complessiva in cui l’economico» non sia più determinante e prevalga il «comune» come «possibilità di essere se stessi per ciascuno e per tutti» [p. 344-5]. Losurdo tenta, al contrario, una lettura produttiva del farsi-storia della teoria marxista a partire dalla constatazione d’una mancata rivoluzione vittoriosa nei paesi a capitalismo avanzato – come da tesi marxiana. Egli ripercorre le proposte di forme di gestione del potere da parte della classe operaia nei paesi del “socialismo reale” in URSS con Trotski e Stalin ed in Cina. Una tale indicazione, presente peraltro nei testi di Marx a partire dal Manifesto, pone il problema dell’edificazione socialista a partire dal conflitto fra a) emergere d’uno strato borghese che prospera e b) settori non trascurabili della popolazione che «continuano a subire condizioni di vita e di lavoro propri del Terzo mondo». Losurdo richiama la lettura gramsciana di tale questione: il proletariato come non può conquistare, neppure può mantenere il potere se incapace di sacrificare interessi particolari e immediati «agli interessi generali e permanenti della classe» [p. 348] xii. L’agitazione della seducente bandiera dei diritti umani come forma egemonica del dominio imperialista attraversa un’esperienza storica in cui gli interessi particolari della classe borghese, dopo la sconfitta dell’esperienza di transizione al socialismo, hanno condotto a drammi esemplari, di cui poi quella stessa classe ha “ponzio-pilatescamente” rigettato le responsabilità – si pensi al Nicaragua sandinista, alla Jugoslavia, etc. [pp. 359-60]. Ricordiamo infine i contributi nel volume di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone ed in Cina.

In conclusione il volume ha certamente il merito di riproporre all’ordine del giorno l’ineludibile attualità dell’opera di Karl Marx, che non è affatto un “moloch” indiscutibile di norme o precetti pratico-morali: esso è materia viva che pone in essere un rapporto proficuo con il mondo storico, con lo «stato di cose esistenti», di cui non solamente vuol tentare un’interpretazione, ma che essenzialmente si propone di trasformare in direzione maggiormente razionale. In tal senso la lettura dei testi di Marx può, oggi forse ancor più diieri, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico nella misura in cui le sue idee potranno ancora «suscitare entusiasmi, stimolare ulteriori feconde riflessioni» [p. 24], ponendosi al servizio della causa dell’emancipazione umana, che ancora troppo ne abbisogna e che sempre più si trova ad invocare la Vecchia Talpa.

i I 24 saggi presentati nel volume suddivisi in IV sezioni, dedicate a: 1) nuova edizione storico-critica della MEGA²; 2) critica della filosofia e critica della politica nel giovane Marx; 3) Il Capitale: la critica incompiuta e 4) un oggi per Marx.

ii Dei 122 volumi previsti ne sono stati sinora editi 56. Dell’IMES fanno parte, accanto all’IISG, la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (BBAW) ed il Rossiiskii gosudarstvennyi arkhiv sotsial’no-politicheskoi istorii (RGASPI) di Mosca. In questo momento partecipano ai suoi lavori studiosi che operano in Germania, Russia, Francia, Olanda, Danimarca, Italia, USA, Giappone.

iii Lo stesso Engels ci mette al corrente del preciso intento marxiano di realizzare nel Capitale «un’opera organica e il più possibile compiuta» [ Prefazione a K. Marx, Il Capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 10]. Non si comprende perché un tale metodo non dovrebbe valere per lo spirito dell’intera produzione di Marx.

iv Dalla riflessione gramsciana in poi il concetto di sovrastruttura ideologica assume accezione epistemologico-descrittiva e viene evidentemente ricondotto alla presa d’atto dell’esistenza oggettiva d’una storia delle classi dominanti in relazione a classi subalterne. Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, Q 4, 35, 453-4, testo A e Gramsci su Marx “ideologo” in A. Gramsci, Astrattismo intransigenza [11 maggio 1918], in id., Il nostro Marx 1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1984, p. 17.

v D. Losurdo, Fuga dalla storia, La Città del Sole, Napoli 1999, p. 16.

vi Cfr. su ciò D. Losurdo, «Dopo il diluvio: ritorno a Marx?» in Utopia e stato d’eccezione. Sull’esperienza storica del «socialismo reale», Laboratorio politico, Napoli 1996, pp. 98-101.

vii Analizzando ad esempio gli studi-appunti marxiani di geologia si può notare che il concetto di «formazione sociale» pare trarre stimoli dall’idea di “formazione geologica” [p. 65]. Tuttavia il problema di Marx è lo studio scientifico d’una formazione sociale determinata e tale studio non può che svolgersi anzitutto nelle forme dell’elaborazione di costrutti teorici e della trattazione appropriata d’un dato materiale empirico, ovvero anzitutto sul piano di quello che Hegel definiva ‹‹pensiero riflettente››. D’altra parte, Marx pensa tale attività scientifica a partire da un’indagine generale riguardante la natura della società e della storia umana e le assegna un compito, altrettanto generale, riguardante la ricaduta dell’attività concettuale sul corso della società e della storia – di cui questa attività è, insieme, osservatorio critico e parte in causa. La storia pare dunque cominciare con il superamento della dimensione strettamente ‹‹riflettente›› (“accademica”) dell’indagine scientifica, con il suo divenire pensiero attivo o filosofia della prassi – per dirla con Gramsci – mediante cui la formazione sociale possa riconoscersi ed, in tale riconoscersi, acquisire una più alta consapevolezza di sé ed una nuova Weltanschauung che possa divenire senso comune della coscienza collettiva.

viii D’altra parte, nonostante la nota e dura critica di Marx in Miseria della filosofia alla forma della dialettica hegeliana ed alla dialettica come metodo, Marx è in realtà decisamente allievo di Hegel. Quest’ultimo infatti non intendeva affatto il metodo come qualcosa di meccanicistico. Al contrario il metodo «è la forza assoluta, unica, suprema, infinita, alla quale nessun oggetto può resistere; è la tendenza della ragione a ritrovarsi, a riconoscersi in ogni cosa» [G.W.F. Hegel, Scienza della Logica», vol. III, pp. 330-33]. Interessante anche la lettura leniniana della dialettica marxiana in V. I. Lenin, Karl Marx. A Brief Biographical Sketch With an Exposition of Marxism, Lenin Collected Works, Progress Publishers, Moscow 197(4), vol. XXI, p. 6.

ix Tuttavia Marx, allievo di Rousseau, intende porre in questione anzitutto il problema dei contenuti di democrazia che un popolo deve sistematizzare e del «rapporto fra la forma regolativi e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza» [p. 151]. Difatti «nella democrazia il principio formale è al tempo stesso il principio materiale» [K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del ’44, Einaudi, Torino 1968, p. 4].

x Marx intende sottolineare che il capitale non è solamente lavoro accumulato, ma lo è in modo storicamente determinato, entro un dato rapporto di produzione, quello della società borghese, fondato sullo sfruttamento della forza-lavoro del proletariato da parte della classe dei capitalisti. Cfr. K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Collana “Il Milione”, Editori Riuniti, pp. 13-14.

xi Tosel invoca difatti una «soggettività politica del cittadino» e ben delineando (ma non esplicitandola) la formazione del sottoproletariato e della sua «violenza cieca», auspica la «formazione di una coscienza insurrezionale di massa»: di individui che si possano riconoscere nell’«Altro della legge» simbolico, di un «essere-in-comune di singolarità che debbono uscire da relazioni duali» e che si contrappongano al «panliberalismo consumatore» [p. 330-2].

xii A. Gramsci, Lettera dell’Ufficio politico del PCI al Comitato Centrale del Partito Comunista Sovietico (1926), in Id., La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1971, pp. 129-130; cfr. D. Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, Roma 1997, pp. 249-50.

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Diffusione e recezione del Manifesto in Italia dal 1889 al 1945

I. Prologo
A causa di conflitti teorici o di vicende politiche, l’interesse per l’opera di Marx non è mai stato costante e, sin da quando si è manifestato, ha vissuto indiscutibili momenti di declino. Dalla «crisi del marxismo» alla dissoluzione della «Seconda Internazionale», dalle discussioni sui limiti della teoria del plusvalore alle tragedie del comunismo sovietico, le critiche alle idee di Marx sembrarono, ogni volta, superarne in maniera definitiva l’orizzonte concettuale. Sempre, però, vi fu un «ritorno a Marx» [1]. Costantemente, si sviluppò un nuovo bisogno di richiamarsi alla sua opera che, attraverso la critica dell’economia politica, le formulazioni sull’alienazione o le brillanti pagine dei pamphlet politici, continuò a esercitare un irresistibile fascino su seguaci e oppositori.

Nonostante, col finir del secolo, ne fosse stato decretato all’unanimità l’oblio, del tutto inatteso, da qualche anno a questa parte, Marx si è ripresentato sul palcoscenico della storia. Nei suoi riguardi, infatti, è in corso un vero e proprio ritorno di interesse e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente. La riscoperta di Marx si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del presente, del quale egli rimane strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare.

Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che la attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Così, l’affermazione di Jacques Derida: «sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx»[2], che soltanto pochi anni fa sembrava una provocazione isolata, è divenuta sempre più condivisa. Dalla fine degli anni Novanta, infatti, quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche non fanno che discutere del pensatore più attuale per i nostri tempi: Karl Marx. Il primo articolo che produsse una certa eco in questa direzione fu The return of Karl Marx, apparso sulla rivista statunitense «The New Yorker» [3]. Venne poi il turno della BBC, che nel 1999 conferiva a Marx lo scettro di più grande pensatore del millennio.

Qualche anno più tardi, il bimestrale del «Nouvel Observateur» fu interamente dedicato al tema Karl Marx – le penseur du troisième millénaire? [4] e poco dopo anche la Germania pagò il suo tributo a colui che aveva costretto all’esilio per quarant’anni: nel 2004, oltre 500.000 telespettatori della televisione nazionale ZDF indicarono Marx quale terza personalità tedesca di tutti i tempi (prima, invece, nella categoria ‘attualità’) e, durante le ultime elezioni politiche, la nota rivista «Der Spiegel» lo ritraeva in copertina, dal titolo Ein Gespenst kehrt zurück (Un fantasma è tornato), con le dita, in segno di vittoria[5]. A completare questa curiosa rassegna, vi è il sondaggio condotto nel 2005 del canale radiofonico BBC 4, che ha assegnato a Marx la palma di filosofo più amato dagli ascoltatori inglesi.

Anche la letteratura su Marx, quasi del tutto tralasciata quindici anni fa, dà diffusi segnali di ripresa e, accanto al fiorire di nuovi significativi studi, spuntano, in più lingue, opuscoli dal titolo Why read Marx today? Analogo consenso riscuotono le riviste internazionali aperte ai contributi riguardanti Marx e i marxismi, così come sono tornati di moda convegni, corsi e seminari universitari dedicati a questo autore. Infine, seppure timidamente o in forme piuttosto confuse, dall’America latina al movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico.

Ancora una volta, il testo marxiano che più di ogni altro ha suscitato il maggiore coinvolgimento di lettori e studiosi è stato il Manifesto del partito comunista. Nel 1998, infatti, in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione, il Manifesto di Marx ed Engels è stato stampato in decine di nuove edizioni in ogni angolo del pianeta e celebrato non solo quale la più formidabile previsione dello sviluppo del capitalismo su scala mondiale, ma anche come il testo politico più letto della storia dell’umanità [6]. Per questo motivo, può risultare di qualche interesse ripercorrere le vicende che ne accompagnarono la prima propagazione nel nostro paese.

II. Karl Marx: Il misconoscimento italiano
In Italia, le teorie di Marx hanno goduto di una popolarità straordinaria. Ispirando partiti, organizzazioni sindacali e movimenti sociali hanno influito, come nessun’altra, alla trasformazione della vita politica nazionale. Diffusesi in ogni campo della scienza e della cultura ne hanno mutato, irreversibilmente, l’indirizzo e lo stesso lessico. Concorrendo alla presa di coscienza della propria condizione delle classi subalterne, sono state il principale strumento teorico nel processo di emancipazione di milioni di donne ed uomini.

Il livello di diffusione che raggiunsero può essere paragonato a quello di pochi altri paesi. È d’obbligo interrogarsi, pertanto, sull’origine di questa notorietà. Ovvero, quando si parlò per la prima volta di «Carlo Marx»? Quando apparve sui giornali questo nome in calce ai primi scritti tradotti? Quando la fama si propagò nell’immaginario collettivo di operai e militanti socialisti? E, soprattutto, in che modo e attraverso quali circostanze si dispiegò l’affermazione del suo pensiero?

Le primissime traduzioni degli scritti di Marx, quasi del tutto sconosciuto durante i moti rivoluzionari del 1848, comparvero soltanto nella seconda metà degli anni Sessanta. Esse, tuttavia, furono poco numerose e relative soltanto all’Indirizzo e agli Statuti della «International Working Men’s Association»[7]. A questo ritardo concorse senz’altro l’isolamento di Marx ed Engels dall’Italia, con la quale, nonostante il fascino che nutrirono per la sua storia e cultura e la partecipazione dimostrata per la sua realtà, non ebbero corrispondenti epistolari fino al 1860 ed effettive relazioni politiche prima del 1870 [8].

Un primo interesse intorno alla figura di Marx fiorì solo in coincidenza dell’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi. Al «fondatore e capo generale dell’Internazionale» [9], infatti, la stampa nazionale, così come la miriade di fogli operai esistenti, dedicarono, in poche settimane, schizzi biografici e la pubblicazione di estratti di lettere e di risoluzioni politiche (tra queste La guerra civile in Francia). Anche in questa circostanza, gli scritti stampati – che compresi quelli di Engels raggiunsero il numero di 85 nel solo biennio 1871-72 – riguardarono esclusivamente documenti dell’«Internazionale», a testimonianza di un’attenzione inizialmente politica e solo successivamente di carattere teorico [10]. Inoltre, su alcuni giornali comparvero fantasiose descrizioni che concorsero a conferire alla sua immagine un’aureola leggendaria: «Carlo Marx è un uomo astuto e coraggioso a tutta prova. Gite veloci da uno Stato all’altro, continui travestimenti, fanno sì che eluda la sorveglianza di tutti gli spioni polizieschi d’Europa»[11].

L’autorevolezza che cominciò a circondarne il nome fu tanto grande quanto generica [12]. Durante questo periodo, infatti, manuali di propaganda diffusero le concezioni di Marx – o perlomeno quelle presunte tali – insieme a quelle di Darwin e Spencer [13]. Il suo pensiero venne considerato sinonimo di legaritarismo[14] o di positivismo [15]. Le sue teorie furono inverosimilmente sintetizzate con quelle agli antipodi di Fourier, Mazzini e Bastiat [16]. La sua figura accostata – secondo gli equivoci – a quella di Garibaldi[17] o di Schäffle [18].

L’interesse rivolto a Marx, oltre che restare così approssimativo, non si tradusse neanche in adesione alle sue posizioni politiche. Tra gli internazionalisti italiani – che nello scontro tra Marx e Bakunin presero parte in maniera pressoché compatta per quest’ultimo –, infatti, la sua elaborazione rimase pressoché sconosciuta ed il conflitto in seno all’«Internazionale» fu percepito più come scontro personale tra i due che come contesa teorica[19].

Ciò nonostante, nel decennio seguente segnato dall’egemonia del pensiero anarchico – che ebbe facile gioco ad imporsi nella realtà italiana caratterizzata dall’assenza di un moderno capitalismo industriale, dalla conseguente ancora limitata consistenza operaia, nonché dalla viva tradizione cospirativa mutuata dalla recente rivoluzione nel paese [20] –, gli elementi teorici di Marx andarono lentamente affermandosi nelle file del movimento operaio [21]. Anzi, paradossalmente, conobbero una prima divulgazione proprio tramite gli anarchici, che condividevano completamente le teorie dell’autoemancipazione operaia e della lotta di classe, contenute negli Statuti e negli Indirizzi dell’«Internazionale» [22]. Essi, in seguito, continuarono a pubblicare Marx, spesso in polemica con il socialismo che fu verbosamente rivoluzionario, ma, nella pratica, legalitario e revisionista. La più importante iniziativa realizzata fu, senz’altro, la pubblicazione, nel 1879, del compendio del primo libro de Il capitale, a cura di Carlo Cafiero. Fu questa la prima occasione nella quale, seppure in forma popolarizzata, i principali concetti teorici di Marx poterono cominciare a circolare in Italia.

III. Gli anni ottanta e il «marxismo» senza Marx
Gli scritti di Marx non furono tradotti neanche durante gli anni Ottanta. Eccetto pochissimi articoli comparsi sulla stampa socialista, le uniche opere pubblicate furono entrambe di Engels (Il socialismo utopico e il socialismo scientifico nel 1883 e L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato nel 1885) e videro la luce – in edizioni di scarsissima diffusione – solo grazie alla caparbia quanto virtuosa iniziativa del socialista beneventano Pasquale Martignetti. Al contrario, cominciarono ad occuparsi di Marx importanti settori della cultura ufficiale, che nutrirono nei suoi confronti minori preclusioni di quelle manifestate, invece, in ambito tedesco.

Così, per iniziativa dei più importanti livelli editoriali ed accademici, la prestigiosissima «Biblioteca dell’economista», la stessa che Marx aveva consultato più volte nel corso delle sue ricerche al British Museum, pubblicò, tra il 1882 ed il 1884 in dispense separate e nel 1886 in unico volume, il libro primo de Il capitale. A dimostrazione della vacuità del movimento italiano, Marx venne a conoscenza di quest’iniziativa, che fu l’unica traduzione dell’opera realizzata in Italia fino a dopo la seconda guerra mondiale, solo casualmente e due mesi prima della morte [23]. Engels, invece, soltanto nel 1893[24]!

Pur se in una realtà ancor piena di limiti, come quella che si è tentato sin qui brevemente di descrivere, la prima circolazione del «marxismo» può datarsi proprio a questo periodo. Tuttavia, a causa del numero ridottissimo di traduzioni degli scritti di Marx e della loro così difficile reperibilità, questa diffusione non avvenne quasi mai tramite le fonti originali, ma attraverso riferimenti indiretti, citazioni di seconda mano, compendi ad opera della miriade di epigoni o presunti continuatori, sorti in poco tempo [25].

Durante questi anni si sviluppò un vero e proprio processo di osmosi culturale, che investì non solo le diverse concezioni socialiste presenti sul territorio, ma anche ideologie che con il socialismo non avevano nulla a che fare. Studiosi, agitatori politici e giornalisti formarono le proprie idee ibridando il socialismo con tutti gli altri strumenti teorici di cui disponevano [26]. E se il «marxismo» riuscì rapidamente ad affermarsi sulle altre dottrine, ciò anche in ragione dell’assenza di un socialismo italiano autoctono, l’esito di questa omogeinizzazione culturale fu la nascita di un «marxismo» impoverito e contraffatto[27]. Un «marxismo» passe-partout. Soprattutto, un «marxismo» senza conoscenza di Marx, visto che i socialisti italiani che lo avevano letto dai suoi testi originali potevano contarsi, ancora, sulle dita [28].

Pur se elementare ed impuro, determinista ed in funzione delle contingenze politiche, questo «marxismo» fu comunque capace di conferire identità al movimento dei lavoratori, ad affermarsi nel Partito dei Lavoratori Italiani costituitosi nel 1892 e, finanche, a dispiegare la propria egemonia nella cultura e nella scienza italiana [29]. Del Manifesto del partito comunista, fino alla fine degli anni Ottanta, non ve n’è ancora alcuna traccia. Ciò nonostante, esso eserciterà, insieme con il suo principale interprete, Antonio Labriola, un ruolo importante nella rottura di quel «marxismo» adulterato che aveva, fino ad allora, caratterizzato la realtà italiana. Prima di parlarne, però, è necessario fare un passo indietro.

IV. Le prime pubblicazioni del Manifesto in Italia
Il prologo alla prima stampa del Manifesto del partito comunista ne annunciava la pubblicazione «in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese» [30]. In realtà, questo proposito non fu realizzato. O, come sarebbe meglio affermare, il Manifesto divenne uno degli scritti più diffusi della storia dell’umanità, ma non secondo i piani dei suoi due autori.

Il primo tentativo di traduzione de «il Manifesto in italiano e in spagnolo» fu intrapreso a Parigi da Hermann Ewerbeck, membro dirigente della Lega dei Comunisti della capitale francese [31]. Tuttavia, nonostante a distanza di anni, nello Herr Vogt, Marx segnalasse erroneamente l’esistenza di un’edizione italiana [32], questa impresa non fu mai realizzata. Del progetto iniziale, l’unica traduzione eseguita fu quella inglese del 1850, preceduta da quella svedese del 1848. Successivamente, in seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del biennio 1848-49, il Manifesto fu dimenticato. Le uniche ristampe, due negli anni Cinquanta e tre negli anni Sessanta, apparvero in lingua tedesca e per la comparsa di nuove traduzioni bisognerà attendere un ventennio. Nel 1869, infatti, venne data alle stampe l’edizione russa e nel 1871 quella serba. Nello stesso periodo, a New York, videro la luce la prima versione inglese pubblicata negli Stati Uniti (1871) e la prima traduzione francese (1872). Sempre nel 1872 uscì a Madrid la prima traduzione spagnola, seguita, l’anno successivo, da quella portoghese condotta su quest’ultima [33].

Al tempo, in Italia, il Manifesto era ancora sconosciuto. La sua prima breve esposizione, composta da riassunti ed estratti dal testo, comparve solo nel 1875, nell’opera di Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale. In essa si poteva leggere che: «dal punto di vista del proletariato questo programma è tanto importante quanto la Déclaration des droits des hommes per la borghesia: esso è uno dei fatti più importanti del XIX secolo, uno di quei fatti che caratterizzano, che danno nome e indirizzo ad un secolo» [34]. In seguito, i riferimenti al Manifesto furono poco frequenti. Tuttavia, lo scritto venne citato, nel 1883, negli articoli che diedero notizia della scomparsa di Marx. Il foglio socialista «La Plebe» ne parlava come di uno «dei documenti fondamentali del socialismo contemporaneo (…) simbolo della maggioranza del proletariato socialista dell’occidente e dell’America del Nord» [35].

Il quotidiano borghese la «Gazzetta Piemontese», invece, presentava Marx come l’autore del «famoso Manifesto dei Comunisti, che divenne il labaro del socialismo militante, il catechismo dei diseredati, il vangelo sul quale votano, giurano, combattono gli operai tedeschi e la maggior parte degli operai inglesi» [36]. A dispetto di questi apprezzamenti, la sua stampa dovette, però, ancora attendere. Nel 1885, dopo aver ricevuto una copia del Manifesto da Engels, Martignetti ne realizzò la traduzione. Tuttavia, per mancanza di danaro, l’edizione non fu mai pubblicata. La prima traduzione italiana apparve, con oltre quarant’anni di ritardo, soltanto nel 1889, anno nel quale erano già state pubblicate 21 edizioni in tedesco, 12 in russo, 11 in francese, 8 in inglese, 4 in spagnolo, 3 in danese (la prima nel 1884), 2 in svedese, ed 1 rispettivamente in lingua portoghese, ceka (1882), polacca (1883), norvegese (1886) e yiddish (1889).

Il testo italiano fu dato alle stampe con il titolo di Manifesto dei socialisti redatto da Marx e Engels, in dieci puntate tra l’agosto ed il novembre, sul giornale democratico di Cremona «L’Eco del popolo». Questa versione, però, si distinse per la pessima qualità, risultando priva delle prefazioni di Marx ed Engels, della terza sezione («Letteratura socialista e comunista») e di diverse altre parti che furono omesse o riassunte. Inoltre, la traduzione di Leonida Bissolati, eseguita dall’edizione tedesca del 1883 e confrontata con quella francese del 1885 curata da Laura Lafargue, semplificava le espressioni maggiormente complicate. Dunque, più che di una traduzione, si trattò di un popolarizzazione dello scritto, con un certo numero di passaggi testualmente tradotti [37].

La seconda edizione italiana, che fu la prima ad uscire in brochure, giunse nel 1891. La traduzione, condotta dalla versione francese del 1885 del giornale parigino «Le Socialiste», e la prefazione furono opera dell’anarchico Pietro Gori. Il testo si segnala per l’assenza del preambolo e per i diversi errori presenti. L’editore Flaminio Fantuzzi, anche egli vicino alle posizioni anarchiche, avvisò Engels solo a cose fatte e questi, in una lettera a Martignetti, espresse il suo particolare fastidio per le «prefazioni di sconosciuti tipo Gori» [38].

La terza traduzione italiana uscì nel 1892, in feuilletton sul periodico «Lotta di classe» di Milano. Questa versione, che si presentava come la «prima e sola traduzione italiana del Manifesto, che non sia un tradimento» [39], fu condotta da Pompeo Bettini sull’edizione tedesca del 1883. Seppure presentava anch’essa errori e semplificazioni di alcuni passaggi, si affermò decisamente sulle altre, ebbe numerose riedizioni fino al 1926 e diede avvio al processo di formazione della terminologia marxista in Italia [40].

L’anno seguente, con alcune correzioni e miglioramenti di stile e con l’indicazione che «la versione completa [era stata] eseguita sulla 5.a edizione tedesca (Berlino 1891)»[41], questa traduzione apparve in brochure, in mille copie. Nel 1896 la ristampa in duemila copie. Il testo conteneva le prefazioni del 1872, 1883 e 1890, tradotte da Filippo Turati, direttore di «Critica Sociale» al tempo la principale rivista del socialismo italiano, e l’apposito proemio Al lettore italiano che questi era riuscito ad ottenere da Engels per l’occasione, al fine di poter distinguere la nuova edizione da quelle che l’avevano preceduta. La prefazione italiana fu l’ultima scritta per il Manifesto da uno dei suoi autori.

Negli anni seguenti vennero pubblicate altre due edizioni che, seppur prive dell’indicazione del traduttore, riprendevano decisamente la versione di Bettini. La prima, alla quale mancavano, però, la prefazione e la terza sezione, venne realizzata per dare al Manifesto un’edizione popolare ed a buon mercato. Essa fu promossa, in occasione del 1° Maggio del 1897, dalla rivista «Era Nuova» ed apparve a Diano Marina (in Liguria) in ottomila copie. La seconda, senza le prefazioni, a Firenze, presso l’editore Nerbini, nel 1901.

V. Il Manifesto tra la fine dell’ottocento e il fascismo
Negli anni Novanta, il processo di diffusione degli scritti di Marx ed Engels compì un grande progresso. Il consolidamento delle strutture editoriali di quello che era divenuto il Partito Socialista Italiano, l’opera svolta dai numerosi giornali ed editori minori e la collaborazione di Engels alla «Critica Sociale», furono tutte circostanze che concorsero a determinare una maggiore conoscenza dell’opera di Marx. Ciò non bastò, però, ad arginare il processo di alterazione che ne accompagnava la divulgazione. La scelta di combinare le concezioni di Marx con le teorie più disparate fu tanto opera di quel fenomeno denominato «socialismo della cattedra» che del movimento operaio, i cui contributi teorici, pur se divenuti di una certa mole, si caratterizzavano ancora per una stentatissima conoscenza degli scritti marxiani.

Marx aveva ormai assunto un’indiscussa notorietà, ma era ancora considerato come un primus inter pares nella moltitudine dei socialisti esistenti [42]. Soprattutto, fu messo in circolazione da pessimi interpreti del suo pensiero. Per tutti, valga l’esempio di colui che fu considerato «il più socialista, il più marxista (…) degli economisti italiani» [43]: Achille Loria; correttore e perfezionatore di quel Marx che nessuno conosceva abbastanza per dire in cosa fosse stato corretto o perfezionato. Poiché è nota la sua descrizione dipinta da Engels nella Prefazione al Libro Terzo de Il capitale – «improntitudine illimitata, agilità da anguilla per sgusciare da situazioni insostenibili, eroico disdegno delle pedate ricevute, prontezza nell’appropriarsi prodotti altrui…» [44] –, per meglio descrivere la falsificazione subita da Marx, può essere utile ricordare un aneddoto raccontato, nel 1896, da Benedetto Croce.

Nel 1867, a Napoli, in occasione della costituzione della prima sezione italiana dell’«Internazionale», uno sconosciuto personaggio straniero, «molto alto e molto biondo, dai modi dei vecchi cospiratori e dal parlare misterioso», intervenne per convalidare la nascita del circolo. Ancora a distanza di molti anni, un avvocato napoletano, presente all’incontro, era convinto che «quell’uomo alto e biondo fosse stato Carlo Marx» [45] e ci volle una grande fatica per riuscire a convincerlo del contrario. Poiché in Italia molti concetti marxiani sono stati introdotti dall’«illustre Loria» [46], si può concludere che quello che è stato inizialmente divulgato sia stato un Marx snaturato, un Marx, anche questo, «alto e biondo!» [47]

Tale realtà mutò soltanto grazie all’opera di Labriola, che per primo introdusse in Italia il pensiero marxiano in maniera autentica. Più che essere interpretato, attualizzato o «completato» con altri autori, si può affermare che, grazie a lui, Marx venne svelato per la prima volta [48]. Questa impresa avvenne tramite i Saggi sulla concezione materialistica della storia, pubblicati da Labriola tra il 1895 ed il 1897. Il primo di questi, In memoria del Manifesto dei comunisti, consisteva proprio in uno studio sulla genesi del Manifesto che, a seguito dell’approvazione giunta da Engels poco prima della sua morte [49], ne divenne il più importante commento e l’interpretazione ufficiale di parte «marxista».

Molti dei limiti della realtà italiana poterono essere così affrontati. Secondo Labriola, la rivoluzione «non può procedere da una sommossa di una turba guidata da alcuni, ma deve essere e sarà il risultato dei proletari stessi» [50]. «Il comunismo critico – che per il filosofo napoletano era il nome più adatto per descrivere le teorie di Marx ed Engels – non fabbrica le rivoluzioni, non prepara le insurrezioni, non arma le sommosse (…) non è in somma, un seminario in cui si formi lo stato maggiore dei capitani della rivoluzione proletaria; ma è solo la coscienza di tale rivoluzione»[51]. IlManifesto, dunque, non è «il vademecum della rivoluzione proletaria» [52], ma lo strumento per smascherare l’ingenuità del socialismo che si pensa possibile «senza rivoluzione, ossia senza fondamentale mutazione della struttura elementare e generale della società» [53].

Con Labriola il movimento operaio italiano ebbe, finalmente, un teorico capace, al contempo, di conferire dignità scientifica al socialismo, di compenetrare e rinvigorire la cultura nazionale, di misurarsi con i massimi livelli della filosofia e del marxismo europei. Tuttavia, il rigore del suo marxismo, problematico per le immediate circostanze politiche e critico verso i compromessi teorici, ne decretò anche l’inattualità [54].

A cavallo tra i due secoli, infatti, la pubblicazione de La filosofia di Marx di Giovanni Gentile (libro segnalato in seguito da Lenin come «degno di attenzione»[55]), degli scritti di Croce che proclamavano la «morte del socialismo» [56] e – sul versante militante – dei lavori di Francesco Saverio Merlino [57] e di Antonio Graziadei[58], fecero spirare anche in Italia il vento della «crisi del marxismo». Nel Partito Socialista Italiano, tuttavia, non vi era – come in Germania – un «marxismo» ortodosso e, in realtà, lo scontro fu combattuto tra due «revisionismi», uno riformista e l’altro sindacal-rivoluzionario [59].

In questo stesso periodo, a partire dal 1899 e fino al 1902, ci fu un proliferare di traduzioni di Marx ed Engels che fornirono al lettore italiano buona parte delle opere al tempo disponibili. Fu in questo contesto che, nel 1902, in appendice alla terza edizione dello scritto di Labriola In memoria del Manifesto dei comunisti, apparve una nuova traduzione del Manifesto, l’ultima eseguita in Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale. Questa, la cui paternità fu assegnata da alcuni a Labriola e da altri a sua moglie Rosalia Carolina De Sprenger, conteneva alcune inesattezze ed omissioni e venne ripresa in poche altre riedizioni dello scritto.

La versione più utilizzata fino al secondo dopoguerra fu, dunque, quella di Bettini, riprodotta in numerose ristampe. Ad una prima nel 1910, ne seguirono diverse a cura della «Società editrice Avanti», divenuta il principale veicolo di propaganda del Partito Socialista. In particolare, due nel 1914, la seconda delle quali includeva I fondamenti del comunismo di Engels. Ancora tra il 1914 ed il 1916 (ristampa nel biennio 1921-22) venne inserita nel primo tomo dell’edizione delle Opere di Marx ed Engels che, a riprova della confusione generale dominante, in Italia – come in Germania – furono raccolte insieme con quelle di Lassalle. Poi nel 1917, per due volte nel 1918 con in appendice i 14 punti della Conferenza di Kienthal ed il manifesto della Conferenza di Zimmerwald, nel 1920 (con due ristampe nel 1922) in una traduzione rivista da Gustavo Sacerdote e, infine, nel 1925.

A queste edizioni «Avanti», vanno aggiunte altre sette ristampe che apparvero, presso case editrici minori, tra il 1920 ed il 1926. Durante la prima decade del secolo, il «marxismo» fu congedato dalla pratica politica quotidiana del Partito Socialista Italiano. In un famoso dibattito parlamentare del 1911, infatti, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti poteva affermare: «il Partito Socialista ha moderato assai il suo programma. Carlo Marx è stato mandato in soffitta» [60]. I commenti ai testi di Marx, che solo poco tempo prima avevano inondato il mercato librario, si arrestarono. E, se si escludono il «ritorno a Marx» degli studi filosofici di Rodolfo Mondolfo [61] e poche altre eccezioni, lo stesso si verificò durante gli anni Dieci. Quanto alle iniziative ad opera di altre realtà, il campo borghese aveva da tempo celebrato la «dissoluzione del marxismo», mentre nella chiesa cattolica le condanne pregiudiziali prevalsero di gran lunga sui tentativi di analisi.

Nel 1922 l’irrompere della barbarie fascista. Dal 1923, tutti gli esemplari del Manifesto furono ritirati dalle biblioteche pubbliche e universitarie. Nel 1924 tutte le pubblicazioni di Marx e quelle legate al movimento operaio furono date al fuoco [62]. Le leggi «fascistissime» del 1926, infine, decretarono lo scioglimento dei partiti di opposizione e diedero inizio al periodo più tragico della storia italiana moderna.

Se si escludono alcune edizioni illegali dattilografate o ciclostilate, i pochi scritti di Marx pubblicati in lingua italiana tra il 1926 ed il 1943 apparvero all’estero (tra questi si segnalano due versioni del Manifesto stampate in Francia, nel 1931 e nel 1939, e un’altra pubblicata a Mosca nel 1944, con una nuova traduzione di Palmiro Togliatti). Uniche eccezioni a questa congiura del silenzio furono tre diverse edizioni del Manifesto del partito comunista. Due di queste apparvero, «a uso degli studiosi» e con diritto di consultazione solo tramite richiesta preventiva, nel 1934. La prima nel volume collettaneo Politica ed economia, che raccolse, accanto a quello di Marx, testi di Labriola, Loria, Pareto, Weber e Rimmel; la traduzione era quella di Bettini rivisitata dal curatore Robert Michels [63].

La seconda a Firenze nella versione di Labriola, in un altro volume collettivo, Le carte dei diritti, primo tomo della collana «Classici del liberalismo e del socialismo». E poi da ultimo, nel 1938, stavolta a cura di Croce, in appendice ad una raccolta di saggi di Labriola, dal titolo La concezione materialistica della storia, nella traduzione da lui stesso eseguita. Il volume comprendeva anche un saggio di Croce, divenuto poi famoso, dal titolo quanto mai esplicito: Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Il filosofo idealista, però, si sbagliava. Il «marxismo» italiano non era morto, ma soltanto imprigionato nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci [64] che avrebbero presto dispiegato tutto il loro valore teorico e politico.

Con la liberazione dal fascismo, il Manifesto ricominciò ad apparire in diverse edizioni. Federazioni provinciali del «Partito Comunista Italiano», iniziative di singoli e piccole case editrici nell’Italia meridionale già liberata, diedero al testo di Marx ed Engels una nuova linfa. Tre edizioni apparvero nel 1943 e otto nel 1944. E così di seguito negli anni successivi: dalle nove edizioni pubblicate alla fine della guerra, nel 1945, all’exploit del 1948, in occasione del centenario.

VI. Conclusione
Ripercorrendo la storia dell’edizione italiana del Manifesto del partito comunista risalta, con evidenza, l’enorme ritardo con il quale esso venne pubblicato. Contrariamente a molti paesi dove il Manifesto fu il primo scritto di Marx ed Engels ad essere tradotto, in Italia apparve solo dopo altre opere[65]. Anche la sua influenza politica fu modesta e esso non incise mai direttamente sui principali documenti del movimento operaio. Tanto meno fu determinante nella formazione della coscienza politica dei dirigenti socialisti. Tuttavia, fu di grande rilevanza per gli studiosi (si è visto il caso di Labriola) e, attraverso le sue edizioni, svolse un ruolo importante tra i militanti, fino a divenirne il riferimento teorico privilegiato.

Ad oltre centocinquant’anni dalla sua pubblicazione, preso in esame da un numero ormai incalcolabile di esegeti, oppositori e seguaci di Marx, ilManifesto ha attraversato le più svariate stagioni ed è stato letto nei modi più diversi. Pietra miliare del «socialismo scientifico» o plagio del Manifeste de la démocratie di Victor Considerant; testo incendiario colpevole di aver fomentato l’odio tra le classi nel mondo o simbolo di liberazione del movimento operaio internazionale; classico del passato o opera anticipatrice della realtà odierna della «globalizzazione capitalistica». Quale che sia l’interpretazione per la quale si propenda, una cosa è certa: pochissimi altri scritti nella storia possono vantare analoga vitalità e diffusione. Ancora oggi, infatti, il Manifesto continua ad essere stampato ed a far parlare di sé in America latina come in Cina, negli Stati Uniti come in Italia e nell’intera Europa.

Se la perpetua giovinezza di uno scritto sta nella sua capacità di sapere invecchiare, ovvero di essere sempre capace di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che il Manifesto possiede senz’altro questa virtù.

References
1. Cfr. Gian Mario Bravo, Marx e il marxismo nella prima sinistra italiana, in Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005), p. 97.
2. Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 22.
3. Cfr. John Cassidy, The return of Karl Marx, in «The New Yorker», October 20/27 1997, pp. 248-259.
4. Cfr. «Le Nouvel Observateur», Octobre/Novembre 2003.
5. Cfr. «Der Spiegel», 22/08/2005.
6. In particolare cfr. Eric Hobsbawm, Introduction a Karl Marx-Friedrich Engels, The communist Manifesto, Verso, London 1998.
7. Per un indice completo degli scritti di Marx ed Engels pubblicati in lingua italiana dal 1848 al 1926 si veda Emilio Gianni, Diffusione, popolarizzazione e volgarizzazione del marxismo in Italia, Pantarei, Milano 2004. Per una ricostruzione storiografica della prima diffusione delle opere di Marx in Italia si rimanda alla raccolta di saggi di Gian Mario Bravo, Marx ed Engels in Italia, Editori Riuniti, Roma 1992. Di notevole interesse, inoltre, Gerhard Kuck (a cura di), Karl Marx, Friedrich Engels und Italien: Teil I, Herausgabe und Verbreitung der Werke von Karl Marx und Friedrich Engels in Italien, e Teil II, Die Entwicklung des Marxismus in Italien: Wege, Verbreitung, Besonderheiten. Il primo dei due tomi comprende una completa «Auswahlbibliographie zur italienischen Marx/Engels-Forschung», dagli anni Settanta dell’Ottocento al 1943, pp. 131-148.
8. Cfr. Giuseppe Del Bo (a cura di), La corrispondenza di Marx e Engels con italiani (1848-1895), Feltrinelli, Milano 1964, pp. IX-XXI.
9. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , in «Il proletario Italiano», Torino, 27-VII-1871.
10. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, Luigi Mongini Editore, Roma 1909, p. 15, che sottolinea come “dapprima fu il Marx politico, che spinse a poco a poco gli Italiani ad occuparsi anche del Marx scienziato”.
11. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , op. cit.
12. Cfr. Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano, Volume I, Einaudi, Torino 1993, p. 338.
13. Quale esempio in proposito si rimanda al manuale di Oddino Morgari, L’arte della propaganda socialista, Libr. Editr. Luigi Contigli, Firenze 1908 (2ª ediz.), p. 15. Esso proponeva ai propagandisti del partito di utilizzare questo modo di apprendimento: leggere anzitutto un riassunto qualsiasi di Darwin e di Spencer che darà allo studioso la direzione generale del pensiero moderno; poi verrà Marx a completare la “formidabile triade” che rinchiuderà degnamente il “vangelo dei socialisti contemporanei”. In proposito cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 102.
14. Ivi, p. 101.
15. Si veda lo scritto molto diffuso di Enrico Ferri, Socialismo e scienza positiva. Darwin, Spencer, Marx, Casa Editrice Italiana, Roma 1894. Nella sua prefazione l’autore italiano affermava: “io intendo provare come il socialismo Marxista (…) non sia che il completamento pratico e fecondo, nella vita sociale, di quella moderna rivoluzione scientifica (…) decisa e disciplinata dalle opere di Carlo Darwin e Erberto Spencer”.
16. Cfr. Gnocchi Viani, Il socialismo moderno, Casa di pubblicità Luigi Pugni, Milano 1886. In proposito si veda la critica a Gnocchi Viani di Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911, Società An. Editrice “La voce”, Firenze 1926, p. 136.
17. A mo’ di esempio si veda la lettera della «Associazione democratica di Macerata» a Marx del 22-XII-1871. Questa organizzazione propose Marx come “triunviro onorario insieme ai cittadini Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini”, in Del Bo (a cura di), op. cit., p. 166. Nel riportare la notizia a Wilhelm Liebknecht, il 2-I-1872, Engels scrisse: “Una società di Macerata nella Romagna ha nominato come suoi 3 presidenti onorari: Garibaldi, Marx e Mazzini. Questa confusione rispecchia fedelmente lo stato dell’opinione pubblica tra gli operai italiani. Manca solo Bakunin per completare il quadro”, MEW 33, Dietz Verlag, Berlin 1966, p. 368.
18. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 101, che afferma come “agli occhi di molti lo Schäffle passò per il più autentico di tutti i marxisti”.
19. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, FrancoAngeli, Milano 2000 (1996), p. 50. Sui congressi della «Internazionale» italiana si veda Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, Editori Riuniti, Roma 1992 (1963), in particolare pp. 51-95.
20. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, op. cit., p. 45.
21. Ivi, p. 42.
22. Ivi, pp. 59-61.
23. Cfr. Tullio Martello a Karl Marx, 5-I-1883, in Giuseppe del Bo (a cura di), Corrispondenze con italiani, op. cit., p. 294.
24. Cfr. Filippo Turati a Friedrich Engels, 1-VI-1893, Ivi, pp. 479-480.
25. Cfr. Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911, op. cit., p. 135, che afferma come, in Italia, il marxismo non scaturì, “nella quasi totalità dei suoi adepti, da una profonda conoscenza delle opere scientifiche del maestro, ma da contatti presi lì per lì con qualche suo scrittarello politico e qualche (non suo) riassunto d’economia e spesso, quel che era peggio, attraverso i suoi epigoni della socialdemocrazia tedesca”.
26. Cfr. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, in Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, p. 731, che affermava come “molti di quelli che in Italia si danno al socialismo, e non da semplici agitatori, conferenzieri e candidati, sentono che è impossibile di farsene una persuasione scientifica, se non riallacciandolo per qualche via o tramite alla rimanente concezione genetica delle cose, che sta più o meno in fondo a tutte le scienze. Di qui la manía che è in molti, di cacciar dentro al socialismo tutta quella rimanente scienza di cui più o meno essi dispongono”.
27. Cfr. Gian Mario Bravo, Marx e il marxismo nella prima sinistra italiana, op. cit., p. 103.
28. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 99.
29. Cfr. Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1967, pp. 146 e 148.
30. Friedrich Engels – Karl Marx, Manifesto del partito comunista, MEW 4, p. 461.
31. Cfr. Friedrich Engels a Karl Marx, 25-IV-1848, MEGA² III/2, p. 153.
32. Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, MEGA² I/18, p. 107.
33. Per la bibliografia e la storia delle edizioni del Manifesto del partito comunista si veda l’indispensabile Bert Andréas, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels, Feltrinelli, Milano 1963 e la pregevole pubblicazione del Manifesto a cura delle Edizioni Lotta Comunista, Milano 1998, ricchissima di notizie a riguardo.
34. Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale, Giuseppe Marghieri Editore, Prato 1875, p. 278.
35. In «La Plebe», Milano, Aprile 1883, Nr. 4.
36. Dall’Enza: Carlo Marx e il socialismo scientifico e razionale, in «Gazzetta Piemontese», Torino, 22-III-1883.
37. Cfr. Bert Andréas, op. cit., p. 145.
38. Friedrich Engels a Pasquale Martignetti, 2-IV-1891, in MEW 38, Dietz Verlag, Berlin 1964, p. 72.
39. In «Lotta di classe», Milano, Anno I, Nr. 8, 17/18-IX-1892.
40. Cfr. Michele A. Cortellazzo, La diffusione del Manifesto in Italia alla fine dell’Ottocento e la traduzione di Labriola, in «Cultura Neolatina», 1981, Nr. 1-2, p. 98, che afferma: «il 1892 è lo spartiacque che divide l’insieme delle traduzioni ottocentesche del Manifesto in due campi ben distinti: al di là di quell’anno stanno le traduzioni approssimative, lacunose e largamente debitrici alle versioni straniere, più importanti per il loro valore di primi documenti della diffusione del testo in Italia che per la qualità della traduzione; al di qua la traduzioni complete e scrupolose che, anche per la loro tiratura, influirono decisamente sulla diffusione del marxismo in Italia».
41. Carlo Marx – Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Uffici della Critica Sociale, Milano 1893, p. 2.
42. Cfr. Gaetano Arfé, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Mondadori, Milano 1977, p. 70.
43. Filippo Turati ad Achille Loria, 26-XII-1890, in «Appendice» a Paolo Favilli, Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (1892-1902), Bibliopolis, Napoli 1980, pp. 181-182.
44. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital. Dritter Band, MEGA II/15, p. 21.
45. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Bibliopolis, Napoli 2001, p. 65.
46. Friedrich Engels, op. cit., p. 21.
47. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 65.
48. Cfr. Antonio Labriola a Benedetto Croce, 25-V-1895, in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 269. In proposito si veda anche Mario Tronti, Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi – Gramsci e Labriola, in Alberto Caracciolo – Gianni Scalia (a cura di), La città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 1959, p. 148.
49. “Tutto molto bene, solo qualche piccolo errore di fatto e all’inizio uno stile un pò troppo erudito. Sono molto curioso di vedere il resto”, in Friedrich Engels a Antonio Labriola, 8-VII-1895, MEW 39, Dietz Verlag, Berlin 1968, p. 498.
50. Cfr. Antonio Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, in Scritti filosofici e politici, op. cit.,p. 507.
51. Ivi, p. 503.
52. Ivi, p. 493.
53. Ivi, pp. 524-525.
54. Cfr. Eugenio Garin, Antonio Labriola e i saggi sul materialismo storico, in Antonio Labriola, La concezione materialistica della storia, Laterza, Bari 1965, p. XLVI.
55. Vladimir Illich Lenin, Karl Marx, in Opere, Volume XXI, p. 76.
56. In proposito si veda il saggio di Benedetto Croce, Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900), in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 265-305.
57. Cfr. Francesco Saverio Merlino, L’utopia collettivista e la crisi del socialismo scientifico, Treves, Milano 1897; Francesco Saverio Merlino, Pro e contro il socialismo. Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Treves, Milano 1897.
58. Cfr. Antonio Graziadei, La produzione capitalistica, Bocca, Torino 1899.
59. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 120.
60. La frase fu pronunciata da Giolitti in parlamento l’8 aprile del 1911. Si vedano gli Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Sessione 1909-1913, Vol. XI, p. 13717. In proposito si veda Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia. Studi di critica storica, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 131-132.
61. Cfr. Rodolfo Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici 1908-1966, Einaudi, Torino 1968.
62. Cfr. Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi, Torino, 1978, pp. 475-476.
63. Le modifiche alla versione di Bettini contenute in questa nuova edizione furono un vero e proprio tentativo di deformazione e soppressione di alcune parti del testo, per renderlo meno pericolo e più consono all’ideologia fascista. In proposito cfr. Franco Cagnetta, Le traduzioni italiane del «Manifesto del partito comunista», in «Quaderni di Rinascita», N. 1, Il 1848, Rinascita, Roma 1949, pp. 28-29.
64. Cfr. Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia, op. cit., p. 23.
65. La cronologia delle edizioni degli scritti maggiori di Marx ed Engels fino alla pubblicazione del Manifesto del partito comunista è la seguente:1871. Karl Marx, La guerra civile in Francia; 1873. Friedrich Engels, Dell’autorità; 1873. Karl Marx, Dell’indifferenza in materia politica; 1879. Carlo Cafiero, Il capitale di Carlo Marx brevemente compendiato da Carlo Cafiero; 1882-84. Karl Marx, Il capitale; 1883. Friedrich Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza; 1885. Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato; 1889. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bissolati); 1891. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Gori); 1892. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bettini).

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Angelo D’Orsi, La Stampa

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Giuseppe Manzo, La Rinascita della Sinistra

Il ritorno di Karl Marx

Pochi pensatori hanno scosso il mondo come Karl Marx, ma, paradossalmente, ancora oggi Marx rimane un autore «misconosciuto» e privo di un’edizione integrale e scientifica delle sue opere.

E’ per questo che l’ottimo e corposo volume, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto (Manifestolibri 2005, pp. 392, € 30), costituisce uno dei più interessanti e importati contributi alla riscoperta e all’interpretazione dell’opera di Marx.

Il libro raccoglie gli interventi presentati all’omonima conferenza internazionale, promossa da un ampio arco di università e svoltasi a Napoli, dal 1 al 3 aprile 2004. Si divide in quattro sezioni (La nuova edizione delle opere complete (MEGA²); Il giovane Marx; Il capitale; Un oggi per Marx) e presenta saggi di alcuni tra i più importanti studiosi internazionali del pensiero di Marx (tra gli altri Enrique Dussel, Jacques Bidet, Fritz Wolfgang Haug, Gian Mario Bravo).

L’introduzione di Musto costituisce un buon punto di partenza, per comprendere il nesso tra la questione filologica e quella filosofica. L’edizione delle opere complete di Marx ed Engels è cominciata nel 1975 ed interrotta nel 1989. L’anno successivo è nata l’IMES (Fondazione Internazionale Marx Engels) con lo scopo di completare la pubblicazione (su 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 52). La difficoltà del lavoro (che si svolge attraverso gruppi di ricerca delle università di Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, Usa e Danimarca), nonché i risultati raggiunti, sono ben esposti dagli interventi di Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², Gerald Hubmann, collaboratore della MEGA², e Malcolm Sylvers. La gran mole di manoscritti, estratti, annotazioni, lettere (15.000 quelle ritrovate) da il senso della complessità di una lavoro filologico che, portato a compimento, può restituire un Marx privo dei soffocamenti e delle manipolazioni testuali che hanno violato il senso e lo spirito del suo lavoro. E a testimonianza che il risveglio di interesse per l’opera del Moro non ha confini, si può leggere l’intervento del giapponese Izumi Omura, che tratta la digitalizzazione dei manoscritti di Marx, o quelli di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone e in Cina.

Ma la parte filologica è strettamente connessa alle analisi delle opere giovanili e a quella del Capitale, ovvero la seconda e la terza sezione del volume. L’attenzione al giovane Marx è soprattutto rivolta ai primi scritti politici (Giuseppe Cacciatore) e ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Mario Cingoli, Musto); l’analisi del Capitale, che contiene i principali contributi teorici del libro, dedica molto spazio al rapporto tra Marx ed Hegel (Cristopher Arthur, Roberto Finelli, Dussel), alla sostanza e alla forma del valore della merce (Geert Reuten), al processo di costruzione del testo marxiano (Haug), alla struttura della società capitalistica (Bidet).

Un volume ricco, che non rende possibile dare conto di tutti gli interventi che ospita (ben 25) e che, evitando il difetto che spesso presentano i lavori collettivi, ha non solo un preciso filo conduttore, ma una forte identità narrativa. C’è la sensazione che questa nuova riscoperta dell’immenso lavoro di Marx, in senso fisico prima che teorico, getti una luce inaspettata su un autore più citato che studiato. Merito di questo libro è di trasmettere pienamente al lettore la consapevolezza che quello che il Novecento ha chiuso così frettolosamente si riapre.

Se la globalizzazione è, tra l’altro, la velocità con cui circolano le merci, i lavoratori, i capitali; c’è qualcuno che non desidera, nella propria cassetta degli attrezzi, un nuovo-vecchio Marx, libero da cerimonie di Stato e da piccoli tatticismi interpretativi?

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Marx ai tempi de Il signor Vogt

I. Vicissitudini editoriali delle opere di Marx ed Engels
A dispetto dell’enorme diffusione degli scritti e dell’ampia affermazione delle loro teorie, Marx ed Engels rimangono ancora privi di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. La prima ragione di questo paradosso va ricondotta all’incompiutezza e alla frammentarietà dell’opera di Marx, della quale, escludendo gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, i lavori pubblicati furono relativamente pochi se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente o all’imponente mole di ricerche svolte. A testimoniarlo fu lo stesso Marx che, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, fu interrogato da Karl Kautsky circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte». In secondo luogo, sulla pubblicazione dei lavori dei due autori hanno influito le vicende del movimento operaio, che troppo spesso hanno ostacolato, anziché favorito, l’edizione dei loro testi.

Il primo tentativo di pubblicare tutti gli scritti di Marx ed Engels risale agli anni Venti, quando David Borisovič Rjazanov, noto studioso e conoscitore di Marx nonché direttore dell’Istituto Marx-Engels nella neonata repubblica dei Soviet, ne avviò la pubblicazione in lingua originale attraverso la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA). Tuttavia, a causa delle epurazioni dello stalinismo che s’abbatterono anche sugli studiosi dell’istituto – lo stesso Rjazanov fu destituito e condannato alla deportazione nel 1931 –, il progetto venne interrotto nel 1935 e dei 42 volumi inizialmente previsti ne furono dati alle stampe soltanto 12 (in 13 tomi). Ancora in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu pubblicata la prima edizione in russo: la Sočinenija (opere complete). Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti; ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Sočinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi).

Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) dei Marx Engels Werke (MEW). Tale edizione, però, tutt’altro che completa, era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del «marxismo-leninismo». Ciò nonostante, essa costituì la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue tra cui anche le Opere italiane, le quali non furono mai completate e apparvero solo in 32 dei 50 volumi previsti. Il progetto di una «seconda» MEGA, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito al crollo del blocco dei ‘paesi socialisti’.

Nel 1990, con lo scopo di completare l’edizione storico-critica, diversi istituti in Olanda, Germania e Russia hanno costituito la «Internationale Marx-Engels-Stiftung» (IMES). Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella quale sono stati approntati nuovi principi editoriali, e dopo il passaggio di casa editrice, dalla Dietz Verlag all’Akademie Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA². Questa impresa riveste grande importanza se si considera che una parte ragguardevole dei manoscritti, dell’imponente corrispondenza e dell’immensa mole di estratti e annotazioni che Marx era solito compilare dai testi che leggeva è ancora inedita [1]. Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi che operano in Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Olanda, Francia e Danimarca, si divide in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 52 (ben 12 dopo la ripresa del 1998), ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).

Il volume che qui si presenta [2] è l’ultimo edito. Esso include una parte del carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi. Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. In seguito alle nuove linee editoriali adottate nella MEGA², tutte le lettere seguono rigorosamente il criterio della successione cronologica e i volumi non sono più divisi, come per il passato, in due parti distinte, l’una contenente le lettere scritte da Marx ed Engels e l’altra quelle da loro ricevute.

Il testo in esame presenta la corrispondenza intercorsa tra il giugno del 1860 e il dicembre del 1861, periodo che racchiude, essenzialmente, le tortuose vicende relative alla pubblicazione de Il signor Vogt e al violento scontro che vi fu tra questi e Marx. Delle 386 lettere conservate, 133 sono di Marx ed Engels e 253 quelle da essi ricevute – tra queste ben 204 pubblicate per la prima volta. Delle prime 133, 95 sono quelle scambiate reciprocamente tra i due (73 furono scritte da Marx a Engels e 22 da Engels a Marx – dalla ricostruzione del carteggio è però emerso che almeno 17 lettere di Engels a Marx non sono state tramandate). Undici, infine, sono le lettere scritte da Ferdinand Lassalle a Marx.

II. Il Signor Vogt
Rappresentante della sinistra nell’Assemblea nazionale di Francoforte, durante il 1848-1849, Carl Vogt, esule in Svizzera dopo gli anni rivoluzionari, era, al tempo, professore di scienze naturali a Ginevra. Nella primavera del 1859, egli pubblicò il pamphlet Studien zur gegenwärtige Lage Europas, nel quale sostenne il punto di vista bonapartista in politica estera. Nel giugno dello stesso anno, apparve a Londra un volantino anonimo che denunciava gli intrighi di Vogt in favore di Napoleone III, specialmente i tentativi svolti dal primo per corrompere alcuni giornalisti affinché fornissero versioni filo-bonapartistiche degli avvenimenti politici in corso. L’accusa – che come poi si dimostrò fu opera di Karl Blind, giornalista appartenente al mondo della democrazia e scrittore tedesco emigrato a Londra – venne ripresa dal settimanale «Das Volk», al quale collaboravano anche Marx ed Engels, e dalla «Allgemeine Zeitung» di Augusta.

Ciò indusse Vogt a promuovere un’azione legale contro il quotidiano tedesco, che non poté confutare la denuncia a causa dell’anonimato nel quale Blind volle restare. Nonostante la querela fosse stata respinta, Vogt fu il vincitore morale dell’intera faccenda. Così, nel pubblicare il resoconto degli avvenimenti (Mein Prozess gegen die Allgemeine Zeitung), egli accusò Marx di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848, in particolare minacciando di rivelare i nomi di quanti non avessero provveduto a pagare il prezzo del silenzio [3].

Oltre ad avere una eco in Francia e Inghilterra, lo scritto di Vogt ebbe un significativo successo in Germania e fece un gran chiasso sui giornali liberali: «naturalmente il giubilo della stampa borghese non ha limiti» [4]. La «National-Zeitung» di Berlino ne pubblicò un riassunto in due lunghi articoli di fondo nel gennaio del 1860 e Marx, di conseguenza, querelò il quotidiano per diffamazione. Il «Supremo Tribunale Reale Prussiano», però, ne respinse l’istanza decretando che gli articoli non oltrepassavano i limiti di una critica consentita e che da essi non risultava l’intenzione di offendere. Il sarcastico commento di Marx alla sentenza fu: «Come quel turco che tagliò la testa a un greco, senza aver intenzione di fare del male» [5].

Il testo di Vogt mescolava, con abile maestria, accadimenti veri ad altri completamente inventati, così da poter fare sorgere dubbi sulla reale storia dell’emigrazione tra quanti non erano al corrente di tutti gli avvenimenti. Dunque, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a organizzare la sua difesa e fu così che, alla fine di febbraio del 1860, cominciò a raccogliere il materiale per un libro contro Vogt. Ciò avvenne utilizzando due strade. Anzitutto, egli scrisse decine di lettere ai militanti con i quali aveva avuto rapporti politici durante e dopo il 1848, al fine di ottenere da loro tutti i documenti possibili riguardanti Vogt [6]. Inoltre, per illustrare al meglio la politica dei principali Stati europei e rivelare il ruolo reazionario di Bonaparte, egli condusse vasti studi sulla storia politica e diplomatica del XVII, XVIII e XIX secolo [7].

Questa ultima parte è senza dubbio la più interessante dello scritto, nonché – insieme con quella che contiene la ricostruzione della storia della «Lega dei Comunisti» – l’unica a conservare valore per il lettore contemporaneo. Ad ogni modo, come accadeva sempre a Marx, i suoi studi aumentarono di molto le dimensioni del libro, che gli «cresceva sotto le mani» [8]. Inoltre, i tempi del suo completamento si prolungarono sempre di più. Infatti, nonostante Engels lo esortasse – «Sii dunque almeno una volta un po’ superficiale per poter uscire a tempo giusto» [9] – e scrivesse a Jenny Marx: «Noi facciamo sempre le cose più stupende, ma facciamo sempre in modo che non escano al tempo giusto, e così cadano tutte a vuoto (…) mi raccomando, di fare il possibile perché si faccia qualcosa, ma subito, per trovare l’editore e perché l’opuscolo sia finalmente pronto» [10], Marx si decise a terminarlo solo in novembre.

Egli avrebbe voluto intitolare il libro «Dâ-Dâ-Vogt» [11], per richiamare la somiglianza di vedute tra Vogt e il giornalista bonapartista arabo, a lui contemporaneo, Dâ-Dâ-Roschaid. Questi, traducendo i pamphlet bonapartisti in arabo per ordine delle autorità di Algeri, aveva definito l’imperatore Napoleone III «il sole di beneficenza, la gloria del firmamento» [12] e a Marx nulla pareva più appropriato per Vogt che l’epiteto di « Dâ-Dâ tedesco» [13]. Tuttavia, Engels lo convinse a optare per un più comprensibile Herr Vogt (Il signor Vogt).

Ulteriori problemi si manifestarono rispetto al luogo di pubblicazione del libro. Engels, in proposito, raccomandò vivamente di far uscire il libro in Germania: «Bisogna a tutti i costi evitare di stampare il tuo opuscolo a Londra (…) Abbiamo già fatto esperienza centinaia di volte con la letteratura dell’emigrazione, sempre senza nessuna riuscita, sempre denaro e lavoro buttati per niente e per di più la rabbia» [14]. Tuttavia, poiché nessun editore tedesco si rese disponibile, Marx pubblicò il libro a Londra presso l’editore Petsch e ciò fu possibile, per giunta, solo grazie a una raccolta di denaro per pagarne le spese. Engels commentò che sarebbe stato «preferibile stampare in Germania e bisognava assolutamente riuscirci (…) un editore tedesco (…) ha ben altra forza per spezzare la cospiration du silence» [15].

La confutazione delle accuse di Vogt tenne impegnato Marx per un anno intero, costringendolo a tralasciare del tutto i suoi studi economici che, secondo il contratto stilato con l’editore Duncker di Berlino, avrebbero dovuto proseguire con il seguito di Per la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859. A quanto pare, la frenesia che lo aveva pervaso durante questa vicenda contagiò anche coloro che gli erano più vicino. La moglie Jenny trovava Il signor Vogt una fonte di «piacere e diletto senza fine»; Engels affermò che l’opera era «certamente il migliore lavoro polemico che [egli avesse] scritto finora» [16]; Lassalle salutò il testo come «una cosa magistrale in tutti i sensi» [17]; Wilhelm Wolff, infine, disse: «è un capolavoro dall’inizio alla fine» [18].

In realtà, per poter essere compreso oggi in tutte i suoi riferimenti e allusioni, Il signor Vogt richiede un ampio commento. Inoltre, tutti i principali biografi di Marx sono stati unanimi nel considerare questa opera come un notevole spreco di tempo ed energie. Nel ricordare come diversi conoscenti di Marx avessero tentato di dissuaderlo dall’intraprendere questa impresa, Franz Mehring affermò come «si sarebbe tentati di desiderare che egli avesse dato ascolto a queste voci [poiché] essa ostacolò (…) la grande opera della sua vita (…) a causa del costoso dispendio di forza e tempo che inghiottì senza reale guadagno» [19].

Di analogo parere, nel 1929, Karl Vorländer scrisse: «Oggi, dopo due generazioni, si può a ragione dubitare se valesse la pena sprecare, in questa miserabile faccenda, durata quasi un anno, tanto lavoro spirituale e tante spese finanziarie per scrivere un opuscolo di 191 pagine redatto con brillante arguzia, con motti e citazioni da tutta la letteratura mondiale (Fischart, Calderon, Shakespeare, Dante, Pope, Cicerone, Boiardo, Sterne, e dalla letteratura medio-alto tedesca), nel quale egli si scagliava contro l’odiato avversario» [20]. Anche Nikolaevskij e Maenchen-Helfen biasimarono il fatto che: «Marx aveva impiegato oltre un anno a difendersi contro il tentativo di metter fine alla sua vita politica con le denunce [e che] solo verso la metà del 1861 poté riprendere la sua opera di economia» [21].

Ancora, secondo David McLellan, la polemica contro Carl Vogt «fu un chiaro esempio della singolare capacità [di Marx] di produrre una gran quantità di energie su argomenti assolutamente trascurabili e del suo talento per l’invettiva» [22]. Francis Wheen, infine, si è così interrogato: «Per rispondere alle calunnie pubblicate sulla stampa svizzera da un oscuro politico, tale Carl Vogt, era proprio necessario scrivere un libro di duecento pagine?» [23] E, continuando, notò che: «i quaderni di economia giacquero chiusi sulla sua scrivania mentre il loro proprietario si distraeva con una contesa, tanto spettacolare quanto superflua (…) una violenta replica che, sia per lunghezza sia per il tono furibondo, superava di gran lunga il libello originario a cui intendeva rispondere»[24].

Ciò che colpisce più di ogni altra cosa di questo scritto è l’uso spropositato, nelle argomentazioni di Marx, dei riferimenti letterari. Accanto agli autori già menzionati da Vorländer, sul palcoscenico di questa opera compaiono, tra gli altri, Virgilio, diversi personaggi della Bibbia nella traduzione di Lutero, Schiller, Byron, Hugo e, naturalmente, gli amatissimi Cervantes, Voltaire, Goethe, Heine e Balzac [25]. Tuttavia, queste citazioni – e, dunque, il prezioso tempo impegnato per inserirle nel testo – non rispondevano soltanto al desiderio di Marx di mostrare la superiorità della sua cultura su quella di Vogt o a quello di rendere, attraverso spunti satirici, il pamphlet più gradevole ai lettori. Esse riflettono due caratteristiche essenziali della personalità di Marx.

La prima è la grandissima importanza che egli attribuì, per tutto il corso della propria esistenza, allo stile e alla struttura delle sue opere, anche quelle minori o solo polemiche come Il signor Vogt. La mediocrità della gran parte degli scritti che, nelle sue tante battaglie, egli contrastò, la loro forma scadente, la costruzione incerta e sgrammaticata, la mancanza di logica nelle formulazioni e la presenza in essi di tanti errori suscitarono sempre grande sdegno in Marx [26]. Così, accanto al conflitto di natura teorica, egli si scagliò anche contro la intrinseca volgarità, la mancanza di qualità delle opere dei suoi contendenti e volle mostrare loro non solo la giustezza di ciò che egli scriveva, ma anche quale era il modo migliore per farlo.

La seconda impronta tipicamente marxiana, che si intravede attraverso l’imponente lavoro di preparazione de Il signor Vogt, è l’aggressività e l’irrefrenabile virulenza con la quale egli si lanciava contro i suoi avversari diretti. Fossero essi filosofi, economisti o militanti politici e si chiamassero Bauer, Stirner, Proudhon, Vogt, Lassalle o Bakunin, Marx voleva come annientarli, dimostrarne in ogni modo possibile l’infondatezza delle concezioni, costringerli alla resa mettendoli nell’impossibilità di produrre obiezioni alle sue asserzioni.

Così, guidato da questo impeto, era tentato dal seppellire i suoi antagonisti sotto montagne di argomentazioni critiche e, quando questa furia s’impossessava di lui, al punto da fargli perdere di vista anche il suo progetto di critica dell’economia politica, ecco che egli non si accontentava più dei ‘soli’ Hegel, Ricardo o dell’utilizzazione degli avvenimenti storici, ma si serviva di Eschilo, Dante, Shakespeare e Lessing. Il signor Vogt fu come un incontro nefasto tra queste due componenti del suo carattere. Un corto circuito causato da uno degli esempi più eclatanti di cialtroneria letteraria, così tanto odiata da Marx, e dalla volontà di distruggere il nemico che, con la menzogna, ne aveva minacciato la credibilità e tentato di macchiare la storia politica.

Con questo libro, Marx si aspettava di suscitare scalpore e tentò il più possibile di farne parlare la stampa tedesca. Tuttavia, i giornali e lo stesso Vogt non gli concessero nessuna attenzione: «I cani (…) vogliono ammazzar la cosa col silenzio» [27]. Anche «l’uscita di una rielaborazione francese, molto abbreviata, che si trovava in corso di stampa» [28], venne impedita poiché il volume fu colpito dalla censura e incluso nella lista dei volumi proibiti. Marx ed Engels viventi, non apparve nessun’altra edizione de Il signor Vogt e non ne furono ristampati che brevi passi scelti. In traduzione italiana il libro uscì solo cinquant’anni dopo, nel 1910, presso Luigi Mongini Editore.

III. Marx negli anni 1860-1861: miseria, critica dell’economia politica e giornalismo
A prolungare i ritardi del lavoro di Marx e a complicare terribilmente la sua situazione personale contribuirono le sue due nemiche giurate di sempre: la miseria e la malattia. In questo periodo, infatti, la condizione economica di Marx fu davvero disperata. Accerchiato dalle richieste dei tanti creditori e con alle porte lo spettro costante delle ingiunzioni del broker, l’ufficiale giudiziario, egli si lamentava con Engels affermando: «Come potrò cavarmela non so, perché tasse, scuole, casa, droghiere, macellaio, dio e il diavolo non vogliono più darmi tregua» [29].

Alla fine del 1861, la situazione divenne ancor più disperata e per resistere, accanto al costante aiuto dell’amico – verso il quale egli provava immensa gratitudine «per le straordinarie prove d’amicizia» [30] –, Marx fu costretto a dare in pegno «tutto fuori che i muri della casa» [31]. Sempre all’amico, egli scrisse: «Di qual giubilo non m’avrebbe riempito l’animo il fiasco del sistema finanziario decembrista, da me così a lungo e così spesso pronosticato sulla ‘Tribune’, se fossi libero da queste pidocchierie e vedessi la mia famiglia non schiacciata da queste miserabili angustie!» [32] Inoltre, nell’indirizzargli, alla fine di dicembre, gli auguri per il nuovo anno alle porte, si espresse così: «Se questo dovesse essere uguale al trascorso, per quel che mi riguarda, desidererei piuttosto l’inferno» [33].

Accanto agli sconfortanti problemi di natura finanziaria si accompagnarono, puntualmente, quelli di salute, che i primi concorsero a determinare. Lo stato di profonda depressione che colse per molte settimane la moglie di Marx, Jenny, la rese maggiormente recettiva a contrarre il vaiolo, del quale si ammalò alla fine del 1860, rischiando seriamente la vita. Per l’intero corso della malattia e la degenza della sua compagna, Marx fu costantemente al suo capezzale e riprese la sua attività solo quando Jenny fu fuori pericolo. Durante il tempo trascorso, come egli scrisse a Engels, lavorare era stato del tutto fuori questione: «La sola occupazione con la quale posso conservare la necessaria tranquillità d’animo, è la matematica» [34], una delle più grandi passioni intellettuali della sua esistenza.

Pochi giorni dopo, inoltre, aggiungeva che una circostanza che l’aveva «molto aiutato [era] stato un terribile mal denti». Recatosi dal dentista per farsi estrarre un dente, questi gliene aveva lasciato per errore una scheggia, così da fargli venire una faccia «gonfia e dolente e la gola mezza chiusa». Pertanto, Marx affermava stoicamente: «Questo malessere fisico stimola molto le facoltà di pensare e perciò la capacità di astrazione, poiché, come dice Hegel, il pensiero puro o l’essere puro o il nulla sono la medesima cosa» [35]. Nonostante i problemi, nel corso di queste settimane egli ebbe l’occasione di leggere molti libri e tra questi Sull’origine della specie attraverso la selezione naturale di Charles Darwin, dato alle stampe l’anno prima. Il commento che Marx comunicò per lettera a Engels era destinato a far discutere schiere di studiosi e militanti socialisti: «Per quanto svolto grossolanamente all’inglese, ecco qui il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere» [36].

Al principio del 1861, le condizioni di Marx si aggravarono a causa di una infiammazione al fegato che lo aveva già colpito l’estate precedente: «Sono tribolato come Giobbe, quantunque non altrettanto timorato di Dio» [37]. In particolare, lo stare curvo gli procurava enorme sofferenza e scrivere gli fu interdetto. Così, per superare la «condizione schifosissima che [lo] rende[va] incapace di lavorare»[38], egli si rifugiò ancora nelle letture: «Alla sera per sollievo [leggo] le guerre civili romane di Appiano nel testo greco originale. Libro di gran valore (…) Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale (non un Garibaldi), carattere nobile, real representative dell’antico proletariato» [39].

Ristabilitosi dalla malattia alla fine del febbraio 1861, Marx si recò a Zalt-Bommel in Olanda per cercare una soluzione alle proprie difficoltà finanziarie. Lì trovò l’aiuto dello zio Lion Philips, uomo di affari e fratello del padre del futuro fondatore della fabbrica di lampade da cui discende una delle più importanti aziende di apparecchiature elettroniche al mondo, che accettò di anticipargli 160 sterline della futura eredità materna. Da qui, Marx si recò clandestinamente in Germania, ove fu ospite di Lassalle a Berlino per quattro settimane. Quest’ultimo lo aveva ripetutamente sollecitato a promuovere insieme la fondazione di un organo di ‘partito’ e ora, con l’amnistia promulgata nel gennaio del 1861, si presentavano anche le condizioni affinché Marx riottenesse la cittadinanza prussiana, che gli era stata tolta dopo l’espulsione del 1849, e potesse trasferirsi a Berlino. Tuttavia, lo scetticismo che Marx nutriva nei confronti di Lassalle impedì che il progetto venisse mai preso seriamente in esame [40].

Di ritorno dal suo viaggio, egli descrisse così a Engels l’intellettuale e militante tedesco: «Lassalle, abbagliato dalla considerazione di cui gode in certi circoli dotti per il suo Eraclito e in un altro cerchio di scrocconi per il vino buono e la cucina, naturalmente non sa che presso il grande pubblico è screditato. Inoltre ci sono la sua prepotenza, il suo impigliarsi nel ‘concetto speculativo’ (il giovanotto sogna perfino di voler scrivere una nuova filosofia hegeliana alla seconda potenza), l’essere infetto di vecchio liberalismo francese, la sua penna prolissa, la sua importunità, la mancanza di tatto, ecc. Lassalle, tenuto sotto una stretta disciplina, potrebbe render servigi come uno dei redattori. Altrimenti solo compromettere le cose» [41]. Il giudizio di Engels non era da meno, poiché lapidariamente ne scriveva: «Quest’uomo non lo si può correggere» [42]. In ogni caso, la domanda di cittadinanza di Marx fu respinta rapidamente e, poiché egli non si fece mai naturalizzare in Inghilterra, rimase apolide per tutto il resto della vita.

Di questo soggiorno tedesco, la corrispondenza di Marx offre divertenti resoconti che agevolano la comprensione del suo carattere. I suoi ospiti, Lassalle e la sua compagna, la contessa Sophie von Hatzfeldt, si prodigarono ad organizzare per lui una serie di attività che solo le sue lettere mostrano quanto egli detestasse profondamente. Da un breve resoconto dei primi giorni trascorsi in città, lo vediamo alle prese con la mondanità. Il martedì sera era tra gli spettatori di «una commedia berlinese piena di autocompiacimento prussiano: tutto sommato una faccenda disgustosa». Al mercoledì fu costretto ad assistere a tre ore di balletto all’Opera – «una roba davvero mortalmente noiosa» – e, per giunta, «horribile dictu» [43], «in un palco proprio vicinissimo a quello del ‘bel Guglielmo’» [44], il re in persona.

Il giovedì Lassalle diede un pranzo in suo onore al quale presero parte alcune ‘celebrità’. Per nulla allietato dalla circostanza, a mo’ di esempio del riguardo che nutriva per i suoi commensali, Marx diede questa descrizione della sua vicina di tavola, la redattrice letteraria Ludmilla Assing: «È la creatura più brutta che io abbia mai visto in vita mia, con una laida fisionomia ebraica, un naso sottile assai sporgente, eternamente sorridente e ridacchiante, sempre a parlare una prosa poetica, continuamente nello sforzo di dire qualcosa di straordinario, fingendo entusiasmo e spruzzando saliva sui suoi ascoltatori durante gli spasimi delle sue estasi» [45].

A Carl Siebel, poeta renano e lontano parente di Engels, scrisse: «Qui mi annoio a morte. Vengo trattato come una specie di leone da salotto e sono costretto a vedere molti signori e signore ‘di ingegno’. È terribile» [46]. In seguito, scrisse ad Engels: «Anche Berlino non è che un paesone», mentre a Lassalle non poté negare che la cosmopolitica Londra esercitava su di lui «una straordinaria attrazione», sebbene egli ammettesse di vivere «come un eremita in questo buco gigantesco» [47]. E così, dopo essere passato per Elberfeld, Bermen, Colonia, la sua Treviri e poi ancora in Olanda, vi fece ritorno il 29 aprile. Ad attenderlo c’era la sua «Economia».

Come ricordato, nel giugno del 1859, Marx aveva pubblicato il primo fascicolo di Per la critica dell’economia politica e aveva in programma di far seguire ad esso una seconda dispensa il più presto possibile. Nonostante gli annunci ottimistici che egli era solito fare in proposito – nel novembre del 1860 scrisse a Lassalle: «Penso che entro pasqua potrà uscire la seconda parte» [48] –, per le vicissitudini sin qui narrate, trascorsero invano oltre due anni affinché egli potesse ritornare ai suoi studi. D’altronde, egli era profondamente frustrato delle circostanze e se ne lamentò con Engels in luglio: «Non vado avanti così rapidamente come vorrei, perché ho molti problemi domestici» [49]; e ancora in dicembre: «Il mio scritto prosegue, ma adagio. Infatti non era possibile risolvere rapidamente tali questioni teoriche in mezzo a simili circostanze. E pertanto verrà molto più popolare e il metodo molto più dissimulato che nella prima parte» [50]. Ad ogni modo, nell’agosto del 1861 riprese con assiduità a lavorare alla sua opera.

Fino al giugno del 1863, redasse i 23 quaderni – di 1472 pagine in quarto – che comprendono le Teorie sul plusvalore. La prima delle tre fasi di questa nuova redazione dell’«Economia», quella relativa ai primi cinque quaderni di questo gruppo, corre dall’agosto del 1861 al marzo 1862. Essi trattano la trasformazione del denaro in capitale – tema affrontato nel libro primo de Il capitale – e costituiscono la prima redazione esistente di tale argomento. Differentemente dalle Teorie sul plusvalore, date alle stampe da Kautsky tra il 1905 e il 1910, seppure in un’edizione rimaneggiata e spesso poco conforme agli originali, questi quaderni sono stati ignorati per oltre cent’anni. Essi furono pubblicati per la prima volta solo nel 1973, in traduzione russa, quale volume aggiunto (numero 47) delle Sočinenija. La versione in lingua originale, invece, uscì solo nel 1976 nella ‘seconda’ MEGA[51].

L’ultima fase del 1861 è anche quella durante la quale Marx riprese la sua collaborazione con la «New-York Tribune» e scrisse per il quotidiano liberale di Vienna «Die Presse». La maggior parte delle sue corrispondenze di questo periodo furono dedicate alla guerra civile negli Stati Uniti. In essa, secondo Marx, «la lotta si gioca[va] tra la più alta forma di autogoverno popolare mai realizzata finora e la più abbietta forma di schiavitù umana che la storia conosca»[52]. Questa valutazione rende palese, più di ogni altra possibile, l’abisso che lo separava da Garibaldi, che aveva rifiutato l’offerta del governo nordista di assumere un posto di comando nell’esercito, perché riteneva che tale guerra fosse solo un conflitto di potere e non riguardasse l’emancipazione degli schiavi. Rispetto a tale posizione e a una tentata iniziativa di pacificazione tra le parti operata dall’italiano, Marx commentò con Engels: «Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia agli yankees» [53].

Nei suoi articoli, inoltre, Marx analizzò le ricadute economiche del conflitto americano per l’Inghilterra, della quale prese in esame lo sviluppo del commercio, la situazione finanziaria, nonché le opinioni che ne attraversavano la società. Su questo punto, un interessante riferimento è contenuto anche in una lettera a Lassalle: «Naturalmente tutta la stampa ufficiale inglese è per gli slave-holders (schiavisti). Sono proprio gli stessi personaggi che hanno stancato il mondo con il loro filantropismo contro il commercio degli schiavi. Ma: cotone, cotone!» [54]

Sempre nelle lettere a quest’ultimo, infine, Marx sviluppò diverse riflessioni relative a uno dei temi politici per il quale, in quegli anni, profuse l’impegno maggiore: la violenta opposizione alla Russia e ai suoi alleati Henry Palmerston e Luigi Bonaparte. In particolare, Marx si diede da fare nel chiarire a Lassalle la legittimità della convergenza, in questa battaglia, tra il loro ‘partito’ e quello di David Urquhart, un politico tory di vedute romantiche. Di questi, che nei primi anni Cinquanta aveva avuto l’audacia di ripubblicare, in funzione anti-russa e anti-whig, gli articoli di Marx contro Palmerston, apparsi sull’organo ufficiale dei cartisti inglesi, egli scrisse: «è certamente un reazionario dal punto di vista soggettivo (…) ciò non impedisce affatto al movimento che egli guida in politica estera di essere oggettivamente rivoluzionario (…) la cosa mi è indifferente come lo sarebbe a te se, per esempio in una guerra contro la Russia, il tuo vicino sparasse sui russi per motivi nazionali o rivoluzionari» [55]. E ancora: «Del resto va da sé che nella politica estera frasi come ‘reazionario’ e ‘rivoluzionario’ non servono a nulla» [56].

Risale al 1861, infine, anche la prima fotografia conosciuta di Marx [57]. L’immagine lo ritrae mentre posa in piedi con le mani poggiate su di una sedia davanti a lui. I capelli folti appaiono già bianchi, mentre la barba fitta è di un nero corvino. Lo sguardo deciso non lascia trasparire l’amarezza per le sconfitte subite e per le tante difficoltà che lo attanagliavano, ma, piuttosto, la fermezza d’animo che lo contraddistinse per tutta l’esistenza. Eppure, inquietudine e malinconia percorrevano anche lui, che nello stesso periodo in cui fu scattata quella foto scriveva: «Onde mitigare il profondo malumore causato dalla mia situazione incerta in ogni senso, leggo Tucidide. Almeno questi antichi rimangono sempre nuovi» [58]. Anche limitandosi a leggere soltanto le sue lettere, come non affermare, oggi, lo stesso anche di quel grande classico della modernità che è Karl Marx?

References
1. Per maggiori notizie in proposito si veda Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005).
2. Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2), Dritte Abteilung, Band 11: Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861, a cura di Rolf Dlubek e Vera Morozova e con la partecipazione di Galina Golovina e Elena Vaščenko, Akademie Verlag, Berlin 2005, 2 voll., 1467 pp., € 178.
3. Nel 1870, nelle carte degli archivi francesi pubblicate dal governo repubblicano dopo la fine del Secondo Impero, furono trovati i documenti che comprovavano che Vogt era stato sul libro paga di Napoleone III. Questi, infatti, nell’agosto del 1859 gli aveva versato 40.000 franchi dai suoi fondi segreti. Cfr. Papiers et correspondance de la famille impériale. Édition collationnées sur le texte de l’imprimerie nationale, Vol. II, Paris 1871, p. 161.
4. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 gennaio 1860, in Marx Engels Opere, vol. XLI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 17.
5. Karl Marx, Herr Vogt, in Marx Engels Opere, vol. XVII, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 271.
6. Sull’importanza di queste lettere quale strumento di comunicazione politica tra i militanti delle rivoluzioni del 1848-1849 e per analizzare il conflitto tra Marx e Vogt da una prospettiva generale – e dunque non solo dal punto di vista di Marx – si rimanda a Christian Jansen, Politischer Streit mit harten Bandagen. Zur brieflichen Kommunikation unter den emigrierten Achtundvierzigern – unter besonderer Berücksichtigung der Controverse zwischen Marx und Vogt , in Jürgen Herres – Manfred Neuhaus (a cura di), Politische Netzwerke durch Briefkommunikation, Akademie Verlag, Berlin 2002, pp. 49-100, che prende in esame le motivazioni politiche che avrebbero spinto Vogt a parteggiare per Bonaparte. Il saggio contiene anche un’appendice di lettere scritte da Vogt e altre a lui indirizzate. Di altrettanto interesse, perché privi della scontata e spesso dottrinale interpretazione di parte marxista, i testi di Jacques Grandjonc – Hans Pelger, Gegen die “Agentur Fazy/Vogt. Karl Marx’ “Herr Vogt” (1860) e Georg Lommels, “Die Wahrheit über Genf” (1865). Quellen- und textgeschichtliche Anmerkungen, entrambi in «Marx-Engels-Forschungs-berichte», 1990 (Nr. 6), pp. 37-86 e quello dello stesso Lommels, Les implicationes de l’affaire Marx-Vogt, in Jean-Claude Pont – Daniele Bui – Françoise Dubosson – Jan Lacki (a cura di), Carl Vogt (1817-1895). Science, philosophie et politique, Georg, Chêne-Bourg 1998, pp. 67-92.
7. Frutto di queste ricerche furono i sei quaderni di estratti da libri, riviste e quotidiani dei più differenti orientamenti. Questo materiale – denominato Vogtiana –, che mostra il modo in cui Marx utilizzava i risultati dei suoi studi per le opere che scriveva, è ancora inedito e sarà pubblicato nel volume IV/16 della MEGA².
8. Karl Marx a Friedrich Engels, 6 dicembre 1860, in MEGA² III/11, Akademie Verlag, Berlin 2005, p. 250; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 135.
9. Friedrich Engels a Karl Marx, al più tardi 29 giugno 1860, Ivi, p. 72; tr. it. Ivi, p. 83.
10. Friedrich Engels a Jenny Marx, 15 agosto 1860, Ivi, p. 113; tr. it. Ivi, p. 604.
11. Karl Marx a Friedrich Engels, 25 settembre 1860, Ivi, p. 180; tr. it. Ivi, p 108.
12. Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, op. cit., p. 180.
13. Ibidem.
14. Friedrich Engels a Karl Marx, 15 settembre 1860, in MEGA² III/11, op. cit., p. 158; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 103.
15. Friedrich Engels a Karl Marx, 5 ottobre 1860, Ivi, p. 196; tr. it. Ivi, p. 114.
16. Friedrich Engels a Karl Marx, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 268; tr. it. Ivi, p. 143.
17. Ferdinand Lassalle a Karl Marx, 19 gennaio 1861, Ivi, p. 321.
18. Wilhelm Wolff a Karl Marx, 27 dicembre 1860, Ivi, p. 283.
19. Franz Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 295.
20. Karl Vorlaender, Karl Marx, Sansoni, Firenze 1948, pp. 209-210.
21. Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 284.
22. David McLellan, Karl Marx, Rizzoli, Milano 1976, p. 317.
23. Francis Wheen, Marx. Vita pubblica e privata,Mondadori, Milano 2000, p. 145. Bisogna tuttavia sottolineare che – diversamente da quanto affermato da Wheen – Vogt non fu affatto un «oscuro politico». Tra i maggiori esponenti dell’Assemblea Nazionale di Francoforte del 1848-1849 e protagonista della guerra per la ‘difesa della Costituzione del Reich’, egli svolse sicuramente un importante ruolo nella storia tedesca di quel periodo.
24. Ivi , pp. 204 e 207.
25. In proposito si rimanda alle riflessioni di S. S. Prawer, La biblioteca di Marx, Garzanti, Milano 1978: «in Herr Vogt sembra che Marx sia incapace di considerare qualsiasi fenomeno politico o sociale senza associarlo a qualche riferimento alla letteratura mondiale», p. 263, e che fa notare che questo testo può essere studiato «come antologia dei vari metodi che Marx aveva appreso per incorporare allusioni e citazioni letterarie nelle sue polemiche», p. 260. La ragguardevole importanza delle influenze letterarie nelle opere di Marx e dell’eruditissimo retroterra culturale della sua teoria critica suscita, d’altronde, sempre maggiore attenzione. In proposito si veda il recente Francis Wheen, Marx’s Das Kapital. A biography, Atlantic Books, London 2006.
26. Su questo punto si vedano ancora le brillanti considerazioni di S. S. Prawer, op. cit., p. 264.
27. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 325; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 162.
28. Karl Marx a Friedrich Engels, 16 maggio 1861, Ivi, p. 476; tr. it. Ivi, p. 188.
29. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 gennaio 1861, Ivi, p. 333; tr. it. Ivi, p. 164.
30. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 177.
31. Karl Marx a Friedrich Engels, 30 ottobre 1861, Ivi, p. 583; tr. it. Ivi, p. 217.
32. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 novembre 1861, Ivi, p. 599; tr. it. Ivi, p. 222.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 dicembre 1861, Ivi, p. 636; tr. it. Ivi, p. 237.
34. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 novembre 1860, Ivi, p. 229; tr. it. Ivi, p. 124.
35. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 novembre 1860, Ivi, p. 236; tr. it. Ivi, p. 128.
36. Karl Marx a Friedrich Engels, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 271; tr. it. Ivi, p. 145.
37. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 gennaio 1861, Ivi, p. 319; tr. it. Ivi, p. 160.
38. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, Ivi, p. 325; tr. it. Ivi, p. 162.
39. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 176.
40. Per maggiori notizie su questo periodo trascorso da Marx a Berlino, si veda il recente articolo di Rolf Dlubek, Auf der Suche nach neuen politischen Wirkungsmöglichkeiten. Marx 1861 in Berlin, in «Marx-Engels Jahrbuch», 2004, Akademie Verlag, Berlin 2005, pp. 142-175.
41. Karl Marx a Friedrich Engels, 7 maggio 1861, in MEGA/2 III/11, op. cit., p. 460; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., pp. 180-181.
42. Friedrich Engels a Karl Marx, 6 febbraio 1861, Ivi, p. 347; tr. it. Ivi, p. 171.
43. Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
44. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 maggio 1861, Ivi, p. 470; tr. it. Ivi, p. 186.
45. Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
46. Karl Marx a Carl Siebel, 2 aprile 1861, Ivi, p. 419; tr. it. Ivi, p. 646.
47. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 8 maggio 1861, Ivi, p. 464; tr. it. Ivi, p. 656.
48. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 15 settembre 1860, Ivi, p. 161; tr. it. Ivi, p. 615.
49. Karl Marx a Friedrich Engels, 20 luglio 1861, Ivi, p. 542; tr. it. Ivi, p. 212.
50. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 9 dicembre 1861, Ivi, p. 616; tr. it. Ivi, p. 230.
51. MEGA² II/3.1, Dietz Verlag, Berlin 1976. La traduzione italiana apparve velocemente a cura di Lorenzo Calabi: Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980, ma non riuscì a essere inclusa nei volumi delle Opere.
52. Karl Marx, Die Londoner «Times» über die Prinzen von Orleans in Amerika, 7-XI-1861, in MEW 15, Dietz Verlag, Berlin 1961, p. 327.
53. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 giugno 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 493; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 190.
54. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 480; tr. it. Ivi, p. 658.
55. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 19; tr. it. Ivi, p. 596.
56. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 20; tr. it. Ivi, p. 597.
57. Essa è databile al mese di aprile: vedi MEGA² III/11, op. cit., p. 465.
58. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 481; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 659.

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Roberto Monicchia, Micropolis

L’opera del fantasma

Avviato nel 1975 nella Ddr, il secondo tentativo di edizione integrale delle opere di Marx ed Engels (Marx-Engels, Gesamtausgabe, Mega), è entrato in crisi dopo il 1989. Il progetto avviato da Rjazanov negli anni ‘20 era stata interrotto dallo stalinismo, quello nuovo sembrava affondare con il socialismo reale.

Ha ridato fiato all’opera la realizzazione di una struttura internazionale, che l’ha sottratta sia all’oblio e alla denigrazione del valore scientifico di Marx, sia al controllo delle gerarchie di partito. La Mega è una vera edizione critica, secondo i criteri di “spoliticizzazione, internazionalizzazione, accademizzazione”.

Complessivamente sono previsti 114 volumi (ciascuno diviso in un tomo di testi e uno di apparati), in quattro sezioni: opere, articoli, abbozzi; Capitale e lavori preparatori (dal 1857); carteggio, comprese le risposte dei corrispondenti di Marx ed Engels; estratti, annotazioni, marginalia. Quanto già realizzato di questo progetto testimonia l’utilità di ripartire da un confronto diretto con i testi marxiani, al di là delle stratificazioni interpretative dei vari marxismi, che pure lasciano ancora molte tracce . Il libro che qui presentiamo, (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, manifestolibri, Roma 2005) raccoglie i risultati di alcune giornate di studio svolte attorno ai temi suscitati dalla nuova edizione. Il curatore sostiene che l’opera di Marx, liberata dalla vulgata novecentesca che l’ha ridotta a dottrina, reca il segno di una congenita incompiutezza.

Al di là delle congiunture e delle urgenze politiche, infatti, il rapporto tra le pochissime opere pubblicate e le innumerevoli concepite o abbozzate, ha un motivo strutturale: il tentativo di coniugare descrizione, critica, prospettiva – cuore del progetto scientifico di Marx – impone continui recuperi, approfondimenti, aggiustamenti delle ricerche. Il percorso e il metodo marxiani riproducono in qualche modo quella totalità aperta che si cerca continuamente di afferrare. Il paziente lavoro filologico permette nuove letture di moltissimi punti teorici, mostrandone la profondità e la problematicità.

Questa rigorosa ricostruzione è illustrata nella prima parte con l’intervento di alcuni dei curatori della nuova Mega. Spicca in quest’ambito l’analisi di Gian Mario Bravo della prima ricezione di Marx in Italia, tra Otto e Novecento, che mostra il singolare contrasto tra un’accentuata semplificazione della teoria di Marx e il contemporaneo robusto radicamento del socialismo italiano.

La seconda parte riprende le tappe della riflessione giovanile di Marx, per sé e in relazione al complesso dell’opera. La cesura a suo tempo indicata da Althusser (che vedeva nell’Ideologia tedesca il salto dall’utopia alla scienza), risulta meno netta, visto che le oscillazioni circa il significato della filosofia e la critica politica non sono risolte mai definitivamente.

Se il ruolo della “tradizione hegeliana” – per analogia o per contrasto – è abbastanza evidente nel Capitale, emerge come anche la riflessione politica di Marx, fino agli anni della Comune e della Critica del programma di Gotha, si aggiri attorno agli stessi nodi del 1843-44 o del 1848: la relazione stato-società civile, l’orizzonte storico della società comunista, la definizione delle forme proprie della fase di “transizione”, il significato della democrazia, senza fornire risposte definitive o formule rassicuranti.

La terza parte vede un serrato confronto sull’immane mole di lavoro sviluppato attorno alla critica dell’economia politica. E’ in primo luogo una discussione di metodo, in cui molti accostano il percorso di Marx a quello della Scienza della Logica hegeliana, e altri individuano – soprattutto nel passaggio dai Grundrisse al Capitale – un approccio improntato alle categorie degli economisti classici. Ma è anche un catalogo di risultati importanti e problemi irrisolti, attorno alle nozioni di lavoro astratto, surplus, valore-lavoro.

Da qui prende le mosse l’ultima parte, dedicata all’individuazione di un “oggi per Marx”. Michael Krätke sottolinea come, nel pieno di una crisi che investe contemporaneamente l’economia e i suoi paradigmi interpretativi, sia gli specialisti delusi dalle teorie neoclassiche, sia i movimenti antisistema, fatichino a entrare in sintonia con il metodo e le categorie della critica marxiana, che ha invece molto da offrire.

Su un analogo livello di attualizzazione si muove il contributo di Losurdo, che ricorda come Marx individui appieno il carattere pervasivo del capitalismo, la sua violenta dinamica di annessione, per cui il colonialismo ottocentesco (come nei casi di Cina e India) è simile in Marx all’odierna globalizzazione, ivi compresi i corollari ideologici della guerra civilizzatrice e della missione democratica, fatti propri allora come ora dall’ideologia liberale. Lo scacco strategico del Novecento è invece alla radice del tentativo – articolato da Tosel e Jervolino – di fondare un nuovo paradigma teorico-politico, definito “comunismo della finitudine”. La sostanza liberatrice del socialismo va preservata liberandolo dalla pretesa di un uomo artefice assoluto: l’uomo determina le condizioni della propria esistenza e della preservazione del mondo, non crea sé stesso e il mondo.

La coscienza della finitudine impedisce ogni finalismo subordinante, e affida ad un’opera mai definitiva di “traduzione” delle esperienze, dei linguaggi, delle culture, il compito di superare sfruttamento e oppressione senza sostituirle con analoghe strutture coercitive.

Occorre notare che l’accuratezza filologica delle nuove edizioni non rischia di rinchiudere nuovamente Marx in una gabbia: la forza critica e autocritica, l’implacabile verve polemica, la stessa ansia di revisione che condanna il trevirese all’incompiutezza, gli consentono di sfuggire all’indifferenza, di riaprire a ogni stagione domande attuali. Lo spettro dunque continua ad aggirarsi. Invece, se e dove stia scavando la “vecchia talpa”, se e quando possa incontrare ancora lo spettro, non è al momento dato saperlo. Per adesso temo che bisognerà accontentarsi.

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Ma Stuart Mill dà torto al Cavaliere

Da alcuni giorni, in tutte le cassette postali e, al costo di un solo euro, in ogni edicola, imperversa indiscriminatamente «La vera storia italiana». Opuscolo anonimo di 160 pagine, stampato dalla Mondadori, diffuso, a quanto pare, in dieci milioni di copie.

Il testo propagandistico, che avrebbe l’intento di ricordare agli elettori prima del voto i benefici recati al paese dall’attuale governo durante i trascorsi cinque anni, non è altro che l’ultimo disperato tentativo del Presidente del Consiglio di mascherare la realtà dei suoi fallimenti politici e disastri sociali.

Se non fosse serio, il fascicolo andrebbe quasi apprezzato per le molte parti nelle quali sembra proprio emergere una profonda autoironia. Non si può purtroppo dire lo stesso della sezione filosofica: «Pensieri a confronto». Una sorta di storia intellettuale in pillole che esibisce il grezzo retroterra culturale della destra.

Vale la pena di soffermarsi sulla sfida principale: Karl Marx versus John Stuart Mill.

Il primo, naturalmente additato quale capofila dei pensatori da condannare (per sua fortuna in buona compagnia di Hobbes, Hegel e Gramsci – tutti riportati graficamente in nero), viene dipinto come l’ignobile barbuto teorico del «rifiuto delle forme istituzionali dello Stato borghese che si realizza nella dittatura del proletariato». Del secondo, su sfondo bianco, si può leggere invece: «Per Stuart Mill le leggi della produzione sono ‘leggi reali di natura’ mentre le leggi della distribuzione sono il risultato della volontà umana e quindi del diritto e del costume. Per una più equa distribuzione della ricchezza si possono immaginare (sic!) delle leggi migliori. Fra l’individualismo e il socialismo occorre aderire al primo, che garantisce la libertà individuale senza impedire la lotta all’ingiustizia sociale».

In vero, sarà bene confessarlo sin dal principio, Marx non nutrì mai particolari simpatie per gli «economisti inglesi filantropi» e, tra questi, per Stuart Mill.

Lo riteneva, infatti, un prodotto confuso delle rivoluzioni del 1848, che avevano spinto quegli uomini «che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti» a tentare la fallace impresa di accordare l’economia politica del capitale con le rivendicazioni del proletariato. Ecco, per Marx, Stuart Mill era il tipico rappresentante di questa categoria e i suoi «sincretistici compendi» il frutto equivoco di questo antitetico miscuglio.

In particolare, contro la sua concezione appena ricordata – volendo citare correttamente: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche (…) non così la distribuzione della ricchezza. Questa è puramente materia delle istituzioni umane» – Marx scagliò diverse frecce. Ad onor della «vera storia», vale la pena ricordarne almeno una: «l’insulsaggine di J. St. Mill, che ritiene eterni i rapporti borghesi di produzione ma storiche le loro forme di distribuzione, rivela che egli non capisce né gli uni né le altre». Accanto al malinteso di fondo dell’economia politica, la rappresentazione delle forme borghesi di produzione come assolute e di quelle di distribuzione come relative, e dunque transitorie, era necessaria affinché i rapporti borghesi fossero «interpolati del tutto surrettiziamente come incontestabili leggi di natura della società in abstracto». Veniva in questo modo svelato come l’apologetica degli economisti fosse ancillare alla mistificazione del modo di produzione capitalistico e alla reificazione dei rapporti sociali.

In realtà, «la forma di distribuzione non è che la forma di produzione sub alia specie». Infatti, come Marx dimostrava, mediante la sua analisi scientifica, ne Il capitale: «i rapporti di distribuzione sono in sostanza identici ai rapporti di produzione, costituiscono il rovescio di questi ultimi, così che gli uni e gli altri hanno lo stesso carattere storicamente transitorio».

Concludeva arrabbiato, ancora riferendosi all’economista inglese: «nella piattezza della pianura anche i mucchi di terra sembrano colline; si misuri la piattezza della nostra odierna borghesia con il calibro dei suoi ‘grandi intelletti’».

Tuttavia, scavando bene ne Il capitale – e naturalmente accontentandosi di una nota a piè di pagina, invece che di un riferimento nel testo – si può trovare la seguente confessione di Marx, probabilmente scritta in preda a uno dei suoi rarissimi momenti di affabilità verso gli avversari: «ad evitare malintesi osservo, che, se pure uomini come J. St. Mill sono degni di biasimo per la contraddizione fra i loro vecchi dogmi economici e le loro tendenze moderne, sarebbe estrema ingiustizia metterli in un sol fascio con il gregge degli apologeti dell’economia volgare».

Forse anche questa frase si addice al caso nostro.

Si farebbe, infatti, un torto troppo grande anche a Stuart Mill – in vita sempre aspramente osteggiato dai conservatori – se lo si lasciasse in balia dell’On. Berlusconi.

In proposito all’invasione de «La vera storia italiana» e alle più generali circostanze odierne, le considerazioni di Stuart Mill, contenute nel suo scritto del 1859 Sulla libertà, si rileggono con interesse e sono, purtroppo, ancora attuali: «è da sperare che sia trascorsa l’epoca in cui era necessario difendere la ‘libertà di stampa’ come una delle garanzie contro un governo corrotto o tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario dimostrare che non si può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi non si identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle opinioni e di stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare».

Per avversare il Presidente del Consiglio (in carica per altri pochi giorni) stavolta non serve scomodare il nostro Marx. Basta un buon liberale come Stuart Mill.

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Marx lo studioso, Marx il politico. Le indecisioni della sinistra

Tornare ai testi, senza vincoli e ideologismi, non è un vezzo da eruditi. La pubblicazione imminente di tutti gli originali sarà l’occasione per ripensare il marxismo nei conflitti di oggi

Il dibattito su Marx, nato in occasione della stampa del volume collettivo Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), in corso da alcuni mesi sulle pagine di «Liberazione», ha fornito a studiosi e militanti interessanti spunti di riflessione e confronto. Replicherò a quelli per i quali sono stato chiamato in causa: la ricerca filologica e l’attualità di Marx.

Il primo tema è stato tra quelli più discussi, suscitando interesse, consensi, ma anche obiezioni. Tra queste le perplessità relative al «ritorno a un presunto Marx originario (…) depurato dal Novecento» che avrebbe la capacità di tramutare «la sconfitta epocale del movimento operaio (…) in una fortuna» (Bucci). In realtà, le mie osservazioni critiche in merito al rapporto tra Marx e i marxismi non erano indirizzate a un qualsiasi utilizzo di Marx da parte del movimento operaio (sarebbe un bel paradosso), all’auspicabile relazione tra le teorie di Marx e le vicende storiche che vi hanno fatto seguito, ma si concentravano, invece, su di un punto preciso che vorrei riaffermare: l’alterazione e l’impoverimento subiti dalle prime a causa dell’utilizzo strumentale al quale furono piegate e le conseguenze teoriche e politiche di questa realtà. Circoscriverò le mie considerazioni in proposito al caso del principale «marxismo» del secolo scorso: il «marxismo-leninismo».

In Unione Sovietica, le concezioni di Marx hanno subito un sistematico processo di manipolazione. La sua teoria critica fu sostituita da una dottrina, funzionale al potere, divenuta, in breve tempo, manifesta negazione della prima. Ciò nonostante, Marx fu assimilato ad essa e costrittivamente trasformato nel baluardo dello Stato sovietico che se ne attribuiva indebitamente il monopolio politico e ne possedeva di fatto, anche a causa dei gravi e colpevoli ritardi di studiosi e partiti europei, la proprietà letteraria. Non è, dunque, la più complessa sconfitta del movimento operaio, ma la fine di quella determinata vicenda, ad aver lentamente riaperto un nuovo orizzonte per Marx che – liberato dalle catene forzate del socialismo reale, non dalla connessione con la politica – torna ad essere letto, e a stimolare il pensiero critico, in tutto il mondo.

L’esigenza di riscoprire Marx nella sua autenticità non significa, pertanto, scinderlo dalle lotte concrete che lo hanno attraversato, ma rimanda alla necessità di riscattarne l’opera dalle mistificazioni che, contraffacendola, ne hanno sminuito il carattere critico. Se si ritiene che il pensiero di Marx parli ancora al presente e sia uno strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare, occorre conoscere e rileggere i suoi scritti alla fonte. Essi vanno disgiunti dagli ideologismi che li hanno spesso accompagnati e – diversamente dalla diffusissima, quanto deleteria, pratica attraverso la quale sono stati letti, quella dell’estrapolazione delle citazioni – ricostruiti all’interno dell’orizzonte storico nel quale furono concepiti. Il riferimento alla loro incompiutezza, ovvero alla inesauribile volontà marxiana di proseguire le ricerche per verificare la validità delle proprie tesi, non è, allora, un vezzo da eruditi, ma un modo di ritrovare Marx e ripensarlo nei e per i conflitti odierni. Un Marx autentico e per l’oggi.

Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedescarende ancor più evidente la falsificazione interpretativa che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo dialettico» (espressione, per altro, mai utilizzata né da Marx, né da Engels). Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a ulteriori elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa e chiarirà il ruolo svolto da Engels in veste di editore.

In vero, contrariamente da come è stato dipinto da gran parte di avversari e sedicenti seguaci, Marx non volle costruire un nuovo sistema. Il primo, quindi, a non credere nella propria esaustività, o che «tutto si sia fermato nel 1867» (Bellofiore), sarebbe stato lui stesso, che, anzi, de Il capitale continuò a rivedere e cambiare anche il primo libro.

Ripartire da questo lascito incompiuto, ricostruire l’analisi marxiana, economica e politica, della società capitalistica – per poi tentare, con modestia e mediante un’impresa collettiva, di proseguirla –, non solo non significa, come è stato sarcasticamente affermato, «ridurre Marx a oggetto di esercizi filologici» (Bellofiore), ma dovrebbe, a mio avviso, fugare anche i legittimi timori di quanti vedono, in un simile lavoro teorico, il rischio di implicazioni impolitiche (Cavallaro).

Ribadite queste tesi – giungo alla seconda questione –, la riaffermazione del valore di Marx non può certo riemergere dalla mera dimostrazione filologica della sua diversità rispetto alla gran parte degli interpreti. L’occasione di un diffuso ritorno d’interesse nei suoi riguardi si fonda sulla crisi della società capitalistica e sulla persistente capacità esplicativa marxiana del mondo d’oggi e delle profonde contraddizioni che lo percorrono.

Naturalmente, una teoria che ripensi con serietà questo rapporto «non può proporsi, semplicemente, di ‘ritornare a Marx’; deve farci sapere su quale (…) Marx cade la sua scelta» (Prestipino). Detto altrimenti, essa dovrebbe saper indicare quale sia quello più efficace e attuale per i nostri tempi. Per ragioni di spazio, mi limiterò a suggerire soltanto due Marx.

Innanzitutto, quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che, per primo, ne ha intuito e analizzato lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, rovistandone i meandri, ha descritto la società borghese. Rinunciare a questo patrimonio – si badi, sempre più rivisitato da parte liberale –, significherebbe smarrire l’orientamento per intendere la realtà odierna e deporre le armi per trasformarla. La riappropriazione dell’indagine e del metodo di Marx fornisce, infatti, gli strumenti critici per contrastare, con fondatezza, l’ideologia dominante. Mostra il carattere antistorico dell’artefatta rappresentazione della naturalità e immutabilità del sistema capitalistico. Permette di opporsi ai proclami che osannano il dominio del mercato e ne diffondono il falso mito di efficienza e di migliore dei mondi realizzabili. Consente di avversare il mantra che ostenta, ossessivamente, l’assenza di alternative agli assetti economici, sociali e politici neoliberali.

L’altro Marx, di cui oggi si avverte la mancanza, è quello teorico del socialismo. L’autore che concepiva il socialismo come processo di autoemancipazione della classe operaia, «il grande scopo al quale ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo». Il militante che ripudiava totalmente l’idea di «Socialismo di Stato», al tempo già propugnata da Rodbertus e Lassalle. Lo studioso che intendeva il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società. Il rivoluzionario che, anche quando lottò per ottenere riforme politiche e sociali, mai s’illuse circa la natura incontrovertibilmente antagonistica e ingiusta del capitalismo. Il caustico scrittore che irriderebbe gli ossimori, così tanto alla moda, quali banca etica, impresa cooperativa o commercio equo e solidale.

A prima vista questi due Marx possono sembrare disgiunti: il primo principalmente teorico, il secondo fondamentalmente politico. In realtà, la loro compenetrazione è non solo plausibile, ma contribuirebbe a risolvere il finto dualismo tra teoria e prassi, di cui si è molto discusso, e costituirebbe uno strumento imprescindibile affinché la sinistra si interroghi criticamente lungo il cammino delle sfide che l’attendono.

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Vincenzo Moretti, La Stampa

Studiare Marx. Quello vero!

Si può ritenere Karl Marx “un autore misconosciuto, vittima di una reiterata incomprensione”?

Secondo Marcello Musto, curatore di un interessantissimo, rigoroso, per taluni versi sorprendente, volume (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Pagg. 392, Euro 30,00), sicuramente sì.

A suo avviso Marx è stato tale “nel periodo durante il quale il marxismo era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi”, e le cause principali di tale paradosso sono “il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture”.Perché vi raccontiamo tutto questo?

Perché la questione è di quelle destinate a lasciare il segno. Nella storia e nel futuro del pensiero socialista. Nella conoscenza di questo filosofo, economista, storico, saggista, editorialista, che ha avuto, nel bene e nel male, un’importanza straordinaria nella storia del mondo contemporaneo. E nella testa e nel cuore di chi legge il libro.Perché negarlo?

Si prova un certo sconcerto quando, fin dall’introduzione, ci si trova di fronte ad affermazioni, convincimenti, demarcazioni, del giovane e bravissimo curatore, che in maniera tanto netta evidenzia gli abusi e i sorpresi perpetrati ai danni del grande vecchio di Treviri; quando si vede minacciato l’impegno e la passione con il quale ci si è misurati con il suo pensiero; quando ci si ritrova a pensare che tutti quei libri così gelosamente custoditi, salvati dal riflusso, dal reaganismo, dall’ironia e dalla critica roditrice dei figli (che sa essere persino più feroce di quella dei topi), sono in buona sostanza dei falsi.
Eppure mano a mano che si procede nella lettura, lo sconcerto lascia il posto alla scoperta, alla voglia di ricominciare, alla speranza che quello che anche i più ottimisti hanno ritenuto un pensiero straordinariamente nobile ma altrettanto datato e male applicato, possa tornare ad essere attuale, possa tornare a essere utile per l’oggi e per il domani.

Sta qui a nostro avviso il valore straordinario di questo volume, che si articola in quattro sezioni che raccolgono i saggi presentati nel corso di una conferenza internazionale svoltasi a Napoli nella primavera del 2004.

La prima sezione, per chi scrive quella più appassionante, è dedicata alla nuova edizione storico – critica della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA 2, 114 i volumi previsti, quasi la metà quelli già pronti, diretta dalla Internazionale Marx – Engels – Stiftung, pubblicata dalla Berlin -Brandenburgische Akademie der Wissenschaften), con interventi e saggi, tra gli altri, di Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura.

La seconda sezione si sviluppa intorno al pensiero del Marx giovane, dalla dissertazione di laurea alla critica della politica, e propone tra gli altri interventi di Giuseppe Cacciatore, Marcello Musto, Stathis Kouvélakis.

La terza sezione analizza quella che molti hanno considerato l’opera più importante di Marx, Il Capitale, con interventi tra gli altri di Roberto Finelli, Geert Reuten, Christopher J. Arthur. La quarta sezione propone infine le ragioni e i caratteri dell’attualità del pensiero marxiano, e presenta tra gli altri contributi di André Tosel, Domenico Losurdo, Alex Callinicos. Cosa aggiungere ancora?

Che la lettura, per quanto impegnativa, risulta sempre non solo interessante ma anche scorrevole e ricca di sorprese. Sapete ad esempio che attraverso la banca dati elettronica dell’Università Tohoku, è possibile visionare le prime edizioni di alcune delle più importanti opere di Marx con note e dediche scritte a mano dall’autore? O che Marx e Engels sono stati per lungo tempo editorialisti del New York Tribune, al tempo il più importante quotidiano del mondo?

E che “Sulle tracce di un fantasma” è un libro da non perdere, soprattutto per chi ritiene che la possibilità di “un nuovo accesso post-ideologico all’opera e al pensiero di Marx”, e dunque di una sua nuova modernità e attualità, possa mostrarsi ancora oggi una prospettiva utile, realistica, credibile, concreta nelle quotidiane fatiche per la conquista di un mondo almeno un po’ più eguale e meno ingiusto. Buona lettura.

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Lidia Cirillo, Erre

Per una nuova esplorazione di Marx

Vi ricordate la “crisi del marxismo”? Dalle nostre parti politiche si reagì con rituali esorcistici ( o con quelli che allora potevano apparire tali) sull’attualità ontologica di Marx, a testimonianza più dell’irriducibilità della nostra passione che della nostra lucidità intellettuale.

Eppure la crisi c’è stata, sconvolgente e profonda. Ora che con evidenza appare che il morto non è morto, anche per persone più di noi esposte al disinganno, se ne potrebbe misurare senza angoscia la profondità.

Non che gli avversari ideologici di Marx abbiano detto cose di chissà quale disarmante acutezza. Popper, Bertrand-Levy, Fukuyama o Furet, malgrado le notevoli differenze di valore tra l’uno e l’altro, hanno avuto in comune l’arroganza e la misconoscenza delle idee che sottoponevano a critica. Unica eccezione (o quasi) Lucio Colletti che conosceva bene le cose di cui scriveva e che meritatamente ha rappresentato un punto di riferimento per la cultura italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta. Ma anche di Colletti si può legittimamente dubitare che sia diventato l’antesignano dell’ondata liberale antimarxista solo a causa del fallimento del suo tentativo di piegare l’opera di Marx a un progetto scientista.

La crisi del marxismo ha avuto origine da una serie di fatti e di eventi, di verifiche e di confronti con il mondo reale, che hanno avuto l’effetto di deprestiger il complesso contraddittorio dei discorsi che hanno fatto riferimento a Marx e a Engels. C’è stato un momento della storia recente in cui è sembrato che l’opera di Marx e i marxismi del Novecento, nella migliore delle ipotesi, spiegassero poco. Come e quando la “crisi del marxismo” è stata superata ? In realtà non è stata superata affatto, soprattutto dal punto di vista che più conta, cioè quello del rapporto tra marxismo e politica. E se è vero, come sostiene Maria Turchetto nella serie delle interviste al Manifesto, pubblicate negli ultimi giorni di marzo, che c’è qualcosa di simile a una Marx-renaissance , è anche vero che per ora resta a livello accademico, al margine della sinistra e fuori dalle preoccupazioni reali della sinistra. Si può dire però che non solo il punto più basso della crisi è superato, ma che correnti ascensionali della storia riportano su rapidamente Karl Marx e il suo prestigio. Sollecitano discussioni su Marx, a partire da Marx o nel solco del pensiero di Marx.

Anche nel caso della ripresa, come in quello della crisi e del crollo, determinanti sono state le verifiche storiche. Prima di tutto una ripresa delle lotte nell’Europa occidentale della durata di ormai dieci anni, dalle mobilitazioni in Francia nell’autunno-inverno 1995 alle recenti lotte contro il contratto di primo impiego, ancora una volta in Francia. In secondo luogo la prova di sé del liberalismo con le sue illusioni di benessere, superamento dei conflitti e laicità, che ha consentito di decostruire i decostruttori. O, per dirla in altri termini, di vedere il re nudo.

Il Libro Di Marcello Musto

La ripresa della discussione ha potuto usufruire in Italia di un utile testo ( Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, manifestolibri,2005 ) ristampato e di nuovo nelle librerie dal mese di giugno.

Nel volume sono raccolte le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale che ha avuto luogo a Napoli dal 1 al 3 aprile 2004. Promossi dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, dall’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, dall’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, dall’Università degli Studi di Bari e patrocinati dalla Regione Campania e dal Comune e dalla Provincia di Napoli, i lavori sono stati articolati in cinque sessioni. Il testo contiene le relazioni proposte in quattro di esse, a ciascuna delle quali ha dedicata una sezione. Obiettivo della conferenza contribuire al risveglio di interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scrittie illustrando la ripresa della pubblicazione di MEGA, la Marx Engels Gesamtausgabe.

La prima sezione – MEGA: la nuova edizione storico critica delle opere complete – mi sembra la più interessante, perché dell’incompiutezza e della frammentarietà del lavoro di ricerca di Marx offre una più adeguata misura, apre uno scorcio di visuale sul rapporto tra teoria e vicende drammatiche del Novecento e spiega i criteri editoriali con cui Marx viene restituito a se stesso. Non a caso proprio su questa sezione è giunta fino a noi l’eco di qualche lontana polemica.

Nell’introduzione Marcello Musto ricorda che i lavori pubblicati da Marx furono davvero pochi, se comparati all’imponente mole delle ricerche svolte, caratterizzate spesso dall’incompiutezza. “Il metodo oltremodo rigoroso – scrive Musto – e l’autocritica più spietata, che determinano l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria e il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; e infine la gravosa consapevolezza acquisita con la piena maturità delle difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze.”

Dopo la morte dell’amico Engels si dedicò a un’impresa di pubblicazione difficilissima per la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia con l’obiettivo di realizzare un’opera organica e il più possibile compiuta. In un saggio della prima sezione “Classici incompiuti. Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali” Gerald Hubmann spiega che tra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo ai classici letterari e filosofici si rendeva omaggio con edizioni monumentali, che spesso gli editori assemblavano, ultimavano, riscrivevano. Alcune delle opere di Hegel sono collages di testi dello stesso Hegel, appunti di studenti diversi in periodi diversi e interventi personali dell’editore. L’opus magnum di Max Weber, Economia e società fu pubblicato dalla moglie Marianna, che prese decisioni che l’illustre consorte non aveva voluto prendere. Più tardi Johannes Winkelmann provvide alla stesura di nuovi capitoli, inserì titoli e paragrafi e aggiunse materiali risalenti ad almeno tre diverse fasi di intervento. E’ poi noto l’intervento sull’opera di Nietzsche della sorella Elisabeth; meno noto l’ultimo esempio citato, quello dell’opera principale di Burckhardt “Considerazioni sulla storia universale”, che è un collage delle sue lezioni creato dal nipote Jacob Oeri. Gli intervanti di Engels facevano quindi parte di uno stile, superato solo dai progressi fatti nel Novecento dalla teoria e dalla prassi editoriali.

E’ accaduto così – continua Musto nell’introduzione – che testi parziali e provvisori, composti in molte parti da pensieri scritti in statu nascendi siano passati da appunti preliminari a parvenze di teorie sistematiche e concluse. Forse, come afferma Hubmann, negli ultimi 110 anni ci sarebbe stato qualche problema in meno, se il Capitale fosse stato concepito non come un opus magnum compiuto, ma come il brillante compendio di una problematica dal grande potenziale analitico.

Più tardi il bisogno di ideologia del movimento operaio fece del marxismo una dottrina politica con le sue sintesi, i compendi, le strumentalizzazioni, le censure e le ortodossie. Il patrimonio originario fu quindi impoverito e volgarizzato e la Kritik si fece Weltanschaung. Musto delinea poi brevemente il percorso di snaturamento del pensiero di Marx fino al cosiddetto marxismo-leninismo, che è la formula con cui si indica l’ideologia della casta al potere in Unione Sovietica.

Non nega naturalmente che l’impoverimento è legato anche a legittime esigenze di divulgazione, ma ritiene prima di tutto che non solo di questo si tratti. In secondo luogo che la constatazione di un’esigenza obiettiva non esime comunque dal compito di liberare Marx dal suo destino di autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione.

Restituire Marx a se Stesso

Come e perché la Marx Engels Gesamtausgabe restituisca Marx a se stesso è chiarito nel primo saggio della prima sezione “Classico tra i classici. Basi filologico-editoriali, strutture e ultimi sviluppi della MEGA”di Manfred Neuhaus. Cominciata da Rjazanov la prima MEGA si basa già su criteri molto più rigorosi e su una anticipazione dell’analisi genetica che rappresenterà poi il principio di base della seconda. Accanto alla pubblicazione completa di una stesura, di norma secondo il principio della prima mano, vengono registrate anche varianti significative; i testi sono proposti in lingua originale e con le loro interpunzioni e sono eliminati gli interventi esterni; un gran lavoro viene fatto per la determinazione dei testi pubblicati anonimi e per la datazione più precisa di lettere, manoscritti ed estratti. Il nazismo e il terrore staliniano, di cui Rjazanov fu vittima, interruppero la MEGA. Il progetto venne ripreso dopo la morte di Stalin, ma ci vollero due decenni perché si potesse affermare l’idea di una seconda MEGA. Una discussione complessa e gravata dalla ragion di Stato ha ostacolato ancora a lungo l’iniziative. Materia del contendere proprio il criterio dell’analisi genetica, per cui l’obiettivo non è più di generare un testo il più possibile vicino all’intenzione dell’autore, ma documentarlo nella sua genesi dalla prima bozza all’ultima edizione.

Il complesso dei criteri esplicitati nel 1972 in un volume di prova si scontrò con il rifiuto di un certo numero di collaboratori e con l’obiezione che un’edizione storico-critica non poteva avere il compito di documentare la genesi. E fin qui si trattava di un’obiezione legittima. Meno legittimo invece il fatto che sia diventata poi decisiva l’opinione di alcuni studiosi sovietici che rivolsero al progetto l’accusa di formalismo, accademismo e pedanteria. Malgrado i riconoscimenti ricevuti dall’innovazione della logica testuale, i conflitti si sono risolti solo a partire dal 1989. Dopo qualche ulteriore peripezia, la MEGA è stata sottratta definitivamente alle preoccupazioni ideologiche e la prosecuzione dei lavori legata agli auspici di depoliticizzazione, accademizzazione e internazionalizzazione.

Non so quanto un commento sia davvero superfluo, come dovrebbe essere. Qualcosa delle vecchie polemiche si è avvertita nell’aria sotto la forma di ironia sull’illusione di poter riscoprire il Marx autentico, con una confusione tra filologia e filosofia, che l’impostazione della conferenza e l’introduzione di Musto non autorizzano. Prima di tutto l’analisi genetica, che la seconda MEGA perfeziona e articola, è un criterio consolidato nella pubblicazione di classici, in modo particolare con le caratteristiche di cantiere dai lavori sempre in corso della ricerca di Karl Marx. Tutta una storia di sistematizzazioni arbitrarie, volgarizzazioni e censure rende poi preziosi gli auspici di depoliticizzazione e accademizzazione, che sottraggono il Libro alle cernite sia di ciò che resta del clero, sia delle sette eretiche.

Restituito a se stesso dalla filologia, Marx si apre di nuovo a tutte le interpretazioni della filosofia, a ogni tentativo di risolvere problemi da lui posti e non risolti, di continuare le ricerche cominciate e non portate a termine o di “coerentizzare” le incoerenze. Anche la filologia naturalmente ha margini di interpretazione, di natura però diversa, perché non solo parte da tracce ma lascia sul terreno le tracce del lavoro di investigazione. L’introduzione del giovane Musto per altro esemplifica bene lo stato d’animo con cui nuove generazioni di intellettuali potrebbero avvicinarsi alla MEGA, con la sensazione cioè che un vasto territorio inesplorato si è aperto e che l’esplorazione rappresenta davvero una bella avventura.

La ripresa della MEGA assume le caratteristiche dell’evento nel clima attuale di riscoperta di Marx o di evidente bisogno di Marx anche da parte di chi non lo conosce, lo disconosce o lo misconosce.

Suggerisco in proposito un’attenzione particolare al saggio della quarta sezione “Rinnovamento dell’economia: dove Marx resta insostituibile.”. Michael R. Kratke accenna qui alla crisi attuale dell’economia politica e alla tendenza di molti economisti, soprattutto giovani, a voltare le spalle all’ortodossia neoclassica. Alcune iniziative testimoniano l’inquietudine e la ricerca.

Nel 2000 per esempio un gruppo di studenti di economia parigini ha dato vita a un movimento fautore di un’economia “post-autistica”. Dal settembre 2000 esiste un forum Internet chiamato Post-Autistic Economics Newsletter e gruppi di economisti post-autistici esistono oggi in diversi paesi del mondo. Costoro cercano una critica dell’economia politica dappertutto, ma non in Marx che considerano un neoricardiano. Come tutti i neoclassici egli considererebbe gli individui parti di un meccanismo, crederebbe a “leggi di natura” dell’economia che si farebbero strada con “ineluttabile necessità”. Ne deriva, secondo i nuovi critici-critici, che ogni critica radicale dell’economia politica è sempre e contemporaneamente una critica del marxismo. Kratke spiega chiaramente le ragioni dell’equivoco, non legato solo a limiti di conoscenza, ma anche alla complessità e all’incompiutezza della teoria di Marx, oltre che al gran numero di problemi da lui individuati e non risolti. E spiega poi, appunto, in che cosa Marx è ancora oggi insostituibile.

Di notevole interesse poi la seconda sezione su Marx e la critica della politica, in modo particolare i saggi dello stesso Musto, di Gianfranco Borrelli e di Stathis Kouvélakis. Non saprei dire se l’interesse personale è poi anche obiettivo. Devo ammettere che ho vissuto con una certa irritazione il ritorno nell’attuale dibattito del Marx metapolitico, postpolitico o semplicemente non politico. E non per intolleranza o mancanza di rispetto per le opinioni altrui, ma perché mi sembra che il superamento reale della crisi del marxismo abbia nella relazione tra marxismo e politica una chiave,senza la quale la porta principale per uscirne è destinata a restare comunque chiusa.

La questione dei soggetti della trasformazione come costruzioni sociopolitiche e culturali, i modi in cui nascono-agiscono-declinano dovrebbe essere al centro dell’attenzione di chi ancora desidera continuare a fare politica da marxista. Kouvélakis per esempio ripropone la sequenza delle riflessioni e delle rettifiche di Marx sulla teoria politica nei trent’anni che separano i testi pubblicati negli Annali franco-tedeschi dalla Guerra civile in Francia. Il saggio è utile a chi si trovi ancora alle prese con l’imbarazzante polemica con il brutto libro di Holloway , che sembra ignorare la svolta rappresentata per Marx dalla Comune a proposito dello Stato. Ed è utile anche al confronto con chi pensa che la trasformazione secondo Karl Marx sia, soprattutto se non esclusivamente, l’effetto di una dinamica immanente al modo di produzione capitalistico. Le riflessioni sulla Comune propongono invece un’altra logica: l’autoorganizzazione operaia deve agire come leva politica per estirpare le basi economiche si cui si fonda l’esistenza delle classi.

Naturalmente i due Marx esistono e sono entrambi veri. Il problema è quello dei limiti di dialogo tra l’uno e l’altro, in larga misura obiettivi perché fondati sulla diversità delle dimensioni di tempo e di presupposti.

Infine, il saggio che apre la terza sezione, di Roberto Finelli “La scienza del Capitale come circolo del presupposto-posto. Un confronto con il decostruzionismo”, se letto per primo (o magari solo dopo la sezione sulla MEGA) servirà come lente per vedere meglio quel che precede e che segue.

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Vicenzo Moretti, Rassegna Sindacale

Vincenzo Moretti, review of Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Rassegna Sindacale, 2006.

Si può ritenere Karl Marx “un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione”? A leggere l’introduzione di Marcello Musto, curatore di questo interessante, rigoroso, sorprendente, volume, sì.

A suo avviso Marx è stato tale “nel periodo durante il quale il marxismo era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi”, e le cause principali di tale paradosso sono “il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture”.

La questione è di quelle destinate a lasciare il segno. Nella storia e nel futuro del pensiero socialista. Nella conoscenza di questo straordinario filosofo, economista, storico, saggista, editorialista. Nella testa e nel cuore di chi legge il libro.

Non si può negare un certo sconcerto di fronte ad affermazioni, convincimenti, demarcazioni, del giovane e bravissimo curatore, che in maniera tanto netta evidenzia gli abusi e i sorpresi perpetrati ai danni del grande vecchio di Treviri; quando si vede minacciato l’impegno e la passione con il quale ci si è misurati con il suo pensiero; quando ci si ritrova a pensare che tutti quei libri così gelosamente custoditi, salvati dal riflusso, dal reaganismo, dal craxismo, dal berlusconismo, dalla critica roditrice dei figli (che sa essere più feroce di quella dei topi), sono in buona sostanza dei falsi.

Eppure mano a mano che si procede nella lettura, lo sconcerto lascia il posto alla scoperta, alla voglia di ricominciare, alla speranza che quello che anche i più ottimisti hanno ritenuto un pensiero straordinariamente nobile ma altrettanto datato e male applicato, possa tornare a essere attuale, a essere utile per l’oggi e per il domani.

Sta qui a nostro avviso il valore straordinario di questo volume, che si articola in quattro sezioni che raccolgono i saggi presentati nel corso di una conferenza internazionale svoltasi a Napoli nella primavera del 2004.

La prima sezione, per chi scrive quella più appassionante, è dedicata alla nuova edizione storico – critica della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2, 114 i volumi previsti, quasi la metà quelli già pronti, diretta dalla Internazionale Marx – Engels – Stiftung, pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften), con interventi e saggi, tra gli altri, di Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura.

La seconda sezione si sviluppa intorno al pensiero del Marx giovane, dalla dissertazione di laurea alla critica della politica, e propone tra gli altri interventi di Giuseppe Cacciatore, Marcello Musto, Stathis Kouvélakis.

La terza sezione analizza quella che molti hanno considerato l’opera più importante di Marx, Il Capitale, con interventi tra gli altri di Roberto Finelli, Geert Reuten, Christopher J. Arthur.

La quarta sezione propone infine le ragioni e i caratteri dell’attualità del pensiero marxiano, e presenta tra gli altri contributi di André Tosel, Domenico Losurdo, Alex Callinicos.

La lettura, per quanto impegnativa, risulta sempre non solo interessante ma anche scorrevole e ricca di sorprese. Sapete ad esempio che attraverso la banca dati elettronica dell’Università Tohoku, è possibile visionare le prime edizioni di alcune delle più importanti opere di Marx con note e dediche scritte a mano dall’autore? O che Marx e Engels sono stati per lungo tempo editorialisti del New York Tribune, al tempo il più importante quotidiano del mondo?

Sulle tracce di un fantasma è insomma un libro da non perdere, soprattutto per chi ritiene che la possibilità di “un nuovo accesso post-ideologico all’opera e al pensiero di Marx”, e dunque di una sua nuova modernità e attualità, possa mostrarsi ancora oggi una prospettiva utile, realistica, credibile, concreta nelle quotidiane fatiche per la conquista di un mondo almeno un po’ più eguale e meno ingiusto.

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Carla Fabiani, Recensioni filosofiche

«D’altra parte, come diceva Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla» Livio Sichirollo.

È in libreria il volume che raccoglie le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, svoltasi a Napoli dal 1 al 3 aprile del 2004.

I contributi ivi contenuti di diversi e illustri autori, nazionali e internazionali, hanno innanzitutto l’obiettivo di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scritti e illustrare la ripresa della pubblicazione della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2).

Insieme a ciò, restituire alla ricerca contemporanea un autore, – misconosciuto, volgarizzato, soprattutto poco letto anche dai marxisti – da considerare ormai un classico; tuttavia, prova ne è lo spessore tematico e critico degli interventi qui raccolti, non un classico asettico.

In altri termini, l’opera di Marx appare, pur nella sua imponente raccolta di scritti (la maggior parte pubblicati postumi) fondamentalmente incompiuta.
Sistemare l’opera di Marx, oggi, vuol dire innanzitutto interpretarne la lettera del testo (e quindi fare un lavoro filologico attento a distinguere, per es., in Das Kapital, ciò che è di Marx e ciò che è di Engels), vuol dire contestualizzare non solo il suo pensiero, ma proprio i suoi scritti, uno ad uno, sganciandolo così, definitivamente, da un’epoca, quella del socialismo reale, che, oltre che ormai passata, in effetti non sembra proprio appartenergli; non aiutandoci nemmeno a capire la complessità teorica del suo pensiero.

Ma, esiste un pensiero di Marx? Per questo autore, più che per altri, bisogna affermare – questo è l’indirizzo di ricerca inaugurato da questa raccolta – che il suo pensiero è inchiodato, per così dire, al testo scritto.
Leggere Marx, oggi, vuol dire perciò affrontare con pazienza i suoi testi, senza pretendere di ricavarne un sistema compiuto, una linea di sviluppo predeterminata (comprese le rotture epistemologiche del suo percorso; Marx giovane/Marx maturo; Marx comunista/Marx critico dell’economia, ecc.), o addirittura una Weltanschauung, un’indicazione per il futuro dell’umanità; piuttosto, dobbiamo riconoscergli il lavoro di critica radicale del suo presente. Kritik, d’altronde, è il termine che ritorna più di frequente nei titoli dei suoi scritti.

Eppure, dicevamo, Marx non è un classico asettico: “Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialisti meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.” (dall’Introduzione, p.24).

La filologia, ancella insostituibile del lavoro del filosofo, qui prende in mano l’arma e, inaspettatamente, rovescia il campo: l’immersione nel testo di Marx non ci distoglie dalla nostra Gegenwart. Al contrario, la complessità del testo si adatta, quasi combaciando, alla complessità dell’età presente; sia per ciò che riguarda il giovane Marx, quello della critica a Hegel e poi dell’Ideologia tedesca, sia il Marx maturo, quello del Capitale, della critica dell’economia politica. Bisogna tuttavia fare attenzione a ciò: non si tratta dell’attribuzione di capacità profetiche all’autore, al suo pensiero o alle sue teorie. Qui si fa astrazione dalla soggettività dell’autore (la sua biografia, le sue intenzioni politiche, la sua personalità, ecc.) e si guarda esclusivamente all’oggetto, al testo scritto. È uno sforzo interpretativo e di lettura, una fatica del concetto, che, per es., con Aristotele viene quasi spontaneo esercitare. Con Marx, tutto questo finora non è accaduto (le ragioni potranno essere abbondantemente indagate, ma in altra sede).

Allora, vediamo meglio alcuni degli interventi, capaci, a nostro avviso, di gettare luce su questa sorta di insolito potere di adattamento del testo al contesto. Ne consideriamo solo tre, a fronte di un totale di ben 24 saggi, con note bibliografiche e riferimenti testuali all’opera marxiana.

Non prima, però, di aver richiamato l’attenzione del lettore sullo stile modernissimo del linguaggio marxiano, citando un passo tratto dal Discorso per l’anniversario del «People’s Paper» 1856 (nel Prologo, a p.11): «C’è un grande fatto caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessun partito osa negare. Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall’altro esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori registrati durante l’ultimo periodo dell’impero romano. Ai nostri giorni, ogni cosa appare gravida del suo contrario. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e rendere più fruttuoso il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Le nuove sorgenti della ricchezza sono trasformate, da uno strano e misterioso incantesimo, in sorgenti di miseria. […] gli operai […] sono l’invenzione dell’epoca moderna quanto lo sono le macchine stesse. Nei segni che confondono la classe media, l’aristocrazia ed i miseri profeti del regresso, riconosciamo il nostro vecchio amico Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare la terra tanto rapidamente, il valoroso pioniere – la rivoluzione.»

È da segnalare innanzitutto il saggio di G. Hubmann – Classici incompiuti. Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali (pp.59-69) – perché descrive in sintesi e con efficacia l’attento lavoro decostruzionista (“philologic turn”) operato dalla rinnovata edizione dei testi di Marx. Citiamo due esempi: 1) l’ Ideologia tedesca non sarà pubblicata come opera compiuta, come invece finora è stato fatto, da cui consegue l’inaggirabile difficoltà di rintracciare in essa l’esposizione del cosiddetto materialismo storico, che la tradizione ha invece consacrato a teoria, ma che addirittura lo stesso Marx avrebbe di suo pugno limitato nella sua valenza esplicativa (vd. p. 64); 2) anche con Il capitale le cose cambiano in sostanza, poiché i reperti filologici utilizzati per la pubblicazione MEGA2 hanno permesso di individuare frammenti residui, che ne attestano una prima e differente stesura. Più che di una decostruzione, qui si tratta di una rivoluzione copernicana: bisognerà almeno prenderne atto.

«Non è detto, però, che l’intervento filologico sull’opera di Marx debba essere solo di natura decostruttiva […]» (p.62). Vengono pubblicati, infatti, oltre 200 articoli di Marx ed Engels scritti per il «New York Tribune» nel 1855, tra cui 21 nuovi lavori di cui finora non era stata riscontrata la paternità artistica; inoltre, la quarta sezione della MEGA2 , con i suoi 32 volumi, contiene materiale finora inedito. Pensiamo a quanto dell’attività giornalistica di Marx – dagli articoli sulle guerre dell’oppio in Cina a quelli su Napoleone III in Francia e le vicende del Credit Mobilier, l’intreccio politica-affari, diremmo oggi – sia presente nell’edizione corrente del III libro del Capitale (soprattutto nella IV e nella V sezione: a proposito del capitale commerciale, del credito, del capitale finanziario, il capitale produttivo d’interesse, ecc.); pensiamo perciò a quanto sia importante il controllo filologico comparato degli articoli e del Capitale.

Tutto ciò getta luce nuova sul modo di studiare “interdisciplinare, senza limiti di carattere economico” proprio di Marx: un lettore instancabile, che annotava e registrava (quasi) maniacalmente tutto quello che veniva rielaborando dalle sue letture.

Dulcis in fundo: il feticismo non è una metafora. Almeno non è utilizzato metaforicamente da Marx, a proposito del carattere di feticcio della merce e il suo arcano, ma è nozione che risulta da studi storico-religiosi condotti particolarmente su De Brosses (Über den Dienst der Fetischgötter). Parimenti, per “formazione sociale” dobbiamo rifarci alla geognosia, ovvero al concetto di formazione geologica in quanto “divenire della terra come un processo, come un’auto-creazione” (vd. p. 65). Tutto questo emerge con certezza dagli studi-appunti marxiani di geologia, oltre che dalla lettera a Vera Sassulitsch del 1881. Torna alla mente l’espressione “era capitalistica”, assai ricorrente nel Capitale, e che viene ad assumere ora il significato che le spetta: analoga a un’era geologica. Ma, insieme a ciò, abbondano gli studi di chimica, di fisiologia, ecc., tanto che si possono avanzare diverse e nuove ipotesi sull’effettivo uso marxiano di un solo paradigma metodologico.

Allora, è il caso di sottolineare, insieme a Hubmann, che la lettura di un classico non può avvenire all’insegna dell’ingenuità che si affida esclusivamente all’impatto comunicativo del testo. Leggere un testo classico è un lavoro che, avvalendosi della fatica filologica, deve avere tutta la pazienza di riconoscere l’orizzonte problematico che il testo può eventualmente aprire.

Indichiamo allora due possibili aperture o due possibili problemi aperti da Marx e approfonditi nella presente raccolta.

Il tema della democrazia è affrontato nelle pagine de Il Marx «democratico», di G. Cacciatore (pp.145-160).

Nel 1843 il giovane Marx redige uno scritto di critica al diritto pubblico hegeliano. Commenta analiticamente i §§261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel.

Lasciando qui da parte le pur rilevanti questioni teoretiche del confronto Marx/Hegel, che cosa emerge di rilevante dal punto di vista politico in questo scritto, secondo la lettura di Cacciatore?

Da una parte Marx riconosce allo Stato moderno hegeliano la funzione (insostituibile) di connettere gli interessi particolari espressi in sede di società civile, e di connetterli effettivamente restituendo ad essi un luogo di comune realizzazione, che è l’interesse universale o del popolo, tramite la rappresentanza cetuale nell’assemblea legislativa e l’Io voglio del monarca; dall’altra, però, di rendere tendenzialmente autonomo il momento dell’universale dal particolare (la figura del monarca ereditario in cui solo risiede il potere sovrano; oppure la premoderna rappresentanza cetuale). In altri termini, lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe di astrazione, ossia, in ultima analisi, di mancata rappresentanza (oltreché concreta rappresentazione) della realtà che lo istituisce. «Ciò che tuttavia emerge dai testi finora esaminati è un riferimento indiretto all’idea di democrazia che appare, per così dire, in filigrana rispetto ad una generale visione dello Stato come luogo di composizione e universalizzazione degli interessi particolari della società civile. È solo a partire dalla Kritik des Hegelschen Staatsrechts […] che Marx affronta direttamente il problema della democrazia. […] In questi testi marxiani è possibile individuare quel concetto ampio e universale di democrazia che è stato utilizzato proprio in non pochi segmenti della filosofia e dell’ideologia politica della sinistra post-marxista in una dimensione critica nei confronti di alcuni esiti teorici e storici del comunismo […] Marx, quando individua nella democrazia una reale possibilità di fusione tra la forma e il contenuto della costituzione politica pone un problema che […] è apparso e appare ancora oggi il vero nucleo problematico della democrazia, cioè l’inaggirabile rapporto tra la forma regolativa e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza.» (p. 147 e ss.) “Rendere plausibile la democrazia”, è di questo che le pagine marxiane, seppure in filigrana, stanno parlando. La democrazia «ampia e universale, quella piena realizzazione dei diritti umani (politici e sociali) capace ogni volta di fissare regole e procedure condivise per l’edificazione di un nuovo “contratto sociale” di cittadinanza e di civiltà, di emancipazione e di uguaglianza.» (p.157).

La critica all’astrattezza dello Stato moderno hegeliano, raffigura perciò, evidentemente, la matrice teorica di ogni possibile critica ai limiti interni al modello democratico-formale. Compreso il nostro, of course.

Con La scienza del Capitale come «circolo del presupposto-posto». Un confronto con il decostruzionismo di R. Finelli (pp.211-223), entriamo nelle pagine del Capitale di Marx, non considerandolo tuttavia un testo economicistico, ma di critica dell’epistemologia operante nelle maglie dell’economia politica classica del tempo e, ancor più, nelle maglie della filosofia dominante il nostro tempo. «Nell’ambito della filosofia continentale europea oggi svolge funzioni egemoniche il “decostruzionismo”, il quale, com’è noto, critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità […] Appare evidente che gli studi e la ricerca su Marx non possono non confrontarsi con questo vertice egemonico di riduzione della realtà a linguaggio […] La mia esposizione è articolata in quattro tesi.» (p.211).

Nella prima tesi Finelli indaga la logica interna alla critica dell’economia politica in Das Kapital; la logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana. Secondo tale logica, in sintesi, i processi di identificazione del soggetto con se stesso (il Geist, lo spirito), attraversano, contestualmente, un cammino duplice: di costruzione attraverso decostruzione del proprio Io. L’identità Io=Io è da porre come mero presupposto ossia da decostruire in quanto mero presupposto, attraverso una «pratica d’interiorizzazione, di un processo che dall’esterno va all’interno […]» (p.212) L’identificazione di sé con sé presuppone l’identità (l’IO), ma, per così dire, solo virtualmente (in sé); l’effettiva identificazione avviene su di un piano pratico, in cui la prima identità (quella virtuale) può andare anche a fondo.

La seconda tesi di Finelli concerne la nozione di astrazione reale. «La mia tesi è cioè che il Capitale di Marx è costruito sul modello del passaggio hegeliano dall’in sé al per sé, del passaggio cioè di un’astrazione, come quella del lavoro astratto, dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ’57, “praticamente vera”; ad un’astrazione cioè che non attiene più all’ambito della logica o delle ipotesi investigative della conoscenza ma a quello assai diverso della prassi, ossia della concreta attività posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza lavoro sussunta, non in modo formale ma in modo reale, sotto il capitale.» (p.213)

La terza tesi mostra la profonda differenza, nonostante la profonda analogia, che intercorre fra la logica hegeliana e quella marxiana. In sostanza, «L’astrazione intellettualistica di Hegel è dunque cosa assai diversa dall’astrazione pratico-lavorativa di Marx. […] per Marx la connessione tra mondo dell’astratto e mondo del concreto si realizza, proprio perché il vettore di quel movimento è la caratteristica di un lavoro, generalizzato e di massa, che produce oggetti, merci, servizi concreti proprio attraverso la sua natura paradossale di lavoro astratto.» (p.218) L’astratto hegeliano non riesce ad attraversare, come invece riesce in Marx, il piano della pura e trasparente teoresi, in cui rimane in sostanza imprigionato, nonostante la forza dialettica del negativo.

In fine, la quarta tesi si occupa direttamente del postmoderno come svuotamento del concreto. «Così il postmoderno va interpretato […] come inveramento del moderno, nel senso di costituire il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta. […] La giusta definizione di Frederic Jameson del postmoderno come la “logica culturale del tardo capitalismo” va dunque integrata con la messa in verità della teoria marxiana dell’astrazione reale» (p.222). Il lavoro astratto è inteso perciò come principio (presupposto) di un modo di produzione e riproduzione sociale che, solo alla fine del processo (posto), appare praticamente ‘destrutturato’ nella sua valenza qualitativa, svuotato di qualità, di relazione e di nessi intersoggettivi.

Allora, in conclusione, vediamo come la lettura dei testi di Marx possa, ancora oggi e forse proprio oggi, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico: libertà di leggere e interpretare il testo in modo filologicamente corretto, senza che ciò impedisca ma anzi contribuisca a far emergere la complessità del contesto in cui il testo è inserito, insieme alla complessità del contesto in cui è a sua volta inserita la nostra impegnata e impegnativa lettura.

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Tonino Bucci, Liberazione

MARX SENZA PARTITI NEL MONDO

Se c’è stato un autore contemporaneo il cui pensiero sia stato studiato, interrogato, rielaborato di pari passo con le vicende storiche, questo risponde al nome di Marx.

Negli oltre cento anni che ci separano dalla sua morte le opere del filosofo tedesco non sono state semplicemente oggetto di studio accademico.

Non che nella storia del marxismo siano mancati dissidi intorno a oggetti teorici – in apparenza – evanescenti.

Eppure mai è accaduto che le sottigliezze dialettiche rimanessero confinate nelle aule universitarie e non proiettassero le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa.

La storia del marxismo testimonia una singolare commistione tra teoria e pratica, favorita dalla nascita di un movimento operaio organizzato e di partiti politici che, ancor prima della morte di Marx, si richiamavano esplicitamente alle sue analisi.

Gli scritti marxiani sono stati continuo oggetto di rivisitazione, scandagliati negli angoli più reconditi per trovare, di volta in volta, le risposte alle sollecitazioni poste dalla storia.

Lo stesso corpo teorico del marxismo si è arricchito, strada facendo, delle sedimentazioni successive.

La ricezione degli scritti marxiani è avvenuta nel fuoco degli eventi tormentati del Novecento e non c’è idea di Marx che non abbia dovuto fare i conti con le sfide della storia.

Ma cosa è accaduto dopo il crollo dell’Urss e di gran parte dei paesi dell’ex blocco socialista, dopo il ridimensionamento drastico di tanti partiti comunisti e del movimento operaio nel suo complesso? Quale Marx è rimasto in dotazione alla nostra epoca e ai – non molti – marxisti ancora in circolazione? “Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere”.

La divulgazione e la promiscuità con la politica non avrebbe granché giovato alle sorti dell’opera marxiana, secondo questo profilo tracciato nel volume apparso di recente con il titolo Sulle tracce di un fantasma.

L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, a cura di Marcello Musto, pp. 392, euro 30,00) che raccoglie gli atti di un omonimo convegno napoletano dello scorso anno, con scritti – tra gli altri – di Domenico Jervolino, Enrique Dussel, Domenico Losurdo e Giuseppe Cacciatore.

Cessata l’ingerenza della politica, la comunità dei marxisti si trova oggi davanti al progetto della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la cosiddetta Mega2 – della quale riferiscono Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura e Malcom Sylvers.

La sconfitta epocale del movimento operaio si tramuterebbe, per incanto, in una fortuna.

“Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni” – scrive Marcello Musto nell’introduzione – l’opera di Marx riemerge nella sua “originale incompiutezza”, “riconsegnata ai liberi campi del sapere”.

Non che la cosa abbia a che fare con il rigore scientifico che sostiene il progetto editoriale della Mega2, ma il nostro tempo sembra in qualche modo succube della suggestione del ritorno a un presunto Marx originario, a un incontaminato grado zero depurato da tutte le incrostazioni della storia successiva – che sarebbe poi il Novecento.

Quel che continua a essere insegnato e studiato nelle aule universitarie – poche a dire la verità – è un Marx senza partiti, un corpo di teorie incompiute di cui si può dissertare senza che nessun partito, nessun soggetto collettivo abbia ad averne conseguenze nei destini futuri e nella pratica.

Anche quando prevale l’assillo dell’azione, il desiderio di trasformare il mondo e i rapporti sociali, le letture dell’opera marxiana mettono l’accento sulla tensione etica degli scritti giovanili piuttosto che, ad esempio, sulle teorie politiche del partito e dell’organizzazione del Marx del Manifesto.

Semmai c’è la tendenza a sottolineare la crisi di qualsiasi soggetto forte e monolitico – della “metafisica del soggetto produttore”, secondo l’espressione di André Tosel.

Qual è, al livello teorico, il marxismo espresso dalla nostra epoca? – si chiede Roberto Finelli.

La II e III Internazionale hanno avuto per riferimento il “marxismo della contraddizione”, quella tra forze produttive e rapporti di produzione.

Nel dopoguerra è subentrato il “marxismo dell’alienazione” basato sulla teoria antropologica dell’uomo rovesciato nei prodotti del lavoro alienato.

Alla nostra epoca spetterebbe, invece, un “marxismo dell’astratto” che renda conto di come, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani.

Cose e uomini sopravvivono in superficie, ma tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa.

Ma quel che rischia di scomparire dalla scena di un capitale astratto e senza volto è, appunto, la storia, la politica, i partiti, l’iniziativa e la resistenza delle classi subalterne.

Degli uomini in carne e ossa.

Tonino Bucci