Angelo D’Orsi, La Stampa
Il ritorno di Karl Marx
Pochi pensatori hanno scosso il mondo come Karl Marx, ma, paradossalmente, ancora oggi Marx rimane un autore «misconosciuto» e privo di un’edizione integrale e scientifica delle sue opere.
E’ per questo che l’ottimo e corposo volume, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto (Manifestolibri 2005, pp. 392, € 30), costituisce uno dei più interessanti e importati contributi alla riscoperta e all’interpretazione dell’opera di Marx.
Il libro raccoglie gli interventi presentati all’omonima conferenza internazionale, promossa da un ampio arco di università e svoltasi a Napoli, dal 1 al 3 aprile 2004. Si divide in quattro sezioni (La nuova edizione delle opere complete (MEGA²); Il giovane Marx; Il capitale; Un oggi per Marx) e presenta saggi di alcuni tra i più importanti studiosi internazionali del pensiero di Marx (tra gli altri Enrique Dussel, Jacques Bidet, Fritz Wolfgang Haug, Gian Mario Bravo).
L’introduzione di Musto costituisce un buon punto di partenza, per comprendere il nesso tra la questione filologica e quella filosofica. L’edizione delle opere complete di Marx ed Engels è cominciata nel 1975 ed interrotta nel 1989. L’anno successivo è nata l’IMES (Fondazione Internazionale Marx Engels) con lo scopo di completare la pubblicazione (su 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 52). La difficoltà del lavoro (che si svolge attraverso gruppi di ricerca delle università di Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, Usa e Danimarca), nonché i risultati raggiunti, sono ben esposti dagli interventi di Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², Gerald Hubmann, collaboratore della MEGA², e Malcolm Sylvers. La gran mole di manoscritti, estratti, annotazioni, lettere (15.000 quelle ritrovate) da il senso della complessità di una lavoro filologico che, portato a compimento, può restituire un Marx privo dei soffocamenti e delle manipolazioni testuali che hanno violato il senso e lo spirito del suo lavoro. E a testimonianza che il risveglio di interesse per l’opera del Moro non ha confini, si può leggere l’intervento del giapponese Izumi Omura, che tratta la digitalizzazione dei manoscritti di Marx, o quelli di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone e in Cina.
Ma la parte filologica è strettamente connessa alle analisi delle opere giovanili e a quella del Capitale, ovvero la seconda e la terza sezione del volume. L’attenzione al giovane Marx è soprattutto rivolta ai primi scritti politici (Giuseppe Cacciatore) e ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Mario Cingoli, Musto); l’analisi del Capitale, che contiene i principali contributi teorici del libro, dedica molto spazio al rapporto tra Marx ed Hegel (Cristopher Arthur, Roberto Finelli, Dussel), alla sostanza e alla forma del valore della merce (Geert Reuten), al processo di costruzione del testo marxiano (Haug), alla struttura della società capitalistica (Bidet).
Un volume ricco, che non rende possibile dare conto di tutti gli interventi che ospita (ben 25) e che, evitando il difetto che spesso presentano i lavori collettivi, ha non solo un preciso filo conduttore, ma una forte identità narrativa. C’è la sensazione che questa nuova riscoperta dell’immenso lavoro di Marx, in senso fisico prima che teorico, getti una luce inaspettata su un autore più citato che studiato. Merito di questo libro è di trasmettere pienamente al lettore la consapevolezza che quello che il Novecento ha chiuso così frettolosamente si riapre.
Se la globalizzazione è, tra l’altro, la velocità con cui circolano le merci, i lavoratori, i capitali; c’è qualcuno che non desidera, nella propria cassetta degli attrezzi, un nuovo-vecchio Marx, libero da cerimonie di Stato e da piccoli tatticismi interpretativi?
I. Vicissitudini editoriali delle opere di Marx ed Engels
A dispetto dell’enorme diffusione degli scritti e dell’ampia affermazione delle loro teorie, Marx ed Engels rimangono ancora privi di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. La prima ragione di questo paradosso va ricondotta all’incompiutezza e alla frammentarietà dell’opera di Marx, della quale, escludendo gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, i lavori pubblicati furono relativamente pochi se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente o all’imponente mole di ricerche svolte. A testimoniarlo fu lo stesso Marx che, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, fu interrogato da Karl Kautsky circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte». In secondo luogo, sulla pubblicazione dei lavori dei due autori hanno influito le vicende del movimento operaio, che troppo spesso hanno ostacolato, anziché favorito, l’edizione dei loro testi.
Il primo tentativo di pubblicare tutti gli scritti di Marx ed Engels risale agli anni Venti, quando David Borisovič Rjazanov, noto studioso e conoscitore di Marx nonché direttore dell’Istituto Marx-Engels nella neonata repubblica dei Soviet, ne avviò la pubblicazione in lingua originale attraverso la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA). Tuttavia, a causa delle epurazioni dello stalinismo che s’abbatterono anche sugli studiosi dell’istituto – lo stesso Rjazanov fu destituito e condannato alla deportazione nel 1931 –, il progetto venne interrotto nel 1935 e dei 42 volumi inizialmente previsti ne furono dati alle stampe soltanto 12 (in 13 tomi). Ancora in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu pubblicata la prima edizione in russo: la Sočinenija (opere complete). Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti; ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Sočinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi).
Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) dei Marx Engels Werke (MEW). Tale edizione, però, tutt’altro che completa, era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del «marxismo-leninismo». Ciò nonostante, essa costituì la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue tra cui anche le Opere italiane, le quali non furono mai completate e apparvero solo in 32 dei 50 volumi previsti. Il progetto di una «seconda» MEGA, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito al crollo del blocco dei ‘paesi socialisti’.
Nel 1990, con lo scopo di completare l’edizione storico-critica, diversi istituti in Olanda, Germania e Russia hanno costituito la «Internationale Marx-Engels-Stiftung» (IMES). Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella quale sono stati approntati nuovi principi editoriali, e dopo il passaggio di casa editrice, dalla Dietz Verlag all’Akademie Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA². Questa impresa riveste grande importanza se si considera che una parte ragguardevole dei manoscritti, dell’imponente corrispondenza e dell’immensa mole di estratti e annotazioni che Marx era solito compilare dai testi che leggeva è ancora inedita [1]. Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi che operano in Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Olanda, Francia e Danimarca, si divide in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 52 (ben 12 dopo la ripresa del 1998), ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).
Il volume che qui si presenta [2] è l’ultimo edito. Esso include una parte del carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi. Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. In seguito alle nuove linee editoriali adottate nella MEGA², tutte le lettere seguono rigorosamente il criterio della successione cronologica e i volumi non sono più divisi, come per il passato, in due parti distinte, l’una contenente le lettere scritte da Marx ed Engels e l’altra quelle da loro ricevute.
Il testo in esame presenta la corrispondenza intercorsa tra il giugno del 1860 e il dicembre del 1861, periodo che racchiude, essenzialmente, le tortuose vicende relative alla pubblicazione de Il signor Vogt e al violento scontro che vi fu tra questi e Marx. Delle 386 lettere conservate, 133 sono di Marx ed Engels e 253 quelle da essi ricevute – tra queste ben 204 pubblicate per la prima volta. Delle prime 133, 95 sono quelle scambiate reciprocamente tra i due (73 furono scritte da Marx a Engels e 22 da Engels a Marx – dalla ricostruzione del carteggio è però emerso che almeno 17 lettere di Engels a Marx non sono state tramandate). Undici, infine, sono le lettere scritte da Ferdinand Lassalle a Marx.
II. Il Signor Vogt
Rappresentante della sinistra nell’Assemblea nazionale di Francoforte, durante il 1848-1849, Carl Vogt, esule in Svizzera dopo gli anni rivoluzionari, era, al tempo, professore di scienze naturali a Ginevra. Nella primavera del 1859, egli pubblicò il pamphlet Studien zur gegenwärtige Lage Europas, nel quale sostenne il punto di vista bonapartista in politica estera. Nel giugno dello stesso anno, apparve a Londra un volantino anonimo che denunciava gli intrighi di Vogt in favore di Napoleone III, specialmente i tentativi svolti dal primo per corrompere alcuni giornalisti affinché fornissero versioni filo-bonapartistiche degli avvenimenti politici in corso. L’accusa – che come poi si dimostrò fu opera di Karl Blind, giornalista appartenente al mondo della democrazia e scrittore tedesco emigrato a Londra – venne ripresa dal settimanale «Das Volk», al quale collaboravano anche Marx ed Engels, e dalla «Allgemeine Zeitung» di Augusta.
Ciò indusse Vogt a promuovere un’azione legale contro il quotidiano tedesco, che non poté confutare la denuncia a causa dell’anonimato nel quale Blind volle restare. Nonostante la querela fosse stata respinta, Vogt fu il vincitore morale dell’intera faccenda. Così, nel pubblicare il resoconto degli avvenimenti (Mein Prozess gegen die Allgemeine Zeitung), egli accusò Marx di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848, in particolare minacciando di rivelare i nomi di quanti non avessero provveduto a pagare il prezzo del silenzio [3].
Oltre ad avere una eco in Francia e Inghilterra, lo scritto di Vogt ebbe un significativo successo in Germania e fece un gran chiasso sui giornali liberali: «naturalmente il giubilo della stampa borghese non ha limiti» [4]. La «National-Zeitung» di Berlino ne pubblicò un riassunto in due lunghi articoli di fondo nel gennaio del 1860 e Marx, di conseguenza, querelò il quotidiano per diffamazione. Il «Supremo Tribunale Reale Prussiano», però, ne respinse l’istanza decretando che gli articoli non oltrepassavano i limiti di una critica consentita e che da essi non risultava l’intenzione di offendere. Il sarcastico commento di Marx alla sentenza fu: «Come quel turco che tagliò la testa a un greco, senza aver intenzione di fare del male» [5].
Il testo di Vogt mescolava, con abile maestria, accadimenti veri ad altri completamente inventati, così da poter fare sorgere dubbi sulla reale storia dell’emigrazione tra quanti non erano al corrente di tutti gli avvenimenti. Dunque, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a organizzare la sua difesa e fu così che, alla fine di febbraio del 1860, cominciò a raccogliere il materiale per un libro contro Vogt. Ciò avvenne utilizzando due strade. Anzitutto, egli scrisse decine di lettere ai militanti con i quali aveva avuto rapporti politici durante e dopo il 1848, al fine di ottenere da loro tutti i documenti possibili riguardanti Vogt [6]. Inoltre, per illustrare al meglio la politica dei principali Stati europei e rivelare il ruolo reazionario di Bonaparte, egli condusse vasti studi sulla storia politica e diplomatica del XVII, XVIII e XIX secolo [7].
Questa ultima parte è senza dubbio la più interessante dello scritto, nonché – insieme con quella che contiene la ricostruzione della storia della «Lega dei Comunisti» – l’unica a conservare valore per il lettore contemporaneo. Ad ogni modo, come accadeva sempre a Marx, i suoi studi aumentarono di molto le dimensioni del libro, che gli «cresceva sotto le mani» [8]. Inoltre, i tempi del suo completamento si prolungarono sempre di più. Infatti, nonostante Engels lo esortasse – «Sii dunque almeno una volta un po’ superficiale per poter uscire a tempo giusto» [9] – e scrivesse a Jenny Marx: «Noi facciamo sempre le cose più stupende, ma facciamo sempre in modo che non escano al tempo giusto, e così cadano tutte a vuoto (…) mi raccomando, di fare il possibile perché si faccia qualcosa, ma subito, per trovare l’editore e perché l’opuscolo sia finalmente pronto» [10], Marx si decise a terminarlo solo in novembre.
Egli avrebbe voluto intitolare il libro «Dâ-Dâ-Vogt» [11], per richiamare la somiglianza di vedute tra Vogt e il giornalista bonapartista arabo, a lui contemporaneo, Dâ-Dâ-Roschaid. Questi, traducendo i pamphlet bonapartisti in arabo per ordine delle autorità di Algeri, aveva definito l’imperatore Napoleone III «il sole di beneficenza, la gloria del firmamento» [12] e a Marx nulla pareva più appropriato per Vogt che l’epiteto di « Dâ-Dâ tedesco» [13]. Tuttavia, Engels lo convinse a optare per un più comprensibile Herr Vogt (Il signor Vogt).
Ulteriori problemi si manifestarono rispetto al luogo di pubblicazione del libro. Engels, in proposito, raccomandò vivamente di far uscire il libro in Germania: «Bisogna a tutti i costi evitare di stampare il tuo opuscolo a Londra (…) Abbiamo già fatto esperienza centinaia di volte con la letteratura dell’emigrazione, sempre senza nessuna riuscita, sempre denaro e lavoro buttati per niente e per di più la rabbia» [14]. Tuttavia, poiché nessun editore tedesco si rese disponibile, Marx pubblicò il libro a Londra presso l’editore Petsch e ciò fu possibile, per giunta, solo grazie a una raccolta di denaro per pagarne le spese. Engels commentò che sarebbe stato «preferibile stampare in Germania e bisognava assolutamente riuscirci (…) un editore tedesco (…) ha ben altra forza per spezzare la cospiration du silence» [15].
La confutazione delle accuse di Vogt tenne impegnato Marx per un anno intero, costringendolo a tralasciare del tutto i suoi studi economici che, secondo il contratto stilato con l’editore Duncker di Berlino, avrebbero dovuto proseguire con il seguito di Per la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859. A quanto pare, la frenesia che lo aveva pervaso durante questa vicenda contagiò anche coloro che gli erano più vicino. La moglie Jenny trovava Il signor Vogt una fonte di «piacere e diletto senza fine»; Engels affermò che l’opera era «certamente il migliore lavoro polemico che [egli avesse] scritto finora» [16]; Lassalle salutò il testo come «una cosa magistrale in tutti i sensi» [17]; Wilhelm Wolff, infine, disse: «è un capolavoro dall’inizio alla fine» [18].
In realtà, per poter essere compreso oggi in tutte i suoi riferimenti e allusioni, Il signor Vogt richiede un ampio commento. Inoltre, tutti i principali biografi di Marx sono stati unanimi nel considerare questa opera come un notevole spreco di tempo ed energie. Nel ricordare come diversi conoscenti di Marx avessero tentato di dissuaderlo dall’intraprendere questa impresa, Franz Mehring affermò come «si sarebbe tentati di desiderare che egli avesse dato ascolto a queste voci [poiché] essa ostacolò (…) la grande opera della sua vita (…) a causa del costoso dispendio di forza e tempo che inghiottì senza reale guadagno» [19].
Di analogo parere, nel 1929, Karl Vorländer scrisse: «Oggi, dopo due generazioni, si può a ragione dubitare se valesse la pena sprecare, in questa miserabile faccenda, durata quasi un anno, tanto lavoro spirituale e tante spese finanziarie per scrivere un opuscolo di 191 pagine redatto con brillante arguzia, con motti e citazioni da tutta la letteratura mondiale (Fischart, Calderon, Shakespeare, Dante, Pope, Cicerone, Boiardo, Sterne, e dalla letteratura medio-alto tedesca), nel quale egli si scagliava contro l’odiato avversario» [20]. Anche Nikolaevskij e Maenchen-Helfen biasimarono il fatto che: «Marx aveva impiegato oltre un anno a difendersi contro il tentativo di metter fine alla sua vita politica con le denunce [e che] solo verso la metà del 1861 poté riprendere la sua opera di economia» [21].
Ancora, secondo David McLellan, la polemica contro Carl Vogt «fu un chiaro esempio della singolare capacità [di Marx] di produrre una gran quantità di energie su argomenti assolutamente trascurabili e del suo talento per l’invettiva» [22]. Francis Wheen, infine, si è così interrogato: «Per rispondere alle calunnie pubblicate sulla stampa svizzera da un oscuro politico, tale Carl Vogt, era proprio necessario scrivere un libro di duecento pagine?» [23] E, continuando, notò che: «i quaderni di economia giacquero chiusi sulla sua scrivania mentre il loro proprietario si distraeva con una contesa, tanto spettacolare quanto superflua (…) una violenta replica che, sia per lunghezza sia per il tono furibondo, superava di gran lunga il libello originario a cui intendeva rispondere»[24].
Ciò che colpisce più di ogni altra cosa di questo scritto è l’uso spropositato, nelle argomentazioni di Marx, dei riferimenti letterari. Accanto agli autori già menzionati da Vorländer, sul palcoscenico di questa opera compaiono, tra gli altri, Virgilio, diversi personaggi della Bibbia nella traduzione di Lutero, Schiller, Byron, Hugo e, naturalmente, gli amatissimi Cervantes, Voltaire, Goethe, Heine e Balzac [25]. Tuttavia, queste citazioni – e, dunque, il prezioso tempo impegnato per inserirle nel testo – non rispondevano soltanto al desiderio di Marx di mostrare la superiorità della sua cultura su quella di Vogt o a quello di rendere, attraverso spunti satirici, il pamphlet più gradevole ai lettori. Esse riflettono due caratteristiche essenziali della personalità di Marx.
La prima è la grandissima importanza che egli attribuì, per tutto il corso della propria esistenza, allo stile e alla struttura delle sue opere, anche quelle minori o solo polemiche come Il signor Vogt. La mediocrità della gran parte degli scritti che, nelle sue tante battaglie, egli contrastò, la loro forma scadente, la costruzione incerta e sgrammaticata, la mancanza di logica nelle formulazioni e la presenza in essi di tanti errori suscitarono sempre grande sdegno in Marx [26]. Così, accanto al conflitto di natura teorica, egli si scagliò anche contro la intrinseca volgarità, la mancanza di qualità delle opere dei suoi contendenti e volle mostrare loro non solo la giustezza di ciò che egli scriveva, ma anche quale era il modo migliore per farlo.
La seconda impronta tipicamente marxiana, che si intravede attraverso l’imponente lavoro di preparazione de Il signor Vogt, è l’aggressività e l’irrefrenabile virulenza con la quale egli si lanciava contro i suoi avversari diretti. Fossero essi filosofi, economisti o militanti politici e si chiamassero Bauer, Stirner, Proudhon, Vogt, Lassalle o Bakunin, Marx voleva come annientarli, dimostrarne in ogni modo possibile l’infondatezza delle concezioni, costringerli alla resa mettendoli nell’impossibilità di produrre obiezioni alle sue asserzioni.
Così, guidato da questo impeto, era tentato dal seppellire i suoi antagonisti sotto montagne di argomentazioni critiche e, quando questa furia s’impossessava di lui, al punto da fargli perdere di vista anche il suo progetto di critica dell’economia politica, ecco che egli non si accontentava più dei ‘soli’ Hegel, Ricardo o dell’utilizzazione degli avvenimenti storici, ma si serviva di Eschilo, Dante, Shakespeare e Lessing. Il signor Vogt fu come un incontro nefasto tra queste due componenti del suo carattere. Un corto circuito causato da uno degli esempi più eclatanti di cialtroneria letteraria, così tanto odiata da Marx, e dalla volontà di distruggere il nemico che, con la menzogna, ne aveva minacciato la credibilità e tentato di macchiare la storia politica.
Con questo libro, Marx si aspettava di suscitare scalpore e tentò il più possibile di farne parlare la stampa tedesca. Tuttavia, i giornali e lo stesso Vogt non gli concessero nessuna attenzione: «I cani (…) vogliono ammazzar la cosa col silenzio» [27]. Anche «l’uscita di una rielaborazione francese, molto abbreviata, che si trovava in corso di stampa» [28], venne impedita poiché il volume fu colpito dalla censura e incluso nella lista dei volumi proibiti. Marx ed Engels viventi, non apparve nessun’altra edizione de Il signor Vogt e non ne furono ristampati che brevi passi scelti. In traduzione italiana il libro uscì solo cinquant’anni dopo, nel 1910, presso Luigi Mongini Editore.
III. Marx negli anni 1860-1861: miseria, critica dell’economia politica e giornalismo
A prolungare i ritardi del lavoro di Marx e a complicare terribilmente la sua situazione personale contribuirono le sue due nemiche giurate di sempre: la miseria e la malattia. In questo periodo, infatti, la condizione economica di Marx fu davvero disperata. Accerchiato dalle richieste dei tanti creditori e con alle porte lo spettro costante delle ingiunzioni del broker, l’ufficiale giudiziario, egli si lamentava con Engels affermando: «Come potrò cavarmela non so, perché tasse, scuole, casa, droghiere, macellaio, dio e il diavolo non vogliono più darmi tregua» [29].
Alla fine del 1861, la situazione divenne ancor più disperata e per resistere, accanto al costante aiuto dell’amico – verso il quale egli provava immensa gratitudine «per le straordinarie prove d’amicizia» [30] –, Marx fu costretto a dare in pegno «tutto fuori che i muri della casa» [31]. Sempre all’amico, egli scrisse: «Di qual giubilo non m’avrebbe riempito l’animo il fiasco del sistema finanziario decembrista, da me così a lungo e così spesso pronosticato sulla ‘Tribune’, se fossi libero da queste pidocchierie e vedessi la mia famiglia non schiacciata da queste miserabili angustie!» [32] Inoltre, nell’indirizzargli, alla fine di dicembre, gli auguri per il nuovo anno alle porte, si espresse così: «Se questo dovesse essere uguale al trascorso, per quel che mi riguarda, desidererei piuttosto l’inferno» [33].
Accanto agli sconfortanti problemi di natura finanziaria si accompagnarono, puntualmente, quelli di salute, che i primi concorsero a determinare. Lo stato di profonda depressione che colse per molte settimane la moglie di Marx, Jenny, la rese maggiormente recettiva a contrarre il vaiolo, del quale si ammalò alla fine del 1860, rischiando seriamente la vita. Per l’intero corso della malattia e la degenza della sua compagna, Marx fu costantemente al suo capezzale e riprese la sua attività solo quando Jenny fu fuori pericolo. Durante il tempo trascorso, come egli scrisse a Engels, lavorare era stato del tutto fuori questione: «La sola occupazione con la quale posso conservare la necessaria tranquillità d’animo, è la matematica» [34], una delle più grandi passioni intellettuali della sua esistenza.
Pochi giorni dopo, inoltre, aggiungeva che una circostanza che l’aveva «molto aiutato [era] stato un terribile mal denti». Recatosi dal dentista per farsi estrarre un dente, questi gliene aveva lasciato per errore una scheggia, così da fargli venire una faccia «gonfia e dolente e la gola mezza chiusa». Pertanto, Marx affermava stoicamente: «Questo malessere fisico stimola molto le facoltà di pensare e perciò la capacità di astrazione, poiché, come dice Hegel, il pensiero puro o l’essere puro o il nulla sono la medesima cosa» [35]. Nonostante i problemi, nel corso di queste settimane egli ebbe l’occasione di leggere molti libri e tra questi Sull’origine della specie attraverso la selezione naturale di Charles Darwin, dato alle stampe l’anno prima. Il commento che Marx comunicò per lettera a Engels era destinato a far discutere schiere di studiosi e militanti socialisti: «Per quanto svolto grossolanamente all’inglese, ecco qui il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere» [36].
Al principio del 1861, le condizioni di Marx si aggravarono a causa di una infiammazione al fegato che lo aveva già colpito l’estate precedente: «Sono tribolato come Giobbe, quantunque non altrettanto timorato di Dio» [37]. In particolare, lo stare curvo gli procurava enorme sofferenza e scrivere gli fu interdetto. Così, per superare la «condizione schifosissima che [lo] rende[va] incapace di lavorare»[38], egli si rifugiò ancora nelle letture: «Alla sera per sollievo [leggo] le guerre civili romane di Appiano nel testo greco originale. Libro di gran valore (…) Spartaco vi figura come il tipo più in gamba che ci sia posto sotto gli occhi da tutta la storia antica. Grande generale (non un Garibaldi), carattere nobile, real representative dell’antico proletariato» [39].
Ristabilitosi dalla malattia alla fine del febbraio 1861, Marx si recò a Zalt-Bommel in Olanda per cercare una soluzione alle proprie difficoltà finanziarie. Lì trovò l’aiuto dello zio Lion Philips, uomo di affari e fratello del padre del futuro fondatore della fabbrica di lampade da cui discende una delle più importanti aziende di apparecchiature elettroniche al mondo, che accettò di anticipargli 160 sterline della futura eredità materna. Da qui, Marx si recò clandestinamente in Germania, ove fu ospite di Lassalle a Berlino per quattro settimane. Quest’ultimo lo aveva ripetutamente sollecitato a promuovere insieme la fondazione di un organo di ‘partito’ e ora, con l’amnistia promulgata nel gennaio del 1861, si presentavano anche le condizioni affinché Marx riottenesse la cittadinanza prussiana, che gli era stata tolta dopo l’espulsione del 1849, e potesse trasferirsi a Berlino. Tuttavia, lo scetticismo che Marx nutriva nei confronti di Lassalle impedì che il progetto venisse mai preso seriamente in esame [40].
Di ritorno dal suo viaggio, egli descrisse così a Engels l’intellettuale e militante tedesco: «Lassalle, abbagliato dalla considerazione di cui gode in certi circoli dotti per il suo Eraclito e in un altro cerchio di scrocconi per il vino buono e la cucina, naturalmente non sa che presso il grande pubblico è screditato. Inoltre ci sono la sua prepotenza, il suo impigliarsi nel ‘concetto speculativo’ (il giovanotto sogna perfino di voler scrivere una nuova filosofia hegeliana alla seconda potenza), l’essere infetto di vecchio liberalismo francese, la sua penna prolissa, la sua importunità, la mancanza di tatto, ecc. Lassalle, tenuto sotto una stretta disciplina, potrebbe render servigi come uno dei redattori. Altrimenti solo compromettere le cose» [41]. Il giudizio di Engels non era da meno, poiché lapidariamente ne scriveva: «Quest’uomo non lo si può correggere» [42]. In ogni caso, la domanda di cittadinanza di Marx fu respinta rapidamente e, poiché egli non si fece mai naturalizzare in Inghilterra, rimase apolide per tutto il resto della vita.
Di questo soggiorno tedesco, la corrispondenza di Marx offre divertenti resoconti che agevolano la comprensione del suo carattere. I suoi ospiti, Lassalle e la sua compagna, la contessa Sophie von Hatzfeldt, si prodigarono ad organizzare per lui una serie di attività che solo le sue lettere mostrano quanto egli detestasse profondamente. Da un breve resoconto dei primi giorni trascorsi in città, lo vediamo alle prese con la mondanità. Il martedì sera era tra gli spettatori di «una commedia berlinese piena di autocompiacimento prussiano: tutto sommato una faccenda disgustosa». Al mercoledì fu costretto ad assistere a tre ore di balletto all’Opera – «una roba davvero mortalmente noiosa» – e, per giunta, «horribile dictu» [43], «in un palco proprio vicinissimo a quello del ‘bel Guglielmo’» [44], il re in persona.
Il giovedì Lassalle diede un pranzo in suo onore al quale presero parte alcune ‘celebrità’. Per nulla allietato dalla circostanza, a mo’ di esempio del riguardo che nutriva per i suoi commensali, Marx diede questa descrizione della sua vicina di tavola, la redattrice letteraria Ludmilla Assing: «È la creatura più brutta che io abbia mai visto in vita mia, con una laida fisionomia ebraica, un naso sottile assai sporgente, eternamente sorridente e ridacchiante, sempre a parlare una prosa poetica, continuamente nello sforzo di dire qualcosa di straordinario, fingendo entusiasmo e spruzzando saliva sui suoi ascoltatori durante gli spasimi delle sue estasi» [45].
A Carl Siebel, poeta renano e lontano parente di Engels, scrisse: «Qui mi annoio a morte. Vengo trattato come una specie di leone da salotto e sono costretto a vedere molti signori e signore ‘di ingegno’. È terribile» [46]. In seguito, scrisse ad Engels: «Anche Berlino non è che un paesone», mentre a Lassalle non poté negare che la cosmopolitica Londra esercitava su di lui «una straordinaria attrazione», sebbene egli ammettesse di vivere «come un eremita in questo buco gigantesco» [47]. E così, dopo essere passato per Elberfeld, Bermen, Colonia, la sua Treviri e poi ancora in Olanda, vi fece ritorno il 29 aprile. Ad attenderlo c’era la sua «Economia».
Come ricordato, nel giugno del 1859, Marx aveva pubblicato il primo fascicolo di Per la critica dell’economia politica e aveva in programma di far seguire ad esso una seconda dispensa il più presto possibile. Nonostante gli annunci ottimistici che egli era solito fare in proposito – nel novembre del 1860 scrisse a Lassalle: «Penso che entro pasqua potrà uscire la seconda parte» [48] –, per le vicissitudini sin qui narrate, trascorsero invano oltre due anni affinché egli potesse ritornare ai suoi studi. D’altronde, egli era profondamente frustrato delle circostanze e se ne lamentò con Engels in luglio: «Non vado avanti così rapidamente come vorrei, perché ho molti problemi domestici» [49]; e ancora in dicembre: «Il mio scritto prosegue, ma adagio. Infatti non era possibile risolvere rapidamente tali questioni teoriche in mezzo a simili circostanze. E pertanto verrà molto più popolare e il metodo molto più dissimulato che nella prima parte» [50]. Ad ogni modo, nell’agosto del 1861 riprese con assiduità a lavorare alla sua opera.
Fino al giugno del 1863, redasse i 23 quaderni – di 1472 pagine in quarto – che comprendono le Teorie sul plusvalore. La prima delle tre fasi di questa nuova redazione dell’«Economia», quella relativa ai primi cinque quaderni di questo gruppo, corre dall’agosto del 1861 al marzo 1862. Essi trattano la trasformazione del denaro in capitale – tema affrontato nel libro primo de Il capitale – e costituiscono la prima redazione esistente di tale argomento. Differentemente dalle Teorie sul plusvalore, date alle stampe da Kautsky tra il 1905 e il 1910, seppure in un’edizione rimaneggiata e spesso poco conforme agli originali, questi quaderni sono stati ignorati per oltre cent’anni. Essi furono pubblicati per la prima volta solo nel 1973, in traduzione russa, quale volume aggiunto (numero 47) delle Sočinenija. La versione in lingua originale, invece, uscì solo nel 1976 nella ‘seconda’ MEGA[51].
L’ultima fase del 1861 è anche quella durante la quale Marx riprese la sua collaborazione con la «New-York Tribune» e scrisse per il quotidiano liberale di Vienna «Die Presse». La maggior parte delle sue corrispondenze di questo periodo furono dedicate alla guerra civile negli Stati Uniti. In essa, secondo Marx, «la lotta si gioca[va] tra la più alta forma di autogoverno popolare mai realizzata finora e la più abbietta forma di schiavitù umana che la storia conosca»[52]. Questa valutazione rende palese, più di ogni altra possibile, l’abisso che lo separava da Garibaldi, che aveva rifiutato l’offerta del governo nordista di assumere un posto di comando nell’esercito, perché riteneva che tale guerra fosse solo un conflitto di potere e non riguardasse l’emancipazione degli schiavi. Rispetto a tale posizione e a una tentata iniziativa di pacificazione tra le parti operata dall’italiano, Marx commentò con Engels: «Quell’asino di Garibaldi si è reso ridicolo con la lettera sulla concordia agli yankees» [53].
Nei suoi articoli, inoltre, Marx analizzò le ricadute economiche del conflitto americano per l’Inghilterra, della quale prese in esame lo sviluppo del commercio, la situazione finanziaria, nonché le opinioni che ne attraversavano la società. Su questo punto, un interessante riferimento è contenuto anche in una lettera a Lassalle: «Naturalmente tutta la stampa ufficiale inglese è per gli slave-holders (schiavisti). Sono proprio gli stessi personaggi che hanno stancato il mondo con il loro filantropismo contro il commercio degli schiavi. Ma: cotone, cotone!» [54]
Sempre nelle lettere a quest’ultimo, infine, Marx sviluppò diverse riflessioni relative a uno dei temi politici per il quale, in quegli anni, profuse l’impegno maggiore: la violenta opposizione alla Russia e ai suoi alleati Henry Palmerston e Luigi Bonaparte. In particolare, Marx si diede da fare nel chiarire a Lassalle la legittimità della convergenza, in questa battaglia, tra il loro ‘partito’ e quello di David Urquhart, un politico tory di vedute romantiche. Di questi, che nei primi anni Cinquanta aveva avuto l’audacia di ripubblicare, in funzione anti-russa e anti-whig, gli articoli di Marx contro Palmerston, apparsi sull’organo ufficiale dei cartisti inglesi, egli scrisse: «è certamente un reazionario dal punto di vista soggettivo (…) ciò non impedisce affatto al movimento che egli guida in politica estera di essere oggettivamente rivoluzionario (…) la cosa mi è indifferente come lo sarebbe a te se, per esempio in una guerra contro la Russia, il tuo vicino sparasse sui russi per motivi nazionali o rivoluzionari» [55]. E ancora: «Del resto va da sé che nella politica estera frasi come ‘reazionario’ e ‘rivoluzionario’ non servono a nulla» [56].
Risale al 1861, infine, anche la prima fotografia conosciuta di Marx [57]. L’immagine lo ritrae mentre posa in piedi con le mani poggiate su di una sedia davanti a lui. I capelli folti appaiono già bianchi, mentre la barba fitta è di un nero corvino. Lo sguardo deciso non lascia trasparire l’amarezza per le sconfitte subite e per le tante difficoltà che lo attanagliavano, ma, piuttosto, la fermezza d’animo che lo contraddistinse per tutta l’esistenza. Eppure, inquietudine e malinconia percorrevano anche lui, che nello stesso periodo in cui fu scattata quella foto scriveva: «Onde mitigare il profondo malumore causato dalla mia situazione incerta in ogni senso, leggo Tucidide. Almeno questi antichi rimangono sempre nuovi» [58]. Anche limitandosi a leggere soltanto le sue lettere, come non affermare, oggi, lo stesso anche di quel grande classico della modernità che è Karl Marx?
References
1. Per maggiori notizie in proposito si veda Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005).
2. Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2), Dritte Abteilung, Band 11: Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861, a cura di Rolf Dlubek e Vera Morozova e con la partecipazione di Galina Golovina e Elena Vaščenko, Akademie Verlag, Berlin 2005, 2 voll., 1467 pp., € 178.
3. Nel 1870, nelle carte degli archivi francesi pubblicate dal governo repubblicano dopo la fine del Secondo Impero, furono trovati i documenti che comprovavano che Vogt era stato sul libro paga di Napoleone III. Questi, infatti, nell’agosto del 1859 gli aveva versato 40.000 franchi dai suoi fondi segreti. Cfr. Papiers et correspondance de la famille impériale. Édition collationnées sur le texte de l’imprimerie nationale, Vol. II, Paris 1871, p. 161.
4. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 gennaio 1860, in Marx Engels Opere, vol. XLI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 17.
5. Karl Marx, Herr Vogt, in Marx Engels Opere, vol. XVII, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 271.
6. Sull’importanza di queste lettere quale strumento di comunicazione politica tra i militanti delle rivoluzioni del 1848-1849 e per analizzare il conflitto tra Marx e Vogt da una prospettiva generale – e dunque non solo dal punto di vista di Marx – si rimanda a Christian Jansen, Politischer Streit mit harten Bandagen. Zur brieflichen Kommunikation unter den emigrierten Achtundvierzigern – unter besonderer Berücksichtigung der Controverse zwischen Marx und Vogt , in Jürgen Herres – Manfred Neuhaus (a cura di), Politische Netzwerke durch Briefkommunikation, Akademie Verlag, Berlin 2002, pp. 49-100, che prende in esame le motivazioni politiche che avrebbero spinto Vogt a parteggiare per Bonaparte. Il saggio contiene anche un’appendice di lettere scritte da Vogt e altre a lui indirizzate. Di altrettanto interesse, perché privi della scontata e spesso dottrinale interpretazione di parte marxista, i testi di Jacques Grandjonc – Hans Pelger, Gegen die “Agentur Fazy/Vogt. Karl Marx’ “Herr Vogt” (1860) e Georg Lommels, “Die Wahrheit über Genf” (1865). Quellen- und textgeschichtliche Anmerkungen, entrambi in «Marx-Engels-Forschungs-berichte», 1990 (Nr. 6), pp. 37-86 e quello dello stesso Lommels, Les implicationes de l’affaire Marx-Vogt, in Jean-Claude Pont – Daniele Bui – Françoise Dubosson – Jan Lacki (a cura di), Carl Vogt (1817-1895). Science, philosophie et politique, Georg, Chêne-Bourg 1998, pp. 67-92.
7. Frutto di queste ricerche furono i sei quaderni di estratti da libri, riviste e quotidiani dei più differenti orientamenti. Questo materiale – denominato Vogtiana –, che mostra il modo in cui Marx utilizzava i risultati dei suoi studi per le opere che scriveva, è ancora inedito e sarà pubblicato nel volume IV/16 della MEGA².
8. Karl Marx a Friedrich Engels, 6 dicembre 1860, in MEGA² III/11, Akademie Verlag, Berlin 2005, p. 250; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 135.
9. Friedrich Engels a Karl Marx, al più tardi 29 giugno 1860, Ivi, p. 72; tr. it. Ivi, p. 83.
10. Friedrich Engels a Jenny Marx, 15 agosto 1860, Ivi, p. 113; tr. it. Ivi, p. 604.
11. Karl Marx a Friedrich Engels, 25 settembre 1860, Ivi, p. 180; tr. it. Ivi, p 108.
12. Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, op. cit., p. 180.
13. Ibidem.
14. Friedrich Engels a Karl Marx, 15 settembre 1860, in MEGA² III/11, op. cit., p. 158; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 103.
15. Friedrich Engels a Karl Marx, 5 ottobre 1860, Ivi, p. 196; tr. it. Ivi, p. 114.
16. Friedrich Engels a Karl Marx, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 268; tr. it. Ivi, p. 143.
17. Ferdinand Lassalle a Karl Marx, 19 gennaio 1861, Ivi, p. 321.
18. Wilhelm Wolff a Karl Marx, 27 dicembre 1860, Ivi, p. 283.
19. Franz Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 295.
20. Karl Vorlaender, Karl Marx, Sansoni, Firenze 1948, pp. 209-210.
21. Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 284.
22. David McLellan, Karl Marx, Rizzoli, Milano 1976, p. 317.
23. Francis Wheen, Marx. Vita pubblica e privata,Mondadori, Milano 2000, p. 145. Bisogna tuttavia sottolineare che – diversamente da quanto affermato da Wheen – Vogt non fu affatto un «oscuro politico». Tra i maggiori esponenti dell’Assemblea Nazionale di Francoforte del 1848-1849 e protagonista della guerra per la ‘difesa della Costituzione del Reich’, egli svolse sicuramente un importante ruolo nella storia tedesca di quel periodo.
24. Ivi , pp. 204 e 207.
25. In proposito si rimanda alle riflessioni di S. S. Prawer, La biblioteca di Marx, Garzanti, Milano 1978: «in Herr Vogt sembra che Marx sia incapace di considerare qualsiasi fenomeno politico o sociale senza associarlo a qualche riferimento alla letteratura mondiale», p. 263, e che fa notare che questo testo può essere studiato «come antologia dei vari metodi che Marx aveva appreso per incorporare allusioni e citazioni letterarie nelle sue polemiche», p. 260. La ragguardevole importanza delle influenze letterarie nelle opere di Marx e dell’eruditissimo retroterra culturale della sua teoria critica suscita, d’altronde, sempre maggiore attenzione. In proposito si veda il recente Francis Wheen, Marx’s Das Kapital. A biography, Atlantic Books, London 2006.
26. Su questo punto si vedano ancora le brillanti considerazioni di S. S. Prawer, op. cit., p. 264.
27. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 325; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 162.
28. Karl Marx a Friedrich Engels, 16 maggio 1861, Ivi, p. 476; tr. it. Ivi, p. 188.
29. Karl Marx a Friedrich Engels, 29 gennaio 1861, Ivi, p. 333; tr. it. Ivi, p. 164.
30. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 177.
31. Karl Marx a Friedrich Engels, 30 ottobre 1861, Ivi, p. 583; tr. it. Ivi, p. 217.
32. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 novembre 1861, Ivi, p. 599; tr. it. Ivi, p. 222.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 dicembre 1861, Ivi, p. 636; tr. it. Ivi, p. 237.
34. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 novembre 1860, Ivi, p. 229; tr. it. Ivi, p. 124.
35. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 novembre 1860, Ivi, p. 236; tr. it. Ivi, p. 128.
36. Karl Marx a Friedrich Engels, 19 dicembre 1860, Ivi, p. 271; tr. it. Ivi, p. 145.
37. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 gennaio 1861, Ivi, p. 319; tr. it. Ivi, p. 160.
38. Karl Marx a Friedrich Engels, 22 gennaio 1861, Ivi, p. 325; tr. it. Ivi, p. 162.
39. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 febbraio 1861, Ivi, p. 380; tr. it. Ivi, p. 176.
40. Per maggiori notizie su questo periodo trascorso da Marx a Berlino, si veda il recente articolo di Rolf Dlubek, Auf der Suche nach neuen politischen Wirkungsmöglichkeiten. Marx 1861 in Berlin, in «Marx-Engels Jahrbuch», 2004, Akademie Verlag, Berlin 2005, pp. 142-175.
41. Karl Marx a Friedrich Engels, 7 maggio 1861, in MEGA/2 III/11, op. cit., p. 460; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., pp. 180-181.
42. Friedrich Engels a Karl Marx, 6 febbraio 1861, Ivi, p. 347; tr. it. Ivi, p. 171.
43. Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
44. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 maggio 1861, Ivi, p. 470; tr. it. Ivi, p. 186.
45. Karl Marx a Antoinette Philips, 24 marzo 1861, Ivi, p. 404; tr. it. Ivi, p. 642.
46. Karl Marx a Carl Siebel, 2 aprile 1861, Ivi, p. 419; tr. it. Ivi, p. 646.
47. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 8 maggio 1861, Ivi, p. 464; tr. it. Ivi, p. 656.
48. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 15 settembre 1860, Ivi, p. 161; tr. it. Ivi, p. 615.
49. Karl Marx a Friedrich Engels, 20 luglio 1861, Ivi, p. 542; tr. it. Ivi, p. 212.
50. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 9 dicembre 1861, Ivi, p. 616; tr. it. Ivi, p. 230.
51. MEGA² II/3.1, Dietz Verlag, Berlin 1976. La traduzione italiana apparve velocemente a cura di Lorenzo Calabi: Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980, ma non riuscì a essere inclusa nei volumi delle Opere.
52. Karl Marx, Die Londoner «Times» über die Prinzen von Orleans in Amerika, 7-XI-1861, in MEW 15, Dietz Verlag, Berlin 1961, p. 327.
53. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 giugno 1861, in MEGA² III/11, op. cit., p. 493; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 190.
54. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 480; tr. it. Ivi, p. 658.
55. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 19; tr. it. Ivi, p. 596.
56. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 1 o 2 giugno 1860, Ivi, p. 20; tr. it. Ivi, p. 597.
57. Essa è databile al mese di aprile: vedi MEGA² III/11, op. cit., p. 465.
58. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 481; tr. it. Marx Engels Opere, vol. XLI, op. cit., p. 659.
L’opera del fantasma
Avviato nel 1975 nella Ddr, il secondo tentativo di edizione integrale delle opere di Marx ed Engels (Marx-Engels, Gesamtausgabe, Mega), è entrato in crisi dopo il 1989. Il progetto avviato da Rjazanov negli anni ‘20 era stata interrotto dallo stalinismo, quello nuovo sembrava affondare con il socialismo reale.
Ha ridato fiato all’opera la realizzazione di una struttura internazionale, che l’ha sottratta sia all’oblio e alla denigrazione del valore scientifico di Marx, sia al controllo delle gerarchie di partito. La Mega è una vera edizione critica, secondo i criteri di “spoliticizzazione, internazionalizzazione, accademizzazione”.
Complessivamente sono previsti 114 volumi (ciascuno diviso in un tomo di testi e uno di apparati), in quattro sezioni: opere, articoli, abbozzi; Capitale e lavori preparatori (dal 1857); carteggio, comprese le risposte dei corrispondenti di Marx ed Engels; estratti, annotazioni, marginalia. Quanto già realizzato di questo progetto testimonia l’utilità di ripartire da un confronto diretto con i testi marxiani, al di là delle stratificazioni interpretative dei vari marxismi, che pure lasciano ancora molte tracce . Il libro che qui presentiamo, (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, manifestolibri, Roma 2005) raccoglie i risultati di alcune giornate di studio svolte attorno ai temi suscitati dalla nuova edizione. Il curatore sostiene che l’opera di Marx, liberata dalla vulgata novecentesca che l’ha ridotta a dottrina, reca il segno di una congenita incompiutezza.
Al di là delle congiunture e delle urgenze politiche, infatti, il rapporto tra le pochissime opere pubblicate e le innumerevoli concepite o abbozzate, ha un motivo strutturale: il tentativo di coniugare descrizione, critica, prospettiva – cuore del progetto scientifico di Marx – impone continui recuperi, approfondimenti, aggiustamenti delle ricerche. Il percorso e il metodo marxiani riproducono in qualche modo quella totalità aperta che si cerca continuamente di afferrare. Il paziente lavoro filologico permette nuove letture di moltissimi punti teorici, mostrandone la profondità e la problematicità.
Questa rigorosa ricostruzione è illustrata nella prima parte con l’intervento di alcuni dei curatori della nuova Mega. Spicca in quest’ambito l’analisi di Gian Mario Bravo della prima ricezione di Marx in Italia, tra Otto e Novecento, che mostra il singolare contrasto tra un’accentuata semplificazione della teoria di Marx e il contemporaneo robusto radicamento del socialismo italiano.
La seconda parte riprende le tappe della riflessione giovanile di Marx, per sé e in relazione al complesso dell’opera. La cesura a suo tempo indicata da Althusser (che vedeva nell’Ideologia tedesca il salto dall’utopia alla scienza), risulta meno netta, visto che le oscillazioni circa il significato della filosofia e la critica politica non sono risolte mai definitivamente.
Se il ruolo della “tradizione hegeliana” – per analogia o per contrasto – è abbastanza evidente nel Capitale, emerge come anche la riflessione politica di Marx, fino agli anni della Comune e della Critica del programma di Gotha, si aggiri attorno agli stessi nodi del 1843-44 o del 1848: la relazione stato-società civile, l’orizzonte storico della società comunista, la definizione delle forme proprie della fase di “transizione”, il significato della democrazia, senza fornire risposte definitive o formule rassicuranti.
La terza parte vede un serrato confronto sull’immane mole di lavoro sviluppato attorno alla critica dell’economia politica. E’ in primo luogo una discussione di metodo, in cui molti accostano il percorso di Marx a quello della Scienza della Logica hegeliana, e altri individuano – soprattutto nel passaggio dai Grundrisse al Capitale – un approccio improntato alle categorie degli economisti classici. Ma è anche un catalogo di risultati importanti e problemi irrisolti, attorno alle nozioni di lavoro astratto, surplus, valore-lavoro.
Da qui prende le mosse l’ultima parte, dedicata all’individuazione di un “oggi per Marx”. Michael Krätke sottolinea come, nel pieno di una crisi che investe contemporaneamente l’economia e i suoi paradigmi interpretativi, sia gli specialisti delusi dalle teorie neoclassiche, sia i movimenti antisistema, fatichino a entrare in sintonia con il metodo e le categorie della critica marxiana, che ha invece molto da offrire.
Su un analogo livello di attualizzazione si muove il contributo di Losurdo, che ricorda come Marx individui appieno il carattere pervasivo del capitalismo, la sua violenta dinamica di annessione, per cui il colonialismo ottocentesco (come nei casi di Cina e India) è simile in Marx all’odierna globalizzazione, ivi compresi i corollari ideologici della guerra civilizzatrice e della missione democratica, fatti propri allora come ora dall’ideologia liberale. Lo scacco strategico del Novecento è invece alla radice del tentativo – articolato da Tosel e Jervolino – di fondare un nuovo paradigma teorico-politico, definito “comunismo della finitudine”. La sostanza liberatrice del socialismo va preservata liberandolo dalla pretesa di un uomo artefice assoluto: l’uomo determina le condizioni della propria esistenza e della preservazione del mondo, non crea sé stesso e il mondo.
La coscienza della finitudine impedisce ogni finalismo subordinante, e affida ad un’opera mai definitiva di “traduzione” delle esperienze, dei linguaggi, delle culture, il compito di superare sfruttamento e oppressione senza sostituirle con analoghe strutture coercitive.
Occorre notare che l’accuratezza filologica delle nuove edizioni non rischia di rinchiudere nuovamente Marx in una gabbia: la forza critica e autocritica, l’implacabile verve polemica, la stessa ansia di revisione che condanna il trevirese all’incompiutezza, gli consentono di sfuggire all’indifferenza, di riaprire a ogni stagione domande attuali. Lo spettro dunque continua ad aggirarsi. Invece, se e dove stia scavando la “vecchia talpa”, se e quando possa incontrare ancora lo spettro, non è al momento dato saperlo. Per adesso temo che bisognerà accontentarsi.
Da alcuni giorni, in tutte le cassette postali e, al costo di un solo euro, in ogni edicola, imperversa indiscriminatamente «La vera storia italiana». Opuscolo anonimo di 160 pagine, stampato dalla Mondadori, diffuso, a quanto pare, in dieci milioni di copie.
Il testo propagandistico, che avrebbe l’intento di ricordare agli elettori prima del voto i benefici recati al paese dall’attuale governo durante i trascorsi cinque anni, non è altro che l’ultimo disperato tentativo del Presidente del Consiglio di mascherare la realtà dei suoi fallimenti politici e disastri sociali.
Se non fosse serio, il fascicolo andrebbe quasi apprezzato per le molte parti nelle quali sembra proprio emergere una profonda autoironia. Non si può purtroppo dire lo stesso della sezione filosofica: «Pensieri a confronto». Una sorta di storia intellettuale in pillole che esibisce il grezzo retroterra culturale della destra.
Vale la pena di soffermarsi sulla sfida principale: Karl Marx versus John Stuart Mill.
Il primo, naturalmente additato quale capofila dei pensatori da condannare (per sua fortuna in buona compagnia di Hobbes, Hegel e Gramsci – tutti riportati graficamente in nero), viene dipinto come l’ignobile barbuto teorico del «rifiuto delle forme istituzionali dello Stato borghese che si realizza nella dittatura del proletariato». Del secondo, su sfondo bianco, si può leggere invece: «Per Stuart Mill le leggi della produzione sono ‘leggi reali di natura’ mentre le leggi della distribuzione sono il risultato della volontà umana e quindi del diritto e del costume. Per una più equa distribuzione della ricchezza si possono immaginare (sic!) delle leggi migliori. Fra l’individualismo e il socialismo occorre aderire al primo, che garantisce la libertà individuale senza impedire la lotta all’ingiustizia sociale».
In vero, sarà bene confessarlo sin dal principio, Marx non nutrì mai particolari simpatie per gli «economisti inglesi filantropi» e, tra questi, per Stuart Mill.
Lo riteneva, infatti, un prodotto confuso delle rivoluzioni del 1848, che avevano spinto quegli uomini «che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti» a tentare la fallace impresa di accordare l’economia politica del capitale con le rivendicazioni del proletariato. Ecco, per Marx, Stuart Mill era il tipico rappresentante di questa categoria e i suoi «sincretistici compendi» il frutto equivoco di questo antitetico miscuglio.
In particolare, contro la sua concezione appena ricordata – volendo citare correttamente: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche (…) non così la distribuzione della ricchezza. Questa è puramente materia delle istituzioni umane» – Marx scagliò diverse frecce. Ad onor della «vera storia», vale la pena ricordarne almeno una: «l’insulsaggine di J. St. Mill, che ritiene eterni i rapporti borghesi di produzione ma storiche le loro forme di distribuzione, rivela che egli non capisce né gli uni né le altre». Accanto al malinteso di fondo dell’economia politica, la rappresentazione delle forme borghesi di produzione come assolute e di quelle di distribuzione come relative, e dunque transitorie, era necessaria affinché i rapporti borghesi fossero «interpolati del tutto surrettiziamente come incontestabili leggi di natura della società in abstracto». Veniva in questo modo svelato come l’apologetica degli economisti fosse ancillare alla mistificazione del modo di produzione capitalistico e alla reificazione dei rapporti sociali.
In realtà, «la forma di distribuzione non è che la forma di produzione sub alia specie». Infatti, come Marx dimostrava, mediante la sua analisi scientifica, ne Il capitale: «i rapporti di distribuzione sono in sostanza identici ai rapporti di produzione, costituiscono il rovescio di questi ultimi, così che gli uni e gli altri hanno lo stesso carattere storicamente transitorio».
Concludeva arrabbiato, ancora riferendosi all’economista inglese: «nella piattezza della pianura anche i mucchi di terra sembrano colline; si misuri la piattezza della nostra odierna borghesia con il calibro dei suoi ‘grandi intelletti’».
Tuttavia, scavando bene ne Il capitale – e naturalmente accontentandosi di una nota a piè di pagina, invece che di un riferimento nel testo – si può trovare la seguente confessione di Marx, probabilmente scritta in preda a uno dei suoi rarissimi momenti di affabilità verso gli avversari: «ad evitare malintesi osservo, che, se pure uomini come J. St. Mill sono degni di biasimo per la contraddizione fra i loro vecchi dogmi economici e le loro tendenze moderne, sarebbe estrema ingiustizia metterli in un sol fascio con il gregge degli apologeti dell’economia volgare».
Forse anche questa frase si addice al caso nostro.
Si farebbe, infatti, un torto troppo grande anche a Stuart Mill – in vita sempre aspramente osteggiato dai conservatori – se lo si lasciasse in balia dell’On. Berlusconi.
In proposito all’invasione de «La vera storia italiana» e alle più generali circostanze odierne, le considerazioni di Stuart Mill, contenute nel suo scritto del 1859 Sulla libertà, si rileggono con interesse e sono, purtroppo, ancora attuali: «è da sperare che sia trascorsa l’epoca in cui era necessario difendere la ‘libertà di stampa’ come una delle garanzie contro un governo corrotto o tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario dimostrare che non si può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi non si identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle opinioni e di stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare».
Per avversare il Presidente del Consiglio (in carica per altri pochi giorni) stavolta non serve scomodare il nostro Marx. Basta un buon liberale come Stuart Mill.
Tornare ai testi, senza vincoli e ideologismi, non è un vezzo da eruditi. La pubblicazione imminente di tutti gli originali sarà l’occasione per ripensare il marxismo nei conflitti di oggi
Il dibattito su Marx, nato in occasione della stampa del volume collettivo Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), in corso da alcuni mesi sulle pagine di «Liberazione», ha fornito a studiosi e militanti interessanti spunti di riflessione e confronto. Replicherò a quelli per i quali sono stato chiamato in causa: la ricerca filologica e l’attualità di Marx.
Il primo tema è stato tra quelli più discussi, suscitando interesse, consensi, ma anche obiezioni. Tra queste le perplessità relative al «ritorno a un presunto Marx originario (…) depurato dal Novecento» che avrebbe la capacità di tramutare «la sconfitta epocale del movimento operaio (…) in una fortuna» (Bucci). In realtà, le mie osservazioni critiche in merito al rapporto tra Marx e i marxismi non erano indirizzate a un qualsiasi utilizzo di Marx da parte del movimento operaio (sarebbe un bel paradosso), all’auspicabile relazione tra le teorie di Marx e le vicende storiche che vi hanno fatto seguito, ma si concentravano, invece, su di un punto preciso che vorrei riaffermare: l’alterazione e l’impoverimento subiti dalle prime a causa dell’utilizzo strumentale al quale furono piegate e le conseguenze teoriche e politiche di questa realtà. Circoscriverò le mie considerazioni in proposito al caso del principale «marxismo» del secolo scorso: il «marxismo-leninismo».
In Unione Sovietica, le concezioni di Marx hanno subito un sistematico processo di manipolazione. La sua teoria critica fu sostituita da una dottrina, funzionale al potere, divenuta, in breve tempo, manifesta negazione della prima. Ciò nonostante, Marx fu assimilato ad essa e costrittivamente trasformato nel baluardo dello Stato sovietico che se ne attribuiva indebitamente il monopolio politico e ne possedeva di fatto, anche a causa dei gravi e colpevoli ritardi di studiosi e partiti europei, la proprietà letteraria. Non è, dunque, la più complessa sconfitta del movimento operaio, ma la fine di quella determinata vicenda, ad aver lentamente riaperto un nuovo orizzonte per Marx che – liberato dalle catene forzate del socialismo reale, non dalla connessione con la politica – torna ad essere letto, e a stimolare il pensiero critico, in tutto il mondo.
L’esigenza di riscoprire Marx nella sua autenticità non significa, pertanto, scinderlo dalle lotte concrete che lo hanno attraversato, ma rimanda alla necessità di riscattarne l’opera dalle mistificazioni che, contraffacendola, ne hanno sminuito il carattere critico. Se si ritiene che il pensiero di Marx parli ancora al presente e sia uno strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare, occorre conoscere e rileggere i suoi scritti alla fonte. Essi vanno disgiunti dagli ideologismi che li hanno spesso accompagnati e – diversamente dalla diffusissima, quanto deleteria, pratica attraverso la quale sono stati letti, quella dell’estrapolazione delle citazioni – ricostruiti all’interno dell’orizzonte storico nel quale furono concepiti. Il riferimento alla loro incompiutezza, ovvero alla inesauribile volontà marxiana di proseguire le ricerche per verificare la validità delle proprie tesi, non è, allora, un vezzo da eruditi, ma un modo di ritrovare Marx e ripensarlo nei e per i conflitti odierni. Un Marx autentico e per l’oggi.
Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedescarende ancor più evidente la falsificazione interpretativa che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo dialettico» (espressione, per altro, mai utilizzata né da Marx, né da Engels). Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a ulteriori elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa e chiarirà il ruolo svolto da Engels in veste di editore.
In vero, contrariamente da come è stato dipinto da gran parte di avversari e sedicenti seguaci, Marx non volle costruire un nuovo sistema. Il primo, quindi, a non credere nella propria esaustività, o che «tutto si sia fermato nel 1867» (Bellofiore), sarebbe stato lui stesso, che, anzi, de Il capitale continuò a rivedere e cambiare anche il primo libro.
Ripartire da questo lascito incompiuto, ricostruire l’analisi marxiana, economica e politica, della società capitalistica – per poi tentare, con modestia e mediante un’impresa collettiva, di proseguirla –, non solo non significa, come è stato sarcasticamente affermato, «ridurre Marx a oggetto di esercizi filologici» (Bellofiore), ma dovrebbe, a mio avviso, fugare anche i legittimi timori di quanti vedono, in un simile lavoro teorico, il rischio di implicazioni impolitiche (Cavallaro).
Ribadite queste tesi – giungo alla seconda questione –, la riaffermazione del valore di Marx non può certo riemergere dalla mera dimostrazione filologica della sua diversità rispetto alla gran parte degli interpreti. L’occasione di un diffuso ritorno d’interesse nei suoi riguardi si fonda sulla crisi della società capitalistica e sulla persistente capacità esplicativa marxiana del mondo d’oggi e delle profonde contraddizioni che lo percorrono.
Naturalmente, una teoria che ripensi con serietà questo rapporto «non può proporsi, semplicemente, di ‘ritornare a Marx’; deve farci sapere su quale (…) Marx cade la sua scelta» (Prestipino). Detto altrimenti, essa dovrebbe saper indicare quale sia quello più efficace e attuale per i nostri tempi. Per ragioni di spazio, mi limiterò a suggerire soltanto due Marx.
Innanzitutto, quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che, per primo, ne ha intuito e analizzato lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, rovistandone i meandri, ha descritto la società borghese. Rinunciare a questo patrimonio – si badi, sempre più rivisitato da parte liberale –, significherebbe smarrire l’orientamento per intendere la realtà odierna e deporre le armi per trasformarla. La riappropriazione dell’indagine e del metodo di Marx fornisce, infatti, gli strumenti critici per contrastare, con fondatezza, l’ideologia dominante. Mostra il carattere antistorico dell’artefatta rappresentazione della naturalità e immutabilità del sistema capitalistico. Permette di opporsi ai proclami che osannano il dominio del mercato e ne diffondono il falso mito di efficienza e di migliore dei mondi realizzabili. Consente di avversare il mantra che ostenta, ossessivamente, l’assenza di alternative agli assetti economici, sociali e politici neoliberali.
L’altro Marx, di cui oggi si avverte la mancanza, è quello teorico del socialismo. L’autore che concepiva il socialismo come processo di autoemancipazione della classe operaia, «il grande scopo al quale ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo». Il militante che ripudiava totalmente l’idea di «Socialismo di Stato», al tempo già propugnata da Rodbertus e Lassalle. Lo studioso che intendeva il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società. Il rivoluzionario che, anche quando lottò per ottenere riforme politiche e sociali, mai s’illuse circa la natura incontrovertibilmente antagonistica e ingiusta del capitalismo. Il caustico scrittore che irriderebbe gli ossimori, così tanto alla moda, quali banca etica, impresa cooperativa o commercio equo e solidale.
A prima vista questi due Marx possono sembrare disgiunti: il primo principalmente teorico, il secondo fondamentalmente politico. In realtà, la loro compenetrazione è non solo plausibile, ma contribuirebbe a risolvere il finto dualismo tra teoria e prassi, di cui si è molto discusso, e costituirebbe uno strumento imprescindibile affinché la sinistra si interroghi criticamente lungo il cammino delle sfide che l’attendono.
Studiare Marx. Quello vero!
Si può ritenere Karl Marx “un autore misconosciuto, vittima di una reiterata incomprensione”?
Secondo Marcello Musto, curatore di un interessantissimo, rigoroso, per taluni versi sorprendente, volume (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Pagg. 392, Euro 30,00), sicuramente sì.
A suo avviso Marx è stato tale “nel periodo durante il quale il marxismo era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi”, e le cause principali di tale paradosso sono “il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture”.Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché la questione è di quelle destinate a lasciare il segno. Nella storia e nel futuro del pensiero socialista. Nella conoscenza di questo filosofo, economista, storico, saggista, editorialista, che ha avuto, nel bene e nel male, un’importanza straordinaria nella storia del mondo contemporaneo. E nella testa e nel cuore di chi legge il libro.Perché negarlo?
Si prova un certo sconcerto quando, fin dall’introduzione, ci si trova di fronte ad affermazioni, convincimenti, demarcazioni, del giovane e bravissimo curatore, che in maniera tanto netta evidenzia gli abusi e i sorpresi perpetrati ai danni del grande vecchio di Treviri; quando si vede minacciato l’impegno e la passione con il quale ci si è misurati con il suo pensiero; quando ci si ritrova a pensare che tutti quei libri così gelosamente custoditi, salvati dal riflusso, dal reaganismo, dall’ironia e dalla critica roditrice dei figli (che sa essere persino più feroce di quella dei topi), sono in buona sostanza dei falsi.
Eppure mano a mano che si procede nella lettura, lo sconcerto lascia il posto alla scoperta, alla voglia di ricominciare, alla speranza che quello che anche i più ottimisti hanno ritenuto un pensiero straordinariamente nobile ma altrettanto datato e male applicato, possa tornare ad essere attuale, possa tornare a essere utile per l’oggi e per il domani.
Sta qui a nostro avviso il valore straordinario di questo volume, che si articola in quattro sezioni che raccolgono i saggi presentati nel corso di una conferenza internazionale svoltasi a Napoli nella primavera del 2004.
La prima sezione, per chi scrive quella più appassionante, è dedicata alla nuova edizione storico – critica della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA 2, 114 i volumi previsti, quasi la metà quelli già pronti, diretta dalla Internazionale Marx – Engels – Stiftung, pubblicata dalla Berlin -Brandenburgische Akademie der Wissenschaften), con interventi e saggi, tra gli altri, di Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura.
La seconda sezione si sviluppa intorno al pensiero del Marx giovane, dalla dissertazione di laurea alla critica della politica, e propone tra gli altri interventi di Giuseppe Cacciatore, Marcello Musto, Stathis Kouvélakis.
La terza sezione analizza quella che molti hanno considerato l’opera più importante di Marx, Il Capitale, con interventi tra gli altri di Roberto Finelli, Geert Reuten, Christopher J. Arthur. La quarta sezione propone infine le ragioni e i caratteri dell’attualità del pensiero marxiano, e presenta tra gli altri contributi di André Tosel, Domenico Losurdo, Alex Callinicos. Cosa aggiungere ancora?
Che la lettura, per quanto impegnativa, risulta sempre non solo interessante ma anche scorrevole e ricca di sorprese. Sapete ad esempio che attraverso la banca dati elettronica dell’Università Tohoku, è possibile visionare le prime edizioni di alcune delle più importanti opere di Marx con note e dediche scritte a mano dall’autore? O che Marx e Engels sono stati per lungo tempo editorialisti del New York Tribune, al tempo il più importante quotidiano del mondo?
E che “Sulle tracce di un fantasma” è un libro da non perdere, soprattutto per chi ritiene che la possibilità di “un nuovo accesso post-ideologico all’opera e al pensiero di Marx”, e dunque di una sua nuova modernità e attualità, possa mostrarsi ancora oggi una prospettiva utile, realistica, credibile, concreta nelle quotidiane fatiche per la conquista di un mondo almeno un po’ più eguale e meno ingiusto. Buona lettura.
Per una nuova esplorazione di Marx
Vi ricordate la “crisi del marxismo”? Dalle nostre parti politiche si reagì con rituali esorcistici ( o con quelli che allora potevano apparire tali) sull’attualità ontologica di Marx, a testimonianza più dell’irriducibilità della nostra passione che della nostra lucidità intellettuale.
Eppure la crisi c’è stata, sconvolgente e profonda. Ora che con evidenza appare che il morto non è morto, anche per persone più di noi esposte al disinganno, se ne potrebbe misurare senza angoscia la profondità.
Non che gli avversari ideologici di Marx abbiano detto cose di chissà quale disarmante acutezza. Popper, Bertrand-Levy, Fukuyama o Furet, malgrado le notevoli differenze di valore tra l’uno e l’altro, hanno avuto in comune l’arroganza e la misconoscenza delle idee che sottoponevano a critica. Unica eccezione (o quasi) Lucio Colletti che conosceva bene le cose di cui scriveva e che meritatamente ha rappresentato un punto di riferimento per la cultura italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta. Ma anche di Colletti si può legittimamente dubitare che sia diventato l’antesignano dell’ondata liberale antimarxista solo a causa del fallimento del suo tentativo di piegare l’opera di Marx a un progetto scientista.
La crisi del marxismo ha avuto origine da una serie di fatti e di eventi, di verifiche e di confronti con il mondo reale, che hanno avuto l’effetto di deprestiger il complesso contraddittorio dei discorsi che hanno fatto riferimento a Marx e a Engels. C’è stato un momento della storia recente in cui è sembrato che l’opera di Marx e i marxismi del Novecento, nella migliore delle ipotesi, spiegassero poco. Come e quando la “crisi del marxismo” è stata superata ? In realtà non è stata superata affatto, soprattutto dal punto di vista che più conta, cioè quello del rapporto tra marxismo e politica. E se è vero, come sostiene Maria Turchetto nella serie delle interviste al Manifesto, pubblicate negli ultimi giorni di marzo, che c’è qualcosa di simile a una Marx-renaissance , è anche vero che per ora resta a livello accademico, al margine della sinistra e fuori dalle preoccupazioni reali della sinistra. Si può dire però che non solo il punto più basso della crisi è superato, ma che correnti ascensionali della storia riportano su rapidamente Karl Marx e il suo prestigio. Sollecitano discussioni su Marx, a partire da Marx o nel solco del pensiero di Marx.
Anche nel caso della ripresa, come in quello della crisi e del crollo, determinanti sono state le verifiche storiche. Prima di tutto una ripresa delle lotte nell’Europa occidentale della durata di ormai dieci anni, dalle mobilitazioni in Francia nell’autunno-inverno 1995 alle recenti lotte contro il contratto di primo impiego, ancora una volta in Francia. In secondo luogo la prova di sé del liberalismo con le sue illusioni di benessere, superamento dei conflitti e laicità, che ha consentito di decostruire i decostruttori. O, per dirla in altri termini, di vedere il re nudo.
Il Libro Di Marcello Musto
La ripresa della discussione ha potuto usufruire in Italia di un utile testo ( Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, manifestolibri,2005 ) ristampato e di nuovo nelle librerie dal mese di giugno.
Nel volume sono raccolte le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale che ha avuto luogo a Napoli dal 1 al 3 aprile 2004. Promossi dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, dall’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, dall’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, dall’Università degli Studi di Bari e patrocinati dalla Regione Campania e dal Comune e dalla Provincia di Napoli, i lavori sono stati articolati in cinque sessioni. Il testo contiene le relazioni proposte in quattro di esse, a ciascuna delle quali ha dedicata una sezione. Obiettivo della conferenza contribuire al risveglio di interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scrittie illustrando la ripresa della pubblicazione di MEGA, la Marx Engels Gesamtausgabe.
La prima sezione – MEGA: la nuova edizione storico critica delle opere complete – mi sembra la più interessante, perché dell’incompiutezza e della frammentarietà del lavoro di ricerca di Marx offre una più adeguata misura, apre uno scorcio di visuale sul rapporto tra teoria e vicende drammatiche del Novecento e spiega i criteri editoriali con cui Marx viene restituito a se stesso. Non a caso proprio su questa sezione è giunta fino a noi l’eco di qualche lontana polemica.
Nell’introduzione Marcello Musto ricorda che i lavori pubblicati da Marx furono davvero pochi, se comparati all’imponente mole delle ricerche svolte, caratterizzate spesso dall’incompiutezza. “Il metodo oltremodo rigoroso – scrive Musto – e l’autocritica più spietata, che determinano l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria e il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; e infine la gravosa consapevolezza acquisita con la piena maturità delle difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze.”
Dopo la morte dell’amico Engels si dedicò a un’impresa di pubblicazione difficilissima per la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia con l’obiettivo di realizzare un’opera organica e il più possibile compiuta. In un saggio della prima sezione “Classici incompiuti. Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali” Gerald Hubmann spiega che tra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo ai classici letterari e filosofici si rendeva omaggio con edizioni monumentali, che spesso gli editori assemblavano, ultimavano, riscrivevano. Alcune delle opere di Hegel sono collages di testi dello stesso Hegel, appunti di studenti diversi in periodi diversi e interventi personali dell’editore. L’opus magnum di Max Weber, Economia e società fu pubblicato dalla moglie Marianna, che prese decisioni che l’illustre consorte non aveva voluto prendere. Più tardi Johannes Winkelmann provvide alla stesura di nuovi capitoli, inserì titoli e paragrafi e aggiunse materiali risalenti ad almeno tre diverse fasi di intervento. E’ poi noto l’intervento sull’opera di Nietzsche della sorella Elisabeth; meno noto l’ultimo esempio citato, quello dell’opera principale di Burckhardt “Considerazioni sulla storia universale”, che è un collage delle sue lezioni creato dal nipote Jacob Oeri. Gli intervanti di Engels facevano quindi parte di uno stile, superato solo dai progressi fatti nel Novecento dalla teoria e dalla prassi editoriali.
E’ accaduto così – continua Musto nell’introduzione – che testi parziali e provvisori, composti in molte parti da pensieri scritti in statu nascendi siano passati da appunti preliminari a parvenze di teorie sistematiche e concluse. Forse, come afferma Hubmann, negli ultimi 110 anni ci sarebbe stato qualche problema in meno, se il Capitale fosse stato concepito non come un opus magnum compiuto, ma come il brillante compendio di una problematica dal grande potenziale analitico.
Più tardi il bisogno di ideologia del movimento operaio fece del marxismo una dottrina politica con le sue sintesi, i compendi, le strumentalizzazioni, le censure e le ortodossie. Il patrimonio originario fu quindi impoverito e volgarizzato e la Kritik si fece Weltanschaung. Musto delinea poi brevemente il percorso di snaturamento del pensiero di Marx fino al cosiddetto marxismo-leninismo, che è la formula con cui si indica l’ideologia della casta al potere in Unione Sovietica.
Non nega naturalmente che l’impoverimento è legato anche a legittime esigenze di divulgazione, ma ritiene prima di tutto che non solo di questo si tratti. In secondo luogo che la constatazione di un’esigenza obiettiva non esime comunque dal compito di liberare Marx dal suo destino di autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione.
Restituire Marx a se Stesso
Come e perché la Marx Engels Gesamtausgabe restituisca Marx a se stesso è chiarito nel primo saggio della prima sezione “Classico tra i classici. Basi filologico-editoriali, strutture e ultimi sviluppi della MEGA”di Manfred Neuhaus. Cominciata da Rjazanov la prima MEGA si basa già su criteri molto più rigorosi e su una anticipazione dell’analisi genetica che rappresenterà poi il principio di base della seconda. Accanto alla pubblicazione completa di una stesura, di norma secondo il principio della prima mano, vengono registrate anche varianti significative; i testi sono proposti in lingua originale e con le loro interpunzioni e sono eliminati gli interventi esterni; un gran lavoro viene fatto per la determinazione dei testi pubblicati anonimi e per la datazione più precisa di lettere, manoscritti ed estratti. Il nazismo e il terrore staliniano, di cui Rjazanov fu vittima, interruppero la MEGA. Il progetto venne ripreso dopo la morte di Stalin, ma ci vollero due decenni perché si potesse affermare l’idea di una seconda MEGA. Una discussione complessa e gravata dalla ragion di Stato ha ostacolato ancora a lungo l’iniziative. Materia del contendere proprio il criterio dell’analisi genetica, per cui l’obiettivo non è più di generare un testo il più possibile vicino all’intenzione dell’autore, ma documentarlo nella sua genesi dalla prima bozza all’ultima edizione.
Il complesso dei criteri esplicitati nel 1972 in un volume di prova si scontrò con il rifiuto di un certo numero di collaboratori e con l’obiezione che un’edizione storico-critica non poteva avere il compito di documentare la genesi. E fin qui si trattava di un’obiezione legittima. Meno legittimo invece il fatto che sia diventata poi decisiva l’opinione di alcuni studiosi sovietici che rivolsero al progetto l’accusa di formalismo, accademismo e pedanteria. Malgrado i riconoscimenti ricevuti dall’innovazione della logica testuale, i conflitti si sono risolti solo a partire dal 1989. Dopo qualche ulteriore peripezia, la MEGA è stata sottratta definitivamente alle preoccupazioni ideologiche e la prosecuzione dei lavori legata agli auspici di depoliticizzazione, accademizzazione e internazionalizzazione.
Non so quanto un commento sia davvero superfluo, come dovrebbe essere. Qualcosa delle vecchie polemiche si è avvertita nell’aria sotto la forma di ironia sull’illusione di poter riscoprire il Marx autentico, con una confusione tra filologia e filosofia, che l’impostazione della conferenza e l’introduzione di Musto non autorizzano. Prima di tutto l’analisi genetica, che la seconda MEGA perfeziona e articola, è un criterio consolidato nella pubblicazione di classici, in modo particolare con le caratteristiche di cantiere dai lavori sempre in corso della ricerca di Karl Marx. Tutta una storia di sistematizzazioni arbitrarie, volgarizzazioni e censure rende poi preziosi gli auspici di depoliticizzazione e accademizzazione, che sottraggono il Libro alle cernite sia di ciò che resta del clero, sia delle sette eretiche.
Restituito a se stesso dalla filologia, Marx si apre di nuovo a tutte le interpretazioni della filosofia, a ogni tentativo di risolvere problemi da lui posti e non risolti, di continuare le ricerche cominciate e non portate a termine o di “coerentizzare” le incoerenze. Anche la filologia naturalmente ha margini di interpretazione, di natura però diversa, perché non solo parte da tracce ma lascia sul terreno le tracce del lavoro di investigazione. L’introduzione del giovane Musto per altro esemplifica bene lo stato d’animo con cui nuove generazioni di intellettuali potrebbero avvicinarsi alla MEGA, con la sensazione cioè che un vasto territorio inesplorato si è aperto e che l’esplorazione rappresenta davvero una bella avventura.
La ripresa della MEGA assume le caratteristiche dell’evento nel clima attuale di riscoperta di Marx o di evidente bisogno di Marx anche da parte di chi non lo conosce, lo disconosce o lo misconosce.
Suggerisco in proposito un’attenzione particolare al saggio della quarta sezione “Rinnovamento dell’economia: dove Marx resta insostituibile.”. Michael R. Kratke accenna qui alla crisi attuale dell’economia politica e alla tendenza di molti economisti, soprattutto giovani, a voltare le spalle all’ortodossia neoclassica. Alcune iniziative testimoniano l’inquietudine e la ricerca.
Nel 2000 per esempio un gruppo di studenti di economia parigini ha dato vita a un movimento fautore di un’economia “post-autistica”. Dal settembre 2000 esiste un forum Internet chiamato Post-Autistic Economics Newsletter e gruppi di economisti post-autistici esistono oggi in diversi paesi del mondo. Costoro cercano una critica dell’economia politica dappertutto, ma non in Marx che considerano un neoricardiano. Come tutti i neoclassici egli considererebbe gli individui parti di un meccanismo, crederebbe a “leggi di natura” dell’economia che si farebbero strada con “ineluttabile necessità”. Ne deriva, secondo i nuovi critici-critici, che ogni critica radicale dell’economia politica è sempre e contemporaneamente una critica del marxismo. Kratke spiega chiaramente le ragioni dell’equivoco, non legato solo a limiti di conoscenza, ma anche alla complessità e all’incompiutezza della teoria di Marx, oltre che al gran numero di problemi da lui individuati e non risolti. E spiega poi, appunto, in che cosa Marx è ancora oggi insostituibile.
Di notevole interesse poi la seconda sezione su Marx e la critica della politica, in modo particolare i saggi dello stesso Musto, di Gianfranco Borrelli e di Stathis Kouvélakis. Non saprei dire se l’interesse personale è poi anche obiettivo. Devo ammettere che ho vissuto con una certa irritazione il ritorno nell’attuale dibattito del Marx metapolitico, postpolitico o semplicemente non politico. E non per intolleranza o mancanza di rispetto per le opinioni altrui, ma perché mi sembra che il superamento reale della crisi del marxismo abbia nella relazione tra marxismo e politica una chiave,senza la quale la porta principale per uscirne è destinata a restare comunque chiusa.
La questione dei soggetti della trasformazione come costruzioni sociopolitiche e culturali, i modi in cui nascono-agiscono-declinano dovrebbe essere al centro dell’attenzione di chi ancora desidera continuare a fare politica da marxista. Kouvélakis per esempio ripropone la sequenza delle riflessioni e delle rettifiche di Marx sulla teoria politica nei trent’anni che separano i testi pubblicati negli Annali franco-tedeschi dalla Guerra civile in Francia. Il saggio è utile a chi si trovi ancora alle prese con l’imbarazzante polemica con il brutto libro di Holloway , che sembra ignorare la svolta rappresentata per Marx dalla Comune a proposito dello Stato. Ed è utile anche al confronto con chi pensa che la trasformazione secondo Karl Marx sia, soprattutto se non esclusivamente, l’effetto di una dinamica immanente al modo di produzione capitalistico. Le riflessioni sulla Comune propongono invece un’altra logica: l’autoorganizzazione operaia deve agire come leva politica per estirpare le basi economiche si cui si fonda l’esistenza delle classi.
Naturalmente i due Marx esistono e sono entrambi veri. Il problema è quello dei limiti di dialogo tra l’uno e l’altro, in larga misura obiettivi perché fondati sulla diversità delle dimensioni di tempo e di presupposti.
Infine, il saggio che apre la terza sezione, di Roberto Finelli “La scienza del Capitale come circolo del presupposto-posto. Un confronto con il decostruzionismo”, se letto per primo (o magari solo dopo la sezione sulla MEGA) servirà come lente per vedere meglio quel che precede e che segue.
Vincenzo Moretti, review of Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Rassegna Sindacale, 2006.
Si può ritenere Karl Marx “un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione”? A leggere l’introduzione di Marcello Musto, curatore di questo interessante, rigoroso, sorprendente, volume, sì.
A suo avviso Marx è stato tale “nel periodo durante il quale il marxismo era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi”, e le cause principali di tale paradosso sono “il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture”.
La questione è di quelle destinate a lasciare il segno. Nella storia e nel futuro del pensiero socialista. Nella conoscenza di questo straordinario filosofo, economista, storico, saggista, editorialista. Nella testa e nel cuore di chi legge il libro.
Non si può negare un certo sconcerto di fronte ad affermazioni, convincimenti, demarcazioni, del giovane e bravissimo curatore, che in maniera tanto netta evidenzia gli abusi e i sorpresi perpetrati ai danni del grande vecchio di Treviri; quando si vede minacciato l’impegno e la passione con il quale ci si è misurati con il suo pensiero; quando ci si ritrova a pensare che tutti quei libri così gelosamente custoditi, salvati dal riflusso, dal reaganismo, dal craxismo, dal berlusconismo, dalla critica roditrice dei figli (che sa essere più feroce di quella dei topi), sono in buona sostanza dei falsi.
Eppure mano a mano che si procede nella lettura, lo sconcerto lascia il posto alla scoperta, alla voglia di ricominciare, alla speranza che quello che anche i più ottimisti hanno ritenuto un pensiero straordinariamente nobile ma altrettanto datato e male applicato, possa tornare a essere attuale, a essere utile per l’oggi e per il domani.
Sta qui a nostro avviso il valore straordinario di questo volume, che si articola in quattro sezioni che raccolgono i saggi presentati nel corso di una conferenza internazionale svoltasi a Napoli nella primavera del 2004.
La prima sezione, per chi scrive quella più appassionante, è dedicata alla nuova edizione storico – critica della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2, 114 i volumi previsti, quasi la metà quelli già pronti, diretta dalla Internazionale Marx – Engels – Stiftung, pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften), con interventi e saggi, tra gli altri, di Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura.
La seconda sezione si sviluppa intorno al pensiero del Marx giovane, dalla dissertazione di laurea alla critica della politica, e propone tra gli altri interventi di Giuseppe Cacciatore, Marcello Musto, Stathis Kouvélakis.
La terza sezione analizza quella che molti hanno considerato l’opera più importante di Marx, Il Capitale, con interventi tra gli altri di Roberto Finelli, Geert Reuten, Christopher J. Arthur.
La quarta sezione propone infine le ragioni e i caratteri dell’attualità del pensiero marxiano, e presenta tra gli altri contributi di André Tosel, Domenico Losurdo, Alex Callinicos.
La lettura, per quanto impegnativa, risulta sempre non solo interessante ma anche scorrevole e ricca di sorprese. Sapete ad esempio che attraverso la banca dati elettronica dell’Università Tohoku, è possibile visionare le prime edizioni di alcune delle più importanti opere di Marx con note e dediche scritte a mano dall’autore? O che Marx e Engels sono stati per lungo tempo editorialisti del New York Tribune, al tempo il più importante quotidiano del mondo?
Sulle tracce di un fantasma è insomma un libro da non perdere, soprattutto per chi ritiene che la possibilità di “un nuovo accesso post-ideologico all’opera e al pensiero di Marx”, e dunque di una sua nuova modernità e attualità, possa mostrarsi ancora oggi una prospettiva utile, realistica, credibile, concreta nelle quotidiane fatiche per la conquista di un mondo almeno un po’ più eguale e meno ingiusto.
«D’altra parte, come diceva Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla» Livio Sichirollo.
È in libreria il volume che raccoglie le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, svoltasi a Napoli dal 1 al 3 aprile del 2004.
I contributi ivi contenuti di diversi e illustri autori, nazionali e internazionali, hanno innanzitutto l’obiettivo di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scritti e illustrare la ripresa della pubblicazione della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2).
Insieme a ciò, restituire alla ricerca contemporanea un autore, – misconosciuto, volgarizzato, soprattutto poco letto anche dai marxisti – da considerare ormai un classico; tuttavia, prova ne è lo spessore tematico e critico degli interventi qui raccolti, non un classico asettico.
In altri termini, l’opera di Marx appare, pur nella sua imponente raccolta di scritti (la maggior parte pubblicati postumi) fondamentalmente incompiuta.
Sistemare l’opera di Marx, oggi, vuol dire innanzitutto interpretarne la lettera del testo (e quindi fare un lavoro filologico attento a distinguere, per es., in Das Kapital, ciò che è di Marx e ciò che è di Engels), vuol dire contestualizzare non solo il suo pensiero, ma proprio i suoi scritti, uno ad uno, sganciandolo così, definitivamente, da un’epoca, quella del socialismo reale, che, oltre che ormai passata, in effetti non sembra proprio appartenergli; non aiutandoci nemmeno a capire la complessità teorica del suo pensiero.
Ma, esiste un pensiero di Marx? Per questo autore, più che per altri, bisogna affermare – questo è l’indirizzo di ricerca inaugurato da questa raccolta – che il suo pensiero è inchiodato, per così dire, al testo scritto.
Leggere Marx, oggi, vuol dire perciò affrontare con pazienza i suoi testi, senza pretendere di ricavarne un sistema compiuto, una linea di sviluppo predeterminata (comprese le rotture epistemologiche del suo percorso; Marx giovane/Marx maturo; Marx comunista/Marx critico dell’economia, ecc.), o addirittura una Weltanschauung, un’indicazione per il futuro dell’umanità; piuttosto, dobbiamo riconoscergli il lavoro di critica radicale del suo presente. Kritik, d’altronde, è il termine che ritorna più di frequente nei titoli dei suoi scritti.
Eppure, dicevamo, Marx non è un classico asettico: “Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialisti meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.” (dall’Introduzione, p.24).
La filologia, ancella insostituibile del lavoro del filosofo, qui prende in mano l’arma e, inaspettatamente, rovescia il campo: l’immersione nel testo di Marx non ci distoglie dalla nostra Gegenwart. Al contrario, la complessità del testo si adatta, quasi combaciando, alla complessità dell’età presente; sia per ciò che riguarda il giovane Marx, quello della critica a Hegel e poi dell’Ideologia tedesca, sia il Marx maturo, quello del Capitale, della critica dell’economia politica. Bisogna tuttavia fare attenzione a ciò: non si tratta dell’attribuzione di capacità profetiche all’autore, al suo pensiero o alle sue teorie. Qui si fa astrazione dalla soggettività dell’autore (la sua biografia, le sue intenzioni politiche, la sua personalità, ecc.) e si guarda esclusivamente all’oggetto, al testo scritto. È uno sforzo interpretativo e di lettura, una fatica del concetto, che, per es., con Aristotele viene quasi spontaneo esercitare. Con Marx, tutto questo finora non è accaduto (le ragioni potranno essere abbondantemente indagate, ma in altra sede).
Allora, vediamo meglio alcuni degli interventi, capaci, a nostro avviso, di gettare luce su questa sorta di insolito potere di adattamento del testo al contesto. Ne consideriamo solo tre, a fronte di un totale di ben 24 saggi, con note bibliografiche e riferimenti testuali all’opera marxiana.
Non prima, però, di aver richiamato l’attenzione del lettore sullo stile modernissimo del linguaggio marxiano, citando un passo tratto dal Discorso per l’anniversario del «People’s Paper» 1856 (nel Prologo, a p.11): «C’è un grande fatto caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessun partito osa negare. Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall’altro esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori registrati durante l’ultimo periodo dell’impero romano. Ai nostri giorni, ogni cosa appare gravida del suo contrario. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e rendere più fruttuoso il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Le nuove sorgenti della ricchezza sono trasformate, da uno strano e misterioso incantesimo, in sorgenti di miseria. […] gli operai […] sono l’invenzione dell’epoca moderna quanto lo sono le macchine stesse. Nei segni che confondono la classe media, l’aristocrazia ed i miseri profeti del regresso, riconosciamo il nostro vecchio amico Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare la terra tanto rapidamente, il valoroso pioniere – la rivoluzione.»
È da segnalare innanzitutto il saggio di G. Hubmann – Classici incompiuti. Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali (pp.59-69) – perché descrive in sintesi e con efficacia l’attento lavoro decostruzionista (“philologic turn”) operato dalla rinnovata edizione dei testi di Marx. Citiamo due esempi: 1) l’ Ideologia tedesca non sarà pubblicata come opera compiuta, come invece finora è stato fatto, da cui consegue l’inaggirabile difficoltà di rintracciare in essa l’esposizione del cosiddetto materialismo storico, che la tradizione ha invece consacrato a teoria, ma che addirittura lo stesso Marx avrebbe di suo pugno limitato nella sua valenza esplicativa (vd. p. 64); 2) anche con Il capitale le cose cambiano in sostanza, poiché i reperti filologici utilizzati per la pubblicazione MEGA2 hanno permesso di individuare frammenti residui, che ne attestano una prima e differente stesura. Più che di una decostruzione, qui si tratta di una rivoluzione copernicana: bisognerà almeno prenderne atto.
«Non è detto, però, che l’intervento filologico sull’opera di Marx debba essere solo di natura decostruttiva […]» (p.62). Vengono pubblicati, infatti, oltre 200 articoli di Marx ed Engels scritti per il «New York Tribune» nel 1855, tra cui 21 nuovi lavori di cui finora non era stata riscontrata la paternità artistica; inoltre, la quarta sezione della MEGA2 , con i suoi 32 volumi, contiene materiale finora inedito. Pensiamo a quanto dell’attività giornalistica di Marx – dagli articoli sulle guerre dell’oppio in Cina a quelli su Napoleone III in Francia e le vicende del Credit Mobilier, l’intreccio politica-affari, diremmo oggi – sia presente nell’edizione corrente del III libro del Capitale (soprattutto nella IV e nella V sezione: a proposito del capitale commerciale, del credito, del capitale finanziario, il capitale produttivo d’interesse, ecc.); pensiamo perciò a quanto sia importante il controllo filologico comparato degli articoli e del Capitale.
Tutto ciò getta luce nuova sul modo di studiare “interdisciplinare, senza limiti di carattere economico” proprio di Marx: un lettore instancabile, che annotava e registrava (quasi) maniacalmente tutto quello che veniva rielaborando dalle sue letture.
Dulcis in fundo: il feticismo non è una metafora. Almeno non è utilizzato metaforicamente da Marx, a proposito del carattere di feticcio della merce e il suo arcano, ma è nozione che risulta da studi storico-religiosi condotti particolarmente su De Brosses (Über den Dienst der Fetischgötter). Parimenti, per “formazione sociale” dobbiamo rifarci alla geognosia, ovvero al concetto di formazione geologica in quanto “divenire della terra come un processo, come un’auto-creazione” (vd. p. 65). Tutto questo emerge con certezza dagli studi-appunti marxiani di geologia, oltre che dalla lettera a Vera Sassulitsch del 1881. Torna alla mente l’espressione “era capitalistica”, assai ricorrente nel Capitale, e che viene ad assumere ora il significato che le spetta: analoga a un’era geologica. Ma, insieme a ciò, abbondano gli studi di chimica, di fisiologia, ecc., tanto che si possono avanzare diverse e nuove ipotesi sull’effettivo uso marxiano di un solo paradigma metodologico.
Allora, è il caso di sottolineare, insieme a Hubmann, che la lettura di un classico non può avvenire all’insegna dell’ingenuità che si affida esclusivamente all’impatto comunicativo del testo. Leggere un testo classico è un lavoro che, avvalendosi della fatica filologica, deve avere tutta la pazienza di riconoscere l’orizzonte problematico che il testo può eventualmente aprire.
Indichiamo allora due possibili aperture o due possibili problemi aperti da Marx e approfonditi nella presente raccolta.
Il tema della democrazia è affrontato nelle pagine de Il Marx «democratico», di G. Cacciatore (pp.145-160).
Nel 1843 il giovane Marx redige uno scritto di critica al diritto pubblico hegeliano. Commenta analiticamente i §§261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel.
Lasciando qui da parte le pur rilevanti questioni teoretiche del confronto Marx/Hegel, che cosa emerge di rilevante dal punto di vista politico in questo scritto, secondo la lettura di Cacciatore?
Da una parte Marx riconosce allo Stato moderno hegeliano la funzione (insostituibile) di connettere gli interessi particolari espressi in sede di società civile, e di connetterli effettivamente restituendo ad essi un luogo di comune realizzazione, che è l’interesse universale o del popolo, tramite la rappresentanza cetuale nell’assemblea legislativa e l’Io voglio del monarca; dall’altra, però, di rendere tendenzialmente autonomo il momento dell’universale dal particolare (la figura del monarca ereditario in cui solo risiede il potere sovrano; oppure la premoderna rappresentanza cetuale). In altri termini, lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe di astrazione, ossia, in ultima analisi, di mancata rappresentanza (oltreché concreta rappresentazione) della realtà che lo istituisce. «Ciò che tuttavia emerge dai testi finora esaminati è un riferimento indiretto all’idea di democrazia che appare, per così dire, in filigrana rispetto ad una generale visione dello Stato come luogo di composizione e universalizzazione degli interessi particolari della società civile. È solo a partire dalla Kritik des Hegelschen Staatsrechts […] che Marx affronta direttamente il problema della democrazia. […] In questi testi marxiani è possibile individuare quel concetto ampio e universale di democrazia che è stato utilizzato proprio in non pochi segmenti della filosofia e dell’ideologia politica della sinistra post-marxista in una dimensione critica nei confronti di alcuni esiti teorici e storici del comunismo […] Marx, quando individua nella democrazia una reale possibilità di fusione tra la forma e il contenuto della costituzione politica pone un problema che […] è apparso e appare ancora oggi il vero nucleo problematico della democrazia, cioè l’inaggirabile rapporto tra la forma regolativa e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza.» (p. 147 e ss.) “Rendere plausibile la democrazia”, è di questo che le pagine marxiane, seppure in filigrana, stanno parlando. La democrazia «ampia e universale, quella piena realizzazione dei diritti umani (politici e sociali) capace ogni volta di fissare regole e procedure condivise per l’edificazione di un nuovo “contratto sociale” di cittadinanza e di civiltà, di emancipazione e di uguaglianza.» (p.157).
La critica all’astrattezza dello Stato moderno hegeliano, raffigura perciò, evidentemente, la matrice teorica di ogni possibile critica ai limiti interni al modello democratico-formale. Compreso il nostro, of course.
Con La scienza del Capitale come «circolo del presupposto-posto». Un confronto con il decostruzionismo di R. Finelli (pp.211-223), entriamo nelle pagine del Capitale di Marx, non considerandolo tuttavia un testo economicistico, ma di critica dell’epistemologia operante nelle maglie dell’economia politica classica del tempo e, ancor più, nelle maglie della filosofia dominante il nostro tempo. «Nell’ambito della filosofia continentale europea oggi svolge funzioni egemoniche il “decostruzionismo”, il quale, com’è noto, critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità […] Appare evidente che gli studi e la ricerca su Marx non possono non confrontarsi con questo vertice egemonico di riduzione della realtà a linguaggio […] La mia esposizione è articolata in quattro tesi.» (p.211).
Nella prima tesi Finelli indaga la logica interna alla critica dell’economia politica in Das Kapital; la logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana. Secondo tale logica, in sintesi, i processi di identificazione del soggetto con se stesso (il Geist, lo spirito), attraversano, contestualmente, un cammino duplice: di costruzione attraverso decostruzione del proprio Io. L’identità Io=Io è da porre come mero presupposto ossia da decostruire in quanto mero presupposto, attraverso una «pratica d’interiorizzazione, di un processo che dall’esterno va all’interno […]» (p.212) L’identificazione di sé con sé presuppone l’identità (l’IO), ma, per così dire, solo virtualmente (in sé); l’effettiva identificazione avviene su di un piano pratico, in cui la prima identità (quella virtuale) può andare anche a fondo.
La seconda tesi di Finelli concerne la nozione di astrazione reale. «La mia tesi è cioè che il Capitale di Marx è costruito sul modello del passaggio hegeliano dall’in sé al per sé, del passaggio cioè di un’astrazione, come quella del lavoro astratto, dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ’57, “praticamente vera”; ad un’astrazione cioè che non attiene più all’ambito della logica o delle ipotesi investigative della conoscenza ma a quello assai diverso della prassi, ossia della concreta attività posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza lavoro sussunta, non in modo formale ma in modo reale, sotto il capitale.» (p.213)
La terza tesi mostra la profonda differenza, nonostante la profonda analogia, che intercorre fra la logica hegeliana e quella marxiana. In sostanza, «L’astrazione intellettualistica di Hegel è dunque cosa assai diversa dall’astrazione pratico-lavorativa di Marx. […] per Marx la connessione tra mondo dell’astratto e mondo del concreto si realizza, proprio perché il vettore di quel movimento è la caratteristica di un lavoro, generalizzato e di massa, che produce oggetti, merci, servizi concreti proprio attraverso la sua natura paradossale di lavoro astratto.» (p.218) L’astratto hegeliano non riesce ad attraversare, come invece riesce in Marx, il piano della pura e trasparente teoresi, in cui rimane in sostanza imprigionato, nonostante la forza dialettica del negativo.
In fine, la quarta tesi si occupa direttamente del postmoderno come svuotamento del concreto. «Così il postmoderno va interpretato […] come inveramento del moderno, nel senso di costituire il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta. […] La giusta definizione di Frederic Jameson del postmoderno come la “logica culturale del tardo capitalismo” va dunque integrata con la messa in verità della teoria marxiana dell’astrazione reale» (p.222). Il lavoro astratto è inteso perciò come principio (presupposto) di un modo di produzione e riproduzione sociale che, solo alla fine del processo (posto), appare praticamente ‘destrutturato’ nella sua valenza qualitativa, svuotato di qualità, di relazione e di nessi intersoggettivi.
Allora, in conclusione, vediamo come la lettura dei testi di Marx possa, ancora oggi e forse proprio oggi, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico: libertà di leggere e interpretare il testo in modo filologicamente corretto, senza che ciò impedisca ma anzi contribuisca a far emergere la complessità del contesto in cui il testo è inserito, insieme alla complessità del contesto in cui è a sua volta inserita la nostra impegnata e impegnativa lettura.
MARX SENZA PARTITI NEL MONDO
Se c’è stato un autore contemporaneo il cui pensiero sia stato studiato, interrogato, rielaborato di pari passo con le vicende storiche, questo risponde al nome di Marx.
Negli oltre cento anni che ci separano dalla sua morte le opere del filosofo tedesco non sono state semplicemente oggetto di studio accademico.
Non che nella storia del marxismo siano mancati dissidi intorno a oggetti teorici – in apparenza – evanescenti.
Eppure mai è accaduto che le sottigliezze dialettiche rimanessero confinate nelle aule universitarie e non proiettassero le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa.
La storia del marxismo testimonia una singolare commistione tra teoria e pratica, favorita dalla nascita di un movimento operaio organizzato e di partiti politici che, ancor prima della morte di Marx, si richiamavano esplicitamente alle sue analisi.
Gli scritti marxiani sono stati continuo oggetto di rivisitazione, scandagliati negli angoli più reconditi per trovare, di volta in volta, le risposte alle sollecitazioni poste dalla storia.
Lo stesso corpo teorico del marxismo si è arricchito, strada facendo, delle sedimentazioni successive.
La ricezione degli scritti marxiani è avvenuta nel fuoco degli eventi tormentati del Novecento e non c’è idea di Marx che non abbia dovuto fare i conti con le sfide della storia.
Ma cosa è accaduto dopo il crollo dell’Urss e di gran parte dei paesi dell’ex blocco socialista, dopo il ridimensionamento drastico di tanti partiti comunisti e del movimento operaio nel suo complesso? Quale Marx è rimasto in dotazione alla nostra epoca e ai – non molti – marxisti ancora in circolazione? “Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere”.
La divulgazione e la promiscuità con la politica non avrebbe granché giovato alle sorti dell’opera marxiana, secondo questo profilo tracciato nel volume apparso di recente con il titolo Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, a cura di Marcello Musto, pp. 392, euro 30,00) che raccoglie gli atti di un omonimo convegno napoletano dello scorso anno, con scritti – tra gli altri – di Domenico Jervolino, Enrique Dussel, Domenico Losurdo e Giuseppe Cacciatore.
Cessata l’ingerenza della politica, la comunità dei marxisti si trova oggi davanti al progetto della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la cosiddetta Mega2 – della quale riferiscono Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura e Malcom Sylvers.
La sconfitta epocale del movimento operaio si tramuterebbe, per incanto, in una fortuna.
“Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni” – scrive Marcello Musto nell’introduzione – l’opera di Marx riemerge nella sua “originale incompiutezza”, “riconsegnata ai liberi campi del sapere”.
Non che la cosa abbia a che fare con il rigore scientifico che sostiene il progetto editoriale della Mega2, ma il nostro tempo sembra in qualche modo succube della suggestione del ritorno a un presunto Marx originario, a un incontaminato grado zero depurato da tutte le incrostazioni della storia successiva – che sarebbe poi il Novecento.
Quel che continua a essere insegnato e studiato nelle aule universitarie – poche a dire la verità – è un Marx senza partiti, un corpo di teorie incompiute di cui si può dissertare senza che nessun partito, nessun soggetto collettivo abbia ad averne conseguenze nei destini futuri e nella pratica.
Anche quando prevale l’assillo dell’azione, il desiderio di trasformare il mondo e i rapporti sociali, le letture dell’opera marxiana mettono l’accento sulla tensione etica degli scritti giovanili piuttosto che, ad esempio, sulle teorie politiche del partito e dell’organizzazione del Marx del Manifesto.
Semmai c’è la tendenza a sottolineare la crisi di qualsiasi soggetto forte e monolitico – della “metafisica del soggetto produttore”, secondo l’espressione di André Tosel.
Qual è, al livello teorico, il marxismo espresso dalla nostra epoca? – si chiede Roberto Finelli.
La II e III Internazionale hanno avuto per riferimento il “marxismo della contraddizione”, quella tra forze produttive e rapporti di produzione.
Nel dopoguerra è subentrato il “marxismo dell’alienazione” basato sulla teoria antropologica dell’uomo rovesciato nei prodotti del lavoro alienato.
Alla nostra epoca spetterebbe, invece, un “marxismo dell’astratto” che renda conto di come, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani.
Cose e uomini sopravvivono in superficie, ma tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa.
Ma quel che rischia di scomparire dalla scena di un capitale astratto e senza volto è, appunto, la storia, la politica, i partiti, l’iniziativa e la resistenza delle classi subalterne.
Degli uomini in carne e ossa.
Tonino Bucci
Se c’è stato un autore contemporaneo il cui pensiero sia stato studiato, interrogato, rielaborato di pari passo con le vicende storiche, questo risponde al nome di Marx.
Negli oltre cento anni che ci separano dalla sua morte le opere del filosofo tedesco non sono state semplicemente oggetto di studio accademico.
Non che nella storia del marxismo siano mancati dissidi intorno a oggetti teorici – in apparenza – evanescenti.
Eppure mai è accaduto che le sottigliezze dialettiche rimanessero confinate nelle aule universitarie e non proiettassero le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa.
La storia del marxismo testimonia una singolare commistione tra teoria e pratica, favorita dalla nascita di un movimento operaio organizzato e di partiti politici che, ancor prima della morte di Marx, si richiamavano esplicitamente alle sue analisi.
Gli scritti marxiani sono stati continuo oggetto di rivisitazione, scandagliati negli angoli più reconditi per trovare, di volta in volta, le risposte alle sollecitazioni poste dalla storia.
Lo stesso corpo teorico del marxismo si è arricchito, strada facendo, delle sedimentazioni successive.
La ricezione degli scritti marxiani è avvenuta nel fuoco degli eventi tormentati del Novecento e non c’è idea di Marx che non abbia dovuto fare i conti con le sfide della storia.
Ma cosa è accaduto dopo il crollo dell’Urss e di gran parte dei paesi dell’ex blocco socialista, dopo il ridimensionamento drastico di tanti partiti comunisti e del movimento operaio nel suo complesso? Quale Marx è rimasto in dotazione alla nostra epoca e ai – non molti – marxisti ancora in circolazione? “Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere”.
La divulgazione e la promiscuità con la politica non avrebbe granché giovato alle sorti dell’opera marxiana, secondo questo profilo tracciato nel volume apparso di recente con il titolo Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, a cura di Marcello Musto, pp. 392, euro 30,00) che raccoglie gli atti di un omonimo convegno napoletano dello scorso anno, con scritti – tra gli altri – di Domenico Jervolino, Enrique Dussel, Domenico Losurdo e Giuseppe Cacciatore.
Cessata l’ingerenza della politica, la comunità dei marxisti si trova oggi davanti al progetto della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la cosiddetta Mega2 – della quale riferiscono Manfred Neuhaus, Gerald Hubmann, Izumi Omura e Malcom Sylvers.
La sconfitta epocale del movimento operaio si tramuterebbe, per incanto, in una fortuna.
“Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni” – scrive Marcello Musto nell’introduzione – l’opera di Marx riemerge nella sua “originale incompiutezza”, “riconsegnata ai liberi campi del sapere”.
Non che la cosa abbia a che fare con il rigore scientifico che sostiene il progetto editoriale della Mega2, ma il nostro tempo sembra in qualche modo succube della suggestione del ritorno a un presunto Marx originario, a un incontaminato grado zero depurato da tutte le incrostazioni della storia successiva – che sarebbe poi il Novecento.
Quel che continua a essere insegnato e studiato nelle aule universitarie – poche a dire la verità – è un Marx senza partiti, un corpo di teorie incompiute di cui si può dissertare senza che nessun partito, nessun soggetto collettivo abbia ad averne conseguenze nei destini futuri e nella pratica.
Anche quando prevale l’assillo dell’azione, il desiderio di trasformare il mondo e i rapporti sociali, le letture dell’opera marxiana mettono l’accento sulla tensione etica degli scritti giovanili piuttosto che, ad esempio, sulle teorie politiche del partito e dell’organizzazione del Marx del Manifesto.
Semmai c’è la tendenza a sottolineare la crisi di qualsiasi soggetto forte e monolitico – della “metafisica del soggetto produttore”, secondo l’espressione di André Tosel.
Qual è, al livello teorico, il marxismo espresso dalla nostra epoca? – si chiede Roberto Finelli.
La II e III Internazionale hanno avuto per riferimento il “marxismo della contraddizione”, quella tra forze produttive e rapporti di produzione.
Nel dopoguerra è subentrato il “marxismo dell’alienazione” basato sulla teoria antropologica dell’uomo rovesciato nei prodotti del lavoro alienato.
Alla nostra epoca spetterebbe, invece, un “marxismo dell’astratto” che renda conto di come, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani.
Cose e uomini sopravvivono in superficie, ma tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa.
Ma quel che rischia di scomparire dalla scena di un capitale astratto e senza volto è, appunto, la storia, la politica, i partiti, l’iniziativa e la resistenza delle classi subalterne.
Degli uomini in carne e ossa.
da Liberazione del 12 ottobre 2005
MA LA RIVOLUZIONE OGGI CHI LA FA? AGGIORNIAMO MARX
Il filosofo è davvero rimasto senza partiti? La domanda torna attuale dopo la pubblicazione degli atti del convegno napoletano “Sulle tracce di un fantasma”. Gli studi marxisti sono soltanto accademici o hanno efficacia politica?
di Roberto Finelli
Nella sua recensione a un libro di più autori sull’attualità di Marx, pubblicato dalla “manifestolibri” (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto) Tonino Bucci ha avuto facile gioco ad accusare di astrazione il “marxismo dell’astrazione”, che propongo nel mio intervento come chiave di lettura del capitalismo attuale e del postmoderno e come un marxismo molto più attuale rispetto ad altri marxismi classici, quali quelli che io ho chiamato rispettivamente della contraddizione e dell’alienazione, che hanno occupato la scena del ‘900 e che a mio avviso rappresentano ormai armi spuntate nella lotta culturale e politica.
Un’interpretazione di Marx come la mia che parla del capitale come di un universale astratto, perché la ricchezza che tende ad accumulare è di natura solo quantitativa – e una ricchezza che è solo quantità tende proprio per la sua natura a un’espansione sempre più ampia – sarebbe una lettura solo intellettualistica, caratteristica delle aule universitarie, dove sono assenti i soggetti reali della storia e della lotta sociale, gli esseri umani in carne ed ossa, le classi, le organizzazioni, i partiti e così via.
Ora, oltre al fatto che io non riesco a vedere neppure un’aula universitaria in cui si facciano sistematicamente lezioni su Marx (ma neppure Bucci, a dire il vero, ne vede molte), vorrei in poche righe precisare qualche cosa.
Ovviamente per chi è dotato di buon senso e di un sano empirismo è naturale che ci siano i capitalisti, anziché il capitale in generale, che ci siano i lavoratori e le lavoratrici, nella loro individualità di esseri umani, anziché il lavoro o la forza-lavoro in generale: che ad operare nella realtà concreta ci siano gli individui, i loro raggruppamenti sociali con le loro attività economiche, le loro organizzazioni sindacali e politiche, anziché degli astratti fattori universali di socializzazione e di riproduzione della vita collettiva.
Insomma appare ovvio che nella realtà non ci sono gli “universali”, che sarebbero solo funzioni della logica del pensare o astrazioni della metafisica.
Eppure a me sembra che quando Marx scrive Il capitale definisca delle regole di funzionamento economico, di gestione della produzione, di uso e comando della forza-lavoro, di accumulazione e di vendita, che sono sostanzialmente impersonali e universali, perché valide per ogni capitale particolare e individuale, indipendentemente dalla persona del singolo capitalista che lo gestisce, dal tipo di merce che viene prodotta, dalla localizzazione nazionale dell’impresa.
Caratteristica impersonale e universale del capitale in quanto tale, che dipende dalla natura appunto identica e astratta della ricchezza che, a ben vedere, ogni singolo capitale produce, al di là dei tanti valori d’uso in cui l’accumulazione astratta del denaro poi si realizza.
E mi sembra che tale verità universale del capitale in generale, e dunque del Capitale di Marx, da sempre vera, stia divenendo per altro realtà innegabile ed evidente solo oggi, dato che la globalizzazione, pur con tutte le sue violentissime disuguaglianze e asimmetrie, appare essere proprio la messa in verità del Capitale di Marx: ossia di un’accumulazione di ricchezza astratta che s’è fatta talmente soggetto dominante e tendenzialmente assoluto del mondo contemporaneo da superare i confini e il potere dello Stato-nazione e da muoversi con grande velocità di trasferimento finanziario e produttivo, per cogliere nell’intero pianeta le occasioni più propizie per la propria crescita ed espansione.
Con l’aggiunta che, soprattutto nell’Occidente avanzato, il passaggio dal fordismo al postfordismo, dalla produzione materiale alla produzione immateriale, ha significato l’approfondimento del capitalismo non solo in senso orizzontale, a diffusione planetaria, ma in senso anche verticale, quanto a pervasività nella coscienza e nell’interiorità della forza-lavoro.
Perché la rivoluzione informatica e l’applicazione della nuova forza-lavoro mentale alle macchine dell’informazione ha implicato, non come taluni declamano, far entrare la conoscenza nella produzione, quanto mettere al lavoro, in modo passivo e subalterno, in una sorta di colonizzazione interiore, le qualità cognitivo-immateriali dei singoli, l’intelligenza e le loro doti apparentemente più personali.
Per dire cioè che quei valori di autorealizzazione e autenticità del proprio sé, che sono stati alla base delle rivolte sociali degli anni ’60 e ’70, sono finiti coll’essere rovesciati, anche con il contributo determinante della “sinistra”, della maggioranza del sindacato, e della loro arrendevolezza alla seduzione del progresso tecnico, in una forza produttiva della modernizzazione capitalistica, in una “soggettivazione normativa del lavoro”, per usare una felice espressione di Axel Honneth.
Non che questo processo di totalizzazione del capitale non trovi i suoi limiti nella resistenza, quando si dà, della forza-lavoro e dei ceti subalterni, a motivo delle condizioni di vita generali terribilmente peggiorate, oltre che nei limiti naturali del mondo-ambiente.
Ma, a meno di non finire nelle braccia fabulatrici di Tony Negri e dei nuovi sofisti che vedono nel “comune” linguistico e comunicativo delle reti informatiche il nuovo soggetto rivoluzionario, preparato bell’è e pronto dalla tecnica, la questione, maledettamente seria, della costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione non può non fare i conti con questa realtà della diffusione capitalistica dell’astratto, che più che cancellare e negare il mondo del concreto, lo colonizza e lo svuota dall’interno, lasciando solo la brillantezza fittizia di una superficie, che è terreno postmoderno di seduzione ideologica e di cultura del frammento.
da Liberazione del 3 novembre 2005
LA POLITICA HA FATTO MALE AL MARXISMO
di Cristina Corradi
Proverò a spiegare perché non condivido le critiche che Tonino Bucci, nella recensione del volume collettaneo Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia recentemente pubblicato da Manifestolibri, ha rivolto in modo particolare al saggio di Roberto Finelli e all’introduzione del curatore, Marcello Musto.
Nella sua replica, apparsa su Liberazione, Finelli ha spiegato come e perché il marxismo dell’astratto – alternativa contemporanea al vecchio marxismo della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione e al marxismo dell’alienazione di una soggettività presupposta – sia ben lungi dal prospettare un ritorno puramente accademico a Marx, un ritorno ad una fonte incontaminata, che rimuoverebbe la storia del Novecento e dimenticherebbe i conflitti sociali, l’attività dei partiti, gli esseri umani in carne ed ossa.
La prospettiva del marxismo dell’astratto consente, infatti, di leggere criticamente, anziché apologeticamente, l’approfondimento postmoderno, orizzontale e verticale, dei rapporti sociali capitalistici; permette di tenere aperta, anziché di dare illusoriamente per risolta, la questione della costruzione di “nuove soggettività dell’emancipazione”; rende possibile, infine, svelare i meccanismi attraverso i quali si riproduce e si dissimula l’unico, autentico totalitarismo sopravvissuto al secolo breve.
Ammesso che sia possibile evincere un profilo unitario in un volume che raccoglie contributi di taglio diverso su differenti temi e fasi del pensiero marxiano, è fuorviante, a mio avviso, riassumere il senso del convegno di Napoli nel tentativo di spezzare il rapporto tra teoria marxiana e politica.
Nel sottolineare le opportunità di rilettura offerte da un’edizione integrale e scientifica delle opere di Marx, dopo la fine di un’epoca storica in cui il filosofo di Treviri era forzosamente inserito in una ideologia di legittimazione di un sistema di Stati e di partiti socialisti, Marcello Musto non individua nella filologia un succedaneo della politica o uno strumento magico per trasformare “in una fortuna” una “sconfitta epocale del movimento operaio”; ma sollecita noi, che aderiamo ad un progetto di rifondazione del comunismo, a profondere energie in una rivisitazione più problematica della critica marxiana della politica e dell’economia, capace di contribuire alla costruzione di un rinnovato marxismo. Richiamando la singolare commistione tra teoria e prassi che caratterizza la storia del marxismo, Bucci lascia trasparire un certo scetticismo nei confronti del ruolo dell’impegno teorico, di quella che Althusser chiamava la lotta di classe nella teoria.
D’accordo con quanto ha evidenziato Roberto Fineschi, curatore di un altro recente volume (Karl Marx.
Rivisitazioni e prospettive, Mimesis), io credo invece che proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica, che ha fatto saltare le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio, annichilendo la dimensione teorica e avallando l’empirismo politico, abbia nuociuto molto al marxismo novecentesco e abbia concorso alla crisi esplosa già alla fine degli anni ’70, ben prima del crollo dell’Urss.
Animato da una volontà di trasformazione della realtà, Marx ha dedicato sforzi giganteschi all’interpretazione del mondo, immergendosi, dopo la sconfitta della rivoluzione del ’48, nello studio dell’economia politica e nella rilettura della Logica hegeliana; animato dalla volontà di realizzare la rivoluzione in Europa, Gramsci, a seguito della sconfitta del movimento consiliare, ha rimesso in discussione la riduzione neoidealistica di Marx a Machiavelli del proletariato e ha riscoperto lo spessore e l’originalità della filosofia marxiana.
Forse, dopo la sconfitta e la rivoluzione passiva degli ultimi trent’anni, dovremmo imparare anche noi a prendere sul serio il lavoro teorico.
da Liberazione del 19 novembre 2005
PERCHÉ IN LIBRERIA TROVO TUTTO DI TONI NEGRI E MAI NIENTE DI CARLO MARX?
di Riccardo Bellofiore
Un intervento recente di Tonino Bucci ha preso spunto dal volume curato da Marcello Musto Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005) ed è stato oggetto di repliche da parte di Roberto Finelli e di Cristina Corradi.
Bucci si è limitato a lanciare una provocazione, che Finelli e Corradi hanno inteso invece come una recensione: di più, come un attacco al “marxismo dell’astratto”.
Bucci lancia tre sassi.
Il primo riguarda la tendenza di alcune pubblicazioni recenti a vedere in Marx un ‘classico’: liberato, grazie al crollo del socialismo reale, da ogni commistione con la realtà.
Non vedo come si possa dar tutti i torti a Bucci: il sottotitolo del libro di Musto è inequivocabile.
Ora, Marx pensava, a ragione o a torto, di essere uscito dalla filosofia e dall’idealismo; e non me lo vedo entusiasta nell’essere ridotto a oggetto di esercizi filologici.
Il secondo sasso è lo scetticismo rispetto ad un atteggiamento, quale quello difeso da Corradi, che istituisce una separazione troppo netta tra interpretazione e trasformazione della realtà sociale, e che privilegia l’aspetto filosofico.
Anche qui, a me pare si debba prendere Marx per quello che ha voluto essere: un critico dell’economia politica che era anche, ad un tempo, un economista politico critico.
Un analista dei rapporti sociali di produzione per il quale rappresentazione della, e intervento sulla, realtà sono soggetti a mediazioni ma inseparabili.
Qualcosa che è legato a filo doppio alla capacità di farsi sangue e carne, all’agire antagonista di una classe sociale determinata, segnata da una contraddizione fondamentale.
Certo, Bucci ed io prendiamo qui strade diverse.
A lui interessa, mi pare, più la dimensione politico-partitica che quella politico-sociale della classe, dove per me il partito serve solo se è strumento della seconda. Solo dunque se si rompe nella sostanza con l’eredità leninista. Il terzo sasso riguarda il rischio del marxismo dell’astratto di costruire una immagine primo-francofortese di una totalità chiusa. Tutto viene incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa che dà vita ad un universo sempre più deconcretizzato. È un rischio che va riconosciuto come reale. Sta qui l’attacco contro Finelli. È d’altra parte singolare che Bucci, dei molti interventi dentro la logica del Marx (più che del marxismo) dell’astratto presenti nel volume di Musto, ne abbia visto solo uno, quello più compromesso con quel rischio. Basta andarsi a leggere i saggi di Reuten, o di Arthur, o il mio, per avere prospettive ben diverse, immuni da quelle critiche.
E Bucci non può non sapere che del Marx dell’astratto sono presenti altre versioni che sfuggono all’esito che lui condanna, quali quelle della rivista Vis-à-Vis o di Raffaele Sbardella.
Nei confronti di Finelli (autore verso cui ho dei debiti importanti nella mia lettura di Marx), l’obiezione di Bucci ha però una sua parziale validità.
L’astratto è qui un Soggetto che si autoaccresce senza limiti, in un circolo che al più può trovare una “resistenza” – fondata in non si sa bene cosa dal punto di vista categoriale, visto che il lavoro è ridotto unilateralmente alla sola dimensione della forza-lavoro.
Qui la risposta di Finelli a Bucci è intelligente: il Marx dell’astratto sarebbe un Marx oggi ancora più vero, in quanto solo oggi il lavoro e la totalità assumerebbero quei caratteri.
Così, il marxismo dell’astratto di Finelli può rovesciarsi in analisi della realtà capitalistica così come ce la troviamo squadernata davanti. È però una risposta pericolosa nei suoi esiti.
Marx viene ortodossamente richiamato, al di là delle cautele verbali, in una sua supposta purezza originaria, ridotto allo statuto di un profeta.
E per spiegare la fine di una egemonia dovremmo rifugiarci nella ricerca di una nuova antropologia.
Quello che il Marx dell’astratto può dare è ben di più, se vi si vede innanzi tutto un problema.
È quello che ci hanno insegnato letture come quelle di Colletti, Napoleoni, Rubin: da cui dobbiamo imparare superando le loro impasse.
In due righe si tratta di questo.
Il valore è un “fantasma” che “prende corpo” nella merce-moneta, sicché il lavoro astratto delle merci si “espone” nel lavoro concreto che produce l’oro.
Come capitale, il valore mira a produrre sistematicamente più valore, in una spirale.
Ma, a differenza dell’Idea hegeliana, ciò al capitale non può riuscire, a meno di un costante e sempre incerto processo di “interiorizzazione” e sussunzione di quell’altro, rispetto al lavoro morto, il lavoro vivo, che pur sempre è erogato da una forza-lavoro “appiccicata” ad esseri umani.
Per questo il capitale è un morto che torna a vivere come “vampiro”, e tanto lo sviluppo quanto la crisi vanno spiegati a partire da quel centro che è il processo immediato di valorizzazione.
Il lavoro vivo, però, va erogato secondo un tempo di lavoro socialmente necessario che dipende dalle tecniche medie, ma anche dal bisogno sociale (possiamo dire, dopo Keynes, dalla domanda “autonoma”).
E la sua messa in moto dipende da una ante-validazione monetaria (possiamo dire, dopo Schumpeter, dal sistema bancario).
Già qui è evidente che Marx non ci basta.
Per dirne una: la teoria della moneta-merce non è accettabile, e senza di essa il rimando del valore al lavoro sembra entrare in crisi.
La sua argomentazione non può perciò essere mantenuta nei termini originali: va ricostruita.
È chiaro pure che la storia, la politica, gli esseri umani in carne ed ossa entrano in gioco.
Ce lo dice proprio lo schema dialettico quando mostra come la totalità non riesce a chiudersi automaticamente su se stessa.
Così, il circolo della totalità si apre all’intervento dei soggetti e delle classi, nei suoi snodi cruciali: il comando sulla moneta come capitale all’apertura del circuito, l’antagonismo sulla prestazione lavorativa nella produzione, la gestione politica della domanda effettiva nella circolazione finale delle merci.
Insomma: Marx ci lascia una eredità insuperata sul momento centrale della totalità.
Per il resto, fare oggi come Marx significa non accontentarsi di Marx, adottandone però la lezione di metodo.
Che ci impone il programma di costruzione di una economia politica critica (dunque, anche, di una critica dell’economia politica del ‘900) sugli altri aspetti del ciclo del capitale, all’altezza dei nostri tempi.
E ci impone di vedere nel lavoro astratto non un lavoro sempre più “deconcretizzato” – perché il lavoro nella produzione è sempre tanto concreto quanto potenzialmente astratto, e l’astrazione latente nella produzione si attualizza soltanto nello scambio finale – ma un lavoro le cui caratteristiche concrete (in certe fasi davvero più “relazionali”, più “ricche”, con maggiore “autonomia”) sono dettate, costruite e limitate dal capitale.
Dentro il ciclo aperto del conflitto e della ristrutturazione.
Se abbiamo perso è soprattutto perché non siamo stati in grado di ricostruire adeguatamente la trasformazione morfologica del capitale.
Farlo significherebbe rilanciare la sfida della teoria marxiana dove la centralità dell’economico rimanda alla contraddizione forza-lavoro/lavoro vivo che si dà, necessariamente e sistematicamente, al suo interno: sfuggendo così alla tenaglia di chi vede la classe sempre disperatamente subalterna o sempre miracolosamente riunificata.
Qui si apre il vero problema.
Come può darsi una ricerca del genere, al di là degli sforzi dei singoli? Bucci scrive su un giornale comunista, quotidiano di un partito comunista.
Non sono loro che dovrebbero essere i veri destinatari di un discorso che si chiede quale sia il valore d’uso per noi di Marx? Chi si deve preoccupare del fatto che tutto di Toni Negri sia disponibile nelle librerie, mentre di Marx quasi niente? Chi può impiegare tempo e denaro in una casa editrice che di questa eredità si curi? Non dovrebbero tanto il giornale quanto il partito impegnarsi in una ricerca che faccia del riferimento ad un Marx problematizzato e non imbalsamato, qualcosa in grado di orientare per davvero l’inchiesta sociale e l’indagine economica, fino a definire l’interpretazione del capitalismo contemporaneo e le linee di politica economica in modo un po’ meno abborracciato ed eclettico? Ma se c’è un luogo dove Marx, al di là di un riferimento ideale privo di ricadute concrete, pare ridondante, e il discorso degli economisti si riduce a un po’ di keynesismo e di sraffismo banalizzati, mi sembra proprio questo quotidiano, e spesso l’elaborazione del partito: per cui è bene che il mio discorso si chiuda qui.
da Liberazione del 6 dicembre 2005
SIATE MARXISTI, NON SIATE IMPOLITICI
Quale Marx per il XXI secolo. Una risposta polemica ai precedenti interventi e all’opzione del cosiddetto marxismo dell’astrazione
di Luigi Cavallaro
Il dibattito su “quale Marx per il XXI secolo”, avviatosi su questo giornale grazie agli interventi di Roberto Finelli e Cristina Corradi in replica alla recensione di Tonino Bucci al volume collettaneo curato da Marcello Musto (Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, 2005), ha già evidenziato i nodi dai quali non può prescindere qualunque ripresa della discussione sul lascito teorico e politico del pensatore di Treviri.
In primo luogo, infatti, è emersa la necessità di un approccio rigoroso (soprattutto filologicamente), che non soltanto valga a stabilire una volta per tutte “che cosa esattamente ha scritto Marx”, in modo da differenziarlo da quanto è imputabile all’intervento sul Nachlass dei suoi molteplici editori e glossatori, ma soprattutto a fissare qualche limite a quel continuo “sollecitare i testi” che assai spesso inclina a sovrapporre intentio auctoris, intentio operis e intentio lectoris, vale a dire cose che sarebbe bene tener distinte.
Sotto questo profilo, ha ragione Corradi a sostenere – richiamando quanto affermato da Roberto Fineschi nell’introduzione ad un volume al quale anche chi scrive ha contribuito (Karl Marx.
Rivisitazioni e prospettive, Mimesis, 2005) – che è stato “proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica” a far saltare “le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio”; l’importante, aggiungerei, è non illudersi che i frutti, che speriamo copiosi, dello scavo filologico possano poi autorizzare Tizio o Caia a professarsi, che so, “marxiano” invece che “marxista”: l’unico che poteva dire “je ne suis pas marxiste” è stato, appunto, Marx; i suoi interpreti non possono non esserlo (s’intende, ammesso che lo vogliano).
D’altra parte, è pur vero che la discussione odierna su Marx non ha nulla di quel tempo in cui – per dirla con Bucci – le “sottigliezze dialettiche”, lungi dal restare “confinate nelle aule universitarie”, proiettavano “le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa”, né la differenza è dovuta solo al fatto che non ci sono poi così tante aule universitarie dove si discuta di Marx.
Il problema, piuttosto, mi pare costituito dal fatto che, nonostante il “marxismo dell’astrazione” possa senz’altro rivendicare una fedeltà all’intentio operis di Marx di gran lunga superiore al “marxismo del comune” di ascendenza negriana (dominato, all’opposto, da un’intentio lectoris così prepotente da dimenticare i “diritti” del testo), sono o rischiano di essere radicalmente “impolitiche” le implicazioni che da esso si possono derivare.
Provo a spiegarmi.
Quale fu l’implicazione politica principale del “marxismo della contraddizione”, cioè di quello che dominò l’epoca della Seconda e Terza Internazionale e che assumeva come proprio perno la contraddizione tra “forze produttive” e “rapporti di produzione”? Essenzialmente, quella di porre la rivoluzione all’ordine del giorno.
Il fatto che quest’ultima non sempre si sia data in forme giacobine e che là dove si diede abbia prodotto risultati talvolta perfino esecrabili nulla toglie alla capacità di questo marxismo di mobilitare milioni di donne e uomini, che avranno magari avuto come obiettivo l'”assalto al cielo”, ma intanto venivano a partecipare per la prima volta alla vita politica e sociale.
E negli anni Sessanta, quando cominciarono a circolare i testi giovanili di Marx, cosa si dedusse dal “marxismo dell’alienazione”? Essenzialmente, che le strutture politiche e sociali che erano emerse dalla guerra civile europea (e poi mondiale) del 1914-1945 erano, all’Est come all’Ovest, ancora profondamente infettate dalla Trennung (scissione, ndr), per cui né i lavoratori abitanti nel “campo socialista” né tanto meno i loro omologhi del “campo capitalista” erano riusciti a sussumersi le condizioni della propria produzione e riproduzione, che continuavano al contrario a dominarli, seppure sotto forma di movimento “politico” (e non più solo “di cose”).
E fu la critica al capitale, certo, ma soprattutto ai partiti tradizionali e allo Stato, alle istituzioni universitarie, scolastiche, sanitarie, ecc.
E il “marxismo dell’astrazione”, quali possibilità schiude? Se è vero che, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani, che cose e uomini sopravvivono in superficie mentre tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa e, soprattutto, che questo meccanismo funziona così bene che aumenta sia il numero dei salariati che la durata e l’intensità della giornata lavorativa, cosa ci resta da fare? La domanda non è oziosa.
Se il capitale funziona così bene da colonizzare le nostre vite e il nostro immaginario e perfino da aumentare il numero degli occupati, “resistergli” è velleitario e, prima ancora, insensato: e in effetti, il velleitarismo è l’accusa che viene sempre più spesso mossa ai comunisti, che dal canto loro, nella misura in cui riducono il loro essere comunisti ad un generico “anticapitalismo”, di fatto danno ragione ai loro avversari.
(Alcuni ecologisti l’hanno capito così bene che, per ovviare al problema, hanno sostituito alla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione quella fra “capitale” e “natura”: ma codesto “ecomarxismo”, come si è voluto chiamare, non ha più titoli per rivendicare la propria discendenza da Marx di quanti ne possa vantare il “marxismo del comune”, cioè nessuno.) Intendiamoci: non vedrei nulla di male (né di “antimarxista”) nell’ammettere che da Marx non possiamo più derivare alcuna “teoria della rivoluzione”.
La domanda però è: perché mai dovremmo allora pensare a un “nuovo soggetto rivoluzionario” o alla “costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione” (Finelli), visto che il capitale funziona benissimo? A diverse implicazioni potrebbe giungersi qualora considerassimo la crescita costante della disoccupazione negli ultimi trent’anni e, soprattutto, la circostanza che il capitale non riesce più a riprodursi ai tassi di crescita del secolo XIX (se non nelle periferie del pianeta, dove le condizioni della vita sociale ricalcano più dappresso quelle prevalenti due secoli fa in Europa e nell’America del Nord): si tratta, infatti, di evidenze empiriche che dovrebbero farci comprendere che è insensato continuare ad attribuire al capitale un potere che viceversa è solo l’espressione rovesciata di una nostra intrinseca debolezza.
Ma non c’è cosa più difficile di convincere i marxisti che oggi il capitale è molto più debole di quanto non fosse ai tempi di Marx: credere in un capitalismo onnipotente è per loro molto più rassicurante, perché dispensa dalla ricerca delle proprie insufficienze teoriche e pratiche e, proiettando in futuro fantastico la plenitudo temporis, permette di eludere la resa dei conti col “comunismo realizzato” (quello statuale) e coi problemi che esso ha posto all’ordine del giorno, in Oriente come in Occidente.
Di questi, uno mi pare davvero centrale, ed è quello che troppo banalmente si è definito come “fine del lavoro”.
Non se ne può dire qui; c’è spazio solo per avvertire che la sua mancata comprensione fa sì che ancor oggi “il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato” (Marx): la diminuzione del tempo di lavoro necessario, connessa all’enorme sviluppo tecnologico del secolo appena concluso e soprattutto dai nuovi rapporti sociali entro cui esso ha potuto dispiegarsi in modo non distruttivo durante i “trenta gloriosi keynesiani”, trionfa infatti al momento “così come per esempio trionfa con forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa”.
Non sarà per questo che aumentiamo l’età pensionabile pur essendo pieni di disoccupati e di disperati che premono alle frontiere alla ricerca di lavoro?
da Liberazione del 21 Dicembre 2005
NO IL CAPITALE NON È TUTTO. RICORDIAMOCI DELLA CLASSE
Quale Marx per il XXI secolo. Prosegue il dibattito sul volume critico “Sulle tracce di un fantasma”.
Un intervento critico contro la tesi che oggi il capitalismo sia un astratto meccanismo che riduce gli individui a maschere in superficie
di Massimiliano Tomba
Nel 2005, non solo in Italia, sono apparsi in libreria diversi libri su Marx.
Sulle colonne di questo giornale la recensione di Tonino Bucci al volume Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, edito dalla manifestolibri e curato da Marcello Musto, ha suscitato una discussione forse impensabile fino a pochi anni fa.
Riccardo Bellofiore ha posto una giusta questione quando chiede come mai “tutto di Toni Negri sia disponibile nelle librerie, mentre di Marx quasi niente?”.
Probabilmente perché, al di lá delle mode, c’è un’urgenza generazionale di politica che mal sopporta sia la fatica del lavoro teorico sia i vecchi riferimenti a un Marx imbalsamato.
Siamo tutti d’accordo, credo, nell’affermare che ció di cui abbiamo bisogno è un Marx problematizzato, magari anche pensato contro i suoi limiti, ma che ci permetta di “ricostruire adeguatamente la trasformazione morfologica del capitale”.
La questione posta da Tonino Bucci si ripresenta allora nella sua bruciante attualità.
Essa riguarda il rapporto tra teoria e prassi.
Ed è in fondo da qui che ha preso le mosse la discussione.
Con chi, come Cristina Corradi, esorta a “prendere sul serio il lavoro teorico” e denuncia alcuni esiti nefasti del primato della prassi nel marxismo della seconda metá del Novecento.
Inutile in questa sede ripercorre presunti o reali malintesi del primato della prassi e della politica sulla teoria.
Il problema che attraversa queste discussioni si annida probabilmente proprio nella struttura del dualismo teoria-prassi: la sua forma dicotomica porta ad accentuare di volta in volta uno dei due aspetti, mentre ad essere vero non è né l’uno né la l’altro.
E tanto meno una loro presunta superiore sintesi di ascendenza hegeliana.
Il giovane Marx si trovó di fronte ad un problema analogo mentre cercava di uscire dalle pastoie della riflessione posthegeliana.
Nella prima delle sue Tesi su Feuerbach considerava parimenti inadeguati sia il materialismo sia l’idealismo: se il primo guarda la realtà solo come oggetto, il secondo ne sviluppa astrattamente il lato attivo, tralasciato appunto dal materialismo.
Ma nessuno dei due punti di vista è vero, perché nessuno dei due è in grado di cogliere l’oggetto come prassi, vale a dire soggettivamente.
Qui Marx, per la prima volta, giunge a una nozione di verità che è intimamente intrecciata alla praxis.
Non ci sarebbe peró arrivato senza la lezione appresa nelle organizzazioni comuniste che iniziava a frequentare in quegli anni, e ancor meno senza la lezione della rivolta dei tessitori slesiani del 1844.
È qui che impara a conoscere la natura di classe di quel conflitto: la rivoluzione nella rivoluzione.
Marx coglie cioè la rivoluzione sociale che attraversa la rivoluzione politica; una rivoluzione che emerge dalle faglie aperte da dinamiche di classe che restano oscure a chi guarda solamente al rapporto tra individuo e comunità politica.
Con questo Marx opera un duplice simultaneo spostamento: assieme all’angolo prospettico dal quale guardare la società viene spostato l’intero piano della riflessione.
Fu una mossa spiazzante.
Impensabile senza la radicale assunzione nella teoria della prassi rivoluzionaria dei proletari.
Ben venga l’edizione critica delle opere marxiane se puó servirci a fare maggiore chiarezza su questi rapporti tra riflessione politica, analisi economica e intervento pratico nelle situazioni, aspetto, quest’ultimo, sempre presente in Marx.
Politicamente ci serve oggi quel gesto marxiano.
Il carattere astratto che Bucci imputa al “marxismo dell’astrazione” di Finelli ha a che fare con un vecchio problema relativo al rapporto teoria-prassi.
Finelli legge la globalizzazione come un processo di “accumulazione di ricchezza astratta che s’è fatta talmente dominante e tendenzialmente assoluto del mondo contemporaneo da superare i confini e il potere dello Stato-nazione”.
Insomma, assisteremmo secondo Finelli ad un “processo di totalizzazione del capitale” nel quale il valore diviene un soggetto automatico, e gli individui concreti sue funzioni.
Ed è certo innegabile che la sussunzione del valore d’uso nel valore di scambio si presenti oggi nei termini del dominio dell’astratto.
Ma allora di fronte a questo “processo di totalizzazione del capitale” o ci si consegna a una nuova filosofia della storia che profetizza il crollo del capitalismo sotto i colpi di un comunismo che esso stesso produrrebbe al proprio interno, o non resta che auspicare una qualche forma di resistenza che ne trattenga gli aspetti piú mortiferi.
Se non troviamo oggi il gesto capace di cogliere l’oggetto soggettivamente, come prassi, rischiamo un’immagine totalizzante o apocalittica del capitale.
Due facce della stessa medaglia.
È invece necessario ridiscendere nei laboratori segreti della produzione, ricostruire le catene del valore che si stagliano non nello spazio neutro e indifferenziato della globalizzazione, ma nei percorsi molto piú accidentati segnati dalle insorgenze del lavoro vivo.
È questo il lato soggettivo, la prassi da indagare dentro quei processi, nelle nervature concrete delle pratiche di classe.
Senza attribuire a quest’ultimo concetto, oggi decisamente démodé, alcuna valenza sociologica.
Se non siamo in grado di attualizzare questo gesto marxiano, continueremo ad aggirarci nelle ambiguità del rapporto tra teoria e prassi, e vedremo ancora nelle librerie piú Toni Negri che Marx.
da Liberazione del
MARX, BENE COMUNE
di Domenico Jervolino
Sulle colonne di Liberazione si sta svolgendo da qualche tempo un dibattito sul libro – curato da Marcello Musto ed edito dalla manifestolibri – Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di Marx tra filologia e filosofia – che raccoglie gli atti di un convegno organizzato a Napoli tra il 1 e il 3 aprile 2004 da un pool di istituzioni universitarie ed extrauniversitarie, prevalentemente napoletane, ma non solo, essendo diventata Napoli in quest’occasione il punto d’incontro di studiosi provenienti dalle principali nazioni europee con presenze che spaziavano dall’Estremo Oriente all’America Latina.
Ho fatto parte, con Giuseppe Cacciatore e Roberto Finelli, del Comitato scientifico del Convegno e finora ho ritenuto più opportuno finora lasciare la parola a chi non aveva partecipato alla organizzazione di quell’evento e non era uno degli autori del libro.
Ma ora mi pare giusto prendere la parola, anche perché sono state sollevate questioni che mi coinvolgono non solo come co-autore del libro, ma come militante di Rifondazione.
Il problema è tutto nel rapporto fra studi su Marx e lavoro politico.
C’era un tempo che le diverse letture di Marx avevano riflessi immediati nell’azione politica dei partiti e dei movimenti socialisti e comunisti, ora c’è una distanza che può persino apparire siderale fra le ricerche e i dibattiti teorici e l’agire politico quotidiano.
Sicuramente è un bene per la libertà della ricerca che può procedere senza essere sottoposta a controlli, influenze, censure.
Ma questa distanza può anche indurre una frustrazione in chi si occupa di Marx e di marxismi, come se si trattasse di cosa irrilevante per le scadenze dell’oggi.
È possibile ricostruire un rapporto fra lavoro culturale e lavoro politico senza cadere negli errori del passato (mi riferisco non al nostro breve passato, ma a quello dei partiti socialisti e comunisti storici) senza pretese di ricavare per deduzione la giusta linea né di orientare gli studi in base a direttive di partito? È una questione difficile, ma da non eludere.
Nel cercare una risposta, io partirei – forse la cosa potrà stupire – da una concezione che ci è diventata familiare negli ultimi tempi, vale a dire la conoscenza come bene comune e come fondamento di una democrazia rinnovata sulla base di un concetto universalistico ed egualitario di cittadinanza.
Che c’entra questo con Marx? C’entra.
Significa che noi vogliamo un partito fatto di compagni e di militanti che conoscano Marx, che sappiano leggerlo, che sappiano fare i conti col suo pensiero perché vogliamo un partito, dei compagni, dei militanti colti.
E potrei aggiungere dei cittadini colti (e vorrei ricordare anche che nel movimento operaio dei primi decenni, ancora ai tempi di Rosa Luxemburg, prima di chiamarsi compagni, ci si chiamava cittadini, con riferimento all’eredità rivoluzionaria della rivoluzione francese e delle sue famose tre parole d’ordine: libertà, fraternità, eguaglianza).
Significa che Marx appartiene alla cultura dell’umanità ed è un riferimento indispensabile per qualsiasi sapere critico.
Non l’iniziatore di una forma di conoscenza esoterica, riservata a un tipo particolare di persone, destinate a diventare inevitabilmente una setta o creare una ortodossia.
Questo è certamente la ragione per la quale Marx non si dichiarava marxista e durante tutta la sua vita non ha mai cessato di confrontarsi con i punti alti della cultura dei suoi tempi.
Quindi in breve: riappropriarsi dell’opera (ancor in parte sconosciuta) di Marx, farla diventare un bene comune dell’umanità, costruire una cultura che – come diceva la Lettera a una professoressa – consiste in due cose: possedere la parola e appartenere alla massa.
E sulla base di questi presupposti battersi per una democrazia che si fondi sul protagonismi di soggetti che posseggono la parola e sono impegnati in un processo senza fine (perché non si cessa mai di imparare) di apprendimento critico della società in cui viviamo, dei suoi processi, delle sue dinamiche.
Questo mi pare l’obiettivo che può degnamente proporsi un partito di tipo nuovo, che sappia sfuggire alle sabbie mobili dei dogmatismi, alle chiusure settarie d’ogni genere, alle paludi dell’indifferenza e al cinismo della politica politicante.
recensione da CRITICA MARXISTA di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia
«ASTRAZIONE E FANTASMI» DI NUOVO SULL’ATTUALITÀ DI MARX di Roberto Finelli
Gli atti un un convegno su Marx «tra filologia e filosofia» ripropongono, insieme con l’importanza e la vitalità dell’opera marxiana, i nodi centrali del suo pensiero.
Il capitale come egemonia di un soggetto astratto e la centralità del nesso Hegel-Marx.
Il recente volume della Manifestolibri, Sulle tracce di un fantasma.
L’opera di K. Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, riproduce gli atti di un convegno internazionale che si è svolto a Napoli nell’aprile dello scorso anno sul pensiero e l’opera di Marx nel suo complesso, dalla giovinezza alla maturità.
L’assise napoletana, come non poteva essere diversamente, ha avuto assai poca eco sui media.
Eppure il convegno, organizzato, a partire da un’iniziativa dello stesso curatore del volume, da professori e ricercatori delle Università di Napoli (Federico II e l’Orientale) e dell’Università di Bari, dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall’Istituto Suor Orsola Benincasa, ha visto non solo il concorso di molti studiosi internazionali, dall’Europa, dall’America latina, dal Giappone e dalla Cina, ma ha rappresentato, a mio avviso, in modo pubblico e ufficiale – e qui sta il suo valore di fondo – la ripresa del marxismo teorico italiano.
Nel senso di una rimessa sulla scena e di un confronto con l’attualità del postmoderno della teoria più astratta e sistematica di Marx, considerata sia filologicamente nella complessità della sua pagina scritta e delle sue varie sedimentazioni e stesure, sia filosoficamente nella coerenza o meno, quanto a percezione e coglimento della realtà, del suo tessuto di concetti.
Il marxismo filosofico in Italia è stato dichiarato morto, com’è noto, a una data precisa, coincidente con il 1974, l’anno in cui Lucio Colletti, pubblicando la sua Intervista politico-filosofica, si accorgeva, diversamente da quanto aveva pensato fin’allora, che la teoria della contraddizione storico-sociale di Marx era assai condizionata dalla dialettica di Hegel e conseguentemente che, rappresentando Hegel il massimo del pensiero fallace e antiscientifico, il marxismo non poteva costituire un sistema veridico di pensiero.
Così poiché Colletti era accreditato, nel bene e nel male della sua produzione teorico-politica precedente, come il teorico marxista più conosciuto e più celebrato sul piano filosofico, ne era derivato – in tempi già d’incipiente febbre pubblicitaria postmoderna e di scarsa attitudine alle letture serie e approfondite – che la sua dichiarazione valesse coram populo a seppellire il marxismo come filosofia e a liberare il rapido rotto di molti somarelli, ormai estenuati dal peso della vecchia soma, verso pascoli, ben più nutrienti, di una cultura dialogico-democratica conciliata con un capitalismo sano o risanabile e con il volgimento dell’intera realtà in linguaggio, sia nella versione analitico-positivistica che in quella continentale-ermeneutica.
Non è un caso perciò che il convegno di Napoli sia ripartito proprio da dove il marxismo italiano con Colletti era presuntivamente giunto alla sua fine – dalla centralità del nesso Hegel-Marx –, mostrando quanto, indipendentemente dalle conclusioni un po’ tranchant e a effetto dell’Intervista politico-filosofica, non solo in Italia, ma in Inghilterra, in Germania, in Olanda, in Giappone, prima, durante e dopo, si sia continuato a studiare e a indagare con rigore critico il testo di Marx, trovando in esso non solo un classico della modernità, ormai consegnato alla storia, ma un interprete insostituibile del presente e dell’attuale passaggio tra moderno e postmoderno.
Filologia e storiaIntanto, come prima cosa, la situazione filologica ed editoriale dell’opera di Marx, alla quale, come condizione primaria per qualsiasi approfondimento teorico, è stata dedicata non a caso la prima sessione del convegno napoletano.
Com’è noto e com’è ovvio, la storia editoriale delle opere di Marx ed Engels non poteva non essere profondamente intrecciata con la storia del movimento comunista internazionale e in particolare dell’ex Unione Sovietica.
La prima edizione critica delle opere complete, conosciuta anche con la sigla MEGA (Marx Engels Gesamtausgabe) fu avviata negli anni venti e stampata a Berlino e Francoforte sotto la guida intelligente e colta dello studioso russo David B.
Rjazanov e interrotta, dopo la pubblicazione di alcuni volumi, quando lo stesso Rjazanov e numerosi suoi collaboratori russi e tedeschi furono fisicamente eliminati dal terrore staliniano degli anni trenta, a ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della violenza di quello sciagurato regime fatto passare per realizzazione del comunismo.
Nel secondo dopoguerra, dopo la morte di Stalin, e malgrado le notevoli resistenze alla ripresa di un’edizione criticamente accurata che implicava il rischio di evidenziare fragilità e incrinature del corpus teorico del marxismo, la pubblicazione di una seconda e nuova MEGA fu avviata con l’istituzione di diversi centri di studio, tra i quali quelli di Mosca e Berlino Est, durante gli anni sessanta.
Il progetto iniziale era di 100 volumi (ciascuno doppio perché corredato di un secondo volume, costituito da un apparato di note), poi portati a 165, divisi in quatto sezioni: Ia, Opere, Articoli, Abbozzi; IIa, Il capitale e lavori preparatori; IIIa, Epistolario; IVa, Estratti, Appunti, Marginalia.
Quando erano stati pubblicati circa 40 volumi, il crollo dei regimi dell’Unione Sovietica e della Repubblica Democratica Tedesca ha rischiato di mettere definitivamente la parola fine all’impresa, basata sulla pubblicazione integrale, e dotata di amplissimi apparati critici, del corpo dei manoscritti di Marx ed Engels, originariamente lasciati da una delle figlie di Marx al Partito socialdemocratico tedesco e due terzi dei quali sono ora in Olanda, in possesso dell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam, e un altro a Mosca, presso l’Archivio di Stato russo per la storia politica e sociale.
L’istituzione di una fondazione internazionale (IMES = Fondazione Internazionale Marx Engels), cui partecipano l’Istituto di Amsterdam e la Karl-Marx-Haus di Treviri (finanziata dalla Fondazione Ebart), l’accoglimento economico e culturale dell’impresa sostanzialmente da parte della Repubblica federale tedesca, la metamorfosi della vecchia Accademia delle scienze di Berlino Est nella nuova Accademia delle scienze di Berlino e del Brandeburgo (presso cui ora viene concentrata la fase finale di redazione dei testi), il passaggio dalla vecchia casa editrice Dietz Verlag, legata al vecchio regime della Ddr, alla nuova casa editrice, lo Akademie Verlag, di fama accreditata per l’edizione di classici della filosofia come Aristotele, Leibniz e Feuerbach, ha consentito, con una nuova struttura finanziaria e organizzativa, di riprendere, con un minimo ridimensionamento dei volumi del progetto, il lavoro e le pubblicazioni.
Di tutto ciò, dei criteri filologici e culturali di edizione, della sistematicità dell’elaborazione elettronica dei dati per una futura edizione su Cd-Rom, dello stato attuale dei volumi in corso di lavorazione, al convegno di Napoli hanno dato conto Manfred Neuhaus, responsabile del gruppo di lavoro per la MEGA dell’Accademia berlinese, e Gerald Hubmann, responsabile del Marx Engels Jahrbuch, l’annuario dell’Accademia dedicato ai problemi, anche teoricoconcettuali, della pubblicazione delle opere.
Malcom Sylvers, che si occupa in Italia, presso l’Università di Venezia, dell’edizione di volumi della terza sezione della MEGA, ha invece illustrato, più specificamente, l’enorme valore dell’epistolario marx-engelsiano, indispensabile per ricostruire non solo il rapporto tra i due, ma più in generale la rete di comunicazione che, attraverso le lettere, si venne a costituire tra i profughi sconfitti della Rivoluzione del 1848, sparsi nei vari angoli dell’Europa e degli Stati Uniti.
In particolare Sylvers nella sua relazione ha dato conto dei contenuti e dei problemi di un volume futuro della terza sezione (la corrispondenza di Engels per il periodo di aprile 1888-settembre 1889), appunto curato da lui stesso insieme a due colleghi tedeschi, i cui temi sono i nascenti movimenti socialisti in Europa e negli Stati Uniti, la fondazione della Seconda Internazionale, il lavoro editoriale per il terzo volume del Capitale e la traduzione degli scritti di Marx ed Engels in varie lingue (di cui la corrispondenza con Martignetti per la lingua italiana): ricco e vario carteggio da cui emerge tra l’altro anche un profilo della vita quotidiana di Engels.
Izumi Omura, docente dell’Università giapponese di Sendai, ha illustrato l’enorme mole di lavoro, a elevatissimo livello di informatizzazione, che il suo gruppo di lavoro (verosimilmente il più ampio di tutti i gruppi di lavoro MEGA) sta svolgendo.
Infine Gian Mario Bravo, con la sua competenza e accuratezza di sempre, ha trattato in modo approfondito, sul piano storiografico, della questione della diffusione e volgarizzazione del marxismo nell’Italia postunitaria della seconda metà dell’Ottocento.
Mostrando quanto, fatta eccezione per l’opera di Antonio Labriola, il nascente socialismo italiano di quell’epoca abbia avuto una fondazione teorica essenzialmente positivistica, assai lontana, se non per una popolarizzazione di superficie, dalla tematiche di Marx, e soprattutto incapace di consegnare al proletariato e alle classi popolari della nuova Italia una visione culturale, oltre che etico-politica, originale e autonoma dal modo di pensare e di valutare delle classi dominanti.
Infine, non va certamente trascurata la relazione che, in questa sezione del convengo, la professoressa Wei Xiaoping, membro dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia cinese di scienze sociali, ha svolto sulla situazione degli studi marxisti in quel paese, testimoniando quanto anche qui sia importante l’edizione critica della nuova MEGA per un lavoro degli studiosi cinesi che vogliano sottrarsi alle rigidità e all’eccessiva esposizione politica della tradizionale lettura di Marx caratteristica del passato.
Il capitale come egemonia di un soggetto astrattoPassando al piano più propriamente teorico del pensiero di Marx di cui s’è trattato a Napoli, gli organizzatori del convegno hanno voluto centrare la discussione in particolare sul Marx dei Grundrisse e del Capitale, ritenendo che è nell’opera matura, ben più che nei testi giovanili (Critica della filosofia statuale di Hegel, Manoscritti economico-filosofici) come nei testi di definizione della filosofia del materialismo storico (La Sacra famiglia, L’ideologia tedesca e la Miseria della filosofia), che si gioca o meno la forza dell’attualità di Marx nel leggere il moderno, o più esattamente il postmoderno del moderno.
Ed è un nuovo paradigma interpretativo – il cosidetto marxismo dell’astratto – che, a partire da alcune relazioni, s’è venuto proponendo al centro della questione.
Per dire cioè che, nella storia dei marxismi che ha contrassegnato il XIX e il XX sec.
– prima il marxismo della contraddizione, quale teoria dell’evoluzionismo storico, comune alla Seconda e Terza Internazionale, basata sulla contraddizione tra il polo positivo delle forze produttive e quello negativo dei rapporti di produzione, e poi nel secondo dopoguerra il marxismo dell’alienazione, quale scoperta del giovane Marx, teorico dell’uomo e del suo rovesciamento nei prodotti del suo lavoro alienato – è proprio la realtà che tutti, o almeno noi occidentali, stiamo vivendo di un mondo del concreto sempre più svuotato di gusto, di qualità, di emozioni dall’accumulazione della ricchezza astratta del capitale, a far avanzare ed estrarre dall’opera marxiana la presenza di un terzo canone di lettura della storia moderna fino all’attualità dei nostri giorni che è appunto quello del marxismo dell’astrazione.
Quest’ultimo fa dell’astrazione – ossia della ricchezza solo quantitativa del Capitale, indifferente nella sua accumulazione al mondo qualitativo dei valori d’uso e dei bisogni degli esseri umani – il vero soggetto, dominante ed egemonico, della modernità.
Questo marxismo dell’astrazione, lasciando cadere una lettura, umanistica e antropocentrica, della storia, non nega ovviamente l’azione, la resistenza e l’iniziativa delle classi subalterne e dei portatori di forza-lavoro nel confronto con il capitale, ma sostiene che il vero soggetto moderno non sono i produttori, quanto il capitale, quale universale che, proprio per la sua indifferenza ai processi materiali in cui si incorpora, può diffondere il suo dominio su tutti gli spazi naturali e antropomorfi della realtà.
E legge appunto la modernità, e quella sua intensificazione che è la post-modernità, non tanto attraverso la categoria canonica della opposizione-contraddizione (secondo cui un soggetto collettivo urta e configge contro la realizzazione alienata ed espropriata di sé), quanto attraverso quella dell’astrazione-svuotamento, secondo la quale l’astratto, più che opprimere e reprimere dall’esterno il concreto, lo colonizza dall’interno, riempiendolo della sua logica e svuotandolo di un suo proprio significato, ma lasciandolo sopravvivere, in pari tempo, nella cornice esteriore ed apparente della sua superficie.
Le relazioni di Chris Arthur, Riccardo Bellofiore, Roberto Finelli, Michael Kraetke, Geert Reuten, hanno discusso approfonditamente di tutto ciò, nell’assenso e nel dissenso, ma concorrendo tutti a far avanzare sulla scena teorica la presenza e il rilievo di questo nuovo paradigma interpretativo.
Bellofiore in particolare, connettendo la centralità della produzione, e del confronto in essa tra lavoro concreto e lavoro astratto, ad una teoria del circuito monetario che non impedisca alla critica dell’economia politica di Marx di dar conto dell’importanza fondamentale oggi dei fenomeni monetari e della asimmetria del capitale finanziario e del capitale creditizio rispetto al capitale produttivo.
Come per altro rivendicando l’attualità delle categorie marxiane nel criticare tutte le estremizzazioni teoriche che pretendono di equiparare il postmoderno e le trasformazioni economiche del postfordismo con una società cosiddetta della fine del lavoro, quando ciò che sta accadendo anche nei paesi sviluppati è proprio un aumento, a vario titolo, della lunghezza della giornata lavorativa e dell’intensità della prestazione lavorativa.
Anche per Chris Artuhr le categorie di ricchezza astratta e di lavoro astratto sono indispensabili per comprendere come la riflessione di Marx abbia concepito il Capitale essenzialmente come un principio economico che tende a universalizzarsi e a costituirsi come sistema generale della vita e della riproduzione sociale: non dunque solo rapporto tra singoli imprenditori e determinati gruppi di classe operaia, ma come universale astratto, in senso forte, che con la sua logica di accumulazione vuole pervadere tutti gli ambiti dell’esistenza.
Ed infatti Arthur, come Finelli – ma con delle significative differenze tra i due – ha riproposto in termini originali ed assai approfonditi il tema del confronto-derivazione del Capitale di Marx dalla Scienza della logica di Hegel, quale opera par excellence della filosofia moderna dedicata ai modi dell’articolarsi e del distribuirsi sull’intero campo della vita di una totalità.
A conferma anche qui di quanto la pretesa conclusione del marxismo teorico in Italia, compiutasi con Colletti, abbia preso le mosse da una assai sbrigativa liquidazione di Hegel, visto, alla Popper, come un pensatore oscurantista e premoderno che avrebbe tradotto e razionalizzato in termini concettuali un contenuto sostanzialmente teologicoreligioso, antiscientifico e antistorico.
Laddove nel convegno napoletano, soprattutto nella sezione dedicata al Capitale, la rivalorizzazione di Marx nel leggere le astrazioni e le immaterialità del postmoderno è tornata a fare uso profondamente del rapporto di Marx con Hegel, ma questa volta sottratto alle ipoteche di pesante umanismo e antropocentrismo entro le quali la querelle tra storicismo da un lato e scientismo antistoricista dall’altro lo aveva comunque limitato nella seconda metà del Novecento.
È appunto all’uso impersonale della «totalità» in Hegel, ma sottratta alla rifondazione antropomorfa nel lavoro e nella prassi umana che ne fa Lukács nell’Ontologia dell’essere sociale, che ora si guarda, per sottrarre contemporaneamente Hegel da un volgare riduzionismo spiritualistico-telogico e Marx da una filosofia della storia centrata sul prometeismo dell’homo faber e sul trionfante sviluppo delle sue forze produttive.
Per altro in questa rottura di una icona interpretativa che ha costituito il canone dei diversi marxismi ufficiali del XIX sec.
(la progressione materialistica della dialettica dallo spiritualismo di Hegel, via Feuerbach, al materialismo di Marx) e in una riaffermata continuità, ma appunto a partire da altre categorie e da altre mappe concettuali, tra l’opera di Marx e l’idealismo tedesco, significativa è stata a Napoli la proposta di un cosidetto «paradigma schellinghiano», quale quella avanzata da Enrique Dussel.
Per Dussel infatti, il cui ispirarsi tra altre fonti anche alla teologia della liberazione della chiesa povera sudamericana è evidente, Grundrisse e Capitale vanno compresi a muovere dal nesso di opposizione fondamentale della modernità: dalla capacità cioè del sottosviluppo più radicale di creare lo sviluppo più opulento, della povertà assoluta di costituire la fonte della ricchezza più ricca.
In una connessione intrinseca, di cui Marx dà conto in pagine celebri dei Grundrisse e che per Dussel si legano appunto alla teorizzazione che l’ultimo Schelling (quello della Filosofia della rivelazione) fa del fondamento dell’Assoluto come non-essere, che nella sua assenza di contenuto, è potenza e potenzialità di ogni contenuto possibile.
Per cui ciò che se ne ricava sul piano geo-politico è che, più che la classe operaia tradizionale dell’Occidente novecentesco, sarebbero ora, più complessivamente, le masse povere del terzo e quarto mondo a costituire i soggetti collettivi di una possibile trasformazione futura.
A sottolineare ulteriormente quanto il convegno napoletano non sia stato una mera celebrazione di un Marx, consegnato ormai come classico al passato, v’è stata infine la proposta di lettura del Capitale, e insieme della modernità, che Jacques Bidet sta approfondendo ormai da un quindicennio.
Per l’autore francese, direttore tra l’altro della rivista Actuel Marx, il discorso di Marx sulla struttura economica del capitalismo caratterizzata da relazioni di sfruttamento e di disuguaglianza, per essere fatto ben valere nella comprensione del mondo contemporaneo, non può essere disgiunto dall’operare di quell’altro piano fondante la modernità, da lui definito metastruttura: dal fatto cioè che solo nella modernità è stato ed è possibile mettere insieme individui attraverso libera scelta, dandosi così luogo a relazioni contrattuali, che dall’interindividualità vanno all’associatività e alla centricità del potere statale.
Questa metastruttura del moderno, costituita da relazioni contrattuali di varia natura, esprime per Bidet un trascendentale della modernità, nel senso di rappresentare un insieme di condizioni che stanno a base – sono il presupposto – di qualsiasi formazione storico-sociale concreta del moderno, venendo nello stesso tempo sempre posti, riprodotti, dal funzionamento sociale effettivo.
Ispirando la sua concezione a una possibile mediazione tra marxismo e contrattualismo, Bidet ne deriva perciò non solo che società liberale e società comunista vanno concepite come due possibili variazioni, due possibili casi all’interno di tale metastruttura generale, ma soprattutto che a muovere dalla compresenza di diversi piani relazionali si potrebbe giungere a concepire un modo di produzione, caratterizzato dal mercato, ma autonomo dalla presenza e dalla funzione del capitale.
Tra etica e politica, «comunismo della finitudine» ed ermeneuticaLa sezione più etico-politica del convegno ha visto le relazioni di Gianfranco Borrelli, Giuseppe Cacciatore, Mario Cingoli, Domenico Jervolino, Domenico Losurdo, Marcello Musto, Peter Thomas, André Tosel.
Il giovane studioso australiano Peter Thomas, occupandosi di quell’opera assai singolare che è la dissertazione di laurea di Marx sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicureo, ha argomentato di come e quanto la nuova ricerca su Marx debba abbandonare metodologie e criteri d’indagine superati e stereotipi, legati alla vecchia mitologia dell’eroe che fin dall’infanzia anticipa con segni premonitori, senza mai accedere all’errore o alla contraddizione, la pienezza della verità matura.
Così la tesi di laurea di Marx sul confronto tra i diversi sistemi dell’atomismo antico va sottratta ad ogni forzatura di materialismo supposto già presente a priori e restituita alla concretezza della lotta ideologica e culturale-politica che costituiva allora l’orizzonte della formazione e della riflessione marxiana, come all’opposto non va iscritta in un’ispirazione unicamente idealistica, che farebbe del giovane Marx un pensatore inizialmente completamente subalterno ad Hegel.
Va cioè contestualizzata storicamente all’interno della problematica dei Giovani hegeliani (del cui gruppo allora il giovane Marx faceva parte) e teoricamente rispetto alla questione di che cosa significasse allora la funzione della «critica» culturale.
E, specificamente, cosa significasse in quel testo per il giovane Marx cominciare a mettere in scena una sua critica della critica, visto che la battaglia culturale contro la religione per garantire maturità laica e razionale allo Stato moderno non sembrava mantenere quella promesse di emancipazione su cui pure avevano sperato i Giovani hegeliani.
A proposito della complessità di sensi e della molteplicità di atteggiamenti che si aprono nell’opera di Marx rispetto al termine e al concetto cruciale di «materialismo», un’attenta relazione di Mario Cingoli, riferita anch’essa soprattutto all’opera del primo Marx, ha espresso la necessità di considerare il rapporto del giovane Marx con il materialismo, suddividendolo in tre fasi.
Una prima fase in cui Marx, sotto l’esplicita influenza di posizioni romantiche e della Naturphilosophie non hegeliana prima, e di Hegel dopo, è decisamente critico nei confronti del materialismo.
Questa fase comprende i primi scritti letterari, o Quaderni preparatori alla Dissertazione di laurea, la Dissertazione stessa, gli articoli sulla Rheinische Zeitung.
Una seconda fase, che si esprime soprattutto con la Critica della filosofia del diritto di Hegel, in cui Marx, sotto l’influenza di Feuerbach e del suo modulo critico dell’inversione soggetto-predicato, si sposterebbe verso una posizione che sarebbe in sé già materialistica, ma conservando nello stesso tempo una forte diffidenza verso il termine «materialismo » in quanto tale: non a caso parla assai criticamente di «crasso» materialismo o di «astratto» materialismo).
Una terza fase, a partire dai Manoscritti del ’44 (fondamentali anche da questo punto di vista), nella quale anche il termine «materialismo» viene assunto in un’accezione via via più positiva.
Di questa fase si considerano diversi momenti: nel celebre excursus della Sacra famiglia alla difesa del materialismo si collega ancora l’influenza della Naturphilosophie; intanto Marx si impegna a differenziare la propria posizione da quella di Feuerbach, definita «statica»: si tratta, per Marx, di mettere in evidenza anche l’attività degli enti naturali «uomini», tramite cui essi lavorano la restante natura e insieme costruiscono la loro storia, e di giungere quindi a un materialismo «storico» e «dialettico» (in questo periodo, a differenza della posteriore scolastica, i due termini sono strettamente collegati).
Viene poi esaminata rapidamente la posizione del Marx della maturità; in connessione col testo di Schmidt Il concetto di natura in Marx[1] si mette in rilievo che per Marx, sempre più volto agli studi di economia politica, la natura appare essenzialmente come «base» del lavoro umano; non manca però, sia pure in sottofondo, un’ontologia materialistica, ed appare fondamentale il rapporto con la teoria di Darwin.
Si parla infine brevemente della posizione engelsiana: si evidenziano i limiti, ma anche l’importanza di essa, e l’esigenza di svilupparla ulteriormente.
Anche la relazione di Marcello Musto sul Marx parigino dei Manoscritti economico-filosofici, uscendo da canoni tradizionali e consolidati della tradizione marxista, ha ben mostrato come, alla luce dell’edizione critica della MEGA, il primo documento organico della riflessione marxiana sull’economia politica debba essere riletto e contestualizzato nell’ambito della complessiva attività di Marx in quel periodo: e dunque in un confronto-rispecchiamento costante soprattutto con i Quaderni di estratti che Marx viene raccogliendo durante il soggiorno parigino.
Tanto che per Musto ciò che di fondo si ricava da tale comparazione è che i Manoscritti economico-filosofici non possono essere considerati come un testo coerente e steso da Marx in maniera sistematica e preordinata.
Le tante interpretazioni che hanno voluto attribuirvi il carattere di un pensiero concluso, tanto quelle che vi hanno sottolineato la presenza e l’acquisizione già della piena maturità del pensiero marxiano, quanto quelle che l’hanno letta come l’opera di una teoria già formata e definita ma opposta a quella della critica dell’economia politica della maturità, risultano confutate dall’esame filologico.
Disomogenei e ben lungi dal presentare una stretta connessione tra le parti, sono, piuttosto, evidente espressione di un pensiero in movimento.
Basti pensare che il primo manoscritto è quasi poco più che una raccolta di citazioni, già trascritte da Marx nei suoi quaderni di lettura.
A testimonianza di un modo di lavorare e di pensare che, in questo primo approccio di Marx a temi di teoria economica, si componeva appunto di estratti dai testi che studiava, di riflessioni critiche in merito a questi ed elaborazioni che, di getto o in forma più ragionata, metteva su carta.
Per cui separare i Manoscritti economico-filosofici dal resto, estrapolarli dal loro contesto, può indurre a gravi errori interpretativi.
Per quanto riguarda il Marx che maggiormente ha riflettuto sulle forme politiche della modernità, Giuseppe Cacciatore, nella sua relazione sulla democrazia in Marx, ha fortemente valorizzato il contrasto che nello svolgersi dell’opera marxiana si dà tra due concetti di democrazia e di Stato moderno.
Quelli, più noti tradizionalmente, di una forma particolare di potere politico legato a una determinata configurazione socio-economica della società civile borghese-capitalistica, presente negli scritti di Marx dall’Ideologia tedesca in poi (lo Stato come comitato d’affari della borghesia).
E quelli invece presenti nei primissimi scritti del giovane Marx (gli articoli della Rheinische Zeitung del 1842 e, soprattutto, la Kritik des Hegel’schen Staatrechts del 1843), nei quali la democrazia e lo Stato politico vengono assunti in un significato radicale, come possibili forme di emancipazione e di liberazione delle energie della vita di un popolo.
Cacciatore ha approfondito in particolare questa prima concettualizzazione dello Stato e della democrazia da parte di Marx, sottolineando come nel primo Marx vi sia il tentativo teorico di radicalizzare le forme della politica moderna, non semplicemente negandole e rovesciandole in termini rivoluzionari, bensì traducendo e trasferendo il loro potenziale di universalità dal formalismo giuridico-politico della tradizione liberale a una mediazione più concreta di forma e contenuto, in cui la vita popolare possa trovare nella vita politica appunto il contenitore e i luoghi di possibilità della sua più ampia autoespressione.
La democrazia si configura in questo primo Marx come «l’enigma risolto di tutte le costituzioni», come «l’essenza di ogni costituzione politica», giacchè è l’unica forma istituzionale che tende ad annullare ogni distanza tra governati e governanti, tra popolo e sua rappresentanza.
La democrazia per il giovane Marx è infatti il luogo in cui, superandosi la separatezza tradizionale degli Stati premoderni tra popolo e istituzioni politiche, il popolo autorappresenta se stesso, nel senso che la sua rappresentanza è rappresentazione-espressione adeguata dei suoi reali ed autentici bisogni.
Attraverso istituzioni come la moltiplicazione, la generalizzazione del diritto di voto, sia attivo che passivo, il primo Marx è volto a concepire un esaurimento della funzione dello Stato, ma solo in quanto Stato politico, cioè separato ed astratto dalla società civile e dalle condizioni materiali d’esistenza dei più: giacché invece nella democrazia lo Stato, per lo stesso Marx, è il luogo e l’insieme delle istituzioni in cui il popolo rispecchia se stesso, prendendo coscienza del suo interesse unitario e organicamente universale contro il privilegio dei pochi e ogni dimensione cetuale-governativa della società civile.
Sulla variegatezza e la diversità di approcci di Marx al tema della politica ha insistito anche Gianfranco Borrelli, il quale nel suo intervento ha sottolineato come il lavoro di elaborazione specificamente politica di Marx vada scandito in tre periodi, che corrispondono rispettivamente: a) agli scritti che vanno appunto dalla Kritik der Hegel’schen Rechtsphilosophie del ’43 al Manifesto (1848) e, attraverso gli articoli su Le lotte di classe in Francia, fino a Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852): scritti che sono stati sempre considerati come il nucleo originario della riflessione politica di Marx; b) al periodo che va dalla metà degli anni cinquanta fino alla fine degli anni sessanta, il quale in corrispondenza con i lavori preparatori del progetto critico dell’economia politica, e di fatto fino alla pubblicazione del primo volume del Capitale, vede l’assenza pressoché assoluta di argomentazioni esplicite di natura politica; c) infine agli anni finali con la riflessione dedicata all’analisi dell’esperienza drammatica della Comune di Parigi (1871) e alle considerazioni del ruolo dello Stato e della dittatura di classe nella fase di transizione alla società socialista, svolte nelle annotazioni critiche portate al programma di Gotha, il manifesto del partito socialdemocratico tedesco (1875).
Per Borrelli la complessità, fino alla compresenza di due impostazioni diverse se non opposte, del discorso di Marx sulla politica, sta nel fatto che da un lato viene messa in atto una decostruzione critica e radicale del potere specificamente politico (die politische Gewalt), che deve preparare l’approdo alla società comunista; mentre, su di un altro piano, viene tematizzata la necessità di strumenti di un governo di transizione che debbano necessariamente utilizzare la funzione di un potere politico ancora concentrato, funzionale all’abbattimento della dominazione capitalistica da parte della classe operaia.
Né Borrelli, come già Cacciatore, ha tralasciato di sottolineare la ricchezza del sapere e del confronto con le istituzioni politiche accumulato dal giovane Marx, a muovere dal suo studio appassionatissimo dei testi storici e politici attinenti la Rivoluzione francese; citando a tal proposito, come esempio, l’articolazione dei punti di un Piano di uno scritto sullo Stato previsto in una pagina marxiana del 1845 e contenente temi quali: «1. la storia della nascita dello Stato moderno ovvero la rivoluzione francese; 2. La proclamazione dei diritti dell’uomo e la Costituzione dello Stato; 3. lo Stato e la società civile; 4. lo Stato rappresentativo e la Charte; 5. la divisione dei poteri. Potere legislativo ed esecutivo; 6. Il potere legislativo e i corpi legislativi; 7. Il potere esecutivo. Centralizzazione e gerarchia. Centralizzazione e incivilimento politico. Federalismo ed industrialismo. L’amministrazione statale e l’amministrazione comunale. Il potere giudiziario e il diritto. La nazionalità e il popolo; 9. I partiti politici. Il diritto elettorale, la lotta per il superamento dello Stato e della società civile»[2] Nell’ambito della tematica etica e politica di Marx una delle proposte più innovative del convegno napoletano è apparsa essere per altro quella di André Tosel, il quale, continuando una riflessione che dura ormai da molti anni, ha radicalizzato il tema del «marxismo della finitudine».
Per Tosel l’autoliquidazione del comunismo storico ha avuto come una delle sue cause fondanti l’assunzione antropologica e politica di una metafisica del soggetto produttore, in grado per il solo esercizio del lavoro, cioè della sua prassi produttiva di ricchezza e trasformatrice della natura, di ereditare il lato progressivo del capitalismo e di organizzare il comunismo.
Il tutto a partire da una concezione fortemente positivistica e neutrale delle forze produttive e da un affidamento fideistico alla pretesa oggettività della contraddizione storica, secondo la quale il movimento del capitale avrebbe prodotto di per sé il passaggio al comunismo, in quanto la natura sociale delle forze produttive si sarebbe trasformata in un’organizzazione politica votata essa stessa a convertirsi necessariamente nella libera associazione dei produttori.
Concezione mitica e astratta, correlata a un’idea altrettanto mitologica del comunismo, come orizzonte idillico di rapporti sociali organici e trasparenti, caratterizzati dalla favola della conclusione, ossia della scomparsa delle strutture della società civile e dalla fine dello Stato, del diritto, della classi, del mercato, dell’illusione ideologica.
Ma non si può neppure dimenticare, per altro verso, quanto l’emergere del comunismo storico all’inizio del Novecento abbia significato la denuncia strutturale della crisi consustanziale alla forma capitalistica dell’essere sociale.
Oggi che si è fatta chiaramente esplicita, con i drammi della mondializzazione, la fine della missione civilizzatrice del capitale, il comunismo si riafferma all’ordine del giorno in quanto ri-significazione della democrazia, dato che lo spostamento della tematica della rivoluzione sociale verso la questione della cittadinanza integrale costituisce verosimilmente il fatto teorico-politico più significativo della nostra congiuntura storica.
Ma questo significa tornare a congiungere e a mediare «economico » e «politico» (a differenza di quanto fa tutto l’orientamento arendtiano-habermassiano, con la separazione tra ambito materiale dell’agire strumentale, o lavorativo, e ambito politico dell’agire discorsivo) e vivere la democrazia come luogo che assume il confronto e il conflitto, anziché farsi luogo di neutralizzazione del conflitto, come accade oggi con l’omogeneità di un ceto politico riproduttore solo del capitale e del proprio privilegio.
Anche perché è la democrazia in sé a costruirsi sul conflitto e l’opposizione dei suoi due princìpi costitutivi basilari: il primo che afferma che la democrazia si legittima e si fonda solo attraverso argomentazioni razionali condivisibili (e dunque attraverso la cura dell’universale e dell’interesse generale), il secondo che garantisce a ogni individuo il diritto inalienabile alla libertà privata e alla libertà, quale sfera in cui l’interesse del singolo non ha l’obbligo di esibire pubblicamente il grado di universalità della propria scelta.
Ed è chiaro che condizione elementare e primaria di una tale risignificazione del comunismo è l’abbandono di qualsiasi mitologia e presupposizione di un soggetto forte e in-finito.
A Tosel ha fatto da controcanto la lettura «ermeneutica » del marxismo di Domenico Jervolino, secondo cui un percorso di fuoriuscita dal capitalismo deve rinunciare all’ipoteca di una teoria forte e blindata, che pretenda di esaurire in sé tutto il senso dell’esperienza umana, e aprirsi a un pensiero che sappia dialogare con tutte le dimensioni possibili dell’emancipazione e della liberazione.
Che il marxismo debba rinunciare, senza residuo alcuno di dubbio o d’incertezza, alla violenza implica infatti non solo scelte di natura pratico-comportamentale, per le quali l’organizzazione dei movimenti della sinistra, nuova e tradizionale, si deve istitituire nel rifiuto di gerarchie rigidamente verticali e ad alto rischio di burocratizzazione, ma anche, e soprattutto, attraverso scelte di una filosofia e di un’antropologia aperta che sappia scegliere il dialogo rispetto all’imposizione e all’affermazione di un’unica verità.
Un marxismo dialogico ed ermeneutico deve essere capace di integrare i tradizionali valori del movimento operaio, fondati sull’eguaglianza e sulla solidarietà, con i valori della persona, della sua individualità mai completamente riducibile a quella degli altri, della differenza di genere, di cultura, di religione.
Dunque non più un soggetto forte e monolitico da trovare e da proporre, qual è stata invece una certa configurazione canonica del proletariato industriale secondo un certo marxismo dogmatico, ma un soggetto capace di integrazione con le differenze altrui a partire da una riflessione e da una capacità dialogica con le proprie differenze interiori e le proprie esigenze di individuazione.
Domenico Losurdo ha infine riletto i vari usi possibili di Marx politico attraverso una singolare metaforizzazione letteraria dei testi marxiani.
Muovendo da tre luoghi celeberrimi del marxismo, quali l’Ideologia tedesca, il Manifesto del Partito comunista e la Critica del programma di Gotha, Losurdo assegna tali opere a tre diversi generi letterari.
Così fa rientrare la profezia dell’Ideologia tedesca – secondo la quale nella società comunista del futuro scomparirebbe ogni costrizione giuridica, ogni forma di divisione del lavoro e persino il lavoro in quanto tale, risultando ad ogni individuo «possibile fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare», a seconda della sua voglia, «senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» – nella letteratura utopica, utile a una fase ingenua di riscatto e di liberazione da forme di subalternità culturale, ma inutilizzabile, anzi dannosa, per dar luogo a un progetto concreto e costruttivo di emancipazione sociale.
Laddove Manifesto e Critica al programma di Gotha possono essere annoverati per Losurdo nel genere letterario storico-politico, a patto di tener conto però di una loro differenza essenziale.
Giacché l’evocazione di una grande rivoluzione, capace di cambiare una volta per sempre la faccia del mondo e di emancipare in modo radicale ogni individuo e i rapporti tra gli individui, quale compare nel Manifesto, è parte di un discorso che fa riferimento alla lunga durata dello sviluppo dell’umanità; mentre la Critica del programma di Gotha si preoccuperebbe di indicare le misure immediate cui dovrebbe far ricorso il proletariato che abbia conquistato il potere politico in un determinato paese o gruppo di paesi.
La stratificazione e le possibili contraddizioni del testo marxiano vanno perciò elaborate attraverso un’individuazione dei diversi registri temporali-linguistici che Marx ha utilizzato di volta in volta.
Altrimenti, senza questa dislocazione su piani logici ed esigenze teorico-politiche diverse, si fa dell’opera marxiana un indistinto, si sovrappone un piano sull’altro, giungendo ad esempio a leggere e a denunziare la distanza, che separa la prospettiva di lunga durata dai possibili compiti immediati di un potere politico appena conquistato, facendo ricorso alla categoria di «tradimento».
Ed è proprio tale assenza di una logica dei distinti, che, obbligando a condannare il movimento reale in nome delle proprie fantasie e dei propri sogni, giunge a privare il marxismo di ogni reale carica emancipatrice.
[1] Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, tr. it. di Giorgio Baratta e Giuseppe Bedeschi, Bari, Laterza, 1969 (ed. originale Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx, Frankfurt a. M., Europäische Verlagsanstalt, 1962).
[2] Piano di uno scritto sullo Stato (1845), secondo il testo pubblicato nel 1932 dall’Istituto Marx Engels Lenin di Mosca, in Marx- Engels Opere complete, Roma, Editori Riuniti, 1972, vol. IV, Appendice I, p. 658.
recensione da IL MANIFESTO di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia
LA GENESI SVELATA DEL FILOSOFO DI TREVIRI
“Sulle tracce di un fantasma”, un volume collettivo dedicato all’opera di Karl Marx edito da manifestolibri di Roberto Ciccarelli
Scala le classifiche, risale nei sondaggi, ma spunta anche nei convegni mentre la nuova edizione delle sue opere procede con passo sicuro.
Quella di Marx è un’onda consolidata che si espande in maniera anche sotterranea, ma sempre più solida e documentata.
Il volume Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, pp.391, € 30), curato da Marcello Musto, raccoglie gli interventi del convegno napoletano omonimo tenutosi ai primi di aprile del 2004 è un esempio del risveglio teorico, e filologico, che il filosofo di Treviri riscuote ormai anche in Italia.
Nell’intervento di apertura del volume Manfred Neuhaus descrive la monumentale ripubblicazione dell’opera completa, la “Marx-Engels Gesamtausgabe” (Mega), prevista in 114 volumi (siamo a quota 50) diretta dalla Internazionale Marx-Engels-Stiftung (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw).
Il metodo filologico adottato per la pubblicazione della nuova Mega, scrive Neuhaus, segue il principio moderno della genetica del testo: oggi l’imperativo assoluto non è più quello di ricondurre il testo a quelle che sembrano ai filologi le intenzioni dell’autore, come accade nella prima edizione curata dallo studioso russo David Rjazanov, ma documentare come il testo si costruisca sin dalle sue fasi iniziali di abbozzo.
L’impresa filologica accolse da subito l’ostilità dei ricercatori tedeschi che la condannarono per eccesso di “accademismo, formalismo e pedanteria”.
Queste obiezioni rallentarono il lavoro, anche perché tutti gli editori, continua Neuhaus, subivano la tensione “tra il credo marxista-leninista e le rivendicazioni scientifiche dell’edizione”.
A difendere il lavoro del gruppo di ricerca berlinese furono tuttavia numerosi filosofi, filologi e storici tra i quali Ernesto Ragionieri, Giuseppe Del Bo e Gian Mario Bravo (che nel volume pubblica un contributo sulla ricezione di Marx nella sinistra socialista italiana).
Solo dopo il 1989 il lavoro di Neuhaus, di Gerald Haubmann e degli altri editori ricominciò a pieno regime, e con molta più libertà.
Diversa era anche l’organizzazione editoriale, non più quella gerarchica imposta dagli istituti di partito a Mosca e a Berlino sin dagli anni Trenta, ma un “network egualitario di team di ricerca internazionali”, dal Giappone agli Stati Uniti alla Russia e all’Italia (Malcolm Sylvers, che insegna storia dell’America a Venezia, sta preparando un volume sulla corrispondenza di Marx e Engels) come testimonia anche la ricca documentazione presente sul sito bilingue www.bbaw.de/forschung/mega/.
Una novità senz’altro interessante è l’iniziativa editoriale guidato da Izumi Omura dell’Università Tohoku di Sendai in Giappone che ha provveduto a digitalizzare la Miseria della filosofia (varianti e apparato critico compresi) e a metterlo in rete all’indirizzo www.tohoku.ac.jp.
Il progetto mira a costruire una banca dati elettronica per permettere a tutti di muoversi nell’immenso corpus marx-engelsiano con l’agilità dei più moderni motori di ricerca.
Nel 2004, con la pubblicazione del terzo libro del Capitale (50esima pubblicazione del progetto originale) questa impresa pluridecennale ha acquisito tutto il suo spessore sia storiografico sia politico.
Il lavoro idi scavo filologico sulla lettera marxiana, e sul suo processo di elaborazione, ha permesso di valutare gli interventi, e i loro limiti, di Engels come editore di Marx e quindi di dare nuove basi alla storica polemica che sin dal XIX secolo ossessiona la ricezione del marxismo: quella sulla trasformazione dei valori in prezzi.
Il volume ed è diviso in quattro sezioni che raccolgono 24 interventi, da Domenico Jervolino a Domenico Losurdo, da Mario Cingoli a Gianfranco Borrelli, da Andrè Tosel a Alex Callinicos e Statis Kouvelakis.
Dal punto di vista teorico la terza parte mostra senz’altro più di un interesse.
Sotto la lente c’è il rapporto tra Marx e Hegel.
La tesi condivisa è che Marx prende spunto dalla Scienza della logica e dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, per articolare la sua tesi sul valore.
La dialettica usata da Marx è tuttavia diversa: se infatti per Hegel lo spirito assoluto riproduce le proprie condizioni di esistenza auto-fondandosi, e non esce mai da se stesso, produce cioè un’astrazione mentale di se stesso (Chris Arthur), il capitale è un’astrazione reale che non attiene più all’ambito della logica (per Hegel) o dell’esperienza trascendentale dell’Io (per Fichte), perché è un’attività concreta posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza-lavoro sussunta dal capitale (Roberto Finelli).
Questa attività permette al capitale di integrare ogni sua alterità radicale, cioè il lavoro vivo che si cristallizza dando luogo a lavoro morto che produce altro lavoro morto (Riccardo Bellofiore).
Alla base dunque di un movimento dialettico, quello della transustaziazione della materialità e della natura nel suo valore di scambio (Geert Reuten), esiste un analogo movimento storico-politico, la “sussunzione reale del lavoro al capitale” che a sua volta moltiplica la conflittualità all’interno del processo (la sussunzione del proletariato al rapporto salariato), come anche la sua adeguazione al rapporto di capitale.
recensione da APRILE di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia
IL FANTASMA RITROVATO, LA NUOVA OPERA DI MARX di Dario Stefano Dell’Aquila
Pochi pensatori hanno scosso il mondo come Karl Marx, ma, paradossalmente, ancora oggi Marx rimane un autore, “misconosciuto” o “idolatrato”, del quale manca un’edizione integrale e scientifica delle sue opere.
E’ per questo che l’ottimo e corposo volume, Sulle Tracce di un fantasma.
L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, a cura di Marcello Musto, (ManifestoLibri 2005, pp.
392 € 30) costituisce uno dei più interessanti e importati contributi alla riscoperta e all’interpretazione dell’opera di Marx.
Il libro raccoglie gli interventi presentati all’omonima conferenza internazionale, promossa da un ampio arco di università e svoltasi a Napoli, dal 1 al 3 aprile 2004.
Si divide in quattro sezioni (La nuova edizione delle opere complete (MEGA²); Il giovane Marx; Il capitale; Un oggi per Marx) e presenta saggi dei più importanti studiosi del pensiero di Marx, provenienti da dieci diversi paesi (tra gli altri Enrique Dussel, Jacques Bidet, Fritz Wolfgang Haug, Gian Mario Bravo, Domenico Losurdo).
L’introduzione di Musto costituisce un buon punto di partenza, per comprendere il nesso tra la questione filologica e quella filosofica.
L’edizione delle opere complete di Marx ed Engels è cominciata nel 1975 ed interrotta nel 1989.
L’anno successivo è nata l’IMES (Fondazione Internazionale Marx Engels) con lo scopo di completare la pubblicazione (su 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 50).
La difficoltà del lavoro (che si svolge attraverso gruppi di ricerca in Università di Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, Usa, Danimarca e Italia), nonché i risultati raggiunti (www.bbwa.de/vh/mega) sono ben esposti dagli interventi di Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², e da Gerald Hubmann, collaboratore della MEGA².
La gran mole di manoscritti, estratti, annotazioni, lettere (15.000 quelle ritrovate) da il senso della complessità di una lavoro filologico che, portato a compimento, può restituire un Marx privo dei soffocamenti e delle manipolazioni testuali che hanno violato il senso e lo spirito del suo lavoro.
E a testimonianza che il risveglio di interesse per l’opera del Moro non ha confini, si può leggere l’intervento del giapponese Izumi Omura (che tratta, tra l’altro, le versioni digitali dei manoscritti di Marx, disponibili sul sito dell’Università di Sendai www.tohoku.ac.ip) o quelli di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone e in Cina.
Ma la parte filologica è strettamente connessa alle analisi delle opere giovanili e a quella del Capitale, ovvero la seconda e la terza sezione del volume.
L’attenzione al giovane Marx è soprattutto rivolta ai primi scritti politici (Giuseppe Cacciatore, Stathis Kouvélakis) e ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 (Mario Cingoli, Musto); l’analisi del Capitale, che contiene i principali contributi teorici del libro, dedica molto spazio al rapporto tra Marx ed Hegel (Cristopher Arthur, Roberto Finelli, Riccardo Bellofiore, Dussel), alla sostanza e alla forma del valore della merce (Geert Reuten), al processo di costruzione del testo marxiano (Haug), alla struttura della società capitalistica (Bidet).
L’attualità del pensiero di Marx, la necessità di liberare la sua opera da strategie di dominio del discorso e dalla polvere degli archivi, diventa fondamentale per chi parla del “comunismo della finitudine”, la formula che adoperano André Tosel e Domenico Jervolino per indicare l’esigenza di un nuovo paradigma, di una società comunista intesa come possibilità, desiderio, frutto di lotte, ma non esito fatale del divenire storico.
Michael Krätke, infine, evidenzia la peculiarità della critica marxiana dell’economia politica e la sua indispensabilità per la comprensione del capitalismo contemporaneo.
Un volume ricco, che non rende possibile dare conto di tutti gli interventi che ospita e che, evitando il difetto che spesso presentano i lavori collettivi, ha non solo un preciso filo conduttore, ma una forte identità narrativa.
C’è la sensazione che questa nuova riscoperta dell’immenso lavoro di Marx, in senso fisico prima che teorico, getti una luce inaspettata su un autore più citato che studiato.
Merito di questo libro è di trasmettere pienamente al lettore la consapevolezza che quello che il ‘900 ha chiuso così frettolosamente si riapre.
Se la globalizzazione è, tra l’altro, la velocità con cui circolano le merci, i lavoratori, i capitali; c’è qualcuno che non desidera, nella propria cassetta degli attrezzi, un nuovo-vecchio Marx, libero da cerimonie di Stato e da piccoli tatticismi interpretativi?
recensione dal SITO ITALIANO DI FILOSOFIA POLITICA di: M. Musto, Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia
di Carla Fagiani
“D’altra parte, come diceva Arnaldo Momigliano, a non leggere non succede nulla” Livio Sichirollo È in libreria il volume che raccoglie le relazioni presentate alla Conferenza Internazionale Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, svoltasi a Napoli dal 1 al 3 aprile del 2004.
I contributi ivi contenuti di diversi e illustri autori, nazionali e internazionali, hanno innanzitutto l’obiettivo di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, offrendo una sede di confronto alle più recenti interpretazioni dei suoi scritti e illustrare la ripresa della pubblicazione della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA2).
Insieme a ciò, restituire alla ricerca contemporanea un autore, – misconosciuto, volgarizzato, soprattutto poco letto anche dai marxisti – da considerare ormai un classico; tuttavia, prova ne è lo spessore tematico e critico degli interventi qui raccolti, non un classico asettico.
In altri termini, l’opera di Marx appare, pur nella sua imponente raccolta di scritti (la maggior parte pubblicati postumi) fondamentalmente incompiuta.
Sistemare l’opera di Marx, oggi, vuol dire innanzitutto interpretarne la lettera del testo (e quindi fare un lavoro filologico attento a distinguere, per es., in Das Kapital, ciò che è di Marx e ciò che è di Engels), vuol dire contestualizzare non solo il suo pensiero, ma proprio i suoi scritti, uno ad uno, sganciandolo così, definitivamente, da un’epoca, quella del socialismo reale, che, oltre che ormai passata, in effetti non sembra proprio appartenergli; non aiutandoci nemmeno a capire la complessità teorica del suo pensiero.
Ma, esiste un pensiero di Marx? Per questo autore, più che per altri, bisogna affermare – questo è l’indirizzo di ricerca inaugurato da questa raccolta – che il suo pensiero è inchiodato, per così dire, al testo scritto.
Leggere Marx, oggi, vuol dire perciò affrontare con pazienza i suoi testi, senza pretendere di ricavarne un sistema compiuto, una linea di sviluppo predeterminata (comprese le rotture epistemologiche del suo percorso; Marx giovane/Marx maturo; Marx comunista/Marx critico dell’economia, ecc.), o addirittura una Weltanschauung, un’indicazione per il futuro dell’umanità; piuttosto, dobbiamo riconoscergli il lavoro di critica radicale del suo presente.
Kritik, d’altronde, è il termine che ritorna più di frequente nei titoli dei suoi scritti.
Eppure, dicevamo, Marx non è un classico asettico: “Credere di poter relegare il patrimonio teorico e politico di Marx ad un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialisti meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento.” (dall’Introduzione, p.24).
La filologia, ancella insostituibile del lavoro del filosofo, qui prende in mano l’arma e, inaspettatamente, rovescia il campo: l’immersione nel testo di Marx non ci distoglie dalla nostra Gegenwart.
Al contrario, la complessità del testo si adatta, quasi combaciando, alla complessità dell’età presente; sia per ciò che riguarda il giovane Marx, quello della critica a Hegel e poi dell’Ideologia tedesca, sia il Marx maturo, quello del Capitale, della critica dell’economia politica.
Bisogna tuttavia fare attenzione a ciò: non si tratta dell’attribuzione di capacità profetiche all’autore, al suo pensiero o alle sue teorie.
Qui si fa astrazione dalla soggettività dell’autore (la sua biografia, le sue intenzioni politiche, la sua personalità, ecc.) e si guarda esclusivamente all’oggetto, al testo scritto.
È uno sforzo interpretativo e di lettura, una fatica del concetto, che, per es., con Aristotele viene quasi spontaneo esercitare.
Con Marx, tutto questo finora non è accaduto (le ragioni potranno essere abbondantemente indagate, ma in altra sede).
Allora, vediamo meglio alcuni degli interventi, capaci, a nostro avviso, di gettare luce su questa sorta di insolito potere di adattamento del testo al contesto.
Ne consideriamo solo tre, a fronte di un totale di ben 24 saggi, con note bibliografiche e riferimenti testuali all’opera marxiana.
Non prima, però, di aver richiamato l’attenzione del lettore sullo stile modernissimo del linguaggio marxiano, citando un passo tratto dal Discorso per l’anniversario del “People’s Paper” 1856 (nel Prologo, a p.11): “C’è un grande fatto caratteristico di questo nostro XIX secolo, un fatto che nessun partito osa negare.
Da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento.
Dall’altro esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori registrati durante l’ultimo periodo dell’impero romano.
Ai nostri giorni, ogni cosa appare gravida del suo contrario.
Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e rendere più fruttuoso il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro.
Le nuove sorgenti della ricchezza sono trasformate, da uno strano e misterioso incantesimo, in sorgenti di miseria.
[…] gli operai […] sono l’invenzione dell’epoca moderna quanto lo sono le macchine stesse.
Nei segni che confondono la classe media, l’aristocrazia ed i miseri profeti del regresso, riconosciamo il nostro vecchio amico Robin Goodfellow, la vecchia talpa che sa scavare la terra tanto rapidamente, il valoroso pioniere – la rivoluzione.” È da segnalare innanzitutto il saggio di G.
Hubmann – Classici incompiuti.
Costellazioni filologico-editoriali in Marx e altri classici delle scienze sociali (pp.59-69) – perché descrive in sintesi e con efficacia l’attento lavoro decostruzionista (“philologic turn”) operato dalla rinnovata edizione dei testi di Marx.
Citiamo due esempi: 1) l’Ideologia tedesca non sarà pubblicata come opera compiuta, come invece finora è stato fatto, da cui consegue l’inaggirabile difficoltà di rintracciare in essa l’esposizione del cosiddetto materialismo storico, che la tradizione ha invece consacrato a teoria, ma che addirittura lo stesso Marx avrebbe di suo pugno limitato nella sua valenza esplicativa (vd. p. 64); 2) anche con Il capitale le cose cambiano in sostanza, poiché i reperti filologici utilizzati per la pubblicazione MEGA2 hanno permesso di individuare frammenti residui, che ne attestano una prima e differente stesura.
Più che di una decostruzione, qui si tratta di una rivoluzione copernicana: bisognerà almeno prenderne atto.
“Non è detto, però, che l’intervento filologico sull’opera di Marx debba essere solo di natura decostruttiva […]” (p.62).
Vengono pubblicati, infatti, oltre 200 articoli di Marx ed Engels scritti per il “New York Tribune” nel 1855, tra cui 21 nuovi lavori di cui finora non era stata riscontrata la paternità artistica; inoltre, la quarta sezione della MEGA2 , con i suoi 32 volumi, contiene materiale finora inedito.
Pensiamo a quanto dell’attività giornalistica di Marx – dagli articoli sulle guerre dell’oppio in Cina a quelli su Napoleone III in Francia e le vicende del Credit Mobilier, l’intreccio politica-affari, diremmo oggi – sia presente nell’edizione corrente del III libro del Capitale (soprattutto nella IV e nella V sezione: a proposito del capitale commerciale, del credito, del capitale finanziario, il capitale produttivo d’interesse, ecc.); pensiamo perciò a quanto sia importante il controllo filologico comparato degli articoli e del Capitale.
Tutto ciò getta luce nuova sul modo di studiare “interdisciplinare, senza limiti di carattere economico” proprio di Marx: un lettore instancabile, che annotava e registrava (quasi) maniacalmente tutto quello che veniva rielaborando dalle sue letture.
Dulcis in fundo: il feticismo non è una metafora.
Almeno non è utilizzato metaforicamente da Marx, a proposito del carattere di feticcio della merce e il suo arcano, ma è nozione che risulta da studi storico-religiosi condotti particolarmente su De Brosses (Über den Dienst der Fetischgötter).
Parimenti, per “formazione sociale” dobbiamo rifarci alla geognosia, ovvero al concetto di formazione geologica in quanto “divenire della terra come un processo, come un’auto-creazione” (vd. p. 65).
Tutto questo emerge con certezza dagli studi-appunti marxiani di geologia, oltre che dalla lettera a Vera Sassulitsch del 1881.
Torna alla mente l’espressione “era capitalistica”, assai ricorrente nel Capitale, e che viene ad assumere ora il significato che le spetta: analoga a un’era geologica.
Ma, insieme a ciò, abbondano gli studi di chimica, di fisiologia, ecc., tanto che si possono avanzare diverse e nuove ipotesi sull’effettivo uso marxiano di un solo paradigma metodologico.
Allora, è il caso di sottolineare, insieme a Hubmann, che la lettura di un classico non può avvenire all’insegna dell’ingenuità che si affida esclusivamente all’impatto comunicativo del testo.
Leggere un testo classico è un lavoro che, avvalendosi della fatica filologica, deve avere tutta la pazienza di riconoscere l’orizzonte problematico che il testo può eventualmente aprire.
Indichiamo allora due possibili aperture o due possibili problemi aperti da Marx e approfonditi nella presente raccolta.
Il tema della democrazia è affrontato nelle pagine de Il Marx “democratico”, di G. Cacciatore (pp.145-160).
Nel 1843 il giovane Marx redige uno scritto di critica al diritto pubblico hegeliano.
Commenta analiticamente i §§261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel.
Lasciando qui da parte le pur rilevanti questioni teoretiche del confronto Marx/Hegel, che cosa emerge di rilevante dal punto di vista politico in questo scritto, secondo la lettura di Cacciatore? Da una parte Marx riconosce allo Stato moderno hegeliano la funzione (insostituibile) di connettere gli interessi particolari espressi in sede di società civile, e di connetterli effettivamente restituendo ad essi un luogo di comune realizzazione, che è l’interesse universale o del popolo, tramite la rappresentanza cetuale nell’assemblea legislativa e l’Io voglio del monarca; dall’altra, però, di rendere tendenzialmente autonomo il momento dell’universale dal particolare (la figura del monarca ereditario in cui solo risiede il potere sovrano; oppure la premoderna rappresentanza cetuale).
In altri termini, lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe di astrazione, ossia, in ultima analisi, di mancata rappresentanza (oltreché concreta rappresentazione) della realtà che lo istituisce.
“Ciò che tuttavia emerge dai testi finora esaminati è un riferimento indiretto all’idea di democrazia che appare, per così dire, in filigrana rispetto ad una generale visione dello Stato come luogo di composizione e universalizzazione degli interessi particolari della società civile.
È solo a partire dalla Kritik des Hegelschen Staatsrechts […] che Marx affronta direttamente il problema della democrazia.
[…] In questi testi marxiani è possibile individuare quel concetto ampio e universale di democrazia che è stato utilizzato proprio in non pochi segmenti della filosofia e dell’ideologia politica della sinistra post-marxista in una dimensione critica nei confronti di alcuni esiti teorici e storici del comunismo […] Marx, quando individua nella democrazia una reale possibilità di fusione tra la forma e il contenuto della costituzione politica pone un problema che […] è apparso e appare ancora oggi il vero nucleo problematico della democrazia, cioè l’inaggirabile rapporto tra la forma regolativa e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza.” (p. 147 e ss.) “Rendere plausibile la democrazia”, è di questo che le pagine marxiane, seppure in filigrana, stanno parlando.
La democrazia “ampia e universale, quella piena realizzazione dei diritti umani (politici e sociali) capace ogni volta di fissare regole e procedure condivise per l’edificazione di un nuovo “contratto sociale” di cittadinanza e di civiltà, di emancipazione e di uguaglianza.” (p.157).
La critica all’astrattezza dello Stato moderno hegeliano, raffigura perciò, evidentemente, la matrice teorica di ogni possibile critica ai limiti interni al modello democratico-formale.
Compreso il nostro, of course.
Con La scienza del Capitale come “circolo del presupposto-posto”.
Un confronto con il decostruzionismo di R. Finelli (pp.211-223), entriamo nelle pagine del Capitale di Marx, non considerandolo tuttavia un testo economicistico, ma di critica dell’epistemologia operante nelle maglie dell’economia politica classica del tempo e, ancor più, nelle maglie della filosofia dominante il nostro tempo.
“Nell’ambito della filosofia continentale europea oggi svolge funzioni egemoniche il “decostruzionismo”, il quale, com’è noto, critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità […] Appare evidente che gli studi e la ricerca su Marx non possono non confrontarsi con questo vertice egemonico di riduzione della realtà a linguaggio […] La mia esposizione è articolata in quattro tesi.” (p.211).
Nella prima tesi Finelli indaga la logica interna alla critica dell’economia politica in Das Kapital; la logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana.
Secondo tale logica, in sintesi, i processi di identificazione del soggetto con se stesso (il Geist, lo spirito), attraversano, contestualmente, un cammino duplice: di costruzione attraverso decostruzione del proprio Io. L’identità Io=Io è da porre come mero presupposto ossia da decostruire in quanto mero presupposto, attraverso una “pratica d’interiorizzazione, di un processo che dall’esterno va all’interno […]” (p.212) L’identificazione di sé con sé presuppone l’identità (l’IO), ma, per così dire, solo virtualmente (in sé); l’effettiva identificazione avviene su di un piano pratico, in cui la prima identità (quella virtuale) può andare anche a fondo.
La seconda tesi di Finelli concerne la nozione di astrazione reale.
“La mia tesi è cioè che il Capitale di Marx è costruito sul modello del passaggio hegeliano dall’in sé al per sé, del passaggio cioè di un’astrazione, come quella del lavoro astratto, dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ’57, “praticamente vera”; ad un’astrazione cioè che non attiene più all’ambito della logica o delle ipotesi investigative della conoscenza ma a quello assai diverso della prassi, ossia della concreta attività posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza lavoro sussunta, non in modo formale ma in modo reale, sotto il capitale.” (p.213) La terza tesi mostra la profonda differenza, nonostante la profonda analogia, che intercorre fra la logica hegeliana e quella marxiana.
In sostanza, “L’astrazione intellettualistica di Hegel è dunque cosa assai diversa dall’astrazione pratico-lavorativa di Marx. […] per Marx la connessione tra mondo dell’astratto e mondo del concreto si realizza, proprio perché il vettore di quel movimento è la caratteristica di un lavoro, generalizzato e di massa, che produce oggetti, merci, servizi concreti proprio attraverso la sua natura paradossale di lavoro astratto.” (p.218) L’astratto hegeliano non riesce ad attraversare, come invece riesce in Marx, il piano della pura e trasparente teoresi, in cui rimane in sostanza imprigionato, nonostante la forza dialettica del negativo. In fine, la quarta tesi si occupa direttamente del postmoderno come svuotamento del concreto.
“Così il postmoderno va interpretato […] come inveramento del moderno, nel senso di costituire il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta. […] La giusta definizione di Frederic Jameson del postmoderno come la “logica culturale del tardo capitalismo” va dunque integrata con la messa in verità della teoria marxiana dell’astrazione reale” (p.222).
Il lavoro astratto è inteso perciò come principio (presupposto) di un modo di produzione e riproduzione sociale che, solo alla fine del processo (posto), appare praticamente ‘destrutturato’ nella sua valenza qualitativa, svuotato di qualità, di relazione e di nessi intersoggettivi.
Allora, in conclusione, vediamo come la lettura dei testi di Marx possa, ancora oggi e forse proprio oggi, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico: libertà di leggere e interpretare il testo in modo filologicamente corretto, senza che ciò impedisca ma anzi contribuisca a far emergere la complessità del contesto in cui il testo è inserito, insieme alla complessità del contesto in cui è a sua volta inserita la nostra impegnata e impegnativa lettura.
da Liberazione del 29 dicembre 2005
TORNARE A MARX NON BASTA. TROPPO PRODUTTIVISTA di Giuseppe Prestipino
Una recensione di Tonino Bucci a Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, volume curato da Marcello Musto per la Manifestolibri 2005, contenente gli Atti di un Convegno internazionale tenutosi a Napoli, ha offerto spunti per un dibattito, ospitato da questo giornale.
Sono stato presente in quel Convegno, so di un altro nutritissimo Convegno sulla MEGA (la nuova edizione delle opere di Marx ed Engels) organizzato in Giappone ed intervengo sollecitato dall’articolo scritto da Luigi Cavallaro nel quale, pur con la consueta competenza, egli non ha rinuncianto a dichiarare i suoi noti rimbrotti per il cosiddetto “eco-marxismo”, che a suo dire non potrebbe in nessun modo “rivendicare la propria discendenza da Marx”.
Mi limito a due scarne notazioni: l’una sulla “discendenza”, ossia sul rapporto tra teoria (sociale) e politica; l’altra sul marxismo come scienza economica.
Vi sono teorie che possono guidare l’agire politico o esser fatte proprie da quest’ultimo.
Ma, se tra la teoria e la politica che vuol appropriarsene l’intervallo temporale oltrepassa l’arco di un “secolo lungo”, anche la migliore teoria dev’essere tradotta come dev’essere tradotto quel che è scritto, ad esempio, in portoghese per essere letto in un’altra lingua.
E’ questo uno degli insegnamenti di Gramsci.
E il buon traduttore-filologo pubblica la sua traduzione con il testo originale a fronte o, quanto meno, intercalando nella sua traduzione alcune parentesi contenenti parole-chiave in lingua originale.
Fuor di metafora: il politico odierno non può proporsi, semplicemente, di “ritornare a Marx”; deve farci sapere su quale “traduzione di Marx” cade la sua scelta.
Il passaggio da una teoria del XIX secolo a una politica d’oggi dev’essere mediato sul piano teorico prima che su quello politico.
Ed è un falso problema quello che in un pensatore distingue (come fa, tra gli ultimi, Guido Carandini) lo scienziato dal profeta.
Perché fare scienza è, nello stesso tempo, fare previsioni: che non è corretto chiamare profezie, se profeta è colui che parla in stato di semi-incoscienza, o colui per la cui bocca si rivelerebbe la parola di un dio.
Le previsioni di Marx, come quelle di tutti i grandi, sono geniali ma contraddittorie: per certi aspetti si sono avverate per altri no.
E anche Il Capitale, nel quale Marx non fa esplicite previsioni, ma compie soprattutto una rigorosa analisi sul suo tempo, “non è esente da contraddizioni” (Maria Turchetto).
Vengo al marxismo come scienza economica.
Ogni scienza economica ha per oggetto scambi: di merci o, più in generale, di beni dei quali sia presupposta una scarsità.
D’altra parte, se la scienza economica rinvia comunque al concetto di scarsità, allora è vero che o la scienza economica è un sottoinsieme della scienza degli ecosistemi o non è propriamente una scienza.
L’economia, prima che economia politica, sarà dunque economia ecologica, perché l’ecologia assume come suo oggetto precipuo la scarsità o l’esauribilità in un significato più ampio comprendente, oltre i beni prodotti dall’uomo, quelli disponibili nell’ambiente naturale.
E perché anche l’ecologia prende ad esaminare relazioni di scambio.
Consideriamo gli scambi tra gli esseri umani e l’ambiente in generale.
Sappiamo che l’animale umano non si adatta più all’ambiente, ma adatta a sé l’ambiente.
È questa una mutazione che non produce gravi disastri finché l’essere umano vuole un ambiente “a misura d’uomo”.
Ma, se comincia a mettersi in testa di poter trasformare febbrilmente anche se stesso, nei propri bisogni e nei propri caratteri biologici e psichici, costringendo la natura a inseguire, e persino a precedere, quelle sue metamorfosi (o “metastasi”) esistenziali, allora una sorta di follia suicida si impadronisce degli umani e sembra impadronirsi anche dell’ambiente naturale.
Gli umani, in altri termini, intervengono dapprima sulla natura, per appropriarsene, mediante artifici.
In un secondo tempo, trasformano in larga misura la natura stessa, facendone, per così dire, una natura artificiale.
Ma, da ultimo, rivolgono contro se stessi l’arma dell’artificializzazione e tendono in tal modo a creare esseri umani artificiali.
Marx, il cui oggetto di studio è il modo capitalistico, deve conseguentemente e a buon diritto prescindere dalla “natura fisica” dei prodotti, benché, nella Critica al Programma di Gotha, dichiari: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza.
La natura è fonte dei valori d’uso (e di tali valori consta la ricchezza reale!) come il lavoro che in sé è soltanto espressione di una forza naturale”.
Ma, quando il Marx dei Grundrisse scorge le prime avvisaglie di un processo che può preludere al superamento di quel modo di produzione, egli prevede allora il ruolo crescente della scienza tecnologizzata come nuova forza produttiva, per effetto della quale diverrebbe cosa “miserabile” l’equazione tra valore e quantità di lavoro umano salariato.
Non prevede, invece, il crescente impiego della natura e delle sue risorse, che è strettamente correlato agli sviluppi portentosi di quelle tecno-scienze.
E, prefigurando la società futura, scrive che la “vera ricchezza” consisterà, non più nei valori di scambio derivati da quell’equazione, ma nei valori d’uso; anzi – così interpreta Charles Bettelheim -, nell'”accrescimento dei valori d’uso”.
Ed ecco il punto debole dell’economia critica, ovvero il debito involontario di Marx proprio verso la da lui criticata realtà capitalistica: l'”immane raccolta di merci”, che è l’immagine emblematica con la quale si apre la sua opera maggiore, diverrebbe pur sempre, nella società futura, un “immane” accrescimento, invece che di valori di scambio, di valori d’uso? Ma, allora, l’accusa che Bettelheim rivolge all’economia sovietica, di accogliere una forma-valore capitalistica per adattarvi presunti contenuti socialistici, una simile o meglio una simmetrica accusa non meriterebbero forse anche gli iniziatori del materialismo storico, per aver fatto proprio l’anelito capitalistico verso un illimitato “accrescimento”, inteso di fatto come un vino vecchio, o come un vecchio contenuto, da riversare (o occultare) entro una botte nuova, ossia entro una (presunta) forma comunistica? Sia chiaro che gli ambientalisti seri non intendono demonizzare l’accrescimento dei valori d’uso come se fosse il Male assoluto.
Raniero La Valle ha detto: chi governa il mondo s’è accorto che, se a parer suo il tenore di vita statunitense “non è negoziabile”, l’ambiente restringerà inevitabilmente gli spazi di vita per gli umani; perciò chi governa il mondo ha scelto un suo pensiero “apocalittico” in base al quale i pochi si salveranno e i più saranno reietti o dannati.
Io vorrei precisare che una tale opzione “apocalittica” è relativamente recente e che è venuta dopo gli anni dell’euforia neo-liberista e della globalizzazione capitalistica incontrastata, allorché si predicava invece che prima o poi, chi più chi meno, tutti avremmo direttamente o indirettamente beneficiato del nuovo exploit della “libera” economia, tutti saremo divenuti più o meno ricchi.
Ebbene la messa in guardia da un indiscriminato accrescimento dei valori d’uso – non soltanto delle merci o dei valori di scambio – nasce dal fondato timore che tutti possano ritrovarsi (più o meno) poveri a breve scadenza: che tutti siano condotti controvoglia all’ascetismo.
In un saggio presente in Sulle tracce di un fantasma, André Tosel ci fa capire che certo marxismo prolunga l’hegeliana cattiva infinità o persino l’hegeliano Spirito Assoluto, insiti nella moderna illimitata volontà di dominio tecno-capitalistica.
La prolunga, sia pure soltanto come volontà di dominio sulla natura, e non più di dominio proteso anche sugli esseri umani.
E, aggiungo (ulteriori riflessioni nel volume collettivo Accadde domani. Tra utopia e distopia, Edizioni Aracne, 2005), se il dominio è accompagnato sempre da una qualche forma di violenza, la nonviolenza non dovrebbe estendersi anche a quel che è fragile e/o esauribile nella natura extra-umana? Dovremmo sognare una liberazione senza alcun dominio.
E quindi connotata dalla coscienza del limite. Non vorremmo regnare-sul-mondo o avere-il-mondo, ma essere-nel-mondo.
La genesi svelata del filosofo di Treviri
«Sulle tracce di un fantasma», un volume collettivo dedicato all’opera di Karl Marx edito da manifestolibri.
Scala le classifiche, risale nei sondaggi, ma spunta anche nei convegni mentre la nuova edizione delle sue opere procede con passo sicuro. Quella di Marx è un’onda consolidata che si espande in maniera anche sotterranea, ma sempre più solida e documentata. Il volume Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, pp.391, € 30), curato da Marcello Musto, raccoglie gli interventi del convegno napoletano omonimo tenutosi ai primi di aprile del 2004 è un esempio del risveglio teorico, e filologico, che il filosofo di Treviri riscuote ormai anche in Italia.
Nell’intervento di apertura del volume Manfred Neuhaus descrive la monumentale ripubblicazione dell’opera completa, la «Marx-Engels Gesamtausgabe» (Mega), prevista in 114 volumi (siamo a quota 50) diretta dalla Internazionale Marx-Engels-Stiftung (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw). Il metodo filologico adottato per la pubblicazione della nuova Mega, scrive Neuhaus, segue il principio moderno della genetica del testo: oggi l’imperativo assoluto non è più quello di ricondurre il testo a quelle che sembrano ai filologi le intenzioni dell’autore, come accade nella prima edizione curata dallo studioso russo David Rjazanov, ma documentare come il testo si costruisca sin dalle sue fasi iniziali di abbozzo. L’impresa filologica accolse da subito l’ostilità dei ricercatori tedeschi che la condannarono per eccesso di «accademismo, formalismo e pedanteria». Queste obiezioni rallentarono il lavoro, anche perché tutti gli editori, continua Neuhaus, subivano la tensione «tra il credo marxista-leninista e le rivendicazioni scientifiche dell’edizione». A difendere il lavoro del gruppo di ricerca berlinese furono tuttavia numerosi filosofi, filologi e storici tra i quali Ernesto Ragionieri, Giuseppe Del Bo e Gian Mario Bravo (che nel volume pubblica un contributo sulla ricezione di Marx nella sinistra socialista italiana). Solo dopo il 1989 il lavoro di Neuhaus, di Gerald Haubmann e degli altri editori ricominciò a pieno regime, e con molta più libertà. Diversa era anche l’organizzazione editoriale, non più quella gerarchica imposta dagli istituti di partito a Mosca e a Berlino sin dagli anni Trenta, ma un «network egualitario di team di ricerca internazionali», dal Giappone agli Stati Uniti alla Russia e all’Italia (Malcolm Sylvers, che insegna storia dell’America a Venezia, sta preparando un volume sulla corrispondenza di Marx e Engels) come testimonia anche la ricca documentazione presente sul sito bilingue www.bbaw.de/forschung/mega/. Una novità senz’altro interessante è l’iniziativa editoriale guidato da Izumi Omura dell’Università Tohoku di Sendai in Giappone che ha provveduto a digitalizzare la Miseria della filosofia (varianti e apparato critico compresi) e a metterlo in rete all’indirizzo www.tohoku.ac.jp. Il progetto mira a costruire una banca dati elettronica per permettere a tutti di muoversi nell’immenso corpus marx-engelsiano con l’agilità dei più moderni motori di ricerca. Nel 2004, con la pubblicazione del terzo libro del Capitale (50esima pubblicazione del progetto originale) questa impresa pluridecennale ha acquisito tutto il suo spessore sia storiografico sia politico. Il lavoro idi scavo filologico sulla lettera marxiana, e sul suo processo di elaborazione, ha permesso di valutare gli interventi, e i loro limiti, di Engels come editore di Marx e quindi di dare nuove basi alla storica polemica che sin dal XIX secolo ossessiona la ricezione del marxismo: quella sulla trasformazione dei valori in prezzi. Il volume ed è diviso in quattro sezioni che raccolgono 24 interventi, da Domenico Jervolino a Domenico Losurdo, da Mario Cingoli a Gianfranco Borrelli, da Andrè Tosel a Alex Callinicos e Statis Kouvelakis. Dal punto di vista teorico la terza parte mostra senz’altro più di un interesse. Sotto la lente c’è il rapporto tra Marx e Hegel. La tesi condivisa è che Marx prende spunto dalla Scienza della logica e dalla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, per articolare la sua tesi sul valore. La dialettica usata da Marx è tuttavia diversa: se infatti per Hegel lo spirito assoluto riproduce le proprie condizioni di esistenza auto-fondandosi, e non esce mai da se stesso, produce cioè un’astrazione mentale di se stesso (Chris Arthur), il capitale è un’astrazione reale che non attiene più all’ambito della logica (per Hegel) o dell’esperienza trascendentale dell’Io (per Fichte), perché è un’attività concreta posta in essere dal processo lavorativo di ogni individuo in quanto erogatore di forza-lavoro sussunta dal capitale (Roberto Finelli). Questa attività permette al capitale di integrare ogni sua alterità radicale, cioè il lavoro vivo che si cristallizza dando luogo a lavoro morto che produce altro lavoro morto (Riccardo Bellofiore). Alla base dunque di un movimento dialettico, quello della transustaziazione della materialità e della natura nel suo valore di scambio (Geert Reuten), esiste un analogo movimento storico-politico, la «sussunzione reale del lavoro al capitale» che a sua volta moltiplica la conflittualità all’interno del processo (la sussunzione del proletariato al rapporto salariato), come anche la sua adeguazione al rapporto di capitale.