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Paulo Barsotti, Boitempo

Esta preciosa antologia política organizada por Marcello Musto, de manifestos, documentos e intervenções da AIT – Associação Internacional dos Trabalhadores (1864-1872), a “primeira” Internacional –, é uma excelente maneira de brindar aos seus 150 anos de fundação.

É bem-vinda e oportuna porque repõe um dos episódios de maior vitalidade da práxis histórica dos trabalhadores do século XIX nestes dias de profunda desorganização, depressão ideológica e submissão do trabalho ao capital.

Reproduzindo o debate das diversas correntes ideológicas do movimento dos trabalhadores, esta publicação desintoxica, oxigena e municia corações e mentes para a compreensão e o enfrentamento das mazelas do presente e dos desafios futuros do mundo do trabalho.

A escolha dos textos – grande parte inédita no Brasil – que compõem o volume apresenta pelo menos três eixos fundamentais.

O primeiro recai no desenho econômico e político organizativo da futura sociedade projetado pelos protagonistas da AIT. O segundo trata das questões internacionais no conturbado contexto europeu das décadas de 1860 e 1870 do século XIX, marcado por guerras de libertação nacional e movimentos insurrecionais (Irlanda e Polônia), de guerra civil (Estados Unidos), de guerra entre nações (franco-prussiana) e da primeira revolução proletária (Comuna de Paris). E, finalmente, o terceiro eixo, a questão política, das suas formas, do debate entre a luta política versus abstencionismo, do fim do Estado.

Surgem ainda outros temas de relevância, como as questões de organização e forma da luta sindical, crédito, cooperativismo, propriedade coletiva, a questão fundiária, sobre o direito ou abolição de herança, internacionalismo e nacionalismo.

Diante dessa extensa pauta, expressando seu caráter de federações de organizações e movimentos, tomam postos na tribuna da AIT e animam o debate tradeunionistas, owenistas, marxistas, bakuninistas, blanquistas, mazzinistas, proudhonianos, entre outros.

Nesse ponto, expondo as manifestações de um leque amplo de militantes, esta antologia se diferencia daquelas vinculadas a uma certa ortodoxia, que viam a AIT não como trabalho coletivo, mas como exclusivamente restrita à figura e à participação de Marx, interrompida em 1872.

Ainda que o Doutor Vermelho – como os jornais burgueses da época se referiam a Marx após a Comuna de Paris – tenha escrito os documentos mais importantes de seu Conselho Geral e tenha sido sua alma, obviamente a AIT, um dos mais importantes feitos da humanidade, não pode ser reduzida à sua personalidade ou à de qualquer outro protagonista.

Um destaque final à competente introdução de Marcello Musto, que muito contribui para tornar esta antologia política leitura indispensável para estudiosos, militantes do movimento dos trabalhadores e para todos aqueles que se interessam pela ciência da história.

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A Associação Internacional De Trabalhadores: efeitos no processo de organização e luta no cenário atua

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Giuseppe Bedeschi, Il Sole 24 Ore

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Associação Internacional das Trabalhadoras e dos Trabalhadores, 150 anoinviteds Depois

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Stefania Miccolis, Rassegna Sindacale

Un anniversario che oggi, con la crisi economica e l’attacco ai diritti del lavoro, vale davvero la pena ricordare. Parliamo del centocinquantesimo della Prima Internazionale – l’Associazione Internazionale dei lavoratori -, fondata a Londra, nella sala del St. Martin’s Hall, il 28 settembre 1864. Ce lo rammenta offrendo molti spunti di riflessione Marcello Musto, professore di teoria politica presso la York University di Toronto, riunendo in un volume edito da Donzelli (e contemporaneamente in Inghilterra da Bloomsbury), Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! (pp. XVI-256, euro 25,00), ottanta testi ufficiali, ventisei dei quali inediti in lingua italiana, che riassumono il dibattito politico-teorico attraverso “indirizzi, risoluzioni, discorsi, documenti” di un’esperienza che, come disse Marx nel 1871, aveva apportato una novita decisiva: quella di un’associazione costituita per la prima volta “dagli operai per se stessi” (vedi il box a fianco, ndr).

Trenta i testi del filosofo di Treviri, sua la frase “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” (che, abbiamo visto, da il titolo al volume), diventata simbolo della lotta contro il capitalismo, della presa di coscienza della classe operaia, dell’emancipazione come conquista delle “classi lavoratrici stesse”, della realizzazione dei diritti sociali. La troviamo nell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione, nel 1864, testo in cui sono indicati i principi costitutivi della lotta per la liberazione dal dominio del capitale. “La conquista del potere e divenuto il grande dovere della classe operaia” scriveva Marx – che, ricorda Musto, fu dalla fondazione al 1872 la mente dell’Ail -. Era indispensabile che il lavoratore cominciasse a comprendere “i misteri della politica internazionale”, che vegliasse sugli atti dei rispettivi governi, per poi opporsi ad essi: era necessario “coalizzarsi e denunciarli simultaneamente, e rivendicare le semplici leggi della morale e della giustizia (…). La lotta per una tale politica estera fa parte della lotta generale per l’emancipazione della classe operaia”.

Il volume offre un’accurata scelta di testi va dalla fondazione alla frattura del 1872 sino allo scioglimento dell’Ail “centralista” nel 1876. Si toccano quindi i punti salienti: la nascita e il primo congresso a Ginevra (1866), in cui si discussero i fondamenti teorici; la rapida espansione nei paesi europei, innanzitutto Francia e Svizzera; la carica rivoluzionaria e la debacle della Comune di Parigi (1871); la crisi e la scissione con lo scontro prima fra collettivisti e mutualisti e poi tra centralisti e autonomisti, ovvero tra marxisti e anarchici.

Dei due momenti di questo scontro Marx fu protagonista. Nel primo, i mutualisti di Proudhon si dovettero arrendere alla rabbia di lavoratori e lavoratrici che conquistavano diritti e giustizia sociale con quello che sarebbe diventato lo strumento di lotta per eccellenza: lo sciopero, “la risposta immediata e necessaria per l’’emancipazione della classe operaia.
Importante fu la discussione sulle macchine e la loro funzione nella trasformazione delle relazioni capitalistiche. Marx la spiegava in L’utilizzo dei macchinari nelle mani dei capitalisti (1868) in una seduta del Consiglio generale: contrariamente a quanto si pensava, le macchine avevano aggravato la miseria dei lavoratori; invece di diminuire, le ore di lavoro erano infatti aumentate mentre si erano abbassati i salari.
“Le macchine dovranno cessare di essere monopolio esclusivo del capitale e dovranno passare nelle mani degli operai che si organizzeranno in associazioni”.
Cosi i padroni avrebbero avuto meno potere sui dipendenti. E poi ancora, interessantissimi, i dibattiti sulla difesa dell’istruzione, della salute, e la contestazione delle diseguaglianze di genere.
E appassionante, insomma, la storia della Prima Internazionale; una storia che “acquista oggi una grande rilevanza”, proprio in ragione dell’apatia, della rassegnazione, e della dilagante sfiducia nel futuro. Questo clima di “subalternita ideologica”, questa “barbarie della realta attuale” devono essere contrastati. Per farlo, scrive Musto, “bisogna conoscere le lotte del passato”, “le battaglie vinte fino ad oggi”.
L’antologia e pensata quindi come una guida, per “mostrare a una nuova e poco esperta generazione” la conquista della dignita e della coscienza sociale. L’obiettivo e che “l’eredita dell’Internazionale possa rivivere nella critica dell’oggi”.

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Lombardia Oggi

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Il Salvagente

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Lavoro e diritti: l’insegnamento dell’Internazionale

Il 28 settembre del 1864 la sala del St. Martin’s Hall, un edificio situato nel cuore di Londra, era affollatissima. A gremirla erano accorsi circa 2.000 lavoratrici e lavoratori, per ascoltare il comizio di alcuni sindacalisti inglesi e colleghi parigini. Grazie a questa iniziativa nacque il punto di riferimento di tutte le principali organizzazioni del movimento operaio: l’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

In pochi anni, l’Internazionale suscitò passioni in tutta l’Europa. Grazie a essa, il movimento operaio poté comprendere più chiaramente i meccanismi di funzionamento del modo di produzione capitalistico, acquisì maggiore coscienza della propria forza e inventò nuove forme di lotta. Viceversa, nelle classi dominanti, la notizia della fondazione dell’Internazionale provocò orrore. Il pensiero che gli operai reclamassero maggiori diritti e un ruolo attivo nella storia generò ripugnanza nelle classi agiate e furono numerosi i governi che la perseguitarono con tutti i mezzi disponibili.

Le organizzazioni che fondarono l’Internazionale erano molto differenti tra loro. Il suo centro motore iniziale furono le Trade Unions inglesi, che la considerarono come lo strumento più adatto per lottare contro l’importazione della mano d’opera dall’estero, durante gli scioperi.

Un altro significativo ramo dell’associazione fu quello dei mutualisti, la componente moderata fedele alle teorie di Proudhon, al tempo dominanti in Francia; mentre il terzo gruppo, per ordine d’importanza, furono i comunisti, riuniti attorno alla figura di Marx. Fecero inizialmente parte dell’Internazionale anche gruppi di lavoratori che si richiamavano a teorie utopistiche, nuclei di esuli ispirati da concezioni vagamente democratiche e sostenitori di idee interclassiste, come alcuni seguaci di Mazzini. L’impresa di riuscire a far convivere tutte queste anime nella stessa organizzazione fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di conciliare ciò che appariva non conciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale. Fu Marx a dare una chiara finalità all’Associazione e a realizzare un programma politico non preclusivo, eppure fermamente di classe, a garanzia di un movimento che ambiva a essere di massa e non settario. Fu sempre Marx, anima politica del Consiglio Generale di Londra, che redasse quasi tutte le principali risoluzioni dell’Internazionale. Tuttavia, diversamente da quanto propagandato dalla liturgia sovietica, l’Internazionale fu molto di più del solo Marx.

A partire dalla fine del 1866, gli scioperi si intensificarono in molti paesi europei e furono il cuore pulsante di una significativa stagione di lotte. La prima grande battaglia vinta grazie all’appoggio dell’Internazionale fu quella dei bronzisti di Parigi, nell’inverno del 1867. In questo periodo ebbero esito vittorioso anche gli scioperi dei lavoratori del ferro di Marchienne, degli operai del bacino minerario in Provenza, dei minatori di carbone di Charleroi e degli edili di Ginevra. In ognuna di queste vicende, il copione si ripeté identico: una raccolta di denaro in appoggio agli scioperanti, grazie ad appelli redatti e tradotti dal Consiglio Generale, poi inviati ai lavoratori di altri paesi, e l’intesa affinché questi ultimi non compissero azioni di crumiraggio. Tutto ciò costrinse i padroni a cercare un compromesso e ad accettare molte delle richieste degli operai. Si avviò, così , una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento dei lavoratori ottennè maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti se li erano già faticosamente conquistati. In seguito al successo di queste lotte, centinaia di nuovi iscritti aderirono all’Internazionale in tutte le città dove si erano tenuti gli scioperi.

Nonostante le complicazioni derivanti dall’eterogeneità di lingue, culture politiche e paesi coinvolti, l’Internazionale riuscì a riunire e coordinare più organizzazioni e numerose lotte nate spontaneamente. Il suo più grande merito fu quello di aver saputo indicare l’assoluta necessità della solidarietà di classe e della cooperazione transnazionale. Obiettivi e strategie del movimento operaio cambiarono irreversibilmente e tornano di grande attualità, anche oggi, 150 anni dopo.

La proliferazione degli scioperi mutò anche gli equilibri all’interno dell’organizzazione. Le componenti moderate furono arginate e, al Congresso di Bruxelles del 1868 venne votata la risoluzione sulla socializzazione dei mezzi di produzione. Tale atto rappresentò un decisivo passo in avanti nel percorso di definizione delle basi economiche del socialismo e, per la prima volta, uno dei capisaldi programmatici del movimento operaio venne inserito nella piattaforma politica di una grande organizzazione. Tuttavia, dopo aver sconfitto i seguaci di Proudhon, Marx dovette fronteggiare un nuovo rivale interno, il russo Bakunin, che aderì all’Internazionale nel 1869.

Il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta fu ricco di conflitti sociali. Molti dei lavoratori che presero parte alle proteste sorte in questo arco temporale chiesero il sostegno dell’Internazionale, la cui fama andava diffondendosi sempre più. Dal Belgio alla Germania e dalla Svizzera alla Spagna, l’Associazione aumentò il numero dei suoi militanti e sviluppò un’efficiente struttura organizzativa in quasi tutto il continente. Approdò, inoltre, anche oltreoceano, grazie all’iniziativa degli immigrati giunti negli Stati Uniti d’America.

Il momento più significativo della storia dell’Internazionale coincise con la Comune di Parigi. Nel marzo del 1871, dopo la conclusione della guerra franco-prussiana, gli operai cacciarono il governo Thiers e presero il potere. Ciò costituì il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo. Da quel momento, l’Internazionale fu nell’occhio del ciclone e acquisì grande notorietà. Sulle bocche della classe borghese il nome dell’organizzazione divenne sinonimo di minaccia all’ordine costituito, mentre su quella degli operai assunse il significato di speranza in un mondo senza sfruttamento e ingiustizie. La Comune di Parigi diede vitalità al movimento operaio e lo spinse ad assumere posizioni più radicali. Ancora una volta, la Francia aveva mostrato che la rivoluzione era possibile, che l’obiettivo poteva e doveva essere la costruzione di una società radicalmente diversa da quella capitalistica, ma anche che, per raggiungerlo, i lavoratori avrebbero dovuto dare vita a forme di associazioni politiche stabili e ben organizzate.

Per questa ragione, durante la Conferenza di Londra del 1871, Marx propose una risoluzione sulla necessità, per la classe operaia, di dedicarsi alla battaglia politica e di costruire, ovunque fosse possibile, un nuovo strumento di lotta ritenuto indispensabile per la rivoluzione: il partito (al tempo adoperato solo dagli operai della Confederazione Germanica). In molti, però, si opposero a questa decisione. Oltre al gruppo di Bakunin, contrario a qualsiasi politica che non fosse quella della distruzione immediata dello Stato, insofferenze e ribellioni rispetto alla proposta del Consiglio Generale giunsero da varie federazioni, che giudicarono la scelta di Londra un’ingerenza nell’autonomia delle federazioni locali. L’avversario principale della svolta avviata da Marx fu un ambiente non ancora pronto a recepire il salto di qualità proposto. Si sviluppò, così, uno scontro che rese la direzione dell’organizzazione, intanto espansasi in Italia e ramificatasi anche in Olanda, Danimarca, Portogallo e Irlanda, ancora più problematica.

Nel 1872, l’Internazionale era molto differente rispetto a ciò che era stata ai tempi della sua fondazione. Le componenti democratico-radicali avevano abbandonato l’Associazione, dopo essere state messe all’angolo. I mutualisti erano stati sconfitti e le loro forze drasticamente ridotte. I riformisti non costituivano più la parte prevalente dell’organizzazione (tranne che in Inghilterra) e l’anticapitalismo era diventato la linea politica di tutta l’Internazionale, anche delle nuove tendenze – come quella anarchica e quella blanquista – che si erano aggiunte nel corso degli anni. Lo scenario, d’altronde, era mutato radicalmente anche all’esterno dell’Associazione. L’unificazione della Germania, avvenuta nel 1871, sancì l’inizio di una nuova era in cui lo stato-nazione si affermò definitivamente come forma d’identità politica, giuridica e territoriale. Il nuovo contesto rendeva poco plausibile la continuità di un organismo sovranazionale al quale le organizzazioni dei vari paesi, anche se munite di indipendenza, dovevano cedere una parte consistente della direzione politica.

La configurazione iniziale dell’Internazionale era superata e la sua missione originaria si era conclusa. Non si trattava più di predisporre e coordinare iniziative di solidarietà su scala europea, a sostegno degli scioperi, né di indire congressi per discutere dell’utilità della lotta sindacale o della necessità di socializzare la terra e i mezzi di produzione. Questi temi erano divenuti patrimonio collettivo di tutte le componenti dell’organizzazione. Dopo la Comune di Parigi la vera sfida per il movimento operaio era la rivoluzione, ovvero come organizzarsi per porre fine al modo di produzione capitalistico e rovesciare le istituzioni del mondo borghese.

Nei decenni successivi, il movimento operaio adottò un programma socialista, si espanse prima in tutta Europa e poi in ogni angolo del mondo e costruì nuove forme di coordinamento sovranazionali che si richiamarono al nome e all’insegnamento dell’Internazionale. Essa impresse nelle coscienze dei proletari la convinzione che la liberazione del lavoro dal giogo del capitale non poteva essere conseguita all’interno dei confini di un singolo paese, ma era, invece, una questione globale. Egualmente, grazie all’Internazionale gli operai compresero che la loro emancipazione poteva essere conquistata soltanto da loro stessi, dalla loro capacità di organizzarsi, e che non andava delegata ad altri. Infine, l’Internazionale diffuse tra i lavoratori la consapevolezza che la loro schiavitù sarebbe cessata soltanto con il superamento del modo di produzione capitalistico e del lavoro salariato, poiché i miglioramenti all’interno del sistema vigente, che pure andavano perseguiti, non avrebbero mutato la loro condizione strutturale.

In un’epoca nella quale il mondo del lavoro è costretto, anche in Europa, a subire condizioni di sfruttamento e forme di legislazione simili a quelle dell’Ottocento e in cui vecchi e nuovi conservatori tentano, ancora una volta, di dividere chi lavora da chi è disoccupato, precario o migrante, l’eredità politica dell’organizzazione fondata a Londra nel 1864 riacquista una straordinaria rilevanza. In tutti i casi in cui è commessa un’ingiustizia sociale sul lavoro, ogni qualvolta viene calpestato un diritto, germoglia il seme della nuova Internazionale.

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La Internacional de los Trabajadores, ayer y hoy

La Internacional levantó pasiones por Europa. Gracias a ella, el movimiento obrero pudo comprender los mecanismos de funcionamien-to del modo de producción capitalista, adquirió mayor conciencia de su propia fuerza e inventó nuevas formas de lucha.

El 28 de septiembre de 1864, en la sala del St. Martin’s Hall, un edificio situado en el corazón de Londres, nacía el punto de referencia del conjunto de las principales organizaciones del movimiento obrero: la Asociación Internacional de Trabajadores.

En pocos años, la Internacional levantó pasiones por toda Europa. Gracias a ella, el movimiento obrero pudo comprender más claramente los mecanismos de funcionamiento del modo de producción capitalista, adquirió mayor conciencia de su propia fuerza e inventó nuevas formas de lucha.

En pocos años, la Internacional levantó pasiones por toda Europa. Gracias a ella, el movimiento obrero pudo comprender más claramente los mecanismos de funcionamiento del modo de producción capitalista, adquirió mayor conciencia de su propia fuerza e inventó nuevas formas de lucha. A la inversa, la idea de que los obreros reclamasen mayores derechos y un papel activo en la historia suscitó repulsión en las clases acomodadas.

Las organizaciones que fundaron la Internacional eran muy diferentes entre sí. Su centro motor inicial fueron las Trade Unions inglesas, que la consideraron como el instrumento más idóneo para luchar contra la importación de mano de obra de fuera durante las huelgas. Otra rama significativa de la asociación fue la de los mutualistas, la componente moderada fiel a la teoría de Proudhon, predominante en Francia; mientras que el tercer grupo, por orden de importancia, fueron los comunistas, reunidos en torno a la figura de Marx. Formaron parte inicialmente también de la Internacional grupos de trabajadores que reivindicaban teorías utópicas y núcleos de exiliados defensores de ideas interclasistas. El empeño de lograr que convivieran todas estas almas en la misma organización fue indiscutiblemente obra de Marx. Sus dotes políticas le permitieron conciliar lo que no parecía conciliable. Fue Marx quien le otorgó a la Asociación la clara finalidad de realizar un programa político no excluyente, si bien firmemente de clase, como garantía de un movimiento que aspiraba a ser de masas y no sectario. Sin embargo, a diferencia de lo propagado por la liturgia soviética, la Internacional fue mucho más que solo Marx.

El periodo comprendido entre el final de los años 60 y el inicio de los años 70 fue rico en conflictos sociales. Muchos de los trabajadores que tomaron parte en las protestas surgidas en este arco temporal recabaron el apoyo de la Internacional, cuya fama se iba difundiendo cada vez más. No obstante las complicaciones derivadas de la heterogeneidad de lenguas, culturas políticas y países implicados, la Internacional logró reunir y coordinar más organizaciones y numerosas luchas nacidas espontáneamente. Su mayor mérito fue el de haber sabido indicar la absoluta necesidad de la solidaridad de clase y de la cooperación transnacional.

El momento más significativo de la historia de la Internacional coincidió con la Comuna de París. En 1871, tras la terminación de la guerra franco-prusiana, los obreros expulsaron al gobierno Thiers y tomaron el poder. Desde ese momento, la Internacional estuvo en el ojo de huracán y adquirió gran notoriedad. La Comuna de París dio vitalidad al movimiento obrero y le movió a asumir posiciones más radicales. La Francia había mostrado que el objetivo podía y debía ser la construcción de una sociedad radicalmente diferente de la capitalista, pero también que para alcanzarlo, los trabajadores tendrían que crear formas de asociación política estables y bien organizadas.

En 1872 la Internacional era muy diferente de lo que había sido en el momento de su fundación. Los reformistas ya no constituían la parte predominante de la organización y el anticapitalismo se había convertido en línea política de toda la Internacional, también de las nuevas tendencias – como la anarquista vinculados por Bakunin – que se habían sumado en el curso de los años. El escenario, por otro lado, había cambiado también radicalmente fuera de la Asociación. La unificación de Alemania sancionó el inicio de una nueva era en la que el Estado nacional se afirmó definitivamente como forma de identidad política, jurídica y territorial. El nuevo contexto hacía poco plausible la continuidad de un organismo supranacional en el cual las organizaciones de varios países debían ceder una parte considerable de la dirección política.

La configuración inicial de la Internacional quedaba superada y su misión originaria había concluido. No se trataba ya de preparar y coordinar apoyo a las huelgas, ni de convocar congresos para discutir acerca de la necesidad de socializar la tierra y los medios de producción. Estos temas se habían convertido en patrimonio colectivo de todos los componentes de la organización. Tras la Comuna de París, el verdadero desafío del movimiento obrero era la revolución, o sea, cómo organizarse para poner fin al modo de producción capitalista y derrocar las instituciones del mundo burgués.

En décadas sucesivas, el movimiento obrero se extendió primero por toda Europa y luego por todos los rincones del mundo, y construyó nuevas formas de coordinación supranacionales que reivindicaban el nombre y la enseñanza de la Internacional. Esa imprimió en la conciencia de los proletarios la convicción que la liberación del trabajo del yugo del capital no podía conseguirse dentro de las fronteras de un solo país sino que era una cuestión global. E igualmente, gracias a la Internacional, los obreros comprendieron que su emancipación sólo podían conquistarla ellos mismos, mediante su capacidad de organizarse, y que no iba a delegarse en otros. En suma, la Internacional difundió entre los trabajadores la conciencia de que su esclavitud sólo terminaría con la superación del modo de producción capitalista y del trabajo asalariado, puesto que las mejoras en el interior del sistema vigente, las cuales, no obstante, se intentaban conseguir, no transformarían su condición estructural.

En una época en la que el mundo del trabajo se ve constreñido, a sufrir condiciones de explotación y formas de legislación semejantes a las del XIX y en la que viejos y nuevos conservadores tratan, una vez más, de separar al que trabaja del desempleado, precario o migrante, la herencia política de la organización fundada en Londres recobra una extraordinaria relevancia. En todos los casos en los que se comete una injusticia social relativa al trabajo, cada vez que se pisotea un derecho, germina la semilla de la nueva Internacional.

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Maria Grazia Meriggi, Il Manifesto

La parola all’Internazionale

Saggi. I discorsi e le soluzioni nei diversi mondi del lavoro, a partire dalla storia della più grande esperienza collettiva. In un libro pubblicato da Donzelli, a cura di Marcello Musto

Fra le iniziative assunte in occasione del 150° anniversario della fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, questo volume, Prima Internazionale, Indirizzi, Risoluzioni, Discorsi, Documenti, a cura di Marcello Musto (Donzelli, pp. XVI-256, euro 25) si distingue per due obbiettivi, entrambi raggiunti. Una messa a punto della ricerca attuale su questo fondamentale episodio della storia dei mondi del lavoro e una sua riproposizione come esperienza esemplare che ritrova nel presente una nuova attualità.
Tra gli anni ’50 e la fine dei ’70 infatti la storiografia aveva infatti raggiunto una compiuta conoscenza delle fonti della I e della II Internazionale, anche grazie agli archivi di fondazioni europee fondamentali quali l’International Institute of Social History di Amsterdam e la Fondazione Feltrinelli di Milano. A lungo questa conoscenza si è concentrata – come ricorda Musto – sulla centralità del marxismo, sull’adeguamento o l’allontanamento da una presunta o reale ortodossia con, sullo sfondo, un rapporto finalistico con la formazione dell’Internazionale comunista.

Oltre L’illegalità

Partendo dalla conoscenza approfondita di quella preziosa massa di ricerche, il lavoro di Musto mette in luce il ruolo dell’Internazionale come esperienza collettiva e sociale. Ed è significativo che anche la ripresa di interesse per la II Internazionale stia prendendo strade che non hanno a che fare con il «fallimento» o il «tradimento» del ’14 ma individuano sulla scorta del vasto e fondamentale cantiere aperto da Georges Haupt le continuità fra le cosiddette I e II Internazionale proprio come luogo di incontro di esperienze collettive. Musto è docente di sociologia teorica e questa conoscenza della densità sociale delle organizzazioni politiche e delle loro teorie è all’opera nel volume e nella sua bella introduzione.
L’Internazionale sorge in anni di grande espansione economica, ma in cui questa fiduciosa vitalità non si era ancora tradotta in conquiste stabili dei lavoratori. Molto lentamente le organizzazioni rivendicative usciranno dall’illegalità negli anni ’60-’80 con l’eccezione del Regno Unito (in cui esse erano legali dal 1824, ma in cui le pratiche di difesa degli scioperi erano ancora punite con carcere e deportazione). In molti paesi europei lo sviluppo della grande industria aveva reso satelliti e subalterne le manifatture e le piccole imprese creando le condizioni per l’affermazione di una vera e propria classe operaia moderna, ma la fonte delle sue capacità contrattuali restava il mestiere. Le sole organizzazioni quasi sempre legali erano le società di mutuo soccorso e le cooperative.

Le Lotte Sociali

Anche se Marx ed Engels semplificavano dicendo che nessun operaio era stato owenita o sansimoniano, certo non furono i circoli di studio e i fantasiosi progetti di riforma «socialista» a dare voce ai lavoratori, ma quelle organizzazioni mutualistiche e cooperative che molto spesso diventavano anche luoghi di finanziamento e organizzazione clandestina degli scioperi. L’intreccio di tutte queste pratiche che coesistevano nella vita quotidiana dei lavoratori insieme alla centralità dello sciopero caratterizza la vita dell’Internazionale e ne costituisce la ricchezza.
Fra i gruppi aderenti all’Internazionale ci sono, su un piano di parità, cooperanti, mutualisti, sindacalisti, gruppi di studio, e anche i nascenti partiti operai. Il volume ricostruisce l’intelligente opera di Marx nell’associare la radicalità nell’analisi della società e nelle prospettive ultime a una grande capacità di tenere insieme queste esperienze diverse a patto che rifiutassero le pratiche delle sette clandestine.
Negli anni «senza l’Internazionale», dopo il 1872, e nella stessa II Internazionale che pure nelle intenzioni dei suoi fondatori doveva formare dei dirigenti che sapessero distinguere le diverse funzioni (sindacato, cooperativa, partito, gruppo parlamentare di un partito socialista) i militanti continueranno a «sovrapporre» queste funzioni, fondando una cooperativa per finanziare uno sciopero, chiedendo al Bureau socialiste international di occuparsi di evitare le migrazioni in luoghi dove era in corso uno sciopero… le carte del Bureau attestano questa feconda continuità.
La raccolta di testi documenta proprio la vastità dell’impegno degli internazionalisti: il lavoro e le sue trasformazioni, il ruolo delle lotte sindacali, la cooperazione, la guerra, la questione irlandese e gli Usa, il ruolo dello stato e e quello dell’autorganizzazione politica per il presente e per la costruzione di un futuro di collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Come osserva Musto, non è (solo) la rigorosa critica di Marx ma gli operai stessi a mettere in scacco il proudhonismo con una tenace attività di organizzazione degli scioperi che sono il segno distintivo dell’Internazionale. Il volume segue le vicende dell’AIL dopo la Comune e la conclusione della sua storia organizzativa provocata più dalle trasformazioni oggettive, l’inizio della lunga depressione, il ruolo crescente dei partiti nazionali, che dalla volontà di Marx di contrastare l’affermazione di forme associative settarie e del bakunismo.

Vecchie e Nuove Storie

Ma il volume vuole anche suggerire un’attualità di quelle vicende. Secondo Marx il sindacalismo, essenziale perché gli operai imparassero ad autorganizzarsi, non avrebbe potuto migliorare stabilmente le loro condizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. Oggi dopo un secolo di compromessi avanzati i processi che semplificando chiamiamo di mondializzazione ci ripropongono – certo in forme nuove – l’identificazione della condizione di salariato con quella di povero e di precario.
Queste non sono dunque «vecchie storie» ma esempi di un percorso di emancipazione la cui attualità è indicata da Musto nella conclusione del volume – insieme e filologico e militante – con l’inno dell’Internazionale nella versione di Franco Fortini: «non vogliam sperare niente/il nostro sogno è la realtà».

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Travail et droits: l’enseignement de l’Internationale

Le 28 septembre 1864, la salle du Martin’s Hall – bâtiment situé dans le centre de Londres – était bondée. Environ 2000 travailleurs et travailleuses l’emplissaient, pour écouter le meeting organisé par quelques syndicalistes anglais et leurs collègues parisiens.

C’est grâce à cette initiative qu’éclôt le point de référence de toutes les organisations du mouvement ouvrier: l’Association Internationale des Travailleurs (AIT). En quelques années, l’Internationale a suscité un bouillonnement dans toute l’Europe. Grâce à elle, le mouvement ouvrier a pu mieux comprendre les mécanismes de fonctionnement du mode de production capitaliste, acquérir une plus grande conscience de sa propre force et inventer des nouvelles formes de lutte. A l’opposé, au sein des classes dominantes, la nouvelle de la fondation de l’Internationale a provoqué un sentiment d’horreur. L’idée que les ouvriers revendiquaient plus de droits et un rôle actif dans l’histoire a suscité une répulsion au sein des classes les plus aisées et nombreux furent les gouvernements qui l’ont combattue avec tous les moyens à leur disposition.

Les organisations fondatrices de l’Internationale étaient très différentes. Le promoteur initial était les Trade Unions anglaises qui la considéraient comme l’instrument le plus adéquat pour lutter contre l’importation de main-d’œuvre d’autres pays à l’occasion de grèves. Une autre organisation significative était celle des «mutuelles» [1], la composante modérée fidèle aux théories de Proudhon qui à l’époque dominaient en France. Tandis que le troisième groupe par ordre d’importance était les communistes réunis autour de la figure de Karl Marx. Faisaient aussi partie de l’Internationale à ses débuts des groupes de travailleurs faisant référence à des théories utopistes ou des noyaux d’exilés inspirés par des conceptions vaguement démocratiques et partisans d’idées interclassistes comme les disciples de Giuseppe Mazzini [1805-1872].

 

L’entreprise consistant à assurer la cohabitation de tous ces caractères au sein de la même organisation fut indiscutablement assumée par Marx. Ses qualités politiques lui ont permis de concilier ce qui apparaissait inconciliable et d’assurer un avenir à l’Internationale. En effet, ce fut Marx qui fixa une claire finalité à l’AIT et réalisa un programme politique non exclusif et néanmoins nettement de classe, étayant ce mouvement qui ambitionnait d’être de masse et non sectaire. Marx fut aussi l’âme politique du Conseil général de Londres [2], car il a personnellement rédigé presque toutes les principales résolutions de l’Internationale. Toutefois, au contraire de la propagande véhiculée par la liturgie soviétique, l’Internationale dépassait de beaucoup la personne de Marx.

A partir de la fin de 1866, les grèves s’intensifiaient dans beaucoup de pays européens et furent le cœur battant d’une saison de luttes. La première grande bataille gagnée grâce à l’appui de l’Internationale fut la grève du bronze de Paris pendant l’hiver 1867 [une brochure a été rédigée par Camélinat à ce propos: Historique de la grève du bronze en 1867, publiée en 1867]. Au cours de cette période, d’autres grèves importantes ont été victorieuses: celles des travailleurs du fer de Marchiennes [Belgique], des ouvrières des mines de Provence, des mineurs du charbon à Charleroi et des travailleurs du bâtiment de Genève. Dans chacune de ces circonstances, le scénario se répète: une collecte de fonds pour soutenir les grévistes, grâce aux appels rédigés et traduits par le Conseil général et envoyés par la suite aux travailleurs et travailleuses d’autres pays. Le but est le suivant: éviter que ces travailleurs d’autres pays ne jouent le rôle de briseurs de grève. Tout cela pousse les patrons à chercher un compromis et à accepter de nombreuses revendications des travailleurs. De la sorte s’est ouverte une période de progrès social pendant laquelle le mouvement des travailleurs a obtenu des droits sociaux plus importants pour ceux qui n’en avaient pas encore, sans les réduire – comme le prétend la recette néolibérale de la droite – pour ceux qui les avaient déjà conquis avec peine. Après ces luttes, des centaines de nouveaux travailleurs s’inscrivent et adhèrent à l’Internationale dans toutes les villes où des grèves se sont déroulées.

 

En dépit des complications propres à l’hétérogénéité des langues, des cultures politiques et pays impliqués, l’Internationale a réussi à réunir et à coordonner les organisations et les nombreuses luttes qui surgissaient sous des formes spontanées. Son plus grand mérite fut celui d’avoir su faire la démonstration de la nécessité absolue de la solidarité de classe et de la coopération ouvrière transnationale. Les objectifs et les stratégies du mouvement ouvrier ont changé de manière irréversible, mais s’affirment d’une grande actualité, de même aujourd’hui, 150 ans plus tard.

La prolifération des grèves a modifié les équilibres au sein même de l’organisation. Les composantes modérées furent endiguées et, au Congrès de Bruxelles, en 1868, la résolution portant sur la socialisation des moyens de production a été votée. Un tel acte représente un pas en avant décisif dans le processus de définition des fondements économiques du socialisme et, pour la première fois, une pierre angulaire programmatique du mouvement ouvrier a été inscrite dans la plate-forme politique d’une grande organisation. Toutefois, après avoir défait les adeptes de Proudhon, Marx a dû faire face à un nouveau rival interne, le Russe Bakounine, qui avait adhéré à l’Internationale en 1869.

La période comprise entre la fin des années 1860 et le début des années 1870 fut riche de conflits sociaux. Beaucoup des travailleurs qui prirent part aux protestations, aux rébellions qui éclatèrent pendant cette période ont demandé le soutien de l’Internationale, dont l’audience et la popularité ne cessaient de s’accroître. De la Belgique jusqu’à l’Allemagne en passant par la Suisse et l’Espagne, l’Association a vu s’accroître le nombre de ses militants et a développé sa structure organisationnelle sur presque tout le continent. Egalement, grâce à l’initiative des migrants arrivés aux Etats-Unis d’Amérique, l’Internationale s’est implantée outre-mer.

Le moment le plus éloquent de l’histoire de l’Internationale coïncide avec la Commune de Paris [18 mars-27 mai 1871]. En mars 1871, après la conclusion de la guerre franco-allemande [19 juillet 1870-29 janvier 1871], les travailleurs chassent le gouvernement d’Adolphe Thiers [«élu» le 17 février 1871] et prirent le pouvoir à Paris [et dans certaines villes, sous des formes un peu différentes, à Lyon, Marseille, Toulouse, Sain-Etienne, Narbonne, Limoges, Grenoble]. Ce fait constitue le plus important événement politique de l’histoire du mouvement ouvrier du XIXe siècle. Depuis ce moment, l’Internationale fut dans l’œil du cyclone et elle acquiert une grande renommée. Sur les lèvres de la classe dominante, le nom de l’organisation devient synonyme de menace à l’ordre établi tandis que pour la classe laborieuse elle acquiert le sens de l’espoir en un monde sans exploitation et injustices. La Commune de Paris a communiqué une vitalité au mouvement ouvrier en le poussant à endosser des positions de plus en plus radicales. Une fois de plus, la France avait montré que la révolution était possible, que l’objectif pouvait et devait être la construction d’une société radicalement différente de la société capitaliste. Mais elle avait aussi démontré que pour atteindre cet objectif, les travailleurs et travailleuses devraient donner naissance à des formes d’associations politiques stables et bien structurées.

Pour cette raison, lors de la Conférence de Londres, en 1871, Marx propose une résolution ayant trait à la nécessité, pour la classe laborieuse, de se consacrer à la lutte politique et de construire, là où il y avait la possibilité, un nouvel instrument de lutte indispensable pour la révolution: le parti (jusqu’à l’époque utilisé seulement par les ouvriers de la Confédération allemande [Deutscher Bund, jusqu’en 1866; en 1863 est créé l’Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein (ADAV) de Ferdinand Lassalle]. Toutefois, nombreux furent ceux qui s’opposèrent à cette décision. Au-delà du groupe de Bakounine, opposé à toute orientation qui ne visait pas à la destruction immédiate de l’Etat, l’allergie à cette orientation et les désaccords face à la proposition du Conseil général ont été formulés par plusieurs fédérations. Elles jugeaient la proposition de Londres comme une immixtion portant atteinte à l’autonomie des fédérations locales. Le principal adversaire du tournant impulsé par Marx résidait dans un contexte socio-politique qui n’était pas encore «mûr» ou «prêt» pour accepter ce «saut qualitatif» proposé. Ainsi, se développa un affrontement au sein de la direction de l’organisation (l’Internationale) qui entre-temps s’était étendue dans des pays comme l’Italie, les Pays-Bas, le Danemark, le Portugal et l’Irlande. Une expansion nouvelle qui a rendu encore plus problématiques les débats au sein de la direction de l’Internationale.

 

En 1872, l’Internationale était très différente par rapport aux années de sa fondation. Les composantes démocrates-radicales avaient abandonné l’Association, après avoir été un élément de sa fondation. Les mutuellistes avaient été défaits et leurs forces drastiquement réduites. Les réformistes ne constituaient plus la fraction prédominante au sein de l’organisation – à l’exception du Royaume-Uni – et l’anticapitalisme était devenu la ligne politique de toute l’Internationale, y compris des nouvelles tendances comme celles anarchiste et des blanquistes [référence au révolutionnaire français d’envergure Auguste Blanqui; 1805-1881] qui avaient intégré l’organisation au cours des années. Les plans et le contexte avaient changé radicalement, dans et à l’extérieur de l’Association. En 1871, l’unification de l’Allemagne avait marqué l’entrée dans une nouvelle ère, celle de l’Etat-nation en tant que forme d’identité politique, juridique et territoriale. Le nouveau contexte avait rendu peu probable le maintien d’une structure supranationale à laquelle les organisations des différents pays – même si dotées d’une certaine indépendance – devaient céder une partie consistante de la direction politique.

La configuration initiale de l’Internationale était dépassée et sa mission originelle était désormais terminée. Il ne s’agissait plus de mettre en place et de coordonner des initiatives de solidarité – à l’échelle européenne – face aux grèves. Ni d’organiser des congrès pour discuter de l’unité de la lutte syndicale ou de la nécessité de socialiser la terre et les moyens de production. Ces thèmes étaient devenus un patrimoine collectif de toutes les composantes de l’organisation. Après la Commune de Paris, le vrai défi pour le mouvement ouvrier était la révolution, à savoir comment s’organiser pour mettre fin au mode de production capitaliste et renverser les institutions du monde bourgeois.

Dans les décennies suivantes, le mouvement ouvrier a adopté un programme socialiste et, après son déploiement dans toute l’Europe et dans le monde, il va construire des nouvelles formes de coordination supranationale se réclamant du nom, de l’existence et d’enseignements de l’Internationale. L’Association a marqué les consciences de fractions des masses laborieuses en stimulant la conviction que la libération du travail du joug capitaliste ne pouvait pas être réalisée au sein des frontières d’un seul pays, mais, au contraire, qu’il s’agissait bien d’une question d’ensemble, internationale. De même, grâce à l’Internationale, des secteurs significatifs les travailleurs et travailleuses ont saisi que leur émancipation ne pouvait être conquise que par eux, en ne comptant que sur eux-mêmes, sur leurs capacités à s’organiser et que ces objectifs ne devaient pas être délégués à d’autres. Enfin, l’Internationale a diffusé au sein des travailleurs et travailleuses la conscience que leurs conditions d’exploité·e·s ne pouvaient s’éteindre qu’à travers le dépassement du mode de production capitaliste et du travail salarié, car les améliorations des conditions de travail au sein même de ce système – qui pour autant devaient être des buts immédiats à atteindre – n’auraient pas modifié les conditions structurelles de leur statut d’exploité·e et d’opprimé·e.

Dans une époque où le monde du travail est contraint, même en Europe, de subir les conditions d’exploitation et des formes juridiques [mise au travail, travail précaire, chômage de masse, autoritarisme…] qui rappellent celles en vigueur dans le XIXe siècle et où des vieux ou nouveaux conservateurs essayent, encore une fois, de diviser celui qui travaille du chômeur, du précaire ou du migrant, l’héritage politique de l’organisation fondée à Londres en 1864 acquiert à nouveau toute sa valeur, son actualité. Dans tous les cas où une injustice est commise sur le lieu de travail, sur les conditions de travail – au sens large – chaque fois est foulé un droit, et chaque fois germe la semence nécessaire pour une nouvelle Internationale. (28 septembre 2014; traduction A l’Encontre)

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[1] Le mutuellisme renvoie à la doctrine économique de Proudhon, fondée sur les principes d’échange, de mutualité et de solidarité. (Réd. A l’Encontre)

[2] Le Conseil général est l’organe politique de l’Internationale. Il est élu lors de chaque Congrès annuel de l’Association. Selon les Statuts de l’Internationale (1864), rédigés par Marx, art. 5: «Le Conseil général se composera de travailleurs appartenant aux différentes nations représentées dans l’Association Internationale. Il choisira dans son sein les membres du bureau nécessaires pour la gestion des affaires, tels que trésorier, secrétaire général, secrétaires correspondants pour les différents pays, etc.» Art. 6: «Le Conseil général fonctionnera comme agent international entre les différents groupes nationaux et locaux, de telle sorte que les ouvriers de chaque pays soient constamment au courant des mouvements de leur classe dans les autres pays; qu’une enquête sur l’état social soit faite simultanément et sous une direction commune; que les questions d’intérêt général, proposées par une société, soient examinées par toutes les autres, et que, l’action immédiate étant réclamée, comme dans le cas de querelles internationales, tous les groupes de l’Association puissent agir simultanément et d’une manière uniforme. Suivant qu’il le jugera opportun, le Conseil général prendra l’initiative des propositions à soumettre aux sociétés locales et nationales. Pour faciliter ses communications, il publiera un bulletin périodique.» (Réd. A l’Encontre)

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Interviews

150 anni fa nasceva L’Internazionale

D. Hai appena pubblicato una raccolta di documenti sull’Internazionale (26 dei quali mai tradotti prima in italiano). Quale di questi scritti sceglieresti per commentarlo con le giovani generazioni?

Nel libro ho raggruppato gli 80 documenti che ho selezionato in 13 parti. Tra queste ci sono “Lavoro”, “Sindacato e Sciopero”, “Istruzione”, “Proprieta’ collettiva e Stato”, “Organizzazione politica” e tante altre.

I testi sono tutti attualissimi, anche se hanno gia’ 150 anni. I brani che consiglierei ai piu’ giovani sono quelli che descrivono la societa’ post-capitalistica. Ci sono pagine sull’importanza della riduzione dell’orario di lavoro o sull’uso dei macchinari e della tecnologia a favore dei lavoratori – e non della massimizzazione del profitto – che sembrano scritte per l’oggi. Credo siano i piu’ stimolanti, perche’ aiutano a interrompere il mantra degli ultimi anni, enunciato, con intonazioni differenti, sia destra che a sinistra, secondo il quale non c’e’ alternativa al capitalismo.

D. Quale domanda porresti alla Confindustria rispetto all’attuale situazione economica, alla luce di quanto ‘ereditato’ da questi scritti ?

Alla Confindustria nessuna. Mi pare difendano molto bene i loro interessi. Mi piacerebbe che la sinistra facesse lo stesso. Le domande, piuttosto, io le porrei a questo governo, che mi sembra abbia una posizione molto ideologica sul lavoro, ovvero difende la dogmatica ideologia neoliberale che ha imperato negli ultimi 25 anni e che ci ha portato esattamente dove siamo. Chiedo: quali cambiamenti hanno prodotto – oltre a privare di un futuro la mia generazione e a renderne ancora più difficile il presente, già molto prima della crisi – le varie “riforme” del mercato del lavoro che si sono susseguite dal pacchetto Treu (Governo Prodi) a oggi? Quale miglioramento produce per chi non ha lavoro, rendere più facili i licenziamenti (ovvero abolire l’Articolo 18)? L’insegnamento dell’Internazionale ci aiuta a guardare in direzione opposta. Grazie alla sua azione, i lavoratori avviarono una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento operaio ottenne maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti li avevano già faticosamente conquistati.

D. Qual e’ la pagina che ti ha più emozionato?

Credo che uno dei testi più belli del volume, precedentemente inedito, sia quello prodotto della Sezione Centrale delle Lavoratrici di Ginevra. Parla di femminismo e pluralismo, due temi ineludibili per una sinistra che voglia davvero ripensarsi dopo la sconfitta del Novecento, e recita così: “Gli accordi raggiunti dovranno riconoscere alle donne i medesimi diritti che hanno gli uomini. In secondo luogo, quanto più diversi gruppi d’opinione che hanno di mira il medesimo scopo (l’emancipazione del lavoro) esistono, tanto più semplice diviene generalizzare il movimento delle classi lavoratrici, senza disperdere nessuna delle forze (anche le più differenti) che concorrono al risultato finale”.

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Journalism

Labor’s Battle Against Exploitation by Capital, 150 Years Ago and Today

On 28 September 1864, the International Working Men’s Association was founded in London. It became the prototype of all organizations of the Labour movement, which both reformists and revolutionaries subsequently took to be their point of reference. Very quickly, the International aroused passions all over Europe.

Thanks to its activity, workers were able to gain a clearer understanding of the mechanisms of the capitalist mode of production, to become more aware of their own strength, and to develop new and more advanced forms of struggle for their rights and interests.

The hundred and fiftieth anniversary of the International, on contrary, takes placein a very different context. The world of labour has suffered an epochal defeat and is in the midst of a deep crisis. After a long period of neoliberal policies almost everywhere in the world, the system against which workers fought, and won important victories, has returned to become more exploitative. Decades of assault on the rights of workers have compelled labour organizations to seek new ways forward, to discover avenues of collaboration and solidarity that can again make gains against the enormous power of globalized capital. As before, workers must discover how to turn the power of their numbers and commitment into a force that will realize for them substantial social and economic benefits. The lessons of the International can help to reverse the trend.

The workers’ organizations that founded the International were something of a motley. The central driving force was British trade unionism, whose leaders largely conceived the International as an instrument to block the importation of manpower from abroad in the event of strikes. Another significant force in the organization were “mutualists”, a moderate tendency – long dominant in France – inspired by the theories of Pierre-Joseph Proudhon. The third group in importance were the communists, surrounding the figure of Karl Marx. The ranks of the International also included numbers of workers inspired by utopian theories and exiles having vaguely democratic ideas.

Securing the cohabitation of all these currents in the same organization was Marx’s great political accomplishment. His talents enabled him to reconcile the seemingly irreconcilable, ensuring that the International did not swiftly follow the many previous workers’ associations down the path to oblivion. It was Marx who gave a clear purpose to the International, and who achieved a non-exclusionary, yet firmly working class-based, political programme that won it mass support beyond sectarianism. The political soul of its General Council was always Marx: he drafted all its main resolutions.

The late Sixties and early Seventies in the 19th century were a period rife with social conflicts. Many workers who took part in protest actions decided to make contact with the International, whose reputation quickly spread widely. Across Europe, the Association increased the number of its members and developed an efficient organizational structure. It reached, moreover, the other side of the Atlantic through the efforts of immigrants to the United States of America. Thus, for all the difficulties bound up with a diversity of nationalities, languages and political cultures, the International managed to achieve unity and coordination across a wide range of organizations and spontaneous struggles. Its greatest merit was to demonstrate the crucial importance of class solidarity and international cooperation.

When the International dissolved itself in 1872, it was a very different organization from what it had been at the time of its foundation: reformists no longer constituted the bulk of the organization, and anti-capitalism had become the political line of the whole Association (including recently formed tendencies such as the anarchists led by Mikhail Bakunin). The wider picture, too, was radically different. The unification of Germany in 1871 confirmed the onset of a new age – evident also in the unification Italy and the Meiji Restoration in Japan – where the nation-state would become the central form of political, legal and territorial identity. This placed a question mark over any supranational body that called for members to surrender a sizeable share of political leadership.

In later decades, the workers’ movement adopted a consistent socialist programme, expanded throughout Europe and then the rest of the world, and built new structures of supranational coordination. Apart from the continuity of names (the Second International of Kautsky, from 1889-1916, the Third International of Lenin, from 1919 to 1943, or the Socialist International of the German Chancellor Willy Brandt, from 1951 to today), the various “Internationals” of socialist politics have referred – although in very different ways – to the legacy of the First International. Thus, its revolutionary message proved extraordinarily fertile, producing results over time much greater than those achieved during its existence.

The International helped workers to grasp that the emancipation of labour could not be won in a single country but was a global objective. It also spread an awareness in their ranks that they had to achieve the goal themselves, through their own capacity for organization, rather than by delegating it to some other force; and that – here Marx’s theoretical contribution was fundamental – it was essential to overcome the limits of the capitalist system itself, since improvements within it, though necessary to pursue, would not eliminate exploitation and social injustice.

Major political and economic shifts have succeeded one another over the past twenty-five years: the collapse of the Soviet bloc; the rise to prominence of ecological issues; social changes generated by globalization; and one of the biggest economic crises of capitalism in history that, according to International Labour Organization figures, has added another 27 million unemployed since 2008 to bring the total to more than 200 million. Moreover, labour market “reforms” (a term that, with the time, has changed its original progressive meaning), that have introduced, year after year, more “flexibility” and easier termination of workers, have created deeper inequalities, not supposed improvements in terms of jobs. The current situation of many European countries, with alarming rates of unemployment, is paradigmatic of this failure.

Nevertheless, the global protest movements that have been recently active in most parts of the world have distinguished themselves so far by the very general character of their demand for social equality, without giving sufficient thought to the new problems and radical changes in the world of work. Indeed, in a slightly earlier period, a number of authors had put forward the thesis that the “end of work” was in sight. In this way, labour, having been a key protagonist throughout the twentieth century, increasingly has become a weak and secondary player, with unions finding it more difficult to represent and organize younger or migrant workers, in an ever more flexible labour market, where jobs are insecure and increasingly stripped of rights.

Yet, if capitalist globalization has weakened the labour movement, it has also, in many ways, opened new avenues, through increased capacity for communication, that may facicilate workers’ international cooperation and solidarity. With the recent crisis of capitalism – that has sharpened more than before the division between capital and labour –, the political legacy of the organization founded in London in 1864 has regained profound relevance, and its lessons are today more timely than ever.