Categories
Journalism

Arriva un altro Marx. Caccia al tesoro a Berlino

Dalla nuova edizione delle sue opere emerge un autore misconosciuto
e di enorme attualità per la critica del presente.

Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali.

La sua persistente capacità esplicativa del mondo d’oggi ne ripropone il valore del pensiero e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente.
L’esempio più significativo di questa riscoperta è la ripresa della pubblicazione delle sue opere. Infatti, nonostante l’enorme diffusione che le teorie di Marx hanno avuto durante il Novecento, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica dei propri scritti. Tra tutti i più grandi pensatori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre considerare le svariate vicende del movimento operaio che, troppo spesso, hanno ostacolato, anziché favorito, la stampa dei suoi testi. Dopo la morte di Marx ed Engels, i conflitti all’interno del Partito Socialdemocratico Tedesco fecero si che l’eredità letteraria dei due autori fosse trattata con la massima negligenza. Il primo tentativo di pubblicare le loro opere complete, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), avvenne solo a partire dagli anni Venti e in Unione Sovietica. Tuttavia, le epurazioni staliniane dei primi anni Trenta, che colpirono anche i principali studiosi impegnati nell’impresa, e l’avvento del nazismo in Germania interruppero bruscamente questa edizione. Il successivo tentativo di riprodurre tutti gli scritti dei due pensatori, la cosiddetta MEGA², fu avviato soltanto nel 1975, ma fu anch’esso sospeso, stavolta in seguito al crollo dei paesi socialisti. Così, nel 1990, con lo scopo di completare questa edizione, è nata la Fondazione-Internazionale-Marx-Engels (Imes), che raggruppa studiosi di tre continenti.

Il suo progetto è di enorme importanza, se si considera che una parte consistente dei manoscritti marxiani resta ancora inedita e che questo lavoro ciclopico costituisce la base per nuove traduzioni degli scritti di Marx ed Engels in tutte le lingue. Esso comprende quattro sezioni che dovranno, rispettivamente, dare alle stampe: tutte le loro opere; la loro corrispondenza; Il capitale e i suoi tanti manoscritti preparatori; gli oltre duecento quaderni di appunti (in ben otto lingue) dalle più svariate discipline, che costituiscono il cantiere della elaborazione di Marx. Fino ad oggi dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 53 (ben 13 dopo la ripresa della pubblicazione avvenuta nel 1998), ognuno dei quali consta di due voluminosi tomi: il testo e l’apparato critico (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).

Resta dunque da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Per quanto paradossale possa apparire Karl Marx è un autore misconosciuto. La sistematizzazione della sua teoria critica operata dagli epigoni, l’impoverimento teorico che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti e il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. La riscoperta della sua opera mostra la diversità tra Marx e il «marxismo», tra la ricchezza di un orizzonte problematico e polimorfo, tutto ancora da esplorare, e la dottrina che ne ha alterato la concezione originaria sino a divenirne sua manifesta negazione. Così, al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce quello di un autore che lasciò incompleti la gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi. Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedesca rende evidente la falsificazione interpretativa di parte «marxista-leninista», che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo storico» (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx).

Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels in veste di editore, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a successive elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa.

Ciò che, invece, è certo sin d’ora è il valore delle sue incessanti fatiche intellettuali che, anche se incompiute, rimangono geniali e feconde di penetranti interpretazioni del mondo contemporaneo. Davanti alle contraddizioni e alla crisi della società capitalistica si ritorna, dunque, a interrogare quel Marx messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Sgomberato il terreno dai sedicenti proprietari del suo pensiero, l’auspicio è che a rispondere, questa volta, ci sarà lui per davvero.

Categories
Journalism

Vuelve Marx, el autor mal conocido

Contrariamente a las previsiones que habían decretado de modo definitivo el olvido, Karl Marx volvió, durante los últimos años, a retomar la atención de los estudiosos internacionales.
Su persistente capacidad explicativa del mundo actual vuelve a proponer el valor del pensamiento, y en los estantes de las bibliotecas de Europa, Estados Unidos y Japón desempolvan cada vez más frecuentemente sus escritos.
El ejemplo más significativo de este redescubrimiento es la reanudación de la publicación de sus obras. En efecto, a pesar de la enorme difusión que las teorías de Marx tuvieron durante el siglo XX, todavía hoy carece de una edición integral y científica de sus escritos. Es el único, entre los grandes pensadores de la humanidad, que corrió tal suerte.

Para comprender cómo pudo suceder esto hay que considerar los muy diversos avatares del movimiento obrero que, demasiado a menudo, en vez de favorecer, obstaculizaron la edición de sus textos. Después de la muerte de Marx y Engels los conflictos internos en el Partido Socialdemócrata alemán fueron la causa de que la herencia literaria de los dos autores fuese tratada con la máxima negligencia. El primer intento de publicar sus obras completas, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA) se realizó sólo a partir de los años veinte y en la Unión Soviética. Sin embargo, las depuraciones stalinistas de los primeros años treinta, que afectaron también a los principales estudiosos comprometidos en esa empresa, y el advenimiento del nazismo en Alemania interrumpieron bruscamente esa edición. El sucesivo intento de reproducir todos los escritos de los dos pensadores, la llamada MEGA2, comenzó recién en 1975 pero también fue suspendido, esta vez por el derrumbe de los países socialistas.

En 1990, con el objetivo de completar esta edición, nació la Fundación Internacional Marx Engels (IMES), que reagrupa estudiosos de los tres continentes. Su proyecto es de enorme importancia si se considera que una parte consistente de los manuscritos maxianos está todavía inédita y que esta tarea ciclópea constituye la base para nuevas traducciones de los escritos de Marx y de Engels en todas las lenguas. Consta de cuatro secciones que, respectivamente, deberán imprimir todas sus obras, incluidos la correspondencia, El Capital y sus muchos manuscritos preparatorios, los más de doscientos cuadernos de apuntes (en nueve lenguas) sobre las más diversas disciplinas, que constituyen la base de la elaboración de Marx. Hasta hoy, de los 114 volúmenes previstos han sido publicados 52 (12 después de la reanudación de las ediciones en 1998), cada uno de los cuales cuenta con dos voluminosos tomos: el texto y el aparato crítico (informaciones más detalladas en www.bbaw.de/vs/mega).

Por lo tanto hay que preguntarse: ¿qué Marx surge de la nueva edición histórico-crítica? Decididamente un Marx diferente del que, durante mucho tiempo, nos presentaron muchos seguidores y adversarios. Por paradójico que pueda parecer, Karl Marx es un autor mal conocido. La sistematización de su obra crítica operada por los epígonos, el empobrecimiento teórico que acompañó la divulgación, la manipulación y la censura de sus escritos y su utilización instrumental en función de las necesidades políticas, lo convirtieron en víctima de una profunda y reiterada incomprensión. El redescubrimiento de su obra muestra la diferencia que existe entre Marx y el marxismo, entre la riqueza de un horizonte problemático y polimorfo, aún por explorar, y la doctrina que alteró la concepción originaria hasta convertirse en la negación manifiesta del punto de partida. Así, al perfil granítico de la estatua que, en tantas plazas de los regímenes antilibertarios de los países de Europa oriental, lo representaba apuntando al porvenir con dogmática certidumbre, se sustituye hoy por el de un autor que dejó incompletos la mayor parte de sus escritos para dedicarse, hasta su muerte, a nuevos estudios que verificasen la validez de sus propias tesis.

Dos ejemplos bastan: I) el carácter fragmentario que, en su última edición, recupera La ideología alemana hace evidente la falsificación interpretativa marxista-leninista que había convertido a estos manuscritos en la exposición exhaustiva del materialismo dialéctico (expresión, por otra parte, que jamás utilizó Marx). Lejos de poder ser encerrada en epitafios la concepción marxiana de la historia debe ser buscada en la totalidad de su obra. II) El segundo es el tercer libro de El Capital, que fue publicado con más de cinco mil intervenciones de redacción realizadas por Engels como editor, las cuales muestran que el texto no contenía de ningún modo una teoría económica concluida, pues en buena parte eran sólo apuntes provisorios destinados a elaboraciones sucesivas. La inminente publicación de la totalidad de los originales dejados por Marx permitirá, por fin, una valoración cierta.
Lo que, en cambio, es cierto desde ya es el valor de sus infatigables empeños intelectuales, los cuales, aun incompletos, siguen siendo geniales y fecundos como penetrantes interpretaciones del mundo contemporáneo. Frente a las contradicciones y a la crisis de la sociedad capitalista se vuelve, por consiguiente, a interrogar a ese Marx que después de 1989 fue dejado de lado con demasiada precipitación. Barridos ya del terreno los autodenominados propietarios de su pensamiento, parece que, esta vez, será él quien verdaderamente responda.
(Traducción para wwws.inpermiso.info: Guillermo Almeyra)

Categories
Journalism

Ma Stuart Mill dà torto al Cavaliere

Da alcuni giorni, in tutte le cassette postali e, al costo di un solo euro, in ogni edicola, imperversa indiscriminatamente «La vera storia italiana». Opuscolo anonimo di 160 pagine, stampato dalla Mondadori, diffuso, a quanto pare, in dieci milioni di copie.

Il testo propagandistico, che avrebbe l’intento di ricordare agli elettori prima del voto i benefici recati al paese dall’attuale governo durante i trascorsi cinque anni, non è altro che l’ultimo disperato tentativo del Presidente del Consiglio di mascherare la realtà dei suoi fallimenti politici e disastri sociali.

Se non fosse serio, il fascicolo andrebbe quasi apprezzato per le molte parti nelle quali sembra proprio emergere una profonda autoironia. Non si può purtroppo dire lo stesso della sezione filosofica: «Pensieri a confronto». Una sorta di storia intellettuale in pillole che esibisce il grezzo retroterra culturale della destra.

Vale la pena di soffermarsi sulla sfida principale: Karl Marx versus John Stuart Mill.

Il primo, naturalmente additato quale capofila dei pensatori da condannare (per sua fortuna in buona compagnia di Hobbes, Hegel e Gramsci – tutti riportati graficamente in nero), viene dipinto come l’ignobile barbuto teorico del «rifiuto delle forme istituzionali dello Stato borghese che si realizza nella dittatura del proletariato». Del secondo, su sfondo bianco, si può leggere invece: «Per Stuart Mill le leggi della produzione sono ‘leggi reali di natura’ mentre le leggi della distribuzione sono il risultato della volontà umana e quindi del diritto e del costume. Per una più equa distribuzione della ricchezza si possono immaginare (sic!) delle leggi migliori. Fra l’individualismo e il socialismo occorre aderire al primo, che garantisce la libertà individuale senza impedire la lotta all’ingiustizia sociale».

In vero, sarà bene confessarlo sin dal principio, Marx non nutrì mai particolari simpatie per gli «economisti inglesi filantropi» e, tra questi, per Stuart Mill.

Lo riteneva, infatti, un prodotto confuso delle rivoluzioni del 1848, che avevano spinto quegli uomini «che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti» a tentare la fallace impresa di accordare l’economia politica del capitale con le rivendicazioni del proletariato. Ecco, per Marx, Stuart Mill era il tipico rappresentante di questa categoria e i suoi «sincretistici compendi» il frutto equivoco di questo antitetico miscuglio.

In particolare, contro la sua concezione appena ricordata – volendo citare correttamente: «le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche (…) non così la distribuzione della ricchezza. Questa è puramente materia delle istituzioni umane» – Marx scagliò diverse frecce. Ad onor della «vera storia», vale la pena ricordarne almeno una: «l’insulsaggine di J. St. Mill, che ritiene eterni i rapporti borghesi di produzione ma storiche le loro forme di distribuzione, rivela che egli non capisce né gli uni né le altre». Accanto al malinteso di fondo dell’economia politica, la rappresentazione delle forme borghesi di produzione come assolute e di quelle di distribuzione come relative, e dunque transitorie, era necessaria affinché i rapporti borghesi fossero «interpolati del tutto surrettiziamente come incontestabili leggi di natura della società in abstracto». Veniva in questo modo svelato come l’apologetica degli economisti fosse ancillare alla mistificazione del modo di produzione capitalistico e alla reificazione dei rapporti sociali.

In realtà, «la forma di distribuzione non è che la forma di produzione sub alia specie». Infatti, come Marx dimostrava, mediante la sua analisi scientifica, ne Il capitale: «i rapporti di distribuzione sono in sostanza identici ai rapporti di produzione, costituiscono il rovescio di questi ultimi, così che gli uni e gli altri hanno lo stesso carattere storicamente transitorio».

Concludeva arrabbiato, ancora riferendosi all’economista inglese: «nella piattezza della pianura anche i mucchi di terra sembrano colline; si misuri la piattezza della nostra odierna borghesia con il calibro dei suoi ‘grandi intelletti’».

Tuttavia, scavando bene ne Il capitale – e naturalmente accontentandosi di una nota a piè di pagina, invece che di un riferimento nel testo – si può trovare la seguente confessione di Marx, probabilmente scritta in preda a uno dei suoi rarissimi momenti di affabilità verso gli avversari: «ad evitare malintesi osservo, che, se pure uomini come J. St. Mill sono degni di biasimo per la contraddizione fra i loro vecchi dogmi economici e le loro tendenze moderne, sarebbe estrema ingiustizia metterli in un sol fascio con il gregge degli apologeti dell’economia volgare».

Forse anche questa frase si addice al caso nostro.

Si farebbe, infatti, un torto troppo grande anche a Stuart Mill – in vita sempre aspramente osteggiato dai conservatori – se lo si lasciasse in balia dell’On. Berlusconi.

In proposito all’invasione de «La vera storia italiana» e alle più generali circostanze odierne, le considerazioni di Stuart Mill, contenute nel suo scritto del 1859 Sulla libertà, si rileggono con interesse e sono, purtroppo, ancora attuali: «è da sperare che sia trascorsa l’epoca in cui era necessario difendere la ‘libertà di stampa’ come una delle garanzie contro un governo corrotto o tirannico. Possiamo supporre che non sia più necessario dimostrare che non si può consentire a una legislatura o a un esecutivo, i cui interessi non si identifichino con quelli dei cittadini, di imporre loro delle opinioni e di stabilire quali dottrine o argomentazioni essi possano ascoltare».

Per avversare il Presidente del Consiglio (in carica per altri pochi giorni) stavolta non serve scomodare il nostro Marx. Basta un buon liberale come Stuart Mill.

Categories
Journalism

Marx lo studioso, Marx il politico. Le indecisioni della sinistra

Tornare ai testi, senza vincoli e ideologismi, non è un vezzo da eruditi. La pubblicazione imminente di tutti gli originali sarà l’occasione per ripensare il marxismo nei conflitti di oggi

Il dibattito su Marx, nato in occasione della stampa del volume collettivo Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), in corso da alcuni mesi sulle pagine di «Liberazione», ha fornito a studiosi e militanti interessanti spunti di riflessione e confronto. Replicherò a quelli per i quali sono stato chiamato in causa: la ricerca filologica e l’attualità di Marx.

Il primo tema è stato tra quelli più discussi, suscitando interesse, consensi, ma anche obiezioni. Tra queste le perplessità relative al «ritorno a un presunto Marx originario (…) depurato dal Novecento» che avrebbe la capacità di tramutare «la sconfitta epocale del movimento operaio (…) in una fortuna» (Bucci). In realtà, le mie osservazioni critiche in merito al rapporto tra Marx e i marxismi non erano indirizzate a un qualsiasi utilizzo di Marx da parte del movimento operaio (sarebbe un bel paradosso), all’auspicabile relazione tra le teorie di Marx e le vicende storiche che vi hanno fatto seguito, ma si concentravano, invece, su di un punto preciso che vorrei riaffermare: l’alterazione e l’impoverimento subiti dalle prime a causa dell’utilizzo strumentale al quale furono piegate e le conseguenze teoriche e politiche di questa realtà. Circoscriverò le mie considerazioni in proposito al caso del principale «marxismo» del secolo scorso: il «marxismo-leninismo».

In Unione Sovietica, le concezioni di Marx hanno subito un sistematico processo di manipolazione. La sua teoria critica fu sostituita da una dottrina, funzionale al potere, divenuta, in breve tempo, manifesta negazione della prima. Ciò nonostante, Marx fu assimilato ad essa e costrittivamente trasformato nel baluardo dello Stato sovietico che se ne attribuiva indebitamente il monopolio politico e ne possedeva di fatto, anche a causa dei gravi e colpevoli ritardi di studiosi e partiti europei, la proprietà letteraria. Non è, dunque, la più complessa sconfitta del movimento operaio, ma la fine di quella determinata vicenda, ad aver lentamente riaperto un nuovo orizzonte per Marx che – liberato dalle catene forzate del socialismo reale, non dalla connessione con la politica – torna ad essere letto, e a stimolare il pensiero critico, in tutto il mondo.

L’esigenza di riscoprire Marx nella sua autenticità non significa, pertanto, scinderlo dalle lotte concrete che lo hanno attraversato, ma rimanda alla necessità di riscattarne l’opera dalle mistificazioni che, contraffacendola, ne hanno sminuito il carattere critico. Se si ritiene che il pensiero di Marx parli ancora al presente e sia uno strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare, occorre conoscere e rileggere i suoi scritti alla fonte. Essi vanno disgiunti dagli ideologismi che li hanno spesso accompagnati e – diversamente dalla diffusissima, quanto deleteria, pratica attraverso la quale sono stati letti, quella dell’estrapolazione delle citazioni – ricostruiti all’interno dell’orizzonte storico nel quale furono concepiti. Il riferimento alla loro incompiutezza, ovvero alla inesauribile volontà marxiana di proseguire le ricerche per verificare la validità delle proprie tesi, non è, allora, un vezzo da eruditi, ma un modo di ritrovare Marx e ripensarlo nei e per i conflitti odierni. Un Marx autentico e per l’oggi.

Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedescarende ancor più evidente la falsificazione interpretativa che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo dialettico» (espressione, per altro, mai utilizzata né da Marx, né da Engels). Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a ulteriori elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa e chiarirà il ruolo svolto da Engels in veste di editore.

In vero, contrariamente da come è stato dipinto da gran parte di avversari e sedicenti seguaci, Marx non volle costruire un nuovo sistema. Il primo, quindi, a non credere nella propria esaustività, o che «tutto si sia fermato nel 1867» (Bellofiore), sarebbe stato lui stesso, che, anzi, de Il capitale continuò a rivedere e cambiare anche il primo libro.

Ripartire da questo lascito incompiuto, ricostruire l’analisi marxiana, economica e politica, della società capitalistica – per poi tentare, con modestia e mediante un’impresa collettiva, di proseguirla –, non solo non significa, come è stato sarcasticamente affermato, «ridurre Marx a oggetto di esercizi filologici» (Bellofiore), ma dovrebbe, a mio avviso, fugare anche i legittimi timori di quanti vedono, in un simile lavoro teorico, il rischio di implicazioni impolitiche (Cavallaro).

Ribadite queste tesi – giungo alla seconda questione –, la riaffermazione del valore di Marx non può certo riemergere dalla mera dimostrazione filologica della sua diversità rispetto alla gran parte degli interpreti. L’occasione di un diffuso ritorno d’interesse nei suoi riguardi si fonda sulla crisi della società capitalistica e sulla persistente capacità esplicativa marxiana del mondo d’oggi e delle profonde contraddizioni che lo percorrono.

Naturalmente, una teoria che ripensi con serietà questo rapporto «non può proporsi, semplicemente, di ‘ritornare a Marx’; deve farci sapere su quale (…) Marx cade la sua scelta» (Prestipino). Detto altrimenti, essa dovrebbe saper indicare quale sia quello più efficace e attuale per i nostri tempi. Per ragioni di spazio, mi limiterò a suggerire soltanto due Marx.

Innanzitutto, quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che, per primo, ne ha intuito e analizzato lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, rovistandone i meandri, ha descritto la società borghese. Rinunciare a questo patrimonio – si badi, sempre più rivisitato da parte liberale –, significherebbe smarrire l’orientamento per intendere la realtà odierna e deporre le armi per trasformarla. La riappropriazione dell’indagine e del metodo di Marx fornisce, infatti, gli strumenti critici per contrastare, con fondatezza, l’ideologia dominante. Mostra il carattere antistorico dell’artefatta rappresentazione della naturalità e immutabilità del sistema capitalistico. Permette di opporsi ai proclami che osannano il dominio del mercato e ne diffondono il falso mito di efficienza e di migliore dei mondi realizzabili. Consente di avversare il mantra che ostenta, ossessivamente, l’assenza di alternative agli assetti economici, sociali e politici neoliberali.

L’altro Marx, di cui oggi si avverte la mancanza, è quello teorico del socialismo. L’autore che concepiva il socialismo come processo di autoemancipazione della classe operaia, «il grande scopo al quale ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo». Il militante che ripudiava totalmente l’idea di «Socialismo di Stato», al tempo già propugnata da Rodbertus e Lassalle. Lo studioso che intendeva il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società. Il rivoluzionario che, anche quando lottò per ottenere riforme politiche e sociali, mai s’illuse circa la natura incontrovertibilmente antagonistica e ingiusta del capitalismo. Il caustico scrittore che irriderebbe gli ossimori, così tanto alla moda, quali banca etica, impresa cooperativa o commercio equo e solidale.

A prima vista questi due Marx possono sembrare disgiunti: il primo principalmente teorico, il secondo fondamentalmente politico. In realtà, la loro compenetrazione è non solo plausibile, ma contribuirebbe a risolvere il finto dualismo tra teoria e prassi, di cui si è molto discusso, e costituirebbe uno strumento imprescindibile affinché la sinistra si interroghi criticamente lungo il cammino delle sfide che l’attendono.

Categories
Journalism

Odyssee und neue Perspektiven des Werks von Karl Marx

Von tausend Sozialisten hat vielleicht einer eine ökonomische Schrift von Marx gelesen, von tausend Antimarxisten nicht einmal einer.

 

I. EINLEITUNG
Wenige Menschen haben die Welt aufgerüttelt wie Karl Marx. Auf seinen Tod folgte unmittelbar, mit einer Geschwindigkeit, die in der Geschichte kaum ihresgleichen hat, das Echo des Ruhms. Sehr bald führten die Arbeiter von Chicago und Detroit, genau wie die frühen indischen Sozialisten in Kalkutta, den Namen Marx im Munde. Sein Bild hing im Hintergrund beim Kongress der Bolschewiki in Moskau nach der Revolution. Sein Denken inspirierte Programme und Satzungen aller politischen und gewerkschaftlichen Organisationen der Arbeiterbewegung, von ganz Europa bis nach Shanghai. Seine Ideen haben die Philosophie, die Geschichte, die Ökonomie unwiderruflich verändert.
Doch, trotz der Durchsetzung seiner Theorien, die im 20. Jahrhundert für einen Großteil der Menschheit zur herrschenden Ideologie und Staatsdoktrin wurden, und ungeachtet der enormen Verbreitung seiner Schriften, fehlt es bis heute an einer integralen, wissenschaftlichen Edition seiner Werke. Unter den großen Autoren der Menschheit wurde dieses Schicksal allein ihm zuteil.
Ein Hauptgrund für diese Sonderstellung liegt in dem weitgehend unvollständigen Charakter seines Werks. Sieht man nämlich von den Zeitungsartikeln ab, die in den fünfzehn Jahren zwischen 1848-1862 erschienen, größtenteils in der «New-York Tribune», die zu jener Zeit zu den wichtigsten Tageszeitungen der Welt zählte, so wurden im Vergleich zu den zahlreichen nur teilweise verwirklichten Arbeiten und dem beeindruckenden Berg durchgeführter Untersuchungen nur relativ wenige Werke veröffentlicht. Bezeichnenderweise antwortete Marx, als Karl Kautsky ihn 1881, einem von Marx’ letzten Lebensjahren, über die Möglichkeit einer vollständigen Edition seiner Werke befragte: «sie müssten erst sämtlich geschrieben sein» .
Marx hinterließ also weitaus mehr Manuskripte als in Druck gegebene Werke. Im Gegensatz zur verbreiteten Meinung war sein Werk fragmentarisch, bisweilen widersprüchlich, und diese Aspekte unterstreichen eins seiner Hauptmerkmale, nämlich die Unvollendetheit. Marxens überaus strenge Methode und schonungslose Selbstkritik, die die Beendigung vieler in Angriff genommener Arbeiten unmöglich machten; die äußerst elenden Lebensbedingungen und der andauernd schlechte Gesundheitszustand, die ihn sein ganzes Leben lang plagten; der unerschöpfliche Erkenntnisdrang, der die Jahre hindurch unverändert blieb und ihn zu immer neuen Studien trieb; schließlich das in reifem Alter erlangte Bewusstsein von der Schwierigkeit, die Komplexität der Geschichte in einem theoretischen Projekt zu fassen – all dies machte aus der Unvollendetheit die treue Begleiterin und den Fluch von Marxens gesamter Produktion, aber auch seines Lebens. Der kolossale Plan seines Werks wurde nur zum geringsten Teil ausgeführt, so dass seine unablässigen intellektuellen Bemühungen literarisch gesehen scheiterten. Nichtsdestotrotz erwiesen sie sich als genial und außerordentlich folgenreich .
Dem fragmentarischen Charakter von Marx’ Nachlass und seinem Veto gegen die Schaffung einer weiteren Soziallehre zum Trotz, wurde das unvollendete Werk indes umgewälzt und ein neues System, der «Marxismus», entstand.

II. MARX UND DER MARXISMUS: UNVOLLENDETHEIT VERSUS SYSTEMATISIERUNG
Nach dem Tod von Marx, im Jahr 1883, widmete sich Friedrich Engels als erster dem Unterfangen, den Nachlass seines Freundes in Druck zu geben, das sich angesichts der Zerstreutheit des Materials, der verworrenen Sprache und der Unleserlichkeit der Schrift als äußerst schwierig erwies. Seine Arbeit konzentrierte sich auf die Rekonstruktion und Auswahl der Originale, die Publikation unveröffentlichter oder unvollständiger Texte und gleichzeitig auch auf die Neuherausgabe und Übersetzung der schon bekannten Schriften.
Mit wenigen Ausnahmen, wie den [Thesen über Feuerbach] , die 1888 im Anhang zu seinem Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie publiziert wurden, und der [Kritik des Gothaer Programms], die 1891 erschien, gab Engels der Redaktionsarbeit für die Vollendung des Kapitals, von dem nur das erste Buch fertiggestellt worden war, den unbedingten Vorrang. Diese Anstrengung, die über ein Jahrzehnt in Anspruch nahm, wurde in der erklärten Absicht unternommen, «ein zusammenhängendes und möglichst abgeschloßnes Werk» herzustellen. Auch wenn diese Entscheidung verständlichen Anforderungen entsprach, bewirkte sie den Übergang von einem partiellen, vorläufigen Text, der in weiten Teilen aus «in statu nascendi niedergeschriebenen Gedanken» und vorbereitenden Aufzeichnungen bestand, die Marx sich gewöhnlich für weitere Ausarbeitungen der behandelten Themen vorbehielt, zu einem anderen, einheitlichen Text, der den Anschein einer systematischen und vollendeten ökonomischen Theorie erweckte. Im Zuge seiner Redaktionsarbeit, während er jene Texte sichtete, die keine Endfassungen, sondern Varianten darstellten, ließ Engels sich von dem Anliegen der Vereinheitlichung leiten und rekonstruierte die von endgültigen Texten weit entfernten Bücher zwei und drei des Kapitals nicht in ihrer Entstehung und Entwicklung, sondern gab abgeschlossene Bände in Druck .
Im Übrigen, hatte er schon vorher mit seinen eigenen Schriften dazu beigetragen, einen Prozess theoretischer Systematisierung in Gang zu bringen. Der 1878 erschienene Anti-Dühring, den er als «mehr oder minder zusammenhängende Darstellung der von Marx und mir vertretnen dialektischen Methode und kommunistischen Weltanschauung» bezeichnete, wurde zum zentralen Bezugspunkt bei der Herausbildung des «Marxismus» als System und bei dessen Differenzierung von dem zu jener Zeit vorherrschenden eklektischen Sozialismus. Noch größeren Einfluss hatte Die Entwicklung des Sozialismus von der Utopie zur Wissenschaft, einer umgearbeiteten Version von drei Kapiteln der vorzitierten Schrift zu Verbreitungszwecken, die erstmals 1880 erschien und ähnlich erfolgreich war wie das Manifest der kommunistischen Partei. Wenngleich ein klarer Unterschied bestand zwischen dieser Art von Popularisierung, die sich in offener Polemik gegen die simplizistischen Verkürzungen der enzyklopädischen Synthesen vollzog, und derjenigen, die dagegen von der Folgegeneration der deutschen Sozialdemokratie betrieben wurde, ebnete Engels’ Rekurs auf die Naturwissenschaften jedoch der evolutionistischen Konzeption den Weg, die sich wenig später auch in der Arbeiterbewegung durchsetzen sollte.

Marx’ unzweifelhaft kritisches, offenes, wenn auch von deterministischen Versuchungen nicht gänzlich unberührtes Denken fiel dem kulturellen Klima im Europa des ausgehenden 19. Jahrhunderts zum Opfer, das wie nie zuvor von systematischen Konzeptionen, allen voran dem Darwinismus, durchdrungen war. Um derlei Konzeptionen sowie dem Bedürfnis nach Ideologie zu entsprechen, das auch in den Reihen der Arbeiterbewegung wuchs, nahm der neugeborene «Marxismus», der in der von Kautsky herausgegebenen Zeitschrift «Die Neue Zeit» frühzeitig Orthodoxie geworden war, sehr bald dieselbe Gestalt an. Eine entscheidende Rolle spielten in diesem Zusammenhang die in der deutschen Partei verbreitete Unkenntnis und Aversion gegen Hegel – ein wahres Buch mit sieben Siegeln – und gegen dessen Dialektik, die gar betrachtet wurde als das «Verräterische in der Marxschen Doktrin, der Fallstrick, der aller folgerichtigen Betrachtung der Dinge im Wege liegt» .
Weitere Faktoren, die zur Umwandlung von Marxens Werk in ein System beitrugen, lassen sich in den Modalitäten seiner Verbreitung ausmachen. Wie die geringe Auflage der damaligen Ausgaben seiner Texte beweist, wurden vorzugsweise zusammenfassende Bändchen und sehr verkürzte Abrisse rezepiert. An einigen seiner Werke machten sich zudem die Wirkungen politischer Instrumentalisierung bemerkbar. So tauchten die ersten von den Herausgebern umgearbeiteten Ausgaben auf. Begünstigt durch die Ungewissheit des marxschen Nachlasses, setzte sich diese Praxis, zusammen mit der Zensur einiger Schriften, immer mehr durch. Die Handbuchform, ein bedeutendes Vehikel für die Verbreitung von Marx’ Denken in der Welt, war sicher ein sehr wirksames Propagandawerkzeug, bedeutete aber auch eine Verfälschung der ursprünglichen Konzeption. In der Begegnung mit dem Positivismus und in der Anpassung an die praktischen Erfordernisse der proletarischen Partei übersetzte sich die Verbreitung seines komplexen, unvollendeten Werks schließlich in Verarmung und Vulgarisierung des ursprünglichen Erbes , bis es, von Kritik in Weltanschauung verwandelt, ganz und gar unkenntlich war.
Aus diesen Entwicklungsprozessen ergab sich eine Doktrin, die auf einer schematischen, elementar evolutionistischen und mit ökonomischem Determinismus getränkten Interpretation fußte: der «Marxismus» zur Zeit der Zweiten Internationale (1889-1914). Vom ebenso festen wie naiven Glauben an den automatischen Fortgang der Geschichte und somit an die unausbleibliche Ablösung des Kapitalismus durch den Sozialismus geleitet, erwies sie sich als unfähig, den realen Gang der Gegenwart zu begreifen, und erzeugte eine Art fatalistischen Quietismus, der bald zu einem Stabilitätsfaktor der bestehenden Ordnung geriet, indem man die notwendige Verbindung zur revolutionären Praxis durchtrennte . So wurde der große Abstand zu Marx offenbar, der schon in seinem ersten Werk erklärt hatte: «Die Geschichte tut nichts […]; es ist nicht etwa die ‘Geschichte’, die den Menschen zum Mittel braucht, um ihre – als ob sie eine aparte Person wäre – Zwecke durchzuarbeiten, sondern sie ist nichts als die Tätigkeit des seine Zwecke verfolgenden Menschen» .
Die Zusammenbruchstheorie, das heißt die These vom bevorstehenden Ende der bürgerlich-kapitalistischen Gesellschaft, die in der zwanzigjährigen Wirtschaftskrise der Großen Depression ab 1873 einen günstigen Nährboden fand, wurde als inneres Wesen des wissenschaftlichen Sozialismus ausgegeben. Die Ausführungen von Marx, die darauf abzielten, die dynamischen Prinzipien des Kapitalismus zu skizzieren und dessen allgemeine Entwicklungstendenz zu beschreiben , wurden in allgemeingültige historische Gesetze verkehrt , von denen sich vermeintlich der Gang der Ereignisse bis in die Einzelheiten ableiten ließ.
Die Vorstellung vom in den letzten Zügen liegenden, von selbst zum Untergang bestimmten Kapitalismus war auch im theoretischen Ansatz der ersten gänzlich «marxistischen» Plattform einer politischen Partei, dem Erfurter Programm von 1891, und in dem diesbezüglichen Kommentar Kautskys zu finden. Dieser verkündete: «die unaufhaltsame ökonomische Entwicklung führt den Bankrott der kapitalistischen Produktionsweise mit Naturnotwendigkeit herbei. Die Bildung einer neuen Gesellschaftsform an Stelle der bestehenden ist nicht mehr bloß etwas Wünschenswertes, sie ist etwas Unvermeidliches geworden» . Der Kommentar war der bedeutendste und offensichtlichste Ausdruck der inneren Grenzen der Ausarbeitung jener Zeit und offenbarte die tiefe Kluft im Verhältnis zu dem, an dem sie sich inspirierte.
Selbst Eduard Bernstein, der mit seiner Auffassung des Sozialismus als Möglichkeit, statt als Unausweichlichkeit einen Bruch mit den herrschenden Interpretationen der Zeit vollzogen hatte, lieferte von Marx eine ebenso verzerrte Interpretation, die sich nicht im mindesten von den zeitgenössischen Lesarten unterschied. Durch die große Resonanz der Bernstein-Debatte trug er zur Verbreitung eines gleichermaßen verfälschten und instrumentalisierten Marx-Bildes bei.

Der russische «Marxismus», der im Verlauf des 20. Jahrhunderts eine grundlegende Rolle bei der Verbreitung des marxschen Denkens spielte, verfolgte den Weg der Systematisierung und Vulgarisierung mit gar noch größerer Starrheit.
Nach Ansicht seines ersten wichtigen Pioniers, Georgij Plechanow, war der Marxismus nämlich «eine ganze Weltanschauung» , die er im Sinn eines simplizistischen Monismus interpretierte, wonach die Veränderungen im Überbau der Gesellschaft im Gleichschritt mit den ökonomischen Veränderungen vorangehen. In Materialismus und Empiriokritizismus von 1909 definiert Lenin den Materialismus als «Anerkennung der objektiven Gesetzmäßigkeit der Natur und der annähernd richtigen Widerspiegelung dieser Gesetzmäßigkeit im Kopf des Menschen» . Wille und Bewusstsein der Menschheit müssen sich «unvermeidlich und notwendig» der Naturnotwendigkeit anpassen. Wiederum trägt der positivistische Ansatz den Sieg davon.
Trotz des scharfen ideologischen Kontrasts jener Jahre gingen also viele der Theorieelemente, welche die Entstellung des marxschen Denkens durch die Zweite Internationale geprägt hatten, in die Theorie ein, die fortan den kulturellen Hintergrund der Dritten Internationale bilden wird. Besonders deutlich spricht diese Kontinuität aus der 1921 erschienenen Theorie des historischen Materialismus von Nikolaj Bucharin, der meint: «Alle merken, dass in der Natur sowohl wie in der Gesellschaft eine bestimmte Regelmäßigkeit, eine bestimmte Gesetzmäßigkeit vorhanden ist. Es ist die erste Aufgabe der Wissenschaft, diese Regelmäßigkeit zu entdecken» . Dieser ausschließlich auf die Entwicklung der Produktivkräfte gestützte gesellschaftliche Determinismus brachte eine Doktrin hervor, nach der «die Vielheit der in der Gesellschaft wirksamen Ursachen keineswegs der Existenz einer einzigen einheitlichen Gesetzmäßigkeit der gesellschaftlichen Entwicklung widerspricht» .
Von besonderem Interesse ist die Kritik von Antonio Gramsci, der einer Auffassung entgegentrat, in der die «Fragestellung als eine Suche nach Gesetzen, nach konstanten, regelmäßigen, gleichförmigen Linien […] mit dem etwas kindlich und naiv gefassten Bedürfnis zusammen[hängt], das praktische Problem der Vorhersehbarkeit der geschichtlichen Ereignisse endgültig zu lösen» . Seine klare Weigerung, die marxsche Philosophie der Praxis auf eine grobschlächtige Soziologie, «eine Weltauffassung auf ein mechanisches Formelwerk zu reduzieren, das den Eindruck macht, die ganze Geschichte in der Tasche zu haben» , war gerade deshalb von besonderer Wichtigkeit, weil er damit über Bucharins Schrift hinausging und die weit über diesen hinaus verbreitete Orientierung zu bekämpfen suchte, die in der Sowjetunion schließlich eine unangefochtene Vorherrschaft führen wird.
Mit der Durchsetzung des «Marxismus-Leninismus» fand die Entstellung des marxschen Denkens ihren endgültigen Ausdruck. Die Theorie wurde ihrer Funktion einer Leitschnur für das Handeln entkleidet, um dieses stattdessen nachträglich zu rechtfertigen. Unumkehrbar wurde der Prozess mit dem «Diamat» (Dialekticeskij materializm), der «Weltanschauung der marxistisch-leninistischen Partei» . Die wesentlichen Züge dieser Weltanschauung legte Stalins Bändchen Über dialektischen und historischen Materialismus aus dem Jahr 1938 fest, das eine außerordentliche Verbreitung erfuhr. Die Phänomene des kollektiven Lebens, so Stalin, stellen «Gesetzmäßigkeiten der Entwicklung der Gesellschaft» dar, die «erkennbar» sind; «die Geschichte der Gesellschaft wird zur gesetzmäßigen Entwicklung der Gesellschaft, und die Erforschung der Geschichte der Gesellschaft verwandelt sich in eine Wissenschaft»: «Also kann die Wissenschaft von der Geschichte der Gesellschaft trotz aller Kompliziertheit der Erscheinungen des gesellschaftlichen Lebens zu einer genau so exakten Wissenschaft werden wie, sagen wir, die Biologie, zu einer Wissenschaft, die imstande ist, die Entwicklungsgesetze der Gesellschaft in der Praxis auszunutzen» . Für die Partei des Proletariats stelle sich folglich die Aufgabe, ihre eigene Aktivität auf diese Gesetze zu gründen. Offenkundig hat das Missverständnis der Begriffe ‚wissenschaftlich’ und ‚Wissenschaft’ hiermit seinen Höhepunkt erreicht. An die Stelle der Wissenschaftlichkeit der auf sorgfältigen und kohärenten theoretischen Kriterien fußenden marxschen Methode trat die Vorgehensweise der Naturwissenschaften, die keinerlei Widerspruch zuließ.
Im Verein mit dem ideologischen Katechismus fand der denkbar starrste, intransigenteste Dogmatismus einen fruchtbaren Boden. Völlig losgelöst von der gesellschaftlichen Komplexität, speiste er sich, wie immer, wenn er auftritt, aus einer ebenso arroganten wie unbegründeten Wirklichkeitserkenntnis. Was die nicht vorhandene Beziehung zu Marx angeht, reicht es, sein Lieblingsmotto in Erinnerung zu rufen: De omnibus dubitandum .
Die «marxistisch-leninistische» Orthodoxie setzte einen strengen Monismus durch, der unfehlbar auch die Schriften von Marx in ein verfälschendes Licht rückte. Zwar erlebte der «Marxismus» mit der sowjetischen Revolution unbestreitbar eine bedeutende Ausdehnung und Verbreitung in geografischen Gebieten und Gesellschaftsklassen, aus denen er bis dahin ausgeschlossen war. Doch wiederum betraf die Zirkulation der Texte nicht unmittelbar Marxens Schriften, sondern Parteihandbücher, Vademekums und «marxistische» Anthologien zu den verschiedensten Themen. Außerdem griff die Zensur bestimmter Werke, die Zergliederung und Manipulation anderer sowie die Praxis der Herauslösung von Zitaten aus dem Zusammenhang und ihrer geschickten Montage immer mehr um sich. Solchen Zitaten, auf die man zu festgesetzten Zwecken zurückgriff, wurde die gleiche Behandlung zuteil, die der Räuber Prokustes seinen Opfern angedeihen ließ: waren sie zu lang, wurden sie gekürzt, waren sie zu kurz, wurden sie gestreckt.

Sicher ist es ein schwieriges Unterfangen, ein gelungenes Verhältnis herzustellen zwischen Verbreitung und Nicht-Schematisierung eines Denkens, zwischen seiner Popularisierung und dem Anspruch, es nicht zu verarmen – namentlich wenn es sich um ein so kritisches und gewollt nichtsystematisches Denken handelt wie das von Marx. Ihm konnte aber jedenfalls nichts Schlimmeres widerfahren.
Von verschiedener Seite nach Maßgabe politischer Notwendigkeiten und Kontingenzen zurechtgebogen, wurde er mit diesen gleichgesetzt und in ihrem Namen verunglimpft. Seine kritische Theorie wurde nach Art der Auslegung von Bibelversen behandelt, und es entstanden die undenkbarsten Paradoxe. Stets war er dagegen gewesen, «Rezepte […] für die Garküche der Zukunft zu verschreiben» , und wurde zum Urheber eines neuen Gesellschaftssystems gemacht. Er war ein Kritiker der strengsten Sorte, der sich nie mit Endpunkten zufrieden gab, und wurde zur Quelle des halsstarrigsten Doktrinarismus. Unermüdlich hatte er die materialistische Geschichtsauffassung verfochten, und wurde seinem historischen Kontext mehr als jeder andere Autor entrissen. Er war überzeugt, «dass die Emanzipation der Arbeiterklasse durch die Arbeiterklasse selbst erobert werden muß» , und wurde für eine Ideologie vereinnahmt, in der die politischen Avantgarden und Parteispitzen in der Rolle von Förderern des Klassenbewusstseins und Revolutionsführern die Vorherrschaft davontrugen. Er war ein überzeugter Verfechter der Abschaffung des Staates und wurde zu dessen Bollwerk stilisiert. Wie wenige andere Denker war er an der freien Entwicklung der Individualität der Menschen interessiert gewesen, hatte – gegen das bürgerliche Recht, das die sozialen Ungleichheiten hinter einer rein legalen Gleichheit versteckt – gefordert, dass «das Recht, statt gleich, vielmehr ungleich sein» müsste , und wurde mit einer Konzeption gleichgesetzt, die den Reichtum der kollektiven Dimension in der Ununterschiedenheit der Homologisierung zunichte gemacht hat.
Die ursprüngliche Unvollendetheit der großen kritischen Arbeit von Marx ging unter dem Druck der Systematisierungsbestrebungen der Epigonen verloren, die unausweichlich die Entstellung seines Denkens herbeiführten, bis es schließlich ausgelöscht wurde und dastand als seine eigene Negation.

III. EIN VERKANNTER AUTOR
«Wurden je die Schriften von Marx und Engels […] von irgend jemandem außerhalb des engsten Freundes- und Schülerkreises, d. h. der unmittelbaren Gefolgsleute und Interpreten dieser Autoren lückenlos gelesen?» So formulierte Antonio Labriola 1897 die Frage, was von den Marx-Engels’schen Werken bis dahin bekannt war. Er kam zu einem unmissverständlichen Schluss: «Die Lektüre aller Schriften der Begründer des wissenschaftlichen Sozialismus ist bis heute sozusagen ein Privileg der Eingeweihten»; der «historische Materialismus […] hat […] unendlich viele Missverständnisse, Zweideutigkeiten, groteske Verdrehungen, seltsame Verwandlungen über sich ergehen lassen müssen» . Ein imaginärer «Marxismus». In der Tat entsprang die Überzeugung, dass Marx und Engels tatsächlich gelesen worden seien, einer hagiografischen Legende, wie die spätere historiografische Forschung bewiesen hat. Viele ihrer Schriften waren nämlich auch in der Originalsprache rar oder unauffindbar. Der Appell des italienischen Wissenschaftlers, «eine vollständige und kritische Ausgabe aller Schriften von Marx und Engels zu besorgen» , entsprach somit einer unumgänglichen allgemeinen Notwendigkeit. Nach Labriola durfte es nicht darum gehen, Anthologien zusammenzustellen oder ein testamentum juxta canonem receptum zu verfassen, sondern «das ganze umfangreiche wissenschaftliche und politische Wirken der beiden Begründer des kritischen Sozialismus, ihre gesamte schriftstellerische Produktion, auch wenn sie gelegenheitsbedingt ist, muss der Öffentlichkeit zugänglich gemacht werden […], damit sie alle Lesewilligen unmittelbar ansprechen» . Über ein Jahrhundert später ist dieses Projekt noch immer nicht realisiert.
Neben solchen vorwiegend philologischen Betrachtungen stellte Labriola auch theoretische Überlegungen an, die für seine Zeit von erstaunlicher Weitsicht künden. Alle unabgeschlossenen Schriften und Arbeiten von Marx und Engels betrachtete er als «Fragmente einer ständig im Werden befindlichen Wissenschaft und Politik». Um zu verhindern, dass in ihnen gesucht werde, «was in ihnen nicht steht und nicht zu stehen hat», nämlich «eine Art Vulgata oder Gebotstafel für die Interpretation der Geschichte aller Zeiten und Orte», und um sie recht verstehen zu können, müssten sie in ihre Entstehungszeit und ihren Entstehungszusammenhang eingebettet werden. Dagegen würden diejenigen, die «das Denken und Wissen wie etwas materiell Existierendes auf[fassen], statt wie Aktivitäten in fieri», das heißt «die Doktrinäre und Vermessenen aller Spielarten, die geistige Leitbilder brauchen, die Hersteller von klassischen Systemen, gut für alle Ewigkeit, die Schreiberlinge von Textbüchern und Nachschlagewerken[,] im Marxismus zu Unrecht und völlig verkehrt das suchen, was er niemandem zu bieten beabsichtigte» : eine summarische, fideistische Antwort auf die Fragen der Geschichte.
Natürlicherweise hätte sich die Sozialdemokratische Partei Deutschlands der Verwirklichung der Opera omnia annehmen müssen, denn sie verwaltete den Nachlass und besaß die größten sprachlichen und theoretischen Kompetenzen. Doch die politischen Konflikte im Schoß der Sozialdemokratie verhinderten nicht nur die Publikation der gewaltigen und bedeutsamen Masse der marxschen Inedita, sondern führten auch zur Zerstreuung der Manuskripte. Die Hypothese einer systematischen Herausgabe wurde dadurch nachhaltig in Frage gestellt . Unfassbarerweise besorgte die deutsche Partei überhaupt keine Ausgabe und behandelte das literarische Erbe von Marx und Engels mit äußerster Nachlässigkeit . Keiner der Parteitheoretiker bemühte sich darum, eine Aufstellung des aus zahlreichen unvollständigen Manuskripten und unvollendeten Projekten bestehenden intellektuellen Erbes der beiden Gründer anzufertigen. Erst recht widmete sich niemand der Sammlung der umfänglichen, aber extrem verstreuten Korrespondenz, obwohl sie als Quelle für Klärungen, wenn nicht gar Fortsetzungen ihrer Schriften von größtem Nutzen ist. Die Bibliothek der von ihnen besessenen Bücher, die mit aufschlussreichen Randbemerkungen und Hervorhebungen versehen sind, wurde nicht beachtet, zum Teil zerstreut und erst später mühsam wieder zusammengetragen und katalogisiert .
Die erste Veröffentlichung des Gesamtwerks, die Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), wurde erst in den zwanziger Jahren auf Initiative von David Borisovič Rjazanov, wichtigster Marx-Kenner des 20. Jahrhunderts und Leiter des Marx-Engels-Instituts Moskau, in Angriff genommen. Auch dieses Unterfangen war indes zum Scheitern verurteilt aufgrund der turbulenten Wechselfälle der internationalen Arbeiterbewegung, die der Herausgabe ihrer Schriften allzu oft eher hinderlich als förderlich waren. Die stalinistischen Säuberungen in der Sowjetunion, die auch über den Forschern hereinbrachen, die das Projekt leiteten, und der Aufstieg des Nazismus in Deutschland bedingten den frühzeitigen Abbruch der Edition und machten auch diesen Versuch zunichte. So bildete sich ein grundsätzlicher Widerspruch heraus: es entstand eine starre Ideologie, die sich an einem zum Teil noch gar nicht erforschten Autor inspirierte. Die Durchsetzung des «Marxismus» und seine Kristallisierung in einem dogmatischen Korpus gingen der Kenntnis der Texte voraus, deren Lektüre für das Verständnis von Herausbildung und Entwicklung des marxschen Denkens unerlässlich war . Tatsächlich wurden die wichtigsten Jugendschriften erst mit der MEGA in Druck gegeben: die [Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie] 1927, die [Ökonomisch-philosophischen Manuskripte aus dem Jahre 1844] und [Die deutsche Ideologie] 1932. Einige wichtige vorbereitende Arbeiten zum Kapital wurden noch später und in so kleiner Auflage gedruckt, dass nur eine sehr geringe Verbreitung gewährleistet war: 1933 [Das Kapital. Erstes Buch. Sechstes Kapitel. Resultate des unmittelbaren Produktionsprozesses] und zwischen 1939 und 1941 die Hefte der [Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie]. Außerdem wurden diese Inedita von einer auf politische Erfordernisse zugeschnittenen Interpretation begleitet, die bestenfalls banale Korrekturen an der bereits feststehenden Lesart vornahm, sich aber nie in eine ernsthafte umfassende Neudiskussion des Werks übersetzte. Das gleiche gilt für alle anderen Inedita, die folgten – wenn sie nicht gleich verborgen wurden, aus Furcht, sie könnten den herrschenden ideologischen Kanon in Frage stellen.
Zwischen 1928 und 1947 wurde, ebenfalls in der Sowjetunion, die erste russische Werkausgabe, die Sočinenija (Sämtliche Werke), abgeschlossen. Dem Namen zum Trotz gab sie nur eine gewisse Anzahl der Schriften wieder, bildete jedoch mit ihren 28 Bänden (in 33 Büchern) die in jener Zeit umfänglichste Sammlung der beiden Autoren. Die zweite Sočinenija erschien hingegen zwischen 1955 und 1966 in 39 Bänden (42 Büchern). In der Deutschen Demokratischen Republik wurden zwischen 1956 und 1968 die 41 Bände (43 Bücher) der Marx Engels Werke (MEW) herausgegeben. Diese alles andere als vollständige Ausgabe wurde allerdings durch die Einleitungen und den Anmerkungsapparat aufgebläht, die nach dem Vorbild der sowjetischen Ausgabe konzipiert waren und die Lektüre entsprechend den Auffassungen des «Marxismus-Leninismus» lenkten.
Der Plan zu einer «zweiten» Mega, die sich die treue Wiedergabe sämtlicher Schriften der beiden Denker, einschließlich kritischem Apparat, zum Ziel setzte, wurde in den sechziger Jahren neu gefasst. Doch wurden die Publikationen, die 1975 begonnen hatten, abermals eingestellt, diesmal in Folge der Ereignisse von 1989. Mit dem Ziel, diese Ausgabe fortzusetzen, wurde 1990 vom «Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis» in Amsterdam und dem «Karl-Marx-Haus» in Trier die «Internationale Marx-Engels-Stiftung» (IMES) ins Leben gerufen. Nach einer anstrengenden Reorganisationsphase, in deren Verlauf neue Redaktionsprinzipien festgelegt wurden und der Akademie Verlag den Dietz Verlag ablöste, erscheinen seit 1998 die Bände der Marx-Engels Gesamtausgabe, der so genannten MEGA², weiter.
Die gewundenen Wege der Verbreitung von Marx’ Schriften und das Fehlen einer integralen Edition sind zusammen mit der ursprünglichen Unvollendetheit, der ruchlosen Arbeit der Epigonen, den tendenziösen Lektüren und den noch zahlreicheren Nicht-Lektüren die Hauptgründe für ein großes Paradox: Karl Marx ist ein verkannter Autor, Opfer eines tiefen, anhaltenden Missverständnisses . Er war es in der Zeit der politischen und kulturellen Hegemonie des «Marxismus», er ist es noch heute.

IV. EIN WERK FÜR DIE HEUTIGE ZEIT
Jetzt, da Marxens Werk von der schrecklichen Funktion eines instrumentum regni, die ihm in der Vergangenheit zugedacht worden war, befreit ist und die Fesseln des «Marxismus-Leninismus» endgültig abgeschüttelt hat, ist es endlich den freien Feldern des Wissens zurückgegeben. Sein wertvolles theoretisches Erbe, vermeintlichen Eigentümern und instrumentalisierter Verwendung entrissen, kann sich nun voll entfalten.
Mit Hilfe der Philologie wird dem unumgänglichen Bedürfnis nach Erschließung der Quellen, die so lange Zeit von der apologetischen Propaganda verhüllt und mystifiziert wurden, und dem Bedarf an einem gesicherten, definitiven Verzeichnis aller Manuskripte von Marx entsprochen. Die Philologie ist das unabdingbare Werkzeug, um Licht auf seine Texte zu werfen, ihren ursprünglichen, vielgestaltigen Problemhorizont nachzuzeichnen und die enorme Kluft zu vielen der Interpretationen und politischen Erfahrungen zu verdeutlichen, die sich zwar auf Marx beriefen, aber ein höchst reduktives Bild von ihm überliefert haben. Marx lesen, mit dem Ziel, die Genese der Schriften und ihren historischen Entstehungszusammenhang zu rekonstruieren, ihrem durchgängig multidisziplinären Charakter Rechnung zu tragen und zu verdeutlichen, wie tief wir geistig in seiner Schuld stehen – das ist die mühevolle Aufgabe, die sich der neuen Marx-Forschung stellt. Um sie zu verwirklichen, bedarf es einer permanent kritischen Haltung, fern der irreführenden Beeinflussung durch die Ideologie.
Doch fehlt es dem marxschen Werk nicht nur an einer angemessenen kritischen Interpretation, die seinem Genie gerecht werden würde. Es ist vielmehr auch ein Werk auf ständiger Suche nach einem Autor. Zu glauben, das theoretische und politische Erbe von Marx könne auf eine Vergangenheit verwiesen werden, die den heutigen Konflikten nichts mehr zu sagen hat, es könne auf die Funktion eines mummifizierten Klassikers ohne Belang für die heutige Zeit begrenzt oder in ein rein spekulatives Fachwissen eingesperrt werden, wäre ein ebenso irriges Unterfangen wie seine Verwandlung in die Sphinx des grauen ‘Realsozialismus’ des 20. Jahrhunderts.
In ihren Grenzen und Ansprüchen gehen seine Reflexionen weit über den Bereich der akademischen Disziplinen hinaus. Ohne das Denken von Marx würden uns die Begriffe für Verständnis und Beschreibung der zeitgenössischen Welt fehlen, ebenso wie die kritischen Instrumente, um dem herrschenden Credo entgegenzutreten, das besagt, die Gegenwart lasse sich im antihistorischen Gewand der naturhaften Unwandelbarkeit darstellen.
Ohne Marx wären wir zu einer wahren Sprachlosigkeit der Kritik verurteilt. Man sollte sich nicht durch seine scheinbare Inaktualität, durch das einstimmige Dogma täuschen lassen, welches mit Sicherheit festsetzt, dass er bald in Vergessenheit geraten wird. Die Sache der menschlichen Emanzipation wird ihn immer noch brauchen.
Als unübertroffener Kritiker des kapitalistischen Produktionssystems wird Karl Marx bis zu seiner Überwindung grundlegend bleiben. Sein «Gespenst» wird weiterhin umgehen in der Welt und die Menschheit noch lange bewegen.

 

Uebersetzung aus italienisch Leonie Schroeder

Categories
Journalism

Sondaggio BBC: sconfitto l’Economist: vince Marx

Durante gli ultimi mesi, il programma In Our Time, della rete Radio 4 della BBC, ha organizzato un concorso via internet volto a designare il più grande filosofo della storia secondo gli inglesi. Al termine della prima fase, il sondaggio, che tanto ha interessato il pubblico anglosassone, ha avuto un’inaspettata eco internazionale.

Tra lo stupore di molti, infatti, in cima alla lista dei principali pensatori indicati dai britannici si trovava Karl Marx. La stampa di molti paesi ne ha dato notizia in seguito all’insolita presa di posizione dell’Economist, che invitava i propri lettori a votare compatti per Hume (terzo in classifica), per scongiurare la vittoria dell’acerrimo nemico

La mobilitazione promossa dal quotidiano liberale è valsa a ben poco. L’annuncio dei risultati di ieri ha sancito, oltre ogni previsione, la schiacciante vittoria di Marx. L’autore de Il manifesto del partito comunista ha raggiunto il 28% delle preferenze, oltre la metà di quelle raccolte da Hume, che si è fermato sulla soglia del 12.6%. Terzo Wittgenstein con il 6.8% dei consensi, seguito da Nietzsche (6.5%) e Platone (5.6%). Completano l’elenco dei primi dieci: Kant, Tommaso d’Aquino, Socrate, Aristotele e Popper.

Contrariamente al dogma che ne decretava con certezza l’oblio, il pensiero di Marx, dunque, va suscitando, sempre più, nuove aspettative e diviene, frequentemente ed in ambiti diversi, oggetto di ulteriore interesse. La sua opera, insostituibile per descrivere la società capitalistica, è indiscutibilmente patrimonio di seguaci ed avversari. Uno strumento indispensabile per comprendere il mondo contemporaneo. Vi è, tuttavia, una ragione ancora più profonda di questa rinnovata passione per Marx: egli appare non soltanto come uno dei più grandi interpreti della storia dell’umanità, ma come un autore al quale poter ancora rivolgersi per la trasformazione del presente.

Categories
Journalism

Breve ritratto di Karl Marx

Karl Marx nacque a Treviri, da una famiglia di origini ebraiche, il 5 maggio del 1818. Dal 1835 fu studente di Diritto alle università di Bonn e Berlino, ma ben presto il suo interesse principale si volse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana allora dominante.

Nel 1841 fu promosso dottore in Filosofia all’Università di Jena, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro . Un amico del tempo lo descriveva così: «immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx».

Anche il suo aspetto esteriore non passava inosservato. La carnagione scura, accentuata dai peli neri e fittissimi che gli spuntavano dovunque, e la vistosa capigliatura corvina, gli valsero, infatti, il soprannome che lo accompagnò per tutta la vita: il Moro.

La partecipazione al movimento dei Giovani Hegeliani gl’impedì la carriera accademica cui aspirava. Così, nel 1842-43, le sue brillanti doti di polemista furono al servizio del liberalismo democratico della «Gazzetta Renana», della quale divenne, giovanissimo, redattore capo. Quando la censura colpì il quotidiano di Colonia, Marx scelse l’esilio, prima a Parigi e poi a Bruxelles.

In questo periodo, il suo pensiero compì un’importante maturazione. Egli si separò dalla filosofia che intendeva il cambiamento del mondo come mero compito teoretico: «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo»; scoprì la potenzialità rivoluzionaria del proletariato; aderì al comunismo ed iniziò lo studio critico dell’economia politica. L’incontro con Friedrich Engels, infine, sancì un’amicizia e collaborazione che durarono quarant’anni. I lavori giovanili, tra i quali figurano i Manoscritti economico-filosofici e L’ideologia tedesca, rimasero incompleti e furono pubblicati soltanto nel 1932. Essi, tuttavia, permisero a Marx di elaborare il filo conduttore dei suoi studi, la concezione materialistica della storia, che in seguito definì così: «L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita».

Nel 1847, in polemica col socialista francese Proudhon, diede alle stampeMiseria della filosofia. Nel 1848, scrisse insieme con Engels Il manifesto del partito comunista. Il suo incipit, «Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», non è meno celebre della sua tesi di fondo: «la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi». Dopo lo scoppio delle rivoluzioni, fu direttore della «Nuova Gazzetta Renana», ma nel 1849, con la sconfitta del movimento rivoluzionario, fu costretto a rifugiarsi a Londra, dove vivrà in esilio fino alla morte, che lo colpì nel 1883.

I primi anni Cinquanta furono il peggior periodo dell’esistenza di Marx. Egli visse in condizioni di profonda miseria, a causa della quale perse tre figli, e tormentato dalla malattia. Riuscì a sopravvivere soltanto grazie all’aiuto di Engels e con i ricavi della sua corrispondenza con il «New-York Tribune», all’epoca il quotidiano più venduto al mondo. Nonostante le terribili condizioni di vita, Marx riuscì a proseguire gli studi di economia politica. Sono gli anni trascorsi, in totale isolamento, nella biblioteca del British Museum. Dal 1857, pervaso da una rinnovata produttività intellettuale, riprese il progetto della sua «Economia» e nel 1859 ne pubblicò il primo fascicolo: Per la critica dell’economia politica. Tuttavia, il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte. A complicare le già difficili circostanze fu l’impegno che egli assunse, dal 1864 al periodo successivo alla Comune di Parigi, a capo dell’«Associazione Internazionale dei Lavoratori», della quale redasse indirizzi, risoluzioni, programmi e ne fu la figura principale.

Il libro primo de Il capitale, uscì soltanto nel 1867 e Marx non riuscì a completarne il secondo ed il terzo volume, che furono, invece, dati alle stampe da Engels. Manoscritti non ultimati, abbozzi provvisori e progetti abbandonati. Contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso attribuito, la gran parte dei suoi lavori è segnata dall’incompiutezza, caratteristica che non impedì, però, alle sue analisi, di mostrarsi meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze. Marx trascorse gli ultimi anni di vita svolgendo ulteriori ricerche. Il metodo oltremodo rigoroso, l’autocritica più spietata, l’inestinguibile passione conoscitiva e la difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, resero ancor più vera la descrizione che una volta diede di sé: «Sono una macchina condannata a trangugiare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia».

La sorte toccatagli è stata di tutt’altra natura. La sistematizzazione da parte degli epigoni della sua teoria critica, l’impoverimento che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti ed il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. «Tutto ciò che so è che io non sono marxista», disse poco prima di morire, quasi avesse potuto prevedere il futuro.

Liberato dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato è stato destinato, e dalla fallacia di alcuni «marxismi», oggi Marx è riconsegnato ai liberi campi del sapere. Sottratto a sedicenti proprietari ed a costrittivi modi d’impiego, il pieno dispiegarsi della sua preziosa ed immensa eredità teorica è reso finalmente possibile.

La parola torni a lui, alla sua opera, alla sua critica della società capitalistica così tanto attuale.

Categories
Journalism

Filosofi: Marx il più amato in Europa

Con sempre maggiore frequenza, durante gli ultimi anni, reti televisive, giornali ed emittenti radiofoniche promuovono concorsi-sondaggi tra i propri ascoltatori e lettori al fine di conoscere le loro preferenze circa le più grandi personalità della storia. Puntualmente, tra lo stupore di molti, sorpresa di questi concorsi si rivela un pensatore tanto apparentemente fuori moda quanto invece ancora rilevante: Karl Marx.

L’episodio più recente di queste competizioni viene dall’Inghilterra. Nel corso di questi mesi, infatti, il programma del canale radiofonico della Bbc 4 “In Our Time” ha organizzato un sondaggio via internet che ambisce, in base alle preferenze che saranno espresse, a designare il più grande filosofo di tutti i tempi. Dopo una prima fase di voto, conclusasi il 6 di giugno, è stata compilata la lista dei venti filosofi più votati. Le posizioni della classifica avrebbero dovute rimanere segrete per non alterare la seconda fase, quella che permette di scegliere il preferito tra i soli venti più votati. Tuttavia, il direttore del programma ha deciso di rendere note le stime parziali. Ironia della storia, in cima ad essa si trova l’autore de Il capitale. Questa notizia, che ha appassionato ancora di più gli inglesi alla competizione e che ha fatto il giro del mondo, ha letteralmente scatenato le reazioni di commentatori, accademici e dell’intero mondo politico anglosassone. Si sono susseguite, così, le più svariate argomentazioni che, pur se rilasciate con la massima serietà, non mancano di apparire divertenti quando non surreali. Diversi i toni utilizzati. Ce n’è per tutti i gusti. Puerile: «lo votano perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filosofo»; altezzoso: «è votato da radical chic sempre più separati dalla realtà»; pedante: «in un suo libro ci sono delle citazioni sbagliate»; bigotto: «parlava tanto di comunismo, ma si comportò male con la sua cameriera»; drammatico: «è colpa sua se l’umanità nello scorso secolo ha vissuto senza libertà e tra le guerre»; biblico: «aveva una visione del mondo diabolica ed era pervaso da una malvagità altrettanto diabolica. Talvolta sembrava consapevole del fatto di star compiendo l’opera del demonio»; arrogante: «era solo un giornalista che sapeva di economia, non dovrebbe neppure partecipare alla gara».

La presa di posizione più inattesa è venuta dall’Economist, sulle cui pagine è comparso un intervento dal titolo “Uno spettro s’aggira per la Bbc”. Più che di un articolo, si tratta di un vero e proprio appello al voto per fermare Marx e la sua nuova pericolosa avanzata. Ai propri lettori, infatti, il quotidiano di Londra ha richiesto una sorta di “voto utile”. Poiché John Locke ed Adam Smith, naturali riferimenti della testata, sono stati esclusi dalla top twenty e considerato che John Stuart Mill si trova tra le ultime posizioni di questa, non resta che fare la scelta più saggia: concentrare tutti i voti su David Hume, attualmente terzo in classifica. E così, sul sito internet del giornale, si può leggere l’invito che, singolarmente, compare da diversi giorni tra le principali notizie: “Help Hume beat Marx”.

Per un pensatore consegnato unanimemente e definitivamente all’oblio, il tutto è senz’altro molto lusinghevole. Spiace soltanto che il celebre quotidiano britannico abbia avuto una caduta di stile e, tra le argomentazioni volte a spiegare l’incredulità delle circostanze, paventi addirittura l’ipotesi di brogli ed intromissioni nel meccanismo di voto telematico (ubiquità di uno “spettro”!). Comunque vadano le cose, bisogna constatare che a distanza di oltre centocinquant’anni dal Manifesto del partito comunista, Marx è ancora capace di turbare l’aplomb del liberalismo inglese. In realtà, l’anonimo editorialista dell’Economist, se non in cattiva fede, è poco informato. Già nel 1999, infatti, un analogo sondaggio tra gli inglesi aveva affidato a Marx il titolo di maggiore pensatore del millennio. Lo scorso anno, in Germania, la televisione di stato tedesca Zdf aveva promosso il concorso Wer sind die grossten Duetschen? (Chi sono i più grandi tedeschi?). Anche in quel caso Marx fu la rivelazione della competizione. Con oltre 500.000 voti arrivò terzo dietro Adenauer e Lutero – ma primo in tutti i Lande dell’ex Ddr ed in quelli di Berlino, Brema ed Amburgo – e, soprattutto, al primo posto nella categoria attualità. Anche in Italia, infine, la recente iniziativa dell’Istituto e Museo di storia della scienza di Firenze, Premio Nobel alla memoria, aveva proclamato, nella disciplina “Economia”, la vittoria di Marx.

Insomma, qualsiasi sia il campo ed a dispetto del passar degli anni, Karl Marx pare avviato a destare ulteriore interesse ed i suoi decenni di studio, volti a tentare di comprendere il mondo per poterlo trasformare, vedono sorgere nuove aspettative. Gli studiosi della sua opera, troppo poco conosciuta e spesso scambiata con quella degli epigoni, sostengono addirittura che la sua eredità teorica appartenga al futuro. Chissà. Certo la causa dell’emancipazione umana saprà ancora servirsi di lui.

Le preoccupazioni dei commentatori inglesi, invece, sembrano avverare l’«anatema» di Marx che promise che la borghesia avrebbe avuto buoni motivi per ricordare i favi che lo tormentavano durante la scrittura de Il capitale.

Le votazioni sono aperte a tutti e chi volesse prendervi parte può farlo, fino alla conclusione del concorso fissata per i primi di luglio, sul sito:

http://www.bbc.co.uk/radio4/history/inourtime/greatest_philosopher_vote_6to10.shtml

Mobilitarsi è sempre piacevole. Ma in questa circostanza facciamolo senza troppa apprensione. Per una volta godiamoci lo spettacolo dei tanti liberali in affanno ad inseguire Marx. La rinascita del loro spirito militante è una delle tante ed inaspettate virtù del Moro di Treviri.

Categories
Journalism

Le inesauribili avventure delle edizioni di Marx ed Engels

Da qualche anno è ritornato all’attenzione degli studiosi internazionali un autore misconosciuto: Karl Marx. Il suo pensiero, tanto apparentemente fuori moda quanto ancora irrinunciabile per la comprensione del presente, è riconsegnato ai liberi campi del sapere.

La sua opera, liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni cui era stata in passato strumentalmente destinata, diviene oggetto di rinnovato interesse.

Le pubblicazioni della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), ricominciate nel 1998 dopo l’interruzione seguita al crollo dei paesi socialisti, l’impegnativa fase di riorganizzazione delle direttive editoriali (Richard Sperl, Edition auf hohem Niveau. Zu den Grundsätzen der Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), pp. 215, € 12,90, Argument, Hamburg 2004) e il trasferimento della sua direzione presso la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, ne sono l’esempio più significativo. Dei 114 volumi previsti, ognuno dei quali consta di due tomi, il testo più l’apparato critico, è stato di recente raggiunto l’importante traguardo del cinquantesimo volume, il decimo dalla ripresa.

Molte delle acquisizioni filologiche insite nella nuova edizione storico-critica evidenziano una caratteristica peculiare dell’opera di Marx: l’incompiutezza. Egli lasciò, infatti, più manoscritti incompleti di quanti non ne avesse, invece, dati alle stampe e ciò avvenne anche con Il capitale, la cui intera pubblicazione, comprensiva cioè di tutti i lavori preparatori a partire del 1857, troverà finalmente ultimazione nella seconda sezione della MEGA² entro il 2007.

Dopo la morte di Marx, fu Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il Nachlass frammentario dell’amico. L’uscita del terzo libro de Il capitale (MEGA², II/15. Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band. Hamburg 1894 , pp. 1420, € 178, Akademie Verlag, Berlin 2004), l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, ripropone anch’essa questo aspetto. L’intensa attività redazionale di Engels, nella quale profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 ed il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» e appunti preliminari, ad un altro unitario dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa, successivamente foriera di molti malintesi interpretativi. Di maggiore interesse al riguardo, il volume precedente (MEGA², II/14. Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“, 1871 bis 1895 , pp. 1183, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2003). Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 ed il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Mehrwertrate und Profitrate mathematisch behandelt del 1875, nonché i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Proprio questi ultimi mostrano, con inequivocabile esattezza, il percorso compiuto sino alla versione pubblicata e, ponendo in risalto la quantità degli interventi sul testo, di gran lunga superiori a quelli sino ad ora ipotizzati, permettono finalmente di formulare una valutazione certa sul suo ruolo di editore, evidenziandone valore e limiti. Ad ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta.

La ricerca filologica della MEGA² ha prodotto risultati di rilievo anche nella prima sezione, quella che comprende le opere, gli articoli e le bozze di Marx ed Engels. Due i volumi ultimamente apparsi. Il primo (MEGA², I/14. Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855, pp. 1695, € 188, Akademie Verlag, Berlin 2001) include duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il «New-York Tribune» e la «Neue Oder-Zeitung» di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere, altri ventuno testi, a loro non attribuiti precedentemente perché pubblicati in anonimato sull’importante quotidiano americano. Il secondo, invece, (MEGA², I/31. Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891, pp. 1440, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2002) presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli. Tra questi ultimi, sono di particolare interesse Die auswärtige Politik des russischen Zarentums, la storia di due secoli di politica estera russa apparsa su «Die Neue Zeit» ma poi proibita da Stalin nel 1934, e Juristen-Sozialismus, scritto con Kautsky, del quale è riconosciuta, per la prima volta con certezza, la paternità delle singole parti.

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella terza sezione, quella relativa al carteggio. Tema principale di un recente volume (MEGA², III/13. Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865, pp. 1443, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2002), l’attività politica di Marx in seno alla International Working Men’s Association, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, ed il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico. Tra le questioni dibattute: la funzione delle organizzazioni sindacali delle quali sottolineò l’importanza schierandosi, al contempo, contro Lassalle e la sua proposta di formare cooperative finanziate dallo Stato prussiano: «la classe operaia è rivoluzionaria o non è niente»; la polemica contro l’owenista Weston, che approdò nel ciclo di conferenze raccolte postume nel 1898 con il nome di Salario, prezzo e profitto; le considerazioni sulla guerra civile negli Stati Uniti; l’opuscolo di Engels La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco. L’altro volume di corrispondenza da poco edito (MEGA², III/9. Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859, pp. 1301, € 168, Akademie Verlag, Berlin 2003) ha come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa». Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del déluge», tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi Grundrisse – osservatorio privilegiato per seguire l’evolversi della concezione dell’autore – e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica. Sul piano personale, questa fase è segnata dalla «miseria incancrenita»: «non credo che mai nessuno abbia scritto su ‘il denaro’ con una tale mancanza di denaro». Marx lotta disperatamente perché la precarietà della propria condizione non gli impedisca di portare a termine la sua «Economia» e dichiara: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una money-making machine ». Tuttavia, sebbene si dedicasse totalmente alla stesura del secondo fascicolo, questo non vedrà mai la luce e per la conclusione del primo libro de Il capitale, l’unico ultimato, bisognerà attendere il 1867. La restante parte del suo immenso progetto, contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso assegnato, sarà realizzata soltanto parzialmente e resterà straordinariamente piena di manoscritti abbandonati, abbozzi provvisori e progetti incompiuti.

Fedele compagna e dannazione dell’intera produzione letteraria di Marx, l’incompiutezza vive egualmente nelle sue opere giovanili. Il primo numero della nuova serie del Marx-Engels-Jahrbuch (Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie, pp. 400, € 59,80, Akademie Verlag, Berlin 2004), interamente dedicato a L’ideologia tedesca, ne è prova inconfutabile. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², la cui uscita prevista per il 2008 offrirà parti del manoscritto correttamente ascritte a Moses Heß, differentemente dalle edizioni succedutesi sino ad oggi, pubblica le carte di Marx ed Engels così come sono state da loro lasciate, ovvero senza alcun tentativo di ricostruzione. Le parti incluse nell’annuario corrispondono ai capitoli I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto e, in particolare, che il capitolo su Feuerbach fu tutt’altro che compiuto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. L’ideologia tedesca, considerata a volte finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà.

Sempre sul giovane Marx, infine, si segnala la riedizione della raccolta delle opere giovanili a cura degli studiosi socialdemocratici Landshut e Mayer (Karl Marx, Die Frühschriften, pp. 670, € 19,80, Kröner, Stuttgart 2004) che nel 1932, in contemporanea con la prima Marx-Engels Gesamtausgabe, resero possibile la diffusione, pur se con diversi errori circa i contenuti e la sistemazione delle varie parti dei testi e con una cattiva decifrazione degli originali, deiManoscritti economico-filosofici del 1844 e de L’ideologia tedesca, sino ad allora inediti.

Dopo le tante stagioni contrassegnate da una profonda e reiterata incomprensione di Marx, inverata dalla sistematizzazione della sua teoria critica, dall’impoverimento che ne ha accompagnato la divulgazione, dalla manipolazione e la censura dei suoi scritti e dal loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, l’incompiutezza della sua opera si mostra con fascino indiscreto, priva di soluzioni di continuità con le interpretazioni che la hanno precedentemente snaturata sino a diventarne manifesta negazione.

Da essa riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e dell’orizzonte lungo il quale la Marx Forschung ha ancora tanti sentieri da percorrere.