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Francesco Romanetti, Il Mattino

“Tornare a Marx per capire le nuove crisi e i gilet gialli”

Di nuovo Marx. Il suo pensiero ci fornisce strumenti per comprendere il mondo o per trasformarlo? Insomma, può essere ancora progetto politico?

Dopo lo scoppio della crisi economica del 2008, si riscoprì Marx per comprendere le contraddizioni distruttive dell’economia. Adesso, invece, ci si rivolge a Marx con una domanda più politica. In molte parti del mondo, il rapido declino dei partiti politici tradizionali è stato accompagnato dall’affermazione di nuove forze politiche che, seppure in forme diverse, contestano la globalizzazione neoliberista e l’ordine esistente. Il “libero mercato” non è più considerato sinonimo di sviluppo e democrazia, come erroneamente avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino, e il dibattito sulle alternative al capitalismo è ritornato a suscitare interesse. Anche il socialismo è ritornato di moda e Marx rappresenta un riferimento imprescindibile.

Ma oggi ben altri spettri si aggirano per l’Europa. Altro che comunismo. Prendiamo anche i “gilet gialli” francesi: esprimono ribellione, ma nulla a che vedere con prospettive di reale mutamento sociale…

È vero, ma sarei stupito del contrario. Come si può credere che, d’improvviso, nelle condizioni presenti, possano nascere dei movimenti sociali che abbiano una ben definita e più complessiva piattaforma programmatica? La necessaria critica dei limiti dell’esistente non può esimere, però, le forze della sinistra dall’essere presenti nelle lotte che prendono corpo contro le politiche di austerità messe in atto dai governi europei degli ultimi anni.

Lei in questo libro “racconta” il Marx della maturità, attento alla “centralità della libertà individuale nella sfera economica e politica”. Che cosa intende?

Intendo dire che il progetto politico di Marx – quel comunismo che egli definì come “associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni” – è sideralmente distante da molti dei regimi illibertari sorti in suo nome nel Novecento.
Marx affermò nel Capitale che il comunismo sarebbe diventato una forma superiore di società se avesse avuto come principio fondamentale il “pieno e libero sviluppo di ogni individuo”. La questione della libertà individuale è indispensabile per comprendere gli errori e gli orrori del cosiddetto “socialismo reale” e in Marx ci sono preziosi elementi per ripensare una teoria politica in base alla quale è possibile sostituire il capitalismo con una società non solo più giusta, ma anche più democratica. I suoi scritti sono molto utili per individuare le ragioni dei fallimenti delle esperienze socialiste fin qui compiute.

Poi c’è un Marx che guarda oltre l’Europa, al resto del mondo. Oggi può aiutarci a comprendere i processi legati alla globalizzazione?

Certamente. Per molto tempo si è a torto creduto che Marx si fosse occupato esclusivamente del conflitto tra capitale e lavoro. In realtà, egli è stato un attento osservatore di numerose altre contraddizioni della società borghese e sempre su scala globale. Molte di queste tematiche sono state sottovalutate perché da lui sviluppate in manoscritti di ricerche che non riuscì a completare. Marx prestò grande attenzione alla questione ecologica, al ruolo distruttivo del colonialismo nelle periferie del mondo, così come al pericolo dei nazionalismi – parola oggi astutamente sostituita dalle forze della destra con quella di sovranismo. Egli analizzò anche i processi migratori, evidenziando quanto essi fossero generati dal capitalismo. Inoltre, mise in risalto che la contrapposizione tra i proletari autoctoni e quelli stranieri (terribilmente discriminati) fosse un elemento essenziale del dominio politico della borghesia. Sono tutte questioni fondamentali dei nostri tempi.

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Tornare a Marx per capire le nuove crisi e i gilet gialli

Di nuovo Marx. Il suo pensiero ci fornisce strumenti per comprendere il mondo o per trasformarlo? Insomma, può essere ancora progetto politico?

Dopo lo scoppio della crisi economica del 2008, si riscoprì Marx per comprendere le contraddizioni distruttive dell’economia. Adesso, invece, ci si rivolge a Marx con una domanda più politica. In molte parti del mondo, il rapido declino dei partiti politici tradizionali è stato accompagnato dall’affermazione di nuove forze politiche che, seppure in forme diverse, contestano la globalizzazione neoliberista e l’ordine esistente. Il “libero mercato” non è più considerato sinonimo di sviluppo e democrazia, come erroneamente avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino, e il dibattito sulle alternative al capitalismo è ritornato a suscitare interesse. Anche il socialismo è ritornato di moda e Marx rappresenta un riferimento imprescindibile.

 

Ma oggi ben altri spettri si aggirano per l’Europa. Altro che comunismo. Prendiamo anche i “gilet gialli” francesi: esprimono ribellione, ma nulla a che vedere con prospettive di reale mutamento sociale…

È vero, ma sarei stupito del contrario. Come si può credere che, d’improvviso, nelle condizioni presenti, possano nascere dei movimenti sociali che abbiano una ben definita e più complessiva piattaforma programmatica? La necessaria critica dei limiti dell’esistente non può esimere, però, le forze della sinistra dall’essere presenti nelle lotte che prendono corpo contro le politiche di austerità messe in atto dai governi europei degli ultimi anni.

 

Lei in questo libro “racconta” il Marx della maturità, attento alla “centralità della libertà individuale nella sfera economica e politica”. Che cosa intende?

Intendo dire che il progetto politico di Marx – quel comunismo che egli definì come “associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni” – è sideralmente distante da molti dei regimi illibertari sorti in suo nome nel Novecento.

Marx affermò nel Capitale che il comunismo sarebbe diventato una forma superiore di società se avesse avuto come principio fondamentale il “pieno e libero sviluppo di ogni individuo”. La questione della libertà individuale è indispensabile per comprendere gli errori e gli orrori del cosiddetto “socialismo reale” e in Marx ci sono preziosi elementi per ripensare una teoria politica in base alla quale è possibile sostituire il capitalismo con una società non solo più giusta, ma anche più democratica. I suoi scritti sono molto utili per individuare le ragioni dei fallimenti delle esperienze socialiste fin qui compiute.

 

Poi c’è un Marx che guarda oltre l’Europa, al resto del mondo. Oggi può aiutarci a comprendere i processi legati alla globalizzazione?

Certamente. Per molto tempo si è a torto creduto che Marx si fosse occupato esclusivamente del conflitto tra capitale e lavoro. In realtà, egli è stato un attento osservatore di numerose altre contraddizioni della società borghese e sempre su scala globale. Molte di queste tematiche sono state sottovalutate perché da lui sviluppate in manoscritti di ricerche che non riuscì a completare. Marx prestò grande attenzione alla questione ecologica, al ruolo distruttivo del colonialismo nelle periferie del mondo, così come al pericolo dei nazionalismi – parola oggi astutamente sostituita dalle forze della destra con quella di sovranismo. Egli analizzò anche i processi migratori, evidenziando quanto essi fossero generati dal capitalismo. Inoltre, mise in risalto che la contrapposizione tra i proletari autoctoni e quelli stranieri (terribilmente discriminati) fosse un elemento essenziale del dominio politico della borghesia. Sono tutte questioni fondamentali dei nostri tempi.

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Il libro che “riscopre” Marx e il destino della sinistra

Nel 2018 qual è il senso di uno studio e della relativa pubblicazione che ripropone Karl Marx?

Dallo studio di nuovi e preziosi materiali che utilizzo nel mio libro, emerge un Marx diverso da quello rappresentato, per lungo tempo, da tanti suoi critici o presunti seguaci. L’analisi dei manoscritti risalenti al periodo dell’elaborazione più matura di Marx – il mio libro spazia dal 1857 al 1883 – mostra che egli non solo continuò, fino alla fine della sua esistenza, le sue ricerche di economia politica, ma riuscì persino ad ampliare il raggio dei suoi interessi a nuove discipline. Risalgono a questa fase gli studi intrapresi al fine di accrescere le sue conoscenze sulle scoperte che erano intervenute nel campo delle scienze naturali, intorno alla proprietà comune nelle società precapitaliste, alle trasformazioni in atto in Russia a seguito dell’abolizione della servitù della gleba, allo sviluppo del capitalismo negli Stati Uniti d’America e in antropologia. Allo stesso modo, egli fu attento osservatore dei principali avvenimenti di politica internazionale della sua epoca, e sostenne, con decisione, l’indipendenza nazionale della Polonia, l’abolizione dalla schiavitù durante la Guerra di Secessione Americana e la lotta per la liberazione dell’Irlanda. Il suo intenso coinvolgimento verso questi accadimenti e la sua ferma opposizione al colonialismo europeo palesa, dunque, un Marx completamente diverso dalla vulgata che lo ha descritto come eurocentrico, economicista e interessato solo all’analisi della sfera produttiva e al conflitto di classe tra capitale e lavoro.

Dal secolo breve dei due blocchi contrapposti alle guerre commerciali con alleanze variabili che al centro vedono lo scontro Usa-Cina: siamo alla “fase finale” del capitalismo? Come si legge in chiave marxista?

Quello della fine del capitalismo è stato un tema ricorrente nella storia del marxismo. Molti epigoni di Marx hanno erroneamente sostenuto, in particolare in tempi di crisi economiche, che la “teoria del crollo”, ovvero la tesi della fine incombente e autogenerantesi della società borghese, fosse l’essenza più intima del socialismo scientifico. In realtà, con la sua analisi Marx descrisse delle tendenze dell’economia e si guardò bene dal formulare leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, il corso degli eventi. Oggi il capitalismo appare ancora più forte che nel Novecento e le sue dinamiche di sfruttamento assomigliano a quelle esistenti ai tempi di Marx. Il capitalismo viene nuovamente rappresentato come un modo di produzione eterno e immutabile e protezionismi e guerre commerciali sono dinamiche che non ne mettono certo a repentaglio l’esistenza.

L’Italia è ormai pienamente egemonizzata da una cultura di destra, discriminatoria e regressiva che auspica forme autoritarie: dove individui le responsabilità degli ultimi 20 anni che hanno portato in questa situazione?

Ispirati dalla Strategia di Lisbona, il programma economico approvato nel 2000, dai paesi dell’Unione Europea, sono stati proprio i governi a guida laburista, socialista e socialdemocratica a porre in atto, quasi allo stesso modo di quelli di centro-destra, controriforme economiche che hanno devastato il modello sociale europeo. Essi hanno introdotto forti tagli della spesa pubblica, precarizzato i rapporti lavorativi (limitando le tutele legislative e peggiorando le condizioni generali), praticato le cosiddette politiche di “moderazione” salariale e liberalizzato i mercati e i servizi, come sostenuto dalla sciagurata “direttiva Bolkestein” del 2006.

Quindi delinea gravi responsabilità dei governi del “socialismo europeo”?

Rispetto agli indirizzi di politica economica, è difficile rintracciare differenze, se non del tutto marginali, tra l’operato degli esecutivi socialisti e quello dei governi conservatori in carica nello stesso periodo. Anzi, in molti casi i partiti socialdemocratici, o le compagini di centro-sinistra, risultarono ancora più funzionali al progetto neoliberista. Le loro decisioni, infatti, riscossero un più facile consenso da parte delle organizzazioni sindacali, guidati dalla vecchia, quanto illusoria, logica del “governo amico”. Nel tempo, la scelta di adottare un modello concertativo e poco conflittuale rese i sindacati sempre meno rappresentativi delle fasce sociali più deboli.
Diventa imprescindibile invertire i processi di privatizzazione che hanno caratterizzato la controrivoluzione degli ultimi decenni, restituendo alla proprietà pubblica tutti quei beni comuni trasformati da servizi per la collettività in mezzi per generare profitto per pochi.

La rilettura moderna di Marx guarda al futuro. Pensi che in Italia ci siano organizzazioni, leader politici e sindacali in grado di cogliere l’opportunità del pensiero marxista?

Quando era esponente dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Marx affermò che “l’operaio non andava trattato con provvedimenti burocratici”, affinché potesse obbedire “all’autorità e ai superiori”. Per Marx la cosa più importante era “insegnargli a camminare da solo”. Egli non mutò mai questa convinzione nel corso della sua esistenza. Non a caso, come primo punto degli Statuti dell’Internazionale, da lui redatto, egli pose: “l’emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”. Pertanto, una caratteristica fondamentale delle organizzazioni che vogliono rifarsi a Marx (in questo caso, mi riferisco proprio al Marx dirigente politico, non soltanto al teorico) è quello di estendere l’auto-organizzazione. Non una sommatoria di gruppi dirigenti, al fine di creare una nuova sigla elettorale destinata a scomparire dopo le prossime elezioni, ma promuovere la partecipazione della base e lasciare, il più possibile, il potere decisionale ai militanti. Mi pare un primo, ma indispensabile, punto dal quale è necessario ripartire, evitando, però, i pericoli plebiscitari caratteristici delle forze che discutono e decidono solo sulla rete. La vasta e ricchissima storia del movimento operaio va riscoperta e ha molto da insegnarci anche rispetto alle forme dell’organizzazione politica.

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Karl Marx, Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi

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Rossana Rossanda, Il Manifesto

Per un Marx al presente

Non credo che, nell’interessante rassegna degli studi su Marx apparsa sul manifesto, si possa rimproverare alla ricerca svolta da Marcello Musto un eccesso di attenzione per le peripezie della coppia Marx-Jenny von Westhfalen.

Non so se esse siano fin troppo note, ma sono quelle che danno a questa ricerca un carattere di molto più vicino umanamente e di comprensibile anche per lo sviluppo scientifico del pensatore di Treviri.

Se mai riterrei utile approfondire una ricerca sul presente. Considerato che Marx non ha mai rinunciato a ritenere la classe operaia industriale delle fabbriche come il soggetto «rivoluzionario» per eccellenza, sarebbe utile capire su quale strato o gruppo sociale sia passato questo protagonismo in una fase in cui l’industria è nettamente in calo.

Non sembra che si possa attribuire questo compito al crescente precariato giovanile. Né mi sembra decisivo il passaggio al lavoro di servizio alla persona da parte della maggior quantità di donne, tantomeno per il lavoro di cura su cui si è soffermata Alisa Del Re, ma che interessa gran parte del femminismo italiano. Non è semplice considerarlo lavoro produttivo di merci che si possono scambiare, alimentando la accumulazione capitalistica: in generale si tratta di «competenze» soprattutto di carattere affettivo o relazionale e di vendita del proprio «tempo disponibile».

Ne deriva una trasformazione permanente della figura del lavoro, specie femminile, ma non mi pare del meccanismo di produzione di merce vendibile, a meno che non si tratti di grandissimi aggregati di servizi direttamente o indirettamente alla persona, come si possono individuare ancora nella fenomenologia cinese o in certe produzioni, specialmente di carattere medico, americane o tedesche.

Altrettanto interessante mi sembra il discorso che ne deriva per le società dell’Est, soprattutto per quanto riguarda la libertà: in generale sembrerebbe di poter raccogliere attorno a quella fenomenologia la natura di società particolarmente chiuse e autoritarie; perfino la definizione di stato sempre intollerabile, propria di Bakunin, sembra potersi attribuire specialmente alle società dell’Est, più odiose addirittura delle nostre.

Di qui anche l’errore compiuto dai vari «marxismi-leninismi» di considerare come obiettivo principale unico la distribuzione di beni soprattutto materiali ai lavoratori, obiettivo fatto proprio anche dalla maggior parte dei partiti comunisti.

L’avere privilegiato esclusivamente i beni materiali di consumo – che appare tuttora la scelta della Repubblica popolare cinese – è stata rilevata anche dal lavoro di Ernesto Screpanti per lamanifestolibri, ed è al centro della ricerca di Rita Di Leo (L’età della moneta), trascurando (non a caso) la trasformazione dei rapporti fra uomini invece che fra cose, che ha caratterizzato anche il modello sovietico e ora sembra caratterizzare quello cinese.

Nella ricerca di Musto è interessante il rilievo dato al «plusvalore», cioè all’appropriazione da parte del padronato del tempo rubato gratuitamente agli operai, trascurando i loro bisogni di acculturazione e in genere di libertà nei rapporti sociali. C’è da chiedersi quanto, perfino nelle meno odiose tra le società occidentali, non siano stati visti i bisogni operai in crescita intellettuale e morale rispetto ai loro bisogni materiali, affidati essenzialmente alla distribuzione. Ne deriva l’ignoranza dei motivi ricorrenti di crisi nelle società dell’Est, mentre Marx riconduce esplicitamente ad una idea della «classe» come composta essenzialmente da individui necessariamente diversi l’uno dall’altro. Questo filone di ricerca mi sembra urgente.

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Noemi Ghetti, Left

Il filosofo di Treviri e la diffusione del suo pensiero in Italia e in Russia. Una storia tutta da ristudiare

Il nostro Marx. Sotto questo titolo del Il Grido del Popolo nel primo centenario della sua nascita Antonio Gramsci affermava: «Marx non ha scritto una dottrinetta, non è un messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori delle categorie di tempo e di spazio […] Marx si pianta nella storia con la solida quadratura di un gigante: non è un mistico né un metafisico positivista; è uno storico, è un interprete dei documenti del passato, di tutti i documenti, non solo di una parte di essi […] Ma è inutile l’avverbio ‘marxisticamente’, e anzi esso può dare luogo ad equivoci e ad inondazioni fatue e parolaie. Marxisti, marxisticamente… aggettivo e avverbio logori come monete passate per troppe mani».
Karl Marx, questo sconosciuto. Icona delle rivoluzioni del novecento, nella crisi mondiale delle sinistre torna alla ribalta il filosofo che, un anno prima della morte, disse di odiare l’appellativo di marxista. Un altro secolo è trascorso e gran parte dei suoi manoscritti rimane inedita, mentre si moltiplicano gli studi che gettano luce su aspetti poco noti della sua ricerca, e sulle vicissitudini della diffusione degli scritti. Con l’intenzione di andare oltre la vulgata del “socialismo reale” che, nell’urgenza della lotta e per scopi di propaganda politica, a lungo ne ha ridotto il pensiero in schemi rigidi fino al dogmatismo, appiattendone il profilo su quello del sodale Friedrich Engels.

Tenace quanto marginale, l’indagine sul vero volto di Marx viene da lontano. Dalla svolta staliniana del 1930 per molti decenni pochi intellettuali eretici si volsero a studiare i suoi scritti giovanili, alla ricerca delle radici di una catastrofe sempre più evidente. A partire da Gramsci, che nella solitudine della cella traduceva dal tedesco quelli che riteneva più importanti, procedendo a ritroso nel tempo. Fino alla lettera al padre del 10 novembre 1837 in cui, accantonato lo studio di Hegel, lo studente diciannovenne, come evidenziato da Massimo Fagioli nel 1981, raccontava di essersi proposto una ricerca scientifica e artistica sulla realtà psichica umana, la perla delle perle sempre ignorata.
Esclusi dall’edizione critica Einaudi del 1975, i Quaderni di traduzioni rimasero inediti fino alla pubblicazione del 2007 nell’Edizione Nazionale degli scritti gramsciani. Tutt’altro che esercizi distensivi, le traduzioni rispondono, scrive Giuseppe Cospito, a un preciso programma di reinterpretazione della filosofia della prassi terzinternazionalista, offrendo una lettura decisamente alternativa rispetto a quella della vulgata che culminerà nel materialismo dialettico staliniano. Su questa linea di ricerca il recente saggio Marxismo e filosofia della praxis (Viella) di Marcello Mustè, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza, ricostruisce il peculiare contributo del pensiero italiano allo sviluppo del marxismo europeo da Labriola, attraverso Croce, Gentile e Mondolfo, fino all’originale elaborazione di Gramsci, a cui è dedicata la preziosa seconda parte del libro.

Dagli scritti giovanili, l’interesse si è recentemente spostato su quelli della maturità del filosofo, come il saggio del 2016 di Marcello Musto L’ultimo Marx, 1881-1883 (Donzelli), che tra quaderni antropologici e lettere inedite presenta lo studio sulle società precapitaliste, che Marx ebbe modo di sviluppare durante il soggiorno per ragioni di salute ad Algeri, e sulle trasformazioni determinatesi in Russia in seguito all’abolizione della schiavitù. Dello stesso Musto, docente di Sociologia teorica alla York University di Toronto, arriva ora in libreria Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883 (Einaudi). Con precisi riferimenti alle movimentate vicende della sua vita e al contesto sociale in cui si svolse, attraverso scritti poco conosciuti il libro presenta il ritratto di un rivoluzionario tutt’altro che eurocentrico, economicista e assorbito dal solo conflitto di classe. Un pensatore a tutto tondo, animato fino all’ultimo da un profondo interesse per la realtà umana e per l’ambiente, e da uno sguardo globale sul mondo, dall’America alla Russia.
Contemporaneamente in Inghilterra James D. White, docente emerito dell’università di Glasgow, con il suo Marx and Russia. The fate of a doctrine (Bloomsbury) presenta uno studio innovativo, sintesi del lavoro di una vita sul pensiero di Marx e sulle vicende della sua ricezione in Russia, in stretta connessione con i movimenti rivoluzionari russi ed europei e la rivoluzione d’Ottobre. Un’eredità precocemente tradita a partire dallo stesso 1883, anno della morte del pensatore. Leggiamo così che Engels, nel sistemare il II e il III capitolo del Capitale per la pubblicazione, avvenuta l’anno dopo, intenzionalmente decise di ignorare l’ultimo decennio di studi di Marx sulla Russia, e sulla possibilità che dalla comune agricola (obščina) dell’impero degli zar si potesse attuare la transizione al socialismo senza la mediazione del capitalismo. Decisione motivata dall’insofferenza per le «finezze teoretiche» del materiale russo marxiano, che Engels «avrebbe dato volentieri alle fiamme», ovvero dalla mancata comprensione della direzione degli studi di Marx, che progressivamente si era allontanato dall’astratto schema del metodo hegeliano. I due libri del Capitale, a cui Marx aveva continuato a lavorare, apparvero nella forma in cui erano stati abbozzati nel 1860.
Già nell’Anti-Düring, con un tentativo mai riconosciuto da Marx, Engels aveva voluto dimostrare che la dialettica di Hegel poteva essere applicata alla natura, adattandola alle nuove scoperte scientifiche (la teoria dell’evoluzione di Darwin e la legge della conservazione dell’energia). L’operazione fu sistematizzata nel 1883 con La dialettica della natura. Un ulteriore allontanamento da Marx si registra nel saggio Ludvig Feuerbach che, con le ‘Tesi su Feuerbach’ di Marx riportate in appendice nel 1888, esercitò una grande influenza all’origine delle dottrine marxiste.
Scelte fatali, cristallizzate in Russia da Georgij Plekhanov nella dialettica come teoria e metodo della conoscenza, e infine codificate nel materialismo dialettico di Lenin. Alla brutale politica culturale del capo bolscevico, e alla critica costruttiva da parte di Aleksandr Bogdanov nei confronti del ‘marxismo assoluto’, nuova religione dogmatica e autoritaria, il libro di White dedica un’analisi illuminante, approfondita nel recentissimo Red Hamlet (Brill), prima biografia intellettuale del poliedrico ‘bolscevico di sinistra’.
In una una scena rivelatrice del recente film di Raoul Peck Il giovane Karl Marx, Engels sollecita l’amico ad abbandonare la ricerca sull’alienazione religiosa, e a dedicarsi all’economia politica. Caduto con il muro di Berlino il determinismo economico prevalso nel marxismo-leninismo, al di là della falsa alternativa tra idealismo e materialismo riemerge l’umanesimo di Marx. Un evergreen, offerto ai giovani lettori che ancora non conoscono i suoi scritti.

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Benedetto Vecchi, Il Manifesto

Karl Marx impigliato nel futuro

Due secoli separano il presente dall’anno di nascita di Karl Marx.

In termini di anni (duecento), l’immagine evocata è quella di un uomo e di un’opera di altri tempi, ottocentesca. Eppure la sua critica all’economia politica, la sua antropologia filosofica, la sua militanza politica hanno condizionato gran parte del Novecento.

Era quindi prevedibile che studiosi – marxisti e non solo – facessero i conti con la sua eredità teorica. Molte sono state le pubblicazioni dedicate al Moro. Difficile individuarne contorni netti, tuttavia. Ne esce semmai una costellazione tematica, talvolta sfuggente. In primo luogo, emergono quelli che David Harvey ha chiamato i «punti di stress» dell’opera marxiana. La teoria del valore lavoro, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, la definizione della necessità di una organizzazione politica che valorizzasse l’autonomia della classe operaia. La polarità tra una tendenza globale del capitale (la formazione di un mercato mondiale, o per usare una espressione di Etienne Balibar di «capitalismo assoluto») e una «nazionalizzazione» della base economica del capitalismo stesso. Marx, va da sé, nazionalista mai lo è stato. Negli scritti indirizzati all’Associazione internazionale dei lavoratori o nei pamphlet «politici» ha infatti sempre criticato ferocemente ogni cedimento nazionale dei gruppi militanti. Trovarlo descritto, come ormai spesso accade, sia a destra che a sinistra, come un «sovranista» restituisce solo la miseria della filosofia politica contemporanea.
CHI SI PROPONE di gettare un po’ di luce su questa costellazione è Roberto Finelli in Karl Marx. Uno e bino (Jaca Book, pp. 287, euro 25), che con una felice idea scandisce la riflessione, interrompendo la linea che dal passato porta al futuro, invertendo cioè il ritmo: c’è prima il futuro, poi il presente (lo stato dell’arte della critica marxista al capitalismo) per infine chiudere sul passato (il marxismo storico). Il futuro di Finelli è la dichiarazione di un percorso di ricerca in divenire, ma del quale alcune tappe sono state comunque segnate. Il filosofo dell’astrazione reale segnala in primo luogo la irrinunciabile necessità di rompere lo schema evoluzionista, determinista di una filosofia della storia marxista che fa del comunismo una sorta di approdo obbligato, dettato da leggi di movimento oggettive che cancellerebbero la tensione a una libertà radicale per la quale serve mettere al lavoro la coppia filosofica «individuazione e riconoscimento di sé». Individuazione significa fare i conti con l’antropologia della povertà e dello sfruttamento nel capitalismo, mentre il riconoscimento del sé significa un esercizio della differenza che tiene aperta, appunto, la possibilità di una libertà radicale. Da qui l’evocazione della psicoanalisi come elaborazione «altra», propedeutica alla produzione di soggettività politiche adeguate al presente.
IL BANDOLO DELLA MATASSA ha però fili e fila da tirare, come quello della biografia di Marx. Paolo Ferrero e Bruno Morandi si inoltrano così su quel tornante, facendo leva su una evidente attitudine pedagogica rispetto le sue opere (Grundrisse e Capitale), convinti i due autori che la desertificazione politica di questi anni abbia quasi azzerato la conoscenza dell’opera marxiana. Il loro libro Marx. Oltre i luoghi comuni (DeriveApprodi, pp. 240, euro 14) passa in rassegna la perigliosa e romantica vita del Moro, ma anche la teoria del valore lavoro, il ruolo della finanza, dello stato. Di tutt’altro spirito, ma con evidenti punti di contatto metodologici con questo volume è poi l’ambiziosa monografia di Marcello Musto su Karl Marx (Einaudi, pp. 326, euro 30). Sono anni che Marcello Musto svolge un lavoro certosino sulle fonti del pensiero marxista. In questo libro ci sono pagine dedicate ai pamphlet incendiari come il Manifesto del partito comunista, La critica al programma di Gotha, le vicende e gli scontri feroci che videro Marx e Engels battagliare contro anarchici, repubblicani (Giuseppe Mazzini era disprezzato dal Moro), socialisti utopisti. Un libro che smentisce l’immagine di un Marx autoritario e settario, restituendo invece la profonda convinzione che la liberazione della classe operaia potesse venire solo dalla classe operaia stessa e non da qualche dirigente illuminato o da un gruppo selezionato di giacobini, per quanto comunisti fossero.
I TANTI LIBRI USCITI segnalano, tuttavia, un certo prosciugamento del bacino di lavoro intellettuale su Marx. Conferisce evidenza a questa difficoltà il tono un po’ mesto di molti interventi presenti nel volume curato da Stefano Petrucciani Il pensiero di Karl Marx (Carocci editore, pp. 381, euro 35), dove compaiono autori che si ritrovano anche in quello curato da Chiara Giorgi per manifestolibri (Rileggere il capitale, pp. 245, euro 20). Il libro si caratterizza per un tentativo di rompere lo schema da una certa scolastica marxista. Stefano Petrucciani, ad esempio, affronta il tema della libertà, all’interno di un disegno nel quale le proposte politiche di Marx vengono qualificate come una anticipazione – tesi molto azzardata – del welfare statenovecentesco. Il diritto borghese diseguale individuato dall’autore è funzionale alla lunga transizione che dovrebbe portare all’operatività, ma solo alla fine, della massima «a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno a secondo la sua capacità». Fino ad allora, il diritto non può che essere contraddittoriamente diseguale.
COSA FARNE ALLORA dell’eredità marxiana? Con una mossa a sorpresa, felicemente inaspettata, Sandro Mezzadra e Mario Espinoza Pino invitano a aprire laboratori marxiani facendo tesoro degli scritti giornalistici, legati alla contingenza, di Marx. Il giornalismo, quello sulle lotte di classe in Francia, sulla Comune, sulle corrispondenze per lo statunitense New York Tribune è interpretato come un laboratorio dove il Moro ha messo a fuoco i problemi da sciogliere nella sede adeguata – i tempi lunghi della riflessione – ma alla luce delle necessarie messe di dati, fondamentali per lo sviluppo delle sue categorie. I due autori segnalano inoltre che sono scritti giornalistici che rompono la gabbia dell’accusa di eurocentrismo rivolta Marx, giungendo ad abbozzare – in base a quanto stava accadendo in Cina, Russia, India, Africa – una vision «multilineare» dello sviluppo capitalistico. In questa direzione va il saggio di Etienne Balibar contenuto nel libro curato da Chiara Giorgi (Rileggere il capitale). Il filosofo francese prova a individuare i punti di stress della teoria marxiana per poi sviluppare una concezione del «capitale assoluto» e del «debito ecologico». Un vento lieto lo portano infine altri due testi, Quelli di Alisa Del Re e Giso Amendola. La prima introduce i temi del lavoro di riproduzione, di cura, relazionale, del lavoro semplice e gratuito.
UNA PROSPETTIVA femminista che entra in rotta di collisione con l’economicismo di molto marxismo ortodosso. Aria fresca, specialmente quando la filosofa italiana dice che la ricchezza degli anni Settanta non sta solo nell’immaginare e praticare altre relazioni sociali, ma nel saper tenere insieme diritti civili e sociali, spezzando cioè la gabbia che separa individuale e collettivo. Le singolarità e la loro irriducibilità a sintesi governate dall’alto. Il partito politico di massa, tanto nelle sue varianti socialdemocratiche che leniniste, non è stato messo in scacco solo dal perfido capitale ma è stato sottoposto alla critica roditrice del conflitto di classe. Pensare di ricostruirlo come se niente fosse accaduto, consegna chi lo propone a risibili risultati elettorali e politici da prefisso telefonico.
LIBERTÀ INDIVIDUALE e libertà collettiva, dunque. Da inventare, praticare. È quello che fa lo «stato di agitazione permanente» delle donne di questi ultimi anni, che sgombera il campo da polarità tra i muscoli esibiti in qualche riot metropolitano scandito da gilet gialli e l’autodeterminazione di chi pensa che il proprio «lavoro elementare» (di cura, riproduttivo) con la ricchezza abbia molto a che fare. E sulla tensione tra produzione di soggettività e astrazione insiste Giso Amendola, mettendo in rapporto Marx e Foucault, stabilendo assonanze e dissonanze, foriere di inediti e proficui sviluppi. Sono due testi che chiariscono molte delle dinamiche sociali, culturali, politiche dentro questo vischioso presente. Hanno inoltre il pregio di sgomberare il terreno dalle sciocchezze sui «conflitti di identità», la retorica delle «guerre culturali», invitando a immaginare e prendere in considerazione che la singolarità e frammentazione del lavoro vivo dentro il conflitto del capitale non necessariamente fa suo il lessico della rivendicazione economica, ma indugia – e quindi valorizza – su quello delle forme di vita, della relazionalità in divenire.
IL NODO, all’interno questo scenario, resta quindi quale organizzazione politica darsi. Il modello reticolare è una opzione, certo, senza però chiudere gli occhi: quella che sembra costituire una soluzione può rivelarsi, come accaduto nei movimenti globali di queste due decadi del nuovo millennio, un problema aggiuntivo.

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Paolo Missiroli, Pandora. Rivista di teoria e politica

“Scritti sull’alienazione” di Karl Marx

Esattamente duecento anni or sono, in una non enorme casa nel centro di Treviri, una non grande città nell’allora non esteso Regno di Prussia, nasceva Karl Marx.

Non eccessivamente ricca la sua famiglia, non troppo noto il suo cognome, non incredibilmente colti i suoi genitori. Tutte le caratteristiche per descrivere l’inizio di una vita nella media, si direbbe. Invece, come tutti sanno ancora oggi, infinita sarebbe stata la sua fortuna. Di Marx appena ventiquattrenne si diceva: “Immaginati Rousseau, Voltaire, d’Holbach, Lessing, Heine e Hegel fusi in una sola persona. Ecco il dottor Marx.” Questo ragazzo di Treviri avrebbe ridisegnato i confini del mondo e dell’analisi di esso.

Ma forse, ancora più dell’Ottocento, è il Novecento il secolo di Marx. Dopo quel secolo (breve o lungo che sia stato), cosa possiamo farcene di Marx? Perché continuiamo a parlare di lui? Come è possibile che molti, leggendo le sue pagine oggi, rimangano ancora folgorati dalla realtà di cui parla, che essi percepiscono come la loro realtà, la nostra realtà? In fondo, spesso lo si sente dire, Marx è morto nel 1883. Tutto quello di cui parla non è forse (ammesso che fosse vero il suo dire) finito, terminato? Per andare avanti, non bisogna forse, dimenticare Marx?

È curioso come, al contrario di questi discorsi, lo spirito di Marx soffi più forte, oggi, nel 2018, che poco più di una decina di anni fa. Marx scorre potente nel pensiero contemporaneo, per alcuni non abbastanza, certo, ma ha di nuovo un peso. Chi non considera per nulla Marx parlando del mondo contemporaneo, oggi, non è impossibile venga criticato per questo. Forse, già il fatto che così tanti ancora oggi percepiscano l’esigenza di liquidare l’interezza della sua prestazione concettuale, è il sintomo di un permanere di Marx.

Non è possibile, qui, rispondere a tutte queste domande. Con quanto detto si può però provare a dare un prima contestualizzazione al fatto che, oggi, venga pubblicata una raccolta di scritti marxiani (peraltro in testi tutti già tradotti in italiano da molti decenni). È quello che ha fatto Marcello Musto, già noto in Italia e nel mondo per i suoi studi su Marx e sul marxismo. Scritti sull’alienazione. Per la critica della società capitalistica, può sembrare, a primissima vista, un libro utile solo per i testi di commento che Musto appone. Se però si leggono questi stessi testi, si capisce che non è così, e che riportare un percorso in Marx dal 1844 al 1875 (cioè dai Manoscritti economico filosofici al Terzo libro del Capitale) ha un significato intrinseco, legato alla comprensione del concetto di alienazione, uno dei più fortunati ma anche dei più discussi dell’opera marxiana.

Nello spazio di una recensione di un libro del genere, che ha l’ambizione di riportare i luoghi in cui direttamente Marx tratta del concetto, bisogna a questo punto fare una scelta. Come è noto, il pensiero di Marx è dibattutissimo e nel Novecento una vera e propria linea di demarcazione è stata tracciata tra i suoi interpreti intorno alla permanenza di questo concetto di alienazione nel pensiero di Marx, ed al suo statuto. La scelta che deve fare il recensore di un libro come quello curato da Musto è quindi questa: leggere il libro alla luce di tale dibattito, o provare a farne a meno? Non bisogna pensare di poter leggere Marx senza filtri. Si tratta di un autore troppo pregno della nostra storia per essere letto senza occhiali. Si tratta di scegliere quali adottare. Musto stesso sceglie di non discutere (se non per qualche riga) il tema dell’alienazione a partire dal dibattito interno al marxismo nel Novecento.

Conviene quindi seguire la sua pista, provando ad adottare le lenti del nostro presente e dei nostri problemi, più che quelle della discussione interna al marxismo. Sarebbe possibile seguire anche questa seconda pista: solo, non è quella che segue Musto. Forse anche in questo sta l’interesse del testo: cercare di comprendere il testo di Marx a partire da Marx, per dare gli strumenti adatti a pensare Marx oggi.

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La tecnica a Marx non faceva paura

Tra i numerosi scritti pubblicati in occasione del bicentenario marxiano, il volumetto Marx Eretico (il Mulino, 164 pp., € 13), di Carlo Galli, ha il pregio di separare le riflessioni del rivoluzionario comunista dal marxismo economicistico del Novecento.

Il testo è diviso in cinque capitoli – Spettri, Certezze, Scienza, Politica, Speranza –, ma l’obiettivo di Galli non è quello di indicare cosa abbia detto il “vero Marx” in proposito. Piuttosto, egli offre utili suggerimenti interpretativi in merito alle teorie più rilevanti – e, per molti versi, ancora indispensabili per comprendere il presente – dell’autore del Capitale. Tra queste vi è la capacità di aver inteso il carattere ambivalente del capitalismo e, dunque, la possibilità di adoperare le trasformazioni produttive da esso generate, una volta eliminata la logica di sfruttamento che le contraddistingue. La classe lavoratrice non deve temere la tecnologia, ma il suo uso capitalistico. Il dominio del capitale è assoluto, ma anche insostenibile.
La ricchezza dell’analisi di Marx si manifesta anche rispetto alla critica della politica, tanto più se paragonata alle teorie oggi ritornate in voga a sinistra. Diversamente da quanti si appellano all’indistinta sofferenza degli ultimi, o utilizzano il confuso concetto di “popolo” (incluso lo slogan “noi siamo il 99%”), Marx ritenne imprescindibile esaminare a fondo le contraddizioni di classe. La questione nazionale fu per lui rivoluzionaria solo quando fu anche questione sociale. Individuò nel proletariato il soggetto principale dell’emancipazione collettiva perché comprese la posizione centrale che aveva nel capitalismo del suo tempo.

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Alfonso Berardinelli, Avvenire

Un po’ di Marx aiuta a uscire dall’alienazione

Di fronte allo strapotere globalizzato della tecnologia capitalistica, che ipnotizza le società di massa e non affronta problemi macroscopici come la fame in Africa e la distruzione planetaria dell’ambiente, il problema di che cosa sia oggi “alienazione” torna, merita di tornare, in primo piano. Siamo come davanti e dentro una Grande Macchina economica e tecnica che funziona per automatismi di calcolo e ignora il destino del genere umano che, pur avendola prodotta, non riesce più né a conoscerla né a dominarla. La robotica e la finanza penetrano nelle nostre vite e ci chiedono, ci impongono di ubbidire per il nostro bene, anzi per la nostra comodità e felicità. A proposito di Grande Macchina, uno dei maggiori sociologi americani, Lewis Mumford, scrisse nel 1967 che «la minoranza dominante creerà una struttura uniforme, onnicomprensiva e superplanetaria in condizione di operare autonomamente. Anziché funzionare attivamente come personalità autonoma, l’essere umano diverrà un animale passivo, privo di scopi e condizionato dalla macchina […] a beneficio di organismi collettivi spersonalizzati». E più avanti: «se l’abilità tecnica bastasse da sola a identificare e a esprimere l’intelligenza, il genere umano sarebbe rimasto per molto tempo assai più indietro di tante altre specie» (Il mito della macchina, il Saggiatore, 2011). Oggi, dopo mezzo secolo, la “megamacchina” del capitalismo informatico, digitale, telematico, funziona tenendo in connessione ininterrotta e inarrestabile tutti e tutto nel tempo di lavoro e nel tempo libero, sequestrando le facoltà comunicative, emotive e cognitive di ognuno e modellandole secondo i suoi tempi, le sue forme, i suoi contenuti e i suoi scopi. Le tecnologie che crediamo ancora ingenuamente di dominare e di usare, ci usano e ci dominano. Questo è esattamente alienazione. L’editore Donzelli pubblica con tempestività l’antologia Scritti sull’alienazione di Karl Marx (pagine 160, euro 18,00) a cura di Marcello Musto, docente alla York University di Toronto. L’antologia spiega come non vadano distinti due Marx, quello umanistico giovanile e quello economico della maturità. Il marxismo che sembrò giustificare un secolo di mostruosi comunismi totalitari di Stato, andrebbe di nuovo usato come critica economico-filosofica, morale e sociale, del capitalismo informatico di oggi, che non sembra più avere nel mondo né alternative né avversari, se non in sparuti gruppi di ecologisti. Le tecnologie, le macchine, sono merci capitalistiche prodotte per “alienare” e asservire chi le produce e le usa. La loro distruttività sulla mente umana e sul pianeta non si fermerà finché non ne avremo piena coscienza.

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Enrico Campo, La società degli individui

Il rapporto tra estraniazione ed emancipazione

Come ha di recente osservato Axel Honneth, il concetto di alienazione ha probabilmente rappresentato un nodo teorico chiave nella definizione dell’impresa originaria della teoria critica.

La critica della natura alienata delle relazioni sociali nel capitalismo fu sia il punto di partenza che l’elemento critico centrale degli autori della prima Scuola di Francoforte. Questo concetto iniziò, però, ad avere uno status più incerto per gli studiosi delle generazioni successive, quando ci si rese conto che l’idea di “vita alienata” implicava in sé, come suo doppio non discusso, quello “vita non alienata”, di “vita buona”, con il rischio correlato di pensare l’alienazione come un processo di allontanamento dalla “vera” natura umana. Lo spettro dell’essenzialismo sembrava infestare il concetto di alienazione e gli studiosi critici successivi lo relegarono progressivamente in secondo piano. Più di recente, però, una nuova generazione di studiosi è tornata a difendere la sua legittimità teorica e, pur consapevole dei rischi, ha tentato di fornire delle prospettive capaci di affrontare l’alienazione e il suo doppio, la vita non alienata. In definitiva, essi hanno esplicitamente accettato la sfida del progetto marxiano in cui la critica dell’alienazione è legata necessariamente al progetto dell’emancipazione. In questo contesto, la recente pubblicazione dell’antologia degli Scritti sull’alienazione di Marx, curata e introdotta da Marcello Musto, non può che risultare un’utilissima guida, essenziale per comprendere proprio il rapporto tra estraniazione ed emancipazione.

L’antologia offre una panoramica dei principali testi in cui Marx affronta il tema dell’alienazione, dai “giovanili” Manoscritti economico-filosofici del 1844 fino ai testi legati all’universo del Capitale, passando ovviamente per i Grundrisse. Non è, però, per nulla immediato comprendere l’esatto ruolo e l’evoluzione della teoria dell’alienazione all’interno dell’opera di Marx. Non a caso, le vicende legate alla sua ricezione – ricostruite nella ricca introduzione di Musto – sono di estremo interesse e dipendono sia dalla progressiva pubblicazione, nel corso del Novecento, dei testi fino ad allora inediti sia dalle specifiche dinamiche del campo intellettuale. È certo che un evento determinante in queste vicende fu rappresentato dalla pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Qui l’alienazione ricevette una trattazione dettagliata e venne definita come quel processo mediante il quale il prodotto del lavoro, in quanto cristallizzazione dell’attività dell’operaio, “sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente” (p. 59). Nel prosieguo, Marx distinse quattro forme di alienazione – dal prodotto del lavoro, dall’attività lavorativa, dal genere umano e dal lavoro e dai prodotti del lavoro degli altri esseri umani – su cui negli anni hanno diversamente posto l’accento i diversi commentatori. Nei testi successivi, Marx discusse ulteriormente questi temi e li collocò sempre più all’interno degli studi di economia politica. D’altro canto, per Marx il concetto aveva anche un’immediata spendibilità politica, di cui l’antologia dà testimonianza grazie a Lavoro salariato e capitale, uno scritto basato sugli appunti stilati da Marx in occasione delle conferenze alla Lega dei lavoratori tedeschi di Bruxelles. Egli non usò esplicitamente il concetto di alienazione, troppo carico filosoficamente, ma ne diede una precisa descrizione al suo uditorio: nel lavoro di fabbrica si produce una scissione tra l’attività vitale dell’operaio e il prodotto di tale attività, al punto che “la vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività” (p. 78). Nei Grundrisse, che occupano la parte più consistente dell’antologia, l’importanza della teoria dell’alienazione all’interno dell’impianto concettuale marxiano è ancora più chiara. Qui l’alienazione fu messa in rapporto a temi propriamente economici e tra questi si segnala la contrapposizione tra capitale e forza lavoro viva. Poiché è il capitalista che porta a termine la messa insieme e la coordinazione dei singoli operai, questi non sono i soggetti di tale combinazione del lavoro complessivo, che in definitiva “si presenta al servizio di una volontà estranea e di un’intelligenza estranea, e ne è diretto – giacché ha la sua unità spirituale al di fuori di esso, tanto quanto nella sua unità materiale è subordinato all’unità oggettiva della macchine” (pp. 103-4). L’“estrinsecazione vitale” del lavoratore, sia in rapporto alla propria attività che in rapporto all’attività degli altri lavoratori, nonostante gli appartenga, “gli è estranea, estorta, e […] per questo viene intesa da A. Smith ecc. come disagio, sacrificio” (p. 104). Nelle bozze preparatorie del Libro Primo del Capitale, l’analisi dei meccanismi peculiari della società capitalista che stanno alla base della produzione dell’alienazione raggiunse un ulteriore livello di complessità. Nel cosiddetto Capitolo VI inedito, il dominio del capitale sui lavoratori venne descritto nei termini di una autonomizzazione ed estraniazione delle condizioni del lavoro: “mezzi di sussistenza e mezzi di produzione, si ergono di fronte alla forza-lavoro spogliata di qualunque ricchezza materiale come potenze autonome impersonate dai loro proprietari; […] le condizioni materiali necessarie alla realizzazione del lavoro sono estraniate all’operaio, anzi gli appaiono come feticci dotati di volontà e d’anima proprie; […] le merci figur[a]no come acquirenti di persone” (p. 125). Un tema questo che probabilmente raggiunge il massimo livello di raffinatezza, anche letteraria, nel celebre paragrafo sul “carattere di feticcio della merce e il suo arcano” del Capitale.

Come risulta evidente da questa antologia, sin dai primi lavori fino all’ultima fase della sua produzione, Marx ha tenuto fermo l’assunto secondo cui l’alienazione è il risultato di processi storici e di una determinata organizzazione sociale e pertanto non è una condizione intrascendibile del genere umano. Un’impostazione questa che implica quindi la possibilità che possa darsi il lavoro non-alienato e una forma di organizzazione sociale corrispondente. L’emancipazione si realizza attraverso il lavoro, non in opposizione a esso, non attraverso il suo rifiuto. Pertanto, non è il lavoro di per sé che produce l’alienazione, ma una specifica organizzazione sociale di esso, quella capitalistica. “La libertà [nel campo della produzione] può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca” (p. 156). Il superamento dell’alienazione non è altro, dunque, che la riappropriazione proprio di quei rapporti sociali e di quelle relazioni che ne stanno alla base: la riappropriazione del “carattere sociale del lavoro”. È questa la sfida che conclude l’antologia e su cui ancora una volta dobbiamo misurarci.

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Solo tre ore in fabbrica. La proposta di Lafargue

Nel 1849, Adolphe Thiers, futuro presidente della Francia, affermò che occorreva “insegnare all’uomo che egli si trova sulla terra per soffrire”.

Molti economisti della stessa epoca dichiararono che la povertà dei lavoratori era causata dal loro scarso spirito di sacrificio.
Il bersaglio principale dello scritto di Lafargue, apparso nel 1880, non furono, però, i ceti dominanti, bensì il proletariato: “una strana follia si è impossessata delle classi operaie, nelle nazioni dove regna la civiltà capitalistica. Questa follia è l’amore per il lavoro”. I salariati avevano inteso il “diritto al lavoro” – rivendicazione primaria dei movimenti socialisti del tempo – come principio rivoluzionario. Si erano lasciati “pervertire dal dogma del lavoro” e non avevano compreso che il suo eccesso li abbrutiva, era responsabile della loro ignoranza e produceva la deformazione dei loro corpi.
L’alternativa proposta da Lafargue fu radicale: il “lavoro sfrenato”, caratteristico della società capitalistica, doveva essere “saggiamente regolamentato” e divenire un “piacevole condimento della pigrizia”. Occorreva “vietare il lavoro, non imporlo” e il movimento operaio doveva fare promulgare una “ferrea legge che proibisse a tutti gli esseri umani di lavorare più di tre ore al giorno”. Lungi dall’essere un’utopia, ciò si rendeva possibile grazie alla tecnica. Con il socialismo, il lavoro delle macchine avrebbe dovuto creare tempo libero per gli operai e non arrecare loro – come con la sorveglianza, il lavoro notturno e la soppressione dei giorni festivi – ulteriore fatica.
In un’epoca nella quale il credo produttivistico del capitale ha raggiunto livelli patologici, le parole di Lafargue sono un invito stimolante a ripensare le priorità della nostra organizzazione sociale.

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Marx militante

I. L’uomo giusto al posto giusto
L’Associazione Internazionale dei Lavoratori nacque il 28 settembre del 1864 presso la sala del St. Martin’s Hall, un edificio situato nel cuore di Londra, quel giorno gremito da 2.000 lavoratrici e lavoratori. Le organizzazioni operaie che fondarono l’Internazionale erano molto differenti tra loro. Il centro motore fu il sindacalismo inglese. I suoi dirigenti, quasi tutti riformisti, erano interessati soprattutto a questioni di carattere economico. Essi lottavano per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori senza, però, mettere in discussione il capitalismo. Pertanto, concepirono l’Internazionale come uno strumento che avrebbe potuto favorire il loro obiettivo, impedendo l’importazione della mano d’opera dall’estero durante gli scioperi.

Un altro significativo ramo dell’organizzazione, a lungo dominante in Francia e forte anche in Belgio e nella Svizzera francese, fu quello dei mutualisti. Seguaci delle teorie di Pierre-Joseph Proudhon, essi si opponevano a qualsiasi tipo di coinvolgimento politico dei lavoratori, erano contrari allo sciopero come strumento di lotta ed esprimevano posizioni conservatrici rispetto all’emancipazione della donna. Fautori di un sistema cooperativo su base federalistica, ritenevano possibile modificare il capitalismo mediante un equo accesso al credito. Per queste ragioni, costituirono l’ala destra dell’Internazionale.

Accanto a queste due componenti, numericamente maggioritarie, il terzo gruppo, per ordine d’importanza, furono i comunisti, riuniti attorno alla figura di Karl Marx e attivi, con piccoli gruppi dalla sfera d’influenza molto circoscritta, in alcune città tedesche e svizzere, così come a Londra. Anticapitalisti, si opponevano al sistema di produzione esistente, rivendicando la necessità dell’azione politica per il suo rovesciamento.

Tra le file dell’Internazionale, al tempo della sua fondazione, erano presenti anche componenti che non avevano nulla a che fare con la tradizione socialista – come alcuni gruppi di esuli dei paesi dell’est Europa – ispirati da concezioni vagamente democratiche. Tra queste possono essere annoverati i seguaci di Giuseppe Mazzini, esponente di un pensiero interclassista orientato principalmente alle rivendicazioni nazionali, che concepiva l’Internazionale come un’associazione utile per diffondere generici appelli di riscatto ai popoli europei.

A completare il quadro dell’organizzazione, rendendone ancora più complesso l’equilibrio, vi furono anche vari gruppi di lavoratori francesi, belgi e svizzeri, che aderirono all’Internazionale portandovi le teorie più diverse e confuse, tra le quali anche alcune ispirate all’utopismo. Infine, mai associatasi all’Internazionale, seppure ruotasse nella sua orbita, vi era anche l’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi, il partito diretto dai seguaci di Ferdinand Lassalle, che aveva una netta posizione antisindacale e concepiva l’azione politica esclusivamente nella rigida cornice dei confini nazionali.

Furono questi gli eterogenei gruppi fondatori dell’Internazionale e fu questo il variegato e complesso intreccio, di culture e di esperienze politiche e sindacali, che caratterizzò la sua nascita. Costruire l’impalcatura generale e saper compiere la sintesi politica di un’organizzazione così ampia, nonostante la sua forma federativa, si presentò, sin dall’inizio, come un compito molto arduo. Inoltre, tutte queste differenti tendenze, anche dopo aver aderito a un programma comune, continuarono a esercitare una notevole influenza, spesso centrifuga, nelle sezioni locali dove furono maggioritarie.

L’impresa politica di riuscire a far convivere tutte queste anime nella stessa organizzazione e, per giunta, con un programma così distante dalle impostazioni iniziali di ognuna di esse, fu indiscutibilmente opera di Marx. Le sue doti politiche gli permisero di conciliare ciò che appariva non conciliabile e assicurarono un futuro all’Internazionale, la quale, senza il suo protagonismo, avrebbe sicuramente condiviso lo stesso rapido oblio di tutte le altre numerose associazioni operaie che l’avevano preceduta (Collins e Abramsky 1965, 34) . Fu Marx a dare una chiara finalità all’Internazionale. Fu Marx a realizzare un programma politico non preclusivo eppure fermamente di classe, a garanzia di un’organizzazione che ambiva ad essere di massa e non settaria. Anima politica del suo Consiglio Generale, fu sempre Marx che redasse tutte le sue principali risoluzioni e compilò tutti i rapporti preparatori per i congressi (a eccezione di quello di Losanna del 1867, in quanto coincidente con il suo impegno nella revisione delle bozze di stampa di Il capitale). Egli fu “l’uomo giusto al posto giusto” (Eccarius 1864, 11), come scrisse il dirigente operaio tedesco Johann Georg Eccarius.

Tuttavia, diversamente da quanto sostenuto dalle tante ricostruzioni fantasiose, che lo raffigurarono come il fondatore dell’Internazionale, egli non fu tra gli organizzatori dell’assemblea tenutasi alla St. Martin’s Hall. Vi assistette, al contrario, da “personaggio muto” (Marx 1974c, 11). Nonostante l’iniziale posizione defilata, Marx seppe riconoscere immediatamente le potenzialità dell’evento e si mise subito al lavoro, affinché l’organizzazione potesse intraprendere e portare al successo il suo imponente compito. Grazie al prestigio che, pur circoscritto in piccoli ambiti, accompagnava il suo nome, egli fu nominato tra i 34 membri del Comitato Direttivo Provvisorio dell’Associazione, dal quale, conquistatane la fiducia nel giro di poco tempo, si vide affidare il compito di scrivere l’Indirizzo Inaugurale e gli Statuti Provvisori dell’Internazionale.

Secondo Marx, gli operai dovevano intendere che “i padroni della terra e del capitale non vogliono che una cosa: impiegare i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici. Non certo vogliono favorire la via dell’emancipazione del lavoro, anzi, vogliono solo continuare a frapporle ogni sorta di ostacoli”. Pertanto: “la conquista del potere è politico è divenuto il grande dovere della classe operaia” (Marx 2014a, 30–31).

Fu grazie alla perspicacia di Marx che l’Internazionale divenne un organo di sintesi politica delle tendenze presenti nei diversi contesti nazionali. L’Internazionale fu capace di unificarle in un progetto di lotta comune, garantendo autonomia alle sezioni locali, ma non una totale indipendenza dal centro dirigente (Bravo 1979, 25). Le fatiche per tenere, di volta in volta, unita l’organizzazione furono estenuanti per Marx; soprattutto se si considera che la sua concezione anticapitalistica non era la posizione politica dominante all’interno dell’organizzazione. Tuttavia, nel tempo, a volte anche attraverso scontri e rotture, grazie all’incessante tenacia del suo operato, il pensiero di Marx divenne la dottrina egemone.

La sua elaborazione trasse non pochi benefici dalle lotte politiche di quegli anni. Il nuovo profilo delle mobilitazioni operaie; l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi; la prova, per lui inedita, di tenere insieme un’organizzazione politica, per di più di tale portata e complessità; le polemiche con le altre tendenze del movimento operaio, nate dalle varie questioni che si susseguirono nella vita dell’Associazione, spinsero nuovamente Marx oltre gli steccati dell’economia politica, alla quale si era completamente dedicato in seguito alla sconfitta della rivoluzione del 1848 e del conseguente riflusso delle forze più progressiste. Inoltre, egli fu sollecitato a sviluppare le sue idee, talvolta a rivederle, mettendo in discussione antiche certezze, ponendosi nuovi interrogativi ed elaborando, più concretamente in termini di definizione della società comunista, la sua critica al capitalismo.

2. La struttura e i primi sviluppi dell’Internazionale
Tanto nel corso della sua esistenza, quanto nei decenni successivi, l’Internazionale è stata rappresentata come un’organizzazione vasta e finanziariamente potente. Il numero dei suoi aderenti fu sempre stimato in eccesso, sia per un’insufficiente conoscenza della realtà, sia per le esagerazioni di alcuni dei suoi dirigenti, sia per giustificare la brutale repressione nei confronti dell’Internazionale. Il pubblico istruttore che, nel giugno del 1870, processò alcuni dei dirigenti francesi dell’Internazionale, dichiarò che l’organizzazione aveva oltre 800.000 membri in Europa (Testut 1870, 310). Un anno più tardi, dopo la sconfitta della Comune di Parigi, The Times affermò che essi erano 2.500.000. Mentre il suo principale studioso del tempo nel campo conservatore, Oscar Testut, si spinse addirittura a immaginare la soglia dei 5.000.000 di componenti (The Times 1871; Testut 1871).

In realtà, anche in Inghilterra, con l’unica eccezione degli operai siderurgici, la forza dell’Internazionale tra i proletari dell’industria fu sempre limitatissima (Collins e Abramsky 1965, 70; D’Hondt 1968, 475). Essi non divennero mai la maggioranza dell’Associazione, tantomeno dopo la sua espansione nei paesi dell’Europa meridionale. L’altro grande limite dell’Internazionale fu quello di non essere riuscita a coinvolgere il mondo del lavoro non qualificato.

Infine, l’Internazionale restò sempre un’organizzazione di soli occupati, i senza lavoro non entrarono mai a farne parte. Analoga fu la provenienza dei suoi dirigenti che, pur con alcune eccezioni, furono prevalentemente artigiani e intellettuali. Poter disporre di un resoconto dei mezzi dell’Internazionale è ugualmente complicato. A dispetto delle fantasiose descrizioni sulla presunta abbondanza delle sue risorse economiche, l’organizzazione ebbe una situazione finanziaria cronicamente instabile. La quota d’iscrizione per i singoli militanti era di uno scellino; mentre i sindacati avrebbero dovuto versare, in quanto soggetto collettivo, tre penny per ogni loro singolo membro. Le somme raccolte non superarono mai le poche decine di sterline annue, sufficienti appena a pagare il salario di 4 scellini a settimana per il segretario generale e l’affitto della sede, per la quale l’Internazionale fu spesso minacciata di sfratto per morosità.

In uno dei più importanti documenti della vita dell’organizzazione, Marx ne riassunse così le funzioni: “è compito dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori di unificare i movimenti spontanei delle classi operaie e di dare loro uniformità, ma non di dirigerle o di imporre loro un qualsivoglia sistema dottrinario” (Marx 2014d, 37).

Nonostante la notevole autonomia concessa alle federazioni e alle singole sezioni locali, l’Internazionale, però, conservò sempre un luogo di direzione politica. Il suo Consiglio Generale, infatti, costituì l’organo in cui si compiva la sintesi tra le varie tendenze politiche e dal quale venivano emanate le linee direttive dell’organizzazione. Dall’ottobre del 1864 all’agosto del 1872, esso si riunì, con grande regolarità, per ben 385 volte. Nel corso dei tanti mercoledì sera durante i quali, in una stanza piena del fumo di sigari e pipe, si svolsero le sedute del Consiglio Generale, i suoi membri dibatterono di numerosissime problematiche, tra le quali: le condizioni lavorative degli operai, gli effetti dell’introduzione dei macchinari, gli scioperi da sostenere, il ruolo e l’importanza dei sindacati, la questione irlandese, i numerosi problemi di politica estera e, naturalmente, come costruire la società dell’avvenire. Il Consiglio Generale fu anche l’organismo che si occupò della stesura dei documenti dell’Internazionale. Circolari, lettere e risoluzioni furono le misure utilizzate correntemente, mentre manifesti, indirizzi e appelli furono i documenti eccezionali, diramati in circostanze particolari (Haupt 1978, 78).

La prima conferenza dell’organizzazione, tenutasi a Londra. Essa si svolse tra il 25 e il 29 di settembre, alla presenza di 30 delegati provenienti da Inghilterra, Francia, Svizzera e Belgio e di alcuni altri rappresentanti di Germania, Polonia e Italia. I delegati giunti a Londra nel settembre del 1865, infatti, fornirono notizie, soprattutto di carattere organizzativo, sui primi passi che l’Internazionale aveva cominciato a muovere nei loro paesi. In questa sede fu convocato, per l’anno successivo, il primo congresso generale, del quale furono stabiliti anche i temi da porre in discussione. Marx li riassunse in una lettera indirizzata a Hermann Jung, segretario corrispondente per la Svizzera dell’Internazionale:

“I. Questioni riguardanti l’Associazione: 1. Questioni della sua organizzazione; 2. Istituzioni per il mutuo soccorso per i soci dell’Associazione. (…)
II. Questioni sociali: 1. Lavoro cooperativo; 2. Limitazione del tempo di lavoro; 3. Lavoro delle donne e dei bambini; 4. Unioni di mestiere. II loro passato, presente e futuro; 5. Unificazione degli sforzi nella lotta tra capitale e lavoro con l’aiuto dell’Associazione internazionale; 6. Credito internazionale: fondazione di istituti di credito internazionale, loro forma e loro modalità di azione; 7. Imposte dirette e indirette; 8. Eserciti Permanenti e loro rapporti con la produzione.
III. Politica internazionale: Necessità di eliminare l’influenza moscovita in Europa mediante la realizzazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione e la restaurazione della Polonia su basi democratiche e sociali.
IV. Questione filosofica: L’idea religiosa e i suoi rapporti con lo sviluppo sociale, politico e intellettuale” (Marx 1974b, 533-4).

Tra il 3 e l’8 settembre del 1866, la città di Ginevra ospitò il primo congresso dell’Internazionale. Vi presero parte 60 delegati provenienti da Inghilterra, Francia, Germania e Svizzera. L’organizzazione giunse a questo appuntamento con un bilancio molto positivo, avendo raccolto sotto le sue bandiere, due anni appena dopo la sua fondazione, oltre cento sindacati e organizzazioni politiche. I partecipanti del congresso si divisero sostanzialmente in due blocchi. Il primo, composto dai delegati inglesi, dai pochi tedeschi presenti e dalla maggioranza degli svizzeri, seguì le direttive del Comitato Centrale redatte da Marx, assente a Ginevra. Il secondo, del quale facevano parte francesi e una parte degli svizzeri di lingua francese, era costituito dai mutualisti. Al tempo, l’Internazionale era un’organizzazione in cui prevalevano le posizioni moderate. I mutualisti, infatti, guidati dal parigino Henri Tolain, prefiguravano una società in cui il lavoratore avrebbe dovuto essere al tempo stesso produttore, capitalista e consumatore. Essi consideravano la concessione del credito gratuito come la misura determinante per trasformare la società; si opponevano al lavoro femminile, condannato dal punto di vista morale e sociale; e avversavano qualsiasi interferenza dello Stato in materia di rapporti di lavoro (inclusa la riduzione legale della giornata lavorativa a otto ore), poiché erano convinti che essa avrebbe minacciato le relazioni private tra lavoratore e padrone e rafforzato il sistema vigente.

Sulla base delle deliberazioni predisposte da Marx, i dirigenti del Comitato Centrale presenti al congresso riuscirono ad arginare i mutualisti, numericamente forti, e ad acquisire risultati favorevoli rispetto all’importanza dell’intervento dello Stato. Nei confronti di quest’ultimo tema, nella parte dedicata al ‘Lavoro dei giovani e dei fanciulli (dei due sessi)’ del documento Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio. Le singole questioni, Marx aveva chiarito che:

“non possiamo far ciò se non mediante leggi generali, che vengano attuate tramite il potere dello Stato. Facendo introdurre tali leggi, la classe operaia non accrescerà la forza del potere governativo. Come vi sono leggi per difendere i privilegi della proprietà, perché non dovrebbero esistere per impedirne gli abusi? Al contrario, tali leggi trasformerebbero il potere diretto contro di esse in loro proprio agente. La classe operaia, allora, tramite una misura generale farà quanto essa tenterebbe invano di compiere con un numero altissimo di sforzi individuali” (Marx 2014d, 36–37).

Queste rivendicazioni riformistiche, dunque, lungi dal rendere più forte la società borghese come credevano erroneamente Proudhon e i suoi seguaci, rappresentavano, invece, un punto di partenza indispensabile per l’emancipazione della classe operaia. Nelle istruzioni preparate da Marx per il congresso di Ginevra, infine, venne riconosciuta la funzione fondamentale del sindacato, contro la quale si erano espressi non solo i mutualisti, ma anche alcuni seguaci di Robert Owen in Inghilterra e, fuori dall’Internazionale, i lassalliani tedeschi :

“[La sua] attività non è soltanto legittima, ma necessaria. Non vi si può rinunciare, finché dura il sistema attuale; al contrario, esse devono generalizzare la loro azione attraverso la fondazione e l’unione di associazioni analoghe in ogni paese. D’altra parte, e senza poterlo prevedere, i sindacati hanno costituito centri organizzatori della classe operaia, come i comuni e le municipalità medievali avevano avuto una pari funzione per la classe borghese. Se esse sono indispensabili nella guerra di scaramucce tra lavoro e capitale, sono certo molto più importanti come forze organizzate di trasformazione del sistema del lavoro salariato e del predominio capitalistico”.

Nello stesso documento, però, Marx non aveva esentato dalle critiche i sindacati, ritenuti responsabili di essersi

“occupati troppo esclusivamente di lotte locali immediate contro il capitale e [di] non [aver] avuto sufficiente consapevolezza del loro potere d’azione contro il sistema della schiavitù del salariato. Si [erano] tenuti troppo lontani dal movimento generale sociale e politico” (Marx 2014d, 39).

Inoltre, tra le principali risoluzioni approvate al Congresso di Ginevra vi fu quella relativa a una questione ritenuta essenziale per la liberazione della classe operaia dal giogo del capitale: la limitazione della giornata lavorativa.

“Consideriamo la limitazione della giornata lavorativa la condizione preliminare senza la quale abortiranno tutti gli ulteriori tentativi di miglioramento e di emancipazione.

È necessario far recuperare l’energia e la salute alla classe lavoratrice, che costituisce la gran massa di ogni nazione. Non è meno necessario fornire a essa la possibilità di sviluppo intellettuale, di relazioni sociali e di attività sociale e politica” (Marx 2014d, 35).

La deliberazione dei delegati fu quella di promuovere “otto ore di lavoro come limite legale della giornata lavorativa”, una proposta che, come essi avevano ben previsto, col tempo sarebbe divenuta “lo stendardo comune di tutte le rivendicazioni delle classi operaie del mondo” (Marx 1974a, 576-7).

A partire dalla fine del 1866, gli scioperi si intensificarono in numerosi paesi europei. Organizzati da grandi masse di lavoratori, contribuirono alla presa di coscienza delle condizioni in cui erano costretti a vivere e furono il cuore pulsante di una nuova e significativa stagione di lotte. Queste mobilitazioni rappresentarono il primo momento di incontro e di coordinamento con l’Internazionale, che le sostenne con proclami e appelli di solidarietà, organizzò raccolte di denaro in favore degli scioperanti e promosse incontri per bloccare i tentativi di parte padronale volti a fiaccarne la resistenza.

Fu proprio per il ruolo concreto svolto, in questa fase, dall’Internazionale che i lavoratori cominciarono a riconoscerla come luogo di difesa dei loro interessi comuni e a richiederne l’adesione (Freymond 1962, XI). Dunque, nonostante le complicazioni derivanti dall’eterogeneità di paesi, lingue e culture politiche, l’Internazionale riuscì a riunire e coordinare più organizzazioni e numerose lotte nate spontaneamente. Il suo più grande merito fu quello di aver saputo indicare l’assoluta necessità della solidarietà di classe e della cooperazione internazionale, mutando, irreversibilmente, il carattere parziale degli obiettivi e delle strategie del movimento operaio.

Fu questo lo scenario che precedette il congresso del 1867, svoltosi nella città di Losanna, dal 2 all’8 settembre, con la partecipazione di 64 delegati provenienti da 6 paesi (questa volta giunsero anche un rappresentante dal Belgio e uno dall’Italia). Tra essi vi fu una consistente presenza di mutualisti, che imposero nell’agenda del congresso, tipici temi proudhoniani, quali la discussione sul movimento cooperativo e sull’uso alternativo del credito. La mancata partecipazione di Marx all’assise e la sua assenza dal Consiglio Generale durante le settimane in cui furono redatti i documenti preparatori, dovuta alla revisione delle ultime bozze di stampa di Il capitale, si ripercossero negativamente nei contenuti del congresso, i cui lavori rimasero circoscritti alle cronache dei progressi ottenuti dall’organizzazione nei vari paesi e ai dibattiti sulle tematiche preferite dai mutualisti.

3. La sconfitta dei mutualisti
Nell’Internazionale, sin dal tempo della sua nascita, le idee di Proudhon erano state egemoni in Francia e in altre regioni di lingua francese, quali la Svizzera romanda, la Vallonia e la città di Bruxelles. I mutualisti furono per quattro anni la parte più moderata dell’Internazionale. I sindacati inglesi, ovvero la componente maggioritaria dell’organizzazione, pur non condividendo le posizioni anticapitalistiche di Marx, non ebbero, sulle scelte politiche dell’organizzazione, l’effetto zavorra dei seguaci di Proudhon. Sulla base delle concezioni dell’anarchico francese, i mutualisti ritenevano che l’emancipazione economica dei lavoratori sarebbe stata raggiunta tramite la fondazione di cooperative di produzione, finanziate da una banca popolare centrale. Fermamente contrari all’intervento dello Stato in qualsiasi campo, si opponevano alla socializzazione della terra e dei mezzi di produzione e contrastavano la pratica dello sciopero.

Marx svolse, senza alcun dubbio, un ruolo centrale nel corso della lunga lotta per ridurre l’influenza di Proudhon all’interno dell’Internazionale. Le sue idee furono di fondamentale importanza per la maturazione teorica dei dirigenti dell’organizzazione e fu notevole la sua capacità politica per affermarle, vincendo tutti i principali scontri interni. Rispetto alla cooperazione, ad esempio, egli aveva già dichiarato nelle Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio. Le singole questioni del 1866 che:

“per convertire la produzione sociale in un largo e armonioso sistema di libero lavoro cooperativo sono indispensabili cambiamenti sociali generali, trasformazioni delle condizioni generali della società, realizzabili soltanto con l’impiego delle forze organizzate della società, cioè del potere governativo, strappato dalle mani dei capitalisti e dei proprietari fondiari e posto nelle mani dei produttori.”

Raccomandando, inoltre, ai lavoratori “di interessarsi maggiormente della cooperazione di produzione che di quella di consumo: la seconda, infatti, tocca soltanto la superficie del sistema economico attuale, mentre l’altra lo attacca alla sua base” (Marx 2014d, 37).

Ancor più che Marx, però, coloro che resero marginale la dottrina proudhoniana nell’Internazionale furono gli stessi operai. Fu prima di tutto la proliferazione degli scioperi a convincere i mutualisti di quanto fossero sbagliate le loro concezioni. Furono le lotte proletarie a indicare loro che lo sciopero era la risposta immediata e necessaria per migliorare le condizioni esistenti, ma anche, al contempo, per rafforzare la coscienza di classe indispensabile per costruire la società del futuro. Furono le donne e gli uomini che in carne e ossa arrestarono la produzione capitalistica, per rivendicare diritti e giustizia sociale, a spostare i rapporti di forza nell’Internazionale e, ancora più significativamente, nella società. Furono i bronzisti di Parigi, i tessitori di Rouen e Lione, gli operai del carbone di St. Etienne coloro che, con una forza superiore a qualsiasi discussione teorica, convinsero i dirigenti internazionalisti francesi dell’esigenza di socializzare il suolo e l’industria. Fu, insomma, il movimento operaio a dimostrare, smentendo Proudhon, che era impossibile separare la questione economico-sociale da quella politica (Freymond 1962, XIV).

Il Congresso di Bruxelles, svoltosi tra 6 e il 13 settembre del 1868, alla presenza di 99 delegati provenienti da Francia, Inghilterra, Svizzera, Germania, Spagna (un unico delegato) e Belgio (con ben 55 rappresentanti), sancì il ridimensionamento dei mutualisti. Al suo culmine, vi fu il pronunciamento dei delegati a favore della proposta, avanzata da De Paepe, sulla socializzazione dei mezzi di produzione. La risoluzione votata – tra quelle che ebbero maggior rilievo in tutta la vita dell’Internazionale – rappresentò un decisivo passo in avanti nel percorso di definizione delle basi economiche del socialismo, questione che veniva ora trattata non più solamente negli scritti di singoli intellettuali, ma nel programma di una grande organizzazione transnazionale. Per ciò che concerne le miniere e i trasporti, il congresso dichiarò che:

“a) le cave, i bacini carboniferi e le altre miniere, così come le ferrovie, in una condizione normale della società dovranno appartenere alla comunità, rappresentata dallo Stato, ma uno Stato esso stesso soggetto alle leggi di giustizia;
b) che le cave, i bacini carboniferi e le altre miniere, e le ferrovie, verranno concessi dallo Stato non a compagnie di capitalisti, come accade oggi, ma ad associazioni di lavoratori legati per contratto a garantire alla società l’uso razionale e scientifico delle ferrovie, etc., a un costo quanto più possibile vicino alle spese di gestione. Il medesimo contratto obbligherà a riservare allo Stato il diritto di verificare i conti delle compagnie, prevenendo in tal modo qualsivoglia possibilità di ricostruire dei monopoli. Un secondo contratto dovrà garantire i diritti vicendevoli di ciascun membro delle compagnie nei confronti dei suoi colleghi lavoratori.”

Rispetto alla proprietà agricola, fu sancito che:

“l’evoluzione economica della società moderna creerà la necessità sociale di trasformare il suolo coltivabile in proprietà comune della società, e che la terra, per il vantaggio comune, verrà concessa a compagnie agricole a condizioni analoghe a quelle stabilite per le miniere e le ferrovie”.

Analoghe considerazioni vennero riservate a canali, strade e telegrafi:

“considerando che le vie e gli altri mezzi di comunicazione esigono una comune direzione sociale, il congresso ritiene che essi debbano restare proprietà comune della società”.

Non mancarono, infine, interessanti riflessioni intorno alla questione ambientale:

“considerando che l’abbandono delle foreste a individui privati causerebbe la distruzione dei boschi necessari alla conservazione delle fonti e, di conseguenza, alla buona qualità del terreno e così anche della salute e della vita delle popolazioni, il congresso ritiene che le foreste debbano restare proprietà della società” (Marx 2014c, 43–44).

A Bruxelles, dunque, vi fu il primo netto pronunciamento dell’Internazionale sulla necessità della socializzazione dei mezzi di produzione, attraverso l’utilizzo del potere pubblico . Ciò costituì un’importante vittoria del Consiglio Generale e la prima comparsa dei principi socialisti nel programma politico di una vasta organizzazione del movimento operaio.

Se il Congresso di Bruxelles del 1868 fu l’assise dalla quale prese inizio la svolta collettivista dell’Internazionale, quello dell’anno successivo, svoltosi tra il 5 e il 12 settembre del 1869 a Basilea, le diede definitivo compimento, sradicando il proudhonismo anche dalla sua terra madre, la Francia. Il nuovo testo, nel quale si affermava “che la società ha il diritto di abolire la proprietà privata della terra e renderla parte della comunità” (Burgelin, Langfeldt, e Molnár 1962, II:74), fu accolto anche dai delegati francesi. Dopo Basilea, l’Internazionale in Francia non fu più mutualista.

Il congresso di Basilea ebbe anche un altro motivo di interesse: la partecipazione del delegato Michail Bakunin. Non essendo riuscito a conquistare la direzione della Lega della Pace, nel settembre del 1868 egli aveva fondato a Ginevra l’Alleanza della Democrazia Socialista, organizzazione che, in dicembre, presentò domanda di adesione all’Internazionale.

La richiesta fu inizialmente respinta dal Consiglio Generale. L’Internazionale non poteva accettare al suo interno organizzazioni che continuassero a essere affiliate a un’altra parallela struttura trans-nazionale; inoltre, uno degli obiettivi del programma dell’Alleanza della Democrazia Socialista – “l’eguaglianza delle classi” (Bakunin 1973, 174) – era radicalmente distante da uno dei punti fondamentali di quello dell’Internazionale: l’abolizione delle classi. Dopo poco, però, l’Alleanza della Democrazia Socialista cambiò la parte del suo programma criticata dal Consiglio Generale e accettò di sciogliere la rete delle sue sezioni – molte delle quali, in realtà, non esistevano ed erano frutto della fantasia di Bakunin (Carr 2002, 360). Così, il 28 luglio 1869, la sezione ginevrina, composta da 104 membri, fu ammessa all’Internazionale (Carr 2002, 344) . Pur conoscendo bene Bakunin, Marx sottovalutò le conseguenze del suo ingresso nell’Internazionale. Il famoso rivoluzionario russo conquistò rapidamente una notevole influenza in varie sezioni svizzere, spagnole e francesi (e poi italiane, dopo la Comune di Parigi). Dopo aver finalmente sconfitto i mutualisti e lo spettro di Proudhon, Marx si trovò, da quel momento, a dover fronteggiare un rivale ancora più ostico, uno sfidante che formò una nuova tendenza – l’anarchismo collettivista – all’interno dell’organizzazione e che mirava a conquistarla.

4. La lotta per la liberazione dell’Irlanda
Il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta fu ricco di conflitti sociali. In questo arco temporale, molti dei lavoratori che presero parte alle proteste decisero di rivolgersi all’Internazionale, la cui fama andava diffondendosi sempre più, per richiedere il suo intervento a sostegno delle loro lotte. Il 1869 fu per l’Internazionale un anno di significativa espansione in tutt’Europa.

In questa fase furono particolarmente significative anche la nascita di alcune sezioni di lavoratori irlandesi in Inghilterra. Nell’analizzare la questione irlandese, Marx non solo continuò la battaglia politica – contro lo scetticismo dei dirigenti operai inglesi – affinché l’Internazionale assumesse una posizione radicale e non meramente “umanitaria”, del tipo “giustizia per l’Irlanda”, ma maturò anche una svolta importante rispetto alle sue precedenti concezioni. Scrisse, infatti, all’amico Ludwig Kugelmann:

“mi sono sempre più convinto – e adesso si tratta di inculcare questa convinzione nella classe operaia inglese – che essa, qui in Inghilterra, non potrà mai fare nulla di decisivo fino a quando non differenzierà, nel modo più categorico, la sua politica sull’Irlanda dalle vedute delle classi dominanti; fino a quando non solo farà causa comune con gli irlandesi, ma prenderà persino l’iniziativa per lo scioglimento dell’Unione [Anglo-irlandese] fondata nel 1801 e per la sua sostituzione con un libero rapporto federale. Ciò deve essere fatto non come un atto di simpatia verso l’Irlanda, ma come una rivendicazione fondata sull’interesse del proletariato inglese. Altrimenti, il popolo inglese rimane al guinzaglio delle classi dominanti perché con queste esso deve fare causa comune di fronte all’Irlanda. Ogni suo movimento nella stessa Inghilterra rimane paralizzato dal dissidio con gli irlandesi che, nella stessa Inghilterra, formano una parte considerevole della classe operaia. La prima condizione dell’emancipazione qui – il crollo dell’oligarchia terriera inglese – rimane impossibile, poiché la sua posizione non può essere presa d’assalto finché il suo avamposto in Irlanda resta sbarrato” (Marx 1975d, 691) .

Nel dicembre 1869, egli riassunse le convinzioni maturate circa il corretto rapporto tra la classe operaia inglese e la liberazione dell’Irlanda anche a Engels, al quale fece notare:

“per lungo tempo, ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante l’ascesa della classe operaia inglese. Ho sempre sostenuto questo parere nella New-York Tribune. Uno studio più approfondito mi ha persuaso ora del contrario. La classe operaia inglese non farà mai nulla, finché non si sarà liberata dell’Irlanda. È dall’Irlanda che si deve fare leva. Per questo motivo, la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in genere” (Marx 1975e, 448).

Inoltre, se Marx riteneva che l’Irlanda fosse determinante per l’Inghilterra, quest’ultima – definita “metropoli della proprietà fondiaria e del capitalismo nel mondo intero” – lo sarebbe stata, a suo modo di vedere, per l’intero continente e per lo sviluppo della rivoluzione proletaria in generale. Lo aveva comunicato chiaramente a Laura e Paul Lafargue, nel marzo del 1870:

“per accelerare lo sviluppo dell’Europa è necessario affrettare la catastrofe dell’Inghilterra ufficiale. A questo scopo bisogna colpire in Irlanda. È questo il suo punto più debole. Se cade l’Irlanda, l’impero britannico è finito e la lotta di classe in Inghilterra, fino a questo momento sonnacchiosa e lenta, assumerà forme violente” (Marx 1975a, 724).

Come era stato indicato nella Circolare privata del 28 marzo 1870, l’obiettivo dell’Internazionale doveva essere quello di “spingere avanti la rivoluzione sociale in Inghilterra”. Tuttavia, ciò sarebbe stato possibile soltanto se l’assetto politico che determinava “la schiavitù dell’Irlanda” (Marx 2014g, 204) fosse stato trasformato.

Nella lettera a Meyer e Vogt, questi temi furono ulteriormente trattati: “l’antagonismo tra inglesi e irlandesi (…) permette ai governi dei due paesi, ogni volta che lo ritengano opportuno, di togliere mordente al conflitto sociale sia aizzandoli l’uno contro l’altro, sia, in caso di necessità, mediante la guerra tra i due paesi”. Proprio ai due compagni d’oltreoceano Marx espose meglio che in qualsiasi altro scritto in merito le scelte politiche che si rendevano necessarie nella situazione esistenze:

“l’Inghilterra, in quanto metropoli del capitale, in quanto potenza fino ad oggi dominante il mercato mondiale, è per il momento il paese più importante per la rivoluzione operaia, oltre a ciò essa è l’unico paese, nel quale le condizioni materiali di tale rivoluzione si siano sviluppate fino a un grado di maturità. Perciò l’obiettivo più importante dell’Internazionale è quello di accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per accelerarla è di rendere indipendente l’Irlanda. Da qui trae origine, per l’Internazionale, il compito di mettere sempre in primo piano il conflitto tra Inghilterra e Irlanda, di prendere sempre aperta posizione a favore dell’Irlanda” (Marx 1975c, 720).

L’Internazionale, e in particolare il Consiglio Generale di Londra, dovevano far comprendere ai lavoratori britannici che “l’emancipazione nazionale dell’Irlanda” non poteva essere trattata come una “questione di astratta giustizia o di sentimenti umanitari”, così come veniva discussa da alcuni liberali illuminati o da esponenti religiosi. Si trattava, invece, di una fondamentale questione di solidarietà di classe e della “prima condizione per la loro stessa emancipazione sociale” (Marx 1975c, 720).

5. L’opposizione alla guerra franco-prussiana e la rivolta dei comunardi
Nell’estate del 1870, nel corso della preparazione del congresso, Marx scrisse a Hermann Jung, al quale inviò una dettagliata nota relativa ai temi da affrontare durante la prossima assise dell’Internazionale. In essa, egli elencò:

“I. [L]a necessità di abolire i debiti di Stato. Discussione sul diritto di risarcimento; II. [I]l nesso tra l’azione politica e il movimento sociale della classe operaia; III. Mezzi pratici per trasformare la proprietà fondiaria in proprietà comune (…); IV. Trasformazione delle banche in banche nazionali; V. Le condizioni della produzione cooperativa su scala nazionale; VI. [I]l dovere della classe operaia di collaborare alla realizzazione di una statistica generale del lavoro conformemente alle risoluzioni del congresso di Ginevra del 1866; VII. Riapertura della questione (…) sui mezzi per sopprimere la guerra”.

A questi punti, egli aggiunse la proposta del consiglio generale belga di prendere in considerazione “i mezzi pratici per formare sezioni di operai agricoli in seno all’Internazionale e per stabilire la solidarietà tra i proprietari agricoli e i [lavoratori] dagli altri settori industriali” (Marx 1975b).

Tuttavia, la guerra franco-prussiana, scoppiata il 19 luglio del 1870, impose la sospensione del congresso. Lo scoppio di una guerra al centro dell’Europa impose all’Internazionale un’assoluta priorità: aiutare il movimento operaio a esprimere una posizione indipendente e lontana dalle retoriche nazionalistiche del tempo. Nel Primo indirizzo sulla guerra franco-prussiana, Marx scrisse:

“mentre la Francia ufficiale e la Germania ufficiale si gettano in una lotta fratricida, gli operai della Francia e della Germania si scambiano messaggi di pace e di benvolere; questo solo grande fatto, che non ha parallelo nella storia del passato, apre la prospettiva di un futuro più sereno. Esso dimostra che, in contrapposto alla vecchia società, con le sue miserie economiche e col suo delirio politico, sta per sorgere una società nuova, la cui legge internazionale sarà la pace, perché la sua legge nazionale sarà dappertutto la stessa, il lavoro! Pioniere di questa nuova società è l’Associazione internazionale dei lavoratori” (Marx 2014b, 192–93).

Questo testo, pubblicato in 30.000 copie, 15.000 per la Germania e 15.000 per la Francia (stampate a Ginevra), costituì la più importante dichiarazione di politica estera mai pronunciata dall’Internazionale. Tuttavia, la sconfitta francese segnò la nascita di una nuova e più potente stagione degli stati nazionali e dello sciovinismo ideologico che l’accompagnò in tutt’Europa.

Era, questo, lo scenario temuto da Marx, prefigurato come possibile allorquando, nel Secondo indirizzo sulla guerra franco-prussiana, aveva scritto che “la presente tremenda guerra sarà soltanto l’annunciatrice di nuovi conflitti internazionali ancora più mortali, e [avrebbe portato] in ogni paese a nuovi trionfi dei signori della spada, della terra e del capitale sugli operai” (Marx 2014e, 195).

Dopo la cattura di Bonaparte, sconfitto a Sedan dai tedeschi, il 4 settembre 1870, venne proclamata in Francia la Terza Repubblica. Nel gennaio dell’anno seguente, la resa di Parigi, che era stata assediata per oltre quattro mesi, costrinse i francesi ad accettare le condizioni imposte da Bismarck. Ne seguì un armistizio che permise lo svolgimento di elezioni e la successiva nomina di Adolphe Thiers a capo del potere esecutivo, con il sostegno di una vasta maggioranza legittimista e orleanista. Nella capitale, però, in controtendenza con il resto della Francia, lo schieramento progressista-repubblicano vinse con una schiacciante maggioranza e il malcontento popolare fu più esteso che altrove. La chiara prospettiva di un governo che non avrebbe realizzato alcuna riforma sociale, e che voleva disarmare la città, animò la sommossa dei parigini. Essa si concluse con la cacciata di Thiers e con la nascita, il 18 marzo, della Comune di Parigi, il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo.

Se Bakunin aveva incitato gli operai a trasformare la guerra patriottica in guerra rivoluzionaria (Lehning 1977, XVI), a Londra, il Consiglio Generale rispose, in un primo momento, con il silenzio. L’organismo incaricò Marx di redigere un testo a nome dell’Internazionale, ma egli ne ritardò la pubblicazione. Le ragioni di questa attesa furono sofferte e complicate. Conoscendo bene i reali rapporti di forza in campo e le debolezze della Comune, Marx sapeva, sin dal principio, che essa era condannata alla sconfitta. Anzi, egli aveva tentato di mettere in guardia la classe operaia francese già dal settembre 1870. Nel Secondo indirizzo sulla guerra franco-prussiana, infatti, aveva affermato: “ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nel corso della crisi attuale, con il nemico che quasi bussa alle porte di Parigi, sarebbe una follia disperata. I lavoratori francesi (…) non devono lasciarsi illudere dai ricordi del 1792” (Marx 2014e, 195).

Marx comprese che, quale fosse stato l’esito della rivoluzione, la Comune aveva aperto un nuovo capitolo nella storia del movimento operaio. Scrisse, infatti, a Kugelmann:

“questa insurrezione di Parigi, anche se sarà sopraffatta dai lupi, dai porci e dai volgari cani della vecchia società, è l’azione più gloriosa del nostro partito dopo l’insurrezione di giugno. Si confrontino questi parigini che danno l’assalto al cielo con i mansueti schiavi delle divinità celesti del sacro romano impero tedesco-prussiano, con le sue postume mascherate che puzzano di caserma, di chiesa, di piccola nobiltà rurale e soprattutto di filisteismo” (Marx 1990b, 198-9).

Una dichiarazione piena di fervore sulla vittoria della Comune avrebbe rischiato, però, di generare false aspettative tra i lavoratori di tutt’Europa e di contribuire, poi, alla diffusione di demoralizzazione e sfiducia. Marx decise, dunque, di ritardare la consegna del documento affidatogli e si assentò per diverse settimane dalle riunioni del Consiglio Generale. Le sue amare previsioni si avverarono presto e il 28 maggio, poco più di due mesi dopo la sua proclamazione, la Comune di Parigi fu repressa nel sangue. Due giorni dopo, Marx ritornò al Consiglio Generale e portò con sé un manoscritto intitolato La guerra civile in Francia. Letto e approvato all’unanimità, fu pubblicato (come d’abitudine per i documenti del Consiglio Generale) con in calce i nomi di tutti i suoi componenti e divenne, in poche settimane, il documento del movimento operaio che fece più scalpore in tutto l’Ottocento. Parlando della Comune di Parigi, Marx sostenne che:

“Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in malafede, ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili. L’unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla Costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un’escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a un’autorità che usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società” (Marx 2014f, 169).

La Comune di Parigi era stata un esperimento politico del tutto innovativo:

“fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro. Senza quest’ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La Comune doveva dunque servire da leva per svellere le basi economiche su cui riposa l’esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. Con l’emancipazione del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo cessa di essere un attributo di classe” (Marx 2014f, 171).

Per Marx, la nuova fase della lotta di classe inaugurata dalla Comune di Parigi avrebbe avuto successo – e, dunque, avrebbe prodotto cambiamenti radicali – solo mediante la realizzazione di un programma chiaramente anticapitalista:

“La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, […] quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato. […] Ma se la produzione cooperativa non deve restare una finzione e un inganno, se essa deve subentrare al sistema capitalista; se delle associazioni cooperative unite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il loro controllo e ponendo fine all’anarchia costante e alle convulsioni periodiche che sono la sorte inevitabile della produzione capitalistica: che cosa sarebbe questo o signori, se non comunismo, «possibile» comunismo? La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre per decreto del popolo. Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese” (Marx 2014f, 172).

La Comune di Parigi fu repressa con brutale violenza dalle armate di Versailles. Durante la ‘settimana di sangue’ (21-28 maggio) vennero uccisi durante i combattimenti o giustiziati sommariamente circa 10.000 comunardi. Fu il massacro più violento della storia della Francia. I prigionieri catturati furono oltre 43.000 e di questi 13.500 di essi vennero condannati al carcere, ai lavori forzati, alla pena di morte o furono deportati.

Da questo momento, l’Internazionale fu nell’occhio del ciclone e venne ritenuta responsabile di ogni atto contro l’ordine costituito, al punto tale che Marx domandò ironicamente come mai non le fosse stata attribuita anche la colpa delle calamità naturali:

“dopo il grande incendio di Chicago, il telegrafo annunciava la medesima notizia su tutta la terra: era l’opera infernale dell’Internazionale, ed è in effetti strano che non si sia attribuito alla sua azione demoniaca l’uragano che ha devastato le Indie occidentali” (Marx 1968a, 461).

A nome del Consiglio generale, Marx fu costretto a passare intere giornate a rispondere alle falsificazioni sull’Internazionale e sulla sua persona scritte dai giornali: “in questo momento ho l’onore di essere l’uomo più calunniato e più minacciato di Londra” (Marx 1990c, 229). Intanto, i governi di tutt’Europa, preoccupati che, dopo Parigi, avrebbero potuto svilupparsi altre sollevazioni, intensificarono ancor di più i loro strumenti repressivi.

Nonostante i drammatici avvenimenti di Parigi e il furore della brutale repressione messa in atto da tutti i governi europei, la forza dell’Internazionale aumentò in seguito agli avvenimenti della Comune di Parigi. Anche se spesso circondata dalle menzogne scritte contro di essa dai suoi avversari, la parola “Internazionale” divenne, in questo periodo, nota a tutti. Sulle bocche dei capitalisti e della classe borghese fu sinonimo di minaccia all’ordine costituito, ma su quella delle operaie e degli operai assunse il significato di speranza in un mondo senza sfruttamento e ingiustizie (Haupt 1978, 28). La fiducia che ciò fosse realizzabile aumentò dopo la Comune. L’insurrezione parigina diede forza al movimento operaio, lo spinse ad assumere posizioni più radicali e a intensificare la militanza. Parigi mostrò che la rivoluzione era possibile, che l’obiettivo poteva e doveva essere la costruzione di una società radicalmente diversa da quella capitalistica, ma anche che, per raggiungerlo, i lavoratori dovevano dare vita a forme di associazioni politiche stabili e ben organizzate (Haupt 1978, 93–95). Questa enorme vitalità si manifestò ovunque. I partecipanti alle riunioni del Consiglio Generale raddoppiarono; mentre i giornali legati all’Internazionale incrementarono la loro diffusione e aumentarono di numero dopo la nascita di molte nuove testate.

6. La svolta politica della conferenza di Londra
In questo scenario, che non consentiva la convocazione di un nuovo congresso, a quasi due anni di distanza dall’ultimo, il Consiglio Generale decise di promuovere una conferenza nella città di Londra. Essa si svolse tra il 17 e il 23 settembre alla presenza di 22 delegati, giunti da Inghilterra (per la prima volta venne rappresentata anche l’Irlanda), Belgio, Svizzera e Spagna, più gli esuli francesi. Nonostante gli sforzi per rendere la conferenza il più rappresentativa possibile, si trattò, di fatto, di un Consiglio Generale allargato.

Sin dalla sua convocazione, Marx aveva annunciato che “nelle presenti circostanze la questione dell’organizzazione era la più importante”, ragione per la quale la conferenza si sarebbe concentrata “esclusivamente sulle questioni organizzative e politiche”, lasciando da parte le discussioni teoriche (Marx 1968b, 259). Egli ribadì questa decisione durante la prima sessione dei lavori:

“il Consiglio Generale ha convocato una conferenza per concertare coi delegati dei diversi paesi le misure da prendere per fermare i pericoli che l’Associazione corre in un gran numero di paesi e per procedere a un’organizzazione nuova, rispondente ai bisogni della situazione. In secondo luogo per elaborare una risposta ai vari governi che non cessavano di lavorare per l’annientamento dell’Associazione con tutti i mezzi a loro disposizione. E, infine, per risolvere definitivamente il conflitto svizzero” (Marx 1962a, 152).

Dare una nuova impronta all’organizzazione, difendere l’Internazionale dall’offensiva delle forze a lei ostili e porre un argine all’accresciuta influenza di Bakunin: furono queste, dunque, le priorità dell’assise di Londra. Per realizzare tali obiettivi, Marx fece ricorso a tutte le sue energie. Fu, di gran lunga, il delegato più attivo della conferenza, prendendo la parola ben 102 volte; osteggiò con successo le proposte che non rispondevano ai suoi piani; e riuscì a persuadere gli indecisi (Molnár 1963a, 127). A Londra si ebbe la conferma della sua statura all’interno dell’organizzazione. Egli non solo ne era la mente, colui che ne elaborava la linea politica, ma anche uno dei suoi militanti più combattivi e capaci.

La decisione di maggior rilievo assunta durante la conferenza, e per la quale essa venne poi ricordata, fu l’approvazione della risoluzione IX, avanzata da Vaillant. Il leader delle residue forze blanquiste, che avevano aderito all’Internazionale dopo la fine della Comune, propose la trasformazione di quest’ultima in un partito internazionale centralizzato e disciplinato, sotto la guida del Consiglio Generale. Nonostante alcune profonde divergenze – a dividere loro e Marx era, soprattutto, la tesi blanquista secondo la quale per fare la rivoluzione sarebbe bastato un nucleo ben organizzato di militanti –, Marx non esitò a stabilire un’alleanza con il gruppo di Vaillant. Con il loro supporto, infatti, non solo avrebbe potuto contrastare con maggior forza l’anarchismo politico che andava rafforzandosi all’interno dell’organizzazione, ma – questione ancora più importante – avrebbe avuto un fronte più ampio di consensi per far maturare i cambiamenti resisi necessari nella nuova stagione della lotta di classe. Una delle risoluzioni approvate alla conferenza di Londra stabilì:

“che la classe operaia, contro questo potere collettivo delle classi possidenti, può agire come classe soltanto allorquando si costituisce come partito politico autonomo, contrapposto a tutte le vecchie formazioni partitiche delle classi possidenti;
che questa costruzione della classe operaia in partito politico è indispensabile per il trionfo della rivoluzione sociale e del suo fine ultimo: l’abolizione delle classi;
che l’unione delle singole forze, che la classe operaia ha già in parte edificato tramite le sue lotte economiche, deve servire anche come leva per la sua battaglia contro il potere politico dei suoi sfruttatori”

La conferenza ribadì, così, a tutti i membri dell’Internazionale che il “movimento economico [della classe operaia] e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti” (Marx e Engels 2014b, 239).
Se il Congresso di Ginevra del 1866 aveva sancito l’importanza del sindacato, la Conferenza di Londra del 1871 definì l’altro strumento fondamentale di lotta del movimento operaio: il partito politico . La deliberazione approvata a Londra, con l’invito a realizzare organizzazioni politiche in ogni paese e con il conferimento di poteri più ampi al Consiglio Generale, ebbe gravi ripercussioni nella vita dell’Associazione, che non era ancora pronta a sostenere una simile accelerazione e a passare da un modello flessibile a un altro politicamente uniforme (Freymond e Molnár 1966, 27).

In seguito alla conclusione della conferenza, Marx era convinto che le risoluzioni approvate a Londra avrebbero riscosso l’approvazione di quasi tutte le principali federazioni e sezioni locali. Tuttavia, egli dovette ben presto ricredersi. I militanti della Federazione del Giura – il gruppo svizzero dell’Internazionale guidato dagli anarchici – convocarono, per il 12 di novembre, il loro congresso nel piccolo comune di Sonvilier. L’iniziativa, alla quale Bakunin non poté prendere parte, fu significativa, poiché con essa nacque ufficialmente l’opposizione all’interno dell’Internazionale. Nella Circolare a tutte le federazioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, diramata alla fine dei lavori, Guillaume e gli altri partecipanti al congresso accusarono il Consiglio Generale di aver introdotto nell’organizzazione “il principio d’autorità” e di aver cambiato la struttura originaria, “trasforma[ndola] in un’organizzazione gerarchica, diretta e governata da un comitato”.

Gli svizzeri si dichiararono “contro ogni autorità direttrice, anche quando detta autorità fosse eletta e approvata dai lavoratori” e sottolinearono che nell’Internazionale doveva essere conservato il “principio dell’autonomia delle sezioni”, anche attraverso il ridimensionamento del Consiglio Generale in “un semplice ufficio di corrispondenza e di statistica” (Aa. Vv. 1962, 264–65). L’istanza finale fu la convocazione, al più presto, di un congresso.

Se la posizione della Federazione del Giura era stata messa in conto, Marx fu probabilmente sorpreso quando, nel 1872, segni di insofferenza e di ribellione alla sua linea politica giunsero da più parti. In molti paesi, le decisioni assunte a Londra furono giudicate come una pesante ingerenza nell’autonomia politica locale e, pertanto, un’inaccettabile imposizione. La federazione belga, che durante la conferenza aveva tentato di costruire una mediazione tra le parti, cominciò ad assumere una posizione molto critica nei confronti di Londra. Successivamente anche gli olandesi ne presero le distanze. Ancora più dure furono le reazioni in Europa meridionale, dove l’opposizione raccolse, rapidamente, notevoli consensi. La grande maggioranza degli internazionalisti iberici si schierò decisamente contro il Consiglio Generale e sposò le idee di Bakunin, anche perché più consoni a un paese in cui il proletariato industriale era presente solo nei principali centri e dove il movimento dei lavoratori era ancora molto debole e interessato, principalmente, alle rivendicazioni di carattere economico.

Anche in Italia gli esiti della Conferenza di Londra non raccolsero che pareri negativi. Coloro che non seguirono Mazzini, il quale raggruppò a Roma, dal 1° al 6 novembre del 1871, nel Congresso Generale delle Società Operaie Italiane, il blocco più moderato dei lavoratori italiani, aderirono alle posizioni di Bakunin. I partecipanti alla conferenza fondativa della Federazione Italiana dell’Internazionale, svoltasi a Rimini dal 4 al 6 agosto del 1872, assunsero la posizione più radicale contro il Consiglio Generale: non avrebbero partecipato al prossimo congresso dell’Internazionale, ma sarebbero stati presenti a Neuchatel, in Svizzera, dove proponevano di svolgere un “congresso generale antiautoritario” (Aa. Vv. 1979, 787). Di fatto, questo fu il primo atto dell’imminente scissione.

Le contestazioni contro il Consiglio Generale furono di diverso tipo ed ebbero, talvolta, anche solo motivazioni di carattere personale. Si venne così a formare una strana alchimia che rese la direzione dell’organizzazione ancora più problematica. Tuttavia, al di là del fascino esercitato dalle teorie di Bakunin in alcuni paesi e della capacità politica di Guillaume nel mettere insieme i vari oppositori, l’avversario principale della svolta avviata con la risoluzione sulla “Azione politica della classe operaia” fu un ambiente non ancora pronto a recepire il salto di qualità proposto da Marx. Nonostante le dichiarazioni di duttilità che l’accompagnarono, la svolta iniziata a Londra fu percepita da molti come una pesante imposizione. Il principio di autonomia delle varie realtà di cui si componeva l’Internazionale era considerato uno dei capisaldi dell’Associazione non solo dal gruppo più legato a Bakunin, ma dalla gran parte delle federazioni e delle sezioni locali. Fu questo l’errore di valutazione commesso di Marx e che accelerò la crisi dell’Internazionale (Freymond e Molnár 1966, 27–28).

7. La crisi dell’Internazionale
La battaglia finale giunse alla fine dell’estate del 1872. Dopo le vicende che, per tre anni, avevano stravolto il corso della sua storia – la guerra franco-prussiana, la violenta ondata repressiva seguita alla Comune di Parigi e i numerosi scontri interni – l’Internazionale poté, finalmente, riunirsi nuovamente a congresso. La sua quinta assise generale si svolse a L’Aia, tra il 2 e il 7 settembre. L’importanza decisiva dell’evento spinse Marx a parteciparvi di persona, accompagnato da Engels. Tutte le sessioni furono contraddistinte da un irriducibile antagonismo tra i due schieramenti che si contrapponevano. Il dibattito fu di gran lunga più povero di quello dei due congressi che l’avevano preceduto.

L’approvazione delle risoluzioni del congresso di L’Aia fu possibile solo grazie a una impropria composizione della sua platea. Per quanto spuria e, per molti versi, tenuta unita da fini strumentali, la coalizione di delegati che a L’Aia fu in minoranza rappresentava, in realtà, la parte più consistente dell’Internazionale (Guillaume 2004, 497–98; Freymond 1962, 25).

La decisione di maggior rilievo assunta da Marx a L’Aia fu l’introduzione della principale deliberazione politica della conferenza del 1871 nello statuto dell’Associazione. Al suo interno fu aggiunto un articolo, il 7a, in cui venne riassunta la risoluzione IX approvata a Londra. Se negli Statuti Provvisori del 1864 era stato affermato che “l’emancipazione economica della classe operaia è il grande scopo al quale ogni movimento politico è subordinato come mezzo”, l’integrazione del 1872 rispecchiava i nuovi rapporti di forza all’interno dell’organizzazione. La lotta politica non era più considerata un tabù, ma, anzi, lo strumento necessario per la trasformazione della società: “poiché i signori della terra e del capitale si servono dei loro privilegi politici per difendere e perpetuare il loro monopolio economico e asservire il lavoro, la conquista del potere politico diventa il grande dovere del proletariato” (Engels e Marx 2014, 221–22).

L’Internazionale era ormai molto differente rispetto a ciò che era stata ai tempi della sua fondazione. Le componenti democratico-radicali avevano abbandonato l’Associazione, dopo essere state messe all’angolo. I mutualisti erano stati sconfitti e le loro forze drasticamente ridotte. I riformisti non costituivano più la parte prevalente dell’organizzazione (tranne che in Inghilterra) e l’anticapitalismo era diventato la linea politica di tutta l’Internazionale, anche delle nuove tendenze che si erano formate nel corso degli ultimi anni. Anche se, durante l’esistenza dell’Internazionale, l’Europa era stata attraversata da una fase di grande prosperità economica, che aveva, in alcuni casi, reso meno difficile la loro condizione, gli operai avevano compreso che il loro stato sarebbe davvero cambiato solo con la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e non attraverso rivendicazioni economiche volte a ottenere blandi palliativi alle condizioni esistenti. Inoltre, essi avevano cominciato a organizzare le loro lotte sempre più a partire dai propri bisogni materiali e non, come un tempo, in base alle iniziative dei vari gruppi cui appartenevano.

Lo scenario, d’altronde, era mutato radicalmente anche all’esterno dell’organizzazione. L’unificazione della Germania, avvenuta nel 1871, sancì l’inizio di una nuova era in cui lo stato-nazione si affermò definitivamente come forma d’identità politica, giuridica e territoriale. Il nuovo contesto rendeva poco plausibile la continuità di un organismo sovranazionale al quale le organizzazioni dei vari paesi, anche se munite di autonomia, dovevano cedere una parte consistente della direzione politica e una quota dei contributi dei propri iscritti. Inoltre, la differenza tra i movimenti e le organizzazioni esistenti nei vari paesi era aumentata, rendendo estremamente difficile al Consiglio Generale la realizzazione di una sintesi politica in grado di soddisfare le esigenze dei gruppi operanti nei singoli contesti nazionali.

La configurazione iniziale dell’Internazionale era, dunque, superata e la sua missione originaria si era conclusa. Non si trattava più di predisporre e coordinare iniziative di solidarietà su scala europea a sostegno degli scioperi, né di indire congressi per discutere dell’utilità delle organizzazioni sindacali o della necessità di socializzare la terra e i mezzi di produzione. Questi temi, ormai, erano divenuti patrimonio collettivo di tutte le componenti dell’organizzazione. Dopo la Comune di Parigi la vera sfida per il movimento operaio era la rivoluzione, ovvero come organizzarsi per porre fine al modo di produzione capitalistico e rovesciare le istituzioni del mondo borghese. Non era più questione di riformare la società esistente, ma di come costruirne una nuova (Freymond 1962, X). Per avanzare lungo questo nuovo cammino della lotta di classe, Marx riteneva improcrastinabile la costruzione, in ogni paese, di partiti politici della classe operaia.

Durante il congresso di L’Aia si susseguirono diverse votazioni, intorno alle quali si aprirono asperrime polemiche. La prima di esse riguardò l’articolo 7a. In seguito alla sua approvazione, la finalità della conquista del potere politico entrò ufficialmente nello statuto dell’Associazione, all’interno del quale venne anche indicato lo strumento indispensabile per conseguirlo: la costituzione del partito operaio.

La successiva decisione di conferire poteri più ampi al Consiglio Generale contribuì a rendere la situazione ancor più intollerabile per la minoranza. Da quel momento, al più importante organismo dell’Internazionale veniva demandato il compito di sorvegliare che in ogni paese vi fosse una “rigida osservazione dei principi e degli statuti e regolamenti generali dell’Internazionale” e gli veniva attribuito “il diritto di sospendere branche, sezioni, consigli o comitati federali e federazioni dell’Internazionale fino al successivo congresso” (Burgelin, Langfeldt, e Molnár 1962, II:374). Per la prima volta nella storia dell’Internazionale, durante la sua massima assise vennero votate anche delle espulsioni. A causare grande scalpore vi furono quelle di Bakunin e di Guillaume, proposte da una commissione che era stata incaricata di svolgere un’indagine sull’Alleanza della Democrazia Socialista.

Nella seduta mattutina del 6 settembre si consumò l’ultimo atto dell’Internazionale così come era stata concepita e costituita nel corso degli ultimi anni. Fu il momento più drammatico dell’intero congresso di L’Aia. Engels prese la parola e, tra lo stupore dei presenti, propose “che la sede del Consiglio Generale venisse trasferita a New York per l’anno 1872-1873 e che esso fosse formato da membri del consiglio federale americano” (Engels 1962, 355). Poche parole sconvolsero consolidate certezze. Il Consiglio Generale sarebbe stato spostato oltreoceano, lontanissimo dalle federazioni europee; Marx e altri “fondatori” dell’Internazionale non avrebbero più fatto parte del suo organismo centrale; essi sarebbero stati sostituiti da compagni i cui nomi erano a tutti ignoti. Furono in molti, anche nelle fila della maggioranza, a votare contro lo spostamento della sede a New York, avendo compreso che con questa decisione si sarebbe sancita la fine dell’Internazionale come struttura operativa.

Secondo Marx, era meglio rinunciare all’Internazionale piuttosto che vederla finire nelle mani dei suoi avversari e assistere alla sua mutazione in un’organizzazione settaria. La sua fine, che sarebbe certamente seguita al trasferimento del Consiglio Generale negli Stati Uniti, era di gran lunga preferibile alla prospettiva di un lento e dispendioso stillicidio di lotte fratricide. L’opposizione ai gruppi settari e a ridurre la lotta del movimento operaio a chiese di partito, numericamente inconsistenti, fu una costante delle riflessioni politiche sviluppate da Marx in questo periodo. Per Marx l’Internazionale doveva essere una

“organizzazione reale e militante della classe proletaria in tutti i paesi, solidale nella lotta comune contro i capitalisti, i proprietari fondiari e il loro potere di classe organizzato nello Stato. Perciò gli statuti dell’Internazionale riconoscono soltanto semplici associazioni operaie che perseguono tutte lo stesso scopo e accettano tutte lo stesso programma, un programma che si limita a tracciare le grandi linee del movimento proletario e ne lascia l’elaborazione teorica all’impulso dato dalle necessità stesse della lotta pratica, oltre che allo scambio di idee che si svolge nelle sezioni, ammettendo nei suoi organi e nei suoi congressi tutte le convinzioni socialiste” (Marx e Engels 2014a, 242–43).

Tuttavia, non appare convincente la tesi, suggerita da numerosi studiosi , che a determinare il declino dell’Internazionale sia stato il conflitto tra le sue due correnti o, ancora più inverosimilmente, quello tra due uomini, seppure dello spessore di Marx e Bakunin. Le ragioni della sua fine vanno cercate altrove. A rendere obsoleta l’Internazionale furono, soprattutto, i grandi cambiamenti intervenuti al suo esterno. La crescita e la trasformazione delle organizzazioni del movimento operaio, il rafforzamento degli Stati-nazione causato dall’unificazione nazionale dell’Italia e della Germania, l’espansione dell’Internazionale in paesi quali la Spagna e l’Italia contraddistinti da condizioni economiche e sociali profondamente differenti da quelle d’Inghilterra e Francia dove era nata l’Associazione, la definitiva virata moderata del sindacalismo inglese e la repressione seguita alla caduta della Comune di Parigi, agirono, in modo concomitante, a rendere la configurazione originaria dell’Internazionale inappropriata per le mutate condizioni storiche.

Nella complessità di questo scenario, nel quale prevalsero le tendenze centrifughe, pesarono, ovviamente, anche le vicende interne quanto quelle personali dei suoi protagonisti. La Conferenza di Londra, ad esempio, lungi dal costituire l’impresa salvifica che Marx si era illuso di aver compiuto, aggravò significativamente la crisi dell’organizzazione perché fu condotta in modo rigido, senza valutare adeguatamente gli umori esistenti all’interno dell’organizzazione e senza la lungimiranza necessaria per evitare il rafforzamento del gruppo diretto da Bakunin (Molnár 1963a, 144). Fu, di fatto, una vittoria di Pirro per Marx che, nel porre in atto un tentativo di risolvere i conflitti interni, finì, invece, per accentuarli. Tuttavia, le scelte assunte a Londra produssero solo un’accelerazione di un processo già in atto e inevitabile.

Infine, alle considerazioni di carattere storico, e a quelle relative alla dialettica interna dell’organizzazione, ne vanno aggiunte altre, di non minor peso, circa il suo principale protagonista. In una seduta della Conferenza di Londra del 1871, Marx aveva ricordato ai delegati come “il lavoro del Consiglio era divenuto immenso. Era obbligato a fare fronte a questioni generali e a questioni nazionali” (Marx 1962b, 217). L’Internazionale, inoltre, aveva di molto accresciuto la sua dimensione. Non era più l’organizzazione del 1864 che si reggeva su due gambe, una in Inghilterra e l’altra in Francia. Adesso era presente in tutti i paesi europei, ognuno dei quali aveva propri problemi e specifiche caratteristiche. L’arrivo degli esuli della Comune di Parigi nella capitale britannica aveva accentuato le difficoltà, dal momento che essi avevano portato con sé, insieme a nuove preoccupazioni, anche un bagaglio di idee diverse. La sintesi politica nel Consiglio Generale, in un’organizzazione divisa ovunque e lacerata dagli scontri interni, era diventata un’impresa sempre più ardua da sostenere. Un tremendo ammontare di lavoro, molto di più che al tempo della sua fondazione.

Dopo otto anni intensamente dedicati all’Internazionale, Marx era estremamente provato. Cosciente – prima fra tutte le sue preoccupazioni – della ritirata delle forze operaie che sarebbe seguita alla sconfitta della Comune di Parigi, decise di dedicare i suoi anni futuri al tentativo di completare Il capitale. Quando attraversò la Manica per recarsi in Olanda, sentiva che ad attenderlo c’era l’ultima grande battaglia politica da protagonista diretto.

Da spettatore silenzioso del primo incontro tenuto nel 1864 alla St. Martin’s Hall, nel 1872 Marx era divenuto il leader dell’Internazionale, riconosciuto come tale non solo dai delegati dei vari congressi e dai dirigenti del Consiglio Generale, ma dalla stessa opinione pubblica. Se, dunque, l’Internazionale doveva moltissimo a Marx, anche l’esistenza di quest’ultimo era profondamente mutata grazie a essa. Prima dell’Internazionale, egli era conosciuto solo in ristrette cerchie di militanti, mentre dopo la Comune di Parigi – certo anche grazie alla pubblicazione, nel 1867, del suo magnum opus – la fama del suo nome aveva iniziato a diffondersi tra i rivoluzionari di molti paesi europei, al punto che fu definito dalla stampa il “dottore del terrore rosso”. Inoltre, la responsabilità derivante dalla guida di questa organizzazione, che gli aveva consentito di analizzare più direttamente tante lotte sia economiche che politiche, fu di ulteriore stimolo alle sue riflessioni sul comunismo e, alla fine, la sua teoria anticapitalista risultò profondamente arricchita proprio grazie alle esperienze maturate nell’Internazionale.

Appunti
1. Per una più completa storia dell’Internazionale si rimanda a (Musto 2014)
2. In seguito il termine fu sostituito da quello di Consiglio Generale. Di seguito, nel testo, esso sarà sempre così indicato.
3. Ferdinad Lassalle era un sostenitore della “legge bronzea dei salari” e considerava gli sforzi per incrementare il salario come futili e quali una distrazione rispetto al compito primario dei lavoratori, ovvero quello di conquistare il potere politico nello Stato.
4. Sebbene l’Internazionale adottasse il principio di un delegato ogni 500 iscritti, la partecipazione dei delegati a tutti i suoi congressi fu sempre subordinata alle loro possibilità di prendervi parte.
5. Marx non partecipò a nessun congresso dell’Internazionale con l’eccezione di quello cruciale svoltosi a L’Aia nel 1872.
6. Questa svolta fu possibile grazie al cambio di orientamento politico delle sezioni belghe, le quali, nel congresso federale svoltosi in luglio, avevano abbracciato posizioni collettivistiche.
7. La traduzione fornita in questo volume è, però, errata e fuorviante. Nelle Cosiddette scissioni nell’Internazionale, Engels e Marx citano direttamente dal documento originale di Bakunin (“l’égalisation politique, économique et sociale des classes”) (Marx e Engels 2014a, 241–43)
8. A riguardo, Carr dichiarò: “il cavallo di legno era entrato nella cittadella troiana”.
9. In proposito cfr. anche le considerazioni di Marx contenute nella lettera di Marx a Sigfrid Meyer e August Vogt, del 9 aprile 1870 (Marx 1975c).
10. Al principio degli anni Settanta il movimento operaio era organizzato in partito politico solo in Germania e, pertanto, un uso molto confuso del termine prevalse sia tra i seguaci di Marx che tra quelli di Bakunin. Il termine “partito” fu adoperato in un modo piuttosto vago anche dallo stesso Marx. Per lui, secondo Rubel: “il concetto di partito […] corrisponde al concetto di classe”. È utile sottolineare, infine, che lo scontro consumatosi all’interno dell’Internazionale tra il 1871 e il 1872 non si concentrò sulla costruzione del partito politico (espressione pronunciata solo due volte alla Conferenza di Londra e cinque volte al Congresso di L’Aia), bensì, “[sull’]uso […] dell’aggettivo politico” (Rubel 1974, 183; Haupt 1978, 84).
11. L’opposizione si era già espressa in favore della riduzione del potere del Consiglio Generale al Congresso di Sonvilier, ma Marx dichiarò a L’Aia: “preferiamo piuttosto abolire il Consiglio Generale che vederlo ridotto al ruolo di una cassetta postale”, (Burgelin, Langfeldt, e Molnár 1962, II:354).
12. Per un analisi critica di questa posizione si veda Miklós Molnár (Molnár 1963b, 439).
13. Karl Marx a César De Paepe, 28 Maggio 1872: “attendo con impazienza il prossimo congresso. Sarà la fine della mia schiavitù. Diventerò di nuovo un uomo libero; non accetterò più incarichi amministrativi, né nel Consiglio Generale, né nel Consiglio Federale Britannico” (Marx 1990a, 487-8).

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