Categories
Reviews

Francesca Izzo, L’Unità

Riscoprire Marx ostile al socialismo di stato

«Mega2» è il titolo della prima edizione critica che raccoglie tutti gli scritti editi e inediti del filosofo di Treviri. A partire dalla sua lettura Musto scrive un importante contributo sul profilo teorico e umano del pensatore.

Sull’inserto domenicale della Repubblica dell’8 gennaio ben tre pagine sono state dedicate a Karl Marx, al suo pensiero di nuovo al centro di un crescente interesse mondiale e all’enorme mole di inediti che stanno progressivamente vedendo la luce.

Per i lettori italiani che ne volessero sapere di più è appena giunto in libreria un volume (Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, novembre 2011) che dà un importante contributo all’inconsueto profilo teorico ed umano del pensatore di Treviri offerta dalla nuova edizione critica dei suoi scritti editi ed inediti.

“Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano, e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancor oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere” (p. 189).

L’autore, attualmente docente presso la York University di Toronto (data la ormai ben nota incapacità della nostra università di dare prospettive a valenti studiosi pur formatisi al suo interno) ha seguito il lavoro dell’équipe di studiosi che sta approntando a Berlino la Mega2, ovvero la prima vera edizione critica della sterminata produzione di Marx, formata sia dagli inediti che dagli scritti ordinati e pubblicati postumi da Engels, a cominciare dal secondo e dal terzo libro del Capitale.

Unendo alle competenze filologiche solide conoscenze teoriche e della storia delle interpretazioni, Musto in questo lavoro illumina un’immagine di Marx lontana sia dalla monumentalità irrigidita del fondatore di un’ortodossia che dal frammentarismo accademico. Quella che emerge dalle pagine di Musto è la figura del pensatore geniale che ha svelato le radici storiche, quindi modificabili, del suo e del nostro presente spiegando i meccanismi di sviluppo a scala mondiale del modo di produzione capitalistico; ma anche del ricercatore frenetico, mai pago dei risultati del proprio lavoro, sempre pronto a seguire nuove piste di studio, ad aprire nuovi orizzonti di ricerca, lasciando di fatto incompiuto il progetto della sua vita.

Attraverso alcune analisi esemplari, come quella condotta sui cosiddetti Manoscritti economico- filosofici – scritto giovanile dove compare per la prima volta il concetto di lavoro alienato che ha tanto animato le polemiche tra gli interpreti – Musto ci introduce in quel laboratorio, ribollente di idee originali, riassunti o commenti di opere altrui, che sono gli scritti marxiani. Il lettore può verificare lo scarto che si apre tra la presunta opera compiuta, come le precedenti edizioni ce l’avevano consegnata e l’effettivo stato dello scritto che così ci consente di penetrare nel processo del lavoro creativo di Marx, nella sua officina di pensiero.

Ai saggi di impianto biografico e filologico, accompagnati da appendici di utilissime tabelle cronologiche , si intrecciano nel volume studi dedicati alla “odissea della pubblicazione” degli scritti marxiani e alla storia delle interpretazione, in particolare dei Manoscritti, dei Grundisse e del Manifesto del Partito comunista. Mentre è di rilievo teorico il saggio sull’Introduzione del 1857. Si tratta di un testo assai noto, di carattere metodologico nel quale sono delineati i tratti generali del metodo di esposizione e della concezione materialistica della storia, che ha attirato l’attenzione di innumerevoli interpreti e critici. Musto lo analizza con grande puntualità mettendone in luce la complessa architettura, la struttura aperta e il suo straordinario valore teorico.

“Nelle opere successive all’[Introduzione]…Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione. Anche per questa ragione, le pagine dell’[Introduzione] sono straordinariamente rilevanti” (p. 149).

Sostenuta dalla rete di queste robuste conoscenze c’è una forte passione che guida la ricerca di Musto, la passione per il suo autore, per Marx che ciclicamente si vuole trattare come un “cane morto”, al pari del suo amato Spinoza e che ciclicamente viene riscoperto come indispensabile a comprendere i fenomeni del mondo globalizzato.

“Si è aperta una stagione contraddistinta dai molti Marx. Dopo il tempo dei dogmatismi, non sarebbe potuto accadere altrimenti… Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, se ne segnalano almeno due… quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che ne intuì e analizzò lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, ha descritto la società borghese… L’altro Marx… è il teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di “socialismo di Stato”, al tempo già propugnata da Lassalle e Rodbertus” (pp. 218-9).

Categories
Book chapter

Introduzione

I. I Grundrisse e l’appuntamento con la rivoluzione
Il 1857 fu segnato dallo scoppio della prima crisi finanziaria internazionale della storia. Negli anni che avevano preceduto questo episodio, Marx aveva costantemente seguito tutti i principali avvenimenti economici e si era convinto cha l’avvento di una crisi avrebbe determinato le condizioni per una nuova stagione di rivolgimenti sociali in tutta l’Europa.

Dopo la sconfitta delle insurrezioni popolari del 1848, egli aveva atteso a lungo quel momento e non volle farsi cogliere impreparato quando esso finalmente giunse. A suo giudizio, infatti, il suo primo compito avrebbe dovuto essere quello di scrivere e pubblicare, il più in fretta possibile, l’opera di economia politica da tempo programmata. Le notizie della crisi, che dagli Stati Uniti d’America raggiunse rapidamente tutti i centri del mercato mondiale in Europa, Sudamerica ed Oriente, generarono grande euforia in Marx, alimentando in lui una straordinaria produttività intellettuale. Egli riprese, dunque, gli studi di economia, iniziati alla fine del 1843 e condotti, con risultati altalenanti, per un quindicennio, e tentò di dare loro forma compiuta.

Per dedicarsi alla sua opera, Marx avrebbe avuto bisogno di un po’ di tranquillità, ma la precarietà della sua situazione personale non gli concesse alcuna tregua. Infatti, le sue uniche entrate, oltre il costante aiuto garantitogli da Friedrich Engels, consistevano soltanto nei compensi derivanti dai suoi articoli per la New-York Tribune, il quotidiano in lingua inglese più diffuso dell’epoca, e per The New American Cyclopædia, un progetto editoriale, avviato proprio nel 1857, dal direttore della New-York Tribune Charles Dana. La povertà non era il solo spettro ad assillare Marx. Come per gran parte della sua travagliata esistenza, egli fu affetto, anche durante questo periodo, da diversi malanni e colpito dai drammi familiari, ultimo dei quali la morte del suo ultimo figlio subito dopo il parto.

Miseria, problemi di salute e stenti di ogni tipo: i Grundrisse furono scritti in questo tragico contesto. Essi non furono il prodotto dello studio di un pensatore protetto dalle agiatezze della vita borghese, ma, l’opera di un autore costretto a scrivere in condizioni molto difficili e, sorretto unicamente dalla convinzione che il suo lavoro, stante l’incedere della crisi economica, fosse divenuto una necessità dell’epoca, trovò le forze per portarlo avanti.

Il periodo compreso tra l’estate del 1857 e la primavera del 1858 fu uno dei più prolifici dell’esistenza di Marx poiché, in pochi mesi, riuscì a scrivere di economia politica più di quanto non avesse fatto negli anni precedenti. Nel dicembre del 1857, comunicò infatti ad Engels: “lavoro come un pazzo le notti intere al riepilogo dei miei studi economici, per metterne in chiaro almeno le grandi linee (Grundrisse) prima del diluvio” .

Il lavoro realizzato fu notevole e ramificato. Dall’agosto del 1857 al maggio 1858, Marx riempì gli otto corposi quaderni che divennero poi i Grundrisse. Nello stesso periodo, tra le corrispondenze realizzate per il New-York Tribune su argomenti vari, scrisse una dozzina di articoli sull’andamento della crisi in Europa. Infine, dall’ottobre del 1857 al febbraio del 1858, redasse anche tre quaderni di estratti, denominati I quaderni della crisi. Questi quaderni, ad oggi ancora inediti, forniscono nuova luce sulla genesi dei Grundrisse. Grazie ad essi, è possibile mutare l’immagine convenzionale di un Marx che studia la Scienza della logica di Hegel per cercare ispirazione durante la stesura dei manoscritti del 1857-58. A quel tempo, infatti, egli era molto più preoccupato degli eventi empirici legati a quella grande crisi a lungo prevista ed auspicata. In questi taccuini Marx, diversamente dagli altri suoi estratti realizzati in precedenza, non eseguì i compendi dalle opere degli economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti d’America e nel resto del mondo. Insomma, come dimostra una lettera del dicembre del 1857 indirizzata ad Engels, la sua attività fu intensissima:

“lavoro moltissimo quasi sempre fino alle quattro del mattino. Perché si tratta di un doppio lavoro: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico e per me, personalmente, liberarmi da questo incubo); 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per il New-York Tribune, mi limito a prendere appunti, cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo di nuovo e ancora qui, sempre gli stessi”.

Per quel che concerne i Grundrisse, dopo aver abbozzato durante l’ultima settimana di agosto, in un quaderno denominato «M», un testo che sarebbe dovuto servire come Introduzione alla sua opera, alla metà di ottobre, Marx proseguì il lavoro con altri sette quaderni (I – VII). Nel primo e in una parte del secondo di essi, egli scrisse il cosiddetto Capitolo sul denaro, primissima bozza in cui espose le sue teorie su denaro e valore; mentre negli altri redasse il cosiddetto Capitolo sul capitale, in cui dedicò centinaia di pagine al processo di produzione e di circolazione del capitale e trattò alcune delle tematiche più rilevanti dell’intero manoscritto, quali l’elaborazione del concetto di plusvalore e le riflessioni sulle formazioni economiche che avevano preceduto il modo di produzione capitalistico. Questo straordinario impegno non gli consentì, comunque, di completare la sua opera e alla fine del febbraio del 1858 scrisse a Ferdinand Lassalle:

“in effetti da alcuni mesi sto lavorando alla elaborazione finale. La cosa procede però molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto l’oggetto principale dei propri studi da molti anni, mostrano continuamente aspetti nuovi e suscitano nuovi dubbi non appena si deve venire a una resa dei conti finale. […] Il lavoro di cui si tratta in primo luogo è la Critica delle categorie economiche ovvero, se preferisci, la descrizione critica del sistema dell’economia borghese. È contemporaneamente descrizione del sistema e, attraverso la descrizione, critica del medesimo. […] Dopo tutto, ho il vago presentimento che proprio ora, nel momento in cui dopo 15 anni di studio sono arrivato al punto di por mano alla cosa, movimenti tempestosi dall’esterno probabilmente sopravverranno a interrompermi”.

In realtà, però, del tanto atteso movimento rivoluzionario, che egli riteneva sarebbe dovuto nascere in seguito alla crisi, non vi fu alcun segnale e la ragione del mancato completamento dello scritto fu, invece, la consapevolezza, sopraggiunta in Marx, di essere ancora lontano dalla piena padronanza critica degli argomenti affrontati. I Grundrisse rimasero, pertanto, solo una bozza dalla quale, dopo un’accurata rielaborazione del Capitolo sul denaro, avvenuta tra l’agosto e l’ottobre del 1858 durante la stesura del manoscritto Per la critica dell’economia politica. Testo originale (Urtext), egli pubblicò, nel 1859, un piccolo libro che non ebbe alcuna risonanza intitolato Per la critica dell’economia politica. Da quella data trascorsero altri otto anni di studi febbrili e di enormi fatiche intellettuali, prima della pubblicazione, nel 1867, del libro primo de Il capitale.

II. 1858-1953: Cent’anni di solitudine
Tralasciati nel maggio del 1858 per fare posto alla stesura di Per la critica dell’economia politica, dopo essere stati adoperati per la redazione di questo testo, i Grundrisse non furono quasi più riutilizzati da Marx. Nonostante fosse sua consuetudine richiamarsi agli studi precedentemente svolti, trascrivendone talvolta interi passaggi, ad eccezione di quelli del 1861-63, nessun manoscritto preparatorio de Il capitale contiene, infatti, alcun riferimento ad essi. I Grundrisse giacquero tra le tante bozze provvisorie di Marx che, dopo averli redatti, sempre più assorbito dalla soluzione di questioni più specifiche di quelle che essi racchiudevano, non ebbe dunque più modo di servirsene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza in proposito, è probabile che i Grundrisse non siano stati letti dallo stesso Friedrich Engels. Com’è noto, al momento della sua morte, Marx era riuscito a completare soltanto il libro primo de Il capitale, ed i manoscritti incompiuti dei libri secondo e terzo furono ricostruiti, selezionati e dati alle stampe da Engels. Nel corso della sua attività editoriale, quest’ultimo dovette prendere in esame decine di quaderni contenenti abbozzi de Il capitale ed è plausibile ipotizzare che quando, in fase di sistemazione della montagna di carte ereditate, sfogliò i Grundrisse, dovette ritenerli una versione troppo prematura dell’opera dell’amico – precedente persino alla pubblicazione di Per la critica dell’economia politica del 1859 – e, a ragione, inutilizzabile per il suo proposito. D’altronde, Engels non menzionò mai i Grundrisse, né nelle prefazioni ai due volumi de Il capitale dati alle stampe, né in alcuna lettera del suo vasto carteggio.

Dopo la sua scomparsa, gran parte degli originali di Marx venne custodita nell’archivio del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) di Berlino, ma fu trattata con la massima negligenza. I conflitti politici in seno alla Socialdemocrazia impedirono la pubblicazione dei rilevanti e voluminosi inediti di Marx e produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, così da compromettere, per lungo tempo, la possibilità di un’edizione completa delle sue opere. Nessuno, inoltre, si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale di Marx ed i Grundrisse restarono sepolti assieme alle altre sue carte.

L’unico brano dato alle stampe durante quel periodo fu l’Introduzione. Essa fu pubblicata nel 1903, sulla rivista Die Neue Zeit, da Karl Kautsky, il quale nella breve nota che accompagnò il testo, la presentò come un “abbozzo frammentario” datato 23 agosto 1857. Kautsky sostenne che si trattava dell’introduzione dell’opera principale di Marx e, per questo motivo, le diede il titolo di Introduzione a una critica dell’economia politica. Aggiunse inoltre che: “nonostante il suo carattere frammentario, anche il presente lavoro offre una grande quantità di nuovi punti di vista”. Intorno a essa, infatti, si manifestò un notevole interesse. Tradotta, inizialmente, in francese (1903) ed inglese (1904), prese a circolare rapidamente dopo che Kautsky l’ebbe pubblicata, nel 1907, in appendice a Per la critica dell’economia politica e apparve anche in russo (1922), giapponese (1926), greco (1927), cinese (1930), fino a divenire poi uno degli scritti più commentati dell’intera produzione teorica di Marx.

Nonostante la fortuna dell’Introduzione, i Grundrisse rimasero ancora a lungo sconosciuti. È difficile credere che, insieme con l’Introduzione, Kautsky non abbia ritrovato anche l’intero manoscritto. Egli, comunque, non vi fece mai riferimento e, quando poco dopo decise di pubblicare alcuni inediti di Marx, si concentrò solo su quelli del 1861-63, che diede alle stampe parzialmente, dal 1905 al 1910, con il titolo di Teorie sul plusvalore.

La scoperta “ufficiale” dei Grundrisse avvenne, invece, nel 1923 grazie a David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels (IME) di Mosca e promotore della Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA), l’edizione delle opere complete di Marx ed Engels. Dopo aver esaminato il Nachlaß di Berlino, egli rese pubblica l’esistenza dei Grundrisse in una comunicazione sul lascito letterario di Marx ed Engels, tenuta all’Accademia Socialista di Mosca:

“ho ritrovato tra le carte di Marx altri otto quaderni di studi di economia. (…) Il manoscritto è databile alla metà degli anni Cinquanta e contiene la prima stesura dell’opera di Marx [Il capitale], della quale, al tempo, egli non aveva ancora stabilito il titolo, e che rappresenta [anche] la prima elaborazione del suo scritto Per la critica dell’economia politica” .

In quella stessa sede affermò inoltre: “in uno di questi quaderni (…) Kautsky ha trovato l’Introduzione a Per la critica dell’economia politica” e riconobbe al complesso dei manoscritti preparatori de Il capitale “straordinario interesse per conoscere la storia dello sviluppo intellettuale di Marx, così come la peculiarità del suo metodo di lavoro e di ricerca”.

Grazie all’accordo di collaborazione per la pubblicazione della MEGA, stipulato tra l’IME, l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e lo SPD, detentore del Nachlaß di Marx ed Engels, i Grundrisse furono fotografati assieme a molti altri inediti e gli specialisti di Mosca cominciarono a studiarli su esemplari in copia. Tra il 1925 e il 1927, Pavel Veller, collaboratore dell’IME, catalogò tutti i manoscritti preparatori de Il capitale, il primo dei quali erano proprio i Grundrisse. Sino al 1931, essi furono completamente decifrati e dattilografati e nel 1933 ne fu dato alle stampe, in lingua russa, il Capitolo sul denaro, cui fece seguito, due anni dopo, l’edizione tedesca. Nel 1936, infine, l’Istituto Marx-Engels-Lenin (IMEL), subentrato all’IME, riuscì ad acquistare sei degli otto quaderni dei Grundrisse, circostanza che rese possibile la soluzione dei problemi editoriali ancora irrisolti.

Poco dopo, dunque, i Grundrisse poterono essere finalmente pubblicati: furono l’ultimo importante manoscritto di Marx, per giunta molto esteso e risalente a una delle fasi più feconde della sua elaborazione, ad essere reso noto al pubblico. Essi apparvero a Mosca nel 1939, a cura di Veller, che ne scelse il titolo: Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858. Due anni dopo, seguì la stampa di un’appendice (Anhang), che comprese gli appunti di Marx del 1850-51 dai Principi di economia politica e dell’imposta di David Ricardo, le note su Bastiat e Carey, gli indici sul contenuto dei Grundrisse da lui stesso redatti e, infine, il materiale preparatorio (Urtext) a Per la critica dell’economia politica del 1859. La prefazione al libro del 1939, siglata dall’IMEL, evidenziò decisamente il valore del testo: “il manoscritto del 1857-1858, pubblicato per la prima volta ed integralmente in questo volume, costituisce una tappa decisiva dell’opera economica di Marx”.

Tuttavia, seppure principi editoriali e formato fossero analoghi, i Grundrisse non furono inclusi tra i volumi della MEGA, ma uscirono, invece, in edizione singola. Inoltre, la loro pubblicazione a ridosso della Seconda Guerra Mondiale fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero ben presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Successivamente, i Grundrisse non furono inseriti nella Sočinenija (Opere Complete) (1928-47), la prima edizione russa degli scritti di Marx ed Engels e per la loro ristampa in tedesco si dovette attendere sino al 1953. Se desta grande stupore che un testo come i Grunrisse, sicuramente eretico rispetto agli allora indiscutibili cànoni del Diamat (Dialekticeskij Materializm), sia stato pubblicato durante l’era staliniana, bisogna altresì considerare che essi costituivano lo scritto più rilevante di Marx non ancora diffuso in Germania. Così, in occasione della celebrazione del Karl-Marx-Jahr (Anno di Karl Marx), che coincideva con il settantesimo anniversario della sua morte e il centotrentacinquesimo della nascita, i Grundrisse furono dati alle stampe a Berlino in 30.000 copie. Redatti nel 1857-58, essi cominciarono a essere letti e scoperti in tutto il mondo soltanto nel 1953. Dopo cent’anni di solitudine.

III. La diffusione dei Grundrisse
Nonostante la risonanza suscitata dalla pubblicazione di un nuovo e consistente manoscritto preparatorio de Il capitale e il valore teorico che ad essi fu attribuito, i Grundrisse furono tradotti molto lentamente.

Come già accaduto con l’Introduzione, fu un altro estratto dei Grundrisse a generare interesse prima dell’intero manoscritto: le Forme che precedono la produzione capitalistica. Esso fu infatti tradotto nel 1939 in russo e, nel 1947-48, dal russo in giapponese. Successivamente, l’edizione singola tedesca e la traduzione inglese ne favorirono un’ampia diffusione. Dalla prima, stampata nel 1952 nella serie “Piccola biblioteca del marxismo-leninismo” furono eseguite la traduzione in ungherese (1953) ed in italiano (1954). La seconda, pubblicata nel 1964, ne permise la circolazione nel mondo anglosassone e, tradotta in Argentina (1966) e Spagna (1967), in quello di lingua spagnola. La prefazione del curatore di questa edizione, Eric Hobsbawm, contribuì a evidenziare l’importanza del loro contenuto: le Forme che precedono la produzione capitalistica costituiscono “il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell’evoluzione storica” mai realizzato da Marx e “si può affermare, senza esitazione, che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di quest’opera (…) deve essere riesaminata alla luce di essa” . Infatti, sempre più studiosi internazionali si occuparono di questo testo, che seguì ad essere pubblicato in tanti altri paesi ed a stimolare ovunque significative discussioni storiografiche.

Le traduzioni dei Grundrisse nel loro insieme cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. La diffusione dello scritto di Marx fu un processo lento ma inesorabile e, quando ultimato, rese possibile una più completa e, per alcuni aspetti, differente percezione dell’intera sua opera. I maggiori interpreti dei Grundrisse vi si cimentarono in lingua originale, ma la loro lettura estesa, quella compiuta dagli studiosi che non erano in grado di leggerli in tedesco, e, soprattutto, quella dei militanti politici e degli studenti, avvenne solo in seguito alle traduzioni nelle varie lingue.

Le prime di esse avvennero in oriente, dove i Grundrisse apparvero prima in Giappone (1958-65) e poi in Cina (1962-78). In Unione Sovietica uscirono in lingua russa soltanto nel 1968-69, quando dopo essere stati esclusi anche dalla seconda ed ampliata edizione della Sočinenija (1955-66), vi furono incorporati quali volumi aggiuntivi. L’estromissione dalla Sočinenija fu tanto più grave perché determinò, a sua volta, quella dalla Marx Engels Werke (MEW) (1956-68), che riprodusse la selezione sovietica. La MEW, ovvero l’edizione più utilizzata delle opere di Marx ed Engels, nonché la fonte delle loro traduzioni nella maggior parte delle lingue, fu dunque privata dei Grundrisse che vennero pubblicati come volume supplementare soltanto nel 1983.

Alla fine degli anni Sessanta, i Grundrisse cominciarono a circolare anche in Europa. La prima traduzione fu quella francese (1967-68), ma la sua qualità era scadente ed una versione fedele dello scritto uscì solo nel 1980. Quella italiana apparve tra il 1968 e il 1970 e, così come quella francese, circostanza molto singolare, essa fu realizzata per iniziativa di una casa editrice indipendente dal Partito Comunista.

In lingua spagnola, il testo fu pubblicato negli anni Settanta. Se si esclude la versione stampata a Cuba nel 1970-71, di scarso pregio perché tradotta da quella francese e la cui circolazione rimase circoscritta nell’ambito di quel paese, la prima vera traduzione fu compiuta in Argentina tra il 1971 e il 1976. A essa seguirono ancora altre tre, effettuate tra Spagna, Argentina e Messico, che fecero dello spagnolo la lingua con il maggior numero di versioni dei Grundrisse.

La traduzione in lingua inglese fu anticipata, nel 1971, dalla pubblicazione di una scelta di alcuni suoi brani. L’introduzione del curatore di questo volume, David McLellan, aumentò le aspettative nei confronti dello scritto: “i Grundrisse sono molto più di una grezza stesura de Il capitale” e, anzi, più di ogni altro suo testo, “contengono una sintesi dei vari lidi del pensiero di Marx. (…) In un certo senso, nessuna tra le opere di Marx è completa, ma tra loro la più completa sono i Grundrisse” . La traduzione integrale giunse nel 1973, ovvero soltanto venti anni dopo l’edizione stampata in Germania. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “oltre al loro grande valore biografico e storico, essi (…) sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx. (…) I Grundrisse mettono in discussione e alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”.

Gli anni Settanta furono il decennio decisivo anche per le traduzioni nell’Europa dell’est. Dopo l’edizione russa, infatti, non vi era più alcun ostacolo affinché il testo potesse circolare anche nei paesi ‘satelliti’ dell’Unione Sovietica e, così, esso comparve in Ungheria (1972), Cecoslovacchia (in ceco tra il 1971 e il 1977 e in slovacco tra il 1974 e il 1975), Romania (1972-74) e Jugoslavia (1979).

Nello stesso periodo, i Grundrisse giunsero anche in Danimarca, pubblicati contemporaneamente in due traduzioni tra loro contrastanti: una a cura della casa editrice legata al partito comunista (1974-78) e l’altra, invece, di una vicina alla nuova sinistra (1975-77).

Negli anni Ottanta, i Grundrisse furono tradotti anche in Iran (1985-87), ove rappresentarono la prima traduzione rigorosa di un’opera economica di Marx in persiano, e in altre lingue europee: l’edizione slovena è del 1985 e dell’anno successivo sono la polacca e quella finlandese, quest’ultima effettuata grazie al sostegno sovietico.

Col dissolversi dell’Unione Sovietica e la fine del cosiddetto ‘socialismo reale’, la stampa degli scritti di Marx subì una battuta d’arresto. Ciò nonostante, anche negli anni nei quali il silenzio intorno al loro autore fu interrotto soltanto da quanti ne andavano decretando con assoluta certezza l’oblio, i Grundrisse hanno continuato ad essere tradotti in altre lingue. Pubblicati in Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000) ed in uscita nel 2011, in Brasile, in lingua portoghese, essi sono stati l’opera di Marx che ha ricevuto il maggior numero di nuove traduzioni negli ultimi venti anni.

Complessivamente, i Grundrisse sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue e tradotti in 32 differenti versioni. Senza fare riferimento alle tante traduzioni parziali, essi sono stati stampati in oltre 500.000 copie : un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, per giunta in tutta fretta, gli studi di economia svolti fino al momento della loro stesura.

IV. Lettori ed interpreti
La storia della recezione dei Grundrisse, così come quella della loro diffusione, è stata caratterizzata da un avvio alquanto tardivo. Alle vicissitudini legate al ritrovamento del manoscritto, si aggiunse, e fu di certo determinante, la complessità del testo frammentario ed appena abbozzato, tanto problematico da rendere in altre lingue quanto difficile da interpretare. In proposito, Roman Rosdolsky, autorevole studioso dei Grundrisse, affermò che:

“quando, nel 1948, (…) ebbe la fortuna di esaminar[ne] uno degli allora rarissimi esemplari (…), intuì subito che si trattava di un’opera fondamentale per la comprensione della teoria marxiana, che però a causa della sua forma particolare e del suo linguaggio spesso difficile, poco si addiceva ad un’ampia cerchia di lettori”.

Queste motivazioni lo indussero a tentare di illustrarne meglio il testo e ad esaminarne criticamente il contenuto. Il risultato di tale impresa fu l’opera Genesi e struttura del ‘Capitale’ di Marx che, pubblicata nel 1968, fu la prima, ed anche la principale mai scritta, monografia dedicata ai Grundrisse. Tradotta in molti paesi, favorì la loro divulgazione e circolazione ed ebbe un notevole influsso su tutti i successivi interpreti.

Il 1968 fu un anno significativo per i Grundrisse. Oltre al libro di Rosdolsky, infatti, apparve sulla New Left Review il primo saggio in lingua inglese interamente dedicato ad essi: Il Marx sconosciuto, di Martin Nicolaus, che ebbe il merito di attirare l’attenzione sui Grundrisse anche nel mondo anglosassone e di segnalare la necessità di una loro traduzione. Intanto, in Germania ed in Italia, i Grundrisse conquistarono i protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un irresistibile fascino tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

D’altronde, i tempi erano mutati anche a est. Dopo una prima fase nella quale i Grundrisse erano stati quasi del tutto ignorati o guardati con diffidenza, il libro di Vitalij Vygodskij, Introduzione ai Grundrisse di Marx, pubblicato in Unione Sovietica nel 1965 e nella Repubblica Democratica Tedesca nel 1967, impresse una svolta di segno opposto. I Grundrisse furono definiti infatti un’opera “geniale”, che “ci guidano nel laboratorio creativo di Marx e ci danno l’occasione di seguire passo dopo passo il processo di elaborazione della sua teoria economica” .

In pochi anni, i Grundrisse diventarono un testo fondamentale per tanti influenti marxisti. Accanto agli autori già menzionati, vi si dedicarono con particolare attenzione: Walter Tuchscheerer nella Repubblica Democratica Tedesca, Alfred Schmidt nella Repubblica Federale Tedesca, gli studiosi della Scuola di Budapest in Ungheria, Lucien Sève in Francia, Kiyoaki Hirata in Giappone, Gajo Petrovic in Jugoslavia, Antonio Negri in Italia, Adam Schaff in Polonia, Allen Oakley in Australia e divennero, in generale, uno scritto col quale ogni serio studioso dell’opera di Marx doveva misurarsi.

Pur se con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo cui potere attribuire piena compiutezza concettuale e coloro che li giudicarono, invece, come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse – cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche – favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate ed oggi risibili. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante le parti utili per ricostruire il rapporto con Georg W. F. Hegel ed i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx.

Accanto alle contrastanti letture dei Grundrisse, risaltano anche le non letture, il cui caso più eclatante è rappresentato da Louis Althusser. Impegnato finanche nel tentativo di far parlare i presunti silenzi di Marx e di leggere Il capitale “in modo da rendere visibile ciò che ancora in esso poteva sussistere di invisibile” , egli si concesse però il lusso di trascurare la cospicua mole delle centinaia di pagine già scritte dei Gundrisse e realizzò la suddivisione del pensiero di Marx in opere giovanili e opere della maturità, poi così tanto dibattuta, senza aver mai conosciuto il contenuto e la portata dei manoscritti del 1857-58 .

Comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Accanto alla pubblicazione di due commentari, uno in giapponese del 1974 e l’altro in tedesco del 1978 , molti autori scrissero di questo testo. Diversi studiosi videro nei Grundrisse il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle enunciazioni quasi profetiche racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione e, anche in Giappone, i Grundrisse furono letti come un testo di grande attualità per comprendere la modernità. Negli anni Ottanta, inoltre, primi particolareggiati studi apparvero anche in Cina, ove i Grundrisse divennero oggetto di studio per meglio intendere la genesi de Il capitale, ed in Unione Sovietica, dove fu pubblicato un volume collettivo esclusivamente dedicato ad essi.

Nel corso degli ultimi anni, ed in particolare in seguito ad un’altra crisi finanziaria, quella esplosa nel 2008, la persistente capacità esplicativa e critica del modo di produzione capitalistico, contenuta nelle opere di Marx, ha originato un ritorno d’interesse nei suoi riguardi in quasi ogni parte del pianeta. Da questo punto di vista, i Grundrisse rientrano certamente tra i suoi testi più densi e stimolanti. In essi, infatti, l’importante ruolo storico riconosciuto al capitalismo, ovvero la funzione che esso svolge per lo sviluppo delle forze produttive, per la socializzazione della produzione e per la creazione di una società cosmopolita, è perspicacemente delineato assieme alla critica radicale delle sue caratteristiche intrinseche, che costituiscono ostacoli insormontabili per una più compiuta emancipazione umana. Inoltre, i Grundrisse hanno un valore straordinario perché racchiudono numerose osservazioni su tematiche che il loro autore non ebbe più modo di sviluppare in nessuna altra parte della sua opera incompiuta. Tra queste sono particolarmente rilevanti quelle relative alla descrizione dei rapporti produttivi e sociali della società comunista, che egli riteneva avrebbe seguito quella capitalistica.

Se la riscoperta di Marx continuerà ad avere un serio seguito tra quanti hanno cominciato o ripreso a leggerlo, e, anche dal versante politico, avanzerà l’esigenza di confrontarsi nuovamente con il suo pensiero, i Grundrisse, anche se frammentari e, per tanti versi, ancora molto carenti rispetto ad Il capitale, potrebbero riproporsi come uno degli scritti di Marx in grado di attirare l’attenzione maggiore di studiosi e militanti.

Categories
Reviews

Fausto Proietti, Il Pensiero Politico

Categories
Reviews

Eduardo Scotti, La Repubblica

Rileggere Marx e il pensiero marxista al tempo della crisi economica globale

Marcello Musto insegna Teoria politica alla York University di Toronto. È uno dei quei giovani cervelli napoletani in fuga e accolti come risorsa all’ estero.

Curatore o co-autore di volumi quali Sulle tracce di un fantasma. L’ opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Karl Marx’s Grundrisse: foundations of the Critique of political economy 150 years later, e Karl Marx. L’ alienazione, oltre a Introduzione alla critica dell’ economia politica, nonostante la giovane età è entrato nel nutrito esercito di intellettuali e accademici nordamericani che non solo non ha liquidato frettolosamente (come è avvenuto solo negli atenei italiani) il tracciato del pensiero marxista dopo la caduta del muro nel 1989, ma ne ha riletto i contenuti in chiave scientifica sottolineandone la grande contemporaneità. Una rilettura che Musto ripropone nel saggio di recente pubblicazione Ripensare Marx e i marxismi (Carocci) anche alla luce della crisi finanziaria ed economica che ha investito Usa e Europa dal 2008 partendo dall’ analisi dei testi sacri del marxismo, a iniziare da I Grundrisse sulla bancarotta del 1857. Quella tempesta economica fu dovuta alle banche di New York che aumentarono il volume dei prestiti nonostante la diminuzione dei depositi. Musto nota come l’ incremento delle attività speculative peggiorò le condizioni economiche generali e dopo la chiusura per bancarotta della filiale di New York della Ohio Life Insurance and Trust company, il panico prese il sopravvento causando fallimenti, riduzioni del credito, estinzione dei depositi e sospensione dei pagamenti in moneta. Condizioni che Marx ed Engels individuarono come ideali per la loro rivoluzione.

Categories
Journalism

Londra 1852, il governo tecnico visto dal giornalista Karl Marx

Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».

In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).

L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso «nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».

Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica. Marx si chiese, infatti: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.

La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.

Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.

Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni in Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine «governo tecnico» – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del «governo di tutti i talenti» – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo all’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che «forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.

In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.

Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, le necessarie risposte radicali per uscirne.

Categories
Reviews

Enrico Guarneri, Cassandra

Poche cose sono chiare, ai nostri giorni, quanto l’ urgenza di ricostruire una cultura di opposizione, vera e popolare.

Oggi come ieri essa implica una ideologia “di classe” che dia alla lotta coscienza e progetto. E questa comporta un enorme sforzo di divulgazione di quello che resta la grande storia teorica del socialismo e del comunismo attraverso lavori sistematici e persino manualistici (la critica filologica è necessaria ma è faccenda da specialisti).

Dal punto di vista politico, è un drammatico errore sottovalutare questi strumenti; la loro scomparsa è stata conseguenza non dell’innalzamento del livello degli studi marxisti, ma dell’abiura ideologica dalla “sinistra”, i cui risultati sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

La storia della diffusione del marxismo è profondamente legata alle vicende politiche, costellata da tripudianti certificati di morte. L’ultimo stava alla radice della ideologia della “fine delle ideologie”, che sembra ormai appartenere al passato. Sono poi le insanabili contraddizioni del moderno modo di produzione capitalistico che, ogni volta, come oggi accade, si incaricano di ripetere il miracolo della resurrezione, anche se l’ascensione, per ora, è stata un volo di icaro.

Molte le tappe delle tormentate vicende di questa storia: dal primo lavoro di Riazanov negli anni venti, alla MEGA2 tutt’ora in corso. Un progetto enorme (114 volumi in due tomi, di cui 58 editi sino ad ora) che si ripromette la pubblicazione di tutto quanto scritto da Marx ed Engels. Il materiale è suddiviso in quattro sezioni la cui pubblicazione procede parallelamente (I. generale; II. relativa al Capitale; III. epistolario; IV. forse la più innovativa, prevista in 32 volumi contenente tutti i materiali di studio e preparatori, in gran parte inediti).

Questa la vicenda che, in occasione della pubblicazione di quattro volumi della quarta parte, ci racconta criticamente un nuovo libro di Marcello Musto (Ripensare Marx e i marxismi – studi e saggi, Carocci, ottobre 2011, € 33). Nella premessa l‘A. enuncia due dei maggiori elementi di interesse del libro: il contatto diretto coi lavori per la MEGA2, e la convinzione che “la ricerca su Marx presenti ancora tanti sentieri inesplorati”. Il titolo (forse editoriale) può trarre in inganno, sembra volere alludere in qualche modo ad una sorta di “revisione” di Marx: niente è più lontano dalle intenzioni dell’A. : “il ritorno di interesse nei riguardi di Marx … si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del presente (…) strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare”; in particolare il Manifesto è “non solo [il] testo politico più letto della storia dell’umanità, ma anche (…) la più formidabile previsione delle tendenze del capitalismo” (p. 217). E l’A. precisa in nota che “il rinnovato interesse nei confronti di Marx si è poi moltiplicato in seguito allo scoppio della nuova crisi del capitalismo, esplosa nell’estate del 2007”.

Il volume contiene 11 “studi e saggi” pubblicati dopo il 2005, sulla attività di Marx sino al 1860. Il materiale si articola in due parti.

La prima parte (Per una nuova biografia intellettuale di Marx) contenente sei scritti che tracciano il profilo biografico e bibliografico di Marx nel periodo indicato. Tre dei saggi sono dedicati ai Grundrisse: si tratta di materiale in parte già pubblicato in un precedente volumetto (Introduzione alla critica dell’economia politica, ed. Quodlibet, 2010 [1]). L’aspetto più importante di essi è il contributo alla interpretazione del cosiddetto Quaderno M, introduzione generale a tutto il lavoro di Marx. La parte più ardua del testo marxiano riguarda la questione del metodo, ed il lavoro di chiarificazione di Musto è quanto mai opportuno (pp. 131 sgg); addirittura sibillino può apparire il paragrafo 4, contenente un folgorante catalogo di otto questioni da affrontare a proposito dei mezzi e rapporti di produzione. Musto giudica severamente queste pagine, senza peraltro entrare nel merito. Ed è un vero peccato data l’importanza che Marx vi attribuiva come risulta dall’annotazione apposta in testa all’elenco: “nota bene circa alcuni punti che sono da menzionare qui e non devono essere dimenticati”, nonché dal fatto significativo che nel manoscritto tutto il paragrafo è contrassegnato a margine da una doppia linea verticale a inchiostro. (2)

La seconda parte del volume di Musto (Sulla diffusione e sulla recezione dell’opera di Marx) prende posizione nei confronti di alcuni fra i maggiori problemi sorti nel corso della ricezione dell’opera, alcuni dei quali già comparsi nella prima parte.

Un tema centrale per comprendere Marx è quello del suo rapporto con la filosofia, e quindi con Hegel e la sua scuola. Si tratta di un lungo e fecondo processo che si concluderà con l’abbandono delle questioni ex professo filosofiche descritto da Musto in vari saggi. Le espressioni usate non lasciano adito a dubbi sull’idea che l’a. si è fatto della questione: “Il pensiero di Marx durante questo anno cruciale [il ’44] compì una decisiva evoluzione […] il suo impianto concettuale cambiò radicalmente […] Egli era ormai certo che la trasformazione del mondo fosse questione di prassi «che la filosofia non poteva adempiere [perchè la intendeva ] come un compito teoretico»” (p.59 e 60).

La questione centrale è quella dell’alienazione, di lontanissima origine teologica, ma da Marx immediatamente recepita da Hegel. Sul tema Musto scrive una paginetta decisiva: Marx, afferma, “non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica, a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima anche il presupposto per potere comprendere e superare le prime”, ed immediatamente dopo elenca “i tipi di alienazione che indicavano come nella società borghese il lavoratore fosse alienato” (pp. 310 e 311). È la anticipazione della XI Tesi a Feuerbach: “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo”. Insomma la distanza da Hegel è già decisiva: “Per Marx, diversamente da Hegel, l’alienazione non coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, ma con una precisa realtà economica e con uno specifico fenomeno: il lavoro salariato […] La diversità politica tra le due interpretazioni è enorme” (p. 311). Una evoluzione che porta Marx fuori dalla filosofia, testimoniata nei Manoscritti del ’44, ed in particolare in Per la critica della filosofia hegeliana del diritto, da una serie di inequivocabili considerazioni contro-filosofiche.

Quel che c’è di buono nella interpretazione filosofica di Marx (peraltro insopportabile) sta unicamente nella impossibilità, sottolineata da Musto, di considerare il marxismo come una dottrina essenzialmente economica (240), in questo senso parlare di Marx “economista” è tanto sbagliato quanto parlare di Marx filosofo, sociologo etc. Vero è, invece, che la sua intuizione del lavoro alienato è “la chiave di tutta l’opera successiva dell’economista e del sociologo” (246) con la sua traduzione e trasposizione nel cuore stesso del Capitale (pp. 307 ssg).

Tutto questo consente di risolvere la questione centrale in tutte le biografie critiche di Marx : la periodizzazione che comporta alcuni problemi di lana caprina: uno o due “Marx”, continuità o discontinuità, “rottura epistemologica” etc etc. Musto non ha dubbi: come in ogni grande pensatore esiste una evoluzione interna, ma “ a differenza da quanto affermato da Althusser, Marx non ha mai […] lasciato intendere la presenza di una ‘cesura’ all’interno della sua opera” (152).

La interessante conclusione a cui sembra arrivare Musto è dunque per la sostanziale continuità di orientamento del pensiero di Marx, ma in una ininterrotta evoluzione che lo mantiene “aperto”, carattere specifico che Musto indica utilizzando il termine di “in-compiutezza” (p. 190). Si tratta, dunque di un pensiero organicamente “problematico e polimorfo”. Mi permetto di sottolineare che questo non significa trovare nel pensiero di Marx ambiguità o contraddizioni di fondo, ma semmai pensieri dialettici di cui non esplicitata e spegata la enorme complessità, un difetto, dal punto di vista del povero lettore di cui il Quaderno M oggetto di alcuni saggi del libro studio è un esempio particolarmente forte.

Ed è questo, sottolinea Musto, “l’orizzonte lungo il quale la ricerca su Marx ha ancora tanti sentieri da percorrere” (216).

Musto sottolinea il particolare interesse della quarta sezione della Mega2. Qui ci si trova al cospetto di una amplissima vastità di interessi, relativi alle conquiste della scienza che si verificavano nell’ultimo quarto del XIX secolo: chimica, fisica, fisiologia, geologia (p. 214), e naturalmente matematica (p. 180). Da questi testi emerge “il grande interesse di Marx per le scienze naturali, quasi del tutto sconosciuto” si tratta dunque di “uno dei campi meno esplorati della ricerca di Marx [che] pongono interrogativi irrisolti circa il motivo di questo interesse”. (214). Va rilevato che non si tratta di banale ‘curiosità’, ma delle dimensioni specifiche della dialettica materialistica che costituisce il fondamento metodologico e scientista del pensiero di Marx: Musto riporta (p.180) il giudizio di Marx a proposito dell’opera di Darwin (Sull’origine della specie): scrivendo ad Engels dice che si tratta del : “libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere”; si comprende così anche la sintonia tra il Marx, formidabile dialettico dell’economia, e l’Engels autore della (tanto ingiustamente vituperata) Dialettica della natura e dell’Origine della famiglia [2].

[1] Cfr. Cassandra on line, n° 3, giugno 2011; sul punto in questione cfr. Cassandra, ottobre 2011.

[2] Mi permetto di avanzare l’ipotesi che se e quando si diffonderà il riconoscimento della natura scientista del materialismo marxiano, si rileggerà con meno superficialità Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin. Nonché i suoi Quaderni filosofici. In realtà Lenin, di Marx e di Engels, aveva capito più di tanti iperciliosi filologi.

Categories
Reviews

Gianfranco Ragona, La società degli Individui

L’Introduzione alla critica dell’economia politica, oggi ripubblicata in Italia in base a solidi criteri scientifici (Karl Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica.

Commento storico critico di Marcello Musto, Macerata, Quodlibet, 2010), apparve per la prima volta postuma nel 1903, dopo essere stata abbandonata per quasi mezzo secolo alla «rodente critica dei topi», seguendo in ciò il destino di altre opere marxiane: L’Ideologia tedesca, per limitarsi a un solo celebre esempio.

Lo scritto era stato redatto alla fine dell’agosto 1857 e avrebbe dovuto accompagnare lo studio principale, Per la critica dell’economia politica, effettivamente stampato nel 1859. Qui, nella Prefazione elaborata ad hoc, poteva leggersi: «Sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere a salire dal particolare al generale» (Prefazione a Per la critica dell’economia politica [1859], Torino, Einaudi, 1975, p. 955). Si trattava di una giustificazione forse convincente agli occhi dei contemporanei, ma che i posteri non avrebbero accettato acriticamente, dedicando a queste poche pagine di natura epistemologica una gran messe di studi e commenti.

Il contesto storico nel quale s’inserisce l’Introduzione è opportunamente ricostruito dal curatore di questa edizione, autore nello stesso 2010 anche di una breve antologia di scritti marxiani intitolata L’alienazione (Roma, Donzelli). Egli pone al centro dell’attenzione la crisi finanziaria internazionale che promanò dagli Stati Uniti nei primi mesi del ’57 e sottolinea che, proprio osservando con attenzione i possibili effetti dell’evento sul piano politico e sociale, Marx si decise a riprendere gli studi economici provvisoriamente accantonati, lavorando intensamente lungo l’intero anno, uno tra i più prolifici della sua esistenza (p. 72).

Il testo dell’Introduzione (pp. 9-49) propone profonde riflessioni sul metodo che avrebbe accompagnato Marx nella sua opera incompiuta di critica dell’economia politica, ma vi si leggono anche acute dichiarazioni in tema di teoria della storia. L’Autore denuncia con decisione l’anacronismo degli economisti classici, tra essi Smith e lo stesso Ricardo, inclini a riconoscere le caratteristiche specifiche della loro epoca come eterne, sia guardando indietro sia in prospettiva futura. Considera quindi il concetto di “produzione in generale”, notando come in effetti esso sia un’astrazione accettabile, ma solo a patto di riconoscere la specificità del contesto in cui si presenta e che essa stessa modifica, trasformandosi a sua volta. Così, se il processo produttivo può considerarsi “in generale” sempre lavoro dell’uomo che modifica la natura, riferirsi al capitale – chiosa il curatore – «come se fosse sempre esistito, al modo degli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale “determinazione formale”» (p. 83). La produzione è vista da Marx in quanto «totalità», e in un paragrafo specifico del Commento storico critico (pp. 89-99) viene discusso il significato dell’espressione, rilevando l’importanza dei diversi momenti della distribuzione, dello scambio e del consumo contro ogni interpretazione che accentui unicamente la produzione in senso stretto, centrale ed «egemonica» sì, ma che non può essere osservata in maniera unilaterale e senza articolazione (pp. 96-98).

Su queste basi, dove economia e storia s’intrecciano continuamente, con l’esigenza di rapportare ogni astrazione concettuale alla storia reale, Marx afferma che «le categorie più astratte, sebbene siano valide […] per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni» (pp. 40-41). Ed è precisamente in questo approccio teso a dimostrare la specificità del modo di produzione capitalistico che s’individua un punto decisivo dell’Introduzione: «Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere» (pp. 87-88). Si tratta, da parte di Marx, di una netta opzione teorica che si ripercuote evidentemente sul piano politico, perché dimostra il carattere transeunte della società fondata sul capitale e il lavoro salariato, senza bisogno di scomodare alcuna filosofia della storia dai tratti deterministici che veda nel presente una semplice premessa di un futuro predeterminato. Le possibilità obiettive del socialismo marxiano sono del resto contenute nel capitalismo stesso, ma come esito di una lotta tra le classi giocata sul terreno dell’azione concreta e organizzata di uomini in carne e ossa: non a caso Marx, accanto alle possibilità di una trasformazione sociale radicale, aveva precocemente paventato – e in un testo come il Manifesto comunista – la possibile rovina delle classi in lotta, ovvero il tramonto della civiltà.

Un Marx politico, dunque: la riflessione sul metodo, del resto, era immediatamente politica dal momento che individuava «nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta […] mirante a trasformarlo» (pp. 113-114).

L’opera di Marx è risultata a posteriori, e a maggior ragione dopo la ripresa dell’edizione storico-critica (Mega2), un cantiere aperto, nel quale spiccano le tracce di sentieri inaugurati e presto accantonati, incertezze e fughe in avanti, non certo il sistema chiuso e concluso in se stesso che parte del marxismo novecentesco, pressato da urgenze politiche storicamente determinate, ha spesso preteso di avere a disposizione. In questo senso, Musto può serenamente affermare in diversi punti della sua lunga e convincente esegesi che l’ampia critica dell’economia politica pianificata da Marx sin dalla metà degli anni Quaranta è rimasta fondamentalmente incompiuta. Certamente a cagione del fatto che Marx era ampiamente sensibile e ricettivo di fronte agli stimoli sempre nuovi della realtà, disponibile ad aggiornarsi e a correggersi continuamente, giacché il materiale che scovava non andava inserito in un impianto sistematico già pronto e semplicemente da riempire, ma contribuiva all’elaborazione e alla rivisitazione continua della teoria stessa. Ma per l’autore del Capitale si trattava anche di un problema più profondo e, di nuovo, latamente politico, ossia della solidità di una teoria critica destinata in primo luogo alla «classe più numerosa e più povera» (Saint-Simon) quale strumento per la sua emancipazione: compito improbo si dirà oggi, e forse velleitario, ma che parla tanto delle motivazioni marxiane quanto della maturità di quella classe operaia europea sulla cui crescita intellettuale e politica egli basava le sue speranze nel futuro del socialismo.

Categories
Reviews

Donatello Santarone, Il Manifesto

La prima introduzione al laboratorio marxiano

Nell’ultima settimana dell’agosto 1857, in concomitanza con lo scoppio della prima crisi finanziaria mondiale nella storia del capitalismo, Marx scrisse un testo che intitolò Introduzione e che avrebbe dovuto precedere un lavoro che apparve nel 1859 con il titolo di Per la critica dell’economia politica.

Successivamente Marx decise di sopprimere tale introduzione perché, secondo le sue parole, “dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi”. L’Introduzione venne quindi pubblicata per la prima volta nel 1903 da Karl Kautsky e apparve in traduzione italiana, a cura di Giorgio Backhaus, nel volume Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica. Grundrisse (Einaudi 1976). Oggi essa viene riproposta dall’editore Quodlibet con un ricco commento storico critico di Marcello Musto, giovane studioso di Marx e docente presso la York University di Toronto in Canada.

L’Introduzione alla critica dell’economia politica riveste un interesse rilevante perché in essa Marx: 1) ribadisce la storicità del capitalismo; 2) connette produzione, distribuzione, scambio e consumo sottolineando la preminenza del fattore produttivo sugli altri tre; 3) assegna un valore importante al processo di astrazione nella comprensione del reale; 4) mette in luce il rapporto ineguale tra forme della coscienza e strutture economiche.

Sul primo punto, la storicità del capitalismo, Marx non risparmia il sarcasmo contro l’individuo naturale e le “robinsonate del XVIII secolo” di tanti economisti e filosofi del passato e del presente i quali, dimenticando la diversità tra produzione in generale e differenti determinazioni storiche, sostengono di fatto l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti negando, di conseguenza, la possibilità di un superamento di tali rapporti. Si tratta per essi, attraverso l’idealizzazione di Robinson Crusoe quale rappresentante del solitario uomo borghese, di generalizzare tale condizione per ogni epoca storica, anche quelle precedenti la nascita della società borghese, concependo di conseguenza il capitale come cosa e non come rapporto. Da qui egli passa, nel secondo paragrafo, a prendere in esame il rapporto tra quattro dimensioni fondamentali dell’economia politica: produzione, distribuzione, scambio e consumo. Affermando, ad esempio, che esiste una identità tra produzione e consumo: “la produzione non produce…soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto”, ossia il consumatore. Per Marx, quindi, la produzione va considerata come una totalità all’interno della quale la produzione stessa rappresenta l’elemento prioritario. Anche se, precisa l’autore, gli altri tre fattori – la dimensione del consumo, le trasformazioni della distribuzione e la grandezza della dimensione dello scambio, cioè del mercato – concorrono a definire la produzione e ad influire su di essa. Le acquisizioni teoriche di Marx avevano anche implicazioni politiche. In polemica con i socialisti che proponevano modifiche nella circolazione del denaro creando un razionale sistema monetario o auspicavano di trasformare gli operai in capitalisti, Marx, sostiene Musto, ricorda che “la questione centrale rimaneva il superamento del lavoro salariato ed essa riguardava innanzitutto la produzione”.

Ma il tema forse più stimolante è presente nel terzo paragrafo dell’Introduzione in cui Marx affronta una fondamentale questione metodologica, forse mai in seguito tematizzata così chiaramente come in questa sede: il rapporto, cioè, tra pensiero e realtà, tra astratto e concreto. In un serrato confronto con Smith, Ricardo ed Hegel, il filosofo di Treviri arriva alla conclusione che “il metodo scientificamente corretto” per comprendere il reale è quello secondo il quale “le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”. Non è possibile dar conto in questa sede di tutti i passaggi logici presenti nel testo. Possiamo affermare, in estrema sintesi, che Marx sostiene la necessità di salire dall’astratto al concreto per appropriarsi del concreto ma senza concepire il reale come risultato del pensiero. Le categorie economiche, infatti, sono “relazioni astratte di una totalità vivente e concreta già data”. Come efficacemente commenta Marcello Musto a proposito del rapporto tra concreto e pensiero, “respinta la simmetria tra ordine logico e ordine storico-reale, il momento storico si presentava come tornante decisivo per comprendere la realtà, mentre quello logico consentiva di concepire la storia non come piatta cronologia di diversi accadimenti”.

A questo punto Marx si chiede in che modo ricostruire lo sviluppo storico delle diverse forme societarie, in che maniera ricostruire il passato. È a quest’altezza che egli formula la famosa frase secondo la quale: “L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia. Ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è già conosciuta. L’economia borghese fornisce quindi la chiave di quella antica ecc. In nessun caso però procedendo al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le forme della società vedono la società borghese”. Musto rileva qui che tale nota non va però letta “in termini evoluzionistici” e richiama le riflessioni di Stuart Hall secondo il quale la teoria elaborata da Marx rappresenta una rottura con lo storicismo, pur non essendo una rottura con lo storico.

Nell’ultimo e frammentario paragrafo dell’introduzione merita di essere ricordata la parte relativa al “rapporto ineguale dello sviluppo della produzione materiale con … quella artistica”. Qui Marx sostiene, anche sulla scorta degli studi di Sismondi il quale aveva messo in rilievo la correlazione tra i momenti alti delle letterature europee e i periodi di decadenza sociale dei paesi che quei momenti avevano espresso, che le condizioni materiali degli uomini determinano sì le loro attività simboliche e cognitive, ma che tra i due momenti, produzione intellettuale e produzione economica, non vi è alcuna corrispondenza meccanica. Si tratta di un’acquisizione di grande importanza che sgombra il campo da tante interpretazioni riduttive del pensiero di Marx sul tema del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Rapporto che è stato di recente ripreso e acutamente indagato da Nicolao Merker in un saggio complessivo sul filosofo di Treviri (Karl Marx. Vita e opere, Laterza 2010). In esso Merker ricorda che nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859) Marx usa le metafore architettoniche di “struttura” e “sovrastruttura” senza tuttavia attribuire un significato secondario a quel che sta “sopra”(la costruzione) rispetto a ciò che sta “sotto” (le fondamenta). Inoltre per Marx la parola struttura comprende forze produttive, modi di produzione e rapporti sociali corrispondenti. Quindi produrre non è un’attività meccanica e inerte. Essa è un’attività ricca di conoscenze, competenze e abilità. Un fare accompagnato da un saper fare. Per questo, conclude Merker, “già nella produzione, essendo essa umana, sono simultaneamente presenti la ‘struttura’ e la ‘sovrastruttura’, complementari e non contrapposte”.

Categories
Book chapter

La ripresa della pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe

I. L’incompiutezza di Marx e la sistematizzazione dei marxismi
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia.

Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati il New-York Tribune, all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente e all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» [1].

Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe. Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza. Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera fu portato a termine soltanto per un’esigua parte, anche se le sue incessanti fatiche intellettuali si mostrarono comunque geniali e feconde di straordinarie conseguenze teoriche e politiche [2].

Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il lascito dell’amico. Il suo lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.

Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle Tesi su Feurbach, edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della Critica al programma di Gotha, uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta» [3]. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti.

D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’ Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» [4], divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente. Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.

Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere a esse il neonato marxismo assunse rapidamente medesima conformazione. Un fattore decisivo che contribuì a consolidare questa trasformazione dell’opera di Marx è rintracciabile nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione.

Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti. La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento teorico e volgarizzazione del patrimonio originario [5].

Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il marxismo del periodo della Seconda internazionale (1889-1914). Molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità» [6]. L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» [7].

A siffatta concezione si oppose Antonio Gramsci, per il quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici» [8]. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» [9], fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.

Con l’affermazione del marxismo-leninismo, il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il Diamat [Dialekticeskij materializm], «la concezione del mondo del partito marxista-leninista» [10].

Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. L’ortodossia marxista-leninista impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione sovietica il marxismo visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso. Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie marxiste su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.

In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo teoricamente, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso, a Marx non poté capitare di peggio.

Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici. Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette […] per l’osteria dell’avvenire» [11], fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi» [12], venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione.

Propugnatore dell’idea che la condizione fondamentale per la maturazione delle capacità umane fosse la riduzione della giornata lavorativa, fu assimilato al credo produttivistico dello stakhanovismo. Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» [13] , è stato accomunato a una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione. L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero.

II. Vicissitudini della pubblicazione delle opere di Marx ed Engels
«Gli scritti di Marx ed Engels […] furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti […] degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» si era propagato «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi, di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» [14] . In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una mito agiografico. Al contrario, molti dei loro testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels», indicava un’ineludibile necessità. Per Labriola, non bisognava né compilare antologie, né redigere un «testamentum juxta canonem receptum», bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori […] perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» [15] . Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.

Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che il Partito socialdemocratico tedesco, detentore del lascito letterario e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla socialdemocrazia non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica [16] . Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza. Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori. Né, tanto meno, vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo molto utile come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti.

La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche questa impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale, che troppo spesso ostacolarono, anziché favorire, l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione, vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava a un autore la cui opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del marxismo e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi, la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx. I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA – [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico] nel 1927, i [Manoscritti economico-filosofici del 1844] e [L’ideologia tedesca] nel 1932 – e, come già avvenuto con il secondo e il terzo libro de Il capitale, in edizioni nei quali essi apparivano come opere compiute, scelta mostratasi poi foriera di molti malintesi interpretativi. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori deIl capitale: nel 1933 il [Capitolo VI inedito] e tra il 1939 e il 1941 i [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica], meglio noti come [Grundrisse] [17]. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in una seria ridiscussione complessiva dell’opera marxiana.

Sempre in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu completata la prima edizione in russo: la Socinenija [Opere complete]. Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti, ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Socinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi). Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) delle Marx Engels Werke (MEW). Tale edizione, però, tutt’altro che completa [18] , era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del marxismo-leninismo.

Il progetto di una “seconda” MEGA, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito agli avvenimenti del 1989. Nel 1990, con lo scopo di continuare questa edizione, l’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam e la Karl-Marx-Haus di Treviri costituirono la Internationale Marx-Engels-Stiftung. Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella corso della quale sono stati approntati nuovi principi editoriali e la casa editrice Akademie Verlag è subentrata alla Dietz Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA².

III. Recenti acquisizioni filologiche della MEGA²
Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. Il valore del pensiero viene riproposto da più parti e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti sono rispolverati sempre più frequentemente. Uno degli esempi più significativi di questa riscoperta è costituito proprio dal proseguimento della MEGA². Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi delle più svariate competenze disciplinari e che operano in numerosi paesi, si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 55 (15 dalla ripresa del 1998) [19] , ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato critico, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive [20] . Questa impresa riveste grande importanza, se si considera che una parte dei manoscritti di Marx, delle lettere a lui indirizzate e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è stata pubblicata dopo il 1998 o è tuttora inedita.

Le acquisizioni editoriali della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo in ognuna delle quattro sezioni. Nella prima, Werke, Artikel und Entwürfe [Opere, articoli, bozze], le ricerche sono riprese con la pubblicazione di due nuovi volumi e uno di questi – Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855 [21] – comprende circa duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il New-York Tribune e la Neue Oder-Zeitung di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere altri ventuno testi, a loro precedentemente non attribuiti perché pubblicati in anonimato sul quotidiano americano. Il secondo, Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891 [22] , invece, presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli.

Di notevole interesse, inoltre, il primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch [Annali Marx Engels], la nuova serie edita dall’IMES, interamente dedicato a [L’ideologia tedesca] [23]. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², include le pagine che corrispondono ai manoscritti I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» [24] sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. [L’ideologia tedesca], considerata finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà [25].

Le ricerche della seconda sezione della MEGA², “Das Kapital” und Vorarbeiten [Il capitale e i suoi lavori preparatori], si sono soffermate, negli ultimi anni, sul secondo e terzo libro de Il capitale. Il volume Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 [26], comprende il testo del secondo libro, scritto da Engels sulla base di sette manoscritti di diversa entità, redatti da Marx tra il 1865 e il 1881. Engels, infatti, in presenza di diverse stesure del secondo libro, non aveva ricevuto da Marx alcuna indicazione, alla quale riferirsi, per selezionare la versione da pubblicare e dovette così operare delle difficili scelte editoriali. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels su questi manoscritti ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta.

L’uscita del terzo libro de Il capitale, Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band [27], l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia [28].

Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [29] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa.

Ciò traspare, con evidenza, dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“ [30]. Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875. A ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta. Il completamento della seconda sezione, ormai prossimo, consentirà finalmente la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e sui limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.

La terza sezione della MEGA², Briefwechsel [Carteggio], comprende il carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi, gran parte delle quali inedite prima della MEGA². Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. Ben quattro sono i nuovi volumi editi, che permettono ora di rileggere importanti fasi della biografia intellettuale di Marx, anche attraverso le missive di coloro con i quali fu in contatto.

Le lettere raccolte in Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859 [31] hanno come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario, dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa» [32]. Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del diluvio» [33], tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi [Grundrisse] e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica [34].

I volumi Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel September 1859 bis Mai 1860 [35] e Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861 [36] contengono la corrispondenza relativa alle tortuose vicende della pubblicazione de Il signor Vogt e all’acceso scontro che vi fu tra questi e Marx. Nel 1859, infatti, Carl Vogt lo accusò di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Così, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a difendersi. Il risultato fu un opuscolo polemico di ben duecento pagine: Il signor Vogt. La confutazione delle accuse ricevute tenne impegnato Marx per un anno intero e lo costrinse a tralasciare del tutto i suoi studi economici.

Tema principale di Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865 [37] è l’attività politica di Marx in seno alla Associazione internazionale dei lavoratori, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, e il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico.

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella quarta sezione, Exzerpte, Notizen, Marginalien [Estratti, notizie, marginalia], relativa a quei numerosi compendi e appunti di studio di Marx, che costituiscono una significativa testimonianza del suo lavoro ciclopico. Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il lascito letterario di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue books, in particolare i Reports of the inspectors of factories, le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la quarta sezione della MEGA², concepita in trentadue volumi, ne permette, per la prima volta, l’accesso.

I volumi dati alle stampe di recente sono quattro. Il libro Karl Marx, Exzerpte und Notizen Sommer 1844 bis Anfang 1847 [38] comprende otto quaderni di estratti, redatti da Marx tra l’estate del 1844 e il dicembre 1845. I primi due risalgono al periodo parigino e sono di poco successivi ai [Manoscritti economico-filosofici del 1844], gli altri sei furono scritti l’anno seguente a Bruxelles, dove egli riparò dopo essere stato espulso da Parigi, e in Inghilterra, dove soggiornò in luglio e agosto. In questi quaderni sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni di teoria economica. L’insieme di queste note, con la ricostruzione storica della loro maturazione, mostra l’itinerario e la complessità del suo pensiero critico, durante questo intensissimo periodo di lavoro [39].

Il libro Karl Marx-Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855 [40] contiene nove voluminosi quaderni di estratti, redatti da Marx essenzialmente durante il 1854. Essi furono scritti nello stesso periodo in cui egli pubblicò importanti gruppi di articoli sul New-York Tribune: quelli su Lord Palmerston tra l’ottobre e il dicembre del 1853 e le riflessioni su La Spagna rivoluzionaria tra il luglio e il dicembre del 1854. Quattro di questi quaderni raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia tratte, principalmente, dai testi degli storici Famin e Francis, del giurista e diplomatico tedesco von Martens, del politico tory Urquhart, così come dalle Correspondence relative to the affairs of the Levant e dai Hansard’s parliamentary debates. Gli altri cinque sono, invece, esclusivamente dedicati alla Spagna. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui attinse Marx e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzasse queste letture per la stesura dei suoi articoli.

Il grande interesse di Marx per le scienze naturali, quasi del tutto sconosciuto, traspare dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883 [41]. In esso sono pubblicati gli appunti di chimica organica e inorganica, del periodo 1877-83, che consentono di scoprire un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché queste ricerche contribuiscono a sfatare la falsa leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che, durante l’ultimo decennio di vita, rinunciò a proseguire i propri studi e avesse del tutto appagato la sua curiosità intellettuale.

Se i manoscritti di Marx hanno conosciuto, prima di vedere la luce, le più diverse vicissitudini, sorte ancora peggiore è toccata ai libri appartenuti a lui ed Engels. Dopo la morte di quest’ultimo, le due biblioteche, contenenti i volumi da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, furono ignorate, in parte disperse e, solo in seguito, faticosamente ricostruite e catalogate. Il testo Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels [42] è, infatti, il frutto di settantacinque anni di ricerche. Esso consiste in un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascun volume su cui risultano essere state fatte delle annotazioni. Si tratta di una pubblicazione anticipata, che verrà integrata, quando la MEGA² sarà completata, dall’indice dei libri oggi mancanti (il numero totale di quelli ritrovati è di 2100 in 3200 tomi), con le indicazioni dei marginalia, compresi in 40.000 pagine da 830 testi, e la pubblicazione dei commenti alle letture annotati ai margini dei volumi. Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per decenni al British Museum di Londra –, così come dei suoi commenti in proposito, costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a smentire la fallace interpretazione agiografica marxista-leninista, che ne ha spesso rappresentato il pensiero come il frutto di un’improvvisa fulminazione e non come, quale fu in realtà, un’elaborazione piena di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.

Resta infine da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello rappresentato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Il tortuoso processo della diffusione degli scritti e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato di molti epigoni e, soprattutto, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali di un grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto, vittima di numerose incomprensioni [43]. Al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava ad indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce, oggi, quello di un autore che ha lasciato incompleti gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, ad ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi.

Dalla riscoperta della sua opera, riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e l’orizzonte lungo il quale la ricerca su Marx ha ancora tanti sentieri da percorrere.

References
1. Karl Kautsky, Mein Erster Aufenthalt in London, in Benedikt Kautsky (a cura di), Friedrich Engels’ Briefwechsel mit Karl Kautsky, Danubia Verlag, Wien 1955, p. 32.
2. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, p. 109.
3. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro secondo, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 9.
4. Friedrich Engels, Anti-Dühring, in Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 6.
5. Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
6. Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 16.
7. Ivi , p. 252.
8. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (a cura di Valentino Gerratana), Einaudi, Torino 1975, p. 1403.
9. Ivi , p. 1428.
10. Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 919.
11. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione de Il capitale. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 42.
12. Karl Marx, Statuti provvisori dell’Associazione internazionale degli operai, in Opere, vol. XX, Editori Riuniti, Roma 1987, p. 14.
13. Karl Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 17.
14. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia. Scritti filosofici e politici (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, pp. 667-9.
15. Antonio Labriola, op. cit., p. 672.
16. Cfr. Maximilien Rubel, Bibliographie des œuvres de Karl Marx, Rivière, Paris, 1956, p. 27.
17. In proposito cfr. Marcello Musto, Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo. Un contributo alla storia dei marxismi, in Il pensiero politico, n. 2 (2008), pp. 228-236 e Marcello Musto (a cura di), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later, Routledge, London/New York, 2008.
18. Le pubblicazioni non compresero, ad esempio, né i [Manoscritti economico-filosofici del 1844] né i [Grundrisse], testi che furono aggiunti solo in seguito. Ciò nonostante, la MEW costituì la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue, tra cui anche le Opere italiane, apparse in 32 volumi tra il 1972 e il 1990.
19. Per una rassegna più completa di questi volumi si rimanda a Marcello Musto, La riscoperta di Karl Marx, in Il pensiero Politico, anno 2008, n. 1, pp. 44-66. Inoltre non sono qui recensiti gli ultimi due volumi dati alle stampe: Karl Marx, Manuskripte zum zweiten Buch des “Kapitals” 1868 bis 1881, MEGA² II/11, a cura di Teinosuke Otani, Ljudmila Vasina, Carl-Erich Vollgraf, Akademie, Berlin 2008; e Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band MEGA² I/14, a cura di Izumi Omura, Keizo Hayasaka, Rolf Hecker, Akira Miyakawa, Kenji Mori, Sadao Ohno, Regina Roth, Shinya Shibata e Ryojiro Yatuyanagi, Akademie, Berlin 2008. L’interesse di quest’ultimo tomo è comunque molto ridotto, poichè consiste nella semplice ristampa dell’edizione del 1885 del secondo libro de Il capitale.
20. Cfr. Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 31-96.
21. MEGA² I/14, a cura di Hans-Jürgen Bochinski e Martin Hundt, Akademie Verlag, Berlin 2001.
22. MEGA² I/31, a cura di Renate Merkel-Melis, Akademie Verlag, Berlin 2002.
23. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer,Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in Marx-Engels-Jahrbuch vol. 2003.
24. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 6.
25. In proposito cfr. Marcello Musto, Vicissitudini e nuovi studi de ‘L’ideologia tedesca’, in «Critica Marxista», 2004 n. 6, pp. 45-49.
26. MEGA² II/12, a cura di Izumi Omura, Keizo Hayasaka, Rolf Hecker, Akira Miyakawa, Sadao Ohno, Shinya Shibata e Ryojiro Yatuyanagi, Akademie, Berlin 2005.
27. MEGA² II/15, a cura di Regina Roth, Eike Kopf e Carl-Erich Vollgraf, Akademie, Berlin 2004.
28. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Dritter Band, MEGA² II/15, op. Cit. , p. 6.
29. Ivi , p. 7.
30. MEGA² II/14, a cura di Carl-Erich Vollgraf e Regina Roth, Akademie, Berlin 2003.
31. MEGA² III/9, a cura di Vera Morozova, Marina Uzar, Elena Vashchenko e Jürgen Rojahn, Akademie, Berlin 2003.
32. Ivi , Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, Ivi, p. 75.
33. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, MEGA² III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 210.
34. Durante la stesura dei Grundrisse Marx redasse anche tre quaderni di estratti, denominati [I quaderni della crisi], relativi alla crisi finanziaria del 1857. In questi taccuini egli raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Questi quaderni – ancora inediti – forniscono nuova luce sulla genesi dei Grundrisse. L’immagine convenzionale di un Marx che studia la Logica di Hegel per trovarne ispirazione durante la stesura dei suoi manoscritti del 1857-58 appare profondamente mutata. A quel tempo, infatti, egli era molto più preoccupato degli eventi empirici legati a quella grande crisi che aveva per lungo tempo auspicato e previsto.
35. MEGA² III/10, a cura di Galina Golovina, Tat’jana Gioeva, Jurij Vasin e Rolf Dlubek, Akademie, Berlin 2000.
36. MEGA² III/11, a cura di Rolf Dlubek und Vera Morozova, Akademie, Berlin 2005.
37. MEGA² III/13, a cura di Svetlana Gavril’chenko, Inna Osobova, Ol’ga Koroleva e Rolf Dlubek, Akademie, Berlin 2002.
38. MEGA² IV/3, a cura di Georgij Bagaturija, Lev Churbanov, Ol’ga Koroleva e Ljudmila Vasina, Akademie, Berlin 1998.
39. Cfr. Marcello Musto, Marx a Parigi: la critica del 1844, in Marcello Musto (a cura di), op. cit., pp. 161-178.
40. MEGA² IV/12, a cura di Manfred Neuhaus e Claudia Reichel, Akademie, Berlin 2007.
41. MEGA² IV/31, a cura di Anneliese Griese, Friederun Fessen, Peter Jäckel und Gerd Pawelzig, Akademie, Berlin 1999.
42. MEGA² IV/32, a cura di Hans-Peter Harstick, Richard Sperl und Hanno Strauß, Akademie, Berlin 1999.
43. Accanto al misconoscimento marxista, che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello anti-marxista di parte liberale e conservatrice, altrettanto profondo perché carico di prevenuta ostilità.

Categories
Reviews

Enrico Guarneri, Cassandra

I Lineamenti fondamentali dell’economia politica (“Grundrisse”) costituiscono l’agone privilegiato della marxologia, ma anche di una certa tendenza degli approcci iniziali al pensiero di Marx.

Si tratta del materiale preparatorio del Capitale, “frutto di quindici anni di studio”, di cui nel’59 Marx redige una accurata “Relazione”, Si tratta di un testo di non facile comprensione, per il quale vale il suggerimento di Jenny Marx di lasciare agli specialisti le cose più tecniche e difficili.

Il volumetto contiene il testo del Quaderno M steso nell’agosto del ’57 che apre i Grundrisse edil commento di Musto. Questo consta di due parti: una esauriente introduzione (§§ 1-4 pp. 53-70), che inquadra lo scritto nel momento storico e nella biografia intellettuale e politica dell’autore; ed il commento vero e proprio (§§ 5-9, pp.71-122) che contribuisce al chiarimento delle molte e conclamate difficoltà di interpretazione del testo.Segue una nota bio-bibliografica, ed un indice dei nomi.

Musto sottolinea nel §5 che il periodo fra ‘estate ’57 e la primavera del’58 fu uno dei più prolifici della produzione marxiana. Una circostanza significativa, che esprime tutta l’urgenza di “mettere in chiaro almeno le grandi linee” della critica dell’economia politica, “prima del diluvio” che Marx (erroneamente) prevedeva come effetto della crisi economica del ‘57.

Una situazione, anche emotiva, che spiega il carattere del testo fra i più dibattuti dell’opera di Marx per la asistematicità e la provvisorietà, che lo rendono “estremamente complesso e controverso” (74). Ma che contiene “alcune formulazioni essenziali … della concezione della storia”, una “elencazione di questioni la cui soluzione permaneva problematica… e l’articolazione delle categorie teoriche”; e che è “il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx … un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero e uno snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei Grundrisse” (74). Le difficoltà del testo gettano nello sconforto il lettore comune (abituato alla provocatoria chiarezza di Marx), ad esso è rivolto il valido aiuto offerto da Musto.

Marx si accinge al lavoro in modo sistematico, a partire da una accurata strutturazione del Contenuto dell’Introduzione stessa: “ 1. La produzione in generale; 2. Rapporto generale della produzione con distribuzione, scambio e consumo; 3. Il metodo dell’Economia politica; 4. Mezzi (forze) di produzione e rapporti di produzione, rapporti di produzione e rapporti di circolazione ecc. “

Nei §§ 6 e 7 del libro Musto analizza e la descrizione dialettica che Marx fa dei rapporti economici affrontati rispettivamente nei punti 1 e 2 dello schema, le parti più rifinite, nelle quali si manifesta la consueta chiarezza della scrittura marxiana. In particolare nel punto 2 Marx fornisce una chiara formulazione della sua concezione storico-materialistica della dialettica, differenziandola da quella hegeliana. Su questo nodo problematico Marx tornerà nel Poscritto al I volume del Capitale, in un celebre passo, riportato da Musto nella conclusione del libretto.

Il è dedicato al commento del punto 3 dello schema dedicato alle questioni del metodo, qui più che mai il lavoro di Musto è prezioso per il lettore che aiuta a districarsi dalle ingarbugliate sottigliezze di considerazioni metodologiche acutissime, già utilizzate nel paragrafo precedente, certamente ponderate nella sostanza, ma del tutto provvisorie nella formulazione. Fra l’altro Musto mette in guardia dal pericolo di una lettura evoluzionistica della concezione marxiana del processo storico, e nei confronti dell’accusa che Marx muove ad Hegel di confondere il movimento della conoscenza con quello della natura (pp.103-104).

Nel Musto analizza il quarto ed ultimo paragrafo del testo marxiano (pp.46 e 47) che presenta un articolazione complessa. A differenza degli altri paragrafi, qui Marx si limita ad un sommario, ad un Notabene in otto punti e ad una nota su “l’arte greca e la società moderna” . Di questo elenco, Musto dice sbrigativamente che “fu scritto a mo’ di promemoria, senza ordine alcuno, e fornisce soltanto un’idea molto vaga di cosa Marx pensasse etc.” [c.vo mio]. In conseguenza di questo giudizio Musto si limita ad indicare solo tre di questi otto punti senza analizzarne nessuno. Sembra che a conforto del severo giudizio di Musto, giochi il fatto che Marx stesso non include questa parte del manoscritto nell’Indice del ’59. Tuttavia c’è forse da chiedersi se non sarebbe utile proprio tentare di leggere questa paginetta “come se” le parti di essa fossero collegate fra loro in modo implicitamente ordinato, organico e sistematico.

Infine, in un testo così sommario sorprende l’ampiezza della trattazione dedicata alla questione relative all’arte. Anche l’interpretazione di questo testo presenta difficoltà, additate da Musto e non del tutto appianate neppure in alcune illustri trattazioni dell’”estetica” marxiana, come quella di Lukacs. La prospettiva di Marx è duplice: da un lato c’è il problema dello sviluppo ineguale delle espressioni artistiche rispetto alla “struttura”; dall’altro quello della loro [relativa] dipendenza. Ma è probabile che la diversità fra i due punti di vista sia legata all’ampiezza della prospettiva storica che si assume nello studio dei fenomeni.

Nella Conclusione (10) del prezioso libretto, Musto sottolinea il valore imprescindibile di questo testo, ed in particolare della sua parte metodologica, in considerazione del fatto che Marx non affrontò più la questione del metodo, con la sola eccezione del Poscritto al I libro del Capitale, e comunque in nessuna delle successive occasioni Marx ne lascia trasparire, come fa qui, la complessa genesi di esso.

Categories
Book chapter

Il Manifesto del Partito Comunista in Italia

I. Prologo
In Italia, le teorie di Marx hanno goduto di una popolarità straordinaria. Ispirando partiti, organizzazioni sindacali e movimenti sociali hanno influito, come nessun’altra, alla trasformazione della vita politica nazionale. Diffusesi in ogni campo della scienza e della cultura ne hanno mutato, irreversibilmente, l’indirizzo e lo stesso lessico. Concorrendo alla presa di coscienza della propria condizione delle classi subalterne, sono state il principale strumento teorico nel processo di emancipazione di milioni di donne ed uomini.

Il livello di diffusione che raggiunsero può essere paragonato a quello di pochi altri paesi. È d’obbligo interrogarsi, pertanto, sull’origine di questa notorietà. Ovvero, quando si parlò per la prima volta di «Carlo Marx»? Quando apparve sui giornali questo nome in calce ai primi scritti tradotti? Quando la fama si propagò nell’immaginario collettivo di operai e militanti socialisti? E, soprattutto, in che modo e attraverso quali circostanze si dispiegò l’affermazione del suo pensiero?

II. Karl Marx: Il misconoscimento italiano
Le primissime traduzioni degli scritti di Marx, quasi del tutto sconosciuto durante i moti rivoluzionari del 1848, comparvero soltanto nella seconda metà degli anni Sessanta. Esse, tuttavia, furono poco numerose e relative soltanto all’Indirizzo e agli Statuti della «International Working Men’s Association» [1]. A questo ritardo concorse senz’altro l’isolamento di Marx ed Engels dall’Italia, con la quale, nonostante il fascino che nutrirono per la sua storia e cultura e la partecipazione dimostrata per la sua realtà, non ebbero corrispondenti epistolari fino al 1860 ed effettive relazioni politiche prima del 1870 [2].

Un primo interesse intorno alla figura di Marx fiorì solo in coincidenza dell’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi. Al «fondatore e capo generale dell’Internazionale» [3], infatti, la stampa nazionale, così come la miriade di fogli operai esistenti, dedicarono, in poche settimane, schizzi biografici e la pubblicazione di estratti di lettere e di risoluzioni politiche (tra queste La guerra civile in Francia). Anche in questa circostanza, gli scritti stampati – che compresi quelli di Engels raggiunsero il numero di 85 nel solo biennio 1871-72 – riguardarono esclusivamente documenti dell’«Internazionale», a testimonianza di un’attenzione inizialmente politica e solo successivamente di carattere teorico [4]. Inoltre, su alcuni giornali comparvero fantasiose descrizioni che concorsero a conferire alla sua immagine un’aureola leggendaria: «Carlo Marx è un uomo astuto e coraggioso a tutta prova. Gite veloci da uno Stato all’altro, continui travestimenti, fanno sì che eluda la sorveglianza di tutti gli spioni polizieschi d’Europa»[5].

L’autorevolezza che cominciò a circondarne il nome fu tanto grande quanto generica[6]. Durante questo periodo, infatti, manuali di propaganda diffusero le concezioni di Marx – o perlomeno quelle presunte tali – insieme a quelle di Darwin e Spencer [7]. Il suo pensiero venne considerato sinonimo di legaritarismo[8] o di positivismo [9]. Le sue teorie furono inverosimilmente sintetizzate con quelle agli antipodi di Fourier, Mazzini e Bastiat[10]. La sua figura accostata – secondo gli equivoci – a quella di Garibaldi[11] o di Schäffle [12].

L’interesse rivolto a Marx, oltre che restare così approssimativo, non si tradusse neanche in adesione alle sue posizioni politiche. Tra gli internazionalisti italiani – che nello scontro tra Marx e Bakunin presero parte in maniera pressoché compatta per quest’ultimo –, infatti, la sua elaborazione rimase pressoché sconosciuta ed il conflitto in seno all’«Internazionale» fu percepito più come scontro personale tra i due che come contesa teorica[13].

Ciò nonostante, nel decennio seguente segnato dall’egemonia del pensiero anarchico – che ebbe facile gioco ad imporsi nella realtà italiana caratterizzata dall’assenza di un moderno capitalismo industriale, dalla conseguente ancora limitata consistenza operaia, nonché dalla viva tradizione cospirativa mutuata dalla recente rivoluzione nel paese [14] –, gli elementi teorici di Marx andarono lentamente affermandosi nelle file del movimento operaio[15]. Anzi, paradossalmente, conobbero una prima divulgazione proprio tramite gli anarchici, che condividevano completamente le teorie dell’autoemancipazione operaia e della lotta di classe, contenute negli Statuti e negli Indirizzi dell’«Internazionale» [16]. Essi, in seguito, continuarono a pubblicare Marx, spesso in polemica con il socialismo che fu verbosamente rivoluzionario, ma, nella pratica, legalitario e revisionista. La più importante iniziativa realizzata fu, senz’altro, la pubblicazione, nel 1879, del compendio del primo libro de Il capitale, a cura di Carlo Cafiero. Fu questa la prima occasione nella quale, seppure in forma popolarizzata, i principali concetti teorici di Marx poterono cominciare a circolare in Italia.

III. Gli anni Ottanta e il «marxismo» senza marx
Gli scritti di Marx non furono tradotti neanche durante gli anni Ottanta. Eccetto pochissimi articoli comparsi sulla stampa socialista, le uniche opere pubblicate furono entrambe di Engels (Il socialismo utopico e il socialismo scientifico nel 1883 e L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato nel 1885) e videro la luce – in edizioni di scarsissima diffusione – solo grazie alla caparbia quanto virtuosa iniziativa del socialista beneventano Pasquale Martignetti. Al contrario, cominciarono ad occuparsi di Marx importanti settori della cultura ufficiale, che nutrirono nei suoi confronti minori preclusioni di quelle manifestate, invece, in ambito tedesco. Così, per iniziativa dei più importanti livelli editoriali ed accademici, la prestigiosissima «Biblioteca dell’economista», la stessa che Marx aveva consultato più volte nel corso delle sue ricerche al British Museum, pubblicò, tra il 1882 ed il 1884 in dispense separate e nel 1886 in unico volume, il libro primo de Il capitale . A dimostrazione della vacuità del movimento italiano, Marx venne a conoscenza di quest’iniziativa, che fu l’unica traduzione dell’opera realizzata in Italia fino a dopo la seconda guerra mondiale, solo casualmente e due mesi prima della morte [17]. Engels, invece, soltanto nel 1893[18]!

Pur se in una realtà ancor piena di limiti, come quella che si è tentato sin qui brevemente di descrivere, la prima circolazione del «marxismo» può datarsi proprio a questo periodo. Tuttavia, a causa del numero ridottissimo di traduzioni degli scritti di Marx e della loro così difficile reperibilità, questa diffusione non avvenne quasi mai tramite le fonti originali, ma attraverso riferimenti indiretti, citazioni di seconda mano, compendi ad opera della miriade di epigoni o presunti continuatori, sorti in poco tempo[19].

Durante questi anni si sviluppò un vero e proprio processo di osmosi culturale, che investì non solo le diverse concezioni socialiste presenti sul territorio, ma anche ideologie che con il socialismo non avevano nulla a che fare. Studiosi, agitatori politici e giornalisti formarono le proprie idee ibridando il socialismo con tutti gli altri strumenti teorici di cui disponevano[20]. E se il «marxismo» riuscì rapidamente ad affermarsi sulle altre dottrine, ciò anche in ragione dell’assenza di un socialismo italiano autoctono, l’esito di questa omogeinizzazione culturale fu la nascita di un «marxismo» impoverito e contraffatto[21]. Un «marxismo» passe-partout. Soprattutto, un «marxismo» senza conoscenza di Marx, visto che i socialisti italiani che lo avevano letto dai suoi testi originali potevano contarsi, ancora, sulle dita [22].

Pur se elementare ed impuro, determinista ed in funzione delle contingenze politiche, questo «marxismo» fu comunque capace di conferire identità al movimento dei lavoratori, ad affermarsi nel Partito dei Lavoratori Italiani costituitosi nel 1892 e, finanche, a dispiegare la propria egemonia nella cultura e nella scienza italiana [23].

Del Manifesto del partito comunista, fino alla fine degli anni Ottanta, non ve n’è ancora alcuna traccia. Ciò nonostante, esso eserciterà, insieme con il suo principale interprete, Antonio Labriola, un ruolo importante nella rottura di quel «marxismo» adulterato che aveva, fino ad allora, caratterizzato la realtà italiana. Prima di parlarne, però, è necessario fare un passo indietro.

IV. Le prime pubblicazioni del Manifesto in Italia
Il prologo alla prima stampa del Manifesto del partito comunista ne annunciava la pubblicazione «in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese»[24]. In realtà, questo proposito non fu realizzato. O, come sarebbe meglio affermare, il Manifesto divenne uno degli scritti più diffusi della storia dell’umanità, ma non secondo i piani dei suoi due autori.

Il primo tentativo di traduzione de «il Manifesto in italiano e in spagnolo» fu intrapreso a Parigi da Hermann Ewerbeck, membro dirigente della Lega dei Comunisti della capitale francese [25]. Tuttavia, nonostante a distanza di anni, nello Herr Vogt, Marx segnalasse erroneamente l’esistenza di un’edizione italiana [26], questa impresa non fu mai realizzata. Del progetto iniziale, l’unica traduzione eseguita fu quella inglese del 1850, preceduta da quella svedese del 1848. Successivamente, in seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del biennio 1848-49, il Manifesto fu dimenticato. Le uniche ristampe, due negli anni Cinquanta e tre negli anni Sessanta, apparvero in lingua tedesca e per la comparsa di nuove traduzioni bisognerà attendere un ventennio. Nel 1869, infatti, venne data alle stampe l’edizione russa e nel 1871 quella serba. Nello stesso periodo, a New York, videro la luce la prima versione inglese pubblicata negli Stati Uniti (1871) e la prima traduzione francese (1872). Sempre nel 1872 uscì a Madrid la prima traduzione spagnola, seguita, l’anno successivo, da quella portoghese condotta su quest’ultima [27].

Al tempo, in Italia, il Manifesto era ancora sconosciuto. La sua prima breve esposizione, composta da riassunti ed estratti dal testo, comparve solo nel 1875, nell’opera di Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale . In essa si poteva leggere che: «dal punto di vista del proletariato questo programma è tanto importante quanto la Déclaration des droits des hommes per la borghesia: esso è uno dei fatti più importanti del XIX secolo, uno di quei fatti che caratterizzano, che danno nome e indirizzo ad un secolo» [28]. In seguito, i riferimenti al Manifesto furono poco frequenti. Tuttavia, lo scritto venne citato, nel 1883, negli articoli che diedero notizia della scomparsa di Marx. Il foglio socialista «La Plebe» ne parlava come di uno «dei documenti fondamentali del socialismo contemporaneo (…) simbolo della maggioranza del proletariato socialista dell’occidente e dell’America del Nord»[29]. Il quotidiano borghese la «Gazzetta Piemontese», invece, presentava Marx come l’autore del «famoso Manifesto dei Comunisti, che divenne il labaro del socialismo militante, il catechismo dei diseredati, il vangelo sul quale votano, giurano, combattono gli operai tedeschi e la maggior parte degli operai inglesi»[30]. A dispetto di questi apprezzamenti, la sua stampa dovette, però, ancora attendere.

Nel 1885, dopo aver ricevuto una copia del Manifesto da Engels, Martignetti ne realizzò la traduzione. Tuttavia, per mancanza di danaro, l’edizione non fu mai pubblicata. La prima traduzione italiana apparve, con oltre quarant’anni di ritardo, soltanto nel 1889, anno nel quale erano già state pubblicate 21 edizioni in tedesco, 12 in russo, 11 in francese, 8 in inglese, 4 in spagnolo, 3 in danese (la prima nel 1884), 2 in svedese, ed 1 rispettivamente in lingua portoghese, ceka (1882), polacca (1883), norvegese (1886) e yiddish (1889). Il testo italiano fu dato alle stampe con il titolo di Manifesto dei socialisti redatto da Marx e Engels , in dieci puntate tra l’agosto ed il novembre, sul giornale democratico di Cremona «L’Eco del popolo». Questa versione, però, si distinse per la pessima qualità, risultando priva delle prefazioni di Marx ed Engels, della terza sezione («Letteratura socialista e comunista») e di diverse altre parti che furono omesse o riassunte. Inoltre, la traduzione di Leonida Bissolati, eseguita dall’edizione tedesca del 1883 e confrontata con quella francese del 1885 curata da Laura Lafargue, semplificava le espressioni maggiormente complicate. Dunque, più che di una traduzione, si trattò di un popolarizzazione dello scritto, con un certo numero di passaggi testualmente tradotti[31].

La seconda edizione italiana, che fu la prima ad uscire in brochure, giunse nel 1891. La traduzione, condotta dalla versione francese del 1885 del giornale parigino «Le Socialiste», e la prefazione furono opera dell’anarchico Pietro Gori. Il testo si segnala per l’assenza del preambolo e per i diversi errori presenti. L’editore Flaminio Fantuzzi, anche egli vicino alle posizioni anarchiche, avvisò Engels solo a cose fatte e questi, in una lettera a Martignetti, espresse il suo particolare fastidio per le «prefazioni di sconosciuti tipo Gori» [32].

La terza traduzione italiana uscì nel 1892, in feuilletton sul periodico «Lotta di classe» di Milano. Questa versione, che si presentava come la «prima e sola traduzione italiana del Manifesto, che non sia un tradimento»[33], fu condotta da Pompeo Bettini sull’edizione tedesca del 1883. Seppure presentava anch’essa errori e semplificazioni di alcuni passaggi, si affermò decisamente sulle altre, ebbe numerose riedizioni fino al 1926 e diede avvio al processo di formazione della terminologia marxista in Italia [34]. L’anno seguente, con alcune correzioni e miglioramenti di stile e con l’indicazione che «la versione completa [era stata] eseguita sulla 5.a edizione tedesca (Berlino 1891)»[35], questa traduzione apparve in brochure, in mille copie. Nel 1896 la ristampa in duemila copie. Il testo conteneva le prefazioni del 1872, 1883 e 1890, tradotte da Filippo Turati, direttore di «Critica Sociale» al tempo la principale rivista del socialismo italiano, e l’apposito proemio Al lettore italiano che questi era riuscito ad ottenere da Engels per l’occasione, al fine di poter distinguere la nuova edizione da quelle che l’avevano preceduta. La prefazione italiana fu l’ultima scritta per il Manifesto da uno dei suoi autori.

Negli anni seguenti vennero pubblicate altre due edizioni che, seppur prive dell’indicazione del traduttore, riprendevano decisamente la versione di Bettini. La prima, alla quale mancavano, però, la prefazione e la terza sezione, venne realizzata per dare al Manifesto un’edizione popolare ed a buon mercato. Essa fu promossa, in occasione del 1° Maggio del 1897, dalla rivista «Era Nuova» ed apparve a Diano Marina (in Liguria) in ottomila copie. La seconda, senza le prefazioni, a Firenze, presso l’editore Nerbini, nel 1901.

V. Il Manifesto tra la fine dell’Ottocento e il fascismo
Negli anni Novanta, il processo di diffusione degli scritti di Marx ed Engels compì un grande progresso. Il consolidamento delle strutture editoriali di quello che era divenuto il Partito Socialista Italiano, l’opera svolta dai numerosi giornali ed editori minori e la collaborazione di Engels alla «Critica Sociale», furono tutte circostanze che concorsero a determinare una maggiore conoscenza dell’opera di Marx. Ciò non bastò, però, ad arginare il processo di alterazione che ne accompagnava la divulgazione. La scelta di combinare le concezioni di Marx con le teorie più disparate fu tanto opera di quel fenomeno denominato «socialismo della cattedra» che del movimento operaio, i cui contributi teorici, pur se divenuti di una certa mole, si caratterizzavano ancora per una stentatissima conoscenza degli scritti marxiani.

Marx aveva ormai assunto un’indiscussa notorietà, ma era ancora considerato come un primus inter pares nella moltitudine dei socialisti esistenti[36]. Soprattutto, fu messo in circolazione da pessimi interpreti del suo pensiero. Per tutti, valga l’esempio di colui che fu considerato «il più socialista, il più marxista (…) degli economisti italiani» [37]: Achille Loria; correttore e perfezionatore di quel Marx che nessuno conosceva abbastanza per dire in cosa fosse stato corretto o perfezionato. Poiché è nota la sua descrizione dipinta da Engels nella Prefazione al Libro Terzo de Il capitale – «improntitudine illimitata, agilità da anguilla per sgusciare da situazioni insostenibili, eroico disdegno delle pedate ricevute, prontezza nell’appropriarsi prodotti altrui…» [38] –, per meglio descrivere la falsificazione subita da Marx, può essere utile ricordare un aneddoto raccontato, nel 1896, da Benedetto Croce. Nel 1867, a Napoli, in occasione della costituzione della prima sezione italiana dell’«Internazionale», uno sconosciuto personaggio straniero, «molto alto e molto biondo, dai modi dei vecchi cospiratori e dal parlare misterioso», intervenne per convalidare la nascita del circolo. Ancora a distanza di molti anni, un avvocato napoletano, presente all’incontro, era convinto che «quell’uomo alto e biondo fosse stato Carlo Marx» [39] e ci volle una grande fatica per riuscire a convincerlo del contrario. Poiché in Italia molti concetti marxiani sono stati introdotti dall’«illustre Loria» [40], si può concludere che quello che è stato inizialmente divulgato sia stato un Marx snaturato, un Marx, anche questo, «alto e biondo!» [41]

Tale realtà mutò soltanto grazie all’opera di Labriola, che per primo introdusse in Italia il pensiero marxiano in maniera autentica. Più che essere interpretato, attualizzato o «completato» con altri autori, si può affermare che, grazie a lui, Marx venne svelato per la prima volta [42]. Questa impresa avvenne tramite i Saggi sulla concezione materialistica della storia, pubblicati da Labriola tra il 1895 ed il 1897. Il primo di questi, In memoria del Manifesto dei comunisti, consisteva proprio in uno studio sulla genesi del Manifesto che, a seguito dell’approvazione giunta da Engels poco prima della sua morte [43], ne divenne il più importante commento e l’interpretazione ufficiale di parte «marxista».

Molti dei limiti della realtà italiana poterono essere così affrontati. Secondo Labriola, la rivoluzione «non può procedere da una sommossa di una turba guidata da alcuni, ma deve essere e sarà il risultato dei proletari stessi»[44]. «Il comunismo critico – che per il filosofo napoletano era il nome più adatto per descrivere le teorie di Marx ed Engels – non fabbrica le rivoluzioni, non prepara le insurrezioni, non arma le sommosse (…) non è in somma, un seminario in cui si formi lo stato maggiore dei capitani della rivoluzione proletaria; ma è solo la coscienza di tale rivoluzione» [45]. Il Manifesto , dunque, non è «il vademecum della rivoluzione proletaria» [46], ma lo strumento per smascherare l’ingenuità del socialismo che si pensa possibile «senza rivoluzione, ossia senza fondamentale mutazione della struttura elementare e generale della società» [47].

Con Labriola il movimento operaio italiano ebbe, finalmente, un teorico capace, al contempo, di conferire dignità scientifica al socialismo, di compenetrare e rinvigorire la cultura nazionale, di misurarsi con i massimi livelli della filosofia e del marxismo europei. Tuttavia, il rigore del suo marxismo, problematico per le immediate circostanze politiche e critico verso i compromessi teorici, ne decretò anche l’inattualità [48].

A cavallo tra i due secoli, infatti, la pubblicazione de La filosofia di Marx di Giovanni Gentile (libro segnalato in seguito da Lenin come «degno di attenzione» [49]), degli scritti di Croce che proclamavano la «morte del socialismo» [50] e – sul versante militante – dei lavori di Francesco Saverio Merlino[51] e di Antonio Graziadei [52], fecero spirare anche in Italia il vento della «crisi del marxismo». Nel Partito Socialista Italiano, tuttavia, non vi era – come in Germania – un «marxismo» ortodosso e, in realtà, lo scontro fu combattuto tra due «revisionismi», uno riformista e l’altro sindacal-rivoluzionario [53].

In questo stesso periodo, a partire dal 1899 e fino al 1902, ci fu un proliferare di traduzioni di Marx ed Engels che fornirono al lettore italiano buona parte delle opere al tempo disponibili. Fu in questo contesto che, nel 1902, in appendice alla terza edizione dello scritto di Labriola In memoria del Manifesto dei comunisti, apparve una nuova traduzione del Manifesto, l’ultima eseguita in Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale. Questa, la cui paternità fu assegnata da alcuni a Labriola e da altri a sua moglie Rosalia Carolina De Sprenger, conteneva alcune inesattezze ed omissioni e venne ripresa in poche altre riedizioni dello scritto.

La versione più utilizzata fino al secondo dopoguerra fu, dunque, quella di Bettini, riprodotta in numerose ristampe. Ad una prima nel 1910, ne seguirono diverse a cura della «Società editrice Avanti», divenuta il principale veicolo di propaganda del Partito Socialista. In particolare, due nel 1914, la seconda delle quali includeva I fondamenti del comunismo di Engels. Ancora tra il 1914 ed il 1916 (ristampa nel biennio 1921-22) venne inserita nel primo tomo dell’edizione delle Opere di Marx ed Engels che, a riprova della confusione generale dominante, in Italia – come in Germania – furono raccolte insieme con quelle di Lassalle. Poi nel 1917, per due volte nel 1918 con in appendice i 14 punti della Conferenza di Kienthal ed il manifesto della Conferenza di Zimmerwald, nel 1920 (con due ristampe nel 1922) in una traduzione rivista da Gustavo Sacerdote e, infine, nel 1925. A queste edizioni «Avanti», vanno aggiunte altre sette ristampe che apparvero, presso case editrici minori, tra il 1920 ed il 1926.

Durante la prima decade del secolo, il «marxismo» fu congedato dalla pratica politica quotidiana del Partito Socialista Italiano. In un famoso dibattito parlamentare del 1911, infatti, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti poteva affermare: «il Partito Socialista ha moderato assai il suo programma. Carlo Marx è stato mandato in soffitta» [54]. I commenti ai testi di Marx, che solo poco tempo prima avevano inondato il mercato librario, si arrestarono. E, se si escludono il «ritorno a Marx» degli studi filosofici di Rodolfo Mondolfo[55] e poche altre eccezioni, lo stesso si verificò durante gli anni Dieci. Quanto alle iniziative ad opera di altre realtà, il campo borghese aveva da tempo celebrato la «dissoluzione del marxismo», mentre nella chiesa cattolica le condanne pregiudiziali prevalsero di gran lunga sui tentativi di analisi.

Nel 1922 l’irrompere della barbarie fascista. Dal 1923, tutti gli esemplari del Manifesto furono ritirati dalle biblioteche pubbliche e universitarie. Nel 1924 tutte le pubblicazioni di Marx e quelle legate al movimento operaio furono date al fuoco [56]. Le leggi «fascistissime» del 1926, infine, decretarono lo scioglimento dei partiti di opposizione e diedero inizio al periodo più tragico della storia italiana moderna.

Se si escludono alcune edizioni illegali dattilografate o ciclostilate, i pochi scritti di Marx pubblicati in lingua italiana tra il 1926 ed il 1943 apparvero all’estero (tra questi si segnalano due versioni del Manifesto stampate in Francia, nel 1931 e nel 1939, e un’altra pubblicata a Mosca nel 1944, con una nuova traduzione di Palmiro Togliatti). Uniche eccezioni a questa congiura del silenzio furono tre diverse edizioni del Manifesto del partito comunista. Due di queste apparvero, «a uso degli studiosi» e con diritto di consultazione solo tramite richiesta preventiva, nel 1934. La prima nel volume collettaneo Politica ed economia, che raccolse, accanto a quello di Marx, testi di Labriola, Loria, Pareto, Weber e Rimmel; la traduzione era quella di Bettini rivisitata dal curatore Robert Michels [57]. La seconda a Firenze nella versione di Labriola, in un altro volume collettivo, Le carte dei diritti, primo tomo della collana «Classici del liberalismo e del socialismo». E poi da ultimo, nel 1938, stavolta a cura di Croce, in appendice ad una raccolta di saggi di Labriola, dal titolo La concezione materialistica della storia, nella traduzione da lui stesso eseguita. Il volume comprendeva anche un saggio di Croce, divenuto poi famoso, dal titolo quanto mai esplicito: Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Il filosofo idealista, però, si sbagliava. Il «marxismo» italiano non era morto, ma soltanto imprigionato nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci[58] che avrebbero presto dispiegato tutto il loro valore teorico e politico.

Con la liberazione dal fascismo, il Manifesto ricominciò ad apparire in diverse edizioni. Federazioni provinciali del «Partito Comunista Italiano», iniziative di singoli e piccole case editrici nell’Italia meridionale già liberata, diedero al testo di Marx ed Engels una nuova linfa. Tre edizioni apparvero nel 1943 e otto nel 1944. E così di seguito negli anni successivi: dalle nove edizioni pubblicate alla fine della guerra, nel 1945, all’exploit del 1948, in occasione del centenario.

VI. Conclusione
Ripercorrendo la storia dell’edizione italiana del Manifesto del partito comunista risalta, con evidenza, l’enorme ritardo con il quale esso venne pubblicato. Contrariamente a molti paesi dove il Manifesto fu il primo scritto di Marx ed Engels ad essere tradotto, in Italia apparve solo dopo altre opere [59]. Anche la sua influenza politica fu modesta e esso non incise mai direttamente sui principali documenti del movimento operaio. Tanto meno fu determinante nella formazione della coscienza politica dei dirigenti socialisti. Tuttavia, fu di grande rilevanza per gli studiosi (si è visto il caso di Labriola) e, attraverso le sue edizioni, svolse un ruolo importante tra i militanti, fino a divenirne il riferimento teorico privilegiato.

Ad oltre centocinquant’anni dalla sua pubblicazione, preso in esame da un numero ormai incalcolabile di esegeti, oppositori e seguaci di Marx, il Manifesto ha attraversato le più svariate stagioni ed è stato letto nei modi più diversi. Pietra miliare del «socialismo scientifico» o plagio del Manifeste de la démocratie di Victor Considerant; testo incendiario colpevole di aver fomentato l’odio tra le classi nel mondo o simbolo di liberazione del movimento operaio internazionale; classico del passato o opera anticipatrice della realtà odierna della «globalizzazione capitalistica». Quale che sia l’interpretazione per la quale si propenda, una cosa è certa: pochissimi altri scritti nella storia possono vantare analoga vitalità e diffusione. Ancora oggi, infatti, il Manifesto continua ad essere stampato ed a far parlare di sé in America latina come in Cina, negli Stati Uniti come in Italia e nell’intera Europa.

Se la perpetua giovinezza di uno scritto sta nella sua capacità di sapere invecchiare, ovvero di essere sempre capace di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che il Manifesto possiede senz’altro questa virtù.

Riferimenti
1. Per un indice completo degli scritti di Marx ed Engels pubblicati in lingua italiana dal 1848 al 1926 si veda Emilio Gianni, Diffusione, popolarizzazione e volgarizzazione del marxismo in Italia , Pantarei, Milano 2004. Per una ricostruzione storiografica della prima diffusione delle opere di Marx in Italia si rimanda alla raccolta di saggi di Gian Mario Bravo, Marx ed Engels in Italia, Editori Riuniti, Roma 1992. Di notevole interesse, inoltre, Gerhard Kuck (a cura di), Karl Marx, Friedrich Engels und Italien: Teil I, Herausgabe und Verbreitung der Werke von Karl Marx und Friedrich Engels in Italien , e Teil II, Die Entwicklung des Marxismus in Italien: Wege, Verbreitung, Besonderheiten . Il primo dei due tomi comprende una completa «Auswahlbibliographie zur italienischen Marx/Engels-Forschung», dagli anni Settanta dell’Ottocento al 1943, pp. 131-148.
2. Cfr. Giuseppe Del Bo (a cura di), La corrispondenza di Marx e Engels con italiani (1848-1895) , Feltrinelli, Milano 1964, pp. IX-XXI.
3. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , in «Il proletario Italiano», Torino, 27-VII-1871.
4. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, Luigi Mongini Editore, Roma 1909, p. 15, che sottolinea come “dapprima fu il Marx politico, che spinse a poco a poco gli Italiani ad occuparsi anche del Marx scienziato”.
5. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , op. cit.
6. Cfr. Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano, Volume I, Einaudi, Torino 1993, p. 338.
7. Quale esempio in proposito si rimanda al manuale di Oddino Morgari, L’arte della propaganda socialista, Libr. Editr. Luigi Contigli, Firenze 1908 (2ª ediz.), p. 15. Esso proponeva ai propagandisti del partito di utilizzare questo modo di apprendimento: leggere anzitutto un riassunto qualsiasi di Darwin e di Spencer che darà allo studioso la direzione generale del pensiero moderno; poi verrà Marx a completare la “formidabile triade” che rinchiuderà degnamente il “vangelo dei socialisti contemporanei”. In proposito cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 102.
8. Ivi, p. 101.
9. Si veda lo scritto molto diffuso di Enrico Ferri, Socialismo e scienza positiva. Darwin, Spencer, Marx, Casa Editrice Italiana, Roma 1894. Nella sua prefazione l’autore italiano affermava: “io intendo provare come il socialismo Marxista (…) non sia che il completamento pratico e fecondo, nella vita sociale, di quella moderna rivoluzione scientifica (…) decisa e disciplinata dalle opere di Carlo Darwin e Erberto Spencer”.
10. Cfr. Gnocchi Viani, Il socialismo moderno, Casa di pubblicità Luigi Pugni, Milano 1886. In proposito si veda la critica a Gnocchi Viani di Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911 , Società An. Editrice “La voce”, Firenze 1926, p. 136.
11. A mo’ di esempio si veda la lettera della «Associazione democratica di Macerata» a Marx del 22-XII-1871. Questa organizzazione propose Marx come “triunviro onorario insieme ai cittadini Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini”, in Del Bo (a cura di), op. cit., p. 166. Nel riportare la notizia a Wilhelm Liebknecht, il 2-I-1872, Engels scrisse: “Una società di Macerata nella Romagna ha nominato come suoi 3 presidenti onorari: Garibaldi, Marx e Mazzini. Questa confusione rispecchia fedelmente lo stato dell’opinione pubblica tra gli operai italiani. Manca solo Bakunin per completare il quadro”, MEW 33, Dietz Verlag, Berlin 1966, p. 368.
12. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 101, che afferma come “agli occhi di molti lo Schäffle passò per il più autentico di tutti i marxisti”.
13. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra , FrancoAngeli, Milano 2000 (1996), p. 50. Sui congressi della «Internazionale» italiana si veda Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, Editori Riuniti, Roma 1992 (1963), in particolare pp. 51-95.
14. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra , op. cit., p. 45.
15. Ivi, p. 42.
16. Ivi, pp. 59-61.
17. Cfr. Tullio Martello a Karl Marx, 5-I-1883, in Giuseppe del Bo (a cura di), Corrispondenze con italiani, op. cit., p. 294.
18. Cfr. Filippo Turati a Friedrich Engels, 1-VI-1893, Ivi, pp. 479-480.
19. Cfr. Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911 , op. cit., p. 135, che afferma come, in Italia, il marxismo non scaturì, “nella quasi totalità dei suoi adepti, da una profonda conoscenza delle opere scientifiche del maestro, ma da contatti presi lì per lì con qualche suo scrittarello politico e qualche (non suo) riassunto d’economia e spesso, quel che era peggio, attraverso i suoi epigoni della socialdemocrazia tedesca”.
20. Cfr. Antonio Labriola,Discorrendo di socialismo e filosofia, in Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, p. 731, che affermava come “molti di quelli che in Italia si danno al socialismo, e non da semplici agitatori, conferenzieri e candidati, sentono che è impossibile di farsene una persuasione scientifica, se non riallacciandolo per qualche via o tramite alla rimanente concezione genetica delle cose, che sta più o meno in fondo a tutte le scienze. Di qui la manía che è in molti, di cacciar dentro al socialismo tutta quella rimanente scienza di cui più o meno essi dispongono”.
21. Cfr. Gian Mario Bravo, Marx e il marxismo nella prima sinistra italiana, op. cit., p. 103.
22. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 99.
23. Cfr. Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1967, pp. 146 e 148.
24. Friedrich Engels – Karl Marx, Manifesto del partito comunista, MEW 4, p. 461.
25. Cfr. Friedrich Engels a Karl Marx, 25-IV-1848, MEGA² III/2, p. 153.
26. Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, MEGA² I/18, p. 107.
27. Per la bibliografia e la storia delle edizioni del Manifesto del partito comunista si veda l’indispensabile Bert Andréas, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels, Feltrinelli, Milano 1963 e la pregevole pubblicazione del Manifesto a cura delle Edizioni Lotta Comunista, Milano 1998, ricchissima di notizie a riguardo.
28. Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale , Giuseppe Marghieri Editore, Prato 1875, p. 278.
29. In «La Plebe», Milano, Aprile 1883, Nr. 4.
30. Dall’Enza: Carlo Marx e il socialismo scientifico e razionale, in «Gazzetta Piemontese», Torino, 22-III-1883.
31. Cfr. Bert Andréas, op. cit., p. 145.
32. Friedrich Engels a Pasquale Martignetti, 2-IV-1891, in MEW 38, Dietz Verlag, Berlin 1964, p. 72.
33. In «Lotta di classe», Milano, Anno I, Nr. 8, 17/18-IX-1892.
34. Cfr. Michele A. Cortellazzo, La diffusione del Manifesto in Italia alla fine dell’Ottocento e la traduzione di Labriola , in «Cultura Neolatina», 1981, Nr. 1-2, p. 98, che afferma: «il 1892 è lo spartiacque che divide l’insieme delle traduzioni ottocentesche del Manifesto in due campi ben distinti: al di là di quell’anno stanno le traduzioni approssimative, lacunose e largamente debitrici alle versioni straniere, più importanti per il loro valore di primi documenti della diffusione del testo in Italia che per la qualità della traduzione; al di qua la traduzioni complete e scrupolose che, anche per la loro tiratura, influirono decisamente sulla diffusione del marxismo in Italia».
35. Carlo Marx – Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Uffici della Critica Sociale, Milano 1893, p. 2.
36. Cfr. Gaetano Arfé, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Mondadori, Milano 1977, p. 70.
37. Filippo Turati ad Achille Loria, 26-XII-1890, in «Appendice» a Paolo Favilli, Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (1892-1902) , Bibliopolis, Napoli 1980, pp. 181-182.
38. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital. Dritter Band, MEGA II/15, p. 21.
39. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Bibliopolis, Napoli 2001, p. 65.
40. Friedrich Engels, op. cit., p. 21.
41. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 65.
42. Cfr. Antonio Labriola a Benedetto Croce, 25-V-1895, in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 269. In proposito si veda anche Mario Tronti, Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi – Gramsci e Labriola , in Alberto Caracciolo – Gianni Scalia (a cura di), La città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci , Feltrinelli, Milano 1959, p. 148.
43. “Tutto molto bene, solo qualche piccolo errore di fatto e all’inizio uno stile un pò troppo erudito. Sono molto curioso di vedere il resto”, in Friedrich Engels a Antonio Labriola, 8-VII-1895, MEW 39, Dietz Verlag, Berlin 1968, p. 498.
44. Cfr. Antonio Labriola,In memoria del Manifesto dei comunisti, in Scritti filosofici e politici, op. cit., p. 507.
45. Ivi, p. 503.
46. Ivi, p. 493.
47. Ivi, pp. 524-525.
48. Cfr. Eugenio Garin, Antonio Labriola e i saggi sul materialismo storico, in Antonio Labriola, La concezione materialistica della storia, Laterza, Bari 1965, p. XLVI.
49. Vladimir Illich Lenin, Karl Marx, in Opere, Volume XXI, p. 76.
50. In proposito si veda il saggio di Benedetto Croce, Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900) , in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 265-305.
51. Cfr. Francesco Saverio Merlino, L’utopia collettivista e la crisi del socialismo scientifico , Treves, Milano 1897; Francesco Saverio Merlino, Pro e contro il socialismo. Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti , Treves, Milano 1897.
52. Cfr. Antonio Graziadei, La produzione capitalistica, Bocca, Torino 1899.
53. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 120.
54. La frase fu pronunciata da Giolitti in parlamento l’8 aprile del 1911. Si vedano gli Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Sessione 1909-1913, Vol. XI, p. 13717. In proposito si veda Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia. Studi di critica storica , Feltrinelli, Milano 1964, pp. 131-132.
55. Cfr. Rodolfo Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici 1908-1966, Einaudi, Torino 1968.
56. Cfr. Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi, Torino, 1978, pp. 475-476.
57. Le modifiche alla versione di Bettini contenute in questa nuova edizione furono un vero e proprio tentativo di deformazione e soppressione di alcune parti del testo, per renderlo meno pericolo e più consono all’ideologia fascista. In proposito cfr. Franco Cagnetta, Le traduzioni italiane del «Manifesto del partito comunista» , in «Quaderni di Rinascita», N. 1, Il 1848, Rinascita, Roma 1949, pp. 28-29.
58. Cfr. Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia, op. cit., p. 23.
59. La cronologia delle edizioni degli scritti maggiori di Marx ed Engels fino alla pubblicazione delManifesto del partito comunista è la seguente: 1871. Karl Marx,La guerra civile in Francia; 1873. Friedrich Engels,Dell’autorità; 1873. Karl Marx, Dell’indifferenza in materia politica; 1879. Carlo Cafiero, Il capitale di Carlo Marx brevemente compendiato da Carlo Cafiero ; 1882-84. Karl Marx, Il capitale; 1883. Friedrich Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza; 1885. Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato ; 1889. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bissolati); 1891. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Gori); 1892. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bettini).

Categories
Reviews

Redazione, Mobydick

L’alienazione secondo Marx

Forse l’avevamo archiviato troppo presto il vecchio Karl Marx. Certo, per costruire nuove società il Capitale non serve più, ed è sufficiente quello che si è sperimentato nelle disgraziate parti del mondo che hanno visto l’applicazione del cosiddetto socialismo scientifico e delle sue dittature proletarie. Che hanno lasciato panorami di orrore e di macerie, di squallore estetico e morale, di atroci persecuzioni e di infamie senza fine. Però l’analisi di Marx è ancora attuale nel mondo del lavoro a cottimo e interinale, del precariato come condizione di vita, del turbo capitalismo globale che atomizza sempre di più uomini e comunità, disgrega anzioni e rende la solidarietà variabile dipendente. Sicchè sono ancora utili le pagine marxiane sull’Alienazione pubblicate da Donzelli.

Categories
Journal Articles

Sul giovane Marx

1. Recenti acquisizioni filologiche della MEGA2
Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. Il valore del suo pensiero viene riproposto da più parti e i suoi scritti sono rispolverati sempre più frequentemente.

Nel mondo accademico, uno degli esempi più significativi di questa riscoperta è costituito dal proseguimento della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la MEGA2. Questa edizione si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 56 (16 dalla ripresa del 1998)[1] e l’impresa riveste grande importanza, se si considera che una parte dei manoscritti di Marx, delle lettere a lui indirizzate e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è stata pubblicata solo dopo il 1998 o è tuttora inedita.

Le acquisizioni editoriali della MEGA2 hanno prodotto risultati di rilievo in ognuna delle quattro sezioni. Nella prima, Werke, Artikel und Entwürfe, le ricerche hanno reso possibile aggiungere nuovi articoli giornalistici pubblicati da Marx sul «New-York Tribune», a lui precedentemente non attribuiti perché dati alle stampe in anonimato sul quotidiano americano. Di notevole interesse, inoltre, il primo numero del «Marx-Engels-Jahrbuch», la nuova serie edita dall’IMES, interamente dedicato a [L’ideologia tedesca] [2]. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA2, include le pagine che corrispondono alle parti [I. Feuerbach] e [II. Sankt Bruno]. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» [3] sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince il carattere non unitario dello scritto. Nuove e definitive basi vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx e [L’ideologia tedesca], considerata in passato finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà[4].

Le ricerche della seconda sezione della MEGA2, “Das Kapital” und Vorarbeiten, si sono soffermate, negli ultimi anni, sul secondo e terzo libro de Il capitale e hanno dato alla luce nuovi manoscritti preparatori di Marx e bozze redazionali di Engels inerenti questi due volumi. Engels, infatti, non avendo ricevuto da Marx alcuna indicazione su come selezionare i testi da pubblicare, si ritrovò con del materiale dallo «stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, definizioni tecniche inglesi e francesi, spesso intere frasi e anche pagine in inglese; pensieri buttati giù nella forma in cui man mano si sviluppavano nella mente dell’autore (…), chiusa dei capitoli con un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti»[5] e dovette operare delle complicate scelte editoriali. Grazie alle più recenti acquisizioni filologiche si può calcolare che gli interventi eseguiti da Engels sui manoscritti del secondo libro de Il capitale ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta. Le modifiche sono consistite in aggiunte e cancellazioni di passaggi di testo, modifiche della sua struttura, inserimento di titoli di paragrafi, sostituzioni di concetti, rielaborazioni di alcune formulazioni di Marx o traduzioni di parole adottate da altre lingue. Solo alla fine di questo lavoro emerse la copia da dare alle stampe. I nuovi volumi della MEGA2 consentono, dunque, di ricostruire l’intero processo di selezione, composizione e correzione dei manoscritti marxiani svolto da Engels.

Il terzo libro de Il capitale rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo «esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Quanto più si procedeva, però, tanto più la stesura diventava lacunosa, frammentaria e conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia». Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi»[6] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa.

Il completamento della seconda sezione, ormai prossimo, consentirà finalmente la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e sui limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore. La terza sezione della MEGA2, Briefwechsel, comprende il carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi, gran parte delle quali inedite prima della MEGA2. Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianze certe della loro esistenza. Ben quattro sono i nuovi volumi editi, che permettono ora di rileggere importanti fasi della biografia intellettuale di Marx, anche attraverso le missive di coloro con i quali egli fu in contatto[7].

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella quarta sezione, Exzerpte, Notizen, Marginalien, relativa a quei numerosi compendi e appunti di studio di Marx, che costituiscono una significativa testimonianza del suo lavoro ciclopico. Fin dal periodo universitario, egli assunse l’abitudine, mantenuta poi per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue Books, in particolare i «Reports of the inspectors of factories», le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la quarta sezione della MEGA², concepita in trentadue volumi, ne consente, per la prima volta, l’accesso.

Resta infine da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica MEGA2? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti suoi seguaci e avversari. Al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’Est europeo, lo raffigurava indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce, oggi, quello di un autore che ha lasciato incompleta gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi. Tuttavia, se Marx non è identificabile con la rappresentazione fornita dal grigio “socialismo reale”, credere di poter relegare il suo patrimonio teorico e politico a un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico privo di interesse per l’oggi, o di rinchiuderlo in specialismi meramente accademici, sarebbe altrettanto sbagliato.

L’odierna importanza di Marx[8], come hanno sostenuto numerosi commentatori della recente crisi economica mondiale, si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del mondo contemporaneo e la circostanza che la MEGA2 torni a essere pubblicata in una fase in cui Marx non viene più collegato all’ideologia sovietica ed è nuovamente interrogato per comprendere i fenomeni del presente, potrà creare nuovi percorsi di ricerca lungo i quali gli studi su Marx hanno ancora tanta strada da percorrere.

2. Infanzia, adolescenza e studi di formazione
Karl Marx nacque il 5 maggio del 1818 a Treviri, la città più antica della Germania. Egli discendeva da antiche famiglie ebraiche e studiare il suo albero genealogico significa smarrirsi nella sfilza di rabbini succedutisi, nel corso dei secoli, all’interno della sua famiglia [9].

Dei primi anni di vita di Marx non si conoscono che pochi particolari. Verosimilmente, essi trascorsero felici nell’ambiente sereno e colto di una famiglia borghese, che scorgeva in lui un figlio particolarmente dotato nel quale riporre grandi speranze per il futuro. Educato in famiglia fino a dodici anni, egli derivò il suo primo orientamento spirituale dal razionalismo del padre, che esercitò una profonda influenza sulla sua formazione. Spirito molto colto, Heinrich Marx era seguace delle teorie dell’Illuminismo e conosceva molto bene Voltaire e Jean-Jacques Rousseau [10]. Libero da pregiudizi religiosi e sostenitore di tendenze liberali in politica, educò il figlio con moderni principi pedagogici e Marx conservò sempre un profondo affetto per il padre.

Al contrario, la madre Henriette Pressburg era una donna priva di particolare istruzione, completamente dedita alla casa e alla famiglia, apprensiva e di mentalità angusta. Non ebbe alcun ruolo nello sviluppo intellettuale del figlio e non ne comprese mai le aspirazioni. Molto saltuarie e fredde furono anche le relazioni con le tre sorelle, che non ebbero alcuna importanza nella sua esistenza. Dal 1830 al 1835, Marx frequentò il liceo “Friedrich-Wilhelm” di Treviri. L’istituto vantava ottimi professori e si caratterizzava per un insegnamento razionalistico e liberale. Questa educazione, accanto a quella di analogo stampo ricevuta dal padre, improntò la prima importante forma mentis di Marx.

Egli era uno dei più giovani alunni della sua classe e tra i pochi scolari dell’intera scuola a non professare la religione cattolica. I suoi studi furono di buon livello, ma non particolarmente brillanti. Anche la promozione finale, seppure soddisfacente, non si distinse per particolari meriti. Leggendo il diploma di maturità di Marx si apprende che le sue conoscenze grammaticali di tedesco e il suo modo di scrivere furono valutati «molto buoni». In latino e greco egli traduceva e spiegava con facilità e avvedutezza, componeva con ricchezza di pensieri e profonda penetrazione dell’argomento e, inoltre, aveva acquisito una certa speditezza nel parlare. «In generale abbastanza versato» per la storia e la geografia; in francese leggeva con qualche aiuto anche le cose più difficili; mentre della matematica aveva «buone conoscenze» e con la fisica una familiarità mediocre. Lo studente Marx aveva «abbastanza chiara e ben fondata» anche la conoscenza della dottrina religiosa, della morale cristiana e «in certa misura la storia della chiesa romana». La commissione di esami lo congedò, dunque, «con la speranza che egli corrisponderà alle buone aspettative che le sue attitudini giustificano» [11].

3. Gli studi di diritto
Completato il liceo, il giovane diciassettenne assecondò il desiderio del padre, che avrebbe voluto indirizzarlo alla sua stessa professione di avvocato e, nonostante egli non avesse alcuna particolare predilezione per il diritto, nel 1835 s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Così, per proseguire gli studi, nel mese di ottobre si trasferì a Bonn, la sede universitaria più vicina a Treviri e principale centro intellettuale della Renania.

Poiché le lettere scritte da Marx ai propri genitori da Bonn sono andate smarrite, quelle a lui indirizzate da suo padre rappresentano l’unica fonte diretta di informazioni di questo periodo e costituiscono uno strumento fondamentale per la sua ricostruzione. Allo «studiosus juris» [12] Karl, Heinrich Marx rivolse in questa fase premurose raccomandazioni e grandi speranze: «non ho proprio nessun dubbio sulla tua buona volontà, la tua diligenza, neppure in rapporto al tuo fermo proposito di fare qualche cosa di grande».

Al suo arrivo a Bonn, Marx cominciò gli studi con grande impegno ed entusiasmo. Tale era la sua voglia di apprendere che, durante il primo semestre invernale, s’iscrisse a ben nove corsi. Tuttavia, dopo un ammonimento del padre – «nove corsi mi sembrano un po’ troppi, e non vorrei che tu facessi più di quanto il corpo e lo spirito possano sopportare» –, egli si convinse a ridurne il numero a sei, rinunciando a quelli inerenti la fisica e la chimica, condotti, tra l’altro, alquanto male. Tutte le lezioni furono seguite con assiduità e attenzione e accanto alle discipline che competevano al suo indirizzo, Enciclopedia della scienza giuridica, Istituzioni e Storia del diritto romano, egli scelse di partecipare anche ai corsi di Mitologia greca e romana, Storia dell’arte moderna e le Questioni su Omero, questo ultimo impartito proprio da Schlegel. Questa scelta mostra la poliedricità d’interessi del giovane scolaro e svela la grande passione da lui nutrita per la poesia.

Come si evince dalle missive del padre, con il denaro che questi gli inviava, Marx acquistò subito molti libri, specialmente grandi opere di storia. Lo studio fu intensissimo e, dopo soli pochi mesi dal suo arrivo, Marx si ammalò a causa dell’eccesso di lavoro. Le lettere del padre lo ammonirono ancora in proposito: «spero almeno che la triste esperienza ti abbia mostrato la necessità di stare un po’ più attento alla salute. (…) Anche l’eccessivo studio in questo caso è una pazzia. (…) Non c’è essere più miserevole di un dotto malaticcio» [13]. Così, vinto dalle circostanze, durante il semestre estivo, egli limitò il numero dei corsi universitari a quattro: Storia del diritto tedesco, Diritto internazionale europeo, Diritto naturale e le Elegie di Propezio, anche questo tenuto da Schlegel. Al minore impegno concorsero, oltre l’affaticamento accumulato, anche le esuberanze della vita studentesca, dalle quali era stato, nel frattempo, conquistato. Durante questo periodo, Marx contrasse debiti; fu arrestato per «schiamazzi notturni ed ubriachezza» [14] e punito con la pena di un giorno di carcere; e, infine, prese parte a un duello con un altro studente, nel quale fu leggermente ferito. Nel complesso, dunque, l’anno trascorso a Bonn deluse le aspettative del padre che, pertanto, decise di trasferire il figlio all’università di Berlino.

4. La filosofia ed Hegel
Con i suoi 320.000 abitanti, nel 1836 Berlino era il luogo più popoloso dei territori di lingua tedesca dopo Vienna. La città raccoglieva la considerevole burocrazia prussiana, esprimeva un’intensa vita intellettuale e fu la prima grande metropoli conosciuta da Marx. L’università “Friedrich-Wilhelms”[15], fondata nel 1810, contava all’epoca 2100 studenti, annoverava molti tra i più celebri insegnanti del tempo – lo stesso Georg F. W. Hegel vi aveva insegnato dal 1818 al 1831, anno della sua morte – e rappresentava l’ambiente più serio e propizio dove condurre gli studi. In questo nuovo contesto, Marx abbandonò la spensieratezza della seconda parte del periodo trascorso a Bonn e si dedicò, con rinnovata passione e diligenza, ai suoi doveri. Tuttavia, rispetto all’anno precedente, il suo atteggiamento verso l’università era mutato.

Egli si preoccupò molto meno delle lezioni accademiche e, durante i 9 semestri accademici trascorsi a Berlino, si iscrisse solamente a 13 corsi e restò due semestri senza seguirne alcuno. Nel semestre invernale 1836-37, egli seguì quelli sulle Pandette[16], di Diritto criminale e di Antropologia. I primi due, frequentati con assiduità e zelo, erano impartiti dai maggiori giuristi del tempo: Friedrich C. von Savigny e Gans. Il primo, fondatore e principale teorico della Scuola storica del diritto, propugnava un’esaltazione del passato, condivideva le idee romantiche ed era fautore di un conservatorismo politico. Il secondo, discepolo di Hegel e saint-simoniano, paladino di tutta la Berlino progressista, era, al contrario, il più avanzato liberale in campo politico e sociale e contribuì certamente allo sviluppo di tali tendenze in Marx, nonché al suo interesse per l’hegelismo.

Ad ogni modo, la partecipazione alle attività dell’università fornisce soltanto un’idea molto parziale della sua operosità intellettuale. In quegli anni, infatti, Marx si limitò a seguire i corsi obbligatori di diritto senza i quali non avrebbe potuto sostenere gli esami [17], in particolare quelli di Diritto ecclesiastico, Procedura civile, Procedura civile prussiana e Procedura penale impartiti da August W. Heffter o quello di Diritto civile prussiano tenuto da Gans e, inoltre, Diritto ereditario, «Logica», Geografia, Isaia ed Euripide. Al contrario, rinchiusosi fin dall’arrivo in città nella sua stanza da studio, egli avviò, con un impegno prodigioso, uno studio indipendente che gli permise d’impadronirsi rapidamente di molte più cognizioni di quante non avrebbe potuto assimilare se avesse seguito i soli corsi accademici.

Il percorso di apprendimento di Marx relativo a questa fase può essere ricostruito grazie alla lettera scritta al padre nel novembre del 1837, l’unica pervenutaci di tutto il periodo universitario, che costituisce un preziosissimo documento biografico circa il suo primo anno trascorso a Berlino. Infervorato dall’amore per la fidanzata Jenny e turbato per il carattere ancora molto incerto di una unione non ancora ufficiale, Marx si dedicò innanzitutto alla poesia. Dall’ottobre al dicembre del 1836, compose tre quaderni di versi dedicati, e successivamente inviati, alla «mia cara, eternamente amata Jenny v. Westphalen»[18]: il [Libro dell’amore], diviso in due parti, e il [Libro dei canti].

Per Marx, comunque, «la poesia poteva e doveva essere solo un accompagnamento». Egli aveva il compito di studiare giurisprudenza e, inoltre, si sentiva sempre più «spinto a lottare con la filosofia». Avviò, infatti, la lettura dei giuristi tedeschi Johann G. Heineccius e Anton F. J. Thibaut, tradusse i primi due libri delle Pandette e cercò, al contempo, «di realizzare una filosofia del diritto che abbracciasse l’intero ambito del diritto stesso» [19]. Guidato dalla volontà di costruire una relazione tra i temi affrontati, e grazie alla sua capacità di generalizzare, egli passò dallo studio degli aspetti empirici del diritto alla giurisprudenza e da questa alla filosofia in generale [20]. Così facendo, redasse «un lavoro di quasi 300 fogli», rimasto incompiuto e andato poi disperso, che sviluppò in due parti: una «metafisica del diritto» e una «filosofia del diritto». Anche se non riuscì a portare a termine questo manoscritto, la sua redazione gli permise di appassionarsi «alla materia e di acquistarne una visione complessiva». Egli si accorse «dell’erroneità dell’insieme, che nello schema fondamentale si accosta a quello kantiano» e si convinse «che senza filosofia non si poteva venire a capo di nulla». Scrisse, quindi, «un nuovo sistema metafisico di base», alla cui conclusione, però, dovette «riconoscere l’assurdità di esso e di tutte le (…) fatiche precedenti».

A poco a poco, la filosofia prevalse sempre più sugli studi di diritto e la prospettiva di una carriera accademica si impose su quella giuridica voluta dal padre. Inoltre, accanto alla filosofia, Marx espanse i suoi interessi in molte altre direzioni. Egli assunse «l’abitudine di fare estratti da tutti i libri che leggev[a] (…) e di buttare giù, di tanto in tanto, le sue riflessioni»[21] in proposito. Questo modo di prendere appunti, con una grafia minuta e quasi illeggibile, fu da lui conservato per tutta la vita. Marx inaugurò i suoi quaderni di estratti con dei compendi dal Laocoonte di Gotthold E. Lessing, dall’Erwin di Karl W. F. Solger, dalla Storia dell’arte nell’antichità di Johann J. Winckelmann e dalla Storia del popolo tedesco di Heinrich Luden[22]. In questo stesso periodo, Marx tradusse anche due classici latini: la Germania di Tacito e i Libri della tristezza di Ovidio; cominciò a studiare la grammatica inglese e italiana; lesse i Principi fondamentali di diritto penale tedesco e osservazioni sulle leggi prussiane di Ernst F. Klein e, sommariamente, tutte le principali novità letterarie.

Nonostante i continui ammonimenti del padre, che lo pregò ripetutamente di non esagerare con lo studio e «di risparmiare la tua salute mentre arricchisci lo spirito»[23], Marx lavorò in modo forsennato. Egli riprese nuovamente a comporre poesie e scrisse un altro quaderno di versi, che dedicò al padre in occasione dei suoi sessant’anni. Al suo interno, accanto a diversi altri componimenti, incluse il primo atto di [Oulanem], un dramma fantastico in versi, e alcuni capitoli del romanzo umoristico [Scorpione e Felice], un tentativo mal riuscito di deridere la Berlino filistea. Sono interessanti, invece, alcuni brevi [Epigrammi], contenuti nello stesso quaderno, che documentano il suo atteggiamento critico del tempo verso Hegel.

Infine, tra i principali interessi di Marx di questo periodo vi furono anche il teatro e le questioni letterarie, poiché, fin dal 1837, nonostante fosse appena diciannovenne, egli aveva progettato di fondare una rivista di critica letteraria[24]. Fu così che, dopo una fase di intensissimo studio, dedicato a diritto, filosofia, arte, letteratura, lingue e poesia e a causa del coinvolgimento emotivo che accompagnò le sue ricerche, egli si ammalò e su indicazione di un medico, che gli consigliò di riposarsi in campagna, dovette lasciare Berlino per Stralow [25], un villaggio di pescatori negli immediati dintorni della capitale prussiana a circa un’ora di cammino dall’università.

Questo soggiorno, anziché rappresentare un periodo di pausa, costituì un’importante tappa della evoluzione intellettuale di Marx: «un sipario era caduto, il mio sacrario era spezzato, e nuovi dèi dovevano essere insediati». Infatti, dopo un profondo conflitto interno, egli si congedò definitivamente dal Romanticismo e si allontanò dall’idealismo kantiano e fichtiano, che erano stati per lui «modello e alimento», per «cercare l’idea nella realtà stessa». Fino a quel momento, Marx aveva letto soltanto «frammenti della filosofia di Hegel, la cui grottesca melodia rocciosa non gli era piaciuta». A Stralow, invece, egli lesse «dal principio alla fine Hegel e la maggior parte dei suoi discepoli». La sua conversione allo hegelismo, però, fu tutt’altro che immediata. Per meglio precisare la concezione che andava acquisendo, Marx compose un dialogo di 24 fogli dal titolo [Cleante, o del punto di partenza e del necessario svolgimento della filosofia], anch’esso andato disperso, attraverso il quale tentò di unire «l’arte e la scienza». La sua redazione, frutto di studi storici, di scienza della natura e di testi di Schelling, costò a Marx «una fatica infinita». Inoltre, l’esito di tale lavoro lo sconfortò perché «questa mia creatura prediletta, nutrita al chiaro di luna, mi porta come una sirena ingannatrice tra le braccia del nemico», ovvero all’adesione alla filosofia di Hegel.

Preso dalla rabbia per l’approdo che avevano avuto le sue riflessioni, Marx fu, «per alcuni giorni, del tutto incapace di pensare». In seguito, abbandonò per un po’ di tempo la filosofia, per immergersi in nuovi studi di diritto, attraverso i quali si dedicò in particolare al Diritto del possesso di Savigny, al Manuale del diritto penale di Anselm R. Feuerbach, ai Principi fondamentali della scienza di diritto penale di Karl von Grolman, al Significato delle parole del titolo delle pandette di Andreas G. Cramer, al Manuale di diritto civile generale di Johann N. von Wenning-Ingenheim, alla Scienza delle pandette di Christian F. Mühlenbruch, alla Concordanza dei canoni discordanti di Graziano e alle Istituzioni di diritto canonico di Giovan Paolo Lancellotti. Inoltre, egli lesse il libro Dignità e progresso delle scienze di Francis Bacone, il volume Sugli istinti artistici degli animali di Hermann S. Reimarus e tradusse parzialmente la Retorica di Aristotele. Alla fine di questo periodo, a causa degli «inutili, falliti lavori intellettuali» e della «rabbia bruciante di dover prendere come riferimento una concezione a me invisa», Marx ebbe un esaurimento e, una volta ristabilitosi, «bruci[ò] tutte le poesie e gli abbozzi di novelle» [26] composti fino ad allora.

5. Un giovane hegeliano al Doktorclub di Berlino
Introdottovi da Adolf Rutenberg, il suo più intimo amico del tempo, dal 1837, Marx prese a frequentare il «Doktorclub», un circolo di scrittori, docenti e studenti della sinistra hegeliana di Berlino, sorto in quello stesso anno e del quale facevano parte, tra gli altri, Bruno Bauer, Carl Friedrich Köppen, Heinrich Bernhard Oppenheim e Ludwig Buhl[27]. Fu proprio grazie a essi che Marx si «leg[ò], sempre più saldamente, all’attuale filosofia del mondo, alla quale avev[a] pensato di sfuggire»: l’hegelismo. Inoltre, in questo periodo, egli continuò a studiare e a scrivere intensamente e, in novembre, comunicò al padre: «non potetti aver pace fin quando non mi fui messo al passo e non ebbi raggiunto il punto di vista dell’attuale concezione scientifica tramite alcune brutte opere come [La visita]»[28].

In questa fase, il Doktorclub divenne il centro della formazione di Marx e fu di stimolo e impulso per tutta la sua attività. Dopo la scissione tra destra e sinistra hegeliana, prodottasi proprio durante quegli anni, nel circolo di Berlino si erano riunite alcune delle menti più progressiste della Prussia del tempo che presero parte alla lotta tra conservatorismo e liberismo. Sebbene al momento delle sue prime visite alla sede del Club dei dottori Marx avesse appena 20 anni, grazie alla sua brillante personalità, non solo fu trattato alla pari da tutti i suoi membri, mediamente più anziani di lui di dieci anni, ma riuscì a esercitare su di loro anche una grande influenza e a orientarne spesso le discussioni[29].

Dall’inizio del 1839, Marx si legò sempre più a Bauer, che lo aveva incitato ripetutamente a concludere in fretta l’università. Egli si dedicò, così, a uno studio approfondito della filosofia di Epicuro e, fino al principio del 1840, redasse sette quaderni di appunti in vista di una dissertazione di laurea sulla filosofia greca, intitolata, poi, [Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro] e che costituì l’unico scritto strettamente filosofico di tutta la sua esistenza[30]. La dissertazione, probabilmente l’unica parte realizzata di un progetto più generale sulla filosofia antica, fu redatta tra la seconda metà del 1840 e il marzo del 1841 e fu composta da una prefazione, da due sezioni di cinque capitoli ciascuna – il quarto e il quinto capitolo della prima parte sono, però, andati perduti – e da un’appendice contenente la critica di Plutarco a Epicuro, anche essa smarrita tranne alcune annotazioni.

La quantità di tempo impiegata da Marx per completare il suo lavoro trova spiegazione nell’estrema scrupolosità con la quale egli era solito studiare e nella rigorosa autocritica alla quale sottoponeva le sue riflessioni[31]. Il desiderio irruente di partecipare alla lotta politica in cui era impegnata la Sinistra hegeliana fu in lui molto forte, ma ancora di più fu la consapevolezza della necessità di ampliare i propri studi per meglio precisare la sua concezione del mondo. Oltre a Epicuro, infatti, egli intraprese lo studio di molti altri autori. Durante la prima metà del 1840, cominciò a leggere e fare estratti dal De anima di Aristotele e programmò di scrivere una critica delle Ricerche di logica di Friedrich Adolf Trendelenburg, così come un libro contro il teologo Georg Hermes e un pamphlet polemico su L’idea della divinità di Karl Ph. Fischer[32], progetti che, però, non furono mai portati a termine.

Inoltre, tra il gennaio e l’aprile del 1841, ovvero durante e dopo la redazione dell’ultima parte della sua tesi di laurea, a testimonianza della volontà di impiegare il suo tempo in uno studio rigoroso anziché nella redazione di articoli estemporanei[33], Marx compilò, coadiuvato da un copista calligrafo, sei quaderni di estratti, in cui raccolse citazioni dalla corrispondenza e da diverse opere di Gottfried Leibniz, dal Trattato sulla natura umana di David Hume, dal Trattato teologico-politico di Baruch Spinoza e dalla Storia della filosofia kantiana di Karl Rosenkranz[34]. Questi estratti riguardarono filosofi moderni e, dunque, furono studi indipendenti rispetto al lavoro preparatorio per la sua dissertazione. Essi avevano come obiettivo l’ampliamento delle sue conoscenze, nella speranza di ottenere un posto di professore di filosofia all’università[35].

Tuttavia, quando nell’aprile del 1841, dopo aver presentato la sua tesi alla facoltà di filosofia dell’università di Jena [36], di indirizzo più liberale rispetto a quella di Berlino, ed essere stato nominato dottore in filosofia, il nuovo contesto politico precluse a Marx questa possibilità. Infatti, in seguito all’avvento al trono di Federico Guglielmo IV, in tutta la Prussia si sviluppò una forte reazione romantico cristiana e la filosofia hegeliana, che aveva goduto sino ad allora dell’appoggio dello Stato, fu messa al bando insieme alla possibilità di esercitare ogni pensiero all’interno dell’accademia.

Si decise così a partire per Bonn e a raggiungere l’amico Bauer, col quale aveva progettato di dare vita a una rivista, che avrebbe dovuto chiamarsi «Archiv des Atheismus», attraverso la quale fornire ai lettori il loro punto di vista critico soprattutto in materia religiosa. Durante questo periodo, Marx redasse un nuovo gruppo di estratti, in particolare dal testo Sul culto degli dei feticci di Charles de Brosses, dalla Storia critica generale delle religioni di Christoph Meiners e dal libro Della religione Benjamin Constant [37], ma anche il progetto della nascita della rivista fallì e a Marx, allontanatosi da Bauer per dissidi di carattere politico, lasciò gli studi dei testi di religione per dedicarsi al giornalismo.

6. L’incontro con l’economia politica e i [Manoscritti economico-filosofici del 1844]
Messa definitivamente da parte l’aspirazione di intraprendere la carriera universitaria, tra il 1842 e il 1843, Marx si diede all’attività pubblicistica e collaborò con il quotidiano di Colonia «Rheinische Zeitung», del quale divenne rapidamente giovanissimo redattore capo. Tuttavia, poco tempo dopo l’inizio della sua direzione e la pubblicazione di alcuni suoi articoli sulle discussioni della dieta renana inerenti la legge contro i furti di legna [38], nei quali, seppure soltanto dal punto di vista giuridico e politico, aveva iniziato a occuparsi di questioni economiche, la censura colpì il giornale ed egli decise di interrompere questa esperienza «per ritirar[s]i dalla scena pubblica alla stanza da studio»[39]. Si dedicò, così, agli studi sullo Stato e le relazioni giuridiche, rispetto ai quali Hegel era un’autorità, e in un manoscritto del 1843, pubblicato postumo con il titolo [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto], avendo maturato la convinzione che la società civile fosse la base reale dello Stato politico, sviluppò le sue primissime formulazioni circa la rilevanza del fattore economico nell’insieme dei rapporti sociali.

Marx diede inizio a uno «scrupoloso studio critico dell’economia politica»[40] solo dopo il suo trasferimento a Parigi, dove, nel 1844, fondò e co-diresse la rivista «Deutsch-französische Jahrbücher». Egli si recò nella capitale francese nell’ottobre del 1843, all’età di 25 anni, e il soggiorno parigino segnò profondamente la sua evoluzione intellettuale. La disponibilità teorica con la quale Marx giunse a Parigi, in seguito all’esperienza giornalistica presso la «Rheinische Zeitung» e all’abbandono dell’orizzonte concettuale dello Stato razionale hegeliano e del radicalismo democratico, al quale era precedentemente approdato, fu scossa dalla visione concreta della classe lavoratrice. La scoperta del proletariato e, per suo tramite, della rivoluzione; l’adesione, seppur ancora in forma indeterminata e semiutopistica, al comunismo; la critica alla filosofia speculativa di Hegel e alla Sinistra hegeliana; il primo abbozzo della concezione materialistica della storia e l’avvio della critica dell’economia politica, furono l’insieme dei temi fondamentali che Marx andò maturando durante questo periodo.

Da questo momento in poi, le sue indagini, fino ad allora di carattere prevalentemente filosofico, storico e politico, si indirizzarono verso l’economia politica, disciplina che divenne il fulcro delle sue future ricerche. A Parigi, infatti, spinto dalle contraddittorietà del diritto e della politica, insolubili nel loro stesso ambito, ovvero dalla incapacità che entrambe avevano mostrato di dare soluzione ai problemi sociali, e colpito in maniera decisiva dalle considerazioni contenute nei Abbozzo di una critica dell’economia politica, uno dei due articoli di Engels pubblicati nel primo e unico volume dei «Deutsch-französische Jahrbücher»[41], si avvicinò a questa nuova materia. Sotto l’influsso de L’essenza del denaro di Hess e della trasposizione, da lui operata, del concetto di alienazione dal piano speculativo a quello economico-sociale, il primo stadio della sua analisi si concentrò nella critica alla mediazione economica del denaro, ostacolo alla realizzazione dell’essenza dell’uomo.

A partire dalla fine del 1843, Marx avviò una grande mole di letture e da esse ricavò nove quaderni di estratti e appunti. I cosiddetti [Quaderni di Parigi] sono particolarmente interessanti perché tra i libri maggiormente compendiati figurano il Trattato di economia politica di Jean-Baptiste Say e La ricchezza delle nazioni di Adam Smith[42], testi dai quali Marx assimilò le nozioni basilari di economia, così come i Principi di economia politica di David Ricardo e gli Elementi di economia politica di James Mill [43], che gli diedero, invece, la possibilità di sviluppare le prime valutazioni rispetto ai concetti di valore e prezzo e alla critica del denaro quale dominio della cosa estraniata sull’uomo.

Il filo conduttore degli studi di questo periodo fu il bisogno di disvelare e contrastare quella che, dal suo punto di vista, era la maggiore mistificazione dell’economia politica: la tesi secondo la quale le sue categorie fossero valide in ogni tempo e in ogni luogo. Parallelamente ad essi, Marx redasse altri tre quaderni, pubblicati postumi con il titolo di [Manoscritti economico-filosofici del 1844] [44], che contengono osservazioni analoghe. Marx sottolineò, infatti, che «l’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Ma non ce la spiega», «presuppone in forma di fatto, di accadimento, ciò che deve dedurre» [45]. L’economia politica considerava il regime della proprietà privata, il modo di produzione a esso congiunto e le categorie economiche corrispondenti, come immutabili e durevoli per l’eternità.

Gli economisti borghesi avevano presentato le leggi del modo di produzione capitalistico come leggi eterne della società umana. Marx, viceversa, ponendo come esclusivo e distinto oggetto d’indagine la natura specifica dei rapporti del suo tempo, «la realtà lacerata dell’industria» [46], ne sottolineò la transitorietà, il carattere di stadio storicamente prodotto e intraprese la ricerca delle contraddizioni che il capitalismo produceva e che portavano, a suo avviso, al suo superamento.

Questo differente modo di intendere i rapporti sociali avrebbe determinato importanti ricadute, la più significativa delle quali è, senz’altro, quella relativa al concetto di lavoro alienato. Contrariamente agli economisti, così come allo stesso Hegel, che concepivano il lavoro alienato come una condizione naturale e immutabile della società, Marx respinse la dimensione antropologica dell’alienazione in favore di una concezione su base storico-sociale, che riconduceva il fenomeno a una determinata struttura di rapporti produttivi e sociali: la moderna società borghese e il lavoro salariato.

L’intenso lavoro condotto da Marx durante questo periodo è comprovato dalle testimonianze di quanti lo frequentarono al tempo. Alla fine del 1844, il giornalista radicale Heinrich Bürgers sostenne, infatti, che: «Marx aveva avviato sin da allora approfondite ricerche nel campo dell’economia politica e accarezzava il progetto di scrivere un’opera critica in grado di formare una nuova costituzione della scienza economica» [47]. Anche Friedrich Engels, che aveva conosciuto Marx nell’estate del 1844 e stretto con lui un’amicizia e un sodalizio teorico e politico destinati a durare per il resto delle loro esistenze, nella speranza che una stagione di rivolgimenti sociali fosse alle porte, esortò Marx, sin dalla prima lettera di quel loro carteggio protrattosi per un quarantennio, a dare alla luce in fretta la sua opera: «fa ora in modo che il materiale che hai raccolto venga lanciato presto per il mondo. Il tempo stringe maledettamente» [48]. Tuttavia, la consapevolezza dell’insufficienza delle sue conoscenze impedì a Marx di completare e pubblicare i suoi manoscritti. Inoltre, nell’autunno del 1844, egli si dedicò, proprio assieme a Engels[49] , alla stesura de La sacra famiglia. Critica della critica critica contro Bruno Bauer e soci, uno scritto polemico, pubblicato nel 1845, nei confronti di Bauer e di altri esponenti della Sinistra Hegeliana, movimento dal quale Marx aveva preso le distanze già nel 1842, ritenendo che i suoi membri fossero dediti esclusivamente a sterili battaglie di concetti e rinchiusi nell’isolamento speculativo.

Dopo la pubblicazione di questo testo, Engels si rivolse nuovamente all’amico invitandolo a ultimare lo scritto di economia in preparazione: «guarda di portare a termine il tuo libro di economia politica; anche se tu dovessi rimanere scontento di molte cose, non fa niente, gli animi sono maturi, e dobbiamo battere il ferro finché è caldo»[50].

Queste sollecitazioni servirono però a ben poco. L’ancora stentata conoscenza dell’economia politica indusse Marx a proseguire gli studi, anziché tentare di dare forma compiuta ai suoi abbozzi. Ad ogni modo, sorretto dalla convinzione di poter dare alla luce il suo scritto in breve tempo, nel febbraio del 1845, dopo essere stato espulso dalla Francia, egli firmò un contratto con l’editore di Darmstadt Karl Wilhelm Leske, per la pubblicazione di un’opera in due volumi da intitolarsi «Critica della politica e dell’economia politica»[51].

7. Il proseguimento degli studi di economia
Dal febbraio del 1845, Marx si trasferì a Bruxelles, dove rimase fino al marzo del 1848. Durante questi tre anni, e in particolar modo nel 1845, egli proseguì produttivamente gli studi di economia politica. Nel marzo di quell’anno, infatti, lavorò a una critica, senza riuscire però a completarla, dell’opera Il sistema nazionale dell’economia politica dell’economista tedesco Friedrich List[52]. Inoltre, dal febbraio al luglio, redasse sei quaderni di estratti, i cosiddetti [Quaderni di Bruxelles], riguardanti soprattutto lo studio dei concetti basilari dell’economia politica, nei quali riservò particolare spazio agli Studi sull’economia politica di Sismonde de Sismondi, al Corso di economia politica di Henri Storch e al Corso di economia politica di Pellegrino Rossi. Contemporaneamente, Marx si dedicò anche alle questioni legate ai macchinari e alla grande industria e ricopiò diverse pagine dell’opera Sull’economia delle macchine e delle manifatture di Charles Babbage[53]. In questo periodo, egli progettò, insieme con Engels, di organizzare anche la traduzione in lingua tedesca di una «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri»[54]. Tuttavia, non avendo trovato il sostegno finanziario di nessun editore e non disponendo di molto tempo libero, essendo entrambi impegnati innanzitutto con i propri lavori, Marx ed Engels dovettero abbandonare questo proposito.

Nei mesi di luglio e agosto, Marx soggiornò a Manchester, al fine di prendere in esame la vasta letteratura economica inglese, la cui consultazione riteneva indispensabile per scrivere il libro che aveva in cantiere. Redasse così altri nove quaderni di estratti, i [Quaderni di Manchester], e, di nuovo, tra i testi maggiormente compendiati vi furono manuali di economia politica e libri di storia economica, tra i quali leLezioni sugli elementi di economia politica di Thomas Cooper, Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, la Letteratura di economia politica di John Ramsay McCulloch e i Saggi su alcuni problemi insoluti di economia politica di John Stuart Mill [55]. Marx s’interessò molto anche alle questioni sociali e raccolse estratti da alcuni dei principali volumi della letteratura socialista anglosassone, in particolare da I mali del lavoro e il rimedio del lavoro di John Francis Bray e dal Saggio sulla formazione del carattere umano e Il libro del nuovo mondo morale di Robert Owen [56]. Dello stesso argomento trattava, inoltre, La sitazione della classe operaia in Inghilterra, la prima opera di Engels, apparsa proprio nel giugno del 1845.

Nella capitale belga, oltre a proseguire gli studi economici, Marx lavorò anche a un altro progetto, che ritenne necessario realizzare a causa delle circostanze politiche che erano nel frattempo maturate. Nel novembre del 1845, infatti, pensò di scrivere con Engels, Joseph Weydemeyer e Moses Heß, una «critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti» [57]. Il testo, che fu dato alle stampe postumo col titolo di [L’ideologia tedesca], si prefiggeva, da una parte, di combattere le ultime forme di neohegelismo comparse in Germania (il libro L’unico e la sua proprietà di Max Stirner era stato dato alle stampe nell’ottobre del 1844) e, da un’altra, come Marx scrisse all’editore Leske, di «preparare il pubblico al punto di vista della [sua] Economia (Oekonomie), la quale si contrappone[va] risolutamente a tutta la scienza tedesca sviluppatasi fino a ora» [58]. Questo scritto, la cui lavorazione si protrasse fino al giugno del 1846, non fu però mai portato a termine, anche se servì a Marx per elaborare, con maggiore chiarezza rispetto al passato, seppure non in modo definitivo, quella che Engels definì, 40 anni dopo, «la concezione materialistica della storia»[59]. Risalgono a questo periodo, inoltre, anche le celebri [Tesi su Feuerbach].

Per avere notizie sul progresso della «Economia» durante l’anno 1846 occorre, ancora una volta, esaminare le lettere indirizzate a Leske. Nell’agosto di quell’anno, Marx aveva dichiarato all’editore che «il manoscritto quasi concluso del primo volume», ovvero quello che, secondo i suoi nuovi piani, avrebbe dovuto contenere la parte più teorica e politica, era già disponibile «da tanto tempo», ma che egli non l’avrebbe fatto «stampare senza sottoporlo ancora una volta a una revisione di contenuto e di stile. Si capisce che un autore, il quale continua a lavorare per sei mesi, non può lasciare stampare letteralmente ciò che ha scritto sei mesi prima». Ciò nonostante, egli s’impegnò a concludere presto il libro: «la revisione del primo volume sarà pronta per la stampa alla fine di novembre. Il secondo volume, che ha un carattere più storico, potrà seguire immediatamente» [60]. Le notizie fornite non rispondevano, però, al reale stato del suo lavoro, poiché nessuno dei suoi manoscritti del tempo poteva essere definito come «quasi concluso» e, infatti, quando l’editore non se ne vide consegnare nessuno neanche al principio del 1847, decise di rescindere il contratto.

Questi continui ritardi non vanno però attribuiti a uno scarso impegno da parte di Marx. In quegli anni, egli non rinunciò mai all’attività politica e, nella primavera del 1846, fu promotore di un «Comitato comunista di corrispondenza», nato per organizzare un collegamento tra le varie leghe operaie in Europa. Tuttavia, il lavoro teorico restò per lui sempre una priorità e a conferma di ciò vi sono le testimonianze di coloro che lo frequentarono. Il poeta tedesco Georg Weerth, ad esempio, scrisse nel novembre del 1846: «Marx lavora giorno e notte per snebbiare la testa degli operai d’America, Francia, Germania, etc. dai sistemi balzani che ora la offuscano (…). Lavora come un pazzo alla sua storia dell’economia politica. Quest’uomo dorme da molti anni non più di quattro ore per notte»[61]. Le prove del grande impegno di Marx sono documentate anche dagli appunti di studio e dagli scritti allora pubblicati. Dall’autunno del 1846 al settembre del 1847, egli riempì tre voluminosi quaderni di estratti, inerenti in gran parte la storia economica, dal testo Rappresentazione storica del commercio, dell’attività commerciale e dell’agricoltura dei più importanti Stati commerciali dei nostri tempi di Gustav von Gülich[62], uno dei principali economisti tedeschi del tempo.

Inoltre, nel dicembre del 1846, dopo aver letto il libro Sistema delle contraddizioni economiche, o filosofia della miseria di Pierre-Joseph Proudhon e averlo trovato «cattivo, anzi pessimo»[63], Marx decise di scriverne una critica. Redatta direttamente in francese, affinché il suo antagonista, che non parlava tedesco, potesse intenderla, l’opera fu terminata nell’aprile del 1847 e stampata in luglio con il titolo Miseria della filosofia. Risposta a Pierre-Joseph Proudhon. Si trattò del primo scritto di economia politica pubblicato da Marx e nelle sue pagine vi furono esposte le sue convinzioni del momento circa la teoria del valore, l’approccio metodologico più corretto da utilizzare per intendere la realtà sociale e la transitorietà storica dei modi di produzione.

Il motivo del mancato completamento dell’opera progettata – la critica dell’economia politica – non è attribuibile, dunque, alla mancanza di concentrazione da parte di Marx, bensì alla difficoltà del compito che egli si era assegnato. L’argomento che si era prefisso di sottoporre ad esame critico era molto vasto e affrontarlo con la serietà e la coscienza critica di cui egli era dotato avrebbe significato lavorare duramente ancora per molti anni. Anche se non ne era consapevole, infatti, alla fine degli anni Quaranta Marx era appena all’inizio delle sue fatiche e il primo libro de Il capitale vide la luce solo nel 1867.

References
1. In proposito si veda il volume collettivo Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2005.
2. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in «Marx-Engels-Jahrbuch» 2003, Akademie, Berlin 2004. In questo saggio i titoli dei manoscritti incompiuti di Marx assegnati editorialmente sono inseriti nel testo tra parentesi quadre.
3. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 6.
4. In proposito cfr. Marcello Musto, Vicissitudini e nuovi studi de ‘L’ideologia tedesca’, in «Critica Marxista», 2004, n. 6, pp. 45-9.
5. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro secondo, op. cit., p. 9.
6. Friedrich Engels, Prefazione a Karl Marx, Il capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 10.
7. Sulla terza sezione della MEGA2 si rimanda a Marcello Musto, Marx ai tempi de Il signor Vogt. Appunti di biografia intellettuale (1860-1861), in «Il pensiero politico», 2006, n. 3, pp. 446-8.
8. Cfr. Marcello Musto, The rediscovery of Karl Marx, in «International Review of Social History», 2007, n. 3, pp. 477-98
9. Cfr. David McLellan, Marx prima del marxismo, Einaudi, Torino 1974, p. 32.
10. Cfr. Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx, op. cit., p. 21 e Auguste Cornu, op. cit., p. 69.
11. Diploma di maturità per l’alunno del ginnasio di Treviri Karl Marx , in Opere, vol. I, op. cit., p. 741.
12. Heinrich Marx a Karl Marx, 19 marzo 1836, in Opere, vol. I, op. cit., p. 750.
13. Heinrich Marx a Karl Marx, febbraio – primi di marzo del 1836, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 747 e 749.
14. Cfr. il Certificato di congedo dell’università di Bonn, in Opere, vol. I, op. cit., p. 755.
15. Dal 1948 questa università assunse in nome di “Humboldt”.
16. Le Pandette sono la più importante delle quattro parti del Corpus iuris civilis redatto, tra il 528 e il 534, per ordine dell’imperatore Giustiniano I. In esse, con l’intento di fornire una sintesi di tutta la giurisprudenza imperiale dei secoli precedenti, furono raccolti gli scritti e i pareri dei più insigni giuristi romani.
17. Cfr. Sepp Miller – Bruno Sawadzki, Karl Marx in Berlin, Das Neue Berlin, Berlin 1956, p. 113 e Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, op. cit., pp. 51-2.
18. Karl Marx, Buch der Liebe, MEGA2, vol. I/1, op. cit., p. 479.
19. Ivi, pp. 9-10.
20. Cfr. Istvan Mészáros, Marx filosofo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. 1, op. cit., pp. 122-3.
21. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., pp. 10 e 13.
22. Questi estratti sono andati purtroppo dispersi.
23. «Hai ancora molto tempo, voglia Iddio, da vivere per il tuo bene e quello della tua famiglia e se i miei presentimenti non mi traggono in errore, per il bene dell’umanità», in Heinrich Marx a Karl Marx, 9 novembre 1836, in Opere, op. cit., p. 757.
24. Le tracce di questo progetto sono contenute in una lettera di suo padre, cfr. Heinrich Marx a Karl Marx, 16 settembre 1837, in Opere, vol. I, op. cit., p. 777.
25. Questo villaggio corrisponde oggi al quartiere di Berlino Stralau.
26. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., pp. 14-15.
27. Cfr. Sepp Miller – Bruno Sawadzki, op. cit., pp. 68-75.
28. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., p. 15.
29. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., p. 151.
30. Cfr. Maximilien Rubel, Différence de la philosophie naturelle chez Démocrite et chez Épicure, avec un appendice. Notice, in Karl Marx, Œuvres III. Philosophie (a cura di Maximilien Rubel), op. cit., p. p. 6.
31. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., p. 225.
32. Cfr. Ivi, pp. 194-7.
33. Cfr. Mario Rossi, Da Hegel a Marx. III La scuola hegeliana. Il giovane Marx, Feltrinelli, Milano 1977, p. 164.
34. Questi estratti, insieme a quelli dal De anima di Aristotele, si trovano nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen bis 1842, Dietz, Berlin 1976, MEGA2 IV/1, pp. 153-288. I compendi realizzati dal testo di Spinoza sono stati pubblicati in traduzione italiana nel volume Karl Marx, Quaderno Spinoza (1841) (a cura di Bruno Bongiovanni), Bollati Boringhieri, Torino 1987.
35. Cfr. Bruno Bongiovanni, Introduzione a Karl Marx, Quaderno Spinoza (1841), op. cit., pp. 36-8.
36. Cfr. Karl Marx a Carl Friedrich Bachmann, 6 aprile 1841, e Karl Marx a Oskar Ludwig Bernhard Wolff, 7 aprile 1841, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 397-8.
37. Gli estratti del periodo di Bonn si trovano nel volume MEGA2 IV/1, op. cit., pp. 289-381.
38. Cfr. Karl Marx, Le discussioni alla sesta dieta renana. Terzo articolo: Dibattiti sulla legge contro i furti di legna e Giustificazione di ††, corrispondente dalla Mosella, in Opere, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 222-64 e pp. 344-75.
39. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 4.
40. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968, p. 4.
41. Duramente colpita dalla censura e dal dissidio tra Marx e Arnold Ruge, l’altro condirettore, questa pubblicazione apparve in un unico numero nel febbraio del 1844.
42. Poiché nel 1844 Marx non conosceva ancora la lingua inglese, durante questo periodo i libri inglesi furono da lui letti in traduzione francese.
43. Questi estratti sono compresi nei volumi Karl Marx, Exzerpte und Notizen. 1843 bis Januar 1845, MEGA² IV/2, Dietz, Berlin 1981 e Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, Akademie, Berlin 1998; tr. it. parz. La scoperta dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1990.
44. Sullo stretto legame tra i cosiddetti [Manoscritti economico filosofici del 1844] e i [Quaderni di Parigi] si veda Marcello Musto, Marx a Parigi: la critica del 1844, in Marcello Musto (a cura di) Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, op. cit., pp. 161-78.
45. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., pp. 69 e 70-71.
46. Ivi , p. 103.
47. Heinrich Burgers, autunno 1844 – inverno 1845, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., p. 41.
48. Friedrich Engels a Karl Marx, inizio ottobre 1844, in Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 7-8.
49. In realtà Engels contribuì allo scritto soltanto per una decina di pagine.
50. Friedrich Engels a Karl Marx, 20 gennaio 1845, in Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 17.
51. Cfr. Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 666, nota 319.
52. Cfr. Karl Marx, A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie», in Opere, vol. IV, op. cit., pp. 584-614.
53. Tutti questi estratti si trovano nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, op. cit.
54. Karl Marx, Piano della «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri», in Opere vol. IV, op. cit., p. 659.
55. Questi estratti sono compresi nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. Juli bis August 1845, MEGA² IV/4, Dietz, Berlin 1988, che include i primi [Quaderni di Manchester]. Si noti, inoltre, che da questo periodo Marx cominciò a leggere direttamente in inglese.
56. Questi estratti, compresi nei [Quaderni di Manchester] VI – IX, sono ancora inediti.
57. Karl Marx, Dichiarazione contro Karl Grün, in Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 73.
58. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455.
59. Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 13. In realtà Engels usò questa espressione già nel 1859, nella recensione al libro di Marx Per la critica dell’economia economia, ma questo articolo non ebbe alcuna risonanza e il termine cominciò a diffondersi solo in seguito alla pubblicazione dello scritto Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
60. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455-56.
61. Georg Weerth an Wilhelm Weerth, 18 novembre 1846, in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, op. cit., pp. 58-9.
62. Questi estratti costituiscono il volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. September 1846 bis Dezember 1847, MEGA² IV/6, Dietz, Berlin 1983.
63. Karl Marx a Pawel Wassiljewitsch Annenkow, 28 dicembre 1846, in Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 458.