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Donatello Santarone, Il Manifesto

Una vita prigioniera nella gabbia delle merci

Nella sobria ed elegante collanina degli “essenziali” – nata per riprodurre alcuni temi classici utili al presente – l’editore Donzelli propone una sintetica antologia di testi marxiani sul tema dell’alienazione presentati da Marcello Musto.

Si tratta di un concetto centrale nella riflessione del filosofo di Treviri che il curatore, docente alla York University di Toronto, colloca nella sua introduzione all’interno della più generale trattazione di questa problematica.

Non solo, dunque, rispetto alle teorie di Hegel e Feuerbach e degli economisti classici o di Lukacs – che sono, sempre molto brevemente, trattate nella prima parte – ma anche nel confronto con le principali concezioni novecentesche dell’alienazione ( Heidegger, Marcuse, la psicoanalisi e l’esistenzialismo francese). Tra queste due parti, il curatore inserisce un “riassunto” della posizione giovanile marxiana (i Manoscritti economico-filosofici del 1844) e, dopo di esse, il dibattito marxista sull’alienazione (e l’interpretazione di Marx) del Novecento. L’idea è quella, per evitare di appesantire il volumetto con un’introduzione che riprendesse esclusivamente i temi già trattati nelle pagine della raccolta (e riassunti nei paragrafetti introduttivi che guidano il lettore alla lettura dei differenti frammenti), di mostrare l’originalità della concezione marxiana dell’alienazione anche nel confronto con i principali filosofi del Novecento.

Posseduti dalle cose

Nella seconda parte dell’Introduzione esamina esclusivamente il testo di Marx, in particolare la sua concezione matura dell’alienazione, esposta nei Grundrisse e nel Capitale (feticismo dal punto di vista della merce e reificazione da quello delle relazioni umane). Inoltre, Marcello Musto presenta le misure concepite da Marx per superare l’alienazione (ed alla differenza rispetto alla posizione giovanile, che si limitava a prospettare un “ superamento della proprietà privata “) e disegnare il profilo della società post-capitalistica che emergerebbe in seguito al superamento dell’alienazione.

Quel che emerge è la peculiarità della posizione di Marx, il quale “mediante la categoria del lavoro alienato non solo estese la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima anche il presupposto per poter comprendere e superare le prime”. Per Marx, infatti, l’alienazione coincide “con una precisa realtà economica e con un fenomeno specifico: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori”.

La ricchezza e l’attualità di questa posizione – che Musto rintraccia nell’intera produzione marxiana – si offrono al lettore già dalle prime riflessioni presenti nei Manoscritti del ‘44: “Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Nell’odierno capitalismo globalizzato, nel quale la dittatura delle merci regola le regioni più intime delle persone, questa affermazione marxiana consente, ad esempio, di comprendere il potente potere evocativo ed educativo contenuto nelle “cose” , le quali non sono solo oggetti dotati di valore di scambio ma sofisticati dispositivi cognitivi volti a persuadere della superiorità del mondo del capitale, promessa di felicità e ricchezze eterne.

Non sono quindi gli uomini che usano le “cose” , ma, sostiene Marx, le “cose” si impossessano degli uomini i quali trasferiscono sulle merci, e non su altri uomini, la loro essenza umana ormai estraniata. Tutto questo per Marx non scaturisce da un indistinto “disagio della civiltà”, da “un’età dell’ansia” indecifrabile, ma è determinato storicamente dai rapporti capitalistici di produzione che hanno reso i produttori sempre più dipendenti dai prodotti e dalla proprietà privata di quei prodotti ( in una foto inedita scattata ad Hong-Kong da Franco Fortini nel suo viaggio in Cina nel 1955 si vede un bambino che dorme in una sorta di emporio circondato da merci di ogni tipo e sotto la didascalia di Fortini che commenta con una frase di Marx: “Il prodotto produce il produttore”).

Nei Manoscritti del ’44, i quali furono scritti da un Marx ventiseienne e furono pubblicato postumi solo nel 1932, vengono analizzati i processi di alienazione che coinvolgono quattro momenti dell’esistenza operaia. Nella società borghese, infatti il lavoratore è alienato: dal prodotto del suo lavoro , nell’attività lavorativa, dal genere umano, dagli altri uomini. Comprendere e combattere “questa potenza estranea sopra l’uomo” è ciò che rende complicato e contraddittorio il processo storico e il tentativo di immaginare un diverso presente. Nelle odierne società a capitalismo avanzato la coscienza della condizione umana alienata , la percezione del carattere distruttivo della merce e del denaro ( in quanto merce) sulle persone sono quotidianamente e in maniera molecolare ostacolate da una gigantesca struttura ideologico-materiale (media, tempo “libero” mercificato, intrattenimento, pubblicità, centri commerciali) che lavora incessantemente a divaricare la condizione materiale dei lavoratori dalle loro rappresentazioni simboliche, facendo proprio di queste ultime il luogo della rassegnazione e del consenso passivo.

Oltre il consumo

Questa contraddittorietà e, come d’altra parte proprio nel carattere dinamico e mutevole del capitale. Come scrive Marx nel 1856, nel discorso tenuto in occasione del quinto anniversario del giornale operaio “The People’s Paper”, la nostra è un’epoca in cui “ da un lato sono nate forze industriali e scientifiche si cui nessun’epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall’altro, esistono sintomi di decadenza che superno di gran lunga gli orrori tramandati sulla fine dell’impero romano. Ogni cosa oggi sembra portare in se stessa la sua contraddizione.

Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria”. Nel Grundrisse e poi nel Capitale Marx si sofferma sulla spoliazione di saperi e competenze che la moderna produzione borghese ha determinato nel passaggio dal lavoro rurale, artigianale, semi-industriale del medioevo al lavoro nella fabbrica moderna del capitalismo.

Tale processo ha portato le condizioni di lavoro sempre più distanti, autonome, separate dall’esistenza degli operai, “come un modo di essere del capitale e quindi anche come organizzato dai capitalisti indipendentemente dai lavoratori”. In un sistema quale quello regolato dal capitale, in cui la messa in valore delle cose e la perenne rincorsa a maggiori profitti configge con le dimensioni non mercantili dell’esistenza, lo spazio riservato ad attività fondate sul valore d’uso delle conoscenze, dei saperi, dell’arte, uno spazio in cui sia centrale la relazione umana e intellettuale non finalizzata all’accumulazione privata e al profitto, rischia di divenire sempre più residuale e ininfluente.

Quando Marx parla di “uomo onnilaterale”, quando propone la riduzione della giornata lavorativa per consentire agli operai di coltivare le amicizie, di educare i figli, di partecipare alla vita politica, di andare ad una conferenza, di ascoltare musica o di dipingere, egli tratteggia la figura di un uomo finalmente libero dalla servitù del lavoro salariato, un uomo non più schiavo delle merci, un uomo finalmente disalienato e disposto ai più alti godimenti dello spirito.

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Titoli Marxiani, Liberazione

Titoli marxiani

Tra i titoli marxiani in libreria c’è anche quello di Marcello Musto, Karl Marx, L’alienazione (Donzelli 2010), un’antologia di brani tratti da varie opere.

Con Marx, scrive l’autore nell’introduzione, “la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi per irrompere nelle piazze attraverso le lotte operaie, e divenire critica sociale. Questo fenomeno non coincide con l’oggettivazione in quanto tale, ma con una specifica realtà economica: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori”.

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Introduzione

L’alienazione può essere annoverata tra le teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx ha assunto un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. Tuttavia, diversamente da come si potrebbe immaginare, il percorso della sua affermazione non è stato affatto lineare e le pubblicazioni di alcuni inediti di Marx contenenti riflessioni sull’alienazione, testi che costituiscono la gran parte degli scritti dati alle stampe nella presente raccolta, hanno rappresentato significativi punti di svolta per la trasformazione e la diffusione di questa teoria.

La prima sistematica esposizione filosofica dell’alienazione fu opera di Georg W. F. Hegel, che nella Fenomenologia dello spirito (1807) adoperò i termini di Entäusserung (rinuncia) ed Entfremdung (estraneità, scissione) per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tale problematica ebbe grande importanza anche presso gli autori della Sinistra Hegeliana e la concezione di alienazione religiosa elaborata da Ludwig Feuerbach ne L’essenza del cristianesimo (1841), ovvero il processo mediante il quale l’uomo trasferisce la propria essenza ad una divinità immaginaria, contribuì in modo significativo allo sviluppo del concetto.

Successivamente, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori filosofi della seconda metà dell’Ottocento vi dedicò particolare attenzione. Lo stesso Karl Marx, nelle opere pubblicate nel corso della sua esistenza, impiegò il termine in rare occasioni e questo tema risultò del tutto assente anche nella riflessione del marxismo della Seconda Internazionale (1889-1914).

La riscoperta della teoria dell’alienazione avvenne grazie a György Lukács che, in Storia e coscienza di classe (1923), riferendosi ad alcuni passaggi de Il capitale (1867) di Marx, in particolare ad un paragrafo dedicato al “carattere di feticcio della merce” (Der Fetischcharakter der Ware), elaborò il concetto di reificazione (Verdinglichung, Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo ed indipendente e lo domina mediante leggi autonome ed a lui estranee. Nei tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács non si discostò molto da quella hegeliana, poiché, come egli affermò nella prefazione autocritica alla nuova edizione (1967) del suo scritto, poneva l’alienazione sullo stesso piano dell’oggettivazione.

Un evento importante intervenne a rivoluzionare lo scenario sin qui descritto. Nel 1932 vennero pubblicati i Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx. Da questo testo, che divenne rapidamente uno degli scritti filosofici più tradotti, diffusi e discussi del XX secolo, emerse, per la prima volta, il ruolo centrale conferito da Marx alla teoria dell’alienazione e, soprattutto, una sua nuova elaborazione. Marx, infatti, mediante la categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit) non solo estese la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima anche il presupposto per potere comprendere e superare le prime. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, l’alienazione venne presentata come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro “sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente” (p. 15). Secondo Marx, infatti, nella società borghese la realizzazione del lavoro è “annullamento dell’operaio”. Rispetto ad Hegel intervenne una differenza significativa, perché “l’espropriazione dell’operaio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’esterna esistenza, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica” (pp. 16-17). Per Marx l’alienazione non coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, ma con una precisa realtà economica e con un fenomeno specifico: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori.

La diversità politica tra queste due interpretazioni è enorme. Contrariamente ad Hegel e ad Adam Smith, che avevano rappresentato l’alienazione quale manifestazione ontologica del lavoro, Marx, seppure tramite alcune incerte formulazioni giovanili, concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione, ritenendone possibile il superamento mediante “l’emancipazione della società dalla proprietà privata” (p. 24).

Ci volle ancora molto tempo, però, affinché questa interpretazione dell’alienazione potesse affermarsi. infatti, la maggior parte degli autori che continuarono ad occuparsi di questa problematica non smisero di considerla come un fenomeno universale. In Essere e tempo (1927), ad esempio, Martin Heidegger affrontò il problema dell’alienazione dal versante meramente filosofico e in quanto realtà facente parte della dimensione fondamentale della storia. Anche Herbert Marcuse, pur conoscendo bene l’opera di Marx, tornò ad identificare l’alienazione con l’oggettivazione in quanto tale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Non a caso, nella sua opera, la critica dell’alienazione divenne una critica della tecnica e del lavoro in generale, e il suo superamento fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva.

Il concetto di alienazione approdò anche alla psicoanalisi. Secondo Sigmund Freud, nella società borghese l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per poter fare parte della società civilizzata, deve necessariamente alienare le proprie pulsioni. L’alienazione venne così accostata alle nevrosi e alle psicosi, che possono manifestarsi proprio in conseguenza di questa scelta, del singolo individuo e anche coloro che, in questa disciplina, tentarono di costruire un ponte con il marxismo, ad esempio Erich Fromm in Psicoanalisi della società contemporanea (1955) e in L’uomo secondo Marx (1961), affrontarono questa tematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva, ovvero il problema dell’alienazione dell’uomo dal proprio io.

La teoria dell’alienazione conobbe un momento di grande diffusione con Jean-Paul Sartre e gli esistenzialisti francesi, che ne fecero uno dei concetti chiave della loro filosofia. Negli anni Quaranta, caratterizzati dagli orrori della guerra e dalla crisi delle coscienze, l’alienazione fu assunta come riferimento ricorrente in filosofia e in una parte significativa della narrativa di successo. Tuttavia, anche in questa circostanza, il suo concetto assunse un profilo molto più generico rispetto a quello esposto da Marx. L’alienazione fu identificata come separazione tra la personalità umana e alcuni aspetti del mondo dell’esperienza, come un indistinto disagio dell’uomo nella società e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile.

In questo tipo di letteratura il ricorso alle teorie di Marx fu molto frequente, ma, molto spesso, furono presi in esame soltanto i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e le parti de Il capitale in base alle quali Lukács aveva precedentemente costruito la sua teoria della reificazione non vennero minimamente considerate. Inoltre, anche rispetto al testo del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), cioè il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto, ma sempre in relazione all’alienazione dell’operaio dal prodotto del suo lavoro e nell’attività lavorativa. Infine, alcune frasi di questi manoscritti furono completamente separate dal loro contesto e vennero trasformate in citazioni sensazionali volte a dimostrare l’esistenza di un “nuovo Marx”, radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che i suoi critici avevano attribuito a Il capitale (testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti propesero per questa tesi).

In breve tempo, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo contesto venne concepita la distinzione tra due presunti Marx, il “giovane Marx” e il “Marx maturo”. Questa arbitraria ed artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche, sia da quanti (tra questi Louis Althusser e gli studiosi sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello de Il capitale. Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria “fobia dell’alienazione”; tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo (i direttori dell’Istituto del Marxismo Leninismo di Berlino giunsero persino ad escludere i Manoscritti economico-filosofici del 1844 dai volumi numerati della Marx-Engels Werke, l’edizione canonica delle opere di Marx ed Engels, relegandoli in un volume aggiuntivo stampato in un minor numero di copie) e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come un “residuo di hegelismo”, un “peccato di gioventù” successivamente abbandonato. I primi rimossero la circostanza che la concezione dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 era stata scritta da un autore ventiseienne e appena agli albori dei suoi studi principali; i secondi, invece, non vollero riconoscere l’importanza della teoria dell’alienazione in Marx anche quando, con la pubblicazione di nuovi inediti, divenne evidente che egli non aveva mai smesso di occuparsene nel corso della sua esistenza e che essa aveva conservato un posto di rilievo nelle tappe principali dell’elaborazione del suo pensiero.

Nella seconda parte degli anni Quaranta Marx non adoperò più la parola alienazione. Aveva abbandonato, infatti, il ristretto ambito delle discussioni tra i filosofi della Sinistra Hegeliana, gli unici ai quali il termine potesse risultare comprensibile, e si era dedicato, più direttamente, all’attività politica. Non potendo rivolgersi al movimento operaio con un concetto così astratto, in Lavoro salariato e capitale (1849), una raccolta di articoli redatti in base agli appunti da lui utilizzati per una serie di conferenze tenute alla Lega Operaia Tedesca di Bruxelles nel 1847, Marx riespose la teoria dell’alienazione pur senza usarne la parola. Sino alla fine degli anni Cinquanta fu di nuovo silenzio. In seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del 1848, Marx fu costretto all’esilio a Londra e durante questo periodo, per concentrare tutte le sue energie negli studi di economia politica, non pubblicò alcun libro. Quando riprese a scrivere, nei manoscritti poi denominati Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-58), ritornò sulla teoria dell’alienazione e riutilizzò frequentemente l’espressione.

La pubblicazione di questo testo, circolato in germania, ad est quanto ad ovest, a partire dal 1953, e tradotto in molte altre lingue tra la fine degli anni sessanta e il principio degli anni settanta, segnò una svolta decisiva per la concezione del concetto di alienazione. nello stesso periodo ebbe una discreta diffusione anche un altro manoscritto di marx: il capitale: libro i, capitolo vi inedito (1863-64), all’interno del quale, ancora una volta, l’uso del termine abbondava. questi due testi mostrarono l’avanzamento della sua teoria dell’alienazione, divenuta molto più ricca e compiuta perché fondata su una rigorosa analisi economico-sociale.

Negli anni sessanta esplose una vera e propria moda della teoria dell’alienazione e dozzine di libri ed articoli, inerenti le più svariate discipline, vennero pubblicati su questo tema. fu il tempo dell’alienazione tout-court. di volta in volta, molti autori ne attribuirono le cause al consumismo, alla mercificazione, alla perdita del senso di sé nel rapporto con le nuove tecnologie, al conformismo, all’isolamento dell’individuo o all’emarginazione sociale e, pertanto, sembrò impossibile arginare un fenomeno che appariva così esteso.

La diffusione dei lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, e insieme con essi de il capitale e delle sue bozze preparatorie, aprì definitivamente la strada ad una differente concezione dell’alienazione, la cui comprensione fu finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. la pubblicazione di quella che può essere considerata la “seconda generazione” di scritti di marx sull’alienazione fornì, così, non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi sull’alienazione (significative furono, ad esempio, le ricerche sul versante della sociologia del lavoro), ma anche una piattaforma ideologica anticapitalista allo straordinario movimento politico e sociale esploso nel mondo in quegli anni. con marx, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e divenire critica sociale.

marx non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo rispetto alla società, ma analizzò, prima di tutto, i fenomeni sociali che la generavano e, dunque, in primo luogo, l’attività produttiva. Nel modo di produzione capitalistico il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale, il quale “nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive (…) diventa un mostro animato, e comincia ad agire come se avesse l’amore in corpo” (p. 89). Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore e la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e i macchinari, ossia i progressi sociali generali, non appartengono alla collettività, ma diventano forze del capitale che appaiono come proprietà da esso possedute per natura e che si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico. Dunque, la concezione dell’alienazione elaborata da Marx negli anni Cinquanta e Sessanta fu una teoria molto più ricca di quella esposta nel 1844, cui si aggiunse, inoltre, la descrizione del fenomeno in base al quale nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattava rispetto alle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che avevano negato la presenza della teoria dell’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituta con quella del feticismo delle merci, perché essa ne era un suo aspetto particolare.

L’avanzamento teorico compiuto dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 a Il capitale e i suoi manoscritti non consiste, però, solo in una più precisa descrizione delle manifestazioni dell’alienazione, ma anche in una differente elaborazione circa le misure considerate necessarie per il suo superamento. se nel 1844 marx aveva ritenuto che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, nei lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica e ne il capitale il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione diveniva molto più complesso.

Il capitalismo è un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati al capitale e alle sue condizioni. Tuttavia, esso ha creato le basi per una società più progredita e l’umanità può proseguire il cammino dello sviluppo sociale, accelerato da questo modo di produzione, generalizzandone i benefici. Secondo Marx, ad un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e sfruttamento per la massa generale dei lavoratori, occorre sostituire “un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale” (p. 110). Questo diverso tipo di produzione si differenzia dal lavoro salariato, poiché pone i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assume un carattere immediatamente generale e trasforma il lavoro in una vera attività sociale. È una concezione di società agli antipodi del bellum omnium contra omnes di Thomas Hobbes. E la sua creazione non è un processo meramente politico, ma investe necessariamente la trasformazione della sfera della produzione.

Tuttavia, questo mutamento del processo lavorativo è comunque limitato: “la libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” (p. 119). Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale, in cui il lavoro coercitivo ed alienato, imposto dal capitale e sussunto alle sue leggi, viene mano a mano sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità; e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro. Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana dell’individuo sociale.

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Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica

Segnalati da Augias

In una preziosa collana definita “Gli essenziali” Donzelli pubblica le celebri pagine di Marx diventate, anni fa, manifesto sociale. Il curatore Marcello Musto le correda di prefazione e note. Capire il meccanismo del lavoro in una società capitalistica significa passare dalla libertà del capitale alla libertà umana dell’individuo sociale.

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Contro l’alienazione

La lotta contro l’alienazione , in Marx, non riguardava solo l’economia. Tornare a leggere la lettera del testo permette di riscoprire un Marx attento allo sviluppo delle individualità e alla libertà, non solo all’uguaglianza.

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Il mondo salvato dal socialismo

Dice Vattimo: «Ricordate la battuta di qualche anno, o decennio, fa: “Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento troppo bene”? Ebbene forse possiamo cancellarla definitivamente. Dio se la cava ancora egregiamente, nonostante i dubbi alimentati dalle condotte scandalose dei suoi ufficiali rappresentanti in terra; e Marx è ormai largamente risuscitato per merito del palese fallimento del suo nemico storico, il capitalismo occidentale, salvato solo dalle misure “socialiste” dei governi liberali dell’Occidente».

V. B.: Professor Musto, la crisi del capitalismo ha causato dunque una inattesa riscoperta del pensiero di Karl Marx. In Germania recentemente c’è stata una impennata della vendita dei suoi libri. Ma il pensatore di Treviri può essere considerato ancora attuale?

M. M.: In realtà questa ripresa delle pubblicazioni di e su Marx è molto più diffusa e non riguarda solo la Germania. Dopo il 1989, per quasi un decennio c’è stato un completo oblio di Marx e delle sue opere perché identificato con l’Unione Sovietica. Ma negli ultimi armi, già prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale, si era registrata ima ripresa dell’interesse: le pubblicazioni dei suoi scritti e gli studi sono ripresi in Giappone, negli Stati Uniti, in Germania, ma anche in Francia e in Italia. Gli scritti di Marx hanno una stretta attinenza con l’oggi: pensiamo che nel 1857, come unico corrispondente europeo del New York Tribune, descrisse la prima crisi finanziaria scoppiata proprio a New York.
Si deve pensare a Marx – aggiunge Musto – innanzitutto come a un autore che ha studiato moltissi­mo il capitalismo, i suoi squilibri, le sue crisi, e che ne è stato un profondo conoscitore. Marx dà una chiave di interpretazione e di lettura del sistema capitalistico migliore dei suoi contemporanei e anche di moltissimi altri studiosi e grandi autori classici. perciò può essere considerato ancora attuale.

V. B.: Nel suo libro lei si sofferma su un aspetto del pensiero di Karl Marx in particolare: l’alienazione, la sottomissione dei lavoratori nel confronti del capitale. Le lancio una provocazione: che senso ha parlare di questo quando il problema principale dei nostri giorni sembra essere la mancanza di lavoro?

MM.: Se è vero che in Europa e nelle società capitalistiche più avanzate questo fenomeno è in seria riduzione a partire dagli anni ’90, con le grandi ristrutturazioni, è anche vero che c’è una larga fetta del mondo, forse la parte più consistente, dove oggi il lavoro salariato è in grandissima espansione, pensiamo alle trasformazioni della società indiana o alla Cina: probabilmente per Marx sarebbe stato un esempio molto interessante per studiare lo sviluppo del capitalismo, altro che socialismo cinese! Però non dimentichiamo che anche nella nostra società il fenomeno della sottomissione al capitale è sempre presente, come dimostrano i crescenti fenomeni di finanziarizzazione. Il rapporto tra economia e democrazia oggi è un tema molto importante: nelle nostre società i processi democratici si esercitano nella politica, però il momento economico, della produzione, dello scambio, è fortissimo e lì non c’è controllo democratico. Si pensi che ci sono multinazionali che hanno bilanci più grandi di interi Paesi, e senza alcun controllo. In realtà il processo di allontanamento tra lavoratori e capitale è aumentato.

V. B.: .In questa terra, l’Emilia-Romagna, è stato e continua a essere molto forte il movimento cooperativo: un tentativo di ridurre la distanza tra capitale e lavoratore.

MM.: Marx prestò molta attenzione ai movimenti cooperativistici nelle loro diverse forme, ma anche quando egli valutò positivamente queste esperienze, fu sempre molto scettico perché il superamento dell’alienazione avviene soltanto con il superamento dol lavoro salariato, e questo è uno dei punti più caratteristici che distingue il socialismo di Marx dagli altri. Per Marx il socialismo o la fine del lavoro alienato si può realizzare solo quando non c’è più una produzione per il valore di scambio ma si ritorna a una produzione per il valore d’uso. Spesso il movimento cooperativistico è stato importante e ha certamente ridotto questo gap tra i lavoratori e il capitale, con un minore sfruttamento e una maggiore condivisione dell’operaio all’interno del processo produttivo, ma per Marx questa non è la chiave finale.

V. B.: Gli scritti di Marx divennero ben presto base per pensieri e movimenti politici. Oggi invece il panorama dei partiti e dei movimenti politici sembra davvero desolante e privo del benché minimo substrato ideologico, filosofico o culturale.

M.M.: Oggi la politica vive un periodo di grande difficoltà, il socialismo reale ha fortemente penalizzato la lettura di Marx. Ma se guardiamo alle realtà dell’America Latina, c’è una grande ripresa d’interesse anche sul versante politico per Marx e per il socialismo, un movimento di emancipazione contro l’alienazione. Non pensiamo solo a Chavez e al Venezuela, ma anche al Brasile o alia Bolivia, cl sono moltissimi esperimenti non solo politici statuali ma anche sociali. La ripresa del pensiero di Marx non passa più attraverso partiti comunisti monolitici ma tocca esperienze diverse. Anche il movimento anti globalizzazione di inizio millennio è stato importante in questo senso».
«Inoltre la politica è in difficoltà – continua Musto – perché l’economia le ha rubato una grandissima fetta di potere decisionale. È in difficoltà perché la nostra società è molto ideologica. Ritorna attuale il concetto di egemonia di Antonio Gramsci. E non è un caso che oggi manchi anche un vero pensiero liberale di destra.

V. B.: Come si può, secondo lei, veicolare il messaggio di Marx alle giovani generazioni?

M. M.: Dopo essere stato trattato per decenni come una Bibbia, oggi la nuova lettura di Marx è libera. Marx è il pensatore della critica, tutta la sua opera è stata una critica non ideologica, basata su decenni di studi.

V. B.: Quindi dobbiamo pensare a lui come a un metodo e non come a una dottrina?

M.M.: Assolutamente non come a una dottrina. Oggi Marx è tutto da scoprire, tutto da utilizzare, senza pensare con questo che Marx sia un classico che non ha più niente da dire all’attualità. Perché Marx non sarà mai un classico morto.

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Salvatore Prinzi, Associazione Politico-Culturale Marx XXI

Nell’autunno del 2008, a crisi conclamata, sull’asfalto di Parigi iniziò a comparire il faccione di Marx, accompagnato da un’ironica dicitura: ça arrive – “succede”, “capita”, ma anche: “manca poco”, “sta arrivando”.

Beffarda constatazione o nebulosa minaccia, lo stencil ricordava al distratto passante che in quei mesi stava succedendo qualcosa che, nell’essenziale, era stato previsto un bel po’ di tempo prima – qualcosa che era nell’ordine del destino. “Come volevasi dimostrare”, sembrava dire Marx: la crisi non è una disgrazia naturale o l’esito di avide speculazioni, ma un momento necessario, connaturato al modo di produzione capitalista. Ma non solo: sulla base delle contraddizioni che proprio la crisi evidenzia e fa esplodere, si può sviluppare un movimento di trasformazione dello stato di cose presente. Lo stencil aleggiava così fra scienza e profezia: se quello che Marx ha previsto si sta verificando, allora potrebbe verificarsi fino in fondo… Da qui l’inquietudine del suddetto passante. D’altronde la creatività di strada faceva eco alle acculturate riviste che un po’ dappertutto nel mondo sbattevano in copertina proprio il filosofo di Treviri, il quale, severo o sardonico, non perdeva occasione per ribadire: “l’avevo detto io”… Sì, ma che cosa aveva detto? Erano in pochi a saperlo, visto che da decenni Marx non si studiava più, il suo nome quasi una bestemmia nelle aule universitarie. Quindi tutti giù a interrogarsi sul valore delle sue diagnosi e sulla sua attualità, chiedendosi se di fronte allo sfascio del capitalismo qualche buona intuizione non andasse poi approfondita. Ovviamente solo qualche intuizione, perché il comunismo, quello no, dai, non scherziamo… In ogni caso, che sia inquietudine, recupero, folklore, tale presenza è sufficiente per chiedersi: siamo davanti all’ennesima Marx-Renaissance? Mah. I ritmi editoriali raramente si accoppiano con lo studio critico, ed ai primi- contraddittori- segnali di ripresa economica ecco il filosofo tedesco bell’e dimenticato. E poi il «ritorno a Marx» è quasi un topos, che fa il pari con quella «crisi del marxismo » proclamata per la prima volta già alla fine dell’800: entrambi sembrano dire solo quanto sia insediato nel cuore della nostra lunga modernità il filosofo ed economista tedesco… Ma di certo, dopo tre anni di crisi del capitalismo, resta sul campo la quantità e la qualità di testi pubblicati in tutto il mondo su e attraverso Marx, testi che fanno legittimamente sospettare che almeno un dibattito critico (e forse meno imbalsamato) si è riaperto. Peccato che, di tutto questo, in Italia ci sia arrivata solo l’eco. E d’altra parte cosa ci si poteva attendere in un paese in cui la sinistra è stata annichilita politicamente e culturalmente, in cui ogni riferimento alla tradizione socialista o comunista è da bandire, neanche fossimo in Polonia (e fra diktat del Vaticano e della Fiat, quanto le assomigliamo!). Un paese, il nostro, dove il trasformismo è l’unica occupazione a tempo indeterminato, e nel quale un utile vocabolario fatto di “classi” e “capitale”- che pure Tre – mon ti e Confindustria continuano a sfoderare- a sinistra è stato rapi- damente abbandonato e sostituito (per imbarazzo? opportunismo? ricerca esasperata del nuovo?) da vaghe circonlocuzioni come “ceti” o “mercato”. Forse è anche per questo che la pubblicazione di un’antologia degli scritti di Marx giunge quanto mai opportuna: non solo per l’ora, ma per il qui. Non solo cioè per sapere cosa “aveva detto” il filosofo tedesco, ascoltando la sua viva voce, prima di soccombere davanti ad interessate e anestetizzanti interpretazioni della crisi… ma soprattutto per saperlo in Italia, dove la reazione sembra aver impiantato il suo laboratorio storico, dove le mediazioni istituzionali e culturali vengono sempre più spesso meno, e il capitalismo si presenta in tutta la sua crudezza e volgarità. Dove i testi di Marx ed Engels sono difficilmente reperibili, gli studi marxisti relegati a nicchie di specialisti, e i programmi scolastici e universitari soffrono di “strane” amnesie. Che ci sia in giro voglia di sapere, soprattutto da parte dei più giovani, per i quali Marx è sempre il nome di un’opposizione e di un mondo da conquistare, lo dimostra l’ottima ricezione de Il capitalismo e la crisi, un’antologia di scritti marxiani curata da Vladimiro Giacché ed edita da Derive&Approdi l’anno scorso: in pochi mesi è andata subito esaurita ed è stata ristampata. Ora appare il seguito ideale di quel testo, un’antologia sull’alienazione, a cura di Marcello Musto, studioso marxista di vecchia data e di giovane età, edita dalla Donzelli di Roma. Seguito, dicevamo. Innanzitutto perché l’operazione editoriale è simile: raggruppare intorno ad un temachiave alcuni testi imprescindibili di Marx, per rimetterli in circolo nel dibattito militante e farli conoscere ad una larga platea, impreziosendo il tutto con alcuni brani forse meno noti ma alquanto efficaci. E poi, più profondamente, perché c’è complementarità fra le due antologie: se nel 2009 all’ordine del giorno era la crisi, oggi ci sono i suoi effetti. La scelta dei testi marxiani operata dall’economista Giacché metteva proprio in evidenza come dai suoi ciclici intoppi il capitale esca allargando il suo modo di produzione (ipersfruttando il lavoro, intensificando la produttività, mercificando ogni ambito di vita), ed apriva così lo spazio alla selezione del filosofo Musto, tutta tesa a mostrare le conseguenze di questo lavoro alienato, il suo incidersi fin nella carne dell’operaio, l’asservimento di ogni «individuo sociale» ai dettami del capitale- questa potenza estranea e indipendente da lui- e la necessità quindi di pensare ad un altro modo di produzione. Sarebbe bene allora leggerli insieme i due testi, rimbalzando da un’analisi più strettamente economica ad una più largamente ontologica, passando attraverso toccanti descrizioni antropologiche e mirabolanti proclami storici, invalidando così ogni cliché su un “primo” ed un “secondo” Marx- sul “giovane” hegeliano democratico-radicale, sensibile alle miserie della condizione umana, e il “maturo”, freddo scienziato attento alle strutture, magari un po’ determinista, magari anche un po’ colpevole dei Gulag. In realtà proprio la teoria dell’alienazione, nella sua intima connessione con l’organizzazione del lavoro e della società, dimostra l’unità di fondo della riflessione marxiana, iscrivendosi sin dall’inizio all’interno di un’analisi della produzione materiale, e non venendo mai abbandonata, semmai approfondita, nelle rigorose analisi economico- sociali degli anni successivi. L’alienazione non è così un tema esclusivamente filosofico, né il soggetto di un’annoiata discussione radical chic, è una questione bruciante ed attuale: questo sembra dirci Musto nella sua concisa ed efficace introduzione all’antologia, che si incarica di seguire le avventure di questo concetto da Hegel agli anni ‘70 del secolo scorso. E a ragione Musto ricorda che, circa quarant’anni fa, la pubblicazione di alcuni testi inediti di Marx «aprì definitivamente la strada a una differente concezione dell’alienazione, la cui comprensione fu finalizzata al superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia […] Con Marx, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e divenire critica sociale» (p. 12). Inevitabilmente, allora, riprendere in mano questi testi, prelevati da quasi tutto il percorso intellettuale di Marx (dal 1844 al 1881), vuol dire in qualche modo riprovarci, ovvero impadronirsi di una visione di largo raggio e ricominciare a dare ragione e ragioni alla voce degli alienati, ricostruire nel pieno di una guerra- di classe- le trincee per difendersi e contrattaccare. Perché è proprio quando da un lato impazza la disoccupazione e dall’altro si lavora 12 ore al giorno che bisogna mettere in discussione tutto l’impianto del lavoro, che spinge chi ce l’ha ad ammazzarsi e chi l’ha perso a suicidarsi…

Gli Operai Di Pomigliano…

Solita retorica? Lasciamo stare il libro, allora, apriamo il giornale. Pomigliano. La Fiat propone un “accordo”: qui c’è la crisi, dobbiamo tagliare i tempi di produzione, lavorare a ciclo continuo, ridurre al minimo le assenze, altrimenti chiudiamo baracca e portiamo tutto in Polonia. Ora facciamo il referendum, e voi dite sì. Ok, ma che vuol dire concretamente? Fra le altre cose: niente scioperi, controllo malattie, 18 turni settimanali, si lavora il sabato sera, si tagliano le pause, si riducono al minimo i tempi morti, tutti i pezzi sono più vicini alla postazione, bisogna solo muovere il busto, controllo operato dai computer e tabelle cronometriche da rispettare. Ecco la danza orchestrata dal capitale, la velocità e il ritmo che gli sono familiari: come ai suoi inizi, il tempo è denaro, ogni risorsa consumata deve trasformarsi in valore, la produttività di ogni gesto deve essere massima. 19 pagine su 36 della proposta FIAT consegnata ai sindacati parlano solo di questo: di metrica. Mai rallentare, mai distrarsi: l’operaio appendice della macchina, l’operaio robotizzato esegue le operazioni che la macchina non può . Vi ricorda qualcosa? «Nell’incorpo – ra re la forza-lavoro viva alle sue componenti oggettive, il capitale diventa così un mostro animato, e comincia ad agire come se “avesse l’amore in corpo”» (pp. 90-91, da Il Capitale, libro I, capitolo VI inedito). Ecco allora apparire «un sistema automatico di macchine […] messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso […] La macchina, che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima […] L’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazione di attività, è determinata e regolata da tutte le parti dal movimento del macchinario, e non viceversa». Oh, cosa ti ricorda Marx: il lavoro sotto il capitale non è l’unità che domina il processo di produzione, ma è il «macchinario vivente (attivo), che di fronte all’operaio si presenta come un possente organismo contrapposto alla sua attività singola e insignificante» (pp. 70-72, da Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica). Certo, c’è chi protesta: non tocchia – mo la Costituzione, per carità, la dignità della persona è sacra. Però, aggiunge, un po’ di responsabilità da parte di questi operai: come sono possibili questi tassi di assenteismo, questa scarsa produttività? Stupidità, cattiva volontà, furbizia meridionale: il classismo e il razzismo dei politici, anche di quelli più a sinistra, si spreca. Non vogliono ammettere l’ovvio. Tornia mo a Marx, e tutto diventa all’improvviso lampante: «Il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere […] non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. A casa sua egli è quando non lavora, e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo […] non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o di altro genere, il lavoro è fuggito come una peste» (p. 20, dai Manoscritti economico-filosofici). Infatti in astratto, «il mio lavoro sarebbe libera manifestazione della vita e dunque godimento della vita. Ma nelle condizioni della proprietà privata esso è alienazione della vita; infatti io lavoro per vivere, per procurarmi i mezzi per vivere. Il mio lavoro non è vita» (p. 32, da Estratti dal libro di James Mill, Elementi di economia politica). Ma secondo voi, pare dire Marx, «l’operaio che per dodici ore tesse, fila, tornisce, trapana, costruisce […] considera forse egli questo tessere, filare, trapanare, tornire […] come manifestazione della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa quest’attività, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto» (p. 34, da Lavoro salariato e capitale). E così «la forza-lavoro si riferisce al lavoro vivo come ad un lavoro estraneo, e se il capitale volesse pagarla senza farla lavorare, essa accetterebbe volentieri l’affare. Il suo stesso lavoro le è dunque altrettanto estraneo- e lo è anche per la sua direzione etc- quanto il materiale e lo strumento» (p. 63-64, dai Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica). Perché allora dovremmo sorprenderci se a Pomigliano o altrove si fugge questo lavoro? La fuga è anzi sintomo di una resistenza, di una incompatibilità fra esigenze vitali ed esigenze del profitto… ed è proprio questo che non si dice, perché segnerebbe una piccola presa di coscienza operaia, che invece si vuole scomparsa.

Precarietà

Va bene, si dirà, Marx forse ci ha azzeccato sugli operai; però che c’entra l’alienazione con tutti gli altri? Gli altri chi, bisognerebbe precisare. I precari dei call center, controllati nella loro attività da un computer, costretti a ripetere sempre le stesse formule, appendici parlanti di un paio di cuffie? I camionisti e i lavoratori della grande distribuzione che assumono cocaina ed eccitanti per guidare 15 ore di fila o rispettare le consegne? Gli impiegati di banca o di altri uffici, quantificati nel rendimento, asserviti agli obbiettivi-produttività e cronometrati nelle operazioni? Ancora troppa ideologia? Allora riapriamo il giornale, vediamo i fatti: si parla di concorsone, di assalto al posto fisso . In 112.000 a Napoli per 534 posti al Comune, in 6500 a Milano per 50 posti di maestra d’asilo. Che abbia a che vedere l’alienazione con tutto questo, ce lo spie- gano a loro insaputa i partecipanti arrivati all’alba nel capoluogo lombardo. Maria Teresa, 27 anni, da Palermo, laureata, specializzata: «non trovo lavoro: ho spedito domande dappertutto, smanetto su Internet dalla mattina alla sera, ho lavorato a un call center, ho insegnato gratis, ho fatto il volontariato. Questo viaggio è un investimento, ma io voglio trovare un lavoro»; Giuseppe, 27 anni: «Io vengo da Agrigento, ho una laurea con lode, e sarei disposto a fare di tutto»; Angela, 32 anni, calabrese: «Inse gno da quattro anni e adesso rischio di perdere il posto: questo concorso devo vincerlo per forza e la sera, invece che curare i miei bambini, mi chiudo in camera a studiare». Migliaia di persone provano i concorsi, dovunque siano, per qualsiasi cosa siano. E inviano curriculum, e subiscono colloqui, e periodi di prova. Così la giornalista, quasi sorpresa, conclude: «il fatto è che non importa che lavoro si offre, né dove sia. L’importante è che sia un posto sicuro». Pervicacia dell’alienazione, ti si attacca addosso anche quando non hai un lavoro: anzi, quando il tuo lavoro è diventato cercarlo. Non è rilevante cosa si fa, né perché lo si fa, né quanto lo si fa: conta farlo- per sopravvivere e godere nei margini di tempo. Ma la precarietà che viviamo l’aveva già scoperta Marx: «La realizzazione del lavoro si palesa talmente come annullamento che l’operaio è annullato fino alla morte per fame […] L’operaio è derubato non solo degli oggetti più necessari alla vita, ma anche degli oggetti più necessari del lavoro. Lo stesso lavoro, anzi, diventa un oggetto di cui egli può impadronirsi solo con lo sforzo più grande e le interruzioni più irregolari» (p. 18, dai Manoscritti economico-filosofici). «Tutto il tempo di un individuo è posto come tempo di lavoro, e l’individuo viene degradato perciò a mero operaio, sussunto sotto il lavoro » (p. 79, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica). La teoria dell’alienazione e la sua sintomatologia possono così persino darci un indizio per capire chi sono le nuove figure del proletariato, oltre quelle “classiche”. E cosa sognano: proprio come i primi operai, un contratto – di sfruttamento -a vita. Ora, se queste superficiali ricognizioni fra mondo e pagina intrigano anche un po’, vale la pena di studiare a fondo questi testi marxiani e cercare di renderli mezzo di interpretazione e cambiamento della realtà. Perché questo sogno obbligato di una stabilità così misera e fragile, si possa trasformare in altro: in quell’emancipazione sociale che è allo stesso tempo liberazione individuale e collettiva, riappropriazione della propria vita, governo degli uomini sulle cose- e non degli uomini sugli uomini o, peggio ancora, delle cose sugli uomini. Ovvero in «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comune e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» (p. 112, da Il Capitale, libro primo), in cui «l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca, [eseguendo] il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa» (p. 125, da Il Capitale, libro III). È d’altronde il carattere sempre più sociale della produzione, i giganteschi progressi tecnologici e di automatizzazione, ma anche la coscienza delle classi subalterne in lotta a creare, come sottolinea Musto, «le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale, in cui il lavoro coercitivo ed alienato, imposto dal capitale e sussunto alle sue leggi, viene a mano a mano sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità; e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale delle merci e del denaro» (p. 14). Ecco quindi, dopo l’uso esterno di Marx, la proposta al grande pubblico, il suo uso interno: questo libricino come una pillola per il nostro grande corpo malato, come una sfida lanciata agli alienati e ai militanti d’oggi. Si tratta di verificare il filosofo tedesco anche oltre la sua diagnosi critica, di rendere disponibili degli strumenti teorici ai conflitti del presente: è questa la consegna della filologia marxiana, ed è questa la Renaissance che vorremmo vedere. Qui è Marx stesso a chiederci cosa vogliamo essere. E sta alla nostra pratica, alle implicazioni concrete della nostra lettura trovare la risposta- l’occasione, del testo e della storia, è lì… Perché dalla crisi si uscirà, ma solo con un’ulteriore concentrazione di capitali, con una riduzione di diritti sociali e persino giuridici, con un asservimento ancora maggiore alle macchine, con la nascita di nuovi settori di mercato (green economy o biotecnologie), forse con un’altra guerra, di sicuro attraverso tanta barbarie… Ci toccherà assistere, nell’ipermodernità luccicante della tecnica, al paradossale ritorno di situazioni ottocentesche. E come allora, invece del programma minimo dei “democratici” di ogni tempo- condizioni più umane per gli schiavi – bisognerà riprendere il gesto marxiano: mettere sotto accusa il capitalismo stesso, lottare per l’unico programma ragionevole: che siano gli schiavi a dettare le condizioni. Non sarà facile, ma ci si può provare, almeno un po’. Perché ça arrive non vuol dire per forza che viene.

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Rivisitando la concezione dell’alienazione in Marx

I. Introduzione
L’alienazione può essere annoverata tra le teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx assunse un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. Tuttavia, diversamente da come si potrebbe immaginare, il percorso della sua affermazione non è stato affatto lineare e le pubblicazioni di alcuni inediti di Marx contenenti riflessioni sull’alienazione, hanno rappresentato significativi punti di svolta per la trasformazione e la diffusione di questa teoria.

Nel corso dei secoli, il termine alienazione fu utilizzato più volte e con mutevoli significati. Nella riflessione teologica designò il distacco dell’uomo da dio; nelle teorie del contratto sociale servì ad indicare la perdita della libertà originaria dell’individuo; mentre nell’economia politica inglese venne adoperato per descrivere la cessione della proprietà della terra e delle merci. La prima sistematica esposizione filosofica dell’alienazione, però, avvenne solo all’inizio dell’Ottocento e fu opera di Georg W. F. Hegel. Nella Fenomenologia dello spirito (1807), infatti, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e adoperò i termini di Entäusserung (rinuncia) ed Entfremdung (estraneità, scissione) per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tale problematica ebbe grande importanza anche presso gli autori della Sinistra Hegeliana e la concezione di alienazione religiosa elaborata da Ludwig Feuerbach ne L’essenza del cristianesimo (1841), ovvero la critica del processo mediante il quale l’uomo si convince dell’esistenza di una divinità immaginaria e si sottomette ad essa, contribuì in modo significativo allo sviluppo del concetto.

Successivamente, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori autori della seconda metà dell’Ottocento vi dedicò particolare attenzione. Lo stesso Karl Marx, nelle opere pubblicate nel corso della sua esistenza, impiegò il termine in rarissime occasioni e questo tema risultò del tutto assente anche nel marxismo della Seconda Internazionale (1889-1914).

II. La riscoperta dell’alienazione
La riscoperta della teoria dell’alienazione avvenne grazie a György Lukács che, in Storia e coscienza di classe (1923), riferendosi ad alcuni passaggi de Il capitale (1867) di Marx, in particolare al paragrafo dedicato al “carattere di feticcio della merce” ( Der Fetischcharakter der Ware), elaborò il concetto di reificazione (Verdinglichung o Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo ed indipendente e lo domina mediante leggi autonome ed a lui estranee. Nei tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács era ancora troppo simile a quella hegeliana, poiché anche egli concepì la reificazione come un “fatto strutturale fondamentale” [1]. Così, quando negli anni Sessanta, soprattutto dopo la comparsa della traduzione francese del suo libro[2], questo testo tornò ad esercitare una grande influenza tra gli studiosi ed i militanti di sinistra, Lukács decise di ripubblicare il suo scritto in una nuova edizione (1967) introdotta da una lunga prefazione autocritica, nella quale, per chiarire la sua posizione, egli affermò: “Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui, anche in questo libro, l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione”[3].

L’evento decisivo che intervenne a rivoluzionare in maniera definitiva la diffusione del concetto di alienazione fu la pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx. Da questo testo, che divenne rapidamente uno degli scritti filosofici più discussi, tradotti e letti del XX secolo, emerse il ruolo di primo piano conferito da Marx alla teoria dell’alienazione durante un’importante fase della formazione della sua concezione: la scoperta dell’economia politica. Marx, infatti, mediante la categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit) [4] non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima anche il presupposto per potere comprendere e superare le prime. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, l’alienazione venne descritta come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro “sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente” [5]. Per Marx:

“l’espropriazione dell’operaio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’esistenza esterna, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica” [6].

Accanto a questa definizione generale, Marx elencò quattro differenti tipi di alienazione che indicavano come nella società borghese il lavoratore fosse alienato: 1) dal prodotto del suo lavoro, che diviene un “oggetto estraneo e avente un dominio su di lui”; 2) nell’attività lavorativa, che viene percepita come “rivolta contro lui stesso [… e] a lui non appartenente”; 3) dal genere umano, poiché la “essenza specifica dell’uomo” è trasformata in “un’essenza a lui estranea”; e 4) dagli altri uomini, ovvero rispetto “al lavoro e all’oggetto del lavoro” [7] realizzati dai suoi simili.

Per Marx, diversamente da Hegel, l’alienazione non coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, ma con una precisa realtà economica e con uno specifico fenomeno: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori. La diversità politica tra le due interpretazioni è enorme. Contrariamente ad Hegel, che aveva rappresentato l’alienazione quale manifestazione ontologica del lavoro, Marx concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione, quella capitalistica, ritenendone possibile il superamento mediante “l’emancipazione della società dalla proprietà privata” [8]. Dunque, anche in queste frammentarie e, talvolta, incerte formulazioni giovanili, Marx trattò l’alienazione sempre da un punto di vista storico e mai naturale.

III. Le concezioni non marxiste dell’alienazione
Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse affermarsi. Infatti, la maggior parte degli autori che, nella prima parte del Novecento, si occuparono di questa problematica lo fecero sempre considerandola un aspetto universale dell’esistenza umana. In Essere e tempo (1927), Martin Heidegger affrontò il problema dell’alienazione dal versante meramente filosofico e considerò questa realtà come una dimensione fondamentale della storia. La categoria da lui utilizzata per descrivere la fenomenologia dell’alienazione fu quella di decadimento (Verfallen)[9], cioè la tendenza dell’Esserci (Dasein) – che nella filosofia heideggeriana indica la costituzione ontologica della vita umana – a perdersi nell’inautenticità e nel conformismo del mondo che lo circonda. Per Heidegger, “questo stato presso il «mondo» significa l’immedesimazione nell’essere-assieme dominato dalla chiacchiera, dalla curiosità e dall’equivoco” [10]. Un territorio, dunque, completamente diverso dalla fabbrica e dalla condizione operaia che erano al centro delle preoccupazioni e dell’elaborazione di Marx. Inoltre, questa condizione di decadimento non fu considerata da Heidegger come una condizione “negativa e deplorevole, che il progredire della civiltà umana potrebbe un giorno annullare” [11], ma, bensì, come una caratteristica ontologica, “un modo esistenziale dell’essere-nel-mondo”[12].

Anche Herbert Marcuse, che diversamente da Heidegger conosceva bene l’opera di Marx, identificò l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Nel saggio Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica (1933), egli sostenne che il “carattere di peso del lavoro” non poteva essere ricondotto meramente a “determinate condizioni presenti nell’esecuzione del lavoro, alla sua organizzazione tecnico-sociale”, ma andava considerato come uno dei suoi tratti fondamentali:

“lavorando, il lavoratore è «presso la cosa», sia che stia dietro una macchina, o che progett[i] piani tecnici, o che prenda delle misure organizzative, o che studi problemi scientifici, o che istruisc[a] gli uomini, ecc. Nel suo fare si lascia guidare dalla cosa, si assoggetta e ubbidisce alle sue leggi, anche quando domina il suo oggetto (…). In ogni caso non è «presso di sé» (…), è presso «l’altro da sé», anche quando questo fare dà compimento alla propria vita liberamente assunta. Questa alienazione ed estraneazione dell’esistenza (…) è, per principio, ineliminabile”[13].

Per Marcuse, quindi, esisteva una “negatività originaria del fare lavorativo”[14], che egli riteneva appartenesse alla “essenza stessa dell’esistenza umana” [15]. La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. E il superamento dell’alienazione fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva: “un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico” [16].

In Eros e civiltà (1955), Marcuse prese le distanze dalla concezione marxiana in modo altrettanto netto. Egli affermò che l’emancipazione dell’uomo poteva realizzarsi solo mediante la liberazione dal lavoro (abolition of labor) e attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali. La possibilità di superare lo sfruttamento, mediante la nascita di una società basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, venne definitivamente messa da parte, poiché il lavoro in generale, non solo quello salariato, venne considerato come: “lavoro per un apparato che essi [la grande maggioranza della popolazione] non controllano, che opera come un potere indipendente” [17]. La norma cardine contro cui gli uomini avrebbero dovuto ribellarsi era il principio di prestazione (performance) imposto dalla società. Secondo Marcuse, infatti:

“il conflitto tra sessualità e civiltà si acuisce con lo sviluppo del dominio. Sotto la legge del principio di prestazione, corpo e anima vengono ridotti a strumenti di lavoro alienato; come tali possono funzionare soltanto se rinunciano alla libertà di quel soggetto-oggetto libidico che originalmente l’organismo umano è, e desidera essere. (…) L’uomo esiste come strumento di prestazione alienata” [18].

Dunque, egli ne concluse che, anche se fosse stata organizzata in modo equo e razionale, la produzione materiale “non potrà mai rappresentare un regno di civiltà e di soddisfazione (…). È la sfera al di fuori del lavoro che determina la libertà e la realizzazione” [19]. L’alternativa proposta da Marcuse fu la “liberazione dell’eros” [20]. Diversamente da Freud, il quale ne Il disagio della civiltà (1929) aveva sostenuto che un’organizzazione non repressiva della società avrebbe comportato una pericolosa regressione del livello di civiltà raggiunto nei rapporti umani, Marcuse era convinto che se la liberazione degli istinti fosse “società libera”, altamente tecnologizzata e al servizio dell’uomo, essa avrebbe favorito non solo “uno sviluppo del progresso” [21], ma anche creato “nuovi e duraturi rapporti di lavoro” [22].

Le indicazioni sul come questa nuova società avrebbe dovuto prendere corpo furono, però, piuttosto vaghe ed utopistiche. Marcuse finì con l’appoggiare un’opposizione al dominio tecnologico in generale, in base alla quale la critica dell’alienazione non era più rivolta contro i rapporti di produzione capitalistici, e giunse a sviluppare una riflessione sul cambiamento sociale così pessimistica da includere anche la classe operaia tra i soggetti che operavano in difesa del sistema.

Dopo la seconda guerra mondiale, il concetto di alienazione approdò anche alla psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud per la quale, nella società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione [23], deve necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta ad un mero fenomeno soggettivo.

L’esponente che più si occupò, in questa disciplina, di alienazione fu Erich Fromm. Diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, egli non separò mai le manifestazioni dell’alienazione dal contesto storico capitalistico; e con i suoi scritti Psicoanalisi della società contemporanea (1955) e L’uomo secondo Marx (1961) si servì di questo concetto per tentare di costruire un ponte tra la psicoanalisi ed il marxismo. Tuttavia, anche Fromm affrontò questa problematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva e la sua concezione di alienazione, che riassunse come “una forma di esperienza per la quale la persona conosce se stessa come un estraneo”[24], rimase troppo circoscritta al singolo. Inoltre, la sua interpretazione della concezione dell’alienazione in Marx si basò sui soli Manoscritti economico-filosofici del 1844 e si caratterizzò per una profonda incomprensione della specificità e della centralità del concetto di lavoro alienato nel pensiero di Marx.

Tra le principali elaborazioni non marxiste dell’alienazione va menzionata, infine, quella risalente a Jean-Paul Sartre e agli esistenzialisti francesi, che ne fecero uno dei concetti chiave della loro filosofia. A partire dagli anni Quaranta, in un periodo caratterizzato dagli orrori della guerra, dalla conseguente crisi delle coscienze e, nel panorama francese, dal neohegelismo di Alexandre Kojeve [25]; il fenomeno dell’alienazione fu assunto come riferimento ricorrente sia in filosofia che in narrativa. Tuttavia, anche in questa circostanza, il concetto di alienazione assunse un profilo molto più generico rispetto a quello esposto da Marx. Esso fu identificato con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile. I filosofi esistenzialisti non fornirono una specifica origine sociale dell’alienazione, ma, tornando ad assimilarla con ogni fatticità, concepirono l’alienazione come un senso generico di alterità umana[26].

IV. Il dibattito sul concetto di alienazione negli scritti giovanili di Marx
Nel dibattito sull’alienazione che si sviluppò in Francia, il ricorso alle teorie di Marx fu molto frequente. Tuttavia, spesso furono presi in esame soltanto i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e neanche le parti de Il capitale in base alle quali Lukács aveva costruito la sua teoria della reificazione negli anni Venti vennero prese in considerazione. Inoltre, alcune frasi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono completamente separate dal loro contesto e vennero trasformate in citazioni sensazionali volte a dimostrare la presunta esistenza di un ‘nuovo Marx’, radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto, perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che alcuni suoi commentatori avevano riscontrato ne Il capitale (testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti propesero per questa tesi). Anche rispetto al solo scritto del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), cioè il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto giovanile, ma sempre in relazione all’alienazione oggettiva.

Lo stesso clamoroso errore fu commesso da un esponente di primo piano del pensiero filosofico-politico del dopoguerra. Nell’opera Vita Activa (1958), infatti, Annah Harendt costruì la propria interpretazione del concetto di alienazione in Marx solo in base ai Manoscritti economico-filosofici del 1844. E, per giunta, privilegiando, tra i tanti tipi di alienazione indicati da Marx, esclusivamente quella soggettiva:

“l’espropriazione e l’alienazione del mondo coincidono; e l’età moderna, contro le stesse intenzioni dei suoi protagonisti, cominciò con l’alienare dal mondo certi strati della popolazione. (…) L’alienazione del mondo, quindi, e non l’alienazione di sé, come pensava Marx, è stata la caratteristica distintiva dell’età moderna” [27].

Dove e in che modo, nella sua analisi della società capitalistica, Marx avesse privilegiato “l’alienazione di sé” resta un mistero di cui la Harendt non fornì spiegazione nel suo scritto. Negli anni Sessanta, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo periodo venne concepita la distinzione tra due presunti Marx: il ‘giovane Marx’ e il ‘Marx maturo’. Questa arbitraria ed artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche, sia da quanti (tra questi Louis Althusser e gli studiosi sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello de Il capitale. Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria “fobia dell’alienazione”; tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come “un peccato di gioventù, un residuo di hegelismo” [28], successivamente abbandonato da Marx.

Sostenere, come affermarono in tanti, che la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 fosse il tema centrale del pensiero di Marx è un falso che denota soltanto la scarsa familiarità con la sua opera da parte di coloro che propesero per questa tesi[29]. D’altro canto, quando Marx ritornò ad essere l’autore più discusso e citato nella letteratura filosofica mondiale proprio per le sue pagine inedite relative all’alienazione, il silenzio dell’Unione Sovietica su questa tematica, e sulle controversie ad essa legate, fornisce un esempio dell’utilizzo strumentale con cui furono utilizzati i suoi scritti in quel paese. Infatti, l’esistenza dell’alienazione in Unione Sovietica, e nei suoi paesi satelliti, fu semplicemente negata e tutti i testi che trattavano questa problematica vennero ritenuti sospetti. Secondo Henry Lefebvre: “nella società sovietica non poteva, non doveva più essere questione di alienazione. Il concetto doveva sparire, per ordine superiore, per la ragion di Stato”[30]. E, così, fino agli anni Settanta, furono pochissimi gli autori che, nel ‘campo socialista’, scrissero delle opere in proposito.

V. Il fascino irresistibile della teoria dell’alienazione
A partire dagli anni Sessanta esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri ed articoli sul tema. Fu il tempo dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, all’anomia, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifesta nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, e all’inquinamento ambientale.

Il concetto di alienazione sembrò riflettere alla perfezione lo spirito del tempo e costituì anche il terreno d’incontro, nell’elaborazione di una critica alla società capitalistica, tra il marxismo filosofico ed anti-sovietico ed il cattolicesimo più democratico e progressista. La popolarità del concetto e la sua applicazione indiscriminata, però, crearono una profonda ambiguità terminologica [31]. Così, nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e ciò generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno tanto esteso da apparire immodificabile [32].

Con il libro di Guy Debord, La società dello spettacolo (1967), divenuto poco dopo la sua uscita un vero e proprio manifesto di critica sociale per la generazione di studenti in rivolta contro il sistema, la teoria dell’alienazione approdò alla critica della produzione immateriale. Riprendendo le tesi già avanzate in Dialettica dell’illuminismo (1944) da Max Horkheimer e Theodor Adorno, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente, Debord affermò che, nelle presenti circostanze, il non-lavoro non poteva più essere considerato come una sfera differente dall’attività produttiva:

“mentre nella fase primitiva dell’accumulazione capitalistica ‘l’economia politica non vede nel proletario che l’operaio’, (…) questa posizione (…) si rovescia non appena il grado di abbondanza raggiunto nella produzione di merci esige un surplus di collaborazione dall’operaio. Questo operaio, improvvisamente lavato dal disprezzo totale che gli è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e di sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa trattato apparentemente come una persona grande, con una cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore. Allora l’umanesimo della merce prende a proprio carico ‘gli svaghi e l’umanità’ del lavoratore, semplicemente perché l’economia politica può e deve ora dominare queste sfere”[33].

Per Debord, se il dominio dell’economia sulla vita sociale si era inizialmente manifestato attraverso una “degradazione dell’essere in avere”, nella “fase presente” si era verificato uno “slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire” [34]. Tale riflessione lo spinse a porre al centro della sua analisi il mondo dello spettacolo: “nella società lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione concreta dell’alienazione”[35], il fenomeno mediante il quale “il principio del feticismo della merce (…) si compie in grado assoluto” [36]. In queste circostanze, l’alienazione si affermava a tal punto da diventare persino un’esperienza entusiasmante per gli individui, i quali, spinti da questo nuovo oppio del popolo al consumo ed a “riconoscersi nelle immagini dominanti”[37], si allontanavano sempre più, allo stesso tempo, dai propri desideri ed esistenze reali:

“lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. (…) La produzione economica moderna allarga la sua dittatura estensivamente e intensivamente. (…) A questo punto della ‘seconda rivoluzione industriale’, il consumo alienato diventa per le masse un dovere supplementare che si aggiunge a quello della produzione alienata” [38].

Sulla scia di Debord, anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi (1970), egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna, prendendo così le distanze dalla concezione marxiana ancorata sulla centralità della produzione. Secondo Baudrillard “l’era del consumo”, in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche “l’era dell’alienazione radicale”:

“la logica della merce si è generalizzata, in quanto oggi non regola solamente i processi di lavoro e i prodotti materiali, ma anche l’intera cultura, la sessualità, le relazioni umane, fino ai fantasmi e alle pulsioni individuali. (…) Tutto è spettacolarizzato, cioè evocato, provocato, orchestrato in immagini, segni e modelli consumabili” [39].

Le sue conclusioni politiche, però, furono piuttosto confuse e pessimistiche. Dinanzi ad una grande stagione di fermento sociale, egli accusò “i contestatori del maggio francese” di essere caduti nella trappola di “super-reificare gli oggetti e il consumo dando loro un valore diabolico”; e criticò “i discorsi sull’alienazione, tutta la derisione operata dalla Pop e dall’antiarte”, per aver creato una “requisitoria [che] fa parte del gioco: è il miraggio critico, l’antifiaba che corona la favola”[40]. Dunque, lontano dal marxismo, che vedeva nella classe operaia il soggetto sociale di riferimento per cambiare il mondo, Baudrillard chiuse il suo libro con un appello messianico, tanto generico quanto effimero: “attenderemo le irruzioni brutali e le disgregazioni improvvise che, in maniera tanto imprevedibile, ma certa, quanto il maggio del 1968, manderanno in frantumi questa messa bianca”[41].

VI. La teoria dell’alienazione nella sociologia nord-americana
Negli anni Cinquanta, il concetto di alienazione era entrato anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come problematica inerente il singolo essere umano [42], non le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente, e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società [43].

Anche in questa disciplina regnò a lungo una profonda incertezza circa una chiara e condivisa definizione dell’alienazione. Alcuni autori considerarono questo fenomeno come un processo positivo, perché mezzo di espressione della creatività dell’uomo, e inerente la condizione umana in generale. Altra caratteristica diffusa tra i sociologi statunitensi fu quella di considerare l’alienazione come qualcosa che scaturiva dalla scissione tra l’individuo e la società [44]. Seymour Melman, infatti, individuò l’alienazione nella separazione tra la formulazione e l’esecuzione delle decisioni e la considerò come un fenomeno che colpiva tanto gli operai quanto i manager[45]. Nell’articolo Una misura dell’alienazione (1957), che inaugurò un dibattito su questo concetto nella rivista American Sociological Review, Gwynn Nettler adoperò lo strumento dell’inchiesta nell’intento di stabilirne una definizione.

Tuttavia, lontanissimo dalla tradizione delle rigorose indagini sulle condizioni lavorative condotte in seno al movimento operaio, il questionario da lui formulato sembrò ispirarsi più ai canoni del maccartismo del tempo che non a quelli della ricerca scientifica. Nettler, infatti, rappresentando le persone alienate come soggetti guidati da “un coerente mantenimento di atteggiamenti ostili e impopolari nei confronti del familismo, dei mezzi di comunicazione di massa, dei gusti di massa, dell’attualità, dell’istruzione popolare, della religione convenzionale, della visione teleologica della vita, del nazionalismo e del sistema elettorale”[46], identificò l’alienazione con il rifiuto dei principi conservatori della società americana.

La pochezza concettuale presente nel panorama sociologico americano mutò in seguito alla pubblicazione del saggio Sul significato dell’alienazione (1959) di Melvin Seeman. In questo breve articolo, divenuto, rapidamente, un riferimento obbligato per tutti gli studiosi dell’alienazione, egli catalogò quelle che riteneva fossero le sue cinque principali tipologie: la mancanza di potere; la mancanza di significato (cioè la difficoltà dell’individuo a comprendere gli eventi in cui è inserito); la mancanza di norme; l’isolamento; e l’estraniazione da sé[47]. Questo elenco mostra come anche Seeman considerasse l’alienazione sotto un profilo primariamente soggettivo. Robert Blauner, nel libro Alienazione e libertà (1964), sposò il medesimo punto di vista. L’autore statunitense definì l’alienazione come una “qualità dell’esperienza personale che risulta da specifici tipi di disposizioni sociali” [48] , anche se lo sforzo profuso nella sua ricerca lo portò a rintracciarne le cause nel “processo di lavoro in organismi giganteschi e nelle burocrazie impersonali che saturano tutte le società industriali” [49] .

Nell’ambito della sociologia nord-americana, quindi, l’alienazione venne concepita come una manifestazione relativa al sistema di produzione industriale, a prescindere se esso fosse capitalistico o socialista, e come una problematica inerente soprattutto la coscienza umana [50]. Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa nozione, che venne assunta anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, non più come una questione sociale, ma quale una patologia individuale dalla quale dovevano curarsi i singoli individui [51]. Ciò determinò un profondo mutamento della concezione dell’alienazione. Se nella tradizione marxista essa rappresentava uno dei concetti critici più incisivi del modo di produzione capitalistico, in sociologia subì un processo di istituzionalizzazione e finì con l’essere considerata come un fenomeno relativo al mancato adattamento degli individui alle norme sociali. Allo stesso modo, la nozione di alienazione smarrì il carattere normativo che aveva in filosofia (anche negli autori che ritenevano l’alienazione come un orizzonte insuperabile) e si trasformò in un concetto a-valutativo, dal quale era stato rimosso l’originario contenuto critico [52]. Altro effetto di questa metamorfosi dell’alienazione fu il suo impoverimento teorico.

Da fenomeno complessivo, relativo alla condizione lavorativa, sociale e intellettuale dell’uomo, essa fu ridotta ad una categoria parziale e parcellizzata in funzione delle indagini accademiche [53]. I sociologi americani affermarono che questa scelta metodologica avrebbe consentito di liberare l’indagine sull’alienazione dalle sue connotazioni politiche e di conferire ad essa obiettività scientifica. In realtà, questa presunta svolta apolitica aveva delle forti ed evidenti implicazioni ideologiche, poiché dietro la bandiera della de-ideologizzazione e della presunta neutralità dei valori si celava il sostegno ai valori ed all’ordine dominante.

La differenza tra la concezione marxista dell’alienazione e quella dei sociologi statunitensi non stava, dunque, nel fatto che la prima era politica e la seconda scientifica, quanto, invece, che i teorici marxisti erano portatori di valori opposti a quelli egemoni [54]. In sociologia, dunque, il concetto di alienazione conobbe un vero e proprio stravolgimento e finì con l’essere utilizzato proprio dai difensori delle classi sociali contro le quali esso era stato per lungo tempo rivolto.

VII. Il concetto di alienazione ne Il capitale e nei suoi manoscritti preparatori
Gli scritti di Marx ebbero un ruolo importante per quanti tentarono di avversare questo stravolgimento. L’attenzione rivolta alla teoria dell’alienazione di Marx, inizialmente incentrata sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, si spostò, dopo la pubblicazione di nuovi inediti, su altri testi e da questi fu possibile ricostruire il percorso della sua elaborazione.

Nella seconda parte degli anni Quaranta, egli non aveva più adoperato frequentemente la parola alienazione. In Lavoro salariato e capitale (1849), una raccolta di articoli redatti in base agli appunti utilizzati per una serie di conferenze tenute alla Lega Operaia Tedesca di Bruxelles nel 1847, Marx riespose la teoria dell’alienazione, ma, non potendosi rivolgere al movimento operaio con una nozione che sarebbe parsa troppo astratta, non ne utilizzò la parola. Sino alla fine degli anni Cinquanta, non vi furono altri riferimenti all’alienazione. In seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del 1848, egli fu costretto all’esilio a Londra e durante questo periodo, per concentrare tutte le sue energie negli studi di economia politica, con l’eccezione di alcuni brevi lavori di carattere storico non pubblicò alcun libro. Quando riprese a scrivere di economia, nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-58), meglio noti col nome di Grundrisse, Marx tornò ad utilizzare il concetto ripetutamente. Esso ricordava, per molti versi, quello esposto nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche se grazie agli studi condotti per quasi un decennio presso la libreria del British Museum di Londra, la sua analisi risultava ora molto più approfondita:

“il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte dagli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto tra le cose; la capacità personale in una capacità delle cose” [55].

Nei Grundrisse, dunque, la descrizione dell’alienazione aveva acquisito maggiore spessore rispetto a quella compiuta negli scritti giovanili, perché arricchita dalla comprensione di importanti categorie economiche e da una più rigorosa analisi sociale. Essi non furono l’unico testo della maturità di Marx in cui la descrizione di questa problematica ricorre frequentemente. Un lustro dopo la loro stesura, infatti, essa ritornò ne Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito (1863-64), manoscritti nei quali l’analisi economica e quella politica dell’alienazione vennero messe in maggiore relazione tra loro: “il dominio dei capitalisti sugli operai non è se non dominio delle condizioni di lavoro autonomizzatesi contro e di fronte al lavoratore”. Marx mise in evidenza che nella società capitalistica, mediante “la trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale”, si realizza una vera e propria “personificazione delle cose e reificazione delle persone”, ovvero si crea un’apparenza in forza della quale “non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro, appaiono sottomessi al lavoratore, ma egli ad essi” [56]. In realtà, a suo giudizio:

“Il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come nell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose. Senza salariato (…) niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti! Capitale e lavoro salariato (…) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte, il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in se stesso; insomma, capitale” [57].

Nel modo di produzione capitalistico, il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale che “nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive (…) diventa un mostro animato, e comincia ad agire come se avesse l’amore in corpo” [58]. Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore fino a che la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e l’impiego dei macchinari, ossia i progressi sociali generali che appartengono alla collettività, diventano forze del capitale le quali appaiono come proprietà da esso possedute per natura e si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico:

“le forze produttive (…) sviluppate del lavoro sociale (…) si rappresentano come forze produttive del capitale. (…) L’unità collettiva nella cooperazione, la combinazione nella divisione del lavoro, l’impiego delle energie naturali e delle scienze, dei prodotti del lavoro come macchinario – tutto ciò si contrappone agli operai singoli, in modo autonomo, come qualcosa di straniero, di oggettivo, di preesistente, senza e spesso contro il loro contributo attivo, come pure forme di esistenza dei mezzi di lavoro da essi indipendenti e su di essi esercitanti il proprio dominio; e l’intelligenza e la volontà dell’officina collettiva incarnate nel capitalista o nei suoi subalterni, nella misura in cui l’officina collettiva si basa sulla loro combinazione, gli si contrappongono come funzioni del capitale che vive nel capitalista”[59].
È mediante questo processo, dunque, che, secondo Marx, il capitale diventa qualcosa di “terribilmente misterioso. Le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali torreggianti di fronte all’operaio e, in questa forma, vengono capitalizzate” [60].

La diffusione, a partire dagli anni Sessanta, de Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito e, soprattutto, dei Grundrisse aprì la strada ad una concezione dell’alienazione differente rispetto a quella egemoni in sociologia e psicologia, la cui comprensione era finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. La pubblicazione di quella che, dopo i Manoscritti economico-filosofici del 1844 negli anni Trenta, può essere considerata la “seconda generazione” di scritti di Marx sull’alienazione fornì non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi sull’alienazione, ma soprattutto una piattaforma ideologica anticapitalista allo straordinario movimento politico e sociale esploso nel mondo in quel periodo. Con la diffusione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e divenire critica sociale.

VIII. Il feticismo della merce ed il superamento dell’alienazione
Una delle migliori descrizioni dell’alienazione realizzate da Marx è quella contenuta nel celebre paragrafo “Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano” de Il capitale. Libro primo. Al suo interno egli mise in evidenza che, nella società capitalistica, gli uomini sono dominati dai prodotti che hanno creato e vivono in un mondo in cui le relazioni reciproche appaiono “non come rapporti immediatamente sociali tra persone (…), ma come rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose” [61]. Più precisamente:

“l’arcano della forma di merce consiste (…) nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, come sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. (…) Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così nel mondo delle merci fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci” [62].

Da questa definizione emergono delle precise caratteristiche che tracciano un chiaro spartiacque tra la concezione dell’alienazione in Marx e quella della gran parte degli autori presi in esame in questo saggio. Il feticismo, infatti, non venne concepito da Marx come una problematica individuale, ma fu sempre considerato un fenomeno sociale. Non una manifestazione dell’anima, ma un potere reale, una dominazione concreta, che si realizza, nell’economia di mercato, in seguito alla trasformazione dell’oggetto in soggetto. Per questo motivo, egli non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo essere umano, ma analizzò i processi sociali che ne stavano alla base, in primo luogo l’attività produttiva. Per Marx, inoltre, il feticismo si manifesta in una precisa realtà storica della produzione, quella del lavoro salariato, e non è legato al rapporto tra la cosa in generale e l’uomo, ma da quello che si verifica tra questo e un tipo determinato di oggettività: la merce.

Nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattava rispetto alle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che avevano negato la presenza di riflessioni sull’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituta con quella del feticismo delle merci, perché essa ne rappresentava un suo aspetto particolare [63].

L’avanzamento teorico compiuto da Marx rispetto all’alienazione tra i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e Il capitale non consiste, però, soltanto in una sua più precisa descrizione, ma anche in una differente elaborazione circa le misure considerate necessarie per il suo superamento. Se nel 1844 Marx aveva ritenuto che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, ne Il capitale, e nei suoi manoscritti preparatori, il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione era divenuto molto più complesso. Marx riteneva che il capitalismo era un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati al capitale e alle sue condizioni. Tuttavia, esso ha creato le basi per una società più progredita e l’umanità può proseguire il cammino dello sviluppo sociale, accelerato da questo modo di produzione, generalizzandone i benefici. Secondo Marx, ad un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e sfruttamento per la massa generale dei lavoratori, occorre sostituire “un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale” [64]. Questo diverso tipo di produzione si differenzia dal lavoro salariato, poiché pone i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assume un carattere immediatamente generale e trasforma il lavoro in una vera attività sociale. È una concezione di società agli antipodi del bellum omnium contra omnes di Thomas Hobbes. E la sua creazione non è un processo meramente politico, ma investe necessariamente la trasformazione della sfera della produzione.

Tuttavia, questo mutamento del processo lavorativo è comunque limitato poiché, come Marx osservò ne Il capitale. Libro terzo: “la libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” [65]. Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale, in cui il lavoro coercitivo ed alienato, imposto dal capitale e sussunto alle sue leggi, viene mano a mano sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità; e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro [66]. Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana dell’individuo sociale.

References
1. György Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1971, p. 112
2. Esso fu tradotto Kostas Axelos e Jacqueline Bois col titolo di Histoire et conscience de classe, Minuit, Paris 1960.
3. György Lukács, op. cit., p. XXV.
4. Negli scritti di Marx compaiono sia il termine di Entfremdung che quello di Entäusserung. Le due nozioni, che in Hegel avevano significati diversi, furono utilizzate da Marx come sinonimi. Cfr. Marcella D’Abbiero, Alienazione in Hegel. Usi e significati di Entäusserung, Entfremdung Veräusserung, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1970, pp. 25-7.
5. Karl Marx, L’alienazione, a cura di Marcello Musto, Donzelli, Roma 2010, pp. 17-18.
6. Ivi, pp. 18-19.
7. Ivi, pp. 21, 23. In proposito si veda lo studio di Bertell Ollman, Alienation, Cambridge, New York 1971, pp. 136-152.
8. Karl Marx, L’alienazione, op. cit., p. 26.
9. A partire dalla versione dell’opera di Heidegger realizzata da Pietro Chiodi, questo termine è stato quasi sempre tradotto in lingua italiana con la parola deiezione.
10. Martin Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005, p. 215.
11. Ivi, pp. 215-6.
12. Ivi, p. 218. Nella Prefazione del 1967 a Storia e coscienza di classe, Lukács osservò che in Heidegger l’alienazione divenne un concetto politicamente inoffensivo che “sublima[va] la critica sociale in una critica puramente filosofica”, György Lukács, op. cit., p. XXV.
13. Herbert Marcuse, Cultura e società, Einaudi, Torino 1969, p. 170.
14. Ivi, p. 171.
15. Ibidem.
16. Ivi, p. 155.
17. Ivi, p. 88.
18. Ivi, p. 89. Dello stesso avviso fu Georges Friedmann, Le travail en miettes, Gallimard, Paris 1956, per il quale il superamento dell’alienazione è possibile solo in seguito alla liberazione dal lavoro.
19. Herbert Marcuse, Eros e civiltà, op. cit., p. 181.
20. Ivi, p. 180.
21. Ivi, p. 216.
22. Ivi, p. 180. Sulla stessa linea anche le seguenti affermazioni: la “razionalità libidica non soltanto [è] compatibile col progresso verso forme superiori di libertà civile, ma [è] anche atta a promuovere queste ultime”, Ivi, pp. 216-7. Sul rapporto tra tecnica e progresso si segnala anche il lavoro di Kostas Axelos, Marx pensatore della tecnica, Sugarco, Milano 1963. L’autore propese per questa tesi: “tutto ciò che aliena l’uomo era ed è dovuto sia al non sviluppo delle forze produttive (…), sia al sottosviluppo della tecnica”, pp. 352-3.
23. Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971, p. 250.
24. Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di comunità, Milano 1981, p. 121.
25. Cfr. Alexandre Kojeve, Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano 1986.
26. Per un raffronto tra le differenti concezioni di alienazione in Hegel, Marx e nei filosofi esistenzialisti si rimanda a Pietro Chiodi, Il concetto di «alienazione» nell’esistenzialismo, in Rivista di filosofia, LIV, n. 40, pp. 419-445.
27. Annah Harendt, Vita Activa, Bompiani, Milano 2009, p. 187.
28. Adam Schaff, L’alienazione come fenomeno sociale, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 27 e 53.
29. In proposito cfr. Daniel Bell, La «riscoperta» dell’alienazione, in Alberto Izzo (a cura di), Alienazione e sociologia, Franco Angeli, Milano 1973, che affermò: “far risalire questo concetto a Marx come il suo tema centrale è solo un ulteriore creazione di un mito”, p. 89.
30. Henry Lefebvre, Critica della vita quotidiana (volume primo), Dedalo, Bari 1977, p. 62.
31. Cfr. Vittorio Rieser, Il concetto di alienazione in sociologia, in Quaderni di sociologia, vol. XIV (1965), Aprile-Giugno, p. 167, e Richard Schacht, Alienation, Doubleday, Garden City, NY 1970, il quale notò che “non c’era quasi alcuno aspetto della vita contemporanea che non sia stato discusso nei termini di «alienazione»” (p. lix). Anche Peter C. Ludz, Alienation as a Concept in the Social Sciences, in Felix Geyer – David Schweitzer (a cura di), Theories of Alienation, Martinus Nijhoff, Leiden 1976, osservò che “la popolarità del concetto serv[ì] ad incrementare l’esistente ambiguità terminological” (p. 3). Questo testo era apparso originariamente come introduzione ad un’amplia bibliografia annotata sull’alienazione sulla rivista Current Sociology, vol. 21, 1973, no. 1.
32. Cfr. David Schweitzer, Alienation, De-alienation, and Change: A critical overview of current perspectives in philosophy and the social sciences, in Giora Shoham, a cura di, Alienation and Anomie Revisited, Ramot, Tel Aviv 1982, per il quale “il vero significato di alienazione è spesso diluito fino al punto di un’assenza virtual di significato” (p. 57).
33. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 70-1.
34. Ivi, p. 57.
35. Ivi, p. 63.
36. Ivi, p. 67.
37. Ivi, p. 63.
38. Ivi, p. 70.
39. Jean Baudrillard, La società dei consumi, il Mulino, Bologna 2010, p. 234.
40. Ivi, p. 239.
41. Ivi, p. 240.
42. Cfr. John P. Clark, ‘Measuring alienation within a social system’, in American Sociological Review, vol. 24, n. 6 (December 1959), pp. 849-852.
43. Cfr. David Schweitzer, ‘Alienation, De-alienation, and Change: A critical overview of current perspectives in philosophy and social sciences’, in Giora Shoham, op. cit., pp. 36-37.
44. Cfr. Richard Schacht, op. cit., p. 155.
45. Cfr. Seymour Melman, Decision-making and Productivity, Oxford: Basil Blackwell, 1958, pp. 18 e 165-6.
46. Gwynn Nettler, Una proposta per misurare l’alienazione, in Alberto Izzo (a cura di), Alienazione e sociologia, op. cit., p. 229.
47. Cfr. Melvin Seeman, ‘On the meaning of alienation’, in American Sociological Review, vol. 24, n.6 (December 1959), pp. 783-791. Nel 1972 Seeman rivide la sua classificazione ed, ai cinque punti del 1959, ne aggiunse un sesto: il “cultural estrangement”. Cfr. Melvin Seeman, ‘Alienation and engagement’, in Angus Campbell – Philip E. Converse (a cura di), The human meaning of social change, New York: Russell Sage, 1972, pp. 467-527.
48. Robert Blauner, Alienation and freedom, Chicago: The university of Chicago, 1964, p. 15.
49. Ivi, p. 3.
50. Cfr. Walter R. Heinz, ‘Changes in the methodology of alienation research’, in Felix Geyer – Walter R. Heinz (a cura di), Alienation, society and the individual, New Brunswick/London: Transaction, 1992, p. 217.
51. Cfr. Felix Geyer – David Schweitzer, ‘Introduction’, in Id. (a cura di), Theories of Alienation, op. cit., pp. XXI-XXII, e Felix Geyer, ‘A general systems approach to psychiatric and sociological de-alienation’, in Giora Shoham (a cura di), op. cit., p. 141.
52. Cfr. Felix Geyer – David Schweitzer, ‘Introduction’, in Id. (eds.), Theories of Alienation, op. cit., pp. XX-XXI.
53. Cfr. David Schweitzer, ‘Fetishization of alienation: unpacking a problem of science, knowledge, and reified practices in the workplace’, in Felix Geyer (ed.), Alienation, ethnicity, and postmodernism, Westport, Connecticut/London: Greenwood Press, 1996, p. 23.
54. Cfr. John Horton, La disumanizzazione dell’anomia e dell’alienazione: un problema di ideologia della sociologia, in Alberto Izzo (a cura di), Alienazione e sociologia, op. cit., pp. 318-20, e David Schweitzer, ‘The fetishization of alienation: unpacking a problem of science, knowledge, and reified practices in the workplace’, op. cit., p. 23.
55. Karl Marx, L’alienazione, op. cit., p. 45. In un altro passaggio dei Grundrisse dedicato all’alienazione si legge: “strappate alla cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone”, Ibidem.
56. Ivi, p. 98.
57. Ivi, pp. 88-89.
58. Ivi, p. 89.
59. Ivi, pp. 98-99.
60. Ivi, p. 101.
61. Ivi, p. 105.
62. Ivi, pp. 107-8.
63. Cfr. Adam Schaff, op. cit., pp. 149-150.
64. Karl Marx, L’alienazione, p. 112.
65. Ivi, p. 125.
66. Per mancanza di spazio, mi propongo di sviluppare in un altro saggio alcune osservazioni critiche sul carattere incompiuto e parzialmente contraddittorio del processo di disalienazione in Marx.

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Giuseppe Cospito, Critica Marxista

L’Introduzione del 1857

Nei Quaderni del carcere Gramsci critica gli sviluppi dell’economia marxista, in particolare in Urss, osservando come quella dovrebbe essere una disciplina «critica», a differenza di quella accademica che riflette incessantemente sui propri metodi e strumenti di analisi, «si vale troppo spesso di espressioni stereotipate, e si esprime in un tono di superiorità a cui non corrisponde il valore dell’esposizione» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, p. 1803). Per ovviare a questo limite egli ritiene necessaria un’«introduzione metodico-filosofica ai trattati di economia», prendendo a modello le «prefazioni al primo volume di Economia critica» (vale a dire Il Capitale) e alla «Critica dell’Economia politica» (ivi, p. 1844), cioè la celeberrima Prefazione del 1859.

Due anni prima, nel 1857, Marx aveva abbozzato in pochi giorni un’introduzione alla stessa opera (i cosiddetti Grundrisse), destinata a rimanere incompiuta e inedita fino al 1903, quando verrà pubblicata da Karl Kautsky sul giornale socialdemocratico tedesco «Die Neue Zeit». Successivamente tradotto in italiano da Giorgio Backhaus, questo testo ci viene ora riproposto in un’edizione riccamente commentata (K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Commento storico critico di Marcello Musto, Macerata, Quodlibet, 2010, pp. 142, euro 12).

Come messo in evidenza dal curatore, l’Introduzione del 1857 rappresenta una tappa importante nello sviluppo del pensiero di Marx che, partito da studi prima giuridici e poi filosofici, si era avvicinato all’economia politica solo nel 1844, durante il breve soggiorno a Parigi, con le annotazioni su Smith e Ricardo nei Manoscritti economico-filosofici e grazie anche all’avvio del sodalizio con Engels. Approfondito con la Miseria della filosofia e con Lavoro salariato e capitale, l’interesse per l’economia conoscerà una forte ripresa, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari quarantotteschi, per tutti gli anni Cinquanta dell’Ottocento, nel corso dei quali Marx si sforzerà di identificare i sintomi della crisi decisiva per il crollo del sistema capitalistico e il trionfo della rivoluzione proletaria. Ed è proprio in quella che gli pare la vigilia immediata di tale crollo che scrive le pagine in questione, «estremamente complesse e controverse» anche per la concitazione con la quale furono stese; eppure, «poiché contiene il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx, l’Introduzione costituisce un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero e uno snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei Grundrisse» (p. 74).

A differenza di quanto aveva fatto nei Manoscritti, dove il punto di partenza dell’analisi economica era costituito dal salario, dal profitto e dalla rendita (vale a dire le forme di reddito proprie rispettivamente di operai, industriali e proprietari terrieri), e di quanto farà nel Capitale, dove la critica dell’economia politica prende le mosse dal problema del valore, nell’Introduzione del 1857 Marx si sofferma innanzitutto sulla produzione, o meglio sul nesso inscindibile, di reciproca determinazione e influenza, tra produzione, consumo, distribuzione e scambio, che costituisce il processo della circolazione delle merci. Seguendo un procedimento che gli è peculiare fin dagli scritti giovanili, Marx alterna l’esposizione delle proprie tesi con la critica di quelle di predecessori e contemporanei, concentrandola in particolare sulle «robinsonate» di Smith e di Ricardo, ma anche di Proudhon e di Bastiat, che muovono tutti dalla «produzione dell’individuo isolato all’esterno della società» (p. 12), ignorandone il carattere sempre storicamente e socialmente determinato. L’altro obbiettivo polemico marxiano è costituito da chi, come Stuart Mill, tende a separare astrattamente il processo produttivo da quello distributivo, assimilando il primo ai fenomeni naturali, analizzabili con metodi matematico-fisici in quanto rispondenti esclusivamente a leggi eterne e immodificabili, mentre il secondo sarebbe relativamente esposto agli «arbitrii» degli uomini (p. 16).

Di più complessa decifrazione appaiono le pagine dedicate da Marx al metodo dell’economia politica: particolarmente prezioso risulta quindi a tal proposito l’ampio e puntuale commentario di Musto che, senza tacere le difficoltà, le ambiguità e le contraddizioni del testo, ne ricostruisce i fili conduttori, a partire dalla convinzione, ereditata da Hegel, secondo cui «il metodo di salire dall’astratto al concreto è il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto» (p. 102), anche se naturalmente per Marx non è il pensiero a determinare la realtà, ma al contrario. L’altro aspetto metodologico fondamentale è costituito dal presupposto secondo cui il complesso spiega il semplice, il presente interpreta il passato, e non viceversa: opponendosi da un lato al cattivo empirismo degli economisti classici e dall’altro all’idealismo di Hegel e della sua scuola, Marx elabora strumenti in grado non solo di analizzare il modo di produzione capitalistico e, a partire da questo, quelli che l’hanno preceduto, ma anche di «scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione» (p. 113).

L’Introduzione si chiude con un elenco di argomenti che rimangono soltanto abbozzati, tra i quali merita di essere ricordata la questione del «rapporto ineguale dello sviluppo della produzione materiale con […] quella artistica» (p. 47); questa osservazione getta una luce diversa su quella, apparentemente più dogmatica, della Prefazione del 1859 secondo cui «il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo sociale, politico e spirituale della vita in generale» che, a giudizio di Musto (ma anche del Gramsci dei Quaderni citato all’inizio) «non va interpretata, dunque, in chiave deterministica» (p. 118).

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Commentario storico critico

I. L’incontro con l’economia politica
L’economia politica non fu la prima passione intellettuale di Karl Marx. L’incontro con questa materia, che ai tempi della sua giovinezza era appena agli albori in Germania, avvenne, infatti, solo dopo quello con diverse altre discipline. Nato a Treviri nel 1818, in una famiglia di origini ebraiche, dal 1835 Marx studiò, dapprima, diritto alle università di Bonn e Berlino, per volgere, poi, il suo interesse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana al tempo dominante, e laurearsi all’università di Jena, nel 1841, con una tesi sulla [Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro] [1].

Completati gli studi, Marx avrebbe voluto intraprendere la carriera universitaria, ma, poiché dopo la salita al trono di Federico Guglielmo IV la filosofia hegeliana non godeva più del favore del governo prussiano, avendo aderito al movimento dei Giovani Hegeliani, dovette cambiare i propri progetti. Tra il 1842 e il 1843, si diede all’attività pubblicistica e collaborò con il quotidiano di Colonia la Rheinische Zeitung, del quale divenne rapidamente giovanissimo redattore capo. Tuttavia, poco tempo dopo l’inizio della sua direzione e la pubblicazione di alcuni suoi articoli, nei quali, seppure soltanto dal punto di vista giuridico e politico, aveva iniziato a occuparsi di questioni economiche, la censura colpì il giornale e Marx decise di interrompere questa esperienza “per ritirar[s]i dalla scena pubblica alla stanza da studio” [2] . Si dedicò, così, agli studi sullo Stato e le relazioni giuridiche, nei quali Hegel era un’autorità, e in un manoscritto del 1843, pubblicato postumo con il titolo [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto], avendo maturato la convinzione che la società civile fosse la base reale dello Stato politico, sviluppò le primissime formulazioni circa la rilevanza del fattore economico nell’insieme dei rapporti sociali.

Marx diede inizio a uno “scrupoloso studio critico dell’economia politica” [3] solo dopo il trasferimento a Parigi, dove, nel 1844, fondò e co-diresse la rivista Deutsch-französische Jahrbücher. Da quel momento in poi, le sue indagini, fino ad allora di carattere prevalentemente filosofico, storico e politico, si indirizzarono verso questa nuova disciplina che divenne il fulcro delle sue future ricerche. A Parigi, Marx avviò una grande mole di letture e da esse ricavò nove quaderni di estratti e appunti. Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta poi per tutta la vita, di compilare riassunti dalle opere che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. I cosiddetti [Quaderni di Parigi] sono particolarmente interessanti perché tra i libri maggiormente compendiati figuravano il Trattato di economia politica di Jean-Baptiste Say e La ricchezza delle nazioni di Adam Smith [4] , testi dai quali Marx assimilò le nozioni basilari di economia, così come i Principi di economia politica di David Ricardo e gli Elementi di economia politica di James Mill, che gli diedero, invece, la possibilità di sviluppare le prime valutazioni rispetto ai concetti di valore e prezzo e alla critica del denaro quale dominio della cosa estraniata sull’uomo.

Parallelamente a questi studi, Marx redasse altri tre quaderni, pubblicati postumi con il titolo di [Manoscritti economico-filosofici del 1844] [5] , nei quali dedicò particolare attenzione al concetto di lavoro alienato (entäusserten Arbeit). Differentemente dai principali economisti e da Georg W. F. Hegel, il fenomeno per il quale l’oggetto prodotto dall’operaio si contrappone a lui stesso “come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce” [6] , venne considerato da Marx, non come una condizione naturale e, dunque, immutabile, ma quale caratteristica di una determinata struttura di rapporti produttivi e sociali: la moderna società borghese e il lavoro salariato.

La consapevolezza dell’insufficienza delle sue conoscenze impedì a Marx di completare e pubblicare i suoi manoscritti. Ad ogni modo, sorretto dalla convinzione di poter dare alla luce il suo scritto in breve tempo, il 1 febbraio del 1845, dopo che gli era stato intimato di lasciare la Francia a causa della sua collaborazione con il bisettimanale operaio di lingua tedesca Vorwärts!, egli firmò un contratto con l’editore di Darmstadt Karl Wilhelm Leske, per la pubblicazione di un’opera in due volumi da intitolarsi “Critica della politica e dell’economia politica” [7] .

Dal febbraio del 1845, Marx si trasferì a Bruxelles, città nella quale gli fu consentito di risiedere a patto di non pubblicare “nessuno scritto sulla politica del giorno” [8] , e dove rimase fino al marzo del 1848. Durante questi tre anni, e in particolar modo nel 1845, egli proseguì produttivamente gli studi di economia politica. Nel marzo di quell’anno, infatti, egli lavorò a una critica, senza riuscire però a completarla, dell’opera Il sistema nazionale dell’economia politica dell’economista tedesco Friedrich List [9] . Inoltre, dal febbraio al luglio, redasse sei quaderni di estratti, i cosiddetti [Quaderni di Bruxelles], riguardanti soprattutto lo studio dei concetti basilari dell’economia politica, nei quali riservò particolare attenzione agli Studi sull’economia politica di Sismonde de Sismondi, al Corso di economia politica di Henri Storch e al Corso di economia politica di Pellegrino Rossi. Contemporaneamente, Marx si dedicò anche alle questioni legate ai macchinari e alla grande industria e ricopiò diverse pagine dell’opera Sull’economia delle macchine e delle manifatture di Charles Babbage.

Nei mesi di luglio e agosto, Marx soggiornò a Manchester, al fine di prendere in esame la vasta letteratura economica inglese, la cui consultazione riteneva indispensabile per scrivere il libro che aveva in cantiere. Redasse così altri nove quaderni di estratti, i [Quaderni di Manchester], e, di nuovo, tra i testi maggiormente compendiati vi furono manuali di economia politica e libri di storia economica, tra i quali le Lezioni sugli elementi di economia politica di Thomas Cooper, Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, la Letteratura di economia politica di John Ramsay McCulloch e i Saggi su alcuni problemi insoluti di economia politica di John Stuart Mill [10] . Marx s’interessò molto anche alle questioni sociali e raccolse estratti da alcuni dei principali volumi della letteratura socialista anglosassone, in particolare da I mali del lavoro e il rimedio del lavoro di John Francis Bray e dal Saggio sulla formazione del carattere umano e Il libro del nuovo mondo morale di Robert Owen. Dello stesso argomento trattava, inoltre, La sitazione della classe operaia in Inghilterra, la prima opera di Engels, apparsa proprio nel giugno del 1845.

Nella capitale belga, oltre a proseguire gli studi economici, Marx lavorò anche a un altro progetto, che ritenne necessario realizzare a causa delle circostanze politiche che erano nel frattempo maturate. Nel novembre del 1845, infatti, pensò di scrivere con Engels, Joseph Weydemeyer e Moses Heß, una “critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti” [11]. Il testo, che fu dato alle stampe postumo col titolo di [L’ideologia tedesca], si prefiggeva, da una parte, di combattere le ultime forme di neohegelismo comparse in Germania (il libro L’unico e la sua proprietà di Max Stirner era stato dato alle stampe nell’ottobre del 1844) e, da un’altra, come Marx scrisse all’editore Leske, di “preparare il pubblico al punto di vista della [sua] Economia (Oekonomie), la quale si contrappone[va] risolutamente a tutta la scienza tedesca sviluppatasi fino a ora” [12] . Questo scritto, la cui lavorazione si protrasse fino al giugno del 1846, non fu però mai portato a termine, anche se servì a Marx per elaborare, con maggiore chiarezza rispetto al passato, seppure non in modo definitivo, quella che Engels definì, 40 anni dopo, “la concezione materialistica della storia” [13] .

Per avere notizie sul progresso della “Economia” durante l’anno 1846, occorre esaminare le lettere indirizzate a Leske. Nell’agosto di quell’anno, Marx aveva dichiarato all’editore che “il manoscritto quasi concluso del primo volume”, ovvero quello che, secondo i suoi nuovi piani, avrebbe dovuto contenere la parte più teorica e politica, era già disponibile “da tanto tempo”, ma che egli non l’avrebbe fatto “stampare senza sottoporlo ancora una volta a una revisione di contenuto e di stile. Si capisce che un autore, il quale continua a lavorare per sei mesi, non può lasciare stampare letteralmente ciò che ha scritto sei mesi prima”. Ciò nonostante, egli s’impegnò a concludere presto il libro: “la revisione del primo volume sarà pronta per la stampa alla fine di novembre. Il secondo volume, che ha un carattere più storico, potrà seguire immediatamente” [14] . Le notizie fornite non rispondevano, però, al reale stato del suo lavoro, poiché nessuno dei suoi manoscritti del tempo poteva essere definito come “quasi concluso” e, infatti, quando l’editore non se ne vide consegnare nessuno neanche al principio del 1847, decise di rescindere il contratto.

Questi continui ritardi non vanno attribuiti a uno scarso impegno da parte di Marx. Le prove del grande lavoro che egli condusse sono documentate, infatti, dagli appunti di studio e dagli scritti allora pubblicati. Dall’autunno del 1846 al settembre del 1847, egli riempì tre voluminosi quaderni di estratti, inerenti in gran parte la storia economica, dal testo Rappresentazione storica del commercio, dell’attività commerciale e dell’agricoltura dei più importanti Stati commerciali dei nostri tempi di Gustav von Gülich, uno dei principali economisti tedeschi del tempo. Inoltre, nel dicembre del 1846, dopo aver letto il libro Sistema delle contraddizioni economiche, o filosofia della miseria di Pierre-Joseph Proudhon e averlo trovato “cattivo, anzi pessimo” [15] , Marx decise di scriverne una critica. Redatta direttamente in francese, affinché il suo antagonista, che non parlava tedesco, potesse intenderla, l’opera fu terminata nell’aprile del 1847 e stampata in luglio con il titolo Miseria della filosofia. Risposta a Pierre-Joseph Proudhon. Si trattò del primo scritto di economia politica pubblicato da Marx e nelle sue pagine vi furono esposte le sue convinzioni del momento circa la teoria del valore, l’approccio metodologico più corretto da utilizzare per intendere la realtà sociale e la transitorietà storica dei modi di produzione.

Il motivo del mancato completamento dell’opera progettata – la critica dell’economia politica – non è attribuibile, dunque, alla mancanza di concentrazione da parte di Marx, bensì alla difficoltà del compito che egli si era assegnato. L’argomento che si era prefisso di sottoporre ad esame critico era molto vasto e affrontarlo con la serietà e la coscienza critica di cui egli era dotato avrebbe significato lavorare duramente ancora per molti anni. Anche se non ne era consapevole, infatti, alla fine degli anni Quaranta Marx era appena all’inizio delle sue fatiche.

II. Il 1848 e l’attesa della crisi
Nella seconda metà del 1847 il fermento sociale s’intensificò e l’impegno politico di Marx divenne, conseguentemente, più gravoso. In giugno venne fondata a Londra la «Lega dei comunisti» e, alla fine di quell’anno, Marx ed Engels furono incaricati di redigerne un programma politico. Fu così che, poco dopo, nel febbraio del 1848, fu dato alle stampe il Manifesto del Partito Comunista. Il suo incipit, “uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo”, era destinato a diventare celebre quanto una delle sue tesi di fondo: “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi” [16] .

La pubblicazione del Manifesto Comunista non avrebbe potuto essere più tempestiva. Immediatamente dopo la sua comparsa, infatti, uno straordinario movimento rivoluzionario, il più grande mai manifestatosi fino ad allora per diffusione e intensità, sorse in tutto il continente europeo, mettendo in crisi il suo ordine politico e sociale. Date le circostanze, Marx mise da parte gli studi di economia politica e si diede all’attività giornalistica per sostenere la rivoluzione e contribuire a tracciare la giusta linea politica da adottare. In aprile egli si spostò in Renania, la regione economicamente più sviluppata e politicamente più liberale della Germania e, dal mese di giugno, diresse il quotidiano Neue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie, che, nel frattempo, era riuscito a fondare a Colonia. Anche se la maggior parte dei suoi articoli si concentrarono sulla cronaca degli avvenimenti politici, nell’aprile del 1849 egli pubblicò una serie di editoriali aventi per tema la critica dell’economia politica, poiché riteneva fosse giunto il “tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici sui quali si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo dominio di classe, quanto la schiavitù degli operai” [17] . Basati su alcuni appunti redatti per delle conferenze tenute, nel dicembre 1847, alla «Associazione operaia tedesca» di Bruxelles, apparvero, così, cinque articoli dal titolo Lavoro salariato e capitale, in cui Marx espose al pubblico, più estesamente che in passato e in un linguaggio il più possibile comprensibile agli operai, le sue concezioni circa lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.

Tuttavia, il movimento rivoluzionario sorto in Europa nel 1848 venne sconfitto in fretta e, in seguito all’intensa attività politica esercitata, nel maggio 1849, Marx ricevette un ordine di espulsione dalla Prussia e riparò, ancora una volta, in Francia. Quando, però, la rivoluzione fu sconfitta anche a Parigi, le autorità francesi disposero per Marx l’obbligo di lasciare la capitale ed egli decise di lasciare la Francia per Londra, dove riteneva di avere “concrete prospettive di fondare un giornale tedesco” [18] . Marx sarebbe rimasto in Inghilterra, esule e apolide, per tutto il resto della sua esistenza, ma la reazione europea non avrebbe potuto confinarlo in un posto migliore per scrivere la sua critica dell’economia politica. Al tempo, infatti, Londra era il centro economico e finanziario più importante del mondo, “il demiurgo del cosmo borghese” [19] , e, quindi, il luogo più favorevole dove poter osservare gli sviluppi più recenti del capitalismo e riprendere, proficuamente, gli studi.

Marx riuscì a realizzare il suo intento di mettere in piedi una nuova impresa editoriale e, dal marzo 1850, diresse la Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue, mensile che nei suoi progetti avrebbe dovuto essere il luogo dove “analizzare diffusamente e scientificamente i rapporti economici che sono alla base di tutta l’attività politica” [20] . Poco dopo, in una serie di articoli comparsi su questa rivista, Le lotte di classe in Francia, egli affermò che “una vera rivoluzione (…) è possibile soltanto in periodi in cui (…) le forze produttive moderne e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra loro. (…) Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una, però, è altrettanto sicura quanto l’altra” [21] .

Durante l’estate del 1850, egli approfondì l’analisi economica degli anni antecedenti al 1848 e, nel numero della Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue di maggio-ottobre, giunse alla conclusione che “la spinta data dalle crisi commerciali alle rivoluzioni del 1848 [era] stata infinitamente maggiore di quella data dalla rivoluzione alla crisi commerciale”. La crisi economica acquisì definitivamente nel suo pensiero un’importanza fondamentale, non solo economicamente, ma anche sociologicamente e politicamente. Inoltre, analizzando i processi di sovra-speculazione e sovrapproduzione, azzardò una nuova previsione e dichiarò che “se il nuovo ciclo di sviluppo industriale, iniziato nel 1848, seguirà il corso di quello del 1843-47, la crisi scoppierà nel 1852” [22].

Le ipotesi coltivate da Marx per oltre un anno si mostrarono sbagliate. Diversamente da coloro che prevedevano lo scoppio imminente di una nuova rivoluzione, a partire dall’autunno del 1850, Marx si convinse che essa non sarebbe potuta maturare senza una nuova crisi economica mondiale. Da quel momento in poi, dunque, la sfida si spostò sulla previsione dello scoppio della crisi e per Marx ritornò il tempo, stavolta con un movente politico ancora maggiore, di dedicarsi di nuovo esclusivamente agli studi di economia politica.

III. Gli appunti di studio del 1850-1853
Nel corso dei tre anni nei quali aveva dovuto sospendere gli studi di economia politica, nel mondo si erano succeduti nuovi significativi eventi economici – dalla crisi del 1847 alla scoperta dell’oro in California e Australia – che, per la loro rilevanza, fecero ritenere indispensabile a Marx intraprendere nuove ricerche, anziché ritornare sui vecchi appunti e tentare di dare loro forma compiuta. Le ulteriori letture svolte furono sintetizzate in 26 quaderni di estratti, 24 dei quali, redatti tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853 e contenenti anche compendi di testi afferenti altre discipline, vennero da lui numerati nei cosiddetti [Quaderni di Londra]. Questi studi risultano di grande interesse, poiché documentano un periodo di notevole sviluppo dell’elaborazione di Marx, durante il quale egli non solo riepilogò le vecchie conoscenze, ma, attraverso lo studio approfondito di decine di nuovi volumi svolto presso la biblioteca del «British Museum» di Londra, acquisì altre significative nozioni per l’opera che intendeva scrivere.

I [Quaderni di Londra] possono essere suddivisi in tre gruppi. Nei primi sette quaderni (I-VII), redatti tra il settembre del 1850 e il marzo del 1851, tra le numerose opere consultate delle quali Marx eseguì compendi figurano Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, Una visione del sistema monetario di James Taylor, la Storia della moneta di Germani Gernier, le Opere complete sulle banche di Georg Büsch, Un’inchiesta sulla natura e gli effetti del credito cartaceo di Henry Thornton e la Ricchezza delle nazioni di Smith [23] . In particolare, Marx si concentrò sulla storia e le teorie delle crisi economiche e dedicò grande attenzione al rapporto tra la forma di denaro, il credito e le crisi, al fine di comprendere le cause originarie di queste ultime.

Al termine di questo primo gruppo di estratti, Marx riassunse le proprie conoscenze in due quaderni, cui non assegnò la numerazione della serie principale, che intitolò [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto]. In questo manoscritto, redatto nella primavera del 1851, Marx ricopiò, e talvolta accompagnò con un proprio commento, quelli che, a suo avviso, erano i brani più significativi sulla teoria del denaro delle maggiori opere di economia politica. Diviso in 91 sezioni, una per ogni libro preso in esame, [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto] non fu, però, una mera raccolta di citazioni, ma può essere considerato come la prima elaborazione autonoma della teoria del denaro e della circolazione, da utilizzare per la stesura del libro che egli progettava di scrivere ormai già da molti anni.

Indubbiamente, Marx condusse le sue ricerche con grande intensità, ma in quegli anni non riusciva a dominare ancora in tutta la sua ampiezza la materia economica e la sua scrupolosità gli impedì, a dispetto della volontà e della convinzione di potervi riuscire, di andare oltre la stesura dei compendi e dei commenti critici dei testi che leggeva e di redigere, finalmente, il suo libro.

Così, Marx tornò a studiare ancora una volta i classici dell’economia politica e, dall’aprile al novembre del 1851, redasse quello che può essere considerato come il secondo gruppo (quaderni VIII – XVI) dei [Quaderni di Londra]. Il quaderno VIII fu quasi interamente realizzato con estratti da Un’inchiesta sui principi di economia politica di Stuart, che egli aveva cominciato a studiare nel 1847, e dai Principi di economia politica di Ricardo. Proprio questi ultimi, redatti durante la composizione di [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto], costituiscono la parte più importante dei [Quaderni di Londra], poiché sono accompagnati da numerosi commenti critici e riflessioni personali di Marx. Fino alla fine degli anni Quaranta, infatti, egli aveva essenzialmente accettato le concezioni di Ricardo, mentre, da questo momento, attraverso un nuovo e approfondito studio delle sue teorie della rendita fondiaria e del valore, ne maturò un parziale superamento. In questo modo, Marx riconsiderò alcune delle sue precedenti convinzioni relative a queste fondamentali tematiche e fu spinto ad ampliare ulteriormente il raggio delle sue conoscenze e ad interrogare ancora altri autori. Nei quaderni IX e X, redatti tra il maggio e il luglio del 1851, si concentrò sugli economisti che si erano occupati delle contraddizioni della teoria di Ricardo e che, su alcuni punti, erano andati oltre le sue concezioni. Così facendo, tra i tanti libri compendiati, realizzò un gran numero di estratti da Una storia dello stato passato e presente della popolazione lavoratrice di John Debell Tuckett, dalla Economia politica popolare di Thomas Hodgskin, da Sull’economia politica di Thomas Chalmers, da Un saggio sulla distribuzione della ricchezza di Richard Jones e dai Principi di economia politica di Henry Charles Carey.

In questo periodo, a causa della difficile situazione economica personale, Marx decise di ritornare all’attività giornalistica e si mise alla ricerca di un quotidiano per il quale scrivere. Dall’agosto del 1851, divenne corrispondente europeo del New-York Tribune, il giornale più diffuso degli Stati Uniti d’America, e durante questa collaborazione, protrattasi fino al febbraio del 1862, scrisse centinaia di articoli. In essi, Marx si occupò dei principali eventi politici e diplomatici del tempo, così come di tutte le questioni economiche e finanziarie che si susseguirono, diventando, nel giro di pochi anni, uno stimato giornalista internazionale.

Nonostante la ripresa dell’attività giornalistica, gli studi di economia proseguirono anche durante l’estate del 1851. In agosto Marx lesse il libro di Proudhon L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo e accarezzò il progetto, messo successivamente da parte, di scriverne una critica assieme a Engels [24] . Inoltre, egli continuò a realizzare estratti e si dedicò, nel quaderno XI, ad alcuni testi incentrati sulla condizione della classe operaia, per proseguire poi, nei quaderni XII e XIII, con delle ricerche di chimica agraria. Nel quaderno XIV, Marx rivolse il suo interesse anche al dibattito sulla teoria della popolazione di Thomas Robert Malthus, in particolare attraverso la lettura del libro I principi della popolazione del suo oppositore Archibald Alison; allo studio dei modi di produzione precapitalistici, come risulta dagli estratti dai testi Economia dei romani di Adolphe J. C. A. D. de la Malle e dai testi Storia della conquista del Messico e Storia della conquista del Perù di William H. Prescott; e al colonialismo, soprattutto attraverso il volume Lezioni sulla colonizzazione e sulle colonie di Herman Merivale. Infine, tra i mesi di settembre e novembre, estese il campo delle sue ricerche anche alla tecnologia, dedicando grande spazio, nel quaderno XV, al libro Storia della tecnologia di Johann H. M. Poppe e, nel quaderno XVI, a diverse altre questioni di economia politica.

Nel frattempo, Marx si dedicò ad altri lavori. Dal dicembre 1851 al marzo 1852, scrisse il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte che, però, a causa della censura vigente in Prussia nei confronti dei suoi scritti, dovette uscire a New York, sulla rivista Die Revolution diretta dal suo amico Weydemeyer, ed ebbe una scarsissima diffusione. Dall’aprile del 1852 all’agosto del 1853, Marx riprese la compilazione degli estratti e redasse il terzo e ultimo gruppo (quaderni XVII – XXIV) dei [Quaderni di Londra]. In essi, si occupò soprattutto delle diverse fasi di sviluppo della società, dedicando gran parte dei suoi studi ad argomenti storici, legati principalmente al medioevo europeo, alla storia della letteratura, della cultura e dei costumi. Inoltre, egli prestò un interesse particolare all’India, poiché, nello stesso periodo, scrisse diversi articoli su tale argomento per la New-York Tribune.

IV. Gli articoli sulla crisi per il New-York Tribune
Nell’ottobre del 1852, il governo prussiano avviò un processo nei confronti di alcuni membri della «Lega dei comunisti» messi agli arresti l’anno precedente. Gli imputati furono accusati di fare parte di un’organizzazione internazionale di cospiratori contro la monarchia prussiana guidata da Marx. Per dimostrare l’infondatezza delle accuse, dall’ottobre al dicembre del 1852, egli si mise a “lavorare per il partito contro le macchinazioni del governo” [25] e scrisse le Rivelazioni sul processo contro i comunisti a Colonia.

Intanto, la crisi economica continuò a essere uno dei temi costanti degli interventi di Marx sul New-York Tribune. Nell’articolo Rivoluzione in Cina e in Europa, del giugno 1853, mettendo in relazione la ribellione antifeudale cinese, cominciata nel 1851, con la situazione economica generale, Marx espresse la sua convinzione che presto sarebbe arrivato “il momento in cui l’espansione dei mercati non [avrebbe] pot[uto] tenere il passo con l’espansione delle manifatture inglesi e questa sfasatura [avrebbe] provoca[to] inevitabilmente una nuova crisi”. A suo giudizio, infatti, in seguito alla ribellione antifeudale, nel grande mercato cinese si sarebbe verificata un’improvvisa contrazione che avrebbe fatto “scoccare la scintilla nella polveriera satura dell’attuale sistema industriale, provocando l’esplosione della crisi generale lungamente preparata, che si propagherà all’estero e sarà seguita a breve distanza da rivoluzioni politiche sul continente” [26] . Marx non guardava certo al processo rivoluzionario in modo deterministico, ma era oramai certo che la crisi fosse una condizione imprescindibile per il suo compimento.

Le acque, però, si calmarono e, tra l’ottobre e il dicembre del 1853, Marx scrisse una serie di articoli intitolati Lord Palmerston, nei quali criticò la politica estera di Henry John Temple, per lungo tempo ministro degli esteri e futuro primo ministro inglese, che apparvero negli Stati Uniti e in Inghilterra ed ebbero una grande diffusione e risonanza. Tra la fine del 1854 e l’inizio del 1855, Marx riprese nuovamente gli studi di economia politica. Tuttavia, avendo sospeso le ricerche per tre anni, prima di proseguire il lavoro, decise di rileggere i suoi vecchi manoscritti. A questa rilettura seguirono 20 pagine di nuove annotazioni, cui diede il titolo di [Citazioni. Essenza del denaro, essenza del credito, crisi]. Esse furono estratti dagli estratti già realizzati nel corso degli anni passati, nei quali, ritornando su testi già studiati, riepilogò ulteriormente le teorie dei principali economisti politici su denaro, credito e crisi, che aveva cominciato a leggere a partire dal 1850 [27] .

In questo stesso periodo, Marx ritornò a occuparsi anche della recessione economica per il New-York Tribune e, nel marzo del 1855, nell’articolo La crisi in Inghilterra, scrisse:

“tra qualche mese la crisi sarà a un punto che non raggiungeva in Inghilterra dal 1846, forse dal 1842. Quando i suoi effetti cominceranno a farsi sentire appieno tra le classi lavoratrici, si risveglierà quel movimento politico che per sei anni ha sonnecchiato. (…) Allora i due veri partiti antagonisti del paese si ritroveranno faccia a faccia: la classe media e le classi lavoratrici, la borghesia e il proletariato” [28] .

A causa della drammatica situazione economica nella quale si trovava la sua famiglia e delle cattive condizioni di salute personali, Marx dovette interrompere ancora una volta il lavoro e poté tornare ad occuparsi di economia politica soltanto nel giugno del 1856, con alcuni articoli, apparsi su The People’s Paper, dedicati al «Crédit Mobilier», la prima banca d’affari francese, da lui considerata come “uno dei fenomeni economici più singolari della [sua] epoca” [29] . Dall’autunno del 1856, Marx scrisse di nuovo sulla crisi per il New-York Tribune e, nell’articolo La crisi europea, apparso in novembre, affermò:

“le indicazioni che giungono dall’Europa (…) sembrano posticipare a un giorno futuro il collasso finale della speculazione e delle intermediazioni di borsa (…). Tuttavia, (…) il carattere cronico assunto dall’attuale crisi finanziaria presagisce per essa solo una fine più distruttiva e violenta. Più la crisi si protrae, peggiore sarà la resa dei conti finale” [30] .

Nella prima metà del 1857, però, sui mercati internazionali regnò la calma assoluta e, fino al mese di marzo, Marx si dedicò alla stesura delle Rivelazioni della storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un gruppo di articoli pubblicati sul giornale The Free Press. Infine, in luglio, Marx redasse delle brevi ma interessanti considerazioni critiche sull’opera Armonie economiche di Frédéric Bastiat e suiPrincipi di economia politica di Carey, che aveva già studiato e compendiato nel 1851. In queste annotazioni, pubblicate postume con il titolo di [Bastiat e Carey], egli dimostrò l’ingenuità dei due economisti, liberoscambista il primo e protezionista il secondo, che, nei loro scritti, si erano affannati a voler dimostrare “l’armonia dei rapporti di produzione” [31] e, quindi, dell’intera società borghese.

V. La crisi finanziaria del 1857 e l’[Introduzione]
Diversamente dalle crisi verificatesi nel passato, questa volta la tempesta economica non ebbe inizio in Europa, ma negli Stati Uniti d’America. Durante i primi mesi del 1857, le banche di New York aumentarono il volume dei prestiti, nonostante la diminuzione dei depositi. L’incremento delle attività speculative, seguito a questa scelta, peggiorò ulteriormente le condizioni economiche generali e, dopo la chiusura per bancarotta della filiale di New York della banca «Ohio Life Insurance and Trust Company», il panico prese il sopravvento causando numerosi fallimenti. La caduta di fiducia nel sistema bancario produsse, così, la riduzione del credito, l’estinzione dei depositi e, da ultimo, la sospensione dei pagamenti in moneta.

Intuendo la straordinarietà di questi avvenimenti, Marx si rimise subito al lavoro e il 23 agosto del 1857, esattamente il giorno prima del crack della «Ohio Life», ovvero dell’evento che generò il panico nell’opinione pubblica, cominciò a scrivere l’[Introduzione] per la sua “Economia”. Proprio l’esplosione della crisi, infatti, gli fornì quella motivazione maggiore per realizzare il suo lavoro, che gli era mancata negli anni precedenti. Dopo la sconfitta del 1848, per un intero decennio Marx aveva dovuto affrontare insuccessi politici e un forte isolamento personale. Viceversa, con la crisi, egli presagì la possibilità di prendere parte a una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne, dunque, che la cosa più urgente da fare fosse quella di dedicarsi all’analisi dei fenomeni economici, cioè di quei rapporti che avevano così tanta importanza ai fini dell’inizio di una rivoluzione. Ciò significava scrivere e pubblicare, il più in fretta possibile, l’opera programmata da così tanto tempo.

Da New York, la crisi si diffuse rapidamente nel resto degli Stati Uniti e, in poche settimane, raggiunse anche tutti i centri del mercato mondiale in Europa, Sudamerica e Oriente, divenendo la prima crisi finanziaria internazionale della storia. Queste notizie generarono grande euforia in Marx e alimentarono in lui una straordinaria produttività intellettuale. Il periodo compreso tra l’estate del 1857 e la primavera del 1858 fu uno dei più prolifici della sua esistenza, poiché in pochi mesi riuscì a scrivere più di quanto non avesse fatto negli anni precedenti. Nel dicembre del 1857, comunicò infatti a Engels: “lavoro come un pazzo le notti intere al riepilogo dei miei studi economici, per metterne in chiaro almeno le grandi linee (Grundrisse) prima del diluvio” [32].

Da dove cominciare? In che modo intraprendere il progetto, così impegnativo e ambizioso, più volte avviato e interrotto durante la sua esistenza, di critica dell’economia politica? Fu questa la prima questione che Marx si pose alla ripresa del lavoro. Due circostanze furono determinanti per orientare la sua scelta. Anzitutto, egli riteneva che la scienza economica, nonostante la validità di alcune teorie, fosse ancora priva di un procedimento conoscitivo che le permettesse di intendere e illustrare correttamente la realtà [33] . Inoltre, egli avvertiva l’esigenza di stabilire gli argomenti e l’ordine di esposizione della sua opera, prima di iniziarne la stesura. Queste ragioni lo indussero ad affrontare, in modo approfondito, il metodo che avrebbe dovuto adottare per la sua ricerca e a formularne i principi guida. Il risultato di queste riflessioni fu uno dei manoscritti più dibattuti della sua opera: la cosiddetta [Introduzione] del 1857.

L’intento di Marx non fu certo quello di redigere un sofisticato trattato metodologico. Al contrario, egli volle mettere in chiaro, a se stesso prima che ai suoi lettori, come orientarsi prima di procedere lungo l’accidentato percorso critico che aveva davanti a sé. Inoltre, tale delucidazione gli era necessaria per rielaborare la grande mole di studi di economia accumulata sin dalla metà degli anni Quaranta. Così, accanto alle osservazioni incentrate sull’utilizzo e l’articolazione delle categorie teoriche, trovarono posto, in queste pagine, alcune formulazioni essenziali del suo pensiero che egli ritenne indispensabile riepilogare – in particolare quelle legate alla concezione della storia –, nonché un’elencazione, del tutto priva di sistematicità, di questioni la cui soluzione permaneva problematica.

Questa miscela di esigenze e proponimenti, il breve tempo nel quale furono redatte – appena una settimana – e, soprattutto, la loro provvisorietà, resero queste note estremamente complesse e controverse. Ciò nonostante, poiché contiene il più esteso e dettagliato pronunciamento sulle questioni epistemologiche mai compiuto da Marx, l’[Introduzione] costituisce un riferimento rilevante per la comprensione del suo pensiero [34] e un snodo obbligato per meglio interpretare l’intero corpo dei [Grundrisse].

VI. Storia e individuo sociale
Fedele al suo stile, Marx alternò l’esposizione delle proprie idee con la critica alle concezioni dei suoi avversari teorici anche nella [Introduzione], testo che suddivise in quattro differenti paragrafi:

“I) La produzione in generale.

II) Il rapporto generale tra produzione, distribuzione, scambio e consumo.

III) Il metodo dell’economia politica.

IV) Mezzi (forze) di produzione e rapporti di produzione, rapporti di produzione e rapporti di circolazione, ecc.” (p. 10) [35].

L’incipit del primo paragrafo è una dichiarazione d’intenti, volta, sin dal principio, a specificare il campo dell’indagine e a connotarne i criteri storici: “l’oggetto in questione è anzitutto la produzione materiale. Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che producono in società – e perciò dalla produzione socialmente determinata degli individui”. Bersaglio polemico di Marx furono le “robinsonate del XVIII secolo” (p. 11), il mito di Robinson Crusoe quale paradigma dell’Homo oeconomicus, ovvero l’estensione dei fenomeni tipici dell’era borghese a ogni altra società esistita, comprese quelle primitive. Queste rappresentazioni raffiguravano il carattere sociale della produzione come costante di ogni processo lavorativo e non quale particolarità dei rapporti capitalistici. Allo stesso modo, la società civile (bürgerlichen Gesellschaft), con la cui comparsa si erano create le condizioni affinché “il singolo si svincola dai legami naturali ecc., che fanno di lui, nelle precedenti epoche storiche, un accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano” (pp. 11-12), pareva essere sempre esistita, anziché, come effettivamente avvenuto, essersi sviluppata nel corso del Settecento.

In realtà, prima di questa epoca, l’individuo isolato, caratteristico dell’epoca capitalistica, semplicemente non esisteva. Come affermato in un altro brano dei [Grundrisse]: “originariamente, egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana (Gattungswesen), un essere tribale, un animale da branco” [36] . Tale dimensione collettiva è condizione per l’appropriazione della terra, la quale rappresenta “il grande laboratorio, l’arsenale che dà i mezzi e il materiale di lavoro, e la sede che costituisce la base della comunità (Basis des Gemeinwesens)” [37] . In presenza di questi rapporti originari, l’attività dell’uomo è legata direttamente alla terra; si realizza “l’unità naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali” [38] , e il singolo vive in simbiosi diretta con i suoi simili. Anche in tutte le successive forme economiche, aventi per scopo la creazione di valore d’uso e non ancora di scambio e il cui l’ordinamento è basato sull’agricoltura, il rapporto dell’essere umano “con le condizioni oggettive del lavoro è mediato dalla sua esistenza come membro della comunità” [39] . La singola persona è, in definitiva, soltanto un anello della catena. A tal proposito, Marx formulò nell’[Introduzione] questa convinzione:

“quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia (unselbstständig), parte di un insieme più grande: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella tribù come famiglia allargata; più tardi nelle varie forme della comunità, sorta dal contrasto e dalla fusione delle tribù” (p. 12) [40].

Analoghe considerazioni ricorrono nel primo libro de Il capitale. Infatti, a proposito del “tenebroso medioevo europeo”, Marx sostenne che invece “dell’uomo indipendente, troviamo che tutti sono dipendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate” [41] . Anche quando prese in esame la genesi dello scambio dei prodotti, egli ricordò che esso era cominciato dal contatto tra differenti famiglie, tribù o comunità, “poiché agli inizi dell’incivilimento si affrontano autonomamente non le persone private, ma le famiglie, le tribù, ecc” [42] . In definitiva, che l’orizzonte fosse il legame selvaggio di consanguineità o il vincolo medievale di signoria e servitù, entro “limitati rapporti di produzione” [43] (bornirter Productionsverhältnisse), gli individui vissero in una condizione di correlazione reciproca [44].

Gli economisti classici, al contrario, sulla base di quelle che Marx considerava fantasie di ispirazione giusnaturalistica, avevano invertito questa realtà. In particolare, Smith aveva descritto una condizione primitiva entro la quale non solo l’individuo isolato esisteva già, ma esso era anche capace di produrre al di fuori della società. Stando alla sua raffigurazione, nelle tribù di cacciatori e pastori esisteva una divisione del lavoro in grado di realizzare la specializzazione dei mestieri. La maggiore destrezza di una persona, rispetto alle altre, nel costruire archi e frecce, oppure capanne, faceva di lei una specie di armaiolo o carpentiere di case. La certezza di poter scambiare la parte del prodotto del proprio lavoro che non veniva consumata, con quella che eccedeva la produzione degli altri, “incoraggia[va] ciascuno a dedicarsi a un’occupazione particolare” [45] . Di un simile anacronismo si era reso autore anche Ricardo. Egli, infatti, aveva concepito il rapporto tra i cacciatori e i pescatori degli stadi primitivi della società come uno scambio tra possessori di merci, che avveniva sulla base del tempo di lavoro in esse oggettivato [46].

Così facendo, Smith e Ricardo avevano rappresentato il prodotto più sviluppato della società nella quale vissero – l’individuo borghese isolato – quale manifestazione spontanea della natura. Dalle pagine delle loro opere emergeva un individuo mitologico senza tempo, “posto dalla natura stessa” (p. 12), le cui relazioni sociali erano sempre le stesse, immutate, e i cui comportamenti economici assumevano carattere antropologico. D’altronde, secondo Marx, gli interpreti di ogni nuova epoca storica si erano regolarmente illusi dell’idea che le caratteristiche più peculiari del loro tempo fossero state sempre presenti.

Viceversa, Marx affermò che “la produzione dell’individuo isolato all’esterno della società (…) è un’assurdità pari al formarsi di una lingua senza che esistano individui che vivano e parlino insieme” (pp. 12-13) [47] . Inoltre, contro coloro che raffigurarono l’individuo isolato del XVIII secolo come l’archetipo della natura umana, “non come un risultato storico, bensì come il punto di avvio della storia”, egli sostenne che esso compariva, invece, solo con i rapporti sociali più sviluppati. Marx non negò affatto che l’uomo fosse uno ζώον πολιτικόν (zoon politikon), un animale sociale, ma sottolineò che era “un animale che può isolarsi solo nella società”. Dunque, poiché la società civile era sorta soltanto con il mondo moderno, il libero lavoratore salariato dell’epoca capitalistica era comparso solo in seguito a un lungo processo storico. Esso, infatti, “da un lato è il prodotto della dissoluzione delle forme sociali feudali, dall’altro, delle forze produttive nuove sviluppatesi a partire dal XVI secolo” (p. 12). Del resto, Marx aveva sentito la necessità di ribadire una realtà che riteneva fin troppo evidente, solo perché essa era stata rimessa in discussione nelle opere di Henry Carey, Bastiat e Proudhon, apparse durante i vent’anni precedenti.

Dopo aver abbozzato la genesi dell’individuo capitalistico e aver dimostrato che la produzione moderna corrisponde solo a un “determinato livello dello sviluppo sociale – [alla] produzione di individui sociali”, Marx avvertì una seconda esigenza teorica: svelare la mistificazione compiuta dagli economisti intorno al concetto di “produzione in generale” (Production im Allgemeinen). Essa è un’astrazione, una categoria che non esiste in nessuno stadio concreto della realtà. Poiché, però, “tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, determinazioni comuni ( gemeinsame Bestimmungen)”, Marx riconobbe che “la produzione in generale è […] un’astrazione sensata, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune” (p. 13) e, fissandolo, risparmia allo studioso che si cimenta con l’impresa di riprodurre il reale attraverso il pensiero un’inutile ripetizione.

L’astrazione, quindi, acquisì per Marx una funzione positiva. Essa non era più, come affermato nella critica giovanile a Hegel, sinonimo di filosofia idealistica che si sostituisce al reale [48] e non venne più concepita, come lo era stata nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], quale espressione di generiche formule generali attraverso le quali gli economisti mascheravano la realtà [49] , o, come ribadito nel 1847 in Miseria della filosofia, quale metafisica che trasforma ogni cosa in categorie logiche [50]. Ora che la sua concezione materialistica della storia era stata saldamente elaborata e che il contesto in cui si muovevano le sue riflessioni critiche era profondamente mutato rispetto a quello dei primi anni Quaranta, caratterizzato dalla polemica anti-hegeliana, Marx poté riconsiderare l’astrazione senza i pregiudizi giovanili. Così, diversamente dai rappresentanti della Scuola storica, che proprio nello stesso periodo teorizzarono l’impossibilità di giungere a leggi astratte con valore universale [51] , nei [Grundrisse] Marx riconobbe che l’astrazione poteva svolgere un ruolo fecondo per il processo conoscitivo.

Tuttavia, ciò si sarebbe reso possibile soltanto se l’analisi teorica si fosse mostrata capace di distinguere le determinazioni valide in tutte le fasi storiche da quelle valevoli, invece, solo in particolari epoche, e di conferire a queste ultime la rilevanza che avevano al fine di comprendere il reale. Se, infatti, l’astrazione è utile per rappresentare i fenomeni più estesi della produzione, essa non fornisce, però, la corretta rappresentazione dei suoi momenti specifici, che sono gli unici realmente storici [52] . Se l’astrazione non è integrata dalle determinazioni caratteristiche di ogni realtà storica, la produzione, da fenomeno specifico e differenziato quale è, si trasforma in un processo sempre identico a se stesso, che cela la “differenza essenziale” (wesentliche Verschiedenheit) delle varie forme in cui esso si manifesta. Era proprio questo l’errore commesso dagli economisti che presumevano di mostrare “l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti”. Diversamente dal loro assunto, che estendeva le caratteristiche più singolari della società borghese a tutte le altre epoche storiche, Marx riteneva che fossero i tratti specifici di ogni formazione economico-sociale a rendere possibile la distinzione di queste dalle altre, a causarne lo sviluppo e a consentire allo studioso la comprensione dei reali mutamenti storici [53].

Nonostante la definizione degli elementi generali della produzione sia “qualcosa di molteplicemente articolato che diverge in differenti determinazioni” – alcune delle quali appartengono a “tutte le epoche”, mentre altre sono “comun[i] solo ad alcune” (p. 14) –, tra le sue componenti universali vi sono, certamente, il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. Senza un soggetto che produce e un oggetto lavorato, infatti, non può esservi produzione alcuna. Tuttavia, gli economisti facevano rientrare tra i requisiti generali della produzione anche un terzo elemento: “un fondo accumulato di prodotti del lavoro precedente” [54] , ovvero il capitale. La critica di quest’ultimo elemento è essenziale per Marx, al fine di disvelare quello che riteneva un limite fondamentale degli economisti. È evidente anche a Marx che nessuna produzione è possibile senza uno strumento col quale si lavora, fosse questo anche solo la mano, e senza il lavoro passato accumulato, anche nella forma di mero esercizio ripetuto del selvaggio. Tuttavia, ciò che differenzia la sua analisi da quella di Smith, Ricardo e James Stuart Mill è che, seppure essa riconosce il capitale come strumento di produzione e lavoro passato, non ne fa per questo conseguire che esso sia sempre esistito.

In un’altra parte dei [Grundrisse], la questione è esposta più dettagliatamente. Secondo Marx, rappresentare il capitale come se fosse sempre esistito, al modo gli economisti, significava considerarne solo la materia e prescindere dalla sua essenziale “determinazione formale” (Formbestimmung). In questo modo:

“il capitale sarebbe esistito in tutte le forme della società, e sarebbe qualcosa di assolutamente astorico. (…) Il braccio e soprattutto la mano sono capitale. Capitale sarebbe soltanto un nuovo nome per una cosa vecchia quanto il genere umano, giacché ogni genere di lavoro, anche il meno sviluppato, come la caccia, la pesca ecc., presuppone che il prodotto del lavoro passato sia trasformato come mezzo per il lavoro immediato, vivo (…). Una volta che si è fatta astrazione dalla forma determinata del capitale (der bestimmten Form des Capitals abstrahirt), accentuandone soltanto il contenuto, (…) naturalmente nulla è più facile che dimostrare che il capitale è una condizione necessaria di ogni produzione umana. La dimostrazione viene appunto condotta attraverso l’astrazione (Abstraktion) dalle specifiche determinazioni che lo rendono un momento di un particolare livello di sviluppo storico della produzione umana (Moment einer besonders entwickelten historischen Stufe der menschlichen Production)” [55].

In questi passaggi, Marx si riferisce all’astrazione in senso negativo. Astrarre significa prescindere dalle reali condizioni sociali, concepire il capitale come cosa e non come rapporto, e operare, quindi, una grave falsificazione interpretativa. Nell’[Introduzione], egli assume l’uso delle categorie astratte, ma solo se l’analisi del momento generale non cancella quello particolare e non confonde il secondo nell’indistinto del primo. Per Marx, se si commette l’errore di “concepire il capitale soltanto dal suo lato materiale, come strumento di produzione, prescindendo del tutto dalla forma economica (ökonomischen Form) che fa dello strumento di produzione un capitale” [56] , si cade nella “grossolana incapacità di cogliere le differenze reali” e si rappresenta “un unico rapporto economico che assume nomi diversi” [57] . Ignorare le diversità espresse nel rapporto sociale significa astrarre dalla differenza specifica che è il punto fondamentale di tutto [58] . Dunque, nell’[Introduzione], egli affermò che “il capitale è […] un rapporto naturale universale (allgemeines), eterno; (…) [ma] lo è se io trascuro proprio il fattore specifico che solo trasforma lo ‘strumento di produzione’, il ‘lavoro accumulato’ in capitale” (p. 14).

D’altronde, Marx aveva già criticato la mancanza di senso storico degli economisti nella Miseria della Filosofia, laddove aveva dichiarato:

“gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle artificiali e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due sorta di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro religione è un’emanazione di Dio. Sostenendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali, indipendenti dall’influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma non ce n’è più” [59] .

Perché ciò fosse plausibile, gli economisti raffiguravano le circostanze storiche preliminari alla nascita del modo di produzione capitalistico con le sue medesime sembianze, “come risultati della sua esistenza”. Infatti, Marx affermò nei [Grundrisse]:

“gli economisti borghesi, che considerano il capitale come una forma di produzione eterna e naturale (non storica), cercano poi di giustificarlo presentando le condizioni del suo divenire come condizioni della sua attuale realizzazione, spacciando cioè i momenti in cui il capitalista ancora si appropria in veste di non-capitalista – perché sta soltanto diventandolo – come le vere condizioni in cui egli se ne appropria in veste di capitalista” [60].

Dal punto di vista storico, ciò che divide profondamente Marx dagli economisti classici è che, a differenza delle rappresentazioni di questi ultimi, egli credeva che “il capitale non ha cominciato il mondo dal principio, ma ha già trovato produzione e prodotti prima di assoggettarli al suo processo” [61] . Secondo Marx: “le nuove forze produttive e i nuovi rapporti produttivi non si sviluppano dal nulla, né dall’aria, né dal grembo dell’idea che pone se stessa, ma nell’ambito e in antitesi allo sviluppo della produzione esistente e ai rapporti di proprietà tradizionali” [62] . Allo stesso modo, la circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione, che permette al capitalista di trovare operai privi di proprietà e capaci di realizzare lavoro astratto, ovvero il presupposto per cui si realizza lo scambio tra capitale e lavoro vivo, è il risultato di un processo, celato dal silenzio dagli economisti, che “costituisce la storia genetica del capitale e del lavoro salariato” [63] .

Nei [Grundrisse] vi sono diversi passaggi dedicati alla critica della trasfigurazione, operata dagli economisti, di realtà storiche in realtà naturali. Tra queste vi era, ad esempio, il denaro, ritenuto da Marx in tutta evidenza un prodotto storico: “essere denaro non è una proprietà naturale dell’oro e dell’argento” [64] , ma soltanto la determinazione da loro acquisita a partire da un preciso momento dello sviluppo sociale. Lo stesso valeva per il credito. Secondo Marx, il dare e prendere in prestito fu un fenomeno comune a molte civiltà e altrettanto fu l’usura,

“ma il dare e o il prendere a prestito costituiscono tanto poco il credito, quanto lavorare costituisce il lavoro industriale o il lavoro salariato libero. Come rapporto di produzione essenziale sviluppato storicamente, il credito si presenta soltanto nella circolazione fondata sul capitale” [65] .

Anche i prezzi e lo scambio esistevano nelle società antiche, “ma sia la progressiva determinazione degli uni attraverso i costi di produzione, sia il predominio dell’altro su tutti i rapporti di produzione, acquisiscono pieno sviluppo soltanto (…) nella società borghese, la società della libera concorrenza”; ovvero: “ciò che Adam Smith, alla maniera tipica del XVIII secolo, pone nel periodo preistorico e fa precedere alla storia, è piuttosto il suo prodotto” [66] . Inoltre, così come criticò gli economisti per la loro mancanza di senso storico, Marx irrise egualmente Proudohn e tutti quei socialisti che ritenevano possibile l’esistenza del lavoro che produce valore di scambio senza che esso si sviluppi in lavoro salariato, del valore di scambio senza che esso si trasformi in capitale o del capitale senza i capitalisti [67].

Obiettivo principale di Marx in queste pagine iniziali dell’[Introduzione] fu, dunque, quello di affermare la specificità storica del modo di produzione capitalistico. Dimostrare, come ribadì anche nei manoscritti del libro terzo de Il capitale, che esso “non costituisce un modo di produzione assoluto, ma semplicemente storico, corrispondente a una certa, limitata, epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione” [68].

L’assunzione di questo punto di vista implicava una differente concezione di molte questioni, tra cui quelle del processo lavorativo e delle sue qualità. Nei [Grundrisse], infatti, Marx dichiarò che

“gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri delle concezioni di un determinato livello di sviluppo storico della società, che la necessità della oggettivazione delle forze sociali del lavoro appare loro inscindibile dalla necessità dell’estraneazione di queste stesse forze” [69].

La rappresentazione delle forme specifiche del modo di produzione capitalistico come costanti del processo di produzione in quanto tale, perpetrata dagli economisti, fu costantemente contrastata da Marx. Raffigurare il lavoro salariato non come rapporto distintivo di una particolare forma storica della produzione, ma quale realtà universale dell’esistenza economica dell’uomo, significava sostenere che anche lo sfruttamento e l’alienazione erano sempre esistite e avrebbero continuato sempre a esistere.

Eludere la specificità della produzione capitalistica aveva, quindi, conseguenze di natura tanto epistemologica quanto politica. Se da un lato, infatti, risultava di impedimento alla comprensione dei concreti mutamenti storici della produzione, dall’altro, nel delineare le condizioni del presente come inalterate e inalterabili, raffigurava la produzione capitalistica come la produzione in generale e i rapporti sociali borghesi quali rapporti naturali dell’uomo. Allo stesso modo, anche la critica di Marx alle teorie degli economisti aveva una duplice valenza. Accanto alla necessità di sottolineare l’indispensabilità della caratterizzazione storica della produzione per comprendere il reale, essa aveva un preciso intento politico: quello di contrastare il dogma dell’immutabilità del modo di produzione capitalistico. La dimostrazione della storicità dell’ordine capitalistico costituiva, infatti, la prova della sua transitorietà e dimostrava il suo possibile superamento.

Eco delle concezioni espresse in questa prima parte dell’[Introduzione] si trova, infine, in una delle ultime pagine dei manoscritti del libro terzo de Il capitale. In essa, Marx affermò che la “identificazione del processo sociale di produzione con il processo lavorativo semplice, che deve compiere anche un uomo artificiosamente isolato, senza alcun aiuto sociale” è una “confusione”. Infatti, poiché:

“il processo lavorativo è soltanto un processo fra l’uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell’evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali. Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica viene lasciata cadere e cede il posto ad un’altra più elevata” [70].

Il capitalismo non è l’unico stadio della storia dell’umanità e non ne è nemmeno l’ultimo. A esso sarebbe succeduto, nelle previsioni di Marx, un’organizzazione della società basata sulla “produzione comune” (gemeinschaftliche Production), nella quale il prodotto del lavoro è “fin dal principio un prodotto comune, generale” [71].

VII. La produzione come totalità
Nelle successive pagine dell’[Introduzione], Marx approfondì ulteriormente il discorso sulla produzione, delineandone, anzitutto, una definizione: “ogni produzione è un’appropriazione (Aneignung) della natura da parte dell’individuo entro e mediante una determinata forma di società (bestimmten Gesellschaftsform)” (p. 17). Inoltre, egli mise meglio in evidenza il suo carattere, affermando che la produzione non andava considerata come “produzione generale” (p. 14) – dal momento che era divisa in agricoltura, allevamento, manifattura e altri rami –, né come “soltanto particolare”. Essa consisteva, invece, in “un certo corpo sociale (Gesellschaftskörper), un soggetto sociale (gesellschaftliches Subject) attivo in una totalità di settori produttivi più o meno grandi”.

Anche in questa circostanza, Marx sviluppò le sue argomentazioni attraverso il confronto critico con i principali esponenti del pensiero economico. Quelli a lui contemporanei avevano assunto l’abitudine di far precedere le proprie opere da una parte introduttiva, nella quale venivano trattate le condizioni universali di ogni produzione e le circostanze che favorivano, in misura maggiore o minore, la produttività nelle differenti società. Per Marx, però, queste introduzioni contenevano soltanto “vuote tautologie” (p. 15) e, nel caso di John Stuart Mill, avevano lo scopo di rappresentare la produzione “come racchiusa in leggi di natura eterne, indipendenti dalla storia” e i rapporti sociali borghesi “come leggi di natura immutabili della società in astratto”. Secondo John Stuart Mill, infatti: “le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche. Nulla vi è in esse di volontario o di arbitrario. (…) Non è così con la distribuzione della ricchezza. Questa è una questione solamente di istituzioni umane” [72] . Marx considerò questa tesi una “grossolana […] separazione di produzione e distribuzione e d[e]l loro rapporto reale” (p. 16), poiché ritenne, come affermò in un altro brano dei [Grundrisse], che “le leggi e le condizioni della produzione della ricchezza e le leggi della distribuzione della ricchezza sono le medesime leggi sotto forma diversa ed entrambe mutano, soggiacciono al medesimo processo storico; non sono altro che momenti di un processo storico” [73].

Dopo essersi così pronunciato, nel secondo paragrafo dell’[Introduzione] Marx prese a esaminare il rapporto generale della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo. La ripartizione dell’economia politica in queste differenti rubriche era stata compiuta da James Mill che, nel suo libro del 1821, Elementi di economia politica, aveva così intitolato i quattro capitoli che componevano l’opera e, prima di lui, nel 1803, da Say, che aveva diviso il suo Trattato di economia politica in tre libri, rispettivamente dedicati alla produzione, alla distribuzione e al consumo della ricchezza [74].

Marx ricostruì questa articolazione in termini logici, cosicché le quattro rubriche adoperate dagli economisti furono da lui riordinate secondo lo schema hegeliano di universalità-particolarità-individualità [75] : “produzione, distribuzione, scambio, consumo, formano un sillogismo in piena regola; la produzione è l’universale; la distribuzione e lo scambio il particolare; il consumo l’individuale in cui il tutto si conchiude”. In altre parole, la produzione era il punto di partenza dell’attività dell’uomo, la distribuzione e lo scambio ne rappresentavano il duplice punto intermedio – il primo costituendo la mediazione operata dalla società, il secondo quella operata dall’individuo – e il consumo ne diveniva il punto finale. Tuttavia, ritenendo che questa fosse soltanto la “connessione superficiale” (p. 19), Marx volle analizzare, in maniera più approfondita, la correlazione tra le quattro sfere.

Il primo rapporto indagato fu quello tra produzione e consumo. Marx spiegò la loro connessione come identità immediata: “la produzione è consumo, il consumo è produzione” e, con l’ausilio del principio di Baruch Spinoza determinatio est negatio [76] , evidenziò che la produzione era anche consumo, in quanto dispendio delle forze dell’individuo e utilizzo delle materie prime durante l’atto lavorativo. Questa concezione era stata già proposta dagli economisti, che avevano definito questo momento con il termine di “consumo produttivo” (productive Consumtion) (p. 24) e lo avevano distinto dalla “produzione consumatrice” (Consumtive Production). Essa si verificava solo in seguito alla distribuzione del prodotto, rientrava nella sfera della riproduzione e costituiva “il consumo vero e proprio”. Nel consumo produttivo “si reificava il produttore”, mentre nella produzione consumatrice “si personifica[va] la cosa da lui creata” (p. 21).

Un’altra caratteristica dell’identità di produzione e consumo era riconoscibile nel “movimento di mediazione” (p. 32) reciproca che si svolge tra loro. Il consumo dà al prodotto il suo ultimo “compimento” (finish) (p. 23) e, stimolando la propensione alla produzione, “crea il bisogno di una nuova produzione” (p. 22). Allo stesso modo, la produzione fornisce non solo l’oggetto affinché possa esservi il consumo, ma anche il bisogno di consumare quel determinato oggetto. Secondo Marx, infatti, superato lo stadio naturale, il bisogno è generato dalla percezione dell’oggetto stesso e “la produzione non produce quindi soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto”, ovvero il consumatore. Dunque:

“la produzione produce (…) il consumo: 1) creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo; 3) producendo come bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha precedentemente creato come oggetti. Essa produce perciò l’oggetto del consumo, il modo del consumo e l’impulso al consumo” (p. 23).

Riepilogando: tra produzione e consumo si verifica un processo di identità immediata; essi, inoltre, si mediano a vicenda e, attraverso la loro realizzazione, creano l’uno l’altro. Tuttavia, considerare entrambi come se fossero la stessa cosa, come avevano fatto, ad esempio, Say e Proudhon, fu reputato da Marx un errore. Infatti, egli ritenne che, in ultima analisi: “il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all’attività produttiva” (pp. 25-6).

Procedendo nelle sue delucidazioni, Marx passò ad analizzare la relazione tra produzione e distribuzione. La distribuzione costituiva l’anello tra produzione e consumo e, “in base a leggi sociali” (pp. 18-19), determinava la quota dei prodotti spettante ai produttori. Gli economisti la rappresentavano come una sfera autonoma rispetto alla produzione e, nei loro trattati, le categorie economiche erano poste sempre in duplice modo. Terra, lavoro e capitale figuravano nella produzione come suoi agenti, e nella distribuzione, sotto forma di rendita, salario e profitto, quali fonti di reddito. Marx giudicò illusoria e sbagliata questa scissione, poiché, a suo avviso, la forma della distribuzione “non è un arrangiamento qualsiasi, tale da poter essere anche diverso; ma è posto, anzi, dalla forma della produzione stessa” [77] . A tale riguardo, egli si espresse così nell’[Introduzione]:

“un individuo che prende parte alla produzione nella forma del lavoro salariato, partecipa ai prodotti, ai risultati della produzione, nella forma del salario. L’articolazione della distribuzione è interamente determinata dall’articolazione della produzione. La distribuzione è essa stessa un prodotto della produzione, non solo per il suo oggetto, e cioè nel senso che solo i risultati della produzione possono essere distribuiti, ma anche per la forma, e cioè nel senso che il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione. È assolutamente illusorio porre la terra nella produzione, la rendita fondiaria nella distribuzione ecc” (p. 27).

Considerare la distribuzione autonoma dalla produzione aveva come conseguenza il concepire la prima quale mera distribuzione dei prodotti. In realtà, la distribuzione includeva due fenomeni di notevole importanza precedenti la stessa produzione: la distribuzione degli strumenti di produzione e la distribuzione dei membri della società tra i diversi generi di produzione, ovvero ciò che Marx definì la “sussunzione degli individui sotto determinati rapporti di produzione” (p. 29). Questi due momenti facevano sì che, in alcune situazioni storiche – ad esempio quando un popolo conquistatore, trasformando i vinti in schiavi, impone il lavoro schiavistico o, creando una nuova ripartizione della proprietà fondiaria, determina un nuovo tipo di produzione (cfr. p. 28) –, “la distribuzione non appar[isse] strutturata e determinata dalla produzione, ma [fosse], al contrario, la produzione [ad] appar[ire] strutturata e determinata dalla distribuzione” (p. 28). Le due branche erano profondamente interconnesse poiché, come ribadito da Marx in un’altra parte dei [Grundrisse]: “questi modi di distribuzione sono i rapporti di produzione stessi, solamente sub specie distributionis” [78] . Risultava quindi chiaro, come affermato nell’[Introduzione], che “considerare la produzione prescindendo da questa distribuzione, in essa racchiusa, [era] evidentemente una vuota astrazione”.

Il legame concepito da Marx tra produzione e distribuzione consente di intendere meglio non solo la sua avversione al modo in cui John Stuart Mill separava rigidamente i due momenti, ma anche il suo apprezzamento per Ricardo, al quale aveva dato atto di aver evidenziato la necessità di “comprendere la moderna produzione nella sua struttura sociale determinata” (p. 29). L’economista inglese riteneva, infatti, che “determinare le leggi che reggono tale distribuzione (…) [fosse] il problema principale dell’economia politica” [79] e, dunque, fece della distribuzione uno degli oggetti principali dei suoi studi perché concepiva “le forme della distribuzione come l’espressione più determinata in cui gli agenti della produzione si fissano in una data società” (p. 28). Anche per Marx, la distribuzione non era riducibile al solo atto mediante il quale le quote del prodotto complessivo venivano ripartite tra i membri della società, ma costituiva un momento decisivo dell’intero ciclo produttivo. Tuttavia, questa convinzione non ribaltò la tesi che, all’interno del processo produttivo nel suo complesso, la produzione rappresentava sempre il fattore primario:

“stabilire quale rapporto esiste tra questa distribuzione e la produzione che essa determina, è evidentemente una questione che ricade all’interno della produzione stessa. (…) la produzione ha in effetti le sue condizioni e i suoi presupposti, che ne costituiscono i momenti. Questi nella prima fase possono sembrare di origine naturale. Attraverso il processo di produzione stesso, essi vengono trasformati da fattori naturali in fattori storici, e se per un periodo essi appaiono come presupposto naturale della produzione, per un altro essi ne sono stati un risultato storico. All’interno della produzione stessa, essi vengono continuamente modificati” (pp. 29-30).

In conclusione, per Marx, benché la distribuzione degli strumenti di produzione e dei membri della società nei vari settori produttivi “appaia come un presupposto della nuova epoca della produzione, è […] essa stessa, a sua volta, un prodotto della produzione, non solo di quella storica in generale, bensì di una produzione storica determinata” (p. 31).

Quando, infine, Marx prese in esame il rapporto tra produzione e scambio, considerò anche quest’ultimo una parte della prima. Infatti, non solo “lo scambio di attività e di capacità” tra gli operai e quello delle materie prime necessarie ad approntare il prodotto finito erano parte integrante della produzione, ma lo stesso scambio tra commercianti era interamente determinato dalla produzione e costituiva una “attività produttiva” (p. 32). Lo scambio si rende autonomo, rispetto alla produzione, solo nello stadio in cui “il prodotto viene scambiato immediatamente per il consumo”. Tuttavia, anche in quel caso, la sua intensità ed estensione e le sue caratteristiche sono determinate dallo sviluppo e dall’articolazione della produzione e, dunque, esso si presenta “in tutti i suoi momenti, o direttamente incluso nella produzione, o determinato da essa”.

Al termine della sua analisi sul rapporto della produzione con la distribuzione, lo scambio e il consumo, Marx giunse a due conclusioni: I) la produzione andava considerata come una totalità; II) all’interno della totalità la produzione come ramo particolare rappresentava l’elemento prioritario sugli altri.

Relativamente al primo punto, Marx aveva asserito: “il risultato al quale perveniamo non è che produzione, distribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentano tutti delle articolazioni di una totalità, differenze nell’ambito di una unità” (p. 33). Utilizzando il concetto hegeliano di totalità [80] , egli aveva affinato un efficace strumento teorico – più solido dei limitati processi astrattivi utilizzati dagli economisti – in grado di mostrare, evidenziando l’azione reciproca operante tra le varie parti, che il concreto era un’unità differenziata [81] di più determinazioni e relazioni e che la separazione delle quattro rubriche economiche, posta in essere dagli economisti, risultava tanto arbitraria, quanto deleteria per comprendere i rapporti economici reali. La sua definizione della produzione come totalità organica non corrispondeva, però, a un complesso ordinato e auto-regolantesi, all’interno del quale l’uniformità tra le sue differenti branche veniva sempre garantita. Al contrario, come egli scrisse in un brano dei [Grundrisse], che trattava lo stesso argomento: i singoli momenti della produzione “possono trovarsi oppure no, adeguarsi oppure no, corrispondersi oppure no. La loro interna necessità di organicità e il loro esistere come momenti autonomi reciprocamente indifferenti sono già fondamento di contraddizioni” [82] . Inoltre, queste ultime dovevano essere sempre analizzate prendendo in considerazione la produzione capitalistica (non la produzione in generale) che, secondo Marx, non era affatto “la forma assoluta per lo sviluppo delle forze produttive” sbandierata dagli economisti, ma aveva nella sovrapproduzione la sua “contraddizione fondamentale” [83].

Il secondo risultato raggiunto da Marx fu quello di attribuire alla produzione, all’interno della “totalità della produzione” (Totalität der Production) (p. 15), “il momento egemonico (übergreifende Moment)” sulle restanti parti dell’insieme. La produzione era “l’effettivo punto di partenza” (Ausgangspunkt) (p. 25), quello dal quale “il processo ricomincia sempre di nuovo” e, per Marx: “una produzione determinata determina quindi un consumo, una distribuzione e uno scambio determinati, oltre che determinati rapporti reciproci tra questi diversi momenti” (p. 33). Il ruolo dominante della produzione non cancellava, però, la rilevanza degli altri momenti, né, tanto meno, la loro incidenza sulla produzione stessa. La dimensione del consumo, le trasformazioni della distribuzione e la grandezza della sfera dello scambio – ovvero del mercato – sono tutti fattori che concorrono a definirla e influiscono su di essa.

Ancora una volta, le acquisizioni di Marx assumevano una valenza al contempo teorica e politica. Egli si oppose, infatti, ai socialisti a lui contemporanei, che sostenevano la possibilità di rivoluzionare i rapporti produttivi allora vigenti mediante la trasformazione dello strumento di circolazione, affermando che la loro ipotesi era una palese dimostrazione del “fraintendimento della connessione interna dei rapporti di produzione, distribuzione e circolazione” [84] . Per Marx, invece, modificare la forma del denaro avrebbe non solo lasciato inalterati i rapporti di produzione e le relazioni sociali da loro determinate, ma si sarebbe dimostrato un controsenso, poiché la stessa circolazione poteva mutare solo insieme con il cambiamento dei rapporti produttivi. Egli era convinto che: “ai mali della società borghese non si rimedia mediante ‘trasformazioni’ bancarie o creando un ‘sistema monetario’ razionale” [85] , né attraverso blandi palliativi quali la concessione del credito gratuito o, ancora, con la chimera di tramutare gli operai in capitalisti. La questione centrale rimaneva il superamento del lavoro salariato ed essa riguardava innanzitutto la produzione.

VIII. Alla ricerca del metodo
A questo punto della sua analisi, Marx affrontò la questione metodologica più rilevante: in che modo riprodurre la realtà all’interno del pensiero? Come costruire un modello categoriale astratto in grado di comprendere e rappresentare la società? Al “rapporto che l’esposizione scientifica ha con il movimento reale” (p. 15), egli dedicò il terzo e più importante paragrafo della sua [Introduzione]. Esso non costituisce l’elaborazione conclusiva di tale rapporto, ma presenta problematiche non sufficientemente sviluppate e diversi punti appena abbozzati. Inoltre, in alcuni suoi passaggi sono contenute affermazioni poco chiare, talvolta in contraddizione tra di loro, e il linguaggio adottato, che risente della terminologia hegeliana, aggiunge ambiguità al testo in più di un’occasione. Marx elaborò il suo metodo scrivendo queste pagine ed esse mostrano le tracce e i percorsi delle sue ricerche.

Come altri grandi pensatori prima di lui, anche Marx partì dalla questione del cominciamento, ovvero, nel suo caso, dell’interrogativo: da quale punto l’economia politica doveva iniziare la sua analisi? La prima ipotesi che egli prese in esame fu di “cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto”, con “la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione” (p. 34): la popolazione. Tale via analitica, già percorsa dai fondatori dell’economia politica William Petty e Pierre de Boisguillebert, fu però ritenuta da Marx inadeguata ed errata. Avviare l’indagine con un’entità così indeterminata, quale era la popolazione, avrebbe comportato, a suo giudizio, un’immagine troppo generica dell’insieme, incapace di mostrare la sua divisione attuale in tre classi (borghesia, proprietari fondiari e proletariato), le quali potevano essere distinte solo mediante la conoscenza dei loro presupposti fondanti: rispettivamente, il capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato. Inoltre, con questo procedimento empirico, elementi concreti come la popolazione e lo Stato si volatilizzavano in determinazioni astratte quali la divisione del lavoro, il denaro o il valore.

Sebbene tale metodo fosse inadeguato per interpretare la realtà, nondimeno, in un’altra parte dei [Grundrisse], Marx ne riconobbe i meriti, affermando che esso aveva avuto “un valore storico nei primi tentativi dell’economia politica, allorquando le forme della produzione venivano ancora faticosamente scrostate dal contenuto e ci si sforzava di fissarle come oggetti di considerazione autonomi” [86] . Non appena gli economisti furono in grado di definire le categorie astratte e tale processo fu compiuto, “sorsero i sistemi economici che dal semplice – come il lavoro, la divisione del lavoro, bisogno, valore di scambio – salivano fino allo Stato, allo scambio tra le nazioni e al mercato mondiale”. Questo secondo procedimento, adoperato da Smith e Ricardo in economia, così come da Hegel in filosofia, riassumibile nella tesi che “le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero”, fu descritto da Marx “il metodo scientificamente corretto” (wissenschaftlich richtige Methode) (p. 35). Conseguite le categorie, infatti, era possibile “intraprendere il viaggio all’indietro, fino ad arrivare infine di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come a una caotica rappresentazione di un insieme, bensì come a una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni” (pp. 34-5). Hegel aveva scritto, infatti, nella Scienza della logica che il primo requisito di una conoscenza sintetica e sistematica risiedeva nel cominciare

“con l’oggetto nella forma universale. (…) Il primo deve essere il semplice, quel che è stato separato dal concreto, poiché solo in questa forma l’oggetto ha la forma dell’universale riferentesi a sé (…). Al conoscere è più facile di afferrare l’astratta semplice determinazione di pensiero che non il concreto, il quale è un nesso molteplice di coteste determinazioni e dei loro rapporti (…). In sé e per sé l’universale è il primo momento del concetto, essendo il semplice, e il particolare è soltanto quello che viene dopo, essendo il mediato; e viceversa il semplice è il più universale, e il concreto (…) è quello che già presuppone il passaggio da un primo” [87].

Tuttavia, la definizione di “metodo scientificamente corretto” (p. 35) data da Marx, contrariamente a quanto hanno sostenuto alcuni commentatori dell’ Introduzione [88] , non significa affatto che questo sia stato il metodo da lui poi utilizzato. Anzitutto, egli non condivideva la convinzione degli economisti che la ricostruzione logico-ideale del concreto, compiuta mediante il loro pensiero, fosse la riproduzione fedele della realtà [89] . Inoltre, il procedimento sintetizzato nell’[Introduzione] aveva sì mutuato diversi elementi da quello hegeliano, ma ne aveva evidenziato anche radicali distinzioni. Marx era convinto, come Hegel prima di lui, che “il metodo di salire dall’astratto al concreto (die Methode vom Abstrakten zum Concreten aufzusteigen) è il solo modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto”, che la ricomposizione della realtà nel pensiero doveva prendere avvio dalle determinazioni astratte più semplici e generali. Per entrambi il concreto era “sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice” e, per questo motivo, appariva nel pensiero in quanto “processo di sintesi, come risultato e non come punto d’avvio”, sebbene per Marx bisognasse tenere sempre presente che esso era “il punto d’avvio dell’intuizione e della rappresentazione”.

Oltre questa base comune, vi era, però, una differenza fondamentale che Marx formulava nel modo seguente: “Hegel cade nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero”, mentre secondo Marx “mai e poi mai esso è (…) il processo di formazione del concreto” (p. 35). Nell’[Introduzione] egli sosteneva che per l’idealismo hegeliano “il movimento delle categorie appare (…) come l’effettivo atto di produzione (…) il cui risultato è il mondo” e che “il pensiero pensante è l’uomo reale e quindi il mondo pensato è (…) la sola realtà”. Per Marx, insomma, la funzione del pensiero in Hegel non era solo quella di rappresentare idealmente la realtà, bensì di esserne anche il processo fondativo. Viceversa, per Marx, le categorie economiche esistono in quanto “relazion[i] astratt[e] (…) di una totalità vivente e concreta già data” (p. 36); “esprimono modi d’essere, determinazioni d’esistenza” (Daseinsformen, Existenzbestimmungen) (p. 42) della moderna società borghese. Il valore di scambio, ad esempio, presuppone la popolazione e che essa produca entro rapporti determinati. In opposizione a Hegel, Marx sottolineò più volte che la “totalità del pensiero, come un concreto del pensiero, è effettivamente un prodotto del pensare”, ma non è certo il “concetto che genera sé stesso”. Infatti, “il soggetto reale rimane (…) saldo nella sua autonomia fuori della mente (…). Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto” (p. 36).

L’interpretazione marxiana della filosofia di Hegel non rende, però, piena giustizia a quest’ultimo. Alcuni passaggi dell’opera di Hegel mostrano come egli, a differenza dell’idealismo trascendentale di Johann Gottlieb Fichte e dell’idealismo oggettivo di Friedrich Schelling, non abbia confuso il movimento della conoscenza con quello dell’ordine della natura, il soggetto con l’oggetto. Nel secondo paragrafo dell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche, infatti, Hegel scrisse:

“la filosofia può essere definita dapprima, in generale, la considerazione pensante degli oggetti. (…) il contenuto umano della coscienza, operato dal pensiero, appare dapprima non in forma di pensiero, ma come sentimento, intuizione, rappresentazione, – forme, che son da distinguere dal pensiero come forma” [90].

Anche nella Filosofia del diritto, nell’aggiunta al paragrafo 32 inserita da Eduard Gans nella seconda edizione del 1827 [91] , vi sono alcuni periodi che non solo confermano l’errata interpretazione del pensiero hegeliano da parte di Marx, ma mostrano di aver influenzato le sue stesse riflessioni [92]:

“non si può (…) dire che la proprietà sia entrata nell’esserci (dagewesen) prima della famiglia, e tuttavia viene trattata prima di questa. Si potrebbe qui dunque sollevare la questione del perché noi non iniziamo con il momento supremo, cioè con il concretamente vero. La risposta sarà, perché noi appunto vogliamo vedere il vero in forma di un risultato, e a ciò essenzialmente pertiene in primo luogo di comprendere il concetto astratto stesso. Ciò che è reale, la figura del concetto, è per noi quindi primariamente il susseguente e ulteriore, quand’anche nella realtà stessa sia il primo. Il nostro avanzamento è che le forme astratte si mostrano non come sussistenti per sé, bensì come non-vere” [93].

Proseguendo nelle sue considerazioni, Marx si chiese se le categorie semplici potessero esistere prima e indipendentemente da quelle più concrete. Nel prendere in esame la categoria di possesso, con la quale Hegel aveva cominciato la Filosofia del diritto, egli affermò che essa non avrebbe potuto esistere prima della comparsa di “rapporti più concreti”, quali ad esempio la famiglia, e che considerare un selvaggio isolato come un possessore sarebbe stato un’assurdità. La questione era, però, più complessa. Il denaro, infatti, era “storicamente esistito prima che esistessero il capitale, le banche, il lavoro salariato”. Esso è comparso prima dello sviluppo delle realtà più complesse, a dimostrazione che, in alcuni casi, il percorso delle categorie logiche segue quello storico – ciò che è più sviluppato è anche più tardo [94] – e “il cammino del pensiero astratto, che sale dal più semplice al più complesso, corrisponderebbe al processo storico reale” (p. 37) [95] . Tuttavia, nell’antichità, il denaro svolse una funzione dominante solo presso le nazioni commerciali e, dunque, esso non comparve “storicamente nella sua piena intensità se non nelle condizioni più sviluppate della società”. Marx ne concluse allora che: “benché la categoria più semplice possa essere esistita storicamente prima di quella più concreta, essa può appartenere nel suo pieno sviluppo intensivo ed estensivo solo a una forma sociale complessa” (p. 38).

Tale deduzione si mostrò ancora più valida quando fu applicata alla categoria del lavoro. Sebbene il lavoro sia sorto con l’incivilimento dei primi esseri umani e sia, in apparenza, un processo molto semplice, Marx sottolineò che “dal punto di vista economico, il ‘lavoro’ è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione” (p. 39). Gli esponenti del bullionismo e del mercantilismo, infatti, avevano ritenuto che la fonte della ricchezza fosse depositata nel denaro, al quale, di conseguenza, attribuirono maggiore importanza rispetto al lavoro. Successivamente, i fisiocratici considerarono quest’ultimo creatore della ricchezza, ma nella sola forma determinata di agricoltura. Soltanto con l’opera di Smith venne rigettato “ogni carattere determinato dell’attività produttrice di ricchezza” e il lavoro non venne più considerato in una forma particolare, ma come “lavoro tout court: non lavoro manifatturiero, né commerciale, né agricolo, ma sia l’uno che l’altro” (p. 39). In questo modo, fu trovata “l’espressione astratta per la relazione più semplice e antica in cui gli uomini – in qualunque forma di società – compaiono come produttori” (pp. 39-40). Così, come per il denaro, anche la categoria di lavoro poteva essere ricavata “solo dove più ricco è lo sviluppo concreto”, in una società dove “un elemento appare l’elemento comune a molti”. Dunque, “l’indifferenza verso un genere determinato di lavoro presuppone una totalità molto sviluppata di generi di lavoro reali, nessuno dei quali domin[a] più sull’insieme”.

Nella produzione capitalistica, inoltre, il “lavoro in generale” non è soltanto una categoria, ma “corrisponde a una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito, quindi indifferente”. In tale realtà, il lavoro dell’operaio ha perduto il carattere artigianale e corporativo del passato ed è divenuto “lavoro in generale, lavoro sans phrase”, “non solo nella categoria, ma anche nella realtà” (p. 40). Il lavoro salariato “non è questo o quel lavoro, ma lavoro puro e semplice, lavoro astratto, assolutamente indifferente ad una particolare determinatezza, ma capace di ogni determinatezza” [96] . Si tratta, insomma, di “attività puramente meccanica (…) indifferente alla sua forma particolare” [97].

Al termine del suo discorso sulla relazione tra le categorie più semplici e quelle più concrete, Marx era giunto alla conclusione che nelle forme più moderne della società borghese – egli aveva in mente gli Stati Uniti d’America – l’astrazione della categoria del “lavoro in generale” diviene “praticamente vera”. Così: “l’astrazione più semplice che l’economia moderna colloca al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, appare però praticamente vera in questa sua astrazione solo come categoria della società moderna” (p. 40). Ovvero, come egli ribadì anche in un’altra parte dei [Grundrisse], questa categoria “diventa vera solo con lo sviluppo di un particolare modo materiale di produzione e di un particolare livello di sviluppo delle forze produttive industriali” [98] .

L’indifferenza verso un tipo particolare di lavoro era, però, un fenomeno comune a diverse realtà storiche. Anche in questo caso, allora, era necessario sottolineare le distinzioni: “c’è una maledetta differenza se dei barbari hanno disposizione ad essere utilizzati per tutto, o se degli esseri inciviliti si applicano essi stessi a tutto” (pp. 40-41). Rapportando l’astrazione alla storia reale [99] , ancora una volta, Marx trovò confermata la sua tesi:

“questo esempio del lavoro mostra in modo evidente come anche le categorie più astratte, sebbene siano valide – proprio a causa della loro astrazione – per tutte le epoche, sono tuttavia, in ciò che vi è di determinato in questa astrazione, il prodotto di condizioni storiche e posseggono la loro piena validità solo all’interno di queste condizioni” (p. 41).

Chiarito questo punto, Marx rivolse la sua attenzione a un’altra decisiva questione. In quale successione esporre le categorie nell’opera che si accingeva a scrivere? Alla domanda se fosse il complesso a fornire gli strumenti per comprendere il semplice o viceversa, egli fece prevalere decisamente la prima ipotesi. Nell’[Introduzione] dichiarò infatti:

“la società borghese è la più sviluppata e multiforme organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e la comprensione della sua articolazione permettono di penetrare, allo stesso tempo, nell’articolazione e nei rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita e di cui si trascinano in essa ancora residui parzialmente non superati”.

È il presente, quindi, a offrire le indicazioni per ricostruire il passato. “L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia (…) [e] ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è gia conosciuta” (p. 41). Questa nota affermazione di Marx non va letta, però, in termini evoluzionistici. Egli, infatti, criticò esplicitamente la concezione della “cosiddetta evoluzione storica”, fondata sul banale presupposto che “l’ultima forma considera le precedenti come semplici gradini che portano a se stessa” (p. 42). Diversamente dai teorici dell’evoluzionismo, che illustravano gli organismi più complessi partendo da quelli semplici seguendo un’ingenua traiettoria progressiva, Marx scelse di utilizzare un metodo logico opposto, molto più complesso, ed elaborò una concezione della storia scandita dalla successione dei differenti modi di produzione (antico, asiatico, feudale, capitalistico), dei quali venivano illustrate le diverse posizioni e funzioni che le categorie assumono al loro interno [100] . Era, dunque, l’economia borghese a fornire gli indizi per comprendere le economie delle epoche storiche precedenti – indizi che, stante le profonde diversità tra le varie società, andavano, comunque, presi con cautela –, ma Marx ribadì con fermezza che ciò non poteva di certo essere fatto “al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le forme della società vedono la società borghese” (p. 41).

Se questo ragionamento è in continuità con quelli precedentemente espressi in altre opere, nell’[Introduzione] il problema dell’ordine da assegnare alle categorie economiche fu affrontato differentemente. Marx aveva già trattato tale argomento nella Miseria della Filosofia, laddove, contro Proudhon, che aveva dichiarato di non voler seguire “una storia secondo l’ordine dei tempi, ma secondo la successione delle idee” [101] , aveva criticato l’idea di “costruire il mondo col movimento del pensiero” [102] . Nello scritto del 1847, in polemica con il metodo logico-dialettico utilizzato da Proudhon e da Hegel, aveva dunque preferito la sequenza rigorosamente storica. La posizione assunta dieci anni dopo nell’[Introduzione] era mutata. Il criterio della successione cronologica delle categorie scientifiche era stata respinto a favore di un metodo logico con riscontro storico-empirico. Poiché è il presente che aiuta a comprendere il passato, la struttura dell’uomo quella della scimmia, occorreva cominciare l’analisi dalla società più matura, quella capitalistica, e, in particolare, dall’elemento che prevale su tutti gli altri: il capitale. “Il capitale è la potenza economica della società borghese che domina tutto. Esso deve costituire il punto di partenza così come il punto d’arrivo”. Marx ne concluse che:

“sarebbe inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, che è esattamente l’inverso di quella che sembra essere come loro relazione naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta della posizione che i rapporti economici assumono storicamente nel succedersi delle diverse forme di società. Men che meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon) (una confusa rappresentazione del movimento storico). Bensì della loro articolazione organica all’interno della moderna società borghese” (p. 43).

In sostanza, la disposizione delle categorie in un esatto ordine logico e il procedere della storia reale non sono affatto coincidenti e, d’altronde, come Marx scrisse anche nei manoscritti per il libro terzo de Il capitale: “ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente” [103].

Discostandosi, dunque, dall’empirismo dei primi economisti moderni, che produceva la volatilizzazione degli elementi concreti in determinazioni astratte; dal metodo degli economisti classici, che riduceva il pensiero del reale al reale stesso; dall’idealismo filosofico – secondo l’interpretazione di Marx anche quello hegeliano –, colpevole di attribuire al pensiero la capacità di generare il concreto; nonché da quelle concezioni gnoseologiche che contrapponevano rigidamente forme del pensiero e realtà oggettiva; dallo storicismo che dissolveva il momento logico in quello storico; e, infine, dalla personale convinzione, esposta nella Miseria della filosofia, di seguire essenzialmente il “movimento storico” [104] , Marx approdò a una propria sintesi. La sua contrarietà a stabilire una corrispondenza biunivoca tra concreto e pensiero lo portò a separare i due momenti, assegnando al primo un’esistenza presupposta e indipendente rispetto al pensiero e riconoscendo a quest’ultimo la sua specificità, ovvero un diverso ordine nell’esposizione delle categorie rispetto a quello manifestatosi nel processo storico reale [105] . Per evitare che il procedimento conoscitivo si limitasse semplicemente a ricalcare le tappe degli avvenimenti storici, era necessario utilizzare un processo astrattivo, e dunque delle determinazioni categoriali, che consentissero di interpretare la società nella sua complessità. D’altra parte, per divenire veramente utile a tale scopo, l’astrazione doveva essere costantemente confrontata con le diverse realtà storiche, così da permettere di distinguere le determinazioni logiche generali dai rapporti storici concreti. In questo modo, la concezione marxiana della storia assumeva efficacia e incisività: respinta la simmetria tra ordine logico e ordine storico-reale, il momento storico si presentava come tornante decisivo per comprendere la realtà, mentre quello logico consentiva di concepire la storia non come piatta cronologia di diversi accadimenti [106] . Per Marx, infatti, non era necessario ricostruire la genesi storica di ogni rapporto economico per intendere e poi descrivere adeguatamente la società. Come affermò in un brano dei [Grundrisse]:

“il nostro metodo mostra i punti in cui si deve inserire la considerazione storica, o in cui l’economia borghese come mera forma storica del processo di produzione rinvia, al di là di se stessa, a precedenti modi storici di produzione. Per sviluppare le leggi dell’economia borghese, non è necessario, quindi, scrivere la storia reale dei rapporti di produzione. Ma la giusta nozione e deduzione di tali rapporti, in quanto divenuti essi stessi storicamente, conduce sempre a prime equazioni (…) che rinviano ad un passato che sta alle spalle di questo sistema. Queste indicazioni, unite all’esatta comprensione del presente, offrono poi anche la chiave per intendere il passato (…). Questa giusta osservazione porta d’altra parte a individuare anche dei punti nei quali si profila il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene. Se da una parte le fasi preborghesi si presentano come fasi soltanto storiche, cioè come presupposti superati, le attuali condizioni della produzione si presentano d’altra parte come condizioni che superano anche se stesse e perciò pongono i presupposti storici per una nuova situazione sociale” [107] .

Il metodo così elaborato aveva fornito a Marx strumenti utili non solo per cogliere le differenze tra i diversi modi in cui la produzione si era manifestata nel corso della storia, ma anche per scorgere nel presente le tendenze che lasciavano prefigurare lo sviluppo di un nuovo modo di produzione, contrastando, di conseguenza, coloro che avevano postulato l’insuperabilità storica del capitalismo. Le sue ricerche, anche quelle epistemologiche, non ebbero mai un movente esclusivamente teorico, ma furono sempre mosse dalla necessità di interpretare il mondo per potere meglio ingaggiare la lotta politica mirante a trasformarlo.

Infatti, Marx interruppe il paragrafo sul metodo proprio con un abbozzo riguardante l’ordine col quale egli intendeva scrivere la sua «Economia». Si tratta del primo dei numerosi piani della sua opera, più volte elaborati nel corso dell’esistenza, che ricalca le riflessioni già esposte nelle precedenti pagine dell’[Introduzione]. Prima di intraprendere la stesura dei [Grundrisse], era suo intendimento trattare:

“1) le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società (…) [;] 2) le categorie che costituiscono l’articolazione interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali[:] capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria[;] 3) Sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerata in relazione a se stessa [;] 4) Rapporto internazionale della produzione. (…) Scambio internazionale [; e] 5) Il mercato mondiale e le crisi” (pp. 45-6).

Queste, almeno, era lo schema concepito da Marx nell’agosto del 1857, divenuto poi oggetto di tanti successivi mutamenti.

IX. Il rapporto ineguale tra la produzione materiale e quella intellettuale
L’ultimo paragrafo dell’[Introduzione] è composto da un elenco brevissimo e frammentario di otto argomenti, che Marx aveva intenzione di trattare nel suo testo, e da alcune considerazioni sul rapporto tra l’arte greca e la società moderna. Degli otto punti, le principali questioni annotate riguardarono la convinzione che le caratteristiche del lavoro salariato si fossero manifestate nell’esercito ancor prima che nella società borghese; l’idea dell’esistenza di una dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione; e la constatazione di uno “sviluppo ineguale” (ungleiche Entwicklung) tra i rapporti di produzione e quelli giuridici, in particolare la derivazione del diritto della nascente società borghese dal diritto privato romano. Tutto ciò, però, fu scritto a mo’ di promemoria, senza ordine alcuno, e fornisce soltanto un’idea molto vaga di cosa Marx pensasse nel merito di queste tematiche.

Le riflessioni sull’arte, invece, furono sviluppate in modo più ampio e si concentrarono sul “rapporto ineguale (unegale Verhältniß) dello sviluppo della produzione materiale con (…) quella artistica” (p. 47). Marx aveva già affrontato la relazione tra produzione e forme della coscienza in due lavori giovanili. Nei [Manoscritti economico-filosofici del 1844], egli aveva sostenuto che “la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale” [108] , mentre, ne [L’ideologia tedesca], aveva dichiarato:

“la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini (…). Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta (direkter Ausfluß) del loro comportamento materiale” [109].

Nell’[Introduzione], però, lungi dall’istituire un rigido parallelismo tra le due sfere, criterio in seguito erroneamente adottato da molti ‘marxisti’, Marx mise in evidenza che non vi era alcuna relazione diretta tra lo sviluppo economico-sociale e quello della produzione artistica. Rielaborando alcune riflessioni della Letteratura del sud d’Europa di Leonard Simonde de Sismondi, letta e compendiata in uno dei suoi quaderni di estratti nel 1852 [110] , egli scrisse infatti: “per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale (materiellen Grundlage), (…) con l’ossatura della sua organizzazione” (p. 47). Inoltre, egli rilevò che alcune forme d’arte, come ad esempio l’epica, “sono possibili solo in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società” (pp. 47-8). L’arte greca, infatti, presupponeva la mitologia greca, ovvero una rappresentazione “inconsapevolmente artistica” delle forme sociali. In una società progredita come quella moderna, nella quale la natura è concepita dagli uomini razionalmente e non più come potenza estranea che sta di fronte a essi, la mitologia ha perso la sua ragione d’essere e l’epica non è più ripetibile: “Achille è possibile con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade (…) con la macchina da stampa? Con l’apparire del torchietto da stampa non scompaiono necessariamente il canto, la leggenda e la musa, cioé le condizioni necessarie della poesia epica?” (p. 49) [111].

Per Marx, dunque, l’arte e, più in generale, la produzione intellettuale degli uomini vanno indagate in relazione alle condizioni materiali, ma senza mai instaurare una rigida corrispondenza tra i due momenti. In questo modo, infatti, si ricadrebbe nell’errore commesso da Voltaire, ricordato da Marx nei manoscritti economici del 1861-63, di ritenere che poiché i moderni sono “più progrediti degli antichi nella meccanica (…), dovre[bbero] saper comporre anche un poema epico” [112].

Terminate le considerazioni riferite all’artista in quanto soggetto che crea, la produzione artistica fu presa in esame rispetto al pubblico che ne traeva godimento. Questo tema presentava le maggiori difficoltà interpretative. Per Marx, infatti, il problema non stava “nell’intendere che l’arte e l’ epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili”. La complessità stava nel comprendere perché creazioni artistiche realizzate nell’antichità suscitino ancora godimento presso gli uomini moderni. Secondo Marx, essi si compiacerebbero del mondo greco perché rappresenta “la fanciullezza storica dell’umanità”, un periodo che esercita un “fascino eterno come stadio che non ritorna più”. Da qui la conclusione:

“il fascino che la loro arte [quella dei greci – MM] esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse, e solo poteva sorgere, non possono mai più ritornare” (p. 49).

Il valore delle affermazioni sull’estetica contenute nell’[Introduzione] non sta, però, nelle soluzioni, appena abbozzate e talvolta poco convincenti, fornite da Marx, quanto, invece, nel suo approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello “sviluppo ineguale” (p. 47), tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale. Anche la nota tesi della Prefazione a Per la critica dell’economia politica, pubblicata da Marx due anni dopo l’[Introduzione] – “il modo di produzione della vita materiale condiziona (bedingt) il processo sociale, politico e spirituale della vita in generale” [113] – non va interpretata, dunque, in chiave deterministica [114] e deve essere tenuta ben distinta dalla scontata e angusta lettura operata dal «marxismo-leninismo», per la quale le manifestazioni sovrastrutturali della società non sono che un mero riflesso dell’esistenza materiale degli uomini [115].

X. Conclusione
Quando intraprese la stesura dei [Grundrisse], Marx aveva l’intenzione di anteporre alla sua opera una sezione introduttiva nella quale esporre la metodologia adottata nelle sue ricerche. L’[Introduzione] non fu scritta soltanto per autochiarificazione, ma avrebbe dovuto rappresentare, come accadeva negli scritti di altri economisti, il luogo in cui racchiudere le osservazioni preliminari sui criteri generali seguiti. Quando, però, nel giugno del 1859, diede alle stampe la prima parte dei suoi studi nel fascicolo Per la critica dell’economia politica, egli decise di omettere questa sezione fornendo questa motivazione: “sopprimo una introduzione generale che avevo abbozzato perché, dopo aver ben riflettuto, mi pare che ogni anticipazione di risultati ancora da dimostrare disturbi, e il lettore che avrà deciso di seguirmi dovrà decidere di salire dal particolare al generale (von dem Einzelnen zum Allgemeinen aufzusteigen)” [116] . Dunque, il proponimento del 1857 – “salire dall’astratto al concreto” (p. 35) – mutò, nello scritto del 1859, in quello di “salire dal particolare al generale” [117] . Il punto di partenza dell’[Introduzione], ovvero le determinazioni più astratte e universali, venne sostituito, senza che di questo cambiamento fosse fornita spiegazione, poiché lo scritto del 1857 era rimasto inedito, con la trattazione di una categoria concreta e storicamente determinata: la merce. Sin dall’ultimo brano dei [Grundrisse], infatti, al termine delle centinaia di pagine nelle quali aveva scrupolosamente analizzato il modo di produzione capitalistico e le nozioni dell’economia politica, Marx affermò che “la prima categoria in cui si manifesta la ricchezza borghese è quella della merce” [118] . Alla sua indagine egli dedicò il capitolo iniziale di Per la critica dell’economia politica e de Il capitale, ove la merce venne definita la “forma elementare” [119] della società capitalistica, quel “particolare” dalla cui analisi doveva cominciare la ricerca.

Al posto della prevista introduzione, Marx aprì l’opera del 1859 con una breve Prefazione nella quale espose, in forma molto concisa, la propria biografia intellettuale e sua la concezione materialistica della storia. Successivamente, egli non affrontò più il discorso sul metodo, se non in rarissimi casi, incidentalmente e con rapide osservazioni. Il più importante di essi fu, senz’altro, il Poscritto al libro primo de Il capitale del 1873, nel quale, sollecitato dalle recensioni che avevano accompagnato la sua opera, Marx non poté non esprimersi sul metodo d’indagine utilizzato e tornò a trattare alcuni temi presenti nell’[Introduzione]. Ciò avvenne anche a seguito dell’esigenza, che egli avvertì, di esplicitare la differenza esistente tra il metodo di esposizione e quello della ricerca. Se il primo poteva muovere dal generale, procedere dalla forma universale a quelle storicamente determinate e, dunque, confermando la formulazione del 1857, “salire dall’astratto al concreto”, il secondo doveva partire dal reale immediato, andare, come affermato nel 1859, “dal particolare al generale”:

“il modo di esporre (Darstellungsweise) un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine (Forschungsweise). L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’intero concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente” [120] .

Nelle opere successive all’[Introduzione], infine, Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione [121] . Anche per questa ragione, le pagine dell’[Introduzione] sono straordinariamente rilevanti. In esse, mediante un serrato confronto con le idee di alcuni dei maggiori economisti e filosofi della storia, Marx ribadì profondi convincimenti e approdò a significative acquisizioni teoriche. Anzitutto, egli volle insistere ancora sulla specificità storica del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti sociali. In secondo luogo, produzione, distribuzione, scambio e consumo furono considerati come una totalità, all’interno della quale la produzione costituiva l’elemento preminente sulle restanti parti dell’insieme. Inoltre, nel processo di riproduzione della realtà nel pensiero, Marx non ricorse a un metodo meramente storico, ma si avvalse dell’astrazione, della quale era giunto a riconoscere il valore ai fini della costruzione del percorso conoscitivo. Infine, egli evidenziò il rapporto ineguale che intercorreva tra lo sviluppo dei rapporti produttivi e quello delle forme della coscienza.

Queste riflessioni hanno reso l’[Introduzione], durante i 100 anni intercorsi dalla sua prima pubblicazione, un testo imprescindibile dal punto di vista teorico e affascinante da quello letterario per tutti i seri interpreti e lettori di Marx. È prevedibile che essa rimarrà tale per quanti, nelle generazioni a venire, si avvicineranno ancora alla sua opera.

References
1. In questo testo i titoli dei manoscritti incompiuti di Marx, conferiti editorialmente, sono inseriti tra parentesi quadre.
2. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 4. In Italia, gli scritti di Marx ed Engels sono apparsi in 32 volumi, sui 50 previsti, nell’edizione Marx Engels Opere (Editori Riuniti, 1972-1990). Tutti i riferimenti bibliografici relativi agli scritti presenti in questa edizione (indicata in seguito come Opere) rimandano ai suoi volumi, mentre quelli relativi ai testi non inclusi nelle Opere o non tradotti in italiano rinviano a pubblicazioni singole o alle edizioni tedesche, entrambe incomplete, Marx-Engels Werke (MEW) e Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA²). In alcuni casi, a prescindere dall’edizione cui si è fatto riferimento, le citazioni di Marx incluse nel testo sono state ritradotte dall’autore.
3. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Opere, vol. III, p. 251.
4. Poiché nel 1844 Marx non conosceva ancora la lingua inglese, durante questo periodo i libri di autori inglesi furono da lui letti in traduzione francese.
5. Sulle recenti acquisizioni filologiche circa l’incompiutezza di questo testo si rimanda a Marcello Musto,Marx a Parigi: la critica del 1844, in Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 161-178.
6. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 298.
7. Cfr. Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 666, nota 319.
8. Karl Marx, Alla Pubblica sicurezza di Bruxelles, 22 marzo 1845, in Opere, vol. IV, p. 664.
9. Cfr. Karl Marx, A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie», in Opere, vol. IV, pp. 584-614.
10. Da questo periodo Marx cominciò a leggere direttamente in inglese.
11. Karl Marx, Dichiarazione contro Karl Grün, in Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 73.
12. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455.
13. Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie, MEW vol. 21, Dietz, Berlin 1962, p. 263; tr. it. Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 13. In realtà Engels usò questa espressione già nel 1859, nella recensione al libro di Marx Per la critica dell’economia economia, ma questo articolo non ebbe alcuna risonanza e il termine cominciò a diffondersi solo in seguito alla pubblicazione dello scritto Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
14. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455-56.
15. Karl Marx a Pavel Annenkov, 28 dicembre 1846, in Opere, vol. XXXVIII, p. 458.
16. Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, in Opere, vol. VI, pp. 485-86.
17. Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, Opere, vol. IX, p. 206.
18. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 agosto 1849, in Opere, vol. XXXVIII, p. 155.
19. Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in Opere, vol. X, p. 134.
20. Karl Marx – Friedrich Engels, Annuncio della «Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue», in Opere, vol. X, p. 5.
21. Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, in Opere, vol. X, p. 135.
22. Karl Marx – Friedrich Engels, Rassegna (maggio-ottobre 1850), Ivi, pp. 509 e 514-15.
23. Le opere di Smith e di Ricardo, già lette da Marx in lingua francese durante il suo soggiorno parigino del 1844, furono studiate ora nell’edizione in lingua inglese.
24. Per una prima bozza di questo lavoro si veda Friedrich Engels, Critica del libro di Proudhon «Idée générale de la révolution au XIX siècle», Opere, vol. XI, p. 565-601.
25. Karl Marx a Adolf Cluss, 7 dicembre 1852, in Opere, vol. XXXIX, p. 594.
26. Karl Marx, Rivoluzione in Cina e in Europa, Opere, vol. XII, pp. 100 e 102.
27. Cfr. Fred E. Schrader, Restauration und Revolution, Gerstenberg, Hildesheim 1980, p. 99. Sulla formazione del pensiero marxiano, anche in base alla pubblicazione dei nuovi manoscritti e quaderni di estratti apparsi recentemente nella MEGA², si rimanda a Marcello Musto, Saggi su Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2010.
28. Karl Marx, La crisi in Inghilterra, Opere, vol. XIV, pp. 60-1.
29. Karl Marx, Il socialismo imperiale, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 6.
30. Karl Marx, Die Krise in Europa, in MEW vol. 12, Dietz, Berlin 1961, p. 80.
31. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. II, p. 648. Per le citazioni dai [Grundrisse] si rimanda a questa edizione perché essa è stata la prima traduzione italiana (apparsa tra il 1968 e il 1970, a cura di Enzo Grillo) del testo marxiano e costituisce tutt’oggi la versione cui gli studiosi generalmente si riferiscono.
32. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in Opere vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 237. I [Grundrisse] consistono in otto quaderni (il primo di essi consiste ne l’[Introduzione]), redatti tra l’agosto del 1857 e il maggio del 1858. I primi editori dei [Grundrisse] assegnarono a essi questo titolo proprio in base alla frase citata. Per dettagliate notizie su questo scritto si rimanda a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx’s Grundrisse. Critique of political economy 150 years later, Routledge, London – New York 2008.
33. Nella lettera a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, Marx affermò infatti: “l’economia come scienza in senso tedesco è ancora tutta da fare”, in Marx Engels Opere, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 595.
34. La voluminosa letteratura critica a riguardo evidenzia l’importanza dell’Introduzione. Da quando fu pubblicata per la prima volta, nel 1903, tutte le principali interpretazioni critiche, le biografie intellettuali e le introduzioni al pensiero di Marx hanno dato conto di questo testo e numerosissimi sono stati gli articoli ad esso dedicati.
35. Differentemente da tutti gli altri testi citati, le cui indicazioni bibliografiche sono indicate nelle note a pie di pagina, le citazioni dell’ [Introduzione] rimandano al testo pubblicato in questo volume e sono seguiti, per questo motivo, dal numero di pagina della presente edizione.
36. Karl Marx, Grundrisse, cit., vol. II, p. 123.
37. Karl Marx, Ivi, p. 96.
38. Karl Marx, Ivi, p. 95.
39. Karl Marx, Ivi, p. 109.
40. Questa concezione di matrice aristotelica – la famiglia che precede la nascita del villaggio – fu sostenuta da Marx anche nel libro primo de Il capitale. In seguito, però, egli mutò opinione in proposito. Come osservato da Engels in una nota aggiunta alla terza edizione tedesca del 1883: “studi posteriori, condotti molto a fondo, sulle condizioni primitive dell’uomo hanno condotto l’autore [Marx] al risultato che originariamente non è stata la famiglia a evolversi in tribù, ma viceversa: la tribù è stata la forma spontanea originaria della associazione fra gli uomini, basata sulla consanguineità, cosicché solo più tardi le forme numerose e diverse della famiglia si sono sviluppate dalla incipiente dissoluzione dei vincoli tribali”, in Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 394-5. Engels si riferiva alle ricerche di storia antica condotte da Marx durante i suoi ultimi anni di vita.
41. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, Ivi, p. 109.
42. Karl Marx, Ivi, p. 395. Dieci anni prima, nell’[Introduzione], Marx aveva già scritto in proposito che: “in generale è errato porre lo scambio all’interno delle comunità come l’elemento costitutivo originario. All’inizio esso comparve invece più nelle relazioni tra le differenti comunità, che per i membri all’interno di una medesima comunità” (p. 38).
43. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 104.
44. Questa mutua dipendenza non va confusa con quella che si instaura tra gli individui nel modo di produzione capitalistico. La prima è il prodotto della natura, la seconda della storia. Nel capitalismo l’indipendenza individuale è integrata da una dipendenza sociale che si esprime nella divisione del lavoro, cfr. Karl Marx, Scritti inediti di economia politica, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 78. In questo stadio della produzione, infatti, il carattere sociale dell’attività si presenta non come semplice relazione reciproca degli individui, “ma come loro subordinazione a rapporti che esistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto tra individui indifferenti gli uni agli altri. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, la loro connessione reciproca, si presenta ad essi estranea, indipendente, come una cosa”, in Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 98.
45. Adam Smith, Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 1965, p. 18.
46. Cfr. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, UTET, Torino 1948, pp. 17-18. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 42.
47. In altre parti dei [Grundrisse], Marx asserì che: “un individuo isolato potrebbe avere tanto poco la proprietà della terra quanto poco potrebbe parlare”, in vol. II, p. 109; e che “la lingua come prodotto di un singolo individuo è un’assurdità. Ma altrettanto lo è [la] proprietà”, p. 115.
48. Cfr. Karl Marx, Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, in Opere, vol. III, pp. 18 e 140.
49. Cfr. Karl Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844, in Opere, vol. III, p. 296.
50. Cfr. Karl Marx, Miseria della filosofia, in Opere, vol. VI, p. 170.
51. In particolare, si veda l’opera del suo principale rappresentante: Wilhelm Roscher, Die Grundlagen der Nationalökonomie, in System der Volkswirtschaft, Vol. I, Stuttgart, 1854, che Marx citò anche nel libro primo de Il capitale, op. cit., p. 124, irridendone il “metodo anatomico-fisiologico” adottato. Nel 1883, le questioni epistemologiche furono l’oggetto del Methodenstreit (la disputa del metodo), che vide contrapporsi il metodo deduttivo di Carl Menger e della Scuola austriaca, la quale, contro la tradizione moderna inaugurata da Francis Bacon, Isaac Newton e David Hume, riteneva impossibile giungere alla conoscenza scientifica generale per via empirica, e l’induttivismo della Scuola storica, secondo la quale l’oggetto della scienza economica era quello di studiare l’evoluzione storica delle nazioni e delle istituzioni per costruire delle leggi generali, ma non astratte. Questo dibattito, però, cominciò proprio l’anno della scomparsa di Marx ed egli non poté seguirlo o prendervi parte.
52. Un’idea simile era già stata espressa da Marx ne [L’ideologia tedesca], nella quale insieme con Engels aveva dichiarato: “separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico, a indicare la successione dei suoi singoli strati. (…) La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un epoca passata che del presente, a esporlo realmente”, in Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Opere, vol. V, p. 23.
53. Cfr. Karl Korsch, Karl Marx, Laterza, Bari, 1974, pp. 62-3.
54. L’esposizione più approfondita di questa concezione si trova in James Stuart Mill, Principî di economia politica, UTET, Torino, 1962, pp. 56 ss.
55. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, pp. 232-3.
56. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 249.
57. Karl Marx, Ivi, p. 220.
58. In proposito si vedano le critiche di Marx rivolte a Proudhon, Ivi, vol. I, p. 242.
59. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit. p. 182.
60. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 81.
61. Karl Marx, Ivi, p. 365.
62. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 259.
63. Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 113-4.
64. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 207.
65. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 175.
66. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 96.
67. Cfr. Karl Marx, Ivi, p. 219.
68. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 313.
69. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 576.
70. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 1002.
71. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 117.
72. John Stuart Mill, Principî di economia politica, op. cit., p. 195-6. Queste affermazioni suscitarono l’interesse di Marx, che le annotò, nel settembre del 1850, in uno dei suoi quaderni di estratti. Cfr. MEGA² IV/7, Dietz, Berlin 1983, p. 36. Poche righe dopo, però, Stuart Mill smentì in parte la sua categorica asserzione, anche se non nel senso di una storicizzazione della produzione. Egli sostenne, infatti, che la distribuzione dipende “dalle leggi e dalle consuetudini della società” e poiché esse sono il prodotto delle “opinioni” e dei “sentimenti del genere umano” – che altro non sono se non le “conseguenze delle leggi fondamentali della natura umana” –, le leggi della distribuzione “sono altrettanto poco arbitrarie, e possiedono il carattere delle leggi fisiche, quanto le leggi della produzione”, p. 196. Le Osservazioni preliminari poste all’inizio della sua opera contengono, forse, una possibile sintesi: “a differenza delle leggi della produzione, quelle della distribuzione sono in parte opera umana; giacché il modo in cui la ricchezza si distribuisce in una data società dipende dalla legislazione o dalle consuetudini ivi prevalenti”, p. 22.
73. Karl Marx, Grundrisse, cit., vol. II, p. 577. Dunque, chi come Stuart Mill riteneva eterni i rapporti di produzione e storiche soltanto le loro forme di distribuzione, “rivela che (…) non capisce né gli uni, né le altre”, in Karl Marx, Ivi, p. 474.
74. Marx conosceva molto bene entrambi i testi poiché erano stati tra i primi libri di economia politica studiati e dai quali aveva ricopiato molte parti nei suoi quaderni di appunti.
75. Cfr. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, Laterza, Bari 2001, vol. II, p. 677 ss.
76. Cfr. Baruch Spinoza a Jarig Jelles, in Baruch Spinoza, Epistolario, Einaudi, Torino 1951, p. 226.
77. Karl Marx, Grundrisse, cit., vol. II, p. 254.
78. Karl Marx, Ivi, p. 576.
79. David Ricardo, Principi di economia politica e delle imposte, op. cit., p. 3.
80. “Il vero, come concreto, è solo in quanto si svolge in sé e si raccoglie e mantiene in unità, cioè come totalità, e solo mediante il differenziarsi e la determinazione delle sue differenze sono possibili la necessità di esse e la libertà del tutto”. Georg W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari 2002, p. 22
81. Cfr. Stuart Hall, Marx’s notes on method: A “reading” of the “1857 Introduction”, in Cultural Studies, 2003, vol. 17 n. 2, p. 127.
82. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 18.
83. Karl Marx, Ivi, p. 19.
84. Karl Marx, Ivi, p. 52.
85. Karl Marx, Ivi, p. 67.
86. Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 605.
87. Georg W. F. Hegel, Scienza della logica, op. cit., p. 910. Alla fine dell’ottobre del 1857, durante la stesura dei [Grundrisse], Marx ricevette dall’amico Ferdinand Freiligrath alcuni libri di Hegel che rilesse con grande interesse. Il 14 gennaio del 1858 scrisse, infatti, a Engels: “Quanto al metodo del lavoro mi ha reso un grandissimo servizio il fatto che per puro caso (…) mi ero riveduto la Logica di Hegel. Se tornerà mai il tempo per lavori del genere, avrei una gran voglia di render accessibile all’intelletto dell’uomo comune in poche pagine, quanto vi è di razionale nel metodo che Hegel ha scoperto ma allo stesso tempo mistificato”, in Opere, vol. LX, p. 273. Purtroppo, Marx non rivelò né in questa lettera, né in altre sue comunicazioni, in che modo la Logica di Hegel aveva “reso un grandissimo servizio” all’elaborazione del suo metodo. Tanto meno, egli ebbe mai il tempo per scrivere “quanto vi [era] di razionale nel metodo” hegeliano. In ogni caso, per quel che concerne l’[Introduzione], è necessario ricordare che essa fu scritta in agosto, mentre Marx ricevette la Logica di Hegel solo in ottobre, cfr. Ferdinand Freiligrath a Karl Marx, 22 ottobre 1857, in MEGA², III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 497. Dunque, diversamente da quanto ritenuto da molti interpreti di Marx, la Logica non ebbe alcun influsso diretto sull’ [Introduzione], sebbene reminiscenze delle opere di Hegel siano evidenti in diversi punti del testo marxiano.
88. Le interpretazioni di Althusser, Negri e Della Volpe, ad esempio, cadono tutte nell’errore di accomunare questo metodo a quello di Marx. Cfr. Louis Althusser, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 95; Antonio Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri, Roma 1998 p. 65; Galvano Della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 177. Per la critica a Della Volpe si rimanda a Cesare Luporini, Il circolo concreto-astratto-concreto, in Franco Cassano (a cura di), Marxismo e filosofia in Italia (1958-1971), De Donato, Bari 1973, pp. 226-39.
89. Cfr. Mario Dal Pra, La dialettica in Marx, Laterza, Bari 1965, p. 461.
90. Georg W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, op. cit., p. 4.
91. Le Aggiunte (Zusätze) di Gans, il cui scrupolo filologico è stato però messo in dubbio da più di un commentatore, si basano su alcuni manoscritti di Hegel e sulle trascrizioni dei suoi corsi sulla Filosofia del diritto successivi al 1821, data di pubblicazione della prima edizione.
92. In proposito si veda Judith Jánoska, Martin Bondeli, Konrad Kindle, Marc Hofer, Das «Methodenkapitel» von Karl Marx, Schwabe & CO AG, Basel 1994, pp. 115-19.
93. Georg W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 293-4.
94. Cfr. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. I, p. 218.
95. Riflettendo sulla società peruviana, Marx ricordò, però, anche il caso opposto, ovvero che erano esistite “società molto sviluppate, seppure storicamente immature, nelle quali alcune forme più avanzate dell’economia, quali ad esempio la cooperazione o una sviluppata divisione del lavoro, si manifestano senza che esista affatto denaro” (pp. 37-8).
96. Karl Marx, Grundrisse, cit., vol. I, p. 280.
97. Karl Marx, Ivi, vol. I, p. 281. In un altro brano dei [Grundrisse], infatti, Marx affermò che: “il principio sviluppato del capitale è appunto quello di rendere superflua l’abilità particolare (…) è il principio di relegare l’abilità nelle forze naturali morte”, in Karl Marx, Ivi, vol. II, p. 245.
98. Karl Marx, Ivi, p. 281. Nei [Grundrisse] Marx mostrò come anche il “capitale in generale” non fosse una mera astrazione, ma una categoria che aveva nella società capitalistica “un’esistenza reale”. Così come i capitali particolari appartengono ai singoli capitalisti, il capitale nella sua forma generale, ovvero quello che si accumula nelle banche, che diviene il capitale di una determinata nazione e che può essere dato in prestito per essere valorizzato, diventa “maledettamente reale. Mentre dunque l’elemento generale per un verso è soltanto una differentia specifica di natura logica, nello stesso tempo questa è una particolare forma reale accanto alla forma del particolare e dell’individuale”, in Karl Marx, Ivi, vol. II, pp. 67.
99. In proposito si veda quanto Marx scrisse a Engels in una lettera del 2 aprile 1858: “le più astratte determinazioni, esaminate attentamente, rimandano sempre a un’ulteriore base storica concreta e determinata. (Naturalmente, perché esse ne sono astratte in questa loro determinatezza)”, in Marx Engels, Opere, vol. XL, op. cit., p. 332.
100. Cfr. Stuart Hall, op. cit., p. 133, che ha giustamente notato che la teoria elaborata da Marx rappresenta una rottura con lo storicismo, pur non essendo una rottura con lo storico.
101. Pierre Joseph Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della miseria, Edizioni della rivista «Anarchismo», Catania 1975, p. 121.
102. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 172.
103. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, op. cit., p. 930.
104. Karl Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 169.
105. Cfr. Louis Althusser, op. cit., pp. 48-9 e 93.
106. La complessità del metodo sintetizzato da Marx è dimostrata dal fatto che esso fu travisato non solo da molti dei suoi studiosi, ma anche dallo stesso Friedrich Engels. Questi, infatti, che non aveva letto le tesi esposte nell’[Introduzione], scrisse in una recensione del 1859 a Per la critica dell’economia politica che Marx, dopo aver elaborato il suo metodo, avrebbe potuto intraprendere la critica dell’economia politica “in due modi: storicamente o logicamente”. Tuttavia, poiché “la storia procede spesso a salti e a zigzag e si sarebbe dovuto tenerle dietro dappertutto” (…) il modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto”. Egli, erroneamente, ne concluse però che questo non era altro che “il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso interiore non sarà altro che il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia”, in Friedrich Engels, Per la critica dell’economia politica (Recensione), in Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 208. Engels, insomma, sostenne il parallelismo tra storia e logica che Marx aveva decisamente respinto nell’[Introduzione]. Tale posizione fu così attribuita a quest’ultimo e divenne inseguito, con l’interpretazione marxista-leninista, ancora più schematica e infruttuosa dal punto di vista epistemologico.
107. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 81-2.
108. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Opere, vol. III, p. 324.
109. Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, in Marx-Engels Opere, vol. V, p. 21.
110. Sismondi aveva notato che i momenti più alti della letteratura antica francese, italiana, spagnola e portoghese si erano manifestati in coincidenza dei periodi di decadenza sociale di quelle stesse società che li avevano espressi.
111. Anche Friedrich Theodor Vischer, nella sua Ästhetik oder Wissenschaft des Schönen, Bd. I-III, Olms, Hildesheim 1975, trattò della forza dissolvitrice dei miti operata dal capitalismo. Marx lesse quest’opera traendone ispirazione, e ne riassunse alcune parti in uno dei suoi quaderni di estratti, appena tre mesi prima della redazione dell’[Introduzione]. L’impostazione dei due autori, però, non avrebbe potuto essere più distinta. Vischer deplorò in modo romantico l’impoverimento estetico della cultura causato dal capitalismo e considerò quest’ultimo come una realtà immodificabile. Marx, al contrario, pur battendosi costantemente per il superamento del capitalismo, sottolineò che esso rappresentava, sia materialmente che ideologicamente, una realtà più avanzata rispetto ai precedenti modi di produzione. Cfr. György Lukács, Contributi alla storia dell’estetica, Feltrinelli, Milano 1966, pp. 306-7.
112. Karl Marx, Teorie sul plusvalore. I, in Opere, volume XXXIV, p. 295.
113. Cfr. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 5.
114. A sostegno di questo ragionamento vi è una nota dell’edizione francese de Il capitale del 1872-75, in cui, citando questo brano della sua opera, Marx preferì tradurre la frase utilizzando il verbo dominer: “[l]e mode de production de la vie matérielle domine en général le développement de la vie sociale, politique et intellectuelle”, in Karl Marx, Le capital, MEGA², II/7, Dietz, Berlin 1989, p. 62. Egli evitò, in questo modo, di presentare una relazione meccanica tra i due momenti.
115. La più diffusa volgarizzazione di tale interpretazione si deve a J. V. Stalin che in Del materialismo dialettico e del materialismo storico, in Opere Scelte, Edizioni movimento studentesco, Milano 1973, sostenne che “il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva (…) [e] la vita spirituale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva” (p. 927): “quale è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società” (p. 928).
116. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 3.
117. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 3.
118. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, p. 645.
119. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67.
120. Karl Marx, Poscritto alla seconda edizione in Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, op. cit., p. 67. Marx aggiunse che quando ciò si compie “può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori”, ma, in realtà, il risultato raggiunto è la rappresentazione del concreto nel pensiero. In proposito si veda una sua importante affermazione contenuta in una lettera scritta a Engels il 1 febbraio 1858 nella quale, a proposito di Lassalle, dichiarò: “imparerà a sue spese che una cosa è arrivare a portare, per mezzo della critica, una scienza al punto da poterla esporre dialetticamente e altra è adoperare un sistema di logica astratto e preconfezionato”, in Marx Engels Opere, vol. XL, p. 288.
121. Cfr.Terrell Carver, A Commentary on the text, in Terrell Carver (a cura di), Karl Marx. Texts on Method, Basil Blackwell, Oxford 1975, p. 135.

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Marx: Ancora una volta!

Marcello Musto insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche della York University di Toronto (Canada) ed è curatore di due recenti volumi su Marx:Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005) e Karl Marx’s Grundrisse.Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later (Routledge, 2008).

Ha inoltre scritto numerosi articoli su Marx, i marxismi e la nuova edizione storico critica delle opere di Marx ed Engels, la Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA 2), ed è autore del libro Saggi su Marx e i marxismi (in uscita per Carocci nel 2010).

D. S.: La prima domanda che vorrei rivolgerti concerne la ragione della imponente ripresa di interesse per l’opera di Marx – attestata da centinaia di libri e convegni internazionali a lui dedicati, scritti o organizzati da parte di studiosi dei più diversi orientamenti culturali e politici.

M. M.: Marx è stato assimilato per lungo tempo alle grigie esperienze statuali del socialismo reale e con la caduta del muro di Berlino fu dichiarata anche la sua scomparsa. Ad eccezione di poche voci critiche, infatti, dopo il 1989 egli è stato unanimamente considerato come uno di quei ferri vecchi e arrugginiti di cui la storia non avrebbe saputo più cosa farne. Da allora, per circa quindici anni, gli studi su Marx si sono ridotti moltissimo rispetto al passato, in alcuni paesi sono del tutto cessati, e questo nonostante il fatto che il capitalismo era ben lontano dall’aver raggiunto quel benessere sociale e quella stabilità economica e politica che i suoi ideologi e apologeti a pagamento si sforzavano di dimostrare o annunciavano come imminenti.

Eppure, contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, durante gli ultimi anni, Marx è ritornato sotto i riflettori e sugli scaffali delle librerie si rivedono sempre più i suoi testi, in ristampe o in nuove edizioni. Le riviste aperte ai contributi riguardanti Marx e i marxismi tornano a riscuotere successo; convegni e corsi universitari a lui dedicati sono tornati di moda e vanno sviluppandosi sempre più nuovi studi che mettono in relazione gli scritti di Marx con questioni che non erano state sufficientemente prese in considerazione in passato (ad esempio la questione ambientale). Inoltre, in seguito al collasso di Wall Street, Marx è riapparso sulle prima pagine di tantissime riviste di tutto il mondo e i più importanti quotidiani internazionali gli hanno dedicato numerosi articoli, spesso in prima pagina, in cui le sue teorie sono tornate ad essere considerate rilevantissime e premonitrici.

D. S.: Qual è il motivo di questo nuovo interesse?

M. M.: Indubbiamente esso è da attribuirsi al fatto che Marx torna ad essere visto, ancora una volta, come il pensatore più valido per comprendere e criticare il capitalismo. E questo non solo per la perspicacia delle sue riflessioni – che gli permise di prevedere l’estensione globale del modo di produzione capitalistico e, di conseguenza, l’espansione delle forze produttive e la generalizzazione dello statuto del lavoro salariato (si guardi alla Cina di oggi, per fare solo esempio più eclatante relativo ai mutamenti degli ultimi anni) –; ma anche perché alcuni fenomeni da lui analizzati si manifestano oggi – in un capitalismo che ha conosciuto uno straordinario sviluppo per diffusione e intensità – con evidenza ancora maggiore rispetto al tempo di Marx. Basti pensare all’importanza dell’accumulazione realizzata mediante la finanza e il sistema di credito, che egli abbozzò nel III volume de Il capitale, o alle crisi di un capitalismo che, avendo ampliato di molto la propria espansione geografica, è e sarà sempre più vittima delle proprie contraddizioni. D’altronde, l’obiettivo di Marx era proprio quello di descrivere “l’organizzazione interna del modo di produzione capitalistico nella sua media ideale”, non soltanto il capitalismo dell’Inghilterra del suo tempo. Naturalmente, con questo non voglio certo dire che nelle pagine de Il capitale possiamo trovare risposta a tutti i fenomeni del capitalismo contemporaneo. Questo testo è, però, ancora utilissimo per comprendere la natura e gli sviluppi del modo di produzione capitalistico. E, in seguito alla violenta esplosione della crisi finanziaria economica, in tantissimi tornano a rendere omaggio allo stesso pensatore che avevano dato per defunto pochi anni prima.

D. S.: In questo quadro di rinnovato interesse per le analisi del filosofo di Treviri, la funzione di stimolo filologico-critico della nuova edizione delle opere di Marx ed Engels, la MEGA 2, sembra quanto mai necessaria per non alterare, come accaduto in passato, lo sterminato, inquieto e aperto laboratorio marxiano. Possiamo dire, ripetendo quanto scrisse Engels a Joseph Bloch nel 1890, “vorrei pregarla di studiare questa teoria sulle fonti originali e non di seconda mano”?

M. M.: Dal punto di vista della ricerca, la ripresa della pubblicazione delle opere di Marx riveste certamente grande interesse. Infatti, anche se può apparire inverosimile, nonostante l’enorme diffusione delle sue teorie, Marx è ancora privo di un’edizione integrale dei propri scritti. E la circostanza che la MEGA 2 torna a essere pubblicata in questa fase – in cui Marx, per un verso, non è più legato alle catene dell’ideologia sovietica e, per un altro, è nuovamente interrogato per comprendere i fenomeni del presente – può essere foriera di stimolanti sviluppi per il futuro.

D. S.: Puoi spiegare in cosa consiste la MEGA 2 e quali eventuali nuove prospettive interpretative può aprire nella rilettura dei testi marxiani?

M. M.: Il primo tentativo di pubblicare le opere complete di Marx ed Engels (MEGA), avvenne negli anni Venti in Unione Sovietica. Tuttavia, le epurazioni staliniane e l’avvento del nazismo interruppero bruscamente l’impresa. Il successivo tentativo di riprodurre tutti gli scritti dei due pensatori, la cosiddetta MEGA 2, fu avviato soltanto nel 1975, ma fu sospeso in seguito al crollo dei paesi socialisti. Nel 1998, però, questa edizione è ripresa mediante un progetto che raggruppa studiosi e istituti di ricerca di oltre dieci paesi. I volumi della MEGA 2 si dividono in quattro sezioni che danno stampe: 1) tutte le opere di Marx ed Engels; 2) la loro corrispondenza; 3) Il capitale e i suoi tanti manoscritti preparatori; e 4) gli oltre duecento quaderni di appunti di Marx (in ben otto lingue e dalle più svariate discipline) che costituiscono il cantiere della sua elaborazione teorica. Fino a oggi, dei 114 volumi previsti, ne sono stati pubblicati 55, ma ben 15 dopo il 1998.

D. S.: Perché questo è importante?

M. M.: Contrariamente a come si ritiene in genere, l’opera di Marx è incompiuta e frammentaria. Il suo rigore autocritico e la sua straordinaria passione conoscitiva, che lo spinsero sempre verso nuovi studi, non gli permisero di terminare molti dei lavori intrapresi nel corso della sua esistenza. Così, molti degli scritti più noti di Marx (ad esempio i Manoscritti economico-filosofici del 1844, L’ideologia tedesca e i volumi II e III de Il capitale) non sono affatto delle opere completate, ma dei manoscritti in cui non si può certo credere di trovare – come invece è stato fatto – la concezione definitiva di Marx in merito alle questioni trattate. Faccio alcuni esempi.

1) Tutte le principali interpretazioni dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, tanto quelle che ritenevano che in questo scritto Marx avesse già esposto il suo pensiero in modo completo (ad esempio gli esistenzialisti francesi), quanto quelle che, invece, consideravano questo testo come una concezione molto diversa rispetto a quella della maturità (Louis Althusser), erano basate sull’idea che i Manoscritti economico-filosofici del 1844 fossero un’opera vera e propria, in cui erano depositate delle elaborazioni ben definite. Tale convinzione è stata del tutto confutata dagli studi filologici, che hanno mostrato come essi erano solo una parte, e per giunta appena abbozzata, della produzione letteraria di quel periodo, basata essenzialmente sugli estratti dai testi di economia politica.

2) Il carattere frammentario al quale è stata restituita L’ideologia tedesca nella sua ultima edizione del 2004 rende evidente la falsificazione interpretativa di parte «marxista-leninista», che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo storico» (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx). Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va, invece, più faticosamente ricostruita nella totalità della sua opera.

3) Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati oggi alle stampe portando alla luce migliaia di interventi redazionali compiuti da Engels in veste di editore, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a successive elaborazioni. Il completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx aprirà certamente nuovi studi in proposito.

D. S.: Questo cosa significa?

M. M.: Significa che, per molti versi, Marx assume un nuovo profilo. Quella che abbiamo a disposizione oggi non è più il pensiero monolitico presentato dal «marxismo-leninismo», ma un’opera aperta, critica e talvolta contraddittoria. A mio avviso, dunque, si tratta di adoperare e sviluppare le teorie di Marx nei conflitti e nelle sfide del presente e questo compito spetta alle ricerche, teoriche e pratiche, di una nuova generazione di militanti politici.

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La formazione della critica dell’economia politica di Marx

I. Introduzione
Contrariamente alle previsioni che ne avevano annunciato in maniera definitiva l’oblio, durante gli ultimi anni Marx si è ripresentato sul palcoscenico della storia e, in molte parti del mondo, sugli scaffali delle librerie sono ritornati numerosi i suoi testi, in ristampa o in nuove edizioni. La riscoperta di Marx si fonda sulla persistente capacità esplicativa del presente contenuta nei suoi scritti. Innanzi ad una nuova e profonda crisi del capitalismo, infatti, in molti sono ritornati ad interrogare quell’autore in passato troppo spesso erroneamente accomunato all’Unione Sovietica e, poi, troppo frettolosamente messo da parte dopo il 1989.

Questo rinnovato interesse di carattere politico era stato preceduto da una ripresa degli studi sulla sua opera. Dopo il tramonto degli anni Ottanta e, con poche eccezioni, la “congiura del silenzio” degli anni Novanta, da qualche anno le pubblicazioni degli e sugli scritti marxiani sono riprese pressoché ovunque (a parte in Russia e nell’Europa dell’Est, dove la vicinanza temporale dei disastri prodotti dal cosiddetto “socialismo reale” rende ancora impensabile un ritorno a Marx) e, in molti dei campi in cui sono rifiorite, hanno prodotto risultati rilevanti ed innovativi [1] .

Tra questi è particolarmente significativa, al fine di una reinterpretazione complessiva dell’opera di Marx, la pubblicazione, ricominciata nel 1998, della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), l’edizione storico critica delle opere complete di Marx ed Engels [2] . In questa edizione hanno ripreso ad essere dati alle stampe i quaderni di estratti di Marx e tutti i manoscritti preparatori dei libri secondo e terzo de Il capitale. I primi, comprendenti, talvolta, oltre ai compendi dei libri che egli leggeva, anche le riflessioni da questi stimolategli, costituiscono il cantiere della sua teoria critica, mostrano il complesso itinerario seguito durante lo sviluppo del suo pensiero e palesano le fonti dalle quali attinse nel corso dell’elaborazione delle sue concezioni. La pubblicazione della totalità dei manoscritti de Il capitale, così come di tutte le bozze redazionali di Engels [3] , invece, consentirà una valutazione critica certa rispetto allo stato degli originali lasciati da Marx e circa l’entità delle modifiche apportate da Engels durante il lavoro editoriale per la stampa dei libri secondo e terzo de Il capitale. Tali testi, infatti, mostrano efficacemente il profilo incompiuto del magnum opus marxiano e costituiranno la base di ogni rigoroso, futuro, studio a riguardo.

Usufruendo dei nuovi materiali offerti alla ricerca, il presente lavoro si pone l’obiettivo di ricostruire tutte le tappe della critica marxiana dell’economia politica alla luce delle acquisizioni filologiche della MEGA² e, dunque, di realizzare uno studio uno studio sulla formazione del pensiero di Marx in un modo più completo di quanto sia stato fatto in passato. Infatti, la grande maggioranza degli studiosi che si sono occupati di questo tema ha preso in considerazione solo alcuni stadi dell’elaborazione compiuta da Marx, saltando, spesso, dai [Manoscritti economico-filosofici del 1844] [4] ai [Grundrisse] (1857-58) e da questi al libro primo de Il capitale (1867); oppure, nel migliore dei casi, prendendo in esame soltanto altri due testi: la Miseria della filosofia (1847) e le [Teorie sul plusvalore] (1862-63) [5] .

Lo studio di preziosi manoscritti, comprendenti interessanti risultati intermedi, è rimasto appannaggio di una ristretta cerchia di studiosi, in grado di leggere le pubblicazioni in lingua tedesca della MEGA². Così, col proposito di far conoscere questi testi anche al di fuori dell’ambito degli specialisti che utilizzano questa edizione e considerando utile, alla luce dei nuovi materiali, ritornare sul dibattito relativo alla genesi e all’incompiutezza dell’opera marxiana [6] , si è diviso il presente studio in due parti.La prima, che corrisponde all’articolo qui dato alle stampe, prende in esame le ricerche di economia politica di Marx, ed alcuni sviluppi teorici da lui conseguiti in questa disciplina, compiute dai primi studi del 1843 alla stesura dei [Grundrisse] (1857-58), il corposo manoscritto preparatorio della breve opera del 1859 intitolata Per la critica dell’economia politica, generalmente considerato come la prima bozza de Il capitale. Il secondo articolo, di prossima pubblicazione, invece, prenderà in esame la formazione (making) de Il capitale attraverso le sue varie stesure, dai [Grundrisse] agli ultimi manoscritti del 1882, realizzati da Marx prima della sua morte.

Il presente saggio è incentrato sulla ricostruzione degli studi di economia politica condotti da Marx a Parigi, Manchester e Bruxelles tra il 1843 e il 1847, culminanti con la pubblicazione dello scritto Miseria della filosofia (§ II e III). Al suo interno, vengono trattate, inoltre, le vicende politiche e personali di Marx durante le rivoluzioni del 1848 e, in seguito alla loro sconfitta, al tempo dell’esilio a Londra (§ IV e V). In questa fase, egli scrisse di economia politica nei due giornali che fondò e diresse (dal 1848 al 1849 il quotidianoNeue Rheinische Zeitung. Organ der Demokratie [Nuova gazzetta renana. Organo della democrazia] e nel 1850 la rivista Neue Rheinische Zeitung. Politisch-okonomische Revue [Nuova gazzetta renana. Rivista di economia politica]) e maturò la convinzione che una nuova rivoluzione si sarebbe potuta sviluppare solo in seguito ad una crisi economica mondiale. Il paragrafo VI è incentrato sui 26 quaderni di estratti, redatti tra il 1850 e il 1853, conosciuti come [Quaderni di Londra].

Essi recano le tracce dello studio approfondito di decine di volumi di economia politica, attraverso cui è possibile ricostruire un importante fase dello sviluppo dell’elaborazione di Marx che è stata presa in considerazione soltanto da pochissimi interpreti del suo pensiero. Infine, dopo aver trattato del processo contro i comunisti del 1853 (§ VII), evento significativo per opporsi al quale Marx dovette sacrificare preziose energie; nei paragrafi VIII e IX viene passata in rassegna lo sviluppo della sua posizione, negli articoli redatti per il New-York Tribune [La tribuna di New York], rispetto alla possibilità dello scoppio di una crisi economica durante gli anni Cinquanta. Tale avvenimento coincise con l’inizio della stesura dei [Grundrisse], nei quali Marx, occupandosi della relazione tra denaro e valore, del processo di produzione e circolazione del capitale e concependo, per la prima volta, il concetto di plusvalore, rielaborò criticamente gli approfonditi studi condotti nel corso degli anni precedenti. In appendice, infine, una tabella ricostruisce l’ordine cronologico della stesura dei quaderni di estratti, dei manoscritti e delle opere di economia politica del periodo 1843 – 1858.

II. L’incontro con l’economia politica
L’economia politica non fu la prima passione intellettuale di Karl Marx. L’incontro con questa materia, che ai tempi della sua giovinezza era appena agli albori in Germania, avvenne, infatti, solo dopo quello con diverse altre discipline. Nato a Treviri nel 1818, in una famiglia di origini ebraiche, dal 1835 Marx studiò, dapprima, diritto alle università di Bonn e Berlino, per volgere, poi, il suo interesse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana al tempo dominante, e laurearsi all’università di Jena, nel 1841, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Completati gli studi, Marx avrebbe voluto intraprendere la carriera universitaria, ma, poiché dopo la salita al trono di Federico Guglielmo IV, la filosofia hegeliana non godeva più del favore del governo prussiano, egli, avendo aderito al movimento dei Giovani Hegeliani, dovette cambiare i propri progetti.

Tra il 1842 e il 1843, si diede all’attività pubblicistica e collaborò con il quotidiano di Colonia la Rheinische Zeitung, del quale divenne rapidamente giovanissimo redattore capo. Tuttavia, poco tempo dopo l’inizio della sua direzione e la pubblicazione di alcuni suoi articoli, nei quali, seppure soltanto dal punto di vista giuridico e politico, aveva iniziato a occuparsi di questioni economiche [7] , la censura colpì il giornale e Marx decise di interrompere questa esperienza “per ritirar[s]i dalla scena pubblica alla stanza da studio” [8] . Si dedicò, così, agli studi sullo Stato e le relazioni giuridiche, nei quali Hegel era un’autorità, e in un manoscritto del 1843, pubblicato postumo con il titolo [Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto], avendo maturato la convinzione che la società civile fosse la base reale dello Stato politico, sviluppò le primissime formulazioni circa la rilevanza del fattore economico nell’insieme dei rapporti sociali.

Marx diede inizio a uno “scrupoloso studio critico dell’economia politica”  [9] solo dopo il trasferimento a Parigi, dove, nel 1844, fondò e co-diresse la rivista Deutsch-französische Jahrbücher [10] . Da quel momento in poi, le sue indagini, fino ad allora di carattere prevalentemente filosofico, storico e politico, si indirizzarono verso questa nuova disciplina che divenne il fulcro delle sue future ricerche. A Parigi, Marx avviò una grande mole di letture e da esse ricavò nove quaderni di estratti e appunti [11] . Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta poi per tutta la vita, di compilare riassunti dalle opere che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano [12] .

I cosiddetti [Quaderni di Parigi] sono particolarmente interessanti perché tra i libri maggiormente compendiati figuravano il Trattato di economia politica di Jean-Baptiste Say e La ricchezza delle nazioni di Adam Smith [13] , testi dai quali Marx assimilò le nozioni basilari di economia, così come i Principi di economia politica di David Ricardo e gli Elementi di economia politica di James Mill [14] , che gli diedero, invece, la possibilità di sviluppare le prime valutazioni rispetto ai concetti di valore e prezzo e alla critica del denaro quale dominio della cosa estraniata sull’uomo.

Parallelamente a questi studi, Marx redasse altri tre quaderni, pubblicati postumi con il titolo di [Manoscritti economico-filosofici del 1844], nei quali dedicò particolare attenzione al concetto di lavoro alienato (entäusserten Arbeit). Differentemente dai principali economisti e da Georg W. F. Hegel, il fenomeno per il quale l’oggetto prodotto dall’operaio si contrappone a lui stesso “come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce” [15]  , venne considerato da Marx, non come una condizione naturale e, dunque, immutabile, ma quale caratteristica di una determinata struttura di rapporti produttivi e sociali: la moderna società borghese e il lavoro salariato.

L’intenso lavoro condotto da Marx durante questo periodo è comprovato anche dalle testimonianze di quanti lo frequentarono al tempo. Riferendosi alla fine del 1844, il giornalista radicale Heinrich Bürgers sostenne che: “Marx aveva avviato sin da allora approfondite ricerche nel campo dell’economia politica e accarezzava il progetto di scrivere un’opera critica in grado di formare una nuova costituzione della scienza economica” [16] . Anche Friedrich Engels, che aveva conosciuto Marx nell’estate del 1844 e stretto con lui un’amicizia e un sodalizio teorico e politico destinati a durare per il resto delle loro esistenze, nella speranza che una stagione di rivolgimenti sociali fosse alle porte, esortò Marx, sin dalla prima lettera di quel loro carteggio protrattosi per un quarantennio, a dare alla luce in fretta la sua opera: “fa ora in modo che il materiale che hai raccolto venga lanciato presto per il mondo. Il tempo stringe maledettamente” [17] .

Tuttavia, la consapevolezza dell’insufficienza delle sue conoscenze impedì a Marx di completare e pubblicare i suoi manoscritti. Inoltre, nell’autunno del 1844, egli si dedicò, proprio assieme a Engels [18] , alla stesura de La sacra famiglia. Critica della critica critica contro Bruno Bauer e soci, uno scritto polemico, pubblicato nel 1845, nei confronti di Bauer e di altri esponenti della Sinistra Hegeliana, movimento dal quale Marx aveva preso le distanze già nel 1842, ritenendo che i suoi membri fossero dediti esclusivamente a sterili battaglie di concetti e rinchiusi nell’isolamento speculativo.

Concluso questo lavoro, al principio del 1845, Engels si rivolse nuovamente all’amico invitandolo a ultimare lo scritto in preparazione:

“guarda di portare a termine il tuo libro di economia politica; anche se tu dovessi rimanere scontento di molte cose, non fa niente, gli animi sono maturi, e dobbiamo battere il ferro finché è caldo. (…) ora non c’è tempo da perdere. Fa perciò in modo di essere pronto prima dell’aprile; fa come faccio io, stabilisci un termine di tempo entro il quale sei effettivamente deciso a finire, e pensa a stampar presto” [19].

Queste sollecitazioni servirono però a ben poco. L’ancora stentata conoscenza dell’economia politica indusse Marx a proseguire gli studi, anziché tentare di dare forma compiuta ai suoi abbozzi. Ad ogni modo, sorretto dalla convinzione di poter dare alla luce il suo scritto in breve tempo, il 1 febbraio del 1845, dopo che gli era stato intimato di lasciare la Francia a causa della sua collaborazione con il bisettimanale operaio di lingua tedesca Vorwärts!, egli firmò un contratto con l’editore di Darmstadt Karl Wilhelm Leske, per la pubblicazione di un’opera in due volumi da intitolarsi “Critica della politica e dell’economia politica” [20].

III. Il proseguimento degli studi di economia
Dal febbraio del 1845, Marx si trasferì a Bruxelles, città nella quale gli fu consentito di risiedere a patto di non pubblicare “nessuno scritto sulla politica del giorno” [21] , e dove rimase, assieme alla moglie Jenny von Westphalen e alla prima figlia, Jenny, nata a Parigi nel 1844, fino al marzo del 1848. Durante questi tre anni, e in particolar modo nel 1845, egli proseguì produttivamente gli studi di economia politica. Nel marzo di quell’anno, infatti, egli lavorò a una critica, senza riuscire però a completarla, dell’opera Il sistema nazionale dell’economia politica dell’economista tedesco Friedrich List [22] . Inoltre, dal febbraio al luglio, redasse sei quaderni di estratti, i cosiddetti [Quaderni di Bruxelles], riguardanti soprattutto lo studio dei concetti basilari dell’economia politica, nei quali riservò particolare spazio agli Studi sull’economia politica di Sismonde de Sismondi, al Corso di economia politica di Henri Storch e al Corso di economia politica di Pellegrino Rossi.

Contemporaneamente, Marx si dedicò anche alle questioni legate ai macchinari e alla grande industria e ricopiò diverse pagine dell’opera Sull’economia delle macchine e delle manifatture di Charles Babbage [23] . In questo periodo, egli progettò, insieme con Engels, di organizzare anche la traduzione in lingua tedesca di una “Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri” [24] . Tuttavia, non avendo trovato il sostegno finanziario di nessun editore e non disponendo di molto tempo libero, essendo entrambi impegnati innanzitutto con i propri lavori, Marx ed Engels dovettero abbandonare questo proposito. Nei mesi di luglio e agosto, Marx soggiornò a Manchester, al fine di prendere in esame la vasta letteratura economica inglese, la cui consultazione riteneva indispensabile per scrivere il libro che aveva in cantiere.

Redasse così altri nove quaderni di estratti, i [Quaderni di Manchester], e, di nuovo, tra i testi maggiormente compendiati vi furono manuali di economia politica e libri di storia economica, tra i quali leLezioni sugli elementi di economia politica di Thomas Cooper, Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, la Letteratura di economia politica di John Ramsay McCulloch e i Saggi su alcuni problemi insoluti di economia politica di John Stuart Mill [25] . Marx s’interessò molto anche alle questioni sociali e raccolse estratti da alcuni dei principali volumi della letteratura socialista anglosassone, in particolare da I mali del lavoro e il rimedio del lavoro di John Francis Bray e dal Saggio sulla formazione del carattere umano e Il libro del nuovo mondo morale di Robert Owen [26] . Dello stesso argomento trattava, inoltre, La sitazione della classe operaia in Inghilterra, la prima opera di Engels, apparsa proprio nel giugno del 1845.

Nella capitale belga, oltre a proseguire gli studi economici, Marx lavorò anche a un altro progetto, che ritenne necessario realizzare a causa delle circostanze politiche che erano nel frattempo maturate. Nel novembre del 1845, infatti, pensò di scrivere con Engels, Joseph Weydemeyer e Moses Heß, una “critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, B. Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi vari profeti” [27] . Il testo, che fu dato alle stampe postumo col titolo di [L’ideologia tedesca], si prefiggeva, da una parte, di combattere le ultime forme di neohegelismo comparse in Germania (il libro L’unico e la sua proprietà di Max Stirner era stato dato alle stampe nell’ottobre del 1844) e, da un’altra, come Marx scrisse all’editore Leske, di “preparare il pubblico al punto di vista della [sua] Economia (Oekonomie), la quale si contrappone[va] risolutamente a tutta la scienza tedesca sviluppatasi fino a ora” [28] . Questo scritto, la cui lavorazione si protrasse fino al giugno del 1846, non fu però mai portato a termine, anche se servì a Marx per elaborare, con maggiore chiarezza rispetto al passato, seppure non in modo definitivo, quella che Engels definì, 40 anni dopo, “la concezione materialistica della storia” [29].

Per avere notizie sul progresso della “Economia” durante l’anno 1846 occorre, ancora una volta, esaminare le lettere indirizzate a Leske. Nell’agosto di quell’anno, Marx aveva dichiarato all’editore che “il manoscritto quasi concluso del primo volume”, ovvero quello che, secondo i suoi nuovi piani, avrebbe dovuto contenere la parte più teorica e politica, era già disponibile “da tanto tempo”, ma che egli non l’avrebbe fatto “stampare senza sottoporlo ancora una volta a una revisione di contenuto e di stile. Si capisce che un autore, il quale continua a lavorare per sei mesi, non può lasciare stampare letteralmente ciò che ha scritto sei mesi prima”. Ciò nonostante, egli s’impegnò a concludere presto il libro: “la revisione del primo volume sarà pronta per la stampa alla fine di novembre. Il secondo volume, che ha un carattere più storico, potrà seguire immediatamente” [30] . Le notizie fornite non rispondevano, però, al reale stato del suo lavoro, poiché nessuno dei suoi manoscritti del tempo poteva essere definito come “quasi concluso” e, infatti, quando l’editore non se ne vide consegnare nessuno neanche al principio del 1847, decise di rescindere il contratto.

Questi continui ritardi non vanno però attribuiti a uno scarso impegno da parte di Marx. In quegli anni, egli non rinunciò mai all’attività politica e, nella primavera del 1846, fu promotore di un «Comitato comunista di corrispondenza», nato per organizzare un collegamento tra le varie leghe operaie in Europa. Tuttavia, il lavoro teorico restò per lui sempre una priorità e a conferma di ciò vi sono le testimonianze di coloro che lo frequentarono. Il poeta tedesco Georg Weerth, ad esempio, scrisse nel novembre del 1846:

“Marx è considerato, in un certo senso, il capo del partito comunista. Molti dei sedicenti comunisti e socialisti, però, si stupirebbero molto se sapessero con precisione cosa fa veramente quest’uomo. Marx lavora infatti giorno e notte per snebbiare la testa degli operai d’America, Francia, Germania, etc. dai sistemi balzani che ora la offuscano (…). Lavora come un pazzo alla sua storia dell’economia politica. Quest’uomo dorme da molti anni non più di quattro ore per notte” [31].

Le prove del grande impegno di Marx sono documentate anche dagli appunti di studio e dagli scritti allora pubblicati. Dall’autunno del 1846 al settembre del 1847, egli riempì tre voluminosi quaderni di estratti, inerenti in gran parte la storia economica, dal testo Rappresentazione storica del commercio, dell’attività commerciale e dell’agricoltura dei più importanti Stati commerciali dei nostri tempi di Gustav von Gülich [32] , uno dei principali economisti tedeschi del tempo. Inoltre, nel dicembre del 1846, dopo aver letto il libro Sistema delle contraddizioni economiche, o filosofia della miseria di Pierre-Joseph Proudhon e averlo trovato “cattivo, anzi pessimo” [33] , Marx decise di scriverne una critica. Redatta direttamente in francese, affinché il suo antagonista, che non parlava tedesco, potesse intenderla, l’opera fu terminata nell’aprile del 1847 e stampata in luglio con il titolo Miseria della filosofia. Risposta a Pierre-Joseph Proudhon. Si trattò del primo scritto di economia politica pubblicato da Marx e nelle sue pagine vi furono esposte le sue convinzioni del momento circa la teoria del valore, l’approccio metodologico più corretto da utilizzare per intendere la realtà sociale e la transitorietà storica dei modi di produzione.

Il motivo del mancato completamento dell’opera progettata – la critica dell’economia politica – non è attribuibile, dunque, alla mancanza di concentrazione da parte di Marx, bensì alla difficoltà del compito che egli si era assegnato. L’argomento che si era prefisso di sottoporre ad esame critico era molto vasto e affrontarlo con la serietà e la coscienza critica di cui egli era dotato avrebbe significato lavorare duramente ancora per molti anni. Anche se non ne era consapevole, infatti, alla fine degli anni Quaranta Marx era appena all’inizio delle sue fatiche.

IV. Il 1848 e lo scoppio della rivoluzione
Nella seconda metà del 1847 il fermento sociale s’intensificò e l’impegno politico di Marx divenne, conseguentemente, più gravoso. In giugno venne fondata a Londra la «Lega dei Comunisti», associazione di operai e artigiani tedeschi con diramazioni internazionali; in agosto Marx ed Engels costituirono l’«Associazione operaia tedesca», un centro che riuniva gli operai tedeschi di Bruxelles; e, in novembre, Marx divenne vicepresidente dell’«Associazione democratica di Bruxelles», organizzazione che univa un’area rivoluzionaria a lui collegata e una componente democratica più moderata. Alla fine dell’anno, inoltre, la «Lega dei Comunisti» incaricò Marx ed Engels di redigere un programma politico e così, poco dopo, nel febbraio del 1848, fu dato alle stampe il Manifesto del Partito Comunista. Il suo incipit, “uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo”, divenne celebre quanto una delle sue tesi di fondo: “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi” [34] .

La pubblicazione del Manifesto Comunista non avrebbe potuto essere più tempestiva. Immediatamente dopo la sua comparsa, infatti, uno straordinario movimento rivoluzionario, il più grande mai manifestatosi fino ad allora per diffusione e intensità, sorse in tutto il continente europeo, mettendo in crisi il suo ordine politico e sociale. I governi in carica presero tutte le contromisure possibili per porre fine alla situazione e, nel marzo del 1848, quello belga espulse Marx, che si recò in Francia, dove era stata da poco proclamata la repubblica. Date le circostanze, egli mise naturalmente da parte gli studi di economia politica e si diede all’attività giornalistica per sostenere la rivoluzione e contribuire a tracciare la giusta linea politica da adottare.

In aprile egli si spostò in Renania, la regione economicamente più sviluppata e politicamente più liberale della Germania e, dal mese di giugno, diresse il quotidiano Nuova Gazzetta Renana. Organo della democrazia, che, nel frattempo, era riuscito a fondare a Colonia. Anche se la maggior parte dei suoi articoli si concentrarono sulla cronaca degli avvenimenti politici, nell’aprile del 1849 egli pubblicò una serie di editoriali aventi per tema la critica dell’economia politica, poiché riteneva fosse giunto il “tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici sui quali si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo dominio di classe, quanto la schiavitù degli operai” [35] . Basati su alcuni appunti redatti per delle conferenze tenute, nel dicembre 1847, alla «Associazione operaia tedesca» di Bruxelles, apparvero, così, cinque articoli dal titolo Lavoro salariato e capitale, in cui Marx espose al pubblico, più estesamente che in passato e in un linguaggio il più possibile comprensibile agli operai, le sue concezioni circa lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.

Tuttavia, il movimento rivoluzionario sorto in Europa nel 1848 venne sconfitto in fretta. La ripresa economica; la debolezza della classe operaia, in alcuni paesi appena strutturata; e la svolta moderata delle classi medie, che dopo aver sostenuto una politica di riforme si riavvicinarono all’aristocrazia per sventare la possibilità di un esito troppo radicale degli avvenimenti, permisero alle forze politiche reazionarie di riprendere saldamente le redini del governo degli stati e furono alcune delle cause principali della conclusione autoritaria e conservatrice degli eventi.

In seguito all’intensa attività politica esercitata, nel maggio 1849, Marx ricevette un ordine di espulsione anche dalla Prussia e riparò, ancora una volta, in Francia. Quando, però, la rivoluzione fu definitivamente battuta anche a Parigi, le autorità francesi disposero per Marx l’obbligo di lasciare la capitale e di trasferirsi nel Morbihan, una regione desolata, paludosa e malsana della Bretagna. Davanti a questo “mascherato tentativo di omicidio”, Marx decise di lasciare la Francia per Londra, dove riteneva di avere “concrete prospettive di fondare un giornale tedesco” [36] . Egli sarebbe rimasto in Inghilterra, esule e apolide, per tutto il resto della sua esistenza, ma la reazione europea non avrebbe potuto confinarlo in un posto migliore per scrivere la sua critica dell’economia politica. Al tempo, infatti, Londra era il centro economico e finanziario più importante del mondo, “il demiurgo del cosmo borghese” [37] , e, quindi, il luogo più favorevole dove poter osservare gli sviluppi più recenti del capitalismo e riprendere, proficuamente, gli studi.

V. A Londra aspettando la crisi
Marx giunse in Inghilterra nell’estate del 1849, all’età di 31 anni. La sua vita a Londra non trascorse affatto serenamente. La famiglia Marx, divenuta di sei membri con la nascita di Laura nel 1845, di Edgar nel 1847 e di Guido, poco dopo l’arrivo in città, nell’ottobre del 1849, visse a Soho, uno dei quartieri più poveri e malandati della capitale inglese, e dovette sopravvivere per lungo tempo in condizioni di profonda miseria. Accanto ai problemi familiari, egli fu impegnato anche in un comitato di soccorso per gli emigrati tedeschi, che promosse tramite la «Lega dei Comunisti» e il cui compito fu quello di aiutare i tanti profughi politici giunti a Londra in quel periodo.Nonostante le circostanze avverse, Marx riuscì a realizzare il suo intento di mettere in piedi una nuova impresa editoriale. Dal marzo 1850, diresse la Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue, mensile che nei suoi progetti avrebbe dovuto essere il luogo dove “analizzare diffusamente e scientificamente i rapporti economici che sono alla base di tutta l’attività politica”.

Egli era convinto, infatti, che “un momento di apparente stasi come que[llo doveva] venire utilizzato per far luce sul trascorso periodo rivoluzionario, sul carattere dei partiti in lotta, sui rapporti sociali che determinano l’esistenza e la lotta di tali partiti” [38] . Allora, Marx era certo, seppure in errore, che la situazione in cui si trovava fosse solo un breve interludio tra la rivoluzione che si era appena conclusa e un’altra che sarebbe presto scoppiata. Nel dicembre del 1849, aveva scritto all’amico Weydemeyer: “non ho alcun dubbio che, dopo la pubblicazione di tre, forse due, quaderni mensili [della Nuova Gazzetta Renana, nda], interverrà l’incendio mondiale e sarà sospesa l’occasione di concludere provvisoriamente con l’Economia”.

Egli era sicuro dell’imminente avvento di “un’enorme crisi industriale, agricola e commerciale” [39] e dava per scontato un nuovo movimento rivoluzionario, che si augurava potesse sorgere sorto soltanto dopo lo scoppio della crisi, poiché le condizioni di prosperità industriale e commerciale attenuavano la determinazione delle masse proletarie. In seguito, in Le lotte di classe in Francia, una serie di articoli comparsi sulla Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue, Marx affermò che “una vera rivoluzione (…) è possibile soltanto in periodi in cui (…) le forze produttive moderne e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra loro. (…) Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una, però, è altrettanto sicura quanto l’altra” [40] . Egli non mutò parere neanche dinanzi alla fiorente prosperità economica che cominciò a diffondersi e, nel primo numero della Nuova Gazzetta Renana, quello di gennaio-febbraio, scrisse che la ripresa avrebbe avuto vita breve poiché i mercati delle Indie Orientali erano “ormai praticamente saturi” e ben presto lo sarebbero stati anche quelli del Nord e del Sud America e quello australiano. Dunque:

“al primo sentore di questo fatto si diffonderà il ‘panico’ sia nella produzione che nella speculazione – forse già verso la fine della primavera, o al più tardi in luglio o agosto. Ma questa crisi, per il fatto che dovrà necessariamente coincidere con grandi collisioni sul continente, porterà frutti ben diversi da tutte quelle che l’hanno preceduta. Se, sino ad ora, ogni crisi ha rappresentato il segnale per un nuovo progresso, per una nuova vittoria della borghesia industriale sulla proprietà fondiaria e sulla borghesia finanziaria, questa segnerà l’inizio della rivoluzione inglese moderna” [41] . Anche nel numero successivo, quello di marzo-aprile 1850, Marx sostenne che la positiva congiuntura economica in corso rappresentava solo un miglioramento temporaneo, mentre la sovrapproduzione e l’eccesso di speculazione prodottosi nel settore ferroviario stavano avvicinando l’avvento della crisi, i cui effetti sarebbero stati

“più gravi di quelli di ogni crisi precedente. Essa si verifica, infatti, in coincidenza con la crisi agricola (…). Questa duplice crisi viene accelerata, resa più vasta e pericolosa dalle convulsioni che contemporaneamente incombono sul continente, e, sul continente, le rivoluzioni assumeranno per l’effetto che avrà la crisi inglese sul mercato mondiale, un carattere molto più marcatamente socialista” [42] .

Dunque, lo scenario prospettato da Marx era molto ottimistico per la causa del movimento operaio e riguardava non soltanto i mercati europei, ma anche quelli nordamericani. Egli riteneva, infatti, che “in seguito all’ingresso dell’America nel moto regressivo causato dalla sovrapproduzione, possiamo aspettarci che, nel giro di un mese, la crisi si sviluppi con rapidità ancora maggiore”. Le sue conclusioni furono, quindi, entusiastiche: “la coincidenza di crisi commerciale e rivoluzione (…) diviene sempre più inevitabile. Che il destino si compia!” [43] .

Durante l’estate, egli approfondì l’analisi economica degli anni antecedenti al 1848 e, nel numero della rivista di maggio-ottobre 1850, l’ultimo prima della chiusura causata dall’assenza di risorse finanziarie e dalle vessazioni della polizia prussiana, giunse all’importante conclusione che “la spinta data dalle crisi commerciali alle rivoluzioni del 1848 è stata infinitamente maggiore di quella data dalla rivoluzione alla crisi commerciale” [44] . La crisi economica acquisì definitivamente nel suo pensiero un’importanza fondamentale. Inoltre, analizzando i processi di sovra-speculazione e sovrapproduzione, azzardò una nuova previsione e dichiarò che “se il nuovo ciclo di sviluppo industriale, iniziato nel 1848, seguirà il corso di quello del 1843-47, la crisi scoppierà nel 1852”. Infine, egli ribadì che la futura crisi sarebbe esplosa anche nelle campagne e “per la prima volta una crisi industriale e commerciale coinciderà con una crisi agricola” [45] .

Le previsioni coltivate da Marx per oltre un anno si mostrarono sbagliate. Tuttavia, anche nei momenti in cui egli fu più convinto dell’avvento di un’imminente ondata rivoluzionaria, le sue idee furono comunque molto diverse rispetto alle tesi degli altri leader politici europei esiliati a Londra. Seppure errò le previsioni in merito agli sviluppi della situazione economica del suo tempo, nondimeno Marx considerò indispensabile lo studio di tali rapporti ai fini dell’attività politica. Viceversa, la gran parte dei dirigenti democratici e comunisti a lui contemporanei, che egli definì “alchimisti della rivoluzione”, riteneva che l’unica condizione affinché una rivoluzione potesse risultare vincente fosse sapere semplicemente “la loro congiura [era] sufficientemente organizzata” [46] .

Un esempio di tale concezione fu il manifesto Ai popoli del «Comitato centrale democratico europeo», fondato a Londra, nel 1850, da Giuseppe Mazzini, Alexandre Ledru-Rollin e Arnold Ruge. Secondo Marx, da esso si evinceva l’idea “che la rivoluzione [del 1848 nda] fosse fallita per le ambizioni e le gelosie dei singoli capi e per le opinioni discordi dei vari indottrinatori del popolo”. Inoltre, a suo giudizio, altrettanto “stupefacente” era il modo in cui gli estensori di questo scritto avevano esposto la loro idea di “organizzazione sociale: un correre insieme per le strade, un putiferio, una stretta di mano e il gioco è fatto. Per loro la rivoluzione consiste soprattutto nel rovesciare i governi esistenti: fatto questo si è raggiunta anche ‘la vittoria’ ” [47] .

Diversamente da coloro che si aspettavano una nuova improvvisa rivoluzione, a partire dall’autunno del 1850, Marx si convinse che essa non sarebbe potuta maturare senza una nuova crisi economica mondiale [48] . Da allora in poi, egli si allontanò definitivamente da quanti nutrivano la falsa speranza di un prossimo insorgere della rivoluzione [49] e visse “in assoluto isolamento” [50] . Come scrisse, nel gennaio del 1851, il membro della «Lega dei comunisti» Wilhelm Pieper: “Marx vive molto ritirato, i suoi unici amici sono John Stuart Mill, Loyd, e, quando si va da lui, invece che da complimenti si è accolti con categorie economiche” [51] . Negli anni seguenti, infatti, Marx frequentò pochissimi amici a Londra e mantenne un profondo legame solo con Engels, stabilitosi nel frattempo a Manchester, al quale scrisse nel febbraio 1851: “mi piace molto l’autentico isolamento pubblico in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi” [52] .

Questi, da parte sua, gli rispose: “nelle prossime vicende possiamo e dobbiamo assumere questa posizione (…) critica spietata per tutti”. A suo avviso “la cosa principale [era]: la possibilità di far stampare le nostre cose; o in una rivista trimestrale, in cui attaccare direttamente e consolidare la nostra posizione rispetto a quei personaggi; o in grossi volumi”. Infine, concludeva con certo ottimismo: “che cosa ne sarà di tutte le stupide chiacchiere che la plebaglia degli emigrati può fare sul tuo conto, quando tu risponderai con l’Economia?” [53] Da quel momento in poi, dunque, la sfida si spostò sulla previsione dello scoppio della crisi e per Marx ritornò il tempo, stavolta con un movente politico in più, di dedicarsi di nuovo esclusivamente agli studi di economia politica.

VI. Gli appunti di studio del 1850-1853
Nel corso dei tre anni nei quali aveva dovuto sospendere gli studi di economia politica, si erano succeduti nuovi importanti eventi economici – dalla crisi del 1847 alla scoperta dell’oro in California e Australia – che, per la loro rilevanza, fecero ritenere indispensabile a Marx intraprendere nuove ricerche, anziché ritornare sui vecchi appunti e tentare di dare loro forma compiuta [54] . Le ulteriori letture svolte furono sintetizzate in 26 quaderni di estratti, 24 dei quali, redatti tra il settembre del 1850 e l’agosto del 1853 e contenenti anche compendi di testi afferenti altre discipline, vennero da lui numerati nei cosiddetti [Quaderni di Londra]. Questi studi risultano di grande interesse, poiché documentano un periodo di notevole sviluppo dell’elaborazione di Marx, durante il quale egli non solo riepilogò le vecchie conoscenze, ma, attraverso lo studio approfondito di decine di nuovi volumi, soprattutto in lingua inglese, svolto presso la biblioteca del «British Museum» di Londra, acquisì altre significative nozioni per l’opera che intendeva scrivere.

I [Quaderni di Londra] possono essere suddivisi in tre gruppi. Nei primi sette quaderni (I-VII), redatti tra il settembre del 1850 e il marzo del 1851, tra le numerose opere consultate delle quali Marx eseguì compendi, figurano Una storia dei prezzi di Thomas Tooke, Una visione del sistema monetario di James Taylor, la Storia della moneta di Germani Gernier, le Opere complete sulle banche di Georg Büsch, Un’inchiesta sulla natura e gli effetti del credito cartaceo di Henry Thornton e la Ricchezza delle nazioni di Smith [55] . In particolare, Marx si concentrò sulla storia e le teorie delle crisi economiche e dedicò grande attenzione al rapporto tra la forma di denaro, il credito e le crisi, al fine di comprendere le cause originarie di queste ultime. Diversamente da quei socialisti a lui contemporanei, ad esempio Proudhon, i quali erano certi che le crisi economiche potessero essere evitate mediante la riforma del sistema del denaro e del credito, Marx, viceversa, giunse alla conclusione che, per quanto il sistema creditizio ne fosse una loro condizione, le crisi potevano solo essere aggravate o migliorate da un uso sbagliato o corretto della circolazione monetaria, mentre le loro cause andavano ricercate nelle contraddizioni della produzione [56] .

Al termine di questo primo gruppo di estratti, Marx riassunse le proprie conoscenze in due quaderni, cui non assegnò la numerazione della serie principale, che intitolò [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto] [57] . In questo manoscritto, redatto nella primavera del 1851, Marx ricopiò, e talvolta accompagnò con un proprio commento, quelli che, a suo avviso, erano i brani più significativi sulla teoria del denaro delle maggiori opere di economia politica. Diviso in 91 sezioni, una per ogni libro preso in esame, [Oro monetario] non fu, però, una mera raccolta di citazioni, ma può essere considerato come la prima elaborazione autonoma della teoria del denaro e della circolazione [58] , da utilizzare per la stesura del libro che egli progettava di scrivere ormai già da molti anni.

Proprio in quel periodo, infatti, anche se dovette affrontare momenti terribili dal punto di vista personale, soprattutto per la morte del figlio Guido nel 1850, e sebbene visse in condizioni economiche talmente difficili da essere costretto, persino, ad affidare a balia Franziska, l’ultima figlia nata nel marzo del 1851, Marx non solo riuscì a proseguire il suo lavoro, ma continuò a nutrire la speranza della sua imminente conclusione. Il 2 aprile del 1851 scrisse, infatti, a Engels:

“sono tanto avanti che entro cinque settimane sarò pronto con tutta la merda economica. E fatto ciò, porterò a termine a casa il lavoro sull’Economia e nel [British] Museum mi butterò su di un’altra scienza. Questa roba comincia ad annoiarmi. In fondo, da A. Smith e D. Ricardo in poi, questa scienza non ha più fatto progressi, per quanto molto si sia fatto anche mediante singole ricerche, spesso molto fini (…). Entro un tempo più o meno breve pubblicherò due volumi di 60 fogli di stampa” [59] .

Engels accolse la notizia con grande gioia: “sono contento che tu abbia finalmente finito con l’Economia. La cosa si è trascinata davvero troppo per le lunghe, e finché tu hai ancora da leggere un libro che ritieni importante, non ti metti mai a scrivere” [60] . La lettera di Marx rifletteva, però, più il suo ottimismo circa la auspicata fine dell’opera, che non il vero stato del lavoro. Ad eccezione dei tanti quaderni di estratti, infatti, all’infuori di [Oro monetario], che non poteva certo essere considerato come una bozza pronta per la stampa, egli non redasse nessun altro manoscritto. Indubbiamente, Marx condusse le sue ricerche con grande intensità, ma in quegli anni non riusciva a dominare ancora in tutta la sua ampiezza la materia economica e la sua scrupolosità gli impedì, a dispetto della volontà e della convinzione di potervi riuscire, di andare oltre la stesura dei compendi e dei commenti critici dei testi che leggeva e di redigere, finalmente, il suo libro. L’assenza di un editore non lo spronò, inoltre, a portare a sintesi i suoi studi. Dunque, l’ “Economia” era ben lungi dall’essere completata “entro un tempo più o meno breve”.

Così, Marx tornò a studiare ancora una volta i classici dell’economia politica e, dall’aprile al novembre del 1851, redasse quello che può essere considerato come il secondo gruppo (quaderni VIII – XVI) dei [Quaderni di Londra]. Il quaderno VIII fu quasi interamente realizzato con estratti da Un’inchiesta sui principi di economia politica di Stuart, che egli aveva cominciato a studiare nel 1847, e dai Principi di economia politica di Ricardo. Proprio questi ultimi, redatti durante la composizione di [Oro monetario], costituiscono la parte più importante dei [Quaderni di Londra], poiché sono accompagnati da numerosi commenti critici e riflessioni personali di Marx [61] . Fino alla fine degli anni Quaranta, infatti, egli aveva essenzialmente accettato le teorie di Ricardo, mentre, da questo momento, attraverso un nuovo e approfondito studio delle sue teorie della rendita fondiaria e del valore, ne maturò un parziale superamento [62] .

In questo modo, Marx riconsiderò alcune delle sue precedenti convinzioni relative a queste fondamentali tematiche e fu spinto ad ampliare ulteriormente il raggio delle sue conoscenze e a interrogare ancora altri autori. Nei quaderni IX e X, redatti tra il maggio e il luglio del 1851, si concentrò sugli economisti che si erano occupati delle contraddizioni della teoria di Ricardo e che, su alcuni punti, erano andati oltre le sue concezioni. Così facendo, tra i tanti libri compendiati, realizzò un gran numero di estratti da Una storia dello stato passato e presente della popolazione lavoratrice di John Debell Tuckett, dalla Economia politica popolare di Thomas Hodgskin, da Sull’economia politica di Thomas Chalmers, da Un saggio sulla distribuzione della ricchezza di Richard Jones e dai Principi di economia politica di Henry Charles Carey.

Nonostante l’estensione delle sue ricerche e il crescendo delle questioni teoriche da risolvere, Marx restò ottimista sul completamento del suo scritto e, alla fine di giugno, scrisse all’amico Weydemeyer:

“sono quasi sempre al British Museum dalle nove del mattino alle sette di sera. Il materiale a cui sto lavorando è così maledettamente ramificato che, nonostante tutto l’impegno, non riuscirò a concludere prima di 6-8 settimane. A ciò si aggiungono continui disturbi pratici, inevitabili data la situazione miserabile in cui qui si vegeta. Nonostante tutto la cosa si avvicina alla conclusione” [63] .

Evidentemente, Marx pensava di potere redigere il suo scritto nel giro di due mesi, consultando il vasto materiale di estratti e appunti critici che aveva raccolto. Tuttavia, anche in questa fase, egli non solo non pervenne alla tanto desiderata “conclusione”, ma non riuscì neppure a iniziare il manoscritto da dare alle stampe. Stavolta, la causa principale della mancata realizzazione dell’opera fu la drammatica situazione economica personale. In assenza di un’entrata fissa e stremato della propria condizione, alla fine di luglio scrisse infatti a Engels:

“è impossibile seguitare a vivere così. (…) Avrei finito da tempo con la biblioteca [il lavoro al British Museum, nda]. Ma le interruzioni e i disturbi sono troppo grandi e a casa, dove tutto è sempre in stato d’assedio e fiumi di lacrime mi infastidiscono e mi rendono furente per notti intere, naturalmente non posso fare molto” [64].

In queste circostanze, per migliorare la personale situazione economica, Marx decise di ritornare all’attività giornalistica e si mise alla ricerca di un quotidiano per il quale scrivere. Dall’agosto del 1851, divenne corrispondente europeo del New-York Tribune, il giornale più diffuso degli Stati Uniti d’America, e durante questa collaborazione, protrattasi fino al febbraio del 1862, scrisse centinaia di articoli [65] . In essi, Marx si occupò dei principali eventi politici e diplomatici del tempo, così come di tutte le questioni economiche e finanziarie che si susseguirono, diventando, nel giro di pochi anni, uno stimato giornalista.

Nonostante la ripresa dell’attività giornalistica, gli studi di economia proseguirono anche durante l’estate del 1851. In agosto Marx lesse il libro di Proudhon L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo e accarezzò il progetto, messo successivamente da parte, di scriverne una critica assieme a Engels [66] . Inoltre, egli continuò a realizzare estratti e si dedicò, nel quaderno XI, ad alcuni testi incentrati sulla condizione della classe operaia, per proseguire poi, nei quaderni XII e XIII, con delle ricerche di chimica agraria. Guidato dall’importante relazione che questa disciplina aveva con gli studi sulla rendita fondiaria, realizzò, infatti, molti compendi da La chimica organica nelle sue applicazioni in agricoltura e fisiologia di Justus Liebig e dalle Lezioni su chimica agraria e geologia di James F. W. Johnston.

Nel quaderno XIV, Marx rivolse il suo interesse anche al dibattito sulla teoria della popolazione di Thomas Robert Malthus, in particolare con la lettura del libro I principi della popolazione del suo oppositore Archibald Alison; allo studio dei modi di produzione precapitalistici, come risulta dagli estratti dai testi Economia dei romani di Adolphe J. C. A. D. de la Malle e dai testi Storia della conquista del Messico e Storia della conquista del Perù di William H. Prescott; e al colonialismo, soprattutto attraverso il testo Lezioni sulla colonizzazione e sulle colonie di Herman Merivale [67] . Infine, tra i mesi di settembre e novembre, estese il campo delle sue ricerche anche alla tecnologia, dedicando grande spazio, nel quaderno XV, al libro Storia della tecnologia di Johann H. M. Poppe e, nel quaderno XVI, a diverse altre questioni di economia politica [68] . Come testimonia la lettera a Engels della metà di ottobre, durante questo periodo egli stava “lavorando all’Economia”, approfondendo principalmente gli studi “sulla tecnologia e la sua storia, e sulla agronomia, per avere almeno una specie di idea di queste porcherie” [69] .

Intanto, alla fine del 1851, la casa editrice Löwenthal di Francoforte si dichiarò interessata alla pubblicazione del lavoro di Marx che, nel frattempo, si era esteso. Dalla corrispondenza con Engels e Lassalle, infatti, si deduce che Marx stesse allora lavorando a un progetto in tre volumi: il primo avrebbe dovuto essere dedicato all’esposizione della propria concezione; il secondo alla critica degli altri socialismi; e il terzo alla storia dell’economia politica [70] . L’editore, però, si mostrò inizialmente interessato alla sola pubblicazione del terzo libro, riservandosi di dare alle stampe anche gli altri, in un successivo momento, se il progetto avesse riscosso successo. Engels tentò di persuadere Marx ad accettare il mutamento di piano e concludere un accordo – “[bisogna] battere il ferro finché è caldo (…) è anche assolutamente necessario che sia rotto l’incantesimo della tua lunga assenza dal mercato librario tedesco e della conseguente grande paura degli editori” [71] –, ma l’interesse della casa editrice si volatilizzò e non se ne fece più nulla. Dopo due mesi, infatti, Marx si rivolse all’amico Weydemeyer, negli Stati Uniti, chiedendogli di verificare la possibilità di “trovare lì un editore per la [sua] Economia?” [72] .

Se la ricerca di una casa editrice interessata alla pubblicazione dell’ “Economia” si rivelò sempre più problematica, Marx non perse invece l’ottimismo rispetto all’imminenza della crisi economica e, alla fine del 1851, scrisse a Ferdinand Freiligrath, celebre poeta e amico di vecchia data: “la crisi scoppierà al più tardi il prossimo autunno. E dopo gli ultimi avvenimenti sono più che mai convinto che non ci sarà rivoluzione seria senza crisi commerciale” [73].

Nel frattempo, Marx si dedicò ad altri lavori. Dal dicembre 1851 al marzo 1852, scrisse il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte che, però, a causa della censura vigente in Prussia nei confronti dei suoi scritti, dovette uscire a New York, sulla rivista Die Revolution diretta da Weydemeyer, ed ebbe una scarsissima diffusione. A tal riguardo, alla fine del 1852, Marx commentò col conoscente Gustav Zerfii: “oggi in Germania non v’è editore che osi stampare roba mia” [74]. Inoltre, tra il maggio e il giugno del 1852, Marx scrisse insieme con Engels I grandi uomini dell’esilio, un testo polemico contro alcuni degli esponenti prussiani più in vista (Johann Gottfried Kinkel, Ruge, Karl Heinzen e Gustav von Struve) della rivoluzione del 1848-49 che operavano nell’ambiente dell’immigrazione politica tedesca a Londra. Anche in questo caso, però, la ricerca della casa editrice si rivelò un insuccesso e rese vane le sue fatiche: affinché potesse arrivare in Germania, il manoscritto fu dato all’esule ungherese János Bangya, in realtà un agente segreto della polizia, che, invece di portare il testo all’editore, lo consegnò alle forze dell’ordine prussiano. Lo scritto rimase, così, inedito durante la vita dei suoi due autori.

Dall’aprile del 1852 all’agosto del 1853, Marx riprese anche la compilazione degli estratti e redasse il terzo e ultimo gruppo (quaderni XVII – XXIV) dei [Quaderni di Londra] [75] . In essi, si occupò soprattutto delle diverse fasi di sviluppo della società, dedicando gran parte dei suoi studi ad argomenti storici, legati principalmente al medioevo europeo, alla storia della letteratura, della cultura e dei costumi. Inoltre, egli prestò un interesse particolare all’India, poiché, nello stesso periodo, scrisse diversi articoli su tale argomento per la New-York Tribune.

Come dimostra l’ampio spettro delle ricerche effettuate, il detto quandoque bonus dormitat Homerus non faceva certo al caso di Marx. Gli ostacoli alla realizzazione dei suoi progetti derivarono, piuttosto, ancora una volta dalla miseria, contro la quale dovette combattere anche in quegli anni. Nonostante il costante aiuto di Engels, che dal 1851 aveva cominciato a inviargli cinque sterline al mese, e gli introiti ricavati dalla collaborazione con la New-York Tribune, che gli pagava due sterline per articolo, Marx visse in condizioni davvero disperate. Oltre ad aver dovuto affrontare la perdita di un’altra figlia, Franziska, scomparsa nell’aprile 1852, la sua vita divenne una vera e propria battaglia quotidiana. Nel settembre del 1852, scrisse infatti a Engels:

“da otto a dieci giorni ho nutrito la famiglia con pane e patate, ed è anche dubbio che io riesca a scovarne oggi (…) La cosa migliore e più desiderabile che potrebbe accadere sarebbe che la padrona di casa mi cacciasse di casa. Perlomeno in tal caso mi libererei di un debito di 22 sterline. (…) Inoltre il fornaio, il lattaio, quello del tè, il verduraio e ancora un vecchio debito col macellaio. Come devo fare a farla finita con tutta questa merda del diavolo? Finalmente negli ultimi otto o dieci giorni ho preso in prestito qualche scellino (…) era necessario per non crepare” [76] .

Tale condizione incise profondamente sul lavoro di Marx e sui suoi tempi: “spesso debbo perdere l’intera giornata per avere uno scellino. Ti assicuro che, quando considero i dolori di mia moglie e la mia personale impotenza, manderei tutto al diavolo” [77] . A volte la situazione raggiunse livelli insostenibili, ad esempio nell’ottobre del 1852, quando egli scrisse a Engels: “ieri ho impegnato il vestito che mi feci a Liverpool per comprare della carta da scrivere” [78] .

Comunque, a tenere alto il morale di Marx rimanevano sempre le tempeste dei mercati ed egli ne scrisse, infatti, nelle lettere indirizzate a tutti gli amici più vicini. Con grande autoironia, nel febbraio del 1852, aveva dichiarato a Lassalle: “la crisi finanziaria infine ha raggiunto un culmine paragonabile solo alla crisi commerciale che adesso si fa sentire a New York e a Londra. Purtroppo io, a differenza di dei signori commercianti, non ho neppure la risorsa della bancarotta” [79] . Ancora, in aprile, aveva detto a Weydemeyer che, a causa di circostanze straordinarie quali le scoperte dei nuovi giacimenti d’oro in California e Australia e la penetrazione commerciale degli inglesi in India, “può darsi che la crisi si faccia attendere fino al 1853. Ma poi l’esplosione sarà terribile. Fino a quel momento non c’è da pensare a convulsioni rivoluzionarie” [80] . A Engels, infine, nell’agosto del 1852, subito dopo i fallimenti seguiti alla speculazione negli Stati Uniti, aveva trionfalmente comunicato: “non è questa la crisi imminente? La rivoluzione potrebbe venire prima di quanto desideriamo” [81] .

Del resto, Marx non si limitò a esprimere queste valutazioni solo nel suo carteggio, ma ne scrisse anche sul New-York Tribune. Nell’articolo del novembre 1852 Pauperismo e libero scambio, infatti, commentando il grande flusso degli investimenti industriali in corso, aveva affermato: “la crisi assumerà un carattere assai più pericoloso che nel 1847, quando ha avuto un carattere commerciale e finanziario più che non industriale”, poiché “quanto più il capitale eccedente si concentra nella produzione industriale, (…) tanto più massiccia sarà la crisi e tanto più a lungo ricadrà sulla masse lavoratrici” [82] . Insomma, forse bisognava attendere ancora un po’, ma egli era convinto che, prima o poi, l’ora della riscossa sarebbe giunta.

VII. Il processo contro i comunisti e gli stenti personali
Intanto, nell’ottobre del 1852, il governo prussiano avviò un processo nei confronti di alcuni membri della «Lega dei comunisti» messi agli arresti l’anno precedente. Gli imputati furono accusati di fare parte di un’organizzazione internazionale di cospiratori contro la monarchia prussiana guidata da Marx. Per dimostrare l’infondatezza delle accuse, dall’ottobre al dicembre del 1852, egli si mise a “lavorare per il partito contro le macchinazioni del governo” [83] e scrisse le Rivelazioni sul processo contro i comunisti a Colonia. Pubblicato anonimo in Svizzera nel gennaio del 1853, l’opuscolo non sortì, però, l’effetto desiderato, poiché gran parte delle copie stampate furono sequestrate dalla polizia prussiana e la sua diffusione, in misura esigua, fu possibile solo negli Stati Uniti, dove comparve prima a puntate sul Neue-England-Zeitung di Boston e poi come singolo opuscolo. A questo ennesimo fallimento editoriale, Marx reagì con comprensibile scoraggiamento: “in queste condizioni non si deve perdere la voglia di scrivere? Lavorare sempre per il re di Prussia!” [84]

In realtà, diversamente dalla ricostruzione orchestrata dai pubblici ministeri prussiani, in quel periodo Marx era molto isolato politicamente. Con lo scioglimento della «Lega dei comunisti», ufficializzato alla fine del 1852, ma di fatto già avvenuto nel 1851, i suoi contatti politici si erano molto ridotti. Quello che le polizie internazionali e gli avversari politici definivano il “partito Marx” [85] non era composto che da pochi militanti. In Inghilterra, oltre a Engels, potevano essere considerati “marxiani” [86] soltanto Pieper, Wilhelm Wolff, Wilhelm Liebknecht, Peter Imandt, Ferdinand Wolff ed Ernst Dronke. Al di fuori della Gran Bretagna, ove si erano rifugiati la maggior parte degli esuli politici, Marx aveva rapporti stretti solo con Weydemeyer e Cluss negli Stati Uniti, Richard Reinhardt a Parigi e Lassalle in Prussia e sapeva bene che, se quelle relazioni consentivano di tenere comunque in piedi una rete in tempi assai difficili: “tutto ciò non era, però, un partito” [87] .

Inoltre, anche questa ristretta cerchia di militanti non solo faceva fatica a comprendere alcune posizioni politiche e teoriche di Marx, ma gli procurava, spesso, più svantaggi che benefici. In queste occasioni a Marx non restava altro se non lo sfogo con Engels: “fra le tante cose sgradevoli che io sopporto qui da anni, le peggiori mi sono state regolarmente procurate da cosiddetti compagni di partito. (…) Ho intenzione di dichiarare pubblicamente alla prima occasione che io non ho niente a che fare con nessun partito” [88] . Infine, diversamente dagli altri leader dell’immigrazione politica, Marx si era sempre rifiutato di aderire ai comitati internazionali esistenti, nei quali si trascorreva il tempo a fantasticare sul prossimo avvento della rivoluzione e, tra i membri delle altre organizzazioni, aveva mantenuto rapporti soltanto con Ernest Charles Jones, il rappresentante più significativo della sinistra del movimento cartist.

Il reclutamento di nuovi militanti, e specialmente il coinvolgimento dei lavoratori alle sue concezioni, era, dunque, una questione tanto importante quanto complicata e l’opera che Marx aveva in cantiere sarebbe dovuta servire anche per questo fine. Era una necessità sia teorica che politica. Nel marzo del 1853, Engels gli scrisse infatti:

“tu dovresti finire la tua Economia, poi, appena avremo un giornale, potremmo stamparla in numeri settimanali e quello che il popolo non capisce lo esporranno bene o male, ma ciò nonostante non senza effetto, i discepoli. Con ciò sarebbe data una base di discussione per tutte le nostre associazioni che si ricostruiranno poi” [89] .

Tuttavia, nonostante avesse preannunciato a Engels “in aprile verrò un po’ da te per parlare (…) sugli attuali avvenimenti che secondo la mia opinione dovranno portarci presto a un terremoto” [90] , in questo frangente non riuscì a dedicarsi al suo scritto a causa della miseria che lo attanagliava. Nel 1853, il quartiere di Soho fu l’epicentro della nuova epidemia di colera che colpì Londra e la condizione della famiglia Marx si fece sempre più disperata. In quell’estate, Marx comunicò a Engels: “vari creditori (…) assaltano la casa” e, per questo motivo, “tre quarti della giornata passano alla caccia di un penny” [91] . Per sopravvivere, egli e sua moglie Jenny furono costretti a recarsi spesso al monte di pietà, per impegnare i pochi vestiti o oggetti di valore rimasti in una casa dove mancavano “persino i mezzi per le cose più necessarie” [92] . In queste circostanze, i guadagni derivanti dagli articoli giornalistici divennero sempre più indispensabili, seppure dedicarvisi sottraeva tempo prezioso a Marx, che, alla fine di quell’anno, si rammaricò con l’amico Cluss della situazione:

“avevo sempre sperato di riuscire a ritirarmi in solitudine per un paio di mesi e poter lavorare a fondo alla mia Economia. Sembra che non ci riuscirò. Il continuo scrivere per i giornali mi infastidisce. Mi prende troppo tempo, mi fa disperdere le forze e, in fin dei conti, è un bel nulla. Indipendenti quanto si vuole, si è sempre legati al giornali e al pubblico, specialmente quando si riceve pagamento in contanti come me. Lavori puramente scientifici sono qualcosa di totalmente diverso” [93] . Anche quando dovette fare fronte a ogni costo alle necessità, il suo pensiero restò, dunque, fortemente ancorato alla “Economia”.

VII. Gli articoli sulla crisi per il New-York Tribune
Anche in quella fase, la crisi economica continuò a essere uno dei temi costanti degli interventi di Marx sul New-York Tribune. Nell’articolo Rivoluzione in Cina e in Europa, del giugno 1853, mettendo in relazione la ribellione antifeudale cinese, cominciata nel 1851, con la situazione economica generale, Marx espresse, ancora una volta, la sua convinzione che presto sarebbe arrivato “il momento in cui l’espansione dei mercati non [avrebbe] pot[uto] tenere il passo con l’espansione delle manifatture inglesi e questa sfasatura [avrebbe] provoca[to] inevitabilmente una nuova crisi, come è già accaduto in passato” [94] . A suo giudizio, infatti, in seguito alla ribellione antifeudale, nel grande mercato cinese si sarebbe verificata un’improvvisa contrazione che avrebbe fatto “scoccare la scintilla nella polveriera satura dell’attuale sistema industriale, provocando l’esplosione della crisi generale lungamente preparata, che si propagherà all’estero e sarà seguita a breve distanza da rivoluzioni politiche sul continente” [95] . Marx non guardava certo al processo rivoluzionario in modo deterministico, ma era oramai certo che la crisi fosse una condizione imprescindibile per il suo compimento:

“dall’inizio del XVIII secolo, non c’è stata rivoluzione seria in Europa che non sia stata preceduta da una crisi commerciale e finanziaria. Ciò vale per la rivoluzione del 1789 non meno che per quella del 1848. (…) Né guerre né rivoluzioni potranno sconvolgere l’Europa, se non come conseguenza di una crisi generale commerciale e industriale, il cui segnale, come al solito, dovrebbe essere dato dall’Inghilterra, che rappresenta l’industria europea sul mercato mondiale.” [96] .

Tale convinzione fu ribadita, alla fine di settembre, nell’articolo Attività politica – In Europa scarseggia il pane:

“né le declamazioni dei demagoghi, né le frottole dei diplomatici spingeranno gli eventi a una crisi, ma i disastri economici e i sommovimenti sociali che si stanno avvicinando sono sicuri segni premonitori della rivoluzione europea. A partire dal 1849 la prosperità industriale e commerciale ha rappresentato il divano su cui la controrivoluzione ha dormito indisturbata” [97] .

Tracce dell’ottimismo con cui Marx attendeva i futuri eventi si ritrovano anche nel carteggio con Engels, al quale, sempre in settembre, scrisse: “le cose marciano meravigliosamente. In Francia ci sarà un crac terribile quando tutto l’edificio di frodi finanziarie crollerà” [98] . Tuttavia, neppure in quella circostanza, la crisi scoppiò ed egli, per non rinunciare all’unica fonte di guadagno, concentrò le sue energie su altri lavori giornalistici.

Tra l’ottobre e il dicembre del 1853, scrisse, infatti, una serie di articoli intitolati Lord Palmerston, nei quali criticò la politica estera di Henry John Temple, per lungo tempo ministro degli esteri e futuro primo ministro inglese. Apparsi sulla New-York Tribune negli Stati Uniti e sul periodico cartista The People’s Paper in Inghilterra, essi furono pubblicati anche in forma di opuscolo ed ebbero una grande diffusione e risonanza. Inoltre, tra l’Agosto e il Novembre del 1854, Marx realizzò una serie di articoli su La rivoluzione in Spagna, nei quali, in seguito alla sollevazione civile e militare avvenuta in giugno, riassunse e commentò i principali avvenimenti della storia spagnola degli ultimi decenni. Egli si dedicò con grande serietà anche a questi lavori, per la cui preparazione redasse, tra il settembre del 1853 e il gennaio del 1855, nove voluminosi quaderni di estratti, dei quali i primi quattro, incentrati sulla storia diplomatica, furono alla base di Lord Palmerston, mentre gli altri cinque, dedicati alla storia politica, sociale e culturale spagnola, inclusero le ricerche condotte per la realizzazione di La rivoluzione in Spagna [99] .

Finalmente, tra la fine del 1854 e l’inizio del 1855, Marx riprese gli studi di economia politica. Tuttavia, avendo sospeso le ricerche per tre anni, prima di proseguire il lavoro, decise di rileggere i suoi vecchi manoscritti. Alla metà di febbraio del 1855, scrisse, infatti, a Engels:

“per quattro o cinque giorni sono stato impossibilitato a scrivere per una forte infiammazione agli occhi. (…) Mi sono preso questo male agli occhi rileggendomi tutti i miei appunti di economia politica, se non per dare l’ultima mano a tutta la faccenda, in ogni caso per essere padrone del materiale e averlo pronto per la stesura definitiva” [100] .

A questa rilettura seguirono 20 pagine di nuove annotazioni, cui Marx diede il titolo di [Citazioni. Essenza del denaro, essenza del credito, crisi]. Esse furono estratti dagli estratti già realizzati nel corso degli anni passati, nei quali, ritornando su testi già studiati (ad es. quelli di Tooke, John Stuart Mill e Steuart) e su alcuni articoli da The Economist, egli riepilogò ulteriormente le teorie dei principali economisti politici su denaro, credito e crisi, che aveva cominciato a studiare a partire dal 1850 [101] .

In questo stesso periodo, Marx ritornò a occuparsi anche della recessione economica per il New-York Tribune. Nel gennaio del 1855, nell’articolo La crisi commerciale in Gran Bretagna, scrisse con tono soddisfatto: “la crisi commerciale inglese, dei cui sintomi premonitori è stata fatta la cronaca molto tempo fa nei nostri articoli, è ora un fatto fortemente proclamato dalle più alte autorità in questo campo” [102] . E due mesi più tardi affermò nell’articolo La crisi in Inghilterra:

“tra qualche mese la crisi sarà a un punto che non raggiungeva in Inghilterra dal 1846, forse dal 1842. Quando i suoi effetti cominceranno a farsi sentire appieno tra le classi lavoratrici, si risveglierà quel movimento politico che per sei anni ha sonnecchiato. (…) Allora i due veri partiti antagonisti del paese si ritroveranno faccia a faccia: la classe media e le classi lavoratrici, la borghesia e il proletariato” [103] .

Tuttavia, proprio quando pareva essere nuovamente sul punto di riprendere la stesura della “Economia”, ancora una volta le difficoltà personali alterarono i suoi piani. Nell’aprile del 1855, Marx dovette affrontare la morte del figlio Edgar di otto anni. Egli fu profondamente sconvolto da questa perdita e confidò a Engels:

“ho già sofferto ogni sorta di guai, ma solo ora so che cosa è che cosa sia una vera sventura. (…) Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di ragionevole, mi hanno tenuto su” [104] .

Anche durante tutto il 1855, la salute e le condizioni economiche di Marx e della sua famiglia, aumentata con la nascita di Eleanor in gennaio, rimasero disastrose. Di problemi alla vista, ai denti e di una terribile tosse si lamentò spesso con Engels, poiché “l’intorpidimento fisico [gli] istupidi[va] anche il cervello” [105] . A complicare la situazione si aggiunse anche un processo giudiziario, intentatogli dal medico di famiglia, il dottor Freund, per il mancato pagamento delle sue prestazioni. Per sottrarsi a esso, Marx fu costretto a soggiornare presso Engels a Manchester dalla metà di settembre agli inizi di dicembre e, al suo ritorno a Londra, a rimanere nascosto in casa per un paio di settimane. La situazione si risolse solo grazie a “un evento molto felice” [106] : un’eredità di 100 sterline ricevuta in seguito alla morte di uno zio novantenne della moglie Jenny.

Dunque, Marx poté tornare a occuparsi di economia politica soltanto nel giugno del 1856, con alcuni articoli, apparsi su The People’s Paper, dedicati al «Crédit Mobilier», la prima banca d’affari francese, da lui considerata come “uno dei fenomeni economici più singolari della [sua] epoca” [107] . Inoltre, essendo migliorate, almeno per un breve periodo, le condizioni economiche familiari e dopo aver lasciato l’alloggio di Soho per un appartamento migliore nella periferia nord di Londra, dall’autunno del 1856, Marx scrisse ancora sulla crisi per il New-York Tribune. Nell’articolo La crisi monetaria in Europa, pubblicato all’inizio egli affermò che era in atto “un movimento nel mercato monetario europeo analogo al panico del 1847” [108] e, nell’articolo La crisi europea, apparso in novembre, diversamente da tutti quegli opinionisti che assicuravano il superamento del momento peggiore della crisi, Marx affermò:

“le indicazioni che giungono dall’Europa (…) sembrano posticipare a un giorno futuro il collasso finale della speculazione e delle intermediazioni di borsa, nel quale gli uomini delle due sponde dell’oceano anticiperanno istintivamente con uno sguardo impaurito l’inevitabile destino. Tuttavia, questo collasso è assicurato da questo rinvio. Il carattere cronico assunto dall’attuale crisi finanziaria presagisce per essa solo una fine più distruttiva e violenta. Più la crisi si protrae, peggiore sarà la resa dei conti finale” [109] .

Gli eventi, poi, gli offrirono anche l’occasione per attaccare i suoi avversari politici e nel già citato La crisi monetaria in Europa, scrisse:

“se confrontiamo gli effetti di questo breve panico monetario e l’effetto dei proclami mazziniani e di quelli simili, l’intera storia delle delusioni dei rivoluzionari ufficiali dal 1849 è spogliata tutta in una volta dei suoi misteri. Essi non sanno nulla della vita economica della gente, essi non sanno nulla delle reali condizioni del movimento storico e quando la nuova rivoluzione esploderà, essi avranno un diritto migliore di quello di Pilato di lavare le loro mani e dichiarare che sono innocenti del sangue versato” [110] .

Nella prima metà del 1857, sui mercati internazionali, però, regnò la calma assoluta e, fino al mese di marzo, Marx si dedicò alla stesura delle Rivelazioni della storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un gruppo di articoli pubblicati sul giornale The Free Press, diretto dal politico conservatore anti-Palmerston David Urquhart. Questi testi avrebbero dovuto essere solo la prima parte di un’opera sulla storia della diplomazia, pianificata all’inizio del 1856, durante la guerra di Crimea, ma poi mai più realizzata. Anche in questo caso, egli condusse approfonditi studi sugli argomenti trattati e, tra il gennaio del 1856 e il marzo del 1857, compilò sette quaderni di estratti sulla politica internazionale del Settecento [111] .

Infine, in luglio, Marx redasse delle brevi ma interessanti considerazioni critiche sull’opera Armonie economiche di Frédéric Bastiat e sui Principi di economia politica di Carey, che aveva già studiato e compendiato nel 1851. In queste annotazioni, pubblicate postume con il titolo di [Bastiat e Carey], egli dimostrò l’ingenuità dei due economisti, liberoscambista il primo e protezionista il secondo, che, nei loro scritti, si erano affannati a voler dimostrare “l’armonia dei rapporti di produzione” [112] e, quindi, dell’intera società borghese.

VIII. La crisi finanziaria del 1857 e i [Grundrisse]
Diversamente dalle crisi verificatesi nel passato, questa volta la tempesta economica non ebbe inizio in Europa, ma negli Stati Uniti d’America. Durante i primi mesi del 1857, le banche di New York aumentarono il volume dei prestiti, nonostante la diminuzione dei depositi. L’incremento delle attività speculative, seguito a questa scelta, peggiorò ulteriormente le condizioni economiche generali e, dopo la chiusura per bancarotta della filiale di New York della banca «Ohio Life Insurance and Trust Company», il panico prese il sopravvento causando numerosi fallimenti. La caduta di fiducia nel sistema bancario produsse, così, la riduzione del credito, l’estinzione dei depositi e, da ultimo, la sospensione dei pagamenti in moneta.

Intuendo la straordinarietà di questi avvenimenti, Marx si rimise subito al lavoro e il 23 agosto del 1857, esattamente il giorno prima del crack della «Ohio Life», ovvero dell’evento che generò il panico nell’opinione pubblica, cominciò a scrivere l’[Introduzione] per la sua “Economia”. Proprio l’esplosione della crisi, infatti, gli fornì quella motivazione in più per realizzare il suo lavoro, che gli era mancata negli anni precedenti [113] . Dopo la sconfitta del 1848, per un intero decennio Marx aveva dovuto affrontare insuccessi politici e un forte isolamento personale. Viceversa, con la crisi egli presagì la possibilità di prendere parte a una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne, dunque, che la cosa più urgente da fare fosse quella di dedicarsi all’analisi dei fenomeni economici, cioè di quei rapporti che avevano così tanta importanza ai fini dell’inizio di una rivoluzione. Ciò significava scrivere e pubblicare, il più in fretta possibile, l’opera programmata da così tanto tempo.

Da New York, la crisi si diffuse rapidamente nel resto degli Stati Uniti e, in poche settimane, raggiunse anche tutti i centri del mercato mondiale in Europa, sudamerica e oriente, divenendo la prima crisi finanziaria internazionale della storia. Queste notizie generarono grande euforia in Marx e alimentarono in lui una straordinaria produttività intellettuale. Il periodo compreso tra l’estate del 1857 e la primavera del 1858 fu uno dei più prolifici della sua esistenza, poiché in pochi mesi riuscì a scrivere più di quanto non avesse fatto negli anni precedenti. Nel dicembre del 1857, comunicò infatti a Engels: “lavoro come un pazzo le notti intere al riepilogo dei miei studi economici, per metterne in chiaro almeno le grandi linee (Grundrisse) [da qui il titolo poi assegnato a questi manoscritti] prima del diluvio”. Nella stessa lettera, egli colse anche l’occasione per sottolineare che le sue previsioni del passato, circa l’eventualità dell’esplosione di una crisi, non erano state poi tanto infondate, poiché: “l’Economist di sabato [aveva] dichiara[to] che negli ultimi mesi del 1853, per tutto il 1854, nell’autunno del 1855 e durante gli improvvisi cambiamenti del 1856, l’Europa [aveva] sempre trovato scampo per un pelo dal tracollo incombente” [114] .

Il lavoro realizzato da Marx fu notevole e ramificato. Dall’agosto del 1857 al maggio 1858, egli riempì gli otto quaderni conosciuti come [Grundrisse] [115] . Nello stesso periodo, nelle corrispondenze per il New-York Tribune, scrisse, tra i vari argomenti trattati, una dozzina di articoli riguardanti l’andamento della crisi in Europa e, spinto dal bisogno di migliorare le proprie condizioni economiche, accettò di stilare una serie di voci per The new American Cyclopædia. Infine, dall’ottobre del 1857 al febbraio del 1858, redasse anche tre quaderni di estratti, denominati [I quaderni della crisi] [116] . A differenza degli altri estratti sino ad allora realizzati, in questi taccuini Marx non eseguì i compendi dalle opere degli economisti, ma raccolse una grande quantità di notizie, desunte da svariati quotidiani, sui principali avvenimenti della crisi, sulle variazioni delle quotazioni in borsa, sui mutamenti intervenuti negli scambi commerciali e sui più grandi fallimenti verificatisi in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Insomma, come dimostra la lettera del dicembre del 1857 indirizzata a Engels, la sua attività fu intensissima:

“lavoro moltissimo quasi sempre fino alle quattro del mattino. Perché si tratta di un doppio lavoro: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico e per me, personalmente, liberarmi da questo incubo); 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per la [New-York] Tribune, mi limito a prendere appunti, cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo di nuovo e ancora qui, sempre gli stessi” [117] .

Per quel che concerne i [Grundrisse], dopo aver abbozzato durante l’ultima settimana di agosto, in un quaderno denominato “M”, un testo che sarebbe dovuto servire da [Introduzione] all’opera, alla metà di ottobre, Marx proseguì il lavoro con altri sette quaderni (I – VII). Nel primo di essi e in parte del secondo, egli scrisse il cosiddetto [Capitolo sul denaro], nel quale si occupò di denaro e valore, mentre nei restanti redasse il cosiddetto [Capitolo sul capitale], in cui riservò centinaia di pagine al processo di produzione e di circolazione del capitale e trattò alcune delle tematiche più rilevanti dell’intero manoscritto, quali l’elaborazione del concetto di plusvalore e le riflessioni sulle formazioni economiche che avevano preceduto il modo di produzione capitalistico. Questo straordinario impegno non gli consentì, comunque, di completare la sua opera e alla fine del febbraio del 1858 scrisse a Lassalle:

“in effetti da alcuni mesi sto lavorando alla elaborazione finale. La cosa procede però molto lentamente, perché argomenti dei quali si è fatto l’oggetto principale dei propri studi da molti anni, mostrano continuamente aspetti nuovi e suscitano nuovi dubbi non appena si deve venire a una resa dei conti finale. (…) Il lavoro di cui si tratta in primo luogo è la Critica delle categorie economiche ovvero, se preferisci, la descrizione critica del sistema dell’economia borghese. È contemporaneamente descrizione del sistema e, attraverso la descrizione, critica del medesimo. (…) Dopo tutto, ho il vago presentimento che proprio ora, nel momento in cui dopo 15 anni di studio sono arrivato al punto di por mano alla cosa, movimenti tempestosi dall’esterno probabilmente sopravverranno a interrompermi” [118] .

In realtà, però, del tanto atteso movimento rivoluzionario, che sarebbe dovuto nascere in concomitanza con la crisi, non vi fu alcun segno e la ragione del mancato completamento dello scritto fu, invece, anche questa volta, la consapevolezza di Marx di essere ancora lontano dalla piena padronanza critica degli argomenti affrontati. I [Grundrisse] rimasero, pertanto, solo una bozza, dalla quale, dopo un’accurata rielaborazione del [Capitolo sul denaro], avvenuta tra l’agosto e l’ottobre del 1858 nel manoscritto [Per la critica dell’economia politica. Testo originale (Urtext)], egli pubblicò, nel 1859, un piccolo libro, che non ebbe alcuna risonanza, intitolato Per la critica dell’economia politica. Da quella data, prima della pubblicazione del libro primo de Il capitale trascorsero altri otto anni di studi febbrili e di enormi fatiche intellettuali.

X. Conclusioni
I [Grundrisse] rimasero solo una bozza, dalla quale, dopo un’accurata rielaborazione del [Capitolo sul denaro], avvenuta tra l’agosto e l’ottobre del 1858 nel manoscritto [Per la critica dell’economia politica. Testo originale (Urtext)], egli pubblicò, nel 1859, un piccolo libro, che non ebbe alcuna risonanza, intitolato Per la critica dell’economia politica. Da quella data, prima della pubblicazione del libro primo de Il capitale , nel 1867, trascorsero altri otto anni di studi febbrili e di enormi fatiche intellettuali.
Consultando non solo le opere più note e tradotte in lingua inglese, ma anche i manoscritti ed i quaderni di estratti della MEGA², la vastità e la ricchezza del progetto teorico marxiano appaiono in modo più chiaro e completo. Esse mostrano i grandi limiti dell’interpretazione marxista-leninista, ideologia che ha spesso rappresentato la concezione di Marx come qualcosa di separato dagli studi che egli condusse e, dunque, come già magicamente presente nella sua testa fin dalla nascita, ma anche del dibattito, sorto in Europa negli anni Sessanta, in merito alla presunta cesura epistemologica o alla supposta continuità hegeliano-filosofica presente nel suo pensiero. In tale dibattito, infatti, furono presi in esame solo pochi testi di Marx, considerando, per giunta, erroneamente, alcuni di essi come delle vere e proprie opere compiute.

Le ricerche condotte da Marx tra il periodo dei [Manoscritti economico-filosofici del 1844] e de [L’ideologia tedesca] e quello dei [Grundrisse] e, poi, tra i [Grundrisse] e le varie stesure de Il capitale – rese finalmente accessibili agli studiosi tramite i volumi della MEGA² – consentono di scoprire le numerose tappe intermedie della sua elaborazione nel corso degli anni Cinquanta e in seguito alla pubblicazione del libro primo de Il capitale. Essi suggeriscono una interpretazione più critica ed aperta della sua teoria. Dalla MEGA² emerge il profilo di un autore che ha lasciato incompleti gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, ad ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi.

Conoscere più fedelmente la genesi delle concezioni di Marx in una fase in cui egli è, per un verso, finalmente libero dalle catene dell’ideologia sovietica e, per un altro, è nuovamente interrogato per analizzare i fenomeni del mondo contemporaneo, può essere una circostanza foriera di interessanti sviluppi per il futuro. Per la ricerca su Marx, così come per la rifondazione di un pensiero critico per la trasformazione del presente.

XI. Appendice: Tabella cronologica dei quaderni di estratti, dei manoscritti, degli articoli e delle opere di economia politica del periodo 1843 – 1858

Anno Titolo Informazioni
1843-45 [Quaderni di Parigi] 9 quaderni di estratti che costituiscono i primi studi di Marx di economia politica.
1844 [Manoscritti economico-filosofici del 1844] Manoscritto incompiuto realizzato parallelamente ai [Quaderni di Parigi].
1845 [A proposito del libro di F. List “Il sistema nazionale dell’economia politica] Manoscritto incompiuto di un articolo contro l’economista tedesco List.
1845 [Quaderni di Bruxelles] 6 quaderni di estratti riguardanti lo studio dei concetti basilari dell’economia politica.
1845 [Quaderni di Manchester] 9 quaderni contenenti estratti relativi ai problemi economici, alla storia economia e alla letteratura socialista anglosassone.
1846-47 Estratti da Rappresentazione storica del commercio di von Gülich 3 quaderni di estratti inerenti la storia economica.
1847 Miseria della filosofia Scritto polemico contro il Sistema delle contraddizioni economiche di Proudhon.
1849 Lavoro salariato e capitale 5 articoli pubblicati sulla Neue Rheinische Zeitung, Organ der Demokratie.
1850 Articoli per la Neue Rheinische Zeitung. Politisch-okonomische Revue Alcuni articoli riguardanti la situazione economica.
1850-53 [Quaderni di Londra] 24 quaderni di estratti incentrati soprattutto su ulteriori studi di economia politica (in particolare: storia e teorie della crisi, denaro, rilettura di alcuni classici dell’economia politica, condizione della classe operaia e tecnologia).
1851 [Oro monetario. Il sistema monetario perfetto] 2 quaderni di estratti, redatti durante la stesura dei [Quaderni di Londra], comprendenti citazione delle più significative teorie del denaro e della circolazione.
1851-62 Articoli per la New-York Tribune Circa 70 articoli di economia politica sui 487 pubblicati su questo giornale.
1855 [Citazioni. Essenza del denaro, essenza del credito, crisi] 1 quaderno di estratti contenente un riepilogo delle teorie dei principali economisti su denaro, credito e crisi.
1857 [Introduzione] Manoscritto contenente le più estese considerazioni metodologiche redatte da Marx.
1857-58 [Quaderni sulla crisi] 3 quaderni contenenti notizie sulla crisi finanziaria del 1857.
1857-58 [Grundrisse] Manoscritto preparatorio dell’opuscolo Per la critica dell’economia politica (1859).

References
1. Il testo di Moishe Postone, Time, Labor, and Social Domination, Cambridge University Press, pubblicato nel 1993 e poi più volte ristampato; quelli di Daniel Bensaid, Marx l’intempestif. Grandeurs et misères d’une aventure critique (XIXe-XXe siècles), Fayard, Paris 1995; Terrell Carver, The Postmodern Marx, Manchester University Press, Manchester 1998, e Michael A. Lebowitz, Beyond Capital, Palgrave, London 2003 (2nd ed.), si sono distinti per una innovativa interpretazione complessiva del pensiero di Marx. Sulle opere giovanili, invece, di grande rilievo è il recente David Leopold, The Young Karl Marx: German Philosophy, Modern Politics, and Human Flourishing, Cambridge University Press, Cambridge 2007. Altri ancora, è il caso di John Bellamy Foster, Marx’s Ecology, Monthly Review Press, New York 2000, e Paul Burkett, Marxism and Ecological Economics, Brill, Boston 2006, si segnalano per aver accostato Marx alla questione ambientale. A conferma di un interesse diffuso in tutto il mondo, si indicano, infine, la traduzione inglese dei principali lavori sull’argomento del latinoamericano Enrique Dussel, Towards an Unknown Marx, Routledge, London e New York 2001, quella di numerosi studi, provenienti dal Giappone, edita da Hiroshi Uchida, Marx for the 21st Century, Routledge, London and New York 2006 e i progressi teorici di una nuova generazione di ricercatori cinesi, sempre più familiare con le lingue occidentali e distante dalla tradizione del marxismo dogmatico. Per una rassegna dei principali studi marxisti dell’ultimo ventennio si rimanda a Göran Therborn, After dialectics. Radical social theory in a post-communist world, in New Left Review, nr. 43 (Jan. – Feb. 2007), pp. 63-114.
2. Cfr. Marcello Musto, “La riscoperta di Karl Marx”, Il pensiero politico, n. 1 (2008), pp. 44-66 e Marcello Musto, Saggi su Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2010.
3. Il completamento di tale impresa – seconda sezione della MEGA intitolata Das Kapital und Vorarbeiten – è previsto per il 2010 con la stampa del volume II/4.3 (Manuskripte 1863-1867. Teil 3) relativo all’ultima parte dei manoscritti del periodo 1863-67.
4. In questo saggio i titoli dei manoscritti incompiuti di Marx assegnati editorialmente sono inseriti nel testo tra parentesi quadre.
5. Tra i pochi studi degli autori che si sono sforzati, rispetto alle fonti al tempo disponibili, di interpretare le fasi meno note della genesi del pensiero marxiano si vedano gli articoli di Maximilien Rubel, Les cahiers de lecture de Karl Marx. I. 1840-1853 e II. 1853-1856, pubblicati sulla rivista International Review of Social History nel 1957 e nel 1960 ed in seguito ripubblicati nel volume Marx critique du marxisme, Payot, Paris 1974, pp. 301-59. Inoltre, si segnalano il volume di Vitalij Vygodskij, Istoria odnogo velikogo otkrytija Karla Marksa, Mysl, Moscow 1965; il testo di Ernest Mandel, La formation de la pensée économique de Karl Marx de 1843 jusqu’à la rédaction du “Capital”. Etude génétique, Maspero, Paris 1967 e il libro di Walter Tuchscheerer, Bevor « Das Kapital » entstand, Akademie, Berlin 1968., Nel mondo anglosassone ricerche inerenti queste tematiche apparvero solo quindici anni dopo mediante tre lavori di Allen Oakley: The Making of Marx’s Critical Theory, Routledge & Kegan Paul, London 1983; Marx’s Critique of Political Economy. Intellectual Sources and Evolution. Volume I: 1844 to 1860, Routledge & Kegan Paul, London 1984; e Marx’s Critique of Political Economy. Intellectual Sources and Evolution. Volume II: 1861 to 1863, Routledge & Kegan Paul, London 1985.
6.Talvolta questo dibattito si è basato su interpretazioni molto superficiali. Per un recente e pessimo esempio di questo tipo di letteratura si veda Francis Wheen, Marx’s Das Kapital. A biography, Atlantic books, London 2006.
7. Cfr. Karl Marx, Verhandlungen des 6. Rheinischen Landtags. Dritter Artikel: Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz eRechtfertigung des ††-Korrespondenten von der Mosel, MEGA² I/1, Dietz, Berlin 1975, pp. 199-236 e 296-323; tr. it. Le discussioni alla sesta dieta renana. Terzo articolo: Dibattiti sulla legge contro i furti di legna e Giustificazione di ††, corrispondente dalla Mosella, Marx Engels Opere, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 222-64 e pp. 344-75. Le citazioni di Marx ed Engels presenti nel testo sono state spesso ritradotte dall’autore e rimandano alle edizioni in lingua tedesca Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²) e Marx Engels Werke (MEW), entrambe incomplete. In lingua italiana, gli scritti di Marx ed Engels sono apparsi in 32 volumi, sui 50 previsti, nell’edizione Marx Engels Opere (Editori Riuniti, 1972-1990). Tutti i riferimenti bibliografici relativi agli scritti presenti in questa edizione rimandano a essa, mentre i riferimenti bibliografici ai testi non inclusi nelle Opere rinviano a pubblicazioni singole. I testi che non sono stati tradotti in lingua italiana, invece, rimandano, nelle note, alla sola edizione tedesca.
8. Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie. Erstes Heft, MEGA² II/2, Dietz, Berlin 1980, p. 100; tr. it. Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1957, p. 4.
9. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, Dietz, Berlin 1982, p. 325; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Opere, vol. III, p. 251.
10. Duramente colpita dalla censura e dal dissidio tra Marx e Arnold Ruge, l’altro condirettore, questa pubblicazione apparve in un unico numero nel febbraio del 1844.
11. Cfr. Marcello Musto, “Marx a Parigi: la critica del 1844”, in Id., Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 161-78.
12. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto. Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono le più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi.
13. Poiché nel 1844 Marx non conosceva ancora la lingua inglese, durante questo periodo i libri inglesi furono da lui letti in traduzione francese.
14. Questi estratti sono compresi nei volumi Karl Marx, Exzerpte und Notizen. 1843 bis Januar 1845, MEGA² IV/2, Dietz, Berlin 1981 e Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, Akademie, Berlin 1998; tr. it. parz. La scoperta dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1990.
15. Karl Marx, Ökonomisch-philosophische Manuskripte, MEGA² I/2, op. cit., pp. 364-5; tr. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 298.
16. Heinrich Burgers, autunno 1844 – inverno 1845, in Hans Magnus Enzensberger (ed.), Gespräche mit Marx und Engels, Insel, Frankfurt am Main 1973, p. 46; tr. it. Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 41.
17. Friedrich Engels a Karl Marx, inizio ottobre 1844, in MEGA² III/1, Dietz, Berlin 1975, p. 245; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 7-8.
18. In realtà Engels contribuì allo scritto soltanto con una decina di pagine.
19. Friedrich Engels a Karl Marx, 20 gennaio 1845, in MEGA² III/I, op., cit. p. 260; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 17.
20. Marx Engels Werke, Band 27, Dietz, Berlin 1963, p. 669, nota 365; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 666, nota 319.
21. Karl Marx, Karl Marx alla Pubblica sicurezza di Bruxelles, 22 marzo 1845, in Marx Engels Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 664.
22. Cfr. Karl Marx, Über Friedrich Lists Buch “Das nationale System der politischen Ökonomie“, «Beiträge zur Geschichte der Arbeiterbewegung», Jg. 14. H. 3. (1972), pp. 425-446; tr. it. A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie», in Marx Engels Opere, vol. IV, op. cit., pp. 584-614.
23. Tutti questi estratti si trovano nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Sommer 1844 bis Anfang 1847, MEGA² IV/3, op. cit.
24. Karl Marx, Piano della «Biblioteca dei più eccellenti scrittori socialisti stranieri», Marx Engels Opere vol. IV, op. cit., p. 659.
25. Questi estratti sono compresi nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. Juli bis August 1845, MEGA² IV/4, Dietz, Berlin 1988, che include i primi [Quaderni di Manchester]. Si noti, inoltre, che da questo periodo Marx cominciò a leggere direttamente in inglese.
26. Questi estratti, compresi nei [Quaderni di Manchester] VI – IX, sono ancora inediti.
27. Karl Marx, Erklärung gegen Karl Grün, MEW vol. 4, Dietz, Berlin 1959, p. 38; tr. it. Dichiarazione contro Karl Grün, Marx Engels Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 73.
28. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in MEGA² III/2, Dietz, Berlin 1979, p. 22; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455.
29. Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie, MEW vol. 21, Dietz, Berlin 1962, p. 263; tr. it. Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 13. In realtà Engels usò questa espressione già nel 1859, nella recensione al libro di Marx Per la critica dell’economia politica, ma questo articolo non ebbe alcuna risonanza e il termine cominciò a diffondersi solo in seguito alla pubblicazione dello scritto Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
30. Karl Marx a Carl Wilhelm Leske, 1 agosto 1846, in MEGA² III/2, op. cit., p. 24; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 455-56.
31. Georg Weerth an Wilhelm Weerth, 18 novembre 1846, in Hans Magnus Enzensberger (ed.), op. cit., p. 68-9; tr. it. Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, pp. 58-9.
32. Questi estratti costituiscono il volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. September 1846 bis Dezember 1847, MEGA² IV/6, Dietz, Berlin 1983.
33. Karl Marx a Pawel Wassiljewitsch Annenkow, 28 dicembre 1846, in MEGA² III/2, op. cit., p. 70; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 458.
34. Karl Marx – Friedrich Engels, Manifest der Kommunistischen Partei, MEW vol. 4, op. cit., pp. 461-62; tr. it. Manifesto del partito comunista, Marx Engels Opere, vol. VI, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 485-86.
35. Karl Marx, Lohnarbeit und Kapital, MEW vol. 6, Dietz, Berlin 1959, p. 398; tr. it. Lavoro salariato e capitale, Marx Engels Opere, vol. IX, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 206.
36. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 agosto 1849, in MEGA² III/3, Dietz, Berlin 1981, p. 44; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 155.
37. Karl Marx, Die klassenkämpfe in Frankreich 1848 bis 1850, MEW vol. 7, Dietz, Berlin 1960, p. 97; tr. it. Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Marx Engels Opere, vol. X, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 134.
38. Karl Marx – Friedrich Engels, Ankündigung der “Neuen Rheinischen Zeitung. Politisch-ökonomische Revue“, MEGA² I/10, Dietz, Berlin 1977, p. 17; tr. it. [Annuncio della «Neue Rheinische Zeitung. Politisch-ökonomische Revue»], Marx Engels Opere, vol. X, op. cit., p. 5.
39. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 19 dicembre 1849, in MEGA² III/3, op. cit., pp. 51-2; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 525-26.
40. Karl Marx, Die klassenkämpfe in Frankreich 1848 bis 1850, MEW vol. 7, op. cit., p. 98; tr. it. Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Marx Engels Opere, vol. X, op. cit., p. 135.
41. Karl Marx – Friedrich Engels, Revue. Januar/Februar 1850, MEGA² I/10, op. cit., p. 218; tr. it. Rassegna (gennaio – febbraio 1850), Ivi, op. cit., pp. 263-4.
42. Karl Marx – Friedrich Engels, Revue. März/April 1850, Ivi, p. 302-3; tr. it. Rassegna (marzo – aprile 1850), Ivi, p. 341.
43. Karl Marx – Friedrich Engels, Ivi, p. 304; tr. it. Ivi, p. 342.
44. Karl Marx – Friedrich Engels, Revue. Mai bis Oktober 1850, Ivi, p. 455; tr. it. Rassegna (maggio-ottobre 1850), Ivi, p. 509.
45. Karl Marx – Friedrich Engels, Ivi, pp. 459-60; tr. it. Ivi, p. 514-5.
46. Karl Marx – Friedrich Engels, Rezensionen aus Heft 4 der „Neuen Rheinischen Zeitung. Politisch-ökonomische Revue“, Ivi, p. 283; tr. it. Ivi, p. 319.
47. Karl Marx – Friedrich Engels, Revue. Mai bis Oktober 1850, Ivi, pp. 485-6; tr. it. Rassegna (maggio-ottobre 1850), Ivi, pp. 543-4.
48. In proposito si vedano le considerazioni postume di Friedrich Engels in Einleitung zu Karl Marx’ „Die Klassenkämpfe in Frankreich 1848 bis 1850“, in MEW vol. 22, Dietz 1963, p. 511; tr. it. Introduzione a «Le lotte di classe in Francia», Marx Engels Opere, Vol. X, op. cit., p. 642-3: “Mentre nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo della Nuova Gazzetta Renana) traspare ancora l’attesa di una prossima ripresa di energia rivoluzionaria, la rassegna storica fatta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio, apparso nell’autunno del 1850 (maggio-ottobre), rompe una volta per sempre con questa illusione”. Una testimonianza ancora più significativa è contenuta nei verbali della Seduta del Comitato centrale della Lega dei comunisti del 15 settembre 1850. In quella sede, infatti, riferendosi alle posizioni comunisti tedeschi August Willich e Karl Schapper, Marx affermò: “si è dato rilievo, come fatto fondamentale nella rivoluzione, invece che ai rapporti reali, alla volontà. Mentre noi diciamo agli operai: dovete superare 15, 20, 50 anni di guerre civili, per cambiare i rapporti, per rendere voi stessi capaci di assumere il potere, da parte loro si è detto: dobbiamo andare al potere immediatamente, o possiamo metterci a dormire”, in Marx Engels Opere, Vol. X, op. cit., p. 627.
49. Cfr. Friedrich Engels in Einleitung zu Karl Marx’ „Die Kassenkämpfe in Frankreich 1848 bis 1850“, in MEW vol. 22, Dietz 1963, p. 513 tr. it. Introduzione a «Le lotte di classe in Francia», Marx Engels Opere, Vol. X, op. cit., p. 645: “la democrazia volgare aspettava la nuova esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno del 1850 che almeno il primo capitolo del periodo rivoluzionario era chiuso e che non vi era da aspettarsi nulla sino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per questo fummo messi al bando come ‘traditori della rivoluzione’ da quegli stessi che, in seguito, fecero tutti, quasi senza eccezione, la pace con Bismarck”.
50. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 febbraio 1851, in MEGA² III/4, Dietz, Berlin 1984, p. 38; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 204.
51. Karl Marx a Friedrich Engels [Poscritto di Wilhelm Pieper], 27 gennaio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 17; tr. it. in Marx Engels Opere , vol. XXXVIII, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 187.
52. Karl Marx a Friedrich Engels, 11 febbraio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 37; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 204.
53. Friedrich Engels a Karl Marx, 13 febbraio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 42-3; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 209-10.
54. Cfr. Walter Tuchscheerer, Prima del «Capitale», La Nuova Italia, Firenze 1980, pp. 272-3.
55. Eccetto i compendi da Smith, inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. März bis Juni 1851, MEGA² IV/8, Dietz, Berlin 1986, tutti questi estratti si trovano nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. September 1849 bis Februar 1851, Dietz, Berlin 1983, MEGA² IV/7. Le opere Ricchezza delle nazioni di Smith (quaderno VII) e Principi di economia politica di Ricardo (quaderni IV, VII e VIII), già lette da Marx in lingua francese durante il suo soggiorno parigino del 1844, furono studiate ora nell’edizione in lingua inglese.
56. In proposito si veda la lettera di Karl Marx a Friedrich Engels, 3 febbraio 1851, in MEGA² III/4, Dietz, Berlin 1984, p. 27; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 191.
57. Cfr. Karl Marx, Bullion. Das vollendete Geldsystem, MEGA² IV/8, op. cit., pp. 3-85. Il secondo di questi quaderni non numerati contiene anche altri estratti, in particolare dall’opera Sulla regolazione della circolazione monetaria di John Fullarton.
58. Un’altra breve esposizione delle teorie di Marx su denaro, credito e crisi si trova all’interno del quaderno VII, nel breve frammento Karl Marx, Reflection, in MEGA² IV/8, op. cit., pp. 227-34.
59. Karl Marx a Friedrich Engels, 2 aprile 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 85; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 249-50.
60. Friedrich Engels a Karl Marx, 3 aprile 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 90; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 255.
61. Cfr. Karl Marx, Exzerpte aus David Ricardo: On the principles of political economy, MEGA² IV/8, pp. 326-31, 350-72, 381-95, 402-4, 409-26. A dimostrazione della rilevanza di queste pagine vi è il fatto che questi estratti, insieme a quelli dallo stesso autore contenuti nei quaderni IV e VII, furono pubblicati nel 1941, nel secondo volume della prima edizione dei [Grundrisse].
62. In questa importante fase di nuove acquisizioni teoriche, per Marx il confronto con Engels era della massima importanza, così, in alcune lettere a lui indirizzate, riassunse le sue vedute critiche sulle teorie ricardiane della rendita fondiaria (cfr. Karl Marx a Friedrich Engels, 7 gennaio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 6-10; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 174-77) e della circolazione monetaria (cfr. Karl Marx a Friedrich Engels, 3 febbraio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 24-30; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 191-96).
63. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 27 giugno 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 140; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 572.
64. Karl Marx a Friedrich Engels, 31 luglio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 159-60; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 318.
65. Al tempo, la New-York Tribune usciva in tre differenti edizioni (New-York Daily Tribune, New-York Semi-Weekly Tribune e New-York Weekly Tribune) e in ognuna di esse apparvero molti articoli di Marx. Per la precisione, il New-York Daily Tribune ne pubblicò 487, oltre la metà di essi furono ristampati nel New-York Semi-Weekly Tribune e più di un quarto nel New-York Weekly Tribune (ad essi vanno aggiunti anche pochi articoli inviati al giornale, ma scartati dal direttore Charles Dana). Degli articoli pubblicati sul New-York Daily Tribune, più di 200 apparvero come editoriale e, dunque, anonimi. Va infine ricordato che, per lasciare a Marx più tempo da dedicare agli studi di economia politica, in realtà quasi la metà di questi articoli furono scritti da Engels. Gli interventi inviati al New-York Tribune destarono sempre grande interesse, come mostra ad esempio la seguente affermazione contenuta nell’editoriale del 7 aprile del 1853, a cura della redazione del New-York Tribune: “il sig. Marx opinioni decisamente personali (…), ma chi non legge le sue corrispondenze trascura una delle più istruttive fonti di informazione sulle grandi questioni dell’attuale politica europea”, citato in Karl Marx a Friedrich Engels, 26 aprile 1853, in MEGA² III/6, Dietz, Berlin 1987, p. 100; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 249.
66. Cfr. Friedrich Engels, [Critica del libro di Proudhon «Idée générale de la révolution au XIX siècle»], Marx Engels Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 565-601.
67. Gli estratti da questi testi sono inclusi nel volume Karl Marx, Exzerpte und Notizen. Juli bis September 1851, MEGA² vol. IV/9, Dietz, Berlin 1991.
68. Questi quaderni non sono stati ancora pubblicati nella MEGA², ma il quaderno XV è stato invece dato alle stampe nel volume Hans Peter Müller (a cura di), Karl Marx, Die technologisch-historischen Exzerpte, Ullstein, Frankfurt/M – Berlin – Wien 1982.
69. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 ottobre 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 232; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., p. 389.
70. Si vedano in particolare le lettere Ferdinand Lassalle a Karl Marx, 12 maggio 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 377-78; Karl Marx a Friedrich Engels, 24 novembre 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 247-48; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 403-5; Friedrich Engels a Karl Marx, 27 novembre 1851, in MEGA² III/4, op. cit., pp. 249-51; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 406-8.
71. Friedrich Engels a Karl Marx, 27 novembre 1851, Ivi, p. 250; tr. it. Ivi, p. 407.
72. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 30 gennaio 1852, in MEGA² III/5, Dietz, Berlin 1987, p. 31; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 514.
73. Karl Marx a Ferdinand Freiligrath, 27 dicembre 1851, in MEGA² III/4, op. cit., p. 279; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXVIII, op. cit., pp. 610.
74. Karl Marx a Gustav Zerffi, 28 dicembre 1852, in MEGA² III/6, op. cit., p. 113: tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 604.
75. Questi quaderni sono ancora inediti.
76. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 settembre 1852, Ivi, p. 11-2; tr. it. Ivi, pp. 135-36.
78. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 ottobre 1852, Ivi, p. 55; tr. it. Ivi, p. 175.
79. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 23 febbraio 1852, in MEGA² III/5, op. cit., p. 56; tr. it. Ivi, p. 525.
80. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 30 aprile 1852, Ivi, p. 110; tr. it. Ivi, p. 550.
81. Karl Marx a Friedrich Engels, 19 agosto 1852, Ivi, p. 183; tr. it. Ivi, p. 119.
82. Karl Marx, Pauperism and Free Trade – The Approaching Commercial Crisis, in MEGA² vol. I/11, Dietz, Berlin 1985, p. 347; tr. it. Pauperismo e libero scambio, Marx Engels Opere, vol. XI, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 373.
83. Karl Marx a Adolf Cluss, 7 dicembre 1852, in MEGA² III/6, op. cit., p. 103; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 594.
84. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, in MEGA² IV/6, op. cit., p. 133; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 235.
85. Questa espressione fu usata per la prima volta nel 1846 a proposito delle divergenze tra Marx e il comunista tedesco Wilhelm Weitling e fu impiegato successivamente anche nel dibattimento del processo di Colonia. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, p. 82, nota 2.
86. Questo termine comparve per la prima volta nel 1854, cfr. Georges Haupt, L’internazionale socialista dalla comune a Lenin, Einaudi, Torino 1978, p. 140, nota 4.
87. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, in MEGA² III/6, op. cit., p. 134; tr. it. in Marx Engels Opere, vol. XXXIX, op. cit., p. 237.
88. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 ottobre 1853, in MEGA² III/7, op. cit., pp. 31-2; tr. it. Ivi, p. 316.
89. Friedrich Engels a Karl Marx, 10 marzo 1853, in MEGA² III/6, op. cit., p. 138; tr. it. Ivi, pp. 239-40.
90. Karl Marx a Friedrich Engels, 10 marzo 1853, Ivi, p. 134; tr. it. Ivi, p. 236.
91. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 agosto 1853, Ivi, p. 208; tr. it. Ivi, p. 293.
92. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 luglio 1853, Ivi, p. 203; tr. it. Ivi, p. 287.
93. Karl Marx a Adolf Cluss, 15 settembre 1853, in MEGA² III/7, op. cit., p. 11-12; tr. it. Ivi, p. 629.
94. Karl Marx, Revolution in China and in Europa, in MEGA² I/12, Dietz, Berlin 1984, p. 149; tr. it. Rivoluzione in Cina e in Europa, Marx Engels Opere, vol. XII, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 100.
95. Karl Marx, Ivi, p. 151; tr. it. Ivi, p. 102.
96. Karl Marx, Ivi, pp. 152-53; tr. it. Ivi, pp. 103-4.
97. Karl Marx, Political Movements – Scarcity of Bread in Europe, in MEGA² I/12, Dietz, Berlin 1984, p. 332; tr. it. Attività politica – In Europa scarseggia il pane, Marx Engels Opere, vol. XII, op. cit., p. 323.
98. Karl Marx a Friedrich Engels, 28 settembre 1853, MEGA² vol. III/7, op. cit., p. 18; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XXXIX, p. 309.
99. Questi quaderni di estratti sono stati recentemente pubblicati nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen. September 1853 bis Januar 1855, Akademie, Berlin 2007.
100. Karl Marx a Friedrich Engels, 13 febbraio 1855, Ivi, p. 180; tr. it. Ivi, p. 453.
101. Cfr. Fred E. Schrader, Restauration und Revolution, Gerstenberg, Hildesheim 1980, p. 99.
102. Karl Marx, The commercial crisis in Britain, in MEGA² I/14, Akademie, Berlin 2001, p. 37; The commercial crisis in Britain, MECW vol. 13, Progress, Moscow 1980, p. 585.
103. Karl Marx, The Crisis in England, in MEGA² I/14, op. cit., p. 168; tr. it.La crisi in Inghilterra, Marx Engels Opere, vol. XIV, op. cit., pp. 60-1.
104. Karl Marx a Friedrich Engels, 12 aprile 1855, MEGA² vol. III/7, op. cit., p. 189; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XXXIX, op. cit., p. 465.
105. Karl Marx a Friedrich Engels, 3 marzo 1855, MEGA² vol. III/7, op. cit., p. 182; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XXXIX, op. cit., p. 457.
106. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 marzo 1855, MEGA² vol. III/7, op. cit., p. 183; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XXXIX, op. cit., p. 458.
107. Karl Marx, The French Crédit mobilier I, in MECW vol. 15, Progress, Moscow 1986, p. 10; tr. it. Il Crédit Mobilier I, in Karl Marx, Il socialismo imperiale, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 6.
108. Karl Marx, Die Geldkrise in Europa, in MEW vol. 12, Dietz, Berlin 1961, p. 53.
109. Karl Marx, Die Krise in Europa, in MEW vol. 12, op. cit., p. 80.
110. Karl Marx, Die Geldkrise in Europa, in MEW vol. 12, op. cit., p. 55.
111. Questi quaderni di estratti sono ancora inediti.
112. Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1857/58, in MEGA², II/1.1, Dietz Verlag, Berlin 1976, p. 4; tr. it. Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. II, p. 648. Così come gli estratti da Ricardo, anche il frammento [Bastiat e Carey] fu inserito nel secondo volume della prima edizione dei [Grundrisse].
113. Sull’attività svolta da Marx durante questo periodo della sua vita e, in particolare, sui [Grundrisse] si veda Marcello Musto (a cura di), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, Routledge, London/New York 2008.
114. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in MEGA² III/8, Dietz, Berlin 1990, p. 210; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 237.
115. Eccetto i quaderni M e VII, conservati presso l’archivio dell’«Istituto Internazionale di Storia Sociale» di Amsterdam, la restante parte di essi si trova presso l’«Archivio di Stato Russo per la Storia Sociale e Politica» di Mosca. Rispetto alla datazione di questi quaderni, è importante sottolineare che la prima parte del quaderno I, quella contenente l’analisi critica del libro Della riforma delle banche di Alfred Darimon, fu realizzata da Marx nei mesi di gennaio e febbraio del 1857 e non, come ritenuto dagli editori dei [Grundrisse] in ottobre. Cfr. Inna Ossobowa, Über einige Probleme der ökonomischen Studien von Marx im Jahre 1857 vom Standpunkt des Historikers, in Beiträge zur Marx-Engels-Forschung, no. 29, 1990, pp. 147–61.
116. Questi quaderni sono ancora inediti.
117. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 dicembre 1857, in MEGA² III/8, op. cit., p. 221; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XL, op. cit., p. 245. Qualche giorno dopo questa lettera, Marx comunicò i suoi piani anche a Lassalle: “l’attuale crisi commerciale mi ha spronato a dedicarmi seriamente all’elaborazione dei miei lineamenti fondamentali di economia e anche a preparare qualcosa sulla crisi attuale”, in Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 21 dicembre 1857, in MEGA² III/8, op. cit., p. 223; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XL, op. cit., p. 575.
118. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 22 febbraio 1858, in MEGA², III/9, Akademie, Berlin 2003, p. 239; tr. it. in Marx Engels Opere vol. XL, op. cit., p. 577-78.

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Appunti di biografia intellettuale di Marx giovane (1818-1841)

I. Il rabbino mancato
Karl Marx nacque il 5 maggio del 1818 a Treviri, la più antica città tedesca. Di origine romana, fondata nel 16 a. c. con il nome di Augusta Treverorum, Treviri rappresentò uno dei centri più importanti dell’Impero d’occidente. Sede della prefettura gallica, quartiere generale di un rilevante bastione dell’esercito e residenza di molti imperatori, essa contava 80.000 abitanti già nel 300 d. c. Durante il Medioevo, fu a lungo capitale arcivescovile e conservò, in seguito, lo splendore del suo intenso passato religioso. Johann Wolfgang von Goethe, che la visitò nel 1793, la descrisse nel modo seguente: “la città ha un carattere singolare, […] essa è piena, anzi ingombra, di chiese, cappelle, chiostri, conventi, seminari, case di cavalieri e di monaci; mentre all’esterno è circondata, anzi assediata, da abbazie, monasteri e certose” [1]. Tuttavia, dal XVIII secolo in poi, Treviri si avviò alla decadenza e quando diede i natali a Marx il numero dei suoi abitanti si era ridotto a 11.400 persone [2].

La posizione di confine tra la Germania e la Francia, cui la città appartenne dal 1795 al 1814, permise alla popolazione di Treviri di beneficiare delle riforme economiche e politiche del Codice civile napoleonico e del clima culturale dell’Illuminismo. I contadini furono liberati dalle servitù feudali, gli intellettuali dalla coercizione della chiesa e la borghesia riuscì a far approvare leggi liberali necessarie al suo sviluppo. Treviri, però, situata nella parte meridionale della Renania, del tutto diversa da quella settentrionale, che era industrialmente sviluppata per la presenza di centri metallurgici e cotonieri, rimase un borgo essenzialmente agricolo, caratterizzato dalla piccola proprietà contadina e quasi del tutto privo di proletariato [3]. Ciò nonostante, le condizioni di diffusa miseria ne fecero una delle prime città tedesche dove, introdotte da Ludwig Gall, comparvero le teorie del socialismo utopistico francese.
Marx discendeva da un’antica famiglia ebraica e prendere in esame il suo albero genealogico significa smarrirsi nella sfilza di rabbini, in essa succedutisi, nel corso dei secoli [4]. Lo zio paterno, Samuel, era stato rabbino di Treviri sino al 1827. Suo padre, Levi Mordechai, che abbreviò il suo cognome da Mordechai a Marx, ricoprì la stessa carica fino alla morte ed annoverava molti rabbini tra i suoi progenitori.

Molto illustri erano, inoltre, quelli presenti tra gli avi di sua moglie, Eva Lwów, figlia di Moses Lwów, anch’egli rabbino di Treviri, come, d’altronde, già suo padre Josua Heschel Lwów, figura di primissimo piano della comunità giudaica del suo tempo, ed il nonno Aron Lwów, proveniente dalla città polacca di Leopoli (Lwów), dalla quale aveva derivato il nome. Prima di emigrare in Polonia, questa famiglia aveva vissuto nell’Assia e, anteriormente, verso la metà del XV secolo, in Italia. A causa delle persecuzioni contro gli ebrei, infatti, Abraham Ha-Levi Minz era stato costretto a lasciare la Germania, emigrando a Padova, città nella quale fu rabbino e dove il marito di sua figlia, Mayer Katzenellenbogen, divenne rettore dell’università talmudica [5].

In quanto a discendenze rabbiniche, la stirpe materna non fu da meno di quella paterna. Seppure le notizie in proposito sono scarse, è noto che la madre di Marx, Henriette, era figlia di Isaac Pressburg, rabbino a Nijmegen, in Olanda. Il vecchio casato da cui essa discendeva, composto da ebrei ungheresi costretti a trasferirsi nei Paesi Bassi in seguito alle vessazioni antisemitiche, aveva assunto il nome della città di provenienza: Bratislava (Pressburg) [6]. Nel corso dei loro spostamenti, i Pressburg soggiornarono anche in Italia, dove visse Jehuda ben Eliezer ha Levy Minz, professore all’università di Pavia, e di certo, anche in questa famiglia, come scrisse l’ultima figlia di Marx, Eleanor, “i figli maschi erano stati rabbini per centinaia di anni” [7].

Con queste discendenze, ed essendo l’unico figlio maschio sopravvissuto, si può affermare che la stessa sorte sarebbe potuta toccare anche a Marx e che egli fu un rabbino mancato. Altre circostanze, infatti, determinarono per lui un destino diverso. Suo padre Hirschel fece parte di quella generazione di giovani ebraici (durante gli stessi anni compirono medesima scelta Heinrich Heine e Eduard Gans) che decise di emanciparsi dagli angusti confini del mondo giudaico, rinchiuso, a causa della propria cultura e per l’ostilità dei cristiani, in comunità isolate dal resto del mondo e dalle trasformazioni che lo attraversavano[8]. Del resto, a quel tempo, l’abbandono della fede ebraica costituiva per gli ebrei non solo un’imposizione cui doversi piegare per non perdere il lavoro, ma anche, come riteneva Heine, il biglietto d’ingresso da pagare, dal punto di vista intellettuale, per entrare nella civiltà europea [9].

Dopo aver trascorso una complicata giovinezza, stante la difficile situazione familiare, Hirschel Marx riuscì, diventando consigliere di giustizia presso la Corte d’appello di Treviri, a crearsi una buona posizione e ad occupare un posto rispettabile in città. Tuttavia, nel 1815, dopo la riannessione della Renania alla Prussia, gli ebrei furono banditi da tutti gli uffici pubblici. Così, obbligato a scegliere tra la perdita della professione e la rinuncia alla religione degli avi, egli si fece battezzare e mutò il proprio nome in Heinrich. Nonostante Treviri fosse a maggioranza cattolica, decise di entrare nella piccola comunità protestante, della quale facevano parte soltanto 300 membri, che si contraddistingueva per il maggiore liberalismo. La sua conversione fu seguita prima da quella dei figli – tra i quali il piccolo Karl –, avvenuta nell’agosto del 1824, e poi da quella della moglie, giunta l’anno seguente [10]. Nonostante il cambiamento di religione e l’atmosfera illuministica che sempre si respirò in casa, nella famiglia di Marx perdurarono molti comportamenti ed abitudini ebraici, le cui influenze non vanno trascurate per comprendere la sua infanzia e adolescenza.

Dei primi anni di vita di Marx non si conoscono che pochi particolari. Verosimilmente, essi trascorsero felici nell’ambiente sereno e colto di una famiglia borghese, che scorgeva in lui un figlio particolarmente dotato nel quale riporre grandi speranze per il futuro. Educato in famiglia fino a dodici anni, egli derivò il primo orientamento spirituale dal razionalismo del padre, che esercitò una profonda influenza sulla sua formazione. Spirito molto colto, Heinrich Marx era seguace delle teorie dell’Illuminismo e conosceva molto bene Voltaire, Jean-Jacques Rousseau e Gotthold Ephraim Lessing [11]. Libero da pregiudizi religiosi e sostenitore di tendenze liberali in politica, educò il figlio con moderni principi pedagogici e Marx conservò sempre un profondo affetto per il padre, del quale “non si stancava mai di parlare e portava sempre con sé un vecchio dagherrotipo con il suo ritratto” [12].

Al contrario, la madre Henriette Pressburg, nata a Nijmegen in Olanda e trasferitasi a Treviri dopo le nozze, fu una donna priva di istruzione al punto di non riuscire neanche a padroneggiare la lingua tedesca. Completamente dedita alla casa ed alla famiglia, apprensiva e di mentalità angusta, non ebbe alcun ruolo nello sviluppo intellettuale del figlio e non ne comprese mai le aspirazioni. I rapporti che madre e figlio ebbero per tutta la vita furono sporadici, conflittuali e, da un certo periodo in poi, quasi esclusivamente relativi a contrasti di carattere economico legati all’eredità familiare. Molto saltuarie e fredde furono anche le relazioni di Marx con le tre sorelle, che non ebbero alcuna importanza nella sua esistenza. Terzo di nove figli, a causa della morte per tubercolosi di cinque fratelli, egli rimase, sin da piccolo, solo con esse. Le scarsissime testimonianze tramandate lo dipingono nelle vesti di “terribile tiranno” che costringeva le sorelle a “galoppare come fossero suoi cavalli giù per il monte Markus a Treviri” ed a mangiare “le focacce che egli impastava con le mani sudicie e con una pasta ancora più sudicia”. D’altronde, esse acconsentivano, perché ricompensate dalle “storie meravigliose”[13] che il fratello sapeva raccontare loro.

II. Al liceo di Treviri
Dal 1830 al 1835, Marx frequentò il Friedrich-Wilhelm-Gymnasium di Treviri. L’istituto, fondato dai gesuiti nel XVI secolo ed al tempo, dopo l’annessione della Renania alla Prussia, riorganizzato didatticamente, vantava ottimi professori e si caratterizzava per un insegnamento razionalistico e liberale. Questa educazione, accanto a quella di analogo stampo ricevuta dal padre, improntò la prima forma mentis di Marx.

Il clima che regnava allora in Prussia, viceversa, era caratterizzato dalla repressione delle libertà civili e dalla censura. Nel 1832, infatti, si svolse ad Hambach una partecipata manifestazione in favore della libertà di parola, in seguito alla quale il governo prussiano ordinò di soffocare qualsiasi espressione di dissenso. Una commissione per la soppressione dei gruppi politicamente pericolosi, appositamente costituita, volse la sua attenzione su Treviri e, dopo un’ispezione nel liceo frequentato da Marx, alcuni insegnanti furono accusati di esercitare una cattiva influenza sui giovani allievi. Il preside Hugo Wyttenbach, fervente illuminista, venne incriminato e fu affiancato da un vicepreside di nome Vitus Loers, un professore reazionario al quale il giovane Marx non mancò di manifestare la sua avversione, rifiutandosi di prestargli l’allora consuetudinaria visita d’addio al termine della scuola.

La commissione governativa prese di mira anche la Società letteraria del casino, luogo di ritrovo dei cittadini progressisti di Treviri e cuore dell’opposizione liberale in città. Così, nel 1834, in seguito a un banchetto organizzato in onore dei deputati locali di tendenza liberale della Dieta renana, durante il quale Heinrich Marx aveva pronunciato un discorso in favore di un regime costituzionale moderato, e dopo un incontro in cui venne cantata la Marsigliese e fu sventolato il tricolore francese, l’edificio venne posto sotto la sorveglianza della polizia [14].

Questo periodo della vita di Marx trascorse avendo come sfondo questi avvenimenti. Egli era uno dei più giovani alunni della sua classe e tra i pochi scolari dell’intera scuola a non professare la religione cattolica. Questi due fattori, probabilmente, non gli permisero di stringere particolari amicizie con i compagni di scuola, i quali, però, a quanto risulta dalle testimonianze pervenute, lo rispettavano “per la facilità con cui componeva versi satirici contro i suoi nemici” [15].

I suoi studi furono di buon livello, ma non particolarmente brillanti. Negli elogi di fine d’anno, rivolti agli alunni più meritevoli, nel corso del lustro in cui frequentò la scuola, egli fu menzionato in due sole occasioni: una volta per la conoscenza delle lingue antiche ed un’altra per i suoi componimenti in tedesco. Anche la promozione finale, seppure soddisfacente, non si distinse per meriti particolari. Leggendo il diploma di maturità di Marx, si apprende che le sue conoscenze grammaticali di tedesco ed il suo modo di scrivere furono valutati “molto buoni”.

In latino e greco egli traduceva e spiegava con facilità ed avvedutezza, componeva con ricchezza di pensieri e profonda penetrazione dell’argomento e, inoltre, aveva acquisito una certa speditezza nel parlare. “In generale abbastanza versato” per la storia e la geografia; in francese leggeva con qualche aiuto anche le cose più difficili; mentre della matematica aveva “buone conoscenze” e con la fisica una familiarità mediocre. Lo studente Marx aveva “abbastanza chiara e ben fondata” anche la conoscenza della dottrina religiosa, della morale cristiana ed “in certa misura la storia della chiesa romana”. La commissione di esami lo congedò, dunque, “con la speranza che egli corrisponderà alle buone aspettative che le sue attitudini giustificano” [16].

Marx sostenne l’esame di maturità nell’agosto del 1835 ed i suoi componimenti di religione, latino e tedesco costituiscono le prime fonti dirette attraverso cui interpretare l’inizio della sua formazione intellettuale [17]. L’ultimo di essi, [Considerazioni di un giovane in occasione della scelta di una professione], è particolarmente interessante. Nonostante lo scritto fosse una tipica manifestazione delle concezioni umanistiche dell’Illuminismo tedesco allora predominanti [18], esso ha suscitato l’attenzione di diversi studiosi perché racchiudeva le riflessioni di Marx relative alla responsabilità, di ogni singolo individuo, all’atto di assumere la difficile scelta circa l’attività lavorativa. Egli sostenne, infatti, che nel prendere questa decisione occorreva avere come guida principale il bene dell’umanità e che la storia considerava veramente grandi gli uomini che operavano per l’universale:

“quando abbiamo scelto la professione nella quale possiamo maggiormente operare per l’umanità, allora gli oneri non possono più schiacciarci, perché essi sono soltanto un sacrificio per il bene di tutti; allora non gustiamo una gioia povera, limitata ed egoistica, ma la nostra felicità appartiene a milioni, le nostre imprese vivono silenziose, ma eternamente operanti, e le nostre ceneri saranno bagnate dalle lacrime ardenti di uomini nobili” [19].

Il tema di tedesco per la licenza liceale contiene anche un’altra frase che ha suscitato il dibattito tra gli interpreti di Marx: “non sempre possiamo abbracciare la professione per la quale ci sentiamo chiamati; la nostra posizione entro la società è in certa misura già delineata prima che siamo in grado di determinarla”[20]. Diversi marxisti, rappresentando il pensiero di Marx come già formato ancor prima dei suoi lunghi e approfonditi studi, giunsero a considerare questa affermazione come la prima osservazione nella quale si trovava esposta la concezione materialistica della storia. Al contrario, più semplicemente, il diplomando, appena diciassettenne, voleva sostenere che la scelta della professione da intraprendere era sempre legata alle circostanze oggettive presenti nell’esistenza di ogni essere umano [21].

III. Lo Studiosus Juris a Bonn
Completato il liceo, il giovane diciassettenne assecondò il desiderio del padre, che avrebbe voluto indirizzarlo alla sua stessa professione di avvocato, e, nonostante non avesse alcuna particolare predilezione per il diritto, s’iscrisse, nel 1835, alla facoltà di giurisprudenza. Così, per proseguire gli studi, nel mese di ottobre si trasferì a Bonn, la sede universitaria più vicina a Treviri e il principale centro intellettuale della Renania.

Con i suoi 40.000 abitanti, Bonn era poco più grande di Treviri, ma molto più vivace di quest’ultima ed esercitò un’indubbia attrazione su Marx. Molte attività erano concentrate intorno all’università, che contava una sessantina di professori e circa settecento studenti. I primi, tra i quali figurava anche l’autorevole filosofo August W. Schlegel, determinavano il clima culturale dell’intera città, al tempo dominato dal Romanticismo ispirato alla dottrina di Friedrich W. J. von Schelling; mentre i secondi, che godevano di ampia libertà, costituivano la parte più viva della società ed avevano promosso svariate iniziative politiche.

Poco prima dell’arrivo di Marx, però, questa condizione era profondamente mutata. Nell’aprile del 1833, infatti, un gruppo di studenti aveva tentato di sciogliere la Dieta federale e di insediare un governo renano indipendente. A questo colpo di mano, facilmente represso, era seguita una stagione di persecuzione nei confronti delle associazioni studentesche. Una in particolare, l’Associazione liberale studentesca, venne soppressa ed i suoi membri furono espulsi o arrestati. Quando Marx giunse a Bonn la repressione era ancora in pieno dispiegamento, per opera della polizia e di una rete di spionaggio intenti a denunciare, arrestare o allontanare tutti i sospettati. Il timore delle sanzioni spinse gran parte degli studenti ad astenersi dall’attività politica ed a preferire ad essa riunioni goliardiche nelle osterie, sbornie e duelli. Le uniche associazioni tollerate furono le corporazioni, formate dai figli della nobiltà, ed i circoli, nei quali gli studenti si aggregavano in base alla città d’origine. Marx entrò, così, nell’associazione degli studenti originari di Treviri, che contava una trentina di affiliati, della quale divenne membro assiduo e, presto, uno dei cinque presidenti [22].

Poiché le lettere che Marx scrisse ai suoi genitori da Bonn sono andate smarrite, quelle a lui indirizzate da suo padre rappresentano l’unica fonte diretta di questo periodo e costituiscono uno strumento fondamentale per la sua ricostruzione. Allo “studiosus juris” [23] Karl, Heinrich Marx rivolse in questa fase premurose raccomandazioni e grandi speranze: “non ho proprio nessun dubbio sulla tua buona volontà e la tua diligenza, neppure in rapporto al tuo fermo proposito di fare qualcosa di grande”.

Al suo arrivo a Bonn, Marx cominciò gli studi con grande impegno ed entusiasmo. La sua voglia di apprendere era tale che, durante il primo semestre invernale, s’iscrisse a ben nove corsi. Tuttavia, dopo un ammonimento del padre – “nove corsi mi sembrano un po’ troppi, e non vorrei che tu facessi più di quanto il corpo e lo spirito possano sopportare” [24] –, egli si convinse a ridurne il numero a sei, rinunciando a quelli inerenti la fisica e la chimica. Tutte le lezioni furono seguite con assiduità ed attenzione ed accanto alle discipline che competevano al suo indirizzo, Enciclopedia della scienza giuridica, Istituzioni e Storia del diritto romano, egli scelse di partecipare anche ai corsi di Mitologia greca e romana, Storia dell’arte moderna e Questioni su Omero, questo ultimo impartito proprio da Schlegel. Questa scelta mostra la poliedricità d’interessi del giovane scolaro e palesa la grande passione da lui nutrita per la poesia. Proprio allora, infatti, cominciò a scrivere alcuni dei componimenti [25] e divenne membro del Club dei poeti.

Come si evince dalle missive del padre, con il denaro che questi gli inviava, Marx acquistò subito molti libri, specialmente grandi opere di storia [26]. Lo studio fu intensissimo e, nonostante i consigli paterni – “se dai al tuo spirito un forte e sano nutrimento, non dimenticare che su questa misera terra il corpo lo accompagna sempre e condiziona il buon funzionamento dell’intera macchina. […] Perciò non studiare più di quanto possa sopportare la tua salute» [27] –, Marx si ammalò a causa dell’eccessivo lavoro dopo soli pochi mesi dal suo arrivo.

Le lettere del padre lo ammonirono ancora in proposito: “spero almeno che la triste esperienza ti abbia mostrato la necessità di stare un po’ più attento alla salute. […] Anche l’eccessivo studio in questo caso è una pazzia. […] Non c’è essere più miserevole di un dotto malaticcio» [28]. Così, vinto dalle circostanze, durante il semestre estivo, limitò il numero dei corsi universitari a quattro: Storia del diritto tedesco, Diritto internazionale europeo, Diritto naturale ed Elegie di Propezio, anche questo tenuto da Schlegel. Al minore impegno concorsero, oltre l’affaticamento accumulato, anche le esuberanze tipiche della vita studentesca, dalle quali era stato, nel frattempo, conquistato. Durante questo periodo, Marx spese molti soldi, contrasse debiti ed il padre fu costretto a inviargli sovente altro denaro. Inoltre, egli comprò una pistola e, scoperto dalla polizia, subì un’inchiesta per detenzione di armi vietate; fu arrestato per “schiamazzi notturni ed ubriachezza” [29] e punito con la pena di un giorno di carcere; e, infine, prese parte ad un duello con un altro studente, nel quale fu leggermente ferito sopra l’occhio sinistro.

Nel complesso, dunque, l’anno trascorso a Bonn deluse le aspettative del padre che, pertanto, decise di trasferire il figlio all’università di Berlino. Prima di partire per la capitale prussiana, Marx trascorse le vacanze estive a Treviri e, durante questo periodo, si fidanzò segretamente con colei che diverrà la compagna di una vita intera: Jenny von Westphalen, una ragazza ambitissima per bellezza e posizione sociale. Tuttavia, temendo che la famiglia von Westphalen avesse potuto rifiutare il consenso alla loro unione, a causa del divario di posizione sociale tra i due – Marx non era che un semplice borghese, di origine ebraica ed appena diciottenne, ovvero di quattro anni più piccolo della sua amata, circostanza per i tempi piuttosto insolita –, la notizia fu inizialmente nascosta alla famiglia di Jenny.

Jenny von Westphalen apparteneva ad un mondo completamente diverso da quello di Marx. Era, infatti, figlia del barone Ludwig von Westphalen, eminente funzionario del governo e tipico rappresentante della classe tedesca più colta e liberale. Il padre di Jenny era un uomo affascinante e dalla mente aperta, che parlava perfettamente l’inglese, leggeva il latino, il greco antico, l’italiano, il francese e lo spagnolo, e stabilì in seguito un ottimo rapporto col giovane Marx, del quale apprezzava la spiccata vivacità intellettuale. Differentemente dal padre di Marx, le sue preferenze letterarie non erano rivolte ai razionalisti ed ai classici francesi, ma alla scuola romantica. Così: “mentre il padre gli leggeva Voltaire e Racine, il barone gli declamava Omero e Shakespeare, e questi rimasero sempre i suoi autori preferiti” [30]. Inoltre, von Westphalen era anche molto attento alla questione sociale e fu lui a suscitare il primo interesse di Marx per Saint-Simon [31]. Egli esercitò grande influenza su di lui, fornendogli stimoli che le sue due altre fonti educative, l’ambiente familiare e la scuola, non avevano potuto offrirgli e Marx gli rimase per sempre legato da un sentimento di gratitudine e ammirazione, come dimostra la dedica della sua tesi di laurea, che rivolse proprio a lui, pochi anni dopo.

IV. Tra le braccia del nemico
Con i suoi 320.000 abitanti, nel 1836 Berlino era il luogo più popoloso dei territori di lingua tedesca dopo Vienna. La città raccoglieva la burocrazia prussiana, esprimeva un’intensa vita intellettuale e fu la prima grande metropoli conosciuta da Marx. La Friedrich-Wilhelms-Universität [32], fondata nel 1810, contava all’epoca 2100 studenti, annoverava molti tra i più celebri insegnanti del tempo – lo stesso Georg W. F. Hegel vi aveva insegnato dal 1818 al 1831, anno della sua morte – e rappresentava l’ambiente più serio e propizio dove condurre gli studi. Ludwig Feuerbach, che durante quel periodo era stato anch’egli studente della medesima università, si era infatti così espresso rispetto alla sua qualità: «in confronto a questo tempio del lavoro, le altre università sembrano delle bettole” [33].

In questo nuovo contesto e con le nuove responsabilità che gli derivavano dal suo fidanzamento, Marx abbandonò la spensieratezza della seconda parte del periodo trascorso a Bonn e si dedicò, con rinnovata passione e diligenza, allo studio. Tuttavia, rispetto all’anno precedente, il suo atteggiamento verso l’università era mutato. Egli si preoccupò molto meno delle lezioni accademiche e, durante i nove semestri trascorsi a Berlino, si iscrisse solamente a 13 corsi e restò due semestri senza frequentarne alcuno. Nel semestre invernale 1836-37, egli seguì i corsi sulle Pandette [34], di Diritto criminale e di Antropologia. I primi due, cui si dedicò con assiduità e zelo, erano impartiti dai maggiori giuristi del tempo: Friedrich C. von Savigny e Gans. Il primo, fondatore e principale teorico della Scuola storica del diritto, propugnava un’esaltazione del passato, aveva vedute romantiche ed era fautore di un conservatorismo politico. Il secondo, discepolo di Hegel e saint-simoniano, era, al contrario, il paladino di tutta la Berlino progressista, il più avanzato liberale in campo politico, e contribuì allo sviluppo di tali tendenze in Marx, nonché al suo interesse per l’hegelismo.

Ad ogni modo, la partecipazione alle attività dell’università fornisce un’idea molto parziale della sua operosità intellettuale. In quegli anni, infatti, Marx si limitò a seguire i corsi obbligatori per potere sostenere gli esami di Diritto ecclesiastico, Procedura civile, Procedura civile prussiana, Procedura penale, Diritto civile prussiano, Diritto ereditario [35]; più quattro altre materie: Logica, Geografia, Isaia ed Euripide. Al contrario, rinchiusosi fin dall’arrivo in città in una stanza, egli avviò, con un impegno prodigioso, uno studio indipendente che gli permise d’impadronirsi, in poco tempo, di molte più cognizioni di quante non avrebbe potuto assimilare se avesse seguito i soli corsi accademici.

Il percorso di apprendimento di Marx, relativo a questa fase, può essere ricostruito grazie alla lettera scritta al padre nel novembre del 1837, l’unica pervenutaci di tutto il periodo universitario, che rappresenta un preziosissimo documento biografico circa il primo anno da lui trascorso a Berlino. Infervorato dall’amore per la fidanzata e turbato dal carattere molto incerto di questa unione non ancora ufficiale, egli si dedicò innanzitutto alla poesia. Dall’ottobre al dicembre del 1836, compose tre quaderni di versi successivamente inviati alla “mia cara, eternamente amata Jenny v. Westphalen”[36]: il [Libro dell’amore], diviso in due parti, e il [Libro dei canti]. I versi in essi contenuti, caratterizzati dal soggetto convenzionale dell’amore tragico e da una forma lirica pesante e impacciata, non lasciavano trasparire nessuna speciale dote poetica [37].

Per Marx, comunque, “la poesia poteva e doveva essere solo un accompagnamento”. Egli si sentiva sempre più “spinto a lottare con la filosofia” e aveva il compito di studiare giurisprudenza. Avviò, infatti, la lettura dei giuristi tedeschi Johann G. Heineccius e Anton F. J. Thibaut, tradusse i primi due libri delle Pandette e cercò, al contempo, “di realizzare una filosofia del diritto che abbracciasse l’intero ambito del diritto stesso” [38]. Guidato dalla volontà di costruire una relazione tra i temi affrontati, egli passò dallo studio degli aspetti empirici del diritto alla giurisprudenza e da questa alla filosofia in generale [39]. Così facendo, redasse “un lavoro di quasi 300 fogli”, rimasto incompiuto e poi andato disperso, che sviluppò in due parti: una “metafisica del diritto” e una “filosofia del diritto”. Anche se non riuscì a portare a termine questo manoscritto, la sua redazione gli permise di appassionarsi “alla materia e di acquistarne una visione complessiva”. Egli si accorse “dell’erroneità dell’insieme, che nello schema fondamentale si accosta a quello kantiano” e si convinse “che senza filosofia non si poteva venire a capo di nulla”. Scrisse, quindi, “un nuovo sistema metafisico di base”, alla cui conclusione, però, dovette “riconoscere l’assurdità di esso e di tutte le […] fatiche precedenti”.

A poco a poco, la filosofia prevalse sempre più sugli studi di diritto e la prospettiva di una carriera accademica prevalse su quella giuridica voluta dal padre. Inoltre, accanto alla filosofia, Marx espanse i suoi interessi in molte altre direzioni. Egli assunse “l’abitudine di fare estratti da tutti i libri che leggev[a] […] e di buttare giù, di tanto in tanto, le sue riflessioni” [40] al riguardo di alcuni di essi. Questo modo di prendere appunti, con una grafia minuta e quasi illeggibile, fu da lui conservato per tutta la vita. Marx inaugurò i suoi quaderni di estratti con dei compendi dal Laocoonte di Gotthold E. Lessing, dall’Erwin di Karl W. F. Solger, dalla Storia dell’arte nell’antichità di Johann J. Winckelmann e dalla Storia del popolo tedesco di Heinrich Luden [41]. In questo stesso periodo, egli tradusse anche due classici latini: la Germania di Tacito e i Libri della tristezza di Ovidio; cominciò a studiare la grammatica inglese e italiana; lesse i Principi fondamentali di diritto penale tedesco e osservazioni sulle leggi prussiane di Ernst F. Klein e, sommariamente, tutte le principali novità letterarie.

Nonostante i continui ammonimenti del padre, che lo pregò ripetutamente di non esagerare con lo studio e “di risparmiare la tua salute mentre arricchisci lo spirito”[42], Marx lavorò in modo forsennato. Egli riprese nuovamente a comporre poesie e scrisse un altro quaderno di versi, che dedicò al padre in occasione dei suoi sessant’anni. Al suo interno, accanto a diversi altri componimenti, incluse il primo atto di [Oulanem], un dramma fantastico in versi, e alcuni capitoli del romanzo umoristico [Scorpione e Felice], un tentativo mal riuscito di deridere la Berlino filistea. Sono interessanti, invece, alcuni brevi [Epigrammi], contenuti nello stesso quaderno, che documentano il suo atteggiamento critico del tempo verso Hegel. Infine, tra i principali interessi di Marx di questo periodo vi furono anche il teatro e le questioni letterarie, poiché, fin dal 1837, nonostante fosse appena diciannovenne, egli aveva progettato di fondare una rivista di critica letteraria [43].

Fu così che, dopo una fase di intensissimo studio, dedicato a diritto, filosofia, arte, letteratura, lingue e poesia, ed a causa del coinvolgimento emotivo che accompagnò le sue ricerche [44], egli si ammalò e su indicazione di un medico, che gli consigliò di riposarsi in campagna [45], lasciò Berlino per Stralow[46], un villaggio di pescatori negli immediati dintorni della capitale prussiana, a circa un’ora di cammino dall’università.

Questo soggiorno, anziché rappresentare un periodo di pausa, costituì un’importante tappa della evoluzione intellettuale di Marx: “un sipario era caduto, il mio sacrario era spezzato e nuovi dèi dovevano essere insediati”. Infatti, dopo un profondo conflitto interiore, egli si congedò definitivamente dal Romanticismo, si allontanò dall’idealismo kantiano e fichtiano, che erano stati per lui “modello e alimento”, per “cercare l’idea nella realtà stessa”. Fino a quel momento, Marx aveva letto soltanto “frammenti della filosofia di Hegel, la cui grottesca melodia rocciosa non gli era piaciuta”. A Stralow, invece, lesse “dal principio alla fine Hegel e la maggior parte dei suoi discepoli”. La sua conversione allo hegelismo, però, fu tutt’altro che immediata. Per meglio precisare la concezione che andava acquisendo, egli compose un dialogo di 24 fogli dal titolo [Cleante, o del punto di partenza e del necessario svolgimento della filosofia], anch’esso andato disperso, attraverso il quale tentò di unire “l’arte e la scienza”. La sua redazione, frutto di studi storici, di scienza della natura e di testi di Schelling, costò a Marx “una fatica infinita”. Inoltre, l’esito di tale lavoro lo sconfortò perché “questa mia creatura prediletta, nutrita al chiaro di luna, mi porta come una sirena ingannatrice tra le braccia del nemico”, ovvero ad aderire alla filosofia di Hegel.

Preso dalla rabbia per l’approdo che avevano avuto le sue riflessioni, Marx fu, “per alcuni giorni, del tutto incapace di pensare” [47]. In seguito, egli abbandonò per un po’ di tempo la filosofia, per immergersi in nuovi studi di diritto, attraverso i quali si dedicò al Diritto del possesso di Savigny, al Manuale del diritto penale di Anselm R. Feuerbach, ai Principi fondamentali della scienza di diritto penale di Karl von Grolman, al Significato delle parole del titolo delle pandette di Andreas G. Cramer, al Manuale di diritto civile generale di Johann N. von Wenning-Ingenheim, alla Scienza delle pandette di Christian F. Mühlenbruch, alla Concordanza dei canoni discordanti di Graziano, e alle Istituzioni di diritto canonico di Giovan Paolo Lancellotti. Inoltre, egli lesse il libro Dignità e progresso delle scienze di Francis Bacone, il volume Sugli istinti artistici degli animali di Hermann S. Reimarus e tradusse parzialmente la Retorica di Aristotele [48].

Alla fine di questo periodo, a causa degli “inutili, falliti, lavori intellettuali” e per la “rabbia bruciante di dover prendere come riferimento una concezione a me invisa” – quella hegeliana –, Marx ebbe un esaurimento e, una volta ristabilitosi, “bruci[ò] tutte le poesie e gli abbozzi di novelle” [49] composti fino ad allora. La sua ricerca aveva ancora tanto cammino da percorrere.

V. Un giovane hegeliano a Berlino
Introdottovi da Adolf Rutenberg, il suo più intimo amico del tempo, dal 1837, Marx prese a frequentare il Club dei dottori, un circolo di scrittori, docenti e studenti della sinistra hegeliana di Berlino, sorto quello stesso anno, del quale facevano parte, tra gli altri, Bruno Bauer, Carl Friedrich Köppen, Heinrich Bernhard Oppenheim e Ludwig Buhl [50]. Fu proprio grazie ad essi che Marx si “leg[ò], sempre più saldamente, all’attuale filosofia del mondo, alla quale avev[a] pensato di sfuggire”: l’hegelismo. Anche in questa fase, egli continuò a studiare ed a scrivere intensamente e, in novembre, comunicò al padre: “non potetti aver pace fin quando non raggiunsi la modernità e il punto di vista dell’attuale concezione scientifica, tramite alcune brutte opere come [La visita]” [51].

Alle scelte del figlio, però, questi reagì severamente, manifestando la sua grande preoccupazione per il metodo di lavoro assunto ed il suo dissenso per gli ambiti di interesse divenuti per lui prevalenti:
“Ahime! Disordine, cupo vagare in tutti i campi del sapere, cupo rimuginare presso la tetra lampada ad olio […]. E qui, in questa fucina di erudizione insensata e senza scopo, dovrebbero maturare i frutti che confortino te ed i tuoi cari? Qui dovrebbe essere accumulato il raccolto che possa servire ad adempiere ai sacri doveri? [… Ciò] indica soltanto come tu sperperi le tue doti e vegli le tue notti per partorire mostri; che tu segui le tracce dei nuovi geni maligni che rigirano le loro parole finché essi stessi non le capiscono più” [52].

Poco tempo dopo questo ammonimento, Heinrich Marx si ammalò, per poi morire di tubercolosi nel maggio del 1838. Con la sua scomparsa, i vincoli che legavano Marx alla sua famiglia si allentarono molto e, privo del confronto critico col padre, che col tempo sarebbe probabilmente sfociato in un conflitto tra i due[53], egli poté seguire la sua strada ancora più speditamente [54].

In questa fase, il Club dei dottori divenne il centro della formazione di Marx e fu di stimolo ed impulso per tutta la sua attività. Dopo la scissione tra destra e sinistra hegeliana, prodottasi proprio durante quegli anni, nel circolo di Berlino si erano riunite alcune delle menti più progressiste della Prussia del tempo, le stesse che presero parte alla lotta tra conservatorismo e liberismo in favore di quest’ultimo. Sebbene al momento delle sue prime visite alla sede del Club dei dottori Marx avesse appena 20 anni, grazie alla sua brillante personalità, non solo fu trattato alla pari da tutti i suoi membri, mediamente più anziani di lui di dieci anni, ma riuscì a esercitare su di loro anche una grande influenza e ad orientarne spesso le discussioni [55].

Dall’inizio del 1839, Marx si legò sempre più a Bauer, che lo aveva incitato ripetutamente a concludere in fretta l’università. Egli si dedicò, così, a uno studio approfondito della filosofia di Epicuro e, fino al principio del 1840, redasse sette quaderni di appunti [56], in vista di una dissertazione di laurea sulla filosofia greca, intitolata, poi, [Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro]. Essa costituì l’unico scritto strettamente filosofico di tutta la sua esistenza [57]. La dissertazione, probabilmente parte di un progetto più generale sulla filosofia antica, venne redatta tra la seconda metà del 1840 e il marzo del 1841 e fu composta da una prefazione, da due sezioni di cinque capitoli ciascuna – il quarto e il quinto capitolo della prima parte, però, sono andati perduti – e da un’appendice dedicata alla critica di Plutarco a Epicuro, anche essa smarrita eccetto alcune annotazioni [58].

La grande quantità di tempo impiegata da Marx per completare il suo lavoro fu dovuta all’estrema scrupolosità con cui era solito procedere negli studi e alla rigorosa autocritica alla quale sottoponeva ogni sua riflessione [59]. Il desiderio di partecipare alla lotta politica in cui era impegnata la Sinistra hegeliana era in lui molto forte, ma la consapevolezza di dover più utilmente impiegare il proprio tempo in ulteriori ricerche, per ampliare le proprie conoscenze e meglio precisare la sua concezione del mondo, fu ancora maggiore. Oltre a Epicuro, infatti, egli intraprese lo studio di molti altri autori. Durante la prima metà del 1840, cominciò a leggere e fare estratti dal De anima di Aristotele e programmò di scrivere una critica delle Ricerche di logica di Friedrich Adolf Trendelenburg. Inoltre, era sua intenzione realizzare un libro contro il teologo Georg Hermes e un pamphlet polemico in merito al testo L’idea della divinità di Karl Ph. Fischer [60], tutti progetti che, però, non furono mai portati a termine.

Tra il gennaio e l’aprile del 1841, ovvero durante e dopo la redazione dell’ultima parte della sua tesi di laurea, a testimonianza della volontà di spendere le sue energie in uno studio rigoroso anziché nella redazione di articoli estemporanei [61], Marx compilò, coadiuvato da un copista calligrafo, sei quaderni di estratti, in cui raccolse citazioni dalla corrispondenza e da diverse opere di Gottfried Leibniz, dal Trattato sulla natura umana di David Hume, dal Trattato teologico-politico di Baruch Spinoza e dalla Storia della filosofia kantiana di Karl Rosenkranz [62]. Questi estratti riguardavano filosofi moderni e, dunque, furono studi indipendenti rispetto al lavoro preparatorio per la dissertazione. Essi avevano come obiettivo l’ampliamento delle sue conoscenze, nella speranza di ottenere un posto come professore di filosofia all’università [63].

Tuttavia, quando nell’aprile del 1841, dopo aver presentato la sua tesi all’università di Jena [64], più liberale di quella di Berlino, ed essere stato nominato dottore in filosofia, il nuovo contesto politico precluse a Marx questa possibilità. In seguito all’avvento al trono di Federico Guglielmo IV, si sviluppò una forte reazione romantico-cristiana in tutta la Prussia e la filosofia hegeliana, che aveva goduto sino ad allora dell’appoggio dello Stato, fu bandita dall’accademia.

Marx, nel frattempo, aveva già messo da parte le sue ambizioni letterarie, nonostante fosse riuscito, al principio del 1841, a pubblicare due poesie sulla rivista Athenäum [65]. Così, si decise a partire per Bonn ed a raggiungere l’amico Bauer, col quale aveva progettato di dare vita ad una rivista, che avrebbe dovuto chiamarsi Archiv des Atheismus, attraverso la quale fornire ai lettori un punto di vista critico, soprattutto in materia religiosa. Durante questo periodo, Marx redasse un nuovo gruppo di estratti, in particolare dal testo Sul culto degli dèi feticci di Charles de Brosses, dalla Storia critica generale delle religioni di Christoph Meiners e dal libro Della religione Benjamin Constant [66], ma il progetto di far nascere la nuova rivista fallì ed egli, allontanatosi da Bauer per dissidi di carattere politico [67], abbandonò questo tipo di studi.

Dopo avere svolto, durante gli anni dell’università, intensissime ricerche giuridiche, storiche, letterarie e filosofiche; in seguito all’abbandono della strada, tracciata dal padre, per diventare avvocato; ed impossibilitato, al conseguimento della laurea, ad intraprendere la carriera accademica, Marx decise di dedicarsi al giornalismo. Nel maggio del 1842 scrisse il suo primo articolo per il quotidiano Rheinische Zeitung di Colonia e, dall’ottobre dello stesso anno al marzo del 1843, ne divenne giovanissimo redattore capo.
La necessità di misurarsi con l’economia politica, disciplina a quel tempo appena agli albori in Prussia, e la scelta di impegnarsi politicamente in modo più diretto sarebbero in lui prevalse poco dopo. Per portare a maturazione queste decisioni furono cruciali l’incontro con Friedrich Engels, che aveva già compiuto studi di economia politica in Inghilterra; l’influsso di alcuni scritti di Moses Hess [68]; e, soprattutto, un soggiorno di oltre un anno a Parigi, luogo di costante agitazione sociale.

In poco più di un lustro, dunque, lo studente proveniente da una famiglia ebraica della provincia meridionale tedesca sarebbe divenuto un giovane rivoluzionario in contatto con i gruppi più radicali della capitale francese. Il suo cammino era stato rapido e di vasta portata, ma ancora più significativo sarebbe stato quello che avrebbe dovuto percorrere in futuro.

References
1. Johann Wolfgang von Goethe, Kampagne in Frankreich, in Goethe Sämtliche Werke, vol. 28, Cotta’sche, Stuttgart 1911, p. 129.
2. Cfr. Trierischen Kronik, Gennaio 1818, p. 85.
3. Dettagliate informazioni sulla città di Treviri durante questo periodo si trovano in Emil Zenz, Geschichte der Stadt Trier im 19 Jahrhundert, Spee, Trier 1979; mentre per una descrizione dell’influsso che la città di Treviri ebbe su Marx si veda Heinz Monz, Karl Marx. Grundlagen der Entwicklung zu Leben und Werk, NCO, Trier 1973.
4. David McLellan, Marx prima del marxismo, Einaudi, Torino 1974, p. 32.
5. Informazioni sulla famiglia Lwów sono contenute in H. Horowitz, Die Familie Lwów, in Monatsschrift für Geschichte und Wissenschaft des Judentums, 1928, vol. 5, pp. 487-99; mentre per maggiori notizie sulla famiglia Marx si rimanda al volume Manfred Schöncke (a cura di), Karl und Heinrich Marx und ihre Geschwister, Pahl-Rugenstean Nachfolger, Bonn 1993.
6. In proposito, si veda la lettera di Eleanor Marx a Henri Polak, del 31 ottobre 1893, pubblicata in Werner Blumenberg, Ein unbekanntes Kapitel aus Marx’ Leben, in International Review of Social History, vol. I, 1956, (part I), p. 56.
7. Questa affermazione di Eleanor Marx è inclusa nel volume Wilhelm Liebknecht, Karl Marx zum Gedächtnis, Wörlein & Comp, Nurnberg 1896, p. 92.
8. Cfr. Isaiah Berlin, Karl Marx, La Nuova Italia, Firenze 1994, p. 34.
9. Cfr. Auguste Cornu, Marx e Engels, Feltrinelli, Milano 1962, p. 71.
10. In proposito cfr. David McLellan, Karl Marx, Rizzoli, Milano 1976, p. 14 e Auguste Cornu, op. cit., pp. 67-75.
11. Cfr. Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, Karl Marx, Einaudi, Torino 1969, p. 21 e Auguste Cornu, op. cit., p. 69.
12. Eleanor Marx in Hans Magnus Enzensberger (a cura di), Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 219.
13. Ivi, p. 3.
14. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., pp. 72-3.
15. Eleanor Marx, in David Rjazanov, Karl Marx als denker, Makol, Frankfurt 1971, p. 27.
16. Diploma di maturità per l’alunno del ginnasio di Treviri Karl Marx , in Opere, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 741.
17. Sui componimenti liceali di Marx cfr. Carl Grünberg, Marx als Abiturient, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, 1925, vol. XI, pp. 424-33; Aa. Vv., Der unbekannte junge Marx , Institut für staatsbürgerliche Bildung in Rheinland-Pfalz, Mainz 1973, pp. 9-146 e Marco Duichin, Il primo Marx, Cadmo, Roma 1982, pp. 45-67.
18. Cfr. David McLellan, Marx prima del marxismo, op. cit., p. 42.
19. Karl Marx, Considerazioni di un giovane in occasione della scelta di una professione, in Opere, vol. I, op. cit., p. 7.
20. Ivi, p. 4
21. Tra i più autorevoli autori che hanno commesso quest’errore vi sono Franz Mehring: “nell’adolescenza si annunciava il primo balenare di quel pensiero il cui pieno approfondimento doveva poi essere immortale merito dell’uomo” in Franz Mehring, Karl Marx, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 7; ed Auguste Cornu, il quale, nonostante avesse messo in guardia il lettore a non “esagerare l’importanza di questa frase”, scrisse: “in essa Marx sottolinea per la prima volta la funzione dei rapporti sociali nella determinazione della vita degli uomini”, in Auguste Cornu, op. cit, p. 79.
22. Sul soggiorno di Marx a Bonn cfr. Auguste Cornu, op. cit., pp. 82-7.
23. Heinrich Marx a Karl Marx, 19 marzo 1836, in Opere, vol. I, op. cit., p. 750.
24. Heinrich Marx a Karl Marx, 18-29 novembre 1835, in Opere, vol. I, op. cit., p. 743.
25. Sin dal periodo liceale, Marx compose alcuni brevi poesie che furono trascritte in bella copia e conservate da sua sorella Sophie. Una di queste [A Carlo Magno], datata 1833, mostra l’influenza che le idee del preside Wyttenbach ebbero al tempo su Marx e costituisce il suo più antico scritto conservato. Cfr. Karl Marx, Gedichte. Aus einem Notizbuch von Sophie Marx, in MEGA² I/1, Dietz, Berlin 1975, pp. 760-3.
26. Cfr. Heinrich Marx a Karl Marx, febbraio – primi di marzo del 1836, in Opere, vol. I, op. cit., p. 747.
27. Heinrich Marx a Karl Marx, 18-29 novembre 1835, in Opere, vol. I, op. cit., p. 745.
28. Heinrich Marx a Karl Marx, febbraio – primi di marzo del 1836, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 747 e 749.
29. Cfr. il Certificato di congedo dell’università di Bonn, in Opere, vol. I, op. cit., p. 755.
30. Eleanor Marx, Erinnerungen von Eleanor Marx, in Die Neue Zeit, 1883, vol. I, nr. 5, p. 441.
31. Cfr. La testimonianza di Maxim Kovalevsky, in Aa. Vv., Mohr und General. Erinnerungen an Marx und Engels, Dietz, Berlin 1965, p. 394. In proposito si veda anche Auguste Cornu, op. cit., p. 82.
32. Dal 1948 questa università assunse il nome di Humboldt Universität.
33. Ludwig Feuerbach al padre, 6 luglio 1824, in Karl Grün (a cura di), Ludwig Feuerbach, Sein Briefwechsel und Nachlass, Leipzig 1874, p. 183.
34. Le Pandette sono la più importante delle quattro parti del Corpus iuris civilis, redatto, tra il 528 e il 534, per ordine dell’imperatore Giustiniano I. In esse furono raccolti gli scritti e i pareri dei più insigni giuristi romani, con l’intento di fornire una sintesi di tutta la giurisprudenza imperiale dei secoli precedenti.
35. Cfr. Sepp Miller – Bruno Sawadzki, Karl Marx in Berlin, Das Neue Berlin, Berlin 1956, p. 113 e Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, op. cit., pp. 51-2.
36. Karl Marx, Buch der Liebe, MEGA², vol. I/1, Dietz, Berlin 1975, p. 479.
37. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., pp. 89-90 e Franz Mehring, Einleitung, in Franz Mehring (a cura di) Aus dem literarischen Nachlass von Karl Marx, Friedrich Engels und Ferdinand Lassalle, vol. 1, Dietz, Stuttgart 1902, pp. 25-6, dove viene riportata una testimonianza della seconda figlia di Marx, Laura, rispetto a queste poesie: “debbo dirvi che mio padre trattava questi versi con molta irriverenza; tutte le volte che i miei genitori ne parlavano, ridevano di cuore di quelle follie di gioventù”. Insomma, come ha osservato Franz Mehring: “tra le molteplici doti che le muse gli avevano posto nella culla, non si trovava la dote dell’eloquio poetico”, in Franz Mehring, Vita di Marx, op. cit., p. 14. Lo stesso Marx, nella lettera indirizzata al padre nel novembre del 1837, dunque soltanto un anno dopo la composizione dei suoi versi, li giudicò molto severamente: “attacchi al presente, sentimento espresso prolissamente e senza forme, un’assoluta mancanza di naturalezza, costruzioni del tutto chimeriche, il più completo contrasto tra ciò che è e ciò che deve essere, riflessioni retoriche invece di idee poetiche, ma forse anche un certo calore di sentimenti e un’aspirazione allo slancio poetico, caratterizzano tutte le poesie dei primi tre fascicoli che Jenny ricevette da me”, in Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., p. 9. Marx inviò i suoi versi anche al Deutscher Musenalmanach, ma la rivista non li giudicò pubblicabili.
38. Ivi , pp. 9-10.
39. Cfr. Istvan Mészáros, Marx filosofo, in Eric Hobsbawm (a cura di) Storia del marxismo, vol. 1, Einaudi, Torino 1978, pp. 122-3.
40. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., pp. 10 e 13.
41. Questi estratti sono andati purtroppo dispersi.
42. Heinrich Marx a Karl Marx, 9 novembre 1836, in Opere, op. cit., p. 757, che continuava: “lo voglia Dio, hai ancora molto tempo da vivere per il tuo bene, per quello della tua famiglia e, se i miei presentimenti non mi traggono in errore, per il bene dell’umanità”.
43. Le tracce di questo progetto sono contenute in una lettera di suo padre, cfr. Heinrich Marx a Karl Marx, 16 settembre 1837, in Opere, vol. I, op. cit., p. 777.
44. Cfr. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., p. 9: “vedo la vita in generale come espressione di un’attività intellettuale che si sviluppa in tutte le direzioni, nella scienza, nell’arte e nei rapporti privati”.
45. Cfr. Ivi, p. 14: “durante il primo semestre, per queste molteplici occupazioni, avevo dovuto vegliare molte notti, sostenere molte lotte, sopportare parecchie sollecitazioni interne ed esterne, senza tuttavia trarne, alla fine, un grande arricchimento; inoltre avevo trascurato la natura, l’arte, il mondo, e allontanato gli amici: queste erano le riflessioni che parve fare il mio corpo; un medico mi consigliò la campagna”.
46. Oggi questo villaggio corrisponde al quartiere Stralau della città di Berlino.
47. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., pp. 14-15.
48. Cfr. Ivi, p. 15.
49. Ibidem .
50. Cfr. Sepp Miller – Bruno Sawadzki, op. cit., pp. 68-75.
51. Karl Marx, Lettera al padre a Treviri, op. cit., p. 16.
52. Heinrich Marx a Karl Marx, 9 dicembre 1837, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 788-9.
53. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., p. 126.
54. Con la morte di Heinrich Marx s’interruppe anche quel prezioso carteggio attraverso il quale è possibile acquisire notizie sulla vita di Marx durante quegli anni. Secondo l’ultima figlia di Marx, Eleanor, queste lettere: “mostrano il giovane Marx in maturazione, nell’adolescente l’adulto futuro. Si vede già l’eccezionale capacità di lavoro e la passione di lavoro che ha segnato Marx durante tutta la sua vita; nessun compito era per lui troppo faticoso e mai i suoi scritti hanno portato tracce di rilassamento o negligenza. […] Vedere chiaro in se stesso era il suo obiettivo e anche qui lo osserviamo autocriticarsi e criticare la sua opera con estrema severità. […] E lo vediamo, così come più tardi, anche già lettore che non si ferma ad una sola disciplina, ma che legge, abbraccia e divora tutto: scienza giuridica, storia, poesia, arte. Non c’è niente che non porti acqua al suo mulino; e tutto ciò che faceva, lo faceva dedicandovisi in modo completo”, in Eleanor Marx, Marx’ Briefe an seinen Vater, in Die Neue Zeit, 1898, vol. 16, nr. I, pp. 4-12.
55. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., p. 151.
56. Molto probabilmente, questi sette quaderni sono solo una parte di un più ampio lavoro preparatorio per la sua tesi di laurea. Cfr. Maximilien Rubel, Philosophie Épicurienne. Notice, in Karl Marx, Œuvres III. Philosophie (a cura di Maximilien Rubel), Gallimard, Paris 1982, p. 786. I cosiddetti [Quaderni sulla filosofia epicurea] sono stati pubblicati in traduzione italiana in Opere, vol. I, op. cit., pp. 423-567.
57. Cfr. Maximilien Rubel, Différence de la philosophie naturelle chez Démocrite et chez Épicure, avec un appendice. Notice, in Karl Marx, Œuvres III. Philosophie (a cura di Maximilien Rubel), op. cit., p. 6.
58. In proposito cfr. Mario Cingoli, Il primo Marx (1835-1841), Unicopli, Milano 2001 e Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 40-74.
59. Cfr. Auguste Cornu, op. cit., p. 225.
60. Cfr. Ivi, pp. 194-7.
61. Cfr. Mario Rossi, Da Hegel a Marx. III La scuola hegeliana. Il giovane Marx, Feltrinelli, Milano 1977, p. 164.
62. Questi estratti, insieme a quelli dal De anima di Aristotele, si trovano nel volume Karl Marx – Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen bis 1842, Dietz, Berlin 1976, MEGA² IV/1, pp. 153-288. I compendi realizzati dal testo di Spinoza sono stati pubblicati in traduzione italiana nel volume Karl Marx, Quaderno Spinoza (1841) (a cura di Bruno Bongiovanni), Bollati Boringhieri, Torino 1987.
63. Cfr. Bruno Bongiovanni, Introduzione a Karl Marx, Quaderno Spinoza (1841), op. cit., pp. 36-8.
64. Cfr. Karl Marx a Carl Friedrich Bachmann, 6 aprile 1841, e Karl Marx a Oskar Ludwig Bernhard Wolff, 7 aprile 1841, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 397-8.
65. I versi dati alle stampe si intitolavano Amore notturno e Il suonatore, in Opere, vol. I, op. cit., pp. 597-8 e 678-9, ed apparvero il 23 gennaio del 1841, nel quarto numero di questo periodico tedesco.
66. Gli estratti del periodo di Bonn si trovano nel volume MEGA² IV/1, op. cit., pp. 289-381.
67. Sulla relazione tra Marx e Bauer cfr. Zvi Rosen, Bruno Bauer and Karl Marx, Martinus Nijhoff, The Hague 1977; sul conflitto tra i due si vedano in particolare le pp. 223-40.
68. Cfr. Zwi Rosen, Moses Hess und Karl Marx, Christians, Hamburg 1983 e il recente Stathis Kouvelakis, Philosophy and revolution, Verso, London 2003, pp. 121-66.