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Grundrisse. La profezia incompresa

Così come accade di nuovo 150 anni dopo, con la crisi dei mutui subprime, nel 1857, gli Stati Uniti furono teatro dello scoppio di una grande crisi economica internazionale, la prima della storia. Tale avvenimento generò grande entusiasmo in uno dei suoi più attenti osservatori: Karl Marx.

Dopo il 1848, infatti, Marx aveva ripetutamente sostenuto che una nuova rivoluzione sarebbe avvenuta soltanto in seguito a una crisi e, quando questa giunse, si decise a riassumere, nonostante la miseria e i problemi di salute che lo attanagliavano, gli intensi studi condotti dal 1850 presso il British Museum di Londra e a dedicarsi nuovamente alla sua opera di critica dell’economia politica. Risultato di questo lavoro, compiuto tra l’agosto 1857 e il maggio 1858, furono 8 voluminosi quaderni: i Grundrisse, ovvero la prima bozza de Il capitale.

Dopo questa data, essi giacquero tra le tante carte incompiute di Marx ed è probabile che non siano stati letti neppure dallo stesso Friedrich Engels. In seguito alla morte di quest’ultimo, i manoscritti inediti di Marx vennero custoditi nell’archivio dello SPD, ma furono trattati con grande negligenza. L’unico brano dei Grundrisse dato alle stampe durante quel periodo fu l’Introduzione, pubblicata nel 1903 da Karl Kautsky. Essa suscitò un notevole interesse (costituiva, infatti, il più dettagliato pronunciamento mai compiuto da Marx sulle questioni metodologiche), fu rapidamente tradotta in molte lingue e divenne, poi, uno degli scritti più commentati dell’intera sua opera.

Nonostante la fortuna dell’Introduzione, i Grundrisse rimasero ancora a lungo sconosciuti. La loro esistenza fu resa pubblica solo nel 1923, quando David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca, li ritrovò dopo aver esaminato il lascito letterario di Marx conservato a Berlino. In quella circostanza, essi furono fotografati e, negli anni seguenti, alcuni specialisti in Unione Sovietica ne decifrarono il contenuto e li dattilografarono. Quando apparvero, a Mosca in due volumi (1939 e 1941), furono l’ultimo importante manoscritto di Marx reso noto al pubblico. Tuttavia, la loro pubblicazione a ridosso della Seconda Guerra Mondiale fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Per la loro ristampa si dovette attendere sino al 1953.

Come già accaduto con l’Introduzione, fu un altro estratto dei Grundrisse a generare interesse prima dell’opera integrale: le Forme che precedono la produzione capitalistica. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, questo testo fu tradotto in molte lingue e la prefazione del curatore dell’edizione inglese, Eric Hobsbawm, contribuì a dare risonanza al suo contenuto: “esso costituisce il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell’evoluzione storica mai realizzato da Marx e si può affermare che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di questo testo deve essere riesaminata alla luce di esso”.

La diffusione della versione integrale dei Grundrisse fu un processo lento ma inesorabile e, quando ultimato, rese possibile una più completa e, per alcuni aspetti, differente percezione dell’intera opera di Marx. Le prime traduzioni avvennero in Giappone (1958-65) e in Cina (1962-78). In Unione Sovietica, invece, uscirono soltanto nel 1968-9.

Alla fine degli anni Sessanta, i Grundrisse cominciarono a circolare anche in Europa. Essi apparvero dapprima in Francia (1967-8) e in Italia (1968-70), su iniziativa di case editrici indipendenti dai partiti comunisti. In lingua spagnola, furono pubblicati a Cuba (1970-1) e in Argentina (1971-6) e poi, in altre edizioni, anche in Messico e Spagna. La traduzione inglese giunse soltanto nel 1973. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “i Grundrisse sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx e mettono in discussione e alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”.

Gli anni Settanta furono il decennio decisivo anche per le traduzioni nell’Europa dell’est e i Grundrisse furono stampati in Cecoslovacchia (1971-7), Ungheria (1972), Romania (1972-4) e Jugoslavia (1979). Nello stesso periodo, essi comparvero anche in Danimarca (1974-8), mentre, negli anni Ottanta, furono stampati in Iran (1985-7), in sloveno (1985), in Polonia (1986) e in Finlandia (1986). Inoltre, dopo il 1989 e la fine del cosiddetto ‘socialismo reale’, i Grundrisse hanno continuato a essere tradotti in altri paesi: Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000), Brasile (2008) e, a oggi, sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue e stampati in oltre 500.000 copie. Un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, per giunta in tutta fretta, i propri studi di economia politica.

Il primo commentatore dei Grundrisse fu Roman Rosdolsky, la cui opera, Genesi e struttura del ‘Capitale’ di Marx, pubblicata nel 1968, costituisce la più antica monografia dedicata al testo marxiano. Nello stesso anno, i Grundrisse conquistarono alcuni dei protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un fascino irresistibile tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

Nello stesso periodo i tempi erano mutati anche a est. Dopo una prima fase nella quale i Grundrisse erano stati guardati con diffidenza, essi furono definiti dall’autorevole studioso russo Vitali Vygodski un’opera geniale alla quale era necessario prestare la dovuta attenzione. In pochi anni, dunque, i Grundrisse divennero un testo fondamentale col quale ogni serio studioso di Marx doveva misurarsi.

Pur con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo, cui potere attribuire piena compiutezza concettuale, e coloro che, invece, li giudicarono come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse (cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche) favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate e oggi risibili. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx. Accanto alle contrastanti letture dei Grundrisse, risaltano anche le non letture, il cui caso più eclatante è quello rappresentato da Althusser, che concepì la suddivisione del pensiero di Marx in opere giovanili e opere della maturità (poi così tanto dibattuta) senza conoscere il contenuto dei Grundrisse.

In generale, comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Diversi studiosi videro in questo testo il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle profetiche enunciazioni racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione.

Oggi, a distanza di 150 anni dalla loro stesura, i Grundrisse mostrano la persistente capacità esplicativa di Marx del modo di produzione capitalistico. In essi, infatti, il grande ruolo storico del capitalismo, ovvero la creazione di una società sempre più progredita e cosmopolita rispetto a quelle che la hanno preceduta, è perspicacemente delineato assieme alla critica degli ostacoli che esso frappone a un più compiuto sviluppo sociale e individuale. Inoltre, i Grundrisse hanno un valore straordinario perché racchiudono numerose osservazioni (tra queste quelle sul comunismo) che il loro autore non ebbe più modo di sviluppare in nessuna altra parte della sua opera incompiuta. Se appare molto probabile che anche le nuove generazioni che si avvicineranno all’opera di Marx subiranno il fascino di questi avvincenti manoscritti, è certo che essi sono ancora indispensabili a quanti oggi vogliano interrogarsi con serietà sulla crisi della sinistra e sulla trasformazione del presente.

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Marx, il più eminente teorico della globalizzazione

Professore di Teoria politica all’università di Bristol, Terrell Carver è autore di numerose opere su Marx (tra queste The Postmodern Marx, Manchester University Press 1998). Recentemente Marx è ritornato all’attenzione di studiosi, giornalisti e analisti economici internazionali. Contrariamente a quanto sostenuto da chi ne aveva decretato l’oblio dopo il 1989, il suo pensiero viene ritenuto ancora indispensabile per comprendere la società capitalistica e, in molti paesi europei, tornano a essere pubblicate nuove interpretazioni della sua opera e ristampe dei suoi scritti.

Cosa è accaduto in proposito nel mondo anglosassone negli ultimi vent’anni?
Le esperienze di Stati Uniti e Gran Bretagna sono state differenti e non solo per ragioni politiche. In America le scienze sociali sono dominate da metodologie empiriche e positiviste che danno una definizione di sé in opposizione alle filosofie “continentali”. Secondo queste prospettive, Marx va respinto (il che è molto facile per ragioni politiche) o parzialmente riscritto per essere adattato ai presupposti dominanti. Infatti, se il marxismo analitico (in voga negli anni Ottanta) ha avuto prestigiosi aderenti tra le proprie fila, il suo punto di forza era, però, sempre quello di adattare Marx ai discorsi scientifici “moderni” (leggi statunitensi), ovvero a ipotesi accertabili e “spiegazioni rigorose”. Al contrario, l’approccio scientifico più esplorativo di Marx – che favorisce l’eclettismo tra le discipline e la politicizzazione dei problemi e delle soluzioni – è stato continuamente promosso in Gran Bretagna, specialmente negli studi storici e in quelli di teoria politica e ha favorito il dibattito con quanti, negli Stati Uniti, seguivano degli “approcci continentali”, in particolare quello post-strutturalista. La fine del marxismo analitico negli anni Novanta ha prodotto una caduta d’interesse nei confronti di Marx, la cui concezione materialistica della storia era stata definita errata in base a criteri empirici. Tuttavia, negli ultimi anni, la produzione di studi su Marx è considerevolmente aumentata e, specialmente in Gran Bretagna, nuovi interpreti della sua opera stanno rinvigorendo quella tradizione di studi testuali percorsa, dagli anni Sessanta, da autori quali Isaiah Berlin, Shlomo Avineri e David McLellan.

Molti suoi libri su Marx sono tradotti in Giappone, Cina e Korea. Lei è invitato spesso a tenere delle conferenze nelle università di questi paesi. Quali sono le letture di Marx lì prevalenti?
Gli scritti di Marx saranno sempre parte della tradizione politica dei paesi “in cui prevale il modo di produzione capitalistico” (per citare Il Capitale), o di quelli che stanno per entrare nel mercato mondiale e nelle relazioni sociali e tecnologiche attraverso cui esso opera. Il modo in cui Marx è letto in Asia orientale non differisce particolarmente da come è letto altrove. Ciò che è mutato è l’istituzionalizzazione dei partiti politici marxisti e le differenze ideologiche che questo processo ha favorito. Dal punto di vista scientifico, ciò che è differente oggi in Asia orientale è la consapevolezza generale del valore degli scritti su Marx degli studiosi europei e la volontà di recepire, attraverso un considerevole lavoro di traduzione e studio, questi testi. Allo stesso modo, c’è grande interesse verso la pubblicazione dell’edizione completa delle opere di Marx ed Engels (la Mega2) e voglia di contribuire a questa impresa (in Giappone) o di tradurla (in Cina). Purtroppo, nonostante vi siano diversi interpreti dell’opera di Marx in Asia orientale, che sono letti e tradotti in giapponese e cinese, gli studiosi “occidentali” non hanno ancora dimostrato di avere interesse o curiosità circa i contributi allo studio di Marx o al marxismo che provengono dagli autori di questa regione. Infatti, i libri pubblicati in lingue europee sul mar-xismo “orientale” sono piuttosto pochi e in genere vengono trattati con disattenzione o sufficienza.

I “Grundrisse” continuano a destare interesse. Qual è la ragione del persistente fascino di questi manoscritti?
I Grundrisse contengono la più intensa analisi storica mai realizzata da Marx e hanno rappresentato il suo manoscritto incompleto più interessante dalla pubblicazione dei Manoscritti economi- co-fdosqfici del 1844. Se, nel mondo anglosassone, questi ultimi iniziarono ad attirare l’attenzione di interpreti e lettori sin dagli anni Cinquanta, i Grun- drisse apparvero solo nel 1973 e furono un testo molto difficile da comprendere. L’opera “economica” di Marx (in realtà una “critica delle categorie economiche”) ha sofferto, nel contesto anglosassone, di letture convenzionali o molto elementari e di un rifiuto quasi totale da parte degli economisti “moderni”, le cui metodologie escludevano il tipo di discussione che inte-ressava Marx. Gli storici e i filosofi, invece, si sono sentiti non a loro agio – o non qualificati – per le discussioni di economia politica e hanno per lungo tempo considerato Il capitale come una sfida troppo ardua. In questo contesto, i Grundrisse hanno rappresentato una via più accessibile al capolavoro di Marx, ma credo che molti studiosi siano rimasti innamorati delle scorciatoie o dei rebus di questi manoscritti e non si siano poi dedicati alle successive e più rigorose elaborazioni contenute nel libro primo de Il capitale.

Perché è importante leggere Marx oggi?
Marx è il più eminente teorico del capitalismo globalizzato e, per avere un affresco in proposito, non c’è niente di meglio da fare che leggere il Manifesto del Partito Comunista. Io incoraggio i miei studenti a spogliarlo dal suo status dottrinale e leggerlo come ciò che fu: un pamphlet di 23 pagine pubblicato anonimo nel 1848. Esso mette i lettori esattamente davanti a ciò che è stato il mondo, a cosa è oggi e a dove sta andando. Inoltre, la fede nell’azione di massa e nell’identificazione di classe contenuta in questo scritto è eccezionale. Nel 1875, Marx decise di non ammodernare il Manifesto perché lo riteneva di “interesse storico”. Al contrario, a me oggi sembra quasi per niente datato nelle sue rappresentazioni della crescita capitalistica. Più che criticare Marx per alcune delle sue previsioni che si sono rilevate errate, ritengo sia oggi più interessante leggere scritti come il Manifesto, i Grundrisse e, naturalmente, Il capitale, come degli straordinari tentativi politici di comprendere il presente.
M. M.

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Eric Hobsbawm: perchè Karl Marx piace ai capitalisti

Parla Eric Hobsbawm a 150 anni dalla stesura dei famosi Grundrisse di Karl Marx, l’opera chiave che preparò Il Capitale: «La crisi globale rilancia le analisi del capostipite del socialismo scientifico. E i capitalisti lo sanno…»

Eric Hobsbawm, «italianista», studioso di Gramsci, profondamente legato al nostro paese e alla cultura politica di sinistra del nostro paese, è considerato uno dei più grandi storici viventi.
È presidente del Birkbeck College (università di Londra) e professore emerito presso la New School for Social Research (New York). Tra i suoi molti scritti la trilogia sul «lungo 19° secolo»: L’età della rivoluzione: 1789-1848 (1962), L’età dell’impero: 1875-1914 (1987) e Il secolo breve, 1914-1991 (1994).

Professor Hobsbawm, a due decenni dal 1989 Karl Marx è tornato sotto le luci della ribalta. Nel corso di una conversazione con Jacques Attali lei ha detto che sono stati i capitalisti più degli altri a riscoprirlo e ha parlato della sua sorpresa quando l’uomo d’affari liberal George Soros le ha detto «ho appena letto Marx e c’è molto di vero in quello che dice». Quali sono le ragioni di questa riscoperta?

«Senza dubbio c’è una ripresa di interesse per Marx nel mondo capitalistico, ma il fenomeno non riguarda ancora i Paesi dell’est europeo che fanno parte dell’Unione Europea. Questa ripresa di interesse è stata probabilmente accelerata dal fatto che il 150° anniversario del Manifesto del Partito Comunista è coinciso con una crisi economica internazionale particolarmente drammatica nel bel mezzo di un processo di rapidissima globalizzazione dell’economia di mercato. Marx aveva previsto la natura dell’economia mondiale dell’inizio del 21° secolo, 150 anni prima in base alla sua analisi della “società borghese”. Non c’è da sorprendersi se i capitalisti intelligenti, in particolare il settore finanziario globalizzato, sono rimasti colpiti da Marx in quanto più consapevoli degli altri della natura e delle instabilità dell’economia capitalistica nella quale operavano. La maggior parte della sinistra intellettuale non sapeva più che farsene di Marx. Era uscita demoralizzata dal crollo del progetto social-democratico nel Paesi del nord Atlantico nel corso degli anni 80 e dalla conversione di massa dei governi nazionali all’ideologia del libero mercato nonché dal collasso dei sistemi politici ed economici che sostenevano di essersi ispirati a Marx e Lenin. I cosiddetti “nuovi movimenti sociali” come il femminismo non avevano alcun legame logico con l’anti-capitalismo (anche se i suoi membri presi individualmente erano schierati su queste posizioni) oppure non condividevano la fede nell’incessante progresso del controllo dell’uomo sulla natura che era stata condivisa sia dal capitalismo che dal socialismo tradizionale. Al tempo stesso il proletariato, diviso e indebolito, cessò di essere credibile come agente storico della trasformazione sociale. C’è da aggiungere che a partire dal 1968 i principali movimenti radicali avevano preferito l’azione diretta non necessariamente fondata su grandi letture o su una analisi teorica della realtà. Naturalmente ciò non vuol dire che Marx smetterà di essere considerato un grande pensatore classico, anche se per, ragioni politiche, specialmente in Paesi come la Francia e l’Italia che hanno avuto forti e influenti partiti comunisti, c’è stata una accesa offensiva intellettuale contro Marx e le analisi marxiste che ha toccato il momento di massima espansione negli anni 80 e 90. Ora secondo alcuni segnali questa offensiva dovrebbe aver esaurito il suo slancio».

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla crisi finanziaria in Asia orientale, alla crisi economica in Argentina e alla crisi dei mutui subprime iniziata negli Stati Uniti e diventata la più grande crisi finanziaria del dopoguerra. È giusto dire che la ripresa di interesse per Marx si basa anche sulla crisi della società capitalistica e sulla capacità di Marx di spiegare le contraddizioni profonde del mondo contemporaneo?

«Se in futuro la politica della sinistra sarà ancora una volta ispirata dall’analisi di Marx, dipenderà dall’andamento del capitalismo mondiale. Ciò vale non solo per Marx, ma per la sinistra nel suo complesso intesa come progetto e come ideologia politica coerente. E dal momento che, come lei ha detto giustamente, il ritorno di Marx si basa in larga misura sull’attuale crisi della società capitalistica, le prospettive sono più promettenti di quanto non fossero negli anni 90. L’attuale crisi finanziaria mondiale, che negli Stati Uniti potrebbe diventare una grave depressione economica, drammatizza il fallimento della “teologia” del libero mercato globale e incontrollato e costringe persino il governo americano a prendere in considerazione interventi pubblici come non avveniva dagli anni 30. Le pressioni politiche stanno già indebolendo l’impegno dei governi neo-liberali nei confronti di una globalizzazione incontrollata, illimitata e senza regole. In alcuni casi (Cina) le enormi disuguaglianze e ingiustizie causate dalla transizione verso una economia di libero mercato causano già grossi problemi alla stabilità sociale e sollevano dubbi persino ai vertici del governo. È chiaro che qualsivoglia “ritorno a Marx” sarà essenzialmente un ritorno all’analisi del capitalismo fatta da Marx e alla sua collocazione nell’evoluzione storica dell’umanità. Ivi compresa la sua analisi della inevitabile instabilità dello sviluppo capitalistico che procede per periodiche crisi economiche auto-generate che si riflettono sulla condizione politica e sociale. Nessun marxista poteva credere nemmeno per un momento che, come sostennero nel 1989 gli ideologi del neo-liberalismo, il capitalismo liberale avvrebbe vinto per sempre, che la storia era finita o che qualsivoglia sistema di relazioni umane potesse essere definitivo e immutabile».

Non ritiene che se le forze politiche e intellettuali della sinistra internazionale rinnegassero le idee di Marx perderebbero una guida fondamentale per l’esame e la trasformazione della realtà contemporanea?

«Nessun socialista può rinnegare le idee di Marx in quanto la sua convinzione che il capitalismo deve essere sostituito da un’altra forma di società si basa su una seria analisi dello sviluppo storico, in particolare nell’era capitalistica. La sua previsione che il capitalismo sarebbe stato sostituito da una sistema gestito o pianificato socialmente sembra ancora ragionevole anche se certamente Marx sottovalutò gli elementi di mercato destinati a sopravvivere in qualunque sistema post-capitalistico. Dal momento che si astenne deliberatamente dal fare previsioni sul futuro, non può essere ritenuto responsabile dei modi specifici in cui le economie “socialiste” furono organizzate nel socialismo reale. Per quanto riguarda gli obiettivi del socialismo, Marx non è stato solamente un pensatore che voleva una società senza sfruttamento e alienazione nella quale tutti gli uomini potessero realizzare appieno le loro potenzialità, ma espresse questa aspirazione con più forza di chiunque altro e le sue parole hanno ancora una notevole forza ispiratrice. Tuttavia Marx non potrà tornare ad essere di ispirazione politica alla sinistra fin quando non si comprenderà che i suoi scritti non vanno considerati programmi politici, autorevoli o meno, né descrizioni dell’attuale situazione del capitalismo mondiale, ma piuttosto guide per comprendere la natura dello sviluppo capitalistico. Né possiamo o dobbiamo dimenticare che Marx non arrivò ad esporre in maniera completa e sistematica le sue idee malgrado i tentativi di Engels ed altri di ricavare dai manoscritti di Marx un Capitale II e III. D’altro canto Marx non tornerà alla sinistra fin quando non verrà abbandonata l’attuale tendenza dei militanti radicali a trasformare l’anti-capitalismo in anti-globalizzazione. La globalizzazione esiste e, a meno di un collasso della società umana, è irreversibile. Tanto vero che Marx lo riconobbe come un dato di fatto e, da internazionalista, lo giudicò positivamente, almeno in linea di principio. Quello che egli criticò, e che anche noi dobbiamo criticare, era il tipo di globalizzazione prodotto dal capitalismo».

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I primi 190 anni di Karl Marx

Il 5 maggio di 190 anni fa nacque Karl Marx. Cresciuto in una famiglia di origini ebraiche, trascorse a Treviri, in Germania, la sua prima giovinezza. Dal 1835 fu studente di Diritto alle università di Bonn e Berlino, ma ben presto il suo interesse principale si volse alla filosofia, in particolare a quella hegeliana allora dominante.

Nel 1841 fu promosso dottore in Filosofia all’Università di Jena, con una tesi sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Un amico del tempo lo descrisse così: «immagina Rousseau, Voltaire, Holbach, Lessing, Heine e Hegel uniti in una persona (e dico uniti, non messi insieme alla rinfusa) e avrai Karl Marx». Anche il suo aspetto esteriore non passava inosservato. La carnagione scura, accentuata dai peli neri e fittissimi che gli spuntavano dovunque, e la vistosa capigliatura corvina, gli valsero, infatti, il soprannome che lo accompagnò per tutta la vita: il Moro.

La partecipazione al movimento dei Giovani Hegeliani gli impedì la carriera accademica cui aspirava. Così, nel 1842-43, le sue brillanti doti di polemista furono al servizio del liberalismo democratico della «Gazzetta Renana», della quale divenne giovanissimo redattore capo. Quando la censura colpì il quotidiano di Colonia, Marx scelse l’esilio, e riparò prima a Parigi e poi a Bruxelles.

In questo periodo, il suo pensiero compì un’importante maturazione. Egli si separò dalla filosofia che intendeva il cambiamento del mondo come mero compito teoretico: «i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo»; scoprì la potenzialità rivoluzionaria del proletariato; aderì al comunismo e iniziò lo studio dell’economia politica. L’incontro con Friedrich Engels, avvenuto nel 1844, sancì, inoltre, un’amicizia e una collaborazione che durarono quarant’anni. I lavori giovanili, tra i quali figurano i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e L’ideologia tedesca, rimasero incompleti e furono pubblicati soltanto nel 1932. Tuttavia, essi permisero a Marx di cominciare a elaborare la concezione materialistica della storia, che in seguito, distante però dal determinismo di molti suoi epigoni, definì così: «l’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita».

Nel 1847, in polemica col socialista francese Proudhon, diede alle stampe la sua prima opera di economia: Miseria della filosofia. Nel 1848, scrisse insieme con Engels Il manifesto del partito comunista. Il suo incipit, «uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», è celebre quanto la sua tesi di fondo: «la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi». Dopo lo scoppio delle rivoluzioni del 1848, fu direttore della «Nuova Gazzetta Renana», ma nel 1849, con la sconfitta del movimento rivoluzionario, fu costretto a rifugiarsi a Londra, dove rimase in esilio fino alla morte, che giunse nel 1883.

Gli anni Cinquanta furono il periodo peggiore dell’esistenza di Marx. Egli visse in condizioni di profonda miseria, a causa della quale perse quattro figli, e tormentato da diverse malattie. Riuscì a sopravvivere soltanto grazie all’aiuto di Engels e con i ricavi della prestigiosa corrispondenza che Marx avviò con il «New-York Daily Tribune», all’epoca il quotidiano più venduto al mondo. Nonostante le terribili condizioni di vita, egli riuscì a proseguire gli studi di economia politica nel totale isolamento in cui si chiuse nella biblioteca del British Museum. Dal 1857, convinto che la crisi finanziaria internazionale, scoppiata quell’anno, avrebbe creato le condizioni per una nuova fase rivoluzionaria, riprese il progetto della sua «Economia». Nel 1857-58 redasse gli importantissimi Grundrisse, i manoscritti in cui riepilogò i lineamenti fondamentali dell’opera che aveva da tanto tempo in cantiere, e nel 1859 pubblicò il fascicolo intitolato Per la critica dell’economia politica. Tuttavia, il colossale piano di questo lavoro fu portato a termine solo per un’esigua parte. A complicare le già difficili circostanze fu l’impegno politico che egli assunse, dal 1864 al periodo successivo alla Comune di Parigi, a capo dell’«Associazione Internazionale dei Lavoratori», della quale redasse indirizzi, risoluzioni, programmi e ne fu la figura principale.

Il libro primo de Il capitale, uscì soltanto nel 1867 e Marx non riuscì a completarne il secondo e il terzo volume, che furono, invece, dati alle stampe da Engels. Manoscritti non ultimati, abbozzi provvisori e progetti abbandonati. Contrariamente al carattere di sistematicità che gli è stato spesso attribuito, la gran parte dei suoi lavori è segnata dall’incompiutezza, caratteristica che non impedì, però, alle sue analisi, di mostrarsi meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze teoriche. Marx trascorse i suoi ultimi anni svolgendo ulteriori ricerche. Il metodo oltremodo rigoroso, l’autocritica più spietata, l’inestinguibile passione conoscitiva e la difficoltà di rinchiudere la complessità della società nell’opera che aveva progettato per una vita intera, rendono verosimile l’amara descrizione che una volta diede di sé: «sono una macchina condannata a divorare libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia».

La sorte toccatagli dopo la morte è stata di tutt’altra natura. La cattiva sistematizzazione subita dalla sua opera da parte dei seguaci, l’impoverimento teorico che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione dei suoi scritti e il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, hanno fatto si che il suo pensiero sia stato spesso travisato o confuso con quello dei tanti che si sono professati marxisti nonostante abbiano avuto ben poco in comune con Marx.

A distanza di due decenni dal 1989, quando fu messo troppo frettolosamente da parte e ne fu dichiarato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato alla ribalta. La sua persistente potenzialità esplicativa della realtà odierna ripropone il valore del suo pensiero e sugli scaffali delle biblioteche i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente.

Marx fu un ricercatore instancabile, analitico e perspicace del capitalismo e, meglio di ogni suo altro contemporaneo, ne intuì e ne analizzò lo sviluppo su scala mondiale. Egli capì che la nascita di una economia globalizzata era insita nel modo di produzione capitalistico e previde anche che questo processo non avrebbe generato solo crescita e benessere, tanto sbandierati da parte liberale, ma anche violenti conflitti, crisi economiche e ingiustizia sociale diffusa.

Il ritorno d’interesse nei confronti di Marx si fonda sulla crisi della società contemporanea e sulla ancora così tanto attuale capacità, da parte sua, di spiegare il mondo d’oggi e le profonde contraddizioni che lo percorrono. Rinunciare al patrimonio critico contenuto nei suoi scritti significherebbe per la sinistra deporre una delle armi più preziose per la trasformazione del presente.

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I «Manoscritti economico-filosofici del 1844» di Karl Marx

I. Introduzione
I Manoscritti economico-filosofici del 1844 costituiscono uno degli scritti di Karl Marx più celebri e diffusi in tutto il mondo. Tuttavia, questo testo, tanto dibattuto e di così grande incidenza per l’interpretazione complessiva della concezione del suo autore, è rimasto per lungo tempo sconosciuto. Infatti, dalla sua stesura a quando esso è stato dato alle stampe, e offerto a studiosi e militanti politici, è passato quasi un secolo.

La pubblicazione non ne esaurì, però, le vicissitudini. Con essa prese avvio l’annosa contesa relativa al loro carattere. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 erano un testo che esprimeva le concezioni tipiche della sinistra hegeliana e, dunque, ancora riduttivo rispetto alla successiva critica dell’economia politica; oppure rappresentavano la base filosofica del pensiero di Marx, sottesa a tutta la sua opera, seppure era andata sempre più affievolendosi nel lungo percorso della stesura de Il capitale? Questo conflitto interpretativo ebbe valenza politica. La prima interpretazione fu sostenuta dagli studiosi sovietici di Marx e dalla gran parte degli interpreti che avevano un forte legame con i partiti comunisti legati al cosiddetto «blocco socialista» o che di esso erano parte. La seconda, invece, fu avanzata dai fautori di un marxismo critico, che trovarono proprio in questo testo le fonti testuali e le più efficaci argomentazioni (in particolare quella sul concetto di alienazione) per rompere il monopolio che l’Unione Sovietica aveva avuto, sino ad allora, sull’opera di Marx.

Le letture strumentali, che l’una e l’altra parte hanno compiuto sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, sono un chiaro esempio di come l’opera di Marx sia stata permanente oggetto di conflitti teorico-politici e spesso piegata, in funzione di essi, a interpretazioni distorte. Per meglio evidenziare tale realtà, il secondo e il terzo paragrafo di questo articolo ricostruiscono le vicende editoriali legate alla loro pubblicazione, mentre i paragrafi quarto, quinto e sesto presentano una breve rassegna – stante la mole di volumi scritti dai tanti interpreti di questo testo – delle loro interpretazioni.

II. Le due edizioni del 1932
La prima pubblicazione parziale dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 avvenne in lingua russa a opera di David Borisovič Rjazanov. Nel 1927, infatti, all’interno del terzo volume dello Archiv K. Marksa i F. Engel’sa, il noto studioso di Marx, al tempo direttore dell’Istituto Marx-Engels (IME) di Mosca, diede alle stampe gran parte di quello che venne poi denominato «terzo» manoscritto , con il titolo Lavori preparatori alla «Sacra famiglia» . Il testo fu preceduto da un’introduzione dello stesso Rjazanov che sottolineò l’importanza del periodo nel quale furono redatti questi manoscritti, contraddistinto da un rapidissimo progresso teorico del loro autore.

Secondo lo studioso sovietico, il valore delle note pubblicate era notevole poiché esse, lungi dal rappresentare una mera curiosità bibliografica, costituivano una tappa importante del cammino di Marx e consentivano di intendere meglio il suo sviluppo intellettuale . Nonostante il grande rigore degli studi condotti da Rjazanov, questa ipotesi interpretativa si mostrò errata. Le indicazioni di Marx e il contenuto delle pagine dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 testimoniano che essi non furono affatto uno studio preparatorio a La sacra famiglia, ma un lavoro diverso e precedente, dedicato alla sua prima analisi critica dell’economia politica.

Nel 1929, all’interno della K. Marks i F. Engel’s: Sočinenija (Opere) (1928-1947), la prima edizione sovietica delle opere di Marx ed Engels, venne data alle stampe una seconda edizione russa del testo. Il manoscritto fu inserito nel III tomo, nella stessa forma frammentaria e con lo stesso titolo errato del 1927 . Inoltre, nel 1931, la rivista Unter dem Banner des Marxismus pubblicò la prima versione in lingua tedesca del frammento Critica della dialettica e in generale della filosofia di Hegel.

La prima edizione completa fu data alle stampe, in lingua tedesca, nel 1932. In realtà, nello stesso anno, le versioni pubblicate furono due e tale circostanza concorse ad alimentare la confusione intorno a questo testo. Gli studiosi socialdemocratici Siegfried Landshut e J. P. Mayer pubblicarono una raccolta delle opere giovanili di Marx, in due volumi, Der historische Materialismus. Die Frühschriften , nella quale furono inseriti anche i Manoscritti economico-filosofici del 1844. Tale edizione era stata anticipata l’anno precedente da un articolo dello stesso Mayer che annunciava la stampa di un importantissimo «scritto di Marx finora sconosciuto» . In questa raccolta, però, essi furono pubblicati solo parzialmente e con diverse e gravi imprecisioni. Il «primo» manoscritto, infatti, mancava del tutto; il «secondo» ed il «terzo» furono dati alle stampe in un caotico disordine; e venne poi inserito un presunto «quarto» manoscritto che era, invece, soltanto il compendio del capitolo finale della Fenomenologia dello Spirito di Hegel privo di qualsiasi commento di Marx.

Inoltre, l’ordine della varie parti fu stravolto (i manoscritti furono pubblicati nella sequenza III – II – IV) rendendo la loro comprensione ancora più difficile. Cosa ancora più grave, la decifrazione dell’originale conteneva numerosi errori e anche il titolo scelto era manifestamente sbagliato. La dicitura Economia politica e filosofia. Sulla connessione dell’economia politica con lo Stato, il diritto, la morale e la vita civile (1844) era, infatti, in totale contraddizione con quanto affermato da Marx nella prefazione: «si troverà che nel presente scritto la connessione dell’economia politica con lo Stato, il diritto e la morale sarà presa in considerazione solo per quel tanto che l’economia politica stessa prende in considerazione ex professo questi argomenti» . Ultimo importante dettaglio: il testo fu accompagnato da pochissime indicazioni filologiche, contenute nella prefazione dei curatori, che indicarono quale probabile periodo di redazione dei manoscritti l’arco di tempo tra il febbraio e l’agosto del 1844.

Nonostante i gravi errori editoriali e interpretativi sin qui esposti, questa versione conobbe una buona diffusione in Germania e fu la base della traduzione francese, realizzata nel 1937 da J. Molitor.
La seconda versione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 pubblicata nel 1932 apparve nel terzo volume della prima sezione dell’edizione delle opere complete di Marx ed Engels, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), a cura dell’Istituto-Marx-Engels (IME) di Mosca. Si trattò della prima edizione integrale e scientifica di questo scritto, a cui fu dato il titolo, divenuto poi celebre, di Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844 . Per la prima volta, i tre manoscritti vennero pubblicati nella disposizione esatta e la decifrazione degli originali fu decisamente più accurata che nell’edizione realizzata in Germania. Un’introduzione, seppur anch’essa molto circoscritta, ricostruì la genesi del testo e ogni manoscritto fu anticipato da una breve descrizione filologica.

Tuttavia, anche gli editori della MEGA, avendo dovuto assegnare un titolo a questi manoscritti, collocando la prefazione al principio del testo (in realtà si trova nel terzo manoscritto) e nel riorganizzarne l’insieme, finirono col far credere che Marx avesse avuto, sin dal principio, l’idea di scrivere una critica dell’economia politica e che i manoscritti fossero un’opera originariamente divisa in capitoli.

Tra l’edizioni di Landshut e Mayer e quella della MEGA, quest’ultima risultò senz’altro la migliore e divenne la base di gran parte delle traduzioni che seguirono. Le due differenti versioni pubblicate nel 1932 entravano in conflitto tra loro non solo per alcune questioni di filologia. Lo scontro tra ‘marxismo occidentale’ e ‘marxismo sovietico’ andò, col passare degli anni, sempre più inasprendosi e l’interpretazione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne uno dei principali oggetti della disputa.

Vladimir V. Adoratskij, il direttore della MEGA subentrato a Rjazanov nel 1931, dopo che le epurazioni staliniane si abbatterono anche sull’IME, divenuto Istituto Marx-Engels-Lenin (IMEL), presentò il testo come uno scritto frammentario avente a tema il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria e il denaro, nel quale Marx aveva elaborato un’analisi della struttura economica del capitalismo ricorrendo ancora alla terminologia filosofica feuerbachiana . Viceversa, Landshut e Mayer scrissero di un’opera che “nell’essenza, anticipa[va] già Il capitale”, che era “in un certo senso l’opera più centrale di Marx [… che] forma[va] il punto nodale del suo intero sviluppo concettuale” e che non solo restituiva al lettore la terminologia filosofica marxiana dei primi scritti, ma esprimeva la necessità di ricondurre le successive teorie economiche ai concetti sviluppati durante questo periodo, ovvero svelava il contenuto filosofico della teoria economica della maturità . Nonostante l’assoluta mancanza di fondamento, questa interpretazione riscosse grande successo e può essere datata proprio a questo saggio la nascita – agevolata successivamente da quanti, come Louis Althusser, non condivisero questa tesi – di una delle più grandi mistificazioni marxiste: l’invenzione del “giovane Marx” .

III. Traduzioni e ristampe successive
Grazie alla sua superiorità filologica, la versione MEGA si impose nettamente e quasi tutte le traduzioni poi apparse si basarono su di essa – in Giappone nel 1946, in Italia nel 1949 a cura di Norberto Bobbio e nel 1950 a cura di Galvano della Volpe, nel mondo anglosassone e in Cina nel 1956 e, infine, nel 1962, anche in Francia, dopo la versione filologicamente poco attendibile del 1937 citata in precedenza.

In Unione Sovietica e, più in generale, nell’Europa dell’Est, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 subirono, invece, una vera e propria persecuzione. Nel 1954, infatti, l’Istituto per il Marxismo-Leninismo (IML) di Mosca, nuova denominazione del precedente IMEL, in vista della preparazione della nuova edizione russa delle opere di Marx ed Engels (K. Marksa i F. Engel’sa Sočinenija, 1955-66), decise di non includere tra i propri volumi i manoscritti incompleti dei “fondatori del socialismo scientifico”, ovvero molti di quegli importantissimi lavori grazie ai quali sarebbe stata possibile una più corretta interpretazione della genesi del pensiero di Marx.

Tra i testi esclusi vi furono non soltanto i Manoscritti economico-filosofici del 1844, ma anche i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, meglio noti come Grundrisse. Tale scelta editoriale fu, però, alquanto contraddittoria. In questa edizione, infatti, trovarono posto altri manoscritti di Marx, tra cui i lavori giovanili Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto, inserita nel primo volume, e L’ideologia tedesca, che occupò tutto il terzo volume. Inoltre, questa «seconda» Sočinenija (1955-66) contenne molti più scritti della prima (1928-47) e la decisione di non pubblicare i Manoscritti economico-filosofici del 1844 rispose a un preciso intento politico.

Essi apparvero come pubblicazione singola, intitolata Estratti dalle opere giovanili , che fu data alle stampe, in soli 60.000 esemplari, soltanto nel 1956 . Affinché i Manoscritti economico-filosofici del 1844 fossero inseriti nella «seconda» Sočinenija fu necessario, invece, attendere quasi vent’anni, ovvero la stampa del volume aggiuntivo XLII nel 1974.

Così come per l’edizione sovietica, anche la raccolta degli scritti di Marx ed Engels pubblicata nella Repubblica Democratica Tedesca, la Marx Engels Werke (MEW), uscita in 39 volumi tra il 1956 e il 1968, escluse i Manoscritti economico-filosofici del 1844 dal novero dei propri volumi numerati. Essi, infatti, non furono inseriti nel volume 2, pubblicato nel 1962, dove avrebbero dovuto cronologicamente essere collocati, ma vennero pubblicati soltanto nel 1968 e come volume aggiuntivo (Ergänzungsband) . Tale volume, dopo essere apparso in questa veste fino al 1981, ovvero in quattro successive edizioni, fu pubblicato dal 1985 con il titolo Schriften und Briefe, November 1837-August 1844, come tomo 40 della MEW.

Dopo la MEGA del 1932, la prima edizione delle opere di Marx pubblicata nel “campo socialista” a inserire i Manoscritti economico-filosofici del 1844 tra i propri volumi numerati fu la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²). Le sue pubblicazioni cominciarono nel 1975 e i manoscritti parigini furono dati alle stampe nel volume I/2, nel 1982, esattamente cinquant’anni dopo la prima versione. Con questo testo, essi apparvero in un’edizione storico-critica e vennero addirittura pubblicati in due versioni. Una prima (Erste Wiedergabe) riprodusse la sistemazione delle carte originali di Marx e propose dunque la divisione in colonne di parti del testo del «primo» manoscritto; una seconda (Zweite Wiedergabe), invece, utilizzò la divisione in capitoli e l’impaginazione generalmente adottata da tutte le precedenti edizioni .

IV. Uno o due Marx? La disputa sulla “continuità” del pensiero di Marx
Sul fronte dell’interpretazione teorica, le due edizioni del 1932 e le due differenti interpretazioni che le accompagnarono, diedero inizio a una molteplicità di controversie, di carattere ermeneutico e naturalmente anche politico, del testo marxiano. Da una parte, come si è visto, vi fu l’interpretazione volta a intendere questo scritto come l’espressione di una fase giovanile, ancora negativamente condizionata dall’impostazione filosofica (Adoratskij). Dall’altra, viceversa, quella che intravvide, proprio nell’elaborazione filosofica del primo Marx, l’essenza di tutta la sua teoria critica e l’espressione più alta del suo umanesimo (Landshut e Mayer). Le due tesi misero al centro del loro dibattito la questione della cosiddetta “continuità”: c’erano stati due Marx diversi tra loro – uno giovane e uno maturo –, oppure vi era stato un unico Marx che, nonostante il passare degli anni, aveva sostanzialmente conservato le sue convinzioni?

L’opposizione tra queste due vedute andò sempre più radicalizzandosi. Attorno alla prima, si strinse l’ortodossia stalinista e quanti, in Europa, ne condividevano le direttive teoriche e politiche. I sostenitori di questa concezione minimizzarono o rifiutarono del tutto l’importanza degli scritti giovanili, ritenuti superficiali rispetto alle opere successive . Per la seconda tesi si espresse una realtà più variegata ed eterogenea di autori, che avevano tutti, però, come minimo comune denominatore il rifiuto del dogmatismo del “comunismo ufficiale” e volevano rompere la presunta relazione diretta che gli esponenti di quest’ultimo stabilivano tra il pensiero di Marx e la realtà politica dell’Unione Sovietica.

Le affermazioni di due protagonisti del dibattito marxista di quel periodo rendono più di ogni altro commento la portata della questione. Secondo Louis Althusser:

«Il dibattito sulle opere giovanili di Marx è prima di tutto un dibattito politico. C’è bisogno di ripetere che le opere giovanili di Marx (…) sono state esumate da parte socialdemocratica e sfruttate contro le posizioni teoriche del marxismo-leninismo? (…) Ecco dunque il campo della discussione: il giovane Marx. La posta: il marxismo. I termini: se il giovane Marx è già e tutto Marx».

Iring Fetscher affermò invece che:

«Negli scritti giovanili di Marx la liberazione dell’uomo da ogni forma di sfruttamento, di dominio e di alienazione è di importanza così centrale, che all’epoca del dominio staliniano un lettore sovietico avrebbe dovuto avvertire queste argomentazioni proprio come una critica della sua situazione. Questa è anche la ragione per cui gli scritti giovanili non sono mai stati pubblicati in russo in edizioni economiche e di grande tiratura. Essi venivano considerati come lavori relativamente poco significativi di quel giovane hegeliano non ancora giunto al marxismo, che sarebbe stato allora Marx».

Ambedue le parti di questa contesa operarono degli stravolgimenti del testo di Marx. Gli ortodossi negarono il valore dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, fino ad arrivare a censurarli e ad escluderli dalle edizioni degli scritti di Marx ed Engels. Le letture del cosiddetto “marxismo occidentale”, invece, conferirono, in modo manifestamente forzato, a questo primissimo schizzo incompleto di Marx, maggiore valore rispetto all’opera data alle stampe a distanza di oltre venti anni di studi e ricerche: Il capitale.

In questo scontro ideologico, però, quasi tutti gli autori si comportarono allo stesso modo e considerarono i Manoscritti economico-filosofici del 1844 come un testo completo, organico e coerente, quale un’opera vera e propria. Così, nonostante l’incompiutezza e la forma frammentaria che li contraddistingueva, essi furono letti prestando scarsa attenzione ai problemi filologici in essi presenti, che vennero ignorati o ritenuti poco importanti.

Non potendo, in questa sede, prendere in rassegna in maniera completala numerosissima letteratura critica esistente sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, la disamina si limiterà esclusivamente ai testi principali.

V. Le interpretazioni principali
Subito dopo la pubblicazione delle due versioni del 1932, numerosi studiosi si cimentarono con i Manoscritti economico-filosofici del 1844. Gli autori tedeschi Henri de Man e Herbert Marcuse giunsero a conclusioni analoghe a quelle di Landshut e Mayer. Il primo sottolineò come lo scritto parigino conteneva già le valutazioni sulle quali Marx avrebbe basato tutto il suo successivo progetto teorico e avanzò l’ipotesi che in Marx fossero presenti due marxismi: quello umanistico della giovinezza e quello della maturità e che il primo fosse superiore al secondo, appannato e caratterizzato dal declino delle energie creative . Anche Marcuse sostenne la tesi che i Manoscritti economico-filosofici del 1844 rendevano evidenti i fondamenti filosofici della critica dell’economia politica . A suo giudizio, inoltre, la scoperta di una così forte presenza della filosofia hegeliana nel pensiero di Marx arricchiva la sua antropologia di una dimensione storico-sociale assente in Ludwig Feuerbach.

La scoperta dell’importanza del “giovane Marx” si accompagnò sempre più , dunque, allo studio del suo rapporto con Hegel e tale circostanza fu favorita anche dalla pubblicazione, di poco antecedente a quella dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, dei manoscritti di Jena di Hegel . Uno dei principali autori a intraprendere questo percorso fu György Lukács che, con il suo scritto del 1923, Storia e coscienza di classe, aveva sorprendentemente anticipato molti dei temi del futuro dibattito hegelo-marxiano. Nel suo libro del 1938, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, Lukács mise in relazione gli studi giovanili dei due autori – filosofici quelli di Marx ed economici quelli di Hegel – e ne tracciò le affinità che aveva ravvisato. In particolare, egli sottolineò che i riferimenti marxiani a Hegel nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 erano presenti ben oltre i passaggi nei quali quest’ultimo era citato testualmente. Diverse analisi economiche erano mosse, a suo parere, dalla critica della concezione filosofica hegeliana:

«la connessione di economia e filosofia è (…), in questi manoscritti di Marx, una profonda necessità metodologica, la condizione di un effettivo superamento della dialettica idealistica di Hegel. Perciò sarebbe superficiale ed estrinseco credere che il dibattito di Marx con Hegel cominci solo nell’ultima parte del manoscritto, che contiene la critica della Fenomenologia. Le parti precedenti, puramente economiche, in cui Hegel non è mai ricordato direttamente, contengono la fondazione più importante di questo dibattito e di questa critica: la chiarificazione economica dei fatti principali dell’estraneazione».

Nelle lezioni sulla Fenomenologia dello spirito, tenute all’École Pratique des Hautes Études dal 1933 al 1939 e successivamente pubblicate nel libro Introduzione alla lettura di Hegel, Alexandre Kojève fu un altro autore – destinato a esercitare grande influenza – ad approfondire questo connubio, anche se nel suo caso fu l’opera di Hegel a essere riletta alla luce dell’interpretazione marxista. Il legame tra Hegel e Marx venne sviluppato, infine, anche da Karl Löwith nel celebre e, in seguito, molto diffuso testo Da Hegel a Nietzsche.

Accanto al legame con Hegel, sempre nella Repubblica Federale Tedesca, dopo la seconda guerra mondiale, testi quali Die Anthropologie des jungen Marx nach den Pariser ökonomisch-philosophischen Manuskripten di Erich Thier, Der entfremdete Mensch di Heinrich Popitz e Der technische Eros di Jacob Hommes, diffusero l’opinione che i Manoscritti economico-filosofici del 1844 erano il testo fondamentale dell’intera opera marxiana. Poco dopo, sbocciò in tutt’Europa un grande interesse filosofico per Marx. La Francia fu, senza dubbio, il paese dove questi studi ebbero la maggiore proliferazione e diffusione e in cui il pensiero giovanile di Marx fu posto a base della critica, filosofica e politica, al dogmatismo staliniano e al marxismo ufficiale.

Lo studio degli scritti giovanili di Marx costituì in Francia «l’avvenimento filosofico decisivo di questo periodo» . Si trattò di un processo variegato, che caratterizzò l’intero quindicennio del dopoguerra francese, nel quale molti autori, diversi tra loro per cultura filosofica e tendenze politiche, tentarono di trovare una sintesi filosofica tra marxismo, hegelismo, esistenzialismo e cristianesimo. Esso fu foriero di tanta cattiva letteratura, basata spesso più sulle convinzioni dei vari autori che non sul testo marxiano, e che condusse a veri e propri stravolgimenti dell’opera di Marx. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 vennero presentati come il testo più valido di Marx e furono violentemente contrapposti, in nome della loro presunta unicità, al marxismo posteriore e, in particolare, a Il capitale, testo che – molto probabilmente – tanti di questi autori non avevano sufficientemente studiato.

In Senso e non senso del 1948, dopo lo studio dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e mediante l’influenza esercitata dalla lettura di Kojève, Maurice Merleau-Ponty espresse la convinzione che il pensiero giovanile di Marx fosse esistenzialista . Pochi anni dopo, Jean Hyppolite, nel suo Saggi su Marx e Hegel , uno dei migliori libri tra quelli scritti in questo contesto, insistette molto sul legame tra i lavori giovanili e Il capitale, sottolineando come il tramite tra essi fosse proprio Hegel. Egli pose in evidenza la:

«necessità, per la comprensione del Capitale, di fare riferimento alle opere filosofiche anteriori, oltre che agli studi economici di Marx. – L’opera di Marx presuppone un sostrato filosofico di cui non sempre è facile ricostruire i diversi elementi. – Influenza profonda di Hegel, che Marx conosceva in modo molto preciso. (…) Credo (…) che non si possa capire l’opera essenziale di Marx, ignorando le principali opere di Hegel che hanno contribuito alla formazione e allo sviluppo del suo pensiero, la Fenomenologia dello spirito, la Logica, la Filosofia del diritto» .

Anche gli scritti di Jean-Paul Sartre seguirono questa direzione. Allo stesso tempo, il Marx “filosofico” divenne anche un Marx “teologico” . Infatti, nelle opere degli autori cristiani Pierre Bigo e Jean Yves Calvez, il primo intitolato Marxismo e umanismo e il secondo Il pensiero di Karl Marx , sulla base di una particolare interpretazione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, il pensiero di Marx acquisì sempre più valenze etiche, riconducibili alla religione cristiana e volte alla netta opposizione alle politiche dell’Unione Sovietica. Anche Roger Garaudy sostenne la presenza di influenze umanistiche nei primi scritti di Marx e si fece fautore di un marxismo aperto al dialogo con le altre culture, in particolare con quella cristiana . Infine, grande importanza nel panorama francese ebbe la traduzione dello scritto Storia e coscienza di classe di Lukács, apparsa, senza il consenso dell’autore, nel 1960.

Il principale concetto filosofico a fondamento di queste interpretazioni fu quello di alienazione (Entäusserung – Entfremdung) e diversi furono i volumi dedicati esclusivamente a questo tema, che proposero una nuova interpretazione complessiva del pensiero di Marx . Tale categoria fu l’oggetto centrale della principale controversia politico-filosofica su Marx di quegli anni: stabilire quale relazione vi fosse tra le teorie “giovanili” dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e quelle della “maturità” de Il capitale. Tre furono le posizioni principali nelle quali si divisero i vari autori: 1) continuità tra i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e Il capitale; 2) contrapposizione tra i Manoscritti economico-filosofici del 1844 su Il capitale e superiorità teorica dei primi sul secondo; 3) importanza limitata dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, interpretati come una tappa meramente transitoria della elaborazione di Marx.

La prima tesi può essere sintetizzata nel riconoscimento di una continuità tra le tesi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e quelle de Il capitale. Accanto ai lavori già citati di Bigo e Calvez, possono essere inseriti in questo filone interpretativo il testo del 1957 di Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, e quello di Erich Fromm, Marx’s concept of Man. Per Rubel, infatti, con la categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit) si ha «la chiave di tutta l’opera successiva dell’economista e del sociologo [Marx]» e «la tesi centrale de Il capitale è qui anticipata» . Allo stesso modo, a distanza di pochi anni, Fromm affermò: «il concetto di alienazione [è] sempre stato e rimasto il punto centrale del pensiero del “giovane” Marx che ha scritto i Manoscritti economico-filosofici e del “vecchio” Marx che ha scritto il Capitale».

Un altro importante libro che può essere annoverato in questo filone interpretativo è Marx e il marxismo, pubblicato nel 1967 nella Germania occidentale, dallo studioso tedesco Iring Fetscher. Il suo proposito, infatti, fu proprio quello di dimostrare come:

«le categorie critiche che Marx aveva elaborato nei suoi Pariser Manuskripte e nei quaderni di estratti costituiscono la base anche della teoria dell’economia politica nel Capitale e non furono affatto sconfessati dal Marx “adulto”. Con ciò dovrebbe essere provato che le opere giovanili non solo fanno capire quali siano stati i motivi che hanno suggerito a Marx di scrivere la critica dell’economia politica (Il capitale), ma che la critica dell’economia politica contiene ancora implicitamente ed in parte anche esplicitamente quella critica all’alienazione e alla reificazione, che costituiscono il tema centrale delle opere giovanili» .

Una seconda interpretazione si basò, viceversa, sulla contrapposizione tra il “giovane” Marx e quello “maturo” e sulla superiorità e maggiore ricchezza teorica del primo sul secondo. I precursori di questa linea furono i già menzionati Landshut e Mayer, che nella prefazione all’edizione del 1932 avevano dichiarato che i Manoscritti economico-filosofici del 1844 erano la rivelazione dell’autentico marxismo: «in un certo senso l’opera più centrale di Marx. Essi raffigurarono il punto cruciale dello sviluppo del suo pensiero, dove i principi dell’analisi economica derivano direttamente dall’idea della “vera realtà dell’uomo”» . Condivisero questa lettura anche altri autori tedeschi, tra i quali Henri De Man, Heinrich Popitz, Jacob Hommes – nonché Erich Thier, nell’opuscolo del 1957 Das Menschenbild des jungen Marx . Analoga convinzione fu espressa da Kostas Axelos, che nell’opera Marx pensatore della tecnica affermò: «il manoscritto del 1844 è e rimane il testo più denso di pensiero di tutte le opere marxiane e marxistiche».

La terza tesi, infine, fu rappresentata da quanti considerarono i Manoscritti economico-filosofici del 1844 una tappa soltanto transitoria del pensiero di Marx. In questo testo, che fu definito di maturazione teorica, egli sarebbe stato capace di cogliere le principali contraddizioni della società borghese, ma con un impianto ancora filosofico-umanistico e un linguaggio influenzato dall’opera di Feuerbach. Uno dei limiti principali di questa interpretazione fu il considerare le concezioni giovanili di Marx in funzione degli sviluppi futuri e già noti della sua opera. Secondo questa lettura, inoltre, la categoria di alienazione era presente esclusivamente nelle opere “giovanili”, ma del tutto assente in quelle della “maturità”. Infine, gli autori che sostennero questa posizione – principalmente gli esponenti dell’ortodossia “marxista-leninista” – ritennero che le tappe dell’evoluzione del pensiero di Marx fossero quelle scandite da Lenin, convinzione che oltre a essere per molti versi discutibile, non permetteva di prendere in considerazione la grande importanza degli inediti del 1932 apparsi dopo la morte di Lenin.

Tra gli esponenti più importanti di questa scuola interpretativa vi fu Auguste Cornu che, per primo, nel 1934, con la pubblicazione della sua tesi di laurea Karl Marx – L’homme et l’oeuvre. De l’hégélianisme au matérialisme historique , primo embrione della sua futura opera in quattro tomi intitolata Marx e Engels , collocò i Manoscritti economico-filosofici del 1844 nel solco dell’interpretazione sovietica. A essa si richiamarono anche il saggio già citato di Jahn, quello di Manfred Buhr e le introduzioni alle riedizioni del testo di Cornu e di Emile Bottigelli ., Più tardi, anche Cornu, nel volume terzo (Marx à Paris) della sua opera citata in precedenza, la biografia intellettuale più completa mai scritta su questa fase della vita di Marx, evitò la comparazione con gli scritti successivi e si limitò a una valutazione meno ideologizzata del testo.

Particolare attenzione merita, infine, l’opera di Althusser. La raccolta di saggi da lui pubblicata nel 1965, con il titolo Per Marx, rappresentò certamente il testo principale di questa polemica, nonché quello che stimolò, in seguito, il numero maggiore di reazioni e discussioni. Althusser sostenne che ne L’ideologia tedesca e nelle Tesi su Feuerbach era chiaramente presente una rottura epistemologica (coupure èpistémologique) «che costituisce la critica della sua antica coscienza filosofica (ideologica)» . In base a questa cesura, egli suddivise il pensiero di Marx «in due grandi periodi essenziali: il periodo ancora “ideologico”, anteriore alla rottura del 1845 e il periodo “scientifico”, posteriore alla rottura del 1845» . Anche in questo caso, uno dei principali punti della contesa fu il rapporto tra Marx e Hegel. Per Althusser, infatti, Hegel ispirò a Marx un unico testo – proprio i Manoscritti economico-filosofici del 1844 – e, dunque, anche nel suo periodo «ideologico filosofico»:

«il giovane Marx non è mai stato hegeliano, ma dapprima kantiano-fichtiano, poi feuerbachiano. La tesi in gran voga dell’hegelismo del giovane Marx, in genere, è quindi un mito. In compenso, alla vigilia della rottura con l’”anteriore coscienza filosofica” è proprio come se Marx, facendo ricorso per la prima e unica volta nella giovinezza a Hegel, avesse prodotto una straordinaria “abreazione” teorica indispensabile alla liquidazione della sua coscienza “delirante”» .

In questo modo, per Althusser, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono «il testo più lontano che ci sia, teoricamente parlando, dall’alba che stava per spuntare».

«Il Marx più lontano da Marx è proprio questo Marx qui, ossia il Marx più vicino, il Marx della vigilia, il Marx della soglia: come se prima della rottura, e per consumarla, egli avesse sentito il bisogno di dare alla filosofia tutte le sue possibilità, l’ultima possibilità, questo imperio assoluto sul suo contrario e questo smisurato trionfo teorico: ossia la sua sconfitta» .

La paradossale conclusione di Althusser fu che «non si può assolutamente dire che “la giovinezza di Marx appartiene al marxismo”» . Così, la sua posizione, seppure concepita da punti di partenza opposti, concorse, specularmente a quella di Landshut e Mayer, o degli autori francesi precedentemente presi in rassegna, a creare il mito del “giovane” Marx.

Queste concezioni si basarono su una contrapposizione filologicamente infondata dei testi di Marx. Senza entrare in questa sede nel merito della polemica relativa alla presenza, o meno, delle categorie filosofiche giovanili e dell’influenza hegeliana nelle critica dell’economia politica di Marx, è necessario evidenziare un limite di fondo della gran parte di queste interpretazioni. Esso sta nel considerare i Manoscritti economico-filosofici del 1844 come un’opera conclusa, un testo coerente, scritto in maniera sistematica e preordinata. Le tante interpretazioni che hanno voluto attribuire loro il carattere di un orientamento concluso, tanto quelle che vi ravvisavano la piena completezza del pensiero marxiano (Landshut e Mayer o i filosofi francesi), quanto quelle che li indicavano come una concezione definita e opposta a quella della maturità scientifica (Althusser), sono confutate dall’esame filologico.

Uno dei primi autori a intervenire in proposito fu Ernest Mandel, che nel suo scritto del 1967, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, affermò come la fonte dell’errore di Althusser traeva origine dal suo «sforza[rsi] vanamente di presentare i Manoscritti del 1844 come il frutto di un’ideologia conclusa “formante un tutto”» . Per Mandel, invece, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 rispecchiavano la transizione di Marx e, dunque, presentavano, al loro interno, tipici elementi del passato e temi del futuro, circostanza che produceva diverse contraddizioni. Su posizioni simili, a questo riguardo, anche il precedente lavoro di Pierre Naville, Dall’alienazione al godimento .

VI. Le interpretazioni nel “campo socialista”, nel mondo anglosassone e in Italia
In un primo tempo, il marxismo ufficiale ignorò i Manoscritti economico-filosofici del 1844 o fu del tutto incapace di prenderli seriamente in esame. Georg Mende, ad esempio, nel suo testo Karl Marx’ Entwicklung von revolutionären Demokraten zum Kommunisten , non vi fece riferimento né nella prima edizione del 1954, né nella ristampa del 1955. Solo con la terza ristampa, nel 1960, egli ammise che questi «lavori preparatori di Marx (…) a un’opera maggiore» non potevano essere ignorati. Così, gli scritti e le categorie giovanili di Marx, che nel cosiddetto “marxismo occidentale” occuparono un posto di rilievo sin dagli anni Trenta, a causa del dogmatismo staliniano e dell’ostilità riservata al concetto di alienazione, fecero apparizione nel campo sovietico con enorme ritardo.

Accanto ai pochissimi scritti in lingua russa, la prima pubblicazione che diffuse in Europa un buon numero di saggi sui Manoscritti economico-filosofici del 1844 degli studiosi sovietici fu la raccolta Sur le jeune Marx, pubblicata nel 1961 quale numero speciale della rivista Recherches Internationales à la lumière du marxisme . In essa, accanto agli scritti dei russi O. Bakouradze, N. Lapin, V. Brouchlinski, L. Pajitnov e A. Ouibo, furono inclusi anche articoli di alcuni dei principali studiosi di Marx di Polonia (A. Schaff) e Repubblica Democratica Tedesca (W. Jahn e J. Hoeppner), nonché uno scritto di Palmiro Togliatti. Pur connotati dall’approccio ideologico del tempo, questi scritti costituirono il primo tentativo, da parte socialista, di misurarsi con le problematiche relative al “giovane” Marx e di contenderne il monopolio interpretativo ai marxisti “occidentali” . Alcuni contributi presentarono spunti interessanti, tra questi il saggio Les «Manuscrits èconomico-philosophiques de 1844» di Pajitnov, nel quale veniva affermato:

«le idee fondamentali di Marx sono ancora in divenire, e insieme a delle notevoli formulazioni, in cui è in germe la nuova concezione del mondo, vi si trovano anche molto spesso dei pensieri non ancora maturi, che portano il segno dell’influenza delle fonti teoriche che hanno servito da materiale per la riflessione di Marx e dalle quali egli è partito per l’elaborazione della sua dottrina» .

L’impostazione teorica di fondo sostenuta dalla gran parte degli autori era, però, sbagliata. Contrariamente alle interpretazioni in voga, che rileggevano i concetti de Il capitale attraverso quelli presenti nei lavori giovanili, molti di questi studiosi commisero l’errore opposto: indagare gli scritti giovanili a partire dagli sviluppi futuri della teoria di Marx, «leggere i testi giovanili attraverso il filtro dei testi della maturità» . Il precorrimento del pensiero di Marx impedì, così, di cogliere il significato o il valore dell’elaborazione di quel periodo.

Successivamente, però, lo studio dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 prese piede anche nei paesi socialisti e raggiunse alcuni risultati di rilievo. Tra essi vanno segnalati il lavoro del 1958, Die Entwicklung der ökonomischen Lehre von Marx und Engels in den vierziger Jahren des 19. Jahrhunderts , di D. I. Rosenberg. Di ancora maggiore interesse fu Prima del ‘Capitale’di Walter Tuchscheerer, senza dubbio lo studio migliore compiuto a est sul pensiero economico del giovane Marx, che ebbe il merito di esaminare criticamente, accanto ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche il contenuto dei principali quaderni di estratti parigini.

Ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 fu riconosciuto un ruolo di primo piano anche nel marxismo anglosassone. Tuttavia, anche lì, lo studio di questo testo fu intrapreso con ritardo rispetto ad altri paesi. La prima edizione che sollevò un interesse piuttosto diffuso apparve negli Stati Uniti, a opera di Erich Fromm e con traduzione di Tom Bottomore, solo nel 1961. Il saggio introduttivo presentò i Manoscritti economico-filosofici del 1844 come «il principale lavoro filosofico di Marx» e prevalsero, in modo diffuso, gli studi che presero in esame l’influenza hegeliana sul giovane Marx (precursore, in tal senso, era stato Sidney Hook, nel 1933, col suo lavoro Towards an understanding of Karl Marx) . Negli anni Sessanta furono pubblicati diversi volumi che proposero un’interpretazione analoga. Tra essi, i testi principali furono Philosophy & Myth in Karl Marx di Robert Tucker e il libro, invero più storico-politico che filosofico, dello studioso israeliano Shlomo Avineri Il pensiero politico e sociale di Marx.

Non mancarono i pareri opposti, anche in questo caso fin troppo radicali. Secondo Daniel Bell, infatti, l’insistente accostamento di Marx a Hegel non era altro che la «creazione di un nuovo falso mito», poiché «trovata con l’economia politica la risposta ai misteri di Hegel, Marx dimenticò tutto della filosofia».

Quanto al panorama italiano, infine, va segnalato che attraverso l’influenza dell’opera di Galvano della Volpe, in particolare del suo libro del 1956 Rousseau e Marx, a essere considerato il più importante tra gli scritti giovanili di Marx fu per lungo tempo la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Secondo Della Volpe, questo scritto conteneva «le premesse più generali di un nuovo metodo filosofico», mentre i Manoscritti economico-filosofici del 1844, furono definiti una sorta di «zibaldone» economico-filosofico. Una delle migliori analisi dei manoscritti parigini fu, però, di poco successiva.

Tra il 1960 e il 1963, infatti, Mario Rossi pubblicò, in quattro volumi, il notevole studio Da Hegel a Marx e la parte finale del terzo tomo, La scuola hegeliana. Il giovane Marx fu dedicata ai Manoscritti economico-filosofici del 1844. Inoltre, il volume degli Annali dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli del 1963, con una sezione dedicata a «Marx e Engels. La formazione del loro pensiero. L’ambiente intellettuale e politico» e, soprattutto, quello del 1964/65, interamente dedicato al “giovane Marx”, rappresentarono una delle più valide pubblicazioni internazionali sull’argomento. I contributi pubblicati furono, tuttavia, in gran parte opera di studiosi stranieri. Va citato, infine, l’interessante volume di Mario Dal Pra La dialettica in Marx: dagli scritti giovanili all’“Introduzione alla critica dell’ economia politica” , contenente anch’esso una parte sui manoscritti parigini.

La diffusione dei Grundrisse, gli importantissimi manoscritti economici di Marx del 1857-58, che avvenne in Germania nel 1953 e a partire dalla fine degli anni Sessanta in Europa e negli Stati Uniti, spostò l’attenzione di commentatori del testo marxiano e militanti politici dalle opere giovanili a questo “nuovo” inedito. Negli anni Ottanta, periodo nel quale la Marx-Forschung (la ricerca su Marx) ha conosciuto un’evidente rarefazione, comparvero, nondimeno, alcuni studi sul rapporto Hegel-Marx, in cui ai manoscritti parigini fu conferito un posto centrale. Tra questi Pour lire Hegel et Marx e Retour sur le jeune Marx. Deux études sur le rapport de Marx à Hegel di Solange Mercier-Josa e Dialectics of Labour. Marx and his relation to Hegel di Christopher Arthur. A riprova del grande e permanente fascino esercitato da queste pagine, alcuni recenti studi su Marx sono ritornati sul loro valore . Nonostante il passare degli anni e i tanti commenti scritti su questi manoscritti, pare proprio che essi continueranno a interessare e interrogare anche le prossime generazioni di interpreti e lettori di Marx.

Bibliography
Ciò che è stato tramandato dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono tre manoscritti (di 27 facciate il primo, di 4 il secondo e di 41 il terzo), cui va aggiunto un foglio di 4 facciate, contenente un prospetto dell’ultimo capitolo della Fenomenologia dello spirito di Georg W. F. Hegel, inserito da Marx all’interno del terzo manoscritto.
KARL MARX, Podgotovitel’nye raboty dlja «Svjatovo Semejstva», a cura di DAVID RJAZANOV, in Archiv K. Marksa i F. Engel’sa, n. 3 (1927), Moskva-Leningrad, pp. 247-86.
Cfr. Ivi, pp. 103-42. In proposito si veda anche ALBERT MESNIL, Note sur le communisme et la propriété privée, in La Reveu Marxiste, n. 1 (Février 1929), pp. 6-7.
KARL MARX, Podgotovitel’nye raboty dlja «Svjatovo Semejstva», a cura di DAVID RJAZANOV, in K. Marks i F. Engel’s : Sočinenija, vol. III, Moskva-Leningrad 1929, pp. 613-70.
Karl Marx, Kritik der Hegelschen Dialektik und der Philosophie überhaupt, in Unter dem Banner des Marxismus, Jg. V, Nr. 3, pp. 256-75.
KARL MARX, Nationalökonomie und Philosophie. Über den Zusammenhang der Nationalökonomie mit Staat, Recht, Moral, und bürgerlichem Leben (1844), in Der historische Materialismus. Die Frühschriften, (a cura di SIEGFRIED LANDSHUT e JACOB PETER MAYER), pp. 283-375.
JACOB PETER MAYER, Über eine unveröffentlichte Schrift von Karl Marx, in «Rote Revue» (1931), pp. 154-57.
KARL MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1968, p. 3.
KARL MARX, Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844, MEGA I/3, Marx-Engels-Verlag, Berlin 1932, pp. 29-172.
Cfr. JÜRGEN ROJAHN, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», in «Passato e presente», Anno II (1983), n. 3, p. 43 e JÜRGEN ROJAHN, The emergence of a theory: the importance of Marx’s notebooks exemplified by those from 1844, «Rethinking Marxism», vol. 14, n. 4 (2002), p. 33.
Cfr. VICTOR ADORATSKIJ, Einleitung in MEGA I/3, pp. XII-XIII.
In realtà l’introduzione firmata dai due curatori fu opera del solo Landshut che la pubblicò, infatti, anche come opuscolo separato. Cfr. SIEGFRIED LANDSHUT, Karl Marx, Verlag von Charles Coleman, Lübeck 1932.
Cfr. SIEGFRIED LANDSHUT e JACOB PETER MAYER, Vorwort a Karl Marx: Der historische Materialismus. Die Frühschriften, pp. XXXIII e XXXVIII.
Cfr. BRUNO BONGIOVANNI, Le repliche della storia, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 8.
KARL MARKSA–FRIEDRICH ENGEL’SA, Iz rannikh proїzvedennij, Mosca, 1956, pp. 519-642.
In proposito cfr. VLADIMIR BROUCHLINSKI, Note sur l’histoire de la redaction et de la publication des «Manuscrits economico-philosophiques» de Karl Marx, in Sur le jeune Marx, «Recherches Internationales à la lumiere du marxisme», n. 19 (V-VI 1960), p. 78.
K. Marks i F. Engel’s Sočinenija, vol. XLII, pp. 41-174.
KARL MARX, Ökonomisch-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844 in Marx-Engels-Werke, Ergänzungsband. Erster Teil, Dietz Verlag, Berlin 1968, pp. 465-588.
Cfr. MEGA² I/2, Dietz Verlag, Berlin 1982, pp. 187-322 e 323-438.
Cfr. DAVID MCLELLAN, Marx, Il Mulino, Bologna 1998, p. 84.
LOUIS ALTHUSSER, Per Marx, op. cit., pp. 35-37.
IRING FETSCHER, Marx e il marxismo. Dalla filosofia del proletariato alla Weltanschauung proletaria, op. cit., p. 312.
Cfr. JÜRGEN ROJAHN, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., p. 42 e Marcello Musto, Marx a Parigi: la critica del 1844, in Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 [2005], pp. 161-178.
Cfr. HENRI DE MAN, Der neu entdeckte Marx, in «Der Kampf», nn. 5-6 (1932), pp. 224-229 e 267-277.
Cfr. HERBERT MARCUSE, Marxismo e rivoluzione. Studi 1929-1932, Einaudi, Torino 1975, p. 100.
Cfr. HERBERT MARCUSE, Ragione e rivoluzione. Hegel e il sorgere della «teoria sociale», Il Mulino, Bologna 1997, in particolare 304-05.
Cfr. GEORG W. F. HEGEL, Jeneser Logik, Metaphysik und Naturphilosophie, (a cura di G. LASSON), Leipzig 1923 e GEORG W. F. HEGEL, Jenenser Realphilosophie, (a cura di J. HOFFMEISTER), 2 voll., Leipzig 1931.
GYÖRGY LUKÁCS, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, Einaudi, Torino 1950, p. 760. Significativa è anche la testimonianza autobiografica di Lukács relativa alla lettura dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «leggendo i manoscritti cambiai la mia completa relazione con il marxismo e trasformai la mia prospettiva filosofica» in Lukács on his life and work, in «New Left Review», n. 68 (Juli-August 1971), p. 57.
Cfr. ALEXANDRE KOJÈVE, Introduzione alla lettura di Hegel, (edizione italiana a cura di FRANCO FRIGO), Adelphi Edizioni, Milano 1996.
KARL LÖWITH, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi, Torino 1949.
ERICH THIER, Die Anthropologie des jungen Marx nach den Pariser ökonomisch-philosophischen Manuskripten, Einführung a KARL MARX, Nationalökonomie und Philosophie, op. cit..
HEINRICH POPITZ, Der entfremdete Mensch. Zeitkritik und Geschichtsphilosophie des jungen Marx, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1967 [1953].
JACOB HOMMES, L’eros della tecnica, Abete, Roma 1970 [1955].
Cfr. ORNELLA POMPEO FARACOVI, Il marxismo francese contemporaneo fra dialettica e struttura (1945-1968), Feltrinelli, Milano 1972, in particolare le pp. 12-18, dove si ricorda che «la cultura filosofica francese del dopoguerra si è interessata per lungo tempo a Marx, in maniera pressoché esclusiva, nella forma del pensiero giovanile» (p. 9).
HENRI LEFEBVRE, Le marxisme et la pensée française, in «Les Temps Modernes», nn. 137-138 (1957), p. 114.
Cfr. MAURICE MERLEAU-PONTY, Senso e non-senso, Il Saggiatore, Milano 1962, si veda in particolare il capitolo «Marxismo e filosofia».
JEAN HYPPOLITE, Etudes sur Marx et Hegel, Rivière, Paris 1955; tr. it. Saggi su Marx e Hegel, op. cit.
Ivi, pp. 153 e 155.
Cfr. L. R. LANGSET, Young Marx and Alienation in Western Debate, in «Inquiry», n. 1 (1963), p. 11.
PIERRE BIGO, Marxismo e umanesimo, Bompiani, Milano 1963 [1954].
JEAN YVES CALVEZ, Il pensiero di Karl Marx, Borla, Torino 1966 [1956].
Cfr. ROGER GARAUDY, Dall’anatema al dialogo, Queriniana, Brescia 1969.
Dopo la pubblicazione del 1923, infatti, l’autore ungherese aveva rivisto molte delle sue precedenti posizioni filosofiche, messe nel frattempo all’indice nei cosiddetti paesi socialisti. La più importante correzione apportata venne così riassunta nella nuova introduzione scritta in occasione della ristampa del 1967: «Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui anche in questo libro l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione (per fare uso della terminologia filosofica dei Manoscritti economico-filosofici di Marx)». Cfr. GYÖRGY LUKÁCS, Prefazione a Storia e coscienza di classe, Sugar Editore, Milano 1971, p. XXV.
Accanto al già citato JEAN YVES CALVEZ, Il pensiero di Karl Marx (1956), vanno ricordati KOSTAS AXELOS, Marx pensatore della tecnica, (1961), ISTVAN MESZAROS, La teoria dell’alienazione in Marx, Oxford University Press, London 1970; ADAM SCHAFF, L’alienazione come fenomeno sociale, Editori Riuniti, Roma 1979, GIUSEPPE BEDESCHI, Alienazione e feticismo nel pensiero di Marx, Laterza, Bari 1968 e BERTELL OLLMAN, Alienation. Marx’s conception of man in capitalist society, Cambridge University Press, New York 1971.
Per una breve rassegna in proposito si veda ERNEST MANDEL, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, Laterza, Bari 1970 [1967], in particolare il capitolo X «Dai Manoscritti del 1844 ai Grundrisse: da una concezione antropologica a una concezione storica dell’alienazione», pp. 171-202. Un’analisi delle diverse interpretazioni si trova anche nel più volte citato JÜRGEN ROJAHN, Il caso dei cosiddetti «manoscritti economico-filosofici dell’anno 1844», op. cit., pp. 39-46.
MAXIMILIEN RUBEL, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale. Prolegomeni per una sociologia etica, op. cit., p. 130.
ERICH FROMM, Marx’s concept of Man, op. cit., p. 51.
IRING FETSCHER, Marx e il marxismo. Dalla filosofia del proletariato alla Weltanschaaung proletaria, Sansoni, Firenze 1969, p. 30.
SIEGFRIED LANDSHUT e JACOB PETER MAYER, Vorwort der Herausgeber in KARL MARX, Der historische Materialismus. Die Frühschriften, op. cit., p. XIII.
ERICH THIER, Das Menschenbild des jungen Marx, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1957.
KOSTAS AXELOS, Marx pensatore della tecnica, Sugar, Milano 1963 [1961], pp. 56-7.
AUGUSTE CORNU, Karl Marx – L’homme et l’oeuvre. De l’hégélianisme au matérialisme historique, Paris 1934.
Auguste Cornu, Marx e Engels, Feltrinelli, Milano 1962 [1955]. I volumi III e IV, non tradotti in italiano e, dunque, non inclusi in questa edizione, sono apparsi a Parigi presso la Presses Universitaires de France nel 1962 e nel 1970.
MANFRED BUHR, Entfremdung – philosophische Antropologie – Marx Kritik, in «Deutsche Zeitschrift für Philosophie», n. 7 (1966), pp. 806-34.
Cfr. AUGUSTE CORNU, Einleitung a KARL MARX, Die ökonomisch-philosophische Manuskripte, Dietz Verlag, Berlin 1968.
Cfr. EMILE BOTTIGELLI, Presentation a KARL MARX, Manuscrits de 1844, Editions Sociales, Paris 1962, in particolare pp. LXVI-LXIX.
AUGUSTE CORNU, Karl Marx et Friedrich Engels. Marx a Paris, PUF, Paris 1962. A riguardo si vedano in particolare le pp. 172-77.
Sul concetto di «rottura epistemologica» si rimanda a ÉTIÉNNE BALIBAR, Per Althusser, Manifestolibri, Roma 1991, in particolare all’ultimo capitolo «Il concetto di “rottura epistemologica” da Gaston Bachelard a Louis Althusser», pp. 65-97.
LOUIS ALTHUSSER, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1970 [1965], p. 16.
Ivi, p. 17. La «suddivisione» del pensiero di Marx operata da Althusser fu articolata in quattro fasi: le opere giovanili (1840-1844); le opere della rottura (1845); le opere della maturazione (1845-1857); le opere della maturità (1857-1883), Ivi, p. 18.
Ivi, p. 18. Interessante al riguardo è la breve testimonianza biografico-intellettuale sul rapporto tra Althusser ed i Grundrisse, presente nel recente testo di LUCIEN SÈVE, Penser avec Marx aujourd’hui. I. Marx et nous, La Dispute, Paris 2004. In proposito alla vecchia polemica sulla presenza, o meno, del concetto di alienazione ne Il capitale, lo studioso francese nota come Althusser, ad eccezione dell’Introduzione del 1857, non abbia mai letto i Grundrisse. Per maggiori dettagli cfr. p. 29. A questo si può aggiungere che i Grundrisse, il testo più hegeliano del Marx maturo, sono stati scritti subito dopo l’Introduzione del 1857, ritenuta dal filosofo francese la quintessenza del metodo marxista maturo. In proposito si veda il capitolo «L’objet du Capital» in LOUIS ALTHUSSER, Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971 [1965].
Ivi, p. 19.
Ivi, p. 137.
Ivi, p. 65.
ERNEST MANDEL, La formazione del pensiero economico di Karl Marx, op. cit., p. 175. Secondo Mandel, Althusser «ha ragione di opporsi ad ogni metodo analitico-teleologico che concepisca l’opera giovanile di un determinato autore esclusivamente con l’intento di sapere fino a che punto si sia avvicinato al “fine” costituito dall’opera della maturità. [Mandel si riferisce alla critica rivolta alla «pseudoteoria della storia della filosofia al “futuro anteriore”». Cfr. LOUIS ALTHUSSER, Per Marx, op. cit., p. 38. N. d. A.] Ma ha torto di contrapporvi un metodo che seziona arbitrariamente in formazioni ideologiche coerenti le successive fasi evolutive di uno stesso autore, col pretesto di considerare “ogni ideologia come un tutto”». Cfr. Ivi, pp. 175-76.
PIERRE NAVILLE, Dall’alienazione al godimento. Genesi della sociologia del lavoro in Marx e Engels. Il nuovo Leviatano, Jaca Book, Milano, 1978 [1957].
GEORG MENDE, Karl Marx’ Entwicklung von revolutionären Demokraten zum Kommunisten, Dietz Verlag, Berlin 1960.
Ivi, p. 132.
AA. VV., Sur le jeune Marx, in «Recherches Internationales à la lumière du marxisme», 1963. Un’altra interessante pubblicazione in proposito fu la raccolta in lingua inglese edita dall’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica Philosophy, science and man. The soviet delegation reports for the XIIIth World Congress of Philosophy, Moscow 1963, in particolare si segnala il saggio di T. I. OISERMAN, Man and his alienation. Su temi analoghi, si veda in italiano La società sovietica e il problema dell’alienazione. Una polemica fra E. M. Sitnikov e Iring Fetscher in IRING FETSCHER, Marx e il marxismo. Dalla filosofia del proletariato alla Weltanschaaung proletaria, op. cit., pp. 310-48.
Cfr. LOUIS ALTHUSSER, Per Marx, op. cit., p. 35.
LEONIDE NIKOLAEVITCH PAJITNOV, Les «Manuscrits èconomico-philosophiques de 1844», in Sur le jeune Marx, op. cit., p. 98.
LOIUS ALTHUSSER, Per Marx, op. cit., p. 41.
Contro quest’impostazione è bene ricordare un significativo passaggio di Althusser: «Certo noi sappiamo che il giovane Marx diverrà Marx, ma non vogliamo vivere più in fretta di lui, non vogliamo vivere al posto suo, rompere per lui o scoprire per lui. Non l’aspetteremo in anticipo alla fine della corsa, per gettare su di lui, come su un corridore, il manto del riposo, perché insomma è fatta, finalmente è arrivato», in LOUIS ALTHUSSER, Per Marx, op. cit., p. 53.
D. I. Rosenberg, Die entwicklung der ökonomischen Lehre von Marx und Engels in den vierziger Jahren des 19. Jahrhunderts, Dietz, Berlin 1958.
Walter Tuchscheerer, Prima del ‘Capitale’. La formazione del pensiero economico di Marx (1843/1858), La Nuova Italia, Firenze 1980 [1968].
ERICH FROMM, Marx’s concept of Man, op. cit., p. V.
SIDNEY HOOK, Towards an understanding of Karl Marx, Gollanz, London 1933.
ROBERT C. TUCKER, Philosophy & Myth in Karl Marx, Transaction Publishers, New Brunswick – London 2001 [1961].
SHLOMO AVINERI, Il pensiero politico e sociale di Marx, Il Mulino, Bologna 1997 [1968].
DANIEL BELL, The «rediscovery» of alienation – Some notes along the quest for the historical Marx, in «The Journal of Philosophy», vol. 24 (1959), pp. 935 e 944.
GALVANO DELLA VOLPE, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, Roma 1997 (1956), p. 150.
MARIO ROSSI, Da Hegel a Marx. III. La scuola hegeliana. Il giovane Marx, Feltrinelli, Milano 1977 [1963]. I Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono presi in esame alle pagine 456-584.
MARIO DAL PRA, La dialettica in Marx: dagli scritti giovanili all’”Introduzione alla critica dell’ economia politica”, Laterza, Roma 1977.
Una prima edizione del 1939-41 rimase pressoché sconosciuta cfr. Marcello Musto, Dissemination and reception of Grundrisse in the world, in Marcello Musto (a cura di), Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later, Routledge, London/New York, 2008.
SOLANGE MERCIER-JOSA, Pour lire Hegel et Marx, Editions sociales, Paris 1980.
SOLANGE MERCIER-JOSA, Retour sur le jeune Marx. Deux études sur le rapport de Marx à Hegel, Meridiens Klincksieck, Paris 1986.
CHRISTOPHER J. ARTHUR, Dialectics of Labour. Marx and his relation to Hegel, Basil Blackwell, Oxford 1986.
Cfr. NASIR KHAN, Development of the concept and theory of alienation in Marx’s writings. March 1843 to August 1844, Solum Forlag, Oslo 1995; TAKAHISA OISHI, The unknown Marx, Pluto, London 2001 e TOM ROCKMORE, Marx after Marxism, Blackwell Publishing, Oxford 2002.

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Diffusione e recezione dei Grundrisse nel mondo

I. 1858-1953: Cen’anni di solitudine
Tralasciati nel maggio del 1858 per fare posto alla stesura di Per la critica dell’economia politica, dopo essere stati adoperati per la redazione di questo testo, i Grundrisse non furono quasi più riutilizzati da Marx. Nonostante fosse sua consuetudine richiamarsi agli studi precedentemente svolti, trascrivendone talvolta interi passaggi, ad eccezione di quelli del 1861-3, nessun manoscritto preparatorio de Il capitale contiene, infatti, alcun riferimento a essi. I Grundrisse giacquero tra le tante bozze provvisorie di Marx che, dopo averli redatti, sempre più assorbito dalla soluzione di questioni più specifiche di quelle che essi racchiudevano, non ebbe dunque più modo di servirsene.

Sebbene non vi sia alcuna certezza in proposito, è probabile che i Grundrisse non siano stati letti dallo stesso Friedrich Engels. Com’è noto, alla morte, Marx era riuscito a completare soltanto il libro primo de Il capitale, e i manoscritti incompiuti dei libri secondo e terzo furono ricostruiti, selezionati e dati alle stampe da Engels. Nel corso della sua attività editoriale, quest’ultimo dovette prendere in esame decine di quaderni contenenti abbozzi de Il capitale ed è plausibile ipotizzare che quando, in fase di sistemazione della montagna di carte ereditate, sfogliò i Grundrisse, dovette ritenerli una versione troppo prematura dell’opera dell’amico – precedente persino alla pubblicazione di Per la critica dell’economia politica del 1859 – e, a ragione, inutilizzabile per il suo proposito. D’altronde, Engels non menzionò mai i Grundrisse, né nelle prefazioni ai due volumi de Il capitale che diede alle stampe, né in alcuna lettera del suo vasto carteggio.

Dopo la sua morte, gran parte degli originali di Marx venne custodita nell’archivio del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) di Berlino, ma fu trattata con la massima negligenza. I conflitti politici in seno alla Socialdemocrazia impedirono la pubblicazione dei rilevanti e voluminosi inediti di Marx e produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, così da compromettere, per lungo tempo, la possibilità di un’edizione completa delle sue opere. Nessuno, inoltre, si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale di Marx e i Grundrisse restarono sepolti assieme alle altre sue carte.

L’unico brano dato alle stampe durante quel periodo fu l’Introduzione. Essa fu pubblicata nel 1903, sulla rivista Die Neue Zeit, da Karl Kautsky, il quale nella breve nota che accompagnò il testo, la presentò come un “abbozzo frammentario” datato 23 agosto 1857. Kautsky sostenne che si trattava dell’introduzione dell’opera principale di Marx e, per questo motivo, le diede il titolo di Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie (Introduzione a una critica dell’economia politica). Aggiunse inoltre che: “nonostante il suo carattere frammentario, anche il presente lavoro offre una grande quantità di nuovi punti di vista”[1]. Intorno a essa, infatti, si manifestò un notevole interesse. Tradotta, inizialmente, in francese (1903) e inglese (1904), prese a circolare rapidamente dopo che Kautsky l’ebbe pubblicata, nel 1907, in appendice a Per la critica dell’economia politica e apparve anche in russo (1922), giapponese (1926), greco (1927), cinese (1930), fino a divenire poi uno degli scritti più commentati dell’intera produzione teorica di Marx.

Nonostante la fortuna dell’Introduzione, i Grundrisse rimasero ancora a lungo sconosciuti. È difficile credere che, insieme con l’ Introduzione, Kautsky non abbia ritrovato anche l’intero manoscritto. Egli, comunque, non vi fece mai riferimento e, quando poco dopo decise di pubblicare alcuni inediti di Marx, si concentrò solo su quelli del 1861-3, che diede alle stampe parzialmente, dal 1905 al 1910, con il titolo di Teorie sul plusvalore.

La scoperta dei Grundrisse avvenne, invece, nel 1923 grazie a David Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels (IME) di Mosca e promotore della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), l’edizione delle opere complete di Marx ed Engels. Dopo aver esaminato il Nachlaß di Berlino, egli rese pubblica l’esistenza dei Grundrisse in una comunicazione sul lascito letterario di Marx ed Engels, tenuta all’Accademia Socialista di Mosca nel 1923:

“ho ritrovato tra le carte di Marx altri otto quaderni di studi di economia. (…) Il manoscritto è databile alla metà degli anni Cinquanta e contiene la prima stesura dell’opera di Marx [Il capitale], della quale, al tempo, egli non aveva ancora stabilito il titolo, e che rappresenta [anche] la prima elaborazione del suo scritto Per la critica dell’economia politica”[2].

In quella stessa sede affermò inoltre: “in uno di questi quaderni (…) Kautsky ha trovato l’Introduzione a Per la critica dell’economia politica” e riconobbe al complesso dei manoscritti preparatori de Il capitale “straordinario interesse per conoscere la storia dello sviluppo intellettuale di Marx, così come la peculiarità del suo metodo di lavoro e di ricerca” [3].

Grazie all’accordo di collaborazione per la pubblicazione della MEGA, stipulato tra l’IME, l’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e lo SPD, detentore del Nachlaß di Marx ed Engels, i Grundrisse furono fotografati assieme a molti altri inediti e gli specialisti di Mosca cominciarono a studiarli su esemplari in copia. Tra il 1925 e il 1927, Pavel Veller, collaboratore dell’IME, catalogò tutti i manoscritti preparatori de Il capitale, il primo dei quali erano proprio i Grundrisse. Sino al 1931, essi furono completamente decifrati e dattilografati e nel 1933 ne fu dato alle stampe, in lingua russa, il Capitolo sul denaro, cui fece seguito, due anni dopo, l’edizione tedesca. Nel 1936, infine, l’Istituto Marx-Engels-Lenin (IMEL), subentrato all’IME, riuscì ad acquistare sei degli otto quaderni dei Grundrisse, circostanza che rese possibile la soluzione dei problemi editoriali ancora irrisolti.

Poco dopo, dunque, i Grundrisse poterono essere finalmente pubblicati: furono l’ultimo importante manoscritto di Marx, per giunta molto esteso e risalente a una delle fasi più feconde della sua elaborazione, reso noto al pubblico. Essi apparvero a Mosca nel 1939, a cura di Veller, che ne scelse il titolo: Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858. Due anni dopo, seguì la stampa di un’appendice (Anhang), che comprese gli appunti di Marx del 1850-1 dai Principi di economia politica e dell’imposta di David Ricardo, le note su Bastiat e Carey, gli indici sul contenuto dei Grundrisse da lui stesso redatti e, infine, il materiale preparatorio (Urtext) a Per la critica dell’economia politica del 1859. La prefazione al libro del 1939, siglata dall’IMEL, evidenziò decisamente il valore del testo: “il manoscritto del 1857-1858, pubblicato per la prima volta e integralmente in questo volume, costituisce una tappa decisiva dell’opera economica di Marx” [4].

Tuttavia, seppure principi editoriali e formato fossero analoghi, i Grundrisse non furono inclusi tra i volumi della MEGA, ma uscirono, invece, in edizione singola. Inoltre, la loro pubblicazione a ridosso della Seconda Guerra Mondiale fece sì che l’opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Successivamente, i Grundrisse non furono inseriti nella Sočinenija (Opere Complete) (1928-47), la prima edizione russa degli scritti di Marx ed Engels e per la loro ristampa in tedesco si dovette attendere sino al 1953. Se desta grande stupore che un testo come i Grundrisse, sicuramente eretico rispetto agli allora indiscutibili cànoni del Diamat (Dialekticeskij Materializm – Materialismo Dialettico), sia stato pubblicato durante l’era staliniana, bisogna altresì considerare che essi costituivano lo scritto più rilevante di Marx non ancora diffuso in Germania. Così, in occasione della celebrazione del Karl-Marx-Jahr (Anno di Karl Marx), che coincideva con il settantesimo anniversario della sua morte e il centotrentacinquesimo della nascita, i Grundrisse furono dati alle stampe a Berlino in 30.000 copie. Redatti nel 1857-8, essi cominciarono a essere letti e scoperti in tutto il mondo soltanto nel 1953. Dopo cent’anni di solitudine.

II. La diffusione dei Grundrisse: 500.000 copie in giro per il mondo
Nonostante la risonanza suscitata dalla pubblicazione di un nuovo e consistente manoscritto preparatorio de Il capitale e il valore teorico che a essi fu attribuito, i Grundrisse furono tradotti lentamente. Come già accaduto con l’Introduzione, fu un altro estratto dei Grundrisse a generare interesse prima dell’intero manoscritto: le Forme che precedono la produzione capitalistica. Esse furono infatti tradotte nel 1939 in russo e, nel 1947-8, dal russo in giapponese. Successivamente, l’edizione singola tedesca e la traduzione inglese ne favorirono un’ampia diffusione. Dalla prima, stampata nel 1952 nella serie Kleine Bücherei des Marxismus-Leninismus (Piccola biblioteca del marxismo-leninismo) furono eseguite la traduzione ungherese (1953) e italiana (1954). La seconda, pubblicata nel 1964, ne permise la circolazione nel mondo anglosassone e, tradotta in Argentina (1966) e Spagna (1967), in quello di lingua spagnola. La prefazione del curatore di questa edizione, Eric Hobsbawm, contribuì a evidenziare l’importanza del loro contenuto: le Forme che precedono la produzione capitalistica costituiscono “il tentativo più sistematico di affrontare la questione dell’evoluzione storica” mai realizzato da Marx e “si può affermare, senza esitazione, che qualsiasi discussione storica marxista che non tenga conto di quest’opera (…) deve essere riesaminata alla luce di essa”[5]. Infatti, sempre più studiosi internazionali si occuparono di questo testo, che seguì a essere pubblicato in tanti altri paesi e a stimolare ovunque significative discussioni storiografiche.

Le traduzioni dei Grundrisse nel loro insieme cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. La diffusione dello scritto di Marx fu un processo lento ma inesorabile e, quando ultimato, rese possibile una più completa e, per alcuni aspetti, differente percezione dell’intera sua opera. I maggiori interpreti dei Grundrisse vi si cimentarono in lingua originale, ma la loro lettura estesa, quella compiuta dagli studiosi che non erano in grado di leggerli in tedesco, e, soprattutto, quella dei militanti politici e degli studenti, avvenne solo in seguito alle traduzioni nelle varie lingue.

Le prime di esse avvennero in oriente, dove i Grundrisse apparvero prima in Giappone (1958-65) e poi in Cina (1962-78). In Unione Sovietica uscirono in lingua russa soltanto nel 1968-9, quando dopo essere stati esclusi anche dalla seconda e ampliata edizione della Sočinenija (1955-66), vi furono incorporati quali volumi aggiuntivi. L’estromissione dalla Sočinenija fu tanto più grave perché determinò, a sua volta, quella dalla Marx Engels Werke (Opere) (MEW) (1956-68), che riprodusse la selezione sovietica. La MEW, ovvero l’edizione più utilizzata delle opere di Marx ed Engels, nonché la fonte delle loro traduzioni nella maggior parte delle lingue, fu dunque privata dei Grundrisse che vennero pubblicati come volume supplementare soltanto nel 1983.

Alla fine degli anni Sessanta, i Grundrisse cominciarono a circolare anche in Europa. La prima traduzione fu quella francese (1967-8), ma la sua qualità era scadente e una versione fedele dello scritto uscì solo nel 1980. Quella italiana apparve tra il 1968 e il 1970 e, così come quella francese, circostanza molto singolare, essa fu realizzata per iniziativa di una casa editrice indipendente dal Partito Comunista. In lingua spagnola, il testo fu pubblicato negli anni Settanta. Se si esclude la versione stampata a Cuba nel 1970-1, di scarso pregio perché tradotta da quella francese e la cui circolazione rimase circoscritta nell’ambito di quel paese, la prima vera traduzione fu compiuta in Argentina tra il 1971 e il 1976. A essa seguirono ancora altre tre, effettuate tra Spagna, Argentina e Messico, che fecero dello spagnolo la lingua con il maggior numero di versioni dei Grundrisse.

La traduzione in lingua inglese fu anticipata, nel 1971, dalla pubblicazione di una scelta di alcuni suoi brani. L’introduzione del curatore di questo volume, David McLellan, aumentò le aspettative nei confronti dello scritto: “i Grundrisse sono molto più di una grezza stesura de Il capitale”[6] e, anzi, più di ogni altro suo testo, “contengono una sintesi dei vari lidi del pensiero di Marx. (…) In un certo senso, nessuna tra le opere di Marx è completa, ma tra loro la più completa sono i Grundrisse” [7]. La traduzione integrale giunse nel 1973, ovvero soltanto venti anni dopo l’edizione stampata in Germania. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: “oltre al loro grande valore biografico e storico, essi [i Grundrisse] (…) sono il solo abbozzo dell’intero progetto economico-politico di Marx. (…) I Grundrisse mettono in discussione e alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita”[8].

Gli anni Settanta furono il decennio decisivo anche per le traduzioni nell’Europa dell’est. Dopo l’edizione russa, infatti, non vi era più alcun ostacolo affinché il testo potesse circolare anche nei paesi ‘satelliti’ dell’Unione Sovietica e, così, esso comparve in Ungheria (1972), Cecoslovacchia (in ceco tra il 1971 e il 1977 e in slovacco tra il 1974 e il 1975), Romania (1972-4) e Jugoslavia (1979).

Nello stesso periodo, i Grundrisse giunsero anche in Danimarca, pubblicati contemporaneamente in due traduzioni tra loro contrastanti: una a cura della casa editrice legata al partito comunista (1974-8) e l’altra, invece, di una vicina alla nuova sinistra (1975-7). Negli anni Ottanta, i Grundrisse furono tradotti anche in Iran (1985-7), ove rappresentarono la prima traduzione rigorosa di un’opera di Marx in persiano, e in altre lingue europee: l’edizione slovena è del 1985 e dell’anno successivo sono la polacca e quella finlandese, effettuata grazie al sostegno sovietico.

Col dissolversi dell’Unione Sovietica e la fine del cosiddetto ‘socialismo reale’, che invero del pensiero di Marx non avevano realizzato altro che la manifesta negazione, la stampa degli scritti di Marx subì una battuta d’arresto. Ciò nonostante, anche negli anni nei quali il silenzio intorno al loro autore fu interrotto soltanto da quanti ne decretavano con assoluta certezza l’oblio, i Grundrisse hanno continuato a essere tradotti in altre lingue. Pubblicati in Grecia (1989-92), Turchia (1999-2003), Corea del sud (2000) e nel 2008, in Brasile, in lingua portoghese, essi sono stati l’opera di Marx che ha ricevuto il maggior numero di nuove traduzioni negli ultimi venti anni.

Complessivamente, i Grundrisse sono stati pubblicati integralmente in 22 lingue[9] e tradotti in 32 differenti versioni. Senza fare riferimento alle tante traduzioni parziali, essi sono stati stampati in oltre 500.000 copie [10]: un numero che sorprenderebbe molto colui che li redasse col solo fine di riepilogare, per giunta in tutta fretta, gli studi di economia svolti fino al momento della lorostesura.

III. Lettori e interpreti
La storia della recezione dei Grundrisse, così come quella della loro diffusione, è stata caratterizzata da un avvio alquanto tardivo. Alle vicissitudini legate al ritrovamento del manoscritto, si aggiunse, e fu di certo determinante, la complessità del testo frammentario e appena abbozzato, tanto problematico da rendere in altre lingue, quanto difficile da interpretare.

In proposito, Roman Rosdolsky, autorevole studioso dei Grundrisse, affermò che:

“quando, nel 1948, (…) ebbe la fortuna di esaminar[ne] uno degli allora rarissimi esemplari (…), intuì subito che si trattava di un’opera fondamentale per la comprensione della teoria marxiana, che però a causa della sua forma particolare e del suo linguaggio spesso difficile, poco si addiceva ad un’ampia cerchia di lettori”[11].

Queste motivazioni lo indussero a tentare di illustrarne meglio il testo e a esaminarne criticamente il contenuto. Il risultato di tale impresa fu l’opera Zur Entstehungsgeschichte des Marxschen ‘Kapital’. Der Rohentwurf des ‘Kapital’ 1857-58 (Genesi e struttura del Capitale di Marx) che, pubblicata nel 1968, fu la prima, e anche la principale mai scritta, monografia dedicata ai Grundrisse. Tradotta in molti paesi, favorì la loro divulgazione e circolazione ed ebbe un notevole influsso su tutti i loro successivi interpreti.

Il 1968 fu un anno significativo per i Grundrisse. Oltre al libro di Rosdolsky, infatti, apparve sulla New Left Review il primo saggio in lingua inglese ad essi interamente dedicato: The Unknown Marx (Il Marx sconosciuto), di Martin Nicolaus, che ebbe il merito di attirare l’attenzione sui Grundrisse anche nel mondo anglosassone e di segnalarne la necessità della traduzione. Intanto, in Germania e in Italia, i Grundrisse conquistarono i protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un irresistibile fascino tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l’interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo.

D’altronde, i tempi erano mutati anche a est. Dopo una prima fase nella quale i Grundrisse erano stati quasi del tutto ignorati o guardati con diffidenza, il libro di Vitalij Vygodskij, Istoriya odnogo velikogo otkruitiya Karla Marksa (Introduzione ai Grundrisse di Marx), pubblicata in Unione Sovietica nel 1965 e nella Repubblica Democratica Tedesca nel 1967, impresse una svolta di segno opposto. I Grundrisse furono definiti infatti un’opera “geniale”, che “ci guidano nel laboratorio creativo di Marx e ci danno l’occasione di seguire passo dopo passo il processo di elaborazione della sua teoria economica”[12], alla quale era dunque necessario prestare la dovuta attenzione.

In pochi anni, i Grundrisse diventarono un testo fondamentale per tanti influenti marxisti. Accanto agli autori già menzionati, vi si dedicarono con particolare attenzione: Walter Tuchscheerer nella Repubblica Democratica Tedesca, Alfred Schmidt nella Repubblica Federale Tedesca, gli studiosi della Scuola di Budapest in Ungheria, Lucien Sève in Francia, Kiyoaki Hirata in Giappone, Gajo Petrovic in Jugoslavia, Antonio Negri in Italia, Adam Schaff in Polonia, Allen Oakley in Australia e divennero, in generale, uno scritto col quale ogni serio studioso dell’opera di Marx doveva misurarsi.

Pur con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo cui potere attribuire piena compiutezza concettuale e coloro che, invece, li giudicarono come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse – cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche – favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate e oggi risibili. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Il capitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante le rilevanti parti per ricostruire il rapporto con Georg W. F. Hegel e i significativi brani sull’alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx.

Accanto alle contrastanti letture dei Grundrisse, risaltano anche le non letture, il cui caso più eclatante è rappresentato da Louis Althusser. Impegnato finanche nel tentativo di far parlare i presunti silenzi di Marx e di leggere Il capitale “in modo da rendere visibile ciò che ancora in esso poteva sussistere di invisibile”[13], egli si concesse però il lusso di trascurare la cospicua mole delle centinaia di pagine già scritte dei Gundrisse e realizzò la suddivisione del pensiero di Marx in opere giovanili e opere della maturità, poi così tanto dibattuta, senza conoscere il contenuto e la portata dei manoscritti del 1857-8[14].

Comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Accanto alla pubblicazione di due commentari, uno in giapponese del 1974[15] e l’altro in tedesco del 1978 [16], molti autori scrissero di questo testo. Diversi studiosi videro nei Grundrisse il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle enunciazioni quasi profetiche racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione e, anche in Giappone, i Grundrisse furono letti come un testo di grande attualità per comprendere la modernità. Negli anni Ottanta, inoltre, primi particolareggiati studi apparvero anche in Cina, ove i Grundrisse divennero oggetto di studio per meglio intendere la genesi de Il capitale, e in Unione Sovietica fu pubblicato un volume collettivo a essi esclusivamente dedicato[17].

Nel corso degli ultimi anni, la persistente capacità esplicativa, e al contempo critica, del modo di produzione capitalistico contenuta nelle opere di Marx ha originato un ritorno d’interesse nei suoi riguardi da parte di numerosi studiosi internazionali[18]. Se tale fenomeno durerà e se sarà accompagnato da una nuova domanda di Marx anche dal versante politico, i Grundrisse si riproporranno di certo come uno dei suoi scritti in grado di attirare l’attenzione maggiore.

Intanto, nella speranza che “la teoria di Marx ridivenga una viva fonte di conoscenza e, sulla base di questa, di azione” [19], la storia della diffusione e della recezione dei Grundrisse nel mondo, compiuta in questo volume, vuole essere un modesto riconoscimento al loro autore e il tentativo di ricostruire un capitolo ancora inedito della storia dei marxismi.

Appendice: Tabella cronologica delle traduzioni dei Grundrisse

1939-41 Prima edizione tedesca
1953 Seconda edizione tedesca
1958-65 Traduzione giapponese
1962-78 Traduzione cinese
1967-8 Traduzione francese
1968-9 Traduzione russa
1968-70 Traduzione italiana
1970-1 Traduzione spagnola
1971-7 Traduzione ceca
1972 Traduzione ungherese
1972-4 Traduzione rumena
1973 Traduzione inglese
1974-5 Traduzione slovacca
1974-8 Traduzione danese
1979 Traduzione serba/serbo-croata
1985 Traduzione slovena
1985-7 Traduzione in persiano
1986 Traduzione polacca
1986 Traduzione finlandese
1989-92 Traduzione greca
1999-2003 Traduzione turca
2000 Traduzione coreana
2008 Traduzione portoghese

References
1. Karl Marx, Einleitung zu einer Kritik der politischen Ökonomie, in Die Neue Zeit, Nr. 23, 21. Jahrgang, 1903, p. 710. L’affermazione di Karl Kautsky si trova all’interno della nota n. 1. Le traduzioni incluse nel testo sono a cura dell’autore.
2. David Rjazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, Elfter Jahrgang, 1925, pp. 393-4. Il testo di Rjazanov fu pubblicato in russo nel 1923, la traduzione è stata effettuata dalla versione tedesca del 1925 citata.
3. Ivi , p. 394.
4. Marx-Engels-Lenin-Institut, Vorwort a Karl Marx, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857–1858, Verlag für Fremdsprachige Literatur, Moskau 1939, p. VII.
5. Eric J. Hobsbawm, Prefazione a Karl Marx, Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 8.
6. David McLellan, Marx’s Grundrisse, Paladin, St. Albans 1973, p. 14.
7. David McLellan, Ivi, p. 25.
8. Martin Nicolaus, Introduzione ai Grundrisse, in Martin Nicolaus–Moishe Postone–Helmut Reinicke, Dialettica e proletariato. Dibattito sui «Grundrisse» di Marx, La Nuova Italia, Firenze, 1978.
9. Cfr. la tabella cronologica delle traduzioni dei Grundrisse nell’appendice I. Alle traduzioni indicate vanno inoltre aggiunti i compendi parziali realizzati in lingua svedese, Karl Marx, Grunddragen i kritiken av den politiska ekonomin, Lund, Stockholm 1971, e in macedone, Karl Marx, Osnovi na kritikata na političkata ekonomija (grub nafrlok): 1857-1858, Komunist, Skopje 1989, nonché le traduzioni dell’ Introduzione e delle Forme che precedono la produzione capitalistica, realizzate in moltissime lingue: dal vietnamita al norvegese, dall’arabo all’olandese e al bulgaro.
10. Questa cifra è stata calcolata sommando le tirature rinvenute nel corso delle ricerche svolte in tutti i paesi. Per maggiori informazioni si veda la sezione “Dissemination and reception of Grundrisse in the world” del volume Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, a cura di Marcello Musto, Routledge, London/New York 2008, pp. 177-280.
11. Roman Rosdolsky, Genesi e struttura del «Capitale» di Marx, Laterza, Bari 1971, p. 5.
12. Vitalij Vygodskij, Introduzione ai Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1974, p. 43.
13. Louis Althusser, Leggere Il capitale, Feltrinelli, Milano 1971, p. 34.
14. Cfr. Lucien Sève, Penser avec Marx aujourd’hui, La Dispute, Paris 2004, che ricostruisce come “con l’eccezione di qualche testo quale l’ Introduzione (…) Althusser non ha mai letto i Grundrisse, nel vero senso della parola leggere”, p. 29. Parafrasando l’espressione di Gaston Bachelard utilizzata da Althusser di coupure épistémologique (rottura epistemologica), Seve parla di una “artificiale rottura bibliografica (coupure bibliographique) tale da indurre le vedute più erronee sulla genesi e dunque anche sulla consistenza del pensiero marxiano pervenuto alla maturità”, p. 30.
15. Kiriro Morita – Toshio Yamada, Komentaru keizaigakuhihan’yoko (Commentario sui Grundrisse), Nihonhyoronsha, Tokyo 1974.
16. Projektgruppe Entwicklung des Marxschen Systems, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf). Kommentar, VSA, Hamburg 1978.
17. Aa. Vv., Pervonachal’nuy variant, Kapitala“ (Ekonomicheskie rukopisi K. Marksa 1857–1858 godov (La prima versione de Il capitale. I manoscritti economici di K. Marx del 1857-1858), Politizdat, Moskva 1987.
18. Cfr. Marcello Musto, The rediscovery of Karl Marx, in International Review of Social History, 2007/3, pp. 477-98.
19. Roman Rosdolsky, op. cit., p. 8.

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La riscoperta di Karl Marx

Introduzione
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx. Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia.

Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati alla «New-York Tribune», all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente e all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte» [1]. Marx lasciò, dunque, molti più manoscritti di quanti non ne diede invece alle stampe. Contrariamente a come in genere si ritiene, la sua opera fu frammentaria e talvolta contraddittoria, aspetti che ne evidenziano una delle caratteristiche peculiari: l’incompiutezza.

Il metodo oltremodo rigoroso e l’autocritica più spietata, che determinarono l’impossibilità di condurre a termine molti dei lavori intrapresi; le condizioni di profonda miseria ed il permanente stato di cattiva salute, che lo attanagliarono per tutta la vita; l’inestinguibile passione conoscitiva, che restò inalterata nel tempo spingendolo sempre verso nuovi studi; e, infine, la consapevolezza acquisita con la piena maturità della difficoltà di rinchiudere la complessità della storia in un progetto teorico, fecero proprio dell’incompiutezza la fedele compagna e la dannazione dell’intera produzione di Marx e della sua stessa esistenza. Il colossale piano della sua opera non fu portato a termine che per un’esigua parte, risolvendo in un fallimento letterario le sue incessanti fatiche intellettuali, che non per questo si mostrarono meno geniali e feconde di straordinarie conseguenze [2].

Tuttavia, nonostante la frammentarietà del Nachlass di Marx e la sua ferma contrarietà a erigere un’ulteriore dottrina sociale, l’opera incompiuta fu sovvertita e un nuovo sistema, il «marxismo», poté sorgere.

Marx e il Marxismo: incompiutezza versus sistematizzazione
Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, fu Friedrich Engels a dedicarsi per primo alla difficilissima impresa, stante la dispersività dei materiali, l’astrusità del linguaggio e l’illeggibilità della grafia, di dare alle stampe il lascito dell’amico. Il suo lavoro si concentrò sulla ricostruzione e selezione degli originali, sulla pubblicazione dei testi inediti o incompleti e, contemporaneamente, sulle riedizioni e traduzioni degli scritti già noti.

Anche se vi furono delle eccezioni, come nel caso delle Tesi su Feurbach, edite nel 1888 in appendice al suo Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, e della Critica al programma di Gotha, uscita nel 1891, Engels privilegiò quasi esclusivamente il lavoro editoriale per il completamento de Il capitale, del quale era stato portato a termine soltanto il libro primo. Questo impegno, durato oltre un decennio, fu perseguito con il preciso intento di realizzare «un’opera organica e il più possibile compiuta» [3]. Così, nel corso della sua attività redazionale, basata sulla cernita di quei testi che si presentavano non come versioni finali quanto, invece, come vere e proprie varianti e sulla esigenza di uniformarne l’insieme, Engels più che ricostruire la genesi e lo sviluppo del secondo e del terzo libro de Il Capitale, ben lontani dalla loro definitiva stesura, consegnò alle stampe dei volumi finiti.

D’altronde, in precedenza, egli aveva contribuito a generare un processo di sistematizzazione teorica già direttamente con i suoi scritti. L’ Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo rappresentati da Marx e da me» [4], divenne il riferimento cruciale nella formazione del «marxismo» come sistema e nella differenziazione di questo dal socialismo eclettico, in quel periodo prevalente. Ancora maggiore incidenza ebbe L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, rielaborazione, a fini divulgativi, di tre capitoli dello scritto precedente che, pubblicata per la prima volta nel 1880, conobbe fortuna analoga a quella del Manifesto del partito comunista. Seppur vi fu una netta distinzione tra questo tipo di volgarizzazione, compiuta in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche delle sintesi enciclopediche, e quello di cui si rese invece protagonista la successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il ricorso di Engels alle scienze naturali aprì la strada alla concezione evoluzionistica che, di lì a poco, si sarebbe affermata anche nel movimento operaio.

Il pensiero di Marx, pur se a volte attraversato da tentazioni deterministiche, indiscutibilmente critico ed aperto, cadde sotto i colpi del clima culturale dell’Europa di fine Ottocento, pervaso, come non mai, da concezioni sistematiche, prima tra tutte il darwinismo. Per rispondere a esse il neonato marxismo, divenuto precocemente ortodossia sulle pagine della rivista «Die Neue Zeit» diretta da Kautsky, assunse rapidamente medesima conformazione. Un fattore decisivo che contribuì a consolidare la trasformazione dell’opera di Marx in sistema è rintracciabile nelle modalità che ne accompagnarono la diffusione.

Com’è dimostrato dalla tiratura ridotta delle edizioni dell’epoca dei suoi testi, ne furono privilegiati opuscoli di sintesi e compendi molto parziali. Alcune delle sue opere, inoltre, recavano gli effetti delle strumentalizzazioni politiche. Comparvero, infatti, le prime edizioni rimaneggiate dai curatori, pratica che, favorita dall’incertezza del lascito marxiano, andò, in seguito, sempre più imponendosi insieme con la censura di alcuni scritti. La forma manualistica, notevole veicolo di esportazione del pensiero di Marx nel mondo, rappresentò sicuramente uno strumento molto efficace di propaganda, ma anche l’alterazione fatale della concezione iniziale. La divulgazione della sua opera, dal carattere complesso ed incompiuto, nell’incontro col positivismo e per meglio rispondere alle esigenze pratiche del partito proletario, si tradusse, infine, in impoverimento teorico e volgarizzazione del patrimonio originario [5], fino a renderlo irriconoscibile trasfigurandolo da Kritik a Weltanschauung.

Dallo sviluppo di questi processi, prese corpo una dottrina dalla schematica ed elementare interpretazione evoluzionistica, intrisa di determinismo economico: il marxismo del periodo della Seconda Internazionale (1889-1914). Guidata da una ferma quanto ingenua convinzione del procedere automatico della storia, e dunque dell’ineluttabile successione del socialismo al capitalismo, essa si mostrò incapace di comprendere l’andamento reale del presente e, rompendo il necessario legame con la prassi rivoluzionaria, produsse una sorta di quietismo fatalistico che si tramutò in fattore di stabilità per l’ordine esistente[6]. Si palesava in questo modo la profonda lontananza da Marx, che già nella sua prima opera aveva dichiarato: «la storia non fa niente (…) non è la ‘storia’ che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non èaltro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini» [7].

La teoria del crollo (Zusammenbruchstheorie), ovvero la tesi della fine incombente della società capitalistico-borghese, che ebbe nella crisi economica della Grande Depressione, dispiegatasi lungo il ventennio successivo al 1873, il contesto più favorevole per esprimersi, fu proclamata come l’essenza più intima del socialismo scientifico. Le affermazioni di Marx, volte a delineare i principi dinamici del capitalismo e, più in generale, a descriverne una tendenza di sviluppo [8], furono trasformate in leggi storiche universalmente valide, dalle quali far discendere, sin nei particolari, il corso degli eventi.

L’idea di un capitalismo agonizzante, autonomamente destinato al tramonto, fu presente anche nell’impianto teorico della prima piattaforma interamente «marxista» di un partito politico, Il programma di Erfurt del 1891, e nel commento che ne fece Kautsky, che enunciava come «l’inarrestabile sviluppo economico porta alla bancarotta del modo di produzione capitalistico con necessità di legge naturale. La creazione di una nuova forma di società al posto di quella attuale non è più solo qualcosa di desiderabile ma è diventata inevitabile» [9]. Esso fu la rappresentazione, più significativa ed evidente, dei limiti intrinseci all’elaborazione dell’epoca, nonché dell’abissale distanza prodottasi da colui che ne era stato l’ispiratore.

Lo stesso Eduard Bernstein, che concependo il socialismo come possibilità e non come ineluttabilità aveva segnato una discontinuità con le interpretazioni in quel periodo dominanti, operò una lettura di Marx altrettanto artefatta, che non si discostava minimamente da quelle del tempo e contribuì a diffonderne, mediante la vasta risonanza che ebbe il Bernstein-Debatte, un’immagine egualmente alterata e strumentale.

Il marxismo russo, che nel corso del Novecento svolse un ruolo fondamentale nella divulgazione del pensiero di Marx, seguì questa traiettoria di sistematizzazione e volgarizzazione con un irrigidimento persino maggiore. Per il suo più importante pioniere, Gheorghi Plekhanov, infatti, «il marxismo è una completa concezione del mondo» [10], improntata ad un semplicistico monismo in base al quale le trasformazioni sovrastrutturali della società procedono in maniera simultanea alle modificazioni economiche. In Materialismo ed empiriocriticismo del 1909, Lenin definisce il materialismo come «il riconoscimento della legge obiettiva della natura, e del riflesso approssimativamente fedele di questa legge nella testa dell’uomo» [11]. La volontà e la coscienza del genere umano devono «inevitabilmente e necessariamente» [12] adeguarsi alla necessità della natura. Ancora una volta a prevalere è l’impostazione positivistica.

Dunque, a dispetto dell’aspro scontro ideologico apertosi durante quegli anni, molti degli elementi teorici caratteristici della deformazione operata dalla Seconda Internazionale trapassarono in quelli che avrebbero contrassegnato la matrice culturale della Terza Internazionale. Questa continuità si manifestò, con ancora più evidenza, in Teoria del materialismo storico, pubblicato nel 1921 da Nikolaj Bucharin, secondo il quale «sia nella natura che nella società, i fenomeni sono regolati da determinate leggi. Il primo compito della scienza è scoprire questa regolarità» [13]. L’esito di questo determinismo sociale, interamente incentrato sullo sviluppo delle forze produttive, generò una dottrina secondo la quale «la molteplicità delle cause che fanno sentire la loro azione nella società non contraddice affatto l’esistenza di una legge unica dell’evoluzione sociale» [14].

A siffatta concezione si oppose Antonio Gramsci, per il quale la «posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici»[15]. Il suo netto rifiuto a restringere la filosofia della praxis marxiana a grossolana sociologia, a «ridurre una concezione del mondo a un formulario meccanico che dà l’impressione di avere tutta la storia in tasca» [16], fu tanto più importante poiché si spingeva oltre lo scritto di Bucharin e mirava a condannare quell’orientamento assai più generale che sarebbe poi prevalso, in maniera incontrastata, in Unione Sovietica.

Con l’affermazione del «marxismo-leninismo», il processo di snaturamento del pensiero di Marx conobbe la sua definitiva manifestazione. La teoria fu estromessa dalla funzione di guida dell’agire, divenendone, viceversa, giustificazione a posteriori. Il punto di non ritorno fu raggiunto con il «Diamat» (Dialekticeskij materializm), «la concezione del mondo del partito marxista-leninista» [17]. L’opuscolo di Stalin del 1938, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, che ebbe una straordinaria diffusione, ne fissava i tratti essenziali: i fenomeni della vita collettiva sono regolati da «leggi necessarie dello sviluppo sociale», «perfettamente conoscibili»; «la storia della società si presenta come uno sviluppo necessario della società, e lo studio della storia della società diventa una scienza». Ciò «vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la complessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettanto esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di sviluppo della società per servirsene nella pratica» [18] e che, di conseguenza, compito del partito del proletariato è fondare la propria attività in base a queste leggi.

È evidente come il fraintendimento intorno ai concetti di «scientifico» e «scienza» fosse giunto al suo culmine. La scientificità del metodo marxiano, fondata su criteri teorici scrupolosi e coerenti, fu sostituita con il modo di procedere delle scienze naturali che non contemperava contraddizione alcuna. Infine, s’affermò la superstizione dell’oggettività delle leggi storiche, secondo la quale queste ultime opererebbero, al pari di quelle della natura, indipendentemente dalla volontà degli uomini.

Accanto a questo catechismo ideologico, trovò terreno fertile il più rigido ed intransigente dogmatismo. L’ortodossia «marxista-leninista» impose un’inflessibile monismo che non mancò di produrre effetti perversi anche sugli scritti di Marx. Inconfutabilmente, con la Rivoluzione Sovietica il marxismo visse un significativo momento di espansione e circolazione in ambiti geografici e classi sociali dai quali era, sino ad allora, stato escluso. Tuttavia, ancora una volta, la diffusione dei testi, più che riguardare direttamente quelli di Marx, concerneva manuali di partito, vademecum, antologie «marxiste» su svariati argomenti. Inoltre, invalse sempre più la censura di alcune opere, lo smembramento e la manipolazione di altre, così come la pratica dell’estrapolazione e dell’astuto montaggio delle citazioni. A queste, il cui ricorso rispondeva a fini preordinati, venne destinato lo stesso trattamento che il brigante Procuste riservava alle sue vittime: se troppo lunghe venivano amputate, se troppo corte allungate.

In conclusione, il rapporto tra la divulgazione e la non schematizzazione di un pensiero, a maggior ragione per quello critico e volutamente non sistemico di Marx, tra la sua popolarizzazione e l’esigenza di non impoverirlo teoricamente, è senz’altro impresa difficile da realizzare. In ogni caso, a Marx non poté capitare di peggio.

Piegato da più parti in funzione di contingenze e necessità politiche, venne a queste assimilato e nel loro nome vituperato. La sua teoria, da critica quale era, fu utilizzata a mo’ di esegesi di versetti biblici. Nacquero così i più impensabili paradossi. Contrario a «prescrivere ricette (…) per l’osteria dell’avvenire» [19], fu trasformato, invece, nel padre illegittimo di un nuovo sistema sociale. Critico rigorosissimo e mai pago di punti d’approdo, divenne la fonte del più ostinato dottrinarismo. Strenuo sostenitore della concezione materialistica della storia, è stato sottratto al suo contesto storico più d’ogni altro autore. Certo «che l’emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi» [20], venne ingabbiato, al contrario, in una ideologia che vide prevalere il primato delle avanguardie politiche e del partito nel ruolo di propulsori della coscienza di classe e di guida della rivoluzione. Propugnatore dell’idea che la condizione fondamentale per la maturazione delle capacità umane fosse la riduzione della giornata lavorativa, fu assimilato al credo produttivistico dello stakhanovismo.

Convinto assertore dell’abolizione dello Stato, si ritrovò ad esserne identificato come suo baluardo. Interessato come pochi altri pensatori al libero sviluppo delle individualità degli uomini, affermando, contro il diritto borghese che cela le disparità sociali dietro una mera uguaglianza legale, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» [21], è stato accomunato a una concezione che ha neutralizzato la ricchezza della dimensione collettiva nell’indistinto dell’omologazione. L’incompiutezza originaria del grande lavoro critico di Marx soggiacque alle spinte della sistematizzazione degli epigoni che produssero, inesorabilmente, lo snaturamento del suo pensiero sino a obliterarlo e a divenirne sua manifesta negazione.

L’odissea della pubblicazione delle opere di Marx ed Engels
«Gli scritti di Marx ed Engels (…) furon essi mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori dalla schiera dei prossimi amici ed adepti (…) degli autori stessi?» Così Antonio Labriola andava interrogandosi, nel 1897, su quanto fosse sino ad allora conosciuto delle loro opere. Le sue conclusioni furono inequivocabili: «il leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico è parso fino ad ora come un privilegio da iniziati»; il «materialismo storico» si era propagato «attraverso una infinità di equivoci, di malintesi, di alterazioni grottesche, di strani travestimenti e di gratuite invenzioni» [22]. In effetti, come poi dimostrato dalla successiva ricerca storiografica, la convinzione che Marx ed Engels fossero stati veramente letti è stata il frutto di una mito agiografico[23].

Al contrario, molti dei loro testi erano rari o irreperibili anche in lingua originale e, dunque, l’invito dello studioso italiano: dare vita ad «una edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels», indicava un’ineludibile necessità. Per Labriola, non bisognava né compilare antologie, né redigere un testamentum juxta canonem receptum, bensì «tutta la operosità scientifica e politica, tutta la produzione letteraria, sia pur essa occasionale, dei due fondatori del socialismo critico, deve essere messa alla portata dei lettori (…) perché essi parlino direttamente a chiunque abbia voglia di leggerli» [24]. Oltre un secolo dopo il suo auspicio, questo progetto non è stato ancora realizzato.

Accanto a queste valutazioni prevalentemente filologiche, Labriola ne avanzava altre di carattere teorico, di sorprendente lungimiranza in relazione all’epoca nella quale visse. Egli considerava tutti gli scritti e i lavori di Marx ed Engels, non portati a termine, come «i frammenti di una scienza e di una politica, che è in continuo divenire». Per evitare di cercare al loro interno «ciò che non c’è, e non ci ha da essere», ovvero «una specie di volgata o di precettistica per la interpretazione della storia di qualunque tempo e luogo», essi potevano essere pienamente compresi solo se ricollegati al momento ed al contesto della loro genesi. Diversamente, coloro i quali «non intendono il pensare ed il sapere come operosità che sono in fieri», ossia «i dottrinari e i presuntuosi d’ogni genere, che han bisogno degl’idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedie, cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno» [25]: una soluzione sommaria e fideistica ai quesiti della storia.

Naturale esecutore della realizzazione dell’opera omnia non avrebbe potuto essere che il Sozialdemokratischen Partei Deutschlands, detentore del Nachlaß e delle maggiori competenze linguistiche e teoriche. Tuttavia, i conflitti politici in seno alla socialdemocrazia non solo impedirono la pubblicazione dell’imponente e rilevante massa dei lavori inediti di Marx, ma produssero anche la dispersione dei suoi manoscritti, compromettendo ogni ipotesi di edizione sistematica [26]. Incredibilmente il partito tedesco non ne curò alcuna, trattando l’eredità letteraria di Marx ed Engels con la massima negligenza [27]. Nessuno tra i suoi teorici si occupò di stilare un elenco del lascito intellettuale dei due fondatori. Né, tanto meno, vi fu chi si dedicò a raccogliere la corrispondenza, voluminosissima ma estremamente disseminata, pur essendo molto utile come fonte di chiarimento, quando non addirittura continuazione, dei loro scritti.

La prima pubblicazione delle opere complete, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA), prese avvio solamente negli anni Venti, per iniziativa di David Borisovič Rjazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca. Anche quest’impresa, però, naufragò a causa delle tempestose vicende del movimento operaio internazionale, che troppo spesso ostacolarono, anziché favorire, l’edizione dei loro testi. Le epurazioni dello stalinismo in Unione Sovietica, che s’abbatterono anche sugli studiosi che guidavano il progetto, e l’avvento del nazismo in Germania, portarono alla precoce interruzione dell’edizione [28], vanificando anche questo tentativo. Si produsse così la contraddizione della nascita di un’ideologia inflessibile che s’ispirava a un autore la cui opera era in parte ancora inesplorata. L’affermazione del marxismo e la sua cristallizzazione in corpus dogmatico precedettero la conoscenza di testi, la cui lettura era indispensabile per comprendere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Marx [29].

I principali lavori giovanili, infatti, furono dati alle stampe solo con la MEGA – Dalla critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico nel 1927, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e L’ideologia tedesca nel 1932 – e, come già avvenuto con il secondo e il terzo libro de Il capitale, in edizioni nei quali essi apparivano come opere compiute, scelta mostratasi poi foriera di molti malintesi interpretativi. Ancora successivamente, in tirature che riuscirono ad assicurare soltanto una scarsissima diffusione, furono pubblicati alcuni importanti lavori preparatori deIl capitale: nel 1933 il Capitolo VI inedito e tra il 1939 e il 1941 i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, meglio noti come Grundrisse. Questi inediti, inoltre, come gli altri che seguirono, quando non celati nel timore che potessero erodere il cànone ideologico dominante, furono accompagnati da un’interpretazione funzionale alle esigenze politiche che, nella migliore delle ipotesi, apportava scontati aggiustamenti a quella già predeterminata e che mai si tradusse in una seria ridiscussione complessiva dell’opera marxiana.

Sempre in Unione Sovietica, dal 1928 al 1947, fu completata la prima edizione in russo: la Sočinenija (opere complete). Ad onta del nome, essa riproduceva solo un numero parziale di scritti, ma, con i suoi 28 volumi (in 33 tomi), costituì per l’epoca la raccolta quantitativamente più consistente dei due autori. La seconda Sočinenija, invece, apparve tra il 1955 e il 1966 in 39 volumi (42 tomi). Dal 1956 al 1968 nella Repubblica Democratica Tedesca, per iniziativa del Comitato Centrale della SED, furono stampati i 41 volumi (in 43 tomi) delle Marx Engels Werke (Mew). Tale edizione, però, tutt’altro che completa [30], era appesantita dalle introduzioni e dalle note che, concepite sul modello dell’edizione sovietica, ne orientavano la lettura secondo la concezione del «marxismo-leninismo».

Il progetto di una «seconda» Mega, che si prefiggeva di riprodurre in maniera fedele e con un ampio apparato critico tutti gli scritti dei due pensatori, rinacque durante gli anni Sessanta. Tuttavia, le pubblicazioni, avviate nel 1975, furono anch’esse interrotte, stavolta in seguito agli avvenimenti del 1989. Nel 1990, con lo scopo di continuare questa edizione, l’«Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis» di Amsterdam e la «Karl-Marx-Haus» di Treviri costituirono la «Internationale Marx-Engels-Stiftung» (IMES). Dopo un’impegnativa fase di riorganizzazione, nella corso della quale sono stati approntati nuovi principi editoriali e la casa editrice Akademie Verlag è subentrata alla Dietz Verlag, dal 1998 è ripresa la pubblicazione della Marx-Engels-Gesamtausgabe, la cosiddetta MEGA².

MEGA²: la riscoperta di un autore misconosciuto
Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali. Il valore del pensiero viene riproposto da più parti e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti sono rispolverati sempre più frequentemente. Uno degli esempi più significativi di questa riscoperta è costituito proprio dal proseguimento della MEGA².

Il progetto complessivo, al quale partecipano studiosi delle più svariate competenze disciplinari e che operano in numerosi paesi, si articola in quattro sezioni: la prima comprende tutte le opere, gli articoli e le bozze escluso Il capitale; la seconda Il capitale e tutti i suoi lavori preparatori a partire dal 1857; la terza l’epistolario; la quarta gli estratti, le annotazioni e i marginalia. Fino ad oggi, dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 53 (13 dalla ripresa del 1998), ognuno dei quali consta di due tomi: il testo più l’apparato critico, che contiene gli indici e molte notizie aggiuntive [31]. Questa impresa riveste grande importanza, se si considera che una parte ragguardevole dei manoscritti di Marx, della sua imponente corrispondenza e dell’immensa mole di estratti e annotazioni, che egli era solito compilare dai testi che leggeva, è tuttora inedita.

Le acquisizioni editoriali della MEGA² hanno prodotto risultati di rilievo in ognuna delle quattro sezioni. Nella prima, Werke, Artikel und Entwürfe, le ricerche sono riprese con la pubblicazione di due nuovi volumi. Il primo, Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Januar bis Dezember 1855 [32], include duecento articoli e bozze, redatti dai due autori nel 1855 per il «New-York Tribune» e la «Neue Oder-Zeitung» di Breslau. Accanto all’insieme degli scritti più noti, inerenti la politica e la diplomazia europea, le riflessioni sulla congiuntura economica internazionale e la guerra di Crimea, gli studi condotti hanno reso possibile aggiungere altri ventuno testi, a loro precedentemente non attribuiti perché pubblicati in anonimato sul quotidiano americano. Il secondo, Friedrich Engels, Werke, Artikel, Entwürfe. Oktober 1886 bis Februar 1891 [33], invece, presenta parte dei lavori dell’ultimo Engels. Nel volume si alternano progetti e appunti, tra i quali il manoscritto Rolle der Gewalt in der Geschichte, privato degli interventi di Bernstein che ne aveva curato la prima edizione; indirizzi alle organizzazioni del movimento operaio; prefazioni alle ristampe di scritti già pubblicati ed articoli.

Tra questi ultimi, sono di particolare interesse Die auswärtige Politik des russischen Zarentums, la storia di due secoli di politica estera russa apparsa su «Die Neue Zeit» ma poi proibita da Stalin nel 1934, e Juristen-Sozialismus, scritto insieme con Kautsky, del quale viene ricostruita, per la prima, volta la paternità delle singole parti.
Di notevole interesse, inoltre, il primo numero del Marx-Engels-Jahrbuch, la nuova serie edita dall’IMES, interamente dedicato a L’ideologia tedesca [34]. Questo libro, anticipazione del volume I/5 della MEGA², include le pagine che corrispondono ai manoscritti I. Feuerbach e II. Sankt Bruno. I sette manoscritti sopravvissuti alla «critica roditrice dei topi» [35] sono raccolti come testi indipendenti e ordinati cronologicamente. Da questa edizione si evince, con chiarezza, il carattere non unitario dello scritto. Nuove e definitive basi, dunque, vengono fornite all’indagine scientifica per risalire, con attendibilità, all’elaborazione teorica di Marx. L’ideologia tedesca, considerata finanche come l’esposizione esaustiva della concezione materialistica di Marx, è restituita nella sua originaria frammentarietà[36].

Le ricerche della seconda sezione della MEGA², “Das Kapital” und Vorarbeiten, si sono soffermate, negli ultimi anni, sul secondo e terzo libro de Il capitale. Il volume Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Zweites Buch. Redaktionsmanuskript von Friedrich Engels 1884/1885 [37], comprende il testo del secondo libro, scritto da Engels sulla base di sette manoscritti di diversa entità, redatti da Marx tra il 1865 e il 1881. Engels, infatti, in presenza di diverse stesure del secondo libro, non aveva ricevuto da Marx alcuna indicazione, alla quale riferirsi, per selezionare la versione da pubblicare. Anzi, egli si ritrovò con del materiale dallo «stile trascurato, familiare, con frequenti espressioni e locuzioni ruvidamente umoristiche, definizioni tecniche inglesi e francesi, spesso intere frasi e anche pagine in inglese; pensieri buttati giù nella forma in cui man mano si sviluppavano nella mente dell’autore (…), chiusa dei capitoli con un paio di frasi tronche, come pietre miliari degli sviluppi lasciati incompiuti» [38] e dovette così operare delle precise scelte editoriali. Le più recenti acquisizioni filologiche valutano che gli interventi eseguiti da Engels su questi manoscritti ammontano a circa cinquemila: una quantità di gran lunga superiore a quella sino a oggi presunta.

Le modifiche consistono in aggiunte e cancellazioni di passaggi di testo, modifiche della sua struttura, inserimento di titoli di paragrafi, sostituzioni di concetti, rielaborazioni di alcune formulazioni di Marx o traduzioni di parole adottate da altre lingue. Solo alla fine di questo lavoro emerse la copia da dare alle stampe. Questo volume, dunque, consente di ricostruire l’intero processo di selezione, composizione e correzione dei manoscritti marxiani e di stabilire dove Engels ha operato maggiormente le sue modifiche e dove ha potuto, invece, rispettare fedelmente i manoscritti di Marx che pure, occorre ribadirlo ancora una volta, non rappresentavano affatto l’approdo finale della sua ricerca.

L’uscita del terzo libro de Il capitale, Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Dritter Band [39], l’unico cui Marx non riuscì, neanche approssimativamente, a dare una forma definitiva, rimanda a vicende editoriali ancora più complesse. Nella sua prefazione, Engels sottolineò come di questo testo «esisteva solo un primo abbozzo, per di più estremamente lacunoso. Normalmente la parte iniziale di ogni singola sezione era elaborata con una certa cura e rifinita anche stilisticamente. Però quanto più si procedeva, tanto più la stesura diventava lacunosa e frammentaria, tanto più conteneva digressioni su questioni collaterali emerse nel corso dell’indagine, per le quali la sistemazione definitiva veniva rimessa a un successivo riordinamento della materia» [40].

Così, l’intensa attività redazionale di Engels, nella quale egli profuse le migliori energie nel lungo arco di tempo compreso tra il 1885 e il 1894, produsse il passaggio da un testo molto provvisorio, composto di «pensieri scritti in statu nascendi» [41] e appunti preliminari, a un altro unitario, dal quale si originò la parvenza di una teoria economica sistematica e conclusa.

Ciò traspare, con evidenza, dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Manuskripte und redaktionelle Texte zum dritten Buch des „Kapitals“ [42]. Esso contiene, infatti, gli ultimi sei manoscritti di Marx relativi al terzo libro de Il capitale stesi tra il 1871 e il 1882, il più importante dei quali è il voluminoso Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente del 1875; nonché i testi aggiunti da Engels durante il suo lavoro di curatore. Proprio questi ultimi mostrano, con inequivocabile esattezza, il percorso compiuto sino alla versione pubblicata. A ulteriore conferma del pregio di questo libro, si sottolinea che 45 dei 51 testi presentati vengono dati alle stampe per la prima volta. Il completamento della seconda sezione, ormai prossimo, consentirà finalmente la valutazione critica certa sullo stato degli originali lasciati da Marx e sul valore e sui limiti del lavoro svolto da Engels in qualità di editore.

La terza sezione della MEGA², Briefwechsel, comprende il carteggio intrattenuto tra Marx ed Engels nel corso delle loro vite, nonché quello intercorso tra loro e i tantissimi corrispondenti con i quali furono in contatto. Il numero complessivo delle lettere di questo epistolario è enorme. Ne sono state ritrovate, infatti, oltre 4.000 scritte da Marx ed Engels, di cui 2.500 sono quelle che essi si sono scambiati direttamente, e 10.000 indirizzate loro da terzi, gran parte delle quali inedite prima della MEGA². Altre 6.000, inoltre, pur non essendo state tramandate, hanno lasciato testimonianza certa della loro esistenza. Ben quattro sono i nuovi volumi editi, che permettono ora di rileggere importanti fasi della biografia intellettuale di Marx, anche attraverso le missive di coloro con i quali fu in contatto.

Le lettere raccolte in Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Januar 1858 bis August 1859 [43] hanno come sfondo la recessione economica del 1857. Essa riaccese in Marx la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario, dopo il decennio di riflusso apertosi con la sconfitta del 1848: «la crisi ha scavato come una valente vecchia talpa» [44]. Questa aspettativa lo pervase di una rinnovata produttività intellettuale e lo spinse a delineare i lineamenti fondamentali della sua teoria economica «prima del déluge»[45], tanto sperato, ma ancora una volta irrealizzato. Proprio in questo periodo, Marx stese gli ultimi quaderni dei suoi Grundrisse e decise di pubblicare la sua opera in fascicoli, il primo dei quali, edito nel giugno del 1859, s’intitolò Per la critica dell’economia politica.

Sul piano personale, questa fase fu segnata dalla «miseria incancrenita» [46]: «non credo che mai nessuno abbia scritto su ‘il denaro’ con una tale mancanza di denaro» [47]. Marx lottò disperatamente perché la precarietà della propria condizione non gli impedisse di portare a termine la sua «Economia» e dichiarò: «io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una money-making machine» [48]. Tuttavia, il secondo fascicolo non vide mai la luce e per la successiva pubblicazione di economia bisognerà attendereil 1867, anno in cui fu dato alle stampe il primo libro de Il capitale.

I volumi Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel September 1859 bis Mai 1860 [49] e Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Juni 1860 bis Dezember 1861 [50] contengono la corrispondenza relativa alle tortuose vicende della pubblicazione de Il signor Vogt e all’acceso scontro che vi fu tra questi e Marx. Nel 1859, infatti, Carl Vogt lo accusò di essere l’ispiratore di un complotto nei suoi confronti, nonché il capo di una banda che viveva ricattando coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Così, per salvaguardare la propria reputazione, Marx si sentì obbligato a difendersi e ciò avvenne anche attraverso un fitto scambio di lettere indirizzate ai militanti con i quali aveva avuto rapporti politici durante e dopo il 1848, al fine di ottenere da loro tutti i documenti possibili su Vogt. Il risultato fu un opuscolo polemico di ben duecento pagine: Il signor Vogt.

La confutazione delle accuse ricevute tenne impegnato Marx per un anno intero e lo costrinse a tralasciare del tutto i suoi studi economici. Inoltre, nonostante egli si aspettasse di suscitare grande scalpore, la stampa tedesca non concesse al suo libro alcuna attenzione. Anche le vicende private di questo periodo non trascorsero nel modo migliore. Accanto agli sconfortanti problemi di natura finanziaria – alla fine del 1861 Marx affermò: «se questo [anno] dovesse essere uguale al trascorso, per quel che mi riguarda, desidererei piuttosto l’inferno» [51] – si accompagnarono, puntualmente, quelli di salute, che i primi concorsero a determinare. Per alcune settimane, ad esempio, egli fu costretto a sospendere il lavoro: «la sola occupazione con la quale posso conservare la necessaria tranquillità d’animo è la matematica» [52], una delle più grandi passioni intellettuali della sua esistenza.

Ancora, al principio del 1861, le sue condizioni si aggravarono a causa di una infiammazione al fegato ed egli scrisse a Engels: «sono tribolato come Giobbe, quantunque non altrettanto timorato di dio» [53]. Famelico di letture, si rifugiò ancora una volta nella cultura: «onde mitigare il profondo malumore causato dalla mia situazione incerta in ogni senso, leggo Tucidide. Almeno questi antichi rimangono sempre nuovi» [54]. Ad ogni modo, nell’agosto del 1861 riprese a lavorare alla sua opera con assiduità. Fino al giugno del 1863, redasse i 23 quaderni, di 1472 pagine in quarto, che comprendono le Teorie sul plusvalore. I primi cinque di questi, che trattano la trasformazione del denaro in capitale, sono stati ignorati per oltre cent’anni e furono pubblicati solo nel 1973 in russo e nel 1976 in lingua originale.

Tema principale di Karl Marx-Friedrich Engels, Briefwechsel Oktober 1864 bis Dezember 1865 [55] è l’attività politica di Marx in seno alla International Working Men’s Association, costituitasi a Londra il 28 settembre del 1864. Le lettere documentano l’operato di Marx nel periodo iniziale della vita dell’organizzazione, durante il quale acquisì rapidamente il ruolo di maggior prestigio, e il suo tentativo di tenere insieme l’impegno pubblico, che lo vedeva dopo sedici anni nuovamente in prima linea, con il lavoro scientifico. Tra le questioni dibattute: la funzione delle organizzazioni sindacali, delle quali sottolineò l’importanza schierandosi, al contempo, contro Lassalle e la sua proposta di formare cooperative finanziate dallo Stato prussiano: «la classe operaia è rivoluzionaria o non è niente» [56]; la polemica contro l’owenista Weston, che approdò nel ciclo di conferenze raccolte postume nel 1898 con il nome di Valore, prezzo e profitto; le considerazioni sulla guerra civile negli Stati Uniti; l’opuscolo di Engels La questione militare prussiana e il partito operaio tedesco.

Le novità dell’edizione storico-critica sono riscontrabili anche nella quarta sezione, Exzerpte, Notizen, Marginalien, relativa a quei numerosi compendi e appunti di studio di Marx, che costituiscono una significativa testimonianza del suo lavoro ciclopico. Fin dal periodo universitario, infatti, egli aveva assunto l’abitudine, mantenuta per tutta la vita, di compilare quaderni di estratti dai libri che leggeva, intervallandoli, spesso, con le riflessioni che essi gli suggerivano. Il Nachlaß di Marx contiene circa duecento quaderni e taccuini di riassunti, essenziali per la conoscenza e la comprensione della genesi della sua teoria e delle parti di essa che non ebbe modo di sviluppare quanto avrebbe voluto.

Gli estratti conservati, che coprono il lungo arco di tempo dal 1838 fino al 1882, sono scritti in 8 lingue – tedesco, greco antico, latino, francese, inglese, italiano, spagnolo e russo – e ineriscono alle più svariate discipline. Essi furono desunti da testi di filosofia, arte, religione, politica, diritto, letteratura, storia, economia politica, relazioni internazionali, tecnica, matematica, fisiologia, geologia, mineralogia, agronomia, etnologia, chimica e fisica; oltre che da articoli di quotidiani e riviste, resoconti parlamentari, statistiche, rapporti e pubblicazioni di uffici governativi – è il caso dei famosi Blue Books, in particolare i Reports of the inspectors of factories, le cui indagini furono di grande importanza per i suoi studi. Questa sterminata miniera di sapere, in larga parte ancora inedita, fu il cantiere della teoria critica di Marx e la quarta sezione della MEGA², concepita in trentadue volumi, ne permette, per la prima volta, l’accesso.

I volumi dati alle stampe di recente sono quattro. Il libro Karl Marx, Exzerpte und Notizen Sommer 1844 bis Anfang 1847 [57] comprende otto quaderni di estratti, redatti da Marx tra l’estate del 1844 e il dicembre 1845. I primi due risalgono al periodo parigino e sono di poco successivi ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, gli altri sei furono scritti l’anno seguente a Bruxelles, dove egli riparò dopo essere stato espulso da Parigi, e in Inghilterra, dove soggiornò in luglio e agosto. In questi quaderni sono raccolte le tracce dell’incontro di Marx con l’economia politica e del processo di formazione delle sue primissime elaborazioni di teoria economica. Ciò risulta chiaramente dagli estratti dai manuali di economia politica di Storch e Rossi, così come da quelli tratti da Boisguillebert, Lauderdale, Sismondi e, in relazione ai macchinari e alle tecniche della manifattura, da Baggage e Ure. Dal confronto di questi quaderni con gli scritti del periodo, editi e non, si evince inoppugnabilmente l’influsso delle letture nello sviluppo delle sue idee. L’insieme di queste note, con la ricostruzione storica della loro maturazione, mostra l’itinerario e la complessità del suo pensiero critico, durante questo intensissimo periodo di lavoro. Il testo, inoltre, contiene anche le celebri Tesi su Feuerbach.

Il libro Karl Marx-Friedrich Engels, Exzerpte und Notizen September 1853 bis Januar 1855 [58] contiene nove voluminosi quaderni di estratti, redatti da Marx essenzialmente durante il 1854. Essi furono scritti nello stesso periodo in cui egli pubblicò importanti gruppi di articoli sulla «New-York Tribune»: quelli su Lord Palmerston tra l’ottobre e il dicembre del 1853, le riflessioni su Revolutionary Spain tra il luglio e il dicembre del 1854, mentre i testi sulla guerra di Crimea, invero quasi tutti di Engels, apparvero fino al 1856. Quattro di questi quaderni raccolgono annotazioni sulla storia della diplomazia tratte, principalmente, dai testi degli storici Famin e Francis, del giurista e diplomatico tedesco von Martens, del politico tory Urquhart, così come dalle «Correspondence relative to the affairs of the Levant» e dai «Hansard’s parliamentary debates». Gli altri cinque, desunti da Chateaubriand, dallo scrittore spagnolo de Jovellanos, dal generale sempre spagnolo San Miguel, dal suo connazionale de Marliani e da molti altri autori, sono, invece, esclusivamente dedicati alla Spagna e mostrano con quale intensità Marx ne avesse esaminato la storia politica e sociale e la cultura.

Suscitano, inoltre, particolare interesse gli appunti dallo Essai sur l’histoire de la formation et des progrès du Tiers État di Augustin Thierry. Tutte queste note sono di grande rilevanza perché palesano le fonti cui attinse Marx e permettono di comprendere il modo in cui egli utilizzasse queste letture per la stesura dei suoi articoli. Il volume comprende, infine, un gruppo di estratti sulla storia militare di Engels.

Il grande interesse di Marx per le scienze naturali, quasi del tutto sconosciuto, traspare dal volume Karl Marx-Friedrich Engels, Naturwissenschaftliche Exzerpte und Notizen. Mitte 1877 bis Anfang 1883 [59]. In esso sono pubblicati gli appunti di chimica organica e inorganica, del periodo 1877-1883, che consentono di scoprire un ulteriore aspetto della sua opera. Ciò è tanto più importante perché queste ricerche contribuiscono a sfatare la falsa leggenda, dipinta da gran parte dei suoi biografi, che lo raffigura come un autore che, durante l’ultimo decennio di vita, rinunciò a proseguire i propri studi e avesse del tutto appagato la sua curiosità intellettuale. Le note pubblicate contengono composizioni chimiche, estratti dai libri dei chimici Meyer, Roscoe, Schorlemmer e anche notizie di fisica, fisiologia e geologia – discipline che videro fiorire, durante l’ultimo quarto dell’Ottocento, importanti sviluppi scientifici dei quali Marx volle sempre mantenersi aggiornato. Questi studi costituiscono uno dei campi meno esplorati della ricerca su Marx e, poiché non sono in diretta connessione con la prosecuzione de Il capitale, pongono interrogativi irrisolti circa il motivo di questo interesse. A completare il volume vi sono anche degli estratti, inerenti temi analoghi, redatti da Engels nello stesso periodo.

Se i manoscritti di Marx hanno conosciuto, prima di vedere la luce, le più diverse vicissitudini, sorte ancora peggiore è toccata ai libri appartenuti a lui ed Engels. Dopo la morte di quest’ultimo, le due biblioteche, contenenti i volumi da loro posseduti recanti gli interessanti marginalia e sottolineature, furono ignorate, in parte disperse e, solo in seguito, faticosamente ricostruite e catalogate. Il testo Karl Marx-Friedrich Engels, Die Bibliotheken von Karl Marx und Friedrich Engels [60] è, infatti, il frutto di settantacinque anni di ricerche. Esso consiste in un indice di 1450 libri, in 2100 tomi – ovvero i due terzi di quelli appartenuti a Marx ed Engels –, che include la segnalazione di tutte le pagine di ciascun volume su cui risultano essere state fatte delle annotazioni. Si tratta di una pubblicazione anticipata, che verrà integrata, quando la MEGA² sarà completata, dall’indice dei libri oggi mancanti (il numero totale di quelli ritrovati è di 2100 in 3200 tomi), con le indicazioni dei marginalia, compresi in 40.000 pagine da 830 testi, e la pubblicazione dei commenti alle letture annotati ai margini dei volumi.

Come raccontato da quanti vissero a stretto contatto con Marx, egli non considerava i libri come oggetti di lusso, ma veri e propri strumenti di lavoro. Li maltrattava, ne ripiegava gli angoli, li sottolineava al fine di ritrovare, in futuro, i passaggi più significativi. «Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà» [61], così diceva dei suoi libri. D’altro canto, egli vi si concedeva con altrettanta dedizione, al punto di autodefinirsi «una macchina condannata a divorare i libri per buttarli fuori, in forma diversa, sul letamaio della storia» [62]. Venire a conoscenza delle sue letture – va comunque ricordato che la sua biblioteca restituisce solo uno spaccato parziale di quell’infaticabile lavoro che egli condusse per decenni al «British Museum» di Londra –, così come dei suoi commenti in proposito, costituisce un prezioso contributo alla ricostruzione delle sue ricerche e serve a smentire la fallace interpretazione agiografica «marxista-leninista», che ne ha spesso rappresentato il pensiero come il frutto di un’improvvisa fulminazione e non come, quale fu in realtà, un’elaborazione piena di elementi teorici derivati da predecessori e contemporanei.

Resta infine da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Il tortuoso processo della diffusione degli scritti e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture, sono le cause principali di un grande paradosso: Karl Marx è un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione [63]. Al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava ad indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce, oggi, quello di un autore che ha lasciato incompleti gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi. Dalla riscoperta della sua opera, riemerge la ricchezza di un pensiero, problematico e polimorfo, e l’orizzonte lungo il quale la ricerca su Marx ha ancora tanti sentieri da percorrere.

Quel «Cane Morto» di Marx
A causa di conflitti teorici o di vicende politiche, l’interesse per l’opera di Marx non è mai stato costante e, sin dalle sue origini, ha vissuto indiscutibili momenti di declino. Dalla «crisi del marxismo» alla dissoluzione della «Seconda Internazionale», dalle discussioni sui limiti della teoria del plusvalore a quelle sulle tragedie del comunismo sovietico, le critiche alle idee di Marx sembrarono, ogni volta, superarne l’orizzonte concettuale. Sempre, però, vi fu un «ritorno a Marx». Costantemente, si sviluppò un nuovo bisogno di richiamarsi alla sua opera che, attraverso la critica dell’economia politica, le formulazioni sull’alienazione o le brillanti pagine dei pamphlet politici, continuò a esercitare un irresistibile fascino su seguaci e oppositori. Nonostante, col finir del secolo, ne fosse stato decretato all’unanimità l’oblio, del tutto inatteso, Marx si ripresenta sul palcoscenico della storia.

Liberata dall’odiosa funzione di instrumentum regni, cui in passato fu destinata, e dalle catene del «marxismo-leninismo», dalle quali è definitivamente separata, la sua opera è stata riconsegnata ai liberi campi del sapere e torna a essere letta in tutto il mondo. Il pieno dispiegarsi della sua preziosa eredità teorica, sottratta a sedicenti proprietari e a costrittivi modi d’impiego, è reso nuovamente possibile. Tuttavia, se Marx non è identificabile con la sfinge scolpita dal grigio «socialismo reale» del Novecento, credere di poter relegare il suo patrimonio teorico e politico a un passato che non avrebbe più niente da dire ai conflitti odierni, di circoscriverlo alla funzione di classico mummificato privo di interesse per l’oggi, o di rinchiuderlo in specialismi meramente accademici, sarebbe altrettanto sbagliato.

Il ritorno d’interesse nei riguardi di Marx va ben oltre i confini di ristrette cerchie di studiosi e delle pur significative ricerche filologiche, volte a mostrarne la diversità rispetto alla gran parte dei suoi interpreti. La riscoperta di Marx si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del presente, del quale egli rimane strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare. Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che la attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Così, l’affermazione di Jacques Derrida: «sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx» [64], che soltanto pochi anni fa sembrava una provocazione isolata, è divenuta sempre più condivisa.

Dalla fine degli anni Novanta, infatti, quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche non fanno che discutere del pensatore più attuale per i nostri tempi: Karl Marx [65]. Nel 1998, in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione, il Manifesto del partito comunista fu stampato in decine di nuove edizioni in ogni angolo del pianeta e celebrato non solo quale testo politico più letto della storia dell’umanità, ma anche come la più formidabile previsione delle tendenze del capitalismo [66]. Ancora, la letteratura su Marx, quasi del tutto tralasciata quindici anni fa, dà segnali di ripresa in molti paesi e, accanto al fiorire di nuovi studi [67], spuntano, in più lingue, opuscoli dal titolo Why read Marx today? Analogo consenso riscuotono le riviste aperte ai contributi riguardanti Marx e i marxismi [68], così come sono tornati di moda convegni internazionali, corsi e seminari universitari dedicati a questo autore. Infine, anche se timidamente o in forme piuttosto confuse, dall’America latina all’Europa, transitando per il movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico.

Cosa resti oggi di Marx, quanto il suo pensiero sia ancora utile alla lotta per la libertà del genere umano, quale parte della sua opera si riveli più feconda per stimolare la critica dei nostri tempi, in che modo andare «con Marx oltre Marx», sono i tanti interrogativi che ricevono reazioni tutt’altro che unanimi. Se l’odierna Marx-renaissance ha una certezza, essa risiede proprio nella discontinuità rispetto al passato caratterizzato da ortodossie monolitiche che hanno dominato, e profondamente condizionato, l’interpretazione di questo filosofo.

Pur se contrassegnata da evidenti limiti e dal rischio di sincretismo, si è aperta una stagione contraddistinta dai molti Marx; dopo il tempo dei dogmatismi, non sarebbe potuto accadere altrimenti. Il compito di rispondere a questi quesiti, dunque, spetta alle ricerche, teoriche e pratiche, di una nuova generazione di studiosi e militanti politici.

Tra i Marx che continuano a essere indispensabili, se ne segnalano almeno due. Innanzitutto, quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che ne intuì e analizzò lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, ha descritto la società borghese. Colui che si rifiutò di concepire il capitalismo e il regime della proprietà privata come scenari immutabili e appartenenti alla natura umana e che ha ancora da offrire preziosi suggerimenti a chi aspira a realizzare alternative agli assetti economici, sociali e politici neoliberali. L’altro Marx, al quale bisognerebbe rivolgere grande attenzione, è quello teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di «Socialismo di Stato», al tempo già propugnata da Lassalle e Rodbertus. Il pensatore che intese il socialismo come possibile trasformazione dei rapporti produttivi e non come coacervo di blandi palliativi ai problemi della società. Senza Marx saremmo condannati a una vera e propria afasia critica e pare proprio che la causa dell’emancipazione umana dovrà ancora servirsi di lui. Il suo «spettro» è destinato ad aggirarsi per il mondo e a far agitare l’umanità ancora per molto.

References
1. Karl Kautsky, Mein Erster Aufenthalt in London, in Benedikt Kautsky (a cura di), Friedrich Engels’ Briefwechsel mit Karl Kautsky, Danubia Verlag, Wien 1955, p. 32.
2. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, Payot, Paris 2000 (1974), pp. 439-440.
3. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Zweiter Band, Marx Engels Werke, Band 24, Dietz Verlag, Berlin 1963, p. 7.
4. Friedrich Engels, Vorworte zu den drei Auflagen de Herrn Eugen Dührings Umwälzung der Wissenschaft, MEGA² I/27, Dietz Verlag, Berlin 1988, p. 492.
5. Cfr. Franco Andreucci, La diffusione e la volgarizzazione del marxismo, in Aa. Vv., Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino 1979, p. 15.
6. Cfr. Erich Matthias, Kautsky e il kautskismo, De Donato, Bari 1971, p. 124.
7. Friedrich Engels-Karl Marx, Die heilige Familie, Marx Engels Werke, Band 2, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 98.
8. Cfr. Paul M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Boringhieri, Torino 1970, pp. 22 e 225.
9. Karl Kautsky, Il programma di Erfurt, Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 123.
10. Gheorghi Plekhanov, Le questioni fondamentali del marxismo, in Gheorghi Plekhanov, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca 1985, p. 366.
11. Vladimir Ilic Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Vladimir Ilic Lenin, Opere complete, vol. XIV, Editori Riuniti, Roma 1963, p. 152.
12. Ivi , p. 185.
13. Nikolaj I. Bucharin, Teoria del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 16.
14. Ivi , p. 252.
15. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, (a cura di Valentino Gerratana) Einaudi, Torino 1975, p. 1403.
16. Ivi , p. 1428.
17. Josef Stalin, Del materialismo dialettico e del materialismo storico, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 919.
18. Ivi , p. 926-927.
19. Karl Marx, Nachwort a Das Kapital, Erster Band, MEGA² II/6, Dietz Verlag, Berlin 1987, p. 704.
20. Karl Marx, Provisional Rules of the International Working Men’s Association, MEGA², I/20, Akademie Verlag, Berlin 2003 (1992), p. 13.
21. Karl Marx, Kritik des Gothaer Programms, Marx Engels Werke, Band 19, Dietz Verlag, Berlin 1962, p. 21.
22. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, pp. 667-669.
23. I biografi di Marx Boris Nikolaevskij – Otto Maenchen-Helfen, affermarono a ragione, nella ‘Avvertenza’ alla loro opera: «su mille socialisti, forse uno solo ha letto un’opera economica di Marx, su mille antimarxisti, neppure uno ha letto Marx», cfr. Karl Marx. La vita e l’opera, Einaudi, Torino 1969, p. 7.
24. Antonio Labriola, op. cit., p. 672.
25. Ivi , pp. 673-677.
26. Cfr. Maximilien Rubel, Bibliographie des œuvres de Karl Marx, Rivière, Paris, 1956, p. 27.
27. Cfr. David Rjazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, in «Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung», Hirschfeld, Leipzig, 1925, in particolare pp. 385-386.
28. Rjazanov fu destituito e condannato alla deportazione nel 1931 e le pubblicazioni furono interrotte nel 1935. Dei 42 volumi inizialmente previsti ne furono dati alle stampe soltanto 12 (in 13 tomi). Cfr. Karl Marx, Friedrich Engels, Historisch-kritische Gesamtausgabe. Werke, Schriften, Briefe. Sotto la direzione del Marx-Engels-Institut [dal 1933 Marx-Engels-Lenin-Institut di Mosca] a cura di David Borisovič Rjazanov, [dal 1932 Vladimir Viktorovič Adoratskij], Frankfurt am Main, Berlin, Moskau-Leningrad, Moskau, Marx-Engels-Verlag, 1927–1935.
29. Cfr. Maximilien Rubel, Marx critique du marxisme, op. cit., p. 81.
30. Le pubblicazioni non compresero, ad esempio, né i Manoscritti economico-filosofici del 1844 né i Grundrisse, testi che furono aggiunti solo in seguito. Ciò nonostante, le MEW costituirono la base di numerose edizioni analoghe in altre lingue, tra cui anche le Opere italiane, apparse in 32 volumi tra il 1972 e il 1990. Si segnala inoltre che la ristampa della edizione MEW è ricominciata nel 2006.
31. Dettagliate informazioni sulla MEGA² sono disponibili sul sito internet www.bbaw.de/vs/mega Si veda inoltre Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005).
32. MEGA² I/14, a cura di H.-J. Bochinski e M. Hundt, Akademie Verlag, Berlin 2001.
33. MEGA² I/31, a cura di R. Merkel-Melis, Akademie Verlag, Berlin 2002.
34. Karl Marx, Friedrich Engels, Joseph Weydemeyer, Die deutsche Ideologie. Artikel, Druckvorlagen, Entwürfe, Reinschriftenfragmente und Notizen zu “I. Feuerbach” und “II. Sankt Bruno”, in «Marx-Engels-Jahrbuch» 2003, Akademie Verlag, Berlin 2004.
35. Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie. Erstes Hefte, MEGA² II/2, p. 102.
36. In proposito cfr. Marcello Musto, Vicissitudini e nuovi studi de ‘L’ideologia tedesca’, in «Critica Marxista», 2004 n. 6, pp. 45-49.
37. MEGA² II/12, a cura di I. Omura, K. Hayasaka, R. Hecker, A. Miyakawa, S. Ohno, S. Shibata e R. Yatuyanagi, Akademie-Verlag, Berlin 2005.
38. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Zweiter Band, op. cit., p. 7.
39. MEGA² II/15, a cura di R. Roth, E. Kopf e C.-E. Vollgraf, Akademie Verlag, Berlin 2004.
40. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital, Dritter Band, MEGA² II/15, op. Cit. , p. 6.
41. Ivi , p. 7.
42. MEGA² II/14, a cura di C.-E. Vollgraf e R. Roth, Akademie Verlag, Berlin 2003.
43. MEGA² III/9, a cura di V. Morozova, M. Uzar, E. Vashchenko e J. Rojahn, Akademie Verlag, Berlin 2003.
44. Ivi , Karl Marx a Friedrich Engels, 22 febbraio 1858, Ivi, p. 75.
45. Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, MEGA² III/8, Dietz Verlag, Berlin 1990, p. 210.
46. Karl Marx a Friedrich Engels, 16 aprile 1859, MEGA² III/9, op. cit., p. 386.
47. Karl Marx a Friedrich Engels, 21 gennaio 1859, Ivi, p. 277.
48. Karl Marx a Joseph Weydemeyer, 1 febbraio 1859, Ivi, p. 292.
49. MEGA² III/10, a cura di G. Golovina, T. Gioeva, J. Vasin e R. Dlubek, Akademie Verlag, Berlin 2000.
50. MEGA² III/11, a cura di R. Dlubek e V. Morozova, Akademie Verlag, Berlin 2005.
51. Karl Marx a Friedrich Engels, 27 dicembre 1861, Ivi, p. 636.
52. Karl Marx a Friedrich Engels, 23 novembre 1860, Ivi, p. 229.
53. Karl Marx a Friedrich Engels, 18 gennaio 1861, Ivi, p. 319.
54. Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 29 maggio 1861, Ivi, p. 481.
55. MEGA² III/13, a cura di S. Gavril’chenko, I. Osobova, O. Koroleva e R. Dlubek, Akademie Verlag, Berlin 2002.
56. Karl Marx a Johann Baptist von Schweitzer, 13 febbraio 1865, Ivi, p. 236.
57. MEGA² IV/3, a cura di G. Bagaturija, L. Čurbanov, O. Koroleva e L. Vasina, Akademie Verlag, Berlin 1998.
58. MEGA² IV/12, a cura di M. Neuhaus e C. Reichel, Akademie Verlag, Berlin 2007.
59. MEGA² IV/31, a cura di A. Griese, F. Fessen, P. Jäckel e G. Pawelzig, Akademie Verlag, Berlin 1999.
60. MEGA² IV/32, a cura di H. P. Harstick, R. Sperl e H. Strauß, Akademie Verlag, Berlin 1999.
61. Paul Lafargue, Karl Marx. Persönliche Erinnerungen, in Hans Magnus Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino 1977, p. 244.
62. Karl Marx a Laura e Paul Lafargue, 11 Aprile 1868, Marx Engels Werke, Band 32, Dietz Verlag, Berlin 1965, p. 545.
63. Accanto al misconoscimento «marxista», che si è voluto sin qui tratteggiare, andrebbe considerato anche quello «antimarxista» di parte liberale e conservatrice, altrettanto profondo perché carico di prevenuta ostilità.
64. Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 22.
65. Il primo articolo che produsse una certa eco in questa direzione fu quello di John Cassidy, “The return of Karl Marx”, apparso sulla rivista statunitense «The New Yorker», October 20/27 1997, pp. 248-259. Venne poi il turno della BBC, che nel 1999 conferiva a Marx lo scettro di più grande pensatore del millennio. Qualche anno più tardi, il settimanale del «Nouvel Observateur» fu dedicato al tema Karl Marx – le penseur du troisième millénaire?, cfr. «Nouvel Observateur», 1/10/2003, e poco dopo anche la Germania pagò il suo tributo a colui che aveva costretto all’esilio per quarant’anni: nel 2004, oltre 500.000 telespettatori della televisione nazionale ZDF indicarono Marx quale terza personalità tedesca di tutti i tempi (prima, invece, nella categoria ‘attualità’) e, durante le ultime elezioni politiche, la nota rivista «Der Spiegel» lo ritraeva in copertina, dal titolo Ein Gespenst kehrt zurück (Un fantasma è tornato), con le dita, in segno di vittoria, cfr. «Der Spiegel», 22/08/2005. A completare questa curiosa rassegna, vi è il sondaggio condotto nel 2005 del canale radiofonico BBC 4, che ha assegnato a Marx la palma di filosofo più amato dagli ascoltatori inglesi.
66. In particolare cfr. Eric Hobsbawm, “Introduction” a Karl Marx-Friedrich Engels, The communist Manifesto, Verso, London 1998.
67. Essendo impossibile, in questa sede, passare in rassegna i tanti libri pubblicati nel corso degli ultimi anni, si citano quelli che hanno avuto il maggior riscontro di pubblico e critica. Due nuove, vendutissime, biografie: Francis Wheen, Karl Marx, Fourth Estate, London 1999 e Jacques Attali, Karl Marx ou l’esprit du monde, Fayard, Paris 2005, hanno richiamato l’attenzione sulla vita del pensatore di Treviri. Il testo di Moishe Postone, Time, Labor, and social domination, Cambridge University Press, intempestivamente pubblicato nel 1993 e poi più volte ristampato; quelli di Terrell Carver, The postmodern Marx, Manchester University Press, Manchester 1998, e Michael A. Lebowitz, Beyond Capital, Palgrave, London 2003 (2nd ed.), si sono distinti per una innovativa interpretazione complessiva del pensiero di Marx. Sulle opere giovanili, invece, di grande rilievo è il recente David Leopold, The Young Karl Marx: German Philosophy, Modern Politics, and Human Flourishing, Cambridge University Press, 2007; mentre sui Grundrisse è in corso di stampa una raccolta di saggi inediti dei principali studiosi marxiani contemporanei su questo testo fondamentale: Marcello Musto (Ed.), Karl Marx’s Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy , Routledge (London and New-York, 2008). Altri ancora, è il caso di John Bellamy Foster, Marx’s ecology, Monthly Review Press, New York 2000, e Paul Burkett, Marxism and ecological economics, Brill, Boston 2006, si segnalano per aver accostato Marx alla questione ambientale. A conferma di un interesse diffuso in tutto il mondo, si indicano, infine, la traduzione inglese dei principali lavori sull’argomento del latinoamericano Enrique Dussel, Towards an unknown Marx, Routledge, London e New York 2001, quella di numerosi studi, provenienti dal Giappone, edita da Hiroshi Uchida, Marx for the 21st Century, Routledge, London and New York 2006 e i progressi teorici di una nuova generazione di ricercatori cinesi, sempre più familiare con le lingue occidentali e distante dalla tradizione del «marxismo» dogmatico.
68. Tra le principali si ricordano «Monthly Review», «Science & Society», «Historical Materialism» e «Rethinking Marxism» nel mondo anglosassone; «Das Argument» e il «Marx-Engels-Jahrbuch» in Germania; «Actuel Marx» in Francia e «Herramienta» in Argentina.

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L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia

E’ in corso da qualche anno, in Europa e nel resto del mondo, un risveglio d’interesse per lo studio di Marx. La persistente capacità esplicativa e critica del mondo d’oggi e delle sue contraddizioni ripropone con forza il suo pensiero, tanto apparentemente fuori moda quanto invece in sé rilevante. Anche in Italia finalmente, dopo molti anni di silenzio, si è ricominciato a discutere con attenzione la sua opera. L’occasione è venuta dalla conferenza internazionale “Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia”, promossa da un ampio arco di università (le tre napoletane Federico II, Suor Orsola Benincasa, L’Orientale e l’Università degli Studi di Bari) e patrocinata da diverse istituzioni culturali tra le quali l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Per prendere parte ad essa, sono giunti a Napoli dal 1 al 3 aprile, provenienti da dieci paesi diversi, dal Giappone al Messico, dalla Cina a mezz’Europa, trenta tra i massimi studiosi marxiani di tutto il mondo. Il confronto è stato di grande interesse e pieno di fecondi sviluppi per il futuro.

L’incontro internazionale ha articolato i propri lavori in cinque sessioni che hanno dato conto delle nuove acquisizioni delle ricerche filologiche; della ripresa degli studi filosofici, in riferimento alle opere giovanili cosí come a Il Capitale; del confronto tra alcune delle piú prestigiose riviste e pubblicazioni internazionali che si interessano di questi temi ed infine della loro attualità.

Primo obiettivo degli organizzatori è stato la presentazione, per la prima volta al pubblico italiano, dei risultati della riorganizzazione e della continuazione della nuova edizione, in lingua originale, delle opere di Marx ed Engels. Per quanto possa stupire, Marx resta tutt’oggi un autore mal conosciuto. Infatti, nonostante l’affermazione delle sue teorie, divenute l’ideologia dominante del XX secolo e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano, ed a dispetto dell’enorme massa di pubblicazioni dei suoi scritti, egli rimane un autore privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tale assenza è tanto più grave se si considera che una parte notevole dei suoi manoscritti, dell’immensa mole di estratti e annotazioni dai libri che era solito fare durante i suoi studi e dell’imponente corrispondenza (14mila lettere ritrovate) che, nel corso di tutta la vita, tenne con Engels, e insieme con lui con terzi, resta ancora inedita.

L’edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 1975, è stata interrotta in seguito agli avvenimenti del 1989. Nel 1990, per iniziativa dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) di Amsterdam, è nata la Internationale Marx Engels Stiftung (IMES), il cui scopo è quello di completare l’impresa (dei 122 volumi previsti ne sono stati fin’ora editi 56). Dell’IMES fanno parte, accanto all’IISG, la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (BBAW), l’Historische Forschungszentrum der Friedrich-Ebert-Stiftung ed il Rossiiskii gosudarstvennyi arkhiv sotsial’no-politicheskoi istorii (RGASPI) di Mosca. In questo momento partecipano ai suoi lavori studiosi che operano in Germania, Russia, Francia, Olanda, Giappone, USA, Danimarca e Italia.

La prima parte dei lavori della conferenza, dunque, è stata riservata ai protagonisti di questa impresa. Manfred Neuhaus, segretario dell’IMES e direttore del progetto MEGA², ha espresso, in apertura dei lavori, la sua soddisfazione per il fatto che, per la prima volta in un convegno internazionale, sia stata dedicata un’intera sessione dei lavori alla MEGA². Inoltre, nel suo intervento ed in quello di Gerald Hubmann, anch’egli membro della BBAW, sono state evidenziate le linee editoriali del progetto. In particolare il principio della genesi del testo, lo sforzo di ricostruirne la crescita attraverso gli abbozzi e le successive rielaborazioni fino alla versione finale, l’ordine cronologico degli scritti, la presentazione di parti inedite: è il caso della quarta sezione, dove trovano posto gli estratti dei due pensatori dai libri da loro letti. Queste importanti acquisizioni filologiche conferiscono all’opera marxiana nuovi aspetti ed aprono il campo a inedite possibilità di ricerca ed interpretazioni critiche. L’intervento di Izumi Omura, direttore dell’unità di lavoro giapponese alla MEGA² presso l’università di Sendai, ha fornito un esempio dell’internazionalizzazione del progetto così come delle sue più recenti conquiste informatiche. Malcolm Sylvers ha parlato della terza sezione della MEGA², quella dedicata al carteggio, evidenziandone dimensioni, differenze con le precedenti edizioni e utilità per la comprensione del pensiero e dell’impegno politico di Marx ed Engels. Infine, Gian Mario Bravo ha incentrato il proprio contributo sulla ricostruzione storica della diffusione del marxismo in Italia nella seconda metà dell’800.

La seconda sessione, “Critica della filosofia e critica della politica nel giovane Marx”, è stata invece dedicata al confronto tra alcune delle recenti interpretazioni delle opere giovanili. Giuseppe Cacciatore, Gianfranco Borrelli e Eustache Kouvelakis si sono soffermati sugli scritti più politici. Il primo sul Marx democratico, gli altri due sulla rassegna e sull’argomentazione della centralità dei lavori che vanno dal 1843 al 1852. Peter Thomas e Mario Cingoli sul complesso rapporto tra idealismo e materialismo nel primo Marx, il primo prendendo in esame la dissertazione di laurea Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro, il secondo sottolineando i mutamenti di Marx nel rapporto col materialismo, attraverso il confronto tra gli scritti letterari giovanili, la Critica della filosofia hegeliana del diritto, ed i Manoscritti economico-filosofici del 1844. Musto, è intervenuto infine, sull’importanza del soggiorno parigino del 1844, evidenziandone l’influsso decisivo esercitato sull’evoluzione intellettuale del giovane Marx.

La terza sessione “Il capitale: la critica incompiuta” è stata la più significativa di tutto il convegno. Vi hanno preso parte molti tra i maggiori studiosi internazionali de Il Capitale che, mettendo a confronto interpretazioni differenti, ne hanno evidenziato la complessità sia filologica che economico-filosofica e ne hanno discusso i nodi irrisolti. Il rapporto tra Hegel e Marx, con particolare riferimento a come quest’ultimo avrebbe tratto dal primo indicazioni sul come muovere alla comprensione della realtà moderna e su come ordinare l’esposizione della sua opera matura, è stato soprattutto presente nelle relazioni di Roberto Finelli, Chris Arthur e Riccardo Bellofiore.

Il primo ha sottolineato come la logica de Il capitale sia ricavata sulla base del «circolo del presupposto-posto» di matrice hegeliana e come l’astrazione del valore-lavoro, con la sussunzione reale della forza lavoro al capitale, diventi un’astrazione praticamente vera. Il secondo ha esposto la significativa omologia tra il movimento dello scambio, che genera un’astrazione pratica dalla naturale specificità delle merci, ed il movimento del pensiero, che genera un sistema di categorie logiche, concludendo sulla possibilità di delucidare le forme del valore con le categorie della logica hegeliana. Il terzo, nella sua relazione Marx dopo Hegel. Il capitale come totalità e la centralità della produzione, attraverso una vasta esposizione critica della letteratura più recente al riguardo. Negli altri interventi, l’interpretazione di Enrique Dussel ha insistito sul processo del capitale come una circolarità che ha il suo limite nel lavoro vivo, nella soggettività del lavoratore non ancora sussunto, non mancando di collegare questa categoria alla situazione attuale dell’America Latina ed alle sue masse di senza lavoro, segnate dalla povertà assoluta ed esterne al sistema del capitale.

Geert Reuten, invece, ha parlato del lavoro astratto quale sostanza interiore del valore delle merci e della proprietà che ha la misura del denaro di transustanziare queste ultime in quantità omogenee. Wolfgang Fritz Haug sulle trasformazioni che Marx ha apportato al primo libro del Capitale dalla prima edizione del 1867 sino alla traduzione francese del 1872-1875. Infine Jacques Bidet ha presentato il suo progetto di ricostruzione metastrutturale di tutta la concettualità del Capitale: valore, feticismo, Stato, classe, riproduzione; orientata nel tentativo di risoluzione delle sue aporie classicamente riconosciute: valore e prezzo, scambio ineguale e sfruttamento, produzione e circolazione, classi e partiti.

La quarta sessione si è sviluppata in due momenti. Una prima parte ha visto la presentazione di due importanti progetti editoriali tedeschi: «Das historisch-kritische Wörterbuch des Marxismus», il progetto di dizionario storico-critico del marxismo che è giunto al sesto dei quindici volumi previsti e quando completato costituirà una vera e propria enciclopedia del sapere critico, ed il primo volume del «Marx Engels Jahrbuch», la nuova pubblicazione a cura dell’IMES con un numero interamente dedicato alle nuove ricerche filologiche su L’ideologia tedesca. La seconda parte, invece, organizzata in tavola rotonda, è stata dedicata alla discussione ed al confronto delle esperienze di alcune delle maggiori riviste internazionali («Actuel Marx», «Historical Materialism» e «International Socialism Journal») ed italiane («Critica marxista», «Alternative» e la «Rivista del manifesto») che, in questi anni, non hanno rimosso dai loro ambiti di interesse la riflessione su Marx e che più hanno ragionato sull’utilizzazione e sull’elaborazione possibile del suo apparato concettuale nei vari ambiti del mondo contemporaneo.

La quinta ed ultima sessione, “Un oggi per Marx”, è cominciata considerando le presenti circostanze mondiali che permettono di intraprendere una nuovo studio su Marx senza l’ostacolo delle influenze politiche, cosí determinanti e fuorvianti per il passato, restituendolo, insieme con le sue opere, alla pienezza della discussione critica ed all’indagine ed al dibattito di militanti e ricercatori. Il dibattito, oltre che dar conto di prospettive marxiste a partire da varie collocazioni nazionali – Xiaoping Wei ha parlato della Marx research situation in today’s China, Alex Callinicos ha invece delineato quelli che sono stati i Contours of Anglo-Saxon Marxism degli ultimi anni – ha toccato temi politici, filosofici ed economici. Domenico Losurdo si è soffermato sui diversi generi letterari nel discorso di Marx proponendo una lettura delle differenti implicazioni politiche a cui essi rimandano. Oltre la filologia e l’interpretazione dei testi, André Tosel e Domenico Jervolino hanno rilanciato l’idea di un comunismo della finitudine, riservando particolari spunti d’interesse alla critica del concetto di autoproduzione dell’uomo. Michael Kraetke, nell’ultimo intervento, ha infine evidenziato l’attuale indispensabilità, anche nel campo dell’odierna critica dell’economia politica di Marx e delle sue intuizioni, da riscoprire contro gli spettri dell’economia capitalistica mondiale.

A partire dalle conquiste editoriali della Marx Engels Gesamtausgabe (MEGA²), si è dunque tentato di riprendere un confronto serio e rigoroso su Marx. La sua opera si è mostrata attraverso una delle sue caratteristiche principali: l’incompiutezza. Aspetto che, lungi dallo sminuirne il valore, restituisce un lascito multiverso e polimorfo che offre un grande cantiere aperto di teoria critica. Attraverso la disamina delle più recenti interpretazioni dei suoi scritti in Italia e nel mondo è emersa nuovamente l’importanza della Marx Forschung, necessaria ad ogni pensiero critico ed ancora irrinunciabile per la comprensione del presente.

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Interviews

Marcello Musto: un marxiano a Berlino

Redatti tra l’autunno del 1857 e la primavera del 1858. Nel pieno della crisi economica internazionale. Con la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo la sconfitta del 1848. Otto quaderni che non furono letti dallo stesso Engels.

Che costituiscono la prima stesura della critica dell’economia politica, il primo lavoro preparatorio de Il Capitale. E che furono dati alle stampe a Mosca tra il 1939 e il 1941 ma rimasero pressoché sconosciuti fino al 1953, anno della pubblicazione a Berlino. Che, infine, nel 1968-1970 vennero tradotti per la prima volta in Italia. Stiamo parlando, naturalmente, dei Grundrisse che Eric J. Hobsbawm ha definito “la stenografia intellettuale privata di Marx”.

Perché vi raccontiamo tutto questo?

Perché i Grundrisse, con le loro numerose osservazioni relative ad argomenti che non saranno mai più sviluppati, rivestono enorme importanza per la comprensione del pensiero di Marx. Perché l’editore Routledge in occasione del 150° anniversario della loro stesura, sta per pubblicare i saggi inediti di trenta autori di venticinque paesi diversi (in cantiere le versioni in cinese e tedesco) con la prefazione proprio del grande Eric J. Hobsbawm. E perché ideatore, curatore e co-autore del volume è Marcello Musto, trentuno anni, una vita passata a studiare e scrivere tra Berlino e Amsterdam e il resto del mondo “perché li ci sono le fonti e perché all’estero hanno l’abitudine di leggere le cose che gli proponi, non si chiedono quanti anni hai o se sei professore ordinario, valutano il tuo progetto e ti mettono in condizioni di realizzarlo”.

Tra gli obiettivi principali di questo straordinario lavoro di ricerca: “far emergere il Marx per molti versi «altro» rispetto a quello diffuso dalle correnti dominanti del marxismo del Novecento; dimostrare l’importanza dei Grundrisse per la comprensione dell’intero progetto teorico di Marx; evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero di Marx”.

Sarebbe tutto. Se non fosse che il volume non ha ancora un editore italiano. Incredibile ma vero.

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Journalism

Arriva un altro Marx. Caccia al tesoro a Berlino

Dalla nuova edizione delle sue opere emerge un autore misconosciuto
e di enorme attualità per la critica del presente.

Contrariamente alle previsioni che ne avevano decretato in maniera definitiva l’oblio, Karl Marx è ritornato, durante gli ultimi anni, all’attenzione degli studiosi internazionali.

La sua persistente capacità esplicativa del mondo d’oggi ne ripropone il valore del pensiero e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente.
L’esempio più significativo di questa riscoperta è la ripresa della pubblicazione delle sue opere. Infatti, nonostante l’enorme diffusione che le teorie di Marx hanno avuto durante il Novecento, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica dei propri scritti. Tra tutti i più grandi pensatori dell’umanità, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.

Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre considerare le svariate vicende del movimento operaio che, troppo spesso, hanno ostacolato, anziché favorito, la stampa dei suoi testi. Dopo la morte di Marx ed Engels, i conflitti all’interno del Partito Socialdemocratico Tedesco fecero si che l’eredità letteraria dei due autori fosse trattata con la massima negligenza. Il primo tentativo di pubblicare le loro opere complete, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), avvenne solo a partire dagli anni Venti e in Unione Sovietica. Tuttavia, le epurazioni staliniane dei primi anni Trenta, che colpirono anche i principali studiosi impegnati nell’impresa, e l’avvento del nazismo in Germania interruppero bruscamente questa edizione. Il successivo tentativo di riprodurre tutti gli scritti dei due pensatori, la cosiddetta MEGA², fu avviato soltanto nel 1975, ma fu anch’esso sospeso, stavolta in seguito al crollo dei paesi socialisti. Così, nel 1990, con lo scopo di completare questa edizione, è nata la Fondazione-Internazionale-Marx-Engels (Imes), che raggruppa studiosi di tre continenti.

Il suo progetto è di enorme importanza, se si considera che una parte consistente dei manoscritti marxiani resta ancora inedita e che questo lavoro ciclopico costituisce la base per nuove traduzioni degli scritti di Marx ed Engels in tutte le lingue. Esso comprende quattro sezioni che dovranno, rispettivamente, dare alle stampe: tutte le loro opere; la loro corrispondenza; Il capitale e i suoi tanti manoscritti preparatori; gli oltre duecento quaderni di appunti (in ben otto lingue) dalle più svariate discipline, che costituiscono il cantiere della elaborazione di Marx. Fino ad oggi dei 114 volumi previsti ne sono stati pubblicati 53 (ben 13 dopo la ripresa della pubblicazione avvenuta nel 1998), ognuno dei quali consta di due voluminosi tomi: il testo e l’apparato critico (dettagliate informazioni su www.bbaw.de/vs/mega).

Resta dunque da chiedersi: quale Marx emerge dalla nuova edizione storico-critica? Decisamente un Marx diverso da quello spacciato, per lungo tempo, da molti seguaci e avversari. Per quanto paradossale possa apparire Karl Marx è un autore misconosciuto. La sistematizzazione della sua teoria critica operata dagli epigoni, l’impoverimento teorico che ne ha accompagnato la divulgazione, la manipolazione e la censura dei suoi scritti e il loro utilizzo strumentale in funzione delle necessità politiche, lo hanno reso vittima di una profonda e reiterata incomprensione. La riscoperta della sua opera mostra la diversità tra Marx e il «marxismo», tra la ricchezza di un orizzonte problematico e polimorfo, tutto ancora da esplorare, e la dottrina che ne ha alterato la concezione originaria sino a divenirne sua manifesta negazione. Così, al profilo granitico della statua che, in tante piazze dei regimi illibertari dell’est europeo, lo raffigurava indicare l’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce quello di un autore che lasciò incompleti la gran parte dei suoi scritti per dedicarsi, fino alla morte, a ulteriori studi che verificassero la validità delle proprie tesi. Due soli esempi: il carattere frammentario al quale è stata restituita, nella sua ultima edizione, L’ideologia tedesca rende evidente la falsificazione interpretativa di parte «marxista-leninista», che aveva tramutato questi manoscritti nell’esposizione esaustiva del «materialismo storico» (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx).

Ben lungi dal poter essere rinchiusa in epitaffi, la concezione marxiana della storia va ripercorsa nella totalità della sua opera. Il secondo e il terzo libro de Il capitale, dati alle stampe portando alla luce gli oltre 5.000 interventi redazionali compiuti da Engels in veste di editore, mostrano come essi non contenessero affatto una teoria economica conclusa, ma fossero, in buona parte, appunti provvisori destinati a successive elaborazioni. L’imminente completamento della pubblicazione di tutti gli originali lasciati da Marx ne consentirà, finalmente, una valutazione certa.

Ciò che, invece, è certo sin d’ora è il valore delle sue incessanti fatiche intellettuali che, anche se incompiute, rimangono geniali e feconde di penetranti interpretazioni del mondo contemporaneo. Davanti alle contraddizioni e alla crisi della società capitalistica si ritorna, dunque, a interrogare quel Marx messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Sgomberato il terreno dai sedicenti proprietari del suo pensiero, l’auspicio è che a rispondere, questa volta, ci sarà lui per davvero.

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Massimiliano Tomba, Filosofia Politica

Il volume Sulle tracce di una Fantasma. L’opera di Marx tra filologia e filosofia, edito da manifestolibri e curato da Marcello Musto, raccoglie gli interventi di un omonimo convegno internazionale tenutosi a Napoli nell’aprile del 2004.

Un convegno importante perché ha offerto la possibilità di rilanciare una discussione su Marx a partire dal lavoro filologico intrapreso dai curatori e collaboratori dell’edizione critica delle opere di Marx ed Engels. È stato Manfred Neuhaus, nell’intervento di apertura, a delineare il piano completo della Marx-Engels-Gesamtausgabe, prevista in 114 volumi, ed il metodo filologico, orientato verso il moderno principio della genetica del testo, pienamente adottato solo dopo il 1989.

L’attenzione è rivolta a documentare il testo nel suo work in progress, dalle sue fasi iniziali, alle diverse stesure, fino alle diverse edizioni pubblicate. Un criterio che permette di mostrare come Marx riuscì solo lentamente e con molte difficoltà a fare chiarezza, sia terminologicamente sia concettualmente, su questioni importanti e ampiamente dibattute come la nozione di valore o di valore di scambio.

Ma il convegno è stato anche la proficua sede di confronto fra le più recenti interpretazioni marxiane. L’odierna ripresa di pubblicazioni e riedizioni di testi su Marx, non solo in Italia, ben testimonia una rinnovata curiosità da parte di giovani e meno giovani ricercatori verso i testi marxiani, in particolare verso quei manoscritti fino a poco tempo fa ancora inediti. Certamente i curatori dell’edizione critica hanno svolto un ruolo fecondo in tal senso.

Non essendo possibile rendere analiticamente conto di tutti gli interventi, possiamo limitarci solo a delineare alcuni degli assi portanti sui quali la discussione si è retta. Interessanti le osservazioni critiche svolte da Peter Thomas sulla giovanile Dissertazione marxiana su Democrito ed Epicuro: dopo aver mostrato come siano profondamente sbagliate tutte quelle interpretazioni che leggono già in questo scritto giovanile una tappa verso la maturazione del materialismo, Thomas sottolinea l’esigenza di rileggere la Dissertazione nella sua determinata congiuntura politica e filosofica, che ha più a che fare con la crisi dell’hegelismo che con il materialismo.

Interessanti anche le osservazioni svolte da Stathis Kouvélakis sui diversi concetti di rivoluzione maturati da Marx nel confronto politico con determinati eventi storici. È certamente, questa, la via più proficua per riflettere nuovamente su Marx, mettendo a confronto le diverse stesure degli scritti politici con la contingenza degli eventi storici. Ne emerge un Marx meno legato agli schematismi della filosofia della storia e maggiormente disponibile a lavorare con diversi concetti di storia.

La stessa attenzione potrebbe e dovrebbe essere rivolta agli scritti economici, che, al momento attuale, attraggano l’interesse maggiore degli interpreti. Anche perché solo nel 2004 è stata pubblicata l’edizione critica del terzo libro del Capitale, nel quale vengono segnalati i numerosissimi interventi di Engels. Ma l’interesse principale, quanto meno nella discussione napoletana, è stato nuovamente rivolto verso l’incipit del Capitale. Numerosi interventi – segnaliamo quelli di Roberto Finelli, Geert Reuten, Chris Arthur, Enrique Dussel, Riccardo Bellofiore, Fritz Haug e Michael Krätke – seppur con grandi differenze di accenti, hanno riportato l’analisi al problema della dialettica marxiana e del suo rapporto con Hegel, e, ancora di più, alla questione del lavoro astratto e del valore.

Il problema comune, attorno al quale emergono assensi e dissensi, può essere definito nei termini di un marxismo dell’astrazione, nel quale il vero soggetto del capitale sarebbe il capitale stesso che, come «soggetto automatico», impone la propria indifferenza verso ogni valore d’uso e la materialità dei processi. Geert Reuten parla di una «logica spettrale del capitale impadronitasi del mondo» (p. 234), e Finelli di una «totalizzazione del capitale» capace di penetrare, con la sua logica quantitativa, «in ogni sfera della vita» (p. 217); Chris Arthur, pur affermando la tendenza totalizzante e universalizzante del capitale, sottolinea come esso, a causa dell’irriducibile alterità del lavoro vivo, non possa essere un assoluto; ma non lo può essere nemmeno per Bellofiore, che sottolinea il carattere conflittuale del lavoro vivo.

Il problema investe in prima battuta il modo di comprendere il capitale: se inteso come totalità capace di sussumere nel processo di valorizzazione qualsiasi attività, rendendola con ciò capitalisticamente produttiva, abbiamo una visione onnipervasiva del capitale, che accomuna però i cantori della fine del valore a quanti, con gesto “primo francofortese”, ne sottolineano invece il dominio astratto e impersonale. Dall’altra parte il capitale viene invece pensato come rapporto: l’antagonismo di classe non è introdotto dall’esterno come corollario, ma è parte della sua analitica e va ritrovato fin nell’esposizione categoriale dei primi difficili capitoli del Capitale.

È questo un compito certamente difficile, ma che permetterebbe di abbandonare il terreno del confronto con la logica hegeliana per pensare marxianamente le conseguenze politiche di ogni singolo passaggio. A tale scopo, se è giusto tenersi lontani «dal fuorviante condizionamento dell’ideologia», non basta però solo evocare l’«inscindibile legame tra teoria e prassi» (p. 23); questo legame andrebbe riattraversato a partire dal grado di storia concreta presente nei passaggi più astratti dell’analisi marxiana.

In questa direzione nemmeno le integrazioni engelsiane dovrebbero essere accantonate come fraintendimenti e irrigidimenti della teoria da parte dell’amico meno raffinato di Marx in questioni teoretiche, ma dovrebbero essere comprese a partire da un preciso gesto politico, che cercava di piegare le scienze naturali dell’epoca in una direzione utile al movimento operaio. La storia dei marxismi è fatta anche di queste forzature; non tenerne conto significa riscriverla senza classe operaia.

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Marco Bertorello, Erre

1. Filologia e filosofia nella Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²)

Ad oggi siamo ancora privi di un’edizione integrale e scientifico-critica delle opere di Marx e, tuttavia, è in corso da qualche anno un risveglio d’interesse per lo studio di questi scritti.

La persistente capacità critica delle contraddizioni dell’odierna società capitalista contenuta nella riflessione marxiana ripropone con forza al centro del dibattito contemporaneo il pensiero del “moro di Treviri”. E l’assenza d’una tale edizione critica dei suoi elaborati è tanto più grave se si considera che parte notevole dei suoi manoscritti, dell’immensa mole di estratti ed annotazioni dai libri e dell’imponente corrispondenza – 14.000 lettere rinvenute – rimane ancora inedita. Il volume curato da Marcello Musto Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, ci presenta il significativo sforzo di sistematizzazione degli scritti marxiani: raccoglie le relazioni, spesso assai differenti, esposte durante la Conferenza Internazionale di studi sullo stesso tema, svoltasi a Napoli nell’aprile 2004. Questa prende vita da tale esigenza: presentare per la prima volta in Italia la nuova edizione storico-critica della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA²), che dovrebbe dar conto delle nuove acquisizioni delle ricerche filologiche sul pensiero di Marx e della ripresa degli studi filosofici in merito, tanto in riferimento alle opere giovanili quanto a Il capitale. Il volume ci presenta 24 saggi, accompagnandoci nella disamina delle più recenti interpretazioni degli scritti di Marx in Italia e nel mondo, al fine di socializzare conoscenze e stabilire legami permanenti fra gruppi di ricerca e singoli studiosii. Tuttavia, nonostante gli sforzi del curatore, il volume presenta un aggregato d’elaborazioni eterogenee e nell’insieme non appare del tutto organico.

L’edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels Gesamtausgabe – MEGA), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 1975, è stata interrotta in seguito alla sconfitta della transizione al socialismo nei paesi dell’est europeo dell 1989. Nel 1990, per iniziativa dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) di Amsterdam, è nata la Internationale Marx Engels Stiftung (IMES), il cui fine è completarne l’impresa ii. Parrebbe pertanto giunto il momento di riprendere, usufruendo delle conquiste editoriali della MEGA², un confronto serio e rigoroso su Marx. Tuttavia il volume ci ripropone anzitutto una visione per cui, malgrado l’imponente raccolta di riflessioni, l’opera marxiana apparirebbe sostanzialmente incompiuta: dinanzi ad interpretazioni del passato tese a fare del pensiero di Marx una dottrina chiusa, il volume ne evidenzia il carattere di incompiutezza. Tuttavia, tale invito a tener conto della lettera dei testi marxiani, rischia di perder di vista la necessità di ricomprenderli anzitutto a partire dallo spirito unitario che li muove iii. Solo questa si dimostra, d’altra parte, chiave di lettura produttiva: per un verso consente si ricordare l’attualità della necessità d’un bilancio storico – più volte affrontato nel volume e non di rado con equilibrio antidogmatico nei confronti del pensiero marxiano da autori significativi come G. Bravo, S. Kouvélakis, R. Finelli e D. Losurdo; per l’altro permette d’evitare che l’esigenza di critica della riflessione marxiana prenda vita da giudizi viziati di antistoricismo, post-modernismo ed improduttivo empirismo – evidenti in diversi interventi. In particolare, nell’impostazione generale emergono i rischi di un simile filologismo, che potrebbe far perder di vista la complessità del concetto dovuta al suo radicale divenire nella determinatezza storica: l’approccio empirista, per dirla con la Scienza della Logica di Hegel, ci pone dinanzi alla separazione improduttiva di essere e pensiero, in ultima istanza si rivela rinuncia all’oggettività concreta e s’accontenta unicamente del valore soggettivo della conoscenza. In tal modo la feroce critica all’approccio dogmatico può condurre ad una visione sostanzialmente ingenua, quando non apertamente volta a mistificarne la complessità dialettica della realtà. Si giunge così alla perfetta unità di pensiero ed essere, testo scritto ed interpretazione contenutistica, unicamente attraverso un sapere immediato, ricadendo in tal modo in forme di misticismo e dogmatismo.

2. Un “ritorno” a Marx senza storia del marxismo?

I contributi contenuti nel volume dei diversi e noti marxisti nazionali ed internazionali, provenienti da dieci diversi paesi, hanno per un verso il fine di risvegliare l’interesse per l’opera di Marx, per l’altro sono essi stessi dimostrazione dello status della riflessione filosofica odierna in merito alle condizioni storico-sociali del nostro tempo. Se certamente meritevole è il tentativo di “restituire” l’elaborazione di Marx alla ricerca filologica, tuttavia esso conduce spesso ad una visione elitista ed accademica del sapere: Marx sarebbe stato «snaturato» nel processo di diffusione del suo pensiero, che avrebbe poi prodotto «effetti perversi» – scrive il curatore del volume, Marcello Musto –, fra cui un’«ortodossia» scaturita da «fini preordinati». La produzione marxiana sarebbe stata utilizzata per giustificare «a posteriori» teorie politiche che ne avrebbero «frainteso» la “purezza scientifica”. Tuttavia un simile approccio non ci pare renda pienamente giustizia ad un autore che ha costantemente tentato di intrecciare «prospettiva di lunga durata e compiti immediati» [p. 357], come ricorda Domenico Losurdo in un bel saggio dal titolo Marxismo, globalizzazione e bilancio storico del socialismo [pp. 347-357]. Se dunque può ritenersi vero per un verso che la nuova Marx Forschung ha innanzi a sé il compito «di un orientamento permanentemente critico», per l’altro bisogna intendersi sulla ricerca d’un tale marxismo «lontano dal fuorviante condizionamento dell’ideologia» [p. 23] e sul concetto stesso di ideologia. Questo ha una lunga e ben complessa storia dietro di sé, da cui ci pare impossibile prescindere iv. Da tali presupposti deriva l’interrogativo che attraversa il volume: è possibile un “ritorno” ad un pensiero “puro” di Marx? Se per un verso leggere Marx oggi vuol dire certamente affrontarne con pazienza i testi, d’altra parte l’esigenza di non pensarne una linea di sviluppo “predeterminata” rischia di far dimenticare che un testo s’interroga sempre a partire dalla determinatezza d’un punto di vista e nell’ottica d’un agire pratico – sebbene certo la sua lettura consenta di rivedere il proprio punto di vista e le modalità dell’azione. In tal senso Marx non pare davvero un classico sterile ed asettico: credere di poter circoscrivere Marx «alla funzione di classico mummificato con un interesse inoffensivo per l’oggi o di rinchiuderlo in specialismi meramente speculativi, si rivelerebbe impresa errata al pari di quella che lo ha trasformato nella sfinge del grigio socialismo reale del Novecento» [p. 24]. Per un verso si deve come possibile sfuggire dall’attribuzione di capacità profetico-utopiste all’autore o alle sue teorie; per l’altro nel volume più volte si invita a far astrazione dalla soggettività del filosofo – che Hegel avrebbe definito “punto di vista del cameriere” – e ad osservare il testo ed il contesto dello scritto, in uno sforzo di tensione interpretativa. Ma è poi tanto grigio quel panorama storico che in Europa Orientale ha tentato di dar voce al pensiero di quel vivace pesatore? Un “ritorno a Marx” privo degli oltre centocinquanta anni d’elaborazione e pratica marxista rischierebbe d’esser solamente l’esplicitazione d’un «culto formalistico dei martiri», quasi che vi fosse un «“autentico” messaggio di salvezza già consegnato, una volta per sempre, in testi sacri che si tratterebbe solo di riscoprire e rimeditare religiosamente!» v. Solamente una mera coscienza religiosa – ed in ultimo «profetica» –proclama e gode «narcisisticamente» della propria presunta immacolatezza vi: ricercare un Marx “puro” è sintomo d’arretratezza, quando non di vera subalternità nei confronti dell’ideologia dominante.

3. Alla riscoperta di lettere, annotazioni e d’una storia tutta politica

Dalla I sezione – dedicata all’esposizione della MEGA² – emergono i saggi di Manfred Neuhaus e di Gerald Hubmann. Il primo delinea i canoni filologico-editoriali della nuova MEGA²: genetica del testo, suddivisione di lavori preparatori da opere vere e proprie, ordine cronologico. Peraltro, dopo una contestualizzazione storica ed intellettuale dell’opera di Marx ed Engels, egli delinea i contenuti innovativi delle diverse sezioni della MEGA². Hubmann espone invece il lavoro per la rinnovata edizione dei testi di Marx ed illustra come accostarsi ad un testo classico è impegno che, avvalendosi della fatica filologica, è insieme un paziente rinvenimento d’un orizzonte ricco e problematico che il testo può offrirevii. Gian Mario Bravo ci conduce nella storia della ricezione della filosofia marxiana nella prima sinistra italiana, ripercorrendo le tappe d’un pensiero che «sia utile per concorrere a reinterpretare società in perenne evoluzione e cambiamento, dimensioni umane e culture affannate e incapaci di svecchiarsi anche sul piano etico, ingiustizie e differenze abissali fra gli uomini, del Sud e del Nord del pianeta» [p. 98]. Ricordiamo infine l’intervento del docente giapponese Izumi Omura – che tratta, fra l’altro, delle versioni digitali dei manoscritti di Marx, disponibili sul sito dell’Università di Sendai.

4. Il giovane Marx: Comune di Parigi, materialismo storico e questione democratica

Nella II sezione del volume – Critica della filosofia e critica della politica nel giovane Marx – troviamo interventi di autori significativi come Mario Cingoli, Giuseppe Cacciatore e Stathis Kouvélakis. Se è possibile affermare che Marx non adoperaun unico paradigma metodologico ma, al contrario, un approccio interdisciplinare che gli consente di comprendere e riconoscere nella dialettica stessa non un semplice metodo viii, Cingoli ripercorre nel corso del suo scritto le tappe mediante cui l’hegeliano automovimento dell’Idea diviene nel pensiero di Marx materiale «attività degli uomini reali, enti naturali che lavorando la restante natura producono ad un tempo la propria storia, attraverso lotte e opposizioni» [p. 125]. Se nell’Ideologia tedesca vediamo Marx affermare che «anche gli oggetti della più semplice “certezza sensibile” sono dati solo attraverso lo sviluppo sociale» [p. 128], si pone il problema: a) della configurazione materiale d’un tale sviluppo sociale, b) dei meriti della forma rappresentativa d’un contenuto materiale e, tuttavia c) della mancanza di democrazia propria di vincoli formali che non tengano conto della democrazia sostanziale necessaria ad una società progressista ed organizzata secondo ragione. Viene in tal modo alla luce l’attualità d’una riflessione che riapra un dibattito sul rapporto fra riflessione di Marx e questione democratica, affrontato diffusamente nelle pagine di Cacciatore. Egli, analizzando il commento analitico svolto da Marx nel 1843 ai §§ 261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) di Hegel, rileva come la critica a quest’ultimo sarebbe l’aver reso tendenzialmente autonomo il momento dell’universale da quello del particolare, cosicché lo Stato moderno hegeliano soffrirebbe d’astrazione nel senso d’una mancata rappresentanza della realtà che lo istituisce [p. 147 e ss] ed il fine di Marx in queste pagine giovanili è anzitutto «rendere plausibile la democrazia»ix. Kouvélakis ci propone una riflessione sulla teoria politica di Marx alla luce della rilettura di un suo testo celebre, La guerra civile in Francia (1871), sostenendo che «l’esperienza della Comune di Parigi consente a Marx di “ricreare” le rivoluzioni del 1848», cosicché Marx giunge ad una comprensione della politica nella sua doppia dimensione di a) «momento insurrezionale» e b) «processo di creazione di forme politiche adeguate all’emancipazione delle classi subalterne» [p. 195]. Marx giunge alla comprensione inoltre della «pratica rivoluzionaria come pratica politica specifica ed espansiva», processo di «distruzione creatrice» di istituzioni durevoli, che rivelino la rivoluzione proletaria non più «processo simmetrico alle rivoluzioni borghesi», ma «ripresa ed approfondimento della tendenza all’autogoverno popolare» [p. 207].

5. Marxismo oggi: presupposto-posto, autoapprendimento e bilancio del socialismo

La III sezione del volume ci pone il problema del Capitale quale «critica incompiuta». In merito si cimentano pensatori italiani come Roberto Finelli e l’economista Riccardo Bellofiore, ed internazionali come Jacques Bidet e Fritz Wofgang Haug. Finelli guarda alla pratica decostruzionista la quale «critica ogni narrazione che pretenda coerenza e sistematicità» e tenta di ricondurre la realtà a linguaggio [p. 211] e ci propone quattro tesi: la presenza della logica del presupposto-posto, di matrice hegeliana, nel Capitale di Marx [p. 212]; il concetto di astrazione reale da intendersi come passaggio del lavoro astratto «dal piano di un’astrazione solo mentale […] ad un’astrazione, come sostiene Marx nell’Introduzione del ‘57, “praticamente vera”» [p. 213]; la tesi del «circolo sincronico e del circolo diacronico», che vorrebbe porre in luce le divergenze fra filosofia hegeliana e marxiana [pp. 217-218]; la tesi infine «del postmoderno come svuotamento del concreto», che descrive il postmoderno come inveramento del moderno, ovvero «il tempo storico della piena diffusione, fino alla globalizzazione, di un’economia fondata sulla ricchezza astratta», cosicché non si dà comprensione del postmoderno senza la teoria marxiana dell’astrazione reale [p. 222]. Malgrado l’alto livello teoretico dell’analisi, il punto di vista assunto pare rischia di ricadere nell’empirismo e nell’esistente piuttosto che guardare al razionale: dello sfruttamento si prende atto ed il postmoderno, luogo dell’ipocondria dell’impolitico, viene sancito nella visione secondo cui l’astrazione reale è il nuovo «soggetto storico e impersonale, come l’accumulazione di ricchezza astratta attraverso l’uso e lo sfruttamento della forza-lavoro». Unica risposta possibile parrebbe un metafisico «agire di soggetti liberi e autonomamente responsabili» [223]. Ma non si intravede la conflittualità fra i capitali, la determinatezza storico-politica della lotta di classe ed infine alla «liquidazione della filosofia della storia» si sostituisce una «scienza della modernità che trova in sé la fondazione delle proprie categorie» [p. 220]. Bidet ci propone una ricostruzione “metastrutturale” del Capitale, tentando di svincolare il materialismo storico dalla dialettica e dall’impianto storicista, riproponendo l’elaborazione di nuovi concetti come quello di «moltitudine, di sistema del mondo, di altermondializzazione, di ultramodernità, di mondo e di Stato-mondo in gestazione» [pp. 281-2]. Tuttavia, l’analisi non si svincola del tutto dai limiti del postmoderno: l’eliminazione d’una concezione dialettica del divenire – fondata sul concetto di modo di produzione, in cui la contraddizione determinata dalla lotta fra le classi sia reale e non semplice proiezione metafisica di un’epoca barbara – espelle dal dialogo tollerante il progetto di emancipazione della classe proletaria in quanto sistemico e totalizzante; così anche i concetti d’analisi loro propri come la categoria d’ imperialismo. Haug rileva come dietro le critiche alla divulgazione del pensiero di Marx ed al presunto annacquamento del suo nucleo teorico che ne sarebbe scaturito si celi in realtà la liquidazione della «concezione dialettica» [p. 293]. Sebbene sia indubbio che sia avvenuto una sorta di cambiamento paradigmatico dalle Tesi su Feuerbach all’Ideologia tedesca a Per la critica dell’economia politica, d’altra parte ciò non è affatto «sintomo di decadimento né di volgarizzazione fuorviante», bensì di un mutamento che rivela un «processo di apprendimento» cui va il merito d’aver reso l’opera di Marx ancor oggi «contemporanea» e «contributo irrinunciabile alla comprensione teorica del capitalismo high-tech» transnazionale [p. 294].

La IV ed ultima sezione, Un oggi per Marx, si caratterizza per la presenza di tre saggi in particolare, due contigui nel merito ed il terzo di indubbio valore storico-teorico: si tratta degli scritti di André Tosel, Domenico Jervolino e Domenico Losurdo. Tosel e Jervolino ci reintroducono la proposta di un «comunismo della finitudine». A partire da una critica alla totalità “sistemica”, identificata con la «produzione post-capitalistica come produzione assoluta», Tosel ci delinea il rapporto fra filosofia hegeliana e marxiana nel senso che la seconda, dopo aver liquidato la prima, ci presenta come oggetto una «realtà sempre finita e definita» [p. 325]. E «la forma dell’associazione» in sostituzione della «forma capitale» rivelerebbe questo cambio di paradigma – per dirla con Kuhn, filosofo della scienza caro a Tosel – nell’individuazione del movimento di perpetua trasformazione di forme «fenomenali» della produzione. Tuttavia il limite più evidente è la miscomprensione del rapporto dialettico fra idealismo hegeliano e materialismo marxiano, da cui discende un’idea di comunismo evocativamente indeterminata: l’esigenza essenziale d’una «negazione determinata-finita» della forma-capitale – intesa astrattamente, senza comprensione del suo esser anzitutto rapporto sociale e dunque interdipendente con la forza-lavoro salariatax – si rovescia in utopismo xi. Non ci soffermiamo su riflessioni analoghe condotte da Jervolino, che ancor più esplicitamente ci propone il moralismo d’una «comune impresa etico-politica» [p. 343], una «forma di organizzazione sociale più complessiva in cui l’economico» non sia più determinante e prevalga il «comune» come «possibilità di essere se stessi per ciascuno e per tutti» [p. 344-5]. Losurdo tenta, al contrario, una lettura produttiva del farsi-storia della teoria marxista a partire dalla constatazione d’una mancata rivoluzione vittoriosa nei paesi a capitalismo avanzato – come da tesi marxiana. Egli ripercorre le proposte di forme di gestione del potere da parte della classe operaia nei paesi del “socialismo reale” in URSS con Trotski e Stalin ed in Cina. Una tale indicazione, presente peraltro nei testi di Marx a partire dal Manifesto, pone il problema dell’edificazione socialista a partire dal conflitto fra a) emergere d’uno strato borghese che prospera e b) settori non trascurabili della popolazione che «continuano a subire condizioni di vita e di lavoro propri del Terzo mondo». Losurdo richiama la lettura gramsciana di tale questione: il proletariato come non può conquistare, neppure può mantenere il potere se incapace di sacrificare interessi particolari e immediati «agli interessi generali e permanenti della classe» [p. 348] xii. L’agitazione della seducente bandiera dei diritti umani come forma egemonica del dominio imperialista attraversa un’esperienza storica in cui gli interessi particolari della classe borghese, dopo la sconfitta dell’esperienza di transizione al socialismo, hanno condotto a drammi esemplari, di cui poi quella stessa classe ha “ponzio-pilatescamente” rigettato le responsabilità – si pensi al Nicaragua sandinista, alla Jugoslavia, etc. [pp. 359-60]. Ricordiamo infine i contributi nel volume di Alex Callinicos e Wei Xiaoping, relativi alle vicende delle interpretazioni critiche dell’opera marxiana nel mondo anglosassone ed in Cina.

In conclusione il volume ha certamente il merito di riproporre all’ordine del giorno l’ineludibile attualità dell’opera di Karl Marx, che non è affatto un “moloch” indiscutibile di norme o precetti pratico-morali: esso è materia viva che pone in essere un rapporto proficuo con il mondo storico, con lo «stato di cose esistenti», di cui non solamente vuol tentare un’interpretazione, ma che essenzialmente si propone di trasformare in direzione maggiormente razionale. In tal senso la lettura dei testi di Marx può, oggi forse ancor più diieri, restituire un esempio pratico di libertà operante in campo filosofico nella misura in cui le sue idee potranno ancora «suscitare entusiasmi, stimolare ulteriori feconde riflessioni» [p. 24], ponendosi al servizio della causa dell’emancipazione umana, che ancora troppo ne abbisogna e che sempre più si trova ad invocare la Vecchia Talpa.

i I 24 saggi presentati nel volume suddivisi in IV sezioni, dedicate a: 1) nuova edizione storico-critica della MEGA²; 2) critica della filosofia e critica della politica nel giovane Marx; 3) Il Capitale: la critica incompiuta e 4) un oggi per Marx.

ii Dei 122 volumi previsti ne sono stati sinora editi 56. Dell’IMES fanno parte, accanto all’IISG, la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (BBAW) ed il Rossiiskii gosudarstvennyi arkhiv sotsial’no-politicheskoi istorii (RGASPI) di Mosca. In questo momento partecipano ai suoi lavori studiosi che operano in Germania, Russia, Francia, Olanda, Danimarca, Italia, USA, Giappone.

iii Lo stesso Engels ci mette al corrente del preciso intento marxiano di realizzare nel Capitale «un’opera organica e il più possibile compiuta» [ Prefazione a K. Marx, Il Capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 10]. Non si comprende perché un tale metodo non dovrebbe valere per lo spirito dell’intera produzione di Marx.

iv Dalla riflessione gramsciana in poi il concetto di sovrastruttura ideologica assume accezione epistemologico-descrittiva e viene evidentemente ricondotto alla presa d’atto dell’esistenza oggettiva d’una storia delle classi dominanti in relazione a classi subalterne. Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, Q 4, 35, 453-4, testo A e Gramsci su Marx “ideologo” in A. Gramsci, Astrattismo intransigenza [11 maggio 1918], in id., Il nostro Marx 1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino 1984, p. 17.

v D. Losurdo, Fuga dalla storia, La Città del Sole, Napoli 1999, p. 16.

vi Cfr. su ciò D. Losurdo, «Dopo il diluvio: ritorno a Marx?» in Utopia e stato d’eccezione. Sull’esperienza storica del «socialismo reale», Laboratorio politico, Napoli 1996, pp. 98-101.

vii Analizzando ad esempio gli studi-appunti marxiani di geologia si può notare che il concetto di «formazione sociale» pare trarre stimoli dall’idea di “formazione geologica” [p. 65]. Tuttavia il problema di Marx è lo studio scientifico d’una formazione sociale determinata e tale studio non può che svolgersi anzitutto nelle forme dell’elaborazione di costrutti teorici e della trattazione appropriata d’un dato materiale empirico, ovvero anzitutto sul piano di quello che Hegel definiva ‹‹pensiero riflettente››. D’altra parte, Marx pensa tale attività scientifica a partire da un’indagine generale riguardante la natura della società e della storia umana e le assegna un compito, altrettanto generale, riguardante la ricaduta dell’attività concettuale sul corso della società e della storia – di cui questa attività è, insieme, osservatorio critico e parte in causa. La storia pare dunque cominciare con il superamento della dimensione strettamente ‹‹riflettente›› (“accademica”) dell’indagine scientifica, con il suo divenire pensiero attivo o filosofia della prassi – per dirla con Gramsci – mediante cui la formazione sociale possa riconoscersi ed, in tale riconoscersi, acquisire una più alta consapevolezza di sé ed una nuova Weltanschauung che possa divenire senso comune della coscienza collettiva.

viii D’altra parte, nonostante la nota e dura critica di Marx in Miseria della filosofia alla forma della dialettica hegeliana ed alla dialettica come metodo, Marx è in realtà decisamente allievo di Hegel. Quest’ultimo infatti non intendeva affatto il metodo come qualcosa di meccanicistico. Al contrario il metodo «è la forza assoluta, unica, suprema, infinita, alla quale nessun oggetto può resistere; è la tendenza della ragione a ritrovarsi, a riconoscersi in ogni cosa» [G.W.F. Hegel, Scienza della Logica», vol. III, pp. 330-33]. Interessante anche la lettura leniniana della dialettica marxiana in V. I. Lenin, Karl Marx. A Brief Biographical Sketch With an Exposition of Marxism, Lenin Collected Works, Progress Publishers, Moscow 197(4), vol. XXI, p. 6.

ix Tuttavia Marx, allievo di Rousseau, intende porre in questione anzitutto il problema dei contenuti di democrazia che un popolo deve sistematizzare e del «rapporto fra la forma regolativi e giuridica e i contenuti cosiddetti sostanziali di emancipazione sociale e di uguaglianza» [p. 151]. Difatti «nella democrazia il principio formale è al tempo stesso il principio materiale» [K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del ’44, Einaudi, Torino 1968, p. 4].

x Marx intende sottolineare che il capitale non è solamente lavoro accumulato, ma lo è in modo storicamente determinato, entro un dato rapporto di produzione, quello della società borghese, fondato sullo sfruttamento della forza-lavoro del proletariato da parte della classe dei capitalisti. Cfr. K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Collana “Il Milione”, Editori Riuniti, pp. 13-14.

xi Tosel invoca difatti una «soggettività politica del cittadino» e ben delineando (ma non esplicitandola) la formazione del sottoproletariato e della sua «violenza cieca», auspica la «formazione di una coscienza insurrezionale di massa»: di individui che si possano riconoscere nell’«Altro della legge» simbolico, di un «essere-in-comune di singolarità che debbono uscire da relazioni duali» e che si contrappongano al «panliberalismo consumatore» [p. 330-2].

xii A. Gramsci, Lettera dell’Ufficio politico del PCI al Comitato Centrale del Partito Comunista Sovietico (1926), in Id., La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1971, pp. 129-130; cfr. D. Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, Roma 1997, pp. 249-50.

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Diffusione e recezione del Manifesto in Italia dal 1889 al 1945

I. Prologo
A causa di conflitti teorici o di vicende politiche, l’interesse per l’opera di Marx non è mai stato costante e, sin da quando si è manifestato, ha vissuto indiscutibili momenti di declino. Dalla «crisi del marxismo» alla dissoluzione della «Seconda Internazionale», dalle discussioni sui limiti della teoria del plusvalore alle tragedie del comunismo sovietico, le critiche alle idee di Marx sembrarono, ogni volta, superarne in maniera definitiva l’orizzonte concettuale. Sempre, però, vi fu un «ritorno a Marx» [1]. Costantemente, si sviluppò un nuovo bisogno di richiamarsi alla sua opera che, attraverso la critica dell’economia politica, le formulazioni sull’alienazione o le brillanti pagine dei pamphlet politici, continuò a esercitare un irresistibile fascino su seguaci e oppositori.

Nonostante, col finir del secolo, ne fosse stato decretato all’unanimità l’oblio, del tutto inatteso, da qualche anno a questa parte, Marx si è ripresentato sul palcoscenico della storia. Nei suoi riguardi, infatti, è in corso un vero e proprio ritorno di interesse e sugli scaffali delle biblioteche di Europa, Stati Uniti e Giappone, i suoi scritti vengono rispolverati sempre più frequentemente. La riscoperta di Marx si basa sulla sua persistente capacità esplicativa del presente, del quale egli rimane strumento indispensabile per poterlo comprendere e trasformare.

Davanti alla crisi della società capitalistica, e alle profonde contraddizioni che la attraversano, si ritorna a interrogare quell’autore messo da parte, troppo frettolosamente, dopo il 1989. Così, l’affermazione di Jacques Derida: «sarà sempre un errore non leggere, rileggere e discutere Marx»[2], che soltanto pochi anni fa sembrava una provocazione isolata, è divenuta sempre più condivisa. Dalla fine degli anni Novanta, infatti, quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche non fanno che discutere del pensatore più attuale per i nostri tempi: Karl Marx. Il primo articolo che produsse una certa eco in questa direzione fu The return of Karl Marx, apparso sulla rivista statunitense «The New Yorker» [3]. Venne poi il turno della BBC, che nel 1999 conferiva a Marx lo scettro di più grande pensatore del millennio.

Qualche anno più tardi, il bimestrale del «Nouvel Observateur» fu interamente dedicato al tema Karl Marx – le penseur du troisième millénaire? [4] e poco dopo anche la Germania pagò il suo tributo a colui che aveva costretto all’esilio per quarant’anni: nel 2004, oltre 500.000 telespettatori della televisione nazionale ZDF indicarono Marx quale terza personalità tedesca di tutti i tempi (prima, invece, nella categoria ‘attualità’) e, durante le ultime elezioni politiche, la nota rivista «Der Spiegel» lo ritraeva in copertina, dal titolo Ein Gespenst kehrt zurück (Un fantasma è tornato), con le dita, in segno di vittoria[5]. A completare questa curiosa rassegna, vi è il sondaggio condotto nel 2005 del canale radiofonico BBC 4, che ha assegnato a Marx la palma di filosofo più amato dagli ascoltatori inglesi.

Anche la letteratura su Marx, quasi del tutto tralasciata quindici anni fa, dà diffusi segnali di ripresa e, accanto al fiorire di nuovi significativi studi, spuntano, in più lingue, opuscoli dal titolo Why read Marx today? Analogo consenso riscuotono le riviste internazionali aperte ai contributi riguardanti Marx e i marxismi, così come sono tornati di moda convegni, corsi e seminari universitari dedicati a questo autore. Infine, seppure timidamente o in forme piuttosto confuse, dall’America latina al movimento alter-mondialista, una nuova domanda di Marx giunge anche dal versante politico.

Ancora una volta, il testo marxiano che più di ogni altro ha suscitato il maggiore coinvolgimento di lettori e studiosi è stato il Manifesto del partito comunista. Nel 1998, infatti, in occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione, il Manifesto di Marx ed Engels è stato stampato in decine di nuove edizioni in ogni angolo del pianeta e celebrato non solo quale la più formidabile previsione dello sviluppo del capitalismo su scala mondiale, ma anche come il testo politico più letto della storia dell’umanità [6]. Per questo motivo, può risultare di qualche interesse ripercorrere le vicende che ne accompagnarono la prima propagazione nel nostro paese.

II. Karl Marx: Il misconoscimento italiano
In Italia, le teorie di Marx hanno goduto di una popolarità straordinaria. Ispirando partiti, organizzazioni sindacali e movimenti sociali hanno influito, come nessun’altra, alla trasformazione della vita politica nazionale. Diffusesi in ogni campo della scienza e della cultura ne hanno mutato, irreversibilmente, l’indirizzo e lo stesso lessico. Concorrendo alla presa di coscienza della propria condizione delle classi subalterne, sono state il principale strumento teorico nel processo di emancipazione di milioni di donne ed uomini.

Il livello di diffusione che raggiunsero può essere paragonato a quello di pochi altri paesi. È d’obbligo interrogarsi, pertanto, sull’origine di questa notorietà. Ovvero, quando si parlò per la prima volta di «Carlo Marx»? Quando apparve sui giornali questo nome in calce ai primi scritti tradotti? Quando la fama si propagò nell’immaginario collettivo di operai e militanti socialisti? E, soprattutto, in che modo e attraverso quali circostanze si dispiegò l’affermazione del suo pensiero?

Le primissime traduzioni degli scritti di Marx, quasi del tutto sconosciuto durante i moti rivoluzionari del 1848, comparvero soltanto nella seconda metà degli anni Sessanta. Esse, tuttavia, furono poco numerose e relative soltanto all’Indirizzo e agli Statuti della «International Working Men’s Association»[7]. A questo ritardo concorse senz’altro l’isolamento di Marx ed Engels dall’Italia, con la quale, nonostante il fascino che nutrirono per la sua storia e cultura e la partecipazione dimostrata per la sua realtà, non ebbero corrispondenti epistolari fino al 1860 ed effettive relazioni politiche prima del 1870 [8].

Un primo interesse intorno alla figura di Marx fiorì solo in coincidenza dell’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi. Al «fondatore e capo generale dell’Internazionale» [9], infatti, la stampa nazionale, così come la miriade di fogli operai esistenti, dedicarono, in poche settimane, schizzi biografici e la pubblicazione di estratti di lettere e di risoluzioni politiche (tra queste La guerra civile in Francia). Anche in questa circostanza, gli scritti stampati – che compresi quelli di Engels raggiunsero il numero di 85 nel solo biennio 1871-72 – riguardarono esclusivamente documenti dell’«Internazionale», a testimonianza di un’attenzione inizialmente politica e solo successivamente di carattere teorico [10]. Inoltre, su alcuni giornali comparvero fantasiose descrizioni che concorsero a conferire alla sua immagine un’aureola leggendaria: «Carlo Marx è un uomo astuto e coraggioso a tutta prova. Gite veloci da uno Stato all’altro, continui travestimenti, fanno sì che eluda la sorveglianza di tutti gli spioni polizieschi d’Europa»[11].

L’autorevolezza che cominciò a circondarne il nome fu tanto grande quanto generica [12]. Durante questo periodo, infatti, manuali di propaganda diffusero le concezioni di Marx – o perlomeno quelle presunte tali – insieme a quelle di Darwin e Spencer [13]. Il suo pensiero venne considerato sinonimo di legaritarismo[14] o di positivismo [15]. Le sue teorie furono inverosimilmente sintetizzate con quelle agli antipodi di Fourier, Mazzini e Bastiat [16]. La sua figura accostata – secondo gli equivoci – a quella di Garibaldi[17] o di Schäffle [18].

L’interesse rivolto a Marx, oltre che restare così approssimativo, non si tradusse neanche in adesione alle sue posizioni politiche. Tra gli internazionalisti italiani – che nello scontro tra Marx e Bakunin presero parte in maniera pressoché compatta per quest’ultimo –, infatti, la sua elaborazione rimase pressoché sconosciuta ed il conflitto in seno all’«Internazionale» fu percepito più come scontro personale tra i due che come contesa teorica[19].

Ciò nonostante, nel decennio seguente segnato dall’egemonia del pensiero anarchico – che ebbe facile gioco ad imporsi nella realtà italiana caratterizzata dall’assenza di un moderno capitalismo industriale, dalla conseguente ancora limitata consistenza operaia, nonché dalla viva tradizione cospirativa mutuata dalla recente rivoluzione nel paese [20] –, gli elementi teorici di Marx andarono lentamente affermandosi nelle file del movimento operaio [21]. Anzi, paradossalmente, conobbero una prima divulgazione proprio tramite gli anarchici, che condividevano completamente le teorie dell’autoemancipazione operaia e della lotta di classe, contenute negli Statuti e negli Indirizzi dell’«Internazionale» [22]. Essi, in seguito, continuarono a pubblicare Marx, spesso in polemica con il socialismo che fu verbosamente rivoluzionario, ma, nella pratica, legalitario e revisionista. La più importante iniziativa realizzata fu, senz’altro, la pubblicazione, nel 1879, del compendio del primo libro de Il capitale, a cura di Carlo Cafiero. Fu questa la prima occasione nella quale, seppure in forma popolarizzata, i principali concetti teorici di Marx poterono cominciare a circolare in Italia.

III. Gli anni ottanta e il «marxismo» senza Marx
Gli scritti di Marx non furono tradotti neanche durante gli anni Ottanta. Eccetto pochissimi articoli comparsi sulla stampa socialista, le uniche opere pubblicate furono entrambe di Engels (Il socialismo utopico e il socialismo scientifico nel 1883 e L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato nel 1885) e videro la luce – in edizioni di scarsissima diffusione – solo grazie alla caparbia quanto virtuosa iniziativa del socialista beneventano Pasquale Martignetti. Al contrario, cominciarono ad occuparsi di Marx importanti settori della cultura ufficiale, che nutrirono nei suoi confronti minori preclusioni di quelle manifestate, invece, in ambito tedesco.

Così, per iniziativa dei più importanti livelli editoriali ed accademici, la prestigiosissima «Biblioteca dell’economista», la stessa che Marx aveva consultato più volte nel corso delle sue ricerche al British Museum, pubblicò, tra il 1882 ed il 1884 in dispense separate e nel 1886 in unico volume, il libro primo de Il capitale. A dimostrazione della vacuità del movimento italiano, Marx venne a conoscenza di quest’iniziativa, che fu l’unica traduzione dell’opera realizzata in Italia fino a dopo la seconda guerra mondiale, solo casualmente e due mesi prima della morte [23]. Engels, invece, soltanto nel 1893[24]!

Pur se in una realtà ancor piena di limiti, come quella che si è tentato sin qui brevemente di descrivere, la prima circolazione del «marxismo» può datarsi proprio a questo periodo. Tuttavia, a causa del numero ridottissimo di traduzioni degli scritti di Marx e della loro così difficile reperibilità, questa diffusione non avvenne quasi mai tramite le fonti originali, ma attraverso riferimenti indiretti, citazioni di seconda mano, compendi ad opera della miriade di epigoni o presunti continuatori, sorti in poco tempo [25].

Durante questi anni si sviluppò un vero e proprio processo di osmosi culturale, che investì non solo le diverse concezioni socialiste presenti sul territorio, ma anche ideologie che con il socialismo non avevano nulla a che fare. Studiosi, agitatori politici e giornalisti formarono le proprie idee ibridando il socialismo con tutti gli altri strumenti teorici di cui disponevano [26]. E se il «marxismo» riuscì rapidamente ad affermarsi sulle altre dottrine, ciò anche in ragione dell’assenza di un socialismo italiano autoctono, l’esito di questa omogeinizzazione culturale fu la nascita di un «marxismo» impoverito e contraffatto[27]. Un «marxismo» passe-partout. Soprattutto, un «marxismo» senza conoscenza di Marx, visto che i socialisti italiani che lo avevano letto dai suoi testi originali potevano contarsi, ancora, sulle dita [28].

Pur se elementare ed impuro, determinista ed in funzione delle contingenze politiche, questo «marxismo» fu comunque capace di conferire identità al movimento dei lavoratori, ad affermarsi nel Partito dei Lavoratori Italiani costituitosi nel 1892 e, finanche, a dispiegare la propria egemonia nella cultura e nella scienza italiana [29]. Del Manifesto del partito comunista, fino alla fine degli anni Ottanta, non ve n’è ancora alcuna traccia. Ciò nonostante, esso eserciterà, insieme con il suo principale interprete, Antonio Labriola, un ruolo importante nella rottura di quel «marxismo» adulterato che aveva, fino ad allora, caratterizzato la realtà italiana. Prima di parlarne, però, è necessario fare un passo indietro.

IV. Le prime pubblicazioni del Manifesto in Italia
Il prologo alla prima stampa del Manifesto del partito comunista ne annunciava la pubblicazione «in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese» [30]. In realtà, questo proposito non fu realizzato. O, come sarebbe meglio affermare, il Manifesto divenne uno degli scritti più diffusi della storia dell’umanità, ma non secondo i piani dei suoi due autori.

Il primo tentativo di traduzione de «il Manifesto in italiano e in spagnolo» fu intrapreso a Parigi da Hermann Ewerbeck, membro dirigente della Lega dei Comunisti della capitale francese [31]. Tuttavia, nonostante a distanza di anni, nello Herr Vogt, Marx segnalasse erroneamente l’esistenza di un’edizione italiana [32], questa impresa non fu mai realizzata. Del progetto iniziale, l’unica traduzione eseguita fu quella inglese del 1850, preceduta da quella svedese del 1848. Successivamente, in seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del biennio 1848-49, il Manifesto fu dimenticato. Le uniche ristampe, due negli anni Cinquanta e tre negli anni Sessanta, apparvero in lingua tedesca e per la comparsa di nuove traduzioni bisognerà attendere un ventennio. Nel 1869, infatti, venne data alle stampe l’edizione russa e nel 1871 quella serba. Nello stesso periodo, a New York, videro la luce la prima versione inglese pubblicata negli Stati Uniti (1871) e la prima traduzione francese (1872). Sempre nel 1872 uscì a Madrid la prima traduzione spagnola, seguita, l’anno successivo, da quella portoghese condotta su quest’ultima [33].

Al tempo, in Italia, il Manifesto era ancora sconosciuto. La sua prima breve esposizione, composta da riassunti ed estratti dal testo, comparve solo nel 1875, nell’opera di Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale. In essa si poteva leggere che: «dal punto di vista del proletariato questo programma è tanto importante quanto la Déclaration des droits des hommes per la borghesia: esso è uno dei fatti più importanti del XIX secolo, uno di quei fatti che caratterizzano, che danno nome e indirizzo ad un secolo» [34]. In seguito, i riferimenti al Manifesto furono poco frequenti. Tuttavia, lo scritto venne citato, nel 1883, negli articoli che diedero notizia della scomparsa di Marx. Il foglio socialista «La Plebe» ne parlava come di uno «dei documenti fondamentali del socialismo contemporaneo (…) simbolo della maggioranza del proletariato socialista dell’occidente e dell’America del Nord» [35].

Il quotidiano borghese la «Gazzetta Piemontese», invece, presentava Marx come l’autore del «famoso Manifesto dei Comunisti, che divenne il labaro del socialismo militante, il catechismo dei diseredati, il vangelo sul quale votano, giurano, combattono gli operai tedeschi e la maggior parte degli operai inglesi» [36]. A dispetto di questi apprezzamenti, la sua stampa dovette, però, ancora attendere. Nel 1885, dopo aver ricevuto una copia del Manifesto da Engels, Martignetti ne realizzò la traduzione. Tuttavia, per mancanza di danaro, l’edizione non fu mai pubblicata. La prima traduzione italiana apparve, con oltre quarant’anni di ritardo, soltanto nel 1889, anno nel quale erano già state pubblicate 21 edizioni in tedesco, 12 in russo, 11 in francese, 8 in inglese, 4 in spagnolo, 3 in danese (la prima nel 1884), 2 in svedese, ed 1 rispettivamente in lingua portoghese, ceka (1882), polacca (1883), norvegese (1886) e yiddish (1889).

Il testo italiano fu dato alle stampe con il titolo di Manifesto dei socialisti redatto da Marx e Engels, in dieci puntate tra l’agosto ed il novembre, sul giornale democratico di Cremona «L’Eco del popolo». Questa versione, però, si distinse per la pessima qualità, risultando priva delle prefazioni di Marx ed Engels, della terza sezione («Letteratura socialista e comunista») e di diverse altre parti che furono omesse o riassunte. Inoltre, la traduzione di Leonida Bissolati, eseguita dall’edizione tedesca del 1883 e confrontata con quella francese del 1885 curata da Laura Lafargue, semplificava le espressioni maggiormente complicate. Dunque, più che di una traduzione, si trattò di un popolarizzazione dello scritto, con un certo numero di passaggi testualmente tradotti [37].

La seconda edizione italiana, che fu la prima ad uscire in brochure, giunse nel 1891. La traduzione, condotta dalla versione francese del 1885 del giornale parigino «Le Socialiste», e la prefazione furono opera dell’anarchico Pietro Gori. Il testo si segnala per l’assenza del preambolo e per i diversi errori presenti. L’editore Flaminio Fantuzzi, anche egli vicino alle posizioni anarchiche, avvisò Engels solo a cose fatte e questi, in una lettera a Martignetti, espresse il suo particolare fastidio per le «prefazioni di sconosciuti tipo Gori» [38].

La terza traduzione italiana uscì nel 1892, in feuilletton sul periodico «Lotta di classe» di Milano. Questa versione, che si presentava come la «prima e sola traduzione italiana del Manifesto, che non sia un tradimento» [39], fu condotta da Pompeo Bettini sull’edizione tedesca del 1883. Seppure presentava anch’essa errori e semplificazioni di alcuni passaggi, si affermò decisamente sulle altre, ebbe numerose riedizioni fino al 1926 e diede avvio al processo di formazione della terminologia marxista in Italia [40].

L’anno seguente, con alcune correzioni e miglioramenti di stile e con l’indicazione che «la versione completa [era stata] eseguita sulla 5.a edizione tedesca (Berlino 1891)»[41], questa traduzione apparve in brochure, in mille copie. Nel 1896 la ristampa in duemila copie. Il testo conteneva le prefazioni del 1872, 1883 e 1890, tradotte da Filippo Turati, direttore di «Critica Sociale» al tempo la principale rivista del socialismo italiano, e l’apposito proemio Al lettore italiano che questi era riuscito ad ottenere da Engels per l’occasione, al fine di poter distinguere la nuova edizione da quelle che l’avevano preceduta. La prefazione italiana fu l’ultima scritta per il Manifesto da uno dei suoi autori.

Negli anni seguenti vennero pubblicate altre due edizioni che, seppur prive dell’indicazione del traduttore, riprendevano decisamente la versione di Bettini. La prima, alla quale mancavano, però, la prefazione e la terza sezione, venne realizzata per dare al Manifesto un’edizione popolare ed a buon mercato. Essa fu promossa, in occasione del 1° Maggio del 1897, dalla rivista «Era Nuova» ed apparve a Diano Marina (in Liguria) in ottomila copie. La seconda, senza le prefazioni, a Firenze, presso l’editore Nerbini, nel 1901.

V. Il Manifesto tra la fine dell’ottocento e il fascismo
Negli anni Novanta, il processo di diffusione degli scritti di Marx ed Engels compì un grande progresso. Il consolidamento delle strutture editoriali di quello che era divenuto il Partito Socialista Italiano, l’opera svolta dai numerosi giornali ed editori minori e la collaborazione di Engels alla «Critica Sociale», furono tutte circostanze che concorsero a determinare una maggiore conoscenza dell’opera di Marx. Ciò non bastò, però, ad arginare il processo di alterazione che ne accompagnava la divulgazione. La scelta di combinare le concezioni di Marx con le teorie più disparate fu tanto opera di quel fenomeno denominato «socialismo della cattedra» che del movimento operaio, i cui contributi teorici, pur se divenuti di una certa mole, si caratterizzavano ancora per una stentatissima conoscenza degli scritti marxiani.

Marx aveva ormai assunto un’indiscussa notorietà, ma era ancora considerato come un primus inter pares nella moltitudine dei socialisti esistenti [42]. Soprattutto, fu messo in circolazione da pessimi interpreti del suo pensiero. Per tutti, valga l’esempio di colui che fu considerato «il più socialista, il più marxista (…) degli economisti italiani» [43]: Achille Loria; correttore e perfezionatore di quel Marx che nessuno conosceva abbastanza per dire in cosa fosse stato corretto o perfezionato. Poiché è nota la sua descrizione dipinta da Engels nella Prefazione al Libro Terzo de Il capitale – «improntitudine illimitata, agilità da anguilla per sgusciare da situazioni insostenibili, eroico disdegno delle pedate ricevute, prontezza nell’appropriarsi prodotti altrui…» [44] –, per meglio descrivere la falsificazione subita da Marx, può essere utile ricordare un aneddoto raccontato, nel 1896, da Benedetto Croce.

Nel 1867, a Napoli, in occasione della costituzione della prima sezione italiana dell’«Internazionale», uno sconosciuto personaggio straniero, «molto alto e molto biondo, dai modi dei vecchi cospiratori e dal parlare misterioso», intervenne per convalidare la nascita del circolo. Ancora a distanza di molti anni, un avvocato napoletano, presente all’incontro, era convinto che «quell’uomo alto e biondo fosse stato Carlo Marx» [45] e ci volle una grande fatica per riuscire a convincerlo del contrario. Poiché in Italia molti concetti marxiani sono stati introdotti dall’«illustre Loria» [46], si può concludere che quello che è stato inizialmente divulgato sia stato un Marx snaturato, un Marx, anche questo, «alto e biondo!» [47]

Tale realtà mutò soltanto grazie all’opera di Labriola, che per primo introdusse in Italia il pensiero marxiano in maniera autentica. Più che essere interpretato, attualizzato o «completato» con altri autori, si può affermare che, grazie a lui, Marx venne svelato per la prima volta [48]. Questa impresa avvenne tramite i Saggi sulla concezione materialistica della storia, pubblicati da Labriola tra il 1895 ed il 1897. Il primo di questi, In memoria del Manifesto dei comunisti, consisteva proprio in uno studio sulla genesi del Manifesto che, a seguito dell’approvazione giunta da Engels poco prima della sua morte [49], ne divenne il più importante commento e l’interpretazione ufficiale di parte «marxista».

Molti dei limiti della realtà italiana poterono essere così affrontati. Secondo Labriola, la rivoluzione «non può procedere da una sommossa di una turba guidata da alcuni, ma deve essere e sarà il risultato dei proletari stessi» [50]. «Il comunismo critico – che per il filosofo napoletano era il nome più adatto per descrivere le teorie di Marx ed Engels – non fabbrica le rivoluzioni, non prepara le insurrezioni, non arma le sommosse (…) non è in somma, un seminario in cui si formi lo stato maggiore dei capitani della rivoluzione proletaria; ma è solo la coscienza di tale rivoluzione»[51]. IlManifesto, dunque, non è «il vademecum della rivoluzione proletaria» [52], ma lo strumento per smascherare l’ingenuità del socialismo che si pensa possibile «senza rivoluzione, ossia senza fondamentale mutazione della struttura elementare e generale della società» [53].

Con Labriola il movimento operaio italiano ebbe, finalmente, un teorico capace, al contempo, di conferire dignità scientifica al socialismo, di compenetrare e rinvigorire la cultura nazionale, di misurarsi con i massimi livelli della filosofia e del marxismo europei. Tuttavia, il rigore del suo marxismo, problematico per le immediate circostanze politiche e critico verso i compromessi teorici, ne decretò anche l’inattualità [54].

A cavallo tra i due secoli, infatti, la pubblicazione de La filosofia di Marx di Giovanni Gentile (libro segnalato in seguito da Lenin come «degno di attenzione»[55]), degli scritti di Croce che proclamavano la «morte del socialismo» [56] e – sul versante militante – dei lavori di Francesco Saverio Merlino [57] e di Antonio Graziadei[58], fecero spirare anche in Italia il vento della «crisi del marxismo». Nel Partito Socialista Italiano, tuttavia, non vi era – come in Germania – un «marxismo» ortodosso e, in realtà, lo scontro fu combattuto tra due «revisionismi», uno riformista e l’altro sindacal-rivoluzionario [59].

In questo stesso periodo, a partire dal 1899 e fino al 1902, ci fu un proliferare di traduzioni di Marx ed Engels che fornirono al lettore italiano buona parte delle opere al tempo disponibili. Fu in questo contesto che, nel 1902, in appendice alla terza edizione dello scritto di Labriola In memoria del Manifesto dei comunisti, apparve una nuova traduzione del Manifesto, l’ultima eseguita in Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale. Questa, la cui paternità fu assegnata da alcuni a Labriola e da altri a sua moglie Rosalia Carolina De Sprenger, conteneva alcune inesattezze ed omissioni e venne ripresa in poche altre riedizioni dello scritto.

La versione più utilizzata fino al secondo dopoguerra fu, dunque, quella di Bettini, riprodotta in numerose ristampe. Ad una prima nel 1910, ne seguirono diverse a cura della «Società editrice Avanti», divenuta il principale veicolo di propaganda del Partito Socialista. In particolare, due nel 1914, la seconda delle quali includeva I fondamenti del comunismo di Engels. Ancora tra il 1914 ed il 1916 (ristampa nel biennio 1921-22) venne inserita nel primo tomo dell’edizione delle Opere di Marx ed Engels che, a riprova della confusione generale dominante, in Italia – come in Germania – furono raccolte insieme con quelle di Lassalle. Poi nel 1917, per due volte nel 1918 con in appendice i 14 punti della Conferenza di Kienthal ed il manifesto della Conferenza di Zimmerwald, nel 1920 (con due ristampe nel 1922) in una traduzione rivista da Gustavo Sacerdote e, infine, nel 1925.

A queste edizioni «Avanti», vanno aggiunte altre sette ristampe che apparvero, presso case editrici minori, tra il 1920 ed il 1926. Durante la prima decade del secolo, il «marxismo» fu congedato dalla pratica politica quotidiana del Partito Socialista Italiano. In un famoso dibattito parlamentare del 1911, infatti, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti poteva affermare: «il Partito Socialista ha moderato assai il suo programma. Carlo Marx è stato mandato in soffitta» [60]. I commenti ai testi di Marx, che solo poco tempo prima avevano inondato il mercato librario, si arrestarono. E, se si escludono il «ritorno a Marx» degli studi filosofici di Rodolfo Mondolfo [61] e poche altre eccezioni, lo stesso si verificò durante gli anni Dieci. Quanto alle iniziative ad opera di altre realtà, il campo borghese aveva da tempo celebrato la «dissoluzione del marxismo», mentre nella chiesa cattolica le condanne pregiudiziali prevalsero di gran lunga sui tentativi di analisi.

Nel 1922 l’irrompere della barbarie fascista. Dal 1923, tutti gli esemplari del Manifesto furono ritirati dalle biblioteche pubbliche e universitarie. Nel 1924 tutte le pubblicazioni di Marx e quelle legate al movimento operaio furono date al fuoco [62]. Le leggi «fascistissime» del 1926, infine, decretarono lo scioglimento dei partiti di opposizione e diedero inizio al periodo più tragico della storia italiana moderna.

Se si escludono alcune edizioni illegali dattilografate o ciclostilate, i pochi scritti di Marx pubblicati in lingua italiana tra il 1926 ed il 1943 apparvero all’estero (tra questi si segnalano due versioni del Manifesto stampate in Francia, nel 1931 e nel 1939, e un’altra pubblicata a Mosca nel 1944, con una nuova traduzione di Palmiro Togliatti). Uniche eccezioni a questa congiura del silenzio furono tre diverse edizioni del Manifesto del partito comunista. Due di queste apparvero, «a uso degli studiosi» e con diritto di consultazione solo tramite richiesta preventiva, nel 1934. La prima nel volume collettaneo Politica ed economia, che raccolse, accanto a quello di Marx, testi di Labriola, Loria, Pareto, Weber e Rimmel; la traduzione era quella di Bettini rivisitata dal curatore Robert Michels [63].

La seconda a Firenze nella versione di Labriola, in un altro volume collettivo, Le carte dei diritti, primo tomo della collana «Classici del liberalismo e del socialismo». E poi da ultimo, nel 1938, stavolta a cura di Croce, in appendice ad una raccolta di saggi di Labriola, dal titolo La concezione materialistica della storia, nella traduzione da lui stesso eseguita. Il volume comprendeva anche un saggio di Croce, divenuto poi famoso, dal titolo quanto mai esplicito: Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Il filosofo idealista, però, si sbagliava. Il «marxismo» italiano non era morto, ma soltanto imprigionato nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci [64] che avrebbero presto dispiegato tutto il loro valore teorico e politico.

Con la liberazione dal fascismo, il Manifesto ricominciò ad apparire in diverse edizioni. Federazioni provinciali del «Partito Comunista Italiano», iniziative di singoli e piccole case editrici nell’Italia meridionale già liberata, diedero al testo di Marx ed Engels una nuova linfa. Tre edizioni apparvero nel 1943 e otto nel 1944. E così di seguito negli anni successivi: dalle nove edizioni pubblicate alla fine della guerra, nel 1945, all’exploit del 1948, in occasione del centenario.

VI. Conclusione
Ripercorrendo la storia dell’edizione italiana del Manifesto del partito comunista risalta, con evidenza, l’enorme ritardo con il quale esso venne pubblicato. Contrariamente a molti paesi dove il Manifesto fu il primo scritto di Marx ed Engels ad essere tradotto, in Italia apparve solo dopo altre opere[65]. Anche la sua influenza politica fu modesta e esso non incise mai direttamente sui principali documenti del movimento operaio. Tanto meno fu determinante nella formazione della coscienza politica dei dirigenti socialisti. Tuttavia, fu di grande rilevanza per gli studiosi (si è visto il caso di Labriola) e, attraverso le sue edizioni, svolse un ruolo importante tra i militanti, fino a divenirne il riferimento teorico privilegiato.

Ad oltre centocinquant’anni dalla sua pubblicazione, preso in esame da un numero ormai incalcolabile di esegeti, oppositori e seguaci di Marx, ilManifesto ha attraversato le più svariate stagioni ed è stato letto nei modi più diversi. Pietra miliare del «socialismo scientifico» o plagio del Manifeste de la démocratie di Victor Considerant; testo incendiario colpevole di aver fomentato l’odio tra le classi nel mondo o simbolo di liberazione del movimento operaio internazionale; classico del passato o opera anticipatrice della realtà odierna della «globalizzazione capitalistica». Quale che sia l’interpretazione per la quale si propenda, una cosa è certa: pochissimi altri scritti nella storia possono vantare analoga vitalità e diffusione. Ancora oggi, infatti, il Manifesto continua ad essere stampato ed a far parlare di sé in America latina come in Cina, negli Stati Uniti come in Italia e nell’intera Europa.

Se la perpetua giovinezza di uno scritto sta nella sua capacità di sapere invecchiare, ovvero di essere sempre capace di stimolare nuovi pensieri, si può allora affermare che il Manifesto possiede senz’altro questa virtù.

References
1. Cfr. Gian Mario Bravo, Marx e il marxismo nella prima sinistra italiana, in Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma 2006 (2005), p. 97.
2. Jacques Derrida, Spettri di Marx, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 22.
3. Cfr. John Cassidy, The return of Karl Marx, in «The New Yorker», October 20/27 1997, pp. 248-259.
4. Cfr. «Le Nouvel Observateur», Octobre/Novembre 2003.
5. Cfr. «Der Spiegel», 22/08/2005.
6. In particolare cfr. Eric Hobsbawm, Introduction a Karl Marx-Friedrich Engels, The communist Manifesto, Verso, London 1998.
7. Per un indice completo degli scritti di Marx ed Engels pubblicati in lingua italiana dal 1848 al 1926 si veda Emilio Gianni, Diffusione, popolarizzazione e volgarizzazione del marxismo in Italia, Pantarei, Milano 2004. Per una ricostruzione storiografica della prima diffusione delle opere di Marx in Italia si rimanda alla raccolta di saggi di Gian Mario Bravo, Marx ed Engels in Italia, Editori Riuniti, Roma 1992. Di notevole interesse, inoltre, Gerhard Kuck (a cura di), Karl Marx, Friedrich Engels und Italien: Teil I, Herausgabe und Verbreitung der Werke von Karl Marx und Friedrich Engels in Italien, e Teil II, Die Entwicklung des Marxismus in Italien: Wege, Verbreitung, Besonderheiten. Il primo dei due tomi comprende una completa «Auswahlbibliographie zur italienischen Marx/Engels-Forschung», dagli anni Settanta dell’Ottocento al 1943, pp. 131-148.
8. Cfr. Giuseppe Del Bo (a cura di), La corrispondenza di Marx e Engels con italiani (1848-1895), Feltrinelli, Milano 1964, pp. IX-XXI.
9. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , in «Il proletario Italiano», Torino, 27-VII-1871.
10. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, Luigi Mongini Editore, Roma 1909, p. 15, che sottolinea come “dapprima fu il Marx politico, che spinse a poco a poco gli Italiani ad occuparsi anche del Marx scienziato”.
11. Carlo Marx capo supremo dell’Internazionale , op. cit.
12. Cfr. Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano, Volume I, Einaudi, Torino 1993, p. 338.
13. Quale esempio in proposito si rimanda al manuale di Oddino Morgari, L’arte della propaganda socialista, Libr. Editr. Luigi Contigli, Firenze 1908 (2ª ediz.), p. 15. Esso proponeva ai propagandisti del partito di utilizzare questo modo di apprendimento: leggere anzitutto un riassunto qualsiasi di Darwin e di Spencer che darà allo studioso la direzione generale del pensiero moderno; poi verrà Marx a completare la “formidabile triade” che rinchiuderà degnamente il “vangelo dei socialisti contemporanei”. In proposito cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 102.
14. Ivi, p. 101.
15. Si veda lo scritto molto diffuso di Enrico Ferri, Socialismo e scienza positiva. Darwin, Spencer, Marx, Casa Editrice Italiana, Roma 1894. Nella sua prefazione l’autore italiano affermava: “io intendo provare come il socialismo Marxista (…) non sia che il completamento pratico e fecondo, nella vita sociale, di quella moderna rivoluzione scientifica (…) decisa e disciplinata dalle opere di Carlo Darwin e Erberto Spencer”.
16. Cfr. Gnocchi Viani, Il socialismo moderno, Casa di pubblicità Luigi Pugni, Milano 1886. In proposito si veda la critica a Gnocchi Viani di Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911, Società An. Editrice “La voce”, Firenze 1926, p. 136.
17. A mo’ di esempio si veda la lettera della «Associazione democratica di Macerata» a Marx del 22-XII-1871. Questa organizzazione propose Marx come “triunviro onorario insieme ai cittadini Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini”, in Del Bo (a cura di), op. cit., p. 166. Nel riportare la notizia a Wilhelm Liebknecht, il 2-I-1872, Engels scrisse: “Una società di Macerata nella Romagna ha nominato come suoi 3 presidenti onorari: Garibaldi, Marx e Mazzini. Questa confusione rispecchia fedelmente lo stato dell’opinione pubblica tra gli operai italiani. Manca solo Bakunin per completare il quadro”, MEW 33, Dietz Verlag, Berlin 1966, p. 368.
18. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 101, che afferma come “agli occhi di molti lo Schäffle passò per il più autentico di tutti i marxisti”.
19. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, FrancoAngeli, Milano 2000 (1996), p. 50. Sui congressi della «Internazionale» italiana si veda Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, Editori Riuniti, Roma 1992 (1963), in particolare pp. 51-95.
20. Cfr. Paolo Favilli, Storia del marxismo italiano. Dalle origini alla grande guerra, op. cit., p. 45.
21. Ivi, p. 42.
22. Ivi, pp. 59-61.
23. Cfr. Tullio Martello a Karl Marx, 5-I-1883, in Giuseppe del Bo (a cura di), Corrispondenze con italiani, op. cit., p. 294.
24. Cfr. Filippo Turati a Friedrich Engels, 1-VI-1893, Ivi, pp. 479-480.
25. Cfr. Roberto Michels, Storia critica del movimento socialista italiano. Dagli inizi fino al 1911, op. cit., p. 135, che afferma come, in Italia, il marxismo non scaturì, “nella quasi totalità dei suoi adepti, da una profonda conoscenza delle opere scientifiche del maestro, ma da contatti presi lì per lì con qualche suo scrittarello politico e qualche (non suo) riassunto d’economia e spesso, quel che era peggio, attraverso i suoi epigoni della socialdemocrazia tedesca”.
26. Cfr. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, in Scritti filosofici e politici, (a cura di Franco Sbarberi), Einaudi, Torino 1973, p. 731, che affermava come “molti di quelli che in Italia si danno al socialismo, e non da semplici agitatori, conferenzieri e candidati, sentono che è impossibile di farsene una persuasione scientifica, se non riallacciandolo per qualche via o tramite alla rimanente concezione genetica delle cose, che sta più o meno in fondo a tutte le scienze. Di qui la manía che è in molti, di cacciar dentro al socialismo tutta quella rimanente scienza di cui più o meno essi dispongono”.
27. Cfr. Gian Mario Bravo, Marx e il marxismo nella prima sinistra italiana, op. cit., p. 103.
28. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 99.
29. Cfr. Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1967, pp. 146 e 148.
30. Friedrich Engels – Karl Marx, Manifesto del partito comunista, MEW 4, p. 461.
31. Cfr. Friedrich Engels a Karl Marx, 25-IV-1848, MEGA² III/2, p. 153.
32. Cfr. Karl Marx, Herr Vogt, MEGA² I/18, p. 107.
33. Per la bibliografia e la storia delle edizioni del Manifesto del partito comunista si veda l’indispensabile Bert Andréas, Le Manifeste Communiste de Marx et Engels, Feltrinelli, Milano 1963 e la pregevole pubblicazione del Manifesto a cura delle Edizioni Lotta Comunista, Milano 1998, ricchissima di notizie a riguardo.
34. Vito Cusumano, Le scuole economiche della Germania in rapporto alla questione sociale, Giuseppe Marghieri Editore, Prato 1875, p. 278.
35. In «La Plebe», Milano, Aprile 1883, Nr. 4.
36. Dall’Enza: Carlo Marx e il socialismo scientifico e razionale, in «Gazzetta Piemontese», Torino, 22-III-1883.
37. Cfr. Bert Andréas, op. cit., p. 145.
38. Friedrich Engels a Pasquale Martignetti, 2-IV-1891, in MEW 38, Dietz Verlag, Berlin 1964, p. 72.
39. In «Lotta di classe», Milano, Anno I, Nr. 8, 17/18-IX-1892.
40. Cfr. Michele A. Cortellazzo, La diffusione del Manifesto in Italia alla fine dell’Ottocento e la traduzione di Labriola, in «Cultura Neolatina», 1981, Nr. 1-2, p. 98, che afferma: «il 1892 è lo spartiacque che divide l’insieme delle traduzioni ottocentesche del Manifesto in due campi ben distinti: al di là di quell’anno stanno le traduzioni approssimative, lacunose e largamente debitrici alle versioni straniere, più importanti per il loro valore di primi documenti della diffusione del testo in Italia che per la qualità della traduzione; al di qua la traduzioni complete e scrupolose che, anche per la loro tiratura, influirono decisamente sulla diffusione del marxismo in Italia».
41. Carlo Marx – Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Uffici della Critica Sociale, Milano 1893, p. 2.
42. Cfr. Gaetano Arfé, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Mondadori, Milano 1977, p. 70.
43. Filippo Turati ad Achille Loria, 26-XII-1890, in «Appendice» a Paolo Favilli, Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (1892-1902), Bibliopolis, Napoli 1980, pp. 181-182.
44. Friedrich Engels, Vorwort a Karl Marx, Das Kapital. Dritter Band, MEGA II/15, p. 21.
45. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Bibliopolis, Napoli 2001, p. 65.
46. Friedrich Engels, op. cit., p. 21.
47. Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 65.
48. Cfr. Antonio Labriola a Benedetto Croce, 25-V-1895, in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., p. 269. In proposito si veda anche Mario Tronti, Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi – Gramsci e Labriola, in Alberto Caracciolo – Gianni Scalia (a cura di), La città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 1959, p. 148.
49. “Tutto molto bene, solo qualche piccolo errore di fatto e all’inizio uno stile un pò troppo erudito. Sono molto curioso di vedere il resto”, in Friedrich Engels a Antonio Labriola, 8-VII-1895, MEW 39, Dietz Verlag, Berlin 1968, p. 498.
50. Cfr. Antonio Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, in Scritti filosofici e politici, op. cit.,p. 507.
51. Ivi, p. 503.
52. Ivi, p. 493.
53. Ivi, pp. 524-525.
54. Cfr. Eugenio Garin, Antonio Labriola e i saggi sul materialismo storico, in Antonio Labriola, La concezione materialistica della storia, Laterza, Bari 1965, p. XLVI.
55. Vladimir Illich Lenin, Karl Marx, in Opere, Volume XXI, p. 76.
56. In proposito si veda il saggio di Benedetto Croce, Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900), in Benedetto Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 265-305.
57. Cfr. Francesco Saverio Merlino, L’utopia collettivista e la crisi del socialismo scientifico, Treves, Milano 1897; Francesco Saverio Merlino, Pro e contro il socialismo. Esposizione critica dei principi e dei sistemi socialisti, Treves, Milano 1897.
58. Cfr. Antonio Graziadei, La produzione capitalistica, Bocca, Torino 1899.
59. Cfr. Roberto Michels, Storia del marxismo in Italia, op. cit., p. 120.
60. La frase fu pronunciata da Giolitti in parlamento l’8 aprile del 1911. Si vedano gli Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Sessione 1909-1913, Vol. XI, p. 13717. In proposito si veda Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia. Studi di critica storica, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 131-132.
61. Cfr. Rodolfo Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici 1908-1966, Einaudi, Torino 1968.
62. Cfr. Antonio Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi, Torino, 1978, pp. 475-476.
63. Le modifiche alla versione di Bettini contenute in questa nuova edizione furono un vero e proprio tentativo di deformazione e soppressione di alcune parti del testo, per renderlo meno pericolo e più consono all’ideologia fascista. In proposito cfr. Franco Cagnetta, Le traduzioni italiane del «Manifesto del partito comunista», in «Quaderni di Rinascita», N. 1, Il 1848, Rinascita, Roma 1949, pp. 28-29.
64. Cfr. Enzo Santarelli, La revisione del marxismo in Italia, op. cit., p. 23.
65. La cronologia delle edizioni degli scritti maggiori di Marx ed Engels fino alla pubblicazione del Manifesto del partito comunista è la seguente:1871. Karl Marx, La guerra civile in Francia; 1873. Friedrich Engels, Dell’autorità; 1873. Karl Marx, Dell’indifferenza in materia politica; 1879. Carlo Cafiero, Il capitale di Carlo Marx brevemente compendiato da Carlo Cafiero; 1882-84. Karl Marx, Il capitale; 1883. Friedrich Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza; 1885. Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato; 1889. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bissolati); 1891. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Gori); 1892. Karl Marx-Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (traduzione Bettini).