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Pasquale Chessa, Il Messaggero

Rileggendo oggi Machiavelli e Marx il Principe “vince” per modernità

Nicolo Machiavelli non fu mai machiavellico e Karl Marx non fu mai marxista. Un desti- no comune ha sottovalutato la complessità della biografie intellettuali dei due più grandi filosofi della politica, sottomettendo le rispettive esistenze alle formule co-muni che ne hanno mummificato il pensiero.
E sarà quindi anche vero che il «fine giustifica i mezzi», ma Machiavelli fu tanto intransigente rispetto al valore della «norma» quanto lontana fu da lui quella concezione strumentale delle leggi su cui si e fondato l’edificio concettuale del «machiavellismo» politico di ogni epoca. Specularmente non e banale ricordare che l’espressione «dittatura del proletariato», su cui si e fondata la costruzione teorica del «marxismo», e citata solo sette volte nella sterminata opera di Marx. Al contrario, proprio nel Capitale, nella nota alla seconda edizione, con una incisiva battuta contro l’uso dog- matico del suo pensiero, il filosofo della «lotta di classe» rifiuta persino di proporre un «modello universale di società comunista», vi- sto che non ha nessuna intenzione di «prescrivere ricette… per l’osteria dell’avvenire».

I Regimi

A Marcello Musto, nella innovativa riscrittura della sua biografia intellettuale, bastano poche righe di Marx per spiegare quanto sia «fantasiosa» ogni «anticipazione dottrinaria… di una rivoluzione a venire»; al professore associato della York University di Toronto
preme soprattutto «distinguere la concezione di Marx da quei regi- mi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze». Così, che Machiavelli sia stato il fondatore della filosofia politica, tesi di Benedetto Croce ripresa poi da Antonio Gramsci, non basta a Michele Ciliberto. E invece l’uomo Machiavelli al centra della nuova lettura del professore di filosofia della Normale di Pisa, che affida al sottotitolo della sua ricerca, Ragione e pazzia, la chiave per restituire all’autore del Principe tutte le sue qualità di uomo politico del Rinascimento. Il tempo corrotto nel quale il destino l’ha costretto a vivere, lo aveva convinto che per riformare l’Italia non ci fosse altra strada che riformare gli stessi italiani. Filosofo della crisi, per il segretario della Cancelleria della Repubblica fiorentina (dal 1498 al 1512) la politica altro non poteva essere che «l’arte dello Stato».

Le Scelte

Ma discacciato dal centra del potere, dopo il ritorno dei Medici a Firenze, fu costretto a riversare nella riflessione filosofica e storica, ma soprattutto nel teatro e nella satira, l’impegno esistenziale che per 14 anni aveva dedicato alla sopravvivenza dello Stato. Riconoscendo i limiti della «ragione» pensava che la politica avesse bisogno di scelte eccezionali, audaci, estreme, insomma «pazze». C’è molta passione perciò all’origine non solo dei successi ma anche dei suoi fallimenti. Come il progetto del Principe, una proposta eccessiva che al tempo fu un fallimento, sottovalutato persino dalla più stretta cerchia delle sue amicizie.

Il Cibo

«Malcontento» nel profondo del suo animo amava pero le gioie della vita, il cibo come le donne e il denaro, fedele al precetto dell’amatissimo Boccaccio, «meglio fare e pentere che starsi e pentersi». Ciliberto, senza cedere alle lusinghe della divulgazione, e riuscito a far tornare fra noi Machiavelli, che co- si ci appare più moderno e con- temporaneo anche del “nuovo” Marx, che pure era stato ribattezzato da Croce come il «Machiavelli della classe operaia».

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Giuseppe Vacca, Il Sole 24 Ore

Il pensiero di Karl Marx attraverso la biografia

La fine dell’Unione Sovietica interruppe la pubblicazione delle Opere Complete di Marx ed Engels che aveva avuto inizio a Mosca negli anni Venti, ma poco tempo dopo, quando ancora non s’erano placate le futili dispute sulla «fine della storia», il progetto editoriale fu ripreso in Europa.

Esso si giova di una mole di scritti inediti ancora più grande e di una rete di studiosi di tutto il mondo che lo stanno portando a termine alacremente, con acribia filologica e grande dedizione.

Marcello Musto s’inserì in quella rete quando era ancora un giovane dottorando e da quindici anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Marx per “liberarlo” dalle sedimentazioni di cent’anni di socialismo. La sua biografia, pubblicata in Italia da Einaudi, è un esempio perspicuo della storiografia internazionale che procede a ripristinare e innovare la figura del filosofo di Treviri, argomentandone la perdurante vitalità.

Il pensiero di Marx scaturì dalla mondializzazione della modernità europea nella seconda metà dell’Ottocento e Musto sottolinea la coincidenza temporale fra l’avvio della critica dell’economia politica e la prima crisi economica mondiale innescata dal capitalismo americano nel 1857. La sua vitalità si misura nell’analisi dei processi mondiali odierni, caratterizzati dall’esaurimento della centralità globale dell’Occidente. La ricostruzione rigorosamente storiografica del pensiero marxiano è stata concepita da Musto in modo da interessare le diverse aree del mondo, limitandosi al periodo in cui Marx elaborò la critica dell’economia politica. Nell’attuale congiuntura mondiale, segnata da una impressionante ripresa dell’interesse per Marx, considero feconda la scelta di utilizzare la disponibilità di nuove fonti, di una nuova ermeneutica e di una nuova filologia per ricostruire la genesi e la stesura del Capitale.

Musto ha incrociato le ricerche economiche, storiche, filosofiche, teorico politiche, antropologiche di Marx con l’analisi minuta della sua attività di leader politico della Prima Internazionale. In tal modo ha tolto ogni alibi a chiunque voglia continuare a “filosofeggiare” sul pensiero marxiano ignorandone l’interazione con la biografia. E non sono meno importanti la restituzione degli affetti domestici, delle incredibili sofferenze procurategli dai malanni e dagli stenti, la memoria delle tragedie familiari fra cui si dipanò in quegli anni la sua esistenza poiché la conoscenza dell’umanità di Marx è un antidoto altrettanto valido sia contro le mitizzazioni, sia contro le perduranti demonizzazioni del suo “fantasma”.

Quello di Musto è dunque uno scavo imprescindibile per accostarsi all’opera fondamentale del pensatore di Treviri che, com’è noto, quando era in vita pubblicò solo il primo libro del Capitale, mentre la pubblicazione degli altri tre volumi, avvenuta dopo la sua morte, avviò la crescente “invadenza” degli inediti alimentando le più varie e selettive letture, “revisioni” e “combinazioni” del suo pensiero che ne hanno condizionato e distorto l’immagine e la ricezione per oltre un secolo.

La storia degli ultimi centocinquant’anni è solcata dal contrasto fra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica ma la vita intellettuale è rimasta fortemente ancorata alle vicende politiche nazionali. In Italia la diffusione delle opere di Marx ebbe un vero exploit subito dopo la seconda guerra mondiale, ma la loro interpretazione fu influenzata da correnti filosofiche attratte e contaminate dagli scritti giovanili pubblicati prevalentemente negli anni Trenta. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta ci fu una nuova fioritura di pubblicazioni che introdussero Il Capitale nella cultura filosofica italiana. Ma anche essa fu condizionata dal dibattito filosofico europeo che non nutriva interessi storiografici per i nessi fra la vita e il pensiero di Marx. Si verificò quindi un fenomeno paradossale: la preponderanza dell’inedito giunse a bandire Il Capitale dalla ricerca culturale. Ne presero il posto i Grundrisse, cioè i lavori preparatori, che meglio si prestavano a nuove combinatorie filosofiche culminate, alla fine degli anni Settanta, nella proclamazione della “crisi della ragione”.

Nel lavoro di Musto la ricostruzione storiografica degli scritti marxiani si svolge invece attraverso un costante riscontro degli inediti sugli editi, ritessendo le fila d’una ricerca incompiuta ma ininterrotta, che proseguì fino alla fine dei suoi giorni. Un work in progress, che dimostra come Marx non si fermasse all’analisi dei rapporti di produzione, ma proiettasse il suo sguardo su quelli che già allora apparivano gli aspetti distruttivi della natura e della vita generati dalla globalizzazione del capitalismo.

La struttura del libro dà conto pienamente del perché, «tra i classici del pensiero economico e filosofico, Marx sia quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi anni». L’autore parte dalla critica dell’economia politica affiancandovi subito la ricostruzione dell’attività politica di Marx nel quindicennio considerato, esplora poi le ricerche antropologiche dell’ultimo triennio e conclude ripercorrendo la teoria politica che attraversa tutta la sua vita. L’afflato “militante” della biografia di Musto si risolve quindi nella rivitalizzazione del laboratorio analitico marxiano, fondamentale per giungere a una narrazione storica sensata del mondo contemporaneo, distinta e distante dalle diatribe correnti sulla “globalizzazione” e sul “disordine mondiale”.

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Bruno Bongiovanni, L’Indice dei libri del mese

Marx, compagno di tutte le stagioni

Mel mondo multiforme della cultura, dell’inno- vazione trasformativa o anche rivoluzionaria del sapere, e persino dell’azione politica o sociale, vi sono personalità di grandissimo rilievo che è molto difficile, anzi forse impossibile, inquadrare in una di quelle singole discipline che rendono il sapere stesso, sul terreno dell’istruzione e della conoscen- za, scolastico e accademicamente diviso.

Si pensi a Montesquieu, a karl Marx, a John Stuart Mill, a Max Weber e naturalmente anche ad altri (tra cui Benedetto Croce).
Ciascuno di essi è forse unicamente un giurista, un economista (o un critico dell’economia politica), un filosofo, un sociologo, uno storico, un teorico della politica, un filologo postosi in rapporto con le lingue e con le letterature, un esperto di statistica, un cultore delle scienze naturali, matematiche e fisiche, un antropologo, un sovvertitore intellettuale della teoresi del passato e delle relative attività speculative o anche, siccome ogni presente ha alle proprie spalle un antico regime, un sovverti tore radicale dei sistemi politici e istituzionali degli antichi re- gimi? Certamente no. Eppure, queste formidabili personalità polimorfe sono in profondo contatto, talora lungo la loro vita intera e talora in momenti diversi delle loro esistenze, con tutte le citate forme disciplina- ri, sovente nessuna esclusa. Occorre poi aggiungere che, si condividano integralmente o meno le decifrazioni universa- li dell’uno o dell’altro di que- sti pensatori, a tutti noi non   è possibile, senza conoscere i loro ricchissimi scritti e lo scor- rere degli anni in cui vissero, comprendere i diversi aspetti del mondo che un tempo ci ha circondato e del mondo su cui ora, nel nostro presente spesso turbolento, ci affacciamo. La stessa cosa vale anche per per- sonaggi oggettivamente un po’ più omogenei e continui nelle loro straordinarie “scoperte”, come Freud e Ein- stein, entrambi ebrei proprio come Marx. E veniamo allora a quest’ultimo. Per affrontare un personaggio universale come è Marx – le cui ope- re, a differenza di quelle degli altri personaggi sopra nominati, sono uscite in gran parte postume e sono state a lungo, e talora ancora lo sono, inedite – ci si deve rendere conto che è necessario dedicarsi alle riflessioni interpretative e alla rassegna delle inter- pretazioni succedutesi nel tempo; ma anche adot- tare l’ottica filologica e ricostruire la complicata e tuttora interminata, nonché sterminata, vicenda delle edizioni; senza ovviamente trascurare la pre- senza di tutti i saperi presenti nelle opere e nelle edi- zioni. Tutto ciò, in misure diverse, lo troviamo nel libro bello e utilissimo di Giovanni Sgrò, libro che fa emergere inizialmente, come incipit di un’edizio- ne integrale, la prima Marx-Engels-Gesamtausgabe
– diventata poi l’acronimo MEGA (1) – curata dal martire socialista David Borisovič Rjazanov, vittima nel 1938 del terrore staliniano. MEGA (1) fu pub- blicata dal 1927 al 1932 in otto volumi, che com- prendevano, nel 1932, L’ideologia tedesca e i parigini (1844) Manoscritti economico-filosofici, annotazioni,  i Manoscritti, la cui struttura e i cui itinerari sono ancora da chiarire. Stalin in persona, usciti sino al 1935 altri volumi curati dal nazional-stalinista Vla- dimir Seguono, nella Ddr, tra il 1956 e il 1968, in te- desco (compresi i moltissimi scritti marxengelsiani in inglese, in francese, persino in italiano), gli in- completi e incompiuti, ma “onesti”, 39 volumi co- nosciuti come Marx-Engels Werke (Mew). nel 1975 ha infine inizio la MEGA (2), ovverosia la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe. Intanto, in Occidente, erano usciti e continuavano a uscire i lavori di Ma- ximilien Rubel (in Francia) e di Hal Draper (negli Stati uniti), i due massimi conoscitori e commen- tatori della Marx-Forschung nella seconda metà del XX secolo. Prima di loro, s’intende, e più importan- te di loro, vi era stato, nella prima metà del XX seco- lo, Rjazanov. MEGA (2), ancora abbastanza lontana dalla conclusione, conosce poi una prima vita dal 1975 al 1989 – anno che Sgrò definisce “epocale” (per la caduta dei comunismi) – e poi una secon- da e indipendente vita, nata nell’ottobre 1990 ad Amsterdam grazie alla creazione dell’Internationale Marx-Engels-Stiftung (Fondazione Internazionale Marx-Engels).
Molte cose, arrivando sino agli ultimi anni, si tro- vano così nel volume di Sgrò, a partire dall’edizio- ne, arrestatasi troppo presto, delle Opere complete in italiano di Marx ed Engels. Interessantissime sono anche le pagine sul Capitolo Sesto Inedito, scritto da Marx nel 1863-1864 e tradotto benissimo in ita- liano da Bruno Maffi nel 1969 (La nuova Italia). Opera di non facile lettura, suscita un notevole interesse subito dopo il Sessantotto. E non solo in Italia, ma ancor di più in Germania e in Francia. Così come lo suscitano i Grundrisse (Lineamen- ti fondamentali della critica dell’economia politica), scritti nel 1857-1858, fatti uscire per la prima volta a Mosca nel 1939-1941 (quando Stalin era alleato con Hitler), tradotti da Enzo Grillo in modo eccel- lente, e pubblicati in due volumi, sempre presso La nuova Italia, nel 1968 e nel 1970. Si vedano ora, a proposito di quest’opera celeberrima, e a conferma di una fortuna mai esauritasi, I Grundrisse di Karl Marx, a cura di Marcello Musto, libro che contie- ne molti interventi e commenti. La prima edizione di questo testo, in inglese, risale al 2013. Da tutto ciò si deve comunque dedurre che solo restituendo Marx per intero al continuum pluriculturale della sua riflessione, e al tempo che fu il suo, egli si pre- senta compiutamente come uno Zeitgenosse di tutte le generazioni, vale a dire come un contemporaneo e un compagno di tutte le stagioni che la sua opera, accresciutasi progressivamente negli anni con stra- bilianti e numerosissimi inediti, ha attraversato e at-
traversa. Sino a diventare – ed è un processo ancora in corso
– quasi un’altra, ed enorme, opera.
E veniamo a Musto, autore ora anche di un libro sul Marx meno noto degli ultimi due anni e mezzo di vita. In buo- na parte si discorre della Rus- sia. Cosa ci si può attendere? una guerra contro la Russia, una sconfitta militare della Russia, una rivoluzione russa (non socialista, ma giacobina), la scomparsa (temporanea o permanente?) del gendarme reazionario dell’Europa, la tra- sformazione socialista in Euro- pa, il ritorno della rivoluzione in Russia, dove allora e solo allora si potrebbe utilizzare l’Obščina (la comune rurale) nella transizione al socialismo. La comunità, insomma, non può per Marx transustanziarsi in socialismo senza la presenza della società. Il libro si conclu-
de con la partenza di Marx, nell’inverno del 1882, verso l’Algeria, soggiorno consigliato dai medici di Londra, con motivazioni climatiche, ad un uomo malato alla pleura, ai bronchi e ai polmoni. Marx tossiva, respirava a fatica, soffriva d’insonnia. E fu sfortunato. Quello fu un pessimo inverno in Alge- ria. Vi restò tuttavia 72 giorni, l’unico periodo in cui stette fuori dall’Europa, l’unico periodo in cui si fece tagliare il leggendario barbone. Si mosse cio- nondimeno sino al Sahara. E tornò indietro. Arri- vato in Francia, dichiarò a Lafargue di non essere “marxista”:“ce qu’il y a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”. Raggiunse poi la Gran Bretagna. La morte – 14 marzo 1883 – non era lontana.
nei testi di Hannah Arendt (Princeton, 1953), Marx appare invece esclusivamente come un filoso- fo politico. Certo, le riflessioni arendtiane arrivano due anni dopo la pubblicazione delle Origini del to- talitarismo e questo può spiegare la spietata riduzio- ne e la massiccia limitazione del polivalente Marx. In un primo momento, infatti, Arendt si chiede  se Marx avesse anticipato il totalitarismo a venire. Ma si chiede anche l’opposto nella seconda parte. Prevale poi questa seconda parte e Marx diviene il punto d’arrivo di un percorso iniziato con Platone e conclusosi con lui. Seguono questo secondo sentie- ro l’introduzione di Simona Forti e la postfazione di Adriana Cavarero, che pure non si esime dall’indivi- duare, nel Marx arendtiano, “ombre aristoteliche”.

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Gilberto Pierazzuoli, PerUnaltracitta.org

Karl Marx: 200 anni portati bene

Marcello Musto è professore associato di Sociologia teorica presso la York University di Toronto.

Tra le sue pubblicazioni, tradotte in oltre venti lingue, si segnalano la monografia Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011), l’antologia Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet, 2010) e i volumi collettanei Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (manifestolibri, 2005), Marx for Today (Routledge, 2012), The International After 150 Years (Routledge, 2015), I Grundrisse di Karl Marx (ETS, 2015), L’alienazione (Donzelli, 2010), Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! (Donzelli, 2014), L’ ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Donzelli, Roma 2016, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011, Karl Marx, Scritti sull’alienazione. Per la critica della società capitalistica, Testi scelti e introdotti da Marcello Musto, Donzelli, Roma 2018.
Un altro libro su Marx? Sì, ma niente di così scontato: da uno dei più preparati autori sull’argomento, una biografia centrata sul suo percorso intellettuale e politico. Una biografia che segue la nascita e lo sviluppo dei concetti che hanno condizionato la vita politica per quasi due secoli e che trovano un nuovo interesse da parte degli studiosi, al pari di quello che direttamente o indirettamente hanno continuato a significare per le classi popolari di tutto il mondo. Non si tratta di un’ulteriore esegesi dei testi “sacri” del pensatore di Treviri – al limite un aggiornamento basato sulle nuove pubblicazioni della MEGA2 –  ma di uno sforzo per portare alla luce il come l’autore sviluppava il suo ragionamento anche a partire da studi minuziosi e amplissimi che Marx faceva, annotandosi tutto in innumerevoli quaderni.
Questa massa di informazioni ci restituisce un autore assetato di conoscenza che, pur nelle difficoltà economiche e di salute, continua caparbiamente a lavorare alla sua opera principale a partire dalla pubblicazione del primo volume del 1867 che rimane in costante revisione insieme agli ulteriori volumi che usciranno postumi a cura dell’amico e sodale Friedrich Engels. Marx aggiornò più volte l’edizione tedesca in vista di nuove ristampe, mentre partecipava attivamente alle traduzioni inglese e francese della stessa, facendovi aggiunte e aggiornamenti da riversare successivamente nelle altre. Lavorando sui carteggi e sulle lettere, Musto ha raccolto una serie di informazioni che ci restituiscono un Marx che studia i modi di produzione pre capitalisti e le organizzazioni sociali di popolazioni “primitive”. Che fa studi di antropologia, scienze naturali e altre discipline. Che si interessa di evoluzionismo (spedì una copia della prima edizione del primo libro del Capitale a Darwin), proprio per escludere la rilevanza di un evoluzionismo sociale. Nell’ambito dei principi di economia politica, si interessò ai sistemi non capitalisti o pre capitalisti indagando anche il campo verso le comunità che praticavano un uso collettivo delle terre, non escludendo un loro impiego alternativo alla proprietà statale delle stesse. Musto riporta questa citazione: «il rapporto dell’essere umano con le condizioni oggettive del lavoro [era] mediato dalla sua esistenza come membro della comunità […] quanto più risaliamo indietro nella storia, tanto più l’individuo, perciò anche l’individuo che produce, appare privo di autonomia, parte di un insieme più grande» (p. 14), intendendo inizialmente la famiglia, poi la tribù ed infine in quella comunità che è il frutto di una interrelazione (fusione o contrasto tra più tribù. Riflessione che conduce al fatto che il “libero lavoratore salariato” sarebbe comparso alla fine di un percorso storico essendo il prodotto di due contingenze: la dissoluzione delle forme sociali feudali e le nuove forme produttive che si erano formate a partire dal secolo XVI. Ad appartenere a tutte le epoche non era dunque il modo di produzione che prevede il lavoro salariato, ma due cose ben diverse: il lavoro umano e la materia fornita dalla natura. «La circostanza in base alla quale i soggetti che producono sono separati dai mezzi di produzione era il risultato di un processo, celato dal silenzio degli economisti» (p. 17)
Anche il pensiero di Marx era storicamente determinato: durante la crisi del ’57, a partire dalla convinzione che le crisi del capitalismo fossero intrinseche a quel modo di produzione, cicliche e quindi ricorrenti –  ma essendo spesso anche il punto nel quale le contraddizioni si accentuavano, aprendo una finestra entro la quale l’efficacia della lotta di classe e i rapporti di forza erano favorevoli al proletariato – tutto questo, faceva presagire a Marx l’imminenza della “rivoluzione”. Per poi osservare – a conflitti ormai rientrati – l’esistenza di un “proletariato borghese” accanto alla borghesia.
Musto riesce a seguire passo passo (carteggio, carteggio) il percorso intellettuale di Marx pescando tra dichiarazioni, lettere e quei magici quaderni dove Marx annotava e prendeva appunti in relazione alle sue letture. Ecco il mitico “capitolo VI inedito” che se non ci ha fornito nessuna nuova chiave interpretativa del mondo, ci riserva comunque qualche spunto interessante: «Mezzi di sussistenza e mezzi di produzione si ergono di fronte alla forza lavoro, spogliata di qualunque ricchezza materiale, come potenze autonome impersonate dai loro proprietari. Le condizioni necessarie alla realizzazione del lavoro sono estraniate all’operaio, gli appaiono come feticci dotati di volontà e di anima proprie» (p. 66) (per chi fosse interessato al suddetto capitolo, segnalo il libro di Jacques Camatte, Il capitale totale – Il “capitolo VI” inedito de “Il Capitale” e la critica dell’economia politica, Dedalo). Oppure un Marx puntiglioso che chiede a Engels di farsi dare da un suo conoscente alcune informazioni relative alla lavorazione del cotone, senza le quali non poteva “limare” il secondo capitolo del libro primo. O che dichiara di dover sottoporre a un attento esame i nuovi studi di chimica agraria realizzati in Germania, specialmente quelli di Liebig e di Schonbein che sarebbero, su questa materia, più importanti di tutti gli economisti presi insieme. E, se volete studiare sui suoi stessi testi eccone alcuni: “Storia dell’agricoltura, panorama storico dei progressi delle conoscenze agricole degli ultimi cento anni” – “La natura dell’agricoltura. Contributo a una teoria della stessa” – “Clima e regno vegetale nel tempo. Un contributo alla storia di entrambi”.
Dice Musto: «A impressionarlo molto positivamente furono, inoltre, le sue considerazioni di carattere ecologico, dalle quali traspariva la sua preoccupazione circa “la coltivazione [che], procedendo in modo naturale e non dominata consapevolmente, lascia dietro di sé dei deserti”» (p. 83). Eccovi anche una Jenny perfettamente consapevole delle discriminazioni di genere: “a noi donne tocca la parte più dura, perché più meschina. L’uomo si tempra nel combattimento contro il mondo esterno, si tempra faccia a faccia con i nemici, mentre noi – siano i nemici finanche una legione – dobbiamo stare chiuse in casa a rammendare i calzini. Questo non allontana le preoccupazioni e le piccole miserie quotidiane consumano, lentamente, ma in modo inesorabile, la forza e la gioia di vivere” (p. 86).
Il Marx che emerge dalle pagine di Musto è un personaggio per niente dogmatico, variegato e strategicamente preparato, pronto a mettere in atto anche mosse riformistiche; non disdegna perciò l’uso dello Stato, per esempio a proposito del lavoro giovanile: “non possiamo far ciò se non mediante leggi generali, che vengano attuate tramite il potere dello stato. Facendo introdurre tali leggi, la classe operaia non accrescerà la forza del potere governativo. Come ci sono leggi per difendere i privilegi della proprietà, perché non dovrebbero esistere per impedirne gli abusi? […] La classe operaia, allora, tramite una misura generale farà quanto essa tenterebbe invano di compiere con un numero altissimo di sforzi individuali” (p. 102)
C’è un Marx malato che, per questa causa, rimanda la pubblicazione dagli altri libri del Capitale e non riesce a rivedere neanche il primo, in vista di una seconda edizione o per la pubblicazione in altre lingue. Indebitato, costretto a cambiare casa o a chiedere aiuto all’amico di sempre. Ma anche uno studioso che per riposare il pensiero, si dà agli studi matematici che gli sono così connaturati da poterli utilizzare a fini distensivi. Una persona attenta anche alla condizione delle donne, forse anche perché pensa che grandi rivolgimenti storici non sono possibili senza il fermento femminile. Un Marx per niente settario: “la setta cerca la sua ragione d’essere e il suo punto d’onore non in ciò che essa ha in comune con il movimento di classe, ma nel segno di riconoscimento speciale che la distingue da tale movimento” (p. 111). Non era malato di protagonismo: “la cosa più importante[era] di insegnare [ai proletari] a camminare da soli” (p. 110).
Le citazioni di K. Marx sono tra virgolette e in corsivo. Quelle di M. Musto sono tra sergenti.
Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883), Einaudi, Torino 2018, pagine 330, € 30.00.
*Gilberto Pierazzuoli

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Lorenzo Zuppini, individualistaferoce.it

DOVREMMO RIVALUTARE MARX E MARXISMO? (SPOILER: NO)

Dicevamo del paese dei due pesi e delle due misure. In quest’orizzonte rientra il nuovo libro di Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica.[1]Lui, come molti altri fanno ogni giorno, si è chiesto se “la dottrina marxista non fosse salvifica e geniale e se non siano stati certi uomini nella storia ad averla mal interpretata se non addirittura usata come scudo dietro cui nascondere i propri progetti perversi e violenti”.

Lenin e Stalin sono stati due attenti discepoli di Marx oppure si è trattato solamente di due criminali che avrebbero potuto utilizzare le idee partorite anche da Tizio o Caio? “È doveroso distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze”.

L’operazione, sebbene intrigante, è già vista e rivista, e vuole in ogni modo operare arbitrariamente una scissione tra il marxismo e i circa cento milioni di morti che vengono addebitati ai regimi comunisti più noti. Sebbene il comunismo continui a mietere vittime, prosegua nel generare miseria, perpetui nell’annientamento dell’individuo: sembra essere oggi ancora in voga; non mancando di protoumani che, con le terga a mollo nelle acque occidentali, si sgolino nel tesserne le lodi.

Nonostante questo, il tentativo di edulcorarne i difetti, risulta del tutto velleitario: per ogni ideologia, l’unico giudizio possibile è quello riguardante la sua concreta applicazione nella realtà e sugli individui in un dato momento storico. Non esiste altra possibilità per giudicare le idee di qualcuno, altrimenti useremmo lo stesso criterio con cui si tende ad ignorare i risultati referendari: inaugurando nuovi referendum, sin quando non uscirà il risultato desiderato, come per la Brexit. Ecco, il marxismo ha generato i regimi comunisti, e questo è per adesso l’unico dato possibile cui dobbiamo attenerci.

La dottrina marxista è accentratrice, fortemente statalista e interventista nell’economia e, dunque, nelle vite dei cittadini. I prncipi fondamentali del Marxismo, ossia l’accentramento dei mezzi produzione nelle mani dello Stato e l’abolizione della proprietà privata, prevedono il ruolo preponderante dello Stato che sarà chiamato a regolamentare ciò che -nella società capitalistica- sorge spontaneo.

Il marxismo è difatti anti-mercatista, nega la libertà di scambio degli individui, e sopperisce a questa mancanza con l’interventismo dello Stato centrale, che dovrà pianificare la creazione dei beni e il loro successivo movimento nelle mani dei cittadini.

Inoltre, l’assunto “Il lavoro crea valore”, ossia “il mero lavoro conferisce valore ai beni prodotti” è errato, ed è evidente, poiché sono i movimenti insiti nel mercato ad aumentare o diminuire il valore di un bene, ossia la maggiore o la minore domanda da parte dei consumatori, i quali, fuori dalla logica marxista, potranno liberamente chiederne e acquistarne nelle quantità desiderate conferendogli inevitabilmente maggior valore.

In Unione Sovietica difatti è stata creata una quantità enorme di lavoro, ma chissà come mai la miseria rimaneva preponderante e invincibile. Il marxismo, e la sua mania accentratrice, va di pari passo col giacobinismo noto nella Rivoluzione francese, e chiediamoci come mai noi oggi viviamo in un Paese fondato su decentramento dei poteri alle autonomie locali.

Lenin, inStato e rivoluzione, scrisse che “il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo”.[2]E poi, da altri testi fondanti, ricordiamo che “la società va concepita come un grande ufficio e una grande fabbrica, dove vi sarà la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano”, cosicché lo Stato sia in grado di “tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico”, “giungendo in tal modo alla centralizzazione assoluta”.

E oggi dovremmo perder tempo nel ritenere che Stalin e i suoi colleghi non facessero riferimento a questa dottrina durante la creazione dei loro piani quinquennali? Si basavano forse sulla dottrina della favola di Cappuccetto rosso? Senza alcun tipo di rispetto per la realtà, e per ciò che quella realtà tragica racconta, Musto afferma che “molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora[3]“. Il suo auspicio, dunque, è questo: tocchiamo ferro, sperando che tutto ciò rimanga un mero vaneggiare.

L’aspetto divertente del tutto, riallacciandoci con la premessa iniziale dei due pesi e delle due misure, consiste in un esercizio mentale che tutti noi dovremmo fare: proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se un autore avesse scritto che il razzismo in sé è un valore da tenere in considerazione, e che la sua applicazione hitleriana fu un banale errore, se non una mistificazione della dottrina in sé. Beh, innanzitutto nessun editore lo avrebbe pubblicato. Se, poi, qualche coraggioso gli avesse concesso spazio avremmo assistito a uno stracciamento di vesti collettivo, con annessa discesa in campo di associazioni e politici in difesa della giustizia sociale.

Alcuni intellettuali, poi, ci avrebbero ammorbato, furoreggiando in diretta nelle tv nazionali, trovando inspiegabili nessi tra l’apologia del nazismo e la criminalità organizzata. Di Hitler sono innominabili anche i quadri (sì, disegnava e non era granché), altrimenti intervengono i guardiani sempre svegli del politicamente corretto, che sanzionano e puniscono; come alcuni insegnanti nelle scuole spesso già fanno, varcando i limiti della propria professione.

Perché, siamo chiari, anche Stalin era solo un incompreso.

Note: [1]Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

[2] Lenin, Stato e Rivoluzione.[3]Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

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Giampietro Berti, il Giornale

A volte purtroppo ritornano, la seconda carriera di Marx

Di fronte al fallimento catastrofico del comunismo persiste nell’area degli studiosi che si richiamano al marxismo l’incrollabile convinzione – la fede e la speranza sono le ultime a morire – secondo cui, all’originaria purezza benefica della dottrina elaborata da Marx, sarebbe seguita una prassi perversa che ha completamente stravolto il messaggio iniziale.

Rientra in questo orizzonte di pensiero Marcello Musto in Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagg. 329, euro 30), per il quale è doveroso distinguere «la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze».

Giudizi, questi, del tutto infondati, qualora si parta dalla premessa che per ogni ideologia vale solo la sua concreta possibilità costitutiva, nel senso che i risultati che essa consegue sono sempre ciò che, in circostanze storiche date, gli umani possono ottenere entro quel determinato spazio ed entro quel determinato tempo: politico, sociale, economico e culturale. Invocando l’autenticità delle aspirazioni e la volontà degli intenti genuini, resta preclusa la capacità di dar conto del weberiano «paradosso delle conseguenze» o, se vogliamo, del paradigma di Mandeville: «effetti inintenzionali di azioni intenzionali». Musto, che peraltro ha ricostruito in modo eccellente e con grande acribia filologica l’intreccio in Marx fra pensiero e azione, non sembra invece interessato a questo aspetto decisivo della storia delle idee.

La possibilità costitutiva del comunismo è inevitabilmente statalistica, accentratrice, e implica l’idea della pianificazione economica. I concetti cardinali del collettivismo pianificatore – accentramento «di tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato», «regolazione del tempo di lavoro», «ripartizione pianificata», «distribuzione del lavoro sociale», «produzione regolata in anticipo compiuta socialmente secondo un piano», « una sola forza-lavoro sociale», «esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni», «legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato ed estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare», «contabilità relativa» – vale a dire i concetti che troveranno il loro logico sviluppo nel regime statocratico e concentrazionario del «socialismo reale», sono le inequivocabili indicazioni che si ritrovano a più riprese nei testi fondamentali del pensatore di Treviri: Manifesto del partito comunista, Il capitale, Teorie sul plusvalore, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Critica del programma di Gotha.

La necessità della pianificazione economica è la logica conseguenza della natura stessa del comunismo, che pone come prioritaria per la sua realizzazione l’abolizione della proprietà privata e l’abolizione del mercato, duplice negazione che va imposta con una volontà politica rappresentata, per l’appunto, dalla pianificazione e dall’intervento dello Stato. E ciò perché la pianificazione – il momento volontaristico – deve portare dialetticamente a compimento il determinismo storico – vale a dire le oggettive «premesse socialiste» insite nel capitalismo -, il che è quanto dire che la dimensione politica deve inverare le chances di quella economica. La società comunista, infatti, non ha in sé la capacità autonoma di istituirsi da sola e quindi di realizzare liberamente i propri obiettivi. Questa strutturale insufficienza deriva dalla fantastica credenza che il lavoro sia, di per sé, sufficiente a produrre valore, per cui basta solo regolarlo. È certo che il lavoro produce valore, ma la sola erogazione del lavoro – del lavoro vivo, per usare i termini marxiani – non costituisce affatto la condizione esaustiva dello sviluppo economico e della successiva creazione della ricchezza (per settant’anni, nell’Unione Sovietica, è stata profusa una quantità incredibile di lavoro vivo, ma il solo risultato ottenuto è stato la miseria generalizzata).

Mentre nella società capitalistica la legge del valore-lavoro trova un ambito spontaneo nelle leggi del mercato, nella società socialista questa stessa legge, essendo privata del suo naturale sbocco mercantilistico, deve sottostare al persistere di un’azione cosciente volta a indirizzare e a piegare tutto l’economico a una visione politica predeterminata. La pianificazione rilancia, quindi, il giacobinismo, rendendolo del tutto necessario. Così Lenin: «il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo» (Stato e rivoluzione). La società va concepita come «un grande ufficio e una grande fabbrica», dove vi sarà «la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano» (Dieci tesi sul potere sovietico), affinché lo Stato-Partito sia in grado di «tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico» (Conferenza dell’istruzione politica), giungendo in tal modo alla «centralizzazione assoluta» (L’estremismo, malattia infantile del comunismo).

Quando Stalin e la classe dirigente sovietica ideavano e organizzavano i loro piani quinquennali, concepiti come forme sostitutive della logica mercantile, quali indicazioni seguivano, se non queste? C’è forse qualche matto che può sostenere che le direttive economiche staliniste del Gosplan erano desunte – che ne so? – dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, che fosse insomma quest’opera – o altre simili – il livre de chevet del dittatore georgiano? E d’altra parte, se si vuole abolire la proprietà privata e il mercato, quale altro sistema può esistere per regolare e gestire l’economia? Si istituisce così, per una necessità tutta interna al pensiero di Marx, quel completo rovesciamento delle parti tra l’economico e il politico che costituisce propriamente il codice genetico del totalitarismo comunista: il potere del denaro viene necessariamente sostituito dal potere statale, il senso della socialità determinata dalla libera e spontanea anomia del mercato si metamorfizza ineluttabilmente nella specifica produzione di senso elaborata dal partito.

Si sa: il marxismo è una pseudoscienza, precisamente è una gnosi travestita da scienza, che mantiene intatta la forza evocativa del profetismo. Ciò spiega l’auspicio di Musto: «molti dei partititi e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora».

Per carità, lasciamo stare, non è il caso.

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Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica

Questo Marx è diverso, sembra quasi un contemporaneo

Il titolo è Karl Marx il sottotitolo precisa Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Einaudi, pagine 329 + XI, Euro 30).

Dunque, è un Marx già quarantenne (era nato nel 1818) che Marcello Musto, l’autore, racconta in questo saggio (Einaudi). Musto, che insegna Sociologia alla York University di Toronto (Canada), presenta un Marx notevolmente diverso rispetto all’abituale, un Marx si potrebbe dire che appartiene ai nostri giorni, e perfino un po’ al futuro, rispetto a quel passato finito nel 1989 sotto le macerie del Muro di Berlino che avevano un po’ travolto anche lui. Operazione resa possibile anche grazie alla pubblicazione di circa duecento quaderni d’appunti del filosofo che ampliano notevolmente il quadro dei suoi interessi e dell’evoluzione del suo pensiero. Scopo di Musto è individuare il pensiero marxiano autentico separandolo da quello marxista-leninista delle scuole di partito in Unione Sovietica e altrove; soprattutto dalle degenerazioni di quel regime che si diceva a lui ispirato, pudicamente chiamato “socialismo reale” per dissimulare che si trattava in sostanza di uno Stato di polizia. Risulta sorprendente, per esempio, scoprire un Marx “liberaleggiante”: «Il comunismo venne da lui definito – leggiamo – come un’associazione di liberi esseri umani che lavorano con mezzi di produzione comuni». Un Marx che, recatosi ad Algeri per curare i polmoni, critica il colonialismo sia come ideologia sia per i suoi effetti: «Egli attaccò con sdegno i violenti soprusi dei colonizzatori francesi; si schierò contro la spudorata arroganza di vendicarsi come Moloch di fronte ad ogni atto di ribellione della popolazione locale». Critico del capitalismo, com’è noto, Marx non mancò tuttavia di riconoscerne la potenza emancipatrice anche grazie all’impiego di nuove tecnologie. Può risultare sorprendente, date le non sempre esemplari vicissitudini familiari, leggere queste righe su un altro argomento fondamentale: «Sul tema della condizione delle donne all’interno della famiglia Marx prestò grande attenzione alle considerazioni sviluppate da Morgan sulla parità dei sessi». Lewis Morgan (antropologo americano) aveva scritto il saggio La società antica (1877) del quale il filosofo
di Treviri, tale il suo interesse, arrivò a redigere un compendio
di cento pagine. Morgan aveva osservato tra l’altro che le società antiche erano ben più progredite nei comportamenti verso le donne. La sua diletta e sacrificata moglie “Jenny” von Westphalen sarebbe stata d’accordo.

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La teoria dell’alienazione in Marx

I. I limiti del “giovane Marx”
L’alienazione è stata una delle teorie più rilevanti e dibattute del XX secolo e la concezione che ne elaborò Marx assunse un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema. A favorire la diffusione di questa complessa tematica fu la pubblicazione, nel 1932, di un inedito appartenente alla produzione giovanile di Marx, i Manoscritti economico filosofici del 1844. In questo testo, che finì con l’assumere un ruolo determinante nell’ambito delle discussioni sviluppatesi sul tema, mediante l’introduzione della categoria di lavoro alienato (entfremdete Arbeit), Marx non solo traghettò la problematica dell’alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest’ultima il presupposto fondamentale per comprendere e poter superare le prime . A differenza di molti dei suoi critici e presunti seguaci, Marx trattò l’alienazione sempre come un fenomeno storico e non naturale.

Tuttavia, le riflessioni contenute in questi appunti – scritti da un autore appena ventiseienne – sintetizzano un pensiero frammentario e ancora molto parziale, se rapportato al complesso della sua elaborazione teorica . Ciò nonostante, i Manoscritti economico filosofici del 1844 sono stati considerati, erroneamente, come il principale testo marxiano relativo alla teoria dell’alienazione ed è stato a partire da esso che numerosi autori hanno esteso oltremodo il significato di questo concetto, sino a renderlo generico e privo di quel potenziale critico e anticapitalista che gli era stato conferito da Marx.

Fu così per Herbert Marcuse che finì con identificare l’alienazione con l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei rapporti di produzione capitalistici. Nel saggio Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica, egli sostenne che il «carattere di peso del lavoro» non poteva essere ricondotto meramente a «determinate condizioni presenti nell’esecuzione del lavoro, alla sua organizzazione tecnico-sociale» , ma andava considerato come uno dei suoi tratti fondamentali. Per Marcuse esisteva una «negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana» . La critica dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del lavoro in generale. Il superamento dell’alienazione fu ritenuto possibile soltanto attraverso il gioco, momento nel quale l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli durante l’attività produttiva: «un singolo lancio di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo della libertà umana sull’oggettività che è infinitamente maggiore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico» . In Eros e civiltà, Marcuse prese le distanze dalla concezione marxiana in modo netto. Egli affermò che l’emancipazione dell’uomo poteva realizzarsi solo mediante la liberazione dal lavoro (abolition of labor) e attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il concetto di alienazione approdò anche nell’ambito della psicoanalisi. Coloro che se ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze garantite dalla civilizzazione , deve necessariamente rinunciare alle proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della problematica dell’alienazione venne ridotta ad un mero fenomeno soggettivo.

Diversamente dalla maggioranza dei suoi colleghi, Erich Fromm non separò mai le manifestazioni dell’alienazione dal contesto storico capitalistico e con i suoi scritti Psicoanalisi della società contemporanea e L’uomo secondo Marx si servì di questo concetto per tentare di costruire un ponte tra la psicoanalisi ed il marxismo. Tuttavia, Fromm affrontò questa problematica privilegiando sempre l’analisi soggettiva e la sua concezione di alienazione, riassunta come «una forma di esperienza per la quale la persona conosce se stessa come un estraneo» , risultò troppo circoscritta al singolo. La sua interpretazione della concezione dell’alienazione presente in Marx si basò sui soli Manoscritti economico-filosofici del 1844 e si caratterizzò per una profonda incomprensione della specificità e della centralità del concetto di lavoro alienato nel pensiero di Marx.

A partire dagli anni Quaranta, in un periodo caratterizzato dagli orrori della guerra, dalla conseguente crisi delle coscienze e, nel panorama filosofico francese, dal neohegelismo di Alexandre Kojeve, il fenomeno dell’alienazione fu affrontato anche da Jean-Paul Sartre e dagli esistenzialisti francesi . Tuttavia, anche in questa circostanza, la nozione di alienazione assunse un profilo molto più vago di quello esposto da Marx. Essa fu identificata con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, significativamente, come condition humaine non sopprimibile. I filosofi esistenzialisti non fornirono una specifica origine sociale dell’alienazione, ma, tornando ad assimilarla con ogni fatticità (il fallimento dell’esperienza socialista in Unione sovietica favorì certamente l’affermazione di questa posizione), concepirono l’alienazione come un generico senso di alterità umana.

Se Marx aveva contribuito a sviluppare una critica della soggezione umana basata sull’opposizione ai rapporti di produzione capitalistici , gli esistenzialisti, invece, intrapresero una strada diversa, ovvero tentarono di riassorbire il pensiero di Marx, attraverso quelle parti della sua opera giovanile che potevano risultare più utili alle loro tesi, in una discussione priva di una specifica critica storica e, a tratti, meramente filosofica . Inoltre, alcune frasi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono estrapolate dal loro contesto e trasformate in citazioni sensazionali con lo scopo di dimostrare la presunta esistenza di un “nuovo Marx”, radicalmente diverso da quello fino ad allora conosciuto, perché intriso di teoria filosofica e ancora privo del determinismo economico che alcuni suoi commentatori attribuivano ad Il capitale, testo, a dire il vero, molto poco letto da quanti sostennero questa tesi. Anche rispetto al solo manoscritto del 1844, gli esistenzialisti francesi privilegiarono di gran lunga la nozione di autoalienazione (Selbstentfremdung), ovvero, il fenomeno per il quale il lavoratore è alienato dal genere umano e dai suoi simili, che Marx aveva trattato nel suo scritto giovanile, ma sempre in relazione all’alienazione oggettiva.

Negli anni Sessanta, l’esegesi della teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 divenne il pomo della discordia rispetto all’interpretazione generale di Marx. In questo periodo venne concepita la distinzione tra due presunti Marx: il “giovane Marx” e il “Marx maturo” . Questa arbitraria ed artificiale contrapposizione fu alimentata sia da quanti preferirono il Marx delle opere giovanili e filosofiche (ad esempio la gran parte degli esistenzialisti), sia da quanti (tra questi Louis Althusser e quasi tutti i marxisti sovietici) affermarono che il solo vero Marx fosse quello de Il capitale. Coloro che sposarono la prima tesi considerarono la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 il punto più significativo della critica marxiana della società; mentre quelli che abbracciarono la seconda ipotesi mostrarono, spesso, una vera e propria «fobia dell’alienazione»; tentando, in un primo momento, di minimizzarne il rilievo e, quando ciò non fu più possibile, considerando il tema dell’alienazione come «un peccato di gioventù, un residuo di hegelismo» , successivamente abbandonato da Marx. I primi rimossero la circostanza che la concezione dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 era stata scritta da un autore appena agli albori dei suoi studi principali; i secondi, invece, non vollero riconoscere l’importanza della teoria dell’alienazione in Marx anche quando, con la pubblicazione di nuovi inediti, divenne evidente che egli non aveva mai smesso di occuparsene nel corso della sua esistenza e che essa, anche se mutata, aveva conservato un posto di rilievo nelle tappe principali dell’elaborazione del suo pensiero.

Sostenere, come affermarono in tanti, che la teoria dell’alienazione contenuta nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 fosse il tema centrale del pensiero di Marx è un falso che denota soltanto la scarsa familiarità con la sua opera da parte di coloro che propesero per questa tesi. D’altro canto, quando Marx ritornò ad essere l’autore più discusso e citato nella letteratura filosofica mondiale proprio per le sue pagine inedite relative all’alienazione, il silenzio dell’Unione sovietica su questa tematica, e sulle controversie ad essa legate, fornisce uno dei tanti esempi di utilizzo strumentale dei suoi scritti in quel paese. Infatti, l’esistenza del fenomeno dell’alienazione in Unione sovietica, così come nei suoi paesi satelliti, fu semplicemente negata e tutti i testi che trattavano questa problematica vennero ritenuti sospetti. Secondo Henry Lefebvre: «nella società sovietica non poteva, non doveva più essere questione di alienazione. Il concetto doveva sparire, per ordine superiore, per la ragion di Stato» . E, così, fino agli anni Settanta, furono pochissimi gli autori che, nel cosiddetto “campo socialista”, scrissero opere in proposito.

II. La trasformazione del concetto
Nel frattempo, in Europa occidentale, la descrizione di una condizione di estraneazione generalizzata, prodotta da un controllo sociale invasivo e dalla manipolazione dei bisogni creata dalla capacità d’influenza dei mass-media, fu avanzata da Max Horkheimer e Theodor Adorno, i due esponenti di punta della scuola di Francoforte. In Dialettica dell’illuminismo, essi affermarono che «la razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. È il carattere coatto […] della società estraniata a se stessa» . In questo modo, essi avevano posto in evidenza come, nel capitalismo contemporaneo, persino la sfera del divertimento, un tempo libera ed alternativa al lavoro, fosse stata assorbita negli ingranaggi della riproduzione del consenso.

In ambito marxista, la riscoperta della teoria dell’alienazione si accompagnò al successo di Storia e coscienza di classe, il libro nel quale, già nel 1923, György Lukács aveva elaborato il concetto di reificazione (Verdinglichung o Versachlichung), ovvero il fenomeno attraverso il quale l’attività lavorativa si contrappone all’uomo come qualcosa di oggettivo ed indipendente e lo domina mediante leggi autonome ed a lui estranee. Nei tratti fondamentali, però, la teoria di Lukács era ancora troppo simile a quella hegeliana, poiché anche egli aveva concepito la reificazione come un “fatto strutturale fondamentale” . Così, quando dopo la comparsa della traduzione francese, nel 1960, questo testo tornò ad esercitare una grande influenza tra gli studiosi ed i militanti di sinistra, Lukács decise di ripubblicare il suo scritto in una nuova edizione introdotta da una lunga prefazione autocritica, nella quale, per chiarire la sua posizione, egli affermò: “Storia e coscienza di classe segue Hegel nella misura in cui, anche in questo libro, l’estraneazione viene posta sullo stesso piano dell’oggettivazione” .

In questo periodo, il concetto di alienazione entrò anche nel vocabolario sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare l’alienazione come una problematica che riguardava il singolo essere umano anziché le relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine esistente, e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società.

Nell’opera dei sociologi statunitensi, quindi, l’alienazione venne concepita come una manifestazione relativa al sistema di produzione industriale, a prescindere se esso fosse capitalistico o socialista, e come una problematica inerente soprattutto la coscienza umana. Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere, l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione, producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa nozione, la quale, anche in questa disciplina, oltre che in psicologia, fu assunta non più come una questione sociale, ma quale patologia individuale, e la cui cura riguardava i singoli individui . Ciò determinò un profondo mutamento della concezione dell’alienazione. Se nella tradizione marxista essa rappresentava uno dei concetti critici più incisivi del modo di produzione capitalistico, in sociologia subì un processo di istituzionalizzazione e finì con l’essere considerata come un fenomeno relativo al mancato adattamento degli individui alle norme sociali.

A partire dagli anni Sessanta, esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in tutto il mondo, apparvero centinaia di libri e articoli sul tema. Fu il tempo dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale autori, diversi tra loro per formazione politica e competenze disciplinari, attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla eccessiva specializzazione del lavoro, all’anomia, alla burocratizzazione, al conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si manifesta nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed etnica, e all’inquinamento ambientale.

Il concetto di alienazione sembrò riflettere alla perfezione lo spirito del tempo. La popolarità del termine e la sua applicazione indiscriminata diedero origine, però, ad una profonda ambiguità teorica . Così, nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo spropositato ampliamento della sua nozione generò la convinzione dell’esistenza di un fenomeno così tanto diffuso da apparire immodificabile.

Successivamente, la teoria dell’alienazione approdò anche alla critica della produzione immateriale. Con il libro La società dello spettacolo, divenuto dopo la sua uscita nel 1967 un vero e proprio manifesto di critica sociale per la generazione di studenti in rivolta contro il sistema, Guy Debord riprese alcune delle tesi già avanzate da Horkheimer e Adorno, secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine sociale esistente. Debord affermò che, nelle circostanze date, il non-lavoro non poteva più essere considerato come una sfera differente dall’attività produttiva.

Anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi (1970), egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna, prendendo così le distanze dalla concezione marxiana ancorata alla centralità della produzione. Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche «l’era dell’alienazione radicale» . Le conclusioni politiche di questi autori furono, però, confuse e pessimistiche e, di certo, lontane da Marx e dalla sua individuazione della classe lavoratrice quale soggetto rivoluzionario di riferimento.

III. Alienazione e conflitto sociale
Gli scritti di Marx ebbero un ruolo fondamentale per coloro che tentarono di opporsi alle tendenze, manifestatesi nell’ambito delle scienze sociali, di mutare il senso del concetto di alienazione. L’attenzione rivolta alla teoria dell’alienazione in Marx, inizialmente incentrata sui Manoscritti economico-filosofici del 1844, si spostò, dopo la pubblicazione di ulteriori inediti, su nuovi testi e con essi fu possibile ricostruire il percorso della sua elaborazione dagli scritti giovanili ad Il capitale. Quando nel 1857, dopo una lunga pausa, Marx riprese a scrivere di economia nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (i cosiddetti Grundrisse), egli tornò ad utilizzare il concetto di alienazione ripetutamente. La sua esposizione ricordava, per molti versi, quella dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, anche se, grazie agli studi condotti nel frattempo, la sua analisi risultò essere molto più approfondita:

“il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte dagli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto tra le cose; la capacità personale in una capacità delle cose” .

Nei Grundrisse, la descrizione dell’alienazione acquisì maggiore spessore rispetto a quella compiuta negli scritti giovanili, essendo stata arricchita, nel tempo, dalla comprensione di importanti categorie economiche e da una più rigorosa analisi sociale. Accanto al nesso tra alienazione e valore di scambio, tra i passaggi più brillanti che delinearono le caratteristiche di questo fenomeno della società moderna figurano anche quelli in cui l’alienazione venne messa in relazione con la contrapposizione tra capitale e «forza-lavoro viva»:

“le condizioni oggettive del lavoro vivo si presentano come valori separati, autonomizzati di fronte alla forza-lavoro viva quale esistenza soggettiva […], sono presupposte come un’esistenza autonoma di fronte ad essa, come l’oggettività di un soggetto che si distingue dalla forza-lavoro vivo e le si contrappone autonomamente; la riproduzione e la valorizzazione, ossia l’allargamento di queste condizioni oggettive è perciò al tempo stesso la riproduzione e la nuova produzione di esse in quanto ricchezza di un soggetto che è estraneo, indifferente e si contrappone autonomamente alla forza-lavoro. Ciò che viene riprodotto e nuovamente prodotto non è soltanto l’esistenza di queste condizioni oggettive del lavoro vivo, ma la loro esistenza di valori autonomi, ossia appartenenti ad un soggetto estraneo, opposto a questa forza-lavoro viva. Le condizioni oggettive del lavoro acquistano un’esistenza soggettiva di fronte alla forza-lavoro viva – dal capitale nasce il capitalista” .

I Grundrisse non furono l’unico testo della maturità di Marx in cui ricorre, con frequenza, la problematica dell’alienazione. Un lustro dopo la loro stesura, infatti, essa riapparve in Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, manoscritto nel quale l’analisi economica e quella politica dell’alienazione vennero messe in maggiore relazione tra loro: «il dominio dei capitalisti sugli operai non è se non dominio delle condizioni di lavoro autonomizzatesi contro e di fronte al lavoratore» . In queste bozze preparatorie de Il capitale, Marx pose in evidenza che nella società capitalistica, mediante «la trasposizione delle forze produttive sociali del lavoro in proprietà materiali del capitale» , si realizza una vera e propria «personificazione delle cose e reificazione delle persone», ovvero si crea un’apparenza in forza della quale «non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro, appaiono sottomessi al lavoratore, ma egli ad essi» . In realtà, a suo giudizio:

“il capitale non è una cosa più che non lo sia il denaro. Nell’uno come nell’altro, determinati rapporti produttivi sociali fra persone appaiono come rapporti fra cose e persone, ovvero determinati rapporti sociali appaiono come proprietà sociali naturali di cose. Senza salariato, dacché gli individui si fronteggiano come persone libere, niente produzione di plusvalore; senza produzione di plusvalore, niente produzione capitalistica, quindi niente capitale e niente capitalisti! Capitale e lavoro salariato (come noi chiamiamo il lavoro dell’operaio che vende la propria capacità lavorativa) esprimono due fattori dello stesso rapporto. Il denaro non può diventare capitale senza scambiarsi preventivamente contro forza-lavoro che l’operaio vende come merce; d’altra parte, il lavoro può apparire come lavoro salariato solo dal momento in cui le sue proprie condizioni oggettive gli stanno di fronte come potenze autonome, proprietà estranea, valore esistente per sé e arroccato in sé stesso; insomma, capitale” .

Nel modo di produzione capitalistico il lavoro umano è diventato uno strumento del processo di valorizzazione del capitale, che «nell’incorporare la forza-lavoro viva alle sue parti componenti oggettive […] diventa un mostro animato, e comincia ad agire come se avesse l’amore in corpo» . Questo meccanismo si espande su scala sempre maggiore, fino a che la cooperazione nel processo produttivo, le scoperte scientifiche e l’impiego dei macchinari, ossia i progressi sociali generali creati dalla collettività, diventano forze del capitale che appaiono come proprietà da esso possedute per natura e si ergono estranee di fronte ai lavoratori come ordinamento capitalistico:

“le forze produttive […] sviluppate del lavoro sociale […] si rappresentano come forze produttive del capitale. […] L’unità collettiva nella cooperazione, la combinazione nella divisione del lavoro, l’impiego delle energie naturali e delle scienze, dei prodotti del lavoro come macchinario – tutto ciò si contrappone agli operai singoli, in modo autonomo, come qualcosa di straniero, di oggettivo, di preesistente, senza e spesso contro il loro contributo attivo, come pure forme di esistenza dei mezzi di lavoro da essi indipendenti e su di essi esercitanti il proprio dominio; e l’intelligenza e la volontà dell’officina collettiva incarnate nel capitalista o nei suoi subalterni, nella misura in cui l’officina collettiva si basa sulla loro combinazione, gli si contrappongono come funzioni del capitale che vive nel capitalista” .

È mediante questo processo, dunque, che, secondo Marx, il capitale diventa qualcosa di «terribilmente misterioso». Accade in questo modo che «le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali torreggianti di fronte all’operaio e, in questa forma, vengono capitalizzate» .

La diffusione, a partire dagli anni Sessanta, de Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito e, soprattutto, dei Grundrisse aprì la strada ad una concezione dell’alienazione differente rispetto a quella egemone in sociologia e in psicologia, la cui comprensione era finalizzata al suo superamento pratico, ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati, volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita della classe operaia. La pubblicazione di quella che, dopo i Manoscritti economico-filosofici del 1844 negli anni Trenta, può essere considerata la “seconda generazione” di scritti di Marx sull’alienazione fornì non solo una coerente base teorica per una nuova stagione di studi, ma soprattutto una piattaforma ideologica anticapitalista allo straordinario movimento politico e sociale esploso nel mondo in quel periodo.

IV. Il feticismo della merce e l’alternativa della cooperazione
La più efficace descrizione dell’alienazione realizzata da Marx resta, comunque, quella contenuta nel celebre paragrafo Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano in Il capitale. Al suo interno egli mise in evidenza che, nella società capitalistica, gli uomini sono dominati dai prodotti che hanno creato e vivono in un mondo in cui le relazioni reciproche appaiono «non come rapporti immediatamente sociali tra persone [… ma come], rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose» . Più precisamente:

“l’arcano della forma di merce consiste […] nel fatto che tale forma, come uno specchio, restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l’immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, come sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi. Per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Qui i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così nel mondo delle merci fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci” .

Il feticismo, infatti, non venne concepito da Marx come una problematica individuale, ma fu sempre considerato un fenomeno sociale . Non una manifestazione dell’anima, ma un potere reale, una dominazione concreta, che si realizza, nell’economia di mercato, in seguito alla trasformazione dell’oggetto in soggetto. Per questo motivo, egli non limitò la propria analisi dell’alienazione al disagio del singolo essere umano, ma analizzò i processi sociali che ne stavano alla base, in primo luogo l’attività produttiva. Per Marx, inoltre, il feticismo si manifesta in una precisa realtà storica della produzione, quella del lavoro salariato, e non è legato al rapporto tra la cosa in generale e l’uomo, ma da quello che si verifica tra questo e un tipo determinato di oggettività: la merce.

Nella società borghese le proprietà e le relazioni umane si trasformano in proprietà e relazioni tra cose. La teoria che, dopo la formulazione di Lukács, fu designata col nome di reificazione illustrava questo fenomeno dal punto di vista delle relazioni umane, mentre il concetto di feticismo lo trattava da quello delle merci. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che hanno negato la presenza di riflessioni sull’alienazione nell’opera matura di Marx, essa non venne sostituta da quella del feticismo delle merci, perché questa ne rappresenta solo un suo aspetto particolare.

L’avanzamento teorico compiuto da Marx rispetto alla concezione dell’alienazione dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 a Il capitale non consiste, però, soltanto in una sua più precisa descrizione, ma anche in una diversa e più compiuta elaborazione delle misure ritenute necessarie per il suo superamento. Se, nel 1844, Marx aveva considerato che gli esseri umani avrebbero eliminato l’alienazione mediante l’abolizione della produzione privata e della divisione del lavoro, ne Il capitale, e nei suoi manoscritti preparatori, il percorso indicato per costruire una società libera dall’alienazione divenne molto più complesso. Marx riteneva che il capitalismo fosse un sistema nel quale i lavoratori sono soggiogati dal capitale e dalle sue condizioni, ma egli era anche convinto del fatto che esso avesse creato le basi per una società più progredita e che l’umanità potesse proseguire il cammino dello sviluppo sociale generalizzando i benefici prodotti da questo nuovo modo di produzione. Secondo Marx, a un sistema che produce enorme accumulo di ricchezza per pochi e spoliazione e sfruttamento per la massa dei lavoratori, occorre sostituire «un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale» . Questo diverso tipo di produzione si differenzierebbe da quello basato sul lavoro salariato, poiché porrebbe i suoi fattori determinanti sotto il governo collettivo, assumendo un carattere immediatamente generale e trasformando il lavoro in una vera attività sociale. La sua creazione non è un processo meramente politico, ma investe necessariamente la trasformazione radicale della sfera della produzione. Come Marx scrisse in Il capitale. Libro III:

“di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi, per sua natura, oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò: che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” .

Questa produzione dal carattere sociale, insieme con i progressi tecnologici e scientifici e la conseguente riduzione della giornata lavorativa, crea le possibilità per la nascita di una nuova formazione sociale. In essa, il lavoro coercitivo e alienato, imposto dal capitale e sussunto dalle sue leggi, viene progressivamente sostituito da un’attività creativa e consapevole, non imposta dalla necessità e nella quale compiute relazioni sociali prendono il posto dello scambio indifferente e accidentale in funzione delle merci e del denaro . Non è più il regno della libertà del capitale, ma quello dell’autentica libertà umana dell’individuo sociale, descritto da Marx in alcune delle sue pagine più brillanti e, paradossalmente, più distanti dal cosiddetto “socialismo reale” eretto, arbitrariamente, in suo nome.

Con la diffusione de Il capitale e dei suoi manoscritti preparatori, la teoria dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule universitarie per divenire critica sociale e irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze. Il drammatico aumento di povertà, diseguaglianze e sfruttamento, prodotto su scala globale dal capitalismo degli ultimi decenni, impone che lì vi ritorni, il prima possibile, per non essere nuovamente confinata alle sole pagine dei libri.

References
1. Per una trattazione estesa di questo testo cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, Roma 2011, pp. 308-12 e 51-4.
2. Per un’antologia completa dei testi marxiani sull’alienazione si rimanda a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx. Scritti sull’alienazione, Donzelli, Roma 2018.
3. Herbert Marcuse, Sui fondamenti filosofici del concetto di lavoro nella scienza economica, in Id., Cultura e società, Einaudi, Torino 1969, p. 170.
4. Ivi, p. 171.
5. Ivi, p. 155.
6. Con questa espressione Marcuse si riferiva al lavoro fisico e al travaglio, non al lavoro tout court.
7. Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino 1971, p. 250.
8. Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, Edizioni di comunità, Milano 1981, p. 121.
9. Sebbene i filosofi esistenzialisti si servirono spesso di questo concetto, nei loro testi esso non appare così diffusamente come, invece, generalmente si ritiene.
10. Cfr. George Lichtheim, Alienation, in David Sills (ed.), International Encyclopedia of the Social Sciences, vol. I, , Crowell – Macmillan Inc., New York 1968, pp. 264-8, che scrisse: «l’alienazione (che i pensatori romantici avevano attribuito all’aumentata razionalizzazione e specializzazione dell’esistenza) fu attribuita da Marx alla società e specificamente allo sfruttamento del lavoratore da parte del non-lavoratore, ovvero il capitalista. […] Diversamente dai pensatori romantici e dai loro predecessori illuministi del XVIII secolo, Marx attribuì questa disumanizzazione non alla divisione del lavoro per sé, ma alla forma storica che aveva preso sotto il capitalismo», p. 266.
11. Cfr. Ornella Pompeo Faracovi, Il marxismo francese contemporaneo, Feltrinelli, Milano 1972, p. 28; e István Mészáros, La teoria dell’alienazione in Marx, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 301-2.
12. Cfr. Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, op. cit., pp. 223-267.
13. Adam Schaff, L’alienazione come fenomeno sociale, Editori Riuniti, Roma 1979, pp. 27 e 53.
14. Eccezione di rilievo a questo atteggiamento fu lo studioso polacco Adam Schaff, che nel libro Il marxismo e la persona umana, Feltrinelli, Milano 1965, mise in evidenza come l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non comportava la scomparsa automatica dell’alienazione, poiché anche nelle società “socialiste” il lavoro conservava il carattere di merce.
15. Henry Lefebvre, Critica della vita quotidiana, vol. I, Dedalo, Bari 1977, p. 62.
16. Max Horkheimer – Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010, p. 127.
17. György Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1971, p. 112
18. Ivi, p. XXV.
19. Per una critica delle conseguenze politiche di questa impostazione cfr. David Schweitzer – Felix Geyer, Introduction, in Id. (eds.), Alienation: Problems of Meaning, Theory and Method, Routledge, London 1981, che affermò «riallocando il problema dell’alienazione nell’individuo, anche la soluzione al problema tende a essere posto sull’individuo; ovvero, ci devono essere adattamenti e aggiustamenti individuali in conformità degli assetti e dei valori dominanti», p. 12. Eguale matrice culturale hanno tutte le presunte strategie di disalienazione, promosse dalle amministrazioni aziendali, che vanno sotto il nome di “relazioni umane”. Nel volume James W. Rinehart, The Tiranny of Work: Alienation and the Labour Process, Harcourt Brace Jovanovich, Toronto 1987, si ricorda come queste strategie, lungi dall’umanizzare l’attività lavorativa, sono funzionali alle esigenze padronali e mirano esclusivamente a intensificare il lavoro ed a ridurre i suoi costi per l’impresa.
20. Cfr. Richard Schacht, Alienation, Doubleday, Graden City 1970, il quale notò che «non c’era quasi alcuno aspetto della vita contemporanea che non sia stato discusso nei termini di “alienazione”», p. lix.
21. Cfr. David Schweitzer, Alienation, De-alienation, and Change: A critical overview of current perspectives in philosophy and the social sciences, in Giora Shoham (ed.), Alienation and Anomie Revisited, Ramot, Tel Aviv 1982, secondo cui «il vero significato di alienazione è spesso diluito fino al punto di un’assenza virtuale di significato», p. 57.
22. Cfr. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 70-1.
23. Jean Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna 2010, p. 234.
24. Karl Marx, Grundrisse, La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I, pp. 97-8. Per un’analisi completa di questo testo si rimanda a Marcello Musto (a cura di), I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo, ETS, Pisa 2015.
25. Karl Marx, Grundrisse, op. cit., vol. II, pp. 22-3.
26. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 20.
27. Ivi, p. 94.
28. Ivi, p. 90.
29. Karl Marx, Il capitale: Libro I, capitolo VI inedito, op. cit., p. 37.
30. Ivi, p. 39.
31. Ivi, p. 90.
32. Ivi, p. 96.
33. Karl Marx, Il capitale, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 105.
34. Ivi, pp. 104-5.
35. Su queste tematiche il contributo di Alfonso Maurizio Iacono è imprescindibile. Cfr., in particolare, The History and Theory of Fetishism, Palgrave, New York 2015.
36. Cfr. Adam Schaff, op. cit., pp. 149-50.
37. Karl Marx, Il capitale, op. cit., p. 110.
38. Karl Marx, Il capitale, vol. III, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 933.
39. Cf. Alfonso Maurizio Iacono, The Ambivalence of Cooperation, in Marcello Musto (Ed.), Marx’s Capital after 150 Years: Critique and Alternative to Capitalism, Routledge, London 2019, in press.

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Umberto Curi, Corriere della Sera

Marx libero dai pregiudizi dei marxismi
L’analisi di Musto (Einaudi)

Non accade spesso che la pubblicazione di un libro segni una svolta negli studi relativi ad un autore.

È più frequente il caso di saggi che, nella migliore delle ipotesi, si limitano ad aggiornare il quadro, o che sviluppano aspetti settoriali specifici, senza intraprendere una revisione complessiva. Prevale largamente, insomma, l’attitudine a lavorare all’interno di un paradigma già consolidato, piuttosto che proporre un approccio talora arrischiato, ma realmente innovativo.
Questo orientamento generale è ancora più nettamente riscontrabile negli scritti riguardanti il pensiero di Karl Marx. Dopo la vera e propria orgia ideologica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando i testi del filosofo furono utilizzati per legittimare le posizioni politiche più diverse e spesso più stravaganti, e dopo il quasi totale oblio conseguente alla cosiddetta «crisi del marxismo», i pochi libri dedicati all’autore del Capitale comparsi negli anni più recenti si sono segnalati per la riproposizione di stereotipi logori, senza alcun serio tentativo di leggere Marx come sarebbe stato giusto e doveroso, vale a dire come un grande protagonista della ricerca teorica contemporanea, degno di appartenere ad un’ideale galleria di pensatori classici.
Si può anzi rilevare un paradosso rivelatore. Fino a ieri (anzi, come si vedrà fra breve, letteralmente fino ad oggi) il Marx del quale si è ricominciato a parlare è il profeta della società comunista, l’acerrimo denigratore del capitalismo, il fautore di una filosofia del proletariato denominata «materialismo storico» — vale a dire un personaggio che, se ci si attiene rigorosamente ai suoi scritti, anziché avallare improbabili leggende fiorite all’ombra delle ideologie novecentesche, nulla in realtà ha a che vedere con la reale identità teorica del pensatore di Treviri. Fra i numerosi esempi che si potrebbero citare, per dimostrare le vere e proprie deformazioni che la sua opera ha dovuto subire, basti ricordare l’intransigenza con la quale egli aveva più volte sottolineato di non aver mai enunciato un «sistema socialista», ribadendo la sua totale refrattarietà a «prescrivere ricette per le osterie dell’avvenire».
Il grave e inescusabile ritardo nell’«essere giusti con Marx» (per parafrasare il titolo dell’opera nella quale Jacques Derrida fa i conti con Freud) è oggi finalmente colmato con la pubblicazione del libro di Marcello Musto Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857 -1883 (Einaudi, pagine XI-329, Euro 30). Il testo è costruito sulla base di un’opzione metodologica al tempo stesso semplice ed estremamente efficace: delineare il contributo teorico contenuto negli scritti marxiani redatti fra il 1857 (l’anno dei Grundrisse, per intendersi) e il 1883 (anno della morte di Marx), contestualmente alla descrizione dei principali eventi della sua vita. E con ciò reagendo alla tendenza ancor oggi persistente a separare la narrazione dell’esistenza di Marx dalla sua elaborazione teorica.
Ne risulta un’opera in ogni senso magistrale per l’acribia della documentazione filologica, il rigore della trattazione, la cristallina chiarezza espositiva, l’originalità dell’approccio interpretativo. Già autore di altri fondamentali contributi alla comprensione del pensiero marxiano — fra i quali, Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011) e L’ultimo Marx (Donzelli, 2016) — Musto ci consegna ora un testo che sconvolge il sonnolento scenario dell’esangue letteratura marxologica, per consegnarci la viva attualità del pensiero di un grande autore classico.

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Guido Liguori, Critica Marxista

Marx, una biografia intellettuale e politica

Da molti anni Marcello Musto percorre la via dello studio di Marx attraverso la considerazione parallela della biografia del pensatore di Treviri e della sua produzione teorica.

Un confronto che anche nel caso di altri autori (si pensi a Gramsci) ha dato ottimi frutti e che appare tanto più necessario quando l’autore in questione è anche un rivoluzionario, un pensatore che ha la speranza di mettere almeno parzialmente a frutto le sue idee per influenzare la scena politica. Anche questo ultimo lavoro di Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883 (Torino, Einaudi, 2018, pp. 329) adotta il metodo dei precedenti, concentrando la propria lente focale su uno dei periodi più rilevanti della vita di Marx, il quindicennio 1857-1883, dai Grundrisse al Capitale, dalla critica dell’economia politica alla fondazione dell’Internazionale, dalla perdita delle speranze rivoluzionarie agli anni della sua maggiore influenza politica e culturale.

Dagli anni Cinquanta in poi, infatti, Marx (il Moro, come era chiamato e amava farsi chiamare) fa vita ritirata, da studioso, tra problemi economici familiari,
malattie, devastato dalla sua scrupolosità scientifica, colpito dalle sue errate previsioni sullo scoppio di una rivoluzione più volte ritenuta imminente. Egli matura
la consapevolezza che la «crisi risolutiva» non esiste. La certezza della «rivoluzione alle porte», che di nuovo lui ed Engels avevano maturato dal 1856, lascia il posto alla disillusione, ma anche allo studio accanito, all’indagine scientifica. Da qui scaturirà la maggiore opera di Marx, un’opera incompiuta, sottolinea Musto, che segue il work in progress del Capitale lungo molti anni, dando conto dei lavori preparatori, delle varie stesure, delle difficoltà affrontate.
In parallelo, un interesse per la politica che non viene mai meno, dallo sguardo particolare sulle cose tedesche (del 1861 è la visita a Berlino a Lassalle, futuro
acerrimo nemico) agli articoli sulla guerra civile americana e sul colonialismo. E, soprattutto, la fondazione (nel 1864) dell’Associazione internazionale dei lavoratori, poi nota come Prima Internazionale. E quindi la Comune, di cui Marx vede subito i limiti, ma di cui sa cogliere l’immenso valore politico.
Molte energie sono spese da Marx nella lotta contro le altre correnti dell’Internazionale. In primo luogo i «mutualisti» seguaci di Proudhon, riformisti che ritengono che «l’emancipazione sarebbe stata raggiunta tramite la fondazione di cooperative di produzione» (p. 107), che non accettano l’obiettivo della «socializzazione dei mezzi di produzione», accolto infine dal Congresso di Bruxelles del 1868. Tale «socializzazione dei mezzi di produzione» vuol dire per Marx che essi «dovranno appartenere alla società, rappresentata dallo Stato, ma uno Stato esso stesso soggetto alle leggi di giustizia», ovvero che cave, bacini carboniferi e le altre miniere, le ferrovie, ecc. «verranno concessi non a compagnie di capitalisti […] ma ad associazioni di lavoratori » (p. 108).
La vittoria contro i mutualisti è vittoria contro coloro che respingono la tesi della necessaria conquista dello Stato da parte del proletariato, che il Moro propugna.
D’altra parte, però, egli lotta accanitamente anche contro i lassalliani, che credevano che sarebbe stato possibile instaurare il socialismo con l’aiuto fondamentale dello Stato borghese, appoggiandosi allo Stato esistente e non conquistandolo e rifondandolo (una discussione aperta in fondo ancora oggi). E infine contro gli anarchici, che con l’adesione di Bakunin all’Internazionale (adesione ambigua, segnata da secondi fini e organizzazioni segrete e parallele) diverranno il principale nemico. La lotta contro gli anarchici segnerà anche la fine dell’Associazione, con lo spostamento (proposto da Engels) del suo Consiglio direttivo a New York: Marx preferiva rinunciare a un centro unico di coordinamento mondiale piuttosto che vederlo cadere nelle mani delle correnti più settarie ed estremistiche. Ma in realtà – spiega Musto – l’Internazionale si era troppo ampliata per continuare ad avere la struttura con cui era nata nel 1864, e stava cambiando il panorama politico, col rapido rafforzamento degli Stati nazionali, e anche con la repressione seguita alla Comune di Parigi. In quegli anni Marx modifica alcune convinzioni precedenti. Egli perviene alla idea che fosse necessario costituire nelle diverse realtà nazionali dei partiti proletari autonomi dalle forze democratico-borghesi (p. 135), superando dunque alcune enunciazioni del Manifesto. Ancora una citazione, fra i tantissimi spunti presenti nel libro, mi pare meriti almeno la collaborazione tra Marx e il leader socialista francese Jules Guesde, per mettere a punto il Programma elettorale dei lavoratori
socialisti. Da esso si evincono alcune idee politiche fondamentali di Marx: un potere decentrato che garantisca la partecipazione, la trasformazione di tutte le imposte dirette in una imposta progressiva, uno Stato laico, una istruzione per tutti, l’annullamento dei contratti di privatizzazione di banche, ferrovie, ecc. Ma anche la convinzione per cui la classe lavoratrice debba «opporsi a ogni forma di socialismo di Stato e mobilitarsi per conseguire l’autogestione delle officine, attraverso l’affidamento “di tutte le fabbriche dello Stato […] agli operai che in esse lavorano”» (p. 183). Il 1880 è anche l’anno dell’Inchiesta operaia redatta
da Marx per i lavoratori francesi, 101 domande diffuse in 25.000 copie dalla Revue Socialiste. Marx chiede agli operai di descrivere la fabbrica in cui lavoravano, il tempo e il tipo di lavoro, i problemi che ne derivavano alla salute, il salario (a tempo o a cottimo, settimanale o mensile). E il conflitto di classe: scioperi, società di mutuo soccorso, ecc. Un modello, l’inchiesta operaia, che sarà ripreso nel Novecento, e che andrebbe ripreso ancora oggi, per conoscere quella realtà di classe che col Moro è necessario continuare a ritenere fondamentale.

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Lorenzo Procopio, IstitutoOnoratoDamen.it

Un libro che mustmarxnel ricostruire il pensiero del Moro non scivola mai nella retorica delle commemorazioni del bicentenario della nascita di Marx.

Il bicentenario della nascita di Karl Marx è stato ricordato in tutto il mondo con numerose iniziative. Molte di queste si sono tradotte in deprimenti commemorazioni di rito, così come è accaduto in occasione del centenario della Rivoluzione russa nel corso del 2017, tanto da rappresentare quanto di più lontano possa essere immaginato dai presupposti teorici del marxismo stesso.

Anche tra le fila delle cosiddette avanguardie rivoluzionarie, il bicentenario ha offerto loro l’occasione per ripetere vecchie giaculatorie così stantie da non essere più in grado, ovviamente, di cogliere nella loro pienezza le moderne contraddizioni in cui si contorce il capitalismo del XXI secolo. Per siffatti “rivoluzionari” rimanere fedeli al pensiero di Marx significa perpetuare fideisticamente vecchie formule non più funzionali alla comprensione delle dinamiche del moderno capitalismo. Così facendo, quella che in apparenza sembra come una difesa ad oltranza del marxismo rivoluzionario, si trasforma in realtà nell’abbandono del materialismo storico, la cui applicazione richiede incessantemente una valutazione critica dei dati  derivanti dal mondo reale. Solo chi abbandona la via maestra del materialismo storico, per sostenere in definitiva una prospettiva metafisica della realtà del capitale, può ipotizzare che la sfida al capitalismo del XXI secolo possa essere affrontata consultando le opere di Marx come il vecchio religioso ebreo consulta il Talmud, ricercando, quindi, nei vecchi testi quelle risposte che invece vanno trovate nelle dinamiche della società attraverso l’utilizzo del metodo d’analisi che ci ha lasciato in eredità il Moro.

Un secondo filone di questi eventi commemorativi ha visto come protagonisti studiosi ed intellettuali che si richiamano direttamente o indirettamente allo stesso Marx. Durante il 2018 è stato possibile osservare come la ricorrenza del bicentenario abbia ancora una volta offerto l’occasione a questi studiosi ed intellettuali di fare sfoggio della loro accademica conoscenza degli scritti di Marx, proponendo in alcuni casi nuove ricostruzioni filologiche, oppure da un lato esaltare la validità della critica dell’economia politica ma, dall’altro, denunciare il completo fallimento della sua prospettiva politica. Per questi signori Marx rimane un grande filosofo e/o economista di cui ancora oggi vale la pena studiare le sue opere, ma la sua critica del capitalismo e le sue teorie politiche non possono essere prese più in considerazione visti i disastri combinati in Russia e nel resto del mondo “comunista” dai suoi epigoni. Si è quindi assistito all’esaltazione di Marx ridotto però a un innocuo filosofo del passato, che nella migliore delle ipotesi può aiutarci a comprendere il mondo moderno ma che assolutamente non può darci una mano per trasformarlo.

A nostro avviso si differenzia dalle altre iniziative editoriali il bel volume di Marcello Musto “Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857 – 1883 pubblicato lo scorso novembre da Einaudi.” Un libro che ripercorre gli ultimi 26 anni dell’esistenza di Karl Marx, con dovizia di particolari anche della sua vita privata. Il volume di fatto completa l’altro lavoro di Musto pubblicato da Donzelli nel 2016: “L’ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale”.

Il libro ha lo sfidante obiettivo di ripercorrere lo sviluppo intellettuale e politico di Karl Marx nel corso della sua maturità. Esso ha il pregio, a nostro avviso, di non scivolare mai in un semplice fatto accademico o scadere in una sterile ricostruzione filologica dei suoi scritti, ma, nel rispetto della ricostruzione storica, si assume anche l’onere di dare la giusta attualità politica al suo pensiero.

Il libro, la cui semplicità di scrittura non svilisce il rigoroso utilizzo di un linguaggio scientifico e filosofico, è suddiviso in quattro parti. La prima parte, “La critica dell’economia politica”, è quella che ricostruisce le principali fase di gestazione del “Capitale”; è la parte più corposa del volume ed è arricchita da una serie di descrizioni della vita privata dello stesso Marx che rendono la lettura più piacevole rispetto alla proverbiale aridità di linguaggio proprio della scienza economica. Pur non aggiungendo niente di particolare rispetto ad altre ricostruzioni storiche del lento processo di elaborazione della magnum opus di Marx, questa prima parte dell’opera di Marcello Musto ha il merito di ripercorrere in maniera molto dettagliata la filologia dei manoscritti economici, che rappresentano il vero laboratorio interno del pensiero di Karl Marx.

La seconda parte del libro è dedicata alla militanza politica, e tratta della partecipazione di Marx all’Associazione internazionale dei lavoratori, quella che passerà alla storia come la Prima Internazionale. L’autore ribadisce, in questa seconda parte del suo volume, il ruolo fondamentale svolto da Marx in seno a essa; lo scontro con Lassalle, prima, e gli anarchici di Bakunin, poi. Sempre in questa seconda parte è analizzato quel grande evento che è stata la Comune di Parigi e l’analisi condotta da Marx per la comprensione del primo grande episodio nella storia moderna in cui la classe operaia, seppur per soli due mesi, ha tentato l’assalto al cielo della conquista del potere politico.

La terza parte del libro è dedicata ad una disamina delle ricerche teoriche affrontate da Marx nel suo ultimo decennio di vita. È la parte del lavoro che più direttamente si lega con il volume pubblicato nel 2016 prima richiamato. Nonostante il passare degli anni, le sempre più precarie condizioni di salute e le mai risolte difficoltà economiche, il Moro non solo prosegue gli studi iniziati durante la sua gioventù, ma nell’ultimo decennio allarga i propri orizzonti studiando materie per lui inedite come l’antropologia o l’algebra. Come sottolineato da Musto, tali studi furono affrontati da Marx in vista del completamento degli altri due volumi del Capitale. Come sappiamo, sarà Engels l’amico fraterno e compagno di tante battaglie, a curarne la pubblicazione dopo la sua morte avvenuta il 14 marzo 1883. Con la scomparsa di Marx si chiude anche la terza parte del libro di Marcello Musto.

L’ultima parte è dedicata all’esame delle concezioni di Marx riguardo alla critica alla società capitalistica e al profilo che avrebbe dovuto assumere la futura società comunista.

Dopo aver passato in rassegna i principali esponenti del cosiddetto socialismo utopistico, nella prima sezione della quarta parte, l’autore del libro nella seconda ed ultima sezione analizza tutte quelle opere in cui Marx si sofferma a ragionare sulla futura società comunista. Come correttamente fa osservare Musto, Marx lo fa senza alcun intento prescrittivo.

Marcello Musto suddivide questi scritti di Marx in tre categorie. Nella prima possono essere incluse tutte quelle opere in cui Marx

“criticò le idee ritenute teoricamente sbagliate e politicamente fuorvianti dei socialisti a lui contemporanei. Alcune parti dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e dell’Ideologia tedesca; il capitolo sulla Letteratura socialista e comunista del Manifesto del partito comunista…”[1].

Nella seconda categoria possono essere raggruppati tutte quegli scritti di lotta politica in cui Marx tratta la questione della futura società comunista; in particolare ci si riferisce al Manifesto del partito comunista, La guerra civile in Francia e a Salario prezzo e profitto. Infine:

“i testi nei quali Marx descrisse più diffusamente, nonché in forma più efficace, le possibili caratteristiche della società comunista furono quelli incentrati sul capitalismo. In significativi capitoli del capitale e in importanti parti dei suoi numerosi manoscritti preparatori, in particolare nei ricchissimi Grundrisse, sono racchiuse alcune delle sue idee fondamentali sul socialismo.”.[2]

Quindi, dopo aver passato in rassegna le principali fonti in cui si parla della futura società comunista, Musto, cogliendo pienamente l’impostazione che Marx dà al problema della realizzazione del comunismo commenta:

“Un attento studio delle considerazioni sul comunismo, presenti in ognuno dei testi menzionati, permette di distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece crimini ed efferatezze. In tal modo, è possibile ricollocare il progetto politico marxiano nell’orizzonte che gli spetta: la lotta per l’emancipazione di quella che Saint-Simon definì la classe più povera e più numerosa”[3] .

Non, dunque, frutto del compimento di un progetto costruito a tavolino da qualche mente illuminata, ma prodotto dalla lotta di classe del proletariato guidato dal suo partito politico. In ogni caso, precisa ancora Musto:

“Così come nel caso dei Manoscritti redatti tra il 1844 e il 1846, si commetterebbe un errore se i principi elencati nel Manifesto del partito comunista, elaborati quando Marx era appena trentenne, venissero assunti come la compiuta descrizione della società post-capitalista da lui propugnata. La piena maturazione del suo pensiero necessitò di tanti altri anni di studio e di ulteriori esperienze politiche”[4].

Musto continua la sua opera di ricostruzione nelle intense pagine finali del suo lavoro, passando in rassegna alcuni passi del Capitale e dei Grundrisse nonché della famosa Critica al Programma di Gotha.

Rinviamo ovviamente alla lettura del libro per un’attenta analisi di quanto egli scrive nel ricostruire il pensiero di Marx in ordine alla futura società comunista, ma ci piace chiudere questa nostra recensione con le stesse parole dell’autore:

“Molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato, invece, il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora”. [5]

È noi non possiamo che essere d’accordo con chi considera Marx ancora utile per abbattere questo infame modo di produzione capitalistico.

[1]Marcello Musto – Karl Marx – Ed Einaudi pag. 269

[2] Ibidem pag. 269

[3] Ibidem pagg 269 e 270

[4] Ibidem pag. 274

[5] Ibidem pag. 284

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Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883 (Book launch)

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Luca Cangianti, Carmilla. Letteratura, immaginario e cultura d’opposizione

Il Necronomicon di Karl Marx

Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi, 2018, pp. 344, € 30,00.

È impossibile non notare alcuni elementi tragici e a tratti orrifici nella vita di Karl Marx. La biografia di questo filosofo è una lunga lotta prometeica per completare Il capitale, il «più terribile proiettile che sia mai stato scagliato contro i borghesi», il libro magico che a detta del suo autore avrebbe inflitto «alla borghesia, sul piano teorico, un colpo dal quale non si riprenderà più». Il rapporto tra Marx e Il capitale è paragonabile a quello tra l’«arabo pazzo» Abdul Alhazred e il Necronomicon, lo pseudobiblion inventato dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft. L’autore di quel grimorio immaginario muore divorato in pieno giorno da una creatura invisibile, così come tutta la vita del filosofo di Treviri è fagocitata da un progetto incompletabile: «il mio tempo di lavoro appartiene interamente alla mia opera» confessa Marx, evidenziando il paradossale processo di alienazione nei confronti del suo libro.
La scrittura del Capitale è un viaggio eroico, portato avanti con passione cristologica tra i tormenti di un corpo mutante afflitto da insonnia, da emicrania, da un fegato duro e ingrossato, dal continuo insorgere di dolorosissimi favi e di lesioni pustolose sui genitali. Marx è un immigrato apolide, senza mai un soldo in tasca, inseguito da droghieri, macellai e lancinanti sensi di colpa nei confronti della famiglia. È costretto a interrompere continuamente la scrittura della sua opera per guadagnare qualche sterlina e per non venir meno a una militanza politica senza la quale niente avrebbe più senso. Riempendo con una grafia maledetta decine di quaderni, bozza dopo bozza, include maniacalmente nella sua opera sempre nuovi aspetti della realtà sociale: «una mia caratteristica: quando ho davanti una cosa scritta daccapo quattro settimane prima, la trovo insufficiente e la riscrivo completamente». Marx si paragona così al pittore Frenhofer descritto da Honoré de Balzac: ossessionato dal desiderio di realizzare un dipinto nel modo più preciso possibile, il protagonista del racconto Il capolavoro sconosciuto, ritocca all’infinito il suo quadro senza mai completarlo.

La nuova biografia di Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, ha il grande pregio di restituire il profilo malinconicamente tragico di questo filosofo militante, liberandolo definitivamente dalle granitiche apologie del marxismo-leninismo. Tale operazione è condotta utilizzando gli apporti della Mega2, la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, che permette di valorizzare molti spunti postcoloniali, antropologici e antieconomicisti presenti nella riflessione matura del filosofo tedesco. Grazie a una attenta analisi della corrispondenza inviata e ricevuta e ai quaderni di appunti nei quali Marx riassumeva meticolosamente le proprie letture di economia politica, algebra, antropologia, geologia, mineralogia e chimica agraria, emerge un pensiero flessibile che sfugge a ogni asfittica sistematicità. Per esempio circa il rapporto tra struttura e sovrastruttura, a dispetto della famosa e problematica metafora architettonica presente in Per la critica dell’economia politica, Marx, grazie ai suoi studi più tardi, affermò che «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con l’ossatura […] della sua organizzazione». Musto sostiene di conseguenza che il filosofo di Treviri «ebbe un approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello “sviluppo ineguale”, tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale».
Molto attuali, anche alla luce del dibattito contemporaneo sull’opportunità o meno di sganciarsi dall’Unione europea, sono le riflessioni sull’indipendenza dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra. Marx la sostiene pragmaticamente perché la ritiene capace di acuire le contraddizioni della maggior potenza capitalistica del tempo e non per un astratto diritto all’autodeterminazione. Riguardo alla gestione delle differenze in chiave di comando della forza lavoro il filosofo affermava inoltre: «L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime i salari e il suo tenore di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose. Lo considera all’incirca come i bianchi poveri considerano gli schiavi neri negli stati meridionali dell’America del Nord. Questo antagonismo tra i proletari in Inghilterra viene nutrito e viene tenuto desto ad arte dalla borghesia. Essa sa che questa divisione è il vero segreto del mantenimento del suo potere». Per questi motivi in età matura Marx condannò senza esitazione il colonialismo e affermò che «Il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato se ha la pelle nera».

La biografia intellettuale di Marcello Musto è divisa in quattro parti: la prima si occupa della scrittura del Capitale, la seconda della militanza politica nell’Internazionale e poi dei rapporti con i nascenti partiti socialisti europei, la terza analizza la corrispondenza e i manoscritti, alcuni dei quali ancora inediti, mentre la quarta è dedicata alla teoria politica e al profilo che avrebbe assunto la futura società comunista. A tale formazione sociale Marx non si riferì mai con intenti prescrittivi e non fornì di conseguenza descrizioni di come dovesse essere organizzata, limitandosi ad abbozzare alcune caratteristiche generali desunte dalla dinamica del modo di produzione capitalistico e dallo studio delle società precapitaliste.
Nell’ultimo anno di vita Marx si recò a Ventnor, sperando che il clima “mediterraneo” dell’Isola di Wight potesse migliorare le sue precarie condizioni di salute. Proviamo a immaginarlo mentre cammina lungo la spiaggia, lento, con la mascherina del respiratore sul volto. Ascolta il rombo del mare invernale e ripensa alle rivoluzioni delle quali è stato testimone, agli entusiasmi, alle successive delusioni, all’esilio, ai lutti, ai nuovi entusiasmi. E al suo libro. Il capitale non è più un Necronomicon che gli divora la vita: ormai sa che non lo terminerà mai e forse si è convinto che la realtà infinita può esser contenuta solo in un’opera altrettanto infinita. Proprio come quella che ci ha lasciato Marx, consegnandoci un intero cantiere teorico utile a capire il mondo per cambiarlo.